BRAD MELTZER IL LIBRO DEL FATO (The Book Of Fate, 2006) RINGRAZIAMENTI Sono passati quasi dieci anni da quando è stato p...
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BRAD MELTZER IL LIBRO DEL FATO (The Book Of Fate, 2006) RINGRAZIAMENTI Sono passati quasi dieci anni da quando è stato pubblicato Il decimo giudice. Sono grato a tutti voi - e soprattutto ai nostri straordinari lettori che con il vostro sostegno mi permettete di continuare a parlare con i miei amici immaginari. Prima, come sempre, la mia First Lady Cori, perché ci ha creduto fin da prima della prima pagina, e perché chissà come continua ad amarmi. La sua intelligenza, le sue opinioni e le sue correzioni sono i veri semi da cui sboccia ogni mio libro. Ogni giorno mi insegna l'umiltà. Ogni giorno mi chiedo per quale colpo di fortuna l'ho incontrata. Jonas e Lila, io vivo trovando parole, ma non ci sono parole che possano definire il mio amore per voi. Siete la più grande benedizione e la più grande gioia della mia vita. Jill Kneerim, meravigliosa agente, cara amica, la cui guida e i cui consigli sono stati presenti fin dalle prime fotocopie; Elaine Rogers, sempre al primo posto; Ike Williams, Hope Denekamp, Cara Shiel e tutti i nostri amici alla Kneerim & Williams Agency. Per questo libro in particolare, voglio ringraziare i miei genitori: mio padre, la cui esperienza è diventata la piattaforma di lancio di Wes, e mia madre, per avermi sostenuto con fiducia per tutto il tempo; mia sorella Bari, sulla cui forza ho sempre fatto affidamento; Dale Flam, per aver guidato il resto della baracca in tanti posti straordinari; Bobby, Matt, Ami, Adam e Will, per il loro aiuto essenziale e per il loro costante affetto; Noah Kuttler, che dopo mia moglie è la persona a cui mi appoggio di più. Il suo aiuto costante e le sue reazioni sono due delle ragioni fondamentali per cui questo libro è nelle vostre mani. Lo amo come uno di famiglia. Grazie, Calcolatore. Ethan Kline è altrettanto prezioso, per questo lavoro, e i suoi consigli durante le prime stesure influenzano sempre il risultato finale; Steve «Scoop» Cohen, per avermi dato Dreidel e molto altro; Edna Farley, Kim da L.A. e Dina Friedman, che fanno gran parte dei lavori pesanti; Paul Brennan, Matt Oshinsky, Paulo Pacheco, Joel Rose, Chris Weiss e Judd Winick, come sempre i miei fratelli, i miei Rogo, la cui amicizia ispira i miei libri in modi che non potranno mai dimostrare in un tribunale. Tutti i romanzi sono bugie che tentano di sembrare verità. Devo, alle seguenti persone, enormi ringraziamenti per avermi fornito le verità intessute
in questo libro. Senza dubbio, non sarei mai riuscito a esplorare questo mondo senza l'aiuto del presidente George H.W. e della signora Barbara Bush e del presidente Bill Clinton. I Bush non avevano alcun bisogno di dischiudermi il loro mondo. Ma la loro generosità mi ha fornito tanti dei dettagli che hanno permesso la nascita di questo libro (che è un'opera di fantasia!). Spero solo che sappiano quanto li rispetto. Lo stesso rispetto e gli stessi ringraziamenti vanno al presidente Clinton, il cui sostegno mi accompagna fin dal primo romanzo. Non mi interessa da che parte della barricata stanno - a distanza di anni, è chiaro perché li abbiamo eletti entrambi. Sempre sullo stesso tema, Jean Becker ha risposto a tutte le mie sciocche domande, ma è la sua amicizia che considero preziosa; Doug Band, Kris Engskov, Tom Frechette e Andrew Friendly hanno dato risposta alle mie vane questioni e nel farlo hanno rivelato perché sono stati messi al fianco dell'uomo più potente del mondo; Thom Smith mi ha dato tutte le informazioni su Palm Beach; Mary Louise Knowlton, Nancy Lisenby, Laura Cather Pears, Linda Casey Poepsel e Michele Whalen sono i migliori archivisti (e le persone più simpatiche) di qualsiasi amministrazione; Paul Bedard, Jessica Coen, Chuck Conconi, Joan Fleischman, Paula Froelich, Ann Gerhart, Ed Henry, Perez Hilton, Lorrie Lynch, John McCaslin, Roxanne Roberts, Liz Smith, Linton Weeks e Ben Widdicombe mi hanno insegnato tutto quello che so sul gossip e sono quindi entrati a far parte del personaggio di Lisbeth. Sono i migliori, nel loro campo, e la loro gentilezza e la loro classe non possono essere sottovalutate. Mike Calinoff mi ha fatto diventare il secondo ebreo membro della NASCAR e mi ha offerto contemporaneamente una splendida amicizia; i miei amici Matthew Bogdanos, Eljay Bowron, Jo Ayn «Joey» Glanzer, Dave Leavy, Erik Oleson, Peter Oleson, Ken Robinson, Farris Rookstool, Adam Rosman, Alex Sinclair e John Spinelli mi hanno aiutato per tutti i dettagli relativi alle forze dell'ordine - spero che sappiano quanto rispetto il loro lavoro; Barry Kowitt ha dato vita alla professione di Rogo (www.ungerandkowitt.com); Mary Weiss mi ha dato il 65 Roses Ball (www.cff.org); Dana Milbank mi ha aiutato con l'ufficio stampa della Casa Bianca; Shelly Jacobs ha risposto a più domande sulla biblioteca presidenziale di quelle che si aspettava; il dott. Thomas Scalea e il dott. Ronald K. Wright mi hanno fornito i loro consigli medici; What It Takes di Richard Ben Cramer, After the White House di Max Skidmore e le opere di Samantha Power sono stati strumenti preziosissimi; Greg Apparcel, Steve Chaconas, Ron Edmonds, Sara Fritz, Mark Futch, Al Guthrie, Tim Krische, Jim Ponce, Walter Rodgers, Will
Shortz, Laura Spencer e Tiffini Theisen mi hanno fornito tutti gli altri dettagli; il mio mentore e complice - la vera ragione per cui sono qui - Rob Weisbach, è stato il primo ad avere fiducia in me, tanti anni fa; e altri familiari e amici ancora una volta vivono con i loro nomi in queste pagine. Voglio anche ringraziare Eli Segai, che mi ha dato la prima spinta. E anche la seconda. Quando ero un ragazzo di ventidue anni, Eli mi ha trattato come un suo pari. È stato importantissimo. Senza di te, oggi non sarei uno scrittore, Eli. Infine, un immenso grazie a tutti quelli della Warner Books: David Young, Larry Kirshbaum, Maureen Egen, Emi Battaglia, Tina Andreadis, Chris Barba, Martha Otis, Jen Romanello, Karen Torres, Becka Oliver, Evan Boorstyn, il settore commerciale più simpatico e operoso dello show business; e a tutte le persone altrettanto simpatiche che, in tutti questi anni, sono entrate a far parte della nostra famiglia. Voglio dirlo il più semplicemente possibile: sono loro che fanno il vero lavoro, senza di loro saremmo perduti. Voglio anche salire in piedi sulla scrivania e gridare: «O Capitano! Mio Capitano!» al mio editor Jamie Raab. Credo che la cosa più difficile, nel mestiere di editor, sia capire gli autori. Jamie mi ha sempre capito, curato, aiutato. Nessun autore è più fortunato di me. Grazie, quindi, Jamie, per il tuo incoraggiamento e soprattutto per la tua fiducia. A Lila, la mia bambina, che mi ha preso il cuore e col suo dolce sorriso l'ha reso grande il doppio Ciò che ci limita, noi lo chiamiamo destino Ralph Waldo Emerson Dio non gioca a dadi Albert Einstein 1 Nel giro di sei minuti, uno di noi sarebbe morto. Era il nostro destino. Nessuno di noi l'aveva previsto. «Ron, aspetta!» gridai, inseguendo l'uomo di mezza età col vestito blu.
Mentre correvo, il soffocante caldo della Florida mi incollava la camicia al petto. Ignorandomi, Ron Boyle sfrecciò sull'asfalto, superando l'Air Force One sulla nostra destra e le diciotto auto del corteo ferme in fila indiana sulla sinistra. In qualità di vice capo di gabinetto, era sempre di fretta. È quello che capita quando si lavora per l'uomo più potente del mondo. Non lo dico tanto per dire. Il nostro superiore era il comandante in capo. Il presidente degli Stati Uniti. E quando lui voleva qualcosa, io dovevo fare in modo che l'avesse. In quel momento il presidente Leland Manning, detto «The Lion», il Leone, voleva che Boyle restasse calmo. C'erano incarichi al di sopra anche delle mie capacità. Mentre passava sempre più veloce in mezzo alla folla di addetti e giornalisti che si dirigevano alle auto loro assegnate, Boyle oltrepassò una scintillante Chevrolet Suburban nera piena di agenti dei servizi segreti e un'ambulanza che trasportava una riserva di sangue dello stesso gruppo di quello del presidente. Quel giorno stesso, Boyle avrebbe dovuto avere un colloquio di quindici minuti col presidente sull'Air Force One. Ma a causa di un mio errore nella programmazione, la cosa si era ridotta a un rapporto di tre minuti in macchina, in un momento imprecisato del pomeriggio. Dire che Boyle era irritato era come definire la Grande Depressione una brutta giornata in ufficio. «Ron!» ripetei, mettendogli una mano sulla spalla e tentando di scusarmi. «Aspetta. Volevo...» Si girò selvaggiamente, sbattendomi via la mano. Magro, con il naso appuntito e un paio di folti baffi che intendevano compensare entrambe le cose, Boyle aveva i capelli grigi, la pelle olivastra e intensi occhi castani, con un lampo di luce azzurra nelle iridi. Mentre si chinava in avanti, i suoi occhi da gatto scintillarono su di me. «Non toccarmi mai più, se non per stringermi la mano», minacciò mentre una goccia di saliva mi colpiva la gota. Strinsi i denti e me l'asciugai col dorso della mano. Certo, l'errore di programmazione era colpa mia, ma non era un buon motivo per... «Ebbene, cosa c'è di tanto importante, Wes? O vuoi ancora ricordarmi la regola fondamentale per cui quando pranziamo col presidente dobbiamo ordinare con almeno un'ora di anticipo?» aggiunse a voce così alta che qualche agente segreto si voltò. Qualsiasi altro ventitreenne avrebbe ribattuto. Io restai freddo. È questo che deve fare l'aiutante del presidente, ossia il suo segretario, ossia il suo
uomo di fiducia: procurargli ciò che desidera; tenere in funzione la macchina. «Cerchiamo una soluzione», dissi, cancellando mentalmente le scuse. Se volevo che Boyle stesse tranquillo - e nessuno desiderava una scenata davanti ai giornalisti - dovevo anticipare l'incontro. «Che ne dici se... se ti metto nella macchina del presidente proprio adesso?» Boyle si raddrizzò leggermente, mentre incominciava ad allacciarsi la giacca. «Credevo che... No, va bene. Ottimo, eccellente.» Accennò perfino un minuscolo sorriso. Crisi evitata. Pensava che fosse tutto perdonato. Ma io non dimentico tanto facilmente. Mentre si dirigeva trionfante verso la limousine, presi mentalmente un altro appunto. Bastardo presuntuoso. Il ritorno se lo farà nel retro del furgone dei giornalisti. Politicamente non ero solo bravo. Ero straordinario. Non si fa domanda per un lavoro del genere: si è invitati a un colloquio. Tutti i giovani politici della Casa Bianca avrebbero fatto qualsiasi cosa per essere così vicini al leader del mondo libero. Il mio predecessore era andato avanti ed era diventato il numero due nell'ufficio stampa della Casa Bianca. Il suo predecessore nell'ultima amministrazione aveva trovato lavoro come responsabile di quattromila persone all'IBM. Sette mesi prima, malgrado la mia mancanza di appoggi, il presidente aveva scelto me. Ho battuto il figlio di un senatore e un paio di professori del Rodhes. Sono capacissimo di gestire un dirigente che crea un po' di confusione. «Wes, andiamo!» gridò il responsabile della sicurezza dei Servizi segreti, facendo cenno di salire in macchina mentre prendeva il posto del passeggero davanti, da dove poteva vedere tutto quello che succedeva. Seguendo Boyle e tenendo lo zaino di pelle davanti a me, saltai nella limousine blindata, dove si trovava il presidente, vestito in modo informale con una giacca a vento nera e un paio di jeans. Pensavo che Boyle avrebbe subito incominciato ad assordarlo, invece rimase stranamente silenzioso. Mentre si chinava per raggiungere il posto in fondo a sinistra, la sua giacca si aprì, ma lui si mise rapidamente la mano sul cuore per tenerla chiusa. Non capii, se non più tardi, quello che nascondeva. E anche quello che avevo fatto invitandolo a bordo. Seguendolo, raggiunsi uno dei tre seggiolini pieghevoli rivolti verso il fondo dell'auto. Davo la schiena all'autista ed ero di fronte a Boyle. Per ragioni di sicurezza, il presidente sedeva sempre in fondo a destra, la First Lady era tra lui e Boyle.
Il seggiolino di fronte al presidente - il posto caldo - era già occupato da Mike Calinoff, pilota di automobili in pensione, vincitore per quattro volte della Winston Cup e ospite speciale dell'avvenimento di oggi. Niente di strano. A quattro mesi dalle elezioni, avevamo solo tre punti di vantaggio nei sondaggi. Quando la gente era così volubile, solo uno sciocco sarebbe entrato in campo senza un'arma segreta. «Così è veloce, pur essendo blindata?» chiese il campione, ammirando l'interno blu notte della Cadillac One. «Un fulmine», rispose Manning, mentre la First Lady alzava gli occhi al cielo. Boyle finalmente intervenne, si chinò in avanti e aprì una cartelletta. «Signor presidente, possiamo...?» «Scusate, non sono riuscito a fare di più, signore», lo interruppe il capo di gabinetto Warren Albright entrando. Porse un giornale chiuso al presidente e prese posto in diagonale rispetto a lui, di fronte alla First Lady. Anche in un abitacolo con sei persone, la vicinanza era importante. Soprattutto per Boyle, che non intendeva rinunciare alla sua occasione. Il presidente prese il giornale e guardò il cruciverba che condivideva ogni giorno con Albright. Era una tradizione iniziata il primo giorno della campagna, e la ragione per cui Albright sedeva sempre in quell'ambito posto, in diagonale rispetto al presidente. Lui iniziava il cruciverba, arrivava fin dove riusciva, poi lo passava al presidente perché lo completasse. «Il quindici verticale è sbagliato», disse il presidente mentre mi mettevo lo zaino sulle gambe. «Soffocare.» Albright di solito non amava che si trovasse un errore. Oggi, notando Boyle seduto nell'angolo, aveva una ragione in più per sentirsi irritato. Tutto bene? chiesi con un'occhiata. Prima che Albright potesse rispondere, l'autista accelerò e il mio corpo fu proiettato in avanti. Ancora tre minuti e mezzo e sarebbe stato sparato il primo colpo. Due di noi sarebbero caduti a terra, in preda a convulsioni. Uno non si sarebbe più rialzato. «Signore, se potessi avere la sua attenzione per un istante», interruppe Boyle, più insistente di prima. «Ron, non puoi goderti il viaggio?» scherzò la First Lady, i corti capelli castani che ondeggiavano a causa di una cunetta della strada. Malgrado il tono dolce, notai l'espressione dei suoi occhi verde foglia. Era la stessa che
usava con i suoi studenti a Princeton. Ex professoressa con un PhD in chimica, la First Lady era abituata a essere dura. E lottava per avere quello che voleva. E lo otteneva. «Ma, signora, chiedo solo...» La fronte della First Lady si contrasse tanto che le sopracciglia si toccarono. «Ron. Goditi il viaggio.» La maggior parte delle persone si sarebbe fermata. Boyle si intestardì e tentò di passare il documento direttamente al presidente. Lo conosceva da quando erano studenti a Oxford. Banchiere e collezionista di vecchi trucchi di magia, in seguito aveva gestito tutti i soldi di Manning, cosa che aveva anch'essa del magico. Fino a quel momento, era l'unica persona dello staff che aveva presenziato alle nozze tra lui e la First Lady. Solo questo gli aveva permesso di cavarsela quando la stampa aveva scoperto che suo padre era un piccolo truffatore, condannato (due volte) per frode assicurativa. Era lo stesso lasciapassare che adesso usava nella limousine, per mettere alla prova l'autorità della First Lady. Ma anche i migliori lasciapassare alla fine scadono. Manning scosse la testa in maniera impercettibile: solo un occhio allenato poteva accorgersene. First Lady uno, Boyle zero. Boyle richiuse la cartelletta e si appoggiò allo schienale, scoccandomi un'occhiata da lasciare il segno. Adesso era colpa mia. Mentre ci avvicinavamo alla nostra destinazione, Manning guardava in silenzio attraverso il vetro verde del finestrino antiproiettile. «Sapete cosa disse Kennedy tre ore prima di essere ucciso?» chiese esibendo il suo migliore accento del Massachusetts. «Sapete, la notte scorsa sarebbe stata un ottimo momento per uccidere un presidente.» «Lee!» lo rimproverò la First Lady. «Vedete cosa devo sopportare?» aggiunse rivolgendo una finta risata a Calinoff. Il presidente le prese la mano e gliela strinse, guardando verso di me. «Wes, hai portato il regalo per il signor Calinoff?» chiese. Frugai nello zaino di pelle - quello dei trucchi - senza perdere di vista il volto di Manning. Lui fece un rapido cenno e si grattò il polso. Non dargli il ripiego... prendi quello grosso. Ero il suo aiutante da più di sette mesi. Se facevo bene il mio mestiere, non avevamo bisogno di parlare per comunicare. Eravamo in forma. Non riuscii a trattenere un sorriso. Fu il mio ultimo sorriso pieno, ampio. Tre minuti dopo, la terza pallottola del killer mi avrebbe attraversato la guancia, distruggendo molti nervi, e
io non avrei più avuto il pieno controllo della mia bocca. «Proprio quello», accennò il presidente. Dallo zaino, che conteneva tutto ciò di cui un presidente poteva avere bisogno, tirai fuori un paio di gemelli presidenziali, che porsi al signor Calinoff, che si godeva ogni singolo istante sul suo seggiolino pieghevole, scomodo e caldo. «Sono veri, eh?» disse il presidente. «Non li metta su eBay.» Era la battuta che faceva tutte le volte che ne regalava un paio. Ridemmo tutti ancora una volta. Anche Boyle, che incominciò a frugarsi nel petto. Non c'è niente di meglio che condividere una battuta col presidente degli Stati Uniti. E non c'è posto migliore della leggendaria Corsa Pepsi 400 della NASCAR a Daytona, Florida. Prima che Calinoff potesse ringraziare, la macchina si fermò. Una luce rossa lampeggiò alla nostra sinistra, due moto della polizia con le sirene accese. Correvano dal fondo del corteo verso la testa. Come durante un corteo funebre. «Non ditemi che hanno chiuso la strada», disse la First Lady. Odiava quando bloccavano il traffico per fare passare il corteo. Quelli erano voti persi per sempre. L'auto fece lentamente qualche metro. «Signore, stiamo per entrare nel circuito», annunciò il responsabile dal posto davanti. Fuori, la pista di cemento dell'aeroporto lasciò il posto a file e file di automobili. «Aspetti... stiamo andando nel circuito?» chiese Calinoff, improvvisamente eccitato. Si agitò sul suo seggiolino, cercando di guardare fuori. Il presidente sorrise. «Credeva che avremmo avuto un paio di posti in prima fila?» Le ruote sobbalzarono su una lastra di metallo che risuonò come un tombino difettoso. Boyle continuava a grattarsi il petto. Un rombo basso riempì l'aria. «Un tuono?» chiese Boyle, guardando il cielo azzurro e limpido. «Non è un tuono», replicò il presidente, appoggiando la punta delle dita sul finestrino antiproiettile mentre i 200.000 spettatori dell'autodromo si alzavano in piedi agitando bandiere, bandierine, braccia. «Sono applausi.» «Signore e signori, il presidente degli Stati Uniti!» ruggì lo speaker dagli altoparlanti. Una brusca curva a destra ci spinse tutti di lato mentre la limo svoltava sul circuito, l'autostrada più grande e perfetta che avessi mai visto in vita mia.
«Avete delle belle strade, qui», disse il presidente a Calinoff, riadagiandosi nell'elegante sedile di pelle fatto su misura per lui. Mancava solo la grande entrata. Se non centravamo quella, i 200.000 spettatori presenti, più i 10 milioni da casa, più i 75 milioni di fan aderenti alla NASCAR avrebbero raccontato ad amici, parenti, vicini ed estranei al supermercato che eravamo andati al nostro battesimo e avevamo starnutito nell'acqua benedetta. Ma per questo avevamo fatto il corteo di macchine. Non avevamo bisogno di diciotto auto. La pista dell'aeroporto di Daytona era di fianco al circuito. Non c'erano semafori da attraversare. Niente traffico da fermare. Ma tutti ci guardavano... Avete mai visto un corteo presidenziale su un circuito automobilistico? Frenesia immediata in tutta l'America. Non mi importavano i sondaggi. Un giro del circuito e avremmo preso posto per l'inaugurazione. Di fronte a me, Boyle non era minimamente eccitato. Con le braccia incrociate sul petto, non cessava di studiare il presidente. «Avete coinvolto le star, eh?» disse Calinoff quando uscimmo dall'ultima curva e vide il comitato di accoglienza, una piccola folla di piloti della NASCAR, schierati nelle loro tute multicolori piene di pubblicità. Quello che il suo occhio non allenato non poteva notare erano la decina circa di «addetti» che stavano un po' più rigidi degli altri. Alcuni con gli zaini. Altri con borse di pelle. Tutti portavano occhiali da sole. E uno parlava nel polso. Servizi segreti. Come tutti quelli che salivano per la prima volta sulla limo, Calinoff stava praticamente leccando il finestrino. «Signor Calinoff, lei scenderà per primo», gli dissi mentre entravamo nei box. Fuori, i piloti attorniavano l'auto presidenziale. Sessanta secondi più tardi, avrebbero corso per salvare la pelle. Calinoff si chinò verso la mia portiera, dalla parte del guidatore, dov'erano raggruppati tutti i piloti della NASCAR. Mi chinai per bloccarlo, indicandogli la portiera presidenziale. «Da quella parte», dissi. La porta vicina a lui. «Ma i piloti sono di qua», ribatté lui. «Ascolti il ragazzo», intervenne il presidente, accennando alla portiera vicina a Calinoff. Anni fa, quando il presidente Clinton giunse a una gara della NASCAR, alcuni tra la folla lo contestarono. Nel 2004, quando il presidente Bush arrivò col leggendario pilota Bill Elliott e il suo corteo, Elliott uscì per primo
e la folla esplose. Anche i presidenti possono ricorrere a un «opening act». Con un clic e uno scatto, il responsabile della sicurezza premette un pulsante che consentiva di aprire l'auto dall'esterno. Pochi secondi e la portiera si spalancò, la luce della Florida e il calore entrarono nella limo e Calinoff pose a terra uno dei suoi stivali da cow boy. «Diamo il benvenuto al vincitore di quattro Winston Cup... Mike Caaaaalinoff!» gridò l'annunciatore. La folla impazzì. «Non dimenticate», bisbigliò il presidente al suo ospite mentre Calinoff usciva davanti a 200.000 fan. «È lui che siamo venuti a vedere!» «E adesso», continuò l'annunciatore, «il grande padrino della gara di oggi... tornato nella sua Florida... il presidente Leeeee Maaaaanning!» Subito dopo Calinoff, il presidente scese dall'auto, la mano destra alzata per salutare, la sinistra che batteva con orgoglio il logo della NASCAR sul petto della giacca a vento. Si fermò un istante ad aspettare la First Lady. Eccolo... Eccolo... Eccoli... si leggeva, come sempre, sulle labbra dei fan nelle tribune. Poi appena la folla iniziava a placarsi, scattarono i flash. «Signor presidente, da questa parte! Signor presidente...!» Aveva fatto appena tre passi e Albright era già alle sue spalle, seguito da Boyle. Io uscii per ultimo. Il sole mi costrinse a socchiudere gli occhi, ma allungai ugualmente il collo per guardare in su, stupito dalla folla che adesso era in piedi, ci indicava e ci salutava dalle tribune. Due anni dopo aver finito l'università, era questa la mia vita. Neanche le rock star hanno simili soddisfazioni. Calinoff allungò la mano e fu subito risucchiato dalla folla di piloti in attesa, che lo accolse con abbracci e pacche sulle spalle. In prima fila c'erano il direttore della NASCAR e sua moglie, stranamente alta, venuta per accogliere la First Lady. Avvicinandosi ai piloti, il presidente sorrideva. Era il prossimo. Fra tre secondi sarebbe stato circondato: l'unica giacca a vento nera in un technicolor di tute Pepsi, M&M, DeWalt e Lone Star Steakhouse. Come se avesse vinto il campionato del mondo, il Super Bowl e... Pop, pop, pop. Non sentii altro. Tre piccoli schiocchi. Un fuoco d'artificio. O lo scoppiettio di un motore. «Sparano! Sparano!» gridò il responsabile della sicurezza. «Giù! Indietro!» Stavo ancora sorridendo quando il primo urlo lacerò l'aria. La folla dei
piloti si disperse, correndo, buttandosi a terra in preda al panico, in un'istantanea confusione di colori. «Dio ha dato potere ai profeti...» un uomo coi capelli neri ricci e la voce profonda gridava dal centro del turbine. I suoi piccoli occhi color cioccolato sembravano troppo vicini, mentre il naso grosso e le sottili sopracciglia arcuate gli davano una strana intensità, che per qualche ragione mi ricordava Danny Kaye. Con un ginocchio a terra e una pistola fra le mani, era vestito da pilota, con una tuta da corsa nera e gialla brillante. Come un calabrone, pensai. «...ma anche agli orrori...» Rimasi a guardarlo, agghiacciato. Il suono scomparve. Il tempo rallentò. E il mondo si trasformò in bianco e nero, come in un mio telegiornale privato. Era come quando avevo incontrato il presidente per la prima volta. La stretta di mano era sembrata durare un'ora. Un arresto del tempo. Ancora concentrato sul calabrone, non capivo se veniva avanti o se tutti intorno a lui correvano indietro. «Uomo a terra!» gridò il responsabile della sicurezza. Seguii il suono e i gesti della mano fino a un uomo con l'abito blu, che giaceva a faccia in giù. Oh, no. Boyle. La sua fronte era premuta contro l'asfalto, il volto contratto dal dolore. Si teneva il petto e vidi il sangue che incominciava a diffondersi intorno a lui. «Uomo a terra!» gridò di nuovo il responsabile della sicurezza. I miei occhi si mossero di lato, cercando il presidente. Lo trovai proprio mentre una mezza dozzina di agenti in tuta correvano verso la piccola folla che già lo circondava. Agenti frenetici lo spostarono così in fretta che le persone più vicine a lui gli rimasero attaccate addosso. «Portatelo via! Presto!» gridò un agente. Con la schiena attaccata al presidente, la moglie del direttore della NASCAR gridava. «La state schiacciando», urlò Manning, prendendola per una spalla e cercando di rimetterla in piedi. «Lasciatela andare.» I Servizi non gli diedero retta. Correndo intorno al presidente, aggredirono la folla di fronte e sulla destra. Lo slancio li trascinò. Come un albero tagliato, la folla cadde a terra. Il presidente lottava ancora per liberare la moglie del direttore della NASCAR. Ci fu un'esplosione di luce. Ricordo il flash che scattava. «...affinché il popolo mettesse alla prova la sua fede...» ruggiva il killer mentre un altro gruppo di agenti in tuta lo afferrava per il collo, il braccio,
i capelli sulla nuca. Lentamente, la testa del calabrone scattò all'indietro, poi il suo corpo, e altri due colpi lacerarono l'aria. Sentii una puntura sulla guancia destra. «...e distinguesse il bene dal male!» urlò l'uomo, le braccia aperte come Gesù mentre gli agenti lo buttavano a terra. Tutt'intorno a lui, altri agenti formarono uno stretto cerchio, brandendo gli Uzi semiautomatici che avevano tirato fuori dalle borse e dagli zaini. Mi battei sulla guancia, tentando di uccidere l'insetto che mi aveva punto. Pochi metri più avanti, la folla che circondava il presidente cadde sull'asfalto. Due agenti, dall'altra parte, afferrarono la First Lady, trascinandola via. Gli altri non cessarono di spingere, maltrattare, calpestare la gente, nel tentativo di raggiungere Manning e fargli scudo. Guardai mentre la pozza sotto Boyle si allargava sempre di più. La sua testa era immersa ora in un liquido lattiginoso. Aveva vomitato. Dal mucchio in cui si trovava il presidente, il nostro responsabile per la sicurezza e un altro agente in borghese lo afferrarono per i gomiti, lo tirarono su e lo portarono verso di me. Il volto del presidente esprimeva dolore. Cercai del sangue sui suoi vestiti, ma non ne vidi. Aumentando la velocità, gli agenti si dirigevano alla macchina. Altri due alle loro spalle tenevano la First Lady sotto le ascelle. Ero l'unica cosa sul loro cammino. Cercai di farmi di lato, ma non fui abbastanza rapido. A tutta velocità, la spalla del responsabile della sicurezza si scontrò con la mia. Caddi all'indietro, contro la limousine, il sedere sbatté proprio sopra la ruota anteriore destra. Rivedo tutto, come se assistessi alla scena dall'esterno: io che cerco di mantenere l'equilibrio... che batto la mano contro la carrozzeria... e l'urto dell'impatto. Il rumore fu così netto che ne colsi la natura liquida. Il mondo era ancora in bianco e nero. Tutto, tranne la mia impronta rossa. Confuso, mi riportai la mano alla guancia. Mi scivolò sulla pelle, bagnata e terribilmente dolorante. «Via, via, via!» gridò qualcuno. Le ruote stridettero. L'auto sobbalzò. La limousine scattò sotto di me. Come una lattina dimenticata sul tetto, caddi all'indietro, sul sedere. Un mucchietto di ghiaia mi penetrò nella schiena. Ma l'unica cosa che sentivo davvero era il tic toc tic toc che mi martellava sulla guancia. Mi guardai il palmo, vidi che avevo il petto e la spalla destra inzuppati. Non di acqua. Di qualcosa di più denso... e più scuro... rosso scuro. Oh, Dio, è il mio...?
Un altro flash scattò. Non vedevo solo il rosso del mio sangue. Adesso c'era del blu, sulla mia cravatta. E del giallo... strisce gialle sull'asfalto. Un altro flash scattò mentre lame di colore mi ferivano gli occhi. Macchine da corsa argentee e marrone e verde chiaro. Bandiere rosse, bianche e blu abbandonate sulle tribune. Un ragazzino biondo che gridava in terza fila con una maglietta azzurra e arancione dei Miami Dolphins. E rosso... il rosso scuro e denso sulla mia mano, sul mio braccio, sul mio petto. Mi toccai di nuovo la guancia. Le dita sfiorarono qualcosa di duro. Come metallo o... osso? Lo stomaco mi si rovesciò, in preda alla nausea. Mi toccai di nuovo la faccia, premetti. Quella roba non cedeva... Cos'è successo alla mia fa...? Altri due flash mi accecarono e il mondo mi venne addosso a tutta velocità. Il tempo riprese a scorrere di colpo, tutto si confuse. «Non sento il polso!» gridò in lontananza una voce. Proprio sopra di me, due agenti dei Servizi segreti in borghese misero Boyle su una barella e lo portarono nell'ambulanza che seguiva il corteo. La sua mano destra pendeva inerte, sanguinando dal palmo. Rividi gli istanti prima della corsa in macchina. Non sarebbe stato lì, se io non avessi... «È ammanettato! State indietro!» A pochi metri sulla sinistra, altri agenti gridavano e cercavano di raggiungere il killer, sotto una montagna di persone. Io ero per terra, in mezzo a macchie di grasso, e cercavo di rialzarmi, chiedendomi perché tutto era così confuso. Aiuto...! gridai, ma dalle mie labbra non uscì nulla. Le tribune si muovevano come in un caleidoscopio. Caddi all'indietro, battei sull'asfalto e rimasi lì, con la mano ancora premuta sul metallo viscido nella mia guancia. «Non c'è nessuno...?» Suono di sirene. Ma non diventava più forte. Si indeboliva. Svaniva rapidamente. L'ambulanza di Boyle... Se ne vanno... Mi lasciano qui... «Per favore... perché non...?» Una donna gridò con perfetta intonazione. Il suo strillo penetrò tra la folla mentre fissavo il limpido cielo della Florida. Fuochi d'artificio... dovevano esserci i fuochi d'artificio. Albright si arrabbierà... Le sirene si ridussero a un debole ronzio. Tentai di alzare la testa, ma non si mosse. Un ultimo flash scattò, e il mondo diventò completamente bianco. «P... perché nessuno mi aiuta?» Quel giorno, per colpa mia, Ron Boyle morì.
Otto anni più tardi, tornò in vita. 2 Otto anni dopo Kuala Lumpur, Malaysia Alcune ferite non guariscono mai. «Signore e signori, l'ex presidente degli Stati Uniti Leland Manning», annuncia il nostro ospite, il vice primo ministro della Malaysia. Ripete la stessa frase in mandarino, cantonese e malese. Le uniche parole che capisco, ogni volta, sono Leland Manning... Leland Manning, Leland Manning. Da come Manning si tocca il lobo dell'orecchio e finge di guardarsi intorno nel retro del palco, è chiaro che le uniche parole che sente lui sono ex presidente. «Ecco, signore», dico porgendogli una cartelletta di cuoio con le pagine del suo discorso. Ho qualche linea di febbre e sono appena sceso da un volo di undici ore diretto a Kuala Lumpur, durante il quale non ho chiuso occhio. Grazie alla differenza di fuso orario, è come se fossero le tre di notte. Manning non ne risente. I presidenti sono costruiti per correre tutta la notte. I loro aiutanti no. «Buona fortuna», aggiungo scostando la tenda di broccato e lui esce sulla destra del palcoscenico. La folla lo applaude alzandosi in piedi e Manning agita il discorso come se lì dentro avesse i codici nucleari. Ce li avevamo, un tempo. Un aiutante militare ci seguiva dappertutto, con i codici in una borsa di pelle chiamata «Football». Oggi non abbiamo un aiutante militare... né Football... né un corteo di auto... né uno staff di migliaia di persone per inviare fax e limousine blindate in giro per il mondo a nome nostro. Oggi, a parte pochi agenti dei Servizi segreti, io ho il presidente e il presidente ha me. Quattro mesi dopo il tentato assassinio, Manning ha perso le elezioni e siamo stati cacciati dalla Casa Bianca. Andarsene è stato abbastanza brutto - ci hanno portato via tutto... il nostro lavoro, la nostra vita, il nostro orgoglio - ma il perché... il perché è quello che ci tormenta. Durante le indagini del Congresso sull'attentato, i pignoli di Capitol Hill sono stati fin troppo contenti di sottolineare tutti i possibili difetti del sistema di sicurezza all'autodromo: dall'agente dei Servizi segreti di Orlando, che era stato fermato per guida in stato di ebbrezza due giorni prima
della visita del presidente... agli inspiegabili buchi che hanno permesso al killer di sfuggire ai controlli... al fatto che il medico personale del presidente aveva accidentalmente ordinato il tipo di sangue sbagliato per l'ambulanza il giorno dell'accaduto. Nessuno di questi errori ebbe grande importanza. Ma uno la ebbe. Quando John Hinckley sparò al presidente Reagan nel 1981, il tasso di gradimento di Reagan schizzò al 73 per cento, il più alto durante gli otto anni della sua presidenza. Dopo il giorno all'autodromo, il gradimento di Manning precipitò a un lugubre 32 per cento. Tutto per colpa di una fotografia. Dopo ogni crisi, le foto restano. Anche in mezzo al caos, i fotografi riescono a fare scattare i loro obiettivi e a cogliere un'immagine. Alcune foto, come quella di Jackie Kennedy al momento in cui JFK veniva colpito, mostrano il più puro terrore. Altre, come quella di Reagan, colto nel preciso istante in cui veniva colpito, fanno capire quanto poco tempo vi sia per reagire. Le foto sono le uniche cose che i politici non possono deformare. Possono manipolare le loro azioni, i loro voti... perfino il loro passato, ma raramente le foto mentono. Quando sentimmo parlare della foto in questione - una nitida immagine digitale del presidente Manning che gridava, in piedi dietro alla moglie del direttore della NASCAR, con la mano sulla sua spalla mentre gli agenti lo strattonavano... e soprattutto mentre cercava di sottrarla alla folla che li schiacciava - pensammo di avere in mano i numeri di Reagan. Il ruggito del Leone Americano. Poi vedemmo la foto. E anche l'America la vide. E non vide Manning che spingeva via la moglie del direttore, per metterla in salvo. Vide il presidente che se la tirava davanti, che si riparava dietro di lei. Tirammo in ballo la signora, tentammo di spiegare che le cose non erano come apparivano... Troppo tardi: cinquecento prime pagine dopo, era nato il Leone Codardo. «Roar», sussurra Manning nel microfono con un sorriso asciutto afferrandosi con le mani al podio. Quando l'ex presidente Eisenhower era sul letto di morte, guardò suo figlio e uno dei medici e disse: «Tiratemi su.» Lo misero a sedere sul letto. «Bravi», brontolò Ike. «Più su.» Lo alzarono ancora di più. Sapeva quello che stava per succedere. Morì pochi minuti dopo. Tutti i presidenti vogliono andarsene da forti. Manning non fa eccezione. Ruggisce di nuovo, ancora più piano. Ci vollero tre anni prima che riu-
scisse a fare quello scherzo. Oggi gli procura facili applausi e risate, ed è per questo che apre in quel modo tutti i discorsi per cui lo pagano. Adesso si può scherzare. Il pubblico addirittura se lo aspetta, non superano un trauma se non lo fai prima tu. Ma come ho imparato nelle mie prime settimane di lavoro, il fatto che il presidente rida non significa che stia davvero ridendo. Quel giorno all'autodromo Manning perse ben più della presidenza. Perse anche uno dei suoi più cari amici. Quando furono sparati i colpi, il presidente... io stesso... Albright e tutti gli altri, ci buttammo a terra. Boyle fu l'unico che non si rialzò. Vedo ancora la pozza rossa e lattiginosa che si allarga sotto di lui, disteso a faccia in giù, con la fronte premuta sull'asfalto. Sento le porte dell'ambulanza che si chiudono come i forzieri di una banca... le sirene che svaniscono in un buco nero ovattato... e i singhiozzi ansimanti della figlia di Boyle, che tenta di arrivare in fondo al suo discorso al funerale del padre. Questa fu la cosa più dolorosa, e non solo perché la sua voce tremava tanto da impedirle quasi di pronunciare le parole. La figlia, che iniziava la scuola superiore, aveva la stessa inflessione del padre, le s sibilanti e le o brevi della Florida. Quando chiusi gli occhi, ebbi l'impressione che il fantasma di Boyle parlasse alla sua cerimonia funebre. Perfino i critici che un tempo avevano approfittato dell'arresto di suo padre per definirlo «una macchia morale all'interno dell'amministrazione» tennero la bocca chiusa. Inoltre, il danno ormai era fatto. Il funerale venne trasmesso alla tv, naturalmente, cosa che per una volta apprezzai, perché le operazioni alla faccia mi costringevano a vederlo dalla mia stanza d'ospedale. In un certo senso, sarebbe stato meglio essere presente di persona, soprattutto quando il presidente si alzò per l'ultimo discorso. Manning imparava sempre a memoria le prime righe dei suoi discorsi, per poter guardare meglio negli occhi il suo pubblico. Ma quel giorno ai funerali, le cose andarono diversamente. Nessun altro se ne accorse. Sul podio, il presidente tenne il petto in fuori e le spalle erette, in una consapevole esibizione di forza. Guardò i giornalisti, allineati in fondo alla chiesa strapiena, i parenti, i colleghi, e la moglie di Boyle e la sua giovane figlia in lacrime. «Forza, capo», sussurrai nella mia stanza d'ospedale. Le foto del Leone Codardo erano già state pubblicate. Sapevamo tutti che era la morte della sua presidenza, ma in quel momento si trattava solo della morte del suo amico.
Non perdere il controllo, pregai silenziosamente. Manning serrò le labbra. Strinse gli occhi grigi e vellutati. Sapevo che aveva imparato a memoria la prima frase. Imparava a memoria tutte le prime frasi. Puoi farcela... dissi. E fu allora che il presidente Manning abbassò lo sguardo. E lesse la prima frase del suo discorso. Non ci fu nessun sussulto fra i presenti. Non fu scritta in proposito una sola riga. Ma io sapevo. E anche i colleghi, che vedevo avvicinarsi impercettibilmente fra loro ogni volta che la telecamera riprendeva la folla. Quello stesso giorno, per girare ulteriormente il coltello nella piaga, l'uomo che aveva ucciso Boyle - Nicholas «Nico» Hadrian - dichiarò che, pur avendo sparato parecchi colpi contro il presidente, non intendeva davvero colpirlo: si trattava di un semplice avvertimento a quello che definì «il segreto culto massonico che tenta di prendere il controllo della Casa Bianca in nome di Lucifero e delle sue orde infernali.» Inutile dire che, dopo qualche altra dichiarazione del genere, Nico fu ricoverato al St. Elizabeths Hospital di Washington, D.C., dove si trova ancora oggi. Insomma, la morte di Boyle era la peggiore crisi che avessimo mai affrontato... un momento in cui qualcosa si rivelava più forte della Casa Bianca. La tragedia comune spinse tutti a stringere le file. E io osservai ogni cosa dalla mia solitaria stanza d'ospedale, attraverso l'unico occhio da cui potevo vedere. «È molto divertente», dice il vice primo ministro della Malaysia, un uomo sui cinquant'anni con un leggero problema di acne. Sembra piuttosto sorpreso quando si unisce a me e a Mitchel, uno dei nostri agenti dei Servizi segreti, nel retro del palco. Guarda Mitchel, poi si mette davanti a me e mi volta le spalle per studiare il profilo del presidente sul podio. Dopo tanto tempo come segretario, non la prendo come un'offesa personale. «È da molto che lavora con lui?» chiede il vice primo ministro, continuando a bloccarmi la visuale. «Quasi nove anni», sussurro. Sembra un periodo lungo, per un semplice aiutante, ma la gente non capisce. Dopo quello che è successo... dopo quello che ho fatto... che ho provocato... non mi interessa ciò che dicono i miei consiglieri. Se non fosse stato per me, Boyle non sarebbe stato nella limousine quel giorno, e se non fosse stato lì... Chiudo gli occhi e rimetto a fuoco visualizzando il lago ovale del mio vecchio campo estivo. Come mi ha insegnato a fare il mio terapista. Per un istante funziona, ma come ho
imparato in ospedale, non cambia la realtà delle cose. Otto anni fa, quando Boyle mi gridava in faccia, sapevo che il presidente non avrebbe mai potuto concedergli un colloquio durante un viaggio in limousine di due minuti. Ma invece di incassare gli insulti e rimetterlo in lista d'attesa, evitai il problema e gli gettai l'unico osso che sapevo avrebbe accettato. E mi compiacqui pure di avergli fatto balenare davanti il presidente per facilitarmi il lavoro. Quella decisione costò la vita a Boyle. E a me la distrusse. L'unica buona notizia, come sempre, venne da Manning. La maggior parte degli aiutanti, quando lasciano il loro incarico, hanno una mezza dozzina di offerte di lavoro. Io non ne ebbi nessuna. Fino a quando Manning non fu così gentile da invitarmi di nuovo a bordo. Come ho detto, la gente non capisce. Anche fuori della Casa Bianca, questa è comunque un'occasione unica. «A proposito, Wes», mi interrompe Mitchel, «hai saputo se hanno procurato il miele per il tè del presidente? Sai che ne ha bisogno per la sua gola.» «Tutto a posto», rispondo passandomi il palmo della mano sulla fronte. Fra il calore delle luci e la febbre, sto per svenire. Non importa. Il presidente ha bisogno di me. «Dovremmo trovarlo in macchina quando finiamo.» Per esserne sicuro, tiro fuori di tasca il satellitare e faccio il numero dell'autista dei Servizi segreti che ci aspetta fuori. «Stevie, sono Wes», dico quando risponde. «Quel miele è arrivato?» C'è una piccola pausa all'altro capo della linea. «Stai scherzando, vero?» «C'è o non c'è?» dico, mortalmente serio. «Sì, Wes. L'importantissimo miele è arrivato. Gli sto facendo la guardia in questo momento, ho saputo che c'è una banda di calabroni nei paraggi.» Fa una pausa, sperando che mi unisca al suo scherzo. Resto zitto. «Nient'altro, Wes?» chiede seccamente. «No... è tutto per ora.» Praticamente sento che alza gli occhi al cielo mentre chiudo la comunicazione. Non sono un imbecille. So cosa dicono di me. Ma non sono loro che vedono ancora la pozza di sangue sotto Boyle ogni volta che passa un'ambulanza. Manning ha perso la presidenza e il suo migliore amico. Io ho perso qualcosa di molto più personale. È come un trapezista che cade malamente durante un triplo salto mortale. Anche se le ossa guariscono e tutto torna a posto... anche quando lo rimettono lassù in cima... ci si può
dare tutto lo slancio del mondo, ma ci vuole del tempo prima di tornare a volare come in passato. «...e però mi faccio sempre chiamare signor presidente», scherza Manning sul palco. Un'ondata di risa sale dal pubblico, composto dai settecento impiegati di più alto livello della Tengkolok Insurance Corporation, la quarantatreesima azienda in ordine di grandezza della Malaysia. La buona notizia è che pagano 400.000 dollari e il viaggio in jet privato per un discorso di cinquantasette minuti... più qualche domanda, naturalmente. Come mi ha detto una volta un giornalista del «Newsweek», la post-presidenza è come la vendita di una notizia in prima serata, meno visibile, ma molto più redditizia. «Sta andando bene», mi dice il vice primo ministro. «Ha una certa esperienza con il pubblico», rispondo. Tiene gli occhi incollati al profilo del presidente e finge di non rilevare l'ironia. Da qui, vedendo il modo in cui Manning punta un indice con decisione verso il pubblico, sembra che sia di nuovo pronto alla battaglia. Il riflettore gli dà un'aura quasi angelica, gli toglie quei quattro o cinque chili di troppo e gli addolcisce i lineamenti, dal mento aguzzo alla pelle indurita. Se non sapessi la verità, penserei di essere di nuovo alla Casa Bianca, a guardarlo attraverso lo spioncino della porta laterale dello Studio Ovale. Proprio come lui guardava me nella mia stanza d'ospedale. Ci sono rimasto quasi sei mesi. Nei primi tempi, qualcuno chiamava dalla Casa Bianca tutti i giorni. Ma quando perdemmo le elezioni, lo staff scomparve, e così le telefonate. A quel punto, Manning avrebbe avuto ogni ragione per fare lo stesso e dimenticarsi di me. Sapeva ciò che avevo fatto. Sapeva perché Boyle era nella limousine. Invece, mi invitò a ritornare. Quel giorno mi insegnò che la lealtà è importante. Lo è ancora. Anche dopo la Casa Bianca. Anche in Malaysia. Anche a una conferenza con degli assicuratori. Uno sbadiglio mi sale dalla gola. Stringo i denti e lotto, cercando di inghiottirlo. «È noioso, per lei?» mi chiede il vice primo ministro, evidentemente irritato. «N... no, per niente», mi scuso, conoscendo la prima regola della diplomazia. «È solo... il fuso orario... siamo appena arrivati, mi sto ancora abituando...» Prima che possa concludere, si gira verso di me. «Dovrebbe...»
Vede la mia faccia e si interrompe. Non per molto. Giusto il tempo necessario per guardare bene. Istintivamente, cerco di sorridere. Certe cose non si disimparano. La metà sinistra delle mie labbra si solleva, la destra resta immobile, morta. Boyle cadde quel giorno all'autodromo. Ma non fu l'unico a essere colpito. «Dovrebbe prendere della melatonina», balbetta il vice primo ministro, continuando a fissare le cicatrici sbiadite sulla mia guancia che si intrecciano come i binari di una rete ferroviaria. All'inizio erano violacee. Adesso sono appena più rosse della mia pelle pallida. Ma non si può non notarle. «Melatonina», ripete, guardandomi negli occhi. Si sente stupido per avermi fissato a bocca aperta. Ma non ci può fare niente. Dà un'altra occhiata, poi rapidamente si sofferma sulla bocca, leggermente storta sulla destra. Molte persone pensano che io abbia avuto un piccolo ictus. Poi vedono le cicatrici. «È il massimo, per il jet lag», aggiunge, tornando a guardarmi negli occhi. La pallottola che mi ha attraversato la guancia era una Devastator, progettata appositamente per esplodere all'impatto e conficcarsi nella pelle, anziché attraversarla. Ed è esattamente ciò che è accaduto quando è rimbalzata sulla corazza della limousine: si è frantumata e mi è penetrata nella faccia. Se mi avesse colpito direttamente, sarebbe stato meglio, hanno detto i medici, così invece è come se una dozzina di minuscoli missili mi si fossero infilati nella guancia. Per massimizzare il dolore, Nico ha copiato un trucco degli uomini-bomba mediorientali, che intingono le pallottole e le bombe nel veleno per topi, che agisce da anticoagulante, in modo che si sanguini il più a lungo possibile. Ha funzionato. Quando gli agenti mi hanno raggiunto, ero talmente pieno di sangue che mi hanno coperto con un lenzuolo, pensando che fossi morto. La ferita mi ha massacrato il nervo facciale, che, come ho scoperto rapidamente, ha tre diramazioni: la prima fornisce le funzioni nervose alla fronte... la seconda controlla la guancia... e la terza, dove sono stato colpito, si incarica della bocca e del labbro inferiore. Per questo la mia bocca pende... e le mie labbra sono leggermente storte quando parlo... e il mio sorriso è piatto come quello di un paziente dal dentista sotto Novocaina. Inoltre, non posso bere con la cannuccia, fischiare, baciare (non che ne abbia l'occasione) o mordermi il labbro superiore, cosa che richiede più impegno di quanto pensassi. Tutte cose che posso sopportare. È il fatto che mi fissino che mi manda in crisi.
«Melatonina, eh?» chiedo voltando la testa in modo da nascondergli lo spettacolo. È inutile. La faccia è ciò di cui ci ricordiamo. È la nostra identità. Rivela quello che siamo. Cosa ancora più grave, due terzi della comunicazione vis-à-vis passa attraverso le espressioni facciali. Perderle - come ho fatto io - è, per dirla in termini scientifici, socialmente devastante. «L'ho provata anni fa... Magari tenterò di nuovo.» «Penso che le piacerà», dice il vice primo ministro. «Aiuta a sentirsi meglio.» Si gira di nuovo verso la silhouette illuminata del presidente, ma sento ancora il cambiamento di tono nella sua voce. Sottile, ma inconfondibile. Non c'è bisogno di un traduttore per capire la pietà. «Dovrei... Vado a controllare quel tè col miele», dico allontanandomi dal vice primo ministro. Lui non si gira neppure. Mentre mi faccio strada nell'oscurità dietro al palco del Performing Arts Center, mi infilo tra una palma di cartapesta e un'enorme roccia di plastica e schiuma, entrambi parte delle scene del Re Leone, che si trovano più in fondo dietro le quinte. «...e gli altri paesi guardano agli Stati Uniti in una maniera che non possiamo trascurare...» dice Manning, affrontando finalmente la parte più seria del suo discorso. «...anche adesso che in tante parti del mondo ci odiano», sussurro fra me. «...anche adesso che in tante parti del mondo ci odiano», continua il presidente. La frase mi dice che gli mancano ancora quaranta dei cinquantasette minuti del suo discorso, compresa la pausa di tre secondi che farà tra mezzo minuto per schiarirsi la voce e dimostrare quanto è serio. Ho un sacco di tempo. C'è un altro agente dei Servizi segreti vicino alla porta sul retro. Jay. Ha un naso da pugile, la corporatura massiccia e le mani più femminili che io abbia mai visto. Salutandomi con un cenno del capo, nota il velo di sudore che mi copre il volto. «Ti senti bene?» Come tutti, dà una rapida occhiata alle mie cicatrici. «Sono solo stanco. Questi voli in Asia mi buttano a terra.» «Siamo tutti stanchi, Wes.» Tipico dei Servizi. Nessuna simpatia. «Senti, Jay, vado a controllare il miele del presidente, ok?» Alle mie spalle, sul palco, il presidente si schiarisce la voce. Uno... due...
tre... Appena riprende a parlare, apro la porta metallica insonorizzata e imbocco un lungo corridoio di cemento, illuminato al neon, che corre dietro ai camerini. Il compito di Jay è di combattere ogni minaccia, visibile e non. Con quaranta minuti di attesa davanti a me, l'unica cosa che devo combattere io è la mia stanchezza. Per mia fortuna, sono nel posto perfetto per un pisolino. Sulla mia destra, nel corridoio deserto, c'è una stanza con la scritta SPOGLIATOIO N. 6. L'ho vista arrivando. Dev'esserci un divano lì, o almeno una poltrona. Tocco la maniglia, ma non si muove. Idem con lo spogliatoio n. 5, proprio di fronte. Merda. Gli agenti sono pochi, devono averle chiuse per ragioni di sicurezza. Zigzagando nel corridoio, tento gli spogliatoi 4... 3... 2... Chiuso, chiuso, chiuso. Resta solo la grande stanza n. 1. Peccato che sulla porta ci sia il cartello: SOLO IN CASO DI EMERGENZA Solo in caso di emergenza è l'espressione in codice che indica la sala privata del presidente. La maggior parte delle persone pensano che sia un posto per rilassarsi. Noi lo usiamo per tenerlo al riparo dalle strette di mano e dai flash dei fotografi, compresi gli ospiti, che sono sempre i peggiori. Per favore, ancora una foto, signor presidente. Inoltre la stanza ha telefono, fax, frutta, snack, una mezza dozzina di mazzi di fiori (che non chiediamo mai, ma arrivano comunque), seltz, tè Bailao e... come ci hanno mostrato mentre passavamo... un'anticamera con un divano e due morbidissimi cuscini. Guardo gli altri spogliatoi, poi di nuovo la porta di metallo che conduce al palcoscenico. Jay è dall'altra parte. Se anche glielo chiedessi, non mi aprirebbe mai gli altri spogliatoi. Torno alla porta della stanza n. 1. La testa mi brucia; mi sento spossato. Nessuno se ne accorgerà (grazie, porta insonorizzata). Ho ancora più di mezz'ora prima che il discorso del presidente sia... No. No, no, no. Dimentica tutto. Questa è la camera personale del presidente. Non mi interessa se lui non se ne accorge. Se non sente. Entrare nella sua stanza così... non è giusto, ecco. Ma quando mi giro per andarmene, colgo un lampo di luce sotto la porta. Diventa scuro, poi bianco. Come se passasse un'ombra. Il problema è
che la stanza dovrebbe essere vuota. Chi diavolo può...? Afferro la maniglia e la giro di colpo. Se è quel cacciatore di autografi del posteggio... Con un click, la porta si apre. Mentre si spalanca, mi colpisce il profumo dei fiori freschi. Poi sento un suono di metallo che urta contro il vetro. Seguendolo, mi giro verso il tavolino di vetro che c'è sulla sinistra. Un uomo anziano, calvo, con un abito ma senza cravatta si massaggia lo stinco che ha battuto. È su una gamba sola, ma non smette di muoversi. Viene verso di me. «Scusi... ho sbagliato stanza», dice con un leggero accento che non riesco a riconoscere. Non britannico, forse europeo. Ha la testa bassa, e dalla posizione delle spalle spera di scivolarmi di fianco verso la porta. Mi piazzo davanti a lui e lo blocco. «Posso aiutar...?» Mi urta con tutte le sue forze, colpendomi la spalla con la sua. Deve avere cinquant'anni. Più forte di quel che sembra. Oscillo leggermente, mi aggrappo alla maniglia e tento di rimanergli davanti. «È pazzo?» chiedo. «Scusi... è stato... sono nel posto sbagliato», insiste, tenendo la testa bassa e facendo un altro passo indietro. Da come balbetta e continua a saltellare su sé stesso, incomincio a pensare che abbia ben altri problemi che quello di essere nella stanza sbagliata. «Questa è una stanza privata», dico. «Da dove...?» «Il bagno», insiste. «Cercavo il bagno.» È una scusa veloce, ma non è buona. È rimasto qui troppo tempo. «Ascolti, devo chiamare i Servizi Seg...» Di scatto, si precipita su di me senza dire una parola. Mi chino in avanti per proteggermi. È proprio quello che si aspetta. Penso che mi venga addosso. Invece mette fuori un piede, con il tallone mi schiaccia le dita del piede sinistro e mi afferra per il polso. Sto già cadendo. Mi stringe il polso ancora più forte, tuffandosi e lasciando che lo slancio faccia il resto. Come quando si toglie il tappo di una bottiglia, vengo proiettato all'indietro nella stanza, completamente squilibrato. Dietro di me... il tavolino... Con la parte posteriore delle gambe colpisco il bordo di metallo e la forza di gravità mi fa precipitare sul piano di vetro. Agito le braccia per arrestare la caduta, ma invano. Quando la schiena colpisce il vetro, stringo i denti aspettandomi il peggio. Il vetro si incrina come il popcorn quando sta per gonfiarsi... poi si infrange di colpo in una pioggia di schegge. Il tavolino è più piccolo di una
vasca da bagno e mentre vi sprofondo la mia testa sbatte contro l'altro bordo metallico. Una scarica dolorosa mi percorre la schiena, ma i miei occhi sono fissi sulla porta. Allungo il collo per vedere meglio. Lo sconosciuto se n'è già andato... poi... mentre fisso la porta vuota... si riaffaccia. Quasi a verificare come sto. È allora che i nostri sguardi si incrociano. Contatto. Oh, Dio. Lo stomaco mi sprofonda fino alle ginocchia. È... È... La sua faccia è diversa... ha il naso rotondo... le guance più scavate. Sono cresciuto a Miami. Riconosco la chirurgia plastica quando la vedo. Ma non è possibile confondere quegli occhi castani con un lampo di azzurro... Ma... è morto otto anni fa... Era Boyle. 3 «Aspetta!» Si allontana come un fulmine, sfrecciando a sinistra lungo il corridoio, in direzione opposta alla porta dove c'è Jay. Boyl... chiunque sia, è furbo. Afferro i bordi del tavolino e tento di tirarmene fuori. I fianchi e le ginocchia sfregano contro le schegge di vetro mentre mi rigiro su me stesso. Mi rialzo e completamente rannicchiato corro verso di lui. Sono talmente sbilanciato che praticamente cado attraversando la soglia, nel corridoio deserto. Aveva sì e no cinque secondi di vantaggio. Più che sufficienti. In fondo, il corridoio fa una svolta a sinistra. In lontananza, una porta di metallo sbatte. Maledizione. Corro più veloce che posso, serrando le labbra per non ansimare. Ma so già quello che troverò. Svoltato l'angolo, il corridoio termina con altre due porte di metallo. Quella a destra immette alle scale di emergenza. Quella di fronte conduce all'esterno. Se fossimo alla Casa Bianca, ci sarebbero due agenti dei Servizi segreti di guardia. Essendo ex, abbiamo appena quanto basta per controllare gli ingressi al palcoscenico. Spalanco la porta alla mia destra. Mentre sbatte contro il muro, un tonfo sordo echeggia sulle scale di cemento. Trattengo il fiato e resto in ascolto di passi... movimento... qualsiasi cosa. C'è solo silenzio. Torno indietro, mi butto contro la sbarra metallica dell'altra porta, che si apre e mi fa uscire nell'atmosfera dolce e umida della Malaysia. L'unica luce della stradina è data dai fari di una Chevrolet Suburban nera, un me-
tallico gatto del Cheshire col suo scintillante sorriso bianco. Dietro alla Suburban c'è una pacchiana limousine bianca, destinata a riportarci all'albergo. «Tutto ok?» mi grida un agente coi capelli castani corti uscendo dalla Suburban. «Sì... certo», rispondo inghiottendo a fatica e volendo evitare di gettarlo nel panico. Salto gli ultimi tre gradini col cuore che batte come se volesse schizzarmi dal petto. Continuo a scrutare la stradina. Nient'altro che bidoni vuoti, qualche moto della polizia e il nostro minicorteo. Le scale... Torno alla porta, ma è troppo tardi. La porta si chiude con un rimbombo sonoro, bloccandosi dall'interno. «Rilassati», dice l'agente. «Ho qui le chiavi.» Sale gli scalini e fruga nel mazzo di chiavi. «Manning sta rispettando i tempi?» chiede. «Sì... è perfetto... in perfetto orario.» L'agente mi scruta attentamente, sempre frugando tra le chiavi. «Sei sicuro di sentirti bene, Wes?» chiede aprendomi la porta e lasciandomi correre dentro. «Sembra che tu abbia visto un fantasma.» 4 Se n'è andato. Mezz'ora più tardi, dopo che ha risposto all'ultima domanda («Le manca la Casa Bianca?»), sono seduto in fondo alla limousine e cerco di capire cosa pensa il presidente. «Il pubblico era buono», commenta. Vuol dire era scialbo. «Sono d'accordo», rispondo. Vuol dire la capisco. I discorsi all'estero sono sempre difficili. La gente non comprende metà delle battute e Manning rimpiange il fatto che l'intero paese non si fermi più per il suo arrivo. Seduti davanti, i due ragazzi dei Servizi segreti sono mortalmente silenziosi, non bisbigliano neppure nelle loro radioline. Vuol dire che sono nervosi. Prima, all'Arts Center, ho raccontato di avere incontrato qualcuno vicino agli spogliatoi. Quando mi hanno chiesto una descrizione, ho detto tutto quello che avevo visto, ma ho lasciato perdere il colore degli occhi e il fatto che assomigliava a Boyle. Oh, sì, era il nostro vice capo di gabinet-
to, quello che abbiamo seppellito otto anni fa. C'è una linea precisa tra l'essere prudenti e l'apparire fuori di testa. Quando la nostra auto si ferma davanti al Palace of the Golden Horses il più lussuoso e decorato albergo sul tema dei cavalli in Asia - tre diversi valletti aprono le portiere della limo. «Bentornato, signor presidente.» Abituato ai vip, il Palace ha diciotto ascensori e diciassette rampe di scale per chi vuole entrare in incognito. L'ultima volta che siamo venuti qui, ne abbiamo usate almeno la metà. Oggi ho chiesto ai Servizi di farci passare dall'ingresso principale. «Eccolo... Eccolo...» dicono contemporaneamente molte voci quando entriamo nell'atrio. Un gruppo di turisti americani ci sta già indicando, mentre cercano le penne nelle loro tasche. Ci hanno visto, era quello che volevamo. Gli agenti mi guardano. Io guardo Manning. Tocca a lui, anche se so già cosa dirà. Il presidente annuisce brevemente, fingendo di concedere un favore. Ma per quanto sia rapido, non mi sfugge il suo sorriso. Ogni volta che gli ex presidenti viaggiano all'estero, la CIA organizza un breve incontro che dà all'ex l'illusione di essere ancora al centro delle cose. Per questo tutti gli ex amano i viaggi all'estero. Ma quando si è in un paese lontano e manca l'adrenalina dell'attenzione, non c'è niente di meglio di un rapido incontro con un gruppo di fan adoranti. Come il Mar Rosso davanti a Mosè, gli agenti si fanno da parte, lasciando sul pavimento di marmo un corridoio libero davanti al presidente. Io tiro fuori una dozzina di foto lucenti e un pennarello dal mio zainetto dei trucchi e li porgo a Manning. Ne aveva bisogno. Bentornato, capo. «Può dedicarla al nostro Bobby-boy? Proprio così: Bobby-boy», chiede un uomo con un enorme paio di occhiali. «E lei da dove viene?» chiede Manning. È perfettamente a suo agio. Se volessi, potrei stare accanto al presidente e aiutare gli agenti a tenere in ordine la fila. Invece faccio un passo indietro, scivolo via dalla folla e mi dirigo al bancone della reception, proprio sotto l'enorme cupola dorata, con i suoi disegni di cavalli in corsa. È una cosa che mi tormenta da quando Boyle è scomparso in fondo al corridoio. Non so come abbia fatto ad arrivare dietro il palco, ma se sta cercando di avvicinare il presidente c'è un solo altro posto dove può provarci. «Come posso aiutarla oggi, signore?» mi chiede una bella signora asiatica in un inglese impeccabile. Devo concederle che dà un'occhiata alle mie
cicatrici, ma senza insistervi. «Sono col presidente Manning», le dico, sperando di ungere gli ingranaggi. «Ma certo, signor Holloway.» So che abbiamo lasciato un sacco di carte di credito, ma sono ugualmente colpito. «Come posso esserle utile?» «In verità... Sto cercando di rintracciare un amico del presidente. Dovevamo vederci stasera, e volevo verificare se è arrivato... si chiama Boyle.» Battendo sulla sua tastiera, la signora non esita neppure davanti al nome. Gli hotel di lusso della Malaysia sono buoni, ma non così buoni. «Mi dispiace, signore, non abbiamo nessuno a nome Boyle.» Non sono sorpreso. «E come Eric Weiss?» chiedo. Era lo pseudonimo di Boyle, quando lavoravamo alla Casa Bianca e non voleva che i giornalisti lo rintracciassero negli alberghi. «Eric Weiss?» ripete la donna. Annuisco. Era il vero nome di Houdini, uno stupido scherzo di Boyle, che collezionava poster del vecchio mago. Ma tornare indietro dai morti? Neanche Eric Weiss ce l'avrebbe fatta. «Spiacente, niente Eric Weiss.» Lancio un'occhiata al presidente. Ha ancora almeno tre autografi da fare ai turisti. «Senta, può fare un altro tentativo? Cognome Stewart, nome Carl.» «Carl Stewart», ripete lei battendo sui tasti. È un tentativo azzardato, senza dubbio, sono i due nomi del padre del presidente, nonché il nome in codice che usavamo per il presidente quando sono arrivato alla Casa Bianca... poco prima che Boyle fosse... «Carl Stewart», dice orgogliosa l'impiegata della reception. «Eccolo qui.» Sento il sangue affluirmi al volto. Quel nome in codice era assegnato al presidente durante i nostri antichi viaggi per non rivelare in quale stanza si trovava. Nessuno lo conosceva. Neanche la First Lady. «Davvero?» Guarda lo schermo. «Ma qui dice che ha lasciato la stanza proprio un'ora fa. Mi dispiace, signore... sembra che l'abbiate perso per poco.» «Avete il suo indirizzo? Ha pagato con una carta di credito?» Le domande mi escono di bocca prima che possa controllarmi. «Voglio dire... noi... speravamo di pagare a nome suo», aggiungo quando riesco finalmente a rallentare. «Sa... un omaggio del presidente...»
Mi guarda fisso. Adesso pensa che sia scemo. Però controlla ancora sullo schermo. «Mi dispiace ancora, signore, sembra che abbia pagato in contanti...» «E il suo indirizzo? Vorrei assicurarmi che stiamo parlando del Carl Stewart giusto.» Aggiungo una risata per metterla a suo agio. Poi mi viene in mente che ai malaysiani non piace che si rida di loro. «Signore, i dati personali dei nostri ospiti...» «Non è per me, è per lui.» Indico l'ex presidente degli Stati Uniti e le sue tre guardie del corpo. È un bel bluff. L'impiegata accenna un sorriso forzato. Si guarda alle spalle. Non c'è nessuno, nei paraggi, a parte noi due. Leggendo sullo schermo, dichiara: «Il signor Stewart abita in... Via Las Brisas 3965 - Palm Beach, Florida.» Mi tremano le gambe. Mi aggrappo al bancone di marmo per non cadere. Questo non è un codice segreto. È l'indirizzo privato del presidente Manning. Solo i suoi familiari lo conoscono. O i vecchi amici. «Signore, si sente bene?» mi chiede l'impiegata, vedendo la mia reazione. «Sì... benissimo», rispondo sforzandomi di essere energico. Non mi fa sentire affatto meglio. La testa mi gira tanto che fatico a stare in piedi. Boyle... o chi per lui... non era soltanto in quello spogliatoio... era proprio qui stanotte. Ci aspettava. Per quel che ne so, avrebbe aspettato il presidente, se io non l'avessi visto prima. Ripenso a quello che è successo dietro il palco durante il discorso. Il rumore metallico mentre urtava il tavolino. L'espressione terrorizzata sul suo volto. Fino a questo momento pensavo di averlo sorpreso mentre tentava di entrare. Ma adesso... il fatto che fosse qui stanotte... e che abbia usato quel vecchio nome in codice... Boyle non è un idiota. Con tutti i nomi falsi tra cui scegliere, non si usa quel nome per nascondersi. Lo si usa perché qualcuno possa trovarti. Giro il caleidoscopio e compare una nuova figura. Certo, forse Boyle stava entrando. Ma poteva anche essere stato invitato. Il problema è: visto che in questo viaggio ci siamo solo io e tre agenti segreti che non hanno mai neppure lavorato alla Casa Bianca, resta solo una persona che poteva riconoscere quel nome. Una persona che poteva sapere che Boyle stava arrivando, e poteva invitarlo a entrare. Guardo il presidente che concede il suo ultimo autografo. Ha un ampio sorriso sul volto. Una fitta di dolore mi colpisce alla nuca. Mi tremano le mani. Perché avrebbe dovuto farlo? A tre metri da me, Manning mette il braccio sulle
spalle di una donna asiatica e posa per una foto, con un sorriso ancora più ampio. Mentre scatta il flash, la fitta alla nuca si trasforma in un cappio. Chiudo gli occhi, tento di ritrovare il lago del campo estivo... mi aggrappo alla mia àncora di salvezza. Ma l'unica cosa che vedo è Boyle. La sua testa rasata. L'accento fasullo usato per confondermi. Anche i singhiozzi di sua figlia, a cui chiedo scusa ogni volta che la vedo soffrire per l'anniversario dell'avvenimento. Per otto anni, la sua morte è stata la ferita che non poteva rimarginarsi, che amareggiava continuamente la mia solitudine. Il senso di colpa... tutto quello che avevo provocato... Oh, Dio, se davvero è tornato... Apro gli occhi e mi accorgo che sono pieni di lacrime. Le asciugo rapidamente, ma non riesco a guardare Manning. Qualunque cosa stesse facendo Boyle, devo capire che diamine sta succedendo. Alla Casa Bianca, comandavamo tutto l'esercito. Adesso non comandiamo più niente. Ma questo non vuol dire che io non abbia le mie personali truppe di riserva. Tiro fuori il mio satellitare e faccio il numero a memoria. Dovrebbe essere l'alba, adesso, a Washington. Abituato alle emergenze, risponde al primo squillo. Lo schermo gli rivela chi sta chiamando. «Lasciami indovinare, sei nei guai», dice Dreidel. «Questa volta è una cosa seria», ribatto. «Riguarda il tuo capo?» «Non è sempre così?» Dreidel è il mio migliore amico dai tempi della Casa Bianca, e soprattutto conosce Manning meglio di chiunque altro. Dal suo silenzio, è chiaro che capisce. «Hai un secondo? Ho bisogno di aiuto.» «Per te, amico mio, qualsiasi cosa...» 5 Parigi, Francia «Con la mayonnaise?» chiese con un forte accento francese la donna con gli occhiali rossi e le lenti bifocali. «Oui», rispose Terrence O'Shea, annuendo rispettoso, ma infastidito dalla domanda. Pensava che il suo accento fosse perfetto - o almeno perfetto quanto poteva renderlo l'addestramento dell'FBI - ma il fatto che lei gli avesse parlato in inglese e avesse chiamato l'aioli «mayonnaise»...
«Excusez-moi», aggiunse O'Shea, «pourquoi m'avez vous demandé cela en anglais?» Perché me l'ha chiesto in inglese? La donna strinse le labbra e sorrise ai suoi larghi lineamenti svizzeri. I suoi sottili capelli biondi, la pelle rosea e gli occhi verde oliva venivano dalla famiglia di sua madre in Danimarca, ma il suo grosso naso storto era un'eredità del padre scozzese, peggiorata da un difficile recupero ostaggi ai tempi in cui lavorava sul campo. Mentre la donna porgeva a O'Shea il piccolo contenitore di patatine, gli spiegò: «Je parle très mal le danois.» Parlo molto male il danese. Vedendo il sottile sorriso di O'Shea, aggiunse: «Vous venez de Danemark, n'est-ce pas?» Lei è danese, no? «Oui», mentì O'Shea, provando una strana gioia per il fatto che non l'aveva riconosciuto come americano. Ma del resto mescolarsi ai locali faceva parte del suo lavoro. «J'ai l'oeil pour ces choses», aggiunse la donna. «J'ai l'oeil pour ces choses», ripeté O'Shea, lasciando cadere qualche moneta nel bicchiere delle mance che si trovava sul carrello della donna. Sono cose che si intuiscono. Proseguendo per la rue Vauvin, O'Shea sentì il cellulare che vibrava nella sua tasca per la terza volta. Aveva già convinto la donna del carrello che non era americano e benché fosse una cosa senza importanza non voleva rivelarsi interrompendo la loro conversazione. «O'Shea», disse finalmente. «Che cosa ci fai in Francia?» chiese la voce all'altro capo della linea. «Una conferenza dell'Interpol. Una stupidaggine sulle tendenze del lavoro investigativo. Quattro giorni fuori della gabbia.» «Più tutta la mayonnaise che puoi mangiare.» Proprio mentre stava per addentare la prima patatina con la mayonnaise, O'Shea si bloccò. Senza aggiungere una parola, buttò le patatine in un cestino lì accanto e attraversò la strada. In qualità di attaché dell'FBI, O'Shea aveva passato quasi dieci anni a lavorare con le forze dell'ordine di sette paesi stranieri, aiutandole a combattere il crimine e il terrorismo che potevano danneggiare gli Stati Uniti. Nel suo lavoro, il modo più sicuro per farsi uccidere era di essere ovvio e prevedibile, e O'Shea si vantava di non essere né l'una, né l'altra cosa. Si abbottonò il cappotto nero, che gli volteggiava dietro come il mantello di un mago. «Dimmi cosa sta succedendo», disse. «Indovina chi è tornato?» «Non ne ho idea.»
«Indovina...» «Non lo so... quella ragazza del Cairo?» «Ti do un indizio: è stato ucciso all'autodromo di Daytona otto anni fa.» O'Shea si bloccò in mezzo alla strada. Non per paura. Né per la sorpresa. Era in questo campo da troppo tempo per restare confuso da un cattivo lavoro di intelligence. Meglio verificare. «Da chi l'hai saputo?» «Da una buona fonte.» «Buona quanto?» «Quanto basta.» «Non è...» «Buona quanto è possibile trovarla, ok?» O'Shea conosceva quel tono di voce. «Dove l'hanno visto?» «Malaysia. Kuala Lumpur.» «Abbiamo un ufficio là...» «Se n'è già andato.» Non mi sorprende, pensò O'Shea. Boyle era troppo intelligente per fermarsi. «Nessuna idea sulle sue intenzioni?» «Dimmelo tu: era là nel momento in cui il presidente Manning teneva un discorso.» Una Fiat rossa suonò il clacson per fare spostare O'Shea dalla sua traiettoria. Agitando la mano in segno di scusa, O'Shea proseguì verso il marciapiede. «Pensi che Manning sapesse del suo arrivo?» «Non voglio pensarci. Sai quante vite sta rischiando?» «Te l'ho detto quando abbiamo cercato di coinvolgerlo la prima volta, quel tizio è puro veleno. Non avremmo mai dovuto cercare di farlo fuori tanti anni fa.» Osservando il traffico di Parigi, O'Shea lasciò passare qualche istante di pausa. Al di là della strada, guardò la donna con gli occhiali rossi che porgeva un'altra confezione di patatine con aïoli. «L'ha visto qualcun altro?» chiese finalmente. «L'aiutante del presidente a quanto pare gli ha dato un'occhiata... sai, quel ragazzo con la faccia...» «E ha qualche idea di chi ha visto?» «È proprio questo il problema, no?» O'Shea si fermò a riflettere. «E la faccenda in India la settimana prossima?» «L'India può aspettare.» «Vuoi che prenda un aereo?» «Saluta Parigi, mio caro. È ora di tornare a casa.»
6 St. Elizabeths Mental Hospital Washington, D.C. «Sbrigati, Nico, non fare pasticci», disse l'infermiere alto con l'alito di cipolla. Non spinse Nico all'interno, né rimase con lui mentre si slacciava i pantaloni. L'avevano fatto per i primi mesi dopo che aveva tentato di assassinare il presidente, quando ancora avevano paura che tentasse di uccidersi. Adesso aveva ottenuto il diritto di andare in bagno da solo. Così come aveva ottenuto il diritto di usare il telefono e di non avere la posta controllata dall'ospedale. Ogni vittoria, come gli avevano preannunciato i Tre, aveva avuto il suo prezzo. Per il telefono, i dottori gli avevano chiesto se covava ancora rancore per il presidente Manning. Per la posta, se era ancora fissato con le croci: il crocifisso al collo delle infermiere, quello che la signora grassa indossava in una pubblicità alla televisione, e soprattutto quelli nascosti che solo lui vedeva: quelli creati dalle intelaiature delle finestre e dai pali del telegrafo... dalle crepe sui marciapiedi e dalle stecche delle panchine del parco, dai fili d'erba che si incrociavano e - quando smisero di farlo uscire, perché le immagini erano troppo opprimenti - dall'intrecciarsi delle stringhe e dai fili del telefono e dai cavi e dalle calze buttate da lavare... tra le fughe delle piastrelle del pavimento e la porta chiusa del frigorifero... fra le tettoie orizzontali e i loro sostegni verticali, tra le ringhiere e il corrimano... e naturalmente negli spazi bianchi fra le colonne dei giornali, fra i tasti di un telefono e perfino nei cubi perché li si poteva sviluppare su un piano orizzontale:
il che gli permetteva di includere dadi, valigie, contenitori di uova e naturalmente il cubo di Rubik posato sulla scrivania del dottor Wilensky, proprio di fianco al portamatite cubico di lucite. Nico sapeva che i simboli sono sempre segni. I dottori gli avevano proibito di disegnare croci, di incidere croci, di scarabocchiare croci sul bordo di gomma delle sue scarpe da ginnastica quan-
do pensava che nessuno lo guardasse. Se voleva i privilegi postali, doveva mostrare loro qualche progresso. Gli ci vollero comunque sei anni. Ma adesso aveva quello che desiderava. Proprio come avevano promesso i Tre. Era una delle poche verità, oltre a Dio. I Tre mantenevano le loro promesse... anche all'inizio, quando l'avevano coinvolto. Non aveva niente, allora. Neanche le sue medaglie, che si erano perse - rubate! - al dormitorio. I Tre non avevano potuto ridargliele, ma gli avevano dato molto altro. Gli avevano mostrato una via d'uscita. Gli avevano fatto vedere quello che nessun altro vedeva. Dov'era Dio. E dove si nascondeva il diavolo. In attesa. Da quasi duecento anni era lì, infilato nell'unico posto in cui gli Uomini M speravano che la gente non guardasse, proprio davanti ai suoi occhi. Ma i Tre avevano guardato. Avevano fatto ricerche. E avevano trovato la porta del diavolo. Proprio come diceva la Bibbia. Allora Nico aveva fatto la sua parte. Come un figlio che serve sua madre. Come un soldato che serve il proprio paese. Come un angelo che fa la volontà di Dio. In cambio, Nico doveva solo aspettare. I Tre gliel'avevano detto il giorno in cui aveva premuto il grilletto. La redenzione stava per arrivare. Doveva solo aspettare. Erano passati otto anni. Niente, in confronto alla salvezza eterna. Solo nel bagno, Nico chiuse l'asse del gabinetto e si inginocchiò per dire una preghiera. Le sue labbra pronunciavano le parole. La sua testa oscillava leggermente... sedici volte... sempre sedici. Poi chiuse l'occhio sinistro sulla parola amen. Stringendo bene la punta delle dita, si strappò un pelo dal ciglio dell'occhio chiuso. Poi un altro. Sempre in ginocchio, prese i due peli e li mise sulla superficie bianca e fredda dell'asse del gabinetto. La superficie doveva essere bianca, altrimenti non sarebbe riuscito a vedere. Strofinò l'unghia del dito indice contro lo stucco del pavimento per renderla affilata e appuntita. Chinandosi come un bambino che studi una formica, con la punta dell'unghia sistemò i due peli. Ciò che i dottori gli toglievano, poteva sempre riprocurarselo. Come dicevano i Tre, tutto era dentro di lui. Come faceva ogni mattina, lentamente, dolcemente, Nico diede un colpetto millimetrico per l'ennesima dimostrazione. Ecco. Un pelo perfettamente perpendicolare all'altro. Una minuscola croce. Un sorriso sottile spuntò sulle sue labbra, e incominciò a pregare. 7
Palm Beach, Florida «Vedi quella vecchia rossa sulla Mercedes?» mi fa Rogo, indicando attraverso il finestrino la macchina nuova fiammante accanto alla nostra. Io guardo appena in tempo per vedere una donna sui cinquant'anni coi capelli rossi, un lifting che le congela la faccia e un cappello di paglia altrettanto rigido (e molto più alla moda) che probabilmente costa come la mia misera e vecchia Toyota. «Preferirebbe morire piuttosto che telefonare», aggiunge. Non rispondo. Ma lui non si scoraggia. «Quel tizio in crisi di mezza età, invece?» continua indicando un uomo pelato su una Porsche che ci supera. «Quello mi chiamerà appena prende la multa.» È il gioco preferito di Rogo: andare in giro in macchina e cercare di indovinare i potenziali clienti. Essendo il meno conosciuto, ma il più aggressivo avvocato specializzato in multe per eccesso di velocità a Palm Beach, Rogo è l'uomo da chiamare in caso di infrazione. Mio coinquilino e mio migliore amico da quando avevo quattordici anni - si era trasferito a Miami con sua madre dall'Alabama - è anche l'unica persona che conosco che ami il suo lavoro più del presidente. «Ohhh, e quella ragazza laggiù?» chiede avvicinandosi alla sedicenne con le bretelle che guida una Jeep Cherokee nuova di zecca due corsie più in là. «È il cacio sui miei maccheroni!» insiste Rogo, imitando l'accento del sud. «Macchina nuova e bretelle? Ciuf ciuf... ecco il trenino della cuccagna!» Mi dà una pacca sulla spalla come se stessimo guardando un rodeo. «Già», sussurro mentre l'auto sale la leggera rampa del Royal Park Bridge che attraversa l'Intercoastal Waterway. A destra e a sinistra, il sole del mattino si riflette sulle onde. Il ponte mette in comunicazione il quartiere popolare di West Palm Beach e il paradiso dei milionari noto come Palm Beach. E mentre le ruote della macchina vibrano e noi scendiamo dall'altra parte, il popoloso Okeechobee Boulevard, pieno di fast food, lascia il posto al curatissimo Royal Palm Way, coi suoi filari di palme. È come uscire da un'autostrada ed entrare nel Regno di Oz. «Ti senti ricco? Io mi sento un dollaro d'argento!» continua Rogo, osservando il contesto. «Ripeto: già!» «Non diventare sarcastico», minaccia lui. «Se non fai il simpatico, non ti permetto di accompagnarmi al lavoro tutta la settimana prossima, mentre
la mia auto è dal meccanico.» «Avevi detto che ci sarebbe rimasta per un giorno solo!» «Ah, i negoziati continuano.» Prima che possa ribattere, corregge il suo giudizio sulla ragazza con le bretelle che è proprio davanti a noi. «Aspetta, ho paura che non sia più una potenziale cliente!» grida abbassando il finestrino. «Wendy!» urla, e si sporge suonando il mio clacson. «Non fare così», dico cercando di spostargli la mano. Quando avevamo quattordici anni, Rogo era basso. Adesso, a ventinove, è diventato anche grasso e pelato. E forte. Non riesco a spostarlo. «Bretellina!» grida continuando a suonare. «Ehi, Wendy, sei tu?» Finalmente lei si gira e abbassa il suo finestrino, sforzandosi di tenere d'occhio la strada. «Ti chiami Wendy?» urla Rogo. «No», risponde lei. «Maggie!» Rogo sembra ferito dal proprio errore. Ma non dura mai molto. Ha un sorriso come il cane di un macellaio. «Be', se prendi una multa per eccesso di velocità, guarda su downwithtickets.com!» Rialza il finestrino, si gratta il gomito e si sistema le palle, contento di sé. È il vecchio Rogo; quando ha finito, non ricordo neppure perché stavamo litigando. È lo stesso modo in cui si è fatto strada nella professione legale. Dopo avere fallito due volte l'ammissione a legge, per il terzo tentativo volò in Israele. Senza essere neppure lontanamente ebreo, aveva sentito dire che in Israele avevano una concezione più elastica dell'esame a tempo. «Ancora venti minuti? Be', non muore mica nessuno, no?» ripeté per un mese, imitando l'accento israeliano del suo procuratore. E grazie a quei venti minuti, finalmente ottenne il punteggio per entrare alla facoltà di giurisprudenza. Così, mentre si apriva uno spazio nel settore delle multe e per la prima volta aveva dei soldi in tasca, l'ultima cosa che gli serviva era un coinquilino noioso che gli procurasse dei problemi con l'affitto da pagare. A quel tempo, la mia unica prospettiva di lavoro era stare col presidente, che, dopo la Casa Bianca, si era trasferito a P.B. P.B. è il modo in cui i locali chiamano Palm Beach: «Staremo a P.B. tutto l'inverno», dicono per esempio. Io abitavo coi miei genitori a Boca Raton, non potevo permettermi la zona lussuosa vicino alla residenza del presidente. Dividendo la stanza, però, avrei potuto almeno restare più vicino. Era subito dopo l'attentato. Le cicatrici sulla mia faccia erano ancora violacee. I quattordici anni erano passati da un pezzo. Rogo non ebbe la minima esitazione.
«Ancora non mi spiego perché devi rientrare così presto», continua sbadigliando. «Sono appena le sette. Sei tornato dalla Malaysia solo ieri sera.» «Il presidente...» «...si alza presto... è l'uomo migliore del mondo... e naturalmente guarisce gli ammalati mentre cucina un pranzo da sei portate. So come funziona il culto, Wes.» Indica dal finestrino un'auto della polizia nascosta due isolati più avanti. «Attento, c'è una trappola.» Poi riprende subito il discorso: «Dico solo che dovrebbe lasciarti dormire di più.» «Non ho bisogno di dormire di più. Sto bene. E, en passant, non è un culto.» «Primo, è un culto. Secondo, non dire en passant. Mia madre dice en passant. E tua madre.» «Questo non significa che sia un culto», ribatto. «Davvero? Quindi è normale che quasi otto anni dopo avere lasciato la Casa Bianca tu stia ancora lavorando come se fossi un dipendente qualsiasi? Che fine ha fatto la scuola, o quel posto da coordinatore, o il cuoco che minacciavi di diventare qualche anno fa? Ti piace ancora il tuo lavoro, o resti lì solo perché è sicuro e ti senti protetto?» «Facciamo del bene alla comunità, più di quanto ne abbia mai fatto tu.» «Sì, se fossi capo di gabinetto. Ma tu passi metà del tuo tempo a chiederti se nell'insalata preferisce la lattuga o la valeriana!» Mi aggrappo al volante e guardo fisso davanti a me. Non capisce. «Non fare così!» dice Rogo. «Non trattenere la tua devozione per Manning. Ti ho appena attaccato, devi controbattere!» Nella sua voce c'è un'asprezza che di solito riserva alla polizia stradale. Si sta arrabbiando, che nel caso di Rogo non significa molto. Alle superiori, lui era il tipo che buttava all'aria le carte quando perdeva a Monopoli... e gettava via la racchetta da tennis quando sbagliava un colpo. Allora, quel carattere lo portava a trovarsi coinvolto in molte risse, cosa peggiorata dal fatto che non aveva il fisico adatto a sostenerle. Rogo dichiara di essere alto 1,70. È al massimo 1,65. «Sai benissimo che ho ragione, Wes. C'è qualcosa che non va dentro di te, quando dedichi tutta la tua vita a una sola persona. Mi ascolti?» Sarà anche l'amico stupido più geniale che ho, ma stavolta si sbaglia. Il mio silenzio non è segno di acquiescenza. È segno che sto ripensando a Boyle che mi guarda con i suoi occhi castani e azzurri. Forse se ne parlassi a Rogo... Il cellulare mi vibra nella tasca. A quest'ora del mattino, non possono
che essere cattive notizie. Lo apro e controllo il numero sullo schermo. Mi sbagliavo. È la cavalleria. «Sono Wes», dico rispondendo. «Possiamo parlare?» chiede Dreidel dall'altra parte. Do un'occhiata a Rogo, che è tornato a cacciare potenziali clienti. «Lascia che ti richiami.» «Non importa. Che ne dici di fare colazione insieme?» «Sei in città?» chiedo, confuso. «Solo per una rapida riunione. Ho tentato di dirtelo quando mi hai chiamato dalla Malaysia, ma eri in preda al panico», sottolinea con la sua solita calma. «Allora, per la colazione?» «Dammi un'ora. Devo risolvere un problema di lavoro.» «Perfetto. Io sono al Four Seasons. Chiamami dall'atrio. Stanza 415.» Chiudo il cellulare e per la prima volta mi godo la sfilata di palme. Oggi la giornata è diventata improvvisamente bella. 8 Miami, Florida O'Shea aveva con sé due passaporti. Entrambi legali. Entrambi con lo stesso nome e indirizzo. Uno era blu, uguale a quello di tutti i cittadini degli Stati Uniti. L'altro era rosso... e molto più potente. Solo per diplomatici. Toccando le lettere in rilievo dei passaporti nel taschino, O'Shea riusciva a capire che quello rosso era davanti. Con un gesto del polso, poteva facilmente tirarlo fuori. E quando gli agenti dell'aeroporto l'avessero visto, non sarebbe più stato bloccato nella fila della dogana che si snodava nei corridoi in fondo al Miami International Airport. Dopo il volo di nove ore e mezzo da Parigi alla Florida, sarebbe passato subito avanti. Bastava un gesto del polso, e sarebbe stato libero. Naturalmente, avrebbe anche lasciato una traccia nei documenti che accompagnavano ovunque il passaggio dei passaporti rossi. E come gli avevano insegnato all'FBI, tutte le tracce alla fine venivano seguite. Nella maggior parte dei casi, comunque, quella traccia sarebbe stata accettabile. Ma in questo... fra Boyle, i Tre, tutto quello che avevano fatto... non valeva la pena di correre rischi. La posta era troppo alta. «Il prossimo!» Un impiegato latinoamericano chiamò con un cenno O'Shea allo sportello antiproiettile.
O'Shea si sistemò il cappellino da baseball degli U.S. Open che si era messo per confondersi. I suoi capelli biondo sabbia spuntavano comunque, coi loro riccioli. «Come va?» chiese sapendo che le chiacchiere avrebbero spinto l'impiegato a non guardarlo negli occhi. «Bene», rispose l'impiegato tenendo la testa bassa. O'Shea tirò fuori il passaporto blu e lo porse all'impiegato. Senza alcuna ragione, quest'ultimo alzò la testa. O'Shea aveva pronto un sorriso tranquillizzante. Come al solito, l'impiegato sorrise subito a sua volta. «Torna da un viaggio di lavoro?» chiese. «No, per mia fortuna da una vacanza.» Annuendo fra sé, l'impiegato studiò il passaporto. Lo inclinò anche leggermente, per osservare gli ologrammi che da qualche tempo avevano aggiunto per rendere più difficili le falsificazioni. O'Shea si sistemò il cappellino degli U.S. Open. Se avesse tirato fuori il passaporto rosso, non sarebbe stato lì. «Buon viaggio», disse l'impiegato timbrando il passaporto e ridandoglielo. «E bentornato a casa.» «Grazie», rispose O'Shea, rimettendosi il passaporto nel taschino. Proprio di fianco al suo badge dell'FBI. Un minuto più tardi, oltrepassava il ritiro bagagli e si dirigeva verso l'uscita con la scritta NIENTE DA DICHIARARE. Quando il suo piede premette il meccanismo sotto il pavimento, due porte di vetro smerigliato si aprirono, rivelando una folla di amici e parenti in attesa dei loro cari contro le barriere di metallo, a dispetto dell'orario mattutino. Due ragazzine saltellarono, poi si afflosciarono accorgendosi che O'Shea non era il loro papà. Lui non se ne accorse. Era troppo occupato a fare un numero sul suo cellulare. Il suo socio rispose al terzo squillo. «Bentornato, bentornato», disse Micah quando finalmente rispose. Dal ronzio di sottofondo, sembrava che fosse in macchina. «Dimmi che sei a Palm Beach», disse O'Shea. «Sono arrivato stanotte. È bello, qui. Piacevole. Sai che hanno messo delle fontanelle sui marciapiedi, per i cagnolini viziati?» «Cosa mi dici di Wes?» «Tre macchine davanti a me», disse Micah mentre il ronzio continuava. «Ha attraversato il ponte tre minuti fa con il suo coinquilino.» «Immagino che non ti abbia ancora visto?» «Hai detto di aspettare...» «Esatto», replicò O'Shea uscendo dall'aeroporto e notando il cartello con
su scritto a mano il suo nome. L'autista privato lo salutò con un cenno e fece l'atto di prendere il piccolo bagaglio nero che portava. O'Shea lo bloccò e si diresse alla macchina, senza staccare il telefono dall'orecchio. «Il coinquilino sta scendendo in questo momento», disse Micah. «Sembra che Wes sia diretto al lavoro.» «Resta con lui», rispose O'Shea. «Io arrivo appena posso.» 9 Washington, D.C. Il telefono stridette nel piccolo ufficio, ma lui non rispose. Neanche al secondo squillo. Sapeva chi era - su quella linea, poteva essere solo una persona - ma rimase ancora immobile. Voleva esserne sicuro. Coi gomiti appoggiati alla scrivania, Roland Egen studiò lo schermo digitale del suo telefono, in attesa che comparisse un'identificazione. Vennero fuori delle lettere nere: UFFICI DI LELAND MANNING. «Siamo mattinieri», disse il Romano portandosi la cornetta all'orecchio. Aveva la pelle rosea, gli occhi azzurro chiaro e un ciuffo di capelli neri. Nero irlandese, lo definivano i suoi compagni di pesca. Ma mai davanti a lui. «Hai detto che non doveva esserci nessun altro.» Il Romano annuì fra sé. Finalmente qualcuno che seguiva le indicazioni. «Quindi il presidente non è ancora arrivato?» «È in strada. Dorme fino a tardi dopo i viaggi notturni.» «E la First Lady?» «Ti dico che non c'è nessuno. Possiamo sbrigarci? Può arrivare qualcuno da un momento all'altro.» Seduto alla scrivania, il Romano guardò fuori della finestra e osservò la neve leggera che cadeva nel cielo mattutino. In Florida potevano esserci venti gradi, ma nel D.C. l'inverno stava vibrando i primi colpi. Pazienza. Quand'era un bambino, sua nonna gli aveva insegnato ad apprezzare il silenzio che accompagna il freddo. E suo nonno gli aveva insegnato ad amare la calma delle acque del Potomac. Come sapevano bene tutti i pescatori, l'inverno allontanava gli sciatori d'acqua e i barcaioli della domenica. Era sempre la stagione migliore per buttare in acqua la lenza. Soprattutto se si aveva l'esca giusta. «Cosa mi dici di Wes?» chiese il Romano. «Hai tutto quello che ti ho
mandato?» «Sì... ce l'ho qui...» Percepì l'esitazione nella voce all'altro capo della linea. A nessuno piaceva fare la parte del cattivo, soprattutto in politica. «E hai trovato un posto dove metterlo?» «Abbiamo un... Per questo sono qui a quest'ora. Abbiamo una spilla da bavero...» «Puoi fargliela indossare...» «Io, io credo di sì.» «Non era una domanda. Fagliela indossare», ribatté il Romano. «Sei sicuro che Wes arriverà?» chiese la voce. «Gli agenti hanno detto che è stato da cani per tutto il viaggio di ritorno. Ha vomitato l'anima sui pantaloni.» Fuori, una macchia di azzurro si aprì nel cielo grigio e stanco. «Non mi sorprende», disse il Romano mentre la neve continuava a cadere. «Se fossi nei suoi panni in questo momento, anch'io mi starei rovinando i pantaloni. A proposito di quella spilla...» «Non preoccuparti», disse il socio. «Wes non sospetterà niente... soprattutto se gli viene data da una faccia amica.» 10 Palm Beach, Florida «Aspetti!» grido aggirando di corsa l'angolo dell'atrio diretto all'ascensore che si sta chiudendo. Nell'ascensore, una donna bionda guarda altrove, fingendo di non avermi sentito. Per questo odio Palm Beach. Proprio quando le porte stanno per toccarsi, faccio un salto e mi infilo dentro. Bloccata in mia compagnia, la bionda si gira verso la pulsantiera e finge di cercare l'apertura porte. Dovrei smascherarla. «Grazie», dico invece, piegato in due per riprendere fiato. «Che piano?» «Quattro.» «Oh, lei è con...» «Sì», rispondo, alzando finalmente la testa per guardarla. Mi fissa la faccia, poi rapidamente si mette a guardare i numeri elettronici che indicano i piani. Se potesse scappare urlando: «Un mostro!» lo farebbe. Ma, come tutte le migliori signore di Palm Beach, passerebbe sopra
a qualsiasi cosa, per salire nella scala sociale. «Dev'essere straordinario lavorare per lui», aggiunge la mia nuova amica, pur rifiutandosi di guardarmi negli occhi. Ci sono abituato, ormai. Sono due anni che non ho un appuntamento. Ma tutte le belle ragazze vogliono parlare col presidente. «Più di quanto lei creda», dico mentre le porte si aprono al quarto piano. Vado a sinistra, verso una doppia porta chiusa, correndo il più velocemente possibile. Non per la bionda, ma perché sono già... «In ritardo!» mi rimprovera una voce roca alle mie spalle. Mi giro verso le doppie porte della suite dei Servizi segreti, dove un uomo col collo grosso come la mia coscia è seduto dietro a una lastra di vetro simile a quella di uno sportello bancario. «Quanto in ritardo?» chiedo girandomi verso le porte chiuse all'altra estremità del corridoio rivestito di moquette beige. A parte quelle dei Servizi, sono le sole porte del piano che non sono di quercia massiccia. Sono nere con il bordo metallico. Blindate. Come le finestre. «Quanto basta», risponde l'agente mentre tiro fuori di tasca il mio badge identificativo. Ma proprio mentre sto per passarlo nel lettore sento uno scatto sommesso e le porte si aprono. «Grazie, A.J.!» grido aprendole. Dentro, guardo sulla sinistra cercando l'agente che di solito è lì di guardia. Non c'è, il che vuol dire che il presidente non è ancora arrivato. Bene. Controllo alla reception. Anche l'addetta alla reception è assente. Male. Merda. Questo vuol dire che hanno già... Supero di corsa l'enorme sigillo presidenziale che decora il tappeto blu, svolto a sinistra, nel corridoio pieno di brutti quadri e di misere sculture del presidente. Ne arrivano ogni giorno, da quando abbiamo lasciato l'incarico, da estranei, fan, sostenitori. Disegnano, dipingono, schizzano, scolpiscono, sempre lui, in tutte le forme possibili. Gli ultimi sono un set di stuzzicadenti della Florida col suo profilo inciso in ciascuno di essi; e una ceramica gialla che rappresenta il sole, con la sua faccia in mezzo. E tralascio le cose mandate dalle aziende: ogni cd, ogni libro, ogni dvd che producono, vogliono che l'ex presidente ne abbia una copia, anche se l'unica cosa che facciamo è rispedire tutto alla Presidential Library. Urto un bastone da passeggio con le foto dei suoi figli incollate sopra, percorro il corridoio e arrivo al penultimo ufficio, che è... «Grazie per esserti unito a noi», annuncia una roca voce femminile mentre tutti si girano al mio arrivo. Faccio un rapido conto per verificare se sono l'ultimo... due, tre, quattro, cinque...
«Sei l'ultimo», conferma Claudia Pacheco, il nostro capo di gabinetto, riappoggiandosi allo schienale dietro alla sua disordinata scrivania di mogano. Claudia ha capelli castani, tendenti al grigio, tenuti fermi in una crocchia quasi militaresca, e labbra da fumatrice che rivelano l'origine della sua voce roca. «Il presidente è con te?» chiede. Scuoto la testa, rinunciando all'unica scusa per il mio ritardo. Con la coda dell'occhio scorgo Bev e Oren che sogghignano. Sempre peggio. Entrambi occhieggiano la spilla da bavero posata su un angolo della scrivania di Claudia. D'oro, con la forma della Casa Bianca, la spilla non era più grande di un albergo del Monopoli, ma ciò che la rendeva indimenticabile erano le due teste, sommariamente scolpite, del presidente e della First Lady, affiancate e unite da un orecchio, a mo' di pendenti. Il presidente l'ha comprata a Claudia anni fa, come regalo scherzoso, da un venditore ambulante in Cina. Oggi fa parte dei suoi ricordi della Casa Bianca: chi arriva per ultimo al meeting del lunedì mattina indossa la spilla per il resto della settimana. Se si perde il meeting, la indossa per un mese intero. Ma, con mia sorpresa, Claudia non prende la spilla. «Cosa ci dici a proposito dell'irruzione dietro al palcoscenico?» chiede con il suo forte accento del Massachusetts. «Irruzione?» «In Malaysia... quel tizio nel camerino del presidente... il tavolino di vetro rotto... Parlo spagnolo?» Al liceo, Claudia era la ragazza che organizzava tutti gli avvenimenti extracurricolari, ma non se ne godeva neanche uno. Idem quando dirigeva le operazioni della Studio Ovale, uno dei lavori più ingrati della Casa Bianca. Non le interessano i ringraziamenti o la gloria. La sua è una missione. E vuole che sia tale anche per noi. «No... certo...» balbetto. «Ma non è stata... Non è stata un'irruzione.» «Il rapporto non dice così.» «Vi hanno mandato un rapporto?» «Ci hanno mandato tutto», dice Bev dal divanetto a due posti perpendicolare alla scrivania di Claudia. Lo saprà bene, lei, essendo responsabile della corrispondenza, risponde a tutte le lettere personali del presidente e sa perfino quali battute mettere nei biglietti d'auguri per gli amici. Per un uomo con qualcosa come diecimila «amici», è un compito più difficile di quel che sembra, e Bev se la cava bene solo perché sta col presidente dai tempi della sua prima campagna per il Congresso, venticinque anni fa. «E la chiamano irruzione?» domando.
Claudia alza il rapporto mentre Bev prende la spilla da bavero sull'angolo della scrivania. «Irruzione», dice Claudia sottolineando la parola. Guardo la spilla mentre Bev ci giocherella, facendo passare il pollice sulle facce del presidente e della First Lady. «C'era qualcosa che meritava di essere rubato nel camerino?» chiede Bev, tirandosi i capelli tinti di nero dietro le spalle e scoprendo un maglione con lo scollo a V che mette in mostra il seno rifatto. Bev se l'è procurato, insieme al soprannome di Tettona, l'anno in cui abbiamo vinto la Casa Bianca. Al liceo, era considerata la ragazza col viso più bello, e ancora adesso, a sessantadue anni, è chiaro che per lei l'aspetto è importante. «Nessuno ha rubato nien... Fidatevi, non è stata un'irruzione», dico alzando gli occhi al cielo per sdrammatizzare. «Quel tizio era ubriaco. Pensava di essere in bagno.» «E il tavolino rotto?» chiede Claudia. «Per fortuna si è rotto e basta. Pensate se l'avesse scambiato per un cesso!» interviene Oren, già ridendo della sua battuta e grattandosi la barba appena sistemata. Alto 1,95, Oren è il gay più slanciato, bello e con l'aria da duro che io abbia mai incontrato, e l'unico coetaneo che ho nell'ufficio. Dal fatto che è seduto proprio di fronte alla scrivania di Claudia, è chiaro che è stato il primo ad arrivare. Niente di strano. Se Bev aveva il viso più bello, Oren era il ragazzo intelligente che manda quelli stupidi a comprare la birra. Istigatore nato, nonché responsabile dei viaggi, aveva anche il tocco diplomatico più fine di tutto l'ufficio, ed è per questo che, grazie a una semplice battuta, tutti dimenticano di occuparsi del tavolino. Gli faccio un cenno di ringraziamento e... «E il tavolino?» chiede Bev, continuando a giocherellare con la spilla. «Sono stato io», dico in tono troppo difensivo. «Leggete il rapporto: sono inciampato mentre lui scappava.» «Wes, rilassati», dice Claudia con la voce monotona da capo di gabinetto. «Nessuno ti sta accusando di...» «Dico solo... se pensassi che è stata una cosa seria, starei ancora dando la caccia a quel tizio. Anche i Servizi pensano che fosse solo un vagabondo.» Sulla mia sinistra, Oren, scherzando, si tocca il bavero, sperando che io non me ne accorga. Sta cercando di attirare l'attenzione di Bev, facendole dei cenni. Lui ha indossato la spilla una sola volta, il giorno che gli ho detto: «Aspetta nel tuo ufficio, il presidente vuole vederti.» Il presidente non era neanche nel palazzo. È stato uno stupido scherzo. Adesso si vendica come un ragazzino. Fa di nuovo cenno a Bev. Per mia fortuna, lei non
lo nota. «Sentite, mi dispiace dirlo, ma abbiamo finito?» chiedo guardando l'orologio e accorgendomi di essere già in ritardo. «Il presidente vuole che...» «Vai, vai», dice Claudia chiudendo la sua agenda. «Fammi solo un piacere, Wes. All'incontro di stasera per la fibrosi cistica, so che stai sempre attento, ma dopo quell'irruzione...» «Non è stata un'irruzione.» «...tieni gli occhi un po' più aperti, d'accordo?» «Lo faccio sempre», ribatto correndo verso la porta e sfuggendo per un pelo a... «E la spilla?» interviene una voce roca dal solito angolo in fondo. «Aaaah sei fregato», dice Oren. «Luce rossa, luce rossa!» grida Claudia. È la stessa cosa che dice ai suoi figli. Mi blocco. «Grazie, B.B.» aggiunge. «Faccio solo il mio dovere», dice B.B. Le parole gli colano di bocca con la lenta cantilena del Sud. Con il suo ciuffo di capelli bianchi scompigliati e la camicia spiegazzata con i monogrammi scoloriti del presidente sui polsini, B.B. Shaye è al fianco del presidente da più tempo della First Lady. Alcuni dicono che è un lontano cugino del presidente... altri che è un vecchio sergente rimbambito del Vietnam. In ogni caso, è l'ombra del presidente da quasi quarant'anni e, come tutte le ombre, diventa inquietante se lo si guarda troppo a lungo. «Scusa, ragazzo», dice con un sorriso giallastro mentre Bev mi porge la Casa Bianca d'oro con le teste pendenti. Per aggiungere un tocco di verosimiglianza, lo scultore ha usato due schegge di lustrino verde per gli occhi del presidente. Siccome i lustrini marroni sono più difficili da trovare, gli occhi della First Lady sono vuoti. «Dì a tutti che sono i tuoi nipotini», suggerisce Oren mentre mi fisso la spilla sul bavero. Premo troppo forte e sento una puntura sul dito. Spunta una goccia di sangue. Ho sopportato di peggio. «A proposito, Wes», aggiunge Claudia. «Uno dei curatori della biblioteca ha chiesto di parlarti per una mostra a cui sta lavorando, perciò sii gentile quando ti telefona...» «Se avete bisogno di me, cercatemi sul cellulare!» dico con un cenno di saluto, e corro alla porta leccandomi la goccia di sangue sul dito. «Attento», mi grida dietro B.B. «Sono le piccole cose che ti uccidono!» Ha ragione. In corridoio supero un grande ritratto del presidente Manning vestito da domatore di circo. Dreidel ha detto che aveva notizie di Boyle. È ora di scoprire quali sono.
11 «Bentornato, signor Holloway», dice il portiere del Four Seasons, che conosce il mio nome a causa delle innumerevoli visite fatte col presidente. Al contrario di molte altre persone, mi guarda direttamente negli occhi. Lo ringrazio con un cenno, solo per questo. Entrando nell'albergo, una ventata di aria condizionata mi avvolge. Non più abituato, mi guardo alle spalle in cerca del presidente. Non c'è. Sono solo. Attraversando il pavimento di marmo beige dell'atrio, sento il cuore che mi batte nel petto. Non si tratta solo di Boyle. In un modo o nell'altro, Dreidel mi ha sempre fatto questo effetto. In quanto assistente di Manning, Gavin «Dreidel» Jeffer non è solo il mio predecessore, è anche quello che mi ha fatto notare al presidente e mi ha raccomandato per il posto. Quando ci siamo conosciuti, una decina di anni fa, io ero un volontario diciannovenne impegnato nella campagna in Florida, rispondevo alle telefonate e mettevo cartelli pubblicitari nei giardini. Dreidel aveva ventidue anni ed era il braccio destro e anche il braccio sinistro di Manning. Gli dissi che conoscerlo era un onore. E lo pensavo davvero. La sua storia era nota a tutti. Durante la campagna per le primarie, Dreidel era semplicemente un giovane che sistemava le sedie per la prima fase del dibattito. Come qualsiasi altro aiutante, quando lo spettacolo era finito tentava di avvicinarsi al cuore dell'azione intrufolandosi dietro il palco. Si trovò così al centro di una stanza in cui i migliori bugiardi d'America le sparavano grosse spiegando perché i loro candidati avevano appena vinto. Con la sua camicia troppo larga, lui era l'unico ragazzo silenzioso in una stanza piena di adulti ciarlieri. L'inviato della CBS lo individuò subito e gli mise un microfono davanti al naso. «Che cosa ne pensi, figliolo?» gli chiese. Dreidel guardò la luce rossa della telecamera senza scomporsi, con la bocca aperta. E senza neanche pensarci, diede l'onesta risposta che doveva cambiargli la vita: «Alla fine, Manning è stato l'unico che non ha chiesto ai suoi: "Come sono andato?"». Questa domanda diventò lo slogan di Manning nel successivo anno e mezzo. Tutte le reti d'informazione trasmisero l'intervista. Tutti i giornali più importanti citarono la frase. Distribuirono perfino delle spillette con su scritto Come sono andato?
Tre parole. Quando Dreidel raccontò la storia al suo matrimonio, qualche anno fa, disse di non aver capito cos'era successo finché il giornalista non gli chiese di dire il suo nome. Non aveva importanza. Tre parole e Dreidel - il piccolo contastorie ebreo, come lo ribattezzò l'ufficio stampa della Casa Bianca - era nato. Una settimana più tardi, Manning gli offrì un posto come segretario particolare e per tutta la campagna centinaia di giovani volontari alzarono gli occhi al cielo. Non per gelosia, ma... Forse era il suo sorriso soddisfatto, o la facilità con cui si inseriva in qualsiasi ambiente, ma a scuola Dreidel era il ragazzo con la festa di compleanno più bella, con i regali più belli e con i ricordi più belli per chi aveva la fortuna di essere invitato. Per qualche anno, tutto questo lo rende in, ma quando l'arroganza prende il sopravvento lui non si rende nemmeno conto di essere out. Comunque, Dreidel è sempre stato il portafortuna di Manning. E oggi spero che sia il mio. «Buongiorno, signor Holloway», mi saluta il portiere mentre lo oltrepasso diretto agli ascensori. È la seconda persona che conosce il mio nome, cosa che mi ricorda la necessità della discrezione. Naturalmente, è per questo che ho chiamato Dreidel. Il presidente non lo ammetterebbe mai, ma io so perché è andato insieme alla First Lady al matrimonio di Dreidel e ha scritto la raccomandazione per la facoltà di legge a Yale, e perché mi ha chiesto di scegliere un regalo quando è nata la figlia di Dreidel: sono le ricompense per anni di onorato servizio. E alla Casa Bianca onorato servizio vuol dire tenere la bocca chiusa. Quando le porte dell'ascensore si aprono al quarto piano, seguo i cartelli indicatori e conto i numeri delle stanze: 405... 407... 409... Dalla distanza fra una porta e l'altra, capisco che queste sono tutte suite. Dreidel sta facendo carriera. Il corridoio termina con la stanza 415, una suite talmente grande che sulla porta c'è un campanello. Non ho nessuna intenzione di dargli la soddisfazione di suonarlo. «Servizio», annuncio battendo con le nocche sulla porta. Nessuno risponde. «Dreidel, ci sei?» chiedo. Ancora nessuna risposta. «Sono io, Wes!», grido finalmente, rinunciando e suonando il campanello. «Dreidel, sei...?» Sento un tonfo sordo quando la serratura scatta. Poi un rumore metalli-
co. Ha messo anche la catenella. «Aspetta», dice. «Arrivo.» «Cosa stai facendo? La manicure?» La porta si socchiude, ma solo di pochi centimetri. Dall'altra parte, Dreidel sporge la testa come una casalinga ansiosa, sorpresa da un venditore. I suoi capelli, solitamente ben pettinati, sono leggermente in disordine, con ciuffi giovanili sulla fronte. Si spinge gli occhiali rotondi di metallo sul naso sottile. Dal poco che vedo, non indossa la camicia. «Non offenderti, ma non ho intenzione di fare sesso con te», dico ridendo. «Ti avevo detto di chiamare da giù», ribatte. «Perché te la prendi tanto? Pensavo che ti avrebbe fatto piacere esibire la tua grossa stanza e...» «Sto parlando seriamente, Wes. Perché sei venuto qui?» C'è uno strano tono nella sua voce. Non solo fastidio. Paura. «Ti ha seguito qualcuno?» aggiunge aprendo la porta un po' di più per controllare il corridoio. Ha un asciugamano intorno ai fianchi. «Dreidel, va tutto...?» «Ti avevo detto di chiamare da giù!» insiste. Faccio un passo indietro, completamente confuso. «Amore», dice una voce femminile da dentro la stanza, «va tutto...?» La donna si ferma a metà della frase. Dreidel si gira e la scorgo alle sue spalle, che si nasconde dietro l'angolo. Indossa uno dei morbidissimi accappatoi dell'albergo; è una afroamericana magra, con splendide treccine. Non ho idea di chi sia, ma di una cosa sono sicuro, non è la moglie di Dreidel, né la sua bambina di due anni. Il volto di Dreidel si affloscia vedendo la mia reazione. A questo punto dovrebbe dire che non è come sembra. «Wes, non è come pensi.» Guardo la donna con l'accappatoio. E Dreidel con il suo asciugamano. «Forse dovrei... Vado giù», balbetto. «Ti raggiungo fra due minuti.» Faccio un passo indietro e studio la donna, ancora immobile. I suoi occhi sono spalancati, in una silenziosa espressione di scusa. 12 «Dov'è adesso?» chiese O'Shea, appoggiando la mano al finestrino della
macchina nera e sentendo il calore del sole della Florida. In Francia si gelava. Ma per qualche motivo, a dispetto del caldo di Palm Beach e del cielo limpido, lui non riusciva a scaldarsi. «Ha appena preso l'ascensore per salire in albergo», rispose Micah. «Ascensore? E l'hai lasciato andare da solo?» «Non potevo saltare dentro con lui. Rilassati, sono solo quattro piani. Non andrà lontano.» O'Shea si passò la lingua all'interno della guancia. «Che cosa ci fai ancora nell'atrio, allora?» «Sto aspettando che uno dei...» Attraverso il telefono, O'Shea sentì un leggero tintinnio, seguito da un rombo sordo. L'ascensore di Micah era arrivato. «Lo raggiungo in...» La voce svanì. Ma dal rumore di fondo O'Shea capì che era sempre in linea. «Micah, cos'è successo?» chiese. Nessuna risposta. «Tutto bene?» Ci fu un altro rombo sordo. Le porte dell'ascensore che si chiudevano. Poi una specie di strofinio. Come due giacche a vento sfregate l'una contro l'altra. Micah si stava muovendo. Lo strofinio continuò. Con quel passo, chiaramente non poteva trovarsi in ascensore, pensò O'Shea. Ma se non era nell'ascensore, allora... «Wes è appena uscito, giusto?» chiese O'Shea mentre la sua auto svoltava bruscamente in un viottolo ben tenuto. «Niente male, Watson», sussurrò Micah. «Dovresti farlo di professione.» «C'è qualcuno con lui?» «No, è solo», rispose. «Ma è successo qualcosa, lassù. Il ragazzo ha la coda fra le gambe. Come se l'avessero scaricato.» «Sta uscendo dall'albergo?» «Non ancora. È diretto al ristorante sul retro. Ti dico che ha davvero un'aria terribile... Cioè, a parte quei segni da Frankenstein sulla faccia.» «Peccato», disse O'Shea mentre la sua auto entrava nel vialetto di accesso davanti al portone. «Perché la sua giornata peggiorerà ancora, e parecchio.» Sulla sua destra, la portiera dell'auto si spalancò e un ragazzo con i capelli biondi lo salutò portandosi la mano alla visiera. «Benvenuto al Four Seasons, signore. Si ferma da noi oggi?» «No», disse O'Shea scendendo. «Prendo solo qualcosa per colazione.»
13 Chinato in avanti sulla mia grossa poltrona di vimini, mescolo il caffè con un cucchiaino d'argento e guardo incantato la mia immagine riflessa. «Va così male?» scherza qualcuno alle mie spalle. Mi giro giusto in tempo per vedere Dreidel che entra nel ristorante all'aperto dell'albergo. I suoi capelli neri sono pettinati e ben divisi. I riccioli da ragazzo sono scomparsi. Se si aggiungono la camicia bianca col monogramma e gli occhiali di metallo vecchio stile, è chiaro che padroneggia l'arte di lanciare messaggi senza dire una parola. In questo preciso momento sta vendendo fiducia. Peccato che io non ci caschi. Ignorando le onde spumose dell'Oceano Atlantico sulla sinistra, mi mette una mano sulla spalla e raggiunge la grossa poltrona di vimini accanto alla mia. Nello spostarsi, la sua mano passa dalla mia spalla alla mia nuca, continuando a stringere quanto basta per rassicurarmi. «Non usare i suoi trucchi con me», lo avverto. «Cosa vuoi...?» «I suoi trucchi», ripeto, scostandomi in modo che la sua mano non sia più sulla mia nuca. «Pensi che io voglia...? Pensi che userei un Manning con te?» Dreidel è stato con lui per quasi quattro anni. Io sono al nono. Non gli rispondo neanche. Mi limito a fissare il mio costosissimo caffè e lascio che cali il silenzio. È per questo che le persone non lo amano. «Wes, quello che hai visto...» «Ascolta, possiamo risparmiarci l'imbarazzo e andare oltre? È stata... Ho sbagliato io... Non sono affari che mi riguardano.» Mi studia attentamente, analizzando ogni sillaba per vedere se sono sincero. Quando si è l'ombra di un presidente, si impara a leggere fra le righe. Io sono bravo. Dreidel lo è ancora di più. «Dillo, Wes.» Guardo verso la terrazza aperta, dove le onde si infrangono sulla spiaggia. «So che lo stai pensando», aggiunge. Come ho detto, Dreidel è più bravo di me. «Ellen lo sa?» chiedo alla fine, riferendomi a sua moglie. «Credo di sì. Non è una stupida.» La sua voce scricchiola come un parquet rinsecchito. «E quando è nata Ali... Il matrimonio è difficile, Wes.»
«Quindi quella ragazza...» «È solo una che ho incontrato al bar. Le ho fatto vedere la chiave della mia stanza. Pensa che sia ricco perché posso permettermi di stare qui.» Si costringe a sorridere e butta le chiavi sul tavolo. «Non mi ero reso conto che ci fossero tanti affamati di soldi a Palm Beach.» Stavolta sono io quello che resta senza parole. Un cameriere si avvicina e riempie di caffè la tazza di Dreidel. «Avete pensato al divorzio?» «Non possiamo.» «Perché?» «Secondo te perché?» ribatte. Guardo la cartelletta posata fra noi sul tavolo. L'etichetta scritta a mano dice RACCOLTA FONDI. «Avevo capito che venivi qui per affari.» «E questi non sono affari?» Qualche mese fa, Dreidel ha chiamato il presidente per dirgli che intendeva candidarsi al senato per il 19° distretto, nel suo stato natale, l'Illinois. Ma quando ci sono le elezioni vicine, «padre felicemente sposato» raccoglie molti più consensi di «padre recentemente divorziato.» «Capisci? E pensavi di essere il solo ad avere dei problemi...» aggiunge. «Ora, ammettendo che fosse Boyle, vuoi sapere come ha fatto a sfuggire alla morte o no?» 14 Mi siedo più eretto sulla poltrona. «Hai davvero trovato qualcosa?» «No, ti ho chiamato qui per farti perdere tempo.» Dopo un buon sorso di caffè, Dreidel è un altro uomo. Come chiunque alla Casa Bianca, si sente sempre meglio quando controlla la situazione. «Partiamo dall'inizio... dall'inizio vero... Il giorno in cui voi due siete stati colpiti, ricordi quanto è durato il viaggio fino all'ospedale?» Una domanda semplice, a cui però non rispondo. «Prova a indovinare», dice. Stringo i denti, sorpreso dalla forza dei miei ricordi. Vedo ancora le portiere dell'ambulanza che si chiudono su Boyle... «Wes, lo so che non vuoi rivivere tutto questo, ho solo bisogno che...» «Sono svenuto», dico. «Da quello che mi hanno detto, l'ambulanza ci ha messo circa quattro minuti.»
«Tre minuti.» «Sono stati piuttosto veloci.» «In realtà, piuttosto lenti, considerando che l'Halifax Medical Center è ad appena tre chilometri dall'autodromo. Adesso prova a indovinare quanto ci ha messo l'ambulanza che trasportava Boyle, che - sia detto senza offesa - era molto più importante di te per l'amministrazione, e molto più gravemente ferito.» Scuoto la testa, rifiutando di seguirlo. «Dodici minuti», dichiara Dreidel. Restiamo seduti in silenzio mentre cerco di capire. «E allora?» chiedo. «Suvvia, Wes. Dodici minuti perché un'ambulanza con a bordo un membro anziano dell'amministrazione percorra tre chilometri? Una persona normale ci mette meno a piedi. Perfino mia nonna ci mette meno a piedi. Ed è morta.» «Forse sono rimasti bloccati dalla folla in preda al panico.» «Curioso, è proprio quello che hanno dichiarato loro.» «Loro?» Dalla valigetta appoggiata di fianco alla sua poltrona, Dreidel tira fuori un volume rilegato, spesso come un mezzo elenco telefonico. Lo posa sulla tavola con un tonfo che fa tremare i nostri cucchiaini. Riconosco immediatamente il logo del Congresso. Inchiesta sul tentato assassinio del presidente Leland F. Manning. È l'inchiesta ufficiale del Congresso sull'attacco di Nico. Dreidel lo lascia sul tavolo, per vedere se lo prendo. Mi conosce meglio di quel che pensavo. «Non l'hai mai letto, vero?» chiede. Guardo il libro, rifiutandomi ancora di toccarlo. «L'ho scorso una volta... È che... mi sembra di leggere il mio annuncio funebre.» «Piuttosto l'annuncio funebre di Boyle. Tu sei sopravvissuto, no?» Mi passo la mano sulla guancia. La punta delle dita sale e scende seguendo i crateri che ho sulla pelle. «Qual è la tua tesi?» «Fai attenzione ai numeri, Wes. Due treni lasciano la stazione più o meno esattamente alla stessa ora. Tutti e due diretti verso l'ospedale. Si tratta di vita o di morte. Uno ci mette tre minuti. L'altro ce ne mette dodici. Non noti niente di strano? Come se non bastasse, ricordi quale fu l'errore della sicurezza per cui il Congresso fece a pezzi i medici?» «Intendi il fatto che avevano portato del sangue diverso da quello del presidente?»
«Vedi, è qui che si sono sempre sbagliati. Quando il Congresso ha svolto la sua inchiesta, si sono strappati i pochi capelli che avevano in testa perché hanno trovato delle sacche del gruppo 0 negativo accanto a quelle del gruppo B positivo, quello del presidente. Naturalmente, hanno pensato che qualcuno avesse commesso un errore, portando il sangue sbagliato. Ma sapendo chi hai visto l'altra sera a quella conferenza, be', chi aveva casualmente il sangue del gruppo 0 negativo?» «Boyle?» «Ed ecco come si spiega la sua magia.» «Non è stata una magia», insisto. «No, certo, ma è stato un trucco da illusionista.» Agitando la mano sinistra davanti ai miei occhi, continua: «Tu sei concentrato sulla mano che si muove e ignori completamente il gesto nascosto dell'altra.» Con la destra, getta una moneta sul tavolo. «Stai facendo del teatro», dico. Dreidel scuote la testa come se non volessi capire. «Hai idea di quello che hai scoperto? Questa faccenda è stata combinata più di una corsa di cavalli a Harlem. Tu, io, il Congresso, il mondo intero... Ci hanno...» Si china in avanti, abbassando la voce. «Ci hanno fregato, Wes. Ci hanno mentito. Se quello era davvero Boyle...» «Era lui! L'ho visto!» «Non ho detto il contrario. Solo...» Si guarda intorno, la sua voce si fa ancora più bassa. «Questa non è una delle piccole curiosità che mettono alla fine dei telegiornali.» Ha ragione. «Non capisco, però... perché l'ambulanza del presidente trasportava del sangue di Boyle?» «Già. Questo è il problema, vero?» chiede Dreidel. «Ma se ci pensi bene, c'è una sola spiegazione sensata. Se portano in giro del sangue...» «...è perché pensano che qualcuno sia in pericolo.» Prendo la moneta e la batto sulla tovaglia bianca. «Oh, Dio. Se lo prevedevano... pensi che Boyle avesse un giubbotto antiproiettile?» «Doveva averlo», dice Dreidel. «Ha ricevuto due colpi al petto...» «Ma tutto quel sangue...» «...e un colpo al dorso della mano e un altro al collo. Leggi il rapporto, Wes. Nico era un tiratore scelto dell'esercito, specializzato nei colpi al cuore. Boyle finì subito faccia a terra. Quel colpo al collo... scommetto che il sangue che hai visto sotto di lui veniva da lì.» Chiudo gli occhi e mi rivedo mentre offro a Boyle un posto sulla limou-
sine. C'è un pezzo di metallo nella mia guancia. Il calabrone stride ancora... «Ma se indossava un giubbotto...» Guardo verso l'oceano. Le onde sono assordanti. «...allora sapevano. Dovevano sapere...» «Wes, vuoi smetterla...» Dreidel si interrompe e abbassa la voce. Non vogliamo che qualcuno ci noti. «Potevano avere ricevuto minacce sulla vita di Boyle. Magari indossava quel giubbotto da un mese. In effetti, secondo il rapporto, il presidente non indossava il suo giubbotto, quel giorno. Lo sapevi?» Aspetta finché non annuisco, tanto per assicurarsi che io sia attento. «Se avessero saputo che c'era un killer, Manning non sarebbe mai stato là, tanto meno avrebbe potuto andarci senza un giubbotto.» «A meno che ce l'avesse, e questo faccia parte della loro storia...» dico. «Ascolta, so che sei coinvolto in questa...» «Coinvolto? Mi ha rovinato la vita! Lo capisci?» esplodo finalmente. «Non è stato solo un brutto pomeriggio. I bambini mi indicano col dito e si nascondono dietro le loro mamme! Non posso più sorridere! Hai idea di cosa voglia dire?» Il ristorante si fa silenzioso. Tutti ci stanno guardando. La famiglia elegante con due bambine gemelle. L'uomo brizzolato con il cappellino degli U.S. Open. Perfino il nostro cameriere, che si avvicina rapidamente, sperando di calmare la situazione. «Va tutto bene, signore?» «Sì, mi scusi... va tutto bene», rispondo mentre ci riempie le tazze del caffè, che non hanno alcun bisogno di essere riempite. Quando il cameriere si allontana, Dreidel mi guarda da vicino, lasciandomi stare per un momento. È il modo in cui mi ha insegnato a trattare col presidente quando perde il controllo. Abbassa la testa e lascia che il fuoco si estingua da solo. «Sto bene», dico. «Ne ero sicuro», riprende. «Ricordati solo che sono qui per aiutarti.» Inspiro profondamente e passo oltre. «Quindi, ammettendo che ci fossero state minacce alla vita di Boyle, perché non portarlo subito in ospedale?» «È il chiodo che continua a rodermi. Hanno preso Nico... Boyle era ferito, ma evidentemente vivo... Perché fingere di essere morto e abbandonare la tua vita e tutta la tua famiglia? Forse è di questo che hanno parlato in quei dodici minuti sull'ambulanza. Forse è allora che Boyle ha preso la decisione di nascondersi.» Scuoto la testa. «In dodici minuti? Non si può capovolgere la propria vi-
ta in dodici minuti, soprattutto se si sta sanguinando dal collo. Dovevano avere dei piani già pronti.» «Chi?» chiede Dreidel. «Suvvia, qui non si tratta di nascondersi in un fortino di cuscini mentre si gioca col fratellino minore. Per una cosa così grossa, ci vogliono i Servizi segreti, l'autista dell'ambulanza, il dottore che gli ha curato il collo.» Faccio una pausa per dare enfasi. «E qualcuno che autorizzi il tutto.» Dreidel abbassa il mento, guardandomi da sopra le lenti dei suoi occhiali rotondi. Sa dove voglio andare a parare. «Credi davvero...? Credi che l'avrebbe fatto?» È la domanda con cui lotto dal momento in cui ho visto il falso nome di Boyle in quell'albergo. Non si usa quel nome per nascondersi. Lo si usa perché qualcuno possa trovarti. «Io... Semplicemente mi sembra impossibile che il presidente non sapesse. A quell'epoca Manning non poteva pisciare in un cespuglio se qualcuno non l'aveva controllato preventivamente. Se Boyle indossava un giubbotto - e chiaramente lo indossava - doveva esserci stata una minaccia credibile. E se c'era una minaccia credibile... e del sangue extra nell'ambulanza... e dei preparativi per garantire la sicurezza di Boyle... Manning doveva avere firmato l'autorizzazione.» «A meno che Albright non abbia firmato al posto suo», ribatte Dreidel, riferendosi al nostro vecchio capo di gabinetto, l'unica altra persona presente nella limousine insieme a noi quel giorno. È una buona ipotesi, ma non ci porta per nulla più vicini alla risposta. Albright è morto di cancro ai testicoli tre anni fa. «Adesso vuoi dare tutta la colpa a un morto?» «Non sarebbe meno credibile», insiste Dreidel. «Albright autorizzava in continuazione le procedure di sicurezza.» «Non lo so», dico scuotendo la testa. «Manning e Boyle si conoscevano dai tempi dell'università. Se Boyle pensava di scomparire, è un brutto scherzo da fare a un amico, soprattutto al presidente degli Stati Uniti.» «Mi stai prendendo in giro? Boyle ha abbandonato la sua famiglia, sua moglie... perfino sua figlia. Guarda la cosa nell'insieme, Wes: Nico, il pazzo, spara al presidente, però colpisce Boyle in pieno petto. Ma invece di correre in ospedale a farsi rimettere in sesto, Boyle coglie proprio quell'occasione per fingersi morto e per sparire dalla faccia della terra. Uno che fa una cosa del genere, deve avere per forza un'ottima ragione.» «Talis pater, talis filius?» chiedo. «Già, ci ho pensato anch'io. Il problema è che il padre di Boyle era un
truffatore da quattro soldi, questa... è una cosa grossa. Grossa davvero.» «Forse Boyle ha assoldato Nico. Forse la sparatoria è stata una gigantesca cortina fumogena per dare a Boyle la possibilità di svignarsela.» «Mi sa troppo di Mission: Impossible», dice Dreidel. «Se Nico sbaglia, rischi un colpo in testa. Soprattutto, se i Servizi erano coinvolti, non mettono a rischio il presidente, il suo staff e 200.000 spettatori affidando tutto a un fuori di testa qualsiasi. Hai visto Nico durante le interviste, è matto come un personaggio di Stephen King. Se Boyle voleva fare una cosa del genere, poteva fingere un attacco di cuore a casa sua e fine della storia.» «Quindi pensi che quando Nico ha sparato quei colpi Boyle e i Servizi segreti abbiano semplicemente approfittato dell'occasione per farlo sparire?» chiedo faticando a tenere la voce bassa. «Non so cosa pensare. L'unica cosa che so è che, se Boyle aveva indossato un giubbotto antiproiettile, si aspettava qualcosa. Insomma, nessuno prende Un ombrello se non pensa che possa piovere, no?» Impossibile non essere d'accordo. Ma questo non ci porta minimamente più vicini al perché. Perché Nico ha sparato a Boyle? Perché il corteo di Manning trasportava sangue di Boyle? E perché Boyle doveva abbandonare la sua vita, la sua donna e la figlia adolescente? Che cosa, insomma, poteva tentare - o terrorizzare - un uomo fino al punto di fargli buttare a mare tutta la sua esistenza? «Forse potresti chiederglielo», dice Dreidel. «A chi, a Manning? Giusto. Andrò da lui e gli dirò: "A proposito, signore, ho appena visto il suo amico morto, sì, quello il cui omicidio ha rovinato la sua presidenza. Be', dal momento che è vivo e che io ho lavorato come uno schiavo per lei tutti i giorni da quando sono uscito dall'ospedale, perché mi ha mentito per otto anni a proposito del peggior momento della mia vita?" Sarebbe un colpo di genio.» «E se lo chiedessi ai Servizi segreti?» «Stessa cosa. Boyle non sarebbe potuto sparire, tanti anni fa, senza il loro aiuto. L'ultima cosa che devo fare è mettermi a gridare che ho scoperto tutto. Finché non so cosa sta succedendo, è meglio se resto zitto.» Dreidel si appoggia allo schienale della poltrona di vimini. «Quando hai visto Boyle in quel camerino, credi che intendesse uccidere Manning?» «Uccidere Manning?» «Perché, altrimenti, sarebbe tornato fuori dal suo nascondiglio dopo otto anni? Solo per fare un saluto?» «Immagino di no, ma... per ucciderlo? Non è...?»
«Kaiser Soze», mi interrompe Dreidel. «L'inganno più riuscito del diavolo è stato convincere il mondo che lui non esiste.» Mi guarda e giurerei che c'è un sorriso sulla sua faccia. «Ma te l'immagini? Essere legalmente morto, ma in realtà ancora vivo? Sai la libertà che avresti?» Guardo la chiave della stanza di Dreidel e tento di non raffigurarmi il morbido accappatoio bianco che vi è associato. «Forse è questo che Boyle voleva tanti anni fa», continua. «Una via di fuga.» Scuoto la testa, ma so cosa intende dire. L'unico modo per capire quello che sta succedendo è capire Boyle. «E allora, a che punto siamo?» chiedo. «Siamo? Non è il mio disastro.» Dreidel ride mentre lo dice, ma chiaramente non sta scherzando. «Suvvia, Wes, lo sai che non dico sul serio», aggiunge, sapendo che ho capito benissimo. Come tutti i grandi maghi della politica, la sua prima mossa consiste nel cancellare le proprie tracce. È per questo che ho chiamato lui, prima di chiunque altro. Ha passato quasi quattro anni accanto al presidente, ma non lo si vede in nessuna foto. Nessuno è più abile nel rendersi invisibile, e questa adesso è la cosa più importante per me, se voglio scoprire la verità. «Hai dei contatti con le forze dell'ordine?» chiede, già due passi avanti a me. «Se potessero dare un'occhiata al passato di Boyle...» «Ho la persona ideale, per questo», dico. Ma lui sta guardando alle mie spalle, verso l'ingresso del ristorante. Seguendo il suo sguardo, mi giro e vedo la donna nera con le treccine. Ha cambiato l'accappatoio con l'altra uniforme di Palm Beach: pantaloni bianchi con una maglietta firmata color pastello. Pronta per una giornata in città. «Senti, devo andare», dice Dreidel, già in piedi. «Stai in campana.» «In campana?» «Stai attento. Se Manning è coinvolto...» Dà un'altra occhiata intorno, poi si china su di me. «Pensi che l'America lo abbia trattato male in passato? Be', adesso lo crocifiggeranno, Wes. Seriamente: lo crocifiggeranno.» Annuisco. Dall'altra parte del ristorante, la sua ragazza ci lancia un'occhiata. «E già che ci siamo, Wes, io manterrò il tuo segreto, tu promettimi che manterrai il mio.» «M... ma certo. Non dirò una parola.» Se ne va, lasciandomi il conto da pagare. «A proposito, ti interessa tirare fuori cinquecento bigliettoni per venire alla mia raccolta fondi stasera?» Scuoto la testa incredulo. «Dreidel, quanto ti hanno dato per l'anima, quando l'hai venduta?»
«Vieni o no?» «Verrei, ma ho un evento con Manning stasera.» Dreidel annuisce e non insiste. Sa chi viene al primo posto. Mentre raggiunge la porta, decido di non girarmi a guardare la ragazza. Invece prendo il cucchiaio e lo uso come specchietto. Alle mie spalle, vedo Dreidel che le si avvicina. Le prende la mano solo quando pensa di essere fuori tiro. «Mi scusi», dice qualcuno alla mia sinistra. Mi giro, aspettandomi di vedere il cameriere. Invece è il tizio biondo con la maglietta nera. E il cappellino da baseball degli U.S. Open. «Wes Holloway?» chiede mostrandomi il badge dell'FBI. «Terrence O'Shea. Possiamo parlare qualche istante?» 15 St. Elizabeths Mental Hospital Washington, D.C. «La campanella della colazione sta suonando, Nico. Toast francese o frittata classica?» chiese la piccola nera addetta alla mensa che sapeva di aceto e aveva dei brillantini incastonati nell'unghia del mignolo. «Cosa c'è per cena?» chiese Nico. «Mi stai ascoltando? Siamo alla colazione. Toast francese o frittata classica?» Mentre si infilava le scarpe, inginocchiato davanti al suo lettino, Nico alzò la testa verso la porta e studiò il carrello con i vassoi in vista. Da molto tempo si era guadagnato il diritto di mangiare con gli altri pazienti. Ma dopo quello che era successo a sua madre tanti anni prima, preferiva farsi portare i pasti in camera. «Toast francese», disse. «E adesso, posso sapere cosa c'è per cena?» Al St. Elizabeths Nico era definito NCM, non condannabile per malattia mentale. Non era l'unico. Ce n'erano trentasette, tutti residenti al John Howard Pavilion, un edificio di mattoni rossi a cinque piani. In confronto agli altri reparti, il padiglione degli NCM era sempre più silenzioso. Nico una volta aveva udito un dottore che diceva: «Quando senti delle voci nella testa, non hai bisogno di parlare con nessun altro.» Tenendo un ginocchio a terra, Nico tirò con forza per sistemare il velcro delle sue scarpe da ginnastica (gli avevano tolto le stringhe molto tempo
prima) e osservò attentamente l'addetta della mensa che portava un vassoio pieno di toast francesi nella stanzetta. Larga due metri e lunga tre, la camera era arredata con un comodino di legno e una mensola su cui non c'era altro che una Bibbia e un antico rosario di vetro rosso. I medici avevano offerto a Nico un divano, perfino un tavolino, qualcosa che lo facesse sentire più a casa, ma Nico aveva rifiutato, senza spiegarne il perché. Preferiva così. In quel modo assomigliava alla sua stanza. Alla stanza di sua madre. Nel suo ospedale. Mentre annuiva fra sé, poteva ancora raffigurarsi la vecchia stanza d'ospedale in cui sua madre era rimasta in silenzio per tre anni. Lui aveva solo dieci anni quando il morbo di Creutzfeldt-Jakob l'aveva colpita... quando un gene difettoso nel suo cervello aveva scatenato la proteina CJD che alla fine le avrebbe provocato il coma. Quando arrivò la diagnosi, sua madre non si lamentò, neanche quando il piccolo Nico le chiese perché Dio la portava via. Sorrise, anche allora, e gli disse con tono rispettoso che così stava scritto nella Bibbia. Il Libro del Fato. Scuoteva la testa, ma la sua voce era forte mentre gli diceva di non ribellarsi mai al Libro, di rispettarlo sempre, di seguirlo, di lasciare che lo guidasse. Ma non si trattava solo di rispetto. Sua madre ricavava forza dal Libro. Sicurezza. Senza dubbio, lei sapeva. Non aveva paura. Com'era possibile temere la volontà di Dio? Ma Nico ricordava ancora suo padre, in piedi dietro di lui, che gli stringeva le spalle e lo costringeva a pregare ogni giorno Gesù affinché gli restituisse la sua mamma. Le prime settimane pregarono nella cappella dell'ospedale. Dopo sei mesi, andavano a trovarla tutti i giorni, tranne la domenica, convinti che in quel giorno le loro preghiere sarebbero state più efficaci se venivano dalla chiesa. Fu tre anni più tardi che Nico cambiò le sue preghiere. Lo fece una volta sola. Durante una gelida giornata di neve, nel pieno dell'inverno del Wisconsin. Non voleva andare in chiesa, quel giorno, non voleva mettersi i pantaloni belli e la camicia della domenica. Soprattutto perché c'erano meravigliose battaglie di palle di neve, fuori. Così, quella domenica mattina, abbassando la testa in chiesa, invece di pregare Gesù affinché gli restituisse la sua mamma, lo pregò di portarsela via. Il Libro si era sicuramente sbagliato. Quel giorno sua madre morì. Guardando il vassoio con i toast francesi, ancora inginocchiato accanto al suo letto, chiese per la terza volta: «Che cosa c'è per cena?» «Polpettone, ok?» rispose la donna alzando gli occhi al cielo. «Sei con-
tento, adesso?» «Certo che sono contento», disse Nico, appiattendo il velcro con il palmo della mano e sorridendo fra sé. Polpettone. Proprio quello che avrebbe dovuto mangiare sua madre l'ultima sera, il giorno in cui era morta. I Tre gliel'avevano detto. Così come gli avevano detto degli uomini M... i massoni... Suo padre era un massone e se ne vantava. Ancora oggi, Nico sentiva il profumo dolce del fumo di sigaro che filtrava dalla porta quando tornava dalle riunioni della Loggia. Non era altro che un club, aveva spiegato loro Nico. I massoni non facevano altro che vendere biglietti della lotteria per raccogliere fondi a favore dell'ospedale. Come gli Shriners. I Tre erano stati pazienti, anche in quell'occasione. Gli avevano fornito i dati, gli avevano spiegato la storia. Come i massoni si erano segretamente diffusi in tutto il mondo con la scusa della carità. Come avevano perfezionato il loro inganno, raccontando alla gente di essere nati dalle associazioni di maestri muratori del medioevo, associazioni innocue, i cui membri si riunivano per scambiarsi segreti professionali, da artigiano ad artigiano. Ma i Tre sapevano la verità: l'arte dei massoni aveva realizzato alcuni dei luoghi più sacri e famosi del mondo, dal tempio di Salomone al monumento di Washington; ma i segreti che i massoni custodivano erano ben altro che i suggerimenti su come costruire archi e monumenti. La notte prima che Martin Luther King Jr. fosse ucciso, si trovava in un tempio massonico a Memphis. «Potrei non essere più con voi», aveva detto King ai suoi seguaci. Come se sapesse che c'era una pallottola in arrivo il giorno dopo. E il fatto che si trovasse in un tempio massonico non era una coincidenza. Destino. Sempre il destino. Ai massimi livelli, l'antico obiettivo dei massoni non era mai cambiato. Perfino la chiesa era stata contraria ai massoni fin dall'inizio, spiegarono i Tre. Era un buon argomento, ma Nico non era stupido. Nel medioevo, la chiesa era contraria a molte cose. I Tre, però, non avevano battuto ciglio. Al contrario, l'avevano colpito con la verità più dura di tutte: ciò che era realmente accaduto a sua madre la notte in cui era morta. 16
«Ma non deve dire a nessuno che gliel'ho detto io», sussurrò la donna nella cornetta. Tirandosi una ciocca di capelli rossi dietro l'orecchio, Lisbeth allungò la mano verso il piccolo registratore che aveva sulla scrivania, controllò che fosse attaccato al telefono e premette RECORD. «Le do la mia parola», disse. «Sarà un nostro segreto.» Come giornalista del «Palm Beach Post», Lisbeth sapeva benissimo che le leggi della Florida considerano illegale registrare una conversazione privata senza avere ottenuto il consenso dell'interlocutore. Ma da responsabile della rubrica di gossip Dal buco della serratura - la pagina più popolare del «Post» - Lisbeth sapeva anche che nel momento in cui avesse chiesto l'autorizzazione la sua fonte si sarebbe bloccata e zittita. Oltre tutto, le serviva la citazione esatta. Le occorreva una prova per quando gli avvocati del giornale avessero mostrato il pollice verso, come al solito, di fronte al suo articolo. Era la stessa ragione per cui teneva un mini-frigorifero ben fornito di vino e di birra in un angolo del suo minuscolo cubicolo beige, e una tazza di noccioline fresche su un angolo della scrivania. Che fossero i suoi colleghi venuti a scambiare due chiacchiere o un estraneo al telefono, la regola sacra che aveva imparato quando le avevano affidato la rubrica sei anni prima era sempre: falli parlare. «La sua storia, dunque, signora...?» «Preferirei lasciare perdere questi dettagli», insistette la donna. «Senza impegno.» Lisbeth prese un appunto, scrivendo: Professionista? nel suo taccuino. La maggior parte delle persone cadeva nella trappola del nome. «Ripeto, lei non l'ha saputo da me...» continuò la donna. «Glielo prometto, signora...?» «...e non cadrò nella sua trappola neanche la seconda volta», disse la donna. Lisbeth cancellò il punto di domanda e lasciò solo: Professionista. Eccitata dalla sfida, si mise ad agitare il filo del suo telefono come una corda per saltare, finché i fogli di carta attaccati alla parete destra del suo cubicolo non cominciarono a muoversi. Quando aveva diciassette anni, il negozio di abbigliamento di suo padre aveva chiuso e la famiglia si era trovata in miseria. Ma il giornale locale di Battle Creek, nel Michigan, raccontò la storia usando l'espressione «presunta diminuzione del venduto», che implicava una forma di disonestà da parte di suo padre. Lisbeth scrisse una lettera di risposta sul giornale della scuola. Il giornale locale la pubbli-
cò, con le sue scuse. Poi la ripubblicò anche il «Detroit News.» Alla fine della vicenda, aveva ricevuto settantadue risposte da tutto il Michigan. Quelle settantadue lettere ora coprivano ogni centimetro quadrato del suo cubicolo, per rammentarle ogni giorno il potere della penna, e per ricordarle sempre che le storie migliori sono quelle inaspettate. «A parte questo», disse la donna, «pensavo che le facesse piacere sapere in anticipo quello che verrà annunciato oggi pomeriggio, e cioè che Alexander John, il primo figlio dei John di Philadelphia, naturalmente, riceverà la Chiave d'Oro per l'arte al concorso scolastico nazionale.» Lisbeth stava scrivendo le parole Concorso scola... quando alzò la penna dalla pagina. «Quanti anni ha Alexander, scusi?» «Oh... diciassette... diciassette il nove settembre.» «Quindi... si tratta di un premio per le scuole superiori?» «E di un premio nazionale, non solo statale. Chiave d'Oro.» Lisbeth si massaggiò il collo lentigginoso. Era leggermente sovrappeso, e tentava di nasconderlo con degli occhiali verde lime che il magrissimo commesso le aveva garantito avrebbero tolto anche qualcosa ai suoi trentun anni. Lisbeth non ci credeva. Ma aveva comprato gli occhiali. Mentre continuava a massaggiarsi, un ciuffo di capelli rossi si staccò dall'orecchio e le dondolò davanti alla faccia. «Signora, per caso lei è imparentata col giovane Alexander?» «Come? Certo che no», rispose la donna. «Ne è sicura?» «Sta insinuando...? Signorina, questo premio è un onore che...» «O è alle dipendenze della famiglia del giovane Alexander?» La donna fece una pausa. «Non a tempo pieno, naturalmente, ma...» Lisbeth premette STOP sul suo registratore e batté la penna sulla scrivania. Solo a Palm Beach una madre poteva assumere qualcuno per fare pubblicità al pasticcio artistico del figlio adolescente. «Un premio nazionale», borbottò Lisbeth fra sé staccando la pagina dal taccuino. Ma mentre la appallottolava, si guardò bene dal riagganciare. Regola sacra n. 2: una pessima fonte oggi può rivelarsi una buona fonte domani. Regola sacra n. 3: vedi Regola sacra n. 2. «Se ho spazio, tenterò senza dubbio di parlarne», disse. «Siamo piuttosto pieni però.» Era una bugia ben più grossa dell'effetto smagrente e ringiovanente degli occhiali verde lime, ma mentre riagganciava e buttava il foglio del taccuino nel cestino, non poté fare a meno di notare le tre colonne quasi vuote nella griglia sullo schermo del suo computer.
Quarantacinque centimetri. Circa ottocento parole. Tanto ci voleva ogni giorno per riempire Dal buco della serratura. Più una foto, naturalmente. Finora aveva dieci centimetri sulla figlia di un VIP che sposava un giocatore di biliardo (voto: 6 più, si disse Lisbeth) e otto centimetri su una gara di insulti vecchia di una settimana tra un ragazzo e il capo della motorizzazione civile (5 e mezzo, non di più). Lisbeth guardò la palla di carta nel cestino di plastica e tornò a fissare lo schermo quasi vuoto. No, si disse. Era ancora troppo presto per abbandonarsi alla disperazione. Non aveva neanche guardato... «Posta!» gridò una voce mentre una mano sbucava al di sopra del cubicolo agitando in aria un fascio di lettere. Lisbeth alzò gli occhi e capì che se avesse tentato di prenderle, la mano si sarebbe ritirata, per cui aspettò che il suo proprietario girasse l'angolo. «Buongiorno, Vincent», disse prima ancora di vederlo. «Dimmi che hai qualcosa di buono oggi», disse Vincent, coi baffi sale e pepe che gli vibravano come un bruco sul labbro. Buttò il fascio di lettere sulla scrivania già strapiena di Lisbeth: le lettere si aprirono a ventaglio e lei si accorse che le buste erano strappate. «Hai aperto la mia posta?» chiese. «Sono il tuo capo. È il mio lavoro.» «Il tuo lavoro è aprire la mia posta?» «No, il mio lavoro è assicurarmi che la tua rubrica sia la migliore possibile. E quando lo è, quando tutti, in questa città, parlano coi vicini dello scandalo che hai abilmente scoperto, riceviamo una media di venti-trenta lettere al giorno, oltre ai soliti comunicati stampa, inviti eccetera. Sai quante lettere sono arrivate stamattina? Sei. Compresi gli inviti.» Vincent si sporse sopra la spalla di Lisbeth e lesse la griglia mezza vuota sul suo computer. «Hai sbagliato a scrivere motorizzazione.» Lisbeth si avvicinò allo schermo. «Ci sei cascata!» disse Vincent con la sua risatina scoppiettante. Le bretelle rosse e blu e la cravatta in tinta gli davano un'aria da re di Palm Beach, pur essendo solo un direttore di giornale. Irritata, Lisbeth gli tirò una bretella e la lasciò andare di scatto contro il suo petto. «Ahi... mi hai fatto male», si lamentò lui, massaggiandosi. «Stavo dicendo una cosa importante.» «Davvero? E che cos'era? Che dovrei trovare altre storie di seghe nei bagni?»
«Ascolta, signorina, quella era una storia divertente.» «Divertente? Non voglio delle storie divertenti. Voglio delle storie belle.» «Belle come? Come quelle della tua fonte segretissima, che ti ha sussurrato tante promesse e poi è sparita dalla faccia della terra? Come si chiamava... Lily?» «Iris.» Nel pronunciare il nome, Lisbeth si sentì le orecchie in fiamme. Quattro mesi prima, una donna che si identificava solo come Iris aveva chiamato di punto in bianco Lisbeth tramite il centralino. Il tremito della sua voce tradiva il pianto. E le sue esitazioni... Lisbeth sapeva riconoscere la paura. Per venti minuti Iris le raccontò la sua storia: vent'anni prima, faceva massaggi thailandesi alle terme locali, e lì aveva conosciuto un uomo che chiamava Byron... uno degli uomini più potenti di Palm Beach. Ma ciò che colpì l'attenzione di Lisbeth fu la precisione con cui Iris descriveva il modo in cui, in molte occasioni, lui l'aveva picchiata, fino a romperle una vertebra e la mandibola. Per Lisbeth, era una storia importante. Per questo teneva le lettere attaccate alle pareti. Ma quando aveva chiesto il vero nome di Byron - e di Iris - la linea si era interrotta. «Voleva romperti le scatole», disse Vincent. «Forse aveva paura.» «O forse voleva solo attirare l'attenzione.» «O forse adesso è sposata e teme che suo marito la butti fuori di casa scoprendo che un tempo la sua adorata mogliettina faceva la massaggiatrice. Rifletti, Vincent. Le fonti tacciono solo quando hanno qualcosa da perdere.» «Come il lavoro? La carriera? La loro cosiddetta popolare rubrica di gossip?» Lisbeth gli scoccò un'occhiata gelida e penetrante. Vincent gliela restituì. «Sei», disse girandosi per andarsene. «Sei lettere nella cassetta.» «Non mi interessa, anche se fosse una sola.» «Ti interessa eccome. Sei una grande giornalista, ma una pessima bugiarda, mia cara.» Per una volta, Lisbeth rimase zitta. «A proposito», aggiunse Vincent, «se chiama qualcuno per parlarti di un premio scolastico per la famiglia John... non fare la snob... pensa al numero sei. Le buone famiglie sono sempre buone famiglie.» «Ma se la storia è uno schifo...»
«Mi spiace dovere essere io a dirtelo, dolcezza», gridò Vincent, già nel corridoio, «ma non c'è un premio Pulitzer per il gossip.» Sola nel suo cubicolo, Lisbeth studiò la griglia vuota sullo schermo, poi abbassò lo sguardo sulla pagina appallottolata nel suo cestino. Si chinò sotto la scrivania per tirarla fuori e il telefono sopra di lei squillò. Al rumore, Lisbeth si rialzò di scatto e batté la testa sullo spigolo. «Ahi», gridò massaggiandosi con forza e prendendo la cornetta. «Dal buco della serratura. Sono Lisbeth.» «Salve, io... ehm... io lavoro al Four Seasons», incominciò una voce maschile. «È qui che si telefona per...» «Solo se è davvero buona», disse Lisbeth continuando a massaggiarsi, ma prevenendo benissimo la domanda. Il patto che aveva con i dipendenti degli alberghi locali era di cento dollari per ogni notizia che pubblicava sul giornale. «Bene... ehm... Stavo servendo un dipendente dell'ex presidente Manning e... Non so se li considerate delle celebrità, ma se le interessa...» «Mi interessa, sì.» Lisbeth premette il pulsante RECORD e afferrò una penna. Perfino nelle giornate migliori, il nome Manning era il più importante di tutti. «È proprio di persone come loro che ci piace scrivere...» 17 «Forse è meglio se usciamo», propone O'Shea, torreggiando sopra di me nel ristorante. Ha il naso schiacciato, per cui non ha paura di fare a pugni. Cerca di nasconderlo con gli occhiali, ma certe cose non si possono non notare. Appena ha tirato fuori il badge dell'FBI, la gente si è voltata a guardare. «Sì... benissimo», rispondo, alzandomi tranquillamente dal mio posto e seguendolo sul vialetto che porta verso la piscina scoperta. Se voglio tenere segreta la faccenda, l'ultima cosa di cui ho bisogno è che mi vedano in giro con un agente dell'FBI. Circondata da ogni lato dalle palme, la piscina è un modello di discrezione - a quest'ora del mattino, tutte le sdraio sono vuote - ma per qualche motivo O'Shea non rallenta. È solo dopo avere superato uno dei molti vasi giganteschi che vedo i due tizi che sistemano gli asciugamani nel capanno di legno, preparandosi per la giornata. O'Shea continua a camminare. Qualsiasi cosa voglia, la vuole in privato. «Senta, può dirmi dove...?»
«Com'è andato il suo viaggio in Malaysia?» Quando mi fa la domanda, io sto fissando la sua nuca. Non si volta neanche per vedere la mia reazione. «Oh... bene.» «E il presidente si è divertito?» «Non vedo perché no», replico infastidito. «Non è successo niente di particolare?» chiede O'Shea, seguendo un breve sentiero pieno di pozzanghere. Un'onda si infrange lontano, ma solo quando la sabbia mi riempie le scarpe mi accorgo che siamo sulla spiaggia privata, dietro la piscina. Sedie a sdraio vuote, postazioni per i bagnini deserte. Quando superiamo un casotto per il noleggio di attrezzature da sub, un uomo coi capelli castani ben pettinati sbuca dal retro e mi batte la mano sulla spalla. Gli manca un pezzetto di cartilagine in cima all'orecchio sinistro. «Questo è il mio socio, Micah», spiega O'Shea. Mi giro verso l'albergo, ma a causa del muro di palme riesco a vedere solo qualche terrazzo all'ultimo piano. Non un'anima in vista. Nello stesso momento mi accorgo che Micah ha rallentato il passo e si trova ora leggermente più indietro di me. «Forse dovrebbe sedersi», dice O'Shea, indicando una delle sdraio. «Ci vorrà solo un secondo», aggiunge Micah alle mie spalle. Mi giro e torno indietro. «Io veramente dovrei...» «Abbiamo visto il rapporto che ha stilato per i Servizi segreti, Wes. Sappiamo chi ha visto in Malaysia.» Mi blocco, quasi cado per terra. Poi riprendo l'equilibrio e mi volto a guardarli. O'Shea e Micah hanno l'oceano alle spalle. Le onde si infrangono incessanti. La delicatezza non è il loro forte. «Di cosa state parlando?» «Del rapporto», dice O'Shea. «Un tizio sui cinquant'anni, della statura di Boyle, del peso di Boyle, con la testa rasata come Boyle, anche se per qualche ragione ha trascurato il colore degli occhi, e il fatto che ha pensato che fosse lui.» «Sentite, io non so che cos'ho visto quella notte...» «Va bene, Wes», dice Micah con voce un po' cantilenante. «Boyle era davvero in Malaysia. Lei non è pazzo.» Molte persone si sentirebbero sollevate. Ma frequento le forze dell'ordine da abbastanza tempo per conoscere i loro trucchi e le loro tecniche.
Questa manovra si chiama stabilire il tono. Ha lo scopo di influenzare inconsciamente lo stato d'animo di qualcuno e si basa sul fatto che si tende a imitare il tono con cui veniamo interpellati. Se qualcuno ci grida contro, gridiamo. Se sussurra, noi sussurriamo. Di solito lo usano per fare coraggio a un testimone depresso, o per abbattere un sospetto molto resistente. Micah si è messo a cantare, sperando che io canti a mia volta. C'è un solo problema: gli agenti dell'FBI non cantano, e neanch'io. Se usano trucchetti psicologici, vuol dire che mi nascondono qualcosa. «Boyle è vivo?» chiedo senza ammettere nulla. O'Shea mi studia attentamente. Per la prima volta, mi guarda le cicatrici. «So che per lei è una faccenda personale...» «Non si tratta di questo!» reagisco. «Wes, non siamo qui per attaccarla», dice Micah sottovoce. «Allora smettetela con i vostri trucchetti! Ditemi che cosa diavolo sta succedendo e basta!» Il vento soffia sulla spiaggia e scompiglia i capelli ben pettinati di Micah. O'Shea sposta il peso da una gamba all'altra, a disagio sulla sabbia, e consapevole di avere toccato il tasto sbagliato. Non sono solo i vestiti che rivelano un agente. I due si scambiano un'occhiata. O'Shea annuisce. «Boyle non le ha mai parlato di un gruppo chiamato i Tre?» chiede finalmente Micah. Faccio segno di no con la testa. «E del Romano?» «È un gruppo anche questo?» «È una persona», dice O'Shea, osservando la mia reazione. «E io dovrei conoscerla?» Per la seconda volta, gli agenti si scambiano un'occhiata. O'Shea socchiude gli occhi al sole mattutino, che spunta fra le nubi. «Sa da quanto tempo diamo la caccia a Boyle?» mi chiede. «Pensa che tutto sia incominciato con la sua morte miracolosa? Gli davamo la caccia quando stava alla Casa Bianca, aspettavamo solo che facesse una mossa falsa. Quando poi... puf... ha pescato la carta USCITE GRATIS DI PRIGIONE di livello mondiale...» «Cioè quando gli hanno sparato...» «...siamo rimasti fregati. Come il resto del paese. Abbiamo perfino chiuso il caso e archiviato i documenti. Tre anni dopo, ha commesso il suo primo errore ed è stato visto in Spagna da un ex agente, appassionato di
politica quanto bastava per riconoscerlo. Per nostra fortuna, costui si fa vivo, ma prima che possiamo seguire la pista la sua macchina esplode misteriosamente davanti a casa sua. Un lavoro da professionisti, Semtex-H con un detonatore a pressione. La buona sorte ci assiste, nessuno si fa male, ma il messaggio è chiaro, e il testimone decide che non ha mai visto niente.» «E voi pensate che Boyle conosca il Semtex-H? È un ragioniere...» «Cioè sa come pagare la gente, come manipolarla, come evitare di lasciare impronte, qualsiasi cosa tocchi...» «Ma lui...» «...vive ricattando le persone. Ecco quello che fa, Wes. È quello che faceva anche alla Casa Bianca. Con i nostri agenti. E soprattutto con i Servizi segreti.» Vedendomi confuso, aggiunge: «Suvvia, dovrebbe averlo capito. I dodici minuti sull'ambulanza... il sangue extra... Perché pensa che Manning e i Servizi l'abbiano aiutato? Per bontà di cuore? È una termite, Wes, si infila dove c'è del morbido e sfrutta ogni punto debole. Capisce quello che dico? Si alimenta della debolezza altrui. Ogni tipo di fragilità umana.» Da come mi studia, da come i suoi occhi si fissano nei miei... «Aspetti, intende dire che io...?» «Abbiamo studiato i suoi file, Wes», aggiunge O'Shea, tirando fuori dalla giacca un foglio piegato. «Sette mesi con un certo dottor Kuttler, che qui viene definito "specialista in incidenti critici". Espressione piuttosto tecnica.» «Dove l'avete preso?» chiedo. «E l'analisi: crisi di panico, stress post-traumatico...» «È stato otto anni fa!» «...atteggiamenti compulsivi a proposito di interruttori della luce, porte aperte e chiuse...» «Questo non è neppure...» «...e una vera e propria ossessione per le preghiere», continua O'Shea, imperterrito. «È vero? È stato il suo modo per superare l'attentato? Ripetere all'infinito le stesse preghiere?» Passa alla seconda pagina. «Non è neanche religioso, lei, vero? Questa è una reazione alla Nico...» Con mia sorpresa, gli occhi mi si riempiono di lacrime e la gola mi si stringe. È passato molto tempo da quando qualcuno... «So che per lei è stata dura, Wes», continua O'Shea. «Più dura ancora del ginepraio in cui si è cacciato con Boyle. Ma se la ricatta in qualche modo, possiamo aiutarla a venirne fuori.»
Aiutarmi? «Pensate che io...?» «Qualsiasi cosa le abbia proposto, lei resterà scottato.» «Non mi ha proposto un bel niente!» insisto. «È per questo che avete litigato?» «Litigato? Ma cosa...?» «Il tavolino rotto, il vetro che si è spezzato quando lei l'ha colpito... abbiamo letto il rapporto», interviene Micah, la cui voce ha perso del tutto il tono cantilenante. «Io non sapevo che fosse là!» «Davvero?» chiede Micah, con voce sempre più incalzante. «Nel bel mezzo di un discorso in un paese straniero lei abbandona il presidente, al cui fianco dovrebbe restare...» «Vi giuro...» «...e scompare dietro il palco, proprio nella stanza in cui Boyle si è casualmente nascosto...» «Non lo sapevo!» grido. «Abbiamo mandato là degli agenti!» esplode Micah. «Hanno scoperto il nome falso usato da Boyle nell'albergo. Quando hanno interrogato gli impiegati di turno quella notte, uno ha indicato la sua foto e ha detto che proprio lei aveva chiesto di lui! Adesso vuole ricominciare tutto da capo o vuole continuare a impantanarsi? Ci dica perché Manning ha mandato lei anziché un uomo dei Servizi a incontrarlo!» È la seconda volta che mi confermano che Manning e i Servizi segreti sono coinvolti, e per la prima volta capisco che non sono io quello che stanno cercando. I grandi cacciatori vogliono selvaggina grossa. E perché prendere un cucciolo, quando si può avere il Leone? «Sappiamo che Manning è stato buono con lei...» «Voi non lo conoscete affatto.» «E invece sì», dichiara O'Shea. «Proprio come conosciamo Boyle. Mi creda, Wes, quando erano al potere, lei non ha visto neanche la metà di quello...» «Ero con loro tutti i giorni!» «È stato con loro solo negli ultimi otto mesi, quando l'unica cosa a cui miravano era la rielezione. Pensa che quella fosse la realtà? Sapere cosa gli piace nei panini a mezzogiorno non vuol dire sapere di cosa sono capaci...» Se fossi Rogo, mi precipiterei su di lei e gli mollerei un pugno sul mento. Invece affondo un piede nella sabbia. Qualsiasi cosa, pur di mantenere l'equilibrio. Da quello che dicono, sembra proprio che Manning abbia un
bel po' di sporco sulle dita. Forse stanno solo bluffando. Forse è vero. In ogni caso, dopo tutto quello che Manning ha fatto per me... dopo che mi ha ripreso e mi è rimasto vicino per tutti questi anni... Non gli morderò la mano prima di avere verificato i fatti di persona. «Ha mai visto uno scontro fra tre auto?» mi chiede Micah. «Sa qual è la macchina che ne esce più danneggiata? Quella in mezzo.» Fa una pausa per lasciarmi assaporare il concetto. «Manning, lei, Boyle. Quale macchina pensa di essere?» Spingo i piedi ancora più a fondo nella sabbia. «Questo... questo non è...» «A proposito, dove ha preso quel bel cronometro?» mi interrompe Micah indicando il mio vecchio orologio Franck Muller. «È un gingillo da diecimila dollari.» «Cosa intende...? È stato un regalo del presidente del Senegal», dico. A casa ne ho almeno un'altra dozzina, compreso un Vacheron Constantine di platino proveniente da un principe della corona saudita. Quando eravamo al potere, erano regali alla Casa Bianca. Adesso, non esistono regole che impediscano di fare regali all'ex presidente e al suo staff, ma prima che possa spiegare... «Signor Holloway», mi chiama una voce. Mi giro appena in tempo per vedere il cameriere che mi ha servito la colazione. È vicino alla piscina e ha in mano la mia carta di credito. «Mi scusi... Non volevo che dimenticasse questa», dice, avvicinandosi a noi sulla sabbia. O'Shea si gira verso il mare in modo che il cameriere non possa sentire. «Si concentri, Wes. È davvero così ciecamente devoto? Sa che le hanno mentito. Se lei continua a coprirli, finirà per avere bisogno di un avvocato.» «Ecco, signore», dice il cameriere. «Grazie», rispondo con un mezzo sorriso forzato. O'Shea e Micah non sono altrettanto gentili. Dalle occhiate che mi lanciano, capisco che vogliono altro. Il problema è che non ho nient'altro da dargli, almeno per ora. E finché non ce l'ho, non posso garantirmi alcuna protezione. «Aspetti, torno con lei...» dico girandomi e mettendomi a camminare dietro il cameriere. Anni fa, avevo l'abitudine di mordermi un piccolo callo sul lato del dito indice. Quando arrivai alla Casa Bianca, Dreidel mi fece smettere, dicendo
che non stava bene, sullo sfondo delle foto col presidente. Per la prima volta da dieci anni a questa parte, riprendo a mordermelo. «A presto», mi grida O'Shea. Non gli rispondo neanche. Quando raggiungiamo la piscina, c'è una famiglia giovane che incomincia presto la sua giornata. Il papà sfoglia un giornale, la mamma una rivista e il loro bambino di tre anni, col suo taglio a scodella, gattona giocando con due macchinine, facendole scontrare frontalmente, in continuazione. Mi guardo alle spalle e rivedo la spiaggia. O'Shea e Micah se ne sono già andati. Su una cosa hanno ragione: ho bisogno di un avvocato. Per fortuna so dove trovarlo. 18 Washington. D.C. «Sa che le hanno mentito. Se lei continua a coprirli, finirà per avere bisogno di un avvocato.» «Ecco, signore.» «Grazie», disse la voce di Wes dal piccolo altoparlante sull'armadietto basso di metallo. «Aspetti, torno con lei...» Per sistemare il volume, il Romano mosse leggermente la manopola. Le sue mani spesse, d'acciaio, erano quasi troppo grosse per quel compito. Quand'era un bambino, stavano a malapena nei guanti di suo padre. Ma dopo anni che infilava esche sulle lenze da pesca, aveva imparato l'arte di un tocco delicato. «Buona giornata, signor Holloway», gracchiò una voce dall'altoparlante. Ottenere un microfono abbastanza piccolo era facile. Così come procurarsi una radiolina sintonizzata su un segnale satellitare, che poteva trasmettere all'altro capo del paese. Proteggere il presidente era la specialità dei Servizi segreti, ma a causa delle leggi sulla contraffazione e i reati finanziari il loro settore investigativo era uno dei più potenti al mondo. In effetti, l'unica difficoltà consisteva nel trovare un posto dove nasconderlo. E qualcuno che ce lo mettesse. Il telefono squillò sull'angolo della scrivania, il Romano guardò il numero sullo schermo. Le lettere digitali scure dicevano UFFICI DI LELAND MANNING. Il Romano sorrise fra sé, scostandosi i capelli neri dalla fron-
te pallida. Se solo i pesci persici fossero stati così prevedibili. «Problemi?» chiese alzando la cornetta. «Nessuno. L'ho fatto stamattina presto. L'ho messo in quella spilla, proprio come avevi detto tu.» «L'avevo capito, dalle ultime due ore di conversazione.» Abbassandosi, il Romano aprì l'ultimo cassetto dell'armadietto e con la punta delle dita raggiunse la cartelletta in fondo. «Wes ha detto qualcosa di interessante?» chiese il suo socio. «Ci sta arrivando», rispose il Romano, aprendo la cartelletta sulla scrivania e scoprendo alcune foto in bianco e nero. «E tu? Se la tua inchiesta è così importante... Pensavo che venissi qui.» «Ci verrò», disse il Romano guardando le foto. Ingrigite dal tempo, erano tutte relative alla giornata all'autodromo. Una di Nico, con gli agenti segreti che lo bloccavano per terra, una del presidente che veniva infilato nella limousine, e naturalmente una di Boyle, che applaudiva pochi istanti prima di essere colpito. Il sorriso sul volto di Boyle sembrava indistruttibile... le guance bloccate, i denti scintillanti. Il Romano non riusciva a distogliere lo sguardo. «Devo fare un'altra cosa, prima.» 19 Palm Beach, Florida «Dov'è?» chiedo attraversando di corsa l'atrio del piccolo ufficio, con la sua dozzina di vasi di piante e di orchidee. «Dentro», risponde la ragazza della reception, «ma non puoi...» Troppo tardi. Supero la sua scrivania di formica, stranamente simile a quella che ho buttato via qualche settimana fa, e mi dirigo alla porta coperta di vecchie targhe della Florida. A parte le piante, che erano il tipico regalo di ringraziamento dei clienti, l'ufficio rivela il gusto di un quindicenne quanto all'arredamento. Non importa. Traslocando al di là del ponte un anno fa, Rogo ha scelto un ufficio che avesse un buon indirizzo di Palm Beach. Quando si punta ai ricchi e il 95 per cento dell'attività si svolge per posta, è più che sufficiente. «Wes, è occupato!» grida la segretaria. Spingo la maniglia, spalanco la porta e la mando a sbattere contro il muro. In piedi accanto alla scrivania, Rogo sobbalza: «Wes, sei tu?» Ha gli occhi chiusi. Mentre si dirige verso di me, tocca la carta assorbente, il por-
tamatite e la tastiera, come un cieco che proceda a tentoni. «Cosa ti è successo agli occhi?» «Oculista. Dilatati», dice Rogo, urtando una foto del cane che aveva da bambino. La cornice cade e lui tenta di rimetterla in piedi. «Non vederci è uno schifo.» «Ho bisogno di parlarti», dico. «Nel frattempo, vuoi saperne una ancora più patetica? Dal dottore, ho falsificato l'esame della vista. Prima di entrare, aveva lasciato il tabellone acceso, sai quello con la E gigante e le N3QFD minuscole in fondo? L'ho imparato a memoria e poi gliel'ho ridetto. Haaaa!» «Rogo...» «Insomma, è ancora peggio che...» «Boyle è vivo.» Rogo smette di toccare la cornice e si gira verso di me. «Cos'hai detto?» «L'ho visto, Rogo. Boyle è vivo», ripeto. Mi lascio cadere lentamente su una delle sedie di fronte alla sua scrivania. Rogo gira la testa, seguendo perfettamente i miei movimenti. «Ci vedi benissimo, vero?» chiedo. «Sì», risponde, ancora scioccato. «E quella della reception è la mia vecchia scrivania?» «Sì, l'ho presa quando l'hai buttata via.» «Rogo, l'avevo data in beneficenza.» «E io ti ringrazio per questo. Adesso per favore vuoi dirmi cosa diamine stai bofonchiando a proposito del tuo ex collega morto?» «Te lo giuro... L'ho visto. Gli ho parlato.» «E come...?» «Si è fatto la plastica.» «Be', chi non vorrebbe farsela?» «Dico sul serio. La sparatoria... quel giorno all'autodromo... era... non era come sembrava.» Ci metto quasi mezz'ora per dirgli tutti i particolari, dal camerino in Malaysia alle informazioni di Dreidel sul sangue 0 negativo alle domande dell'FBI sulla spiaggia a proposito del Romano e dei Tre. Da perfetto avvocato, non mi interrompe neanche una volta. Da perfetto Rogo, reagisce immediatamente. «L'hai detto a Dreidel prima che a me?» «Oh, ti prego...» «Ero in macchina con te stamattina. Eri forse così incantato dai classici
degli anni Ottanta, Novanta e Duemila che ti sei dimenticato di dirmi: "A proposito, sai quel tizio che è morto e mi ha devastato la vita? Be', forse segue una dieta integrale, perché in realtà è ancora vivo?"» «Rogo...» «Posso dire un'altra cosa soltanto?» «Riguarda Dreidel?» Incrocia le braccia sul petto. «No.» «Ok, allora...» «Sei nei guai, Wes.» Ammicco almeno quattro volte nel tentativo di digerire le sue parole. Venendo da Rogo, sono più forti delle onde sulla spiaggia. «Sul serio», continua. «Ti hanno incastrato. Per il semplice fatto che hai visto Boyle, l'FBI adesso pensa che tu sia coinvolto nella faccenda. Se non collabori con loro, ti fottono come socio di Boyle o di Manning, come preferiscono. Se non collabori con loro...» «...posso dire addio a quel poco di vita che mi resta. Cosa credi che ci faccia qui? Ho bisogno di aiuto.» Quando l'ho chiesto a Dreidel, ha esitato, soppesando le conseguenze personali e politiche. Rogo è sempre stato diverso. «Dimmi solo chi devo colpire.» Per la prima volta da quarantotto ore a questa parte, faccio davvero un mezzo sorriso. «Ehi», dice, «credi veramente che ti permetterei di farti del male da solo?» «Pensavo di andare da Manning», gli dico. «E io pensavo che per una volta dovresti incominciare a preoccuparti di te stesso.» «Vuoi smetterla?» «E allora tu smettila di fare il segretario. Non hai sentito quello che ha detto l'FBI? Il presidente era coinvolto, qualunque cosa questo voglia dire! Come ti spieghi altrimenti che Nico sia arrivato così vicino e sia riuscito a far passare un'arma in mezzo a tutti quegli agenti segreti? Non senti puzza? È puzza di complicità.» «Forse è qui che intervengono il Romano e i Tre.» «Sono i nomi che ti hanno dato quelli dell'FBI?» «Per questo vorrei andare innanzitutto da Manning. Forse lui...» «Ma ti ascolti quando parli? Se vai da Manning, rischi di mettere in allarme l'unica persona che ha tutte le ragioni del mondo per mandarti sulla
ghigliottina. Mi dispiace se questo mette in crisi le piccole certezze che ti sei costruito negli ultimi otto anni, ma è arrivato il momento di stare attenti. Le cicatrici che hai sulla faccia, puoi pensarla come vuoi, ma non sono una punizione. Non devi niente a nessuno.» «Non è questo il punto.» «No, il punto è: Leland Manning è un buon uomo. Forse un grande uomo. Ma come qualunque uomo - soprattutto se corre per la presidenza quando ne ha bisogno ti mente in faccia. Fai un semplice calcolo, Wes: quanti presidenti degli Stati Uniti hai visto finire in galera? E quanti collaboratori di livello inferiore giurano sulla loro innocenza?» Per la prima volta, non so cosa rispondere. «Ecco», continua Rogo. «Abbattere un presidente è come demolire un edificio, piccole cariche esplosive e molta forza di gravità. In questo preciso istante, stai per essere risucchiato in un buco.» «Questo non vuol dire che sia un mostro.» «Ti prego, non saresti neanche qui se non avessi il letto pieno di scorpioni!» Seduto di fronte a lui, tengo gli occhi bassi. Durante l'ultima settimana alla Casa Bianca, chiamarono tutti gli ex presidenti, Bush, Clinton... Ma fu Bush padre a dare a Manning il consiglio migliore. Gli disse: «Quando scendi dall'Air Force One, saluta in cima alla scaletta... e quando l'unico intervistatore tv, in piedi sull'asfalto, ti chiede che cosa provi, grida: "È splendido essere di nuovo a casa!" E guarda davanti a te e cerca di non pensare a com'era quattro o cinque ore prima.» Quando l'aereo atterrò, Manning fece esattamente così. Disse quella bugia con facilità, con un sorriso perfetto. Rogo mi guarda attentamente mentre mi mordo il callo sul dito. «So cosa significa per te, Wes.» «No, non lo sai.» Mi infilo la mano sotto la coscia. «Dimmi solo cosa dovrei fare secondo te.» «Sai già come la penso», risponde Rogo con un sorriso. Anche quando gli davano un calcio nel sedere, gli è sempre piaciuta una bella lotta. Prende un taccuino sulla scrivania e si mette a cercare una penna. «Sai perché mi tolgono il 96 per cento delle multe per eccesso di velocità? O il 92 per cento di quelle per inversione a U? Perché scavo, scavo, scavo e scavo ancora. Controllo i dettagli, Wes: se il poliziotto sbaglia a riportare il numero della multa, annullata. Se non riporta il suo numero personale, annullata. Tutto dipende dai dettagli. Per questo voglio sapere chi sono i Tre e questo
tizio detto il Romano.» «Hai ancora quell'amico alla stazione di polizia?» «Come credi che faccia ad avere la lista dei multati due ore prima di chiunque altro? Controllerà tutto quello che ci serve.» «Dreidel ha detto che avrebbe controllato anche lui qualche altra cosa. È bravo e...» Il cellulare vibra nella mia tasca. Lo apro e vedo un numero familiare. Tempismo perfetto. «Novità?» dico rispondendo. «Sei stato tu a passarle l'informazione?» sbotta Dreidel con voce affannata. «Prego?» «Quella giornalista, Lisbeth come-si-chiama... del "Palm Beach Post"...» Prende fiato per mantenere la calma. Capisco solo che c'è qualcosa che non va. «L'hai chiamata tu stamattina?» «Non so di cosa...» «Va bene, se anche sei stato tu, non sono arrabbiato... Ho solo bisogno di sapere che cosa le hai detto.» È la seconda volta che mi interrompe. E come tutti i giovani politici, quando dice di non essere arrabbiato è perché ti vorrebbe strappare gli occhi. «Dreidel, ti giuro che io non ho...» «E allora come fa a sapere che ci siamo incontrati? Che ho bevuto un caffè e mangiato parte del tuo toast? Con chi...?» Si riprende, abbassa la voce. «A chi altro l'hai detto?» Guardo Rogo. «A nessuno. Non può averla chiamata nessuno. Ti giuro...» «Ok, va bene», dice a sé stesso, più che a me. «Ho solo... Voglio solo che tu smentisca la faccenda, ok? Ti sta per telefonare, vuole una dichiarazione. Puoi farmi il piacere di smontare la storia?» Conosco Dreidel da quasi dieci anni. L'ultima volta che l'ho visto in preda al panico, la First Lady stava urlandogli contro. «Ti prego, Wes.» «Certo... certo... ma perché sei così nervoso per una stupida colazione?» «No, non è la colazione... È la colazione a Palm Beach, Florida, mentre mia moglie pensava che fossi ancora nell'albergo dove c'è stato l'incontro di ieri, ad Atlanta.» Mi lascia un minuto per collegare i fatti. «Aspetta, vuoi dire che quella donna... Non l'hai incontrata al bar...» «Jean, si chiama Jean. Sì, ho lasciato Atlanta e sono arrivato qui prima
per lei. L'ho conosciuta qualche mese fa, va bene? Sei contento? Adesso sai tutto. Ti chiedo solo di non dire niente a quella tizia del gossip, perché se l'articolo esce domani ed Ellen lo vede...» Sento un bip nel mio cellulare. «È lei», dice Dreidel. «Devi solo bloccare tutto. Promettile qualcosa... dieci minuti con Manning... Ti prego, Wes, pensa alla mia famiglia, pensa ad Ali», aggiunge riferendosi a sua figlia. «E alla mia corsa per il senato.» Prima che possa reagire, sento un altro bip. Premo il tasto del telefono e rispondo alla nuova chiamata. «Wes», dico. «Signor Holloway, sono Gerald Lang», dice una voce asciutta e professionale. «Dell'ufficio del sovrintendente», spiega, riferendosi alla Manning Presidential Library. «Claudia mi ha consigliato di telefonare a lei e...» «Questo non è un buon momento, in verità.» «Le chiedo solo un istante, signore. Vede, stiamo organizzando una nuova mostra sulle attività della presidenza, con una particolare attenzione alla lunga storia di giovani che sono stati segretari presidenziali. Una specie di... retrospettiva, se riesce a immaginare... da Meriwether Lewis, che ha lavorato sotto Thomas Jefferson, a Jack Valenti, che ha lavorato con Lyndon Johnson, fino a... lei, speriamo.» «Aspetti: una mostra su di me?» «Be', soprattutto sugli altri, ovviamente. Una vera retrospettiva.» Sta già correggendosi, il che significa che conosce le regole. Il mio compito è essere l'uomo più vicino al presidente, stare al suo fianco, ma mai davanti a lui. «Apprezzo l'offerta, signor Lang...» «Gerald.» «E mi piacerebbe poter contribuire, Gerald, ma...» «Il presidente Manning ha dato la sua approvazione», dice calando l'asso che aveva nella manica. «Anche Claudia. Una vera retrospettiva. Quando pensa che potremmo vederci per...?» «Più tardi, d'accordo? Mi richiami più tardi.» Stacco la comunicazione e torno a Dreidel. «Cos'ha detto? Sa tutto?» chiede Dreidel, ancora in preda al panico. Prima che possa rispondergli, il mio telefono suona di nuovo. Chiaramente, il mio amico curatore non ha capito l'antifona. «Lascia che mi liberi di questo tizio», dico a Dreidel, ripassando sull'altra linea. «Gerald, le ho già detto...» «Chi è Gerald?» mi interrompe una voce femminile.
«P... prego?» «Salve, Wes, sono Lisbeth Dodson, del "Palm Beach Post". Le piacerebbe vedere il suo nome sulla stampa?» 20 Washington, D.C. La ruota anteriore sinistra si infilò nella buca a tutta velocità, affondando nella neve sciolta e facendo sussultare violentemente il SUV nero. Con una sterzata improvvisa, l'auto si spostò sulla destra. Un secondo colpo la scosse. Il Romano bestemmiò fra i denti. Le strade del D.C. erano abbastanza cattive. Ma la zona sud-ovest di Washington era sempre la peggiore. Prese uno straccio, tolse un leggero strato di neve dal parabrezza e svoltò nella Malcolm X Avenue. Le macchine bruciate, i mucchi di lattine e gli edifici con assi al posto delle finestre rendevano la zona una di quelle in cui non era bene smarrirsi. Per fortuna lui sapeva esattamente dove andare. Un chilometro e mezzo più avanti, l'auto si arrestò a un semaforo. La Malcolm X incrociava la Martin Luther King Jr. Avenue. Il Romano non poté fare a meno di sorridere fra sé. Per otto anni aveva scommesso sulla possibilità di una coesistenza pacifica. Ma adesso che Boyle era ricomparso... e Wes l'aveva visto... e anche O'Shea e Micah stavano avvicinandosi... a volte non restava che la strada più dura. Non era stato diverso, otto anni prima, quando avevano avvicinato Nico per la prima volta. Naturalmente, non c'erano tutti e tre. Per sicurezza, era andato uno solo. Naturalmente, Nico era esitante, ostile, anche. A nessuno piace vedere attaccata la propria famiglia. Ma per questo gli furono mostrate le prove: i documenti relativi alla permanenza di sua madre in ospedale. «Che cos'è?» aveva chiesto Nico scorrendo il foglio con i numeri delle stanze e gli orari di consegna. In cima c'era scritta a mano una sola parola: CENA. «È il tabulato delle cene consegnate», disse il Numero Tre, «nel giorno della morte di tua madre.» Naturalmente, Nico vide il nome di sua madre, Hadrian, Mary. E il suo vecchio numero di stanza, 913. E quello che aveva ordinato, polpettone. Ma quello che lo confondeva erano gli appunti a mano nella colonna con la scritta «Orario consegna». Sul foglio, ogni paziente aveva un orario di-
verso: 6.03 pm... 6.09 pm... 6.12 pm... Tranne la madre di Nico, per la quale c'era scritto semplicemente PAZIENTE DECEDUTA. Nico alzò lo sguardo, chiaramente confuso. «Non capisco. Questa è la sua ultima giornata... la domenica in cui è morta?» «Non esattamente», rispose il Numero Tre. «Guarda la data nell'angolo. 16 settembre, giusto?» Nico annuì e lui riprese a spiegare: «Il 16 settembre era un sabato, Nico. Secondo questo documento, tua madre è morta di sabato.» «No», insisté Nico. «È morta di domenica. Domenica 17 settembre. Mi ricordo, ero... eravamo in chiesa.» Guardò il foglio e aggiunse: «Com'è possibile?» «No, Nico, la domanda da porsi è: perché qualcuno ha fatto una cosa del genere?» Nico scosse la testa furiosamente. «No, è impossibile. Eravamo in chiesa. Nella seconda fila. Ricordo mio padre che arrivava e...» Nico si bloccò. «È questa la cosa splendida della chiesa, vero, Nico? Quando tutti sono lì nei loro sedili e guardano un padre preoccupato che prega coi suoi due bambini... È un alibi perfetto.» «Aspetti... mi sta dicendo che mio padre ha ucciso mia...» «Erano... tre anni, giusto? che era in coma. Tre anni senza madre. Senza nessuno a curare la casa. Ogni giorno... tutte quelle preghiere e quelle visite... la sua malattia consumava la vostra vita.» «Non l'avrebbe mai fatto! Lui l'amava!» «Amava di più te, Nico. Avevi già perso tre anni della tua infanzia. Per questo l'ha fatto. Per te. L'ha fatto per te.» «M... ma i dottori... il medico legale non...?» «Il dottor Albie Morales - il neurologo che la dichiarò morta - è il maestro adoratore che guida la loggia massonica di tuo padre. Il medico legale Turner Sinclair - che ha compilato gli altri documenti - è il decano della stessa loggia. È così che fanno i massoni, Nico. È così che hanno fatto nel corso della sto...» «Lei mente!» esplose Nico, mettendosi le mani sulle orecchie. «Mi dica che sta mentendo!» «L'ha fatto per te, Nico.» Nico oscillava rapidamente avanti e indietro, mentre le lacrime gli scendevano a grosse gocce sul foglio di carta che riportava l'ultima cena ordinata da sua madre. «Quando è morta... è stato... è morta per i miei peccati!
Non per i suoi!» Gemeva come un bambino di dieci anni, tutto il suo sistema di valori era in frantumi. «Doveva morire per i miei peccati!» Fu allora che i Tre capirono che Nico era loro. Naturalmente, l'avevano scelto proprio per questo. Non era difficile. Grazie alla possibilità del Romano di accedere ai file dell'esercito, si concentrarono su quelli di Fort Benning e Fort Bragg, che ospitavano due delle scuole di tiro dell'esercito. Aggiungendo le parole «congedato con disonore» e «problemi psicologici», la lista si riduceva rapidamente. Nico attualmente era il terzo. Ma quando provarono a scavare meglio - quando si accorsero della sua devozione religiosa e videro il gruppo a cui era affiliato suo padre - Nico salì subito in cima alla lista. A quel punto, non restava che trovarlo. Poiché tutte le residenze momentanee e tutti i rifugi per senzatetto che ricevono sussidi governativi devono fornire i nomi di coloro che le usano, questa era la parte più facile. Poi dovettero verificare se lo si poteva controllare. Per questo lo riportarono alla roulotte di suo padre e gli diedero l'arma e gli dissero che c'era un solo modo per liberare lo spirito di sua madre. Durante l'addestramento di tiro, Nico aveva imparato a sparare tra un battito cardiaco e l'altro, per ridurre il movimento della canna. In piedi sopra suo padre, che chiedeva pietà piangendo sul pavimento di linoleum rovinato, Nico premette il grilletto senza esitare. E i Tre capirono di avere il loro uomo. Tutto grazie a un semplice foglio di carta con un falso elenco di ordinazioni alla mensa dell'ospedale. Quando il semaforo tornò verde, il Romano svoltò a sinistra e premette l'acceleratore, facendo sbandare le ruote posteriori e sollevando spruzzi di neve fangosa. L'auto ondeggiò sulla strada non ripulita, poi si rimise in carreggiata sotto la guida decisa del Romano. Aveva investito troppo tempo per perdere il controllo adesso. In lontananza, i vecchi negozi e le vecchie case lasciavano il posto a una recinzione arrugginita che delimitava un ampio parco e che avrebbe dovuto fare sentire il quartiere più sicuro. Ma, con ventidue pazienti fuggiti nell'ultimo anno, la maggior parte dei residenti capiva bene che la recinzione non svolgeva il suo compito al meglio. Il Romano ignorò la cappella e un altro edificio alto di mattoni vicini alla recinzione, svoltò a destra e puntò su una guardiola appena dentro l'ingresso principale. Erano passati quasi otto anni dall'ultima volta che era venuto qui. E mentre abbassava il finestrino e notava la vernice gialla e ne-
ra scrostata sull'anta del cancello, si accorse che non era cambiato nulla, comprese le procedure di sicurezza. «Benvenuto al St. Elizabeths», disse un guardiano con le labbra spaccate dal freddo. «Visita o consegna?» «Visita», rispose il Romano, mostrando un badge dei Servizi segreti senza smettere di guardarlo negli occhi. Come tutti gli agenti prima di lui, quando Roland Egen era entrato nei Servizi segreti, non l'avevano messo alla Protezione. Con l'autorità dei Servizi per i reati finanziari, aveva passato cinque anni a sventare contraffazioni e reati informatici nell'ufficio di Houston. Aveva avuto il suo primo incarico di Protezione: valutare le minacce per il settore Intelligence, e da lì, grazie alla sua abilità nelle indagini criminali, aveva fatto carriera negli uffici di Pretoria. Era stata la sua forte determinazione a permettergli di salire nella gerarchia dei Servizi segreti, fino alla posizione attuale di vice direttore assistente alla Protezione. Ma erano state le ore di straordinario nella veste del Romano che gli avevano dato i risultati migliori. «Sono qui per Nicholas Hadrian.» «Nico è nei guai, eh?» chiese il guardiano. «Strano, dice sempre che sta per succedere qualcosa. Stavolta l'ha azzeccata.» «Già», disse il Romano, osservando la piccola croce sul tetto della cappella di mattoni in lontananza. «Fantastica la sua isteria!» 21 Palm Beach, Florida «Comunque, è un bel colpo beccarti a pranzo con Dreidel al Four Seasons», dice Lisbeth mentre Rogo si infila di fianco a me e si attacca il telefono all'orecchio. «Una specie di riunione della Casa Bianca in un ristorante del soleggiato sud. I ragazzi del presidente eccetera eccetera.» «Sembra divertente», dico sperando di tenerla allegra. «Ma non sono sicuro che sia una notizia.» «Straordinario», ribatte lei sarcastica. «È esattamente quello che ha detto Dreidel. Vi hanno separato alla nascita, o è una cosa che viene spontanea col vostro lavoro?» Conosco Lisbeth dal giorno in cui è diventata responsabile della rubrica di gossip del «Post». I nostri patti sono chiari. Lei telefona e chiede gentilmente una citazione del presidente. Io le rispondo gentilmente che ci dispiace, ma non facciamo più queste cose. È un innocuo valzerino. Il pro-
blema è che, se non gioco attentamente le mie carte, le offrirò il destro per passare a qualcosa di molto più ritmato. «Ma dai, Lisbeth, nessuno sa neanche chi siamo io e Dreidel.» «Sì, Dreidel ha tentato anche questa. Subito prima di chiedere se poteva richiamarmi lui: segno sicuro che non lo sentirò mai più. Insomma, considerando che ha quella piccola raccolta fondi stasera, mi sarei aspettata che fosse felice di vedere il suo nome sul giornale locale. Ora, vuoi concedermi una dichiarazione su quanto è stato bello per te e per il tuo amico ricordare i vecchi tempi alla Casa Bianca, o vuoi che incominci a sospettare che c'è qualcosa che non va a Manningville?» Ride mentre lo dice, ma ho frequentato i giornalisti quanto basta per sapere che, quando si tratta di riempire le loro colonne, non c'è niente da ridere. ATTENTO, scrive Rogo su un pezzo di carta. LA RAGAZZA NON È STUPIDA. Annuisco e torno a concentrarmi sul telefono. «Senti, sono lieto di darti tutte le citazioni che vuoi, ma francamente siamo stati al ristorante solo pochi minuti...» «E questa è ufficialmente la terza volta che cerchi di minimizzare questa storia tanto noiosa. Sai che cosa ci insegnano alla scuola di giornalismo, quando qualcuno cerca di minimizzare, Wes?» Sul foglietto di carta, Rogo aggiunge un punto esclamativo di fianco a LA RAGAZZA NON È STUPIDA. «Ok, va bene. Vuoi sapere la verità?» «No, preferirei la montatura, sai...» «Ma niente di ufficiale», l'avverto. Lei resta zitta, sperando che continui a parlare. È un vecchio trucco da giornalista, per poter dire che non ha acconsentito. Ci sono cascato la prima settimana che lavoravo alla Casa Bianca. È stata l'ultima volta. «Lisbeth...» «D'accordo... va bene, niente di ufficiale. Allora, cosa bolle in pentola?» «Il compleanno di Manning», invento. «Per i suoi sessantacinque anni. Io e Dreidel eravamo incaricati della festa a sorpresa, finché non hai telefonato tu stamattina. Ho detto a Manning che avevo delle cose da fare. Dreidel era in città e gli ha detto la stessa cosa. Se Manning legge sul giornale di domani che eravamo insieme...» Faccio una pausa a effetto. È una pessima bugia, ma il suo silenzio mi fa capire che sta funzionando. «Sai che non chiediamo mai niente, Lisbeth, ma se potessi lasciarci fuori, per questa volta...» Faccio un'altra pausa prima del gran finale. «Ti restituiremmo il favore.»
Posso praticamente sentirla sorridere all'altro capo. In una città così salottiera, un credito nei confronti dell'ex presidente degli Stati Uniti è un ottimo affare. «Voglio dieci minuti faccia a faccia con Manning la sera della festa», dice Lisbeth. «Cinque minuti è il massimo che concede.» Rogo scuote la testa. Non basta, dice muovendo solo le labbra. «D'accordo», accetta Lisbeth. Rogo fa un doppio segno di ok con le dita e dice Perfetto senza parlare. «E la mia colazione con Dreidel?» chiedo. «Colazione? Suvvia, Wes, a chi interessa se due ex colleghi prendono un caffè insieme? Considerala ufficialmente defunta.» 22 «Sai che non chiediamo mai niente, Lisbeth, ma se potessi lasciarci fuori, per questa volta...» Mentre ascoltava le parole di Wes, Lisbeth si rizzò sulla sedia e incominciò a giocare col filo del telefono, facendolo girare come una corda per saltare. Dalla pausa forzata all'altro capo della linea, sembrava che Wes fosse pronto a trattare. «Ti restituiremmo il favore», offrì lui subito dopo. Lisbeth smise di fare girare il filo del telefono. Regola sacra n. 4: solo i colpevoli trattano. Regola sacra n. 5: e gli opportunisti. «Voglio dieci minuti faccia a faccia con Manning la sera della festa», disse sapendo, come tutti i bravi pubblicisti, che avrebbe ottenuto la metà. «Cinque minuti è il massimo che concede.» «D'accordo», disse mettendosi a frugare nel mucchio di inviti sull'angolo della scrivania. Serata inaugurale all'opera. Mercato annuale dell'artigianato al Sailfish Club. Battesimi dai Whedons. Doveva esserci, da qualche parte... «E la mia colazione con Dreidel?» chiese Wes. Continuando a frugare nel mucchio, Lisbeth rispose distrattamente. «Colazione? Suvvia, Wes, a chi interessa se due ex colleghi prendono un caffè insieme? Considerala ufficialmente defunta.» La festa a sorpresa di Manning - e i suoi cinque minuti -avrebbero dovuto aspettare almeno un mese. Ma non era affatto costretta a starsene lontana fino ad allora. Soprattutto perché c'erano tanti altri modi per avvicinarsi. Lisbeth sbatté giù il telefono senza distogliere lo sguardo dagli inviti. Ri-
cevimento della Leukemia Society, della Historical Society, della Knesset Society, della Palm Beach Society, della Renaissance Society, dell'Alexis de Tocqueville Society... e poi... ecco... Lisbeth tirò fuori il cartoncino rettangolare dal mucchio. Come tutti gli altri inviti, aveva un'aria modesta, la stampa era precisa e la busta recava scritto il suo nome. Ma, oltre alla carta color crema e alla svolazzante grafia nera, c'era qualcos'altro: UNA SERATA COL PRESIDENTE LELAND F. MANNING. 65 ROSE IN BENEFICENZA. FONDAZIONE PER LA FIBROSI CISTICA. Quella sera stessa. Non le importava la reticenza di Wes e Dreidel. Né le sciocchezze sulla presunta festa a sorpresa per Manning. Ma Wes le aveva chiesto di rinunciare al pezzo... Regola sacra n. 6: negli articoli di gossip finivano due soli tipi di persone, quelli che volevano finirci e quelli che non volevano finirci. Wes si era appena messo nella categoria dei non. E senza dubbio erano molto più interessanti. Lisbeth riprese il telefono e fece il numero sull'invito. «Claire», rispose una donna anziana. «Salve, Claire, sono Lisbeth Dodson del "Post". Spero che non sia troppo tardi per confermare...» «Per stasera? Oh, no... Sa, leggiamo i suoi articoli tutti i giorni», rispose la donna, un po' troppo entusiasta. «Chiamerò l'ufficio del presidente per dire che ci sarà anche lei...» «Lo sanno già», disse Lisbeth tranquillamente. «Ho appena finito di parlare con uno dello staff. Sono molto contenti che ci sia anch'io.» 23 Tre minuti e mezzo, si disse Nico guardando l'Acura grigia che procedeva in mezzo alla neve e proseguiva lungo la stradina secondaria davanti al vetro infrangibile della sua finestra al secondo piano. Si tirò su la manica della maglia marrone scolorita e fissò la lancetta dell'orologio, contando fra sé. Un minuto... due... tre... Nico chiuse gli occhi e incominciò a pregare. La sua testa oscillò sedici volte. Tre e mezzo... Oscillando leggermente, riaprì gli occhi e si girò verso la porta della sua stanza. La porta non si aprì. Appollaiato sul calorifero arrugginito sotto la finestra, continuò a oscillare lentamente, girandosi verso la neve che cadeva e pizzicando la corda del La del suo vecchio violino di tiglio. Il violino aveva un minuscolo qua-
drifoglio intagliato sul manico, ma Nico era molto più interessato alla perfetta croce che le corde formavano con la tastiera di ebano. Quando era arrivato al St. Elizabeths, aveva passato due settimane seduto nello stesso posto, a guardare fuori della stessa finestra. Naturalmente i dottori l'avevano distolto da quell'atteggiamento, che consideravano antisociale ed evasivo. Le cose peggiorarono quando esaminarono ciò che Nico vedeva: sulla destra, un edificio di mattoni bruciato con su uno stemma militare («simbolo troppo esplicito del suo passato militare»); sulla sinistra, le sponde del fiume Anacostia («non premiamolo con una bella vista»); e in lontananza, al confine della proprietà, una mezza dozzina di campi recintati con centinaia di lapidi dalla guerra civile alla prima guerra mondiale, quando i pazienti dell'esercito e della marina venivano ancora sepolti all'interno della proprietà («non deve concentrarsi sulla morte»). Quando però Nico aveva detto a un infermiere che il corniolo davanti alla finestra gli ricordava la casa della sua infanzia nel Wisconsin, dove sua madre suonava il violoncello e il vento faceva oscillare i rami dell'albero al ritmo della musica, i dottori non solo avevano cambiato idea, ma avevano trovato qualcuno che gli aveva regalato il violino con il quadrifoglio intagliato. «I ricordi positivi dovevano essere incoraggiati.» Nico sapeva che quello era un segno. Proprio come Dio aveva scritto nel Libro. E Dio li aveva mandati. I Tre Violinisti. Otto anni più tardi, viveva ancora nella stessa stanza, con lo stesso lettino, lo stesso comodino e lo stesso tavolino dipinto con su la Bibbia e il rosario di vetro rosso. Ma quello che teneva sempre per sé era che, mentre osservava il corniolo e ripensava ai vecchi tempi con la madre, stava molto più attento alla stradina rovinata che passava lì davanti, salendo dall'ingresso principale e attraversando la proprietà fino al parcheggio verso l'accesso al Padiglione John Howard. L'albero era senza dubbio un segno - la croce di Cristo era fatta di corniolo - ma la strada che ci passava davanti... la strada era la via per la sua salvezza. Lo sentiva nel cuore. L'aveva capito la prima volta che l'aveva vista, piena di erbacce e piantine che spuntavano nelle crepe dell'asfalto rovinato. Ogni anno la strada si bucava un po' di più, mentre le erbe si spingevano un po' più avanti. Come un mostro, pensava Nico. Un mostro che viene da dentro. Proprio come quello che aveva ucciso sua madre. Non voleva premere il grilletto. Almeno all'inizio. E neanche quando i Tre gli avevano ricordato i peccati di suo padre. Ma mentre osservava la
prova, il documento dell'ospedale... «Chiedi a tuo padre», aveva detto il Numero Tre. «Non negherà.» Oscillando su sé stesso mentre guardava fuori della finestra dell'ospedale, Nico poteva sentire ancora le parole. L'odore dolciastro del sigaro di suo padre. Il vento aspro del Wisconsin che gli crepava i polmoni mentre saliva di corsa i gradini di metallo della roulotte di suo padre. Non lo vedeva da quasi sei anni. Prima dell'esercito... prima del congedo... prima del rifugio. Nico non sapeva neanche dove trovarlo. Ma i Tre sì. I Tre l'avevano aiutato. I Tre, che Dio li benedica, stavano riportando Nico a casa. Per punire il mostro. E mettere le cose a posto. «Papà, lei doveva morire per i miei peccati!» aveva gridato spalancando la porta e precipitandosi dentro. Nico poteva sentire ancora le parole. L'odore del sigaro. La punta del suo dito che si contraeva sul grilletto mentre suo padre pregava, singhiozzava, implorava: «Ti prego, Nico, sei mio... Lascia che ti aiuti.» Ma l'unica cosa che Nico aveva visto era la foto di sua madre - la foto del suo matrimonio! - perfettamente conservata sotto il ripiano di vetro del tavolino. Così giovane e bella... tutta vestita di bianco... come un angelo. Il suo angelo. Il suo angelo che gli avevano portato via. Che i mostri gli avevano portato via. Le Bestie. «Nico, ti giuro sulla mia vita... su quello che c'è di più sacro... sono innocente!» «Nessuno è innocente, papà.» La cosa che aveva sentito subito dopo era stato il piede che gli scivolava sul pavimento di linoleum, tutto sporco di... sporco di rosso. Una pozza rosso scuro. Tutto quel sangue. «Papà?» aveva sussurrato Nico, con il volto punteggiato di macchioline di sangue. Suo padre non aveva mai risposto. «Non farti prendere dai dubbi, Nico», gli aveva detto il Numero Tre. «Guardagli la caviglia. Troverai il loro marchio.» Nico si era avvicinato - ignorando il buco della pallottola nella mano di suo padre (per fargli provare il dolore di Gesù) e l'altro buco nel cuore - gli aveva preso la gamba e gli aveva abbassato la calza. Era lì. Proprio come aveva detto il Numero Tre. Il marchio nascosto. Nascosto a suo figlio. A sua moglie. Un piccolo tatuaggio.
Il compasso e la squadra, i più sacri di tutti i simboli massonici. Gli attrezzi dell'architetto... gli attrezzi per costruire la loro porta... e una G a significare il Grande Architetto dell'Universo. «Questo dimostra che era dei loro», aveva spiegato il Numero Tre. Lui aveva annuito, ancora confuso per il fatto che suo padre aveva conservato il segreto così a lungo. Ma adesso il mostro era stato ucciso. Però, aveva osservato il Numero Tre, grazie ai massoni, c'erano molti altri mostri che lottavano per venire alla luce. Altre Bestie. Combattendo - servendo Dio - Nico poteva trasformare la morte di sua madre in una benedizione. I Tre l'avevano chiamato fatum. La parola latina che significava destino. Il destino di Nico. Lui aveva alzato gli occhi sentendo la parola. Destino. «Sì, è quello che lei... Come la Bibbia.» In quel momento, aveva capito la sua missione, e perché sua madre era scomparsa. «Vi prego, io devo... vorrei aiutarvi a uccidere i mostri», si era offerto. Il Numero Tre l'aveva guardato attentamente. Avrebbe potuto abbandonarlo allora. Avrebbe potuto scaricarlo... continuare a combattere da solo. Invece aveva detto quello che solo un vero uomo di Dio poteva dire. «Figliolo, preghiamo.» Il Numero Tre aveva aperto le braccia e Nico vi era caduto dentro, sentendo i suoi singhiozzi, vedendo le sue lacrime. Non era più un estraneo. Era come un padre. Fatum, aveva deciso Nico quel giorno. Il suo destino. Nel corso del mese successivo, i Tre gli avevano rivelato la sua missione. Gli avevano parlato del nemico e della loro forza. Da Voltaire a Napoleone, a Winston Churchill, i massoni per secoli avevano coltivato i membri più potenti della società. In campo artistico avevano avuto Mozart, Beethoven e Bach. In letteratura, Arthur Conan Doyle, Rudyard Kipling e Oscar Wilde. Negli affari, erano cresciuti grazie ai finanziamenti di Henry Ford, Frederick Maytag e J.C. Penney. Negli Stati Uniti, avevano raggiunto nuove vette di potere: da Benjamin Franklin a John Hancock, otto firmatari della Dichiarazione di indipenden-
za erano massoni. Nove firmatari della Costituzione. Trentun generali dell'esercito di Washington. Cinque giudici della Corte Suprema, da John Marshall a Earl Warren. Anno dopo anno, secolo dopo secolo, i massoni raccoglievano le persone più influenti della società: Paul Revere, Benedict Arnold, Mark Twain, John Wayne, Roy Rogers, Cecil B. De Mille, Douglas Fairbanks, Clark Gable, perfino Harry Houdini. Era una coincidenza che Douglas MacArthur fosse diventato generale dell'esercito? O che Brigham Young avesse fondato una religione? O che J. Edgar Hoover avesse avuto il comando dell'FBI? O che Buzz Aldrin fosse sul primo razzo arrivato sulla Luna? Erano tutte tappe. Tutte dei massoni. E senza considerare le sedici volte in cui avevano occupato la Casa Bianca: i presidenti George Washington, James Monroe, Teddy Roosevelt, Franklin D. Roosevelt, Truman, Lyndon Johnson, Gerald Ford... e soprattutto il presidente Leland F. Manning e il mostro chiamato Ron Boyle. Un mese dopo il loro primo incontro, i Tre gli avevano svelato il peccato di Boyle. Come gli avevano svelato quello di suo padre. Continuando a oscillare e a tormentare la corda del La, Nico sentì il raschiare delle gomme che salivano sul ghiaccio. Un SUV nero apparve alla vista, i tergicristalli che sbattevano la neve di lato come una mosca fastidiosa. Nico continuò a strimpellare, ben sapendo che un SUV nero di solito voleva dire Servizi segreti. Ma quando l'auto passò davanti al corniolo, vide che il posto del passeggero era vuoto: i Servizi non arrivavano mai da soli. Tre minuti e mezzo, si disse Nico studiando la lancetta dei secondi sul suo orologio. Ormai l'aveva calcolato perfettamente. Tre minuti e mezzo erano la media. Per i dottori, per gli infermieri, anche per sua sorella, prima che smettesse di venire a fargli visita. Lei aveva sempre bisogno di trenta secondi in più per farsi forza, ma anche nei casi peggiori - quella cupa domenica in cui lui aveva cercato di ferirsi - tre minuti e mezzo erano più che sufficienti. Nico guardò di nuovo la lancetta dell'orologio. Un minuto... due... tre... Chiuse gli occhi, chinò la testa e si mise a pregare. Tre e mezzo. Nico riaprì gli occhi e si girò verso la porta della sua stanza due per tre. La maniglia si mosse leggermente e l'infermiere con gli occhi iniettati di sangue comparve sulla soglia. «Nico, sei presentabile? Hai una visita», disse. Otto anni di guardia. Otto anni di attesa. Otto anni convinto che il Libro del Fato non poteva essere disatteso. Nico sentì le lacrime che gli riempi-
vano gli occhi mentre un uomo con pallidi lineamenti irlandesi e capelli corvini entrava nella stanza. «Lieto di vederti, Nico», disse il Romano. «È passato davvero molto tempo.» 24 «Manning Presidential Library. Come posso aiutarla?» risponde la centralinista. «Vorrei delle informazioni sui documenti presidenziali», dico controllando per la seconda volta che la porta del mio ufficio sia chiusa. Rogo ha detto che potevo usare il suo ufficio per telefonare, ma tra il pranzo e le nostre chiacchiere sono già stato via troppo. «Le passo l'archivista di turno», dice la centralinista. Potevo chiamare il direttore della biblioteca, come ha suggerito Rogo, ma è meglio tenere un profilo basso. «Sono Kara. Come posso aiutarla?» chiede una dolce voce femminile. «Salve, Kara. Sono Wes dell'ufficio personale del presidente. Stiamo cercando alcuni vecchi file su Ron Boyle per un libro omaggio e mi chiedevo se potesse prepararceli.» «Mi scusi, mi ripete il suo nome?» «Wes Holloway. Non si preoccupi... sono nell'elenco dei collaboratori», dico con una risata. Lei non ride. «Mi dispiace, Wes, ma prima di rilasciare un documento dobbiamo riempire un modulo di richiesta indicando a chi sono destinati...» «Al presidente Manning. Li ha richiesti personalmente», la interrompo. Ogni regola ha le sue eccezioni. I poliziotti possono passare col rosso. I dottori possono lasciare l'auto in divieto di sosta in caso di emergenza. E se vi chiamate Leland Manning, potete avere tutti i documenti che volete dalla Manning Presidential Library. «D... diteci quello che vi serve. Ve li preparo subito», dice Kara. «Fantastico», rispondo aprendo il grosso faldone che ho sulla scrivania. La prima pagina reca la scritta ARCHIVI PRESIDENZIALI e DOCUMENTI STORICI. Noi lo consideriamo la guida al diario più grosso del inondo. Per quattro anni alla Casa Bianca ogni documento, ogni e-mail, ogni biglietto d'auguri inviato è stato catalogato, copiato e archiviato. Quando abbiamo lasciato Washington, ci sono voluti quattro aerei da trasporto per
trasferire quattro milioni di documenti, più di un milione di foto, venti milioni di e-mail stampate e quarantamila «manufatti», tra cui quattro diversi telefoni a forma di Leone Codardo, due dei quali fatti a mano con la faccia del presidente sopra. Comunque, l'unico modo per trovare l'ago che si cerca è di saltare nel pagliaio. E l'unico modo per capire che cosa stava facendo Boyle è di aprire i cassetti della sua scrivania e vedere che cosa c'è dentro. «Sotto Staff della Casa Bianca, incominciamo con i documenti di quando Boyle era vice capo», dico sfogliando le prime pagine della mia guida, «e naturalmente tutti i suoi archivi personali, compresa la corrispondenza in entrata e in uscita.» Vado alla sezione successiva. «Vorrei pure il suo stato di servizio. Comprende anche tutte le lamentele nei suoi confronti, vero?» «Dovrebbe», dice l'archivista, insospettita. «Non si preoccupi», rido, notando il cambiamento del suo tono di voce. «È solo per passare tutto al setaccio in modo da sapere bene dove sono gli scheletri...» «Sì... Certo... È che... Mi ripete a che cosa le serve tutto questo?» «Un libro a cui sta lavorando il presidente, sugli anni di servizio di Boyle, dall'arrivo alla Casa Bianca al momento dell'attentato all'autodromo...» «Se vuole, abbiamo anche il video... sa, con Boyle, e quel giovane che è stato colpito alla faccia...» Quando John Hinckley cercò di uccidere Ronald Reagan, colpì il presidente, James Brady, l'agente dei Servizi segreti Tim McCarthy e l'agente di polizia Thomas Delahanty. Tutti ricordiamo il nome di James Brady. McCarthy e Delahanty sono finiti nelle domande di Trivial Pursuit. Come me. «Quanto tempo pensa che le ci vorrà?» chiedo. Kara ansima leggermente nella cornetta. È la cosa più simile a una risata che riesca a emettere. «Aspetti... quattordici, quindici, sedici... probabilmente stiamo parlando di qualche cosa come più di cinque metri lineari, ovvero... vediamo... trentaseimila pagine.» «Trentaseimila pagine», ripeto con voce cupa. Il pagliaio è diventato di oltre cinque metri più alto. «Se mi spiega un po' meglio quello che sta cercando, forse posso aiutarla a restringere la ricerca...» «Be', in effetti ci sono un paio di cose che vorremmo trovare il più in fretta possibile. Il presidente ha detto che c'erano altre due persone che
stavano facendo delle ricerche. È possibile sapere quali file hanno preso, per evitare doppioni?» «Certo, ma... quando si tratta di richieste altrui, non possiamo...» «Kara... è Kara, giusto?» chiedo prendendo a prestito uno dei trucchi di Manning. «Kara, è per il presidente...» «Lo capisco, ma le regole...» «Io rispetto le regole. Davvero. Ma queste persone lavorano per il presidente. Siamo tutti dalla stessa parte, Kara», aggiungo, sperando di non apparire petulante. «E se non trovo quello che cerco, sarò io a non portare al presidente la sua lista. La prego, mi dica che sa cosa vuol dire. Ho bisogno di questo lavoro, Kara... più di quanto lei possa immaginare.» C'è una lunga pausa all'altro capo della linea, ma come tutti i bibliotecari Kara è una donna pragmatica. La sento battere sui tasti. «Come si chiamano?» chiede. «Cognome Weiss, nome Eric», rispondo, incominciando ancora una volta con lo pseudonimo di Boyle e di Houdini. C'è un clic più forte quando preme il tasto ENTER. Controllo la mia porta per la terza volta. Tutto bene. «Abbiamo due diversi Eric Weiss. Uno ha fatto delle ricerche quando eravamo nati solo da un anno. L'altro ha fatto una ricerca circa un anno e mezzo fa, ma sembra che si tratti di un ragazzino che voleva sapere il titolo del film preferito dal presidente...» «Tutti gli uomini del presidente», diciamo insieme. Fa di nuovo la sua risata ansimante. «Non credo che sia il vostro ricercatore», aggiunge, finalmente più calorosa. «E l'altro Weiss?» «Come ho detto, risale al primo anno della nostra attività... l'indirizzo è di Valencia, in Spagna...» «È lui!» sbotto, riprendendomi subito. «Sembra proprio di sì», dice Kara. «Ha parecchie richieste simili... i file di Boyle... l'agenda del presidente il giorno dell'attentato... La cosa strana è che, secondo le note che ho qui, ha pagato per le copie - e tanto: quasi seicento dollari - ma quando gliele abbiamo spedite il pacco è tornato indietro. Secondo il file, a quell'indirizzo non risultava nessuno.» Come una fotografia in camera oscura, i contorni dell'immagine lentamente si definiscono e si lasciano intravedere. L'FBI ha detto che Boyle era stato visto in Spagna. Se quello era stato il suo primo contatto con la biblioteca, e poi era fuggito, forse temeva che qualcuno sapesse che il suo
nome... «Provi Carl Stewart», dico, passando al nome in codice che Boyle ha usato nell'albergo della Malaysia. «Carl Stewart», ripete Kara battendo sui tasti. «Sì, ci siamo...» «Ce l'avete?» «E come no? Quasi duecento richieste negli ultimi tre anni. Ha domandato più di 12.000 pagine...» «Ah, sì... è molto preciso», dico tentando di non perdere la concentrazione. «E... solo per essere sicuri che sia la persona giusta, qual è l'ultimo indirizzo che avete segnato?» «Londra... una casella postale al 92A di Balham High Road. E il codice è SW12 9AF.» «Proprio lui», dico scrivendo i dati, pur sapendo che una casella postale è irrintracciabile in Inghilterra come negli Stati Uniti. Prima che possa aggiungere una sola parola, la porta del mio ufficio si spalanca. «È nello sgabuzzino», dice Claudia, riferendosi al presidente. Lo temevo. Sgabuzzino è il suo nome in codice per bagno, l'ultima tappa di Manning prima di uscire per un impegno. Se rispetta i tempi - e li rispetta sempre - significa che mi restano due minuti. «Vuole che le mandi una lista di quello che ha chiesto?» chiede la bibliotecaria nella cornetta. «Wes, ha sentito quello che ho detto?» chiede Claudia. Alzo un dito rivolto al nostro capo di gabinetto. «Sì, se potesse mandarmi l'elenco, sarebbe perfetto», dico alla bibliotecaria. Claudia si tocca l'orologio e io le annuisco. «E se posso chiederle un ultimo piacere... l'ultimo documento che Steward ha ricevuto, quando è stato inviato?» «Vediamo... qui dice il quindici, cioè una decina di giorni fa.» Mi drizzo a sedere. La foto nella camera oscura incomincia a rivelare nuovi dettagli. Dal giorno in cui la biblioteca ha aperto, Boyle ha fatto ricerche e si è procurato dei documenti. Dieci giorni fa ha chiesto l'ultimo e poi è tornato a farsi vedere. Non ne so molto, ma è chiaro che trovare quel documento è l'unico modo per passare dall'oscurità alla luce. «I Servizi stanno attivandosi», dichiara Claudia guardando nel corridoio e osservando gli agenti che si riuniscono all'ingresso dell'ufficio. Mi alzo e tiro il filo del telefono fino alla sedia su cui è appoggiata la mia giacca. Infilo un braccio mentre continuo a parlare con la bibliotecaria. «Quanto tempo ci vorrebbe per mandarmi una copia dell'ultimo documento?» «Vediamo, è partito la settimana scorsa, per cui dovrebbe essere ancora
nella... Aspetti che controllo.» La linea si interrompe per una breve pausa. Guardo Claudia. Non abbiamo molte regole, ma una di quelle essenziali è di non fare mai aspettare il presidente. «Non preoccuparti, arrivo.» Lei si guarda alle spalle, nel corridoio. «Sul serio, Wes», mi minaccia. «Ma con chi stai parlando?» «Biblioteca. Sto cercando di ottenere la lista definitiva degli ospiti di stasera.» Nel nostro ufficio, quando il presidente si abbandona ai rimpianti della vecchia vita, lo troviamo al telefono con gli altri ex: l'ex primo ministro britannico, l'ex primo ministro canadese, perfino l'ex presidente francese. Ma l'aiuto di cui ho bisogno è molto più vicino di così. «Ce l'ho qui. È una sola pagina», interviene la bibliotecaria. «Qual è il suo numero di fax?» Mentre le dico il numero, lotto per infilare l'altra manica. Le testine di metallo del presidente e della First Lady ballano sul mio bavero. «Me lo manda subito?» «Quando vuole... è...» «Subito.» Metto giù il telefono, prendo i ferri del mestiere e mi precipito alla porta. «Dimmi quando arriva Manning», dico a Claudia superandola per infilarmi nella stanza delle fotocopie di fronte al mio ufficio. «Wes, non è divertente», dice lei, chiaramente irritata. «Sta arrivando», mento, davanti al nostro fax di sicurezza. Tutte le mattine alle sei, il NID (National Intelligence Daily) di Manning arriva via fax. Inviato dalla CIA, il NID contiene informazioni su una serie di argomenti legati ai Servizi segreti ed è l'ultimo cordone ombelicale che tutti gli ex mantengono con la Casa Bianca. Manning si precipita a leggerlo come un gatto sul pesce. Ma per me quello che sta arrivando adesso è molto più importante. «Wes, vai all'ingresso. Mi occupo io del fax.» «Solo...» «Ti ho detto di andare all'ingresso. Subito.» Mi giro per affrontare Claudia mentre la macchina del fax si anima. Le sue labbra da fumatrice sono tese, ha l'aria rabbiosa, più di quanto si dovrebbe avere per uno stupido fax. «È ok», balbetto. «Lo prendo io.» «Dannazione, Wes...» Prima che possa finire, il mio cellulare si mette a vibrare nella mia tasca.
Lo tiro fuori per distrarla. «Un secondo», dico a Claudia controllando chi mi chiama. Numero sconosciuto. Non sono molte le persone che conoscono il mio numero. «Wes», rispondo. «Non reagire. Sorridi e comportati come se fossi un vecchio amico», gracchia una voce roca. La riconosco immediatamente. Boyle. 25 «Bella stanza», disse il Romano, osservando le pareti quasi nude, scolorite dal sole, tra cui Nico aveva passato gli ultimi otto anni. Sul comodino c'era un calendario dei Washington Redskins, distribuito gratis dalla drogheria vicina. Sul letto un piccolo crocifisso. Sul soffitto, una ragnatela di crepe costituiva tutta la decorazione. «Molto bella», continuò il Romano, ricordando quanto era importante comunicare a Nico un atteggiamento positivo. «È bella», ammise Nico, con gli occhi fissi sull'infermiere che lasciava la stanza. «E tu stai bene?» chiese il Romano. Tenendo fra le braccia il violino e stringendolo come una bambola, Nico non rispose. Da come teneva la testa inclinata, era chiaro che stava ascoltando lo scricchiolio delle suole di gomma dell'infermiere che si allontanava. «Nico...» «Aspetti...» lo interruppe, continuando ad ascoltare. Il Romano rimase in silenzio. Non sentiva nulla. Naturalmente, questa era una delle ragioni per cui avevano scelto Nico otto anni prima. Una persona normale percepisce i suoni a partire dai venticinque decibel, lui invece aveva la capacità di sentire suoni di dieci decibel. La sua vista era ancora più straordinaria, misurava 12/10. I superiori di Nico nell'esercito lo consideravano un dono. I suoi medici, un difetto, e pensavano che l'eccesso di stimolazione auditiva e visiva fossero alla base della sua desensibilizzazione nei confronti della realtà. Il Romano... Il Romano sapeva che erano un'opportunità. «Dimmi quando siamo al sicuro», sussurrò. Mentre il suono si allontanava, Nico si grattò il naso e studiò attentamente il Romano, con gli occhi castani che guizzavano avanti e indietro ed
esaminavano i capelli, il volto, il soprabito, perfino la valigetta di pelle del suo ospite. Il Romano aveva dimenticato quanto fosse metodico. «Ha scordato un ombrello», dichiarò Nico. Il Romano si toccò i capelli leggermente umidi. «Sono solo pochi passi dal posteggio al...» «Ha portato un'arma», disse Nico fissando la cavigliera che sporgeva dall'orlo dei pantaloni. «Non è carica», rispose il Romano, ricordando che le risposte brevi erano il modo migliore per dialogare con lui. «Quello non è il suo nome», disse ancora Nico indicando il cartellino attaccato al bavero del Romano. «Io conosco il suo vero nome.» Il Romano non abbassò neppure lo sguardo. Aveva usato il suo badge per superare le guardie, ma per identificarsi aveva dato ovviamente un nome falso. Solo uno sciocco avrebbe messo il proprio nome su un elenco che veniva regolarmente inviato ai supervisori dei Servizi segreti. Comunque, dopo tanti anni passati lì dentro, dopo tutte le medicine che i dottori gli avevano ficcato in corpo, Nico era ancora acuto. L'addestramento da cecchino non si cancella facilmente. «I nomi sono finzioni», disse il Romano. Continuando a stringere il suo violino, Nico si trattenne a malapena. «Lei è uno dei Tre.» Dall'eccitazione della sua voce si capiva che non era una domanda. «Non facciamo...» «È il Numero Uno o il Numero Due? Io ho parlato solo con il Numero Tre. È stato il mio collegamento - fra me e mio padre - in passato. Diceva che gli altri erano troppo importanti, e che il presidente era uno dei...» Nico si morse il labbro, tentando di controllarsi. «Gloria a Dio! Ha visto la croce sulla cappella di mattoni?» Il Romano annuì, rammentando ciò che avevano detto a Nico: di cercare dei segni; che le strutture architettoniche sono sempre state fonte di inspiegabile energia: Stonehenge e i druidi... le piramidi egizie... anche il primo e il secondo Tempio di Salomone a Gerusalemme... I massoni avevano passato secoli a studiare queste cose, meraviglie architettoniche che permettevano l'accesso al miracolo più grande. Il secolo dopo, quella sapienza era passata al massone James Hoban, che aveva progettato la Casa Bianca, e al massone Gutzon Borglum, che aveva realizzato il Monte Rushmore. Ma, come avevano spiegato a Nico, alcune porte dovevano ancora essere aperte.
«Gloria a Dio!» ripeté Nico. «Ha detto che quando lei fosse giunto, la redenzione...» «La redenzione arriverà», promise il Romano. «Come dice il Libro.» Per la prima volta, Nico rimase in silenzio. Mise per terra il violino e chinò la testa. «Proprio così, figliolo», disse il Romano annuendo. «Naturalmente, prima della redenzione, incominciamo con una piccola...» si avvicinò al comodino e prese il rosario di vetro rosso «... confessione.» Nico si inginocchiò, giunse le mani e si appoggiò al materasso, come un bambino che si prepara ad andare a letto. Il Romano non ne fu sorpreso. Faceva lo stesso quando l'avevano trovato nell'ospizio. E l'aveva fatto per due giorni interi dopo avere affrontato suo padre. «Ci sarà tempo per pregare più tardi, Nico. Adesso ho bisogno che tu mi dica la verità su un certo argomento.» «Io dico sempre la verità, signore.» «Lo so, Nico.» Il Romano sedette sull'altro lato del letto e mise il rosario fra loro. I raggi del sole al tramonto illuminarono i grani rossi. Nico li studiò, colpito. Dalla sua valigetta, il Romano tirò fuori una foto in bianco e nero e la mise sul letto. «Dimmi tutto quello che sai su Wes Holloway.» 26 «Ehi, come vanno le cose?» canterello nel cellulare mentre Claudia mi guarda male dalla porta della stanza delle fotocopie. «Sai chi sono?» chiede Boyle all'altro capo della linea. La voce è dura, ogni sillaba è un colpo di piccone. È impaziente. E chiaramente arrabbiato. «Naturalmente. Mi fa piacere sentirti, Eric.» Uso di proposito il suo vecchio nome in codice, al posto di Carl Stewart. È meglio se non sa che l'ho scoperto. «Sei solo?» chiede mentre Claudia tende ancora di più le labbra e abbassa il mento lanciandomi uno sguardo di fuoco. «Certo, c'è qui Claudia...» «Resta fuori da questa faccenda, Wes. Non è la tua battaglia, mi hai capito? Non è la tua battaglia!» La linea cade. Boyle è sparito. Ha riattaccato. «No, va benissimo», dico all'apparecchio silenzioso. «Ci vediamo.» Non sarò il migliore dei bugiardi, ma riesco ancora a convincere Claudia che va
tutto bene. «Cosa c'è che non va?» «Era... era Manning. Ha detto che ci metterà ancora qualche minuto...» Claudia stringe gli occhi mentre elabora l'informazione. Alle mie spalle, il fax si mette in movimento. Faccio un salto, il rumore mi colpisce come una pallottola. «Cosa c'è?» chiede lei. «Niente... mi ha spaventato.» Per quasi un anno, dopo l'attentato, un'auto che scoppiettava, una porta che sbatteva... perfino le scene d'azione al cinema... tutti i rumori forti mi ricordavano l'attacco di Nico. I medici dicevano che sarebbe passato col tempo. E così è stato. Finora. Riconoscendo la mia espressione, Claudia fa una pausa e si raddolcisce, ma come sempre torna alle sue priorità. «Dovresti essere lì fuori», dice. «Ci vado subito... lasciami prendere questa roba. Lo sai che gli piace conoscere i nomi in anticipo», aggiungo, fingendo che sia tutto per il bene di Manning. Questo basta a farmi guadagnare qualche secondo. Quando raggiungo il fax, la prima pagina è già uscita, la seconda è a metà. Afferro l'angolo sinistro del foglio mentre esce dalla macchina, poi inclino la testa e cerco di leggerlo al contrario. L'angolo superiore dice «Washington Post.» Da quel che vedo, è la pagina dei fumetti: Hagar the Horrible, poi Beetle Bailey. Ma mentre esce Beetle Bailey, c'è qualcosa scritto a mano nello spazio bianco della seconda vignetta della striscia: grosse lettere irregolari, che sembrano scritte su un'auto in corsa. Quasi illeggibili, a un occhio non allenato. Per fortuna i miei occhi si sono allenati per anni. Riconoscerei la scrittura di Manning dovunque. Gov. Roche... M. Heatson, leggo fra me. La riga successiva è ancora più misteriosa: Ospite, Mary Angel. Roche è l'ex governatore di New York, ma Heatson e Mary Angel sono nomi che non mi suonano per nulla. Il resto della pagina che esce dalla macchina ha solo dei fumetti: Peanuts, Garfield, Blondie. È questo l'ultimo pezzo del puzzle di Boyle? Torno a guardare l'appunto: Gov. Roche... M. Heatson... Mary Angel. Non ha senso. Tre nomi senza commenti? Li studio di nuovo, osservo ogni lettera. È l'ultima pagina che Boyle ha trovato prima di uscire allo scoperto. Otto anni da morto, e questo è ciò che l'ha richiamato alla vita? Gov. Roche... M. Heatson... Ospite, Mary Angel. Continua a non avere senso.
«Wes, è qui», mi chiama Claudia, scomparendo nel corridoio. «Vengo», dico mentre l'ultima parte di Beetle Bailey esce dalla macchina. Mentre mi giro per correre via, la prima pagina cade a terra. Mi fermo a raccoglierla, guardo la riga con scritto NUMERO DI PAGINE e, con mia sorpresa, vedo il numero 3. Il fax si rimette in moto e un ultimo foglio di carta esce verso di me. La bibliotecaria ha parlato di un solo foglio, e in effetti è un solo foglio... ma scritto sui due lati, fronte e retro. Mi chino sul fax e tento di leggere il documento man mano che le righe vengono stampate. Come la pagina dei fumetti, ha la tonalità grigio chiara delle fotocopie dei giornali e ci sono altre parole scritte dal presidente. «Wes...» chiama il presidente dall'ingresso. «Arrivo», dico prendendo la borsa, strappando la pagina dal fax e precipitandomi in corridoio. Le do un'ultima occhiata prima di infilarmela nella tasca della giacca. Non ha senso. Che cosa diavolo può farsene Boyle di una cosa del genere? 27 «È quello a cui ho sparato, no?» sussurrò Nico, guardando la recente fotografia di Wes. «L'innocente.» «In tutte le guerre ci sono degli innocenti», disse il Romano. «Ma quello che voglio sapere è...» «È più vecchio.» «Sono passati degli anni, Nico. È naturale che sia più vecchio.» Nico si avvicinò la foto. «L'ho distrutto, vero? È un uomo distrutto, adesso.» «Prego?» «I suoi occhi», rispose Nico, concentrandosi sempre più sulla foto. «Ho visto quello sguardo... in guerra... i ragazzi in guerra hanno quello sguardo.» «Non ne dubito», disse il Romano prendendo la foto e cercando di farsi seguire da Nico. «Ma ho bisogno che tu mi dica se...» «Li solleviamo dall'incarico, quando hanno quello sguardo», disse Nico, quasi con orgoglio. «Hanno perso di vista la causa.» «Proprio così. Hanno perso di vista la causa. Concentriamoci su questo.» Battendo sulla foto di Wes, il Romano aggiunse: «Ricordi quello che ha detto di te? Alla conferenza tanti anni fa?»
Nico rimase in silenzio. «Come ti ha chiamato? Un selvaggio?» «Un mostro», ruggì. Il Romano scosse la testa. Sapeva benissimo quello che aveva detto Wes. Ma, come in tutti gli interrogatori, la chiave stava nel nascondere le vere domande. «Ed è stata quella l'ultima volta che hai sentito parlare di lui?» chiese il Romano. «Ce l'ha con me. Si rifiuta di vedere quello da cui l'ho salvato.» Il Romano osservò Nico attentamente, sospettando che Wes l'avesse contattato. Naturalmente, questa era solo una delle ragioni della sua visita. «A proposito, pensi a Boyle ogni tanto?» Nico alzò gli occhi, che per un istante furono pieni di rabbia, poi si calmarono. L'odio scomparve quasi all'istante. Grazie ai dottori, aveva finalmente imparato a nasconderlo. «Mai», rispose. «Davvero?» «Mai», ripeté Nico, con voce calma e misurata. Aveva passato otto anni a perfezionare la sua risposta. «Bene, Nico. Sei al sicuro, adesso, perciò...» «Non penso mai a lui. Davvero», insistette Nico, sempre inginocchiato, fissando il rosso acceso del rosario davanti a sé. «Quello che gli è... successo... lui...» Inghiottì a fatica, fece per prendere il rosario, poi si fermò. «È stato lui a farmi finire qui. Lui...» «Puoi dire il suo nome, Nico.» Nico scosse la testa, continuando a guardare il rosario. «I nomi sono finzioni. Lui... Maschere del demonio.» Senza preavviso, il suo braccio scattò in avanti e afferrò il rosario sul letto. Se lo strinse al petto, sgranandolo furiosamente e contando le piccole incisioni di Maria sui grani. «Nico, tranquillo...» «Solo Dio è vero.» «Lo capisco, ma...» «Dio è vero!» esplose Nico, sgranando il rosario più in fretta che mai. Si girò e si mise a oscillare avanti e indietro... lentamente, poi più alla svelta. Stringendo i grani a uno a uno. Le spalle gli si piegavano a ogni oscillazione e il suo corpo si ingobbiva sempre di più, praticamente si chiudeva a palla di fianco al letto. Tentò ancora di parlare, poi si interruppe di colpo. Il Romano aveva già assistito a una scena simile. La lotta interiore. Senza preavviso, Nico si guardò alle spalle. Non c'era bisogno di una vista da 12/10 per scorgere le lacrime nei suoi occhi.
«È venuto a redimermi?» chiese Nico. Il Romano si bloccò, pensando che tutto ciò riguardasse Boyle, ed era così, ma... «Certo», disse spostandosi dall'altra parte del letto. Mise una mano sulla spalla di Nico, raccolse il violino da terra. Aveva letto quanto bastava per sapere che era ancora la migliore coperta di sicurezza, per lui. «Sono qui per questo» promise mentre Nico si aggrappava al manico dello strumento. «Per redimermi?» chiese Nico per la seconda volta. «Per salvarti.» Nico accennò a un sorriso e il rosario rosso cadde a terra. Da come studiava il violino con gli occhi semichiusi, il Romano capì che aveva alcuni minuti di tranquillità. Meglio sbrigarsi. «In nome dei Tre, sono qui per purificarti... e per assicurarmi che, per quanto riguarda Boyle... per quanto riguarda la Bestia, la sua influenza non venga più percepita dal tuo spirito.» «Rafforza la nostra fede... Fortifica la nostra speranza... Rendi perfetto il nostro amore...» si mise a pregare Nico. «Incominciamo», disse il Romano. «Qual è il tuo ultimo ricordo di lui?» «All'autodromo», iniziò Nico. «La sua mano alzata in segno di vittoria... mentre si rivolge alle masse esibendo i suoi denti bianchi. Poi la rabbia nei suoi occhi mentre io premevo il grilletto, non sapeva di essere stato colpito. Era arrabbiato... digrignava i denti per la rabbia. È stata la sua prima reazione, anche in punto di morte. Odio e rabbia. Finché non ha abbassato gli occhi e ha visto il proprio sangue.» «E tu l'hai visto cadere?» «Due colpi al cuore e uno alla mano, mentre mi bloccavano. L'ho ferito anche al collo. L'ho sentito gridare mentre mi buttavano a terra. Gridare e chiedere aiuto... anche in mezzo alla confusione... per sé stesso. "A me... qualcuno venga da me..." Poi le grida si interruppero. E si mise a ridere. Io ci sento bene. L'ho sentito. Immerso nel suo stesso sangue. Boyle rideva.» Il Romano si passò la lingua sui denti. Senza dubbio era vero. Rideva mentre andava verso la libertà. «E da allora?» chiese, scegliendo attentamente ogni parola. «Ti ha tormentato... di recente?» Nico si bloccò, alzando lo sguardo dal violino. «Tormentato?» «Nei... nei tuoi sogni.» «Nei miei sogni mai. Le sue minacce sono terminate quando...» «E sotto forma di visioni o...?» «Visioni?»
«Non visioni... sai, come...» «Il suo potere è così grande?» «No, ma noi...» «Un potere simile... Tornare dalla polvere...» «Non esiste un simile potere», insistette il Romano, toccandolo di nuovo sulla spalla. Arretrando rapidamente, Nico si sottrasse alla stretta. La sua schiena urtò il calorifero e il violino cadde a terra. «Che la Bestia risorga...» «Non l'ho mai detto.» «Non l'ha mai negato!» disse Nico, con gli occhi che guizzavano qua e là terrorizzati. Strinse i pugni, agitò selvaggiamente le mani, come se non potesse controllare i propri movimenti. Sul collo gli uscì una grossa vena. «Ma che sia vivo... la Grande Tribolazione dura sette anni - il periodo della mia assenza - ed è seguita dalla resurrezione dei morti...» Il Romano arretrò, incapace di intervenire. «Lo crede anche lei», disse Nico. «Non è vero.» «Lo capisco dalla sua voce. Dal tremito! Ho ragione, vero?» «Nico...» «È così! La Bestia è risorta... è viva!» «Non ho mai...» «È viva! Mio Dio, mio Dio, è viva!» gridò Nico, ancora in ginocchio, rivolgendosi alla finestra e urlando al cielo. Il Romano temeva che si sarebbe giunti a questo. Si frugò nella tasca della giacca, tirò fuori il cellulare, un modello grosso, vecchio. Con un colpo di pollice aprì il retro del telefonino e rivelò un nascondiglio con una siringa e una lametta da rasoio. La sua falsa identità e il suo badge dei Servizi segreti gli permettevano di portare dentro la pistola che aveva attaccata al polpaccio, ma siringhe e rasoi? Non in un ospedale psichiatrico. «Nico, è ora di calmarci», disse tenendo la siringa infilata tra l'indice e il medio. Il fentanile l'avrebbe eliminato facilmente, ma ci voleva il rasoio perché sembrasse un suicidio. «M... mi aggredisce anche lei?» chiese Nico girandosi e vedendo l'ago. Gli occhi gli si incupirono e le narici si misero a vibrare. «L'ha mandata lui!» gridò, aggrappato al calorifero, intrappolato nell'angolo. «È dei loro!» «Nico, sono dalla tua parte», disse il Romano avvicinandosi. Non si prova alcun piacere nell'abbattere un animale. «Questo serve solo a calmarti», aggiunse, sapendo di non avere scelta. Lasciarsi dietro un cadavere avreb-
be sicuramente sollevato delle domande, ma nulla rispetto al fatto che Nico avrebbe gridato per i prossimi tre mesi che i Tre esistevano e che Boyle era vivo. Gli occhi di Nico si strinsero, concentrandosi sulla pistola del Romano, come se avessero riconosciuto una vecchia amica. «Non pensarci neppure, Nico. Non puoi...» La porta della stanza si aprì di colpo, andando a sbattere contro la parete. «Cosa sono queste grida? Che cosa diavolo sta facendo lei?!» chiese una voce profonda. Il Romano si guardò alle spalle e vide due infermieri che si precipitavano dentro. Nico colse l'occasione. Con uno scatto da serpente, balzò verso le gambe del Romano. La sua destra afferrò la rotula del Romano e la torse, come il tappo di una bottiglia. La mano sinistra prese direttamente la pistola vicino alla caviglia. «Aaaah!» ruggì il Romano, cadendo a terra all'indietro. Ancora prima che toccasse il pavimento, Nico gli strappava l'arma dalla cavigliera. «Nico, non...» minacciò l'infermiere con l'orecchino rotondo. Era troppo tardi. Come un abile pittore che ritrovi il suo pennello dopo tanto tempo, Nico sorrise mentre la pistola gli scivolava in mano. Ancora in ginocchio, inclinò leggermente la mano, lasciando che l'arma vi si incastrasse perfettamente. «Silenziatore incorporato... perfettamente equilibrata», disse al Romano che si contorceva ancora sul pavimento. «Ottimo lavoro», aggiunse con una smorfia sorridendo agli infermieri. «Nico!» Ci furono quattro colpi soffocati e gli infermieri gridarono. I primi due penetrarono nelle loro mani. Proprio come aveva fatto con suo padre. E con Boyle. Le stigmate. Per fargli provare il dolore di Gesù. Entrambi finirono contro la parete ancora prima di capire che avevano le due pallottole finali nel cuore. Nico si alzò in piedi e non guardò neanche gli infermieri accasciati a terra, le strisce rosse parallele che i loro corpi avevano lasciato sulla parete. Si girò e puntò la pistola verso il Romano, disteso sulla schiena, che si stringeva qualcosa sul petto. La pallottola sarebbe stata rapida ed efficace, ma il dito di Nico si fermò sul grilletto... «Uomo di Dio!» gridò il Romano afferrando il rosario rosso di Nico. La corona gli pendette dal pugno, oscillando come l'orologio di un ipnotizzatore. «Lo sai, Nico. Puoi pensare quello che vuoi... ma non si uccide un uomo di Dio!»
Nico si arrestò, turbato dal rosario che scintillava nella luce morente. I grani continuavano a oscillare, a ritmo col respiro affannoso del Romano. Una goccia di sudore si materializzò sul labbro del Romano. Da terra, il suo sguardo era rivolto proprio alla canna della pistola. Nico rifiutava di guardarlo negli occhi. Rifiutava addirittura di riconoscere la sua presenza. Perso nei grani del rosario, cercava la sua risposta, tenendo la pistola immobile. La fronte passò da aggrottata a tranquilla, poi tornò a corrugarsi, come se nella sua mente stesse tirando una moneta per scegliere cosa fare. Poi la moneta si fermò e Nico premette il grilletto. Il Romano chiuse gli occhi mentre il colpo esplodeva. La pallottola gli perforò la mano sinistra vuota, proprio al centro del palmo. Il dolore di Gesù. Prima che lo sentisse, il sangue gli inondò la mano e si mise a scorrergli sul polso, verso il gomito. «Dov'è?» chiese Nico. «Io... ti ucciderò, per questo!» ruggì il Romano. «Un'altra bugia.» Spostandosi leggermente sulla destra, Nico prese di mira l'altra mano del Romano. «Dopo tutte le sue promesse... adesso viene da me per proteggerlo. Che potere ha la Bestia su di lei?» «Nico, smettila!» Senza esitare, Nico tirò indietro il cane della pistola. «Risponda alla mia domanda: dov'è?» «Io... io non ne ho i...» «Per favore, sposti il rosario», chiese gentilmente Nico, accennando alla corona che si trovava per terra accanto alla gamba del Romano. Mentre la prendeva, Nico premette il grilletto e un secondo colpo silenzioso sfrecciò nell'aria e penetrò nel piede del Romano. Entrambe le ferite bruciavano come se due grossi aghi gli si fossero infilati nella pelle. Strinse i denti e trattenne il respiro, aspettando che il dolore iniziale passasse. Ma non fece che peggiorare. «Nnnnhhh!» gridò. «Dove... Boyle?» chiese Nico. «Se... se lo sapessi, credi che sarei venuto qui?» Nico rimase in silenzio un istante, riflettendo su quell'idea. «Ma l'ha visto?» Il Romano scosse la testa, continuando a lottare contro il dolore. Sentiva il piede che si gonfiava, dentro la scarpa. «Ma qualcun altro l'ha visto?» chiese Nico. Il Romano non rispose. Nico lo osservò attentamente, inclinando leggermente l'orecchio verso di lui.
«Il suo respiro diventa più rapido. Spero che non le venga un infarto», disse Nico. Il Romano distolse lo sguardo dal letto. Nico lo osservò attentamente. Sul copriletto, vicino al bordo, c'era la foto in bianco e nero di Wes. «Lui?» chiese Nico prendendo la foto. «È per questo... è per questo che è venuto a farmi domande su di lui? Quello che ho distrutto... è lui che ha visto la Bestia.» «Ha visto solo che...» «Ma comunicare... significa essere in combutta con la Bestia! Wes è corrotto, ormai, vero? Macchiato. Per questo il colpo...» Nico annuì rapidamente. «Certo! Ecco perché Dio ha mandato la pallottola dalla sua parte. Non esistono coincidenze. Solo il Destino. Colpire Wes era la volontà di Dio. E quello che Dio incomincia...» Socchiuse gli occhi guardando la foto. «Lo colpirò di nuovo. Prima non capivo, ma adesso vedo... è scritto nel Libro.» Alzò gli occhi dalla foto, sollevò la pistola e la puntò alla testa del Romano. Dalla finestra sopra al calorifero, i pannelli proiettavano l'ombra di una croce sul volto dell'uomo. «La grazia di Dio», sussurrò Nico abbassando l'arma. Voltò le spalle al Romano e guardò fuori dell'ampia finestra dai vetri infrangibili. La pistola aveva il silenziatore, ma gli agenti della sicurezza sarebbero arrivati presto. Non ebbe esitazioni. Aveva avuto otto anni per pensare a questo momento. Infrangibili, non antiproiettile. Altri due colpi partirono dalla pistola, forando il vetro in basso a sinistra e a destra e scardinando il telaio della finestra. Ancora a terra, il Romano si tolse la cravatta e ne fece una benda per avvolgere il piede. Chiuse il pugno per alleviare il dolore alla mano. Il sangue gli aveva già riempito la scarpa e il cuore sembrava che gli battesse nel braccio e nella gamba. A pochi passi di distanza sentì l'urto di una palla da bowling e l'infrangersi di un vetro. Alzò gli occhi appena in tempo per vedere Nico che faceva scattare il piede contro il buco di sinistra sulla finestra. Il vetro non si infranse, ma il buco si allargò, scoppiettando come la plastica da imballaggio. Ora davanti a lui c'era un'apertura. Leccandosi le labbra, Nico puntò il piede contro il vetro e si afferrò al calorifero per fare leva. Con un altro colpo, un pezzo di vetro grande quanto il palmo di una mano si staccò dalla finestra. Colpì di nuovo, ancora e ancora. C'era quasi. La finestra si piegava lentamente all'infuori e all'insù, come una tappezzeria vecchia, con un rumore che ricordava il miagolio di un gattino. Poi ci
fu un colpo finale e... il nulla. Il Romano guardò mentre una ventata di aria fredda lo colpiva al volto. Nico era già scomparso. Il Romano strisciò alla finestra, si afferrò al calorifero e si tirò in piedi. Due piani più in basso, vide il mucchio di neve che aveva attutito la caduta di Nico. Pensò di inseguirlo, diede un'altra occhiata all'altezza e sentì il sangue che gli imbeveva la calza. Niente da fare, si disse. Stava in piedi a malapena. Sporse la testa dalla finestra e osservò le impronte - dal mucchio di neve alla strada secondaria piena di fango - e scorse subito Nico: la sua felpa era una piccola macchia bruna che si faceva strada nel bianco luminoso della neve. Non si guardò mai alle spalle. In pochi secondi, la macchia bruna raggiunse un punto nero. Nico alzò la pistola e la puntò verso il basso. Dalla finestra, il Romano non poteva vedere a cosa mirasse. C'era una guardia, al cancello, ma era a più di cinquanta metri e... Si sentì un sommesso psst e una nuvoletta di fumo uscì dalla canna della pistola. Nico rallentò il passo fino a una camminata tranquilla, quasi rilassata. Il Romano non aveva bisogno di vedere il corpo per sapere che aveva fatto centro un'altra volta. Nico infilò la pistola nella tasca della felpa come se fosse la persona più tranquilla del mondo. Passò accanto al vecchio edificio dell'esercito, accanto al cimitero, accanto al corniolo spoglio e uscì dal cancello principale, scomparendo alla vista. Il Romano saltellò verso la porta, raccogliendo la siringa e la lametta da terra. «Va tutto bene?» chiese una voce femminile attraverso una delle radioline degli infermieri. Il Romano si chinò e la staccò dalla cintura dell'infermiere. «Benissimo», borbottò nel ricevitore. La prese, si girò a dare un'ultima occhiata alla stanza. Fu solo in quel momento che si accorse che Nico si era portato via la foto in bianco e nero di Wes. 28 «Da questa parte», dico sostenendo il gomito dell'anziana signora con la nuvola di capelli biondi e scortandola insieme al marito verso il presidente
Manning e la First Lady, in posa davanti a un mazzo di fiori grande come una piccola automobile. Intrappolato in questa minuscola anticamera del Kravis Center, il presidente guarda verso di me, senza smettere di sorridere. Mi basta. Non sa chi sono. Glielo metto su un piatto d'argento. «Signor presidente, lei ricorda i signori Talbot...» «George... Leonor...» interviene la First Lady, stringendo le mani e scambiando baci in aria. Trentaquattro libri, cinque biografie non ufficiali e due film per la televisione sostengono che sia lei la migliore mente politica della famiglia. Eccone la prova. «E come sta Lauren?» chiede tirando fuori dal cappello anche il nome della figlia. Sono davvero colpito. I Talbot non sono finanziatori di lunga data. Sono NBF, New Best Friends, come chiamiamo i ricchi che si sono attaccati al carro di Manning dopo l'addio alla Casa Bianca. «Noi pensiamo che lei sia la migliore», esclama la signora Talbot, guardando solo la First Lady. La cosa non ha mai preoccupato Manning: la First Lady è sempre stata parte della squadra, e grazie alla sua formazione scientifica, la migliore nell'analizzare le previsioni statistiche. Per questo alcuni dicono che lei abbia sofferto più del presidente quando hanno dovuto cedere le chiavi della Casa Bianca. Ma io che ero con il presidente il giorno in cui è tornato a casa in Florida, quando per l'ultima volta ha chiamato l'Air Force One e ha telefonato per salutare gli operatori del centralino, non posso che dissentire. Manning è passato dall'avere un cameriere col cicalino incaricato unicamente di portargli il caffè a portarsi da solo le valigie in garage. Non si cede tanto potere senza soffrirne. «E io, sono diventato all'improvviso un'aringa salata?» chiede Manning. «Come all'improvviso?» chiede la First Lady mentre gli altri scoppiano a ridere. È una battuta che i Talbot ripeteranno per tutta la stagione, che li trasformerà in piccole star dei cocktail locali e che assicurerà che la società di Palm Beach continui a venire a queste cene di beneficenza. «Al tre», dice il fotografo mentre colloco i Talbot fra i Manning. «Uno... due...» Il flash scatta e io torno di corsa alla fila di invitati per prendere il gomito del prossimo donatore. Lo sguardo di Manning è lo stesso di prima. «Signor presidente, lei ricorda i signori Munder...» Alla Casa Bianca, lo chiamavamo porta-manda. Io porto i Munder verso il presidente, che manda via i Talbot, ponendo fine ai loro occhioni sgranati e ai loro saluti. Funziona alla perfezione, finché non c'è nessuno che si
impunta. «Stai cercando di giocare a porta-manda con me? L'ho inventato io!» dice una voce familiare mentre scatta il flash. Quando mi giro verso la fila, Dreidel è già a metà strada verso il presidente, con un enorme sorriso sulla faccia. Manning si illumina come se vedesse il cagnolino di quand'era bambino. So che devo stare alla larga. «Ragazzo mio!» dice Manning abbracciando Dreidel. Io ricevo ancora una stretta di mano. Dreidel un abbraccio. «Volevamo farle una sorpresa», dico scoccando un'occhiata a Dreidel. Alle sue spalle, la fila è bloccata. Dietro al presidente, la First Lady mi lancia un'occhiata di fuoco. Anche in questo caso, so che devo stare alla larga. «Signore... dovremmo...» «Spero che ti fermerai per la serata», mi interrompe Manning rivolgendosi alla moglie. «Certo, signore», dice Dreidel. «Signor presidente, lei ricorda i signori Lindzon...» dico portando avanti la nuova coppia di donatori. Manning finge di sorridere e mi lancia un'occhiata. Gli avevo garantito che ci sarebbero state solo cinquanta foto, stasera. Chiaramente le ha contate. Questa è la foto numero 58. Mentre torno alla fila, Dreidel mi raggiunge. «Di quante foto sei fuori?» chiede. «Otto», sussurro. «Cos'è successo alla tua cena?» «Era solo un cocktail. Abbiamo finito presto, per cui sono venuto per un saluto. Com'è andata con la giornalista?» «Tutto a posto.» Scatta un flash, io prendo per il gomito la prossima ospite, una donna enorme con i pantaloni rossi. Dreidel rientra nel suo antico ruolo, mette una mano sulla spalla del marito e lo accompagna in avanti. «Signor presidente, lei ricorda i signori Heinberg», annuncio mentre li lasciamo alla foto numero 59. E sussurro a Dreidel: «Ho anche trovato l'indirizzo londinese di Boyle e l'ultimo documento che ha chiesto alla biblioteca.» Dreidel aumenta la velocità mentre un altro flash scatta. È mezzo passo avanti a me. Pensa che non me ne accorga. «E cosa c'era sull'ultima pagina?» chiede sottovoce. Mi giro verso gli ospiti e vedo che è rimasta una sola persona. Ma quando vedo chi è, la gola mi si chiude.
«Cosa c'è?» chiede Dreidel leggendo la mia espressione. Mi blocco davanti al nostro ultimo ospite, una giovane rossa con un modesto abito nero. Dreidel si avvicina per prenderle il braccio e scortarla avanti. Lei lo allontana e gli mette una mano sulla spalla. «Proprio le persone che cercavo», dice soddisfatta. «Sono Lisbeth Dodson, del "Palm Beach Post". E lei dev'essere Dreidel.» 29 McLean, Virginia Zoppicando sul vialetto ghiacciato, con il pugno stretto sul petto, il Romano scorse le finestre della classica casa coloniale con il cartello IN VENDITA nel giardino davanti. Le luci erano spente, ma la cosa non lo indusse a fermarsi. Dopo avere nascosto la sua ferita infilando il piede insanguinato in una delle vecchie scarpe di Nico, aveva mostrato il suo badge per uscire dall'ospedale ed era corso qui. Sapeva che Benjamin era in casa. Raggiunse la casa, afferrò con decisione il corrimano metallico e scese saltellando una breve scala di cemento. In fondo raggiunse una porta sotto alla quale sfuggiva una debole lama di luce. Una piccola scritta accanto al campanello diceva SOLO SU APPUNTAMENTO. Il Romano non aveva un appuntamento, ma qualcosa di molto più prezioso. «Les?» chiamò, tenendosi in piedi a fatica. Appoggiato allo stipite,