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STEPHEN KING IL GIOCO DI GERALD (Gerald’s Game, 1992) Questo libro è dedicato, con affetto e ammirazione, a sei donne speciali: Margaret Spruce Morehouse, Anne Spruce Labree, Catherine Spruce Graves, Tabitha Spruce King, Stephanie Spruce Leonard, Marcella Spruce. (Sadie) fremette. Nessuno Avrebbe saputo descrivere lo sdegno della sua espressione o l’odio sprezzante che mise nella sua risposta. «Voi uomini! Voi luridi maiali schifosi! Siete tutti uguali. Tutti. Maiali! Maiali!» W. SOMEREST MAUGHAM Pioggia 1 Jessie sentiva la porta di servizio che sbatteva piano, a intervalli regolari, nella brezza d'ottobre che soffiava per la casa. In autunno lo stipite si gonfiava puntualmente e occorreva tirare la porta con forza per serrarla. Questa volta se n'erano dimenticati. Pensò di dire a Gerald di andare a chiuderla prima che fossero troppo lanciati, con il rischio che quel rumore le facesse saltare i nervi. Poi rifletté che date le circostanze era ridicolo. Avrebbe guastato l'atmosfera. Quale atmosfera? Bella domanda, quella. E mentre Gerald ruotava il corpo cavo della chiave nella seconda serratura, mentre udiva lo scatto lieve poco sopra l'orecchio sinistro, concluse che, almeno per lei, non c'era atmosfera da conservare. Proprio per questo si era accorta che la porta non era stata fissata a dovere. Per lei l'erotismo del rapporto schiava-padrone era stato di breve durata. Lo stesso non si poteva però dire di Gerald. Indossava solo un paio di boxer, ora e non aveva bisogno di guardarlo in faccia per vedere che il suo
interesse per quel gioco era ancora più che vivo. Che stupidaggine, pensò, ma nemmeno la stupidità la raccontava tutta. C'era anche una punta di paura. Non le andava di ammetterlo, ma c'era. «Gerald, perché non lasciamo stare?» Lui esitò, un po' perplesso, poi attraversò la stanza diretto al comò a sinistra della porta del bagno. La sua espressione si rasserenò mentre camminava. Lei lo osservò dal letto, con le braccia sollevate e aperte, un po' come Fay Wray incatenata che aspettava lo scimmione in King Kong. Due coppie di manette le bloccavano i polsi ai montanti di mogano del letto. Le catenelle le concedevano non più di una spanna di movimento. Non molto. Gerald posò le chiavi sul comò, due tintinnii da niente, ma il suo udito era eccezionalmente sensibile per un mercoledì pomeriggio qualsiasi, e si girò verso di lei. Sopra di lui, sull'alto soffitto bianco della camera da letto, dondolavano e danzavano i riflessi delle increspature del lago. «Che cosa ne dici? Non lo trovo più molto eccitante.» Posto che lo sia mai stato, fu l'aggiunta che tenne per sé. Gerald ghignò. Aveva lineamenti pesanti di colorito roseo sotto la punta pronunciata dell'attaccatura dei capelli, neri come l'ala di un corvo, e quel ghigno aveva sempre suscitato in lei una reazione che non le piaceva molto. Non riusciva bene a definirla, ma... Ma dai, che sai benissimo che cos'è. Lo fa sembrare stupido. Vedi praticamente il suo quoziente di intelligenza scendere di dieci punti per ogni centimetro di ghigno. E quando arriva al massimo della distensione delle labbra, il micidiale avvocato esperto in diritto societario che hai per marito sembra un custode di istituto per malattie mentali nella sua giornata di libertà. Era crudele, ma non del tutto infondato. E come si fa a dire al consorte da quasi vent'anni che ogni volta che ghigna sembra che soffra di un lieve ritardo mentale? La risposta era semplice: non si fa. Ben altro era il suo sorriso. Aveva un sorriso adorabile e probabilmente era stato quel sorriso, così caloroso e affabile, a convincerla ad accettare di uscire con lui la prima volta. Le aveva ricordato il sorriso di suo padre quando raccontava alla famiglia episodi divertenti della sua giornata sorseggiando un gin tonic prima di cena. Quello però non era il sorriso. Quello era il ghigno, la versione tutta speciale che riservava ai momenti di gioco. Aveva il sospetto che dal suo punto di vista, vale a dire da dentro, il ghigno fosse lupesco. Anzi, forse piratesco. Da quello di lei, invece, sdraiata con le braccia sollevate sopra la te-
sta e nient'altro addosso che un paio di slip, era solo stupido. No... ritardato. Non era del resto un tracotante avventuriero di quelli che apparivano sulle riviste per uomini sulle quali aveva consumato le furiose eiaculazioni della sua solitaria e adiposa pubertà; era un avvocato con una faccia rosea e troppo larga che si apriva sotto il vertice di una stempiatura ineluttabilmente in viaggio verso la calvizie totale. Solo un avvocato con un'erezione che gli deformava le mutande. E neanche tanto, se è per questo. Ma le dimensioni della sua eccitazione erano poca cosa a confronto del ghigno. Non era cambiato affatto e questo voleva dire che Gerald non la stava prendendo sul serio. Era previsto che protestasse. In fondo faceva parte del gioco. «Gerald? Non sto scherzando.» Il ghigno si ampliò. Apparvero altri piccoli denti inoffensivi da avvocato; il suo quoziente di intelligenza precipitò di un'altra trentina di punti. E ancora lui non la sentiva. Ne sei sicura? Sì. Non leggeva nei suoi pensieri come in un libro aperto e probabilmente ci volevano molto più che diciassette anni di matrimonio per arrivare a tanto, ma di solito indovinava abbastanza bene che cosa gli passasse per la testa. Riteneva che se così non fosse stato, c'era da scivolare per qualche china molto pericolosa. Se è così, gioia, com'è che lui non capisce te? Com'è che non si rende conto che questa non è semplicemente una nuova versione della solita vecchia solfa pseudoerotica? Questa volta apparvero anche sulla sua fronte le rughe di un'espressione perplessa. Aveva sempre sentito voci estranee parlare nella sua testa, come probabilmente capitava a tutti, anche se normalmente non se ne parlava in giro più di quanto si conversasse in pubblico delle proprie funzioni corporali, e per la maggior parte le voci erano come vecchi amici, confortanti e confortevoli come un paio di vecchie pantofole. Ora invece c'era una voce nuova, che non le stava recando alcun conforto. Era una voce forte, vibrava di gioventù e vigore. Ed era anche spazientita. Parlò di nuovo, rispondendo alla propria domanda. Gioia, guarda che non è che non ti capisce perché non ne è capace: Certe volte non ne ha proprio voglia. «Gerald, davvero, non sono in vena. Riprendi le chiavi e toglimi le manette. Faremo qualcos'altro. Mi metto sopra io, se vuoi. Oppure tu te ne stai tranquillo, sdraiato sul letto con le mani dietro la testa e faccio tutto io
nell'altro modo, ti va?» Sei sicura di volerlo fare? la interrogò la voce nuova. Sei sicura di avere voglia di fare qualcosa con quest'uomo, qualunque cosa sia? Chiuse gli occhi, come se così potesse far tacere la voce. Quando li riaprì, Gerald era fermo ai piedi del letto, con i boxer tesi in avanti come la prora di una nave. Be'... di una barchetta a remi, magari. Il ghigno si era dilatato ancora, mettendo in mostra anche gli ultimi denti su entrambi i lati, quelli incapsulati. Ma sì, non trovava quel ghigno solo sgradevole. Lo trovava odioso. «Sono disposto a liberarti... se sarai molto, molto brava. Saprai essere molto, molto brava, Jessie?» Stucchevole, commentò in tono sbrigativo la voce nuova. Très stucchevole. Gerald si infilò i pollici sotto l'elastico dei boxer nell'improbabile posa di un pistolero. L'indumento scivolò velocemente verso il basso appena superato l'ostacolo non indifferente della ciambella di grasso intorno alla vita. Ed eccolo lì, in bella mostra. Non la formidabile macchina d'amore che aveva conosciuto da adolescente sulle pagine di Fanny Hill, bensì un cosino mansueto, roseo e circonciso; tredici centimetri di erezione decisamente trascurabile. Due o tre anni prima, in una delle sue sporadiche visite a Boston, aveva visto un film che si intitolava Il ventre dell'architetto. Pensò: Perfetto. E adesso vedo Il pene dell'avvocato. Dovette morsicarsi l'interno delle guance per non ridere. Ridere a quel punto sarebbe stato incauto. Le sovvenne un'idea in quel momento e le fece passare d'incanto tutta la voglia di ridere. L'idea è questa: lui non sapeva che lei non stava recitando perché per lui Jessie Mahout Burlingame, moglie di Gerald, sorella di Maddy e Will, figlia di Tom e Sally, madre di nessuno, non era più lì. Aveva cessato di esserci nell'istante in cui le chiavi avevano prodotto quel piccolo scatto metallico nelle serrature delle manette. Le riviste di avventure degli anni dell'adolescenza di Gerald erano state sostituite da una pila di riviste di donnine nude nell'ultimo cassetto della scrivania, riviste in cui le donne indossavano al massimo un filo di perle e stavano a quattro gambe su una pelle d'orso a farsi prendere da uomini equipaggiati con attributi genitali al confronto dei quali quelli di Gerald erano il corrispondente di una miniaturizzazione in scala ridotta. Nelle ultime pagine di quelle riviste, fra le inserzioni di numeri telefonici da chiamare per eccitarsi snocciolando porcherie, c'erano le pubblicità di bambole gonfiabili, delle quali si vantava la precisione anatomica, concetto bizzarro e senza precedenti, a suo
avviso. Pensò in quel momento a quei bamboloni pieni di aria, con la pelle rosa, il corpo senza rughe, da cartone animato, e il volto anonimo e privo di fisionomia, e la sensazione che provava era di illuminante stupore. Vi si mescolava qualcosa di simile all'orrore, ma non proprio; era come se dentro di lei fosse esplosa una luce intensa e il panorama che le aveva dischiuso era certamente più spaventoso di quello stupido gioco o del fatto che questa volta la messinscena era stata allestita nella casa estiva al lago, quando l'estate era già scappata da un pezzo all'inseguimento dell'anno prossimo. Ma nessuna di queste riflessioni aveva minimamente pregiudicato il suo udito. Ora era la sega a catena, quella che sentiva nel bosco a distanza considerevole, forse addirittura cinque miglia. Più vicino, sulle acque del Kashwakamak, levò il suo grido folle nell'aria blu d'ottobre una gavia ritardataria, che ancora indugiava a intraprendere il suo viaggio annuale verso sud. Ancora più vicino, nei pressi della casa sulla sponda settentrionale, abbaiò un cane. Erano brutti latrati, versi storpi, che Jessie tuttavia trovò stranamente consolanti. Stavano a significare che, anche in un giorno feriale in pieno ottobre, c'era qualcuno nelle vicinanze. Altrimenti c'era solo il rumore della porta, che sbatteva contro lo stipite imbarcato, dondolando come un vecchio dente in una gengiva fracida. Sentì che non avrebbe sopportato a lungo quella tortura prima di impazzire. Gerald, ora nudo salvo che per gli occhiali, si inginocchiò sul letto e cominciò a strisciare verso di lei. Gli brillavano ancora gli occhi. Jessie aveva il sospetto che era stato quel luccichio a indurla a restare al suo gioco ancora per tanto tempo dopo che la sua iniziale curiosità era stata appagata. Da anni negli occhi di Gerald era scomparsa quella luce ardente, quando la guardava. Non era da buttar via, era riuscita a non ingrassare e conservava in gran parte le sue belle curve femminili, eppure l'interesse di Gerald per lei si era appannato lo stesso. Sicuramente l'alcol aveva le sue responsabilità, se è vero che beveva molto di più ora che ai tempi in cui erano sposini novelli, ma sapeva che c'era dell'altro. Come faceva quel vecchio adagio secondo cui la confidenza fa perdere il rispetto? Così non si riteneva che dovesse essere per uomini e donne innamorati, almeno secondo i poeti romantici che aveva studiato al corso di letteratura inglese, ma negli anni trascorsi dopo il college aveva scoperto che c'erano certi fatti della vita di cui John Keats e Percy Shelley non avevano mai scritto. Del resto erano morti entrambi a un'età molto più giovane di quella che avevano ora lei e Gerald.
E comunque erano divagazioni abbastanza estranee alla situazione attuale. Più pertinente era forse il fatto che fosse stata al gioco più a lungo di quanto avesse in realtà desiderato perché le piaceva veder brillare quella piccola fiammella negli occhi di Gerald. La faceva sentire giovane, carina e desiderabile. Ma... ...ma se davvero hai pensato che vedesse te quando gli si accendeva quella luce negli occhi, ti sei sbagliata, gioia mia. O forse hai voluto ingannare te stessa. E forse ora è il momento di decidere, ma decidere sul serio, se hai intenzione di continuare a sopportare questa umiliazione. Perché è ben così che ti senti, non è vero? Umiliata, no? Sospirò. Sì. Era vero. «Gerald, sto dicendo sul serio, credimi.» Lo disse a voce più alta adesso e per la prima volta la luce nei suoi occhi vacillò. Bene. Allora la sentiva. Allora forse non tutto era perduto. Niente di cui felicitarsi troppo, era da tempo che c'era poco da stare allegri, ma forse qualcosa si poteva ancora salvare. Poi riapparve la luce e un attimo dopo arrivò il ghigno idiota. «Ti domo io, mia bella bisbetica», mormorò lui. Lo aveva udito bene, si era espresso proprio così, pronunciando bisbetica come un signorotto di campagna in uno scadente melodramma vittoriano. E allora lasciaglielo fare. Che lo faccia e sia finita. Quella era una voce che le suonava molto più familiare e aveva tutte le intenzioni di seguirne i buoni consigli. Non sapeva se Gloria Steinem avrebbe approvato e non gliene importava niente; il consiglio aveva l'attrattiva dell'assoluta praticità. Che faccia quel che vuole, così non ci pensiamo più. Come volevasi dimostrare. Poi la sua mano, una mano molle e con le dita corte, una mano con la pelle rosa come il cappuccio del suo pene, si allungò ad afferrarle un seno e qualcosa dentro di lei scattò all'improvviso come uno strappo a un tendine. Inarcò bruscamente schiena e anche, respingendolo. «Smettila, Gerald. Toglimi queste stupide manette e lasciami alzare. Questo gioco ha smesso di essere divertente in marzo, quando c'era ancora la neve. Non mi sento sexy. Mi sento ridicola.» Questa volta la udì perfettamente. Lo vide nel modo in cui la luce nei suoi occhi si spense di botto, come fiammelle di candela in una folata di vento teso. Le due parole che avevano finalmente aperto la breccia dovevano essere state stupide e ridicole. Da bambino Gerald era stato grasso, con lenti spesse negli occhiali, un giovane che non era riuscito a farsi la ragazza fino ai diciotto anni, un anno dopo essersi messo a dieta rigorosa e
aver cominciato a far palestra nello sforzo di smaltire il lardo che gli cresceva addosso prima di esserne strozzato. Al secondo anno di college, la sua vita era «più o meno sotto controllo», rifacendosi alla sua espressione, come se la vita — la sua, comunque — fosse uno stallone selvaggio che gli avessero ordinato di addomesticare; ma lei sapeva che i suoi anni del liceo erano stati un calvario e che gli avevano lasciato in eredità una notevole dose di disprezzo per sé e di sospetto nei confronti degli altri. Il successo professionale (e il matrimonio; Jessie riteneva che avesse avuto un valore anche quello, forse il più importante) lo aveva ulteriormente aiutato a ritrovare fiducia e stima in sé, ma esistono incubi che non scompaiono mai del tutto. In qualche angolo nascosto della sua mente, i bulli lo strapazzavano ancora in sala lettura, lo deridevano ancora della sua inettitudine ginnica all'ora di educazione fisica, e c'erano certe parole, per esempio stupido e ridicolo, che facevano riemergere quei ricordi come se il liceo fosse finito solo ieri... o così Jessie sospettava. Gli psicologi sapevano essere incredibilmente stolti su molti argomenti, quasi volontariamente stolti, le sembrava spesso, ma sull'orribile persistenza di certi ricordi riteneva che avessero fatto centro. Ci sono ricordi che succhiano la mente delle persone come crudeli sanguisughe e certe parole, stupido e ridicolo, per esempio, le resuscitavano all'istante alla loro vita avida e febbrile. Aspettò di avvertire la spina della vergogna per avere colpito sotto la cintura in quel modo e fu contenta quando non successe niente. Se non contenta, risollevata. Forse è semplicemente che sono stanca di fingere, pensò e questa riflessione portò a un'altra: forse aveva una propria agenda sessuale e se così era, sicuramente quel giochino delle manette non era nel repertorio. Ne era mortificata. L'idea nel suo insieme la mortificava. D'accordo, una certa emozione un po' ansiosa aveva accompagnato i primi esperimenti, quelli con i foulard, e in un paio di occasioni aveva avuto orgasmi multipli, una rarità per lei. Nondimeno, c'erano stati effetti collaterali che non le erano piaciuti e il senso di mortificazione era solo uno dei tanti. Aveva avuto anche lei degli incubi dopo ciascuna di quelle prime versioni del gioco di Gerald. Si era svegliata di soprassalto, sudata, con un nodo in gola e con i pugni stretti stretti affondati fra le gambe. Ricordava solo uno di quei sogni ed era un ricordo distante, sfocato: giocava a croquet senza vestiti addosso e tutt'a un tratto si era spento il sole. Allora una mano l'aveva toccata e dall'oscurità le aveva parlato una voce orribile, spaventosa: mi ami, scioccona? le aveva chiesto e la cosa più raccapricciante è che il suono di quella voce le era familiare.
Lascia stare adesso, Jessie. Sono argomenti sui quali potrai dilungarti un'altra volta. Ora come ora l'importante è che ti faccia liberare. Sì. Perché quello non era il loro gioco. Quel gioco era tutto suo. Aveva continuato ad accontentarlo solo perché così desiderava Gerald. E adesso non andava più bene. La gavia sul lago mandò di nuovo il suo grido solitario. Sul volto di Gerald, il ghigno ebete di pregustazione si era dissolto in un broncio di delusione. Mi hai rotto il giocattolo, stronza, gli si leggeva negli occhi. Jessie si ritrovò a ricordare l'ultima volta che aveva avuto occasione di guardare bene quell'espressione. In agosto Gerald le aveva mostrato una brochure patinata, le aveva indicato che cosa voleva e lei aveva risposto di sì, certo che poteva comperare una Porsche se voleva una Porsche, certo che potevano permettersi una Porsche, ma intanto pensava che forse avrebbe fatto meglio a comperarsi l'iscrizione al Club della salute di Forest Avenue, cosa che minacciava di fare da almeno due anni. «Ora come ora non hai una carrozzeria Porsche», aveva osservato, e sapeva di non essere molto diplomatica, ma non le pareva che fosse un momento adatto alla diplomazia. E poi l'aveva ormai esasperata al punto che non le importava un fico secco di offenderlo. Era un fenomeno questo che da qualche tempo si ripeteva con frequenza sempre più insistente e ne era sconcertata, però non sapeva che cosa farci. «Con questo che cosa vorresti dire?» aveva domandato lui piccato. Non gli aveva nemmeno risposto. Aveva imparato che quando Gerald le faceva domande di quel genere, erano quasi immancabilmente retoriche. Il messaggio vero era quello intrinseco, poche semplici parole: Mi stai contrariando, Jessie. Non stai al gioco. Quella volta tuttavia, forse perché senza saperlo faceva le prove generali per questa, aveva scelto di ignorare il messaggio sottinteso e di rispondere alla domanda. «Voglio dire che quest'inverno compirai lo stesso quarantasei anni, con o senza Porsche, Gerald... e peserai ancora quindici chili di troppo.» Crudele, sì, ma almeno non era stata perfida, non gli aveva rivelato l'immagine che le era balenata davanti agli occhi quando aveva osservato le fotografie delle automobili sportive sulla brochure che le aveva presentato Gerald. In quel breve istante aveva visto un ragazzino grasso, con la faccia rosea e la fronte stempiata, incastrato nella camera d'aria che si era portato al vecchio stagno. Gerald le aveva strappato di mano la brochure e se n'era andato via sen-
za una parola. L'argomento Porsche era stato accantonato per sempre... ma lei lo aveva ritrovato spesso nel suo sguardo cupo e risentito. Di quello sguardo vedeva ora una versione ancor più corrucciata. «Avevi detto che ti sembrava un'idea divertente. Ti sei espressa proprio così. 'Mi sembra divertente.'» Davvero lo aveva detto? Probabilmente sì. Ma era stato un errore. Una piccola svista, una scivolatina sulla proverbiale buccia di banana. Sicuro. Ma come spiegarlo a tuo marito, quando se ne sta lì con il labbro inferiore spinto in fuori come Baby Huey in procinto di scoppiare in una crisi di nervi? Siccome non sapeva come dirglielo, abbassò lo sguardo... e vide qualcosa che non le piacque per niente. La versione geraldesca di Mister Sollazzo non si era minimamente scomposta. Mister Sollazzo non doveva avere sentito che c'era stato un cambio di programma. «Gerald, non sono...» «...in vena? Be', ma che bella notizia. Mi sono preso un'intera giornata di ferie. E se restiamo qui per la notte, mi brucerò anche domani mattina.» Rimuginò per qualche momento sulle proprie parole, poi ripeté: «Avevi detto che ti sembrava divertente». Cominciò a esaminare il ventaglio delle scuse come spulciando stancamente una mano di poker senza grandi prospettive (sì, ma ora ho mal di testa; sì, ma ho questi odiosi crampi premestruali; sì, ma sono una donna e perciò ho il diritto di cambiare idea; sì, ma adesso che siamo veramente qui tutti soli, mi fai paura, mio bel maschiaccio, mio irresistibile bruto), le menzogne capaci di alimentare le sue illusioni o il suo amor proprio (due concetti quasi sempre intercambiabili, per lui), ma prima di scegliere una carta, una qualsiasi di quelle che aveva a disposizione, parlò la voce nuova. Era la prima volta che parlava esplicitamente e Jessie fu piacevolmente sorpresa di scoprire che all'esterno era identica a come la sentiva nella testa: forte, asciutta, perentoria, sicura. E anche curiosamente familiare. «Hai ragione. Probabilmente avevo detto così, ma quello che mi sembrava potesse essere divertente era piantare tutto e andarcene via noi due, come facevamo prima che mettessi la targa sulla porta. Pensavo che avremmo potuto far cigolare un po' le molle del letto e poi starcene seduti in terrazza a goderci il silenzio. Magari una partitina a domino dopo il tramonto. È un reato perseguibile, Gerald? Che cosa ne dici? Rispondi, perché sono veramente curiosa di saperlo.»
«Ma avevi detto...» Da cinque minuti non aveva fatto che ripetergli in vari modi che voleva essere liberata da quelle dannate manette e lui ancora non se ne dava per inteso. La sua impazienza ribollì in ira. «Insomma, Gerald, questo giochetto ha smesso di essere divertente per me praticamente nel momento in cui abbiamo cominciato e se tu non avessi la testa piena di segatura te ne saresti accorto!» «La tua bella bocca. La tua bocca così abile e sarcastica. Certe volte sono così stufo di...» «Gerald, quando ti fissi su qualcosa è impossibile comunicare con te prendendoti con le buone. E di chi è la colpa?» «Non mi piaci quando sei così, Jessie. Quando sei così non mi piaci affatto.» Stava andando dal male al peggio all'orribile e più spaventoso di tutto era la rapidità con cui accadeva. A un tratto si sentì molto stanca e le tornò alla mente il verso di una vecchia canzone di Paul Simon: «Non voglio avere niente a che fare con questo amore pazzo». Bravo Paul. Sarai basso, ma non sei stupido. «Lo so e mi va bene così, perché in questo preciso istante l'argomento sono le manette, non quanto ti piaccio o ti dispiaccio quando ti dico che ho cambiato idea su qualcosa. Voglio che mi liberi da queste manette! Mi senti?» No, si accorse con crescente sgomento. Non la sentiva. Gerald era ancora dietro l'ultima curva. «Sei così maledettamente volubile, così maledettamente sarcastica. Io ti voglio bene, Jess, ma non sopporto quella tua linguaccia. Non l'ho mai potuta soffrire.» Si passò il palmo della sinistra sul bocciolo imbronciato della bocca, quindi la contemplò mestamente: povero, bistrattato Gerald, sedotto da una donna che lo aveva trascinato nella foresta primeva per poi sottrarsi ai suoi obblighi sessuali. Povero, bistrattato Gerald, che non dava il minimo segno di voler andare a prendere le chiavi delle manette dal comò vicino alla porta del bagno. Il suo disagio si era trasformato in qualcos'altro, potremmo dire, mentre era girata dall'altra parte. Era diventato un misto di collera e paura che ricordava di aver provato solo una volta in precedenza. Verso i dodici anni, suo fratello Will le aveva dato una strizzata tra le gambe a una festa di compleanno. Tutti gli amici avevano visto e avevano riso tutti quanti. Ah ah, grande spasso, señora, direi. Non era stato uno spasso per lei, però.
Will aveva riso più di tutti, così forte che aveva dovuto piegarsi in due con le mani premute sulle ginocchia e i capelli che gli pendevano sulla faccia. Era passato un anno o giù di lì dall'avvento dei Beatles e degli Stones e dei Searchers e tutti gli altri, così Will aveva un bel po' di capelli da far pendere. La cortina gli aveva impedito di vedere Jessie, evidentemente, perché non aveva idea di quanto fosse infuriata... e in circostanze normali vigilava attentamente sui suoi repentini cambi di umore. Aveva continuato a ridere finché lei aveva sentito la schiuma della sua rabbia traboccare e aveva capito che se non avesse fatto qualcosa, rischiava di esplodere. Così aveva chiuso un piccolo pugno e quando l'amato fratello aveva sollevato la testa per guardarla, gliel'aveva sparato in bocca. Il colpo lo aveva fatto stramazzare come un birillo e gridare davvero forte. Più tardi aveva cercato di convincersi che aveva gridato più per la sorpresa che per il dolore, ma anche a dodici anni era abbastanza grande da saper distinguere la differenza. Gli aveva fatto male, e parecchio per giunta. Gli aveva spaccato il labbro inferiore in un punto e quello superiore in due e gli aveva fatto un male cane. E perché? Perché aveva fatto qualcosa di stupido? Ma all'epoca aveva solo nove anni, nove anni quel giorno, e a quell'età tutti i bambini sono stupidi. Era praticamente una legge nazionale. No, non era stato per la stupidità. Era stata la paura, la paura che, se non si fosse sfogata, quell'orribile schiuma verde di collera e imbarazzo sarebbe montata dentro di lei fino a (spegnere il sole) farla esplodere. La verità, incontrata per la prima volta quel giorno, era la seguente: dentro di lei c'era un pozzo, l'acqua di quel pozzo era avvelenata, e quando William le aveva dato il pizzicotto, aveva calato un secchio in quel pozzo, recuperandolo pieno di feccia e fango ribollente. Lo aveva odiato per quello e doveva essere stato l'odio a spingerla a percuoterlo. La fanghiglia che si era sentita dentro l'aveva spaventata. Ora, tanti anni dopo, scopriva che la spaventava ancora... ma continuava anche a infuriarla. Tu non spegnerai il sole, pensò senza idea di che cosa potesse significare. Non te lo lascerò fare. «Non mi interessano le discussioni teoriche, Gerald. Prendi le chiavi e liberami da queste fottute manette!» A quel punto lui la sbalordì con una frase così inaspettata che sulle prime nemmeno la capì: «E se non lo faccio?» La prima cosa che registrò fu il cambio di tono nella voce. Di solito aveva un modo di parlare burbero, un po' da spaccone (Qui comando io ed è
una gran bella fortuna per tutti noi, non è vero?), mentre questa volta aveva usato un tono gutturale e compiaciuto che non gli conosceva. Nei suoi occhi era riapparso quel piccolo brillio che un tempo sapeva accenderla di luce violenta. Non lo vedeva molto bene, teneva gli occhi socchiusi in fessure gonfie dietro gli occhiali dalla montatura d'oro, però il luccichio c'era. Senza dubbio. Poi c'era il caso strano di Mister Sollazzo. Mister Sollazzo non si era per nulla ricreduto. L'impressione era casomai che si drizzasse gagliardo più di quanto ricordasse d'averlo mai visto... ma probabilmente era solo la sua immaginazione. È così che pensi, gioia? Ebbene, io no. Elaborò tutte quelle informazioni prima di tornare alle ultime parole che gli aveva sentito pronunciare, quella domanda sorprendente. E se non lo faccio? Ora passò oltre il tono della voce e rifletté sul senso delle parole e quando giunse a comprenderle appieno sentì collera e paura aumentare nuovamente. Dentro di lei il secchio ridiscendeva nel pozzo per un altro tuffo nel liquame, un altro carico di acqua brulicante di microbi velenosi quanto una nidiata di vipere. La porta della cucina sbatté contro lo stipite e il cane riprese ad abbaiare nel bosco, ora più vicino che mai. Era un abbaiare rotto e disperato. Ascoltare per troppo tempo latrati come quelli avrebbe indubbiamente fatto venire l'emicrania. «Ascolta, Gerald», sentì dire dalla sua nuova voce autoritaria. Probabilmente avrebbe fatto meglio a trovarsi un momento più opportuno per rompere il lungo silenzio, dato che si trovava sulla deserta sponda settentrionale del Kashwakamak, ammanettata al letto, con addosso solo un diafano paio di slip di nylon, tuttavia non poteva fare a meno di ammirarla. Quasi contro la sua volontà, si ritrovava ad ammirarla. «Ti sei deciso ad ascoltarmi? So che in questi giorni non lo fai spesso quando sono io a parlare, ma questa volta è davvero importante. Allora, ti sei finalmente deciso a darmi retta?» Lui era inginocchiato sul letto e la osservava come se fosse una specie di insetto ancora sconosciuto. Le sue guance, in cui serpeggiavano complicati reticoli di minuscoli fili rossi (lei li considerava i marchi di fabbrica dei suoi liquori), erano quasi paonazze. Una macchia analoga gli attraversava la fronte. Il colore era così scuro, la forma così definita, che sembrava una voglia. «Sì», mormorò in quel nuovo tono di voce soddisfatto e sembrò che facesse le fusa. «Ti sto ascoltando, Jessie. Sono tutt'orecchi.»
«Bene. Allora adesso vai al comò e prendi le chiavi. Mi apri questa», precisò scuotendo il polso destro, «e poi questa.» Fece tintinnare le manette al polso sinistro. «Se lo fai subito, possiamo fare un po' di amore normale, indolore e appagante per tutti e due prima di tornare alla nostra normale, indolore vita a Portland.» Inutile, pensò. Te lo sei dimenticato. Normale, indolore, inutile vita a Portland. Forse era così o forse la stava buttando un po' troppo sul drammatico (trovarsi ammanettata al letto la spingeva a giudizi più categorici), ma in ogni caso era meglio che non le fosse scappato. Stava comunque a dimostrare che la nuova voce era autorevole ma aveva il dono della discrezione. Subito dopo, come a contraddirla, sentì la stessa voce, che del resto era la sua voce, cominciare a salire nelle inequivocabili cadenze della collera. «Ma se continui a menare il can per l'aia, appena uscita di qui vado diritta da mia sorella, mi faccio dire chi si è occupato del suo divorzio e lo chiamo subito. Guarda che non scherzo. Non voglio fare questo gioco!» Ora stava accadendo qualcosa di veramente incredibile, qualcosa che non avrebbe sospettato in un milione di anni: stava riaffiorando il ghigno sulle labbra di Gerald. Emergeva come un sommozzatore che finalmente trova acque amiche dopo un viaggio lungo e pericoloso. Ma non era quello l'aspetto più incredibile. La cosa veramente incredibile era che il ghigno non gli dava più l'espressione di un idiota inoffensivo. Ora l'immagine era quella di un pericoloso mentecatto. La sua mano si allungò di nuovo adagio, le accarezzò il seno sinistro, poi glielo strinse facendole male. Concluse quella spiacevole iniziativa strizzandole il capezzolo, una cosa che non aveva mai fatto prima. «Ahi, Gerald! Mi fai male!» Lui le rispose con un solenne cenno del capo, in segno di approvazione, che si accordava molto stranamente al suo orribile ghigno. «Brava, Jessie. Molto bene, tutto l'insieme, intendo. Potresti fare l'attrice. O la squillo. Una di quelle che si fanno pagare profumatamente.» Esitò, poi aggiunse: «Guarda che sarebbe un complimento». «In nome di Dio, che cosa stai dicendo?» Ma credeva di saperlo fin troppo bene. Ora era davvero spaventata. Qualcosa di maligno si era messo a girare per la stanza, roteava e ruotava come una trottola nera. Ma era anche in collera. Era in collera come il giorno che Will le aveva dato quella strizzata tra le gambe. Gerald rise. «Di che cosa sto parlando? Sai, c'è stato un momento in cui
ti ho creduta. È di questo che sto parlando.» Le posò una mano sulla coscia destra. Quando parlò di nuovo, la sua voce suonò asciutta, stranamente professionale. «Allora, vuoi aprirle per me o devo farlo io? Fa parte del gioco anche questo?» «Liberami!» «Sì... quando avremo finito.» Partì l'altra mano. Questa volta le aggredì il seno destro e la stretta fu così violenta da spedirle fitte di dolore come piccole scintille bianche giù lungo il fianco, fino all'anca. «Adesso spalanca quelle belle gambe, mia fiera bellezza!» Jessie lo osservò meglio e scoprì una cosa terribile: sapeva. Sapeva che non scherzava quando dichiarava di non voler andare avanti. Lui sapeva, ma aveva scelto di non sapere di sapere. Era possibile farlo? Puoi scommetterci, le rispose la voce, che badava al sodo. Se sei uno squalo di mozzorecchi nel più importante studio legale a nord di Boston e a sud di Montreal, puoi benissimo sapere quello che vuoi sapere e non sapere quello che non vuoi. Mi sa che sei in un guaio grosso, tesoro. Quel genere di guaio che chiude un matrimonio. Meglio che stringi i denti e gli occhi, perché penso che ti stia per arrivare una di quelle vaccinazioni che lasciano il segno. Quel ghigno, quel ghigno così brutto, così cattivo. Fingere di non sapere. E farlo con tanto impegno da poter poi superare brillantemente la prova della macchina della verità. Pensavo che fosse tutto parte del gioco, avrebbe sostenuto dopo, tutto contrito e con gli occhi sgranati. Davvero. E se avesse insistito, se lo avesse investito con la sua collera, sarebbe ricaduto alla fine nella più antica delle difese... e poi vi si sarebbe infilato come una lucertola nella crepa di una roccia: Ti è piaciuto. Lo sai che è così. Perché non lo vuoi ammettere? Fingere così forte da non sapere davvero. Sapere e voler andare avanti lo stesso. L'aveva ammanettata al letto, lo aveva fatto con il suo consenso, e adesso, oh merda, diciamocela tutta senza eufemismi, adesso aveva intenzione di violentarla, sissignora, violentarla mentre la porta sbatteva e il cane abbaiava e la sega a motore strideva e la gavia gorgheggiava sul lago. Faceva sul serio. Oh sì, ragazzi, yuk, yuk, yuk, non hai assaggiato fica vera finché non te ne sei fatta una che ti salta di sotto come una pollastra su una griglia rovente. E se davvero si fosse rivolta a Maddy, una volta uscita da quell'esercizio di umiliazione, avrebbe insistito imperterrito che la sua mente era lontana mille miglia dall'idea di uno stupro. Le infilò le mani rosa all'interno delle cosce e cominciò ad aprirle le
gambe. Non oppose molta resistenza. Al momento almeno era troppo agghiacciata e stupefatta da quello che stava succedendo per voler resistere più di tanto. Ed è proprio l'atteggiamento giusto, spiegò la voce interiore che conosceva meglio. Stattene buona e lascia che schizzi la sua spruzzatina. Sai che roba. L'avrà già fatto un migliaio di volte senza tanti drammi. Nel caso te lo sia scordato, sono passati un bel po' di anni dai tuoi ultimi rossori di verginella. Ma che cosa sarebbe successo se non avesse ascoltato e ubbidito ai consigli di quella voce? Che alternativa c'era? Come per risposta si manifestò nella sua mente un'immagine orribile. Vedeva se stessa nell'atto di deporre in tribunale per la causa di divorzio. Non sapeva se nel Maine esistevano ancora sezioni di tribunale dedicate ai divorzi, ma questo non tolse niente alla vivezza della visione. Si vide in un sobrio completo di Donna Karan di color rosa, con sotto la sua camicetta di seta color pesca. Teneva decorosamente unite ginocchia e caviglie. In grembo aveva la borsetta a busta, quella piccola, bianca. A un giudice che somigliava al compianto Harry Reasoner dichiarava che sì, era vero che aveva accompagnato Gerald alla casa estiva di sua volontà, sì, gli aveva permesso di legarla ai montanti del letto con due manette Kreig, sempre volontariamente, e sì, per la verità, avevano già indugiato ad altri giochi del genere, anche se mai nella casa sul lago. Sì, giudice. Sì. Sì, sì, sì. Mentre Gerald continuava ad allargarle le gambe, Jessie si sentì raccontare al giudice che assomigliava a Harry Reasoner come avessero cominciato con foulard di seta e come lei avesse acconsentito a che il gioco si evolvesse dai foulard alle corde e alle manette, per quanto rapidamente il gioco le fosse venuto a noia. Anzi, avesse cominciato a disgustarla. Disgustarla al punto da accompagnare Gerald per sessantatré miglia da Portland al lago Kashwakamak in un giorno feriale di ottobre; nauseata al punto da farsi docilmente incatenare di nuovo come un cane; annoiata al punto da tenersi addosso solo un paio di slip di nylon così trasparenti da leggerci il giornale attraverso. Il giudice avrebbe creduto a tutto questo e le avrebbe trasmesso tutta la sua affettuosa comprensione. Come no. Chi avrebbe potuto fare altrimenti? Si vide seduta alla sbarra nell'atto di raccontare: «Dunque mi trovavo lì, ammanettata al letto, con nient'altro addosso che uno scampolo di indumento intimo e un sorriso, però all'ultimo momento
ho cambiato idea e Gerald lo sapeva, di conseguenza si tratta di stupro». Sì, certo, i conti tornavano che era una bellezza, c'era da esserne felici. Emerse da questa fantasia spaventosa e trovò Gerald che le tirava gli slip. Era in ginocchio fra le sue gambe, così assorto che si sarebbe potuto credere che stesse sostenendo l'esame di stato per l'ammissione all'avvocatura e non che si accingesse invece ad aggredire sessualmente sua moglie. Dal centro del carnoso labbro inferiore, gli colava un filo di saliva fin sul mento. Lasciaglielo fare, Jessie. Lascialo schizzare. È quella roba che ha nelle palle a fargli perdere la testa, lo sai. Fa perdere la testa a tutti gli uomini. Dopo che se ne sarà liberato, potrai parlargli di nuovo. Ridiventerà trattabile. Non piantare grane, fai la brava, stattene buona e aspetta che si sia sfogato. Un ottimo consiglio, e lo avrebbe anche seguito se non fosse stato per la nuova presenza dentro di lei. L'anonima nuova arrivata considerava evidentemente l'abituale consigliera di Jessie (la voce che nel corso degli anni aveva assegnato alla Brava Mogliettina Burlingame) una pappamolle di prim'ordine. Jessie avrebbe anche forse lasciato fare, ma accaddero due cose simultaneamente. La prima è che si rese conto che, pur avendo i polsi bloccati ai montanti del letto, aveva le gambe libere. Contemporaneamente il rivolo di saliva si staccò dal mento di Gerald. Rimase appeso per un istante, allungandosi mentre dondolava, poi le cadde addosso, appena sopra l'ombelico. La sensazione che provò aveva qualcosa di familiare e si sentì risucchiare da un'orribile, intensa sensazione di déjà vu. La stanza si oscurò intorno a lei, come se i vetri delle finestre e del lucernario fossero stati improvvisamente affumicati. È il suo seme, pensò, anche se sapeva perfettamente che non era così. È il suo seme schifoso. La sua reazione non fu diretta contro Gerald, quanto in risposta all'odiosa sensazione che eruttò dal profondo della sua mente. Agì sicuramente senza pensare, mossa dalla repulsione istintiva, isterica di una donna che si rende conto all'improvviso che lo svolazzare che sente nei capelli è quello di un pipistrello intrappolato. Fletté le ginocchia, evitando per un pelo di urtarsi il mento, poi fece scattare in avanti i piedi nudi come pistoni. La pianta del suo piede destro sprofondò nel ventre di Gerald. Il tallone del sinistro gli calcò brutalmente la radice tumefatta del pene e i testicoli che vi pendevano sotto come pallidi frutti maturi.
Gerald piombò all'indietro, si schiacciò violentemente le natiche sui polpacci grassi e glabri. Rivolse la faccia al lucernario e al soffitto bianco con le sue increspature di luce e lanciò uno strillo acuto e sibilante. La gavia sul lago in quel momento gorgheggiò di nuovo, in un sinistro contrappunto. A Jessie sembrò di sentire un maschio che ne commisera un altro. Ora gli occhi di Gerald non erano più socchiusi. Nemmeno scintillavano. Erano spalancati, erano blu come il cielo immacolato di quel giorno (il pensiero di vedere quel cielo sul lago deserto d'autunno era il motivo principale che l'aveva spinta ad accettare la proposta di Gerald, quando l'aveva chiamata dall'ufficio per comunicarle che un appuntamento era stato rimandato e che avrebbero potuto passare la giornata alla casa estiva e magari rientrare l'indomani), e l'espressione era così vitrea e dolente che faceva male a guardarlo. Nel collo gli erano affiorati i tendini. Jessie pensò: Non glieli vedevo da quell'estate di piogge in cui rinunciò all'hobby del giardinaggio per dedicarsi a quello delle sevizie. L'urlo cominciò a indebolirsi. Era come se qualcuno abbassasse il volume con un telecomando. Non era così, naturalmente. Aveva gridato per un tempo straordinariamente lungo, forse trenta secondi, e cominciava a mancargli il fiato. Devo avergli fatto un male tremendo, pensò. Le chiazze rosse che aveva sulle guance e la striscia purpurea sulla fronte stavano diventando viola. Dio del cielo! esclamò la voce costernata della Brava Mogliettina. Che cosa hai fatto! Bel colpo, si complimentò la voce nuova. Hai tirato un calcio nelle palle a tuo marito! gridò la Brava Mogliettina. In nome di Dio, come hai potuto pensare di avere il diritto di fare una cosa del genere? Il diritto di pensarci anche solo per scherzo? Sentiva di saper rispondere a quella domanda: l'aveva fatto perché suo marito aveva avuto l'intenzione di violentarla e far passare poi il tutto come un errore di comunicazione fra due coniugi fondamentalmente in buona armonia, intenti a un innocuo gioco erotico. È stata colpa del gioco, avrebbe sostenuto con un'alzata di spalle. Colpa del gioco, non colpa mia. Non siamo costretti a giocare di nuovo, Jess, se non te la senti. Questo naturalmente perché sapeva che nessuna promessa o offerta l'avrebbe mai più indotta a consegnargli i polsi perché glieli ammanettasse. No, quella era la resa dei conti, non ci sarebbero state repliche, e Gerald lo sapeva e aveva pensato bene di ricavarne il massimo. La presenza oscura che aveva sentito aggirarsi per la stanza era sfuggita
a ogni controllo, come lei aveva temuto. Gerald stava ancora gridando, anche se dalla bocca, ora contratta in una smorfia di dolore, non scaturiva alcun suono. La sua faccia era così congestionata di sangue che in certi punti sembrava addirittura nera. Vedeva la sua giugulare (o forse era la carotide, per quanto poteva valere la precisazione in un momento come quello) pulsare furiosamente sotto la pelle accuratamente rasata della gola. Quale che fosse, sembrava che l'arteria stesse per esplodere e una fitta di terrore la trapassò da parte a parte come una pugnalata. «Gerald?» La sua voce risuonò sottile e incerta, la voce di una bambina che ha rotto un oggetto prezioso alla festa di compleanno dell'amica. «Gerald, stai bene?» Era una domanda stupida, naturalmente, incredibilmente stupida, ma era più facile rivolgergli quella che tutte le altre che le affollavano la mente: Gerald, è grave? Gerald, credi di essere in pericolo di vita? Ma che cosa vuoi che sia in pericolo di vita, intervenne la voce nervosa della Brava Mogliettina. Gli hai fatto male, questo sì, e hai il dovere di provare rimorso, ma non morirà per questo. Nessuno morirà qui dentro. Le labbra raggrinzite di Gerald continuarono a tremare senza produrre suoni, ma non rispose alla sua domanda. Si era portato una mano al ventre e nell'altra reggeva i testicoli colpiti. Ora le sollevò entrambe adagio e se le applicò al torace, appena sopra il capezzolo sinistro. Si posarono come una coppia di grassi uccelli rosa troppo stanchi per riprendere il volo. Jessie vide l'impronta di un piede nudo, il suo piede nudo, che cominciava ad apparire sulla rotondità dell'addome di suo marito. Era una macchia rossa e precisa come un'accusa sulla sua pelle rosa. Stava esalando, o cercava di farlo, emetteva una nebbia aspra che puzzava di cipolle marce. È la riserva del volume respiratorio, pensò Jessie. L'ultimo dieci per cento dei nostri polmoni alloggia l'ultima riserva del volume respiratorio, non è così che ci hanno insegnato al corso di biologia? Sì, mi pare di sì. La riserva di respiro, il presunto ultimo rantolo degli annegati e dei soffocati. Espulso quello, o si sviene o... «Gerald!» proruppe in un tono di voce brusco, quasi di rimprovero. «Gerald, respira!» Gli occhi gli uscirono dalle orbite come biglie azzurre in un pugno di plastilina e riuscì a risucchiare nei polmoni un filo d'aria. Se ne servì per pronunciare un'ultima parola, quell'uomo che in certi momenti era sembrato fatto solo di parole. «...cuore...»
Nient'altro. «Gerald!» Ora, insieme con il rimprovero, nella sua voce era affiorato lo sgomento, come nell'esclamazione di un'anziana insegnante che sorprende il discolo della seconda classe nell'atto di sollevarle la sottana per mostrare ai compagni i coniglietti che ha sulle mutandine. «Gerald, smettila di fare lo stupido e respira, dannazione!» Gerald non lo fece. I suoi occhi si rovesciarono nelle orbite, mostrando un bianco ingiallito. La lingua gli scattò fuori dalla bocca e fece un rumore come di pernacchio. Dal pene afflosciato partì l'arco di un getto di orina torbida e arancione che le spruzzò di goccioline surriscaldate cosce e ginocchia. Jessie mandò uno strillo prolungato. Questa volta non si accorse di strattonare le manette, di servirsene per ritrarsi il più possibile da lui, raccogliendo concitatamente le gambe sotto di sé. «Smettila, Gerald! Smettila prima che cadi dal let...» Troppo tardi. Anche se la udiva ancora, cosa della quale la sua mente razionale dubitava, era già troppo tardi. La schiena inarcata si piegò all'indietro oltre l'asse del corpo e la sponda del letto, dopodiché la gravità fece la sua parte. Gerald Burlingame, con il quale una volta Jessie aveva mangiato ghiaccioli a letto, cadde all'indietro con le ginocchia all'insù e la testa all'ingiù, come un bambino goffo che cerca di far colpo sugli amici all'ora di ricreazione in piscina. Il rumore del cranio che urtava il parquet la fece gridare di nuovo. Fu come lo schianto di un uovo enorme contro il bordo di una ciotola di pietra. Avrebbe dato qualsiasi cosa pur di non averlo mai sentito. Poi ci fu silenzio, rotto soltanto dal ronzio lontano della sega. Una grande rosa grigia si andava dischiudendo nell'aria davanti agli occhi sbarrati di Jessie. I petali si ingrandivano aprendosi e quando si richiusero intorno a lei come le ali polverose di enormi falene bige nascondendo per qualche tempo tutta la stanza, l'unica sensazione chiara che provò fu di gratitudine. 2 Era in un corridoio lungo e freddo pieno di nebbia bianca, un corridoio che pendeva decisamente su un lato come quelli che percorrono sempre le persone in film come Nightmare — Dal profondo della notte e in telefilm come Ai confini della realtà. Era nuda e il freddo cominciava davvero a mordere, spargendole dolore nei muscoli, in particolare in quelli della schiena, del collo e delle spalle.
Se non riesco ad andare via da qui starò male, rifletté. Già comincio ad avere i crampi per la nebbia e l'umidità. (Ma sapeva che non erano nebbia e umidità.) E poi è successo qualcosa a Gerald. Non so bene che cosa, ma forse non sta bene. (Ma sapeva che aveva avuto qualcosa di più di un malessere.) Ciononostante, ed era strano, un'altra parte di lei non aveva alcun desiderio di fuggire da quel corridoio nebbioso e inclinato. Quella parte di lei lasciava intendere che le conveniva restare dov'era, che, se fosse uscita da lì, l'avrebbe rimpianto. Così indugiò. A rimetterle in moto sentimenti e pensieri fu un cane che abbaiava. Era un abbaiare quanto mai sgradevole, cupo nel fondo, ma che si frantumava in note stridule quando saliva nei registri più alti. Ogni volta che attaccava, era come se il cane stesse vomitando manciate di schegge affilate. Aveva già sentito quei latrati, sebbene era forse più opportuno, anzi, molto più opportuno, non ricordare troppo bene quando, o dove, o che cosa fosse accaduto in quel momento. Ebbe comunque l'effetto di smuoverla, piede sinistro, piede destro, sinist, dest, e a un tratto pensò che avrebbe visto meglio nella nebbia se avesse aperto gli occhi, così li aprì. Non trovò un corridoio pauroso da Ai confini della realtà, ma la camera da letto padronale della loro residenza estiva sulla sponda settentrionale del Kashwakamak, in quella zona nota come Notch Bay. Rifletté che se aveva sentito freddo era perché indossava solo un paio di slip e se le facevano male il collo e le spalle era perché era ammanettata ai montanti del letto ed era scivolata dal materasso quand'era svenuta. Niente corridoio inclinato, niente umidità brumosa. Solo il cane era reale, ancora intento ad abbaiare come un disperato. Ora sembrava molto vicino alla casa. Se Gerald l'avesse sentito... Pensare a Gerald le provocò uno spasmo e lo spasmo le trasmise complesse spirali di scintille nei bicipiti e tricipiti indolenziti. Il formicolio svanì all'altezza dei gomiti e con torbido, fosco sgomento, Jessie si rese conto di aver perso quasi totalmente la sensibilità negli avambracci e che al posto delle mani avrebbe potuto benissimo avere un paio di guanti pieni di puré di patate coagulato. Farà male, pensò, e allora le tornò in mente tutto quanto... specialmente l'immagine di Gerald che compiva la sua capriola giù dal letto. Suo marito era per terra, morto o svenuto, e lei era sul letto, a pensare che era una gran seccatura che le si fossero addormentate mani e braccia. Si poteva essere
più egoisti di così? Se è morto, è solo colpa sua, proclamò la voce senza tante palle. Cercò di allegare qualche altra verità elementare, ma Jessie la imbavagliò. In quello stato che era ancora a metà fra lucidità e incoscienza, si fece guidare da una mano più sicura negli archivi più reconditi della memoria e riconobbe all'improvviso la voce: lievemente nasale, tagliente, sempre pervasa da una vena di divertito sarcasmo. Apparteneva alla sua compagna di stanza al college, Ruth Neary. Ora che l'aveva riconosciuta, non ne era per niente sorpresa. Ruth era sempre stata prodiga con le sue opinioni e i suoi consigli avevano spesso scandalizzato l'ingenua diciannovenne con le labbra ancora sporche di latte che veniva da Falmouth Foreside... senza dubbio almeno in parte intenzionalmente; il cuore di Ruth era sempre stato al posto giusto e Jessie non aveva mai dubitato che fosse convinta del sessanta per cento di quello che diceva e avesse fatto il quaranta per cento di quello che sosteneva di aver fatto. In campo sessuale, le percentuali erano probabilmente più alte. Ruth Neary, la prima donna da lei conosciuta che si rifiutasse nella maniera più categorica di depilarsi gambe e ascelle; Ruth Neary, che una volta aveva riempito di bagnoschiuma alla fragola la federa del cuscino di un'assistente che le era antipatica; Ruth, che per principio partecipava a ogni assemblea e prendeva parte a ogni dramma sperimentale studentesco. Dovesse andare storto tutto il resto, gioietta, ci sarà pure qualche bel fusto che si toglie i vestiti, le aveva spiegato, lasciandola fra incredulità e fascino, al ritorno da una recita studentesca dal titolo Il figlio del pappagallo di Noè. Cioè, non è che succeda sempre, ma è abbastanza usuale. Credo che fondamentalmente è a questo che servono i drammi scritti e messi in scena dagli studenti, a dare un'occasione ai ragazzi e alle ragazze di togliersi i vestiti e di esibirsi in pubblico. Erano anni che non pensava a Ruth e adesso Ruth era dentro la sua testa, a elargire scampoli di saggezza come soleva fare a quei tempi. Perché no? Chi poteva essere più qualificato a dare consigli al mentalmente confuso ed emotivamente turbato se non Ruth Neary, che dall'università del New Hampshire era passata attraverso tre matrimoni, due tentati suicidi e quattro ricoveri di riabilitazione per abuso di droghe e alcol? Cara vecchia Ruth, un altro esempio smagliante dell'atteggiamento vincente con cui l'ex Love Generation affrontava la transizione verso la mezza età. «Mi mancava giusto questo, bontà di Dio», disse e la sua voce impastata e farfugliarne la spaventò più dell'insensibilità nelle mani e nelle braccia. Cercò di issarsi di nuovo in quella posizione quasi seduta che le era riu-
scita poco prima del piccolo esercizio acrobatico di Gerald (quell'orribile suono di uovo che si schiaccia era parte del sogno? Pregò che così fosse) e il ricordo di Ruth fu ingoiato da un'improvvisa esplosione di panico quando non riuscì a muoversi per niente. Le si avvitarono di nuovo nei muscoli quelle formicolanti spirali di sensazioni, ma non accadde niente di più. Le braccia continuarono a restare appese sopra di lei, leggermente all'indietro rispetto alla testa, immobili e insensibili come ceppi di legna da ardere. La nebbia che le riempiva la mente scomparve (scoprì che il panico era un vero portento, altro che sali) e il suo cuore innestò una marcia più alta, ma tutto finì lì. Le balenò per un attimo dietro agli occhi una vivida immagine ripescata da qualche lontano compito di storia: una cerchia di persone che ridevano additando una giovane donna con la testa e le mani nei ceppi. La donna era curva come la megera di una fiaba e i capelli le pendevano davanti al viso come il sudario di una penitente. Il suo nome è Brava Mogliettina Burlingame e la stanno punendo per aver fatto male a suo marito, pensò. Viene punita la Brava Mogliettina perché non trovano la vera responsabile... quella che ha la voce della mia vecchia compagna di stanza all'università. Ma far male era l'espressione giusta? Non era probabile che dividesse quella camera da letto con un morto? Non era anche probabile che, cane o no, la Notch Bay fosse totalmente deserta? Che se si fosse messa a gridare le avrebbe risposto solo la gavia? Solo un uccello e nient'altro? Fu soprattutto quel pensiero, con la sua strana eco de Il corvo di Poe, a offrirle l'improvvisa comprensione di quello che stava accadendo in quella stanza, della situazione in cui era finita, e fu travolta da un'ondata di terrore cieco e sordo. Per una ventina di secondi (se le avessero chiesto quanto era durata quella crisi di panico, avrebbe calcolato almeno tre minuti e probabilmente qualcosa come cinque) ne fu totalmente in balia. Le rimase viva nel profondo una sottile radice di coscienza razionale, ma era impotente, era solo spettatrice sgomenta di una donna che si dibatteva sul letto facendo svolazzare i capelli nel ripetuto sbattere della testa da una parte e dall'altra, inutile gesto con cui cercare di negare la realtà, nell'eco di roche grida terrorizzate. La fermò un dolore intenso, vetroso, alla base del collo, appena sopra il punto in cui cominciava la spalla sinistra. Era un crampo dei più dolorosi, in realtà una contrattura muscolare. Con un gemito lasciò ricadere la testa contro le assicelle di mogano che formavano la testiera del letto. Il muscolo alla base del collo si era blocca-
to in una posizione inclinata e sembrava duro come roccia. Il fatto che con quel movimento avesse spedito un formicolio di sensazione lungo gli avambracci fino ai palmi delle mani ebbe scarso rilievo nel dolore terribile che seguì alla scoperta che, appoggiandosi alla testiera, non faceva altro che sottoporre a una pressione ancora maggiore il muscolo contratto. D'istinto, senza assolutamente pensare, piantò i talloni contro il copriletto, sollevò le natiche e spinse con i piedi. I gomiti si piegarono e la pressione sulle spalle e sulle braccia diminuì. Un momento dopo il deltoide cominciò ad allentarsi. Mandò un lungo sospiro di sollievo. Il vento, che si era notevolmente rinforzato rispetto alla brezza di poco prima, soffiò il suo teso sospiro tra i pini del pendio fra la casa e il lago. Dalla cucina (che per quanto le concerneva era come un altro universo) giunse il rumore della porta che lei e Gerald avevano dimenticato di chiudere e che sbatteva contro lo stipite deformato dall'autunno: una volta, due volte, tre volte, quattro. Altri rumori non c'erano, solo quelli. Il cane aveva smesso di abbaiare, almeno per il momento, e la sega aveva smesso di stridere. Pareva che anche la gavia avesse deciso di prendersi un intervallo per il caffè. L'immagine di una gavia lacustre che fa una pausa per il caffè, planando magari nel serbatoio dell'acqua potabile a far quattro chiacchiere con le sue pennute comari, le strappò un verso gracchiante dal fondo della gola. In circostanze meno preoccupanti sarebbe stata forse una risata. Stemperò gli ultimi palpiti di panico, lasciandola ancora impaurita ma almeno di nuovo padrona di pensieri e azioni. Le lasciò anche uno sgradevole sapore di metallo sulla lingua. È adrenalina, gioia, o qualcun'altra delle secrezioni endocrine che il tuo corpo stilla quando cacci fuori gli artigli e cominci ad arrampicarti sui muri. Se qualcuno viene a chiederti che cos'è il panico, adesso sai rispondere: un imbuto emotivo che ti lascia addosso la sensazione di aver risucchiato una manciata di monetine. Le formicolavano gli avambracci e le propaggini di sensibilità si erano finalmente spinte fin nelle dita. Aprì e chiuse le mani ripetutamente, senza poter fare a meno di contrarre i muscoli del viso in una smorfia. Sentiva il rumore leggero delle catene delle manette contro i montanti e si prese un momento per chiedersi se Gerald fosse stato uno squilibrato e certamente così le sembrava ora, anche se non dubitava che fossero migliaia le persone che in tutto il mondo indulgevano quotidianamente a giochi di quel tipo. Aveva letto che esistevano persino certi spiriti liberi nel mondo delle
stravaganze erotiche, i quali si impiccavano masturbandosi via via che l'afflusso di sangue al cervello si riduceva a zero. Erano tutte nozioni che servivano solo ad accrescere la sua convinzione che, più che dotati del pene, gli uomini ne erano afflitti. Ma se davvero si era trattato solo di un gioco e niente più, perché allora Gerald aveva trovato necessario acquistare manette autentiche? Ecco un interrogativo interessante, o no? Forse, ma a me non sembra che sia l'interrogativo davvero più importante in questo momento, Jessie, ti pare? domandò dentro di lei Ruth Neary. Era davvero sorprendente in quante diverse direzioni sapeva inoltrarsi contemporaneamente la mente umana. Lungo una di esse si ritrovò ora a domandarsi che fine avesse fatto Ruth, che aveva visto per l'ultima volta dieci anni prima. Erano passati almeno tre anni dalle ultime notizie che aveva avuto di lei. L'ultima comunicazione era stata una cartolina in cui si vedeva un giovane in un sontuoso abito di velluto rosso con gorgiera di pizzo. Il giovane aveva la bocca aperta e mostrava la lunga lingua in una posa di esplicita malizia. COLPISCE PIÙ LA LINGUA DELLA SPADA, diceva la cartolina. Spirito da New Age, ricordava di aver pensato. I vittoriani avevano avuto Anthony Trollope; la Lost Generation aveva avuto H.L. Mencken; a noi spettano i biglietti d'auguri sconci e spiritosaggini da adesivi per paraurti, come SE L'HAI DETTO O L'HAI PENSATO, CI HAI AZZECCATO: LA STRADA È MIA! Sul francobollo c'era uno sbavato timbro dell'Arizona e la notizia che le spediva Ruth era il suo ingresso in una comune di lesbiche. Per Jessie non era stata una sorpresa clamorosa; aveva persino riflettuto che forse la vecchia amica, che sapeva essere incredibilmente irritante e sorprendentemente, malinconicamente dolce (certe volte nel corso della stessa frase), avesse trovato nella grande scacchiera della vita il quadratino appositamente disegnato per le forme singolari e irripetibili della sua personale pedina. Aveva riposto la cartolina di Ruth nel primo cassetto a sinistra della scrivania, quello dove teneva la corrispondenza assortita alla quale probabilmente non avrebbe mai risposto, ed era stata quella l'ultima volta in cui aveva pensato alla vecchia compagna di università, prima di ora: Ruth Neary, che agognava una favolosa Harley-Davidson, quando non era mai stata capace di usare propriamente il cambio nemmeno sulla docile, vecchia Ford Pinto di Jessie; Ruth, che spesso riusciva a perdersi al campus anche dopo tre anni di frequenza; Ruth, che scoppiava sempre in lacrime quando si dimenticava che stava cucinando qualcosa sulla piastra e lo ri-
duceva in carbone. Era un incidente al quale era così incline, che si poteva definire un vero miracolo se non aveva mai incendiato la stanza, per non dire il dormitorio intero. Buffo che la voce così sbrigativa e cinicamente realistica che sentiva nella testa dovesse essere quella di Ruth. Il cane riprese ad abbaiare. Non sembrava più vicino, ma nemmeno più lontano di prima. Il suo padrone non era a caccia di uccelli, questo era sicuro; nessun cacciatore avrebbe voluto aver niente a che fare con un esponente della razza canina così chiassoso. E se cane e padrone erano usciti per una normale passeggiata pomeridiana, come mai i latrati arrivavano sempre dallo stesso posto da almeno cinque minuti? Perché avevi visto giusto prima, bisbigliò la sua mente. Non c'è nessun padrone. Questa voce non era né di Ruth né della Brava Mogliettina Burlingame. E sicuramente non era quella che riconosceva come voce sua (per quanto approssimativamente ne avesse coscienza); era molto giovane e molto spaventata e, come già la voce di Ruth, le era stranamente familiare. È solo un cane randagio, che passa di qui per caso. Non ti aiuterà, Jessie. Non ci aiuterà. Ma forse era una valutazione troppo pessimistica. Del resto lei non sapeva con certezza che fosse un cane randagio, giusto? Non c'erano prove e, finché non ce n'erano, si sarebbe rifiutata di credere che fosse così. «Se non ti va, citami», brontolò. Frattanto c'era il problema di Gerald. Fra il panico di prima e il dolore di dopo, gli era scappato di mente. «Gerald?» La sua voce era ancora impastata, non del tutto presente. Si schiarì la gola e provò di nuovo. «Gerald!» Niente. Zero. Nessuna reazione. Però questo non vuol dire che sia morto, perciò tieni il cappotto addosso, donna... e non partirtene per un altro giro di giostra. Sicuro che teneva il cappotto addosso, grazie tante, e non aveva alcuna intenzione di fare un altro giro di giostra. Lo stesso, aveva una sensazione profonda e crescente negli organi vitali, un disagio che somigliava dolorosamente a una specie di nostalgia di casa. La mancata risposta di Gerald non significava che fosse morto, era vero, ma indicava che era almeno privo di sensi. È probabilmente morto, aggiunse Ruth Neary. Non voglio guastarti la festicciola, Jess, però non lo senti respirare, giusto? Di solito le persone prive di sensi si sentono respirare. Prendono queste boccate d'aria convulse e rumorose, non è vero?
«Cosa cazzo ne so?» sbottò, ma era stupido. Lo sapeva benissimo perché per quasi tutti gli anni del liceo era stata un'entusiasta infermierina volontaria e non le ci era voluto molto per farsi un'idea più che chiara della realtà della morte, una realtà che non è più affatto una realtà e non faceva alcun rumore. Ruth era a conoscenza del suo volontariato al Portland City Hospital, quello che lei stessa talvolta chiamava gli Anni della Padella, ma la proprietaria della voce che aveva appena parlato ne era comunque consapevole, anche se Ruth non ne avesse saputo niente, perché quella non era la voce di Ruth, era la sua, e doveva continuare a ricordarselo, perché aveva un modo di farsi sentire come se fosse indipendente da lei. Come le voci che hai sentito allora, mormorò la voce giovane. Le voci che hai sentito dopo il giorno nero. Ma a quello non voleva pensare. Mai, voleva pensarci. Non aveva già abbastanza problemi? Ma la voce di Ruth aveva ragione: le persone svenute, soprattutto quelle che perdevano i sensi a causa di una bella pestata alla zucca, normalmente respiravano come se russassero. Il che significava... «È probabilmente morto», mormorò con la sua voce impastata. «Eh già.» Si sporse a sinistra, muovendosi con cautela per non sollecitare il muscolo che le si era contratto tanto dolorosamente alla base del collo da quella parte. Non aveva ancora raggiunto l'estensione massima della catena che le tratteneva il polso destro quando scorse un braccio grassoccio e roseo e la metà di una mano, le ultime due dita, per la precisione. Era la mano destra di Gerald. Lo sapeva perché non vedeva la vera nuziale all'anulare. Vedeva invece le lunette bianche delle unghie. Riguardo a mani e unghie, Gerald era sempre stato molto vanitoso. Non si era resa conto di quanto, prima d'ora. Strano come certe volte uno non nota i particolari, persino quando crede di aver già visto tutto. Sarà anche vero, ma dammi retta, tesoro, ora come ora puoi anche tirare giù la tapparella, perché non voglio vedere altro. No, niente altro. Ma rifiutarsi di vedere era un lusso al quale, almeno per adesso, non le era dato di indulgere. Continuando a muoversi con esagerata prudenza, cercando di non compromettere collo e spalla, scivolò sulla sinistra per quanto le concedeva la catena. Non era molto, ancora cinque o sei centimetri al massimo, ma le consentì un'angolazione sufficiente per vedere parte del braccio di Gerald, parte della sua spalla destra e un pezzettino di testa. Non era sicura, ma le
sembrava di scorgere anche goccioline di sangue lungo l'attaccatura dei capelli radi. Era almeno tecnicamente possibile che fosse solo la sua immaginazione. Preferì sperarlo. «Gerald?» bisbigliò. «Mi senti, Gerald? Ti prego, dimmi di sì.» Nessuna risposta. Nessun movimento. Avvertì di nuovo lo struggimento profondo di poco prima, lo sentiva gonfiarsi e gonfiarsi, sgorgando come una ferita aperta. «Gerald?» bisbigliò di nuovo. Perché bisbigli? È morto. L'uomo che una volta ti ha sorpreso con un fine settimana ad Aruba (incredibile ma vero!) e una volta si è messo sulle orecchie le tue scarpe di alligatore a una festa di Capodanno... quell'uomo è morto. Allora si può sapere perché diavolo bisbigli? «Gerald!» Questa volta gridò. «Svegliati, Gerald!» Il suono della propria voce che urlava per poco non la fece sprofondare in un altro gorgo di panico e l'aspetto più spaventoso non erano il caparbio silenzio e l'immobilità di Gerald, ma era bensì accorgersi che il panico c'era ancora, era lì, a girare e rigirare nella sua mente cosciente con la pazienza di un predatore che gira intorno al boccheggiante focherello da bivacco di una donna che per qualche motivo si è allontanata dai compagni e si è persa nella vastità fonda e buia della foresta. Non ti sei persa, intervenne la Brava Mogliettina Burlingame, ma Jessie non si fidava di quella voce. La pacatezza che dimostrava le sembrava artificiosa, il suo buonsenso era solo una verniciatura. Tu sai dove sei. Sì, lo sapeva. Era in fondo a una tortuosa strada sterrata tutta buche e sassi, che s'imboccava da Bay Lane, due miglia a sud di lì. La carrareccia si era trasformata in un nastro di foglie cadute, rosse e gialle, quando l'avevano percorsa lei e Gerald in macchina, e quelle foglie erano la muta testimonianza del fatto che quella specie di sentiero che portava alla Notch Bay sul Kashwakamak, era stato usato poco o niente nelle tre settimane da quando le foglie avevano dapprima cominciato a cambiare colore e poi a cadere. Quel tratto di lago era dominio quasi esclusivo di villeggianti estivi e per quel che ne sapeva, era possibile che la stradina non fosse stata più percorsa dopo il Labor Day. In tutto erano cinque miglia, prima sulla strada e poi sulla Bay Lane, prima di sbucare sulla Route 117, dove c'erano alcune case abitate tutto l'anno. Io sono quaggiù da sola, mio marito giace morto per terra e io sono ammanettata al letto. Posso urlare fino a diventare cianotica e non mi ser-
virà a un bel niente, tanto non mi sentirà nessuno. La persona più vicina è probabilmente quello con la sega a catena e sarà ad almeno quattro miglia da qui. Potrebbe essere addirittura sull'altra sponda del lago. Mi sentirebbe il cane, ma il cane è quasi certamente randagio. Gerald è morto ed è un peccato, io non avevo intenzione di ucciderlo, se è così che ho fatto, ma almeno per lui è stata una cosa relativamente rapida. Non lo sarà per me. Se a Portland qualcuno non comincia a preoccuparsi della nostra assenza, e non c'è motivo perché qualcuno lo faccia, almeno per un po'... Non avrebbe dovuto pensare così, era come invitare il panico a farsi sotto di nuovo. Se non si toglieva di testa quell'idea, presto avrebbe visto gli occhi stupidi, rossi e famelici, dell'essere-panico. No, non doveva assolutamente pensare così. La fregatura è che, una volta che cominci, è maledettamente difficile smettere. Ma forse te lo meriti, l'ammonì all'improvviso la voce febbrile e petulante della Brava Mogliettina Burlingame. Forse è così. Perché la verità è che l'hai ucciso, Jessie. Non cercare di girarci intorno, perché non te lo permetterò. Sono sicura che non era in gran forma e sono sicura che presto o tardi sarebbe successo comunque, un infarto in ufficio o magari una sera, sulla corsia di sorpasso tornando a casa, con una sigaretta nella mano, nel momento in cui cerca di accenderla, e un semiarticolato che lo tampina a suon di clacson perché si tolga dalle scatole e torni a destra lasciandogli il passo. Ma tu non potevi aspettare il presto o tardi, vero? Ah no, tu no, non la cara piccola Jessie di Tom Mahout. Tu non potevi startene buona a lasciarlo schizzare il suo spruzzetto, vero? Cosmo Girl Jessie Burlingame dice: «Nessun uomo mi metterà mai in catene». Tu non hai potuto fare a meno di scalciargli pancione e marroni, vero? E hai pensato bene di farlo quando aveva già il termostato sopra il livello di guardia. Poche chiacchiere, mia cara, l'hai assassinato. Perciò forse ti meriti di trovarti dove ti trovi, ammanettata a questo letto. Forse... «Che gran mare di cazzate», esclamò. Le fu di sollievo inesprimibile sentirsi uscire di bocca l'altra voce, quella di Ruth. Certe volte (be'... forse spesso sarebbe più vicino alla verità) odiava la voce della Brava Mogliettina; la odiava e la temeva. Era spesso sciocca e capricciosa, glielo riconosceva, ma era anche così forte che ti rendeva difficile obiettare. La Mogliettina era sempre pronta a giurarle che aveva comperato il vestito sbagliato o che aveva scelto il fornitore sbagliato per allestire la festa di fine estate che organizzava tutti gli anni Gerald per i soci dello studio e le loro mogli (salvo che in realtà era Jessie a organizzare; Gerald era solo
quello che girava fra gli invitati a dire caspita e cavoli e si prendeva tutto il merito). La Mogliettina era quella che insisteva sempre che doveva perdere almeno tre chili. Non smetteva di tormentarla nemmeno quando le spuntavano le costole. Lascia perdere le costole! strillava di sdegnato orrore. Guardati le tette, tardona! E se ancora non ti basta a farti vomitare l'anima, guardati le cosce! «Che stronzate», disse cercando di metterci un vigore ancora maggiore, ma questa volta avvertì una screpolatura nella voce e non ne fu molto contenta. Non lo fu per niente. «Sapeva che facevo sul serio... sì, lo sapeva benissimo. E allora, di chi è la colpa?» Ma era vero? In un certo senso sì, lo aveva visto decidere di ignorare ciò che le vedeva in faccia e le sentiva nella voce, perché gli avrebbe rovinato il gioco. Ma da un altro punto di vista, da una prospettiva molto più fondamentale, sapeva che non era affatto vero, perché Gerald non la prendeva più sul serio da una decina d'anni. Aveva, si potrebbe dire, intrapreso una seconda carriera nello sviluppare la capacità di non udire quello che lei gli diceva se non riguardava i pasti o dove avrebbero dovuto trovarsi alla tal ora della tal sera (perciò vedi di non scordartelo, Gerald). Le sole altre eccezioni a questo Regolamento dell'Orecchio erano i commenti poco benevoli sul suo peso eccessivo e il troppo bere. Ascoltava quello che aveva da dirgli su questi argomenti e non gli piaceva affatto, ma archiviava i suoi rimproveri imputandoli a una sorta di mitico ordine naturale: i pesci sono costretti a nuotare, gli uccelli a volare, le mogli a rompere le scatole. Dunque, che cosa si era aspettata esattamente da quest'uomo? Che le rispondesse che sì, certo cara, l'avrebbe liberata all'istante e, a proposito, voleva ringraziarla per avergli aperto gli occhi? Sì. Aveva il sospetto che una parte ingenua di lei, una parte bambina e innocente, con grandi occhioni di cerbiatta, si era aspettata proprio quello. La sega a motore, che per qualche tempo aveva digrignato rumorosamente i suoi denti senza mai fermarsi, tacque all'improvviso. Anche il cane e la gavia, e persino il vento, si erano momentaneamente ammutoliti e il silenzio cadde pesante e palpabile come dieci anni di polvere indisturbata in una casa vuota. Non sentiva neanche in lontananza il rumore di un'automobile o dì un camion. E ora la voce che parlò non apparteneva ad altri che a lei. Oh mio Dio, disse. Oh mio Dio, sono quassù tutta sola. Sono sola.
3 Chiuse gli occhi con forza. Sei anni prima si era avventurata in un tentativo abortito di terapia che era durato cinque mesi, senza che Gerald ne sapesse niente, perché già immaginava il suo sarcasmo... e probabilmente la sua preoccupazione per tutto quello che avrebbe potuto scapparle detto. Aveva stabilito che il suo problema era lo stress e Nora Callighan, la sua terapeuta, le aveva insegnato una semplice tecnica di rilassamento. Per la gente di solito contare fino a dieci è il sistema con cui Paperino cerca di dominare il suo caratteraccio, aveva spiegato Nora. Ma la verità è che dà la possibilità di riazzerare tutte le emissioni emotive... e chiunque non abbia bisogno di un riazzeramento emotivo almeno una volta al giorno, ha probabilmente problemi più gravi dei tuoi o dei miei. Anche quella voce risuonò chiara, tanto da farle affiorare sulle labbra un sorrisetto malinconico. Mi piaceva Nora. Mi piaceva molto. Lo sapeva anche allora? Fu moderatamente sorpresa di scoprire di non ricordare molto bene, come non ricordava molto bene perché avesse smesso di recarsi da Nora tutti i martedì pomeriggio. Probabilmente era successo perché tutto era saltato fuori all'improvviso e contemporaneamente, il fondo di beneficenza, il ricovero per i senzatetto di Court Street, forse anche la raccolta di fondi per la nuova biblioteca. «La merda succede», come proclamava un'altra di quelle massime dell'insulsaggine della New Age che si volevano far passare per saggezza. E forse era stato un bene che avesse smesso. Se non si mette un punto fermo da qualche parte, la terapia è una di quelle cose che va avanti per l'eternità, finché ci si ritrova ad arrancare debolmente in compagnia del proprio terapeuta, diretti alla grande sessione di gruppo in cielo. Lascia stare, avanti, fai la conta, comincia dalle dita dei piedi, falla come ti ha insegnato lei. Sì. Perché no? Uno è per i piedi, dieci ditini, tutti quanti in fila, come porcellini. Ma invece otto erano tutti accartocciati e gli alluci sembravano le campane sulla testa di un paio di martelli da falegname. Due è per le gambe, lunghe e belle. Be', non poi tanto lunghe, non arrivava al metro e settanta di statura ed era lunga di busto; però Gerald aveva sempre sostenuto che erano la sua parte migliore, dal punto di vista delle attrattive fisiche. Era un'affer-
mazione che la divertiva, perché le era sempre sembrata assolutamente sincera da parte sua, il che significava che non le aveva mai guardato bene le ginocchia, brutte come nodi nel tronco di un melo, e non si era accorto della circonferenza eccessiva della parte superiore delle cosce. Tre è per il mio sesso, ciò che è giusto non può essere sbagliato. Carina questa, anche un po' troppo carina, avrebbero potuto commentare in molti, ma non particolarmente illuminante. Sollevò un po' la testa, come a voler vedere l'oggetto in questione, ma tenne lo stesso gli occhi chiusi. Non aveva bisogno degli occhi per vedere, aveva convissuto a lungo con quell'accessorio speciale. Sapeva bene che in fondo al ventre aveva un triangolo di peli crespi, color zenzero, intorno a un'insignificante fessura con tutta la bellezza estetica di una ferita mal rimarginata. Quella cosa, quell'organo che era poco più di una piega profonda di carne al centro di fasci muscolari sovrapposti, le sembrava un'improbabile fonte di mitologie, eppure era un mito nella mentalità collettiva maschile; non era forse la valle magica? Il recinto dove prima o poi finivano rinchiusi anche gli unicorni più selvatici e ribelli? «Mamma mia, che stronzata», disse, con mezzo sorriso, ma senza aprire gli occhi. Però non era una stronzata, non del tutto. Quella fessura era l'oggetto del desiderio di ogni uomo, quanto meno di quelli eterosessuali, ma era anche spesso un oggetto di inesplicabile disprezzo, diffidenza e odio. L'eco cupa del rancore non vibrava in tutte le loro storielle e battute di spirito, ma emergeva abbastanza spesso e in alcune era esplicita, in tutta la sua greve crudezza: Cos'è una donna? La struttura deambulatorio di una fica. Piantala, Jessie, ordinò la Brava Mogliettina Burlingame. La voce era turbata e disgustata. Piantala immediatamente. Ottima idea, concluse Jessie e tornò mentalmente alla conta di Nora. Quattro era per i fianchi (troppo larghi) e cinque per il ventre (troppo grosso). Sei era per il seno e secondo lei era quella la sua parte migliore. Sospettava che Gerald avesse qualche perplessità per via delle linee azzurrognole delle vene che si intrecciavano nella parte inferiore della dolce curvatura; nelle tette delle ragazze dei paginoni centrali non si vedeva il tracciato delle tubature sottostanti. Le ragazze della rivista non avevano nemmeno quella minuscola lanugine sulle aureole. Sette era per le sue spalle troppo larghe, otto era per il collo (che aveva
visto tempi migliori, prima di assumere un aspetto decisamente gallinesco da qualche anno a quella parte), nove era per il mento sfuggente e dieci... Un momento! Un momentino! intervenne la voce autorevole e sbrigativa. Che razza di gioco scemo sarebbe? Jessie strinse con più forza gli occhi, era spaventata dalla profondità dell'ira che sentiva in quella voce e dalla sua estraneità. Nella sua collera non sembrava una voce scaturita dalla fonte centrale della sua mente, ma sembrava invece un'autentica intrusa, uno spirito alieno che voleva possederla come lo spirito di Pazuzu aveva posseduto la bambina in L'esorcista. Non vuoi rispondere? chiese Ruth Neary, alias Pazuzu. Va bene, forse quella è troppo difficile. Allora te la semplifico, Jess. Chi ha trasformato la semplice filastrocca rilassante di Nora Callighan in un mantra di autorisentimento? Nessuno, rispose mentalmente, ma con scarsa convinzione, e capì all'istante che la voce sbrigativa non l'avrebbe mai accettato, perciò aggiunse: La Brava Mogliettina. È stata lei. No, che non è stata lei, ribatté all'istante la voce di Ruth. Dal tono sembrava provasse ribrezzo per quel tentativo fiacco di scaricabarile. La Brava Mogliettina è un po' stupida e in questo momento è molto spaventata, ma fondamentalmente è di animo dolce e le sue intenzioni sono sempre state delle migliori. Le intenzioni di chi ha rivisitato l'elenco di Nora erano invece attivamente maligne, Jessie. Non lo vedi anche tu? Non... «Io non vedo niente, perché ho gli occhi chiusi!» protestò con una voce tremante e infantile. Quasi li aprì, ma qualcosa le disse che rischiava di peggiorare la situazione. Chi era, Jessie? Chi ti ha insegnato a considerarti brutta e di scarso valore? Chi ha scelto Gerald Burlingame come tua anima gemella e Principe Azzurro, probabilmente già molti anni prima che lo conoscessi a quella adunata del Partito Repubblicano? Chi ha deciso che non solo era l'uomo che ti occorreva ma esattamente quello che meritavi? Con uno sforzo tremendo, Jessie scacciò dalla sua mente quella voce e sperò ardentemente di aver scacciato con essa anche tutte le altre. Ricominciò la sua cantilena, questa volta a voce alta. «Uno sono i miei ditini, come porcellini, due sono le mie gambe, lunghe e belle, tre è il mio sesso, ciò che è giusto non può essere sbagliato, quattro sono i miei fianchi, dolci e rotondi, cinque la mia pancia, dove metto quel che mangio.» Non ricordava il resto delle strofe (e probabilmente era un bene; aveva il forte sospetto che quella filastrocca fosse farina del sacco di
Nora, probabilmente con l'aspirazione segreta di vederla pubblicata in una di quelle riviste lacrimevoli e struggenti di autoterapia che c'erano sul tavolino della sua sala d'aspetto), perciò proseguì elencando solo le parti del corpo: «Sei il seno, sette le spalle, otto il collo...» S'interruppe per prendere fiato e si accorse con sollievo che il battito cardiaco non era più un galoppo sfrenato. Ora era una corsa vivace. «...nove il mento e dieci sono gli occhi. Occhi, spalancatevi!» Ubbidì alle proprie parole e la stanza riapparve intorno a lei nella sua luminosa esistenza, in parte nuova e, almeno per un attimo, quasi altrettanto accogliente quanto lo era stata quando vi aveva trascorso con Gerald la prima estate in coppia. Era ancora il 1979, un anno che aveva avuto, un tempo, un sapore di fantascienza e che adesso sembrava spaventosamente antico. Guardò le pareti grigie di legno, l'alto soffitto bianco con i riflessi del lago e le due grandi vetrate, ai lati del letto. Quella alla sua sinistra era rivolta a ovest e offriva una vista della terrazza, della china erbosa e del blu abbacinante del lago. Quella alla sua destra proponeva una vista meno romantica: il vialetto d'accesso e quella sua vecchia matrona grigia di una Mercedes, ora vecchia di otto anni e con le prime macchioline di ruggine sul battitacco. Di fronte a sé vedeva la farfalla di batik appesa alla parete sopra il comò e ricordò con superstiziosa assenza di stupore che era un regalo per il suo trentesimo compleanno da parte di Ruth. Non scorgeva la minuscola firma ricamata con filo rosso, ma sapeva in che angolo era: Neary, '83. Un altro anno da fantascienza. Non lontano dalla farfalla (e a farci decisamente a pugni, anche se non aveva mai trovato tutto il coraggio occorrente per farlo notare a suo marito), da un gancetto cromato pendeva il boccale dell'Alfa Gamma Ro di Gerald. La Ro non era una delle stelle più brillanti nel firmamento delle confraternite (spesso i suoi aderenti venivano ribattezzati Alfa Gamma Rospi), ma Gerald ne portava ancora il distintivo con una sorta di orgoglio perverso e teneva il boccale appeso alla parete e se ne serviva sempre per bere la sua prima birra estiva tutti gli anni, appena arrivava al lago in giugno. Era quel tipo di cerimoniale che qualche volta l'aveva spinta a chiedersi, molto prima degli eventi festaioli di oggi, se il giorno in cui aveva sposato Gerald fosse stata mentalmente in grado di intendere e volere. Qualcuno avrebbe dovuto darci un taglio, pensò con amarezza. Peccato non averlo fatto, perché guarda adesso com'è andata a finire.
Sulla poltrona dall'altra parte della porta del bagno vedeva la civettuola, corta gonna-pantalone e la camicetta senza maniche che aveva indossato in quella giornata d'autunno insolitamente calda; al pomello della porta era appeso il suo reggiseno. E attraverso il letto, d'incrocio alle sue gambe, a trasformarle in fili dorati la soffice peluria delle cosce, c'era una striscia di luce del sole del pomeriggio. Non il quadrato di luce che si disegnava quasi esattamente al centro del copriletto all'una e non il rettangolo che vi si adagiava sopra alle due; quella era una striscia ampia che presto si sarebbe assottigliata, e anche se un'interruzione nell'erogazione dell'energia elettrica aveva mandato in confusione il display della radiosveglia digitale del comò (lampeggiava le dodici con l'incrollabile cocciutaggine di un'insegna al neon), quella striscia di luce le diceva che si avvicinavano le quattro pomeridiane. Presto la striscia avrebbe cominciato a scivolare giù dal letto e allora avrebbe visto ombre negli angoli e sotto il tavolino a ridosso della parete. E mentre la striscia si sarebbe ridotta a un nastro sottile, scivolando dapprima per il pavimento e cominciando poi ad arrampicarsi sulla parete opposta, sempre più debole e opaca, quelle ombre avrebbero cominciato a strisciare fuori dai loro nascondigli e a espandersi per la camera come macchie d'inchiostro, mangiando la luce via via che crescevano. Il sole scendeva; un'ora ancora, una e mezzo al massimo, e avrebbe lambito l'orizzonte; non più di quaranta minuti dopo sarebbe stato buio. Quel pensiero non le provocò panico, non ancora almeno, ma posò una membrana di tetraggine sulla sua mente e un'atmosfera cupa di paura sul suo cuore. Si figurò sdraiata su quel letto, ammanettata, con Gerald morto sul pavimento poco distante e sotto di lei; s'immaginò ancora così nel buio, molte ore dopo che l'uomo con la sega a motore se ne fosse tornato alla sua casa bene illuminata, da sua moglie e dai suoi figli, e che il cane si fosse allontanato per altre mete, quando a farle compagnia sarebbe rimasta solo quella dannata gavia sul lago, solo quell'uccello e nient'altro. Il signore e la signora Burlingame a trascorrere un'ultima lunga notte insieme. Osservando il boccale per la birra e la farfalla di batik, improbabili vicini di casa tollerabili solo in una casa per una sola stagione, come quella, pensò a quanto era facile riflettere sul passato e altrettanto facile (ma molto meno piacevole) spingersi con la mente in diverse alternative possibili del futuro. Il difficile sembrava restare nel presente, ma riteneva che le convenisse mettercela tutta per riuscirci. Quella brutta situazione altrimenti sarebbe probabilmente precipitata in qualcosa di ancora più brutto. Non po-
teva contare su qualche deus ex machina che la togliesse da quell'impiccio, e quella era una fregatura, ma se fosse riuscita a cavarsi dai guai da sola, ne avrebbe tratto un premio: si sarebbe risparmiata l'imbarazzo di aspettare, quasi completamente nuda, che qualche aiuto sceriffo le togliesse le manette, le chiedesse che cosa diavolo era successo e contemporaneamente non perdesse l'occasione di una bella guardata al bel corpo bianco della neovedova. Si andavano frattanto sviluppando anche due effetti collaterali. Avrebbe dato non poco pur di non pensarci in quel momento, ma non poteva. Aveva bisogno di andare in bagno e aveva sete. Attualmente il bisogno di evacuare era più forte di quello di bere, ma era proprio il desiderio di un bicchier d'acqua a preoccuparla di più. Era ancora poca cosa, ma se non fosse riuscita a sfilarsi quelle manette e raggiungere un rubinetto, la situazione sarebbe cambiata in un modo al quale non le piaceva pensare. Sarebbe da ridere se morissi di sete a duecento metri dal nono lago del Maine in ordine di grandezza, pensò e scosse la testa. Ma no che non era il nono lago del Maine; che cosa diavolo aveva avuto in mente? Il nono lago in classifica era il Dark Score, quello dove si era recata con i genitori e suo fratello e sua sorella tanti anni prima. Molto prima delle voci. Molto prima... Lo troncò. Con forza. Era da tempo che non pensava più al Dark Score Lake e non aveva intenzione di cominciare adesso, con o senza manette. Meglio pensare alla sete. Che ci pensi a fare, gioia? È psicosomatico. Hai sete perché sai di non poter andare tranquillamente a bere un sorso. Molto semplice. No che non era semplice. Aveva litigato con suo marito e i due calci repentini che gli aveva sferrato avevano dato origine a una reazione a catena che aveva avuto come esito finale la sua morte. Lei subiva ora gli effetti di una secrezione ormonale di notevole entità. Il termine tecnico era choc e uno dei sintomi più comuni dello choc era la sete. Probabilmente doveva ritenersi fortunata di non avere la bocca ancora più secca e... E forse a questo posso porre rimedio. Gerald era la quintessenza dell'abitudine e una delle sue abitudini era di tenere un bicchiere d'acqua sul suo lato della mensola sopra la testata del letto. Torse il collo, sollevò la testa verso destra ed eccolo lì, c'era davvero, un bicchierone di acqua con un grappolino di cubetti di ghiaccio mezzo disciolti. Senza dubbio era posato su un sottobicchiere in modo da non lasciare un cerchio sulla mensola: Gerald era così attento alle piccole cose.
Perle di condensa erano distribuite sul vetro come gocce di sudore. Fu guardando quelle gocce che Jessie avvertì la prima fitta di sete autentica. Si leccò involontariamente le labbra. Si spinse sulla destra per quanto glielo concedeva la catena della manetta sinistra. In tutto erano solo quindici centimetri, ma ottenne comunque di spostarsi sul lato di Gerald. Il movimento le rivelò anche alcune macchie scure sul lato sinistro del copriletto. Le osservò un po' distrattamente per qualche istante prima di ricordare che Gerald aveva svuotato la vescica durante l'agonia. Poi girò nuovamente gli occhi al bicchiere di acqua, posato su un cerchio di cartoncino che probabilmente portava il marchio di qualche beveraggio da yuppie, Beck's o Heineken quasi certamente. Si spinse all'insù, piano piano, sperando di avere abbastanza gioco. Non l'aveva. La punta delle sue dita si fermò a sette centimetri dal bicchiere. La fitta di sete, una lieve contrazione in gola, un leggero dolore come di puntura alla lingua, venne e se ne andò di nuovo. Se non viene nessuno o se non trovo un modo per liberarmi prima di domani mattina, quel bicchiere non lo potrò nemmeno guardare. Quella considerazione era frutto di una fredda razionalità che era terrificante in sé. Ma era matematicamente impossibile che fosse ancora lì l'indomani mattina, questo era il punto. Era un'ipotesi assolutamente ridicola. Pazzesca. Da mentecatti. Impensabile. Era... Basta, le ordinò la voce sbrigativa. Vedi di smetterla. E lei così fece. Il fatto è che doveva affrontare la verità che quell'ipotesi non era assolutamente ridicola. Rifiutava di accettare o anche solo di prendere in considerazione l'eventualità di morire lì, quella sì che era da mentecatti, ma non poteva escludere che l'attendessero alcune ore lunghe e scomode, se non avesse strappato le ragnatele dalla sua vecchia macchinetta delle idee e non l'avesse messa in moto. Lunghe, scomode... e forse dolorose, aggiunse in tono nervoso la Brava Mogliettina. Ma il dolore servirà come atto di pentimento, no? In fondo sei stata tu a ficcarti in questo guaio. Spero di non essere noiosa, ma se tu gli avessi lasciato spruzzare il suo schizzetto... «Sei noiosa, Mogliettina», la interruppe Jessie. Non ricordava se avesse mai risposto a voce alta a uno di quei suoi interlocutori interiori. Si domandò se fosse un segno di pazzia. Concluse che non gliene importava un fico secco, non in quel momento. Chiuse gli occhi di nuovo.
4 Questa volta non fu il suo corpo, quello che visualizzò nell'oscurità dietro le palpebre, bensì la stanza intera. Ovviamente lei ne era ancora il fulcro, povera lei, sì, Jessie Mahout Burlingame, ancora un tantino sotto i quaranta, ancora abbastanza snella con i suoi cinquantasette chilogrammi per un metro e settanta di statura, con gli occhi grigi, capelli castani ramati (nascondeva il grigio, che aveva cominciato ad apparire cinque anni prima, con un lavaggio lucido ed era abbastanza sicura che Gerald non si fosse accorto di niente). Jessie Mahout Burlingame, che si era cacciata in quel guaio senza sapere bene come o perché. Jessie Mahout Burlingame, ora presumibilmente vedova di Gerald, ancora madre di nessuno, e legata a quel dannato letto con due paia di manette da poliziotto. Zoomò con la parte fantasiosa della sua mente su quell'ultimo particolare. Fra gli occhi chiusi le apparve una ruga di concentrazione. Quattro manette in tutto, ciascun paio distanziato da quindici centimetri di catena d'acciaio rivestita in gomma, ciascuna con M-17, un numero di serie, presumibilmente, inciso nell'acciaio della serratura. Ricordava che, quando il gioco era ancora nuovo, Gerald le aveva spiegato che ciascuna manetta aveva un braccio a tacche che la rendeva regolabile. Era anche possibile accorciare le catenelle in modo da stringere dolorosamente insieme le mani, polso contro polso, ma Gerald le aveva concesso benevolmente il massimo dell'estensione. E perché no, che diavolo? pensò ora. In fondo era solo un gioco... non è vero, Gerald? Ora però le tornò alla mente il suo interrogativo precedente e si domandò di nuovo se per Gerald fosse stato davvero solo un gioco. Cos'è una donna? bisbigliò un'altra voce, una voce da ufo, dal pozzo di tenebra che aveva in fondo all'animo. Il meccanismo di locomozione di una fica. Vattene, pensò. Vattene, non mi sei di nessun aiuto. Ma la voce ufesca ignorò il suo comando. Perché una donna ha una bocca e anche una fica? domandò invece. Così può pisciare e gemere in contemporanea. Qualche altra domanda, piccola signora? No. Data la sconcertante qualità surreale delle risposte, non aveva altre domande. Ruotò i polsi nelle manette. Strusciò la pelle contro il metallo e non seppe trattenere una smorfia, ma il dolore era minore e le mani ruotavano abbastanza agevolmente. Non sapeva se Gerald avesse ritenuto che l'unico scopo di una donna è quello di portare a spasso una fica, ma non
aveva comunque stretto le manette tanto da farle male; del resto si sarebbe opposta ancora prima di quel giorno, naturalmente (così disse a se stessa e nessuna delle sue voci interiori fu tanto maligna da contraddirla). Però erano troppo strette perché potesse sfilare le mani. O no? Diede una tiratina sperimentale. Le manette scivolarono all'insù lungo i polsi e le sue mani scesero, dopodiché i bracciali d'acciaio si bloccarono contro il complesso di osso e cartilagine nel punto in cui i polsi saldano la loro complicata e meravigliosa alleanza con le mani. Tirò più forte. Il dolore fu molto più intenso. Ricordò a un tratto la volta in cui papà aveva sbattuto lo sportello della vecchia familiare sulla mano sinistra di Maddy, per non essersi accorto che per scherzo Maddy aveva scelto di scendere dalla sua stessa parte. Che strilli! Si era rotta non ricordava bene che osso, ma ricordava Maddy che mostrava con orgoglio l'ingessatura e diceva: «Mi sono anche strappata il legamento posteriore». A lei e a Will era sembrata tutta da ridere perché sapevano che il posteriore era il sedere. Avevano riso e riso, più di stupore che di scherno, ma Maddy se n'era andata via immusonita, con la faccia buia come un temporale, dichiarando che avrebbe detto tutto a mamma. Legamento posteriore, pensò, aumentando la pressione e sopportando l'acuirsi del dolore. Legamento posteriore e qualcosa di radioulnare, non ricordo bene cosa, ma non ha importanza. Se non ti tiri fuori da queste manette, mi sa che ti conviene rassegnarti, gioia. Ci penserà qualche dottore a rimettere insieme i cocci. Incrementò lentamente la pressione, incitando mentalmente le manette a scivolare. Se solo fosse riuscita a spostarle di un pochino, mezzo centimetro forse sarebbe già stato sufficiente e un centimetro lo sarebbe stato quasi di sicuro. Passato il tratto più voluminoso alla base della mano, avrebbe agevolmente fatto scorrere gli anelli di metallo sui tessuti molli della parte superiore. Così almeno sperava. C'erano le ossa dei pollici, ma di quelle si sarebbe preoccupata a tempo debito. Tirò con più forza, schiudendo le labbra sui denti in una smorfia di dolore e concentrazione. Nelle braccia le erano affiorati i muscoli in piccoli rigonfiamenti bianchi. Il sudore cominciò a imperlarle la fronte, le guance, perfino la fossetta sotto il naso. Senza nemmeno accorgersi, spinse la punta della lingua all'insù per leccarsi quelle gocce. Il dolore era intenso, ma non fu quello a interrompere il suo tentativo. Si arrese invece più semplicemente per essersi resa conto di aver teso i mu-
scoli al massimo delle possibilità senza che le manette scivolassero di un solo millimetro più su di dove si trovavano. L'effimera speranza di spremersi facilmente fuori da quella pastoia morì in un ultimo palpito esangue. Sei proprio sicura di aver tirato più che puoi? Non è che stai cercando di accampare scuse perché fa troppo male? «No», rispose, sempre senza aprire gli occhi. «Più di così non posso tirare. Lo giuro.» Ma l'altra voce rimase, più sotto forma di rappresentazione grafica che di onde sonore, un po' come un punto di domanda in un fumetto. Dove l'acciaio aveva morsicato le carni, c'erano profondi solchi nei polsi, vicino alla base del pollice, attraverso il dorso e sopra le delicate nervature azzurre delle vene, e i polsi continuarono a pulsare dolorosamente anche dopo che ebbe smesso di tirare e anche quando sollevò le mani fino ad aggrapparsi alle stecche della testata. «Mio Dio», mormorò con la voce scossa. «Se non è il colmo questo.» Allora, aveva tirato più che poteva? Poteva affermarlo con certezza? Non importa, pensò, guardando i riflessi del lago tremolare sul soffitto. Non importa e ti spiego perché: posto anche che potessi tirare di più, mi ritroverei con tutti e due i polsi ridotti come quello sinistro di Maddy, quando restò con la mano chiusa nella portiera. Fratture, legamenti posteriori che saltano come elastici, e quella cosa radioulnare che esplode come un piattello al tiro a segno. L'unico cambiamento sarebbe che invece di essere bloccata qui incatenata e assetata, resterei bloccata qui incatenata, assetata e con due polsi fratturati per buona misura. Senza dimenticare che si gonfierebbero. Conclusione: Gerald è morto prima di potermi montare in groppa, eppure questa volta mi ha fottuta meglio del solito. Benissimo, allora che alternative c'erano? Nessuna, rispose la Brava Mogliettina Burlingame nel tono liquido di una donna che è a una goccia dal cedere totalmente. Aspettò di sentire se l'altra voce, quella di Ruth, aveva intenzione di dire la sua. Non la udì. Per quanto ne sapeva, Ruth nuotava nel serbatoio dell'acqua potabile dell'ufficio insieme con le altre cavie. In ogni caso, l'abdicazione di Ruth la costringeva ad arrangiarsi. Va bene, allora, arrangiati, pensò. Che idea hai per le manette, ora che hai accertato che è impossibile sfilartele? Che cosa pensi di fare? Ci sono due bracciali per ciascuna coppia, osservò un po' titubante la voce giovane, quella a cui ancora non era riuscita a dare un nome. Hai cercato di tirare le mani fuori dagli anelli che hai ai polsi e non ha funziona-
to... ma perché non provi con gli altri? Quelli chiusi intorno ai montanti del letto. Ci hai pensato? Schiacciò la nuca nel guanciale e inarcò il collo per vedere la testata e i montanti. Nemmeno si accorse che guardava alla rovescia. Il letto non era di quelli grandi, era un matrimoniale alla francese, con uno di quei nomi buffi come Court Jester o Chief Lady-in-Waiting, non ricordava più bene, ma è un fatto che con il trascorrere degli anni le era sempre più difficile tenere a mente dettagli di quel genere; c'era da stabilire se il fenomeno andava classificato come buonsenso o senilità galoppante. In ogni caso il letto su cui si trovava ora andava benissimo per scopare ma era un po' troppo piccolo per passarci la notte comodamente in due. Per lei e Gerald non era stato comunque un problema, dato che lì e anche a Portland dormivano in camere separate da cinque anni. La decisione era stata sua, si era stancata di sentirlo russare, ogni anno un po' più forte di quello precedente. Nelle rare occasioni in cui avevano avuto ospiti per la notte, avevano dormito insieme, scomodamente, in quella stanza, altrimenti avevano condiviso quel letto solo per i loro incontri sessuali. E il fatto che russasse non era stato il vero motivo della sua decisione di dormire altrove, ma sicuramente era stato il più diplomatico. La ragione vera era di carattere olfattivo. Il fastidio che aveva provato inizialmente per il sudore notturno di suo marito si era consolidato in ribrezzo. Anche se faceva la doccia prima di coricarsi, entro le due di notte cominciava a emettere dai pori l'odore acre dello scotch che beveva. Fino all'inizio di quell'anno era diventato abituale che dopo un accoppiamento sempre più meccanico seguisse un periodo di torpore (che per lei era diventato il momento migliore), dopodiché faceva la doccia e l'abbandonava. Da marzo però c'erano state delle innovazioni. Foulard e manette, e specialmente queste ultime, spossavano Gerald come non gli era mai successo con le normali sgroppate del passato e spesso piombava al suo fianco in un sonno profondo. Se non le era di eccessivo disturbo, lo doveva al fatto che i loro incontri avvenivano nel pomeriggio e il sudore di Gerald aveva un odore normale e non le ricordava il whisky annacquato. Anzi, a ben pensarci non russava nemmeno più di tanto. Ma tutti quegli incontri pomeridiani con foulard e manette sono avvenuti nella casa di Portland, pensò. Abbiamo passato qui quasi tutto luglio e una parte di agosto, ma le volte che abbiamo fatto l'amore, non molte per la verità, ci siamo limitati alla routine più ordinaria, Tarzan di sopra e Jane di sotto. Oggi è stata la prima volta che abbiamo giocato. Chissà
perché... Forse era per via delle finestre, che erano troppo alte e montate in modo tale da non accettare le tende. E per quanto Gerald non avesse fatto che ripetere che dovevano trovare una soluzione, per un motivo o un altro non si erano mai decisi a sostituire i normali vetri trasparenti con lastre riflettenti, e sì che l'aveva tirato fuori anche... be'... Anche oggi, finì la Mogliettina e Jessie ne benedisse il tatto. E hai ragione, era probabilmente per via delle finestre. Non gli andava l'idea di un'improvvisata di Fred Laglan e Jamie Brooks che venissero a chiedergli se voleva fare due tiri a golf e lo trovassero a sbattersi la signora Burlingame agganciata al letto con un paio di manette. Una storia del genere avrebbe fatto il giro del vicinato. Fred e Jamie sono dei bravi ragazzi, probabilmente... Due molluschi di mezza età, se dai retta a me, intervenne con asprezza Ruth. ...ma sono esseri umani anche loro e una storia così sarebbe stata troppo succulenta. E c'è un'altra cosa, Jessie... Non la lasciò finire. Non era un concetto che voleva sentire articolato da quella voce gradevole, sì, ma fastidiosamente leziosa. Era possibile che Gerald non le avesse mai proposto di giocare nella casa del lago per il timore di qualche balordo che venisse ad appollaiarsi in terrazza. Quale balordo? Diciamo che per esempio una parte di Gerald fosse davvero convinta che una donna è solo un meccanismo di deambulazione per una fica... e che un'altra parte di lui, quella che potremmo definire la sua «parte migliore», in mancanza di un termine più preciso, ne fosse consapevole. Può darsi che quella parte avesse paura che una volta o l'altra la situazione degenerasse. Del resto, non è andata proprio così? Su quel punto era difficile obiettare. Se quella non era una situazione degenerata, non avrebbe saputo come altrimenti definirla. Si sentì pervadere da un misto di nostalgia e tristezza e dovette resistere all'impulso di guardare per terra, dove giaceva Gerald. Non sapeva se provasse cordoglio per il marito morto, ma sapeva che se così fosse stato, era il momento sbagliato. Però era bello ricordare qualcosa di buono dell'uomo con cui aveva trascorso tanti anni, e il ricordo di come certe volte dopo aver fatto l'amore si addormentava al suo fianco era un bel ricordo. Non le piacevano i foulard e aveva finito con l'odiare le manette, ma le era piaciuto vederlo assopirsi, le era piaciuto vedere la sua larga faccia rosea distendersi piano piano.
E in un certo senso anche ora stava dormendo accanto a lei... non e vero? L'idea le raggelò persino la pelle delle cosce, dove giungeva la striscia sempre più stretta di luce solare. Accantonò quella riflessione, o almeno tentò di farlo, e tornò a studiare la testata del letto. I montanti erano inseriti nella struttura leggermente all'interno del telaio, così che le sue braccia erano sì divaricate, ma non tanto da obbligarla a una posizione troppo scomoda, specialmente tenendo conto dei quindici centimetri di gioco che le garantivano le catenelle delle manette. Fra i montanti c'erano quattro stecche di mogano disposte orizzontalmente. Il legno era ornato da una semplice incisione ondeggiante. Una volta Gerald aveva proposto di incidere nella stecca centrale le loro iniziali, aveva detto di conoscere a Tashmore Glen un uomo che avrebbe volentieri accettato di eseguire quel compito, ma lei aveva gettato subito acqua sul fuoco. Le sembrava una forma di esibizionismo alquanto infantile, come quando i piccoli innamorati incidono cuoricini sui banchi di scuola. La mensola era distanziata dal letto quanto bastava perché non accadesse che qualcuno vi urtasse la testa drizzandosi improvvisamente a sedere. Su di essa c'erano il bicchiere d'acqua di Gerald, un paio di tascabili rimasti dall'estate scorsa e, dalla sua parte, un piccolo assortimento di cosmetici. Anche quelli erano avanzati dall'estate e probabilmente si erano inariditi. Un vero peccato: niente conforta una donna ammanettata meglio di un po' di Country Morning Rose Blusher. C'era scritto su tutte le riviste femminili. Sollevò le mani lentamente, spingendo le braccia un po' lateralmente in maniera da non toccare con i pugni il lato inferiore della mensola. Continuò a mantenere la testa rovesciata all'indietro per vedere che cosa accadeva in fondo alle catenelle. Gli anelli metallici erano chiusi intorno al montante fra la seconda e la terza stecca orizzontale. Quando alzò le mani come se spingesse verso l'alto un invisibile bilanciere, le manette risalirono lungo i montanti fino a toccare l'assicella superiore. Se avesse potuto togliere quella stecca e quella che c'era sopra di essa, avrebbe potuto sfilare tranquillamente le manette dai montanti. Voilà. Troppo bello per essere vero, probabilmente, troppo facile per essere vero, cara mia, ma niente ti impedisce di provare. Sarà comunque un modo di ammazzare il tempo. Chiuse le mani sulla stecca orizzontale che in quel momento impediva alle manette di salire più su, lungo i montanti. Trasse un respiro profondo, trattenne il fiato e tirò. Uno strattone energico le fu sufficiente per capire
che anche quella via era senza speranza; fu come cercare di estrarre da un muro di cemento un tondino dell'armatura. Non avvertì il minimo cedimento. Potrei stare a tirare per dieci anni senza muoverlo di un niente, altro che strapparlo al montante, pensò e lasciò ricadere le mani, rimanendo di nuovo con le braccia appese alle catenelle. Le scappò un lamento di disperazione. Le sembrò di sentire il verso di una cornacchia assetata. «Cosa faccio?» chiese ai riflessi sul soffitto e finalmente si abbandonò a lacrime di disperazione e spavento. «Cosa diavolo posso fare?» Come in risposta, il cane riprese ad abbaiare e questa volta era così vicino da strapparle un grido di paura. Sembrava che fosse appena fuori della finestra a est, sul vialetto d'accesso. 5 Il cane non era nel vialetto, era ancora più vicino. L'ombra che si allungava sull'asfalto fin quasi al paraurti anteriore della Mercedes stava a significare che era sulla veranda posteriore. L'ombra allungata sembrava appartenere a un cane mostruoso e deforme, di quelli che si esibiscono nei baracconi delle stranezze della natura, e provocò in lei una ripugnanza immediata. Non essere così sciocca, si rimproverò. L'ombra fa quell'effetto perché il sole è molto basso. Ora apri la bocca e fai chiasso, ragazza. Non c'è scritto da nessuna parte che è randagio. Molto vero, non si poteva affatto escludere che ci fosse anche il padrone del cane da qualche parte nelle vicinanze, ma restava un'ipotesi assai magra di speranze. Era probabile che il cane fosse stato attratto dal cassonetto dei rifiuti che c'era vicino alla porta. Era un bel manufatto, con assicelle di cedro come copertura e due chiavistelli a bloccare il coperchio. Gerald l'aveva spesso definito la loro calamita per procioni. Quella volta aveva attirato un cane invece di un procione, quasi sicuramente un cane randagio. Un vagabondo denutrito e scalognato. Ma doveva provare lo stesso. «Ehi!» gridò. «Ehi! C'è nessuno? Ho bisogno di aiuto! C'è nessuno lì fuori?» Il cane smise di abbaiare all'istante. La sua ombra smagrita e distorta sussultò, s'avvitò su se stessa, cominciò a muoversi... e si fermò di nuovo. Durante il viaggio da Portland, lei e Gerald avevano mangiato sandwich in
macchina, bisunti tramezzini di salame e formaggio, e la prima cosa che aveva fatto al loro arrivo era stato radunare avanzi e incarti e buttarli nel cassonetto. Era stato probabilmente l'odore forte del grasso del salame ad attirare l'interesse del cane, e indubbiamente era stato quello a trattenerlo dal darsi alla fuga appena la ebbe sentita gridare. Quell'odore vinceva sull'istinto del suo cuore di animale. «Aiuto!» gridò Jessie e la mente cercò di avvertirla che probabilmente mettersi a gridare era un errore, che sarebbe riuscita solo a sgolarsi aumentando la sete, ma era una voce razionale che non avrebbe mai potuto ricevere ascolto. Aveva fiutato il tanfo della propria paura, forte e avvincente per lei quanto quello degli avanzi di sandwich lo era per il cane, e rapidamente la risucchiava in uno stato che non era solo di panico, ma confinava con una sorta di follia temporanea. «Aiuto! Qualcuno mi aiuti! Aiuto! Aiuto! Aiutooo!» Finalmente le si ruppe la voce e girò la testa quanto più poteva verso destra, con i capelli incollati alle guance e alla fronte in scomposti riccioli sudati, gli occhi fuori dalle orbite. La paura di essere rinvenuta ammanettata al letto, quasi totalmente nuda, con il marito che giaceva morto per terra al suo fianco, aveva cessato di occupare un posto significativo nella sua mente. Quell'ultimo attacco di panico somigliava a un'eclisse mentale, filtrava la luce brillante della ragione e della speranza e le permetteva di gettare uno sguardo sulle eventualità più orrende: inedia, follia indotta dalla sete, convulsioni, morte. Non era Heather Locklear o Victoria Principal, e quello non era un film scritto per un'emittente via cavo. Non c'erano telecamere, non c'erano riflettori, non c'era un regista a ordinare la fine della ripresa. Stava succedendo e, se nessuno l'avesse soccorsa, avrebbe potuto continuare a succedere fino a quando avrebbe cessato di esistere come forma vivente. Liberatasi una volta per sempre dalle preoccupazioni per le circostanze della sua detenzione, era arrivata al punto in cui avrebbe volentieri accolto Maury Povich e tutto il cast di A Current Affair con tanto di lacrime di gratitudine. Ma nessuno rispose ai suoi richiami affranti, nessun custode che passasse da quelle parti a controllare le residenze lungo il lago, nessun curioso a spasso con il cane (magari spinto dal desiderio di scoprire quale dei suoi vicini coltivasse una pianticella di marijuana tra i sospiri dei pini). E meno che mai Maury Povich. C'era solo quell'ombra lunga e un po' sinistra, che la faceva pensare a un'incredibile incrocio di cane e ragno, in equilibrio instabile su quattro zampette sottili e febbrili. Trasse un respiro profondo e
tremante e cercò di ristabilire il controllo sulla sua mente incostante. Sentiva la gola calda e secca, il naso fastidiosamente bagnato e otturato di lacrime. E adesso? Non sapeva rispondere. Le pulsava nella testa una delusione al momento troppo grande per lasciare posto a qualcosa di simile a riflessioni costruttive. L'unica cosa di cui si sentiva completamente sicura era che il cane non contava niente. Se ne sarebbe rimasto sulla veranda posteriore per un po' e se ne sarebbe andato quando avesse capito che l'odore che lo aveva attirato proveniva da un boccone inaccessibile. Mandò un gemito gutturale, pieno di infelicità, e chiuse gli occhi. Da sotto le ciglia sgorgarono le lacrime che le scivolarono lentamente lungo le guance. Nel sole del tardo pomeriggio sembravano stille di oro liquido. E adesso? domandò di nuovo. Fuori soffiò il vento facendo bisbigliare i pini e sbattere la porta. E adesso, Brava Mogliettina? E adesso, Ruth? E adesso, tutti voi altri ufo assortiti e compagnia bella? Nessuno di voi, nessuno di noi, ha qualche idea? Ho sete, ho bisogno di fare pipì, mio marito è morto e il mio unico compagno è un cane dei boschi la cui idea di paradiso si traduce negli avanzi di un supertramezzino di salame e formaggio comprato da Amato in quel di Gorham. Fra poco concluderà che il destino ha decretato che del paradiso abbia a godere solo del profumo e allora andrà via. Dunque... e adesso? Nessuna risposta. Tutte le voci interiori rimasero in silenzio. Non era una cosa buona, perché almeno le tenevano compagnia, ma intanto se n'era andato anche il panico, lasciando solo il suo retrogusto metallico, e questa era una cosa buona. Dormirò un po ', pensò, sorpresa di scoprire che era in grado di farlo tranquillamente, se lo avesse voluto. Dormirò per un po' e quando mi sveglierà può darsi che mi venga un'idea. Come minimo, me ne starò per qualche tempo lontana dalla paura. Le piccole rughe della tensione agli angoli degli occhi chiusi e le due più marcate fra le sopracciglia cominciarono a distendersi. Sentiva che cominciava ad assopirsi. Si lasciò scivolare verso quel rifugio su un'onda di sollievo e gratitudine. Quando il vento soffiò di nuovo le sembrò distante, e ancora più lontano fu il rumore irrequieto della porta che sbatteva: bangbang, bang-bang, bang. Il respiro, che diventava più profondo e lento a mano a mano che si appisolava, s'arrestò all'improvviso. Spalancò gli occhi. In un primo momen-
to l'unica emozione di cui fu cosciente, nello smarrimento di chi è stato bruscamente strappato dal sonno, fu di contrarietà: ce l'aveva quasi fatta, maledizione, e poi quella stupida porta... Sì? Quella stupida porta, cosa? Avanti, sentiamo. Quella stupida porta non aveva completato la sua normale serie di rintocchi, ecco che cosa. Poi, come se il rumore fosse stato evocato da quel pensiero, sentì distintamente il ticchettare delle unghie del cane sul pavimento dell'ingresso. Il cane randagio aveva varcato la soglia della porta rimasta aperta. Era in casa. La sua reazione fu istantanea e precisa. «Fuori!» urlò. Non si accorse che la tensione aveva dato alla sua voce una roca inflessione da sirena da nebbia. «Fuori, schifoso! Mi hai sentito? Fuori dalla mia casa!» S'interruppe con il fiato grosso e gli occhi sgranati. Le sembrava di avere la pelle intessuta di fili di rame caricati di elettricità; i due o tre strati superiori formicolavano. Sentì distrattamente i peli sotto la nuca, dritti come aculei di porcospino. L'idea del sonno era cancellata totalmente. Udì un convulso arrancare di unghie di cane sul pavimento dell'ingresso... poi più niente. Devo averlo spaventato. Probabilmente l'ho spedito fuori di filato. Un randagio come quello non può non aver paura delle persone e delle case private. Non so, gioia, ribatté la voce di Ruth. Era carica di una perplessità insolita. Non vedo la sua ombra nel vialetto. Per forza, probabilmente se l'è battuta passando dall'altra parte e puntando direttamente al bosco. O giù verso il lago. Con addosso una fifa della malora e al gran galoppo. Perché, secondo te non ha senso? La voce di Ruth non rispose. Non si fece sentire nemmeno quella della Brava Mogliettina, anche se a quel punto Jessie avrebbe gradito un commento, da qualunque parte le venisse. «Sì, l'ho scacciato», concluse. «Ne sono sicura.» Restò però con l'orecchio teso, ad ascoltare con tutte le forze, sentendo solo il pulsare del sangue nella testa. Almeno per ora. 6 Non lo aveva spaventato. È vero che aveva paura delle persone e delle abitazioni, su questo Jessie aveva visto giusto, ma aveva sottovalutato la sua condizione disperata. Il nome che aveva avuto in passato, Prince, era ormai una maligna ironia
della sorte. Nelle lunghe e affamate esplorazioni compiute durante l'autunno nei paraggi del Kashwakamak, aveva incontrato numerosi cassonetti come quello dei Burlingame e non aveva impiegato molto per decidere di trascurare l'odore del salame, formaggio e olio di oliva. Era un profumo stimolante, ma le lezioni amare dell'esperienza avevano insegnato all'ex Prince che proveniva da un cibo per lui irraggiungibile. Però c'erano altri odori; gliene arrivava una zaffata alle narici ogni volta che il vento spingeva la porta rimasta aperta. Erano odori più deboli di quelli che provenivano dal cassonetto e la fonte si trovava all'interno della casa, ma erano troppo allettanti perché potesse ignorarli. Il cane sapeva che probabilmente sarebbe stato scacciato dai padroni urlanti che lo avrebbero inseguito e preso a calci con i loro piedi sconosciuti e duri, ma gli odori erano più forti della sua paura. C'era forse qualcosa che gli avrebbe ricacciato in gola la sua terribile fame, ma ancora non conosceva le armi da fuoco. Ne avrebbe avuto occasione se fosse sopravvissuto fino alla stagione della caccia al cervo, ma mancavano ancora due settimane e per ora il pericolo peggiore che poteva immaginare era quello di esseri umani urlanti, armati di piedi duri e dolorosi. S'intrufolò in casa quando il vento aprì la porta e trottò nell'ingresso... senza spingersi troppo oltre. Era pronto a battere in frettolosa ritirata nell'istante in cui il pericolo si fosse materializzato. Le orecchie gli dicevano che l'abitante di quella casa era femmina e che si era accorta della sua presenza perché gli aveva urlato di andarsene, ma l'emozione che il randagio aveva sentito nella voce alterata della femmina era paura e non collera. Dopo un primo sussulto di spavento, si era fermato. Aveva aspettato che qualche altro padrone unisse la propria voce agli schiamazzi della femmina o arrivasse di corsa, e quando ciò non accadde, allungò il collo e fiutò l'aria un po' stantia dell'abitazione. Girò dapprima a destra, in direzione della cucina. Era da quella parte che erano giunti gli sbuffi fragranti, emessi a ogni sbattere di porta. Erano odori secchi ma piacevoli: burro d'arachide, cracker, uva passa, cereali (l'odore di questi saliva da una scatola di Special K posta in uno degli armadietti, una scatola nel cui fondo un topo di campagna affamato aveva scavato un buco). Fece un passo in quella direzione, poi girò di nuovo la testa dall'altra parte per accertarsi che non stesse per saltargli addosso qualche padrone. Nella maggior parte dei casi i padroni si mettevano a sbraitare, ma ce n'e-
rano anche di più subdoli. Non c'era nessuno nel corridoio che poggiava sulla sinistra, ma da quella direzione gli giunse un aroma molto più intenso, che gli accartocciò lo stomaco in un crampo di voglia irresistibile. S'incamminò per il corridoio con gli occhi luccicanti di un misto di paura e desiderio, con il muso tutto raggrumato all'indietro come un tappetino spiegazzato e il lungo labbro superiore che si sollevava e ricadeva nervosamente, rivelando a tratti il bianco balenio dei denti. Un getto di orina ansiosa schizzò sul pavimento, marcando l'ingresso, e pertanto tutta quanta la casa, come suo territorio. Lo scroscio fu troppo sommesso e breve perché l'udito teso di Jessie potesse registrarlo. L'odore che sentiva era di sangue. Era un odore insieme forte e sbagliato. Alla lunga, la fame estrema ebbe il sopravvento: o mangiava al più presto o sarebbe morto. L'ex Prince s'incamminò lentamente lungo il corridoio verso la camera da letto. Via via che avanzava, l'odore diventava più forte. Sì, era sangue, ma del tipo sbagliato. Era il sangue di un padrone. Ciononostante era troppo saporito e irresistibile perché non penetrasse nel suo piccolo cervello disperato. Continuò ad avanzare e, mentre si avvicinava alla porta della camera da letto, cominciò a ringhiare. 7 Jessie sentì il ticchettio delle unghie del cane e capì che era davvero ancora in casa e che stava venendo dalla sua parte. Cominciò a gridare. Sapeva che era probabilmente la peggior cosa da fare, andava contro tutti i buoni consigli che aveva ascoltato su come non bisogna mai mostrare di aver paura a un animale potenzialmente pericoloso, ma non seppe trattenersi. Aveva un'idea troppo precisa di che cosa stesse attirando il randagio verso la camera da letto. Sollevò le gambe, usando le manette come leva per ritrarsi verso la testata. I suoi occhi non abbandonarono mai la porta che dava in corridoio. Ora sentiva il ringhio. Quel suono le sciolse le viscere, calde e liquide. Il cane si fermò sulla soglia. Lì le ombre avevano già cominciato ad addensarsi e per Jessie era solo una sagoma vaga, non molto alta sul pavimento. Una sagoma piccola, ma nemmeno tanto da poter essere quella di un barboncino o di un chihuahua. Due spicchi color arancione di luce solare riflessa marcavano i suoi occhi. «Vattene!» strillò Jessie. «Sciò! Via! Non... non ti voglio qui!» Ecco, quelle erano parole davvero ridicole... ma date le circostanze, che cosa non
avrebbe fatto ridere? Facile che prima o poi gli chieda di prendermi per piacere le chiavi sul comò, pensò. Notò un movimento dietro l'ombra ferma sulla soglia. Aveva cominciato a scodinzolare. In uno sdolcinato romanzo sentimentale probabilmente avrebbe significato che il cane randagio aveva scambiato la voce della donna a letto con la voce di un'amata padroncina perduta da tempo. Jessie non era così ingenua. I cani non scodinzolano solo quando sono felici; come anche i gatti, muovono la coda anche quando sono indecisi, quando stanno valutando una situazione. Non si era scomposto più di tanto al suono della sua voce, tuttavia non si fidava neanche della penombra di quella stanza. Non ancora. L'ex Prince ancora non conosceva le armi da fuoco, ma aveva imparato molte altre dure lezioni nelle sei settimane trascorse dall'ultimo giorno di agosto. Quello era il giorno in cui il signor Charles Sutlin, avvocato di Braintree, Massachusetts, l'aveva abbandonato a morire nei boschi piuttosto che riportarlo a casa e pagare una duplice tassa che fra statale e municipale ammontava a settanta dollari. Settanta dollari per un quattrozampe che non valeva più di un bastardetto buono per la pubblicità della Heinz erano un bel mazzetto di banconote, secondo Charles Sutlin. Un po' troppo spesso. Giusto in giugno si era comperato un cabinato, un acquisto nell'ordine delle cinque cifre, ed era facile affermare che ci voleva una mentalità distorta per paragonare il prezzo della barca con la tassa per il cane, d'accordo, chiunque avrebbe potuto affermarlo, ma non era quello il punto. Il punto era che il cabinato era un acquisto programmato. Quell'acquisto in particolare era già da due anni o più nell'agenda del vecchio Sutlin. Il cane invece era stato uno di quegli acquisti lì per lì, a una bancarella di verdure di Harlow. Non l'avrebbe mai comperato se non avesse avuto la figlia al seguito, la quale si era invaghita del cucciolo. «Quello, papà!» aveva esclamato. «Quello con la macchia bianca sul naso, quello tutto solo come un principino.» Così le aveva comperato il cucciolo (e che nessuno avesse mai a dire che non sapeva come far felice la sua bambina), ma settanta dollari (magari anche cento se Prince fosse stato catalogato nella classe B, quella dei cani di taglia superiore) erano un bel salasso per un bastardino che non aveva da presentare in allegato nemmeno un pezzettino di carta. Troppo, aveva deciso il signor Charles Sutlin, alla vigilia del giorno in cui chiudere il cottage sul lago fino alla stagione prossima. Riportarlo a Braintree sul sedile posteriore della Saab sarebbe stato un altro fastidio non indifferente: avrebbe pisciato dappertutto, peggio ancora avrebbe magari
vomitato o defecato sui tappetini. D'accordo, avrebbe potuto comperargli un Vari-Kennel, ma quella specie di casette da bambole cominciavano a 29 dollari e 95 e da lì salivano a livelli stratosferici. E poi Prince non sarebbe mai stato felice in un canile. Sarebbe stato molto più felice se avesse potuto vivere in piena libertà, avendo per regno tutti i boschi settentrionali. Sì, si era detto l'ultimo giorno di agosto Sutlin mentre fermava la macchina in un tratto disabitato di Bay Lane e invitava con voce suadente il cane a scendere dal sedile posteriore. Il bravo Prince aveva il cuore di un allegro vagabondo, bastava guardarlo un attimo per capirlo. Sutlin non era un uomo stupido e sotto sotto sapeva che si stava somministrando un mucchio di fesserie, d'altra parte si sentiva anche inebriato dall'idea in sé. Rimontando in macchina e andandosene dopo aver lasciato Prince ai bordi della strada a guardarlo, fischiettava il tema di Nata libera, interrompendosi di tanto in tanto per buttar là qualche parola che ancora ricordava. Quella notte aveva dormito bene, senza alcun dubbio sulla sorte di Prince (in procinto di diventare l'ex Prince), il quale trascorse la medesima notte raggomitolato sotto un albero caduto, a rabbrividire e vegliare e patire la fame, e a guaire di paura ogni volta che sentiva il chiurlo di una civetta o il frusciare di un animale nella boscaglia. Ora il cane che Charles Sutlin aveva abbandonato sul tema di Nata libera era fermo sulla soglia della camera da letto padronale nella residenza estiva dei Burlingame (il cottage di Sutlin era dall'altra parte del lago e le due famiglie non si erano mai conosciute, oltre a qualche cenno di saluto da lontano al porticciolo nelle ultime tre o quattro estati). A testa bassa, con gli occhi spalancati e il pelo arruffato, non sapeva di ringhiare in continuazione, tutto concentrato com'era sulla stanza. Un istinto ancestrale gli diceva che presto l'odore del sangue avrebbe sconfitto ogni prudenza. Prima che accadesse, doveva assicurarsi al meglio che non fosse una trappola. Non voleva essere sorpreso da padroni con piedi duri e dolorosi, né da quelli che preferivano raccogliere dal suolo pezzi di terra dura e scagliarglieli addosso. «Vai via!» cercò di gridare Jessie, ma la voce le uscì di bocca debole e tremante. Non sarebbe riuscita a scacciare il cane gridando; quel bastardo aveva capito chissà come che non poteva alzarsi dal letto per fargli del male. Non è possibile che stia succedendo, pensò. Come può essere quando solo tre ore fa ero seduta sulla Mercedes con la cintura allacciata ad ascoltare i Rainmakers all'autoradio e a rammentare a me stessa di dare
un'occhiata a che cosa davano al cinema locale, nel caso avessimo deciso di passare la notte qui? Come può essere che mio marito sia morto quando cantavamo in coro con Bob Walkenhorst? «Un'altra estate», cantavamo, «un'altra occasione, un ultimo assaggio d'amore.» Conosciamo tutti e due le parole, perché è un gran bel pezzo, e stando così le cose, com 'è possibile che Gerald sia morto? Com'è possibile che si sia passati da quella situazione a questa? Spiacenti, cari miei, ma questo non può essere che un sogno. È troppo assurdo perché sia realtà. Il cane randagio cominciò a entrare lentamente nella stanza, con le gambe irrigidite dalla diffidenza, la coda abbassata, gli occhi grandi e neri, le labbra arricciate su una batteria intera di denti. Concetti come quello di assurdità gli erano totalmente estranei. L'ex Prince, con cui aveva giocato allegramente Catherine Sutlin di otto anni (almeno finché non aveva ricevuto una bambola Cabbage Patch di nome Marnie per il suo compleanno e aveva temporaneamente perso ogni interesse per lui), era in parte labrador e in parte collie, una mistura che non ne faceva nemmeno lontanamente un bastardo. Quando Sutlin lo aveva abbandonato in Bay Lane alla fine di agosto, pesava trentotto chili e aveva un bel mantello, lucido e liscio di salute, di una mescolanza di marrone e nero tutt'altro che sgradevole (con una pregiata pettorina bianca da collie che dal petto gli saliva fin sotto il muso). Ora non arrivava ai venti chilogrammi e a passargli una mano sul fianco si sarebbero sentite le costole a una a una, per non parlare del battito del suo cuore, rapido come per una febbre. Il mantello era opaco, disordinato, sudicio e disseminato di capolini di lappa. Gli zigzagava giù per una gamba una cicatrice ancora rosea di fresca rimarginatura, souvenir di una fuga affannata sotto un recinto di filo spinato, e dal muso gli sporgevano come baffi storti alcuni aculei di porcospino. Aveva trovato il porcospino morto sotto un ceppo una decina di giorni prima, ma aveva rinunciato dopo la prima musata di aculei. Aveva fame, ma non fino a quel punto di disperazione. Ora la disperazione della fame era al colmo. L'ultimo pasto era stato a base di qualche resto imputridito strappato con i denti a un sacchetto di rifiuti nel fossato lungo la Route 117 ed era stato due giorni prima. Il cane che aveva imparato alla svelta a riportare a Catherine Sutlin una palla rossa di gomma quando lei la faceva rotolare sul pavimento del soggiorno fin nel corridoio, stava ora letteralmente morendo di fame. Sì, ma qui, proprio qui, per terra, che spettacolo! Sul pavimento davanti a lui c'erano chili e chili di carne fresca, di grasso e di ossa piene di dolce
midollo. Sembrava un dono del Dio dei Randagi. L'ex prediletto di Catherine Sutlin continuò ad avanzare verso il cadavere di Gerald Burlingame. 8 Non sta per succedere, si disse Jessie. Non è possibile, dunque non perdere la calma. Continuò a ripeterselo fino al momento in cui la metà anteriore del cane scomparve alla sua vista dietro il lato sinistro del letto. Allora la coda prese ad agitarsi più vivace che mai e poi ci fu un rumore che riconobbe, il rumore di un cane che beve da una pozzanghera in una calda giornata d'estate. Solo che non era esattamente lo stesso rumore. Questo era in un certo senso più rozzo, non quello di una lingua che lambisce, ma di una lingua che lecca. Fissò la coda in movimento e la sua mente le disegnò all'improvviso quello che l'angolo del letto nascondeva ai suoi occhi. Quel cane vagabondo con il pelo cosparso di, lappe e gli occhi stanchi e irrequieti stava leccando il sangue fra i capelli radi di suo marito. «No!» Sollevò le natiche dal letto e ruotò le gambe a sinistra. «Stai lontano da lui! Vattene!» Sferrò un calcio con entrambi i piedi e sfiorò con un tallone i nodi sollevati della colonna vertebrale del cane. L'animale si ritrasse all'istante e sollevò il muso, con gli occhi così grandi da lasciar vedere i delicati anelli di bianco. Aprì le fauci e nella luce morente del pomeriggio i sottili fili di saliva che sembravano di ragnatela si allungarono fra gli incisivi superiori e inferiori come trame d'oro filato. Allungò il collo di scatto sul suo piede nudo. Jessie lo ritrasse con un grido, avendo avvertito l'alito caldo contro la pelle ma avendo salvato le dita. Ripiegò di nuovo sotto di sé le gambe senza accorgersi di farlo, senza sentire le proteste dei muscoli nelle spalle provate, senza sentire le articolazioni muoversi con riluttanza nei loro alvei ossei. Il cane la guardò ancora per un momento, continuando a digrignare, minacciandola con gli occhi. Vediamo di intenderci, signora, dicevano quegli occhi. Tu fai le faccende tue e io le mie. Stiamo d'accordo così. Ti va bene? È meglio, se ti va bene, perché se mi intralci, t'incasino. E poi è morto, lo sai benissimo tu quanto lo so io, e perché lasciarlo andare alla malora quando io sto morendo di fame? Faresti lo stesso anche tu. Dubito che adesso te ne renda conto, ma ho idea che potresti arrivare al mio modo dì vedere le cose in proposito anche tu, e magari prima di quel che pensi.
«Fuori!» gridò Jessie. Ora si era seduta sui talloni con le braccia distese da una parte e dall'altra, più che mai simile a Fay Wray sull'altare sacrificale nella giungla. La posa, a testa alta, con i seni spinti in avanti, le spalle così all'indietro da sbiancarsi per lo sforzo, le profonde incavature triangolari di ombra alla base del collo, era quella di una straordinariamente provocante pin-up in una rivista di donnine. Mancava l'obbligatoria espressione di imbronciato invito, però, perché la sua era l'espressione di una donna ormai molto vicina alla linea di demarcazione fra la terra dell'equilibrio mentale e quella dello squilibrio totale. «Vattene via da qui!» Per qualche momento il cane continuò a fissarla a denti scoperti. Poi, quando dovette essersi convinto che il calcio non sarebbe stato ripetuto, l'abbandonò al suo destino e riabbassò la testa. Questa volta non si udì né rumore di lambire né di leccare. Jessie udì invece un sonoro schiocco. Le ricordò i baci vibranti di entusiasmo che Will soleva stampare sulla guancia di nonna Joan quando andavano a trovarla. I ringhi continuarono per qualche secondo, ma ora erano stranamente ovattati, come se qualcuno avesse infilato la federa di un cuscino sulla testa del cane. Dalla sua nuova posizione seduta, con i capelli che quasi sfioravano la mensola sopra la testata del letto, di Gerald scorgeva un piede grassoccio e il braccio destro fino alla mano. Il piede sbatteva da una parte e dall'altra, quasi che Gerald stesse tenendo il tempo di un motivo ben ritmato, One More Summer dei Rainmakers, per esempio. Dalla nuova angolazione vedeva meglio il cane, nella sua visuale aveva tutto il corpo fino all'attaccatura del collo. Avrebbe potuto vederne anche la testa se l'avesse tenuta alzata. Ma non era così. La testa del cane era abbassata e i suoi arti posteriori erano flessi e irrigiditi. A un tratto udì un rumore di strappo, un rumore moccioso, come di qualcuno che cerca di schiarirsi la gola intasata da un forte raffreddore. Gemette. «Smettila... ti prego, vuoi smetterla?» Il cane non le badò. C'era stato un tempo in cui si metteva seduto e invocava che gli allungassero qualche avanzo dalla tavola, con gli occhi che sembravano ridere, la bocca che sembrava sorridere, ma erano giorni, quelli, che come il suo nome di un tempo erano migrati in un'altra epoca ed era difficile ritrovarli. Ora c'era il presente ed era come era adesso. La sopravvivenza non dava spazio all'educazione o alle scuse. Dopo due giorni di digiuno, adesso c'era del cibo, e anche se poco distante c'era un padrone che non voleva che mangiasse quel cibo (i giorni in cui c'erano stati padroni che ridevano e gli accarezzavano la testa e gli dicevano che era un bravo
cagnolino e gli regalavano gli avanzi se si esibiva nel suo piccolo repertorio di trucchi erano giorni di un'altra vita), i piedi di quel padrone erano piccoli e morbidi, tutt'altro che duri e dolorosi, e non erano in grado di opporsi. I ringhi dell'ex Prince mutarono in rantoli soffocati di fatica affannosa e sotto gli occhi di Jessie il resto del corpo di Gerald cominciò a sobbalzare insieme con il piede, prima da una parte e poi dall'altra, per cominciare addirittura a sussultare, come se la foga del ballo, morto o no, gli avesse preso il sangue. Dacci dentro, Disco Gerald! le venne da pensare. Non è il passo del tacchino, non è un volo di poiane... fai vedere come balla il cane! Il randagio non avrebbe potuto smuoverlo se ci fosse stato ancora il tappeto, ma dopo il Labor Day Jessie aveva preso accordi per far incerare il pavimento. Il custode, Bill Dunn, aveva fatto venire quelli di Lucida e Riluci, che avevano lavorato alla grande. Volendo che la signora apprezzasse appieno il loro intervento la prossima volta che fosse passata di lì, avevano lasciato il tappeto della camera da letto arrotolato nel ripostiglio dell'ingresso e, quando il randagio aveva messo in moto Disco Gerald sul pavimento lucidato, la salma si era scatenata come John Travolta in La febbre del sabato sera. L'unico vero problema del cane era quello di conservare la trazione. A questo riguardo venivano in aiuto le lunghe unghie luride, che lasciavano brevi segni irregolari nella cera a ogni strattone che dava con i denti affondati fino alle gengive nelle carni flaccide del braccio di Gerald. No, io non sto vedendo questa scena. Niente di tutto questo sta succedendo davvero. Solo poco fa stavamo ascoltando i Rainmakers e Gerald ha abbassato il volume per dirmi che aveva una mezza intenzione di andare a Orano sabato a vedere la partita di football. U. di M. contro B.U. Ricordo bene che si grattava il lobo dell'orecchio destro mentre parlava. Dunque come può essere morto con un cane che lo sta trascinando per un braccio sul pavimento della camera da letto? L'attaccatura stempiata dei capelli di Gerald era in disordine, probabilmente perché i capelli gli erano stati arruffati dal cane che aveva leccato il sangue dalla sua testa, però aveva gli occhiali ancora saldamente al loro posto. Vedeva i suoi occhi, semiaperti e vitrei, che fissavano dalle orbite rigonfie le increspature di luce sul soffitto. La sua faccia era ancora una maschera di brutte chiazze rosse e violacee, come se nemmeno la morte fosse stata capace di lenire la sua ira per il suo improvviso (l'aveva visto come un capriccio? Ma sicuramente) voltafaccia.
«Lascialo andare», disse al cane, ma la sua voce adesso era ammansita e triste e sfibrata. Il cane non ebbe la minima esitazione, reagì con un fremere di orecchie e niente di più. Continuò a trascinare la cosa con i pochi capelli scarmigliati e la pelle a chiazze. Quella cosa non somigliava più a Disco Gerald, tutt'altro. Ora era solo Gerald Defunto, trascinato sul pavimento della camera da letto con i denti di un cane affondati in un bicipite gravoso di grasso. Il muso del cane era seminascosto da un lembo di pelle irregolare. Jessie cercò di pensare che somigliava a tappezzeria, però la tappezzeria, per quanto ne sapeva, non era cosparsa di nei e non presentava cicatrici di vaccinazioni. Poi vide il ventre roseo e carnoso di Gerald, la cui uniformità era interrotta solo dal foro da proiettile di piccolo calibro che era il suo ombelico. Il pene ballonzolava nel nido di neri peli del pube. Le sue natiche bisbigliavano sulle assicelle del parquet scivolando con orribile fluidità. La soffocante atmosfera del suo terrore fu trafitta bruscamente da un fendente di collera abbagliante come una folgore attraverso la mente. Fece qualcosa di più che accettare quella nuova emozione: l'accolse con gioia. Forse il furore non l'avrebbe aiutata a uscire da quella situazione da incubo, ma sentiva d'istinto che sarebbe servita come antidoto alla sensazione crescente di vivere in uno stato di stupefatta irrealtà. «Bastardo», mormorò con un tremito nella voce. «Vigliacco schifoso.» Anche se non poteva raggiungere nulla sul lato della mensola riservato a Gerald, scoprì che ruotando il polso sinistro dentro la manetta in maniera da rivolgere la mano dietro la spalla, riusciva a percorrere con le dita un breve tratto della mensola dalla propria parte. Non poteva voltare la testa abbastanza da vedere che cosa stava toccando, perché quel settore era appena oltre quel punto nebuloso che la gente chiama la coda dell'occhio, ma non aveva una grande importanza. Più o meno sapeva che cosa c'era. Scorreva i polpastrelli avanti e indietro, sfiorando flaconcini di trucco, spingendone alcuni e facendone cascare altri. Alcuni finirono sul copriletto, altri rimbalzarono sul letto o sulla sua coscia sinistra e caddero per terra. Nessuno che si avvicinasse lontanamente alla cosa che stava cercando. Le sue dita si chiusero su un vasetto di Nivea per il viso e per un momento si concesse di pensare che potesse servire, ma era un vasetto molto piccolo, da campione, di dimensioni troppo insignificanti e troppo leggero per poter far del male al cane, anche se fosse stato fatto di vetro invece che di plastica. Lo lasciò ricadere sulla mensola e ricominciò la sua ricerca alla cieca.
Ai limiti dell'estensione, le sue dita esploratrici incontrarono la superficie arrotondata di un oggetto di vetro che era sicuramente il più voluminoso che avesse toccato finora. Lì per lì non seppe determinare che cosa fosse, poi le sovvenne. Il boccale appeso alla parete era solo un souvenir dell'Alfa Gamma Rospo a cui apparteneva Gerald; ora ne stava toccando un altro. Era un posacenere e l'unico motivo per cui non lo aveva riconosciuto immediatamente era che apparteneva al lato della mensola di Gerald, avrebbe dovuto trovarsi vicino al suo bicchiere di acqua fresca. Qualcuno, forse la signora Dahl, la donna delle pulizie, o magari Gerald stesso, lo aveva spostato sul suo lato del letto, forse mentre spolverava, o forse per far posto a qualcos'altro. Il motivo per cui aveva cambiato collocazione non era comunque importante. Era lì, e al momento bastava. Jessie chiuse le dita sul suo margine arrotondato, sentendo due tacche, quelle che servivano per appoggiarvi la sigaretta. Afferrò il posacenere, spinse la mano all'indietro per quanto poteva, poi la riportò in avanti. Era un momento di buonasorte e sbatté il polso all'ingiù nell'istante in cui avvertì la tensione della catena della manetta, come un lanciatore di baseball che ne spara una discendente. Fu tutto puro impulso, con il missile voluto, trovato e scagliato prima che avesse il tempo di valutarne le grandi probabilità di insuccesso nel colpire un cane con un posacenere, considerando l'insufficienza meritata nel tiro con l'arco dopo due anni di corso al college, quando il cane si trovava a cinque metri di distanza e la mano con cui lanciava era, guarda caso, ammanettata al montante di un letto. Eppure lo colpì. Il posacenere rotolò una volta durante il volo, mostrando per un attimo il motto dell'Alfa Gamma Ro. Da dove si trovava non poté leggerlo, ma non ne aveva bisogno; le parole in latino che stavano per servizio, crescita e coraggio, erano scritte intorno a una torcia. Il posacenere cominciò a rovesciarsi di nuovo prima di piombare fra le spalle ossute e protese del cane. L'animale mandò un guaito di sorpresa e dolore e Jessie visse un momento di trionfo, violento e primitivo. La sua bocca si distese in un'espressione che sentì come un sorriso, ma aveva l'aspetto di uno stridio. Ululò e parve delirare, ululò inarcando la schiena e tendendo le gambe. Di nuovo non sentì il dolore nelle spalle, quando cartilagine e articolazioni che da tempo avevano perso la fluidità dei ventun anni rischiarono la lussazione. Tutto questo lo avrebbe sentito più tardi, le sarebbero tornate le conseguenze di ogni movimento, scossone e strattone, ma al momento si sentì trasportare dalla gioia selvaggia del colpo andato a segno e le parve che, se
non avesse trovato il modo di esprimere il suo delirio trionfante, avrebbe rischiato di esplodere. Tamburellò i piedi sul copriletto e dimenò il corpo da una parte e dall'altra, facendo svolazzare i capelli sudati con cui si schiaffeggiò tempie e guance, con i tendini del collo tesi come cavi di comunicazione. «Hahh esclamò. «Ti... ho... beccato!... Hah!» Il cane schizzò all'indietro quando fu colpito e sobbalzò di nuovo quando udì lo schianto del posacenere che dopo aver rimbalzato si sgretolò sul pavimento. Abbassò le orecchie in reazione al mutamento nella voce della femmina padrona. Non sentiva più paura, ma trionfo. Ancora un attimo e si sarebbe alzata dal letto e avrebbe cominciato a dispensargli calci con quei piedi strani, che non sarebbero stati morbidi e succulenti, ma belli duri. Sapeva che se fosse rimasto dov'era avrebbe sofferto di nuovo come già in passato. Doveva scappare. Girò la testa per accertarsi che la via della ritirata fosse ancora sgombra e in quell'istante fu colto di nuovo dall'odore inebriante del sangue fresco. Un crampo gli contrasse lo stomaco, acido e imperativo come sapeva essere la fame, e gli strappò un gemito di indecisione. Sospeso com'era, in perfetto equilibrio fra due obblighi in contraddizione fra loro, mollò un altro rivolo di orina ansiosa. L'odore del proprio rilascio, che questa volta era odore di disagio e debolezza e non di forza e sicurezza, andò ad aggiungersi a frustrazione e confusione, spingendolo ad abbaiare di nuovo. Il suono secco e sgradevole fece trasalire Jessie con una smorfia disegnata sulla bocca, e si sarebbe coperta le orecchie se avesse potuto; allora il cane avvertì una nuova trasformazione nell'atmosfera circostante. Qualcosa nell'aroma della femmina padrona era cambiato. Il suo odore predominante si andava abbassando, già quando era ancora fresco e nuovo, e il cane cominciò a intuire che forse il colpo che aveva ricevuto fra le spalle non era preludio di altri colpi a venire. E poi quel primo colpo era stato più una sorpresa che un vero dolore. Azzardò un passo verso il braccio che aveva dovuto abbandonare... verso la satura ed eccitante fragranza di sangue e carne. Mentre si muoveva tenne d'occhio la femmina padrona. Poteva darsi che la sua valutazione iniziale di padrona inoffensiva e impotente fosse sbagliata. Doveva metterci la massima attenzione. Distesa sul letto, Jessie era ora solo parzialmente cosciente delle pulsazioni che provava nelle proprie spalle, lo era invece di un dolore più insistente alla gola, cosciente soprattutto del fatto che, posacenere o no, il cane era ancora lì. Nel primo sgorgo di ribollente trionfo, le era parsa conclu-
sione ovvia che dovesse scappare, mentre invece rimaneva dov'era. Anzi, addirittura veniva avanti. Prudente e circospetto, sicuro, però avanzava. Dentro di sé pulsava una sacca verde e rigonfia, piena di veleno, roba amara e detestabile, peggio della cicuta. Temeva che se quella sacca si fosse lacerata, si sarebbe soffocata con la propria furia frustrata. «Vattene, schifoso», disse al cane con una voce roca che aveva cominciato a sbriciolarsi lungo i bordi. «Vattene o ti ammazzo. Non so come, ma giuro davanti a Dio che ti ammazzo.» Il cane si fermò di nuovo, guardandola con occhi frementi di disagio. «Bravo, va bene così, è meglio che stai attento a quello che ti dico», gli disse Jessie. «Meglio per te, perché non scherzo. Guarda che faccio sul serio.» Poi la sua voce risalì in un grido, seppure di tanto in tanto cedette in sillabe sfiatate. «T'ammazzo, lo faccio, ti giuro che lo faccio, Vattene via. Via via!» Il cane che un tempo era stato il principino della piccola Catherine Sutlin spostò lo sguardo dalla padrona alla carne; dalla carne alla padrona; dalla padrona alla carne. Giunse a quel tipo di decisione che il padre di Catherine avrebbe definito compromesso. Si protese in avanti, ruotando gli occhi all'insù per tenere d'occhio Jessie e afferrò il lembo strappato di tendine e grasso maciullato che a suo tempo era stato il bicipite destro di Gerald Burlingame. Ringhiando, strattonò all'indietro. Il braccio di Gerald si alzò. Le dita inerti della mano parvero indicare la Mercedes, parcheggiata nel vialetto fuori della finestra rivolta a oriente. «Smettila!» strillò Jessie. Ora la sua voce ferita si spezzava con maggior frequenza in quel registro superiore in cui gli strilli si trasformavano in sfiatati bisbigli in falsetto. «Non hai fatto abbastanza? Lascialo stare!» Il cane non le badò. Scosse la testa velocemente da una parte e dall'altra, come spesso aveva fatto quando giocava al tiro alla fune con uno dei giocattoli di gomma di Cathy Sutlin. Ma questo non era un gioco, oh no. Dalle sue fauci, mentre scrollava la carne staccandola dall'osso, volarono piccoli fiotti di bava. La mano manicurata di Gerald sbatacchiava nell'aria. Ora sembrava un direttore di banda che sollecitava i suoi musicisti a tenere il tempo. Jessie udì di nuovo quel rumore denso di schiarimento di gola e a un tratto si accorse di dover vomitare. No, Jessie! Era la voce di Ruth ed era piena di allarme. No, non puoi farlo! L'odore del tuo vomito potrebbe attirarlo verso di te... scatenartelo addosso!
La faccia di Jessie si annodò in una smorfia forzata, nel tentativo di dominare la strozza. Le giunse di nuovo il suono di una lacerazione e scorse ancora per un attimo il cane, le zampe anteriori di nuovo irrigidite e flesse, e sembrava che stesse tendendo un lembo di grosso elastico, del colore della gomma di guarnizione di un vaso di vetro a tenuta stagna, prima di chiudere gli occhi. Dimenticandosi per un momento, sconvolta com'era, di essere ammanettata, cercò di coprirsi il volto con le mani. Le quali mani si fermarono all'improvviso ad almeno mezzo metro di distanza l'una dall'altra, in un tintinnio di catene. Mugolò. Era un verso che si sciolse dalla disperazione nella disperanza. Era il suono della rinuncia. Sentì di nuovo quel suono liquido e catarroso. Finì con un altro schiocco da bacio spensierato. Jessie non aprì gli occhi. Il cane cominciò a retrocedere verso la porta che dava in corridoio, senza mai distogliere gli occhi dalla femmina padrona sul letto. Nelle fauci teneva un pezzo grosso e luccicante di Gerald Burlingame. Se la padrona sul letto aveva intenzione di tentare di recuperarlo, avrebbe fatto la sua mossa adesso. Il cane non era in grado di pensare, quanto meno non nel senso che avrebbe inteso un essere umano, ma la sua complicata struttura di istinti gli forniva un'alternativa abbastanza pratica di quello che gli umani intendono per pensiero, perciò sapeva che quello che aveva fatto, e quello che stava per fare, soprattutto, rappresentava una sorta di sacrilegio. Ma la fame lo assillava da tempo. Era stato abbandonato nei boschi da un uomo che se ne era tornato a casa fischiettando il tema di Nata libera, e adesso pativa la fame. Se la padrona femmina avesse cercato di sottrargli in quel momento il suo pasto, avrebbe combattuto. Le spedì un'ultima occhiata, vide che non faceva nessuna mossa per scendere dal letto e non si curò più di lei. Trascinò la carne nell'ingresso e lì si accucciò tenendola saldamente fra le zampe anteriori. Il vento rinforzò per un attimo, aprendo la porta e poi richiudendola. Il cane guardò per un istante in quella direzione e considerò, nella sua maniera canesca e non del tutto intellettuale, che avrebbe potuto riaprire quella porta con il muso e darsela a zampe se fosse stato necessario. Archiviata quest'ultima considerazione, cominciò a mangiare. 9 La voglia di vomitare passò lentamente, ma passò. Sdraiata sulla schiena con gli occhi strettamente chiusi, cominciò solo ora a sentire veramente le
pulsazioni dolorose nelle spalle. Giungevano in lente ondate peristaltiche e la sgomentava il sospetto che fosse solo il principio. Voglio addormentarmi, pensò. Era di nuovo la voce infantile. Ora era costernata e impaurita. Aveva rinunciato alla logica, si rifiutava di valutare la praticità delle sue pretese. Stavo quasi dormendo quando è arrivato il cane cattivo, ed è quello che voglio fare adesso, dormire. Concordava senza riserve. Il problema era che non aveva più sonno. Aveva appena visto un cane che strappava un brano dal corpo di suo marito e non aveva per niente sonno. Invece aveva sete. Aprì gli occhi e la prima cosa che vide fu Gerald, sdraiato sul proprio riflesso nel lucidissimo pavimento della camera da letto come un grottesco atollo umano. Aveva gli occhi ancora aperti, ancora furiosamente fissi sul soffitto, ma ora aveva gli occhiali di sghimbescio, con una stanghetta infilata nell'orecchio, invece che dietro di esso. La testa era così ripiegata che quasi si schiacciava la carnosa guancia sinistra contro la spalla. Fra la spalla destra e il gomito destro non c'era nient'altro che un sorriso color rosso cupo, con bordi bianchi e frastagliati. «Dio del cielo», mormorò Jessie. Guardò precipitosamente altrove, fuori della finestra a ovest. La luce dorata (ormai era quasi luce del tramonto) l'abbagliò; chiuse di nuovo gli occhi e osservò il fluire alternato di rosso e nero del suo cuore che le spingeva sangue attraverso le palpebre abbassate. Dopo qualche momento così notò che i palpiti si ripetevano secondo uno schema regolare. Era un po' come guardare dei protozoi al microscopio, protozoi su un vetrino tinto di rosso. Trovava la ripetizione interessante e sedativa. Considerò che non occorreva essere un genio per capire l'appiglio morale che sapeva dare quel gioco reiterato di forme, date le circostanze. Quando tutti gli altri punti di riferimento nella vita di un individuo si sbriciolano e soprattutto con così sconvolgente repentinità, bisogna trovare qualcosa a cui aggrapparsi, qualcosa che sia insieme sano e prevedibile. Se non si riusciva a trovare altro che il fluire organizzato del sangue nelle sottili pellicole fra gli occhi e gli ultimi raggi solari di una giornata d'ottobre, lo si accettava con tanti ringraziamenti. Perché se non si trovava qualcosa a cui riferirsi, qualcosa che avesse un senso qualsiasi, gli elementi alieni del nuovo ordine mondiale rischiavano di spegnerti il lume della ragione. Elementi come i rumori che adesso giungevano dall'ingresso, per esempio. I rumori che erano quelli di un cane randagio lercio e affamato che si sbranava un pezzo dell'uomo che ti aveva portato a vedere il tuo primo
film di Bergman, l'uomo che ti aveva portato al parco dei divertimenti di Old Orchard Beach, che ti aveva attirato a bordo del grande vascello vichingo che dondolava sospeso nell'aria come un pendolo e aveva riso fino a sprizzare lacrime dagli occhi quando gli avevi detto che volevi riprovarci. L'uomo che una volta ti aveva fatto l'amore nella vasca da bagno fino a farti letteralmente urlare di piacere. L'uomo che adesso scivolava giù per il gozzo di quel cane in brani e bocconi. Elementi alieni di quest'ordine. «Tempi strani, cara mia», disse. «Tempi davvero strani.» La sua voce parlante era diventata un raglio polveroso e dolente. Meglio avrebbe fatto a chiudere la bocca e farla tacere, ma quando c'era silenzio nella stanza sentiva il panico ancora in agguato, ancora ad aggirarsi sulle grandi zampe silenziose, alla ricerca di un'apertura, in attesa che abbassasse la guardia. E poi non era silenzio vero. Quello che segava gli alberi aveva messo via l'attrezzo per quel giorno, ma la gavia mandava ancora il suo verso di tanto in tanto e il vento rinforzava con l'avvicinarsi della notte, facendo sbattere la porta più violentemente e frequentemente che mai. Più, naturalmente, il rumore del cane che si cibava di suo marito. Mentre Gerald aspettava di farsi consegnare e pagare i sandwich da Amato, Jessie aveva fatto un salto al Michaud's Market lì accanto. Il pesce che vendevano lì era sempre buono, fresco che quasi guizzava, come avrebbe detto la nonna. Aveva comperato dei bei filetti di sogliola, con l'idea di farli saltare in padella se avessero deciso di pernottare al lago. La sogliola andava bene perché Gerald, che lasciato a se stesso sarebbe vissuto di una dieta esclusiva di roast beef e pollo fritto (con un'occasionale contorno di funghi fritti per motivi nutrizionali), sosteneva di gradirla. Aveva comperato il pesce senza la minima premonizione che Gerald sarebbe stato mangiato prima di poter mangiare. «È una giungla là fuori, bimba mia», disse Jessie con quella nuova voce rauca e polverosa e si accorse che ora non si limitava più a pensare con la voce di Ruth Neary; adesso parlava come Ruth, la quale ai giorni del college, se lasciata a se stessa, sarebbe vissuta di una dieta di nient'altro che Dewar's e Marlboro. Quella voce asciutta, senza tante balle, si fece sentire in quel momento, come se Jessie avesse strofinato una lampada magica. Ricordi quella canzone di Nick Lowe che hai sentito alla radio mentre tornavi a casa dalla lezione di ceramica, lo scorso inverno? Quella che ti ha fatto ridere? Sì. Avrebbe preferito di no, ma se la ricordava. Era un pezzo di Nick
Lowe che s'intitolava Era un'artefice del suo destino (ora è solo la pappa del cagnolino), una meditazione pop cinicamente divertente sulla solitudine, confezionata su un assurdo ritmo sostenuto. Divertente da matti l'inverno scorso, sì, su questo Ruth aveva ragione, ma non più tanto divertente ora. «Smettila, Ruth», gracchiò. «Se proprio devi dimorare a scrocco nella mia testa, almeno abbi la decenza di smetterla di importunarmi.» Importunarti? Gesù, gioia, ma io non ti sto importunando! Sto cercando di svegliarti! «Ma sono già sveglia!» protestò lei. Sul lago la gavia gridò di nuovo, come per sostenerla. «Anche grazie a te!» No, non sei sveglia. Ed è già un bel pezzo che non lo sei, sveglia davvero intendo. Quando succede qualcosa di brutto, Jess, sai che cosa fai? Ti dici: «Oh, non è niente di preoccupante, è solo un brutto sogno. Ne faccio qualche volta, capita, ma mi basta girarmi sulla schiena e passa tutto». Ed è così che fai, povera ingenua. Fai così. Aprì la bocca per rispondere, perché certe calunnie non potevano essere ignorate, anche quando si ha la bocca secca e la gola che brucia, ma la Brava Mogliettina era già partita lancia in resta prima che Jessie avesse solo cominciato a organizzare i pensieri. Come puoi dire una cosa così orribile! Sei una strega! Vattene! La voce severa di Ruth rispose di nuovo con la sua cinica risata, così simile a un latrato, e Jessie considerò quanto fosse inquietante, orribilmente inquietante, sentire una parte della propria mente ridere nella voce di una vecchia conoscente persa di vista da anni immemorabili. Andarmene? Ti piacerebbe, lo so. Gioia gioiella, dolce cicciolina, bella bimba di papà. Ogni volta che la verità si avvicina troppo, ogni volta che cominci a sospettare che il sogno potrebbe non essere un sogno, te la dai a gambe. Ridicolo. Davvero? Allora che fine ha fatto Nora Callighan? Per qualche attimo quella domanda zittì la voce della Mogliettina e anche la sua, quella che di solito usava per soggetto la prima persona singolare, tanto all'esterno quanto nella sua mente; ma in quel silenzio si formò un'immagine strana e familiare, un circolo di persone che ridevano e additavano, per la maggior parte donne, tutt'attorno a una ragazza con la testa e le mani nei ceppi. Era difficile vederla perché era molto buio, avrebbe dovuto essere anco-
ra pieno giorno, ma per qualche ragione misteriosa era molto buio lo stesso, ma il volto della ragazza sarebbe rimasto nascosto anche nella luce più intensa. I capelli erano rovesciati in avanti come il velo di una penitente, per quanto arduo fosse credere che potesse aver fatto qualcosa di tanto orribile; non poteva avere più di dodici anni. Quale che fosse la colpa per cui aveva meritato quel castigo, non poteva essere quella di aver fatto del male a suo marito. Quella particolare figlia di Eva era troppo giovane persino per aver cominciato i suoi cicli mestruali, meno che mai poteva avere marito. No, non è vero, dichiarò a un tratto una voce che giungeva dalle profondità più recondite della sua mente. Era una voce insieme musicale e tanto potente da far paura, come il verso della balena. Ha cominciato quando aveva solo dieci anni e mezzo. Forse è proprio quello il problema. Forse lui ha sentito l'odore del sangue, come quel cane nell'ingresso. Forse gli ha messo addosso l'ansia. Zitta! gridò Jessie. A un tratto si sentiva in ansia lei. Zitta, non si parla di quello! E a proposito di odori, che odore è quell'altro? domandò Ruth. Ora la voce mentale era più intensa e aspra, la voce di un cercatore che finalmente ha scovato una vena di terreno aurifero di cui da tempo sospettava l'esistenza e da tempo cercava invano. Quell'odore minerale, come di sale e vecchie monete... Ho detto che non parliamo di quello! Era sdraiata sul copriletto, con i muscoli tesi sotto la pelle fredda, dimentica in quel momento della sua cattività e della morte di suo marito, di fronte invece a una minaccia nuova. Sentiva Ruth, o quella parte estranea di se stessa in nome della quale Ruth parlava, dibattersi sull'opportunità di affrontare l'argomento. Quando decise di no (non direttamente, almeno), sospirarono di sollievo sia Jessie sia la Brava Mogliettina Burlingame. D'accordo, allora parliamo di Nora, propose Ruth. Nora, la tua terapeuta, no? Nora, la tua consulente, no? Quella da cui sei cominciata ad andare più o meno all'epoca in cui hai smesso di dipingere perché certe cose che dipingevi ti facevano paura. Che, guarda la coincidenza, era anche lo stesso periodo in cui sembrava che l'interesse sessuale di Gerald per te fosse svanito e tu avevi cominciato ad annusare i colletti delle sue camicie a caccia di un profumo. Ti ricordi di Nora, no? Nora Callighan era una sporca ficcanaso! ringhiò la Brava Mogliettina. «No», borbottò Jessie. «Le sue intenzioni erano buone, non ne ho il mi-
nimo dubbio. È solo che voleva sempre spingersi un passo troppo oltre. Fare una domanda di troppo.» Hai detto che ti piaceva molto. Hai sentito quando l'hai detto? «Voglio smettere di pensare», disse Jessie. La sua voce era diventata insicura, vacillante. «Soprattutto voglio smettere di sentire voci e di dover rispondere. È da pazzi.» Be', ti conviene ascoltare lo stesso, insisté con energia Ruth, perché non puoi scappare questa volta come sei scappata da Nora... come sei scappata da me, se vogliamo raccontarla tutta. Io non sono mai scappata da te, Ruth! Una smentita concitata e non molto convincente. Naturalmente era vero che era scappata. Aveva fatto i bagagli e se n'era andata dall'appartamentino modesto ma accogliente in cui abitava con Ruth. Se n'era andata perché Ruth aveva cominciato a rivolgerle troppe domande sbagliate, domande sulla sua infanzia, domande sul lago di Dark Score, domande su che cosa era avvenuto lassù durante l'estate in cui Jessie aveva appena cominciato ad avere le mestruazioni. No, solo una cattiva amica se ne sarebbe andata per ragioni come quelle. Jessie non se n'era andata per ragioni come quelle. Jessie non se n'era andata perché Ruth aveva cominciato a farle domande; se n'era andata perché Ruth non la voleva più smettere di fargliele, neanche quando lei la pregava. E questo secondo la sua opinione faceva di Ruth un'amica cattiva. Ruth aveva visto la riga che Jessie aveva tracciato nella polvere... e l'aveva scavalcata deliberatamente. Come avrebbe fatto Nora Callighan anni più tardi. E poi l'idea di scappare in quelle condizioni era peggio che comica, no? Non era forse ammanettata al letto? Non insultare la mia intelligenza, bimbetta, l'apostrofò Ruth. La tua mente non è ammanettata al letto e lo sappiamo bene tutt'e due. Puoi ancora scappare se lo vuoi, ma il mio consiglio, il mio vivo, consiglio è di non farlo, perché io rappresento la tua unica occasione. Se te ne stai sdraiata lì a fingere che sia solo un brutto sogno che hai fatto per avere dormito sul lato sinistro, morirai ammanettata. È questo che vuoi? È questo il premio per aver trascorso la tua vita intera in manette fin da quando... «Non ci voglio pensare!» strillò Jessie alla stanza vuota. Per un momento Ruth tacque, ma prima che Jessie potesse solo cominciare a sperare che se ne fosse andata, era lì di nuovo... e a incalzarla ancora, a tormentarla come un terrier tormenterebbe uno stuoino. Senti, Jess, probabilmente preferiresti pensare di essere ammattita pur
di non dover rivangare in quella vecchia tomba, ma non è così, lo sai bene. Io sono te, la Brava Mogliettina sei tu... tutte noi siamo te, è chiaro. Io mi sono fatta un'idea abbastanza buona di ciò che è avvenuto quel giorno a Dark Score quando tutti gli altri erano via e l'aspetto che mi incuriosisce di più non ha poi molto a che vedere con i fatti in sé. Quello che mi premerebbe davvero sapere è se c'è una parte di te, una parte che io non conosco, che vuole dividere con Gerald lo spazio negli intestini di quel cane domani a quest'ora. Te lo chiedo perché a me non sembra un atto di lealtà. A me sembra piuttosto un atto di pazzia. Le scendevano di nuovo le lacrime sulle guance, ma non sapeva se stava piangendo per la possibilità, questa volta finalmente articolata, di morire lì o perché per la prima volta in qualcosa come quattro anni era arrivata così vicina a ripensare a quell'altro luogo di villeggiatura estiva, quello sul Dark Score Lake, e a quanto era accaduto il giorno in cui si era spento il sole. Una volta aveva quasi rivelato il segreto a un gruppo femminile di autocoscienza... ancora nei primi anni Settanta, era stato, e naturalmente l'idea di partecipare alla riunione era venuta dalla sua compagna di stanza, ma lei ci era andata volentieri, almeno dapprincipio; le era sembrata un'iniziativa abbastanza innocua, una delle tante nel girotondo di trovate di ogni genere che era la vita del college di quell'epoca. Per Jessie, quei primi due anni, specialmente in compagnia di una ragazza come Ruth Neary a farle da guida fra giochi, gite e avventure, erano stati per la maggior parte quasi meravigliosi, un'epoca in cui la temerarietà era la norma e il successo inevitabile. Quelli erano giorni in cui non c'era stanza del dormitorio che si potesse ritenere completa senza un poster di Peter Max e se si era stanchi dei Beatles, non che lo fossero tutte, si poteva sempre appiccicare un po' di Hot Tuna o di MC5. Era tutto un po' troppo brillante per essere reale, come quando si guarda con occhi surriscaldati da una febbre non tanto alta da poter essere ritenuta pericolosa. Insomma, quei primi due anni erano stati uno schianto. Lo schianto era finito con quella prima riunione del gruppo di autocoscienza. Lì Jessie aveva scoperto uno spaventoso mondo grigio che era contemporaneamente un'anteprima della futura vita adulta che l'aspettava negli anni Ottanta e l'evocazione sussurrata di tenebrosi segreti infantili rimasti sepolti vivi dagli anni Sessanta... che mai avevano riposato in pace. C'erano venti donne nel soggiorno del cottage attiguo alla Neuworth Interdenominational Chapel, alcune sul vecchio divano, altre a sbirciare dalle ombre proiettate dalle ali di ingombranti e malandate poltrone, per la mag-
gior parte sedute a gambe incrociate per terra, più o meno in circolo; venti donne di età variabile fra i diciotto e i quaranta e rotti. Si erano prese per mano rispettando un momento di silenzio all'inizio della sessione. Finito il preambolo, Jessie era stata assalita da storie raccapriccianti di stupri, incesti, torture fisiche. Fosse vissuta anche più di cent'anni, non avrebbe mai dimenticato la bella ragazza bionda, così calma, che si era sollevata il pullover per mostrare le vecchie bruciature di sigarette sotto il seno. Lì era finito il girotondo di Jessie Mahout. Finito? No, non esattamente. Era stato come se le fosse stato concesso di lanciare una breve occhiata dietro la giostra; le era stato permesso di vedere i campi deserti e grigi d'autunno che erano la verità reale: nient'altro che pacchetti di sigarette vuoti e preservativi usati e qualche figurina premio rimasta impigliata nell'erba alta ad aspettare di volare via nel vento o di essere seppellita dalle nevi invernali. Vide quel silenzioso stupido sterile mondo in attesa dietro il sottile tendone rappezzato, unico diaframma a separarne la desolazione e il turbinio accecante dei baracconi, le chiassose lusinghe degli ambulanti e il fascino pittoresco delle giostre, e ne era stata terrorizzata. Pensare che solo quello l'aspettava, solo quello e nient'altro, era orribile; pensare che l'aveva anche alle spalle, imperfettamente celato dal vecchio telone rappezzato dei ricordi sapientemente adulterati, era insopportabile. Dopo aver mostrato loro la parte inferiore dei seni, la bella biondina aveva riabbassato il pullover e aveva spiegato che non poteva dire niente ai genitori di quello che le avevano fatto gli amici del fratello durante un fine settimana in cui padre e madre si erano recati a Montreal, perché c'era il rischio che saltasse fuori quello che le aveva fatto suo fratello più o meno sporadicamente durante tutto l'ultimo anno e i suoi genitori non avrebbero mai potuto credere anche a quello. La voce della biondina era stata calma come l'espressione del suo viso, il suo tono perfettamente razionale. Quando aveva finito c'era stato un momento di silenzio sbalordito, un momento durante il quale Jessie aveva sentito qualcosa che le si strappava dentro e aveva udito cento spettrali voci interiori che strillavano in un coro di terrore mescolato a speranza... e poi aveva parlato Ruth. «Perché non avrebbero dovuto crederti?» aveva domandato. «Gesù, Liv... ti avevano bruciato con delle sigarette! Avevi i segni da mostrare! Perché non avrebbero dovuto crederti? Non ti volevano bene?» Sì, aveva pensato Jessie. Sì, le volevano bene, ma... «Sì», aveva risposto la biondina. «Mi volevano bene. Me ne vogliono
ancora. Ma adoravano mio fratello Barry.» Seduta vicino a Ruth, con la base di una mano non molto ferma posata contro la fronte, Jessie ricordava di aver mormorato: «E poi ne sarebbe morta». Ruth si era girata verso di lei. «Cosa...» aveva cominciato e la ragazza bionda, sempre senza piangere, sempre così incredibilmente calma, aveva detto: «E poi se avesse scoperto una cosa del genere, mia madre ne sarebbe morta». Allora Jessie aveva capito che, se non fosse uscita di lì al più presto, sarebbe esplosa. Così si era alzata, balzando in piedi in uno scatto convulso che per poco non fece rovesciare la brutta e ingombrante poltrona che aveva occupato. Era scappata sapendo di avere tutti gli occhi addosso, ma non gliene importava niente. Non contava che cosa pensavano di lei. Contava che il sole si era spento, il sole stesso, e se l'avesse raccontata, la sua storia non sarebbe stata creduta solo se Dio fosse stato buono. Se Dio fosse stato inverso in quel momento, allora sarebbe stata creduta... e anche se sua madre non ne sarebbe morta, la sua famiglia sarebbe stata spazzata via come per lo scoppio di un candelotto di dinamite dentro una zucca mezza marcia. Così era scappata attraverso la cucina e si sarebbe precipitata fuori della porta di servizio se non l'avesse trovata chiusa a chiave. Ruth l'aveva inseguita, gridandole fermati, Jessie, fermati. L'aveva fatto, ma solo per colpa di quella dannata porta chiusa a chiave. Aveva appoggiato il viso al vetro scuro e freddo, considerando realisticamente, sì, per un momento sì, se conficcarvi dentro la testa e tagliarsi la gola, qualunque cosa pur di cancellare l'orripilante visione grigia del futuro davanti e del passato dietro, ma alla fine si era girata scivolando per terra, si era afferrata le gambe nude sotto l'orlo della sottana corta che indossava, aveva appoggiato la fronte sulle ginocchia sollevate e aveva chiuso gli occhi. Ruth si era seduta accanto a lei e le aveva passato un braccio dietro la schiena, l'aveva cullata, consolata, le aveva accarezzato i capelli, l'aveva incoraggiata a sfogarsi, liberarsene, vomitare il rospo, buttarlo fuori. Ora, in quella casa sulla sponda del Kashwakamak, si domandava che cosa fosse stato della ragazza bionda, così innaturalmente calma e con gli occhi così incredibilmente asciutti, che aveva raccontato loro del fratello Barry e degli amici di Barry, tutti ragazzi che evidentemente ritenevano che una donna fosse solo il sistema di locomozione di una fica e che marchiare la carne viva fosse un castigo perfettamente giusto per una giovane
donna che trovava più o meno accettabile scopare con il fratello ma non con i suoi compagni e amici. Meglio ancora, Jessie si domandava che cosa avesse detto a Ruth mentre sedevano con la schiena appoggiata alla porta della cucina chiusa a chiave il braccio di una attorno alle spalle dell'altra. Ricordava con certezza solo qualcosa come: «Lui non mi ha mai bruciato, non mi ha mai bruciato, non mi ha mai fatto alcun male». Ma deve esserci stato qualcos'altro, perché le domande che Ruth non voleva più smettere di rivolgerle si accentravano con chiarezza in un'unica direzione, sul Dark Score Lake e il giorno in cui si era spento il sole. Alla fine, piuttosto che parlare, aveva lasciato Ruth, come aveva lasciato Nora, piuttosto che parlare. Era corsa via, lasciando che le gambe la trasportassero il più lontano possibile, Jessie Mahout Burlingame, altrimenti nota come l'Incredibile Peldicarota, l'ultima meraviglia di un'epoca discutibile, sopravvissuta al giorno in cui si era spento il sole, ora ammanettata al letto e non più in grado di fuggire. «Aiuto», domandò alla stanza vuota. Ora che aveva ricordato la biondina con il viso innaturalmente calmo e la voce pacata e la fila di vecchie cicatrici circolari sulle belle mammelle, non riusciva più a togliersela dalla testa, né riusciva a cancellare la certezza che non fosse calma la sua, niente affatto, bensì una scissione fondamentale dalla cosa terribile che le era accaduta. Chissà come il viso della ragazza bionda era diventato il suo viso, e quando Jessie parlò lo fece con la voce tremante e umile dell'ateo spogliato di tutto salvo che di un'ultima improbabile preghiera. «Ti prego, aiutami.» Non fu Dio a rispondere, ma quella parte di sé che a quanto sembrava sapeva parlare solo mascherandosi da Ruth Neary. Ora la voce parve dolce... ma non molto ottimista. Ci provo, ma tu devi aiutare me. So che sei disposta a fare cose dolorose, ma potresti dover anche pensare pensieri dolorosi. Ti senti pronta? «Qui pensare non c'entra niente», protestò debolmente Jessie e intanto pensava: Dunque questa è la voce udibile della Brava Mogliettina Burlingame. «Qui si tratta... be'... di scappare.» E potresti doverle mettere la museruola, disse Ruth. È una parte di te che ha un certo valore, Jessie, una parte di entrambe, per la precisione, e non è proprio da buttar via, ma è stato lasciato tutto nelle sue mani per troppo tempo e in una situazione come questa il suo modo di affrontare il mondo non serve a molto. Hai qualcosa da obiettare? Jessie non voleva obiettare né a quell'affermazione né ad altre. Era trop-
po stanca. La luce che entrava dalla finestra a occidente era sempre più calda e più rossa con l'avvicinarsi del tramonto. Il vento soffiava a folate, facendo frusciare le foglie sulla terrazza affacciata sul lago, ora vuota; tutti i mobili da giardino erano stati accatastati in soggiorno. I pini sospiravano; la porta sul retro sbatteva; il cane faceva una pausa, poi riprendeva il suo pasto liquido e rumoroso. «Ho tanta sete», mormorò tristemente. Va bene, allora, cominciamo da qui. Girò la testa dall'altra parte finché avvertì l'ultimo alito caldo del sole sul lato sinistro del collo e sui capelli umidicci appiccicati alla guancia, quindi riaprì gli occhi. Si ritrovò a fissare il bicchiere d'acqua di Gerald e la sua gola emise immediatamente un lamento scorticato. Cominciamo questa fase delle operazioni dimenticandoci il cane, propose Ruth. Il cane sta facendo solo quello che deve fare per sopravvivere e lo stesso devi fare anche tu. «Non so se sono capace di dimenticarlo», ribatté Jessie. Io credo di sì, gioia, lo credo davvero. Se sei capace di scopare sotto il tappeto quello che è successo il giorno in cui si è spento il sole, devo dedurne che sei capace di scoparci sotto qualunque cosa. Per un attimo ci andò vicino e capì che ce l'avrebbe fatta se veramente lo avesse desiderato. Il segreto di quel giorno non era mai veramente sprofondato del tutto nell'inconscio, come succede ai segreti degli sceneggiati televisivi e dei melodrammi cinematografici; era rimasto seppellito in una fossa non tanto profonda. Si era verificata una forma di amnesia selettiva, ma di un genere assolutamente volontario. Se avesse desiderato ricordare che cosa era successo il giorno in cui si era spento il sole, con tutta probabilità ne sarebbe stata in grado. Come se quell'idea fosse stata un invito, gli occhi della sua mente disegnarono all'improvviso un'immagine di sbalorditiva chiarezza: una lastra di vetro tenuta da un paio di pinze da barbecue. Una mano dentro un guanto da forno che la girava da una parte e dall'altra nel fumo di un focherello di zolle erbose. Si irrigidì sul letto e scacciò l'immagine. Vediamo di mettere in chiaro una cosa, pensò. Probabilmente si stava rivolgendo alla voce di Ruth, ma non ne era del tutto sicura; non era più sicura di niente. Non voglio ricordare. Capito? I fatti di quel giorno non riguardano assolutamente i fatti di oggi. Sono diversi come le mele dalle arance. È abbastanza facile vedere il nesso: due laghi, due case estive,
due casi di... (segreti silenzio dolore pena) stravaganze sessuali; ma ricordare quello che avvenne nel 1963 potrebbe servire al massimo ad accentuare il mio sconforto generale. Dunque lasciamo cadere l'argomento, d'accordo? Dimentichiamoci di Dark Score Lake. «Che ne dici, Ruth?» domandò a voce bassa e il suo sguardo si spostò sulla farfalla di batik. Per un attimo soltanto ci fu un'altra immagine, una bambina, il caro frugolino di qualcuno, a fiutare l'odore dolce del dopobarba e a guardare il cielo attraverso un pezzo di vetro affumicato, ma per fortuna scomparve subito. Guardò di nuovo la farfalla per qualche momento, desiderosa d'essere sicura che quei vecchi ricordi se ne stessero lontani, quindi tornò a osservare il bicchiere di acqua di Gerald. Incredibilmente galleggiavano tuttora in cima all'acqua alcune scaglie di ghiaccio, sebbene la stanza ora nella penombra avrebbe conservato il calore del sole pomeridiano ancora per qualche tempo. Lasciò scorrere lo sguardo lungo il bicchiere, lo lasciò accarezzare quelle gelide bollicine di condensa. Non vedeva il sottobicchiere sul quale era posato, per via della mensola, ma non aveva bisogno di vederlo per visualizzare l'anello scuro di umidità che si andava allargando via via che quelle perle fresche di condensa rotolavano lungo la superficie esterna del bicchiere e vi si annidavano sotto. Sporse la lingua dalla bocca e se la passò sul labbro superiore, senza riuscire a dispensare un gran che. Voglio bere! strillò la voce esigente e spaventata di una bambina, del dolce piccolo frugolino di qualcuno. Lo voglio lo voglio lo voglio... subito! Ma non arrivava al bicchiere. Era un caso emblematico di tanto vicino, eppure tanto lontano. Ruth: Non rinunciare così facilmente. Se sei stata capace di colpire quel cane maledetto con un posacenere, gioia mia, magari prendi anche il bicchiere. Chi può dirlo? Jessie alzò di nuovo la mano destra, per quanto glielo permetteva la spalla dolorante, e di nuovo arrivò ad almeno cinque centimetri, ma non di più. Deglutì e fece una smorfia quando sentì la gola ostruita e ruvida come cartavetra. «Visto!» disse. «Adesso sei contenta?» Ruth non rispose, ma lo fece la Brava Mogliettina. Parlò sommessa-
mente, quasi in tono di scusa, dentro la testa di Jessie. Ha detto di prenderlo, non di raggiungerlo. Può... può darsi che non sia la stessa cosa. La Mogliettina rise, quella risatina imbarazzata che vuol dire chi sono poi io per ficcare il naso, e Jessie ebbe un altro momento per riflettere quanto indiscutibilmente singolare fosse sentire una parte di sé ridere in quel modo, come se fosse un'entità totalmente separata. Se avessi qualche altra voce, pensò, potremmo anche organizzare un piccolo torneo di bridge. Osservò il bicchiere ancora per un attimo, poi si lasciò ricadere sui guanciali per poter studiare il piano inferiore della mensola. Vide che non era fissata al muro con dei tasselli; era posata su quattro supporti metallici che sembravano delle L maiuscole rovesciate. E la mensola non era nemmeno fissata ai sostegni, ne era sicura. Ricordava quella volta che Gerald stava parlando al telefono e si era distrattamente appoggiato alla mensola. L'estremità dalla sua parte aveva cominciato a sollevarsi, come l'estremità di un dondolo, e se Gerald non avesse staccato la mano immediatamente l'avrebbe fatta rovesciare come una catapulta. Il pensiero del telefono la distrasse per un momento, ma solo per un momento. Era sul tavolino davanti alla finestra a est, quella con la vista del vialetto e della Mercedes, e lo stesso sarebbe stato se si fosse trovato su un altro pianeta, per quanto poteva tornarle utile nella situazione attuale. I suoi occhi si posarono nuovamente sul lato inferiore della mensola, prima per studiare l'asse, poi per esaminare di nuovo meglio i sostegni a forma di L. Quando Gerald si era appoggiato alla propria estremità, aveva sollevato l'altra. Dunque, se avesse esercitato una pressione sufficiente dalla propria parte in maniera da inclinare quella di lui, il bicchiere d'acqua... «Potrebbe scivolare giù», disse in tono riflessivo la sua normale voce arrochita. «Potrei farlo scivolare dalla mia parte.» Naturalmente era possibile che se ne scivolasse allegramente fino in fondo e cascasse per terra, e avrebbe potuto anche urtare un ostacolo invisibile sulla mensola stessa e rovesciarsi prima di arrivare fino a lei, ma valeva la pena tentare comunque, no? Sì, mi pare di sì, concluse. Cioè, l'intenzione era di andare a New York sul mio jet privato, cenare al Four Seasons, farmi la nottata ballando al Birdland, ma ora che Gerald è morto non sarebbe molto di buongusto. E dato che tutti i libri buoni sono attualmente irraggiungibili (e anche tutti quelli scadenti, per la verità), mi sa che mi conviene tentare il premio di consolazione.
D'accordo, ma come? «Con molta prudenza», disse. «Ecco come.» Si servì delle manette per issarsi di nuovo e studiare meglio il bicchiere. Non poter vedere la superficie della mensola le sembrò ora un inconveniente. Aveva più o meno un'idea di che cosa si trovasse dalla sua parte, ma era meno sicura di quella di Gerald e della zona che poteva definire terra di nessuno, che corrispondeva al tratto centrale. Non c'era di che meravigliarsi; chi se non una persona con una memoria eidetica saprebbe snocciolare l'inventario completo di tutti gli oggetti sulla mensola di una camera da letto? Chi avrebbe mai potuto prevedere che fosse importante ricordarseli? Be', è importante adesso. Vivo in un mondo in cui sono cambiate tutte le prospettive. Come no. In quel mondo un cane randagio poteva apparire più minaccioso di Freddie Krueger, il telefono era ai confini della realtà, l'ambita oasi nel deserto, meta di mille rudi legionari in cento romanzi d'avventura e amore, era un bicchier d'acqua con poche ultime scaglie di ghiaccio. In questo nuovo ordine mondiale, la mensola della camera da letto era diventata una via di comunicazione vitale quanto il Canale di Panama, e un vecchio western o giallo tascabile messo al posto sbagliato si sarebbe trasformato in un blocco stradale dalle conseguenze letali. Non ti pare di esagerare un po'? si domandò ansiosa, ma in verità non le sembrava affatto. Sarebbe stata un'operazione problematica nelle migliori delle circostanze, ma se solo ci fosse stato qualche impedimento di qualunque genere, tanto valeva lasciar perdere. Un solo, smilzo Hercule Poirot, o uno dei romanzi della serie Star Trek che Gerald soleva leggere e abbandonare come fazzoletti di carta sporchi, sarebbe rimasto invisibile da sotto la mensola, ma sarebbe stato più che sufficiente per arrestare o far rovesciare il bicchier d'acqua. No, non stava esagerando. Le prospettive di quel mondo erano veramente cambiate ed erano cambiate abbastanza da farle pensare a quel film di fantascienza in cui l'eroe cominciava a rimpicciolire e continuava a diventare più piccolo fino a che si trovava a vivere nella casa delle bambole di sua figlia e nel terrore del gatto di casa. Doveva sfogliare alla svelta il nuovo manuale, imparare le nuove regole e adattarsi. Non perderti d'animo, Jessie, bisbigliò la voce di Ruth. «Non temere», rispose. «Ci provo. Non mi tiro indietro. Solo che in certi casi è bello sapere a che cosa vai incontro. Credo che qualche volta faccia
la differenza.» Ruotò all'infuori il polso destro per quanto riusciva, quindi sollevò il braccio. In quella posizione somigliava a una figura femminile in una serie di geroglifici egiziani. Cominciò a sfiorare di nuovo la mensola con le dita, cercando eventuali ostacoli lungo il tratto in cui sperava che sarebbe finito il bicchiere. Toccò un pezzo di carta abbastanza pesante e lo tastò per un momento, cercando di pensare che cosa potesse essere. La prima ipotesi fu quella di un foglio strappato da un bloc-notes, che normalmente finiva nascosto nella confusione sul tavolino del telefono, ma non era abbastanza sottile. I suoi occhi si posarono casualmente su una rivista, Time o Newsweek, visto che Gerald le aveva acquistate tutt'e due, che si trovava rovesciata accanto al telefono. Ricordava di averlo visto sfogliare rapidamente una delle due riviste, mentre si sfilava le calze e si sbottonava la camicia. Il pezzo di carta sulla mensola era probabilmente uno di quei cartoncini con modulo di abbonamento di cui erano solitamente appesantite le copie messe in vendita dai giornalai. Spesso Gerald strappava i cartoncini e li metteva da parte per usarli in seguito come segnalibro. Poteva essere qualcos'altro, ma Jessie giunse alla conclusione che per il suo piano non aveva una grande importanza. Non era abbastanza solido da fermare o rovesciare il bicchiere. Non c'era nient'altro lassù, almeno niente che riuscisse a raggiungere con la punta delle dita protese. «Okay», mormorò. Il suo cuore aveva preso a battere più forte. Una sadica stazione pirata nella sua mente cercò di trasmettere l'immagine di un bicchiere che piombava dalla mensola e lei si affrettò a spegnere il video mentale. «Calma, ci vuole calma. Piano piano e con calma. Costanza e lucidità fanno vincere la corsa. Spero.» Tenendo la mano destra nella posizione in cui si trovava, anche se ripiegandola all'infuori non le giovava affatto e, anzi, faceva un male d'inferno, sollevò la sinistra (la mano con cui ho lanciato il posacenere, pensò con un lampo di tetro umorismo) e afferrò la mensola ben oltre l'ultimo sostegno dalla sua parte del letto. Ci siamo, pensò e cominciò a tirare verso il basso con la sinistra. Non successe niente. Probabilmente sto tirando troppo vicino all'ultima squadra per riuscire a inclinare il piano. Il problema è di nuovo quella dannata catena. Non è abbastanza lunga perché riesca a spostarmi lungo la mensola quanto dovrei.
Probabilmente era vero, ma l'intuizione non modificava il fatto che, nel punto in cui l'aveva afferrata, la mensola non si muoveva minimamente. Avrebbe dovuto spingersi con la punta delle dita un po' più distante, posto che le fosse possibile, e sperare che fosse sufficiente. Era fisica elementare, semplice ma mortale. L'ironia era che avrebbe potuto tranquillamente spingere la mensola da sotto. Solo che c'era un piccolo problema: il bicchiere si sarebbe inclinato dalla parte sbagliata, sarebbe scivolato lungo l'estremità della mensola di Gerald e sarebbe finito per terra. Considerandola più attentamente, si vedeva che la situazione aveva il suo aspetto comico; era come un episodio dei Più esilaranti video casalinghi d'America, trasmesso direttamente dall'inferno. All'improvviso il vento cadde e i rumori che provenivano dall'ingresso diventarono più forti che mai. «Te lo stai gustando, pezzo di merda?» strillò Jessie. Il dolore le lacerò la gola, ma non si fermò, non poteva. «Spero di sì, perché la prima cosa che farò quando riuscirò a liberarmi da queste manette è farti saltare la testa!» Parole grosse, pensò. Parole molto grosse per una donna che non ricorda nemmeno se il vecchio fucile da caccia di Gerald, quello che era appartenuto a suo padre, è qui o nella soffitta della casa di Portland. Seguì nondimeno un gratificante momento di silenzio dal mondo di ombra che c'era oltre la porta della camera da letto. Sembrava quasi che il cane avesse assegnato a quella minaccia la sua massima e più cosciente considerazione. Poi ripresero i rumori dello sbranamento. Nel polso destro ci fu una vibrazione di avvertimento, il preannuncio di un crampo, l'invito a condurre tempestivamente a termine l'operazione che aveva in programma... posto che avesse in programma qualcosa. Si sporse a sinistra e allungò la mano per quanto glielo consentiva la catena. Poi cominciò a tirare di nuovo. Dapprincipio non accadde nulla. Tirò più forte, con gli occhi ridotti a due fessure e gli angoli della bocca rivolti all'ingiù. Era l'espressione di una bambina a cui la mamma sta per somministrare una dose di medicina cattiva. E appena prima che giungesse al massimo della pressione di cui erano capaci i muscoli indolenziti del braccio, avvertì un minuscolo spostamento nella mensola, un cambiamento nell'uniforme trazione della gravità, così insignificante che ne ebbe consapevolezza più intuitiva che fisica. Illusione nata dalla speranza, Jess, guarda che non hai sentito niente. No. Fosse anche che la soglia della sua sensibilità era stata violente-
mente abbattuta dal terrore, non era stata comunque un'illusione. Lasciò andare la mensola e si concesse qualche momento per respirare a boccate lunghe e lente, mentre dava tempo ai muscoli di recuperare. Doveva evitare che venissero presi da spasmi o crampi proprio al momento critico, aveva già abbastanza problemi senza guai muscolari, grazie mille. Quando ritenne di essere giunta al massimo della preparazione possibile, chiuse intorno al montante del letto la mano sinistra, lasciando le dita allentate, e la fece scorrere su e giù finché le si fu asciugato il sudore dal palmo. Poi distese il braccio e afferrò di nuovo la mensola. Era ora. Con prudenza, però. La mensola si è mossa, non c'è alcun dubbio, e si muoverà di più, ma ci vorranno tutte le forze per mettere in movimento quel bicchiere. Sempreché ci riesca, intendiamoci. E quando una persona arriva vicino al massimo dello sforzo di cui è capace, il suo controllo comincia a vacillare. Era vero, ma non era quello l'aspetto saliente. L'aspetto saliente era che non sentiva dove fosse il fulcro della mensola. Non ne aveva la più pallida idea. Ricordava quando aveva giocato ai dondoli con la sorella Maddy nel campo giochi dietro la scuola elementare di Falmouth (un'estate erano rientrate dal lago in anticipo e le sembrava di aver trascorso tutto agosto ad andare su e giù su quelle assi sbucciate, avendo Maddy come compagna) e ricordava anche che quando lo volevano erano capaci di mantenere l'asse in perfetto equilibrio. Bastava che Maddy, che pesava un po' di più, risalisse di qualche centimetro verso il centro. Con il lungo esercizio di quei caldi pomeriggi, cantando filastrocche in coro mentre andavano su e giù, avevano scoperto il punto di equilibrio di ciascun dondolo con precisione quasi scientifica; quelle cinque o sei vecchie assi verdi, tutte in fila sullo spiazzo di cemento fumante, erano state per loro quasi come esseri viventi. Non ritrovava certo adesso la stessa esuberante vivacità sotto le dita. Poteva solo mettercela tutta e augurarsi che funzionasse. E per quanto la Bibbia sostenga il contrario, fai che la sinistra non dimentichi che cosa dovrebbe fare la destra. La tua sinistra è quella che ha lanciato il posacenere, ma sarà bene che la destra sia quella che afferra al volo il bicchiere, Jessie. Sono solo pochi centimetri, quelli entro i quali devi tentare la presa. Se scivola più lontano, non avrà nessuna importanza che cada o resti lassù, tanto sarebbe irraggiungibile come lo è ora. Non pensava che avrebbe in effetti potuto dimenticare che cosa stava facendo la mano destra: il dolore era troppo intenso. Che poi fosse in grado
di fare ciò di cui lei aveva bisogno era un altro paio di maniche. Aumentò la pressione sul lato sinistro della mensola, sforzandosi di mantenere una progressione uniforme. Una goccia di sudore le colò nell'angolo di un occhio e aprì e chiuse forte le palpebre per scacciare il bruciore. In lontananza la porta si era messa a sbattere di nuovo, ma era andata a raggiungere il telefono in quell'altro universo. Nel suo c'erano solo il bicchiere, la mensola e lei stessa. Non escludeva che si alzasse tutt'a un tratto, scattando verso l'alto come un odioso pupazzo da una scatola, e catapultasse giù tutto quello che sosteneva. Cercò di prepararsi a una possibile delusione di questo genere. Preoccupatene se succede, gioia. Adesso vedi invece di non perdere la concentrazione. Credo che stia cominciando. Sì, qualcosa accadeva. Sentì di nuovo quello spostamento minimo, la mensola che cominciava a disancorarsi in un punto imprecisato lungo l'estremità di Gerald. Questa volta, invece di abbandonare la presa, incrementò la pressione e i muscoli del braccio sinistro affiorarono in piccoli archi duri, che tremavano per lo sforzo. Mandò una serie di grugniti esplosivi. La sensazione della mensola che si staccava era sempre più forte. E all'improvviso il disco della superficie dell'acqua nel bicchiere di Gerald perse l'allineamento con il bordo superiore e udì gli avanzi del ghiaccio tintinnare debolmente. L'estremità destra della mensola si era veramente sollevata. Però il bicchiere non si mosse e allora ebbe un pensiero orribile: e se un po' dell'acqua che era scivolata lungo l'esterno del bicchiere si fosse infilata sotto il disco di cartone? Se inzuppando il sottobicchiere lo avesse praticamente sigillato alla mensola? «No, non può succedere.» Le parole le vennero fuori in un unico soffio, con la meccanicità di una preghiera recitata a memoria da un bambino stanco. Tirò più forte sul lato sinistro della mensola, mettendoci tutte le forze. Ora erano stati impiegati tutti i cavalli, la stalla era vuota. «Ti prego, fai che non succeda. Ti prego!» L'altra estremità della mensola continuò a sollevarsi, oscillando pericolosamente. Un tubetto di fondotinta Max Factor rotolò giù dalla sua parte e cadde sul pavimento vicino al punto in cui si era trovata la testa di Gerald prima che arrivasse il cane e lo trascinasse lontano dal letto. E ora le sovvenne una possibilità nuova, che per meglio dire era una probabilità. Se avesse aperto più ancora l'angolo d'inclinazione della mensola, sarebbe scivolata tutta quanta dalle squadre, portandosi dietro bicchiere e tutto il resto, come un toboga su un pendio innevato. Scambiare la mensola per
l'asse di un dondolo poteva metterla nei guai. Quello non era un dondolo; non c'era un vero fulcro al quale fosse fissata con uno snodo. «Scivola, bastardo!» gridò al bicchiere con uno strillo stridulo e sfiatato. Aveva dimenticato Gerald. Aveva dimenticato di aver sete. Aveva dimenticato tutto, salvo il bicchiere, ora inclinato a un angolo così acuto che l'acqua arrivava quasi al bordo, perciò non si capiva come mai non cadesse. Eppure non si muoveva. Se ne stava dov'era sempre stato, come se qualcuno l'avesse incollato alla mensola. «Scivola!» Lo fece tutt'a un tratto. Il movimento fu così diametralmente opposto alle sue più nere previsioni, che quasi non riuscì a comprenderlo. Più tardi avrebbe concluso che l'avventura del bicchiere le lasciava intravedere qualcosa di meno che ammirevole della sua mentalità: in un modo o nell'altro, aveva previsto un insuccesso. Lo sbigottimento le veniva invece dall'esito contrario. Il breve viaggio senza incidenti del bicchiere lungo la mensola verso la sua mano destra la sbalordì al punto che quasi tirò con più forza con la sinistra, una mossa che quasi certamente avrebbe rovesciato del tutto l'asse già in equilibrio instabile, spedendola a schiantarsi sul pavimento. Poi le sue dita toccarono il vetro e gridò di nuovo. Era lo strillo inarticolato di felicità di una donna che ha appena vinto alla lotteria. La mensola vacillò, cominciò a scivolare, poi si fermò, come se fosse provvista di una mente rudimentale e stesse decidendo se aveva veramente voglia di andar giù. Non hai molto tempo, gioia, l'ammonì Ruth. Prendi quel dannato coso finché puoi. Jessie ci provò, ma i suoi polpastrelli scivolarono sulla superficie umida del vetro. Non aveva appigli di sorta e non riusciva ad aderire al vetro con una porzione sufficiente di dita per poterlo stringere. Le cascò acqua sulla mano e in quel momento si rese conto che, anche se la mensola avesse resistito, il bicchiere sarebbe caduto. Immaginazione, gioia, la solita vecchia convinzione che un povero piccolo frugolino come te non è capace di fare niente nel modo giusto. Non era un giudizio molto distante dalla realtà, sicuramente era viceversa abbastanza vicino da non consolarla affatto, ma non era nemmeno del tutto centrato, non questa volta. Vero è che il bicchiere stava per cascare e che lei non aveva la minima idea di come intervenire per impedirlo. Perché le erano toccate in sorte dita così brutte, così corte e tozze? Perché? Se solo fosse riuscita a chiuderle un po' di più intorno a quel bicchiere...
Le apparve un'immagine da incubo di qualche vecchio spot pubblicitario televisivo: una donna sorridente con un'acconciatura anni Cinquanta e un paio di guanti di gomma blu infilati sulle mani. Così flessibili che puoi raccattare una monetina! starnazzava dal sorriso. Peccato che non ne hai un paio anche tu, Frugolino o Brava Mogliettina o chi diavolo sei! Forse riusciresti ad afferrare quel fottuto bicchiere prima che tutto quello che c'è sulla mensola prenda l'ascensore espresso! Si accorse all'improvviso che la donna sorridente e starnazzante con un paio di Playtex infilati sulle dita era sua madre e le sfuggì un singhiozzo roco. Fu come un terribile presagio di quelli che non suggeriscono la morte, ma la garantiscono. Non cedere, Jessie! gridò Ruth. Non ancora! Ci sei vicina! Te lo giuro! Attinse all'ultima, esigua riserva di forza per spingere il lato sinistro della mensola, pregando convulsamente che non scivolasse dai sostegni, non ancora, ti prego Dio, tu o chiunque ci sia al posto tuo, ti supplico, non farla scivolare, non ora, non ancora. Ma l'asse di legno scivolò... per un breve tratto, però. Poi si fermò di nuovo, forse incastrata su una scheggia od ostacolata da un'incurvatura del legno. Il bicchiere scivolò un po' di più nella sua mano e adesso (follia su follia) le sembrò che parlasse anch'esso, il maledetto bicchiere. La voce era quella di uno di quegli orsi di tassisti metropolitani che ce l'hanno sempre a morte con il mondo intero. Gesù, signora, che altro vuole che faccia? Che mi faccia crescere un manico e mi trasformi in un cazzo di brocca per la sua bella faccia? Sulla mano destra protesa scivolò qualche altra goccia di acqua fresca. Adesso il bicchiere sarebbe caduto, ormai era inevitabile. Alla sua mente già arrivavano i segnali di freddo dell'acqua che le bagnava il collo. «No!» Ruotò un po' di più la spalla destra, aprì un po' di più le dita, lasciò che il bicchiere scivolasse per qualche millimetro ancora nella coppa protesa della sua mano. Il metallo delle manette le mordeva con crudeltà il dorso dell'arto, inviandole fitte fino al gomito, ma tenne duro senza pensarci. Ora i muscoli del braccio sinistro vibravano più che mai e le scosse si comunicavano alla mensola inclinata. Un altro astuccio di trucco piombò sul pavimento. Le ultime scaglie di ghiaccio tintinnarono piano. Al di sopra della mensola ora vedeva l'ombra del bicchiere proiettata sul muro. Nella luce allungata del tramonto sembrava un silo per il grano piegato da un forte vento di prateria.
Ancora... solo ancora un pochino... È già il massimo! Non deve esserlo. È indispensabile che non lo sia. Tese la destra ai limiti estremi dei tendini e sentì il bicchiere che scivolava ancora di un piccolo tratto. Poi chiuse di nuovo le dita, pregando che finalmente fosse abbastanza, perché questa volta era davvero al capolinea, questa volta aveva davvero dato fondo alle sue risorse. Eppure ancora sentiva il bicchiere bagnato che cercava di guizzare via. Aveva cominciato a considerarlo un essere vivente, un essere senziente, con una vena di malignità larga quanto una corsia di sorpasso in autostrada. Il suo proposito era di continuare a fingere di stare al suo gioco, per sottrarsi all'ultimo momento fino a farle perdere la ragione, per poi abbandonarla nelle ombre del crepuscolo, ammanettata e farneticante. Non lasciarlo andar via Jessie non ti ci provare non t'azzardare a lasciare che quel bicchiere fottuto ti sfugga... E sebbene non ci fosse più niente da aggiungere, non un solo grammo di pressione, non un solo millimetro di estensione, riuscì a mettere in gioco qualcosa ancora, ruotando di un altro tantino il polso destro verso l'asse. E questa volta, quando serrò le dita intorno al bicchiere, lo arrestò. Forse ce l'ho fatta. Non sono sicura, ma può essere. Oppure era finalmente caduta vittima di un'illusione. Ma non le importava. Forse era così e forse era cosà e tutti quei forse non contavano più niente per lei e la constatazione le era di grande sollievo. L'unica certezza era che non poteva più tenere sollevata la mensola. L'aveva inclinata di non più di una decina di centimetri, ma era come se si fosse chinata a sollevare per un angolo la casa intera. Quella era la certezza. È tutta questione di prospettiva, pensò, e tutto dipende probabilmente dal modo in cui le voci ti descrivono il mondo. Quelle sì, che sono importanti. Le voci interiori. Pregando che il bicchiere rimanesse nella sua mano quando non ci fosse più stata la mensola a sostenerlo, staccò la sinistra. La mensola ripiombò sulle squadre, solo un poco distanziata dal muro, e si spostò di pochi centimetri soltanto verso sinistra. E il bicchiere le rimase nella mano. Ora vedeva il sottobicchiere. Il cartoncino si era appiccicato al vetro come un disco volante. Dio, ti supplico, fa' che non mi cada adesso. Dammi la... Un crampo le annodò il braccio sinistro, facendola andare a sbattere contro la testata. Le si annodò anche la faccia, raggrumata all'indentro finché
le labbra si trasformarono in una sottile cicatrice bianca e gli occhi in fessure tremanti di dolore. Aspetta, passerà... passerà... Sì, per forza sarebbe passato. Aveva avuto abbastanza crampi in vita sua da saperlo, ma intanto... Dio, che male. Se avesse potuto toccarsi il bicipite del braccio sinistro con la mano destra, sapeva che la sensazione sarebbe stata come se sotto la pelle qualcuno avesse accumulato dei ciottoli levigati, per poi ricucirle la ferita con filo invisibile. La sensazione non sarebbe stata quella di una contrattura muscolare, ma di un caso di rigor mortis. No, Jessie, è solo un crampo, come quello che hai avuto prima. Devi solo aspettare. Aspetta che si sciolga e per l'amore santissimo del cielo non lasciare cadere quel bicchier d'acqua. Aspettò e, dopo un'eternità o due, i muscoli del braccio cominciarono a rilassarsi e il dolore diminuì. Mandò un sospiro prolungato e roco di sollievo e si preparò a bere il suo premio. Bevi, sì, pensò la Mogliettina, ma credo che ti meriti qualcosa di più di una bevuta d'acqua fresca, mia cara. Goditi il tuo premio... ma goditelo con dignità. Senza tracannarlo! Mogliettina Mogliettina, non cambi mai, pensò ma, quando sollevò il bicchiere, lo fece con la calma composta di un'ospite al banchetto di corte, ignorando l'aridità alcalina del palato e le spine della sete nella gola. Perché si poteva criticare in mille modi la Brava Mogliettina, quasi quasi era lei a invitarti a farlo, ma comportarsi con un po' di dignità in quelle circostanze (specialmente in quelle circostanze) non era una cattiva idea. Aveva lavorato per quell'acqua, perché non concedersi allora l'onore di gustarla? Il primo sorso a lambirle le labbra e ad avvitarsi sulla guida torrida della lingua sarebbe stato autentico sapore di vittoria... e dopo la serie di sfortune che le erano capitate, il piacere era assicurato. Si abbassò il bicchiere verso la bocca, concentrandosi sulla dolce sensazione alla quale stava per offrirsi, sul gorgoglio che l'avrebbe dissetata. Le papille della lingua fremettero di pregustazione, arricciò le dita dei piedi e sentì un battito furioso appena sotto l'osso della mandibola. Si accorse che le si erano inturgiditi i capezzoli, come le accadeva qualche volta quando era eccitata. Segreti della sessualità femminile che non ti sei mai nemmeno sognato, Gerald, pensò. Mi ammanetti al letto e non succede niente. Mi mostri un bicchier d'acqua e mi trasformi in una ninfomane. Quel pensiero la fece sorridere e quando il bicchiere si arrestò bruscamente a più di una spanna dalla sua faccia, versandole acqua sulla coscia nuda e facendole accapponare la pelle, dapprincipio continuò tranquilla-
mente a sorridere. Non provò niente in quei primi secondi, tranne una specie di stupida meraviglia e (come?) incomprensione. Che cosa stava succedendo? Che cosa c'era che non andava? Sai benissimo cosa, le rispose una delle voci ufesche. Aveva parlato con una calma sicurezza che Jessie trovò raccapricciante. Sì, probabilmente aveva capito, dentro lo sapeva, ma non voleva che la nozione si spostasse nella luce della sua mente cosciente. C'erano verità troppo insopportabili. Troppo ingiuste. Purtroppo alcune di quelle verità erano anche troppo evidenti. Mentre fissavano il bicchiere, gli occhi gonfi e iniettati di sangue cominciarono a colmarsi di orripilata comprensione. La catena era il motivo per il quale non avvicinava le labbra al bicchiere. La catena delle manette era troppo corta. Era una realtà così ovvia, che l'aveva completamente trascurata. All'improvviso ricordò la notte in cui George Bush era stato eletto presidente. Lei e Gerald erano stati invitati a un elegante ricevimento sulla terrazza-ristorante dell'Hotel Sonesta. L'ospite d'onore era il senatore William Cohen ed era prevista per poco prima della mezzanotte una «chiamata televisiva» a circuito chiuso del presidente eletto, George il Solitario in persona. Per l'occasione Gerald aveva noleggiato una limousine color nebbia che si era presentata davanti a casa alle sette, puntuale come la morte, ma dieci minuti dopo lei era ancora seduta sul letto nel suo miglior vestito nero, a rovistare nel portagioie e a imprecare furiosa, a caccia di uno speciale paio di orecchini d'oro. Gerald aveva fatto capolino spazientito per vedere perché stesse ritardando, l'aveva ascoltata con quell'espressione da: «Perché voi donne dovete essere sempre così oche?» che lei detestava con tutto il cuore, poi le aveva detto che non era molto sicuro, ma aveva l'impressione che avesse già indosso gli orecchini che cercava. Era così, infatti. Si era sentita piccola e idiota, una perfetta giustificazione della sua espressione condiscendente. Le aveva anche messo addosso la gran voglia di aggredirlo e di fargli saltar via le perfette capsule odontoiatriche con una delle scarpette con il tacco alto che calzava, così sexy e così infinitamente scomode. Che cosa aveva provato allora era poco a confronto di quello che provava adesso, però, e se qualcuno meritava di farsi saltar via i denti, era lei. Protese la testa più che poteva, spinse in fuori le labbra come l'eroina del più melenso dei vecchi film d'amore in bianco e nero. Arrivò così vicina al
bicchiere da vedere minuscole bollicine d'aria incastonate negli ultimi frammenti di ghiaccio, tanto vicino da sentire l'odore dei minerali presenti nell'acqua di pozzo (o così immaginò), ma non tanto vicino da bere. Giunta al punto di massima estensione, le labbra protese e raggrinzite nell'atteggiamento di un bacio erano ancora ad almeno dieci centimetri dal bicchiere. Ci arrivava quasi, ma il quasi, come Gerald (e anche suo padre, a ben pensarci) si compiaceva di ripetere, era un eufemismo che valeva quanto una negazione. «Non ci credo», si sentì dire nella sua nuova voce di scotch e Mariboro. «Non ci posso credere.» La collera si svegliò all'improvviso dentro di lei e le strillò nella voce di Ruth Neary di scagliare il bicchiere contro il muro opposto. Se non poteva bere l'acqua che conteneva, dichiarò con asprezza la voce di Ruth, meritava una punizione; se non poteva soddisfare la sete con quell'acqua, poteva almeno appagare la mente con lo schianto del vetro che andava in mille pezzi contro il muro. Strinse la presa sul vetro e la catenella d'acciaio s'allentò in un piccolo arco quando spostò la mano all'indietro. Ingiusto! Era così terribilmente ingiusto! La voce che la fermò fu quella dolce e titubante della Brava Mogliettina Burlingame. Forse un sistema c'è, Jessie. Non arrenderti subito, forse trovi un modo. Ruth non rispose verbalmente al suo intervento, ma la sua smorfia di incredulità fu inequivocabile lo stesso; fu pesante come ferro e acida come uno schizzo di limone. Ruth insisteva perché scagliasse il bicchiere. Nora Callighan ne avrebbe sicuramente dedotto che Ruth aveva una mentalità fortemente vendicativa. Non darle ascolto, le consigliò la Mogliettina. La sua voce non era più titubante, anzi ora sembrava quasi emozionata. E rimettilo sulla mensola, Jessie. E poi? domandò Ruth. E poi, oh Grande Guru Bianco, o Dea del Tupperware e Santa Patrona della Chiesa delle Vendite per Corrispondenza? La Brava Mogliettina glielo disse e la voce di Ruth si zittì mentre Jessie e tutte le altre voci dentro di lei ascoltavano in silenzio. 10 Posò il bicchiere di nuovo sulla mensola, con molta cautela, attenta a
non lasciarlo troppo vicino al bordo. Ora al posto della lingua le sembrava di avere una striscia di carta smeriglio del numero cinque e le pareva di avere la gola addirittura infettata dalla sete. Le sovveniva il modo in cui si sentiva nell'autunno dei suoi dieci anni, quando era stata tenuta lontana da scuola per un mese e mezzo da un'influenza con complicazioni bronchiali. C'erano state lunghe notti, durante quell'assedio, in cui si svegliava da incubi confusi e tumultuosi che non riusciva a ricordare (ma invece li ricordi Jessie, tu sognavi il vetro affumicato; tu sognavi del giorno in cui si era spento il sole, tu sognavi l'odore piatto e lacrimevole simile a quello dei minerali nell'acqua di pozzo; sognavi le sue mani) ed era fradicia di sudore ma si sentiva troppo debole per prendere la brocca dell'acqua sul comodino. Ricordava che restava immobile, sdraiata nel letto, tutta bagnata e appiccicosa e odorosa di febbre all'esterno, bruciante e popolata di fantasmi all'interno; se ne stava sdraiata a pensare che la sua malattia vera non era la bronchite ma la sete. Ora, dopo tanti anni, le sensazioni che provava erano le stesse. La sua mente continuava a cercare di tornare al momento orribile in cui si era resa conto che non sarebbe riuscita a chiudere l'ultimo breve varco che separava il bicchiere dalla sua bocca. Continuava a vedere la spruzzatina di bollicine d'aria nel ghiaccio ormai sciolto quasi del tutto, continuava a odorare il debole aroma di minerali intrappolati nella falda acquifera, sprofondata nel terreno sotto il lago. Erano immagini che la tormentavano come un prurito irraggiungibile al centro delle scapole. Ciononostante si obbligò ad aspettare. Quella parte di lei che corrispondeva alla Brava Mogliettina Burlingame aveva detto che doveva darsi tempo, resistendo al tormento dell'immagine e alle fitte di dolore in gola. Doveva aspettare che il cuore rallentasse, che i muscoli smettessero di tremare, che le sue emozioni si placassero un po'. Fuori si spegnevano nell'aria gli ultimi colori; il mondo si scoloriva in un grigio solenne e malinconico. Sul lago, la gavia lanciò il suo strillo nella penombra serale. «Chiudi il becco, Comare Gavia», borbottò Jessie e sghignazzò. Fu come il cigolio di un cardine arrugginito. Va bene, cara, disse la Mogliettina. Credo che sia il momento di provare. Prima che faccia buio. Però è meglio che ti asciughi bene le mani. Questa volta le chiuse entrambe sui montanti della testata, sfregandole su e giù fino a sentire scricchiolare. Poi si mise la mano destra davanti agli occhi e l'agitò. Hanno riso quando mi sono seduta al piano, pensò. Lenta-
mente s'allungò oltre il punto in cui aveva posato il bicchiere sul bordo della mensola. Cominciò a tastare di nuovo la superficie di legno. Le manette tintinnarono una volta contro il vetro del bicchiere, paralizzandola per un istante, nel terrore di rovesciarlo. Quando non accadde niente, riprese la sua cauta perlustrazione. Aveva quasi concluso che quello che cercava fosse caduto dalla mensola, o comunque si fosse spostato oltre la sua estensione massima, quando finalmente toccò un angolino del modulo per abbonamenti. Lo pizzicò fra indice e medio e piano piano lo allontanò dalla mensola e dal bicchiere. Migliorò la presa quando gli fu più vicino, sostituendo il pollice al medio, e lo osservò con curiosità. Era viola, con tutta una fila di sonagli che ballavano, inclinati di qua e di là come altrettanti ubriachi, lungo il margine superiore. Fra le parole cascavano coriandoli e stelle filanti. Newsweek celebrava il FAVOLOSO RISPARMIO, spiegava l'inserto, e la invitava a non perdere la grande occasione. I giornalisti di Newsweek l'avrebbero tenuta aggiornata sugli eventi internazionali, l'avrebbero guidata dietro le scene dove operano i leader mondiali e le avrebbero garantito esaurienti servizi di arte, politica e sport. Anche se non lo diceva esplicitamente, lasciava chiaramente intendere che Newsweek l'avrebbe aiutata a dare un senso al cosmo intero. Ma soprattutto, gli adorabili mattoidi del reparto abbonamenti presentavano un'offerta così stupefacente da farti fumare l'orina ed esplodere la testa: usando QUESTA STESSA SCHEDA per un abbonamento triennale a Newsweek, i numeri che avrebbe ricevuto sarebbero costati MENO DELLA METÀ DEL PREZZO DI VENDITA DAL GIORNALAIO! E doveva forse preoccuparsi del pagamento? Assolutamente no! La fattura sarebbe arrivata in un secondo tempo. Chissà se hanno anche un servizio diretto a letto per le signore ammanettate, si domandò Jessie. Magari con George Will o Jane Bryant Quinn o uno di quegli altri pomposi molluschi a girarmi le pagine. Sai, è un'operazione che diventa maledettamente difficile con le manette ai polsi. Tuttavia, sotto il sarcasmo avvertiva uno strano stupore pervaso di nervosismo e non riusciva a smettere di esaminare quel cartoncino viola con le sue decorazioni festaiole, gli spazi bianchi per nome e indirizzo, tutti i quadratini con le scritte DiCl, MC, Visa e AMEX. È tutta la vita che maledico queste schede, specialmente quando scivolano fuori della rivista e sono costretta a chinarmi per raccoglierle per non fare la figura della solita sporcacciona, e mai avrei immaginato che il mio equilibrio mentale,
se non addirittura la mia vita, sarebbe un giorno dipeso da una di queste. La sua vita? Ma era possibile? Doveva veramente accettare un'eventualità così orrenda? Suo malgrado, cominciava a temere di sì. Era possibile che dovesse restare lì per un bel pezzo prima che qualcuno la trovasse e, sì, era anche vagamente possibile che la differenza tra la vita e la morte si riducesse a un sorso d'acqua. Era un'idea surreale, ma non le sembrava più così manifestamente ridicola. È ancora tutto come prima, cara, calma e attenzione ti faranno vincere la corsa. Sì... ma chi avrebbe mai sospettato che il traguardo sarebbe stato posto in una campagna così bizzarra? Si mosse con attenzione e calma e scoprì che maneggiare l'inserto con una sola mano non era così difficile come aveva temuto. In parte era per le dimensioni, quasi quelle di due carte da gioco affiancate, quindici centimetri per dieci, ma soprattutto era perché non stava cercando di utilizzarlo per niente di particolarmente complicato. Tenne il cartoncino per il lungo fra indice e medio e usò il pollice per ripiegarne l'ultimo centimetro lungo tutto il Iato. La piega non risultò uniforme, ma ritenne che potesse funzionare lo stesso. E poi nessuno sarebbe venuto a giudicare il suo operato; era passata molta acqua sotto i ponti dai tempi del corso di applicazioni tecniche, tutti i giovedì sera, alla Prima Chiesa Metodista di Falmouth. Strinse il cartoncino viola fra indice e medio e ricominciò il lavoro di ripiegatura di un altro centimetro. Le ci vollero quasi tre minuti e sette ripiegature per arrivare fino in fondo. Quando finalmente ebbe completato l'opera, teneva fra le dita qualcosa di simile a una canna di marijuana, rozzamente confezionata con una vistosa cartina viola. Oppure, a voler giocare d'immaginazione, una cannuccia. Se la infilò in bocca e cercò di trattenerne la piega scomposta con i denti. Quando le parve di averla bloccata al meglio, cominciò a tastare di nuovo la mensola alla ricerca del bicchiere. Piano, Jessie. Adesso non guastare tutto per essere stata troppo impaziente! Grazie del consiglio. E anche dell'idea. È stata grandiosa, lo dico sul serio. Ora però vorrei che te ne stessi zitta mentre faccio il mio tentativo. D'accordo? Quando la punta delle sue dita toccò la superficie di vetro del bicchiere, ve le fece scivolare all'intorno con tutta la dolcezza e la cautela di una gio-
vane amante che infila per la prima volta la mano nella patta dei calzoni del suo ragazzo. Afferrare il bicchiere nella nuova posizione in cui lo aveva sistemato fu un'operazione relativamente semplice. Lo ruotò e sollevò per quanto glielo consentiva la catena. Vide che si erano consumate anche le ultime scaglie di ghiaccio; il tempo se n'era proverbialmente fuggito, allegro e spensierato, per quanto lei conservasse la sensazione che si fosse arrestato completamente più o meno nel momento in cui era apparso il cane. Ma non voleva pensare al cane. Al contrario, ce l'avrebbe messa tutta per convincersi che non fosse mai esistito alcun cane. Sei brava a far desuccedere le cose, eh, gioia giaietto? Senti, Ruth, sto cercando non senza difficoltà di mantenere una presa salda su questo maledetto bicchiere, nel caso tu non l'abbia notato. Se per riuscirci mi viene comodo di distrarmi con qualche giochetto mentale, non vedo dov'è il problema. Staitene zitta per un po', vuoi? Dacci un taglio e lasciami fare. Ma Ruth non aveva evidentemente intenzione di darci un taglio. Statti zitta! esclamò con ironica meraviglia. Sapessi come mi riporta indietro. È meglio di un vecchio cavallo di battaglia dei Beach Boys alla radio. Sei sempre andata forte con i tuoi statti zitta, Jessie. Ricordi la sera al dormitorio, quando siamo rientrate dalla tua prima e ultima sessione di autocoscienza a Neuworth? Non voglio ricordare, Ruth. Ne sono sicura, perciò ricorderò io per tutt'e due, che te ne pare? Continuavi a sostenere che a sconvolgerti era stata la ragazza con le cicatrici sulle tette, solo quello e nient'altro, e quando io ho cercato di ripeterti quello che avevi detto in cucina, di quella volta che tu e tuo padre eravate soli nella vostra casa di Dark Score Lake, quando si spense il sole nel 1963, e che lui ti aveva fatto qualcosa, mi hai detto di starmene zitta. Siccome io non l'ho fatto, hai cercato di mollarmi uno schiaffo. Siccome io ho continuato lo stesso, hai preso il cappotto e sei scappata via e hai passato la notte da qualche altra parte, probabilmente in quella piccola topaia di Susie Timmel, sul fiume, quella che noi ragazze chiamavamo il Lesbotel di Susie. Prima della fine della settimana avevi trovato delle tizie con un appartamento in centro che avevano bisogno di un'altra compagna per l'affitto. Così, di botto, via come il vento... però è anche vero che tu ti sei sempre mossa con la velocità del vento una volta presa una decisione, Jess. Questo te lo concedo. E come ho detto, sei sempre stata brava a dire
agli altri di starsene zitti. Chiu... Visto? Cosa ti avevo detto? Lasciami in pace! Anche questa, la conosco bene. Sai che cosa mi ha fatto più male, Jessie? Non la mancanza di fiducia, quella no, avevo capito subito che non c'era niente di personale, che non ritenevi di poterti fidare di nessuno per la storia che era successa quel giorno, nemmeno di te stessa. Mi ha fatto male sapere quanto vicino eri arrivata a vuotare il sacco, là nella cucina della canonica di Neuworth. Eravamo sedute con la schiena contro la porta, abbracciate, e ti sei messa a parlare. Hai detto: «Non ho mai potuto raccontarlo, la mamma ne sarebbe morta, e anche se così non fosse, lo avrebbe lasciato e io gli volevo bene. Tutti gli volevamo bene, tutti avevamo bisogno di lui, avrebbero incolpato me e in fondo non aveva fatto niente». Ti ho chiesto chi non aveva fatto niente e ti è venuto fuori così velocemente che sembrava che da nove anni non aspettassi altro che qualcuno te lo chiedesse. «Mio padre», mi hai detto. «Eravamo a Dark Score Lake il giorno che si è spento il sole.» Mi avresti raccontato tutta la storia, lo so, ma proprio in quel momento è arrivata quell'imbecille per chiedere se stavi bene. Come se non fosse bastato guardarti in faccia per sapere quanto stavi male! Dio del cielo, certe volte non capisco come possa la gente essere tanto imbecille. Ci dovrebbe essere una legge che impone di avere una licenza, o almeno il nullaosta di un insegnante, prima che ti sia permesso parlare. Dovrebbe esserci l'obbligo di restare muti prima di aver sostenuto e superato l'esame di parlatore. Sai quanti problemi risolverebbe. Ma il mondo non va così e all'apparizione della nostra Florence Nightingale ti sei richiusa come un riccio. E io non ho più trovato un modo per farti riaprire e Dio sa quanto mi ci sono provata. Avresti dovuto solo lasciarmi in pace! ribatté Jessie. Il bicchiere d'acqua aveva cominciato a fremere nella sua mano e la cannuccia viola aveva cominciato a tremare fra le sue labbra. Avresti solo dovuto smettere di occupartene! Non erano affari tuoi! Certe volte gli amici non possono fare a meno di preoccuparsi, Jessie, disse la voce interiore, ed era così piena di affetto che Jessie restò ammutolita. Sono andata a cercare, sai? Avevo capito di che cosa stavi parlando e ho fatto una piccola ricerca. Non mi ricordavo assolutamente di un'eclisse agli inizi degli anni Sessanta, ma naturalmente all'epoca ero in Florida ed ero molto più interessata a nuotare con la maschera e a sognare il bagni-
no, per il quale mi ero presa una cotta bestiale. Immaginati se avevo la testa per i fenomeni astronomici. Volevo vedere se tutta quanta quella storia non fosse stata solo un'invenzione fantastica, suscitata magari da quella ragazza con le orribili bruciature sulle poppe. Non era una fantasia. C'era stata davvero un'eclisse solare totale nel Maine e la vostra casa estiva sul Dark Score doveva trovarsi proprio nella zona in cui era possibile vederne tutto l'effetto. Non hai voluto raccontarmi che cosa ti aveva fatto il tuo caro paparino, ma due cose sapevo, Jessie: che era tuo padre, ed è brutto, e che tu avevi poco più di dieci anni, sulla soglia della pubertà... ed è molto peggio. Ti prego, Ruth, smettila. Non avresti potuto scegliere un momento peggiore per riesumare questa vecchia... Ma Ruth non voleva darsene per inteso. La Ruth che un tempo era stata la compagna di stanza di Jessie, aveva sempre dimostrato la massima caparbietà nel dire la sua, dalla prima all'ultima parola, e la Ruth che era ora la compagna di testa di Jessie, non era cambiata per niente. Poi, di punto in bianco, te ne sei andata a vivere in città con le tre piccole Sorelline Susie, principessine in pullover Aline e camicette Ship'n Shore, ciascuna di loro senza dubbio con la sua brava serie di mutandine con su ricamati i giorni della settimana. Credo che sia stato più o meno in quel periodo che hai preso la decisione consapevole di allenarti per la squadra olimpica di Spolveratura e Tiratura a Lucido di pavimenti. Hai desuccesso quella sera nella canonica, hai desuccesso le lacrime e l'umiliazione e la collera, hai desuccesso me. Oh, ci siamo viste ancora per un po', giusto per una pizza o un boccale insieme giù da Pat, ma la nostra amicizia era un capitolo chiuso, non è vero? Quando hai dovuto scegliere tra me e quello che ti è successo nel luglio del 1963, hai scelto l'eclisse. IL bicchiere d'acqua tremava più forte. «Perché ora, Ruth?» domandò, senza accorgersi di pronunciare veramente le parole nella penombra sempre più densa della camera da letto. Perché ora, questo vorrei sapere, se in questa incarnazione sei in realtà una parte di me, perché ora? Perché proprio nel momento in cui meno che mai mi posso permettere di essere turbata e distratta? La risposta immediata a quell'interrogativo era anche la meno allettante: perché aveva un nemico interiore, una trista femmina, alla quale piaceva esattamente com'era ora, ammanettata, dolorante, assetata, impaurita e sconsolata. Una trista persona che non voleva che le sue pene fossero minimamente alleviate, disposta ad abbassarsi ai trucchi più gretti pur di im-
pedire che ciò accadesse. L'eclisse totale di quel giorno durò solo un minuto, Jessie... ma non così nella tua mente. Lì continua ancora oggi, vero? Chiuse gli occhi e radunò tutte le forze della sua mente e tutta la sua forza di volontà per fermare il bicchiere che teneva in mano. Parlò mentalmente alla voce di Ruth senza imbarazzi, come se si stesse realmente rivolgendo a un'altra persona e non a una parte del suo cervello che all'improvviso aveva giudicato il momento propizio per mettersi a lavorare un po' per conto proprio, come avrebbe detto Nora Callighan. Lasciami in pace, Ruth. Se dopo che avrò tentato di bere un sorso d'acqua ti premerà ancora tanto discutere di questi argomenti, sia pure. Ma per ora, vuoi farmi il favore di... «...ingoiarti la lingua», finì in un sibilo sommesso. Sì, riprese immediatamente Ruth. So che c'è qualcosa o qualcuno dentro di te che cerca di confondere le acque e so che qualche volta si serve della mia voce, deve essere un ottimo ventriloquo, ma non sono io. Io ti volevo bene allora, come te ne voglio adesso. È per questo che ho fatto di tutto per non perderti di vista... perché ti volevo bene. E anche perché secondo me le femmine di rango come noi hanno il dovere di fare causa comune. Jessie abbozzò un sorriso, distendendo un po' le labbra intorno alla cannuccia di cartoncino. E adesso coraggio, Jessie, buttati. Jessie attese qualche istante ancora, ma non sentì più niente. Ruth si era almeno momentaneamente appartata. Riaprì gli occhi, poi piegò lentamente la testa in avanti, con il cartoncino arrotolato che le sporgeva dalle labbra come il bocchino di Franklin Delano Roosevelt. Dio, ti scongiuro... fa' che funzioni. La cannuccia si immerse nell'acqua. Jessie chiuse gli occhi e succhiò. Per un momento non ci fu nulla e un lampo di disperazione le attraversò la mente. Poi l'acqua le riempì la bocca, fresca e dolce e reale, sorprendendola in un'emozione simile all'estasi. Avrebbe singhiozzato di gratitudine, se la bocca non fosse stata così strenuamente contratta intorno all'estremità della scheda di abbonamento arrotolata; in quelle condizioni poté produrre solo un suono dalle narici, come un sordo ululato. Ingoiò l'acqua, che le rivestì la gola come una fodera di raso liquido, poi cominciò a succhiare di nuovo. Lo fece con l'ardore incosciente di un vitello affamato che ciuccia il latte da sua madre. La sua cannuccia era tutt'altro che perfetta, alla bocca arrivavano solo fiotti irregolari e la gran parte del-
l'acqua che risucchiava usciva dalla fessura lungo la ripiegatura. Jessie lo sapeva, sentiva l'acqua picchiettare il copriletto come una pioggerella, ma la sua mente inebriata continuava lo stesso a ritenere che la sua cannuccia fosse una delle più grandi invenzioni di una mente di donna e che in quel momento i sorsi che traeva dal bicchiere d'acqua del marito morto rappresentassero l'apogeo della sua vita. Non berla tutta, Jess... tienine un po' per dopo. Non sapeva quale delle sue fantomatiche compagne avesse parlato questa volta, ma non aveva importanza. Il consiglio era più che valido, ma sarebbe stato lo stesso che andare a dire a un ragazzo di diciotto anni, mezzo impazzito dopo sei mesi di furiosi amoreggiamenti, che non importava se finalmente lei acconsentiva, se non aveva un preservativo doveva aspettare. Jessie stava scoprendo che qualche volta era impossibile ascoltare i buoni consigli della mente, per quanto sagaci. Certe volte il corpo si ribellava e buttava tutti i buoni consigli a mare. E stava scoprendo anche qualcos'altro: cedere a necessità fisiche così elementari poteva dare un sollievo inesprimibile. Continuò a succhiare dal cartoncino arrotolato, inclinando il bicchiere perché la superficie dell'acqua continuasse a lambire l'altra estremità del tubicino viola, ora deforme e molle, consapevole in qualche angolo della mente che gran parte dell'acqua andava sprecata e che era pazza a non fermarsi e aspettare che il cartoncino si asciugasse. Ad arrestarla fu infine la presa d'atto che stava succhiando solo aria, e già da qualche secondo. C'era ancora dell'acqua nel bicchiere di Gerald, ma la punta della sua cannuccia di fortuna non ci arrivava più. Il tratto di copriletto che si trovava al di sotto del cartoncino arrotolato era scuro di umidità. Potrei tirar su anche quella che è rimasta, lo so che potrei. Se riuscissi a girare la mano un po' di più in quella posizione innaturale, all'indietro, come quando cercavo il modo di afferrare quell'odioso bicchiere, credo che potrei allungare il collo di quel tanto che mi servirebbe per succhiare gli ultimi sorsi. Credo? No, che non credo, lo so! Davvero lo sapeva e più tardi avrebbe collaudato la sua convinzione,, ma per il momento quelli con il colletto bianco che stavano all'ultimo piano, il piano da cui si gode la vista migliore su tutti i fronti, avevano strappato di nuovo il controllo agli operai e ai loro rappresentanti sindacali addetti ai macchinari; era in corso un ammutinamento. La sete era lungi dall'essere stata veramente appagata, però la sua gola non pulsava più e si sentiva
molto meglio... mentalmente oltre che fisicamente. Erano più vividi i pensieri e, marginalmente, meno cupo lo stato d'animo. Si scoprì contenta di aver lasciato nel bicchiere un po' di acqua. Due sorsi succhiati da una cannuccia che perdeva non avrebbero probabilmente colmato la differenza fra rimanere ammanettata al letto e trovare un modo di sgattaiolare fuori da sola da quel pasticcio (e meno ancora quella fra la vita e la morte), ma la complessa operazione con cui assimilare quelle ultime gocce preziose avrebbe forse occupato la sua mente quando e se avesse deciso di azionare di nuovo i suoi meccanismi più morbosi. Del resto stava scendendo la notte, suo marito giaceva morto sul pavimento accanto a lei e sembrava proprio che sarebbe stata costretta a bivaccare. Un quadro non molto esaltante, specialmente se vi si aggiungeva l'affamato cane randagio che avrebbe bivaccato con lei, eppure sentiva che il sonno le appesantiva di nuovo le palpebre. Cercò di pensare a qualche buon motivo da opporre al torpore crescente e non ne trovò neppure uno. Nemmeno il pensiero di risvegliarsi con le braccia insensibili fino al gomito le parve sufficientemente minaccioso. Le avrebbe dimenate per quanto sarebbe stato necessario a riattivare la circolazione del sangue. Non sarebbe stato un piacere, ma si sentiva perfettamente in grado di farlo. E poi può darsi che ti venga un'idea brillante mentre dormi, cara, considerò la Brava Mogliettina Burlingame. Succede sempre nei libri. «Può darsi che l'idea brillante la trovi tu», ribatté. «In fondo finora la migliore è stata tua.» Si abbandonò sul letto, usando le scapole per sospingere il guanciale facendolo risalire il più possibile contro la testata. Le dolevano le spalle, le pulsavano le braccia (specialmente quello sinistro) e i muscoli dello stomaco le vibravano ancora per lo sforzo di aver sostenuto il busto per allungare la cannuccia nel bicchiere... ma si sentiva lo stesso stranamente soddisfatta. In pace con se stessa. Soddisfatta? Come puoi sentirti soddisfatta? Tuo marito è morto e non è che tu ne sia totalmente estranea, Jessie. Supponiamo allora che ti trovino, supponiamo che ti soccorrano, hai idea di come apparirebbe la situazione alla persona che ti rinvenisse qui? Secondo te, per esempio, come la prenderebbe lo sceriffo Teagarden? Quanto tempo ci metterebbe secondo te per decidere che è meglio chiamare la polizia statale? Trenta secondi? Magari quaranta? Ah, già, la gente di campagna è sempre un po' più lenta, non è vero? Potrebbe impiegarci anche due minuti. Non aveva niente da opporre, perché era vero.
E allora come fai a sentirti soddisfatta, Jessie? Come può essere umanamente accettabile che tu ti senta tranquilla con una spada di quel peso che ti pende sulla testa? Non sapeva come fosse possibile, ma così era. La sua tranquillità era spessa e soffice come un materasso di piume la notte in cui un forte vento di marzo carica da nordovest pieno di nevischio, e calda e confortevole come un piumino che avvolge il letto. Sospettava che la sensazione derivasse soprattutto da cause puramente fisiche: ad avere abbastanza sete, era evidentemente possibile inebriarsi con mezzo bicchier d'acqua. Ma c'era anche un aspetto mentale. Dieci anni prima aveva rinunciato con rammarico al suo posto di supplente, cedendo infine alla pressione della logica insistente di Gerald (ma forse l'aggettivo che cercava era «inesorabile»). Ormai Gerald guadagnava nell'ordine dei centomila dollari l'anno; al confronto del suo stipendio, i suoi seimila circa erano spiccioli, che si traducevano in un'autentica seccatura al momento dei rendiconti fiscali, quando l'ufficio delle imposte se li mangiava quasi tutti e poi andava a scartabellare la loro contabilità per vedere dove avevano nascosto il resto del malloppo. Quando lei si era lamentata del loro comportamento così sospettoso, Gerald l'aveva contemplata con un misto di affetto ed esasperazione. Non era proprio la sua espressione da: «Ma perché voi donne siete sempre così oche?» perché quella era cominciata ad apparire regolarmente solo cinque o sei anni dopo, ma ci andava vicino. Loro vedono quanto guadagno io, le aveva spiegato. Vedono due macchine tedesche di grossa cilindrata nel box, vedono le fotografie della casa sul lago, e poi guardano la tua dichiarazione dei redditi e vedono che tu lavori per quello che secondo loro è una manciata di monetine. Non ci possono credere, a loro sembra evidentemente fasullo, una copertura che serve a nascondere qualcos'altro, così vanno a rovistare dappertutto, in cerca di quel qualcos'altro. Molto semplicemente il fatto è che loro non ti conoscono bene come ti conosco io. Non era stata capace di spiegare a Gerald che cosa significava per lei il suo contratto di supplenza... o forse era stato lui a non voler ascoltare. Comunque fosse, la verità era che per lei insegnare, anche se senza una cattedra, l'appagava in una maniera importante e Gerald non lo capiva. Nemmeno era stato capace di capire che la supplenza costituiva un ponte che la teneva unita alla vita di prima che lo conoscesse al convegno repubblicano, quando era insegnante d'inglese di ruolo al liceo di Waterville, una donna indipendente che lavorava per guadagnarsi da vivere, che aveva
la simpatia e il rispetto dei colleghi e non doveva niente a nessuno. Non era stata capace di spiegare (o lui non aveva voluto ascoltare) che lasciare l'insegnamento, anche se era solo una supplenza a tempo parziale, la faceva sentire triste e sperduta e alquanto inutile. Quella sensazione di deriva, provocata probabilmente dalla sua incapacità di rimanere incinta in misura non inferiore alla sua decisione di restituire il contratto senza averlo firmato, era scomparsa dalla superficie della sua mente dopo un anno circa, ma non aveva mai abbandonato del tutto le stanze più profonde del suo cuore. C'erano state volte in cui si era sentita un cliché, quello della giovane insegnante che sposa l'avvocato di successo la cui qualifica finisce sulla porta alla tenera (in senso professionale) età di trent'anni. Questa giovane (be', relativamente giovane) donna varca a un certo momento la soglia dell'atrio di quel palazzo complicato noto come mezza età, si guarda intorno e scopre di essere improvvisamente tutta sola: senza lavoro, senza figli e con un marito che è quasi del tutto assorbito (non si vorrebbe dire fissato; sarebbe forse una definizione accurata, ma sarebbe anche poco gentile) dalla mitica scalata a quell'entità leggendaria che chiamiamo successo. Questa donna, improvvisamente di fronte al mistero dei quarant'anni appena oltre la prossima curva, è esattamente il tipo di donna che più probabilmente si caccia in qualche guaio per droga, per alcol o per un altro uomo. Più giovane di lei, normalmente. Niente di tutto questo era avvenuto a quella giovane (be'... ex giovane) donna, ma Jessie si era trovata lo stesso con una quantità un po' preoccupante di tempo libero, tempo per il giardinaggio, tempo per far compere, tempo per frequentare corsi (pittura, scultura, poesia... e avrebbe potuto avere una relazione con l'uomo che insegnava poesia se avesse voluto, e lo aveva quasi voluto). Aveva avuto tempo per pensare anche un po' a se stessa, motivo per il quale aveva conosciuto Nora. Tuttavia nessuna di quelle cose le aveva indotto una sensazione simile a quella che provava ora, come se stanchezza e dolori fossero altrettante medaglie al valore e il sonno una meritata ricompensa... Miller Time nella versione per signore ammanettate, si potrebbe dire. Dico, Jess, il modo come hai raggiunto quell'acqua è stato davvero grandioso. Era un altro ufo, ma questa volta non ne fu più sconcertata. Le bastava che almeno per un po' non si facesse risentire Ruth. Ruth era interessante ma anche estenuante. Chissà quanti non ci sarebbero mai riusciti a prendere quel bicchiere,
continuò il suo ammiratore ufesco, e usare il cartoncino per farne una cannuccia... quello è stato un colpo da maestro. Quindi hai tutto il diritto di sentirti bene. Ti è concesso. Ti è concesso anche un pisolino. Ma c'è il cane, intervenne dubbiosa la Mogliettina. Quel cane ti ignorerà nella maniera più assoluta... e sai anche perché. Sì. La ragione per cui il cane non l'avrebbe importunata era poco distante da lei, sul pavimento della camera da letto. Ora Gerald non era altro che un'ombra fra le ombre, della qual cosa Jessie benediceva il cielo. Fuori il vento si levò di nuovo. 1 suoi sibili tra le fronde dei pini le erano di conforto e le inducevano il sonno. Chiuse gli occhi. Attenta però a quello che sogni! l'avvertì la Brava Mogliettina con una voce inprovvisamente allarmata, ma anche lontana e non molto imperiosa. Però ci provò di nuovo: Attenta a quello che sogni, Jessie! Dico sul serio! Ma sì, certo che diceva sul serio, la Brava Mogliettina parlava sempre sul serio, per questo era spesso un tormento. Qualunque cosa sognerò, pensò Jessie, non sarà che ho sete. Non ho totalizzato molte vittorie lampanti in questi ultimi dieci anni, che del resto sono stati un susseguirsi di confuse scaramucce di guerriglia, una via l'altra, ma l'essere riuscita a bere quell'acqua è stata una vittoria senza ombre. O no? Si, confermò la voce dell'ufo. Era una voce vagamente maschile e le venne da chiedersi, nelle prime spire di sonno, se non fosse per caso la voce di suo fratello Will... Will da bambino, ancora negli anni Sessanta. Ma sicuro. Certo che è lui. Cinque minuti dopo Jessie dormiva saporitamente, con le braccia sollevate è divaricate in una V inerte, i polsi appesi mollemente ai montanti dentro le manette, la testa reclinata contro la spalla destra (quella che le faceva meno male), mentre soffiava dalla bocca respiri lunghi, lenti e rumorosi. A un certo punto, molto dopo che erano calate le tenebre e che una buccia bianca di luna si era levata a oriente, sulla soglia riapparve il cane. Come Jessie, ora che aveva soddisfatto la sua necessità più impellente e che i clamori del suo stomaco erano stati in certa misura appagati, era molto più calmo. La osservò rapito a lungo con l'orecchio buono drizzato e il muso spinto in avanti, mentre cercava di decidere se stesse davvero dormendo. Concluse (soprattutto sulla base dell'odore, il sudore che si andava asciugando, la totale assenza del tanfo dell'adrenalina, sfrigolante di ozono) che non fingeva. Questa volta non ci sarebbero stati calci e non ci sarebbero state grida, non ci sarebbe stata nessuna reazione se fosse stato
tanto attento da non svegliarla. Senza far rumore, raggiunse a passi felpati il cumulo di carne che c'era per terra. Anche se aveva meno appetito di prima, l'odore della carne era ancora più allettante. Il fatto è che il suo primo pasto aveva inferto un colpo mortale all'antico, innato tabù che vieta quella categoria di cibo, anche se il cane non lo sapeva e non gliene sarebbe importato niente anche se lo avesse saputo. Abbassò la testa, annusando ora l'appetitoso aroma di avvocato morto con tutta la delicatezza di un gourmet, per poi chiudere dolcemente i denti sul labbro inferiore di Gerald. Tirò, facendo pressione piano piano, distendendo la carne sempre di più. L'espressione di Gerald si trasformò in quella di un broncio mostruoso. Finalmente il labbro si lacerò, lasciando scoperti i denti inferiori in un gran ghigno di morte. Il cane deglutì quella piccola prelibatezza in un sol colpo, poi si leccò le fauci. Cominciò a scodinzolare di nuovo, questa volta in archi lenti di soddisfazione. Sul soffitto alto danzavano due punticini di luce; luce lunare riflessa dalle otturazioni in due dei molari inferiori di Gerald. Le otturazioni erano fresche di una settimana e brillavano ancora come monetine appena coniate. Il cane si leccò i baffi una seconda volta, mentre contemplava amorevolmente Gerald. Poi allungò il collo, quasi esattamente come Jessie aveva allungato il suo per infilare finalmente la cannuccia nel bicchiere. Annusò la faccia di Gerald, ma dire che l'annusò è dire poco; diciamo piuttosto che lasciò libero il naso di partire per una sorta di vacanza olfattiva, saggiando dapprima il leggero profumo di cera per pavimenti sepolto nell'orecchio sinistro del padrone morto, poi la mescolanza di odori, di sudore e di pelle lungo l'attaccatura dei capelli, infine l'aroma amarognolo, così intenso e inebriante, del sangue coagulato sulla testa di Gerald. Indugiò particolarmente a lungo sul naso di Gerald, a svolgere, con il muso ora graffiato, sporco, ma ah, quanto sensibile, una delicata indagine in quei due canali ora spenti. Lo colse di nuovo quel senso di ghiottoneria, una sensazione che il cane sceglieva fra le molte che maggiormente gli erano preziose. Finalmente affondò i denti aguzzi nella guancia sinistra di Gerald, li serrò e cominciò a tirare. Sul letto, gli occhi di Jessie avevano cominciato a muoversi velocemente avanti e indietro sotto le palpebre. Ora gemette. Fu un gemito acuto e ondeggiante, in cui il terrore era pari alla comprensione. Il cane rialzò subito il muso, accucciandosi istintivamente in un atteggiamento colpevole e impaurito. Non durò a lungo; aveva già cominciato a
considerare quel cumulo di carne non più come qualcosa di proibito, al quale avvicinarsi solo se preso dai morsi della fame e dalla minaccia dell'inedia, ma come la sua dispensa personale, per la quale, se sfidato, sarebbe stato pronto a combattere e forse anche a morire. E poi a fare quei versi era solo la padrona femmina e ormai il cane era sicuro che la padrona femmina fosse impotente. Abbassò la testa, afferrò di nuovo la guancia di Gerald Burlingame e strattonò all'indietro, scuotendo la testa con energia. Una lunga striscia della guancia del morto si staccò con lo schiocco di un pezzo di nastro adesivo strappato dal rotolo. Ora Gerald aveva il ghigno feroce e predatorio di un giocatore che ha appena pescato l'incastro di una scala in una mano di poker con un piatto particolarmente ricco. Jessie mugolò di nuovo. Seguì una fila di incomprensibili farfugliamenti gutturali. Il cane le lanciò un'altra occhiata. Era sicuro che non fosse in grado di alzarsi dal letto per importunarlo, ma quei versi lo mettevano a disagio lo stesso. Il vecchio tabù si era appannato, ma non era scomparso. E poi aveva saziato la fame; ora non stava più mangiando, faceva uno spuntino. Si girò e uscì al trotto dalla stanza. Dalle fauci gli pendeva un brano della guancia sinistra di Gerald, grande come lo scalpo di un neonato. 11 È il 14 agosto 1965. Sono passati poco più di due anni dal giorno in cui si è spento il sole. È il compleanno di Will; per t