JOHN SANDFORD GLI OCCHI DELLA PREDA (Eyes Of Prey, 1991) 1 Carlo Druze era un killer nato. Se ne andava a passo lento su...
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JOHN SANDFORD GLI OCCHI DELLA PREDA (Eyes Of Prey, 1991) 1 Carlo Druze era un killer nato. Se ne andava a passo lento sul vecchio marciapiede di lastroni incrinati e sconnessi, sotto le nude querce. Nulla gli sfuggiva dell'ambiente circostante. Dietro l'angolo, dove aveva lasciato l'auto, un odore di sigaro aleggiava nella fredda aria della notte; fatti trenta metri, era entrato in una nuvola di fragranza, deodorante o profumo scadente. Una canzone di Mötley Crüe proveniva da una camera al primo piano: se era così ben udibile dal marciapiede, doveva essere assordante all'interno. Due isolati più avanti, sulla destra, un'ombra dalla trasparenza d'avorio si proiettò da una finestra illuminata. Lui scrutò la finestra, ma non vi fu altro movimento. Un primo fiocco di neve vagò nell'aria, poi un altro. Druze uccideva senza provare emozioni, ma non era stupido. Stava attento: non voleva passare la vita in prigione. Perciò aveva l'aria di andare a zonzo, mani nelle tasche, come un bighellone. Osservava. Valutava. Il bavero sollevato della giacca da sci gli copriva le orecchie e il naso. Il berretto con visiera era calato sulla fronte. Se avesse incontrato qualcuno — una persona che portava a passeggio il cane, o faceva jogging notturno — costui non gli avrebbe visto che gli occhi. Dall'imboccatura del vicolo vide la casa designata e dietro a essa il box. Vicolo deserto, quiete assoluta. Pochi bidoni delle immondizie, come funghi di plastica ammaccati, aspettavano di essere portati dentro. Quattro finestre erano accese al pianterreno della casa, altre due di sopra. Il box era buio. Druze non si guardò attorno; era un attore troppo bravo. Difficilmente un vicino lo avrebbe osservato, ma chi poteva saperlo? Un vecchio solo, davanti alla finestra, con uno scialle sulle spalle scarne... Druze lo vide con l'occhio della mente e fu cauto: lì abitavano benestanti e lui era un estraneo nelle tenebre. Un atteggiamento furtivo fuori luogo, come una battuta sbagliata sul palcoscenico, sarebbe stato notato. I piedipiatti erano a un minuto dal vicolo. Un passo casuale, dunque, non una mossa repentina. Druze svoltò nella più fitta oscurità del vicolo e arrivò al box, che era collegato alla casa da
un passaggio in calcestruzzo sormontato da vetri. La porta in fondo al passaggio non sarebbe stata sprangata; da lì si andava in cucina. «Se lei non è in cucina, sarà nel soggiorno a guardare la televisione», aveva detto Bekker. E si era mostrato raggiante, la faccia infuocata dall'incontrollato piacere. Gli aveva disegnato la planimetria della casa e tracciato i corridoi con la mano tremante che aveva lasciato linee incerte sul foglio. «Cristo, come vorrei essere là a vedere.» Druze prese la chiave dalla tasca, tirando su lo spago al quale era legata. Aveva fissato lo spago alla cintura, così non avrebbe rischiato di perdere la chiave in casa. Allungò la mano guantata verso il pomo della porta, girò. Chiusa. La chiave provvide ad aprirla. Entrò, richiuse e si fermò nel buio ad ascoltare. Un tramestio? Un topo in soffitta? Il rumore del vento sulle tegole? Attese. Druze era uno gnomo. Da bambino era stato vittima di un incendio. Certe notti, brutte notti, i ricordi invadevano la sua mente e nel dormiveglia lui si agitava infelice sotto le coperte, sapendo e temendo che cosa sarebbe successo. Si sarebbe ritrovato nel suo letto di bambino avvolto dalle fiamme. Fuoco sulle mani, sul viso, fuoco che si spargeva come un liquido sul naso, sui capelli, e sua madre gridava, gettava acqua e latte, suo padre si sbracciava, urlando inutilmente. All'ospedale lo avevano portato solo il giorno dopo. Sua madre gli aveva spalmato lardo sul corpo, sperando di rimediare, mentre lui aveva urlato tutta la notte. Ma alla luce del mattino, quando gli avevano visto il naso, il ricovero era stato inevitabile. Rimase un mese nell'ospedale della contea, strillando dal dolore quando le infermiere gli facevano i bagni e lo spellavano, e i medici facevano i trapianti di pelle. Ne avevano fatto il «raccolto» dalle cosce — così avevano detto, e la parola gli si era impressa nella mente — per rappezzargli la faccia. Alla fine il suo aspetto fu migliore, ma non buono. I lineamenti parevano fusi insieme, come compressi da un'invisibile calza di nailon sul viso. La pelle era un rammendo a mosaico di cuoio scolorito, zigrinato. Il naso glielo avevano aggiustato il meglio possibile, ma era troppo corto, con le narici troppo sporgenti, come fari neri. Le labbra erano rigide e sottili, spesso aride. Lui se le leccava ogni pochi secondi, inconsciamente, e i suoi parevano colpi di lingua di una lucertola. Gli avevano dato una nuova faccia, ma gli occhi erano i suoi.
Aveva occhi neri, opachi, come tinta vecchia sulle palpebre di un indiano in uno spaccio di tabacchi. Chi lo conosceva per la prima volta poteva prenderlo per cieco, ma non lo era. I suoi occhi erano lo specchio dell'anima, un'anima che Druze aveva perso la notte dell'incendio. Il box era silenzioso. Nessuna voce, nessun trillo di telefono. Druze rimise la chiave nella tasca dei pantaloni e prese invece una pila d'alluminio di dieci centimetri a forma di penna. Con la sua luce filiforme aggirò l'auto e scansò le cose sparse attorno. Bekker lo aveva avvisato in proposito: la donna amava il giardinaggio. La metà inutilizzata del box era invasa da pale, rastrelli, zappe, palette, vasi di terracotta, rotti e sani, sacchi di fertilizzante e di torba già aperti. Accanto c'erano un tagliaerba e uno sgombraneve. Lì c'era odore di terra e di benzina, un miscuglio acre, inebriante che lo riportò alla sua fanciullezza. Druze era cresciuto in una fattoria, da povero, aveva abitato in una roulotte con il serbatoio di propano, più simile al pollaio che alla casa colonica. Conosceva gli orti, i vecchi attrezzi meccanici, il fetore del letame. La porta fra il box e il passaggio era chiusa, ma non a chiave. Il passaggio era largo due metri e pieno di roba anch'esso. «Lei lo usa come serra, attento ai pomodori sul lato sud, sono dappertutto», aveva detto Bekker. «Avrai bisogno di luce, ma lei non la vedrà né dalla cucina né dal soggiorno. Controlla le finestre a sinistra. C'è lo studio, e lei potrebbe vederti da lì, ma non ci sarà. Non lo usa mai. Vai tranquillo.» Bekker era un ideatore meticoloso, soddisfatto del proprio lavoro. Quando aveva disegnato la planimetria della casa sotto gli occhi di Druze, a un certo momento si era interrotto per ridere. La sua risata era la caratteristica peggiore, aveva constatato Druze. Aspra, gracchiante, somigliava al grido del corvo inseguito dai gufi... Druze percorse il passaggio e giunse alla porta a vetri illuminata. Lui era robusto, ma non grasso. Era un atleta: giocoliere, ballerino, funambolo, saltava in aria, batteva i tacchi e atterrava lievemente, cosicché il pubblico sentiva solo il colpo dei tacchi. In quel momento udì una voce e si arrestò. Una voce che cantava. Dolce, semplice, da studentessa nel coro. Parole smorzate. Riconobbe il motivo, ma gli sfuggiva il titolo. Una canzone degli anni Sessanta. Forse di Joan Baez. Il campo si restringeva. Era sicuro di farcela. Uccidere Stephanie Bekker sarebbe stato come tagliare la testa a un pollo o la gola a un maialino. Una giovane scrofa, disse fra sé. E tutta
carne... Druze aveva commesso un altro delitto anni prima. Ne aveva parlato a Bekker davanti a una birra. Non era stata una confessione, ma un semplice racconto. E ormai, a tanti anni di distanza, l'omicidio pareva piuttosto un incidente. O addirittura la scena di un film mezzo dimenticato, di cui non si ricordava la fine. Una ragazza in un alberguccio di New York. Una puttana forse, una drogata di sicuro. Lo aveva insultato. E lui l'aveva uccisa. Quasi per esperimento, per provare se l'atto lo avrebbe emozionato. Nulla. Non aveva mai saputo il suo nome, e difficilmente avrebbe ritrovato quell'alberghetto, se ancora esisteva. A distanza di tanto tempo non ricordava più in quale settimana dell'anno il fatto era avvenuto: in estate sicuramente, c'era aria soffocante, sudore, odore di latte guasto e di verdura marcia nei cassonetti sul marciapiede. «Non mi fece né caldo né freddo», aveva detto a Bekker che insisteva. «Non fu... Merda, non fu proprio niente. Feci zittire la cagna, questo è certo.» «L'hai colpita? In faccia?» Bekker era completamente preso dal racconto. Fu quello, pensò Druze, il momento in cui divennero amici. Lo ricordava con assoluta chiarezza: il bar, l'odore di sigarette, quattro universitari seduti a mangiare la pizza, a ridere di sciocchezze... Bekker portava un pullover di mohair color albicocca, il suo preferito. «La feci dondolare, sbattendola contro il muro», aveva detto Druze, per darsi importanza. Una nuova sensazione. «Quando lei crollò a terra bocconi, le saltai sopra, le strinsi il collo con un braccio e strattonai... fatto. Il collo si spezzò. Il rumore fu come mordere della cartilagine. Mi rinfilai i calzoni e uscii dalla porta...» «Impaurito?» «No. Non dopo che fui uscito. Liscio come l'olio... che cosa potevano fare gli sbirri? Uno esce e quando ha percorso l'isolato, quelli sono fregati. In quel posto di merda forse non la scoprirono che due giorni dopo, e solo a causa del caldo. Non ero impaurito. Semmai incalzato dalla fretta.» «Complimenti.» L'approvazione di Bekker era stata per Druze come uno scroscio di applausi, ma migliore, più concentrato. Solo per lui. Ne aveva tratto l'impressione che Bekker avesse qualcosa da confessare, ma lui non lo aveva fatto. Al contrario aveva chiesto: «Non lo hai più ripetuto?» «No. Non fu... divertente.» Bekker lo aveva guardato attonito per un momento, poi aveva sorriso.
«Accidenti che racconto, Carlo.» Non aveva sentito molto quando aveva ucciso la ragazza. E non sentiva molto ora, mentre si muoveva come un fantasma nel buio, avvicinandosi al bersaglio. Tensione, paura del palcoscenico, ma non ripugnanza per l'incarico. La porta di legno in fondo al passaggio aveva un vetro ad altezza d'occhi. Se la donna era a tavola, aveva detto Bekker, probabilmente gli avrebbe voltato le spalle. Se era al lavello, ai fornelli o davanti al frigorifero, non avrebbe potuto vederlo. La porta si sarebbe aperta silenziosamente, ma lei avrebbe sentito entrare l'aria fredda se Druze avesse esitato. Che canzone era? La voce della donna lo avviluppava, un sussurro affascinante nella notte. Con movimento lento guardò dal vetro. Lei non era a tavola, c'erano due sedie vuote. Afferrò saldamente il pomo della porta, sollevò un piede e pulì la suola della scarpa sul pantalone dell'altra gamba, poi ripeté l'operazione con l'altro piede. Se le scarpe da ginnastica avevano raccolto dei sassolini, questi, grattando sul pavimento, lo avrebbero tradito. Bekker lo aveva messo in guardia, e Druze era uno che ci teneva ai dettagli. Girò il pomo. Esso si mosse lentamente come la lancetta dei minuti sull'orologio. La porta era a molla e si sarebbe richiusa da sola... E lei cantava. Qualcosa con Angelina, ta-dum, Angelina. Good-bye, Angelina? Era un vero soprano, la sua voce squillante. La porta era silenziosa come Bekker aveva detto. L'aria calda gli arrivò in faccia come un cuscino di piume; facilitato dal rumore delle stoviglie, entrò e si mosse, la porta si richiuse, le sue scarpe non facevano rumore sulle piastrelle di cotto. Proprio di fronte c'era il banco della colazione in formica bianca screziata, con una rosa dal gambo corto in un vasetto a una estremità, una tazza e un piattino al centro, e una bottiglia di vetro verde più vicina a lui. Il ricordo di un viaggio in Messico, gli aveva detto Bekker. Di vetro soffiato, pesante come pietra, con il collo massiccio. Druze, una valanga in nero, si stava spostando velocemente verso il fondo del banco, e la donna comparve alla sua sinistra, davanti al lavello, di spalle. Cantava. I capelli neri le scendevano sulle spalle, un négligé di seta blu trasparente le modellava i fianchi. All'ultimo istante lei percepì una presenza, forse sentì un movimento, dell'aria fredda, e si voltò. Un imprevisto: Druze stava per aggredire la moglie di Bekker, era troppo tardi per cambiare tattica, ma capì che qualcosa non andava.
Un uomo nella casa. Nella doccia. Stava per andarsene. Stephanie Bekker si sentiva calda, a proprio agio, ancora un po' umida dopo la doccia, una goccia le solleticava la spina dorsale all'altezza delle scapole... Aveva i capezzoli doloranti, ma in modo piacevole. Lui si era rasato, ma non di fresco... Sorrise. Che sciocco, non doveva essere stato allattato abbastanza da piccolo... Stephanie Bekker sentì l'aria fredda sulla schiena e si voltò a sorridere al suo amante. Il suo amante non c'era; c'era la Morte. Lei disse: «Chi?» e tutto le si affollò nella mente come una manciata di cristalli: i progetti di lavoro, i bei giorni ai laghi, il cocker spaniel che aveva avuto da ragazzina, il volto di suo padre segnato dal dolore dopo l'attacco cardiaco, la propria incapacità ad avere bambini... E la sua casa: le piastrelle in cucina, gli antichi recipienti per la farina, i poggiapentole in ferro battuto, la rosa nel vasetto, rossa come una goccia di sangue... Andati. Un imprevisto... «Chi?» disse lei, a voce bassa, girandosi per metà, dilatando gli occhi, il sorriso raggelato. La bottiglia roteò, mazza da baseball in vetro verde. La mano della donna si sollevò. Troppo tardi. Troppo piccola. Troppo delicata. La pesante bottiglia si abbatté sulla tempia con uno schianto. Lei barcollò e cadde all'indietro, come se non avesse più ossatura. La nuca urtò il bordo del banco, il corpo fu spinto in avanti e rotolò. Druze le fu addosso, la schiacciò con il suo peso; la mano sul torace sentiva il capezzolo. Colpì il viso e il viso e il viso... La bottiglia si ruppe, e lui fece una pausa, pompando aria, sollevò la testa, a bocca spalancata, cambiò la presa e affondò il vetro aguzzo nei suoi occhi... «Dacci sotto», aveva sollecitato Bekker. Era sembrato un giocatore di football che descriveva un'azione di gioco, agitando il braccio come se stesse per urlare: Avanti! «Fallo come lo farebbe un tossicomane. Cristo, quanto mi piacerebbe essere lì. E colpisci gli occhi. Bada bene di colpire gli occhi.» «So come fare», aveva risposto Druze.
«Ma devi colpire gli occhi...» Bekker aveva una goccia di saliva all'angolo della bocca. Gli succedeva quando era eccitato. «Colpiscili per me...» Qualcosa non andava. C'era stato un altro rumore nella casa ed era cessato. Benché intento a colpirla, a infilarle le punte di vetro negli occhi, Druze registrò il négligé. Lei non lo avrebbe indossato in una notte d'aprile fredda e ventosa, sola in casa. Le donne erano attrici nate, con un istinto per ciò che era più adatto andando oltre la semplice comodità. Non lo avrebbe indossato se fosse stata sola... La colpì in faccia e sentì dei passi sordi sulle scale; si voltò a metà, si sollevò a metà, spaventato, ingobbito come un golem, la bottiglia nella mano guantata. L'uomo, che aveva un asciugamano attorno al corpo, girò l'angolo in fondo alle scale. Più alto del normale, ben piantato ma non grasso. Capelli biondi bagnati con un principio di calvizie, spettinati. Pelle chiara, poco esposta al sole, peluria ingrigita sul torace, chiazze rosate sulle spalle per effetto della doccia. Un istante d'immobilità, poi l'uomo farfugliò: «Gesù» e schizzò via. Druze mosse un passo per inseguirlo, perse l'equilibrio. Il sangue sul pavimento era quasi invisibile, rosso su rosso, e lui scivolò a gambe all'aria. Batté la schiena sulla testa della donna, il cui viso massacrato lasciò l'impronta sulla giacca nera. L'uomo, l'amante di Stephanie Bekker, era risalito di corsa. La vecchia casa aveva porte di quercia. Se quello si chiudeva in camera, Druze non avrebbe sfondato la porta tanto facilmente. Il tizio stava forse chiamando la polizia. Druze abbandonò la bottiglia, secondo i piani, si girò e uscì dalla porta. Era a metà del passaggio a vetri quando la porta sbatté e lo fece sussultare come una fucilata. La porta, disse la sua mente, ma ormai correva pestando i pomodori. Trovò la pila e uscì dal passaggio. In altri due secondi superò il box, fu nel vicolo e lì rallentò. Cammina. Cammina! In altri dieci secondi fu sul marciapiede, un uomo grosso, ingobbito, con il bavero rialzato. Arrivò all'auto senza avere visto un'anima. Un minuto dopo aver lasciato Stephanie Bekker, si allontanava dalla zona... Evita di pensarci. Druze si sforzò di tenere la mente libera. Ogni cosa era stata eseguita in modo impeccabile. Segui il copione. Rispetta l'itinerario. Gira attorno al lago, vai in France Avenue, all'autostrada 12, indietro verso il raccordo per la I-94, e segui la 94 fino a St. Paul. Dopo pensò.
Lui ha visto la mia faccia. Chi diavolo era? Così rotondo, così roseo, così spaventato. Druze batté la mano sul volante per la frustrazione. Come è potuto accadere? Bekker tanto in gamba... Per Druze era impossibile sapere chi fosse l'amante, ma forse Bekker era al corrente. Qualche idea almeno doveva averla. Sbirciò l'orologio sul cruscotto: 22.40. Ancora dieci minuti per la prima telefonata stabilita. Imboccò l'uscita seguente, si fermò a un negozio SuperAmerica e prese il sacchetto delle monete che aveva lasciato sul pavimento dell'auto: le aveva tolte dalla tasca perché non tintinnassero durante il suo lavoretto. C'era un telefono pubblico sul muro esterno e Druze, con l'indice in un orecchio per attutire il rumore della strada, formò il numero di un altro telefono pubblico a San Francisco. Una voce registrata chiese monete e Druze le infilò nella fessura. Un secondo dopo il telefono suonò sulla costa del Pacifico. Bekker era là. «Pronto?» Era previsto che Druze dicesse un «sì» o un «no» e riattaccasse. Invece disse: «C'era un tizio, là». «Cosa?» Per la prima volta vi fu sorpresa nella sua voce. «Se la faceva con un tizio», disse Druze. «Sono entrato e l'ho sistemata, e il tizio è sceso dalle scale e me lo sono visto davanti. Aveva un asciugamano attorno al corpo.» «Cosa?» Più che sorpreso. Sbigottito. «Svegliati, per l'amor di Dio. Piantala di dire: 'Cosa?' Abbiamo un problema.» «Ma... la donna?» Si stava riprendendo. Senza fare nomi. «Ah, quella è un bel 'sì'. Ma il tizio mi ha visto. Per un secondo appena. Avevo la giacca da sci e il berretto, ma con la mia faccia... Non so quanta se ne vedeva...» Seguì un prolungato silenzio, poi Bekker disse: «Non possiamo parlare di questo. Ti chiamerò stasera o domani, dipende da quello che succede. Sei sicuro riguardo alla... donna?» «Certo, è un 'sì'.» «Una cosa è fatta», disse Bekker con soddisfazione. «Lasciami pensare all'altra.» Fine della conversazione. Allontanandosi dal telefono, Druze canticchiava un pezzetto della canzone: Ta-dum, Angelina, good-bye, Angelina... Non era esatta, e la maledetta canzone gli sarebbe frullata in testa finché non l'avesse ricordata.
Forse poteva telefonare a una stazione radio e chiedere di trasmetterla. Quel motivo lo faceva impazzire. S'immise nella I-94, dopo passò sull'autostrada 280, sulla I-35W e sulla I-694, si diresse a ovest, veloce, troppo veloce, inebriato dalla folle corsa, superando i raccordi attorno alle città. Lo faceva ogni tanto per scaricarsi. Gli piacevano il sibilo del vento dalla fessura del finestrino, i vecchi successi alla radio. Ta-dum... La maschera sanguigna si seccò sul dietro della sua giacca, divenne invisibile. Lui ignorava che vi fosse. L'amante di Stephanie Bekker udì gli strani colpi sordi mentre si asciugava dopo la doccia. Il suono era innaturale, violento, aritmico, ma non gli passò per la mente che Stephanie fosse stata aggredita e stesse morendo in cucina. Forse lei stava muovendo qualcosa, una delle pesanti sedie antiche, o forse non riusciva ad aprire un vasetto e batteva il coperchio sul banco della cucina, francamente non sapeva che cosa pensare. Si avvolse l'asciugamano alla vita e scese. Piombò nell'incubo. Un uomo dalla faccia di bestia, curvo sopra Stephanie, la bottiglia rotta tenuta in mano come un pugnale, rigata di sangue. Il volto di Stephanie... Che cosa le aveva detto un'ora prima quando erano a letto? Sei una bella donna, le aveva detto un po' impacciato, sfiorandole le labbra con la punta del dito, tanto bella... Appena l'aveva vista sul pavimento si era girato ed era fuggito. Che altro poteva fare? chiese una parte della sua mente. E la parte meno nobile, la lucertola che si rintanava, disse: Vigliacco. Aveva fatto le scale di corsa, spaventato, si era chiuso in camera, lontano dall'orrore, quando sentì lo gnomo sbattere la porta sul retro. Afferrò il telefono, cominciò a formare il numero della polizia, il 9, l'1. Ma intanto la sua mente sveglia stava cambiando idea. S'interruppe. Ascoltò. Nessun vicino, niente chiamate nella notte. Niente sirene. Nulla. Guardò il telefono e infine mise giù il ricevitore. Forse... S'infilò i pantaloni. Con i nervi tesi aprì uno spiraglio della porta, aspettandosi di essere aggredito. Nulla. Scese le scale lentamente, a piedi nudi. Nulla. Arrivò guardingo in cucina. Stephanie era riversa là, spacciata; il viso maciullato, la testa deformata dalle botte. Il sangue aveva formato una pozza attorno a lei, il killer ci aveva camminato sopra lasciandovi le sue impronte, il bordo di una scarpa da ginnastica e il tacco, in direzione della porta.
L'amante di Stephanie Bekker allungò la mano per toccarle il collo, sentire il battito, ma all'ultimo istante, vinto dalla ripugnanza, la ritirò. Doveva essere morta. S'immobilizzò, folgorato da un presentimento: gli agenti sul marciapiede si avvicinavano, raggiungevano la porta d'ingresso... Lo avrebbero sorpreso lì, accanto al cadavere, come l'innocente in un telefilm della serie Perry Mason, avrebbero puntato il dito contro di lui, accusandolo di assassinio. Girò il capo verso la porta d'ingresso. Nulla. Non un suono. Tornò su, in un mulinare di pensieri febbrili. Stephanie gli aveva giurato di non avere detto a nessuno della loro relazione. Le sue amicizie erano all'università, nell'ambiente artistico o tra il vicinato: confidare certe cose in uno di quei giri avrebbe prodotto pettegolezzi a non finire. Loro due lo sapevano e ne conoscevano le conseguenze. Lui ci avrebbe rimesso il posto, travolto dallo scandalo. Stephanie aveva una paura terribile del marito: non osava immaginare quello che lui avrebbe fatto. Era stata una sciocchezza, ma nessuno dei due aveva resistito. Il matrimonio di lui era alla fine, quello di lei era finito da un pezzo. Gli venne un nodo alla gola, si controllò, gli venne di nuovo. Non aveva pianto da quando era bambino, non poteva farlo adesso, ma spasmi di dolore, rabbia e paura gli contrassero il torace. Fatti forza. Cominciò a vestirsi, si stava abbottonando la camicia quando il suo stomaco si ribellò; corse nel bagno e vomitò. Stette inginocchiato davanti alla tazza per diversi minuti, squassato da conati, finché gli occhi non gli si riempirono di lacrime. Calmati gli spasmi, si sollevò e finì di vestirsi, senza mettersi le scarpe. Per non fare rumore, pensò. Fece un attento inventario: portafogli, chiavi, fazzoletto, monete. Cravatta, giacca. Cappotto e guanti. Si costrinse a sedere sul letto per ripercorrere mentalmente i propri movimenti nella casa. Che cosa aveva toccato? Il pomo della porta d'ingresso. Il tavolo in cucina, il cucchiaio e la ciotola usati per mangiare il dolce alle ciliegie. Le maniglie delle porte di camera e bagno, i rubinetti, il sedile del water.... Prese un paio di mutandine di cotone dal cassettone di Stephanie, riscese, cominciò con la porta d'ingresso e agì metodicamente. In cucina non guardò il corpo. Non poté, ma ne sentì la costante presenza all'estremità del suo campo visivo, e badò a scansare il sangue. Tornò in camera, nel bagno. Mentre puliva la doccia pensò al tubo di scarico. Peli del corpo. Tese l'orecchio. Silenzio. Fai con calma. Tolse la chiusura, pulì il tubo fin dove poté con della carta igienica, poi vi diresse il
getto dell'acqua. Buttò la carta nel water, tirò lo sciacquone una, due volte. Peli del corpo: il letto. In camera fu scosso da un'altra ondata di disperazione. Avrebbe dimenticato qualcosa... Tirò via le lenzuola, ne prese di pulite e ci mise cinque minuti a rifare il letto completamente. Pulì il comodino e la testiera, si fermò per guardare attorno. Bastava. Arrotolò le mutandine nelle lenzuola sporche, s'infilò le scarpe e scese con la biancheria. Controllò il soggiorno, il salotto e la cucina per l'ultima volta. Evitando di guardare Stephanie. Non vi era altro da fare. Indossò il cappotto e vi nascose sotto la biancheria. Già ben piantato, con quel rigonfiamento diventò un ciccione. Bene, se qualcuno lo vedeva... Uscì dalla porta d'ingresso, scese i quattro gradini esterni e percorse la strada fino all'incrocio dove era la sua auto. Erano stati prudenti, e questo, forse, lo avrebbe salvato. La notte era fredda, con spruzzi di neve, e lui non incontrò nessuno. Scese dalla collina, girò attorno al lago, arrivò a Hennepin Avenue e vide una cabina telefonica. Si fermò, estrasse un quarto di dollaro e chiamò il 911. Con aria furtiva, sentendosi sciocco, coprì il microfono con le mutandine prima di parlare. «Una donna è stata assassinata», disse al centralinista. Fornì nome e indirizzo di Stephanie. Mentre l'altro lo pregava di attendere in linea, lui riattaccò, ripulì il ricevitore e tornò in auto. No, sgattaiolò come un topo, pensò. Non gli avrebbero mai creduto, mai. Chinò il capo sul volante. Chiuse gli occhi. La sua mente si mise a ragionare. Il killer lo aveva visto. Il killer non era il tipo del drogato o del ladruncolo che uccide d'impulso. Era robusto, ben nutrito, determinato. E poteva dargli la caccia. Doveva fornire maggiori informazioni agli investigatori, decise, altrimenti avrebbero puntato i sospetti su di lui, l'amante. Doveva indicare l'assassino. Sarebbe venuto fuori che Stephanie aveva avuto un rapporto sessuale, il medico legale lo avrebbe rilevato. Oddio, si era lavata? Sì, naturalmente, ma quanto bene? Vi sarebbe stato sperma sufficiente per la prova del DNA? Niente da fare per quello. Ma poteva dare alla polizia informazioni utili per rintracciare il killer. Stampando una dichiarazione, fotocopiandola più volte con diverse gradazioni di luce per confondere le caratteristiche della stampa...
Il volto di Stephanie emerse dal nulla. Lui stava pensando, ed eccola là, a occhi chiusi, girata dall'altra parte, addormentata. Gli balenò l'idea che, tornando da lei, l'avrebbe trovata alla porta, e che era stato tutto un incubo. Gli si chiuse la gola, ansimò. E seduto in macchina pensò: Bekker? Aveva fatto questo? Avviò il motore. Bekker. Aveva poco di umano la cosa che si trascinava sul pavimento della cucina. Occhi distrutti, cervello rovinato, emorragia, ma era viva e aveva una mira: il telefono. Non c'era aggressore, non c'era amante; non c'era tempo. Solo dolore, pavimento e, da qualche parte, il telefono. La cosa si trascinò verso la parete dove era l'apparecchio, il suo braccio si sollevò, si tese... e ricadde. Era agonizzante quando gli infermieri arrivarono, quando i pompieri ruppero il vetro della finestra ed entrarono. La cosa chiamata Stephanie Bekker udì le parole «Santo Iddio» e poi spirò, lasciando una sola impronta della mano insanguinata a quindici centimetri dal telefono. 2 Del era alto, nodoso, sgraziato. Piazzò le gambe sul sedile del séparé e i jeans gli salirono sopra le scarpe alte marrone con le stringhe. Erano crepate e infangate. Scarpe così le portavano i mezzadri, pensò Lucas. Lucas scolò il resto della Diet Coke e girò la testa verso la porta. Nulla. «Lo stronzo è in ritardo», disse Del. La sua faccia si accendeva di giallo, poi di rosso per via dell'insegna luminosa sulla vetrina. «Viene, viene.» Lucas catturò lo sguardo del barista e indicò la lattina di Diet Coke. L'uomo annuì e aprì il piccolo frigo. Era grasso, con un grembiule macchiato sull'ampio ventre, e camminava come un papero. «Un dollaro», borbottò. Lucas pagò. Il barista li guardò entrambi attentamente, stava per fare una domanda, preferì non farla e tornò dietro il banco. Più che fuori posto loro due erano male assortiti, ragionò Lucas. Del indossava jeans, un camiciotto grigio da detenuto, strappato al collo, giubbotto di jeans, fascia attorno al capo ricavata da una cravatta fantasia, e scarpe da mezzadro. Aveva la barba di una settimana e i suoi occhi sem-
bravano paludi di torba. Lucas indossava un giubbotto di pelle su un maglione di cachemire, pantaloni kaki e stivaletti da cowboy. I capelli scuri, spettinati, gli ricadevano su una faccia quadrata, dura, di un pallore invernale. Il pallore nascondeva quasi la cicatrice dal sopracciglio alla guancia che diventava visibile quando lui serrava le mascelle. Allora si raggrinziva, e il solco era più bianco del resto della pelle. Il loro séparé era vicino alla finestra. Il vetro argentato consentiva a chi stava dentro di vedere fuori, ma non viceversa. Sotto le finestre si alternavano cassette di fiori e radiatori coperti. I fiori erano petunie di plastica infilate in una specie di sudiciume. Del masticava gomma, una stecca ogni pochi minuti. Quando la finiva, sputava il rimasuglio nella cassetta dei fiori. Dopo un'ora una dozzina di palline rosate formavano germogli primaverili tra i fiori finti. «Viene, viene», disse ancora Lucas. Ma non ne era sicuro. «Arriverà.» Giovedì sera, scrosci di pioggia intermittente, pochi clienti nel locale. Tre puttane, due nere, una bianca, erano sedute sugli sgabelli al banco, bevevano birra e si dividevano la rivista Mirabella. Si erano tolte gli impermeabili di vinile lucido a colori vivaci e li tenevano ripiegati sotto il sedere a mo' di cuscini. Le puttane non si separavano mai dai propri indumenti. Una bianca sedeva da sola in fondo al banco. Aveva capelli biondi crespi, occhi di un verde acquoso e una bocca larga e sottile, facile al tremore. Le sue spalle ricurve parevano pronte a farsi bastonare. Un'altra puttana: stava scolando gin con teutonica determinazione. Gli uomini nel bar non si curavano di loro. Due cowboy con cappelli mimetizzati, uno con coltello a serramanico alla cintura, giocavano a carte. Altri due uomini, forse del vicinato, parlavano con il barista. Un quinto, più vecchio, aveva davanti una coppetta di noccioline, e si nutriva della rabbia di una vita e di whisky. Un sorso dal bicchiere, una nocciolina e un borbottio rabbioso a capo chino. Un'altra mezza dozzina di uomini e una donna formavano un gruppetto compatto in fondo al bar, dove stavano guardando alla TV gli incontri eliminatori del campionato di pallacanestro, via satellite. «Non ho visto molto crack alla TV recentemente», disse Lucas, cercando di far conversazione. Del aveva rimuginato qualcosa tutta la sera, ma ancora non l'aveva sputata. «Già sfruttato dai media», rispose Del. «Ora non fanno che parlare di una nuova droga. Pare che si chiami ice e venga dalla Costa occidentale.»
Lucas scosse il capo. «Maledetto ice», disse. Colse la propria immagine sul vetro della finestra. Non troppo male, pensò. Non si vedevano i fili grigi nei capelli, né i segni sotto gli occhi, né il principio di rughe agli angoli della bocca. Forse doveva prendere un pezzo di quel vetro e usarlo quando si faceva la barba. «Se aspettiamo ancora molto, quella avrà bisogno di una trasfusione di denaro», disse Del, sbirciando la puttana sbronza. Lucas le aveva allungato venti dollari, ma ormai le erano rimasti gli spiccioli. «Arriverà», insistette Lucas. «Il bastardo sogna di fargliela pagare.» «Randy non è abbastanza intelligente per sognare», disse Del. «Lo vedremo presto», commentò Lucas. «Non la lascerà seduta là in eterno.» La donna era un'esca. Del l'aveva trovata in un bar di South St. Paul due giorni prima e l'aveva riportata a Minneapolis valendosi di un vecchio mandato di cattura. Lucas aveva sparso la voce che lei stava vuotando il sacco su Randy per evitare una condanna per possesso di cocaina. Randy aveva sfregiato la faccia a una confidente di Lucas. La puttana era stata presente al fatto. «Scrivi ancora poesie?» chiese Del dopo un poco. «Quasi più», rispose Lucas. Del scosse il capo. «Peccato.» Lucas guardò i fiori finti e disse con tristezza: «Sto invecchiando. Bisogna essere giovani o ingenui per scrivere poesie». «Hai tre o quattro anni meno di me», precisò Del. «Né tu né io abbiamo vita facile», disse Lucas. «Ho capito», rispose Del tristemente. Quelli della Narcotici erano sempre stati magri. A lui piaceva un po' troppo l'eroina e talvolta metteva il naso nella cocaina. Una conseguenza del lavoro: non ne uscivano mai puliti. Ma Del... le borse sotto gli occhi erano il suo tratto più vistoso, i suoi capelli erano rigidi, sporchi. Come un gatto malato senza rimedio, lui non curava più la propria persona. «Troppe carogne. Sto diventando come loro.» «Quante volte ne abbiamo parlato?» chiese Lucas. «Un centinaio», rispose Del. Stava per dire di più, ma furono interrotti da uno scoppio di esclamazioni dal fondo e da una voce maschile che gridava: «Hai visto il volo di quel negraccio?» Una delle puttane nere sollevò la testa, lanciò un'occhiata ostile, ma tornò a guardare la rivista senza dire nulla.
Del fece un cenno al barista. «Un paio di birre», gridò. Il barista annuì e Lucas disse: «Pensi che Randy non venga?» «È in ritardo», rispose Del. «E se continuo a bere Coca Cola mi servirà un trapianto di vescica.» Arrivarono le birre e Del disse: «Hai sentito dell'assassinio di ieri notte? La donna sulla collina? Maciullata in casa?» Lucas assentì. Era questo che Del aveva rimuginato. «Sì. L'ho visto al telegiornale. E ne parlavano in ufficio.» «Era mia cugina», disse Del, chiudendo gli occhi. Lasciò andare la testa all'indietro, come sopraffatto dalla stanchezza. «Eravamo cresciuti insieme, passavamo il tempo sul fiume. Le sue furono le prime tette che vidi, nella vita reale.» «Tua cugina?» Lucas esaminò il compagno. Per una sorta di autodifesa i poliziotti scherzavano sulla morte. Più questa era grottesca, più si prestava alla battuta spiritosa; ma occorreva frenare la lingua quando moriva il parente di un amico. «Andavamo insieme a pescare le carpe, ci crederesti?» Del si spostò per appoggiare la schiena contro la cassetta dei fiori. Pensava al passato. La sua faccia non rasata, immusonita e solenne, pareva una vecchia foto di James Longstreet dopo la disfatta di Gettysburg, pensò Lucas. «Giù alla diga, a un paio di isolati dalla tua abitazione. Rami d'albero usati come canne da pesca. Cordoncino di nailon con palline di mollica per esca. Lei scivolò dalla roccia, sul muschio, e che tuffo fece...» «Doveva stare attenta.» «Aveva, che so, quindici anni e portava una maglietta senza reggiseno», disse Del. «Le si era incollata alla pelle. Le dissi: 'Be', così vedo tutto, puoi anche toglierla'. Stavo scherzando, ma lei se la tolse davvero. Aveva le tette del colore della rosa canina, sai? Un bel rosa chiaro. Mi rimase duro per due mesi. Si chiamava Stephanie.» Lucas indugiò nel parlare, osservando la faccia del compagno. «Non te ne stai occupando?» «No. Non sono tagliato per quella roba, per fare congetture», disse Del. Allargò le mani in un gesto d'impotenza. «Ho passato la giornata con i miei zii. Sono tutti incasinati. Non capiscono perché io non possa fare qualcosa.» «Che cosa vogliono da te?» chiese Lucas. «Che arresti il marito. È un dottore all'università, un patologo», disse Del. Mandò giù un po' di birra. «Michael Bekker.»
«Stephanie Bekker?» domandò Lucas, corrugando la fronte. «Il nome non mi suona nuovo.» «Infatti. Andava in giro a far politica. Forse l'hai anche incontrata: due anni fa era nel gruppo di studio per il Civilian Review Board. Ma il fatto è che quando lei è stata uccisa, suo marito era a San Francisco.» «Quindi non c'entra», disse Lucas. «A meno che non l'abbia commissionato.» Del spinse il busto in avanti, riaprì gli occhi. «Quell'alibi è un po' troppo perfetto. Personalmente ritengo che lui abbia qualche rotella fuori posto.» «Che vuoi dire?» «Bekker ha del marcio. Non sono sicuro che l'abbia uccisa, ma potrebbe averlo fatto», disse Del. Un tizio in maglietta si precipitò al banco con una manciata di banconote, le sbatté sul piano e disse: «I conti dopo», e tornò di corsa davanti alla TV con tre birre. «Avrebbe un movente?» chiese Lucas. Del si strinse nelle spalle «Il solito. Denaro. Si considera migliore degli altri e non capisce perché è povero.» «Povero? È un dottore...» «Sta' a sentire. È un dottore e dovrebbe essere ricco, ma lui lavora all'università per settanta, ottantamila dollari. È patologo e non c'è molta richiesta di esami patologici nel mondo civile.» «Humm.» Sul marciapiede, oltre il vetro a specchio, una coppia sotto un ombrello rallentò il passo e, credendosi non vista, accese uno spinello. La donna aveva una minigonna bianca e una giacca di pelle nera. La Porsche di Lucas era parcheggiata lungo il marciapiede e i due, passandovi accanto, si fermarono a guardarla; l'uomo offrì lo spinello a lei che tirò qualche boccata, socchiuse gli occhi e lo ripassò al compagno. «L'ho sentito dire in ufficio... c'era un tizio con lei? Con tua cugina?» «Non sappiamo come stiano le cose», ammise Del, rabbuiandosi. «Qualcuno era con lei. Avevano fatto l'amore, lo sappiamo dal referto medico, e non è stato stupro. E un tizio ci ha telefonato, denunciando l'omicidio.» «Una lite fra amanti?» «Direi di no. Il killer deve essere entrato dal retro, l'ha uccisa ed è uscito dalla stessa parte. Lei stava rigovernando al lavello, c'era ancora schiuma nell'acqua quando gli agenti sono arrivati, e lei ne aveva un po' sulle mani. Niente tracce di lotta, di resistenza. Lavava i piatti, e pah.» «Non sembrerebbe una lite fra amanti.»
«No. E il poliziotto giunto sulla scena del delitto si è chiesto come ha fatto il killer ad arrivarle alle spalle, supponendo che non sia stato l'amante, senza che lei lo sentisse. Hanno controllato la porta e scoperto che i cardini erano stati oliati di recente. Nelle ultime due settimane, probabilmente.» «Ah, Bekker.» «Già, ma non è molto.» Lucas rifletté. Uno scroscio improvviso di pioggia colpì la finestra, ma poco dopo cessò. Passò una donna con un ombrello rosso da golf. «Senti», disse Del. «Non sto qui a raccontar balle... Speravo che te ne occupassi tu.» «Ah, odio i delitti. E non ingrano tanto bene...» Lucas fece un gesto sconsolato. «Questa è un'altra cosa. Hai bisogno di un caso interessante», disse Del, puntandogli l'indice davanti alla faccia. «Sei più imbranato di me, e io sono un maledetto rottame.» «Grazie.» Lucas era sul punto di fargli un'altra domanda, ma due figure stavano passando davanti alla finestra. Una era una nera dalla pelle molto chiara con un impermeabile beige e cappello di cotone a tesa larga dello stesso colore. L'altro era un ragazzo bianco, alto e cadaverico, con un cappello da alpino ornato da una piccola penna. Lucas si raddrizzò. «Randy.» Del guardò fuori, poi allungò la mano e strinse il braccio del compagno. «Vacci piano, d'accordo?» «Era la mia migliore informatrice», replicò Lucas con voce rauca. «Era quasi un'amica.» «Cazzate. Vacci piano.» «Lascia che entri e venga avanti. Muoviti per primo, coprimi, lui conosce la mia faccia.» Randy entrò tenendo le mani nelle tasche. Si fermò un attimo, ma nessuno badò a lui. A dodici minuti dalla fine della partita, i Celtics erano in svantaggio di un punto, con un giocatore sulla linea dei tre punti. A eccezione della puttana ubriaca e del vecchio chiuso nella sua rabbia, tutti gli altri stavano incollati alla TV. La donna entrò dopo Randy e chiuse la porta. Lucas emerse dal séparé dietro a Del. Bella pupa, pensò sbirciandola da sopra la spalla di Del prima di riabbassare il capo. Perché si è messa con un fetente come Randy?
Randy Whitcomb aveva diciassette anni ed era un pappone, con pistola, coltello e talvolta un bastone di prugnolo con pomo d'oro. Aveva un viso lungo e lentigginoso, capelli rossi ruvidi e due denti anteriori storti. Si scosse come un cane, spruzzando acqua dal suo cappotto di tweed. Era troppo giovane per quel tipo d'indumento, oltre che troppo smilzo e pazzoide. Avanzò lungo il banco, verso la donna ubriaca, e si fermò in posa, aspettando di essere visto. Lei non alzò la testa fino a quando l'apriscatole con punta a triangolo, che Randy aveva cavato dalla tasca, non scivolò sul banco, andando a colpire il suo mucchietto di monete. «Marie», disse Randy con voce melodiosa. Il barista colse il tono e lo guardò. Del e Lucas si stavano avvicinando, ma Randy non se ne accorse. Fissava Marie con occhi di fuoco. «Marie, tesoruccio», mormorò dolcemente, «ho sentito dire che hai chiacchierato con i piedipiatti...» Marie cercò di scendere dallo sgabello, mentre ruotava gli occhi agitati in cerca di Lucas. Lo sgabello si ribaltò e lei, traballante, tese le mani per aggrapparsi al banco. Randy stava quasi per raggiungerla, ma Lucas era alle sue spalle. Gli mise una mano sulla schiena e lo spinse con forza contro il banco. Il barista vociò: «Ehi!» E Del mostrò la tessera mentre la donna cadeva sul pavimento e il suo bicchiere andava in frantumi. «Polizia. Tutti fermi», gridò Del. Dalla fondina al fianco estrasse un revolver a canna corta e lo tenne in posizione verticale davanti alla propria faccia, in modo che ognuno lo vedesse. «Randy Ernest Whitcomb, carogna», esordì Lucas, spingendo il giovane a metà schiena mentre agganciava il piede alle sue caviglie. «Sei in...» Tenendo Randy piegato in avanti e con i piedi indietro, un braccio immobilizzato, Lucas cercò le manette in tasca. Ma Randy urlò: «No», e con un colpo di reni si buttò sul banco. Lucas cercò di afferragli una gamba, ma Randy scalciò, si dimenò. Un piede colpì di lato la faccia di Lucas, un colpo di striscio ma sufficiente a fargli male e a spingerlo indietro. Randy atterrò dall'altra parte del banco, camminò carponi fino in fondo al bar e afferrò una bottiglia di vodka con cui tentò di colpire in testa Del. Poi fuggì verso il retrobottega, inseguito da Lucas a quattro passi di distanza. La porta di servizio era sprangata. Randy la tempestò di colpi, poi fece una piroetta, lo sguardo spiritato, e agitò un arpione. Andavano di moda tra i delinquenti. Infilati nel taschino della camicia sembravano pen-
ne a sfera. Tolto il cappuccio erano bisturi d'acciaio di quindici centimetri con la punta affilatissima. «Fatti avanti, sbirro di merda», urlò Randy, sputando verso di lui. I suoi occhi erano dilatati, la voce acuta. «Vieni, fetente, beccati un taglio.» «Metti giù la lama», intimò Del, puntandogli la pistola alla testa. Lucas, sbirciando il compagno, sentì allentare la tensione. Il grasso barista era rimasto dietro il banco e si tappava le orecchie come se questo bastasse a bloccare lo scontro. Marie, rimessasi in piedi, si guardava il palmo della mano sanguinante e strillava; i due cowboy si erano scostati dal videogame e uno, il cui pomo d'Adamo andava su e giù, palpava il coltello appeso alla cintola. «Vaffanculo, sbirro, ammazzami», strillò Randy, muovendo un passo strascicato di lato. «Sono minorenne, bastardi.» «Metti giù la lama, Randy», ripeté Del. Guardò in tralice Lucas. «Che cosa vuoi fare, amico?» «Lascia che lo prenda io», rispose Lucas, e segnalò: «Il cowboy ha un coltello». Mentre Del si voltava, Lucas affrontò Randy con sguardo deciso e gli chiese: «Ti piace scopare, Randy?» «Sono un asso», si vantò il giovane. Ansimava, aveva la lingua fuori. Un pazzo. «Scopo roba di prim'ordine.» «Allora spero che tu abbia buona memoria perché t'infilerò quella punta nei testicoli. Hai fregato Betty con quell'apriscatole. Era una mia amica. Ti stavo cercando da un po'.» «Bene, mi hai preso, Davenport fottuto, vieni a farti incidere», gridò Randy. Teneva una mano al fianco, come aveva imparato al riformatorio, e l'altra armata un po' indietro. Regola del poliziotto, dettata dalla pratica: se un malvivente arriva a tre metri da te con un coltello, sarai ferito, anche se hai la pistola, anche se spari. «Calmo, calmo», gridò Del, guardando il cowboy. «Dov'è la donna? Dov'è?» chiese Lucas, mentre a braccia allargate stava nella posa del lottatore davanti a Randy. «È alla porta.» «Prendila.» «Mah...» «Fermala. Io provvederò a questo stronzo.» Lucas si fece sotto, con una finta di destro, schivò la mano sinistra di Randy, e quando la destra con l'arpione roteò, gli acchiappò la manica, strattonò e gli mollò una sventola di destro in faccia. Randy urtò contro la
parete, tentò comunque una coltellata, e Lucas gli sferrò un pugno in faccia. «Lucas!» gridò Del. Ma l'azione ormai era inarrestabile... la testa del giovane rimbalzava dal muro, Lucas usava braccia, ginocchio, gomito, in una sequenza di colpi e di combinazioni, uno-due-tre, uno-due, uno-due-tre, come in un esercizio di velocità... l'arpione cadde, schizzò lontano. D'un tratto Lucas barcollò all'indietro; tentò di girarsi e non poté. Il braccio di Del attorno al suo collo lo tirava. Tornò nel mondo reale. La gente nel bar stava in attonito silenzio, tutti in piedi, facce come francobolli su una busta senza indirizzo. La partita di pallacanestro continuava, la TV diffondeva grida e applausi attutiti. «Gesù», disse Del, risucchiando l'aria. «Pensavo che ti avesse colpito con quella lama. State tutti lontani da quell'arnese, ci servono le impronte. Chi lo tocca finisce al fresco.» Aveva ancora una mano sul colletto di Lucas. L'altro disse: «Sto bene, amico». «Veramente?» Del lo guardò e le sue labbra formarono una parola: testimoni. Lucas annuì e Del disse ad alta voce: «Non ti ha ferito?» «Mi sembra di no.» «Hai rischiato grosso», disse Del, sempre a voce alta. «Il ragazzo è pazzo. Avete visto come si scatena con quel coltello? Mai visto nulla di simile.» Imbeccava i testimoni, pensò Lucas. Cercò Randy con gli occhi. Era immobile sul pavimento, il viso una maschera di sangue. «Dov'è la sua ragazza?» domandò Lucas. «Fregatene», rispose Del. Si avvicinò a Randy, tenendo d'occhio Lucas, si accosciò e gli mise le manette. «Lo sapevo che ti avremmo incastrato, coglione.» Una delle puttane, con addosso l'impermeabile rosso e pronta ad andarsene, abbassò lentamente lo sguardo su Randy e nel silenzio generale disse con l'accento cantilenante di Kansas City: «Dovreste chiamare l'ambulanza. Quel fetente è ferito». 3 Bekker aveva una doppia personalità. Uno era il Bekker di tutti i giorni, l'uomo di scienza, l'uomo in camice
bianco che operava dissezioni nella centrifuga ad alta velocità e usava il bisturi. L'altro era Beauty. Beauty era felicità. Beauty era luce. Beauty era danza. Beauty era le anfetamine destrogire, i confetti arancione a forma di cuore e le capsule metà nere e metà chiare. Beauty era le pastiglie bianche di metanfetamina cloridrato, le nere lucide di anfetamina e le nere e verdi di fendimetrazina tartrato. Tutte legali. Beauty era soprattutto le illegali, le anonime pillole di MDMA chiamate ecstasy, e i quadratini forati di carta assorbente con sopra i segni dello zodiaco, ognuno dei quali conteneva una goccia di LSD, e la cocaina. Beauty era steroidi anabolici per il corpo e ormoni di crescita sintetici per combattere l'invecchiamento. Il Bekker di ogni giorno era depresso e accigliato. Bekker era capsule rosse di codeina, il Dilaudid. Le benzodiazepine gli calmavano l'ansia: Xana, Librium, Clonopin, Tranxene, Valium, e altre. Il molindone per le turbe psichiche. Tutte legali. E le illegali. Le pastiglie bianche di metaqualone che arrivavano dall'Europa. Sopratuttto la fenciclidina, o più brevemente PCP. La potenza. Un tempo Bekker usava un elegante portapillole d'oro per le sue medicine, ma poi non gli bastò più. In un negozio di antiquariato di Minneapolis comprò un portasigarette d'ottone stile Art Déco che foderò di velluto. Poteva contenere cento pastiglie. Cibo per entrambi, Bekker e Beauty. Beauty aveva lo sguardo fisso nel portasigarette e riviveva la mattinata. Come Bekker, era andato all'impresa di pompe funebri e aveva chiesto di vedere sua moglie. «Dottor Bekker, veramente, le condizioni...» L'impresario era nervoso, sulla sua faccia si alternavano il finto zelo e la vera preoccupazione, un velo di sudore gli bagnava la fronte. La signora Bekker non era stata uno dei suoi capolavori. Non voleva che il marito vomitasse sul tappeto. «Perdio, voglio vederla», tuonò Bekker. «Ecco, devo avvertirla...» L'impresario gesticolava.
Bekker gli rivolse un'occhiata fredda, da furetto. «Sono un patologo. So che cosa vedrò.» «Be', se lo dice lei...» Nella bara di bronzo Stephanie era adagiata su un'imbottitura di raso arancione con gale. Sorrideva appena e aveva le guance rosate. La parte superiore del viso, dall'attaccatura del naso in su, pareva una foto sfocata. Tutta cera modellata, trucco e tinta, e nulla di giusto. Gli occhi erano chiaramente mancanti. L'avevano ricomposta come meglio avevano potuto, considerando le condizioni. «Mio Dio», disse Bekker tendendo la mano verso la bara. Un'ondata di esultanza lo pervase. Si era liberato di lei. L'aveva odiata per tanto tempo, con tutto quello che era suo: mobilia pregiata, tappeti orientali, dipinti antichi in imponenti cornici, calamai, ampolle, barattoli per conserve di frutta e vasi di Quimper, bottiglie sbilenche pescate in vecchie capanne rurali. Lei toccava, accarezzava, lustrava, spostava, vendeva quelle cose. I suoi occhietti le guardavano con amore... E ne parlava in continuazione, con amici antiquari dai gesti molli, tutti seduti su sedie traballanti con tazze di tè in mano: Mogano con gambe rivestite di giunco, cuoio a disegni dorati, ma è quasi invisibile sotto l'orribile lucidatura che lei ha fatto, evidentemente non conosceva il valore dell'oggetto, o non gliene importava. Sono stata là a vedere un tavolino da tè del Settecento inglese che lei aveva descritto come magnifico, ma l'ho trovato molto scalcinato... E ora era morta. Corrugò la fronte. Difficile credere che lei avesse avuto un amante. Uno di quei rammolliti dal viso pallido che parlavano di teiere e di bergères... inconcepibile. Che cosa facevano a letto? Chiacchieravano? «Dottore, ho l'impressione...» L'impresario gli mise la mano sul braccio per sostenerlo; non aveva capito. «Sto bene», disse Bekker, accettando quel gesto di conforto con un delizioso senso d'inganno. Si trattenne un altro minuto. Era una visione che non voleva scordare. Michael Bekker era bello. Testa larga, folti capelli biondi ben curati che ornavano orecchie piccole e perfette. La fronte era ampia e liscia, le sopracciglia chiare, due virgole sopra occhi incavati d'un azzurro splendido. Aveva un accenno di zampe di gallina, ma gli conferivano un ineffabile
tocco di mascolinità in più. Il naso era sottile con narici piccole, quasi delicate. Il mento quadrato aveva la fossetta, e la carnagione era di un pallore sano. La bocca era larga e mobile con denti regolari e bianchi. A differenza della faccia quasi perfetta, da attore del cinema, il corpo era appena passabile. Spalle troppo strette, fianchi troppo larghi. E gambe un tantino corte. I difetti lo avevano spronato a trovarvi rimedio. E c'era quasi arrivato. Si esercitava quattro sere la settimana: mezz'ora al vogatore, un'ora di ginnastica con i pesi. Gambe e tronco una sera, braccia e spalle la seguente. Un giorno di riposo e altri due di ginnastica, poi la pausa di fine settimana. E le pillole, naturalmente, gli steroidi anabolici. A Bekker non interessava la forza fisica, quella era un di più. Gli premeva la forma del corpo. L'esercizio fisico gli allargava le spalle e gli irrobustiva il torace. Poco c'era da fare per i fianchi larghi, ma le spalle più ampie equilibravano la linea. Le gambe... ahimè, non potevano essere allungate, ma a New York aveva trovato un negozietto in Madison Avenue dove facevano bellissimi stivaletti di vitello con rialzi invisibili. Ci guadagnava due centimetri e mezzo che lo facevano sentire quasi uno scandinavo. Bekker sospirò e si scoprì a guardare la propria immagine nello specchio del bagno. I suoi piedi nudi sentivano il freddo delle piastrelle. Ancora un vuoto di coscienza. Per quanto tempo? Consultò l'orologio al polso con una punta di panico. L'una e cinque. Quindici minuti andati. Questo doveva controllarlo. Aveva preso due metobarbital per eliminare la tensione nervosa, e lo avevano portato fuori dal mondo. Non avrebbero dovuto, ma la cosa gli capitava sempre più spesso. Fece uno sforzo di volontà per andare sotto la doccia, aprì l'acqua fredda e trattenne il fiato quando gli investì il torace. Tenne gli occhi chiusi, s'insaponò, si lavò. Aveva tempo? Sicuro, lo aveva sempre per questo. Si spalmò degli emollienti sul viso, si passò il dopobarba sulla mascella, acqua di colonia sul torace, dietro le orecchie e sotto le palle, spruzzò talco sul petto, le ascelle, nel solco delle natiche. Quando ebbe finito, si guardò di nuovo allo specchio. Il naso sembrava infiammato. Valutò se usare un leggero trucco, ma poi vi rinunciò. Non doveva apparire in forma smagliante. Andava a seppellire Stephanie e la
polizia sarebbe stata presente. Gli investigatori erano puntigliosi: il maledetto padre di Stephanie e il cugino poliziotto sussurravano paroline nelle loro orecchie. Non che l'indagine lo preoccupasse più di tanto. Aveva odiato Stephanie e alcune sue amiche lo sapevano. Ma era a San Francisco quella sera. Sorrise allo specchio, non fu soddisfatto e tornò serio. Provò una mezza dozzina di altre espressioni più appropriate al funerale. Ma per quanto facesse, la sua faccia restava bella. Tutto fatto? No, sui capelli aggiunse del gel al profumo di lillà e li spazzolò leggermente. Soddisfatto, andò all'armadio e guardò i vestiti. Quello blu, pensò. Quentin Daniel pareva un macellaio con l'abito della festa. Un buon macellaio tedesco a una prima comunione. Con quella faccia rossa e rugosa, un principio di doppio mento, il colletto bianco inamidato che gli segava il collo, i rotoli di grasso alla nuca, sarebbe stato bene a pesare costolette d'agnello sulla bilancia di acciaio inossidabile. Finché non gli si guardavano gli occhi. Li aveva da gesuita irlandese, celesti, imperiosi. Era un poliziotto quantomeno con il cervello: aveva smesso di portare la pistola anni prima, quando si era comprato i primi abiti di sartoria. Invece portava gli occhiali. Usava i bifocali cerchiati d'oro di stile militare quando trattava con la truppa, un altro paio con montatura di tartaruga quando leggeva sullo schermo del computer, e le lenti a contatto azzurre per le apparizioni in TV. Niente pistola. Lucas spinse la pesante porta di quercia ed entrò con passo lento nell'ufficio di Daniel. Indossava lo stesso giubbotto della sera prima, ma si era fatto la barba e cambiato camicia, pantaloni e scarpe. «Mi hai chiamato?» Daniel aveva gli occhiali da computer. Sollevò la testa, strizzò gli occhi come se non riconoscesse il visitatore, sostituì gli occhiali con quelli bifocali e indicò a Lucas di sedersi. La sua faccia era più rossa del solito, pensò Lucas. «Conosci Marty McKenzie?» domandò Daniel con calma, le mani piatte sul sottomano di panno verde. «Sì», confermò Lucas sedendosi. Accavallò le gambe. «Ha lo studio nel Claymore Building. Un pidocchioso.»
«D'accordo», convenne Daniel. Congiunse le mani sul ventre e guardò il soffitto. «Stamane, per prima cosa, sono stato qui a sorridere per mezz'ora mentre il pidocchioso se la prendeva con me. Indovini perché?» «Randy.» «Perché aveva un cliente sotto stretta sorveglianza al Hennepin General Hospital, massacrato di botte da uno dei miei agenti. Dopo che il pidocchioso se n'è andato, ho chiamato l'ospedale e ho parlato con un medico.» Daniel aprì un cassetto della scrivania e tirò fuori un bloc-notes. «Costole rotte. Naso rotto. Denti rotti. Possibile incrinatura dello sterno. Sotto esame per trauma toracico chiuso.» Sbatté il blocco sulla scrivania con un colpo che pareva di una calibro 22. «Perdio, Davenport...» «Mi ha minacciato con un arpione», disse Lucas. «Ha cercato di colpirmi. Ecco qui.» Mostrò la parte anteriore del giubbotto di pelle dove era evidente il lungo taglio. «Non dirmi stronzate», replicò Daniel, ignorando il taglio. «Gli spioni dei Servizi segreti sapevano da una settimana che lo stavi cercando. Tu e i tuoi amici. Gli davi la caccia da quando quella puttana è stata sfregiata. Ieri sera lo hai trovato e gli hai fatto sputare l'anima con le botte.» «Veramente...» «Chiudi il becco», disse Daniel irato. «Una spiegazione sarebbe stupida. Tu lo sai, io lo so, quindi a che pro?» Lucas si strinse nelle spalle. «Va bene.» «Il corpo di polizia non è una maledetta banda di teppisti», disse Daniel. «Non puoi fare queste cazzate. Ci siamo tirati addosso dei guai e potrebbero essere guai seri.» «Per esempio?» «McKenzie è andato agli Affari interni prima di venire qui, quindi ci sono di mezzo anche loro e non posso togliermeli dai piedi. Vorranno una deposizione. Ammetto che Randy sia una carogna, ma tecnicamente è un minorenne: gli è stata già assegnata un'assistente sociale che si è incavolata per come il ragazzo è stato pestato. Non vuole sentir parlare di aggressione a un poliziotto.» «Potremmo mandarle qualche foto della donna sfregiata da lui.» «Sì, sì, lo faremo. Forse cambierà opinione. La tua giacca con il taglio servirà, e stiamo raccogliendo dichiarazioni dei testimoni. Ma non so... se non ci fosse stato il taglio avrei dovuto sospenderti», disse Daniel. Si massaggiò la fronte con la base della mano come per detergersi il sudore, poi
roteò sulla poltrona girevole e guardò fuori della finestra, voltando le spalle a Lucas. «Mi preoccupi, Davenport. E preoccupi anche i tuoi amici. Ho fatto venire qui Sloan. Mentiva spudoratamente per proteggere le tue chiappe, poi gli ho detto di piantarla. Allora abbiamo fatto una chiacchieratina.» «Al diavolo Sloan», sbottò Lucas. «Non ho bisogno di lui.» «Lucas...» Daniel si girò a guardarlo, e il suo tono passò dalla collera all'interessamento. «È tuo amico e dovresti apprezzarlo, perché hai bisogno di averne tanti. Dunque, sei stato da uno strizzacervelli?» «No.» «Loro hanno pillole per il tuo problema. Non curano nulla, ma danno qualche sollievo. Credimi, perché io ci sono stato. Sei anni fa. E vivo con la paura che un giorno potrei tornarci.» «Non lo sapevo.» «Non è una cosa che si racconta in giro, se si è in politica», disse Daniel. «Altrimenti la gente pensa di avere un pazzo come capo della polizia. Comunque il tuo problema si chiama 'depressione unipolare'.» «Ho letto i libri», replicò Lucas. «E non intendo andare da uno strizzacervelli.» Si alzò dalla poltrona e passeggiò nella stanza, guardando le facce di dozzine di politici le cui foto ornavano le pareti. Per lo più tratte da giornali e riprodotte appositamente su richiesta del capo, tutte in bianco e nero. Vi erano soltanto due macchie di colore sulle pareti tradizionalmente gialle. Una era un tessuto Hmong in cornice con una targhetta di ottone che diceva: «A Quentin Daniel dagli amici Hmong, 1989». La seconda era un calendario con il dipinto di un vaso di fiori a tinte vivaci. Lucas si fermò davanti al calendario e lo studiò. Daniel lo osservò un attimo, sospirò e disse: «Forse a te non serve uno strizzacervelli... non sono la soluzione per tutti. Però ti dico questo da amico: sei sull'orlo del precipizio. L'ho conosciuto e ne vedo i sintomi. Sei fottuto. Sloan è d'accordo. E anche Del. Devi rimetterti in carreggiata prima di rovinare te stesso o altri». «Potrei andarmene», buttò là Lucas, tornando alla scrivania. «Prendere un permesso.» «Non sarebbe il toccasana», disse Daniel, scuotendo il capo. «Chi ha guai nella testa ha bisogno di stare in mezzo agli amici. Vorrei proporti una cosa. Se sbaglio, dimmelo.» «D'accordo.»
«Desidero che ti occupi del delitto Bekker. Continua la tua attività, ma concentrati su questo caso. Ti occorre compagnia, Lucas. Ti occorre il lavoro di squadra. E io ho bisogno di qualcuno che mi dia una mano in questo maledetto assassinio. La famiglia della vittima gode di un certo prestigio e i giornali danno risalto al fatto.» Lucas inclinò il capo, soppesando la proposta. «Del me ne ha accennato ieri sera. Gli ho detto che forse avrei collaborato.» «Fallo», lo spronò Daniel. Lucas si alzò, e Daniel si cambiò gli occhiali, tornando a occuparsi delle informazioni sullo schermo del computer. «Da quanto non fai più servizio sulle strade?» gli chiese Lucas. Daniel guardò lui, poi il soffitto. «Ventun anni», rispose infine. «Le cose sono cambiate», lo informò Lucas. «La gente non crede più nel bene e nel male; quelli che ci credono li releghiamo fra i pazzoidi. La realtà è cupidigia. Oggi credono nel denaro, nel potere, nella bella vita e nella cocaina. Per i cattivi in circolazione noi siamo una banda di violenti. Loro comprendono l'idea. Nel momento in cui non saremo più una minaccia, quelli ci assalteranno come topi.» «Gesù.» «Sta' a sentire», continuò Lucas. «Non sono stupido. E forse non penso, in teoria almeno, di potermela cavare per quello che ho fatto ieri sera. Ma certe cose devono essere fatte da qualcuno. Il sistema legale ha bravi giudici e pubblici ministeri duri e ciò non significa un tubo... è un gioco che non ha a che vedere con la giustizia. Quello che ho fatto io era giustizia. La gente questo lo capisce. Non ho fatto né troppo né troppo poco. Ho fatto il giusto.» Daniel lo guardò a lungo e poi disse seriamente: «Non ti do torto. Ma non rifarlo». Sloan stava appoggiato alla porta di metallo dell'ufficio di Lucas nel seminterrato; sfogliava un giornale trovato per caso, e fumava. Era un uomo magro dalla faccia volpina e con i denti macchiati di nicotina. Il feltro marrone era calato sugli occhi. «Hai sparso di nuovo letame», gli disse Lucas, mentre percorreva il corridoio. Si sentiva la testa piena di bambagia, ogni pensiero aggrovigliato in una massa di fili lanuginosi. Sloan si staccò dalla porta, lasciando che Lucas l'aprisse con la chiave. «Daniel non è un allocco. E non era letame. Allora ci stai? Lavori al caso Bekker?»
«Devo pensarci.» «Il funerale della donna è nel pomeriggio», lo informò Sloan. «Dovresti andarci. E ti dico una cosa: sto tenendo d'occhio quel Bekker. Abbiamo a che fare con un tipo freddo come il ghiaccio.» «Dici davvero?» Lucas spinse il battente ed entrò. Il suo ufficio era stato ricavato dal ripostiglio del custode. Conteneva due sedie, scrivania di legno, classificatore, gettacarte di metallo, un antiquato attaccapanni di quercia, un computer IBM e il telefono. La stampante era su un tavolino di metallo, pronta a sfornare numeri telefonici trasmessi da una penna ottica. Una macchia sulla parete indicava la costante infiltrazione di liquido sospetto. Del aveva segnalato che al piano di sopra, più o meno in quel punto, c'era il gabinetto delle donne. «Sì, dico sul serio», confermò Sloan. Si calò sulla sedia dei visitatori e buttò i piedi sul bordo della scrivania, mentre Lucas appendeva il giubbotto. «Ho letto le informazioni sul suo passato, e risulta che Bekker fu assegnato alla Criminal Investigation Division a Saigon durante la guerra in Vietnam. Ho pensato che fosse una specie di poliziotto, così ho parlato con Anderson, lui ha chiamato certi suoi amici a Washington che lavoravano ai computer e abbiamo avuto il suo stato di servizio. Non era un poliziotto, ma un medico legale. Faceva autopsie in casi criminali che coinvolgevano militari americani. Ho rintracciato il suo vecchio comandante, un certo Wilson. Si ricordava di Bekker. Mi sono qualificato e lui ha detto: 'Che cosa è successo, il figlio di puttana ha ucciso qualcuno?'» «Non gli hai messo la pulce nell'orecchio?» chiese Lucas, sedendosi alla scrivania. «No. Quelle sono state le prime parole uscite dalla sua bocca. Wilson ha detto che Bekker era chiamato 'Dottor Morte', immagino che gli piacesse un po' troppo il suo lavoro. E gli piacevano le puttane. Wilson ha detto che lui godeva fama di riempirle di botte.» «Fino a che punto?» Sloan scosse il capo. «Non so. Quella era la sua fama... Wilson ha detto che un paio di puttane furono uccise quando Bekker era là, ma nessuno ipotizzò mai che fosse stato lui. I poliziotti indagarono fra i soldati americani. Non trovarono un colpevole, ma non s'impegnarono troppo a fondo. Wilson ha detto che il luogo era frequentato da disertori, soldati in permesso e in licenza, insomma un andirivieni di gente. Un caso impossibile. Ma ricorda che in ufficio parlarono delle uccisioni e che Bekker era... spettrale. Si occupò delle autopsie, naturalmente. Wilson non ricorda se le eseguì lui
stesso o un medico vietnamita. Ma dopo Bekker sembrò soddisfatto.» «Huh.» La stampante ruttò un numero. Lucas vi buttò un'occhiata, riportò l'attenzione su Sloan. «Bekker ha ucciso Stephanie? L'ha fatta uccidere?» Sloan tirò a sé il cestino e schiacciò accuratamente il mozzicone. «È una grossa possibilità, penso», disse lentamente. «Se lo ha fatto, è lontano dal bersaglio, abbiamo controllato l'assicurazione di lei.» «Dieci milioni di dollari?» «No. Stephanie stava avviando un commercio. Vendita di manufatti architettonici per restaurare vecchie dimore. Finestre con vetri istoriati, maniglie antiche, e cose del genere. Un commercialista le disse che avrebbe risparmiato facendo l'assicurazione personale tramite la ditta. Così lei e il marito sostituirono la vecchia assicurazione sulla vita con una nuova. In caso di morte violenta non accidentale, assassinio o suicidio, la polizza esclude il pagamento per i primi due anni.» «Allora...» «Allora lei non era assicurata», disse Sloan. «Da quella parte Bekker non incassa niente. Un mese fa lei aveva centomila dollari e li ha avuti per poco.» Lucas contrasse gli occhi. «Se un avvocato della difesa portasse questo in tribunale...» «Sì», disse Sloan. «Sarebbe un buco nell'acqua in un processo indiziario.» «E lui ha un alibi.» «Solido. Era a San Francisco.» «Gesù, io stesso lo dichiarerei non colpevole, sapendo tutto questo.» «Perciò abbiamo bisogno di te. Se dietro il delitto c'è lui, ha dovuto ingaggiare un killer. Ce ne sono tanti nelle città disposti a farlo. Probabilmente in gran parte li conosci. Altrimenti li conoscono i tuoi collaboratori. Deve esserci stato un grosso pagamento. Forse qualcuno dispone di troppo denaro all'improvviso.» Lucas annuì. «Chiederò in giro. Che mi dici del tizio che se la faceva con la moglie di Bekker?» «Lo stiamo cercando», disse Sloan. «Per ora niente. Ho parlato con la migliore amica di Stephanie e lei aveva avuto il sospetto di qualcosa. Non sa chi sia il tizio, ma ha fabbricato un pettegolezzo.» Lucas sogghignò a quella parola. «Allora fabbricalo per me», disse. Sloan si strinse nelle spalle. «Per quel che può valere, forse Stephanie
scopava con uno psicanalista del vicinato. Lei li aveva visti a chiacchierare insieme ai party, e ha pensato che loro... Ha detto testualmente: 'erano le due metà di una mela'.» «Va bene.» Lucas sbadigliò e si stirò. «La maggior parte dei miei informatori non sarà ancora in giro, ma sonderò il terreno.» «Ti farò una fotocopia del fascicolo.» «Non avere fretta per questo. Non so se me ne occuperò a fondo.» Sloan si stava alzando per andarsene, e Lucas premette il tasto sulla segreteria telefonica. Il nastro si riavvolse e dopo un segnale elettronico una voce disse: «Sono Dave, quello degli accessori d'auto. Ci sono un paio di banditi in città. Ho appena fatto un lavoro alle loro moto. Penso che desideri sentire la storia. Hai il numero». «Farò la fotocopia», disse Sloan sogghignando, «a ogni buon conto.» Uscito Sloan, Lucas stette con un blocco di fogli gialli sulle ginocchia e i piedi sollevati, ascoltando i messaggi e scrivendo i numeri. Ed esaminò il proprio stato. La sua testa non funzionava a dovere. Da mesi. Ma adesso, pensò, stava cambiando qualcosa. Una piccolissima attenuazione della tempesta. Aveva perso la sua donna e la figlia. Se ne erano andate, una storia semplice e al tempo stesso complicata. Lui non l'accettava, eppure doveva accettarla. Si compiangeva ed era stufo di compiangersi. Recepiva la sollecitudine degli amici e ne era scocciato. Ogni qualvolta cercava di evadere, e lavorava due o tre giorni fino all'esaurimento, i pensieri tornavano sempre subdolamente. Se io avessi fatto una cosa, lei ne avrebbe fatto un'altra, e poi tutti e due avremmo dovuto farne una terza, e poi, e poi. Ci pensava e ripensava ma alla fine rimaneva solo cenere. Tante volte aveva detto a se stesso che il passato era passato, ma non riusciva a non pensarci. E per questo si disprezzava sempre di più. E ora Bekker. Una fiammella. Un interesse. Notò il primo stimolo. Bekker. Si passò la mano nei capelli; il germoglio d'interesse crebbe. Sul foglio scrisse: 1. Elle 2. Funerale Come puoi perdere con una lista di due cose da fare? Anche quando — Come si chiamava? Depressione unipolare? — anche quando la depressio-
ne unipolare ti prende per le palle, due cose le puoi fare. Lucas prese il telefono e chiamò un convento. Suor Mary Josepha stava parlando con una studentessa quando Lucas arrivò. L'uscio era socchiuso e da dove era seduto vide il lato sinistro del suo viso butterato. Elle Kruger era stata la più bella della sua classe. Dopo, quando Lucas aveva cambiato scuola, lei era stata rovinata dall'acne. Ricordava l'impressione che aveva ricevuto rivendendola dopo anni a un torneo di hockey su ghiaccio fra squadre di studenti. Lei era sulle gradinate, lui giocava. La bella bionda dei suoi sogni di bambino non esisteva più. La ragazza aveva scoperto in sé la vocazione religiosa, gli aveva detto quella sera, ma Lucas non ne fu mai convinto. Ora indossava l'abito tradizionale con la corona del rosario appesa alla vita. La studentessa rise e si alzò, e la sua sagoma s'intravide dal vetro fumé della porta. Anche Elle si alzò, e la ragazza passò davanti a Lucas, guardandolo con aperta curiosità. Lui aspettò che uscisse prima di andare nell'ufficio di Elle. Là si sedette e incrociò le gambe. Elle lo scrutò e disse: «Come stai?» «Non male.» Si strinse nelle spalle, sogghignò. «Speravo che potessi darmi un nome all'università. Un dottore, qualcuno che conosca un tale di Patologia. Niente di ufficiale. Uno che sappia tenere la bocca chiusa.» «Webster Prentice», disse pronta Elle. «Lui è a Psicologia, ma lavora all'ospedale e ha rapporti con i medici. Vuoi il suo numero di telefono?» Lucas disse di sì. Mentre sfogliava la sua rubrica, Elle gli chiese: «Come ti senti veramente?» Lui fece un'alzata di spalle. «Più o meno lo stesso.» «Vedi tua figlia?» «Ogni due sabati, ma è sgradevole. Jen non mi vuole là e Sarah ha l'età per intuirlo. Forse rinuncio per un po'.» «Non farlo, Lucas», disse decisa Elle. «Non puoi startene tutte le sere là al buio. Ti ucciderà.» «Sì, sì...» «Frequenti una donna?» «Non adesso.» «Dovresti cominciare», disse la suora. «Ristabilire un contatto. E se tornassi ai giochi?» «Non so... Che gioco state facendo?» «Stalingrado. Possiamo sempre far entrare un altro nazista.»
«Si vedrà», rispose Lucas senza impegnarsi. «Come mai vuoi parlare con Webster Prentice? Stai lavorando a un'indagine?» «Una donna è stata uccisa. Massacrata. Do una mano», rispose Lucas. «L'ho letto», disse Elle, annuendo. «Sono contenta che te ne occupi. Ti fa bene.» «Mah, vedrò.» Lei scrisse il numero telefonico su un cartoncino e glielo passò. «Grazie.» Lui fece una mossa per alzarsi. «Siediti», disse lei. «Non te ne andrai di qui tanto facilmente. Dormi?» «Un poco.» «Ma prima devi esaurire le tue forze.» «Sì.» «Alcol?» «Non molto. Delle volte, scotch. Quando sono così spossato che non posso muovermi, ma neppure dormire. Il liquore mi facilita il sonno.» «Ti senti meglio al mattino?» «Il mio corpo sì.» «I Crow ti hanno conciato maluccio», disse Elle. I Crow erano indiani, terroristi o patrioti. Lucas aveva contribuito a ucciderli. La televisione aveva cercato di fare di lui un eroe, ma il caso gli era costato il legame con la sua compagna e la figlia. «Finalmente hai scoperto che si paga un prezzo per vivere come fai tu. E hai scoperto che puoi morire. E può morire tua figlia.» «L'ho sempre saputo.» «Non lo pensavi. E se non si pensa alla cosa, non ci si crede», replicò Elle. «Non mi preoccupa la morte», disse lui. «Ma c'era attaccamento con Jennifer e Sarah.» «Forse tornerete insieme. Jennifer non ha mai detto che era finita per sempre.» «Eppure sembra così.» «Avete bisogno di tempo, voi tutti», disse Elle. «Non ti voglio propinare una terapia. Non sarei obiettiva. Ci conosciamo da troppo tempo. Però dovresti parlarne con qualcuno. Posso darti dei nomi, brave persone.» «Quello che penso degli strizzacervelli lo sai», rispose Lucas. «Non è quello che pensi di me.» «Come hai detto, ci conosciamo da troppo tempo. Ma non voglio uno
psicanalista, perché li giudico tutti male. Forse un paio di pillole o che altro...» «Il tuo male non si cura con le pillole, Lucas. I rimedi sono soltanto due: il tempo o la terapia.» «Scelgo il tempo», disse lui. La suora sollevò le braccia in gesto di resa e mostrò i denti bianchi in un sorriso giovanile. «Se ti trovassi veramente con le spalle al muro, chiamami. Ho un amico medico che ti prescriverà una cura senza tuttavia minacciare la tua mascolinità.» Lo accompagnò all'uscita e rimase a guardarlo mentre andava verso l'auto sul lungo prato che rinverdiva, con un debole sole fra gli alberi spogli. Fuori dal riparo dell'edificio, il vento investì Lucas in faccia. Era già un vento primaverile. Presto sarebbe arrivata l'estate. Nel convento Elle Kruger baciò il crocifisso e cominciò a recitare il rosario. 4 Bekker si vestì con attenta cura: completo blu, camicia azzurra, cravatta scura a minuscoli disegni amaranto, mocassini neri con soprattacco. Infilò gli occhiali da sole nel taschino della giacca. Li avrebbe usati per nascondere il dolore, pensò. E gli occhi, se ci fosse stato nella folla qualcuno dotato d'insolita capacità d'osservazione. Il funerale gli avrebbe fatto perdere tempo, ma doveva andarci. Sospirò, inforcò gli occhiali da sole e si guardò allo specchio. Non male. Si tolse un filo sulla spalla della giacca e sorrise. Proprio niente male. Quando fu pronto, prese dal portasigarette d'ottone una capsula di Contac, l'aprì e ne versò la polvere sul piano di vetro del comodino. I produttori se la sarebbero fatta addosso se lo avessero saputo, pensò; cocaina pura per uso medico. La fiutò, assorbì la sferzata, si ricompose e uscì a prendere la macchina. Il tragitto da fare era breve. Il luogo gli piaceva. Gli era familiare. Ridacchiò, ma si frenò subito. Non doveva farlo. Poi pensò: il pietoso permesso, e gli tornò la voglia di ridere. L'università gli aveva accordato il pietoso permesso... Dio, per quanto fosse divertente, lui non poteva mostrare allegria. Fenobarbital. Quel che ci voleva per un funerale. Gli avrebbe dato l'aspetto giusto. Riprese il portasigarette, e mentre teneva d'occhio la strada,
pescò una pastiglia del sedativo e se la buttò in bocca. Ci pensò su e ne prese una seconda. Ah, che birichino! Un assaggio di PCP? Sicuro. Il bello di quella droga era che ti irrigidiva, ti toglieva ogni espressione. L'aveva visto su di sé. E sarebbe stato quanto di meglio per un marito affranto dal dolore. Ma senza esagerare. Spezzò la pastiglia con i denti, ne inghiottì metà e l'altra metà la rimise nell'astuccio. Ora era pronto. Parcheggiò a un isolato dalla cappella, camminò con passo svelto, ma un tantino rigido... il PCP faceva già effetto? Il Minnesota aveva assunto l'aspetto primaverile da un giorno all'altro, come al solito. E lo stesso accadeva per l'inverno. Il sole era caldo, nei cortili i pettirosso saltellavano in cerca di vermi, le piante avevano grossi germogli e c'era odore di erba bagnata... La piacevole sensazione del fenobarbital cominciava a farsi sentire. Si fermò davanti all'impresa di pompe funebri e respirò profondamente. Com'era bello essere vivo. E senza Stephanie. L'edificio era in pietra marroncina, forse ritenuto di stile inglese da chi lo aveva progettato. La cappella era fredda. Alla cerimonia partecipò un centinaio di persone fra antiquari, arredatori, docenti universitari. Le donne, tutte in abiti scuri, lo guardarono con curiosità mentre lui avanzava lentamente nella navata. Le donne erano così. Bekker si sedette, si estraniò completamente dalla musica d'organo che usciva da altoparlanti nascosti, e cominciò a fare calcoli. Impresa difficile con il fenobarbital nel sangue, ma lui insistette. La casa valeva più di mezzo milione. L'arredamento duecentomila: neppure gli stupidi parenti di lei lo sapevano. Stephanie aveva fatto acquisti da esperta, approfittato di occasioni, recuperato pezzi di valore. A lui quella casa non piaceva, ma altri la consideravano un gioiello. Desiderava un appartamento, in alto, pareti bianche, rifiniture in legno di betulla, pochi oggetti Maya. Avrebbe avuto denaro per comprare tutto ciò e gliene sarebbe avanzato mezzo milione da investire nei fondi comuni. Questi, se ben scelti, gli avrebbero assicurato una rendita di settantacinquemila dollari l'anno. Più il suo stipendio. Stava per sorridere a quel pensiero, frenò l'impulso e lanciò sguardi attorno. Molti dei presenti non li riconobbe, ma tanti di loro erano seduti con persone che lui conosceva, a gruppi o a coppie. Gente dell'ambiente di Stephanie. E i suoi famigliari: padre, fratelli e sorelle, cugino poliziotto. Bekker fece un cenno di saluto al vecchio che lo aveva guardato con cipiglio.
Un uomo, seduto da solo verso il fondo, catturò la sua attenzione. Era muscoloso, carnagione scura, abito grigio di taglio europeo. Di bell'aspetto, il tipo del pugile. E sembrava interessato a Bekker. Lo aveva tenuto d'occhio da quando era entrato e si era seduto vicino alla bara, parzialmente rivolto al pubblico presente. Protetto dagli occhiali da sole. Incrociò lo sguardo dell'uomo. Gli balenò la sciocca idea che quello fosse l'amante di Stephanie. Pazzesco. Un tipo così non si sarebbe messo con Stephanie. Quella cavallona? Stephanie senza occhi? Dopo entrò nella cappella Swanson, l'agente che lo aveva interrogato al ritorno da San Francisco; si guardò attorno e si sedette accanto allo sconosciuto. I due avvicinarono le loro teste e parlottarono, mentre lo sconosciuto osservava Bekker. Dunque era un piedipiatti. Va bene. Bekker se ne disinteressò, e continuò a far scorrere l'occhio sulla folla. Philip George arrivò con sua moglie Annette e i due si sedettero dietro i poliziotti. L'amante. Chi era l'amante? La cerimonia funebre fu crudelmente lunga. Dodici persone presero la parola. Stephanie era buona, Stephanie era gentile. Stephanie lavorava per la comunità. Stephanie era una rompipalle. Se anche andassi per valle tenebrosa, non temerò alcun male, perché tu sei con me; la tua verga e il tuo bastone mi confortano... Bekker si estraniò dalla realtà. Quando riprese contatto, gli astanti erano in piedi e lo guardavano. Era finito? Sì, doveva andarsene, tenere la mano sul lato della bara. Per andare al cimitero Bekker raggiunse la sua auto da solo, sentendo su di sé gli occhi di tutti. Ricompose il viso: mi serve una maschera, pensò, una maschera da tomba. Ridacchiò. Non seppe trattenersi. Girò il capo, sforzandosi di tornare serio. La folla lo stava osservando. E sulla collina, seduto sull'erba, l'uomo in abito di taglio europeo lo spiava. Bekker sentì il bisogno di darsi una sferzata. La sua mano scivolò al portasigarette. Aveva ancora due Contac, e una mezza dozzina di metanfetamine. Quel che ci voleva dopo i barbiturici. E un po' di ecstasy per dessert? Ma naturalmente... La cappella era affollata, la bara chiusa. Lucas era seduto accanto a
Swanson, l'investigatore capo. Del stava con la famiglia di Stephanie. «Quel figlio di puttana sembra inebetito», bisbigliò Swanson, dando una gomitata al compagno. Lucas girò la testa e osservò Bekker che stava passando. Un uomo attraente, quasi troppo, pensò Lucas. Come una bestia mitologica composta delle parti migliori di diversi animali, la faccia di Bekker sembrava riunire in sé i tratti più belli di vari divi del cinema. «È ferito?» bisbigliò Lucas. Bekker camminava male, le sue gambe parevano di legno. «Non che io sappia», rispose sottovoce l'altro. Bekker percorse la navata, una mano sulla bara, rigido, gli occhi invisibili dietro gli occhiali. Ogni tanto le sue labbra si muovevano, come se lui mormorasse fra sé o pregasse. Non sembrava una finzione: quell'istupidimento si sarebbe detto genuino. Seguì la bara fino al carro funebre, attese che fosse caricata, poi tornò dove aveva lasciato l'auto. Là si voltò e guardò dritto verso Lucas. Lucas captò il suo sguardo, e lo ricambiò. Poi Bekker se ne andò. Lucas si trasferì al cimitero, spinto dalla curiosità. Che cosa sentiva Bekker? Dolore? Disperazione? Oppure fingeva? Da una collina vide calare la bara nella fossa. Bekker non cambiò mai espressione: la sua bella faccia era come una massa di creta. «Che cosa te ne pare?» domandò Swanson quando Bekker se ne fu andato. «Per me quello è un finocchio, ma non so di che genere.» Per il resto della giornata Lucas provvide a diffondere la voce nella sua rete di informatori, una quantità di prostitute, librai, barbieri, postini, scassinatoli, biscazzieri, agenti, un paio di distinti spacciatori di marijuana: Si sa niente di un colpo fortunato? C'è in giro un pazzoide con troppo denaro? Pochi minuti dopo le sei ricevette una chiamata al suo telefonino e tornò alla Centrale, che occupava una parte del palazzo comunale di Minneapolis. Sloan lo aspettava nel corridoio, fuori dall'ufficio del capo. «Hai saputo?» gli chiese Sloan. «Che cosa?» «Abbiamo ricevuto la lettera di un tale che dice di essere stato là quando Stephanie veniva uccisa. Il nostro Casanova.» «Nessuna identificazione?» «No. Ma la lettera dice molto.»
Lucas seguì Sloan nella stanza della segretaria, e da lì nell'ufficio del capo. Daniel, seduto alla scrivania, rigirava un sigaro fra le dita mentre ascoltava un detective della Omicidi che sedeva di fronte a lui in una poltrona di pelle verde. Daniel sollevò lo sguardo quando Sloan bussò alla porta aperta. «Entrate. Davenport, come stai? Swanson mi sta mettendo al corrente.» Lucas e Sloan tirarono le sedie avanti e si sedettero a destra e a sinistra di Swanson. Lucas gli chiese: «Di che parla questa lettera?» Swanson gliene passò una fotocopia. «Stavamo appunto facendo delle ipotesi. Poteva essere un drogato, messo in fuga dalla presenza di Casanova. A meno che non sia stato l'amante stesso.» «Lo ritieni colpevole?» Il detective scosse il capo. «No. Leggi la lettera. Corrisponde più o meno alla scena. E hai visto Bekker.» «Nessuno parla bene di lui», disse Sloan. «Eccetto che professionalmente. I medici all'università sostengono che il suo è un lavoro di prim'ordine», riferì Swanson. «Ho parlato con persone del suo dipartimento. 'Un genio', dicono.» «Sai che cosa mi dà da pensare?» intervenne Lucas. «In questa lettera l'amante dice che lei era supina in una pozza di sangue, morta. Ho visto le foto, e lei era bocconi, vicino alla parete. L'uomo non menziona l'impronta della mano. Penso che l'abbia lasciata là ancora viva.» «Sì», confermò Swanson. «È morta nel momento in cui arrivavano gli infermieri. Le hanno praticato un'iniezione per stimolare il cuore, per tentare di farlo battere. Non è stato possibile, ma lei era appena morta, il sangue sotto la testa era fresco. Invece quello sul pavimento, vicino al lavello, aveva cominciato a coagularsi. Calcolano che sia vissuta per quindici o venti minuti dopo l'aggressione, il suo cervello era rovinato; chissà cosa ci avrebbe detto? Ma se Casanova avesse chiamato il pronto intervento, forse la donna sarebbe ancora in vita.» «Fesso», commentò Sloan. «Questo lo rende un complice?» Swanson si strinse nelle spalle. «Dovresti chiederlo a un avvocato.» «Si sa nulla dello psicanalista, quello con cui lei chiacchierava ai party?» domandò Lucas. «Stiamo indagando», rispose Daniel. «Lo fai tu?» Lucas domandò a Sloan. «No, Andy Shearson.» «Merda, Shearson? Non si troverebbe il culo con le mani e un paio di ri-
flettori», commentò Lucas, sbigottito. «Era l'unico disponibile e non è così incapace», disse Daniel. Si mise il sigaro in bocca, lo spuntò con i denti, prese la punta rotta con le dita, la esaminò e la gettò nel cestino. «Questo caso fa ancora notizia alla TV... stronzate su un assassino casuale. Mi scoccerebbe se la cosa si gonfiasse.» «Fra una settimana non ne parleranno più. O prima, se lo diamo per il delitto di un drogato», disse Sloan. «Forse sì, forse no», replicò Daniel. «Stephanie Bekker era una bianca e apparteneva all'alta borghesia. I giornalisti si identificano con quel genere di donna. Potrebbe alimentare la cronaca nera per un po'.» «Daremo un'accelerata», disse Swanson. «Parleremo di nuovo con Bekker. Attualmente interroghiamo i vicini. Controlliamo gli scontrini di parcheggio della zona, parliamo con amiche e amici di Stephanie. La cosa principale è trovare l'amante. O è stato lui o ha visto la scena.» «Lui dice che il killer somigliava a uno gnomo», disse Lucas, leggendo la lettera. «Che diavolo significa?» «Che mi venga un accidente se lo so», rispose Swanson. «Brutto», disse Daniel. «Con il busto a barilotto.» «Siamo sicuri che non sia Bekker? Lui era davvero a San Francisco?» domandò Lucas. «Sì», confermò Swanson. «Abbiamo trasmesso la sua foto, gli agenti di San Francisco l'hanno mostrata ai portieri dell'albergo. Bekker era là, non c'è dubbio.» «Humm», fece Lucas. Si alzò, infilò le mani nelle tasche e andò a guardare le foto alle pareti. Tra quei trofei c'era la faccia sorridente di Jimmy Carter. «Ci mettiamo dalla parte sbagliata con i mass media. Se Bekker ha assunto un killer, l'arma migliore che abbiamo è l'amante. Il testimone.» «Una certa coscienza ce l'ha perché ha scritto la lettera. Poteva tenersi fuori e noi non avremmo mai sospettato...» «Lo avremmo saputo», disse Swanson. «L'autopsia ha rilevato che lei aveva avuto un rapporto sessuale poco prima di essere uccisa. E lui l'ha lasciata morire.» «Forse credeva che fosse morta», disse Lucas. «Comunque un po' di coscienza ce l'ha. Dovremmo fare un appello pubblico all'uomo. TV, giornali. Con un duplice scopo: fare uscire lui dall'anonimato e indurre l'assassino o Bekker a fare una mossa.» «Altre opzioni?» domandò Daniel. «No, se vuoi incastrare il colpevole», disse Lucas. «Potremmo non farlo:
ma in questo momento direi che la possibilità di accusare Bekker è pressoché zero. Lo beccheremo soltanto in un modo: il testimone deve identificare il killer e il killer deve consegnarci Bekker in cambio di uno sconto di pena.» «Non vorrei lasciare nulla d'intentato», disse Daniel. «La nostra percentuale di successi...» «Allora facciamo venire qui quelli della televisione», propose Lucas. «Aspettiamo altre ventiquattr'ore», disse Daniel. «Ne riparliamo domani sera.» Lucas scosse il capo. «No. Devi rifletterci stanotte perché se lo facciamo, dobbiamo agire in fretta. Domani sarebbe meglio, e abbastanza presto perché vada in onda a metà pomeriggio. Prima che l'amante, chiunque sia, venga eliminato. Dovresti dire chiaramente che lui non è sospettato dell'uccisione, e che abbiamo bisogno di tutto l'aiuto possibile. Che lo invitiamo a venire da noi e gli assicuriamo un avvocato. Che, se è estraneo al delitto, gli offriremo l'immunità... magari consulta il procuratore della contea su questo punto. Di' che se lui non fosse disposto a venire da noi, dovrebbe almeno comunicarci maggiori particolari. Ritagliare da pubblicazioni foto di persone che assomigliano al killer. Disegnare la sua faccia, se ne è capace. O magari potremmo far stampare sui giornali vari identikit e lasciare a lui l'opportunità di scegliere i migliori, correggendoli per farli il più somiglianti possibile all'assassino.» «Ci penserò.» «E sorvegliamo Bekker. Se lanciamo un appello all'amante, Bekker, qualora sia il mandante dell'assassinio, scalpiterà. E potrebbe darci una possibilità», disse Lucas. «D'accordo. Ci penserò. Venite domani.» «Dobbiamo agire», incalzò Lucas, ma Daniel lo liquidò con un gesto della mano. «Ne riparleremo domani», disse. Lucas si avvicinò di nuovo a Jimmy Carter ed esaminò la sua giacca di tweed. «Se Bekker è l'esecutore o il mandante, se è l'uomo di ghiaccio che Sloan ritiene che sia...» «Sì?» Daniel si gingillava con il sigaro, osservando Lucas. «Sarà meglio che troviamo l'amante prima che lo trovi Bekker», completò Lucas. 5
Il cielo serotino passò dal cremisi al blu oltremare e infine assunse un grigiore uniforme. Lucas abitava nella zona centrale di St. Paul e lì il cielo non diventava mai scuro. Al di là della strada, sul sentiero lungo il fiume c'era un andirivieni di affezionati del jogging, tutti in tute fosforescenti alla moda. Alcuni portavano fasce attorno al capo e correvano con il massimo impegno. Sulla sponda opposta del Mississippi i lampioni a vapori di sodio occhieggiavano nel reticolato delle strade, più visibili delle luci bluastre delle case. Quando si accesero le luci della città Lucas abbassò l'avvolgibile e si sforzò di tornare al gioco. Ci lavorava con accanimento, senza ispirazione, elaborando la trama per il programmatore. Un lungo nastro di carta di stampante scorreva sul tavolo, dentro e fuori il cerchio di luce sulle sue mani. Con un modello di schema a blocchi e una matita numero due, progettò le diramazioni della Caccia del druido. Un tempo aveva pensato d'imparare a programmare lui stesso. Infatti aveva seguito un corso universitario di Pascal, arrivando piuttosto avanti. Ma il lavoro di programmazione lo aveva annoiato, così aveva assunto un ragazzo per farlo. Lui buttava giù i racconti con la miriade di salti e diramazioni, e il ragazzo scriveva il codice. Il giovane programmatore non aveva nessuna delle stravaganze di una personalità da computer. Indossava la giacca con il distintivo del suo college e disse a Lucas che se l'era guadagnata in un incontro di lotta libera. Era un tipo ottimista e talvolta portava con sé un'amica per farsi aiutare. Lucas aveva pensato ironicamente di chiedergli: Aiutarti a fare che cosa? ma aveva lasciato perdere. I due ragazzi frequentavano università cattoliche della zona e avevano bisogno di uno spazio privato a buon mercato. Lucas aveva cercato di lasciarli soli. E forse lei lo aiutava davvero. Il lavoro veniva fatto. Lucas scriveva giochi. Simulazioni storiche da giocare a tavolino, tanto per cominciare. Poi, per denaro, si era messo a scrivere giochi di ruolo del genere Dungeons & Dragons. Una delle sue simulazioni, su Gettysburg, era diventata così complicata che lui aveva acquistato un personal computer IBM per calcolare tempi, punti ed effetti militari. La flessibilità del computer lo aveva colpito: con esso poteva creare effetti, impossibili con un tabellone, come movimenti segreti di truppe e informazioni militari imprecise. Con l'aiuto del ragazzo aveva trasferito l'intero gioco su un clone IBM 386. Una società elettronica
del Missouri, che aveva avuto sentore del gioco, lo acquistò da lui, lo modificò e lo fece trasmettere. In sere stabilite diverse dozzine di appassionati della guerra civile giocavano Gettysburg via MODEM, pagando otto dollari l'ora per il privilegio. Due di questi andavano a Lucas. La Caccia del druido era diversa, un gioco di ruolo con il computer che fungeva da maestro. Il videogioco stava diventando complesso. Lucas s'interruppe per cambiare musica nel giradischi, tolse Big Time di Tom Waits e mise African Sanctus di David Fanshawe, poi tornò alla sua sedia. Ma un istante dopo posò il modello di programmazione e fissò lo sguardo sulla parete di fronte. La teneva nuda di proposito, per fissarla. Bekker era interessante. Lucas aveva sentito crescere in sé lo stimolo, lo aveva sorvegliato come un giardiniere sorveglia una nuova pianta, quasi timoroso di sperare. Aveva visto colleghi depressi, ma era stato sempre scettico. Ora non più. La depressione — parola inadeguata per quello che era capitato a lui — era così tangibile che la immaginava come una bestia sconosciuta che lo inseguiva furtivamente nell'oscurità. Mentre fissava quel pezzo di parete, gli tornò in mente il nauseante odore dei fiori durante il rito funebre per Stephanie, l'umidità della cappella privata, la cantilena del sacerdote. «Maledizione.» Avrebbe dovuto concentrarsi sul gioco, ma non ci riusciva. Si alzò, fece il giro della stanza, mentre le nenie del Sanctus gli martellavano in testa. Una cartelletta attirò il suo occhio. Il fascicolo del caso, copiato da Sloan e lasciato sulla sua scrivania. Lo prese, lo sfogliò. Un'infinità di particolari. Nessuno sapeva quali potevano essere utili e quali no, perciò ce li avevano messi tutti. Lesse pagina per pagina e stava per rimetterlo sulla scrivania quando una riga del rapporto della Scientifica destò il suo interesse: «Il tubo di scarico sembra sia stato pulito fisicamente...» La camera da letto e il bagno adiacente erano stati spolverati, evidentemente da Casanova, per eliminare impronte digitali. Questo dimostrava una freddezza non comune. Ma il tubo di scarico? Quella era un'altra cosa. Cercò informazioni sul letto della donna e non ne trovò nel rapporto. Il documento era firmato da Robert Kjellstrom. Lucas frugò nella scrivania e trovò la lista dei numeri telefonici per uso interno della polizia, cercò quello di Kjellstrom e lo chiamò. L'uomo dovette alzarsi dal letto per rispondere. «Non c'è nulla nel rapporto su capelli nel letto.» «Perché non ce n'erano», rispose Kjellstrom.
«Nemmeno uno?» «No. Le lenzuola erano pulite. Parevano di bucato.» «Qui si dice che Stephanie Bekker aveva appena avuto un rapporto sessuale.» «Non su quelle lenzuola», puntualizzò Kjellstrom. Finito di leggere, Lucas guardò l'ora: le dieci. Tornò in camera, si tolse la camicia sportiva, i pantaloni e i mocassini e indossò camicia di flanella, jeans e anfibi, si munì di una Smith & Wesson calibro 45 a doppia azione, portata a tracolla, e s'infilò una giacca di montone. Era stata una bella giornata, ma le notti erano ancora pungenti, ultimi residui dell'inverno. Anche i malviventi stavano al coperto. Uscì con la Porsche dal box, aspettò nel vialetto interno che la serranda si richiudesse, poi si diresse a nord lungo il Mississippi River Boulevard. Giunto a Summit Avenue dovette fare una scelta e optò per Cretin Avenue, la I-94 a nord e poi a est, raggiungendo la periferia di St. Paul. Tre auto della polizia erano parcheggiate davanti a un supermercato che aveva un ristorante sul retro. Lucas chiuse la macchina ed entrò. «Gesù, guarda che fottuto bastardo è arrivato», disse il poliziotto più vecchio. Era prossimo alla cinquantina, corpulento, con baffi a spazzola ingrigiti e occhiali con la montatura d'oro. Era seduto con tre colleghi in un séparé. In quello accanto altri due bevevano caffè. «Ho pensato che vi servisse un po' di guida, e sono venuto subito», disse Lucas. Al centro del ristorante c'era un banco circolare, con tanti sgabelli girevoli attorno, mentre i séparé erano sistemati lungo la parete. Lucas prese uno sgabello e si piazzò davanti agli agenti. «Apprezziamo la tua sollecitudine», disse il poliziotto con i baffi. Tre di loro erano di mezza età e di grossa corporatura; il quarto era giovane, snello, con gli occhi azzurri dal taglio allungato. I più vecchi stavano bevendo caffè. Il giovane mangiava fette di pane fritto con salsiccia. «Questo è un poliziotto?» chiese il giovane, con la forchetta a mezz'aria. Guardava con sospetto la giacca di Lucas . «Ha addosso...» «Grazie, Sherlock», lo interruppe uno dei più vecchi. Indicando Lucas con la testa, disse: «Lucas Davenport, tenente investigativo della polizia di Minneapolis». «Guida la Porsche a centosessanta all'ora sulla Cretin Avenue congestionata dal traffico», disse un altro, sogghignando in direzione di Lucas. «Cazzate. Osservo tutte le norme stradali di St. Paul», protestò Lucas.
«Perdonami se faccio una pernacchia», disse l'agente della Stradale. «Deve essere stata la Porsche di qualcun altro quella che ho visto apparire sul mio radar verso le cinque e mezzo di venerdì.» Lucas sogghignò. «Devi avermi spaventato.» «Giusto... Sei in servizio o cosa?» «Sto cercando Poppy White», disse Lucas. «Poppy?» I tre più anziani si guardarono l'un l'altro, poi uno disse: «Ho visto la sua auto davanti a Broobeck's ieri notte e un paio di volte anche la scorsa settimana. Una Oldsmobile rossa dell'anno scorso. Se non è lì, Broobeck potrebbe sapere dov'è.» Lucas si trattenne a far due chiacchiere, poi si alzò dallo sgabello. «Grazie dell'informazione su Poppy», disse. «Ehi, Davenport, se hai intenzione di sparare a quel figlio di puttana, potresti aspettare dopo che abbiamo finito il turno?» La Oldsmobile rossa era parcheggiata sotto l'insegna al neon del bocciodromo di Broobeck. Lucas entrò e guardò verso le corsie. Solo due erano usate da un gruppo di giovani coppie. Tre tizi sedevano al bar, ma nessuno di loro era Poppy. Il barista portava un berretto di carta e masticava uno stuzzicadenti. Fece un cenno di saluto quando Lucas si avvicinò. «Cerco Poppy.» «È qui da qualche parte, forse al cesso.» Lucas andò al gabinetto degli uomini, infilò dentro la testa. Vide un paio di stivaloni sotto una delle mezze porte e chiamò: «Poppy?» «Sì.» «Lucas Davenport. Ti aspetto al bar.» Andò a sedersi in un séparé con una birra, e un minuto dopo comparve Poppy che teneva le mani lontane dal corpo. «Dovete metterci degli asciugamani», si lamentò con il barista. Questi gli allungò un pacco di tovagliolini. Poppy si asciugò le mani, prese una birra e raggiunse Lucas. Sui cinquantacinque e troppo grosso, indossava jeans, maglietta nera e giaccone di pelle. I capelli grigi erano tagliati a spazzola. Con una sega e una torcia ti smontava una Porsche rubata in tanti pezzi di ricambio nello spazio di un'ora. «Che novità?» chiese, mentre si sedeva. «Ti serve un motorino d'avviamento?» «No. Sto cercando qualcuno con denaro fresco. Qualcuno che potrebbe avere avuto l'incarico di far fuori una donna a Minneapolis l'altro giorno.»
Poppy scosse il capo. «Ho capito di che cosa parli, ma non ho sentito neppure un tintinnio. I drogati sono in allarme perché i giornali dicono che è stato uno di loro e temono che qualcuno venga preso nella rete.» «Nessuna voce?» «Niente di niente, amico. Se qualcuno è stato pagato, la cosa non riguarda questa zona. Sei sicuro che fosse un bianco? Perché sulla gente di colore non sono più informato.» Lucas cercava un bianco. Questa era la regola: i bianchi ingaggiavano bianchi, i neri ingaggiavano neri. Settarismo con pari opportunità, anche nel delitto. Vi erano poi altre ragioni. In quel quartiere della città un nero sarebbe stato notato. Lasciò Poppy alla corsia di gioco e ripartì verso ovest per tornare a Minneapolis; fece brevi puntate in un bar di gay sulla Hennepin Avenue, in due locali di Lake Street e infine, non avendo saputo niente, svegliò un ricettatore che abitava nella tranquilla cittadina di Wayzata. «Non so, Davenport, potrebbe essere un pazzoide. Pesta a morte la donna, fugge in Utah, spende il denaro nell'acquisto di una fattoria», disse il ricettatore. Erano seduti in una veranda a vetri che guardava su uno stagno. Le luci provenienti da un'altra casa si riflettevano sull'acqua e Lucas riusciva a distinguere le sagome scure di un gruppo di anitre che dondolavano, vicinissime l'una all'altra, nel mezzo dello stagno. Il ricettatore non era a suo agio; in pigiama, fumava una sigaretta senza filtro, e sua moglie, in vestaglia, stava accanto a lui sul divano. Lei aveva in testa bigodini rosa e appariva preoccupata. Aveva offerto a Lucas acqua minerale al cedro, fredda, e lui si rigirava la bottiglietta nelle mani mentre parlavano. «Se fossi in te», disse il ricettatore, «interrogherei Orville Proud.» «Orville? Lo credevo al fresco in Arizona o da quelle parti», disse Lucas. «È uscito.» L'uomo si tolse un granello di tabacco dalla lingua e lo sbatté via. «Comunque è in giro da una settimana circa.» «Si rimette in attività?» Avrebbe dovuto saperlo. Proud era in città da una settimana: avrebbe dovuto saperlo. «Sì. Penso di sì. Il vecchio commercio. Ha una gran sete di quattrini. E conosci il genere di contatti che ha. Dannati teppisti in moto e picchiatori, neonazisti eccetera. Perciò gli ho detto: 'Corre voce che potrebbe essere stato un picchiatore, assoldato dal marito'. E lui ha risposto: 'Non è salutare parlarne, Frank'. Così ho smesso di parlarne.»
«Huh. Sai dov'è?» «Non voglio subire vendette», disse il ricettatore. «Orville è un po' strano...» «Non preoccuparti», lo rassicurò Lucas. L'altro guardò l'ora. «Prova al Loin, stanza 221. Stanno giocando.» «Pistole?» «Conosci Orville.» «Sì, disgraziatamente. Bene, Frank. Ti sono debitore.» «Mi fa piacere. Hai sempre quella casetta a nord?» «Sì.» «Ho in vista qualche buon affare su motori Evinrude da venticinque cavalli.» «Non forzare la fortuna», lo ammonì Lucas. «Eh, tenente...» Frank sorrise in modo accattivante, e i suoi denti erano quasi verdi. Il Loin era il Richard Coeur de Lion Lounge & Motel di fronte all'aeroporto internazionale di Minneapolis-St.Paul. Aveva iniziato con una gestione corretta e subito perdite per alcuni anni, poi era stato rilevato da persone più spavalde di Miami Beach. Da allora fu chiamato il Dick o il Loin, ma infine prevalse il secondo nome, considerato più di classe da coloro che decidevano tali cose. I migliori giocatori d'azzardo, i più astuti spacciatori di cocaina, le più belle puttane e i giocatori di football meno giudiziosi affollavano il bar e il più delle notti alloggiavano nel motel. Il bar era arredato in legno scuro e velluto rosso, con specchi ovali. Nella hall due volpi rosse imbalsamate, su piedistalli che erano pezzi di legno irregolari, stavano ai lati di una riproduzione di The Blue Boy. Di sopra, le stanze offrivano letti con materassi ad acqua e film porno via cavo, tutto compreso nel prezzo. Lucas attraversò la hall, fece un cenno di saluto alla donna al banco che gli sorrise come se si ricordasse di averlo registrato fra i clienti; sali al primo piano dove un unico corridoio si estendeva per tutta la lunghezza del motel. La stanza 221 era l'ultima a sinistra. Si fermò davanti alla porta ad ascoltare, tirò fuori la sua calibro 45 dalla fondina a tracolla e la infilò dietro la vita. Bussò e arretrò in maniera da essere visto dallo spioncino. Una voce disse: «Chi è?» «Lucas Davenport desidera vedere Orville.» «Non c'è nessun Orville qui.»
«Digli...» L'occhio spari dallo spioncino e passò un minuto. Poi un'altra voce dietro la porta disse: «Sei solo?» «Si. Nessun problema.» Orville Proud aprì la porta e guardò nel corridoio. «Nessun problema?» domandò. «Devo solo parlare con te», disse Lucas, guardando oltre Orville. La stanza era senza letti. Sette uomini sedevano impietriti attorno a un tavolo ottagonale, i loro occhi da uccello lo valutavano; sul tavolo c'erano le carte ma non le fiches, posacenere e bottiglie di acqua minerale erano appoggiati sul piano e ai piedi dei giocatori. Dietro di loro un ometto con giacca di pelle sedeva sul registro delle partite. Portava occhiali con montatura d'oro e pizzetto. Somigliava a Lenin, e lo sapeva. Ralph Nathan. Lucas si portò la mano al fianco, a quindici centimetri dal calcio della calibro 45. «Verrà il giorno che ti faranno la pelle», disse Orvdile senza peli sulla lingua. Uscì nel corridoio e chiuse la porta. «Che cosa vuoi?» «Ho bisogno di sapere se sono circolate chiacchiere sull'assassinio di una donna a Minneapolis. È stata massacrata, e alcuni pensano che il marito abbia ingaggiato un killer. Il fatto sta creando molto fermento.» Orville scosse il capo, si accigliò. Lui non voleva fermento. «Un paio di persone l'hanno menzionato, ma io non ho sentito cose particolari. Le avrei sapute, perché sto razzolando in cerca di denaro per avviare di nuovo il mio commercio; lo chiedo a tutti quelli che conosco. Non c'è un accidente, amico.» «Nessuno si è arricchito, nessuno ha comprato un'auto?» Proud scosse la testa. «Nulla di nulla. Terry Meller ha rubato un carico di TV Panasonic a colori, sparito dal treno a St. Paul, e questo è tutto.» «Ne sei sicuro?» «Senti, ho passato le ultime tre settimane a correre su e giù per la città, parlando con tutti. Non ho fatto altro. E non c'è nulla.» «Va bene», disse Lucas, scoraggiato. «Com'era l'Arizona?» «Il New Mexico. Là non ci staresti neppure dipinto. È un posto primitivo.» «La notizia mi rattrista.» «Già, sicuro.» «Tieni i contatti con me, okay? Hai il mio numero?» Proud annuì, poi si frugò in tasca e tirò fuori un biglietto da visita con stampato un numero a nove cifre divise in gruppi di tre, due e quattro, co-
me un numero della Protezione civile. Lo porse a Lucas. «Chiama gli ultimi sette numeri in senso inverso. È il mio cellulare. Se vuoi rivedermi, telefona prima, okay? Non venire a bussare alla porta senza avvisarmi.» «Okay. E ti do un consiglio gratis, Orville», disse Lucas, mentre si allontanava. «Togliti dai piedi Ralph. È un caso patologico, quello cerca qualcuno da ammazzare. Procurati una mazza da baseball o altro. Se resti con Ralph finirai in galera con lui per assassinio. Garantito.» «Ricevuto», rispose Proud, mentendo. Al parcheggio Lucas si appoggiò all'auto, per pensare. Erano in un vicolo cieco. Daniel doveva ricorrere alla televisione. 6 Beauty ballava. Una giga, seguendo una musica che aveva nel cervello. Con il saltellare dei suoi piedi il pene dondolava come la testa di un verme di cera; le sue braccia un po' piegate sbattevano come ali di pollo. Rideva di piacere: il piacere del contatto dei piedi nudi sul tappeto persiano e della vista di sé negli specchi. Ballava e faceva piroette e lanciava una gamba in aria e rideva. Sentì un'umidità sul torace e abbassò gli occhi. Una pioggia rossa gli stava colando sulla pelle. Si toccò il naso. Ritirò le dita macchiate, appiccicose. Sangue. Gli bagnava le labbra, gocciolava dal mento, scivolava sul torace pallido, glabro fino alla peluria all'inguine. La musica nel cervello cessò. «Sangue», gemette. «Tu sanguini...» Con il cuore martellante, Bekker s'inginocchiò, tastò alla cieca sotto la scrivania e tirò fuori la sua valigetta. Sapendo che la polizia sarebbe andata a casa sua, aveva giudicato prudente trasferire le medicine in ufficio. Non le aveva ancora rimesse nell'armadietto del bagno. Armeggiò con la serratura a combinazione e l'aprì. La valigetta conteneva dozzine di flaconcini di plastica ambrata con tappi bianchi ed etichette che riportavano prescrizioni mediche, e qualche integratore alimentare acquistabile senza ricetta. Toccò qua e là, mentre perdeva sangue. Amobarbitale. Anfetamine destrogire. Loxapina. Secobarbital. Etotoina. Clordiazepossido. Amiloride. No, no, no, no. Avrebbe dovuto adottare un sistema di codice a colori, pensò, ma una
volta tutto nell'armadietto, sarebbe stato più facile scegliere. Avrebbe messo gli eccitanti in alto, i sedativi in basso, i tranquillanti sul secondo ripiano, le vitamine e gli integratori sul primo... Haloperidolo. Diazepam. Cloropromazina. No. Dov'era? Eppure... Ah, ecco. Vitamina K. Quante? Nessun problema con la vitamina K, meglio abbondare. Ne scaricò cinque in bocca, fece una smorfia e le inghiottì. Meglio. L'epistassi diminuiva comunque, ma un'eccedenza di vitamina K non avrebbe danneggiato. Prese un pacchetto di fazzoletti di carta dalla scatola sulla scrivania e si tamponò il naso. Gli era successo altre volte. Non sentiva dolore, e l'emorragia cessava presto. Tuttavia, pensò, questa volta erano solo due, eppure sanguino. Perché le aveva prese, le metanfetamine? Una ragione doveva esserci. Guardò nell'angolo della scrivania il portasigarette aperto, come un invito. Tre pastiglie nere di metanfetamina erano in un settore assieme a quelle di fenobarbital, butalbitale, e i criminali della ciurma, tutti in una cella separata: l'unica pastiglia di «acido» rimasta, le quattro fenciclidine bianche e le tre Contac. Solo tre metanfetamine? Ma lui ne teneva sempre sette nell'astuccio. Ne aveva prese quattro per sbaglio? Non lo ricordava, ma si sentiva su di giri, caricato, aveva ballato per... quanto tempo? Molto, pensò. Forse avrebbe fatto bene... Prese un fenobarbital per equilibrarsi. Senza causare una epistassi. Forse... Raddoppiò la dose, poi rimise il portasigarette, la scialuppa di salvataggio, nella valigetta, la nave principale, e la riempì di nuovo con cura. Sanguinava ancora? Si tolse il tampone dal naso. Il sangue pareva nero sulla carta azzurra, ma il flusso era cessato. Si rimise in piedi e si mosse evitando gli indumenti che aveva sparso sul pavimento quando le anfetamine avevano cominciato a fargli effetto. Perché le aveva prese? Doveva pensare. Il suo studio era in ordine: scrivania antica con bassorilievi, macchina per scrivere elettrica su un tavolino antico d'angolo, libreria su un'intera parete con volumi, periodici, riviste. Vicino alla porta c'era una foto di lui, in piedi accanto a una Jaguar tipo E. Non sua, disgraziatamente, ma una bella macchina. La foto era in una cornice d'argento. Dall'altra parte della porta in una cornice uguale c'era Stephanie, sorridente, in calzoni da cavallerizza. Perché lei...? Che fatica pensare. Doveva. Stephanie? L'amante. Chi era l'amante? Ecco la domanda critica. Lui aveva creduto che le anfetamine lo avreb-
bero aiutato in questo... Se così era stato, non lo ricordava. Si sedette al centro della stanza, a gambe divaricate. Doveva pensare... Bekker sospirò. Spinse fuori la lingua, sentì un gusto salato. Si guardò e si vide la pelle coperta di croste scure. Croste? Si toccò il torace con la punta del dito. Sangue. Si stava seccando. Si alzò, intorpidito, salì le scale piegato in due, toccando ogni scalino con le mani, e poi percorse il corridoio fino al bagno. Aprì il rubinetto, mise la testa sotto il getto freddo, si bagnò la faccia, poi si guardò allo specchio. La faccia era rosa, il torace ancor color fegato per via del sangue raggrumato. Somigliava a un demonio, pensò. L'idea gli venne spontaneamente. Bekker sapeva tutto del demonio. I suoi genitori, rispettosi della loro severa fede cristiana, gli avevano inculcato l'idea del demonio, usando le antiche parole di Jonathan Edwards: Nelle anime dei malvagi regnano quei principi infernali che in breve si accenderebbero e divamperebbero in un fuoco demoniaco, se non vi fossero i freni di Dio. I freni di Dio lui non li aveva mai conosciuti, aveva detto Bekker al predicatore una domenica sera. Per questo si era preso talmente tante botte che, allora, aveva creduto di morire. Infatti non era andato a scuola per una settimana, ma non aveva visto un briciolo di pietà negli occhi dei genitori. Mentre si ripuliva, si guardò allo specchio e pronunziò le vecchie parole che ancora ricordava: «Dio ti tiene sospeso sull'abisso dell'inferno, nel modo in cui uno tiene un ragno o qualche schifoso insetto sopra il fuoco, ti detesta, ed è terribilmente arrabbiato». Fesserie. Ma lo erano? Lo spirito andava da qualche parte dopo la morte? C'era un abisso? I bambini che aveva visto morire, il loro cambiamento di espressione all'ultimo istante... era estasi? Vedevano qualcosa nell'aldilà? Bekker aveva esaminato i filmati dei nazisti nei campi di sterminio, scrutato le facce dei moribondi sottoposti a esperimenti medici, documentari considerati da collezione per certi tedeschi autorevoli... C'era qualcosa oltre la morte? La mente razionale dello scienziato Bekker rispose di no: non siamo che fango animato, un cosciente pezzo di sudiciume, la coscienza un semplice manufatto chimico. Ricordati che sei polvere e polvere ritornerai. Non era ciò che professavano i cattolici? Strano candore per la politica della Chiesa. Qualunque cosa dicesse la sua mente razionale, le altre parti, quelle istintive, non sapevano immaginare un mondo senza Beauty. Lui non pote-
va svanire... o sì? Guardò l'orologio. Aveva tempo. Con la medicina giusta... Guardò, oltre il bagno, il portasigarette sul cassettone. Michael Bekker, molto disteso grazie a un po' di cocaina e un pizzico di fenciclidina, percorse i corridoi dell'ospedale universitario. «Dottor Bekker...» Un'infermiera, passando, lo aveva chiamato «dottore». La parola gli infuse potere, o era merito della droga? Talvolta gli era difficile dirlo. Di notte le luci erano abbassate. Tre infermiere sedevano nella loro stanza meglio illuminata e sfogliavano carte, controllavano richieste di farmaci. In alto, una mezza dozzina di monitor, emettendo luci tremolanti come componenti di un impianto stereo da ricchi, mostravano i tracciati delle condizioni dei pazienti nell'Unità di cura intensiva. Bekker consultò il suo blocco. Sybil Hart, stanza 565. Si diresse da quella parte, senza fretta, passando davanti a una camera privata dove una paziente russava. Si guardò attorno: nessuno in vista. Entrò. La paziente dormiva della grossa, in posizione supina, con la bocca aperta. Il rumore di una motosega, pensò Bekker. Andò al comodino, aprì il cassetto. Tre flaconcini di pillole marrone. Li prese, li guardò nel riflesso di luce del corridoio. Il primo conteneva penicillamina, usata per prevenire calcoli renali. Non serviva. Lo rimise a posto. Parametasone acetato. Altra medicina per i reni. Sul terzo era scritto: CLORDIAZEPOSSIDO IDROCLORATO 25 MG. L'aprì, guardò le capsule verdi e bianche. Ah, Librium. Quello poteva sempre servire. Prelevò metà del contenuto, rimise il flaconcino nel cassetto. Nascose le capsule in tasca. Alla porta si fermò ad ascoltare. Occorreva prudenza: le infermiere portavano scarpe di gomma, erano silenziose come fantasmi. Ma se uno era pratico, poteva captare il quasi impercettibile cigolio della suola sul pavimento a piastrelle. Il corridoio era silenzioso e lui uscì dalla stanza, guardando il suo blocco, pronto a mostrarsi confuso se un'infermiera lo avesse visto. La via era libera e andò verso la camera di Sybil Hart. Sybil Hart aveva capelli corvini e occhi scuri, lucenti. Dal suo letto guardava lo schermo muto della televisione fissata su un angolo della stanza. Aveva un auricolare e sebbene gli sciocchi programmi della notte le facessero venire la voglia di gridare, lei non lo faceva. Non poteva.
Era immobile, seduta appoggiata ai cuscini nel letto. Non era in terapia intensiva vera e propria, ma le infermiere la controllavano ogni mezz'ora. Era affetta da sclerosi laterale amiotrofica, il morbo di Lou Gehrig, e le restavano tre settimane, un mese di vita. Le era cominciata con una parestesia delle gambe, la tendenza a incespicare. Lei l'aveva combattuta, ma il male si era esteso: gambe, funzioni intestinali, braccia e infine la voce. Ora, crudelmente, aveva attaccato i muscoli facciali, comprese palpebre e sopracciglia. Dopo aver perso la parola, lei aveva imparato a comunicare usando un computer Apple adattato e un apposito programma di videoscrittura. Finché aveva potuto muovere le dita, ne aveva usate due e un interruttore speciale per scrivere messaggi senza sforzo. Perso l'uso delle dita, il terapeuta le aveva sistemato un interruttore a bocca e lei poteva ancora comunicare. Dopo era passata a un interruttore sistemato sul sopracciglio. Ma adesso Sybil Hart stava precipitando nel silenzio finale, la paralisi del diaframma. Tempo due o tre settimane... Per il momento il suo cervello era sano e lei poteva muovere gli occhi. Il commentatore della CNN parlava con foga di un'incursione di agenti della DEA in un laboratorio farmaceutico all'università di Los Angeles. Bekker entrò nella stanza e gli occhi di Sybil ruotarono verso di lui. «Sybil», disse con voce calma e gradevole. «Come stai?» L'aveva visitata già tre volte, interessato alla malattia che paralizzava il corpo, ma lasciava vivo il cervello. A ogni visita aveva constatato il progressivo peggioramento. L'ultima volta lei era riuscita a malapena a rispondere con il computer. Recentemente un'infermiera lo aveva informato che anche questa possibilità era scomparsa. «Possiamo parlare?» chiese Bekker nel silenzio. «Puoi passare al tuo programma?» Guardò la televisione, ma sullo schermo rimase la CNN. «Puoi cambiarlo?» Bekker si accostò al letto, vide i suoi occhi seguire i movimenti. La guardò. «Se puoi cambiarlo, sposta gli occhi in alto e in basso, per dire si. Se non puoi, spostali a destra e a sinistra, per dire no.» I suoi occhi andarono lentamente a destra e a sinistra. «Mi stai dicendo che non puoi farlo?» I suoi occhi si mossero in alto e in basso. «Ottimo. Stiamo comunicando. Ora... un momento.» Bekker si allontanò per guardare nel corridoio. Da lì vedeva solo l'angolo della stanza delle infermiere, a una trentina di metri da lui, e la cuffietta di una di loro occupata
alla scrivania. Nessun altro. Tornò al letto, tirò a sé una sedia e si sedette dove Sybil poteva vederlo. «Vorrei spiegarti i miei studi», le disse. «Riguardano la morte, e tu sarai un meraviglioso soggetto.» Gli occhi di Sybil lo fissavano. E quando il dottore se ne andò un quarto d'ora dopo, lei guardò il commentatore della CNN e cominciò a sforzarsi. Se almeno... se almeno. Venti minuti di tensione e improvvisamente vi fu un clic e comparve il programma di videoscrittura. Finalmente. Le serviva una B. Quando l'infermiera arrivò mezz'ora dopo, Sybil stava fissando lo schermo dove c'era una sola B. «Oh, che cosa è successo?» chiese l'infermiera. Sapevano tutti che Sybil Hart non poteva più usare il computer. Le avevano lasciato l'interruttore attaccato perché il marito di lei aveva insistito. Per il suo morale. «Deve avere avuto una piccola contrazione», disse la donna, dando una pacca sulla gamba insensibile di Sybil. «Ora le rimetto la televisione.» Sybil guardò disperata la B che scompariva, sostituita dal viso abbronzato e dai denti brillanti del commentatore della CNN. Quattro piani sotto Bekker gironzolava nel laboratorio di patologia, fischiando senza suono, perduto in fantasticherie. Il luogo era fresco, familiare. Pensò a Sybil morente. Se avesse potuto avere un paziente appena un po' prima, cinque minuti prima. Se avesse potuto aprire un corpo agonizzante, studiarne il meccanismo... Bekker inghiottì due pasticche di ecstasy. Beauty si mise a danzare. 7 Luce. Lucas mosse la testa e socchiuse un occhio. Il sole filtrava dalle stecche dell'avvolgibile e colpiva il letto. Pieno giorno? Si mise seduto, sbadigliò, guardò la sveglia. Le due. Il telefono suonava. «Perdio...» Era stato a letto nove ore: una dormita così non l'aveva fatta da mesi. Aveva staccato il telefono sul comodino per non essere disturbato nel sonno, qualora avesse avuto la fortuna di dormire. Perciò dovette buttarsi giù dal letto, stirarsi e andare a rispondere in cucina. «Pronto, Danveport.» Aveva lasciato su l'avvolgibile e dalla finestra vide una donna che passeggiava con un setter irlandese al guinzaglio. «Lucas? Daniel.»
«Sì.» «Ho parlato con alcune persone. Ci affidiamo alla televisione.» «Magnifico. A che ora è la conferenza-stampa?» La donna era più vicina e Lucas si rese conto di stare nudo di fronte a un davanzale che arrivava appena all'altezza delle ginocchia. «Domani.» «Domani?» Lucas si accigliò. «Dovevi farla oggi.» «Impossibile. Non c'è tempo. È stato deciso appena mezz'ora fa. La Omicidi non è troppo favorevole.» «Pensano di fare una brutta figura...» La donna stava per passare davanti alla casa e Lucas si acquattò per non farsi vedere. «Comunque sia, ci vorrà il resto della giornata per organizzarci. Devo incontrarmi con il procuratore della contea per gli aspetti legali, studiare se sia il caso di sorvegliare Bekker giorno e notte, e quant'altro. Stiamo vagliando la cosa. Ti ho lasciato dei messaggi in ufficio, ma siccome non sei venuto, ho immaginato che fossi occupato fuori.» «Uh, sì», rispose Lucas. Diede un'occhiata alla cucina. I piatti da lavare erano accatastati nel lavello e scatole di cibo precotto erano ficcate in un cestino di plastica. Sulla tavola c'erano pile di conti insieme con libri, riviste, cataloghi e la posta di due settimane, non ancora aperta. Viveva come un maiale. «Sono tornato in questo momento.» «Bene, faremo la conferenza-stampa domani nel primo pomeriggio. Probabilmente alle due. Ti vogliamo presente. Sai, per le pubbliche relazioni. Porta la solita attrezzatura segreta, a quelli della televisione piace.» «D'accordo. Verrò un po' prima domani, per fissare i dettagli. Ma oggi sarebbe stato meglio.» «Non posso», disse Daniel. «Troppe cose da risolvere. Vieni in ufficio?» «Più tardi, forse. Sto cercando di avere un colloquio con un tale che conosce Bekker.» Finita la conversazione, Lucas fece capolino alla finestra e notò una rossa che fingeva di guardare la facciata della casa per non vedere il suo cane che la faceva nei cespugli. «Maledizione.» Sgattaiolò in camera, trovò il suo blocco di appunti, si sedette sul letto e chiamò Webster Prentice all'università del Minnesota. Rispose una segretaria che gli passò l'ufficio di Prentice. «Pensa che l'abbia uccisa Bekker?» domandò Prentice, dopo che Lucas si fu presentato. «Chi ha menzionato Bekker?»
«Per quale altra ragione un poliziotto chiamerebbe me?» disse lo psicologo con voce gioviale da grassone. «Senta, l'aiuterei volentieri, ma sono la persona sbagliata. Le suggerisco di chiamare il dottor Larry Merriam.» Lo studio di Merriam era in un edificio dall'architettura strana, tutta angoli e giunture. Dentro era un labirinto, con gallerie e passaggi sopraelevati che lo univano a edifici adiacenti e uscite a pianterreno su livelli diversi. In alcune parti della struttura mancavano piani interi. Lucas girovagò per dieci minuti, chiese due volte informazioni, poi trovò una fila di ascensori e raggiunse il quinto piano dell'ala sinistra. La segretaria di Merriam era bassa, grassoccia e preoccupata; sembrava una caricatura di Disney nella sua fretta di rintracciare il capo. Larry Merriam, quando lei lo riportò dal laboratorio, era un uomo in camice bianco dalla faccia mite, con un principio di calvizie, grandi occhi scuri e mani piccole e inquiete. Fece accomodare Lucas nel suo studio, si premette le dita sulle labbra e sospirò: «Oh, povero me», quando Lucas gli espose la ragione della visita. «Questo è un colloquio riservato?» «Sicuro. Non le creerà problemi. A meno che non confessi di avere ucciso la signora Bekker», disse Lucas sorridendo, allo scopo di tranquillizzarlo. Lo studio di Merriam guardava su un autosilo. Le pareti erano color crema; una bacheca abbondava di vignette di soggetto medico. Da dietro la scrivania con il solo movimento delle labbra Merriam trasmise il messaggio: Chiuda la porta. Lucas eseguì. Merriam si rilassò, incrociando le mani sul petto. «Clarisse è un'ottima segretaria, ma trova difficoltà a mantenere un segreto», disse. Si alzò e, con le mani nelle tasche, guardò fuori della finestra che era dietro la scrivania. Un uomo in giacca rossa, con una valigetta apparentemente da medico, camminava sul tetto dell'autosilo. «E Bekker è un argomento inquietante.» «Tanta gente sembra turbata dal dottor Bekker», disse Lucas. «Noi stiamo cercando di trovare una svolta, un...» Non gli veniva in mente la parola giusta. «Un qualcosa che porti a degli sviluppi», disse Merriam, guardando Lucas da sopra la spalla. «Questo occorre sempre, in qualsiasi genere di ricerca.» «Esatto. Con Bekker...» «Che cosa sta facendo quell'uomo?» lo interruppe Merriam, mentre os-
servava il tetto dell'autosilo. L'uomo in giacca rossa si fermò accanto a una BMW blu notte, sbirciò attorno, tirò fuori una lunga lamina di metallo dalla manica e la inserì tra il vetro e la guarnizione di tenuta. «Penso, uh... Sta rubando la macchina, quello?» «Che cosa?» Lucas raggiunse la finestra e guardò. Il tizio si fermò un istante e osservò l'edificio dell'ospedale, come se percepisse una qualche presenza. Non poteva vedere i due perché la finestra aveva vetri fumé. Lucas ebbe un tuffo di piacere. «Sì. Devo telefonare, ci vorrà un minuto», sussurrò Lucas avvicinandosi al telefono sulla scrivania. «Faccia pure», disse Merriam, guardando un po' Lucas e un po' il ladro. «Schiacci il 9.» Lucas comunicò con il Centro operativo. «Shirl, sono Lucas. Da una finestra sto vedendo un tizio che si chiama E. Thomas Little. Forza la portiera di una BMW.» Le diede i dettagli e riattaccò. «Oh, mio Dio!» disse Merriam. E. Thomas Little aveva aperto la portiera e si era messo alla guida. «Quello è un mio vecchio cliente», spiegò Lucas. Provò ancora un fremito di piacere, gradito come una brezza primaverile. «E sta rubando l'auto?» «Sì. Ma non è molto bravo a farlo. In questo momento dà strattoni al bloccasterzo per staccarlo dal volante.» «Quanto ci metterà ad arrivare la polizia?» «Un minuto o poco più», rispose Lucas. «Altrimenti saranno mille dollari di danno.» Stettero a guardare in silenzio il ladro che armeggiava nell'auto. Sessanta secondi dopo fece retromarcia per uscire dal posto di parcheggio e si diresse verso la rampa di discesa. Mentre stava per imboccarla, un'auto della polizia, salendo sulla sinistra, frenò davanti a lui. Un minuto dopo l'uomo parlava con gli agenti. «Molto strano», disse Merriam, mentre il ladro veniva ammanettato e caricato sull'auto della polizia. Uno degli agenti guardò in su verso le finestre dell'ospedale, come aveva fatto Little, e agitò la mano in un saluto. Merriam mosse la mano a sua volta, si rese conto che non poteva essere visto, e si girò verso Lucas. «Lei voleva sapere di Michael Bekker.» «Sì.» Lucas tornò a sedersi. «Riguardo al dottor Bekker...» «Lui è... Lei sa di che cosa mi occupo?» «È un oncologo pediatrico», disse Lucas. «Cura i bambini affetti da cancro.»
«Sì. Bekker mi chiese se poteva osservare il mio lavoro. È molto quotato nel suo campo, la patologia, e si sta facendo una buona fama fra sociologi e antropologi per quella che lui chiama l''organizzazione sociale della morte'. Per questa ragione venne qui. Voleva fare un dettagliato esame della chimica che usiamo, e di come la usiamo, ma voleva anche conoscere come trattiamo la morte, quali convenzioni e strutture si sono sviluppate al riguardo.» «E lei fu d'accordo?» Merriam annuì. «Certo. Qui vi sono sempre dozzine di studi in corso: questo è un ospedale d'insegnamento e di ricerca. Bekker aveva le credenziali ed entrambi gli studi avevano un valore in sé. Effettivamente il suo lavoro portò a cambiamenti procedurali.» «Cioè?» Merriam si tolse gli occhiali e si strofinò gli occhi. Appariva stanco, pensò Lucas. Non come se avesse perso una notte, ma cinque anni di sonno. «Alcune cose non si notano quando si hanno sempre sotto il naso. Ogni qualvolta un paziente sta per morire, be', vi sono cose che vanno fatte al corpo e nella stanza. Bisogna pulire bene, prepararsi a trasferire il corpo a Patologia. Alcuni pazienti sono lucidi anche da moribondi. Quindi, che effetto deve fare quando una donna arriva armata di straccio, disinfettante e granata, getta un'occhiata nella stanza e controlla se il malato è già spirato? Il paziente capisce che noi le abbiamo detto: 'Quello se ne andrà oggi'.» «Brrr», fece Lucas, sussultando. «Sì. E Bekker osservava anche problemi più sottili. Uno dei guai di questo lavoro è che non tutto il personale medico è all'altezza di farlo. Noi curiamo bambini con tipi di cancro rari e in fase avanzata, e quasi tutti muoiono. Quando se ne vedono morire tanti, e si vede la sofferenza dei loro genitori, be', si ha un'enorme percentuale di infermiere, tecnici e perfino dottori stressati ed esauriti, con la sindrome della 'bruciatura'. Spesso manifestano problemi di depressione cronica inabilitante. Questa può andare avanti per anni, anche se la persona ha smesso di curare i bambini. Comunque la collaborazione di Bekker, pensammo, ci avrebbe fornito idee per evitare tali guai.» «Ragionevole, direi», commentò Lucas. «Ma da come lo dice... Bekker fece cose sbagliate? Che cosa successe?» «Non so se successe qualcosa», disse Merriam, girando la testa a guardare verso il cielo. «Proprio non lo so. Ma dopo che lui era qui da una settimana o due, i dipendenti cominciarono a venire da me. Lui li rendeva
nervosi. Perché non studiava tanto le consuetudini di morte, le strutture, i procedimenti, le formalità e via dicendo, ma osservava piuttosto la morte in sé. E ci godeva. Il personale lo soprannominò allora 'Dottor Morte'.» «Gesù», esclamò Lucas. Sloan aveva detto che Bekker era chiamato così in Vietnam. «Ci godeva?» «Sì.» Merriam si protese e poggiò le mani a pugno sul piano della scrivania. «Quelli che lavoravano con lui dissero che pareva eccitarsi quando la morte si approssimava. L'agitazione è comune tra il personale medico... consideri un bambino che ha sempre lottato per vivere, e un dottore che ha lottato con lui e poi lo vede morire. In queste circostanze anche chi ha una lunga carriera alle spalle perde la calma. Bekker era diverso. Si eccitava come chi manifesta un piacere intellettuale.» «Non sessuale?» «Non saprei. Vi era un'intensità di sensazione dell'ordine del piacere sessuale. In ogni caso era piacere, come mi riferirono. Quando un bambino moriva, lui assaporava una certa soddisfazione.» Merriam si alzò e, aggirata la poltrona, sostò davanti alla finestra. Un agente aveva rimesso la BMW al suo posto e stava scrivendo un messaggio al proprietario. «Non so se posso dirlo, potrei espormi a critiche.» «Le ho garantito riservatezza», lo rassicurò Lucas. Merriam continuò a guardare fuori e Lucas comprese che l'uomo voleva evitare di guardarlo in faccia. Il silenzio si protrasse. «Vi è un ritmo verso la morte nei malati di cancro», disse alla fine Merriam lentamente, come se soppesasse le parole. «Un bambino potrebbe essere a un passo dalla morte, ma sai che non morirà. Anzi, il più delle volte migliora. I sintomi regrediscono. Il bambino si rimette seduto, chiacchiera, guarda la TV. Sei settimane dopo è morto.» «Remissione», disse Lucas. «Sì. Bekker stette qui tre mesi, senza un orario. Facemmo un accordo: lui poteva venire quando voleva, di giorno o di notte, per osservare i malati. Non c'era molto da vedere di notte, ma lui volle libero accesso alle corsie. Ci parve utile e accettammo. Tenga presente che è un professore universitario con eccellenti credenziali. Però non volevamo che qualcuno girovagasse per le corsie senza controllo. Gli chiedemmo di mettere la firma di entrata e uscita. Nessun problema, lui comprese. Dunque, in quel periodo morì un bambino. Anton Bremer. Undici anni. Era all'ultimo stadio, con dosi massicce di farmaci.» «Droga?»
«Sì. Era alle soglie della morte, ma quando morì fu una sorpresa. Come ho detto, vi è un ritmo verso la morte. Lavorando in corsia, lo sappiamo. La morte di Anton fu insolita. D'accordo, può succedere che uno muoia quando non ce lo aspettiamo. Be', sul momento non ci pensai troppo. Tirai avanti con il lavoro.» «Bekker ebbe qualche responsabilità in quella morte?» «Mah. Non avrei sospettato, se il suo atteggiamento verso la morte dei nostri pazienti non avesse irritato il personale. Erano tutti incavolati. Alla fine dei tre mesi, periodo di prova stabilito, decisi di non prorogare l'incarico. Posso farlo senza specificarne il motivo. Per il bene del reparto.» «Lui si arrabbiò?» «No... ovviamente. Fu molto cordiale, disse che capiva eccetera. Due o tre settimane dopo venne da me un'infermiera — non lavora più qui perché 'si è bruciata' — e mi disse che il pensiero di Anton la tormentava. Non poteva togliersi dalla testa che Bekker lo avesse uccìso. Il bambino aveva avuto una fase di peggioramento, poi si era stabilizzato e stava recuperando le forze. Lei aveva fatto il secondo turno quel giorno, dalle quindici a mezzanotte. Tornata la mattina dopo, aveva trovato Anton morto. Aveva ripensato a Bekker in un secondo tempo ed era andata a controllare a che ora lui aveva firmato quella notte. Sul registro non figurava la sua firma. Ma lei si ricordava di averlo visto in giro, e andare due volte dal bambino; alla fine del suo turno Bekker era ancora in ospedale.» «Quindi l'infermiera pensa che lui non abbia firmato per cautelarsi qualora fossero state fatte indagini su decessi inspiegabili.» «Esatto. Ne parlammo e le dissi che mi sarei occupato della cosa. Interrogai altri due dipendenti che non avevano ricordi precisi, ma pensavano che lui fosse in ospedale. Telefonai a Bekker, con la scusa che stavamo indagando su un furto, e gli chiesi se avesse mai visto qualcuno prendere di nascosto degli abiti da fatica dallo sgabuzzino delle scorte. Lui disse di no. Poi gli chiesi se aveva firmato sempre all'arrivo e all'uscita, e lui rispose che riteneva di sì, ma forse qualche volta se n'era scordato.» «Non si fa cogliere in fallo», commentò Lucas. «No.» «Vi furono altre morti? Come quella di Anton?» «Una. La seconda o terza settimana in cui lui era qui nel nostro reparto. Una bambina con cancro alle ossa. Ci ripensai dopo, ma... non so.» «Furono fatte autopsie sui bambini?» «Sicuro. Complete.»
«Le fece lui? Lo sa?» «No, no, abbiamo un collega specializzato.» «Trovò cose insolite?» «No. Vede, erano bambini molto indeboliti, così prossimi alla morte che se Bekker si fosse avvicinato e avesse stretto fra due dita il tubo di alimentazione dell'ossigeno, questo sarebbe bastato. Ma l'autopsia una cosa così non la scopre, per via dell'eccessiva sozzura chimica che troviamo in casi di cancro: quantità massicce di droga, effetti delle radiazioni, funzioni corporee fortemente alterate. Al momento dell'autopsia gli organismi di questi bambini sono un caos.» «Ma lei pensa che Bekker potrebbe averli uccisi.» «È troppo grave», disse Merriam voltandosi a guardare Lucas. «Se ne fossi stato convinto avrei chiamato la polizia. Se vi fossero state indicazioni mediche o qualcuno che aveva visto o aveva motivo di crederlo colpevole, avrei fatto intervenire la polizia. Ma non c'era niente, tranne una sensazione. E questa poteva essere dovuta a un nostro stato psicologico, il risentimento verso l'estraneo che ficca il naso nei 'rituali di morte', come Bekker li chiamava.» «Ci sono pubblicazioni di Bekker?» chiese Lucas. «Sì. Posso darle i titoli. O meglio, posso chiedere a Clarisse di cercare delle fotocopie.» «Gliene sarei grato», disse Lucas. «Be', lei sa che cosa è successo l'altra notte.» «La moglie di Bekker è stata uccisa.» «Ci stiamo occupando del caso. Alcuni, francamente, pensano che lui possa averci messo lo zampino.» «Mah. Ho qualche dubbio», disse Merriam con aria cupa. «Mi pareva che lo ritenesse capace.» «Vede, se avesse saputo che sua moglie sarebbe stata uccisa, lui sarebbe andato là a vedere», precisò Merriam. Poi, con improvviso imbarazzo, aggiunse: «Forse esagero». «Huh», disse Lucas e, scrutando l'altro: «Lui è ancora in ospedale, si occupa di pazienti vivi?» «Sì. Non è più nel mio reparto, ma in diversi altri. L'ho visto un paio di volte nella sala operatoria e in Medicina generale, dove trattano tipi speciali di malattie.» «Ha mai fatto parola a nessuno...?» «Senta, io non so niente», disse Merriam stizzito. «È un problema mio.
Se dico qualcosa, insinuo che lui è un assassino. Per l'amor di Dio. Non posso farlo.» «Una parolina in segreto...» «In questo posto? Resterebbe segreta per trenta secondi, si e no», dichiarò Merriam, passandosi la mano sui pochi capelli. «Senta, finché non si è lavorato in un ospedale universitario non si sa che cosa significa 'distruzione della personalità'. Vi sono dieci persone del nostro corpo medico convinte che il prossimo anno saranno candidate al Nobel, se qualche idiota dell'ufficio accanto non li fa ragionare. Se ipotizzassi qualcosa su Bekker, la voce si spargerebbe in cinque minuti. Lui lo verrebbe a sapere e io sarei additato come la fonte. Non posso fare niente.» «Va bene.» Lucas si alzò per andarsene. «Mi procura quelle copie degli articoli?» «Certamente. E se c'è dell'altro che possa fare per lei, mi chiami e l'aiuterò. Ma vede in che ginepraio sono.» «Sì.» Lucas si mosse, ma Merriam lo fermò con un gesto improvviso. «Continuo a pensare a come definire il comportamento di Bekker di fronte alla morte», disse. «Sa, quando si legge di quei fanatici che si battono contro la pornografia, e si percepisce che non sono molto normali? Che l'attrazione per la materia va molto al di là di un semplice interesse? Come se uno avesse una raccolta di duemila riviste pornografiche per poter dimostrare quanto tutto ciò è terribile. Ecco, così era Bekker. Mostrava una specie di pia tristezza quando un bambino moriva, ma si percepiva che sotto sotto gongolava di vero piacere.» «Lo descrive come un mostro», disse Lucas. «Sono un oncologo», rispose semplicemente Merriam. «Credo nei mostri.» Lucas uscì dall'ospedale soprappensiero. Una graziosa infermiera gli sorrise e lui ricambiò automaticamente, ma dentro di sé non sorrideva. Bekker aveva ucciso i bambini? L'esperto di medicina legale era grasso, malinconico, con guance e labbra così rosate e lucide che sembrava essersi divertito con il trucco che si applica ai morti. Diede a Lucas il referto su Stephanie Bekker. «Se vuoi la mia opinione, il tizio che l'ha fatta fuori era uno psicopatico o voleva apparire tale», disse. «Il cranio era come un uovo rotto, tutto in frammenti. L'arma del delitto era una di quelle grosse bottiglie che i turisti portano dal Messico. Di colore turchese, più vaso che bottiglia. Il vetro
doveva avere uno spessore di circa due centimetri. Quando si è rotta, lui l'ha usata come un coltello, e ha infilato le punte di vetro nei suoi occhi. Tutto il volto era mutilato, lo vedrai nelle foto. La cosa è...» «Sì?» «Il resto del corpo non è stato toccato. Lui non ha assestato colpi alla cieca, ferendola da qualsiasi parte. Prendi uno imbottito di droga, eroina, PCP, be', quello dondola. Se insegue la vittima, e se la vittima si rifugia dietro un'auto, lui la raggiunge. Se non può colpirla in faccia, colpisce spalle, torace, schiena, piedi, e morde, graffia, fa qualunque cosa. Questa è un'aggressione quasi... tecnica. Chi l'ha fatta era un pazzo con qualche mania per il volto e gli occhi, oppure voleva apparire tale.» «Grazie dell'informazione», disse Lucas. Si sedette a una scrivania libera, aprì la cartelletta e guardò le foto. Anomalo, pensò. Il referto era tecnico. In base alla temperatura corporea e alla mancanza di cianosi, la donna era morta appena prima che arrivassero i barellieri. Non aveva avuto possibilità di reagire: benché fosse forte, con unghie lunghe, non erano stati trovati né sangue né frammenti di pelle sotto le unghie. Non c'erano abrasioni sulle mani. Aveva avuto un rapporto sessuale, probabilmente un'ora prima della morte. Nessuna contusione attorno alla vagina e vi erano indicazioni che l'atto era stato volontario. Si era lavata dopo il rapporto, e i campioni prelevati per l'analisi del DNA potevano non risultare validi. Il test era in corso. L'esperto aveva annotato che la casa era stata trovata intatta, senza segni di lotta o di una lite. La porta d'ingresso non era stata chiusa a chiave, e neppure quella di servizio che collegava la cucina al box. Una scia di sangue conduceva nel box. Anche la serranda del box non era chiusa a chiave, quindi l'aggressore poteva essere arrivato dal vicolo. Vi era un'unica impronta di mano insanguinata sulla parete della cucina, e una scia di sangue dal punto dove lei era caduta inizialmente. L'esperto supponeva che la donna fosse restata in vita da venti a trenta minuti dopo l'aggressione. Lucas chiuse la cartelletta e rimase a fissare il piano della scrivania. Poteva essere stato Casanova. Se avesse avuto in mano dei fatti consistenti, ci avrebbe scommesso sopra. Ma quel genere di violenza era raramente riscontrabile dopo un felice incontro sessuale, specialmente senza i preliminari di lancio di vasi, piatti, e di percosse reciproche. E poi c'era Bekker. Tutti ne parlavano con nervosismo. Il grasso medico si stava lavando le mani quando Lucas se ne andò.
«Ci ricavi qualcosa?» gli chiese. «Anomalo», disse Lucas. «Un problema.» «Se non è un drogato...» cominciò a dire Lucas. «Allora hai un grosso problema», completò il grassone, scrollando via l'acqua dalle sue sottili dita rosate. Le giornate si stavano allungando. Nel cuore dell'inverno faceva buio alle quattro. Quando Lucas arrivò al municipio c'era ancora luce sebbene fossero le sei passate da un pezzo. Sloan era già andato via, ma alla Narcotici trovò Del che stava cercando qualcosa nel classificatore. «Novità?» chiese Lucas. «Non da parte mia», disse Del. Richiuse il cassetto. «Ci sono state riunioni tutto il giorno. I capi discutevano su chi doveva fare che cosa. Penso che non avrai la tua squadra di sorveglianza.» «Perché no?» Del si strinse nelle spalle. «Mi sa che loro sono contrari. Continuano a dire che non c'è nulla contro Bekker, anche se qualche agente della Narcotici pensa che sia stato lui. Intendendo me, e tu sai quel che pensano di me.» «Sì.» Lucas sogghignò suo malgrado. A loro sarebbe piaciuto vedere Del in divisa a fare multe per strada. «La conferenza-stampa si fa?» «Domani alle quattordici», rispose Del. «Sei stato in giro dai tuoi uccellini?» «Sì. Niente da quelli. Ma ho parlato con un dottore all'ospedale dell'università; lui pensa che Bekker potrebbe avere ucciso un bambino. Forse due.» «Bambini?» «Sì. Nel reparto di Oncologia. Se necessario, me ne servirò per convincere Daniel a farlo sorvegliare.» «Giusto», disse Del. «Nulla funziona bene come il ricatto.» La segreteria telefonica di Lucas aveva registrato una dozzina di messaggi, nessuno dei quali sul caso Bekker. Lui fece due chiamate di risposta, controllò i numeri telefonici sulla penna ottica e chiuse bottega. Il palazzo del municipio era quasi buio e i suoi passi echeggiavano nei corridoi. «Davenport.»
Lui si voltò. Karl Barlow, sergente agli Affari interni, stava avvicinandosi a lui con un fascio di carte in mano. Era un uomo piccolo, spalle quadrate, viso quadrato, capelli a spazzola e muscolatura da ginnasta. Portava sempre camicie bianche a maniche corte e pantaloni ben stirati. Nel taschino sul petto teneva un portapenne di plastica con una fila ordinata di biro. Era, per sua ammissione, un eccellente cristiano. Un eccellente cristiano, pensò Lucas, ma non un bravo agente nelle strade. Barlow aveva il guaio dell'ambiguità. «Ci occorre una deposizione sulla rissa dell'altra notte. Ti stavo cercando.» «Non è stata una rissa, ma l'arresto di un noto pappone e spacciatore con l'accusa di aggressione a mano armata», disse Lucas. «Un minorenne. Ti ho cercato ripetutamente in ufficio, ma non ci sei mai.» «Sto lavorando al delitto Bekker. Mancano indizi», disse Lucas conciso. «Non posso farci nulla», replicò Barlow, piantandosi il pugno sul fianco. Lucas aveva sentito dire che Barlow era stato allenatore di una squadra giovanile di football e si era trovato nei guai con dei genitori per avere insistito che un ragazzo si fingeva infortunato. «Devo prendere appuntamento con uno stenografo del tribunale, perciò dimmi quando puoi testimoniare.» «Dammi un paio di settimane.» «Un po' troppo», disse Barlow. «Vengo quando posso», replicò Lucas con impazienza, cercando di sganciarsi. «Non c'è urgenza, giusto? E potrei anche portare un avvocato.» «È nel tuo diritto.» Barlow si avvicinò di più e spinse il fascio di carte contro Lucas. «Ma queste voglio che le sistemi, e presto. Se cogli il senso.» «Sì. L'ho colto», rispose Lucas. Si voltò verso Barlow e se lo trovò a pochi centimetri dal naso. L'altro dovette arretrare di mezzo passo per guardarlo negli occhi. «Ti farò sapere quando.» E io ti scaraventerò dalla finestra se mi dai una fregatura, pensò Lucas. Si allontanò e salì le scale. Barlow gridò: «Presto», e Lucas di rimando: «Sì, sì». Fuori, si fermò sul marciapiede, guardò a destra e a sinistra e si scosse come un cavallo infastidito dalle mosche. Sembrava che la giornata fosse andata storta. Lui provò un senso di attesa, ma di che cosa? Attraversò la strada e si diresse all'autosilo.
8 Pressione. Aprì il pugno, palpò la pastiglia nella mano, la leccò, sentì l'acidità della droga e il sapore salato del proprio sudore. Troppa? Doveva stare attento. Non poteva sanguinare quel giorno, perché usciva in auto. Dopo subentrò in lui l'urgenza e non ci pensò più. Chiamò Druze da una cabina pubblica. «Dobbiamo rischiare», gli disse. «Se faccio fuori la Armistead stanotte, la polizia diventerà matta. Incontrarci sarebbe difficile dopo.» «Gli sbirri sono ancora tra i piedi?» Druze non aveva un tono preoccupato — la sua scala emozionale doveva essere limitata — ma interessato. «Voglio dire, la Armistead va sempre bene?» «Sì. Loro continuano a tornare. Vogliono me, ma non hanno trovato nulla. La Armistead li metterà fuori strada.» «Potrebbero venire a sapere qualcosa se trovassero il tizio con l'asciugamano», disse tristemente Druze. «Appunto per questo dobbiamo vederci.» «All'una?» «Sì.» Le foto ricordo di Stephanie erano pressate in scatole da scarpe nell'armadio dov'era il necessario per cucire, ficcate in cesti di paglia in cucina, accatastate su un tavolo da disegno nello studio, nascoste in cassetti della scrivania e del cassettone. Tre album in pelle erano in biblioteca, con foto che risalivano alla sua infanzia. Fermandosi spesso davanti ai molti specchi della casa per esaminare la propria nudità, Bekker si muoveva fra le antichità a caccia di foto. Nel cassettone di lei trovò una busta di plastica con un diaframma — sulle prime non lo identificò — scosse il capo e lo rimise a posto. Quando fu certo di avere raccolto tutte le foto, si preparò un panino, inserì nel giradischi i Carmina Burana di Carl Orff, si adagiò in poltrona e rivisse mentalmente il funerale. Era stato bravo, pensò. Il poliziotto dall'aspetto duro. Quello non lo capiva, ma Swanson se lo era lavorato bene. Intuiva di averlo sconfitto. Il duro, d'altro canto... i suoi abiti erano troppo eleganti, decise. Mentre masticava, il suo occhio colse un piccolo movimento all'angolo estremo della stanza. Girò la testa per controllare: un altro specchio, una delle dodici lamine romboidali inserite alla base di un lume francese degli
anni Venti. Si mosse di nuovo, si accomodò. I suoi occhi si riflettevano in uno degli specchi e a distanza parevano buchi neri. I suoi genitali si riflettevano in un altro, e lui rise divertito. «Un simbolo», disse a voce alta. «Ma di che cosa?» Rise ancora e si mise a ballare la giga. L'ecstasy faceva sentire i suoi effetti. A mezzogiorno si vestì in modo sportivo, infilò le foto in una borsa della spesa e uscì dal retro per prendere l'auto. Era possibile che la polizia lo sorvegliasse? Ne dubitava, che altro si aspettavano che facesse? Stephanie ormai era morta; comunque non avrebbe corso rischi. In auto fece un percorso tortuoso prima di raggiungere un piccolo centro acquisti. Nessuno lo pedinava. Girovagò per alcuni minuti tra i vari reparti, ancora guardingo, comprò carta igienica e asciugamani di carta, dentifricio, deodorante e aspirina, poi tornò alla macchina. Percorse altre strade avanti e indietro: nulla. Si fermò a un emporio e usò il telefono all'esterno dell'edificio. «Sono per strada.» «Benissimo. Sono solo.» Druze abitava in un appartamento ai margini della zona di teatri e cinema sulla sponda occidentale del fiume. Bekker, sempre vigile, passò due volte davanti allo stabile prima di parcheggiare in strada, attraversò l'area di parcheggio e suonò il citofono. «Sono io», disse. La porta si aprì e lui entrò nell'androne. Usò le scale. Druze stava guardando un documentario sulle immersioni di subacquei su un canale via cavo. Spense la TV con il telecomando quando Bekker arrivò. «Sono lì le foto?» chiese, guardando la borsa gonfia. «Sì. Ho portato tutte quelle che ho trovato.» «Vuoi una birra?» disse Druze con qualche imbarazzo. Non era abituato a ricevere gente; nessuno andava da lui, non aveva amici. «Sicuro.» Bekker non gradiva troppo la birra, ma si divertiva a fingersi in cordiali rapporti con lui. «Spero che lui ci sia», disse Druze. Prese una bottiglia di Bud Light dal frigo e la portò a Bekker che, inginocchiato sul tappeto del soggiorno, stava vuotando la borsa. Aprì una delle scatole da scarpe e ne rovesciò il contenuto. «Lo troveremo», disse Bekker. «Un omone, biondo, scialbo, faccia da scandinavo, carnagione chiara, grassoccio. Discreti attributi virili», disse Druze.
«Ne frequentavano una mezza dozzina così», commentò Bekker. Mandò giù un sorso di birra e fece una smorfia. «Molto probabilmente appartiene al mondo degli antiquari. Sarebbe un problema perché non li conosco tutti. Ma potrebbe anche essere uno dell'università. Non so. Questo amorazzo della strega è l'unica cosa che mi abbia sorpreso.» «Il guaio è che gli antiquari sono considerati frequentatori di teatro. Come tutto l'ambiente artistico. Lui potrebbe vedermi.» «Sul palcoscenico, con il trucco, appari diverso», disse Bekker. «Sì, ma dopo, quando usciamo nel foyer e baciamo il culo al pubblico, lui potrebbe vedermi da vicino. E se mi vede...» «Lo troveremo», disse di nuovo Bekker, rovesciando l'ultima scatola di scarpe. «Io te le passo, tu guardi.» Erano centinaia, e ci volle più tempo di quanto Bekker avesse calcolato. Stephanie con amici e amiche, nei boschi, a far spese, con parenti. Nessuna foto di Bekker. A metà lavoro Druze si tirò in piedi, ruttò e disse: «Continua a metterle in fila. Vado a pisciare». «Mmm», annuì l'altro. Appena Druze si fu chiuso nel bagno, Bekker si alzò, aspettò un minuto, poi andò svelto in cucina e aprì l'ultimo cassetto sotto il banco. Carte geografiche, conti pagati, un paio di cacciaviti, bustine di fiammiferi... Rimestò in quel disordine, trovò la chiave, se la mise in tasca, richiuse il cassetto senza fare rumore e tornò nel soggiorno proprio quando Druze tirava l'acqua. Era stato lì altre volte, sperando sempre di avere l'occasione di recuperare la chiave. Finalmente c'era riuscito. «Altri candidati?» chiese Druze, uscendo dal bagno. Bekker era davanti alla pila di foto. «Un paio», rispose alzando il capo. «Vieni. Si sta facendo tardi.» Vi apparivano diversi uomini biondi di notevole corporatura, ma il Minnesota, in fondo, ne era pieno. Per due volte Druze pensò di averlo individuato, ma dopo un più attento esame alla luce di una lampada fece cenno di no. «Forse dovresti vederli di persona. Con discrezione», suggerì Bekker. «No, non è nessuno di loro», confermò Druze scuotendo il capo. «Ne sei convinto?» «Quasi al cento per cento. Non l'ho visto nel modo migliore perché io ero sul pavimento e lui in piedi, però era più robusto di questi delle foto. E grassoccio.» Ne prese una di Stephanie con un uomo biondo, scosse il capo e la gettò nel mucchio.
«Maledizione. Ero sicuro che ci fosse», disse Bekker. Le foto erano tutte attorno a loro come foglie d'autunno; frustrato, ne prese una manciata e le scagliò contro una scatola vuota. «Quella strega chiacchierava con tutti, fotografava tutti, non dava mai un minuto di respiro a nessuno. Perché non aveva anche la foto di lui? Deve esserci.» «Forse è uno nuovo. O forse lei le ha tolte. Hai guardato nella sua roba?» «Ci ho perso una mezza giornata. Aveva un diaframma, ci credi? I poliziotti non ne hanno parlato. Ma non c'è altro. Nessuna foto.» Druze cominciò a raccoglierle e buttarle nelle scatole. «Allora che cosa facciamo? Andiamo avanti? Con la Armistead?» «C'è un rischio», ammise Bekker. «Se non troviamo il tizio e togliamo di mezzo la Armistead, quello potrebbe decidere di presentarsi alla polizia. Specialmente se ha un alibi per l'ora in cui la Armistead viene uccisa... per quanto ne sappiamo, non si fa vivo perché ha paura di essere accusato di omicidio.» «Se non ci sbrighiamo a eliminare la Armistead, lei mi scaricherà», disse chiaramente Druze. «Questa porcheria di spettacolo, Whiteface, non durerà. Lei mi odia. Lottiamo per restare sul libro-paga e io sarò il primo a essere buttato fuori.» Bekker fece un giro attorno alla stanza, pensando. «Senti, se quest'uomo, l'amico di Stephanie, si presenterà alla polizia, loro me lo diranno in un modo o in un altro. Non mi meraviglierei che lo portassero a darmi un'occhiata, tanto per essere sicuri che io non abbia architettato l'alibi di San Francisco. Comunque, se scoprirò chi è prima che lui abbia la possibilità di vederti, lo elimineremo. Quindi se togliamo di mezzo la Armistead e tu rimani nascosto, tranne quando lavori...» «Ma allora sarò truccato.» «Sì.» «Ecco quello che dovremo fare», decise Druze. «Forse continuando a cercare scopriremo il bastardo. Altrimenti si vedrà.» «Lo individuerò prima o poi», disse Bekker. «È solo questione di tempo.» «Come ci terremo in contatto se gli sbirri ti staranno addosso?» «Ho già risolto il problema.» Il collega di Bekker, che aveva la stanza accanto alla sua nel reparto di Patologia, lavorava in Inghilterra in quel periodo. Prima di partire i due avevano fatto una chiacchierata e Bekker aveva notato, senza un secondo
fine, che l'altro teneva la segreteria telefonica nell'ultimo cassetto della scrivania con il relativo manuale per l'uso. Una notte in seguito, quando non c'era nessuno, Bekker era riuscito a far scattare la vecchia serratura dell'ufficio del collega, era entrato, aveva attivato l'apparecchio e utilizzato il manuale di istruzioni per elaborare un nuovo codice di accesso per l'opzione di memorizzazione. Bekker diede a Druze i numeri del nuovo codice. «Puoi chiamare da qualsiasi telefono a toni e lasciare un messaggio. Io posso fare lo stesso per riceverlo o per lasciarne uno a te. Dovresti verificare ogni tre o quattro ore per sentire se c'è qualcosa.» «Bene», confermò Druze. «Ma provvedi a cancellare le registrazioni.» «Si possono cancellare anche con comando a distanza», chiarì Bekker. Druze annotò i numeri di codice su un'agenda. «Allora è tutto stabilito», disse. «Sì. Dovremmo forse evitare contatti per un poco.» «E sistemeremo la Armistead come d'accordo?» Bekker guardò lo gnomo e il sorriso gli sfiorò la faccia. Druze lo considerò un segno di gioia. «Sì», disse. «La sistemeremo. Stanotte.» Le finestre dai vetri istoriati del salotto di Bekker provenivano da una chiesa luterana del North Dakota, abbandonata dalla congregazione che aveva scelto climi più caldi e lavori migliori. Stephanie aveva comprato quelle finestre, le aveva fatte trasportare nelle «Città gemelle», Minneapolis e St. Paul, e aveva imparato l'arte del vetro istoriato. Quelle finestre restaurate erano lì, sotto i suoi occhi, tenebrose nella notte, ignorate. Bekker si concentrò, invece, sul nodo allo stomaco che si stava allentando. Una torbida esultanza: ma troppo presto. La rintuzzò e si sedette su un caldo tappeto orientale color cremisi e giallo limone, con un martello a gancio bagnato e il pacco di asciugamani di carta. Il martello lo aveva comprato mesi prima e riposto in un cassetto nel seminterrato, senza usarlo. Ne sapeva abbastanza della polizia scientifica per non correre il rischio che una analisi chimica rilevasse qualcosa di appartenente unicamente alla casa: prodotti di rifinitura di Stephanie, polvere di vetro, o depositi di piombo. Sarebbe stato sciocco rischiare. Lo aveva lavato con il detersivo per i piatti, messo sul tappeto e ora lo tamponava con un pezzo di carta per asciugarlo. Dopo lo avrebbe maneggiato esclusivamente con i guanti. Lo avvolse in altra carta e lo lasciò sul tappeto. Aveva ancora molto tempo, pensò. I suoi occhi vagarono nella stanza e
si posarono sulla giacca sportiva appesa alla sedia. Prese il portasigarette dal taschino e ne controllò il contenuto, valutando la situazione. Niente Beauty stanotte. La cosa richiedeva una fredda energia. Mise sulla lingua una pastiglia di PCP, fu tentato di morderla, poi la inghiottì. E una metanfetamina, per potenziare l'azione; normalmente le anfetamine erano per l'estasi di Beauty, ma non abbinate all'altra droga. Elizabeth Armistead era un'attrice e faceva parte del consiglio di amministrazione del Lost River Theater. Un tempo aveva recitato a Broadway. «Quella donna pestifera non mi darà mai una parte.» Druze era ubriaco e vaneggiava la sera di sei mesi prima, quando a Bekker era venuta la brillante idea. «Come quel film... com'era intitolato? Sul treno...? Lei mi butterà fuori. Ha una parata di bei ragazzi. Le piacciono i belli. Io con questa faccia...» «Che cosa è successo?» «La compagnia votò per fare il Cirano. Chi si prese la parte principale? Gerrold. Il bel ragazzo. Lo resero brutto e a me toccò di portare la maledetta picca nelle scene di battaglia. Prima che quella strega arrivasse — si fece passare per un'attrice di Broadway, figuriamoci, ma in realtà la nominarono consigliera perché non sapeva recitare — io ero qualcuno. E di colpo mi ritrovo a portare una picca.» «Che cosa conti di fare?» Druze aveva scosso il capo. «Non lo so. È difficile trovare lavoro. Sulla scena, con i riflettori, il trucco, questa faccia va bene. Ma quando entro dalla porta, la gente mi guarda, quelli del teatro, e dice: «Puah, come sei brutto. I brutti in teatro non piacciono. Servono i belli». Bekker aveva chiesto: «E se Elizabeth Armistead scomparisse?» «Che cosa intendi dire?» Ma Bekker, cogliendo il repentino bagliore mortale negli occhi di Druze, aveva compreso quale pensiero si nascondeva nella mente dello gnomo. Senza la Armistead le cose sarebbero state diverse. Proprio come lo sarebbero state per lui, se Stephanie fosse scomparsa... Bekker aveva nascosto la tuta da lavoro in un sacchetto in fondo al cassettone; l'aveva comprata tre mesi prima in un grande magazzino. Era blu, come quelle dei meccanici. La indossò sopra i jeans e la maglia sportiva, prese dall'armadio il berretto analogo e se lo mise. Druze, pratico di costumi, gli aveva consigliato quel travestimento. Indicava un certo tipo di
lavoro. Nessuno avrebbe badato a lui. Bekker controllò l'ora, e notò la prima stonatura con un fremito: portava un orologio Dalí, oblungo, che gli ornava il polso come una salsiccia. Meraviglioso. E la potenza arrivava, oscurandogli la vista, facendo apparire tutto ultravioletto. Si frugò in tasca, prelevò dal portasigarette una pastiglia per darsi la carica, la inghiottì. Che piacere... Si mosse barcollando nella stanza, sentì l'effetto, la potenza scorrere nelle vene, duecento volte l'eccitazione da nicotina. Si controllò, tenne in serbo la potenza, avvertì la tensione. Il tempo stringeva. Si affrettò a scendere, guardò da una finestra se fuori era buio, poi prese con cura il martello e lo infilò nella tasca destra. Il resto dell'attrezzatura, il portablocco a molla, il contatore e la targhetta di identificazione erano sulla scrivania di Stephanie. Il portablocco con i relativi fogli faceva parte del travestimento. Così pure il contatore che Druze gli aveva trovato in un negozio di articoli elettronici di seconda mano, pagandolo una sciocchezza. Era in disuso, con un grosso quadrante analogico, che in origine era servito per controllare campi magnetici attorno a linee elettriche. La targhetta d'identificazione era di Bekker, al tempo in cui lavorava nel vecchio ospedale. Lui l'aveva laminata, vi aveva praticato un foro e l'aveva appesa al collo con un cordoncino elastico. Fece un respiro profondo, controllò mentalmente se aveva tutto con sé. Uscì dal retro e nel box usò l'apriporta automatico per sollevare la serranda. Percorse il lungo vicolo, proseguì nel seguente, buttando l'occhio sullo specchietto retrovisore. Nessuno. Attraverso strade secondarie arrivò alla casa di Elizabeth Armistead in poco più di otto minuti. Era importante. Se Druze veniva sospettato, lui doveva conoscere l'ora di arrivo. Sperò che la donna ci fosse. «Fa mezz'ora di meditazione, poi beve una tisana e viene a teatro per i preparativi», lo aveva informato Druze. «È pignola in questo. Una volta saltò la meditazione e per tutto lo spettacolo dimenticò delle battute.» Druze... Il piano prevedeva che Bekker telefonasse a Druze al momento di uscire di casa per andare dalla Armistead. Ricevuta la telefonata, a un lontano apparecchio nella cabina di controllo del teatro, Durze doveva chiamare la biglietteria usando il suo migliore accento californiano. Parla Donaldson Whitney. Elizabeth Armistead ha detto che mi avrebbe messo nella lista per due biglietti omaggio. Sono di passaggio in città, ma ho tempo per vedere lo spettacolo. Potrebbe telefonarle e chiederle conferma
? Avrebbero chiamato per chiedere conferma. Lo facevano sempre. Troppi fessi volevano entrare gratis. Ma Donaldson Whitney era un critico teatrale di Los Angeles. La Armistead avrebbe fatto salti di gioia... e quelli della biglietteria se ne sarebbero ricordati. Ecco il punto: creare un'ultima persona che parlasse con la donna prima della sua morte, quando Druze era già al trucco, ripassava la parte e aveva un alibi. La proposta era partita da lui e Bekker non si era opposto. Tuttavia poteva anticipare l'orario; Druze non l'avrebbe saputo. Ma la polizia sì. Uccisa la Armistead, avrebbe fatto la telefonata come se stesse per uscire di casa allora. Druze avrebbe chiamato la biglietteria che, se non avesse ottenuto risposta dalla Armistead, ne avrebbe dedotto che lei non era in casa. E questo imprevisto non poteva essere imputato a Bekker. Avvicinandosi alla casa, rallentò. Aveva già fatto un giro di perlustrazione della zona tempo prima. Le case erano piccole, ma piuttosto frequentate. Un uomo che entrava o usciva non era mai notato. Dalla Armistead la luce era accesa sul retro. La sua Dodge Omni metallizzata era davanti al portone come al solito. Bekker parcheggiò nella via laterale, sotto un albero pieno di germogli primaverili, prese la sua attrezzatura, restò un momento a occhi chiusi. Come una lettura digitale: uno-due-tre-quattro-cinque. Fasi semplici. Lasciò sprigionare in sé un poco dell'effetto della «bomba»; quando aprì gli occhi il volante era storto. Sorrise appena, si concesse di sentire il fuoco nel sangue per un altro istante, poi scese dalla macchina, sostituì il sorriso con un'espressione infastidita e girò l'angolo per raggiungere la casa. Suonò il campanello, una, due volte. La Armistead. Più robusta di come pensava, in vestaglia. Viso ovale e pallido, capelli scuri tirati indietro in un complicato chignon fermato da una spilla di legno. A guardarla pareva che fosse stata svegliata dal campanello. Alla porta c'era la catena. Dallo spiraglio lei lo scrutò con grandi occhi scuri. Doveva fare figura sulla scena. «Sì?» «Società del gas. C'è odore di gas in casa?» «No.» «Ci risulta che lei ha apparecchi a gas, lavatrice, asciugatrice e scaldabagno.» Ne era stato informato da Druze che aveva fatto una ricognizione durante un party della Armistead. Bekker consultò il suo blocco. «Sì, nel seminterrato», disse lei. La conoscenza di quelle cose confermò
la sua qualifica. «Abbiamo avuto fluttuazioni critiche di pressione in più punti della via a causa di un guasto alla valvola principale. Ho qui un apparecchio di controllo» — lui lo sollevò per farglielo vedere — «e occorre fare delle letture nel suo seminterrato, per sicurezza. Una fuga di gas potrebbe provocare improvvise esplosioni. Abbiamo avuto un incendio nell'isolato seguente; forse ha sentito i pompieri.» «Uh, ero in meditazione.» Stava già togliendo la catena. «Ho una fretta terribile, devo andare al lavoro.» «Questione di un minuto o due», le promise Bekker. Ed entrò. Infilò la mano in tasca, afferrò il martello, aspettò che lei richiudesse la porta. «Deve passare dalla cucina e scendere le scale», disse la donna. La sua voce era forte e chiara, ma con una nota d'impazienza. Interrotta nelle sue faccende. «La cucina?» Bekker si guardò attorno. Le tende erano chiuse. Aleggiava odore di fiori di campo e di spezie e lui pensò alla tisana. La potenza gli scoppiò in testa, vide tutto blu, momentaneamente. «Qua. Venga», disse lei innervosita. Gli voltò le spalle, lo guidò verso il retro. «Non ho sentito un bel niente.» Bekker la tallonò, cominciò a tirare fuori il martello e inaspettatamente gli uscì il sangue dal naso. Lasciò andare il contatore e trattenne il sangue con la mano; lei sentì del movimento, si voltò, vide il sangue, aprì la bocca... per gridare? «No, no», disse lui, e la donna socchiuse la bocca, ma tutto era al rallentatore. Così lento. «Ah, questa è la seconda volta oggi. Ho preso una botta al naso dal mio bambino, che ha solo cinque anni. Roba da non credere... Ha dei fazzoletti di carta?» «Sì.» Lei aveva sgranato gli occhi, terrorizzata, mentre il flusso di sangue colava sulla tuta. Erano sul tappeto del soggiorno e lei fece l'atto di girarsi per andare a prenderli. Lui vide il movimento molto lento e la droga glielo fece assaporare. Non dovevano esserci scontri, lotta, possibili vie di scampo. Non doveva farsi graffiare, o riportare delle contusioni. Si trattava di un lavoro, ma la potenza della droga sapeva che cosa ci voleva. Lei stava dicendo: «Qui, in cucina», si stava girando, e Bekker, con una mano premuta sulla faccia, le fu alle spalle, tirò fuori il martello, lo brandì come una racchetta da tennis e sferrò un diritto con tutta la forza della schiena e della spalla. Il martello produsse un doppio colpo, duro e morbido, come quando si
fora una parete di gesso, e l'impatto fece girare la donna. Non era morta: aveva occhi spalancati, saliva alla bocca, contorceva i fianchi e i piedi perdevano contatto con il pavimento. Crollò, era agonizzante, ma non lo sapeva perché cercò di lottare, spinse in su le mani, aprì la bocca, e Bekker le fu sopra, a cavalcioni. Le strinse il collo con una mano, mentre il suo corpo si arcuava. Evitò le sue unghie, con la testa smussata del martello le colpì la fronte, una, due volte... fatto. Il respiro di lui era una macchina a vapore, la potenza della droga lo mandava in orbita, il suo cuore era impazzito, il sangue gli scorreva sul viso. Non devo farlo cadere su di lei. Si ripulì alla meglio con la manica della tuta, tornò a guardare la donna, i suoi occhi semiaperti. Gli occhi. Colto da improvviso spavento, Bekker girò il martello. Avrebbe usato il gancio... 9 La sera passava lentamente; gli era rimasta la sensazione di aspettare qualcosa. Pensò di chiamare Jennifer, di chiederle se gli concedeva un'altra visita alla figlia. Per due volte fu sul punto di farlo, ma vi rinunciò. Desiderava vedere Sarah, ma soprattutto desiderava chiarire la situazione con Jennifer. Rottura definitiva o impegno alla riconciliazione. E questo, pensò, non si risolveva con una semplice telefonata fatta d'impulso. Non con Jennifer. Perciò si sedette davanti alla televisione e vide un brutto film poliziesco. Cambiò canale pochi minuti prima dell'azione culminante: poliziotti e malviventi erano fasulli, e non gli importava che fine facessero gli uni e gli altri. Guardò il telegiornale e poi tornò nella stanza da lavoro per portare avanti il gioco. Ma aveva Bekker in testa. L'indagine si affievoliva. Percepiva la perdita d'interesse dei colleghi. Loro conoscevano le probabilità contrarie: senza testimoni oculari o un sospettato che avesse il movente e l'opportunità, non speravano in un arresto, tanto meno in una condanna. Lucas conosceva almeno due uomini che avevano ucciso le loro mogli e l'avevano fatta franca, e una donna che aveva ucciso l'amante. I delitti non avevano avuto aspetti stravaganti. Né armi esotiche, né alibi astuti, né sicari. Gli uomini avevano ucciso a randellate, usando una pompa per ingrassaggio e un treppiedi d'alluminio per macchina fotografica. La donna si era
servita di un coltello da cucina con manico di legno. Così l'ho trovato, o trovata, avevano detto agli agenti. Quando gli erano stati letti i loro diritti, i tre avevano chiesto l'avvocato. Dopo non c'era stato niente su cui lavorare. La pura, semplice difesa quasi infrangibile: è stato qualcun altro. Lucas fissò lo sguardo sulla parete di fronte. Ho bisogno di questo fottuto caso. Se l'indagine falliva, se la scintilla d'interesse diminuiva e si esauriva, lui temeva di ricadere nel baratro della depressione. Prima di sperimentarla aveva considerato le malattie mentali un problema che riguardava persone deboli, senza volontà di reagire, o comunque geneticamente lesionate. Ora non più. La depressione era reale, una tigre nella giungla che va in cerca di carne. Se appena abbassi la guardia... La bella faccia di Bekker si formò nella sua mente, come una diapositiva a colori proiettata su uno schermo. Bekker. Mancavano venti minuti alle undici quando il telefono suonò. Lui lo guardò con un brivido di tensione. Jennifer? Sollevò il ricevitore. «Lucas?» La voce di Daniel, rauca, infelice. «Che novità?» «Il figlio di puttana ne ha fatta un'altra», gracidò Daniel. «Quello che ha ucciso la Bekker. Chiama il Centro operativo per avere l'indirizzo e muovi le chiappe.» Una scintilla di euforia? Un tantino di sollievo? Lucas spinse la Porsche a tutta velocità nella notte, attraversò il Mississippi, piegò a ovest verso i laghi, facendo volare le foglie morte sul marciapiede e voltare le teste dei nottambuli. Non ebbe difficoltà a trovare l'indirizzo; le luci della piccola casa erano tutte accese e la porta aperta. I vicini, a gruppi sul marciapiede, guardavano verso la casa della morte; ogni tanto qualcuno attraversava la strada e formava un nuovo gruppo, una nuova serie di chiacchiere. Elizabeth Armistead giaceva supina sul tappeto del soggiorno. Il sangue sotto la testa aveva formato una larga macchia scura. Un braccio era ripiegato sotto di lei, l'altro teso in fuori a palmo in su, con le dita un po' piegate. Il viso era maciullato dal naso alla fronte. Al posto degli occhi vi erano buchi profondi un dito, pieni di sangue e poltiglia di carne. Il labbro superiore era spaccato e i denti rotti. La vestaglia parzialmente aperta lasciava intravedere le mutandine, non toccate. Si sentiva un forte odore di sangue fresco.
«Lo stesso individuo?» chiese Lucas, guardandola. «Sembra di sì: io ho visto anche la prima e questa è una maledetta copia», rispose l'esperto della Scientifica. «Cose evidenti?» chiese Lucas, girando l'occhio attorno. La casa pareva intatta. «No. Le unghie delle mani sono pulite e in ordine. Non si notano segni di lotta, e la donna è stata uccisa proprio qui: ci sono schizzi di sangue vicino al tavolo. Non ho guardato personalmente, ma i colleghi dicono che non vi è segno di effrazione su porte o finestre.» «Non mi pare uno stupro.» «No. E non ci sono tracce di sperma esternamente al corpo.» Un detective della Omicidi andò al fianco di Lucas e gli disse: «Vieni a vedere l'arma». «L'ho vista quando sono entrato», disse Lucas. «Il martello?» «Sì. Ma Jack ha appena notato qualcosa.» Andarono nel corridoio dove il martello, avvolto nel cellofane, veniva maneggiato da un altro poliziotto. «Che cosa?» «Guarda la testa e il gancio. Non il sangue, il martello», disse il secondo agente. Lucas guardò, non vide niente e lo ammise. «Come il cane che non ha abbaiato», disse l'agente con soddisfazione. Sollevò il martello sotto un lume in modo che la testa riflettesse la luce negli occhi di Lucas. «La prima volta che usi un martello per piantare un chiodo o altro, vi restano delle intaccature. Guarda questo. Liscio come il culetto di un neonato. Non è mai stato usato. Scommetto che il tizio l'ha portato con sé per ucciderla.» «Sei sicuro che sia dell'assassino? Non di lei?» Il poliziotto si strinse nelle spalle. «In casa ci sono circa sei arnesi: cacciaviti, una chiave inglese e un martello. Una scatola di chiodi e dei ganci per quadri. Sono ancora nel cassetto in cucina. Non era tipo da 'fai-da-te'. Perché doveva avere due martelli? Specialmente uno grosso e pesante come questo? E l'assassino come avrebbe fatto a trovarlo?» Una luce viva sventagliò davanti alla casa e Lucas si girò a metà. «La televisione», disse il primo agente. Si mosse verso la porta d'ingresso. «Di' a tutti di tenere le bocche cucite. Daniel emetterà un comunicato domani mattina», disse Lucas. Riportò la sua attenzione sull'agente con il
martello. «Dunque lo ha portato lui», continuò. «Direi di sì.» Lucas pensò, corrugò la fronte, poi diede una pacca sulla spalla dell'agente. «Non so che cosa significa, ma è una buona circostanza», disse. «Se è nuovo, forse possiamo controllare dove vendono questa marca Estwing.» «Lo faremo domani.» «Che cosa si sa di lei?» domandò Lucas, puntando il pollice verso il soggiorno. La Armistead era un'attrice, lo informò l'agente. Non avendola vista arrivare in teatro per la rappresentazione, una sua amica era venuta lì, aveva trovato il corpo e chiamato la polizia. Dalla temperatura corporea, ancora superiore a quella piuttosto fresca della casa, la donna doveva essere morta da circa quattro ore quando il medico legale l'aveva esaminata poco dopo le undici. Non vi erano segni di scasso e furto. «Dov'è l'amica?» domandò Lucas. «In camera da letto, con Swanson», rispose l'agente, accennando verso il retro della casa. Lucas diede un'attenta occhiata in giro per farsi un'idea del sistema di vita della donna. La casa era arredata con gusto, ma senza ricchezza. I quadri alle pareti erano originali, ma di modesto valore, forse avuti da amici artisti. I tappeti a disegni orientali erano lisi. Lui pensò a quelli di casa Bekker e si curvò a toccare il pelo del tappeto su cui posava i piedi. Sottile e viscido. Del genere sintetico, tessuto a macchina. Mancava un legame... L'uscio della camera era aperto e quando mise dentro la testa, vide Swanson seduto a ripulire le lenti dei suoi occhiali cerchiati di metallo. Una donna stava distesa sul letto, con un piede sul pavimento. L'altro aveva lasciato un'impronta fangosa sul copriletto giallo, ma lei non se ne era accorta. Lucas bussò sullo stipite ed entrò, mentre Swanson sollevava il capo. «Davenport», disse l'agente della Omicidi. Si rimise gli occhiali. Poi sospirò e disse: «È un fottuto vagabondo». «Lo stesso?» «Sì. Non ti pare?» «Molto probabile.» Lucas guardò la donna. «Ha trovato lei il corpo?» Era una rossa, sui trentacinque valutò, e carina in condizioni normali. Quella notte era stravolta, con occhi gonfi di pianto, naso rosso e gocciolante. Non si prese la briga di alzarsi, ma si scostò un ricciolo dalla fronte. Aveva occhi scuri, quasi neri. «Sì, sono venuta qui dopo lo spettacolo.»
«Perché?» «Eravamo in ansia. Tutti noi», rispose lei, tirando su con il naso. «Elizabeth avrebbe lavorato anche con una gamba rotta. Siccome non si era fatta vedere e non aveva telefonato, abbiamo pensato che le fosse successo qualcosa. Nel caso non l'avessi trovata a casa, avrei chiamato gli ospedali. Ho suonato il campanello e poi ho guardato dal vetro della porta e l'ho vista là... La porta era chiusa, e sono corsa da un vicino per chiamare la polizia.» Le si formò una ruga sulla fronte e lei spinse in su la testa e disse: «Lei è il poliziotto che uccise l'indiano». «Mmmm.» «Sua figlia sta bene? L'ho sentito alla TV.» «Sì, sta bene», rispose Lucas. «Gesù, deve essere stata una brutta esperienza.» La donna si mise seduta con uno scatto dei muscoli, senza sforzo. Ora i suoi occhi erano verde giada, e lui notò che uno dei denti anteriori era lievemente storto. «Cercherà questo tizio? L'assassino?» «Faccio la mia parte.» «Spero che lei trovi e uccida quel figlio di puttana», disse la donna, scoprendo i denti e sgranando gli occhi. Aveva zigomi alti, il naso un po' ossuto, di tipo celtico. «Mi piacerebbe prenderlo», disse Lucas. «Quando avete visto la Armistead per l'ultima volta?» «Nel pomeriggio. C'è stata una prova generale fin quasi alle tre», rispose lei. Si carezzò il lato della guancia con la punta delle dita mentre ricordava e guardava distrattamente il copriletto. «Dopo è andata a casa. Una delle cassiere le ha telefonato circa un'ora prima dello spettacolo, ma non ha risposto nessuno. Questo è tutto quello che so.» «Perché le hanno telefonato? Era già in ritardo?» «No, qualcuno voleva dei biglietti omaggio, e lei doveva dare l'autorizzazione. Ma non ha risposto.» «Bucky e Karl sono andati a interrogare quelli del teatro», informò Swanson. «Hai controllato Bekker?» domandò Lucas. «No. Lo farò domani, dopo avere messo a punto questa faccenda. Dovrà dirmi dove è stato stanotte, minuto per minuto.» «Bekker non è il nome di quella donna che è stata uccisa?» chiese la rossa, guardando ora l'uno ora l'altro. «Parliamo del marito», rispose Lucas conciso. «A proposito, lei come si
chiama?» «Cassie Lasch.» «È attrice?» «Sì.» «A tempo pieno?» «Faccio particine», rispose lei tristemente, scuotendo la chioma rossa che le scendeva sulle spalle. «Ma lavoro a tempo pieno.» «La Armistead era legata a qualcuno?» chiese Swanson. «Non proprio... Che cosa c'entra Bekker con questo? È sospettato?» Lei stava guardando Lucas. «Sicuro. Si controlla sempre il marito quando la moglie viene assassinata», rispose Lucas. «Allora non pensa seriamente che abbia fatto questo?» «Lui era a San Francisco quando sua moglie è stata uccisa», precisò Lucas. «Questo delitto è tanto simile all'altro che sembra compiuto dalla stessa mano.» «Oh.» Lei fu delusa e si morse il labbro inferiore. Voleva il colpevole, intuì Lucas, e se avesse potuto dire la sua, lo avrebbe voluto morto. «Se le viene in mente qualcosa, mi chiami», le disse Lucas. I loro sguardi s'incrociarono in una rapida valutazione reciproca. Lui le diede un biglietto da visita e la donna disse: «Lo farò». Lucas girò sui tacchi, diede un'occhiata alle sue spalle notando che lei lo guardava, e si diresse nel soggiorno. L'agente con il martello stava parlando con uno in divisa che aveva preso in consegna una donna di mezza età. In vestaglia rosa trapuntata, la donna si spostava passo passo verso l'arcata di accesso al soggiorno. L'agente la bloccò con il fianco e le chiese: «Che aspetto aveva l'uomo?» «Come ho detto, sembrava un idraulico. Aveva con sé una cassetta degli attrezzi o qualcosa di simile, e ho detto a Ray, mio marito: 'Oh, oh, vuoi vedere che quella Armistead ha problemi con le tubazioni dell'acqua. Speriamo che non sia di nuovo il condotto principale'. Sa, hanno dovuto spaccare la strada due volte qui da quando ci abitiamo, appena dal Settantuno, e credevamo che avessero messo a posto tutto.» Fece un altro passetto da granchio verso l'arcata, smaniosa di vedere. «Non le piace la signora Armistead?» domandò Lucas, avvicinatosi a loro. La donna fece un mezzo passo indietro, perdendo terreno. Se ne accorse
e il suo viso mostrò una vampata d'irritazione. «Perché pensa questo?» domandò. Nella sua voce subentrò un lamento difensivo. Aveva sentito fare quel tipo di domande nei telefilm della serie Los Angeles Law, di solito poco prima che uno ricevesse un duro colpo. «L'ha chiamata 'quella Armistead'.» «Be', era un'attrice e io ho detto a Ray...» «Suo marito.» «Sì, ho detto: 'Ray, quella non mi sembra un'attrice'. Voglio dire, so che aspetto ha un'attrice, giusto? E lei non era il tipo dell'attrice, troppo scialba. Ho detto a Ray: 'Si fa passare per attrice, ma chissà quale rigiro c'è sotto'.» Lanciò un'occhiata maliziosa. «Pensa che si occupasse di altro?» le domandò l'agente con il martello. «Se vuole la mia opinione... Dica, quella è l'arma del delitto?» La donna sgranò gli occhi, notando il martello nel sacchetto di cellofane. «Prima di arrivare a questo», intervenne Lucas con impazienza, «l'uomo che ha visto alla porta, perché sembrava un idraulico?» «Per come era vestito», rispose lei, e siccome non staccava gli occhi dal martello, l'agente abbassò il braccio lungo il fianco, nascondendo quasi il sacchetto. La donna tornò a guardare Lucas. «Non l'ho visto proprio bene, ma portava una di quelle tute scure, e un berretto con una scritta sopra. Come fanno gli idraulici.» «Non lo ha visto in faccia?» «No. Quando l'ho visto, lui era sulla veranda e mi voltava le spalle.» «Ha visto un furgone?» Lei corrugò la fronte. «No, ora che me lo dice. Non so da dove venisse quel tale, ma non c'erano veicoli nella strada. A parte l'auto della signorina Armistead; quella la noto perché Ray ne aveva una quasi uguale, argentea, quando era sposato con la sua prima moglie, però era una Plymouth Horizon.» «Lo ha visto uscire?» «No. Stavo rigovernando.» «Va bene. Grazie», disse Lucas. Zero. Probabilmente la donna aveva visto il killer, ma a che cosa serviva? A meno che... «Ancora una domanda. Quel tale aveva arnesi da idraulico, o arnesi di qualche genere, cose che lei poteva vedere... oppure lui si atteggiava a idraulico?» «Be'...» Lei non afferrò la domanda. «Aveva l'aspetto di un idraulico. Uno lo vede sul marciapiede e dice: 'Ecco un idraulico'.»
Dunque poteva esserlo. O forse era un attore... Lucas andò nel soggiorno. Uno degli esperti di laboratorio filmava il cadavere e la stanza, e le luci intense facevano apparire ancora più bianco il volto della morta. Lucas si trattenne brevemente, poi uscì. Fuori gli agenti in uniforme avevano transennato la zona attorno alla casa e alla siepe. Lui sentì pronunciare il proprio nome dai cronisti, e quando scese dalla veranda e fu in strada i riflettori lo bersagliarono. «Davenport.» I cronisti lo assalirono come squali, ma lui scosse il capo. «Non posso parlarne, ragazzi», disse, allontanandoli con la mano. «Ci dica perché è qui», gridò una donna. Aveva passato l'età per fare la telecronista, e forse le avrebbero tolto presto quel lavoro. «Gioco d'azzardo, droga? Che cosa?» «Ehi, Katie, rivolgiti a quelli della Omicidi.» «Nessun collegamento con i venditori di armi?» Lucas sogghignò, negò e si aprì un varco per raggiungere la sua auto. Se fosse rimasto a chiacchierare, qualcuno si sarebbe ricordato che lui stava lavorando al caso Bekker e avrebbe tratto le sue conclusioni. Allontanandosi da lì, lui stesso cercò di trarre conclusioni. Se il primo delitto era commissionato da Bekker, che cosa significava il secondo? Doveva pur esserci un legame — la tecnica era identica — ma era difficile credere nel coinvolgimento di Bekker. Swanson e gli altri investigatori gli erano stati addosso: se esisteva un rapporto passato o presente fra Bekker e la Armistead, lui non avrebbe corso il rischio di ucciderla. Sarebbe stato stupido oltre che pazzo. E nessuno lo considerava stupido. Lucas si fermò al semaforo rosso, un piede sulla frizione, l'altro sull'acceleratore, imballando il motore. Il primo delitto aveva il marchio della casualità. Un drogato s'introduce in una casa di ricchi, cercando qualsiasi cosa da convertire in crack. Inaspettatamente si trova di fronte la donna, perde il controllo e la uccide, dandosi poi alla fuga. Se non fosse stato per l'opinione che di Bekker avevano i parenti, se Sloan non avesse parlato con l'ex comandante militare di Bekker, il delitto sarebbe già stato attribuito a un drogato. Ma il secondo delitto aveva tutta l'aria di essere stato progettato: il martello, nuovo e lasciato sul posto. Nella casa non era stato sottratto nulla. Il drogato non c'entrava. Quello avrebbe rubato qualcosa. Anche da casa Bekker non era stato portato via nulla... Lucas scosse il capo, accortosi che il rosso era passato al verde e al giallo. Stava per scattare avanti e passare comunque, quando una Nissan Ma-
xima nera, sorpassandolo in volata, si bloccò a pochi metri davanti a lui. Lucas diede una brusca frenata, e l'auto sobbalzò e si arrestò. «Bastardo», disse e tirò la maniglia della portiera. L'altro guidatore fu più svelto. Mentre Lucas apriva la portiera, una bionda longilinea saltò fuori dalla Nissan e si avvicinò, stagliata dai fari della Porsche, con un sorriso tirato. TV3. Faceva servizi giornalistici da un paio di anni e Lucas l'aveva vista in occasione del caso dei Crow. «Perdio, Carly.» «Piantala, Lucas. So come lavorasti con Jennifer e un paio di altre persone. Voglio far parte della lista. Che cosa è successo là?» «Ehi...» «Senti, il contratto mi scade fra due mesi, siamo in trattative, io e la stazione», disse lei. «Ne chiedo sessanta ed è ragionevole. Forse sarà un sì, forse un no, ma tu che cosa hai fatto per noi recentemente? Ho bisogno di qualcosa, e quel qualcosa sei tu.» Si mise in posa, incrociando le caviglie, una mano sul fianco. «Che cosa me ne viene?» domandò Lucas. «Vuoi una all'interno della Tre? L'hai trovata.» Lucas la guardò e annuì. «Ti accordo fiducia per una volta», rispose, sollevando l'indice. «Se mi freghi, non farti rivedere mai più.» «Bene. Lo stesso vale per me. Se mi freghi, o tenti di farlo, io negherò tutto e ti denuncerò», replicò la bionda. Erano entrambi nella strada, faccia a faccia. Una Trans Am nera rallentò, passando vicino e fu aperto il finestrino dalla parte del passeggero. Un ragazzino ben pettinato, con la fronte bitorzoluta, guardò fuori e chiese: «Che cosa c'è?» «Polizia. Circolare», intimò Lucas. «Come non detto», disse il ragazzino tirando dentro la testa, e l'auto accelerò. «Dunque che cosa è successo?» domandò Carly, mentre seguiva con gli occhi la Trans Am e poi tornava a guardare Lucas. «Sai del delitto Bekker?» «Certo.» «Questo è identico. Una tale Elizabeth Armistead del Lost River Theater, un'attrice...» «Oh, merda, la conosco. Cioè, l'ho vista. Siamo sicuri che è stato il medesimo assassino?» La donna si mise in bocca l'unghia laccata del pollice e la morse. «Quasi.»
«Come è stata uccisa?» «Con un martello a gancio. L'uomo l'ha colpita alla nuca, poi le ha distrutto gli occhi, come ha fatto con Stephanie Bekker.» Il semaforo eseguiva la sua sequenza di colori e i capelli della donna diventavano di volta in volta verdi, gialli, rossi. «Gesù. Che possibilità ci sono che le altre stazioni diffondano la notizia domani mattina?» «Io ho detto a quelli che sono là di tenere la bocca chiusa, in attesa che il capo autorizzi a diramare la notizia», rispose Lucas. «Dovresti averla in esclusiva, a meno che gli agenti di vigilanza all'esterno non abbiano già parlato.» «No, là nessuno parla», disse lei. «Okay, Lucas. Te ne sono grata. Qualunque cosa ti serva dalla stazione, fammelo sapere. Sono nelle tue mani.» «Magari», sogghignò Lucas. La bionda sorrise, e siccome il semaforo era tornato rosso, Lucas aggiunse: «Non c'è molto di più che io possa dirti sul delitto». «Mi basta così», rispose lei andando verso la sua auto. «In fondo, perché pasticciare una grande storia con una quantità di fatti?» Lasciò Lucas in strada, fece una spericolata inversione a U, illegale e per di più con il rosso. Lucas rise e tornò a bordo della Porsche. Era di nuovo sulla breccia, per la prima volta dopo mesi. Aveva ripreso interesse. E pensò: un imitatore? L'idea non stava in piedi; la tecnica dell'assassino era troppo simile nei due casi. I giornali non avevano dato informazioni tali da permettere a un folle di ripetere i dettagli del delitto. Quindi doveva essere lo stesso individuo. L'uomo in tuta: la tuta era stata un mezzo per entrare in casa? Si stava avvicinando alla conclusione: avevano un altro psicopatico fra le mani. Ma se tale era, perché aveva portato con sé l'arma per il secondo delitto, e non per il primo? Stephanie Bekker l'aveva uccisa usando una bottiglia che era in cucina. Ciò faceva pensare a un intruso che aveva agito d'impulso, un drogato preso dalla paura. Non così era stato per la Armistead. Le due donne non avevano subito violenza carnale. Il sesso era quasi sempre una componente degli omicidi in serie. Se Bekker aveva commissionato il primo, era possibile che avesse fatto scatenare un maniaco? No. Non quadrava.
Lucas aveva avuto contatti con due serial killer. In entrambi i casi i mass media avevano speculato sull'effetto della pubblicità nella mente dell'assassino. Parlare di killer generava altri killer? I film violenti o la pornografia inaridivano gli uomini e li rendevano capaci di uccidere? Lucas non lo pensava. Un pluriassassino era una pentola a pressione umana, reso tale da maltrattamenti, passato difficile, chimica cerebrale. Non si raggiunge una tale pressione con una cosa tanto marginale come la televisione. Un pluriassassino non è un petardo che viene acceso da un altro. Ingarbugliato. E interessante. Senza accorgersene, Lucas si mise a fischiettare sommessamente. 10 La sala conferenze puzzava di fumo di sigaretta, ascelle nervose e apparecchi surriscaldati. Venti giornalisti stavano nelle prime file, Lucas e una dozzina di altri poliziotti gravitavano sul fondo. La notizia del secondo delitto, trasmessa da Carly Bancroft nel primo telegiornale del mattino, aveva creato panico nelle altre stazioni. La conferenza-stampa era iniziata poco dopo le dieci. «Ci sono domande?» La fronte di Frank Lester era imperlata di sudore. Il vicecapo del reparto investigativo aveva letto il comunicato ufficiale; posò il foglio e diede un'occhiata circolare nella sala con espressione infelice. «Lester nella gabbia dei leoni», Sloan bisbigliò a Lucas. Si ficcò una sigaretta all'angolo della bocca. «Hai da accendere?» Lucas tirò fuori una scatola di fiammiferi, ne accese uno e lo avvicinò alla punta della sigaretta. «Se tu fossi Casanova, ti presenteresti?» Sloan negò con la testa mentre esalava una boccata di fumo bluastro. «Perdio, no. Ma d'altra parte sono un poliziotto. So che figli di cane siamo. Forse non avrei neppure menzionato Casanova nella faccenda...» «Riguardo... all'amico della signora Bekker, avete fatto un'analisi della voce registrata al telefono?» un giornalista chiese a Lester. «Be', non abbiamo nulla con cui raffrontarla.» «Abbiamo sentito che lo chiamate Casanova.» «Non io, ma lo si dice», rispose torvo Lester. «Il killer ce l'ha, forse, con le donne dell'ambiente artistico?» gridò un'altra giornalista. Lavorava per una stazione radio e aveva un microfono che sembrava una pistola per il tiro al bersaglio calibro 22 modello governati-
vo. Il microfono era puntato in mezzo agli occhi di Lester. «Non lo sappiamo», rispose lui. «La signora Bekker era solo marginalmente nel campo artistico, direi. Ma potrebbe essere... non abbiamo elementi per affermarlo. Come ho detto, non siamo neppure sicuri che si tratti del medesimo assassino.» «Ma ha dichiarato...» «Probabilmente lo è.» Si alzò un giornalista di un quotidiano con un abito marrone chiaro stazzonato: «Quanti serial killer abbiamo avuto? Negli ultimi cinque anni?» «Uno all'anno? Non so.» «Uno? Ce ne furono almeno sei fra i Crow.» «Intendevo dire una serie ogni anno.» «È così che li contate?» «Non so come li contate voi», sbraitò Lester. «Per serie», intervenne un altro giornalista. «Balle», protestò uno della televisione. «Per killer.» Dal fondo della sala un radiocronista con un grosso registratore chiese: «Quando prevedete che colpirà di nuovo?» «Come facciamo a saperlo?» domandò a sua volta Lester, che stava perdendo le staffe. «Vi abbiamo detto quanto sapevamo.» «Lei è quello che dovrebbe dirigere le indagini», lo schernì il giornalista. «Dirigo le indagini, ma se lei avesse mai lavorato in un'area più grande di una cabina telefonica, saprebbe che questi assassini non si trovano sempre dalla sera alla mattina.» Vi fu un ridere contagioso, e Sloan disse seccamente: «Sta perdendo terreno». «Quali precauzioni dovrebbero prendere le donne della città?» chiese una giornalista. Pareva che declamasse, o recitasse una parte. «Non fare entrare in casa nessuno di cui non si conosce l'identità», disse Lester, sentendosi a disagio. «Tenere le finestre chiuse...» «Chi ha passato la notizia alla Tre, questo vorrei sapere», gridò un altro più indietro. Carly Bancroft sbadigliò, tentò senza troppa convinzione di non sogghignare, poi si grattò il torace. Quando Daniel aveva fissato la conferenza-stampa, si era aspettato cronisti di «nera» dei quotidiani e corrispondenti di secondo piano di stazioni televisive. Con l'uccisione della Armistead tutto era cambiato. Lui aveva passato l'incarico a Lester nel tentativo, aveva detto, di sminuire l'importanza della conferenza. Non aveva funzionato: i furgoni erano parcheggiati
in doppia fila nella strada, e fornivano la diretta ai rispettivi canali. Le segretarie del municipio guardavano imbambolate i divi dell'informazione, questi a loro volta controllavano la propria pettinatura, e il commentatore di TV3, abbronzato, in forma, con una spruzzata di grigio alle tempie e una cravatta del colore dei suoi occhi, si presentò davanti alle telecamere per fare una critica della conferenza. La sua stazione aveva anticipato la notizia, non per merito suo; ma sua era la gloria perché la sua presenza dava peso al dibattito. La conferenza, iniziata in un clima irato, si surriscaldò. Lester avrebbe preferito non farla, e ogni giornalista, eccetto uno, era rimasto deluso. Alla fine la cronista di Canale Otto montò sulla sedia e lanciò invettive a Lester. I poliziotti vicino a lei si sedettero: la donna portava una minigonna di pelle nera assai ridotta. «Ogni lasciata è persa», disse Sloan, ridendo. Lester era fuggito e Sloan, Lucas e Harmon Anderson percorrevano il corridoio, diretti alla sezione Omicidi. «Il reparto pullula di fottuti pervertiti», disse Anderson, aggiungendo: «Stando nella giusta posizione, si vedeva anche la fessura». «Gesù, Harmon, questa è violenza sessuale di terzo grado», disse Lucas, ridendo con Sloan. «Sapete perché quelli della televisione hanno gran belle voci?» chiese Anderson, cambiando argomento. «Perché risuonano nella cavità in cui tanti altri hanno il cervello.» Swanson, massiccio, con i suoi occhiali d'oro, arrivò nel corridoio e li raggiunse con andatura dinoccolata. «Mi sono perso qualcosa?» «Eccome», rispose Sloan. «Anderson ha visto per la prima volta in vent'anni la fica di una donna.» «Che novità su Bekker?» chiese Lucas. «Zero. Lo abbiamo convocato qui subito, gli abbiamo chiesto se voleva un avvocato e lui ha detto di no. Che lo avrebbe chiesto se fosse stato necessario. 'Che cosa ha fatto?' gli abbiamo domandato. Ha risposto che ha passato il tardo pomeriggio a lavorare in casa, e alla sera ha guardato la TV. Gli abbiamo domandato che cosa ha visto e lui ce lo ha detto. Ha guardato, pare, la CNBC nel pomeriggio, un programma di informazioni finanziarie e di Borsa, poi il telegiornale. È uscito verso le nove per andare a mangiare un boccone. Di questo abbiamo conferma.» «E le telefonate?»
«Ha parlato con qualcuno, un tale dell'ospedale, ma era tardi, molto dopo il delitto.» «Chi è stato a telefonare?» domandò Lucas. I quattro detective si erano disposti attorno a Swanson. «L'altro», rispose Swanson. «Forse aveva un videoregistratore, e ha registrato i programmi», ipotizzò Anderson. «Effettivamente ce l'ha», confermò Swanson. «Non so se ha registrato i programmi. Comunque abbiamo la sua testimonianza e, merda, non c'è stato niente da dire. Lui non conosceva la Armistead, non sa neppure se l'ha mai vista recitare. Un fiasco. Lo abbiamo spedito a casa.» «Ti ha convinto?» chiese Lucas. Swanson corrugò la fronte. «Non so. Quando si prende di mira un tale, come stiamo facendo con Bekker, scandagliando nel vicinato, telefonando ai vicini di casa, e tutto quanto... e poi succede una cosa che potrebbe scagionarlo, lui dovrebbe farsi in quattro dalla smania di dimostrare la sua innocenza. E invece no. Bekker era freddo. Ha risposto a tutte le domande come se leggesse delle schede in archivio.» «Non mollarlo», disse Anderson. Swanson scosse il capo. «Non funzionerà con quello. Comincio a pensare... è un fetente, ma potrebbe essere pulito.» Ne stavano parlando ancora quando Jennifer Carey girò l'angolo. «Lucas.» La sua voce era femminile, chiara, professionale. Lucas la riconobbe all'istante e si voltò. Sloan, Anderson e Swanson fecero altrettanto, poi si allontanarono, sbirciando Lucas che si avvicinava a lei. «Daniel ha detto che avresti parlato, dopo», disse Jennifer. Era snella e bionda, con qualche rughetta da trentenne in un viso ben conservato. Indossava un tailleur grigio con blusa di seta rosa e fece quasi arrestare il cuore di lui. I due avevano una figlia di due anni, ma non erano sposati. Vivevano separati da quando la bambina èra stata ferita. «Sì. Non ti ho vista alla conferenza.» «Arrivo adesso. Dove parlerai? Giù nella sala conferenze?» Era tutta lavoro, efficiente, impersonale. Non ci sarebbe stato niente di più, pensò Lucas. «No. Sarò a disposizione qui... Come stai?» «Lavoro con una nuova squadra», disse lei, ignorando la domanda» «Potremmo uscire, sui gradini?»
«Sicuro. Come ti va?» insistette lui. Jennifer si strinse nelle spalle e prese la via dell'uscita. «Al solito. Vieni da noi sabato pomeriggio?» «Mah... penso di no», rispose lui, accodandosi, mani nelle tasche. «Bene.» «Quando vogliamo parlarne?» «Non so», rispose lei da sopra la spalla. «Presto?» «Non penso», replicò lei. «Presto no.» «Ehi, aspetta», disse Lucas. Allungò la mano, l'afferrò per un braccio e le fece fare una piroetta. «Lasciami andare», protestò lei, irata, tirando via il braccio. Lucas si era sempre crucciato che le donne lo temessero, perché era troppo rude anche quando non ne aveva l'intenzione. Ma il tono di lei fu tagliente. Le mise una mano piatta sul torace e spinse, mandandola a sbattere contro la parete del corridoio; la sua testa rimbalzò. «Chiudi il becco», ringhiò. «Va' a farti fottere.» Lucas, pensando di essere picchiato, indietreggiò, ma si accorse che lei era spaventata e stava sollevando la mano per autodifesa. Il suo polso era sottile e delicato. Lui mostrò le mani in gesto di resa. «Ascoltami», disse, e la sua voce uscì in un rauco sussurro. «Sono stufo di questa merda. Più che stufo. Non la sopporto più. Negli ultimi due giorni ho saltato il fosso. Perciò ti dico: sono pronto a rompere. Sono pronto a uscire di scena. Da mesi mi prendi per il naso e io non lo sopporto, e non lo sopporterò. Non ho ancora tagliato i ponti, ma se desideri parlare, è bene che ti decida presto perché ti dico questo: se aspetti troppo, non mi troverai più disposto al dialogo.» Lei scosse la testa, cominciando a piangere, ma erano lacrime di rabbia; Lucas fece dietrofront e si allontanò. Un direttore di produzione di TV3 arrivò nel corridoio e guardò Jennifer, ancora appiccicata al muro, e la faccia di Lucas quando gli passò accanto, poi disse a Jennifer: «Jen, tutto okay? Jen? Che cosa è successo?» Mentre usciva sui gradini per presentarsi alle telecamere, Lucas sentì che Jennifer rispondeva: «Non è successo nulla». Tutte e cinque le stazioni TV fecero veloci interviste; per quattro di loro Lucas stette sui gradini del municipio, gonfio di rabbia a causa di Jennifer, ma cosciente che gli stava sbollendo mentre parlava per far posto a un
freddo vuoto. La quinta intervista la fece in strada, appoggiato alla Porsche. Spente le telecamere, Lucas girò attorno al cofano per salire in auto, mentre cercava attentamente Jennifer con gli occhi, speranzoso e scettico al tempo stesso. Lei non c'era. Lo cercò, invece, un reporter di Star Tribune, un uomo bruno, barbuto, sovrappeso, che portava sempre con sé un cartoccio di carote affettate. «Mi dica una cosa», esordì. Agitò un bastoncino di carota davanti a Lucas, con fare amichevole. «Resti fra noi... per un quadro generale, non per divulgarlo. È impaziente di dare la caccia a questo assassino?» Lucas ci pensò su un attimo, guardò in tralice l'ultimo telecronista che era troppo lontano per sentire, e annuì. «Sì, non vedo l'ora. È un periodo di stanca.» «Dopo avere sbaragliato i Crow, il resto deve esserle sembrato robetta.» Il cronista trangugiò il bastoncino di carota con due morsi. «No», rispose Lucas. «Ma questo è... interessante. Gente che muore.» «Lo prenderà?» «Non lo so. Ma saremmo avvantaggiati se potessimo parlare con l'amante di Stephanie Bekker. Lui sa cose che non immagina di sapere.» «Un momento», disse il cronista, tirando fuori un blocchetto di carta dal taschino della giacca sportiva. «Posso divulgare questa ultima parte? Possiamo considerarla una intervista ufficiale?» «Okay. Ma solo questo: l'amico della signora Bekker — usi 'amico' quando cita le mie parole — ha visto in faccia l'assassino. Forse pensa di averci parlato di lei, telefonando e scrivendoci, ma non lo ha fatto. Una buona squadra di esperti pescherebbe cose nella sua memoria che lui nemmeno sa di avere. E non mi riferisco a un interrogatorio di terzo grado. Se potessi parlargli al telefono per dieci minuti, o se lo facesse Sloan, penso che avremmo molte più possibilità di risolvere in fretta questo caso.» Il cronista stava annotando velocemente. «Volete dunque che lui si presenti.» «Qualsiasi cosa possiamo ottenere da lui ci servirà», confermò Lucas. Aprì la portiera. «Chiusa la parte ufficiale?» «Sicuro.» «L'amante è il nostro unico appiglio, per questo ne abbiamo grandissimo bisogno. C'è qualcosa che non quadra in questo caso, e senza il suo aiuto non so come troveremo il bandolo della matassa.» L'ira contro Jennifer gli tornò mentre attraversava la città e ripensava al-
la scena nel corridoio. Lei conosceva le scene, conosceva il dramma, conosceva la psicologia. Non doveva essere lei a chiedergli una intervista. Lo stava menando per il naso, e la cosa funzionava. L'ottimismo, il sollievo degli ultimi giorni erano spariti. Accelerò uscendo allo svincolo della Sixth Street per entrare nella I-94. A casa e a letto, pensò. Per riflettere. Ma il suo occhio colse il cartello dello svincolo di Riverside Drive, e senza una buona ragione imboccò la rampa, girò a sinistra, e si diresse verso la zona dei teatri sulla sponda occidentale. Cassie Lasch era seduta sul pavimento della biglietteria del Lost River Theater. Indossava jeans e T-shirt rosa e stava rimestando in un sacco di plastica delle immondizie. Lucas spinse la porta girevole ed entrò nel ridotto; appena la vide si fermò. «L'attrice», disse, mentre i suoi occhi si adattavano alla poca luce. «Lasch... Cathy.» «Cassie. Come sta, Davenport? Vuole aiutarmi? Sto cercando un indizio.» Lucas si accovacciò accanto a lei. Faceva troppo freddo per stare in maglietta, ma la donna pareva non sentirlo. Aveva braccia forti, con una muscolatura che le arrivava al collo. Ed era abbronzata, per quanto potesse esserlo una rossa, in modo uniforme e artificiale. Una sollevatrice di pesi, pensò Lucas. «Quale indizio?» «La polizia è stata qui tutta la mattina e mi sono scordata di dirglielo.» Smise di frugare nell'immondizia. Un piccolissimo ritaglio di carta le si era appiccicato alla mascella, e i capelli le ricadevano sugli occhi. Lei li scostò con la mano e disse: «Nessuno ha chiesto del tizio che voleva i biglietti gratis ieri sera. Si ricorda, gliel'ho detto, la cassiera aveva telefonato a Elizabeth per questo, ma senza ottenere risposta». «Sì, ricordo», confermò Lucas. Allungò la mano, le tolse il pezzetto di carta, glielo mostrò e lo buttò via. «Grazie... uh...» Aveva perso il filo, e gli sorrise, premendo il dente storto sul labbro inferiore. Il suo viso era appena furbetto ed espressivo. Aveva una spruzzata di lentiggini sul naso. «La faccenda dei biglietti», le suggerì Lucas. «Ah, sì. Dunque, il tizio dice che è un critico teatrale e chiede di entrare a sbafo, in quanto amico di Elizabeth. Stamane ho domandato a quelli che ritirano i biglietti e mi hanno detto che non vi sono stati ospiti ieri sera. Chiunque abbia telefonato non si è fatto vedere. Questo potrebbe essere un
indizio.» Parlò seriamente, come una Miss Marple con meravigliosi seni. «Perché un indizio?» «Perché, se conosceva Elizabeth, forse è andato da lei... non so. Comunque qui non è venuto.» Lucas stette a pensare, poi annuì. «Ha ragione. L'appunto è qui?» «Sì, da qualche parte. Su un pezzo di carta strappata da quei blocchi a spirale. Probabilmente appallottolato.» «Allora rovesciamolo», disse lui. Prese il sacco dal fondo e lo scosse, spargendo il contenuto sulla moquette. Vi era una grande prevalenza di carta, molta bagnata da residui di bibite, e verso il fondo trovarono un filtro di carta pieno di fondi di caffè. «Forse non avremmo dovuto farlo», disse Cassie, arricciando il naso. «Al diavolo», esclamò Lucas. «La lista ci serve.» Impiegarono cinque minuti a frugare meticolosamente, lavorando spalla a spalla. Lei aveva, concluse Lucas, uno dei corpi migliori contro cui si era mai strusciato. Ogni cosa era dura, eccetto quello che doveva essere morbido, e che appariva morbidissimo. Ogni qualvolta lei si abbassava, i suoi seni procaci tendevano la maglietta. Perdio, Davenport, sei pronto per scene da guardone... Lui sorrise fra sé e raccolse una tazza di plastica. Dentro c'era una carta ripiegata più volte, piccola come un dado. La spiegò, la girò. In alto era scritto: OSPITI, e sotto: DONALDSON WHITNEY, LOS ANGELES TIMES. «È questo?» Cassie prese il foglio, lo guardò e disse: «Sì. Kelly, la cassiera, ha detto che il tizio era di Los Angeles». Lucas si alzò in piedi e la cartilagine dei suoi ginocchi scricchiolò. «C'è un telefono? In un posto tranquillo?» «Ce n'è uno in ufficio, ma là ci sono due persone... Un altro è nella cabina di controllo. E di questa roba che ne facciamo?» Guardò i rifiuti sparpagliati. I fondi di caffè, su cui Lucas aveva messo il piede, stavano macchiando la moquette. Lui si accigliò, come se li vedesse per la prima volta, e disse: «Non m'interessa. Ne faccia quello che vuole». «Be', accidenti, non ce l'ho messa io lì», replicò Cassie. Scosse indietro i capelli e si mosse. «Andiamo, le mostro la cabina di controllo.» Lo guidò per un corridoio e nella platea. Alla luce del giorno era un disastro. Tinta nera scrostata dalle pareti di cemento, spalliere delle poltron-
cine macchiate, l'illuminazione al soffitto un groviglio di fili elettrici, cavi, riflettori, attacchi e carrucole. Di sera tutto quello non si vedeva. La cabina di controllo era in fondo alla platea, salendo due brevi rampe di scale. Era costruita in legno compensato, tinta di nero esternamente, rozza dentro. Davanti al quadro di comando vi erano uno sgabello alto e una sedia girevole. Prolunghe e fili del computer erano fissati con graffe alle pareti e sul pavimento. Il telefono a muro era alla sinistra del quadro di comando. Cassie notò che lui si guardava attorno e disse: «Niente denaro per i lussi». «È la prima volta che mi trovo in una cabina di controllo teatrale», spiegò Lucas. Lei fece spallucce. «Più o meno sono tutte così, a meno che il teatro non riceva sovvenzioni governative.» Lucas usò la sua carta di credito per chiamare Los Angeles. Cassie, con la schiena appoggiata al quadro di comando e le braccia dietro, ascoltò con interesse. Whitney non era al suo tavolo di lavoro, fu detto a Lucas. Poiché lui insistette, gli furono passati altri, e infine parlò con un redattore della sezione spettacolo che fece l'errore di sollevare il ricevitore di un telefono che stava suonando. Costui disse che Whitney era in ferie. «A Minneapolis?» chiese Lucas. «Perché nella dannata Minneapolis d'aprile?» rispose il redattore innervosito. «È in Micronesia dove si diverte a fare il sub.» «Ebbene?» domandò Cassie quando Lucas riattaccò. «Ebbene che cosa?» «Era lui o no ieri sera?» «Uh, apprezzo il suo aiuto, signorina Lasch, ma questo riguarda la polizia.» «Non vuole dirmelo?» Non poteva crederci. Gli afferrò la manica della giacca e tirò. «Avanti.» «No.» «Non è leale...» I suoi occhi erano grandissimi, e di nuovo scuri, con una scintilla. Inclinò la testa, accennò un sorriso. «Le mostrerò le tette se me lo dice.» «Cosa?» Lui fu sorpreso e divertito. Divertito, pensò, analizzandosi. «Là nel ridotto non ha fatto altro che tastare il terreno con me, perciò... me lo dica, e io le concedo di dare un'occhiata.» Lucas rifletté. «Questo è imbarazzante», disse infine.
«Io non mi sento facilmente in imbarazzo.» «Forse lei no, ma io sì», replicò Lucas. Lei inarcò le sopracciglia. «È imbarazzato? Questo dimostra una certa inaspettata profondità. Suona il piano?» La donna era troppo precipitosa. «Ah, no.» «Svelto, Davenport, si decida.» Ora Cassie lo punzecchiava. Lui la deluse. «Che cosa fa oltre che recitare? Ha detto che non ottiene buone parti.» «Sono una delle più grandi cameriere del mondo. Ho imparato nei ristoranti dei teatri a New York.» «Humm.» «Allora come la mettiamo?» insistette lei. «Deve tenere la bocca chiusa», l'ammonì lui. «Certo. Muta come un pesce.» «Ci scommetto... E va bene. Il tizio è in Micronesia e si diverte a fare pesca subacquea. La Micronesia è in mezzo al Pacifico.» «Lo so, ci sono stata», disse lei. «Quindi è maledettamente impossibile che lui fosse qui ieri sera.» «Esatto.» Lucas lanciò occhiate attorno. Non c'era nessuno in vista, e la cabina era ancora più isolata. «Quindi...» «Se aspetta di vedere le mie tette, se le scordi», disse lei, incrociando le braccia sul petto. «Ah. Non sta ai patti?» osservò lui, sogghignando. «Naturalmente. Quando si vuole scoprire qualcosa, prima si usa l'inganno — in questo caso non funzionerebbe — e poi si fanno strane offerte sessuali», rispose lei con calma. «Di solito si ottiene quello che si vuole sapere. L'ho imparato trattando con gli agenti teatrali.» «Dannate femmine», disse Lucas. «Così indifferenti quando spezzano il cuore di un uomo.» «Infatti lei è completamente distrutto», ironizzò Cassie. Lucas fece un breve passo verso la ragazza, senza sapere esattamente come comportarsi. Lei non si ritrasse; ma in quel momento un uomo entrò in palcoscenico, sotto di loro, e Lucas dirottò là la sua attenzione. Senza parlare, e apparentemente ignaro della loro presenza nella cabina, l'uomo premette un interruttore della luce, si portò al centro del palcoscenico e cominciò a fare giochi di destrezza. Aveva sei palle da baseball che faceva girare in cerchio senza un errore, poi all'improvviso si mise a ballare il tip tap. Non in modo semplice, ma con mosse complicate, e nello stesso tem-
po le palle giravano in aria. L'uomo aveva la faccia tinta di nero. C'era qualcosa di strano, però. Effetto del trucco, delle grandi labbra bianche, dello strano naso schiacciato? Cassie notò l'interesse di Lucas e, portatasi alle sue spalle, sussurrò: «Carlo Druze, un attore. Questo è uno dei suoi numeri». Druze cominciò a cantare, con falso accento da negro, tremolante voce da baritono, stile da ambulante. «Way down upon the Swanee River, far, far away....» «Facciamo uno spettacolo chiamato Whiteface, una specie di satira razziale.» Il suo fu un sussurro, ma Druze parve udirlo. Raccolse le palle con un veloce movimento coordinato. «Ho un pubblico?» gridò, guardando verso la cabina. Lucas applaudì e Cassie gridò: «Solo noi, Cassie e un poliziotto». «Ah.» Ebbe un sussulto? Lucas non ne fu sicuro. C'era qualche difetto nella sua faccia? «Sei stato bravissimo, Carlo», disse Cassie. Druze fece un inchino. «Ah, se fosse la signorina Cassie a dirigere lo spettacolo», disse, tornando all'accento da negro. «Ci togliamo dai piedi», gli gridò Cassie, guidando Lucas fuori dalla cabina e giù per le scale, verso la luce dell'uscita. Nel corridoio che portava al ridotto Lucas chiese: «Quel... come si chiama, era qui ieri sera?» «Carlo? Sì. È qui quasi ininterrottamente, comunque. Lavora per lo scenario. È uno dei migliori macchinisti della compagnia. E poi è bravissimo nel fare tante voci. Sa imitare chiunque.» «Okay.» «È un duro», aggiunse la ragazza. «Duro come la sua faccia.» «Ma era qui?» «Be', nessuno ha preso i nomi. Ma sì, era in giro.» «Okay.» Lucas, seguendola, le osservò schiena e spalle. Era una figuretta delicata, come lo sono le rosse snelle, ma non vi era nulla di fragile in lei, constatò. «Fa sollevamento pesi, giusto?» le chiese. «Sì, un poco», rispose lei, girandosi parzialmente. «Ma non per gareggiare, o cose del genere. E lei?» «Ho dei pesi nel mio seminterrato e mi esercito ogni mattina. Ma niente di impegnativo.» «Devo tenermi in forma», disse Cassie, battendosi l'addome. Giunti al ridotto, Cassie si fermò di colpo e afferrò il braccio di Lucas.
«Oh, no», gemette. «Che cosa c'è?» «Sono nella merda», rispose lei. Un uomo stava guardando la massa di rifiuti sulla moquette. Era tutto vestito di nero, dagli stivaloni al berretto, e i suoi lunghi capelli biondo rossicci erano legati in un codino. Con le mani sui fianchi, batteva nervosamente un piede. Cassie avanzò e lui alzò la testa. «Cassie», disse. Aveva una barbetta a punta e i suoi denti erano d'un bianco brillante. «L'hai fatto tu questo? Una delle cassiere ha detto che rovistavi nelle immondizie.» «Uh.» «Sono stato io», intervenne Lucas, in tono brusco. Cassie gli lanciò un'occhiata di riconoscenza. «Opera della polizia. Stavo cercando informazioni riguardanti l'uccisione della Armistead.» «Be', ha intenzione di ripulire?» domandò l'uomo, toccando con la punta dello stivale una pallottola di carta. «Lei chi è?» chiese Lucas, avvicinandosi. «Uh, questo è Davis Westfall», lo presentò Cassie, ancora nervosa. «È... era... condirettore artistico insieme con Elizabeth. Davis, questo è il tenente Davenport della polizia di Minneapolis. Lo stavo accompagnando in giro.» «Mi è stata d'aiuto», Lucas confermò a Westfall. «Signor Westfall, la morte della signorina Armistead la rende unico responsabile del teatro, o no? Voglio dire, in un certo senso lei ne trae un... beneficio.» «Cacchio.... questo dipende dal consiglio di amministrazione», farfugliò Westfall. Sbirciò Cassie per avere un sostegno, e lei annuì. «Non siamo un teatro maschilista, e immagino che nomineranno un'altra donna al posto di Elizabeth.» «Humm», disse Lucas. Studiò Westfall brevemente, con espressione scettica. «Nessun grosso contrasto per la direzione?» «No, no», rispose Westfall, innervosito dalle domande. «Resta nei pareggi?» «Oh, sì.» «Bene. Non tolga subito l'immondizia. Un nostro esperto di laboratorio potrebbe desiderare guardarla. Se non vede nessuno per...» Lucas guardò il suo orologio, «le sei, può farla raccogliere.» «Siamo a sua disposizione», disse Westfall, completamente sgonfiato. Lucas fece un cenno di saluto e si girò per andarsene. «L'accompagno
all'uscita», disse Cassie. «Devo richiudere a chiave.» «Grazie», rispose Lucas in modo formale. Alla porta Cassie sussurrò: «Grazie. Davis sa essere un fetente. Io sono l'ultima ruota del carro, qui». «Va bene così», disse Lucas, sogghignando. «Le sono grato dell'informazione sulla lista degli ospiti. Potrebbe venirne fuori qualcosa.» «M'inviterà a uscire con lei?» gli chiese. Nuova sorpresa per Lucas. «Mmm. Forse», le rispose con un sorriso. «Ma perché...» «Be', se ne ha l'intenzione, non aspetti troppo, okay? Non sopporto l'indecisione.» Lucas rise. «D'accordo», disse. Quando fu sul marciapiede, udì lo scatto della porta che veniva chiusa. Fece un altro passo verso l'auto e sentì bussare sul vetro della porta. Si voltò e Cassie sollevò la maglietta, ma fu un istante. Quanto bastò. Belle tette, pensò. E lei era sparita. 11 Bekker camminava sul tappeto Heriz, girando attorno al divano rococò, mentre seguiva parti della conferenza-stampa trasmesse dal telegiornale di mezzogiorno. Aveva sentito sintesi più brevi alla radio mentre si recava in auto all'ospedale, ed era tornato a casa per vederla alla televisione. Per lo più le conferenze-stampa erano fatte di sciocchezze; quelle della polizia erano vuote. Ma l'appello all'amante di Stephanie poteva essere pericoloso. «Crediamo che chi ha chiamato il pronto intervento dica la verità. Crediamo che l'uomo non abbia ucciso la signora Bekker, specialmente alla luce del secondo delitto», stava dicendo Lester davanti a vari microfoni. Sudava e si tamponava la fronte con un fazzoletto bianco piegato. «Dopo averne parlato con il procuratore, si è convenuto che se l'amico della signora Bekker si facesse avanti, l'autorità giudiziaria della contea di Hennepin sarebbe disposta a trattare la sua immunità in cambio della testimonianza, sempre che non sia coinvolto nell'omicidio...» Lester proseguì, ma Bekker non lo ascoltava più. Continuava a camminare, mordendosi l'unghia del pollice e sputandone i frammenti. I poliziotti erano sguinzagliati nella zona. Non si nascondevano. Anzi, erano volutamente spudorati. Il cugino di Stephanie, quel cretino drogato,
continuava ad andare di porta in porta, insistendo per avere informazioni. Questo gli faceva montare la collera, ma la collera doveva aspettare. Ora aveva altri problemi. «Casanova», lo avevano chiamato alla TV. Chi era? Qualcuno del loro circolo, sicuramente. Qualcuno che poteva avere facili contatti con Stephanie. Lui aveva esaurito le forze a furia di pensarci. Accidenti a Druze, pensò. Non aveva trovato il tizio. Eppure doveva esserci la sua faccia in quelle foto. Stephanie fotografava tutti, non lasciava la gente in pace, sempre con quell'apparecchio puntato su qualcuno. Scatole, cesti pieni di foto di tutti quei muscolosi biondi scandinavi. E se Druze si fosse sbagliato? Era possibile, ma, dovette ammetterlo con disagio, poco probabile. Non aveva mostrato incertezze. Aveva studiato le facce e detto no. «Strega», disse Bekker a voce alta. «Con chi scopavi?» Tornò a guardare la TV, Lester che chiacchierava. Ebbe una vampata di collera: era ingiusto, loro avevano venti, cento uomini, e lui aveva solo Druze. E Druze non poteva andare in giro, perché se fosse stato visto per primo... «Puttana», inveì, e in preda all'ira uscì a grandi passi dal salotto, fece le scale, entrò in camera. Il portasigarette era con le chiavi e una manciata di monete. Lo aprì, mandò giù due anfetamine e un assaggio di LSD; chiuse gli occhi in attesa di Beauty. Eccolo. Il letto si mosse, si liquefece, lo spogliatoio si aprì come una bocca, una caverna, un luogo caldo dove raggomitolarsi. I vestiti lo comprimevano e lui combatté il panico. Lo aveva già provato, la camicia si restringeva attorno al collo, le maniche gli serravano le braccia come cartavetrata... Tenne a freno il panico e si liberò della camicia, dei pantaloni e della biancheria intima, gettandoli alla rinfusa nella stanza. Lo spogliatoio chiamava, lui s'inginocchiò e strisciò dentro. Caldo e sicuro, con l'odore stantio delle scarpe... confortevole. Vi rimase un minuto, cinque minuti, lasciando che l'eccitante gli scorresse nelle vene e l'«acido» nel cervello. Fuoco, pensò. Aveva bisogno di fuoco. Fu una constatazione repentina e lui saltò fuori dalla caverna, carponi, pieno di paura. Strisciò fino alla toeletta, alzò il braccio, tastò, trovò la scatola di fiammiferi e tornò svelto nel nascondiglio, a occhi spalancati, non più belli. Nella semioscurità accese un fiammifero e fissò la fiamma. Al sicuro. Con il fuoco. La sua collera crebbe e s'intorbidì. Puttana. Il volto di lei apparve e si liquefece. Dolore bruciante nella mano e buio im-
provviso. Il fiammifero si era consumato. Ne accese un altro. Puttana. La visione di un letto, non il loro, e carta da parati con fiordalisi: dove? L'albergo di New York. Sotto l'effetto della droga, Bekker si vide uscire dalla stanza da bagno, nudo, con un asciugamano ai fianchi. Stephanie era al telefono... Ancora dolore alla mano. Buio. Buttò il fiammifero, ne accese un terzo. Puttana. Entro nella vasca per lavarmi, quando esco lei è al telefono, parla con lo sverniciatore o non so chi. La sua mente si tese e ghermì, si tese e ghermì, controllata, gelida. Dolore. Buio. Un altro fiammifero. Si pulì la bava sul mento, mentre fissava la fiamma tremolante. Dolore. Buio. Strisciò fuori dallo spogliatoio, sentendo tutta la potenza della droga. Ed ecco la risposta, nel flash di New York. Si tirò in piedi, con la mente come un ghiacciaio. Dolore nella mano. «Sono stupido?» Uscì dalla camera, ancora nudo ma inconsapevole di esserlo, scese nello studio e si sedette alla grande scrivania di quercia. Aprì un cassetto e tirò fuori una scatola di plastica grigia. L'etichetta sopra diceva: FATTURE, PAGATE E DA PAGARE. New York, gennaio. Rovesciò il contenuto sulla scrivania e setacciò la mole di carte, ricevute, fatture, matrici di assegni. Dopo un minuto disse: «Ecco». La nota delle telefonate. Lui non aveva chiamato nessuno, ma sul conto figuravano sei telefonate da New York a Minneapolis, di cui quattro a un numero interno dell'università. Non conosceva quel numero. La mente come ghiaccio. Viaggiava a tutta velocità. Formò il numero dall'apparecchio sulla scrivania. Rispose una donna. «Ufficio del professor George, desidera?» Bekker riattaccò, l'eccitazione fugò il ghiaccio dalla mente. «Philip George», gracchiò. «Philip George.» Occorreva agire, ma dovette starsene lì, a dondolarsi sulla poltroncina, ormai dominato dalla droga. Il tempo non contava. Dolore. Si guardò la mano. Una vescicola gli si era formata sulla punta dell'indice. Il pollice era bruciato e infiammato. Come gli era successo? C'era stato un incendio? Andò in cucina, punse la vescicola con un ago, passò del disinfettante sulle due dita e coprì le bruciature con dei cerotti. Un mistero... E Philip George. Bekker rovistò in biblioteca, alla ricerca di un certo libro. No. No. Dove? Doveva essere nella paccottiglia, tra i ricordi, dove altro lei... Ah, ec-
colo: Facoltà e docenti — Università del Minnesota. Sfogliando le pagine, vide la propria faccia sorridente, poi quella di Philip George. Mite. Un tantino stupida, in qualche modo invadente, pensò. Biondo, ben piantato, grassoccio. Come aveva potuto, lei? Il dolore alla mano non gli dava tregua e lui, confuso, tornò a guardarsi le dita. Come...? «Carlo?» «Perdio, pensavo...» Druze era spaventato. «Scusa, ma è urgentissimo.» «Hai visto la televisione?» domandò Druze. «Sì. E nessuno si è messo a cercarti. Non ancora. Per questo ti chiamo. Ho trovato il nostro uomo.» «Chi?» farfugliò Druze. «Un professore della facoltà di Giurisprudenza, Philip George. Dobbiamo muoverci, hai visto la televisione?» «Sì, sì, dove sei?» domandò Druze sulle spine. «Sei al sicuro?» «Sono a un isolato da te, nel supermercato VGA», disse Bekker. Stava usando un telefono pubblico accanto all'espositore dei giornali, e una cliente si dirigeva da quella parte con in mano una lista di cose da comprare. Forse voleva telefonare. «Ho controllato e ricontrollato; non mi segue nessuno. Te lo garantisco. Ma uscirò da dietro, e prenderò il vicolo. Sarò da te fra sessanta secondi. Aprimi subito.» «Se qualcuno ti vede...» «Lo so, ma ho cappello, giacca e occhiali da sole e mi accerterò che l'atrio sia vuoto prima di entrare. Sii pronto quando suono. Farò le scale. Fammi trovare la tua porta aperta.» «Va bene. Se sei sicuro...» «Non dubitare. Ma ho bisogno che tu dica: 'Sì, è lui'.» Bekker riattaccò e guardò in giro. Era sorvegliato? Non ne era sicuro, ma pensava di no. La cliente stava telefonando, ora, ma senza prestare attenzione a lui. Un vecchio era alla cassa con un barattolo di caffè, e gli altri in vista erano dipendenti del supermercato. Lui aveva fatto una veloce ricognizione dei reparti prima di telefonare. C'era un cartello di uscita vicino ai latticini. Prese un carrello e si diresse verso il fondo, osservando gli altri clienti. Non si poteva mai dire. Al banco dei latticini aspettò di essere solo, poi abbandonò il carrello e varcò una porta a molla. Si ritrovò in un locale adibito a magazzino, maleodorante di prodotti avariati, e vide un'altra porta a
molla di metallo. Uscì di là e arrivò su una piattaforma di carico; la percorse di buon passo, scese i pochi gradini all'estremità, buttando un'occhiata alle spalle. Nessuno. Cinque secondi dopo era nel vicolo dietro il supermercato. In fondo all'isolato, girò l'angolo e dopo trenta metri giunse al portone di Druze. Suonò, gli fu aperto, ed entrò. L'ascensore era disponibile, ma prese le scale a destra, facendo i gradini a due a due. Controllò il pianerottolo e filò alla porta aperta di Druze. «Perdio, Mike.» Normalmente la faccia di Druze era imperscrutabile come una zucca. Ora appariva tesa, insolite rughe verticali segnavano la pelle rattoppata della fronte. Lui indossava una maglia di cotone avana sformata, e pantaloni spiegazzati. Teneva le mani nelle tasche. «E lui?» Bekker gli mise davanti la foto di Philip George. Druze la guardò, la portò sotto la luce, la osservò più da vicino, sporse il labbro inferiore. «Huh.» «Deve essere lui», disse Bekker. «Collima: è biondo, è massiccio, di persona lo è anche di più. Questa foto deve risalire a quattro o cinque anni fa. E non era in nessuna delle foto precedenti. Stephanie lo chiamò di nascosto da New York.» Alla fine Druze annuì. «Potrebbe essere. Gli somiglia. Ma quello che era nella casa, l'ho visto così», e fece schioccare le dita. «Deve essere lui», insistette Bekker. «Sì, sì, penso che sia lui. Dandogli due o tre anni in più...» «Accidenti, Carlo», gracchiò Bekker, con la bella faccia raggiante. Agganciò il collo di Druze con il braccio e lo spinse giù, una specie di abbraccio scherzoso che Druze apprezzò molto perché non aveva mai avuto un amico. «Perdio, noi due battiamo la polizia.» «E adesso?» domandò Druze. Gli venne spontaneo di sorridere. Che strana sensazione, un vero sorriso. Bekker lo lasciò andare. «Devo filarmela da qui e pensare. Qualcosa inventerò. Stanotte, dopo lo spettacolo, vieni nel mio ufficio. Anche se mi sorvegliano, stanno fuori. Chiamami prima di venire, così ti aspetto alla porta laterale, vicino alla rampa. Se fai finta di aprire la porta con la chiave, quelli non sospetteranno.» Philip George. Bekker fu assalito da quel problema mentre tornava all'ospedale. Dovevano provvedere in fretta a George. Si fermò dalla segretaria della facoltà.
«Lucy, hai un orario delle lezioni?» «Sì, dovrebbe essere...» La segretaria aprì un classificatore, frugò e tirò fuori un opuscolo giallo. Glielo porse. «Per favore me lo riporti, è l'unico.» «Certo», rispose lui distrattamente, sfogliando le pagine. Il dolore nelle dita era intollerabile e lui dovette fermarsi. «Lucy?» Tornò alla scrivania della segretaria. «Hai dei cerotti grandi da qualche parte? Mi sono bruciato il pollice.» «Mi pare di sì.» La ragazza cercò nella scrivania, li trovò. «Vediamo... Oh, mio Dio, dottor Bekker, come le è successo?» Protette le bruciature, percorse il corridoio, entrò nel suo ufficio e si sedette alla scrivania. Giurisprudenza, George... consultò l'ora. Le tredici e trenta. George: Torti fondamentali, MWF 13.10-15.00. Stava facendo lezione. Bekker chiamò la segreteria della facoltà di Giurisprudenza e cinguettò con la donna che rispose. «Phil George? In classe? Capisco», disse con voce opportunamente delusa. «Sono un suo amico dei tempi dell'università di Hamline, sono di passaggio e dovevamo vederci una di queste sere, ma dovrei predisporre i miei appuntamenti. Sa se lui ha lezioni o riunioni serali per il resto della settimana? No, non posso trattenermi, ho un seminario proprio adesso che andrà per le lunghe, poi ripartirò in aereo. Ho provato a chiamare sua moglie a casa, ma non c'era nessuno. Sì, resto in linea.» La segretaria posò il ricevitore e Bekker la sentì allontanarsi. Passò un minuto, poi un altro, e tornò all'apparecchio. «Sì, domani sera, dalle diciannove alle ventidue deve preparare un processo simulato come esercitazione degli studenti. Le altre sere è libero da impegni universitari.» «Molte grazie», disse lui, sempre cinguettando. «È stata molto gentile. Come si chiama? Grazie, Nancy. Oh, a proposito, dove si terrà il processo?... Okay, grazie ancora.» Riattaccò e, assunta una posizione rilassata, unì le mani a piramide. George sarebbe stato occupato fino a tardi. Utile. Che auto aveva? Era rossa, tipo jeep. Poteva fare un giro davanti a casa sua, più tardi. George abitava in Prospect Park e probabilmente lasciava l'auto in strada. Druze era convinto che Bekker si drogava, ma non sapeva che cosa usasse. Nell'ambiente teatrale scorreva un oceano di cocaina, ma Bekker non era un cocainomane o, se lo era, usava anche altra roba. Talvolta era euforico, la sua bella faccia rifletteva una gioia, una libertà ulteriori; altre volte era tetro, infido, calcolatore.
Qualunque droga fosse, aveva rapidi effetti su di lui. Quando Druze era arrivato all'ospedale, Bekker era maniacale. Ora era come ghiaccio. «Uscirà domani sera», disse Bekker. «So che non c'è molto tempo... Lui ha una jeep Cherokee rossa. Pompa anticendio rossa. Sarà parcheggiata dietro l'edificio chiamato Peik Hall.» Gli spiegò il resto e Druze cominciò a scuotere la testa. «Un banale inconveniente? Che cazzata è questa?» «È l'unico sistema», rispose calmo Bekker. «Se richiamiamo la sua attenzione, se lui subodora qualcosa, potrebbe spaventarsi. Se pensa che gli diamo la caccia... insomma, non posso telefonargli e chiedergli d'incontrarci all'angolo. Lui un po' di paura deve averla... che qualcuno lo identifichi, che l'assassino tenti di scovarlo.» «Preferirei che ci fosse un altro modo», disse Druze. Girò l'occhio attorno e si accorse che era in una specie di aula d'esame. Bekker gli aveva aperto la porta laterale, normalmente chiusa, e lo aveva guidato per un corridoio male illuminato; poi, aperta una porta rossa, lo aveva tirato dentro. Le pareti erano occupate da file di classificatori, un carrello di acciaio inossidabile era addossato a un muro, e una quantità di luci pendevano dal centro del soffitto. Le loro voci rimbombavano. L'aula era fredda. «Sembra piuttosto... incerto.» «Senti, è la cosa più difficile indagare su un fatto casuale, avvenuto fra sconosciuti. Come quando accoppasti quella donna a New York. Come fa la polizia a trovare un movente, un collegamento? Se premediti qualcosa, lasci tracce. Se vai là, dove è lui, e lo colpisci...» «Ci sarà?» chiese Druze. «Sì. Prepara un processo simulato. Fa da giudice, deve esserci.» «Be', forse è inevitabile», disse Druze, passandosi le dita nei capelli. «Perdio, non mi piace. Preferisco le cose preparate. Tua moglie non è stata un problema. Questo...» «È il modo migliore, credimi», disse Bekker con fervore. «Trova la sua auto. Dovrebbe essere nel parcheggio dietro l'edificio. C'è molta vegetazione attorno, ho controllato. Se l'auto è vicina al fogliame, cerca di stare lì, bucagli una gomma. Così gli studenti se ne andranno mentre lui sarà occupato a cambiare la gomma, e allora tu lo colpirai.» «Non male», ammise Druze. «Ma, perdio, Michael, ho la sensazione che abbiamo pestato catrame fresco. Un piede ci si è attaccato e ora dobbiamo metterci l'altro per cercare di liberare il primo.» «Con questo finiamo, ma dobbiamo farlo, non lo capisci? Per la tua sal-
vezza», disse Bekker. «Ammazzalo e portalo via.» «Anche questo mi preoccupa. Dovermi sbarazzare del corpo. Se lo colpissi e basta, chi mi scoprirebbe? Ma se devo trasportarlo nel Wisconsin... Gesù, potrei essere fermato da ispettori delle specie protette, per vedere se ho pesci o che so io.» Bekker scosse il capo, ipnotizzando Druze con il suo sguardo. «Se lo uccidiamo e lo lasciamo lì, capiranno dai suoi occhi che lui doveva essere l'amante di Stephanie... altrimenti perché non li avrebbe più? Sono già sospettosi, e se lasciamo il cadavere nel parcheggio, mi piomberanno tutti addosso.» «Potremmo tralasciare gli occhi...» «No.» Bekker fu duro come roccia. Si avvicinò a Druze e gli afferrò il braccio sopra il gomito. Lo gnomo fece mezzo passo indietro, impaurito dal suo sguardo gelido. «No. Gli occhi vanno distrutti. Hai capito?» «Oddio, va bene», confermò subito Druze, tirando via il braccio. Bekker puntò lo sguardo su di lui per giudicarne la sincerità. Evidentemente soddisfatto, continuò: «Se lo seppelliamo lontano da qui — e io conosco il posto perfetto — nessuno lo troverà. Nessuno. La polizia, forse, sospetterà che sia stato lui l'amante di Stephanie, ma non saprà se è fuggito per paura, o perché colpevole, o se è morto. Sarà un enigma.» Druze ritrovò l'uscita dalla porta laterale. Bekker tornò verso il suo ufficio, e mentre pensava, si massaggiò il mento. Druze era riluttante. Non ribelle, ma infelice. Doveva tenerlo presente. In ascensore guardò l'ora. Aveva tempo. «Sybil.» Dormiva? Bekker si curvò sul letto e le sollevò le palpebre. Gli occhi della donna, scuri e lucenti, lo guardarono, ma quando lui lasciò andare le palpebre, Sybil le richiuse. Sì, era sveglia, ma non collaborava. Lui si sedette accanto al letto. «Devo guardare nei tuoi occhi mentre muori, Sybil», le disse. Il suo respiro era affrettato, lo notò, quegli esperimenti lo eccitavano sempre. «Ecco qua...» Le premette un cerotto sulla bocca, posò la base dell'altra mano sulla sua fronte e tirò su le palpebre con l'indice e l'anulare. Dopo si curvò nel suo campo visivo e le disse sommessamente: «Ti ho incerottato la bocca perché tu non possa respirare; ora ti stringo il naso fino a farti soffocare... Capisci? Non dovrebbe essere doloroso, ma gradirei un segnale se vedi... qualcosa. Muovi gli occhi su e giù mentre vai all'altro mondo. Se c'è
un altro mondo». Stava parlando con la sua voce più suadente e convincente. «Sei pronta? Partiamo.» Le chiuse il naso, tenendo le dita in modo che lei potesse vederle, anche se non le sentiva. Benché immobilizzata, Sybil poteva contrarre i muscoli, e questo avvenne dopo il primo minuto: piccoli tremori che dal collo della donna arrivavano alle mani di lui. Gli occhi cominciarono a rovesciarsi e Bekker accostò la faccia a quella di lei, sussurrando con impazienza: «Lo vedi? Sybil, lo vedi?» Era inerte, senza conoscenza. Lui tolse la mano dal naso e la mise sul torace, iniziando una serie di compressioni. Non era stata così vicina alla morte, pensò, ma lei aveva creduto di morire, e sarebbe morta se lui non avesse tolto la mano. La ragazza gli doveva l'informazione. «Sybil, mi senti? Ehi, Sybil, so che sei viva.» Alle due, con i residui dell'ecstasy nella mente, Bekker tornava a casa, apparentemente controllato. L'episodio con Sybil era stato deludente. Una infermiera era sopraggiunta nel corridoio ed era entrata in una stanza vicina. Allora lui aveva preferito allontanarsi, per non farsi vedere con Sybil. E fu come se non fosse stato là. Tornato nel suo ufficio, aveva preso l'ecstasy, sperando di bilanciare la delusione. Spente le luci, se ne era andato. Era passato davanti alla sua casa prima di entrare nel vicolo. E aveva visto un uomo in fondo alla strada. Sul marciapiede. Quel tale aveva girato la testa per osservare lui in auto. Robusto, vigile, familiare. Bekker rallentò, si fermò, abbassò il finestrino. «Le serve aiuto?» disse ad alta voce. Vi fu un lungo momento di silenzio, poi l'uomo si avvicinò. Portava un giubbotto di pelle e anfibi. «Dottor Bekker, come sta?» «È un poliziotto?» «Lucas Davenport, polizia di Minneapolis.» Sì. L'uomo al funerale, quello dall'aspetto duro. «La polizia si è accampata nel mio terreno?» chiese Bekker. Tranquillizzato — non era un rapinatore o un parente vendicativo — usò un tono cortese intessuto di sarcasmo. «No. Sono soltanto io», rispose l'altro. «Sorveglianza?» «No, no. Mi piace gironzolare sulla scena di un delitto di tanto in tanto.
Ne colgo l'atmosfera. Mi aiuta a pensare.» Davenport. Un campanello suonò nella mente di Bekker. «Non è lei il poliziotto che l'FBI chiamò 'il Pistolero'? Quello che uccise un numero fantastico di persone?» Nonostante la scarsa illumuiazione — il lampione era all'angolo — Bekker vide brillare i denti bianchi del poliziotto. Sorrideva. «L'FBI non mi ha in simpatia», rispose Lucas. «Le è piaciuto? Uccidere tutta quella gente?» L'interesse fu genuino, le parole uscirono spontanee dalla sua bocca. Il poliziotto parve riflettere, spingendo la testa indietro come a guardare le stelle. Era abbastanza freddo per far condensare il respiro. «Alcuni, sì», rispose Lucas. Si dondolava sui piedi, guardando in alto. «In certi casi mi sono divertito.» Bekker non poteva vedergli bene gli occhi; erano troppo incavati, con arcate sopraccigliari marcate, e la curiosità lo vinse. «Senta», Bekker gli propos