ELIZABETH GEORGE E LIBERACI DAL PADRE (A Great Deliverance, 1988) A Natalie, in onore dell'arricchimento dello spirito e...
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ELIZABETH GEORGE E LIBERACI DAL PADRE (A Great Deliverance, 1988) A Natalie, in onore dell'arricchimento dello spirito e del trionfo dell'anima Egli rispose: «Avete portato via gli dèi che mi ero fatti e il mio sacerdote e ve ne siete andati. Che cosa mi rimane? Come potete dunque dirmi: 'Che hai?'» Giudici 18, 24 1 Era stato proprio un gran maleducato. Le aveva starnutito fragorosamente in faccia, inondandola di schizzi, dopo aver resistito allo stimolo per almeno tre quarti d'ora, neanche fosse stato l'avanguardia di Enrico Tudor nella battaglia di Bosworth. Purtroppo alla fine era stato costretto alla resa. Non solo, ma subito dopo lo starnuto, per andare di male in peggio, si era anche messo a tirar su col naso. La donna adesso lo stava fissando. Apparteneva a quel genere di persone alla cui presenza si sentiva un perfetto idiota. Era alta almeno uno e ottanta e vestiva con la trascurata eleganza tipica dell'alta società inglese. L'età era indefinibile; quella creatura senza tempo lo scrutava con occhi d'un azzurro acciaio, occhi in grado di far scoppiare in lacrime più d'una cameriera. Doveva aver passato da un pezzo i sessanta. Forse era addirittura vicina agli ottanta, chissà. Stava seduta impettita con le mani serrate in grembo in una perfetta postura da scuola di portamento che non concedeva niente alla comodità dell'individuo. Non gli toglieva quegli occhi di dosso. Fissò il suo collarino da prete, poi il naso che indiscutibilmente gli gocciolava. Oh, scusi tanto, carissima. Non vorremo permettere che un inconveniente come uno starnuto rovini questo nostro felice incontro, no? Era sempre spiritosissimo quando si limitava a fare mentalmente le sue considerazioni. Il disastro accadeva quando cercava di esprimerle a parole. Lui tirò ancora su con il naso. E lei lo guardò ancora. Perché diavolo viaggiava in seconda classe? Era salita con grazia a Doncaster, come una vecchia Salomè con più di sette veli addosso, e aveva passato il resto del
viaggio a sorseggiare il caffè imbevibile delle ferrovie e a osservare con aria di disapprovazione il prete cattolico che aveva di fronte, come a voler enfatizzare la superiorità della Chiesa d'Inghilterra. E poi gli era venuto da starnutire. Da Doncaster a Londra si era comportato così bene, da sperare di farsi perdonare la sua appartenenza alla Chiesa cattolica. Ma, ahimè, lo starnuto aveva sancito un'irrevocabile condanna. «Io... eh... cioè... se vuole scusarmi...» Inutile. Il fazzoletto era ficcato in fondo alla tasca. Per prenderlo avrebbe dovuto allentare la presa sulla consunta ventiquattrore che teneva sulle ginocchia; cosa impensabile. Lei avrebbe dovuto capire. Qui non si tratta di un'offesa all'etichetta, signora. Si tratta di OMICIDIO. A quel pensiero riprese a tirar su col naso con rinnovato vigore. Al che la donna assunse una posizione ancora più rigida sul sedile, trasudando disapprovazione. Lo sguardo diceva tutto. Era la registrazione esatta dei pensieri che le passavano per la mente, e lui li leggeva uno per uno: poveretto. Patetico. Settantacinque anni, non un giorno di meno, e li dimostra tutti. E proprio quello che ci si aspetta da un prete cattolico: un viso segnato dai graffi di una cattiva rasatura; una briciola di pane all'angolo della bocca, residuo della colazione mattutina; un abito nero, liso, rammendato sui gomiti e sui polsi; un cappello schiacciato con la tesa impolverata. E quell'orribile valigetta sulle ginocchia! Fin da Doncaster si era comportato come se lei fosse salita sul treno con la precisa intenzione di strappargliela di mano e involarsi dal finestrino. Gesù! Sospirò e distolse lo sguardo da lui come in cerca di scampo. Ma non ce n'era. Il naso continuò a gocciolargli finché il rallentamento del treno indicò che si stavano finalmente avvicinando alla conclusione del viaggio. Lei si alzò in piedi e gli lanciò un'ultima occhiata tagliente. «Adesso capisco che cosa intendete voi cattolici per purgatorio», sibilò prima di dirigersi a passo svelto verso lo sportello. «Oddio», borbottò padre Hart. «Oddio, credo proprio di aver...» Ma lei era scomparsa. Il treno si era arrestato completamente sotto il tetto a volta della stazione di Londra. Era giunto il momento di portare a termine la sua missione. Diede un'occhiata in giro per assicurarsi di non aver dimenticato nulla: operazione inutile, dato che dallo Yorkshire aveva portato con sé soltanto la ventiquattrore che non aveva mai mollato. Sbirciò fuori del finestrino la vastità della stazione di King's Cross. Era più preparato a una stazione come Victoria o almeno la Victoria che
ricordava dai tempi della sua gioventù: con i rassicuranti muri di vecchi mattoni, le bancarelle e i suonatori ambulanti, sempre a un passo di distanza dalla polizia metropolitana. Ma King's Cross era qualcosa di totalmente diverso: lunghi tratti di pavimento piastrellato, invitanti cartelli pubblicitari appesi al soffitto, edicole, tabaccai, rivendite di hamburger. E tutta la gente - molta più di quanto si fosse aspettato - che faceva la coda per i biglietti e ingollava veloci spuntini mentre correva per prendere il treno, litigando, ridendo e scambiandosi baci di commiato. Tante razze, tanti colori. Era tutto così differente. Non era sicuro di poter sopportare il rumore e la confusione. «Scende, padre, o ha intenzione di passarci la notte?» Colto di sorpresa, padre Hart alzò lo sguardo verso il volto rubizzo del facchino che lo aveva aiutato a trovare il posto sul treno quella mattina alla partenza da York. Era un viso simpatico, tipicamente settentrionale, segnato da un'infinità di venuzze, conseguenza inevitabile dei venti delle brughiere. Aveva occhi blu oltremare, vivaci e intuitivi. E padre Hart li sentì tangibilmente scorrere con espressione amichevole ma penetrante dal suo volto fino alla valigetta. Stringendo con forza la maniglia, s'irrigidì; sperando di riuscire a muoversi, ma sentendo un terribile crampo al piede sinistro. Quando il dolore raggiunse il culmine, si lasciò sfuggire un gemito. Il facchino parlò con un tono preoccupato. «Forse non dovrebbe viaggiare solo. È sicuro di non aver bisogno di aiuto?» Ne aveva, eccome se ne aveva. Ma nessuno poteva farci niente. Neanche lui. «No, no. Me ne vado subito. E lei è stato fin troppo gentile. Il posto, sa. La confusione iniziale.» Il facchino accomiatandosi rispose: «Non si preoccupi. Ci sono un sacco di persone che non si rendono conto che il biglietto fornisce una prenotazione. Niente di male, non le pare?» «No. Immagino...» Padre Hart fece un rapido respiro per darsi coraggio. Percorrere il corridoio, uscire, trovare la metropolitana, si disse. Nessuna di quelle azioni doveva essere impossibile come sembrava. Si trascinò fino all'uscita. La sua valigetta, che teneva stretta sulla pancia con entrambe le mani, rimbalzava a ogni passo. Dietro di sé sentì la voce del facchino. «Ehi, padre, anche la porta è un po' dura. Ci penso io.» Si tirò da parte per lasciar passare l'uomo nel corridoio. Dalla porta po-
steriore si stavano già infilando due addetti alle pulizie dall'aria scorbutica, con i sacchi della spazzatura sulle spalle, pronti a riordinare il treno per il viaggio di ritorno a York. Erano pachistani e, benché parlassero inglese, padre Hart non riusciva a capirli a causa dello strano accento. La constatazione lo riempì di paura. Che cosa ci faceva lui in quella città, la capitale del Paese, dove gli abitanti erano stranieri che lo guardavano con occhi torvi e ostili e volti da immigrati? Che cosa sperava di poter fare? Che sciocchezza era mai quella? Chi avrebbe mai creduto... «Ha bisogno di aiuto, padre?» Padre Hart alla fine si mosse deciso. «No. Tutto a posto. Tutto a posto.» Discese con successo i gradini, approdò integro sul marciapiede di cemento, vide i piccioni che volavano alti sotto la volta della stazione. Cominciò a dirigersi distratto verso l'uscita di Euston Road. Alle spalle udì nuovamente la voce del facchino. «Qualcuno viene a prenderla? Sa dove andare? Dov'è diretto, adesso?» Il prete raddrizzò le spalle. Fece un cenno di saluto con la mano. «Scotland Yard», rispose con sicurezza. La stazione di St. Pancras, esattamente dirimpetto a King's Cross, era dal punto di vista architettonico l'antitesi di quest'ultima e padre Hart rimase per alcuni minuti abbagliato ad ammirarne la magnificenza neogotica. Il rumore del traffico di Euston Road e la puzza prodotta dallo scarico di due camion proprio sul bordo del marciapiede erano del tutto trascurabili per lui: appassionato di architettura, considerava quell'edificio un delirio architettonico. «Mio Dio, è meraviglioso», mormorò inclinando la testa per poter osservare meglio le guglie e gli avvallamenti della stazione ferroviaria. «Una bella ripulita e sarebbe un palazzo a posto.» Si guardò intorno con aria meditabonda, come se volesse fermare il primo passante e fargli un discorso sui mali che generazioni di locomotive a carbone avevano prodotto sul vecchio edificio. «Ora, mi chiedo...» Il suono monotono di una sirena della polizia echeggiò d'improvviso lungo Caledonian Road e aumentò d'intensità all'incrocio con Euston Road. Il prete fu riportato alla realtà. Si riscosse dai suoi pensieri con irritazione ma ancora più con paura: gli capitava sempre più spesso di vagare con la mente. Non era forse quello l'inizio della fine? Soffocò un groppo di terrore e cercò di farsi forza. Lo sguardo gli cadde sul titolo a lettere cubitali del giornale del mattino esposto in un'edicola vicina. Si avvicinò incu-
riosito. LO SQUARTATORE COLPISCE ALLA STAZIONE DI VAUXHALL! Squartatore! Rabbrividì a quelle parole, diede un'occhiata in giro e poi cominciò a leggere un breve paragrafo dell'articolo, scorrendolo velocemente per timore che una più attenta lettura tradisse un interesse per il morboso, disdicevole in un uomo di Chiesa. Parole, non frasi, attirarono il suo sguardo. Squarciati... corpi seminudi... arterie... recise... vittime di sesso maschile... Un brivido lo percorse. Si portò una mano alla gola e ne valutò l'effettiva vulnerabilità. Anche il collarino da prete cattolico non l'avrebbe protetto dal coltello di un assassino. Sarebbe affondato comunque nelle sue carni. Quel pensiero fu devastante. Barcollando, si allontanò dall'edicola e fortunatamente vide l'insegna della metropolitana a pochi metri di distanza. Gli risvegliò la memoria. Frugò nella tasca alla ricerca della pianta della metropolitana e si mise a studiarne scrupolosamente la superficie stropicciata. «La Circle Line per St. James's Park», si disse. E poi di nuovo, in tono più deciso: «La Circle Line per St. James's Park. La Circle Line per St. James's Park». Scendendo le scale, ripeté più e più volte la frase, come fosse un canto gregoriano. Mantenne il ritmo e la cadenza fino allo sportello dei biglietti e non smise finché non fu al sicuro sul convoglio. Lì diede un'occhiata agli altri occupanti della carrozza, si accorse che due anziane signore lo stavano guardando con evidente interesse e abbassò la testa. «Ci si confonde», spiegò lui, abbozzando un sorriso amichevole. «Non ci si orizzonta più.» «Di tutti i generi ce ne sono, credimi, Pammy», commentò la più giovane delle due donne all'amica. Lanciò all'ecclesiastico uno sguardo esperto di gelido disprezzo. «Si dice che siano camuffati in tutte le maniere.» Senza distogliere gli occhi inespressivi dal prete disorientato, trascinò in piedi l'amica rinsecchita, si attaccò al corrimano vicino alla porta e la spinse fuori con forza dalla vettura alla fermata successiva. Con rassegnazione padre Hart le osservò allontanarsi. Non le biasimava, pensò. Non ci si può fidare. Non sempre. Non del tutto. Era andato a Londra per quello: per dire che non era la verità. Sembrava soltanto la verità. Un corpo, una ragazza e un'ascia insanguinata. Ma non era la verità. Doveva convincerli, e... Oddio, in queste cose ci sapeva fare così poco. Ma Dio era dalla sua parte. Ciò che faccio è giusto, ciò che faccio è giusto, ciò che faccio è giusto. Ripetendosi questa nuova formula, si ritrovò davanti alle porte di New Scotland Yard.
«Che io sia dannato, se non abbiamo fra le mani un altro confronto Kerridge-Nies», concluse il commissario Malcolm Webberly. Fece una pausa per accendersi un grosso sigaro che diffuse subito nell'aria una nuvola di fumo puzzolente. «Cristo santo, Malcolm, apri una finestra se vuoi continuare a fumare quella roba», replicò il suo interlocutore. In qualità di commissario capo, Sir David Hillier era il superiore di Webberly, ma preferiva lasciare che i suoi uomini dirigessero le sezioni a modo loro. Lui personalmente non si sarebbe mai sognato di lanciare un simile attacco all'olfatto prima di un interrogatorio, ma i sistemi di Malcolm non erano i suoi, e comunque si erano sempre dimostrati efficaci. Spostò la sedia per evitare il punto in cui il fumo era maggiormente concentrato e si mise a osservare l'ufficio in tutti i suoi aspetti peggiori. Hillier si domandava come Malcolm potesse dirigere in modo così efficiente il suo dipartimento, data la propensione che aveva per il caos. Ogni superficie disponibile era coperta da dossier, fotografie, rapporti e libri. C'erano tazze di caffè sporche, portacenere traboccanti e persino un paio di vecchissime scarpe da tennis su un ripiano. Come era nelle intenzioni di Webberly, la stanza aveva l'aspetto e l'odore del rifugio caotico di uno studente universitario: pieno di roba, accogliente e con la puzza di chiuso. Mancava soltanto un letto sfatto. Era il tipo di posto che invitava alle chiacchiere, allo stare insieme in tutto relax, che favoriva il cameratismo tra uomini che devono lavorare in squadra. Furbo Malcolm, pensò Hillier. Molto più scaltro di quanto il suo aspetto banale, le spalle cadenti, i chili di troppo facessero sospettare. Webberly si allontanò dalla scrivania e si mise ad armeggiare con la finestra finché, dopo qualche grugnito e un po' di sforzi, non riuscì ad aprirla. «Scusami, David. Mi dimentico sempre.» Ritornò a sedere al suo posto, diede un'occhiata malinconica a tutto il disordine e disse: «Non ci voleva proprio, in questo momento». Si passò una mano tra i radi capelli, un tempo rossicci, adesso quasi del tutto grigi. «Problemi a casa?» chiese Hillier con una certa cautela, tenendo gli occhi fissi sull'anello d'oro con sigillo. Era una domanda imbarazzante per entrambi, dal momento che avevano sposato due sorelle e quasi nessuno a Scotland Yard era informato della cosa e loro stessi raramente vi facevano cenno. Il loro rapporto era frutto di uno di quei capricci del destino per cui due
uomini si trovano legati in molti modi di cui però non amano parlare. La carriera di Hillier era stata lo specchio del suo matrimonio. Entrambi un successo, pienamente soddisfacenti. Sua moglie era la perfezione in persona: assolutamente fedele, una valida interlocutrice, una madre affettuosa, una partner eccellente a letto. Doveva ammettere che lei era il vero centro della sua esistenza, che i suoi tre figli erano soltanto elementi marginali, piacevoli e divertenti, ma privi di un'effettiva importanza se paragonati a Laura. Si rivolgeva a lei - il suo primo pensiero al mattino, l'ultimo alla notte - per ogni suo bisogno. E lei sapeva far fronte a tutto. Per Webberly le cose erano andate diversamente: una carriera che tirava avanti in qualche modo, non brillante ma prudente, costellata di innumerevoli successi di cui lui raramente si prendeva il merito, perché non aveva le doti di diplomazia necessarie per riuscire a Scotland Yard. Perciò sul suo orizzonte professionale non balenava accattivante nessun titolo di baronetto, e questo fatto aveva creato un'enorme tensione nel suo matrimonio. Frances Webberly non riusciva a sopportare che la sorella minore fosse Lady Hillier. La cosa l'aveva trasformata da timida ma docile casalinga della media borghesia in un'arrampicatrice sociale della peggior specie. Si ostinava a organizzare cene, cocktail, terribili rinfreschi, che a malapena si potevano permettere, in onore di persone per cui non avevano alcun interesse ma che secondo Frances potevano essere utili all'ascesa sociale del marito. A queste iniziative mondane gli Hillier partecipavano immancabilmente, Laura per un senso di triste lealtà nei confronti di una sorella con cui non aveva più rapporti affettuosi e Hillier per proteggere il più possibile Webberly dai commenti crudeli che Frances spesso faceva in pubblico sulla carriera poco brillante del marito. L'incarnazione di Lady Macbeth, pensò Hillier con un brivido. «No, non è questo il punto», stava rispondendo Webberly. «È che pensavo di aver sistemato Nies e Kerridge anni fa. Mi preoccupa che sorga di nuovo l'occasione di un confronto tra i due.» Come era tipico di Malcolm assumersi la responsabilità delle manchevolezze altrui, pensò Hillier. «Rinfrescami la memoria sulla loro ultima lite», disse. «Si trattava di un fatto accaduto nello Yorkshire, vero? Zingari coinvolti in un omicidio?» Webberly annuì. «Nies comanda la polizia di Richmond.» Fece un greve sospiro, dimenticando per un momento di espirare il fumo del sigaro in direzione della finestra aperta. Hillier si sforzò di non tossire. Webberly allentò un po' la cravatta e con gesto distratto si toccò il colletto logoro della
camicia bianca. «Tre anni fa da quelle parti fu uccisa una vecchia zingara. Nies dirige un nucleo della squadra omicidi. I suoi uomini sono meticolosi, precisi all'eccesso. Condussero un'indagine e arrestarono il genero della vecchia. In apparenza si trattava di una disputa per il possesso di una collana di granati.» «Granati? Erano stati rubati?» Webberly scosse la testa e fece cadere la cenere del sigaro nel portacenere di latta sulla scrivania. Il gesto provocò lo spostamento di cenere di precedenti sigari che si sparse come polvere su carte e cartellette. «No. La collana gliel'aveva data Edmund Hanston Smith.» Hillier si sporse in avanti. «Hanston Smith?» «Sì, ti ricordi adesso, vero? Ma quel fatto avvenne in un secondo tempo. Per l'assassinio della vecchia era stato arrestato un uomo, Romaniv, mi pare fosse il suo nome, che aveva moglie. Venticinque anni e bella come solo quelle donne sanno essere: scura, pelle olivastra, aria esotica.» «Una bella tentazione per un uomo come Hanston Smith?» «Davvero. Lei riuscì a convincerlo che Romaniv era innocente. Ci vollero alcune settimane; Romaniv non era ancora comparso in Corte d'Assise. Persuase Hanston Smith che il caso doveva essere riaperto. Sosteneva che lei e il marito erano perseguitati soltanto perché zingari, e che Romaniv era stato con lei l'intera notte in questione.» «Immagino che con il suo fascino sia stata molto convincente.» Webberly fece una smorfia. Spense il sigaro nel portacenere e intrecciò le dita lentigginose sullo stomaco, riuscendo in tal modo a nascondere la macchia sul panciotto. «Secondo la successiva testimonianza del cameriere personale di Hanston Smith, la buona signora Romaniv non aveva nessuna difficoltà a tenere 'occupato' per un'intera notte anche un uomo di sessantadue anni. Ricorderai che Hanston Smith era un uomo di considerevole ricchezza e influenza politica. Non gli fu difficile convincere la polizia dello Yorkshire a interessarsi al caso. Allora Reuben Kerridge - è ancora capo della polizia dello Yorkshire nonostante tutto quello che è successo - ordinò che venissero riaperte le indagini in precedenza effettuate da Nies. E per giunta fece rilasciare Romaniv.» «Come reagì Nies?» «Kerridge era il suo superiore, dopotutto. Cosa poteva fare? Nies era livido di rabbia, ma rilasciò Romaniv e ordinò ai suoi uomini di mettersi di nuovo al lavoro.» «Il rilascio di Romaniv, se da una parte rese felice la moglie, mise fine
prematuramente alla gioia di Hanston Smith», commentò Hillier. «Be', certo, la signora Romaniv si sentì in dovere di ringraziare Hanston Smith nel modo cui lui era abituato. Passò la notte con lui un'ultima volta, esaurì le energie del poveraccio - se è giusta la versione che mi hanno riferito - e fece entrare Romaniv in casa.» Webberly alzò lo sguardo sentendo bussare alla porta. «Il resto è una storia raccapricciante. I due uccisero Hanston Smith, presero tutto ciò che erano in grado di portar via, raggiunsero Scarborough, e furono fuori del Paese prima dell'alba.» «E la reazione di Nies?» «Richiese le immediate dimissioni di Kerridge.» Di nuovo si sentì bussare. Webberly ignorò la cosa. «Non le ottenne, ma da allora non aspetta altro che l'occasione buona.» «E adesso abbiamo di nuovo a che fare con loro.» Bussarono una terza volta, con maggiore insistenza. Webberly fece entrare Bertie Edwards, il responsabile della sezione di medicina legale della polizia, che si avvicinò con aria sbrigativa, scribacchiando sul taccuino e parlandovi assieme allo stesso tempo. Il taccuino per Edwards era come la segretaria per qualsiasi altro uomo. «Forte contusione alla tempia destra», stava riferendo in tono allegro, «seguita dalla totale lacerazione della carotide. Nessun documento d'identità, niente denaro, e addosso soltanto gli indumenti intimi. È lo Squartatore della Ferrovia, di sicuro.» Finì la frase con uno svolazzo. Hillier osservò l'omino con profondo disgusto. «Cristo, questi appellativi da giornalaccio. Saremo perseguitati da Jack lo Squartatore fino alla fine dei nostri giorni.» «Questo è il cadavere della stazione di Waterloo?» domandò Webberly. Edwards guardò Hillier, il suo viso era un libro aperto su cui si poteva leggere l'esitazione a discutere sul fatto se fosse giusto o no dare appellativi a ignoti assassini in nome della pubblica informazione. Apparentemente scartò quell'ipotesi perché si asciugò la fronte con la manica del camice e si rivolse al suo diretto superiore. «Waterloo.» Annuì. «Vittima numero undici. Non abbiamo ancora finito con quella di Vauxhall. Entrambe presentano le caratteristiche delle vittime dello Squartatore che abbiamo visto finora. Vagabondi. Unghie rotte. Sporche, Capelli tagliati male. Anche pidocchi. Quella di King's Cross, l'unica che stona, è davvero un rebus dopo tutte queste settimane. Nessun documento d'identità. Non risulta tra le persone scomparse. Non ci capisco niente.» Si grattò la testa con la penna. «Vuole la foto della vittima della
stazione di Waterloo? L'ho portata.» Webberly indicò la parete su cui erano già appese le fotografie delle dodici vittime dei più recenti omicidi, tutte uccise allo stesso modo, tutte all'interno o nelle immediate vicinanze delle stazioni ferroviarie londinesi. Tredici omicidi in poco più di cinque settimane. I giornali chiedevano a gran voce un arresto. Come se la cosa gli fosse del tutto indifferente, Edwards si mise a fischiettare mentre rovistava sulla scrivania di Webberly alla ricerca di una puntina da disegno. Appuntò l'ultima vittima al muro. «Niente male.» Fece un passo indietro per ammirare il proprio lavoro. «Cucito proprio per bene.» «Gesù!» esclamò esasperato Hillier. «Lei è un amante dell'orrido! Almeno abbia la decenza di togliersi quel camice sporco, quando viene qui! Non ha proprio un po' di riguardo? Ci sono donne su questi piani!» Edwards aveva l'aria di chi ascolta con paziente attenzione, ma i suoi occhi non fissavano più il commissario, si erano invece soffermati sulle pieghe di grasso che traboccavano dal colletto e sulla folta chioma che Hillier amava definire leonina. Il patologo alzò le spalle, facendo un cenno d'intesa a Webberly. «Ha parlato il gentiluomo!» commentò prima di lasciare la stanza. «Licenzialo!» urlò Hillier quando la porta si chiuse alle spalle di Edwards. Webberly scoppiò a ridere. «Prenditi uno sherry, David», disse. «È nel mobiletto dietro di te. Non dovremmo essere qui di sabato.» Due sherry riuscirono a placare notevolmente l'irritazione di Hillier nei confronti del patologo. Era in piedi davanti alla parete su cui erano appuntate le fotografie delle vittime e le osservava con aria imbronciata. «È un vero ginepraio», commentò irritato. «Victoria, King's Cross, Waterloo, Liverpool, Blackfriars, Paddington. Che Dio lo fulmini, perché almeno non segue l'ordine alfabetico!» «I maniaci difettano spesso di organizzazione», rispose serafico Webberly. «Cinque vittime non hanno neanche un nome, perdio», si lamentò Hillier. «Le spoglia sempre dei documenti d'identità, del denaro e dei vestiti. Se non c'è una denuncia di persona scomparsa, cominciamo con le impronte digitali. Lo sai quanto tempo ci vuole con questo sistema, David. Stiamo facendo del nostro meglio.»
Hillier si voltò. La sola cosa che sapeva per certo era che Malcolm avrebbe sempre fatto del suo meglio e si sarebbe messo da parte al momento della premiazione. «Scusami. Stavo parlando a vanvera?» «Un po'.» «Come al solito. Allora questo nuovo confronto Nies-Kerridge? Di che si tratta?» Webberly guardò l'orologio. «Un altro assassinio nello Yorkshire oggetto di contesa, niente di più. Ci mandano qualcuno con tutti i dati. Un prete.» «Un prete? Cristo, che razza di caso è?» Webberly scrollò le spalle. «Forse è l'unica persona su cui si sono trovati d'accordo Nies e Kerridge perché ci portasse le informazioni.» «Perché?» «Pare abbia trovato il corpo.» 2 Hillier si avvicinò alla finestra. La luce del sole gli illuminò il volto, mettendone in risalto le rughe, segno di troppe notti di veglia, e la pelle rosacea e gonfia, indice di una passione eccessiva per il cibo e per il porto. «Perdio, questo non è regolare. Kerridge è per caso impazzito?» «Se è per questo, Nies lo dice in giro da anni.» «Inviare la prima persona che è arrivata sulla scena del delitto... e neanche un poliziotto! Ma che cos'ha in testa quell'uomo?» «Che un prete è l'unica persona di cui entrambi si possono fidare.» Webberly guardò di nuovo l'orologio. «Dovrebbe essere qui tra non molto, in effetti. Ecco perché ti ho chiesto di venire.» «Per sentire la storia di questo prete? Non è certo nel tuo stile.» Webberly scosse la testa lentamente. Era arrivato alla parte più complicata. «Non per sentire la storia. A dir la verità, per sentire il piano.» «Mi intriga.» Hillier si versò un altro sherry e fece il gesto di porgere la bottiglia all'amico, ma lui rifiutò. Allora ritornò al suo posto e accavallò le gambe, attento a non rovinare la piega perfetta dei pantaloni dall'impeccabile fattura. «Il piano?» incalzò. Webberly indicò un pacco di pratiche sulla scrivania. «Vorrei che se ne occupasse Lynley.» Hillier alzò un sopracciglio. «Lynley e Nies per assistere a un nuovo scontro? Non abbiamo avuto già abbastanza guai in quel settore, Malcolm?
Inoltre Lynley non è in servizio questo weekend.» «Si può rimediare.» Webberly esitò. Guardò l'altro. «Mi stai tenendo sulla corda, David», disse alla fine. Hillier fece un sorriso. «Perdonami. Volevo proprio vedere come avresti fatto a chiederlo.» «Accidenti a te», imprecò Webberly, senza acredine. «Mi conosci fin troppo bene.» «Diciamo che so che sei troppo onesto. Permettimi di darti un consiglio, Malcolm. Lascia Barbara Havers dove l'hai messa.» Webberly trasalì e finse di scacciare con la mano una mosca inesistente. «Mi rimorde la coscienza.» «Non fare lo sciocco. O, peggio ancora, il sentimentale. Barbara Havers si è rivelata incapace di andare d'accordo anche con un solo investigatore durante tutta la sua permanenza nella squadra omicidi. È tornata a lavorare in pattuglia in questi ultimi otto mesi e va benissimo così. Lasciala stare.» «Non l'ho messa alla prova con Lynley.» «Se è per questo, neanche con il principe di Galles! Non è compito tuo continuare a cambiare di posto i sergenti investigativi finché non trovano una piccola nicchia in cui possono invecchiare felici. Il tuo compito è di far portare a termine il lavoro. E nessun lavoro è stato portato a termine quando a occuparsene è stato il sergente Havers. Ammettilo!» «Credo che abbia imparato dall'esperienza.» «Imparato che cosa? Che essere una stronza aggressiva e ostinata non le serve a fare carriera?» Webberly lasciò che le parole di Hillier rimanessero per un po' sospese nell'aria. «Be'», disse poi, «è sempre stato questo il problema, vero?» Hillier riconobbe il suono della sconfitta nella voce dell'amico. Quello era davvero il problema: fare carriera. Dio, com'era stato sbadato. «Perdonami, Malcolm.» Finì in fretta lo sherry, gesto che gli permise di non guardare in faccia il cognato. «Tu ti meriti il mio posto. Lo sappiamo entrambi, vero?» «Non essere assurdo.» Ma Hillier si alzò in piedi. «Farò chiamare Havers.» Il sergente investigativo Barbara Havers chiuse con un colpo secco la porta dell'ufficio del commissario, passò impettita davanti alla sua segretaria e uscì nel corridoio. Era livida di rabbia. Dio! Dio, come osavano! Urtò un impiegato senza darsi la pena di fer-
marsi quando le cartellette che quello aveva in mano gli caddero e si sparsero a terra. Le calpestò come se niente fosse. Con chi pensavano di avere a che fare? Credevano che lei fosse così stupida da non capire la manovra? Accidenti a loro! Accidenti a loro! Strizzò gli occhi, dicendosi che non avrebbe versato una lacrima, che non avrebbe pianto, che non avrebbe reagito. La scritta SIGNORE le apparve come per miracolo e lei s'infilò nel locale. Non c'era nessuno. Ecco, era fresco lì. Faceva davvero così caldo nell'ufficio di Webberly? O era stata la sua indignazione? Armeggiò con la cravatta, allentò il nodo e si chinò sul lavandino. Un getto di acqua fredda schizzò dal rubinetto e le bagnò la gonna dell'uniforme e la camicetta bianca. Ci mancava solo quello. Si guardò allo specchio e scoppiò in lacrime. «Vacca», berciò contro se stessa con aria beffarda. «Stupida, brutta vacca!» Non era una donna facile alle lacrime, perciò quelle erano calde e amare, avevano un sapore strano e sembravano ancora più strane mentre le rigavano le gote, tracciando dei rivoletti sul volto banale, dai tratti schiacciati come quelli di un pugile. «Che bello spettacolo sei, Barbara», rimproverò alla sua immagine. «Sei davvero uno splendore!» Singhiozzando, si allontanò dal lavandino e appoggiò la testa alle fredde piastrelle del muro. A trent'anni, Barbara Havers era una donna poco attraente, ma sembrava anche che facesse di tutto per essere tale. I bei capelli, di un castano luminoso, avrebbero potuto avere un'acconciatura che si adattasse al suo viso. Invece erano tagliati in modo molto squadrato appena sotto le orecchie, come se per tagliarglieli le avessero messo in testa una scodella troppo piccola. Non usava trucco. Le sopracciglia troppo folte e non curate mettevano in risalto più la piccolezza degli occhi che l'intelligenza che questi esprimevano. La bocca sottile, mai ravvivata da un po' di colore, era sempre atteggiata in una smorfia di disapprovazione. Nell'insieme dava l'impressione di una donna tarchiata, solida e del tutto inavvicinabile. Così ti hanno affidato il ragazzo d'oro, pensò. Che fortuna per te, Barb! Dopo otto mesi insopportabili ti tolgono dal lavoro di pattuglia nelle strade «per darti un'altra possibilità»... e niente meno che con Lynley! «Non lo farò», borbottò, «non lo farò! Non lavorerò con quel damerino schifoso!» Si staccò dal muro e ritornò al lavandino. Questa volta aprendo il rubinetto fece attenzione, si sciacquò la faccia con acqua fredda per cancellare
i segni rivelatori delle lacrime. «Vorrei darle un'altra opportunità nella squadra omicidi», aveva detto Webberly. Stava giocherellando con un tagliacarte sulla scrivania, ma lei aveva notato le foto delle vittime dello Squartatore sulle pareti e il suo cuore aveva fatto un balzo. Occuparsi dello Squartatore! Oh, Dio, sì! Quando comincio? Sarò insieme con MacPherson? «E un caso un po' particolare che riguarda una ragazza dello Yorkshire.» Oh, allora non è lo Squartatore. Ma, lo stesso, si tratta di un caso. Una ragazza, dice? Certo che posso essere d'aiuto. Allora lavorerò con Stewart? È uno pratico dello Yorkshire. Lavoreremmo bene insieme. Lo so. «In effetti, sto aspettando di ricevere delle informazioni nel giro di un'ora. Avrò bisogno di lei qui, cioè, se è interessata.» Se sono interessata! In tre quarti d'ora faccio in tempo a cambiarmi. A mangiare un boccone. A tornare qui. Poi prendere un treno per York a tarda sera. Ci incontreremo là? Devo procurarmi una macchina? «Però, prima, deve fare una scappatina a Chelsea.» La conversazione si era interrotta bruscamente. «A Chelsea, signore?» Che diavolo c'entrava Chelsea? «Sì», aveva detto Webberly con indifferenza, lasciando cadere il tagliacarte in mezzo al caos della scrivania. «Lei lavorerà con l'ispettore Lynley e purtroppo dobbiamo andare a prelevarlo al matrimonio di St. James, a Chelsea.» Aveva guardato l'orologio. «Il matrimonio era previsto per le undici. Adesso sarà in corso il ricevimento. Abbiamo cercato di raggiungerlo telefonicamente, ma a quanto pare il ricevitore è staccato.» Lui aveva alzato lo sguardo in tempo per notare lo stupore sul volto della donna. «Qualcosa non va, sergente?» «L'ispettore Lynley?» Allora aveva capito di colpo il motivo per cui avevano bisogno di lei, perché nessun altro sarebbe andato bene. «Sì, Lynley. Qualche problema?» «No, nessun problema.» E poi, come soprappensiero: «Signore». Con occhi scaltri Webberly aveva valutato la risposta di lei. «Bene. Sono lieto che sia così. Può imparare molto, lavorando con Lynley.» L'aveva osservata ancora, studiandone la reazione. «Cerchi di tornare il più in fretta possibile.» Aveva rivolto la sua attenzione alle pratiche sulla scrivania. Era il segnale del congedo. Barbara si guardò allo specchio e frugò in tasca alla ricerca del pettine. Lynley. Si passò con rabbia quell'oggetto di plastica tra i capelli, tirando senza pietà, graffiandosi la cute, felice della sofferenza che provava.
Lynley! Era fin troppo chiaro il motivo per cui l'avevano tolta dal servizio di pattuglia. Volevano che fosse Lynley a occuparsi del caso. Ma avevano anche bisogno di una donna. E tutti in Victoria Street sapevano che non esisteva donna della squadra investigativa che fosse al sicuro vicino a Lynley. Si era fatto strada nel dipartimento e nella divisione passando da un letto all'altro, lasciandosi alle spalle una schiera di donne abbandonate. Aveva la reputazione di un cavallo da corsa messo a riposo per fare lo stallone e, a quanto si diceva, ne aveva anche la resistenza. Con irritazione, si rimise in tasca il pettine. Allora, che cosa si prova, chiese alla sua immagine riflessa nello specchio, a essere la fortunata che non ha niente da temere per la propria virtù in presenza dell'onnipotente Lynley? Niente mani fuori posto quando Barbara è in macchina! Niente cenette intime per «rivedere i nostri appunti». Nessun invito in Cornovaglia per «valutare il caso». Niente paura, Barb. Non ci sono dubbi che sei al sicuro con Lynley. Nei cinque anni in cui avevano lavorato nella stessa divisione, lei era certa che quell'uomo aveva perfino evitato di pronunciare il suo nome, figurarsi un repellente contatto anche di un solo secondo, come se un semplice diploma e un accento da classe operaia fossero malattie sociali che avrebbero potuto infettarlo, se non fòsse stato scrupolosamente attento a tenersene lontano. Uscì dalla stanza e si diresse con passo deciso verso l'ascensore. C'era qualcuno in tutta New Scotland Yard che lei odiasse più di Lynley? Quell'uomo era un sorprendente concentrato di tutto ciò che lei detestava profondamente: studi a Eton, laurea in storia con il massimo dei voti a Oxford, un accento da scuola di dizione e un albero genealogico che affondava le radici appena poco prima della battaglia di Hastings. Alta borghesia. Intelligente. E così affascinante che lei non riusciva a capire perché i criminali della città non si arrendessero soltanto per fargli piacere. Giustificava il suo lavoro a Scotland Yard con una motivazione che lei considerava una battuta, una sorta di favola cui non aveva creduto nemmeno per un momento. Voleva rendersi utile, dare un contributo. Preferiva farsi una posizione a Londra piuttosto che vivere nella sua tenuta di campagna. Da sganasciarsi dal ridere! L'ascensore si aprì e lei schiacciò con forza il bottone del garage. E la carriera di Lynley non era forse stata facile e priva di ostacoli, favorita in tutto e per tutto dai soldi di famiglia? Era arrivato all'attuale posizione grazie al denaro e sarebbe diventato un alto funzionario in un batter d'occhio. Ereditare quel prezioso titolo non aveva nuociuto minimamente alle sue
possibilità di successo. Era passato dal grado di sergente a quello di ispettore in tempo record. Tutti sapevano perché. Si diresse verso la macchina, una Mini arrugginita parcheggiata nell'angolo più lontano del garage. Com'era bello essere ricchi, titolati, come Lynley, lavorare solo per hobby e poi tornare a casa con calma, nella residenza londinese di Belgravia, o meglio ancora prendere l'aereo e andare nella tenuta in Cornovaglia. Con maggiordomi e cameriere, cuochi e valletti. Ma pensaci, Barb: immaginati alla presenza di un tale personaggio. Che cosa farai? Ti verrà uno svenimento o prima vomiterai? Buttò la borsetta sul sedile posteriore della Mini, sbatté la portiera e avviò la macchina con uno scoppiettio e un rombo. Le ruote stridettero sul selciato mentre imboccava la rampa di uscita, fece un cenno del capo al poliziotto di guardia nel gabbiotto e si diresse verso la strada. Dato il traffico scarso del weekend, da Victoria Street raggiunse l'Embankment in pochi minuti e, una volta là, la dolce brezza del pomeriggio autunnale attenuò la sua irritazione, le calmò i nervi e la portò a dimenticare l'indignazione. Fu un tragitto piacevole, davvero, quello fino alla casa di St. James. A Barbara piaceva Simon Allcourt St. James, le era piaciuto fin dalla prima volta che l'aveva visto dieci anni prima, quando lei era una nervosa poliziotta di vent'anni in periodo di prova, sin troppo consapevole di essere una donna in una roccaforte maschile. Una roccaforte maschile in cui le donne poliziotto venivano ancora chiamate «bambole», dopo qualche bicchiere di troppo. E lei aveva ricevuto appellativi peggiori di quello; lo sapeva. Al diavolo tutti. Per loro qualsiasi donna che aspirasse al corpo investigativo era una squilibrata in buona fede e la facevano sentire tale. Ma per St. James, due anni più vecchio di lei, era stata una collega come gli altri, perfino un'amica. St. James era adesso un esperto legale che lavorava in proprio, ma aveva iniziato la sua carriera a Scotland Yard. A ventiquattro anni era il migliore degli uomini della Scientifica, sveglio, osservatore, intuitivo. Avrebbe potuto scegliere qualsiasi ramo: investigativo, medico, amministrativo. Ma tutto era finito una notte di otto anni prima, durante un giro in macchina con Lynley, una folle gincana sulle vie di campagna del Surrey. Erano entrambi ubriachi; St. James era sempre stato pronto ad ammettere la cosa. Ma tutti sapevano che quella notte c'era Lynley al volante, che era stato Lynley a perdere il controllo dell'auto in una curva, Lynley che se l'era ca-
vata senza un graffio mentre il suo amico d'infanzia, St. James, ne era uscito storpio. E pur potendo continuare la carriera a Scotland Yard, St. James si era invece ritirato nella casa di famiglia di Chelsea, dove nei quattro anni successivi aveva condotto una vita da recluso. Merito del vecchio Lynley, pensò con acredine. Non riusciva a capire come St. James fosse riuscito a mantenere l'amicizia con quell'uomo. Eppure l'aveva fatto e qualcosa d'inspiegabile, per qualche oscuro motivo, aveva cementato il loro legame quasi cinque anni prima e St. James era tornato a occuparsi della sua attività precedente. Anche questo merito di Lynley, pensò con riluttanza. Parcheggiò la Mini in uno spazio libero in Lawrence Street e s'incamminò lungo Lordship Place verso Cheyne Row. Non lontano dal fiume c'era una zona della città dove gli edifici in mattoni scuri erano decorati con elaborati stucchi bianchi e le strutture in ferro battuto delle finestre e dei balconi ridipinte di nero. Per non modificare l'aspetto di villaggio della vecchia Chelsea, le strade erano strette e chiuse a volta dall'intreccio di foglie e rami degli alti olmi e platani che le fiancheggiavano. La casa di St. James era sull'angolo della strada e, passando accanto all'alto muro di mattoni che delimitava il giardino, Barbara sentì i suoni della festa. Una voce invitava a un brindisi. Agli applausi seguirono grida di entusiasmo. La porta di quercia incassata nel muro era chiusa, ma non importava. Vestita com'era, non voleva apparire sul luogo dei festeggiamenti come se dovesse fare un arresto. Girò l'angolo e trovò la porta principale dell'edificio aperta ai raggi del sole del tardo pomeriggio. Dall'interno giungevano scrosci di risate, tintinnare di argenti e porcellane, schioccare di tappi di champagne e, da qualche parte del giardino, la musica di violini e flauti. C'erano fiori dappertutto, anche sulla scalinata d'ingresso, sulle cui balaustre erano intrecciate rose bianche e rosa che emanavano un profumo inebriante. Anche sulle balconate dei piani superiori c'erano vasi di convolvoli che ricadevano a grappoli oltre il parapetto in una festa di colori. Barbara tirò un respiro e salì i gradini. Sarebbe stato inutile bussare perché, anche se molti ospiti che erano vicino alla porta le lanciavano occhiate incuriosite mentre lei esitava a entrare con la sua goffa uniforme, questi poi si allontanavano verso il giardino senza rivolgerle la parola, e divenne presto chiaro che, se voleva trovare Lynley, avrebbe dovuto introdursi nel ricevimento. Al pensiero si sentì male. Era sul punto di tornarsene vigliaccamente alla macchina per prendere
un vecchio impermeabile che le avrebbe almeno coperto gli abiti - troppo attillati sui fianchi, la stoffa tirava anche sulle spalle e sul collo -, quando la sua attenzione fu attratta dal suono di passi e risa provenienti dalla scalinata dell'atrio. Una donna stava scendendo i gradini e nel contempo si rivolgeva a qualcuno che era rimasto al piano di sopra. «Andiamo solo noi due. Devi venire anche tu, così faremo una bella compagnia, Sid.» La donna si voltò, vide Barbara, si fermò dov'era, tenendo una mano sulla balaustra. Sembrava quasi si fosse messa in posa: era il tipo di donna che sarebbe riuscita a far passare qualche metro di seta acconciato in qualche maniera per l'ultimo grido in fatto di alta moda. Non era particolarmente alta, ma molto snella, una cascata di capelli castano chiaro le incorniciava un volto dall'ovale perfetto. Per il numero di volte che era stata a prendere Lynley a Scotland Yard, Barbara la riconobbe subito. Era l'amante di Lynley e l'assistente di laboratorio di St. James, Lady Helen Clyde. Lady Helen discese fino in fondo le scale e si avvicinò alla porta. Così sicura, notò Barbara, così padrona di sé. «Ho l'orribile sospetto che lei sia venuta per Tommy», disse subito porgendo la mano. «Salve. Sono Helen Clyde.» Barbara si presentò, sorpresa dalla stretta decisa della donna. Aveva le mani sottili, molto fredde. «Lo vogliono a Scotland Yard.» «Poverino. Che cosa triste. Davvero ingiusta.» Lady Helen parlò più con se stessa che con l'altra donna, perché d'un tratto fece un sorriso di scusa a Barbara. «Ma non è colpa sua, vero? Venga, è da questa parte.» Senza attendere una risposta, si diresse attraverso il corridoio verso la porta del giardino, non lasciando a Barbara altra scelta che seguirla. Tuttavia, non appena vide quella serie di tavoli ricoperti di tovaglie di lino attorno ai quali gli ospiti vestiti con eleganza impeccabile ridevano e chiacchieravano, Barbara si affrettò a ritirarsi nell'ingresso poco illuminato. Si portò la mano al collo. Lady Helen si fermò con uno sguardo pensoso. «Vuole che vada io a cercare Tommy?» propose con un altro rapido sorriso. «C'è una gran confusione là fuori, vero?» «Grazie», replicò Barbara rigidamente e la osservò mentre attraversava il prato in direzione di un gruppo di persone che stavano conversando amabilmente, tra le quali spiccava un uomo alto che aveva l'aria di portare il tight come se ci fosse nato dentro. Lady Helen gli toccò il braccio e disse poche parole. L'uomo si voltò verso la casa mostrando il viso che aveva un'innegabile impronta aristocra-
tica. Era un volto da scultura greca, un'immagine senza tempo. Si scostò i capelli biondi dalla fronte, posò la coppa di champagne su un tavolo vicino e, dopo aver scambiato una battuta con uno degli amici, si diresse verso la casa con Lady Helen al fianco. Al sicuro nell'ombra, Barbara osservò Lynley avvicinarsi. I suoi movimenti erano aggraziati, morbidi come quelli di un gatto. Era l'uomo più bello che avesse mai visto. Lo odiava. «Sergente Havers.» Lui fece un cenno di saluto quando la raggiunsero. «Non sono in servizio questo weekend.» Barbara capì subito che cosa intendesse con quelle parole: Lei mi sta disturbando, Havers. «Mi ha mandato Webberly, signore. Gli telefoni, se vuole.» Non lo guardò dritto negli occhi mentre gli rispondeva, ma fissò un punto indefinito al di sopra della sua spalla. «Ma di sicuro sa che oggi c'è il matrimonio, Tommy», protestò debolmente Lady Helen. Lynley sibilò irritato: «Ma certo che lo sa, dannazione». Guardò verso il prato e poi di scatto verso Barbara. «Si tratta del caso dello Squartatore? Mi avevano detto che John Stewart avrebbe lavorato con MacPherson.» «È un affare successo al nord, per quanto ne so. C'è in ballo una ragazza.» Barbara immaginava che quell'informazione gli avrebbe fatto piacere. Un po' di pepe nella faccenda, proprio come piaceva a lui: la ciliegina sulla torta. Attese che le chiedesse i particolari che senza dubbio considerava di primaria importanza: età, stato civile e misure della damigella la cui sofferenza era prontissimo ad alleviare. Strinse gli occhi. «Al nord?» Lady Helen fece una risata di rincrescimento. «Be', sono andati all'aria i nostri piani di andare a ballare stasera, caro Tommy, e stavo giusto per convincere Sidney a venire con noi.» «Immagino sia inevitabile», replicò Lynley, ma si spostò bruscamente dall'ombra alla luce e Barbara vide dalla rigidità del movimento e dallo sforzo di soffocare la reazione del suo volto quanto fosse seccato. Doveva essersene accorta anche Lady Helen perché riprese a parlare in tono allegro. «Certo, io e Sid potremmo anche andare a ballare da sole. Visto che è di moda il tipo androgino, una di noi potrebbe benissimo essere scambiata per un uomo, indipendentemente da come è vestita. Altrimenti c'è Jeffrey Cusick. Potremmo telefonargli.» Doveva essere un gioco allusivo tra loro due e ottenne l'effetto desiderato perché Lynley si lasciò andare a un sorriso, seguito poi da una risatina subito controllata.
«Cusick? Mio Dio, siamo veramente alla disperazione.» «Oh, ridi pure», rispose Lady Helen ridendo a sua volta, «ma ci ha accompagnate al Royal Ascot quando eri troppo impegnato sulla scena di un certo sanguinoso assassinio alla stazione di St. Pancras. Quelli di Cambridge, vedi, hanno un mare di buone qualità.» Lynley scoppiò in una sonora risata. «Tra cui la tendenza a sembrare dei pinguini quando indossano lo smoking.» «Sei un mostro!» Lady Helen rivolse la sua attenzione a Barbara. «Posso almeno offrirle un po' di squisita insalata di granchio prima che lei trascini Tommy con sé? A Scotland Yard anni fa mi propinarono un orribile sandwich all'uovo; se la quaKtà del cibo nel frattempo non è migliorata, questa potrebbe essere la sua ultima occasione per mangiare bene, oggi.» Barbara guardò l'orologio. Avvertì in Lynley una sottile vena di nervosismo e sapeva bene che avrebbe voluto che lei accettasse l'invito per poter passare ancora qualche minuto con i suoi amici prima di essere richiamato al dovere. Non aveva la minima intenzione di accontentarlo. «C'è una riunione tra venti minuti, mi dispiace.» Lady Helen fece un sospiro. «Be', non c'è proprio il tempo di renderle l'onore che si merita. Devo aspettarti, Tommy, o devo chiamare Jeffrey?» «Non farlo. Tuo padre non ti perdonerebbe mai se tu mettessi il tuo futuro nelle mani di Cambridge.» Lei sorrise. «Molto bene. Se te ne vai, allora, vado a chiamare gli sposi, così li saluti.» Il volto di Lynley cambiò improvvisamente espressione. «No, Helen. Io... fa' loro le scuse da parte mia.» Si scambiarono un'occhiata più significativa delle parole. «Devi salutarli, Tommy», mormorò Lady Helen. Ci fu un altro silenzio, la ricerca di una soluzione di compromesso. «Dirò loro che li aspetti nello studio.» Si allontanò in fretta senza dare a Lynley la possibilità di replicare. Lui borbottò qualcosa d'incomprensibile e con lo sguardo seguì la donna mentre scompariva tra la folla. «Ha portato la macchina?» chiese d'improvviso a Barbara e si diresse verso l'ingresso, allontanandosi dal centro dei festeggiamenti. Sconcertata, gli andò dietro. «La mia Mini. Non è vestito proprio in sintonia con la sua bellezza.» «Mi adatterò, ne sono certo. Come un camaleonte. Di che colore è?» Rimase sorpresa dalla domanda, un malcelato tentativo di intavolare una conversazione mentre raggiungevano la parte anteriore della casa. «Ruggi-
ne, direi.» «Il mio colore preferito.» Le tenne aperta una porta e la fece entrare in una stanza buia. «Aspetterò in macchina, signore. L'ho lasciata...» «Resti qui, sergente.» Era un ordine. Con riluttanza lo precedette. Le tende erano tirate; l'unica luce proveniva dalla porta che avevano aperto. Ma Barbara notò che era la stanza di un uomo, le pareti avevano un rivestimento in legno di quercia, ed erano piene di scaffali di libri, i mobili vecchi ma in buono stato, e un'aria che odorava piacevolmente di cuoio vecchio e di scotch. Lynley si avvicinò con fare assente a un muro che era ricoperto di fotografie in cornice e rimase lì in silenzio a contemplare un ritratto che si trovava al centro. La fotografia era stata scattata in un cimitero, e l'uomo ritratto nell'immagine era chino sull'iscrizione di una pietra tombale i cui caratteri erano stati ormai cancellati dal tempo. L'orchestrazione della foto era tale da attirare lo sguardo dell'osservatore non sul goffo apparecchio applicato alla gamba dell'uomo che ne alterava il portamento, ma sull'espressione di vivo interesse dipinta sul suo volto scarno. Osservando l'immagine, Lynley sembrava essersi dimenticato della presenza di lei. Il momento era buono come un altro per comunicargli la notizia, concluse Barbara. «Non faccio più il lavoro di pattuglia», gli annunciò in tono neutro. «Ecco perché sono qui, se mai se lo stesse chiedendo.» Lui si voltò lentamente verso Barbara. «Di nuovo nella squadra investigativa?» le chiese. «Buon per lei, Barbara.» «Ma non per lei.» «Che intende dire?» «Be', visto che non l'ha fatto Webberly, qualcuno glielo deve dire. Congratulazioni: lei lavorerà con me.» Attese di leggere la sorpresa sul suo viso. Quando fu evidente che non sarebbe successo niente, continuò. «Certo, è molto imbarazzante che io sia stata assegnata a lei; non creda che non lo sappia. Non riesco a immaginare che cosa voglia Webberly.» Parlava a scatti, senza quasi sentire le proprie parole, non sapendo se anticipare o provocare l'inevitabile reazione di lui: la furiosa esplosione d'ira, il gesto in direzione del telefono per chiedere spiegazioni o, peggio ancora, la glaciale cortesia che sarebbe durata fin quando avesse potuto avere un colloquio a porte chiuse con il commissario. «Posso solo pensare che non ci sia nessun altro disponibile ò che io abbia qualche talento nascosto di cui soltanto
Webberly è a conoscenza. O forse è uno scherzo.» Si mise a ridere, un po' troppo forte. «O forse lei è la persona più qualificata per il lavoro», concluse Lynley. «Che cosa sa del caso?» «Io... niente. Solo che...» «Tommy?» Si voltarono di scatto al suono della voce, quell'unica parola pronunciata d'un fiato. Sulla soglia c'era la sposa, un mazzetto di fiori in mano e gli altri infilati nella cascata di capelli color rame che le ricadeva sulle spalle e sulla schiena. Illuminata dalla luce del corridoio, nel suo abito color avorio sembrava come circondata da una nuvola, una creatura tizianesca divenuta realtà. «Helen mi ha detto che te ne stai andando...?» Lynley pareva non avesse nulla da dire. Si toccò le tasche, tirò fuori un portasigarette d'oro, lo aprì, e poi lo chiuse di scatto con un senso di fastidio. Durante quest'operazione la sposa lo osservava e le tremavano i fiori in mano. «È Scotland Yard, Deb», Lynley si decise infine a rispondere. «Devo andare.» Lo guardò senza parlare, giocherellando con un ciondolo che aveva al collo. Solo quando i loro occhi s'incontrarono, lei rispose. «Che peccato. Non è un'emergenza, spero. Simon mi ha detto ieri sera che potresti essere assegnato di nuovo al caso dello Squartatore.» «No. Solo una riunione.» «Ah.» Sembrava che stesse per aggiungere qualcosa, e in effetti lo fece, rivolgendosi però a Barbara con un sorriso cordiale: «Sono Deborah St. James». Lynley si strofinò la fronte. «Dio, mi dispiace.» In tono meccanico completò le presentazioni. «Dov'è Simon?» «Era proprio dietro di me, ma penso che papà l'abbia bloccato. Ha un sacro terrore di lasciarci andare per conto nostro. È convinto che non saprò occuparmi di Simon.» Scoppiò in una risata argentina. «Forse avrei dovuto considerare i problemi che sarebbero derivati dal fatto di sposare un uomo di cui mio padre va pazzo. 'Gli elettrodi', continua a ripetermi. 'Non devi dimenticare di occuparti della sua gamba ogni mattina.' Credo me l'abbia detto dieci volte, oggi.» «Immagino che sia il massimo che sei riuscita a fare per impedirgli di venire con voi in luna di miele.» «Be', certo, non sono stati divisi per più di un giorno da quando...» Si bloccò di colpo, imbarazzata. I loro sguardi s'incontrarono. Lei si morse il
labbro e arrossì violentemente. Tra loro cadde un silenzio teso, del tipo in cui la comunicazione viene affidata al linguaggio del corpo e alla tensione nell'aria. Alla fine - per fortuna, pensò Barbara - il silenzio venne rotto dal suono di passi lenti e irregolari nel corridoio, segno penosamente inequivocabile dell'arrivo del marito di Deborah. «Vedo che sei venuta a catturare Tommy.» St. James si fermò sulla soglia, ma continuò a parlare con calma, com'era sua abitudine, per distogliere l'attenzione dalla sua infermità e mettere gli altri a proprio agio. «Questo è uno strano ribaltamento della tradizione, Barbara. Un tempo erano le spose a essere rapite, non il testimone dello sposo.» Se Lynley poteva essere paragonato ad Apollo, St. James doveva esserlo a Efesto, pensò Barbara. A parte gli occhi azzurro cielo e le mani, sensibili strumenti di un artista, Simon Allcourt St. James era decisamente brutto. I capelli erano scuri, ricci in modo ribelle, e con un taglio che non contribuiva certo a tenerli in ordine; i lineamenti, spigolosi, erano duri quando assumeva un'espressione serena e torvi quando era arrabbiato, ma, se addolciti da un sorriso, lasciavano trasparire grande bontà d'animo. Era esile come un adolescente, ma non altrettanto vigoroso, un uomo che aveva conosciuto troppo dolore e sofferenza in età troppo giovane. Barbara sorrise quando si unì a loro, il primo autentico sorriso di quel pomeriggio. «Ma anche i testimoni dello sposo di solito non vengono rapiti per essere portati a New Scotland Yard. Come stai, Simon?» «Bene. O almeno così continua a ripetermi mio suocero. E dice anche che sono fortunato. Pare che abbia previsto tutto dall'inizio. L'ha saputo direttamente il giorno della sua nascita. Ti hanno presentato Deborah?» «Solo da pochi minuti.» «E non possiamo trattenerti più a lungo?» «Webberly ha convocato una riunione», s'intromise Lynley. «Sai com'è.» «Eccome. Allora non ti chiederemo di restare. Ce ne andremo anche noi tra poco. Helen ha l'indirizzo, se dovesse succedere qualcosa.» «Non pensarci...» Lynley s'interruppe come se non sapesse che cosa fare. «Le mie più sincere congratulazioni, St. James», disse alla fine. «Grazie», rispose l'altro. Fece un cenno a Barbara, diede un rapido colpetto alla spalla della sposa e uscì dalla stanza. Che strano, pensò Barbara. Non si sono neanche stretti la mano. «Andrai a Scotland Yard vestito così?» chiese Deborah.
Si guardò gli abiti con aria desolata. «Farei qualsiasi cosa pur di mantenere la mia reputazione di playboy.» Entrambi scoppiarono a ridere. Per un momento tra loro si stabilì un contatto che svanì in fretta. Seguì un altro silenzio. «Bene», esordì Lynley. «Avevo preparato un discorso», disse rapidamente Deborah, abbassando lo sguardo verso i fiori. Le tremarono di nuovo in mano e una pioggia di petali cadde a terra. Lei sollevò la testa. «Qualcosa... il tipo di cose che potrebbe dire Helen. Un discorso sulla mia infanzia, su papà, su questa casa. Non alla mia altezza. Un'incapace senza speranza.» Abbassò ancora lo sguardo e vide che era entrato nello studio un piccolissimo bassotto che teneva in bocca una borsetta di lustrini. Il cane posò la borsetta ai piedi di Deborah, convinto di essersi meritato un premio. Dimenava la coda tutto felice. «Oh, no! Pesca!» Ridendo, Deborah si chinò per raccogliere l'oggetto sottratto, ma quando si raddrizzò i suoi occhi verdi erano pieni di lacrime. «Grazie, Tommy. Di tutto. Davvero. Di tutto.» «Tanti auguri, Deb», le rispose con disinvoltura. Si avvicinò a lei, la strinse per un attimo a sé e le sfiorò i capelli con un bacio. E a Barbara, mentre stava a guardare, venne in mente che per qualche motivo St. James li aveva lasciati soli proprio perché Lynley potesse fare quel gesto. 3 Il corpo era privo di testa. Quell'unico e macabro dettaglio era il solo elemento rilevante delle foto che i tre poliziotti della squadra investigativa, riuniti attorno al tavolo rotondo di Scotland Yard, si stavano passando. Padre Hart guardava nervoso ora l'uno ora l'altro, e intanto sgranava il minuscolo rosario d'argento che aveva in tasca. Era stato benedetto da Pio XII nel 1952. Non era stata un'udienza privata, ovviamente. Impossibile sperarci. Ma certo quella mano tremante, pervasa da un'aura di immanenza divina, che faceva il segno della croce verso duemila pellegrini reverenti, aveva un potere indefinibile. Con gli occhi chiusi aveva sollevato il rosario sopra la testa come per rendere più efficace la benedizione del papa. Aveva già iniziato la terza decade dei misteri dolorosi quando l'uomo alto e biondo intervenne. «'Che colpo è stato inferto'», mormorò, e padre Hart guardò dalla sua parte.
Era un poliziotto? Il prete non riusciva a capire perché l'uomo fosse vestito in modo così elegante, ma adesso, sentendo le parole, lo fissò con aria speranzosa. «Ah, Shakespeare. Sì. Proprio così.» L'uomo robusto con quel terribile sigaro lo osservò con sguardo inespressivo. Padre Hart si schiarì la gola e gli altri continuarono a esaminare le fotografie. Era con loro da quasi un quarto d'ora e in quell'arco di tempo quasi non si erano scambiati parola. L'uomo più anziano si era acceso un sigaro, la donna era stata due volte sul punto di dire qualcosa, ma non l'aveva fatto, e nient'altro aveva interrotto il silenzio prima di quel verso di Shakespeare. La donna tamburellava nervosamente con le dita sul tavolo. Almeno lei aveva l'aspetto della poliziotta. Padre Hart lo capiva dall'uniforme che indossava. Ma aveva un'aria sgradevole con quegli occhi piccoli e sfuggenti e la bocca minuscola e cattiva. Non sarebbe mai andata bene. Non gli poteva essere utile. Né poteva esserlo a Roberta. Cosa avrebbe dovuto dire? Continuavano a passarsi le fotografie. Padre Hart non aveva bisogno di vederle. Sapeva fin troppo bene che cosa ritraevano. Era arrivato là per primo e gli era rimasto tutto indelebilmente impresso nella memoria. William Teys disteso su un fianco - per tutto il suo metro e novanta - in una posizione spaventosa, quasi fetale, il braccio destro allungato come per prendere qualcosa, il braccio sinistro piegato sullo stomaco, le ginocchia rannicchiate contro il petto, e dove c'era stata la testa... assolutamente nulla. Come Cloten in persona. Ma non c'era stata nessuna Imogene a svegliarsi inorridita al suo fianco, come nel Cimbelino di Shakespeare. Solo Roberta. E quelle spaventose parole: «Sono stata io. Non me ne pento». La testa era rotolata in un mucchio di fieno sporco in un angolo della stalla. E quando l'aveva vista... Oh, Dio, nella cavità brillavano gli occhi furtivi di un topo di granaio - piccolo certo -, ma il muso grigio e tremolante era imbrattato di sangue e le zampette scavavano! Padre nostro, che sei nei Cieli... Padre nostro, che sei nei Cieli... Oh, c'era dell'altro, c'era dell'altro, e non riesco a ricordare, adesso! «Padre Hart.» L'uomo biondo in tight si era tolto gli occhiali e dalla tasca aveva tirato fuori un portasigarette d'oro. «Fuma?» «Io... sì, grazie.» Il prete fece un gesto rapido perché non voleva che gli altri si accorgessero del tremolio delle sue mani. L'uomo offrì il portasigarette alla donna che rifiutò con un cenno deciso del capo. Comparve un accendino d'argento. In tutto fu questione di pochi secondi, ma gli bastarono per raccogliere i pensieri sconnessi. L'uomo biondo si rilassò sulla sedia e si mise a studiare una lunga serie
di fotografìe appese a una parete dell'ufficio. «Perché andò alla fattoria quel giorno, padre Hart?» chiese con aria pacata, muovendo lo sguardo da una foto all'altra. Padre Hart si guardò intorno con la tipica espressione da miope. Quelle erano le foto degli indiziati? si chiedeva speranzoso. Scotland Yard era già sulle tracce di quella malefica bestia? Non era in grado di dirlo, non era neanche certo, da quella distanza, che si trattasse di foto di persone. «Era domenica», rispose come se la cosa spiegasse tutto. L'uomo biondo si voltò. I suoi occhi erano di un marrone accattivante. «Era solito recarsi alla fattoria dei Teys la domenica? A pranzo o altro?» «Oh... io... mi scusi, pensavo che il rapporto, sa...» Così non andava bene. Padre Hart aspirò avidamente dalla sigaretta. Si guardò le dita. Erano tutte macchiate di nicotina. Non c'era da meravigliarsi che gliene avessero offerta una. Non avrebbe dovuto dimenticare le sue, avrebbe dovuto comprarne un pacchetto alla stazione di King's Cross. Ma aveva tante altre cose cui pensare... Tirò alcune boccate nervose di fumo. «Padre Hart?» fece l'uomo più anziano. Era evidentemente il superiore del biondo. Erano state fatte le presentazioni, ma stupidamente aveva dimenticato i nomi. Si ricordava quello della donna: Havers. Sergente, dai gradi sull'uniforme. Gli altri due gli erano sfuggiti. Guardò i loro volti seri con crescente panico. «Mi scusi. Ha chiesto...?» «Andava alla fattoria dei Teys tutte le domeniche?» Padre Hart fece un grosso sforzo per pensare in modo chiaro, in ordine cronologico e in maniera sistematica, per una volta. Cercò il rosario nella tasca. La croce premette contro il suo pollice. Sentiva il corpicino inchiodato nell'agonia. Oh, Signore, morire in quel modo. «No», rispose d'un fiato. «William è... era il nostro primo cantore. Era un fantastico basso profondo. Sapeva far vibrare la chiesa con la sua voce e io...» Padre Hart fece un respiro agitato per riprendere il filo. «Non era venuto a messa quella mattina, e neppure Roberta. Ero preoccupato. I Teys non mancavano mai alla messa. Così sono andato alla fattoria.» L'uomo col sigaro lo guardava di sottecchi attraverso il fumo acre. «Fa questo per tutti i suoi parrocchiani? Li deve tenere ben in riga, allora.» Padre Hart aveva fumato la sigaretta fino al filtro. Non gli rimaneva che spegnerla. L'uomo biondo fece la stessa cosa anche se ne aveva fumata solo metà. Tirò fuori il portasigarette e ne offrì un'altra. Fece di nuovo la sua comparsa l'accendino; la sigaretta si accese, produsse il fumo che gli scese
bruciando in gola, gli distese i nervi, gli intorpidì i polmoni. «Be', soprattutto perché Olivia era preoccupata.» Un'occhiata al rapporto. «Olivia Odell?» Padre Hart annuì ansioso. «Lei e William Teys, vede, si erano appena fidanzati. L'annuncio doveva essere fatto durante un piccolo ricevimento nel pomeriggio. Gli aveva telefonato parecchie volte dopo la messa, ma non aveva avuto risposta. Allora venne da me.» «Perché non andò lei stessa?» «Avrebbe voluto, certo. Ma c'era la storia di Bridie e dell'anatra. Si era persa, la solita crisi in famiglia, e non si poteva tranquillizzarla finché non fosse stato ritrovato l'animale.» Gli altri tre si guardarono a vicenda incuriositi. Il prete arrossì. Sembrava tutto così assurdo! Continuò. «Dunque, Bridie è la bambina di Olivia. Ha un'anatra domestica. Be', non proprio domestica, non nel vero senso della parola.» In che modo poteva spiegare loro questa cosa, e tutte le stranezze della vita di paese? L'uomo biondo parlò, con gentilezza. «Così, mentre Olivia e Bridie cercavano l'anatra, lei andò alia fattoria.» «Proprio così. Grazie», sorrise grato padre Hart. «Ci dica che cosa è successo quando è arrivato.» «Andai prima alla casa, ma non c'era nessuno. La porta non era chiusa a chiave e ricordo che trovai strana la cosa. William sprangava sempre tutto, se usciva. Era proprio fissato. Insisteva che facessi lo stesso con la chiesa quando non c'ero. Anche quando il coro provava il mercoledì, non se ne andava mai prima che tutti fossero usciti e io avessi chiuso le porte. Era fatto così.» «Immagino che quando trovò la porta aperta abbia provato un senso d'inquietudine», disse l'uomo biondo. «In effetti, sì. Anche all'una del pomeriggio. Così, quando, dopo aver bussato, non ottenni risposta...» li guardò tutti con aria di scusa, «sono entrato.» «Niente di strano all'interno?» «No. Era tutto pulito, come sempre. C'era, tuttavia...» Volse gli occhi verso la finestra. Come spiegarlo? «Sì?» «Le candele erano spente.» «Non avevano la corrente elettrica?» Padre Hart li guardò, molto serio. «Erano candele votive. Erano sempre
accese. Sempre. Ventiquattr'ore su ventiquattro.» «Per un altarino, intende dire?» «Sì, proprio così. Un altarino», confermò prontamente e continuò in fretta: «Quando lo notai, capii subito che qualcosa non andava. Né William né Roberta avrebbero mai lasciato spegnere le candele. Allora feci il giro della casa. E poi andai nel fienile». «E lì...?» Che cosa c'era ancora da riferire? Il silenzio inquietante era stato subito eloquente. Fuori, nel vicino pascolo, il belato delle pecore e il canto degli uccelli erano segno di armonia e pace, ma nel fienile la quiete assoluta era segno del maligno. Subito dalla porta l'aveva raggiunto un puzzo intenso e nauseante di sangue che prevaleva sull'odore di letame, grano e fieno in decomposizione. Si era mosso attratto da una forza irresistibile. Roberta era seduta su un secchio rovesciato in uno dei box, una ragazzona della tempra di suo padre, abituata alle fatiche del lavoro in una fattoria. Era immobile e non guardava quell'orrore senza testa che c'era ai suoi piedi, ma il muro di fronte a sé e le crepe che ne segnavano la superficie. «Roberta?» l'aveva chiamata in tono pressante. Aveva avvertito un senso di nausea salirgli dallo stomaco alla gola e gli intestini rilasciarsi. Non aveva risposto, non un respiro, non un movimento. Solo la vista della sua larga schiena, le gambe robuste piegate sotto di lei, l'ascia al suo fianco. E poi, sbirciando al di sopra della sua spalla, aveva guardato bene il corpo per la prima volta. «Sono stata io. Non me ne pento.» La sola cosa che aveva detto. Padre Hart chiuse gli occhi per allontanare il ricordo. «Andai subito in casa e telefonai a Gabriel.» Per un momento Lynley credette che il prete stesse parlando dell'arcangelo in persona. Quello strano ometto sembrava davvero in contatto con altri mondi mentre cercava di districarsi a fatica nel resoconto dei fatti. «Gabriel?» chiese Webberly incredulo. Lynley capiva che la pazienza del commissario stava per esaurirsi. Diede una scorsa al rapporto, alla ricerca di quel nome, e lo trovò abbastanza in fretta. «Gabriel Langston. Poliziotto del villaggio», lesse. «E mi risulta, padre, che Langston abbia chiamato subito la polizia di Richmond.» Il prete annuì. Guardò timidamente il portasigarette di Lynley che con prontezza lo aprì porgendolo ancora agli astanti. Barbara Havers rifiutò e il prete stava per fare la stessa cosa quando Lynley se ne prese una. Aveva la gola secca, ma sapeva che non sarebbero mai arrivati alla fine della storia
se il religioso non avesse ricevuto la sua dose di nicotina, ed era chiaro che voleva qualcuno che gli facesse compagnia. Lynley aspirò malvolentieri, aveva una voglia pazza di whisky, e poi lasciò che la sigaretta si consumasse nel portacenere. «Arrivò la polizia da Richmond. Avvenne tutto molto in fretta. Fu... portarono via Roberta.» «Be', che cosa si aspettava? Aveva confessato il delitto.» Era stata Barbara a parlare. Si era alzata dalla sedia e si era avvicinata alla finestra. Dal tono della sua voce si capiva che secondo lei stavano perdendo tempo con quel vecchio sciocco e che invece avrebbero dovuto precipitarsi al nord seduta stante. «Tante persone confessano dei delitti», disse Webberly, facendole segno di rimettersi a sedere. «Finora ho ricevuto venticinque confessioni per gli omicidi dello Squartatore.» «Intendevo solo far notare...» «Questo si può fare più tardi.» «Roberta non ha ucciso suo padre», continuò il prete come se gli altri due non avessero parlato. «Non è proprio possibile.» «Ma capitano degli omicidi in famiglia», replicò Lynley con tatto. «Non in caso di baffi.» Alla bizzarra affermazione del prete - così scontata ed esauriente ai suoi occhi - nessuno fece commenti. Nessuno aprì bocca o scambiò con gli altri uno sguardo d'intesa. Ci fu una pausa di silenzio lunga e insopportabile, interrotta da Webberly che si allontanò di scatto dal tavolo. «Gesù», mormorò. «Mi dispiace, ma...» Si avvicinò con passo deciso a un mobiletto che si trovava nell'angolo della stanza e tirò fuori tre bottiglie. «Whisky, sherry o brandy?» chiese agli altri. Lynley ringraziò mentalmente Bacco. «Whisky», rispose. «Havers?» «Niente per me», disse lei con aria compassata. «Sono in servizio.» «Sì, certo. Padre, che cosa desidera?» «Oh, uno sherry sarebbe davvero...» «Sherry, allora.» Webberly ingollò d'un fiato un bicchierino di whisky prima di versarsene un altro e tornare al tavolo. Fissavano tutti con aria pensosa i bicchieri come in attesa che qualcuno si decidesse a fare la domanda. Alla fine fu Lynley a parlare, ristorato dal gusto unico e piacevole del malto. «Ah... baffi?» lo sollecitò a una chiarificazione.
Padre Hart guardò le carte sparse sul tavolo. «Non è nel rapporto?» azzardò con aria mesta. «Il cane?» «Sì, si parla del cane.» «Era lui Baffi», spiegò il prete, e l'equilibrio venne ristabilito. Fu un sollievo per tutti. «È stato trovato morto nella stalla con Teys», rilevò a voce alta Lynley. «Sì, non capite? Ecco perché tutti noi sappiamo che Roberta è innocente. A parte il fatto che amava il padre, c'è da considerare Baffi. Non avrebbe mai fatto del male a Baffi.» Padre Hart cercava ansiosamente le parole per farsi intendere. «Era un cane di fattoria, faceva parte della famiglia da quando Roberta aveva cinque anni. Era vecchio, certo, un po' cieco, ma non si uccidono cani come quello. Tutti al villaggio conoscevano Baffi. Era la nostra mascotte. Al pomeriggio trotterellava fino alla casa di Nigel Parrish, si riposava per un po' al sole mentre Nigel suonava l'organo; è l'organista della nostra chiesa, sapete. O di tanto in tanto andava da Olivia all'ora del tè.» «Andava d'accordo con l'anatra, allora?» domandò Webberly con espressione impassibile. «Oh, moltissimo!» rispose con un sorriso padre Hart. «Baffi era amico di tutti. E quando Roberta andava in giro, la seguiva dappertutto. Per questo quando hanno arrestato Roberta, ho sentito di dover fare qualcosa. Ed eccomi qua.» «Sì, proprio, eccola qua», concluse Webberly. «Ci è stato di grande aiuto, padre. Credo che l'ispettore Lynley e il sergente Havers abbiano per il momento tutti gli elementi di cui necessitano.» Si alzò in piedi e aprì la porta dell'ufficio. «Harriman?» Il rumore dei tasti del computer simile all'alfabeto Morse s'interruppe. Una sedia venne spostata. La segretaria di Webberly fece la sua comparsa nella stanza. Dorothea Harriman aveva una vaga rassomiglianza con la principessa di Galles che amava accentuare fino a un livello sconcertante, tingendosi i capelli dello stesso colore di Diana ed evitando di mettere gli occhiali in presenza di chiunque fosse in grado di notare che il suo naso e il suo mento avevano la stessa forma di quelli della Spencer. Era impaziente di fare passi avanti, di fare «c'rriera», come diceva lei, mangiandosi la vocale. Era abbastanza intelligente da potersi mettere in luce nel lavoro ed era probabile che così sarebbe stato, se si fosse decisa a rinunciare al suo modo di vestire che tutti definivano «una brutta copia di quello della principessa».
Quel giorno indossava un abito rosa acceso dalla vita bassa che sembrava un vestito da ballo accorciato per l'uso quotidiano. Era davvero orrendo. «Sì, commissario?» domandò. Nonostante le minacce e le imprecazioni, Harriman insisteva a chiamare tutti i dipendenti di Scotland Yard con il loro grado per esteso. Webberly si rivolse al prete. «Si ferma a Londra o ritorna nello Yorkshire?» «Prendo un treno stasera. Vede, avevo le confessioni oggi pomeriggio e poiché mi sono assentato, mi sono impegnato a stare a disposizione dei miei parrocchiani fino alle undici.» «Certo.» Webberly fece un cenno. «Chiami un taxi per padre Hart», disse a Dorothea Harriman. «Oh, ma io non ho abbastanza...» Webberly fece un gesto con la mano per impedirgli di continuare. «È a carico di Scotland Yard, padre.» «Di Scotland Yard.» Il prete scandì con enfasi le parole come per esprimere la sua riconoscenza e il suo apprezzamento per un gesto che a lui sembrava dovuto a spirito di fratellanza. Si lasciò docilmente accompagnare fuori della stanza dalla segretaria del commissario. «Cosa beve quando beve, sergente Havers?» domandò Webberly quando padre Hart se ne fu andato. «Acqua tonica, signore», rispose lei. «Bene», borbottò e aprì di nuovo la porta. «Harriman», gridò in tono perentorio, «procuri una Schweppes per il sergente Havers... Non mi dica che non sa dove trovarla. Lo faccia e basta.» Sbatté la porta, si avvicinò al mobiletto e prese la bottiglia di whisky. Lynley si passò una mano sulla fronte e si premette forte le tempie. «Dio, che mal di testa», mormorò. «Qualcuno di voi ha per caso un'aspirina?» «Io», rispose prontamente Barbara e si mise a frugare nella borsetta tirandone fuori una scatoletta di metallo. La gettò sul tavolo verso di lui. «Ne prenda quante ne vuole, ispettore.» Webberly li guardò pensoso. Si chiedeva, e non per la prima volta, se questo abbinamento di due personalità così opposte avesse la minima probabilità di successo. Barbara Havers era come un riccio e si rinchiudeva in se stessa alla minima provocazione. Tuttavia, sotto quell'apparenza scostante, si celava una mente acuta e sensibile. Restava da chiedersi se Tho-
mas Lynley rappresentasse la giusta combinazione di pazienza e compatibilità necessarie a indurre la mente del sergente Havers a prevalere sull'aspetto bisbetico del suo carattere che fino ad allora le aveva impedito di collaborare profìcuamente con qualsiasi altra persona. «Mi dispiace di averla costretta ad abbandonare il ricevimento di nozze, Lynley, ma non avevo alternative. Questa è la seconda volta che Nies e Kerridge sono obbligati a collaborare, su al nord. La prima è stata un disastro: Nies pretendeva sempre di aver ragione, e ne è seguita una crisi. Pensavo», stava giocherellando con la montatura degli occhiali e soppesava le parole, «che la sua presenza potrebbe risultare utile a ricordare a Nies che qualche volta può sbagliare anche lui.» Webberly attese attento una reazione da parte dell'altro: un irrigidimento dei muscoli, un movimento della testa, un battito di palpebre. Ma niente lo tradì. Non era certo un segreto tra i funzionari di Scotland Yard che l'unico contatto che Lynley aveva avuto con Nies, quasi cinque anni prima a Richmond, si era concluso con l'arresto dello stesso Lynley. E, per quanto intempestivo e in un certo senso assurdo fosse stato quell'arresto, era l'unica macchia in una scheda personale altrimenti ammirevole, una nota di demerito con cui Lynley avrebbe dovuto convivere per il resto della sua carriera. «Va bene, signore», rispose tranquillo Lynley. «Capisco.» Un colpo alla porta annunciò che la signorina Harriman era riuscita a trovare la Schweppes che mise con aria trionfante sul tavolo davanti al sergente Havers. Poi guardò l'orologio. Erano quasi le sei. «Siccome questo non è previsto come giorno lavorativo, commissario», cominciò, «pensavo di poter...» «Sì, sì, vada pure a casa», le fece segno Webberly. «Oh, no, non si tratta di questo», disse con aria mielosa Harriman. «Ma credo che l'articolo 65 A del regolamento preveda per il recupero...» «Se si prende lunedì, le spezzo un braccio, Harriman», le rispose Webberly con uguale gentilezza. «Non durante questa faccenda dello Squartatore.» «Non ci pensavo proprio, signore. Posso soltanto segnarlo? L'articolo 65C del regolamento dice che...» «Faccia come vuole, Harriman.» Gli fece un sorriso. «Certo, commissario.» La porta si chiuse alle sue spalle. «Quella strega le ha fatto l'occhiolino uscendo, Lynley?» domandò Webberly.
«Non me ne sono accorto, signore.» Erano le otto e mezzo quando cominciarono a raccogliere le carte sul tavolo di Webberly. Si era fatto buio e la luce al neon metteva ancora più in risalto il disordine nella stanza. Se possibile, era peggio di prima, essendosi infatti aggiunte le carte del caso su al nord e una nuvola di fumo acre prodotta dalle sigarette e dal sigaro che, mescolata all'aroma di whisky e sherry, creava un'atmosfera da club di seconda categoria. Barbara notò i segni della stanchezza sul volto di Lynley e ne dedusse che l'aspirina aveva sortito ben poco effetto. Si era avvicinato al muro dove erano appese le foto delle vittime dello Squartatore e le studiava con attenzione, passando dall'una all'altra. Alzò la mano verso una di esse - era la vittima di King's Cross, notò lei - e fece scorrere il dito lungo l'orribile squarcio che il coltello dell'assassino aveva prodotto. «La morte è la fine di tutto», mormorò lui. «È un evento radicale, la carne senza più vita. Chi potrebbe mai riconoscere in questa massa inerte un essere umano?» «Oppure in questa, tanto per dire», rispose Webberly indicando con gesto brusco le fotografie che aveva portato padre Hart. Lynley si riunì a loro. Fisicamente era accanto a Barbara, ma non si accorgeva neanche della sua presenza, e lei lo sapeva bene. Notò sul suo viso il succedersi di emozioni mentre dava un'ultima occhiata alle fotografie: repulsione, incredulità, pietà. Era così facile intuire dalle espressioni del suo volto ciò che gli passava per la testa che lei si domandava come avesse fatto a condurre con successo un'indagine senza tradirsi con l'indiziato. Ma così era stato. Sapeva il numero dei suoi successi, la serie di arresti effettuati. Era il ragazzo d'oro in più di un senso. «Andremo sul posto domattina, allora», disse al commissario. Prese una cartelletta e c'infilò tutto il materiale. Webberly stava studiando un orario dei treni che aveva tirato fuori dal caos della sua scrivania. «Prendete il treno delle 8.45.» Lynley si lamentò. «Abbia un po' di pietà, signore. Mi servono almeno dieci ore per farmi passare l'emicrania.» «Allora quello delle 9.30. E non più tardi.» Webberly diede un'ultima occhiata in giro mentre s'infilava il soprabito di tweed. Come il resto dei suoi abiti, era logoro in più punti e sul risvolto sinistro, dove senza dubbio era caduta la cenere del sigaro, era cucita in qualche modo una toppa. «Faccia rapporto martedì», disse, andandosene. L'uscita del commissario
sembrò rinvigorire subito Lynley, notò Barbara, perché si precipitò con sorprendente vivacità al telefono non appena l'uomo si fu allontanato. Compose un numero e si mise a tamburellare con le dita sulla scrivania sbirciando il quadrante dell'orologio a muro. Dopo quasi un minuto il suo viso fu illuminato da un sorriso. «Hai davvero aspettato, amore», disse al telefono. «Hai finalmente rotto con Jeffrey Cusick?... Ah! Lo sapevo, Helen. Ti ho detto tante volte che un avvocato non può renderti felice. Si è concluso bene il ricevimento?... Lui ha fatto questo? Oh, Signore, che scena dev'essere stata. Andrew ha mai pianto in vita sua?... Povero St. James. Era mortificato da morire?... Be', è colpa dello champagne, lo sai. Sidney si è ripresa?... Be', sì, mi ha dato l'impressione che alla fine fosse un po' commossa. Non aveva mai nascosto che Simon è il suo fratello preferito... Ovvio che il programma di andare a ballare è ancora valido. Ce lo siamo promesso, vero?... Puoi darmi, diciamo, un'oretta almeno?... Hmm, cos'era quella roba?... Helen! Mio Dio, che monella sei!» Si mise a ridere e riattaccò. «Ancora qui, sergente?» le chiese quando si voltò verso di lei. «Lei è senza macchina, signore», rispose impassibile. «Pensavo di aspettare per vedere se aveva bisogno di un passaggio.» «È davvero gentile da parte sua, ma siamo stati trattenuti qui fin troppo a lungo e immagino che abbia di meglio da fare il sabato sera che accompagnare me a casa. Prenderò un taxi.» Si chinò sulla scrivania di Webberly per scrivere in fretta qualcosa su un pezzo di carta. «Ecco il mio indirizzo», le disse, dandoglielo. «Venga qui domattina alle sette, d'accordo? Dovremmo avere così un po' di tempo per chiarirci le idee prima di partire per lo Yorkshire. Buonasera, allora.» Uscì dall'ufficio. Barbara guardò il foglio di carta che aveva in mano e studiò la scrittura i cui tratti, seppure vergati in fretta, avevano un'impronta di eleganza. Lo osservò per oltre un minuto prima di farlo a pezzi e buttarlo nella spazzatura. Sapeva molto bene dove abitava Thomas Lynley. Il senso di colpa cominciò a farsi sentire in Uxbridge Road. Era sempre così. Quella sera fu ancora peggio quando vide che l'agenzia di viaggi era chiusa e che così non poteva raccogliere il materiale sulla Grecia come aveva promesso di fare. Empress Tours. Come avevano fatto a dare un nome simile a quel negozio sudicio dove gli impiegati sedevano dietro scrivanie di plastica dipinte in modo da sembrare di legno? Rallentò per sbirciare attraverso il parabrezza sporco eventuali segni di vita. I proprietari
vivevano sopra il negozio. Forse, se avesse picchiato alla porta, sarebbe riuscita a svegliarli. No, era troppo ridicolo. Mamma aveva tante possibilità di andare in Grecia quante ne aveva di andare sulla luna; avrebbe aspettato i dépliant ancora un po'. Eppure quel giorno era passata davanti a dozzine di agenzie in città. Perché non si era fermata? Che cos'altro restava a mamma se non quegli stupidi sogni? Sopraffatta dal bisogno di ovviare in qualche modo alla propria mancanza, Barbara fermò l'auto davanti a Patel, il negozio di frutta e verdura, un postaccio cadente verniciato di verde, con le mensole arrugginite e le casse accatastate in modo precario che emanavano quel miscuglio di odori tipico delle verdure non più fresche. Patel era ancora aperto, almeno. Tipico da parte sua, non perdere mai l'occasione di guadagnare dieci pence. «Barbara!» la salutò dall'interno del negozio mentre lei si chinava a prendere della frutta esposta sul marciapiede. Perlopiù mele. Alcune pesche tardive di provenienza spagnola. «Cosa fai ancora in giro a quest'ora?» Non credeva certo che avesse un appuntamento. Nessuno lo riteneva possibile. Neanche lei. «Ho dovuto lavorare fino a tardi, signor Patel», rispose. «Quanto costano le pesche?» «85 mezzo chilo, ma per te, bel faccino, facciamo ottanta.» Ne scelse sei. Le pesò, le avvolse nella carta e gliele porse. «Ho visto tuo padre, oggi.» Alzò subito lo sguardo e notò che lui si era fatto impenetrabile quando aveva visto l'espressione di lei. «Si è comportato bene?» gli domandò con aria indifferente, mettendosi a tracolla la borsetta. «Ma certo. Si comporta sempre bene!» Il signor Patel prese il denaro, lo contò due volte attentamente e lo mise in cassa. «Sta' attenta adesso, Barbara. Gli uomini vedono una ragazza carina come te e...» «Sì, starò attenta», lo interruppe Barbara. Buttò le pesche sul sedile anteriore della macchina. Ragazza carina come te, Barb. Sta' attenta. Tieni strette le ginocchia. La virtù è davvero facile da perdere, e una donna perduta è perduta per sempre. Scoppiò in una risata amara, avviò la macchina e si rimise in marcia. Ad Acton c'erano due aree residenziali, che gli abitanti definivano semplicemente strade giuste e strade sbagliate. Era come se una linea immaginaria dividesse in modo arbitrario il sobborgo. Nelle strade giuste di Acton le case erano in mattoni veri e avevano le
decorazioni in legno che alla luce del sole sfavillavano sempre in una miriade di colori. Le rose crescevano rigogliose. Le fucsie lussureggiavano nei vasi appesi. I bambini giocavano su marciapiedi puliti e in giardini curati. La neve d'inverno trasformava i tetti spioventi in meringhe appuntite, mentre d'estate gli olmi frondosi creavano una galleria verde entro la quale la gente passeggiava sul calar della sera. Non scoppiava mai una lite nelle strade giuste di Acton, non si ascoltava mai la musica a volume troppo alto, non si sentiva l'odore di pesce fritto e non si faceva mai a pugni. Tutto era perfetto, un oceano impareggiabile su cui navigava placida la nave dei sogni di ogni famiglia. Ma soltanto una strada più in là le cose erano molto diverse. La gente diceva che le strade sbagliate di Acton subivano la calura del giorno e per questo le cose erano così differenti lì. Era come se dal cielo fosse scesa un'enorme mano e avesse mescolato persone, strade e case, creando un'aria generale di mestizia. Nessuno faceva niente per salvare le apparenze: le case venivano lasciate andare in rovina. I giardini appena piantati venivano presto ignorati, poi dimenticati del tutto e lasciati inselvatichire. I bambini giocavano rumorosamente sui marciapiedi sporchi, i giochi erano spesso violenti al punto da richiedere l'intervento energico delle madri. D'inverno il vento penetrava dalle fessure delle finestre e d'estate la pioggia filtrava dai buchi del tetto. Gli abitanti delle strade sbagliate non pensavano molto a cambiare casa perché pensare di cambiare casa avrebbe significato nutrire una speranza. E la speranza era morta nella parte sbagliata di Acton. Barbara era diretta lì e con la sua Mini imboccò una strada ai cui lati le macchine erano ruggine come la sua. Davanti alla sua casa non c'era né un giardino né uno steccato, ma un cumulo di sporcizia duro come il marciapiede su cui parcheggiò la macchina. Nell'abitazione vicina, la televisione della signora Gustafson era sintonizzata sul primo canale della BBC. Dato che l'anziana donna era quasi sorda, l'intero vicinato era costretto ogni notte a seguire le vicende dei suoi eroi televisivi. Dall'altra parte della strada i Kirby erano impegnati nella solita lite che precedeva il rapporto coniugale, mentre i quattro figli facevano del loro meglio per ignorarli, gettando stracci sporchi verso un gatto disteso sul davanzale di una finestra del primo piano. Barbara tirò un sospiro, cercò la chiave di casa ed entrò. Per cena la aspettavano pollo e piselli. Aveva sentito subito l'odore come una zaffata di alito cattivo.
«Sei tu, amore?» le domandò la voce della madre. «Un po' tardi, vero, cara? Fuori con amici?» Che assurdità! «Al lavoro, mamma. Sono tornata alla squadra investigativa.» Sua madre comparve con passo strascicato sulla soglia del salotto. Come Barbara, era piccola di statura ma molto magra, come se una malattia avesse devastato il suo corpo e l'avesse consumato fibra dopo fibra in una marcia implacabile verso la tomba. «Squadra investigativa?» domandò con una nota querula nella voce. «Oh, è proprio indispensabile, Barbara? Lo sai come la penso in proposito, amore.» Mentre parlava si passò la mano scheletrita tra i capelli sottili con un gesto nervoso che le era abituale. I suoi occhi erano gonfi e arrossati come se avesse passato la giornata a piangere. «Ti ho portato delle pesche», rispose Barbara, indicando il sacchetto. «L'agenzia di viaggi era chiusa, purtroppo. Ho anche picchiato alla porta per farli scendere dal piano di sopra, ma dovevano essere usciti.» Distratta dal pensiero della squadra investigativa, la signora Havers cambiò espressione e il suo volto si illuminò debolmente. Afferrò la stoffa del suo squallido abito e la tenne stretta come per trattenere l'eccitazione. «Oh, non importa proprio. Aspetta e vedrai. Va' in cucina e arrivo subito. La tua cena è ancora calda.» Barbara attraversò il salotto, provando un moto di fastidio per le chiacchiere della televisione e per l'odore di chiuso che impregnava la stanza. La cucina, che emanava un fetore di pollo arrosto stantio e di piselli anemici, non era certo molto meglio. Guardò con tristezza il piatto sul tavolo, toccò con il dito la carne rinsecchita. Era fredda congelata, viscida e raggrinzita come i reperti conservati in formaldeide per l'esame necroscopico. Il grasso si era solidificato ai bordi e un pezzetto di burro rancido non si era sciolto sui piselli che sembravano cotti almeno dieci anni prima. Fantastico, pensò. La «squisita insalata di granchio» avrebbe mai retto il confronto con quella delizia epicurea? Cercò il quotidiano e lo trovò, come sempre, su una delle traballanti sedie della cucina. Afferrò la prima pagina, la aprì nel mezzo e buttò la cena sul volto sorridente della duchessa di Kent. «Amore, non avrai buttato via la cenetta!» Accidenti! Barbara si voltò e vide il volto della madre alterato dal dolore, le labbra strette, le rughe profonde che le arrivavano fino al mento, gli occhi azzurri pieni di lacrime. Si stringeva al petto un album di finta pelle.
«Mi hai beccato, mamma.» Barbara si sforzò di sorridere e mise un braccio attorno alle spalle della madre, accompagnandola verso il tavolo. «Ho mangiato un boccone a Scotland Yard e allora non ho fame. Avrei dovuto metterlo da parte per te o per papà?» La signora Havers chiuse gli occhi. Il senso di sollievo dipinto sul suo viso era patetico. «Io... non credo. No, certo che no. Pollo e piselli due sere di seguito è un po' troppo, non ti pare?» Fece un debole sorriso e appoggiò l'album sul tavolo. «Papà mi ha portato il materiale sulla Grecia», dichiarò. «Davvero?» Ecco che cosa ci faceva fuori della gabbia. «Da solo?» domandò Barbara casualmente. La madre distolse lo sguardo e si mise a tormentare nervosamente la copertina dorata dell'album. Un movimento improvviso, un sorriso vivace e scostò la sedia. «Siediti qui, tesoro, ti faccio vedere il nostro itinerario.» Aprì l'album, girò velocemente le pagine riguardanti l'Italia, la Francia, la Turchia e - meta più bizzarra - il Perù, finché non arrivò alla parte più nuova dedicata alla Grecia. «Ecco, questo è l'albergo in cui alloggeremo a Corfù. Vedi com'è situato proprio sulla baia? Avremmo potuto andare a Kanoni, in uno più nuovo, ma mi piaceva la vista; anche a te, cara?» A Barbara bruciavano gli occhi. Non ce la faceva a sopportare. Quanto tempo ci vorrà? Non finirà mai? «Non mi hai risposto, Barbara.» Nella voce di sua madre c'era una nota di angoscia. «Ho lavorato tanto al viaggio, oggi. Avere una bella vista era meglio che scegliere l'albergo nuovo a Kanoni, vero, tesoro?» «Molto meglio, mamma.» Barbara si sforzò di rispondere e poi si alzò in piedi. «Domani ho un caso da seguire. Non possiamo occuparci dopo della Grecia?» Avrebbe capito? «Che genere di caso?» «Si tratta... di un problema con una famiglia dello Yorkshire. Starò via alcuni giorni. Pensi di cavartela o devo chiedere alla signora Gustafson di venire qui?» Idea fantastica, la sorda che aiuta la pazza. «La signora Gustafson?» Sua madre chiuse l'album e s'irrigidì. «Penso di no, tesoro. Io e papà ce la facciamo da soli. È sempre stato così, lo sai. Tranne in quel breve periodo in cui Tony...» La stanza era calda in modo insopportabile e soffocante. Oh, Dio, Barbara pensò, una boccata d'aria. Solo questa volta. Per un attimo. Si diresse verso la porta posteriore che dava sul giardino infestato dalle erbacce. «Dove vai?» le chiese subito la madre con una nota isterica nella voce.
«Non c'è niente là fuori! Non devi uscire quando è buio!» Barbara raccolse la cena che aveva scartato. «Spazzatura, mamma. Ci metterò un attimo. Puoi aspettare sulla porta e controllare che non mi succeda niente.» «Ma io... Sulla porta?» «Se vuoi.» «No, non devo restare sulla porta. La lasceremo aperta un poco, però. Grida, se hai bisogno.» «Ottima idea, mamma.» Prese il pacchetto e uscì in fretta nella notte. Pochi minuti. Inalò l'aria fresca, ascoltò i rumori familiari del vicinato e cercò in tasca il pacchetto accartocciato di sigarette. Ne tirò fuori una, la accese e guardò il cielo. Che cosa aveva provocato quella lenta discesa nella follia? Era stato Tony, certo. Un monello intelligente con il visetto coperto di lentiggini. Aria fresca e primaverile nel buio perenne dell'inverno. Guardami, guardami, Barbie! So fare tutto! Il piccolo chimico e le palle da rugby. Cricket sui prati e chiapparello al pomeriggio. E quella stupida, orribile corsa dietro una palla proprio in mezzo a Uxbridge Road. Ma non era morto per quello. Solo un ricovero in ospedale. Una febbre insistente, uno strano sfogo sulla pelle. Il bacio insinuante e devastante della leucemia. La cosa più assurda e ridicola: entrare con una gamba rotta e uscire con la leucemia. Era morto dopo quattro anni di sofferenze. Quattro anni per scivolare nella pazzia. «Tesoro?» Le tremava la voce. «Sono qui, mamma. Stavo solo guardando il cielo.» Barbara spense la sigaretta per terra e tornò in casa. 4 Deborah St. James fermò la macchina e, ridendo, si voltò verso il marito. «Simon, non ti hanno mai detto che sei il peggiore ufficiale di rotta del mondo?» Lui sorrise e chiuse l'atlante stradale. «Mai. Ma concedimi un'attenuante. Considera la nebbia.» Lanciò un'occhiata attraverso il parabrezza al grosso edificio scuro che si profilava davanti a loro. «Debole scusa per non essere capace di leggere una carta stradale, se proprio lo vuoi sapere. Siamo nel posto giusto? Non sembra che ci sia qualcuno ad aspettarci.»
«Non c'è da sorprendersi. Ho detto che saremmo arrivati alle nove e adesso sono le...» Sbirciò l'ora alla debole luce interna della macchina. «Accidenti, sono le undici e mezzo.» Lo disse con un'intonazione scherzosa nella voce. «Sei pronta, amore mio? Vuoi che passiamo la prima notte di nozze in macchina?» «Come adolescenti che si avviticchiano eccitati sul sedile posteriore, intendi dire?» Scuotendo il capo buttò indietro i lunghi capelli. «Mmm, è un'idea. Ma temo che in tal caso avresti dovuto noleggiare qualcosa di più spazioso di una Escort. No, Simon, penso che purtroppo non ci resti che bussare nella speranza che qualcuno si svegli. Ma tu farai le scuse da parte nostra.» Scese dalla macchina nell'aria fresca della notte e rimase per un attimo a osservare l'edificio di fronte a sé. La struttura originaria era di epoca pre-elisabettiana, ma aveva subito rimaneggiamenti in epoca giacobita che le conferivano un tocco di stravaganza. Le finestre con montanti riflettevano la luce della luna che filtrava tra i banchi di nebbia addensatisi sulla brughiera e che adesso scivolavano verso le valli. I muri erano ricoperti da rampicanti le cui foglie rossicce davano una nota di colore vivo alle vecchie pietre. I camini svettavano nel cielo buio della notte con un gioco disordinato di forme bizzarre. La costruzione sembrava come ribellarsi al tempo, facendo dimenticare di essere nel ventesimo secolo, e questo carattere si era trasmesso alle terre circostanti. Possenti querce stendevano i loro rami su prati in cui statue circondate da fiori interrompevano l'uniformità del terreno. Dalla casa si dipartivano sentieri che si perdevano tortuosi nei boschi ed esercitavano sul visitatore il fascino del canto ammaliante delle sirene. Nella quiete assoluta soltanto lo zampillio di una fontana vicina e il belato di un agnello da una fattoria lontana accompagnavano il sussurro della brezza notturna. Avrebbero potuto essere il deforme Riccardo III e la bellissima consorte Anna, finalmente a casa, al castello di Middleham. Deborah tornò alla macchina. Suo marito aveva aperto la portiera e la osservava in paziente attesa di vedere la sua reazione alla bellezza del luogo. «È meraviglioso», disse lei. «Grazie, amore.» Lui sollevò la gamba sinistra, che aveva l'apparecchio, la appoggiò con un tonfo sul selciato e tese la mano verso la moglie. Con un gesto esperto, Deborah lo aiutò ad alzarsi. «Ho l'impressione che abbiamo girato in tondo per ore», osservò St. James, stiracchiandosi. «In effetti, è stato proprio così», disse lei in tono scherzoso. «'Solo due ore dalla stazione, Deborah. Un giro fantastico.'»
Lui ridacchiò. «Be', è stato così, amore. Ammettilo.» «Certo. La terza volta che ho visto l'abbazia di Rievaulx, l'ho trovata davvero incantevole.» Lanciò un'occhiata alla porta di quercia chiusa davanti a loro. «Dobbiamo provare, allora?» Imboccarono il vialetto di ghiaia che portava al recesso buio in cui era situata la porta. Una panca di legno era rovesciata contro il muro vicino, e ai due lati della porta facevano la guardia due enormi vasi. Per l'imprevedibile comportamento delle piante, un vaso conteneva fiori in pieno rigoglio, l'altro invece ospitava gerani mezzi appassiti che, al passaggio di Deborah e del marito, lasciarono cadere alcune foglie secche. St. James picchiò con energia il grosso battente di ottone al centro della porta. L'eco dei colpi si perse nel silenzio. «C'è anche un campanello», gli fece notare Deborah. «Prova con quello.» Lo squillo raggiunse i più lontani recessi della casa e destò quello che sembrava un intero branco di segugi ululanti. «Be', questo ha funzionato», rise St. James. «Accidenti, Casper! Jason! È solo il campanello, demoni!» Da dietro la porta si udì una voce roca che urlava secchi rimproveri, con un timbro molto basso e l'inconfondibile cadenza di una donna di campagna. «A cuccia! Fuori! Tornate in cucina.» Un silenzio, poi rumori confusi. «No, accidenti! Tornate indietro! Per la miseria, furfanti matricolati! Ridatemi le ciabatte! Andate al diavolo!» Dopo di che si sentì cigolare un catenaccio dall'interno e la porta si spalancò di colpo. Una donna a piedi nudi saltellava avanti e indietro sulle pietre gelide dell'ingresso, con i capelli grigi e crespi che le rimbalzavano sulle spalle come percorsi da scariche elettriche. «Signor Allcourt St. James», disse senza preamboli. «Entrate pure. Accidenti!» Si tolse lo scialle che aveva sulle spalle e lo lasciò cadere a terra e diventò subito uno straccio per i piedi. Si strinse addosso i lembi di una voluminosa vestaglia cremisi e non appena gli ospiti furono entrati, sbatté con energia la porta. «Ecco, così va meglio, grazie a Dio.» Si mise a ridere, un muggito, incontrollato e volgare. «Scusatemi. Non sembro sempre Emily Brontë. Vi siete perduti?» «A più riprese», ammise St. James. «Signora Burton Thomas, questa è mia moglie, Deborah», aggiunse. «Dovete essere freddi gelati», constatò la padrona di casa. «Be', procederemo subito. Intanto andiamo in sala. C'è un bel fuoco, lì. Danny!» urlò. «Venite, da questa parte. Danny!» La seguirono attraverso una stanza antica dal pavimento lastricato. Pareti
bianche, travi scure; c'era un freddo agghiacciante, le finestre erano incassate e senza tende, al centro un tavolo scuro da refettorio, e nella parete più lontana s'incuneava un caminetto spento sopra il quale erano appese armi di vario tipo ed elmi dalla forma stranamente appuntita. La signora Burton Thomas fece un cenno quando vide che St. James e Deborah ne erano rimasti attratti. «Oh, sì, le Teste Rotonde di Cromwell sono state qui», disse. «Hanno occupato Keldale Hall per dieci mesi durante la guerra civile. 1644», aggiunse in tono funereo, come se si aspettasse che s'imprimessero nella mente l'anno dell'infamia nella storia del clan dei Burton Thomas. «Ma ce ne siamo liberati non appena abbiamo potuto. Furfanti matricolati, quella gente!» Li guidò attraverso una sala da pranzo buia e poi in una stanza lunga dalle pareti rivestite in legno in cui la strombatura delle finestre era nascosta da tendaggi scarlatti e un fuoco di carboni scoppiettava dietro la grata. «Be', Gesù, dov'è andata a finire?» borbottò la signora Burton Thomas, e si diresse verso la porta da cui erano appena entrati. «Danny!» A questo richiamo risposero passi affrettati e sulla soglia comparve una ragazza dai capelli arruffati che doveva avere poco meno di vent'anni. «Scusami!» esclamò ridendo la nuova venuta. «Ti ho recuperato le ciabatte, però.» Le lanciò verso la donna che le afferrò con destrezza. «Sono mangiucchiate qua e là, purtroppo.» «Grazie, cara. Vuoi portare del brandy per i nostri ospiti? Quell'orribile Watson si è fatto fuori un terzo della caraffa prima di buttarsi a letto stasera. Adesso è vuota, ma ce n'è dell'altro in cantina. Ci pensi tu?» Allontanatasi la ragazza, la signora Burton Thomas si mise a esaminare le sue ciabatte e s'incupì nel notare un buco in un tacco. Borbottò tra i denti, s'infilò le ciabatte ai piedi e rimise lo scialle - che le era servito da tappeto volante a terra per muoversi nella casa - sulle spalle. «Accomodatevi pure. Non ho voluto accendere il fuoco nella vostra stanza prima che arrivaste, così possiamo fare due chiacchiere in attesa che si riscaldi un po' l'ambiente. Un freddo terribile per essere in ottobre, vero? L'inverno è in anticipo, dicono.» La cantina doveva essere più vicina di quanto facesse pensare il termine stesso, perché dopo qualche secondo la giovane Danny ricomparve con una bottiglia di brandy. L'aprì e ne travasò il contenuto in una caraffa appoggiata su un tavolo Hepplewhite dove si trovava il ritratto di un antenato dal naso aquilino; poi tornò da loro con un vassoio su cui scintillavano tre
bicchieri da brandy e la caraffa. «Devo occuparmi della stanza, zietta?» domandò. «Per favore. Chiama Eddie per i bagagli. E fai le scuse alla coppia americana se per caso è stata svegliata dal rumore.» Dopo che la ragazza se ne fu di nuovo andata, la signora Burton Thomas versò tre bicchieri abbondanti. «Ah, ma loro vengono qui per l'atmosfera e, perdio, io posso offrirgliene a profusione!» Scoppiò in una fragorosa risata e ingollò il suo drink in un sol colpo. «Cerco di conservare il colore locale», ammise con soddisfazione la signora Burton Thomas, versandosene un altro. «Basta puntare sull'atmosfera vecchio stile e ti mettono in tutte le guide turistiche.» L'aspetto della donna era la conferma vivente dell'ultima osservazione. Era un miscuglio tra la proprietaria di una dimora signorile e una creatura del genere horror gotico: imponente nella statura, con le spalle larghe di un uomo, si muoveva con scioltezza e indifferenza tra i mobili di valore inestimabile con cui era arredata la stanza. Aveva le mani di un contadino, le caviglie di una ballerina e il viso di un'attempata valchiria. Aveva gli occhi blu, infossati, e gli zigomi marcati. Il naso adunco con il passare degli anni era diventato più pronunciato, così in quel momento alla luce incerta della camera sembrava proiettare un'ombra su tutto il labbro superiore. Dimostrava circa sessantacinque anni, ma l'età per la signora Burton Thomas era ovviamente una questione irrilevante. «Be'», li osservò, «neanche un po' di fame? Vi siete persi la cena da circa...» - un'occhiata all'orologio a muro del nonno che ticchettava rumorosamente - «due ore.» «Hai fame, amore?» chiese St. James a Deborah che notò nei suoi occhi una luce divertita. «Ah... no, neanche un po'.» Si rivolse ala signora Burton Thomas. «Ha altri ospiti qui?» «Solo una coppia di americani. Li vedrete a colazione. Conoscete il genere. Poliestere e vistose catene d'oro. Un diamante al mignolo dell'uomo che grida vendetta al cielo. Ieri sera mi ha intrattenuto con un discorso su questioni di denti. Voleva che me li facessi incapsulare, a quanto ho capito. L'ultima moda.» La signora Burton Thomas rabbrividì e ingollò un altro drink. «Suona un po' antico Egitto. Qualcosa per la posterità, sapete. Oppure per proteggersi dalla carie?» Scrollò le spalle con grande indifferenza. «Non ci penso nemmeno. Cos'è questa fissa che hanno gli americani per i denti? Tutti dritti e scintillanti. I denti storti danno un tocco personale
a un viso, dico io.» Cercò di attizzare il fuoco e mandò sul tappeto uno spruzzo di scintille, che si affrettò a spegnere, camminandoci sopra con estrema energia. «Be', sono felice che siate qui, è tutto quello che posso dire. Non che il nonno non si rivolti ancora nella tomba perché ho aperto la casa ai turisti. Ma, o così, o l'Ente nazionale per la difesa del patrimonio artistico.» Strizzò loro l'occhio da sopra il bicchiere. «E perdonatemi se lo dico, ma questo tipo di vita è un sacco più divertente.» In direzione della porta si sentì qualcuno che si schiariva la gola: era un ragazzo con un pigiama di flanella scozzese e una vecchia giacca da camera troppo grande per lui legata in vita in maniera approssimativa. Era visibilmente imbarazzato, anche se il suo abbigliamento gli conferiva un'aria démodé. Aveva in mano un paio di stampelle. «Cosa c'è, Eddie?» chiese con impazienza la signora Burton Thomas. «Ti sei occupato del bagaglio, vero?» «Le ho trovate nel bagagliaio, zietta», rispose lui. «Devo sistemare anche queste?» «Certo, sciocchino!» Lui si girò e scomparve alla vista. Rabbuiata, la donna scosse la testa. «Sono la martire della famiglia. Una vera e propria martire. Be', venite adesso, piccolini, vi faccio vedere la vostra stanza. Dovete essere stanchi morti. No, no, portate pure con voi il brandy.» Passarono di nuovo per la sala da pranzo, l'ingresso in pietra e poi per un corridoio che portava alla scalinata. I gradini in lucido legno di quercia conducevano alla parte superiore della casa che era avvolta da una profonda oscurità. «Scala padronale», li informò la signora Burton Thomas, picchiando con il palmo il corrimano di legno massiccio. «Non ne fanno più oggi, di questa qualità. Venite, è da questa parte.» Al piano superiore li guidò lungo un corridoio poco illuminato in cui i ritratti degli antenati si disputavano lo spazio con tre arazzi fiamminghi. La signora Burton Thomas fece un cenno immusonito verso questi ultimi. «Devo proprio toglierli. Sono appesi lì dal 1822, ma nessuno è mai riuscito a convincere la bisnonna che queste cose fanno un effetto migliore da lontano. La tradizione. Capita. Mi trovo a combatterla dappertutto. Eccoci arrivati, piccolini.» Spalancò una porta. «Vi lascerò qui. Tutti i comfort moderni a vostra disposizione.» Con queste parole si congedò con la vestaglia svolazzante sulle caviglie e le ciabatte che rimbombavano sul pavimento. Furono accolti nella stanza da un ruzzolare di carboni accesi nel caminetto. Era la più bella camera che avesse mai visto, pensò Deborah entrando. Le pareti erano ricoperte di pannelli di quercia, alle due estremità del
locale erano appesi i ritratti sorridenti di due dame, opera di Gainsborough; i due sposi si sentirono stretti in un abbraccio che aveva il calore e la grazia dei secoli passati. Piccoli abat-jour con il paralume rosa diffondevano una luce morbida che conferiva un colore vivo al mogano del letto a baldacchino. L'ombra di un imponente armadio si stagliava sul muro e sulla toilette c'era un ricco assortimento di portaprofumi di cristallo e spazzole dal manico d'argento. Vicino a una delle finestre su un tavolino Luigi XV era deposta con cura una composizione di gigli. Deborah si avvicinò e sfiorò con le dita i petali di un fiore eburneo. «C'è un biglietto», notò lei, lo tirò fuori e lo lesse. Le si riempirono gli occhi di lacrime. Si voltò verso il marito. Era andato a sedersi su una poltrona imbottita accanto al caminetto. Stava osservando la moglie come spesso faceva, con quel riserbo che gli era naturale, lasciando ai propri occhi il compito di esprimere i suoi sentimenti. «Grazie, Simon», sussurrò lei. Rimise il biglietto tra i fiori, trattenne un moto dell'animo che non sapeva definire e cercò di parlare con disinvoltura. «Come hai fatto a trovare questo posto?» «Ti piace?» le chiese a sua volta. «Non avresti potuto scegliere niente di più bello.» Lui non rispose. Bussarono alla porta, lui la guardò, un sorrisetto che gli increspava le labbra e lo sguardo che diceva chiaramente: Che c'è ancora? «Avanti», invitò ad alta voce. Era la ragazza, Danny, con una pila di coperte in braccio. «Scusate. Non fateci caso. C'è già una trapunta, ma la zia pensa che tutti abbiano freddo, come lei.» Entrò nella stanza con la sicurezza della padrona di casa. «Eddie vi ha portato i bagagli?» domandò aprendo l'armadio e lasciando cadere di colpo le coperte all'interno. «È un po' tonto, sapete. Dovete scusarlo.» Si osservò allo specchio sagomato che si trovava all'interno dell'anta dell'armadio, si aggiustò i capelli leggermente fuori posto e si accorse che la stavano guardando. «Adesso sarà meglio che stiate attenti al pianto del bambino», disse con gravità. Aveva parlato come a comando. Di sicuro subito dopo si sarebbero messi a ululare i cani. «Il pianto del bambino? Gli americani hanno un bambino?» domandò Deborah. Danny spalancò gli occhi scuri. Guardò la donna e poi l'uomo. «Non lo sapete? Nessuno ve l'ha detto?» Deborah intuì dal comportamento della ragazza che presto sarebbero stati informati, perché Danny si pulì le mani nel vestito come per prepararsi a
una spiegazione, si guardò attorno per assicurarsi che non ci fossero orecchie indiscrete e poi si avvicinò alla finestra. Nonostante il freddo, tolse la sicura e spalancò le imposte. «Nessuno ve ne ha parlato?» chiese in tono melodrammatico, indicando fuori il buio della notte. Non restava che aspettare che venisse chiarito il mistero. Deborah e Simon raggiunsero la ragazza alla finestra da cui si vedevano, in lontananza, le rovine scheletrite di un'abbazia che emergeva dalla nebbia. «L'abbazia di Keldale», dichiarò Danny e poi si mise vicino al focolare per avviare una chiacchierata confidenziale. «È da lì che viene il pianto del bambino, non da qui.» St. James chiuse le imposte, tirò i pesanti tendaggi e accompagnò Deborah vicino al caminetto. Lei si accoccolò per terra accanto a lui, cercando di riscaldarsi al calore delle fiamme. «Il fantasma di un bambino, suppongo», disse Deborah alla ragazza. «Sì, proprio così, l'ho sentito io stessa. Lo sentirete anche voi. Aspettate e vedrete.» «I fantasmi sono sempre legati a una leggenda», commentò St. James. Proprio qui vi volevo, fu l'implicita risposta di Danny che si appoggiò allo schienale della sedia. «E anche questo lo è», affermò con solennità. «Keldale era monarchico durante la guerra civile, sapete.» Parlò come se il diciassettesimo secolo fosse stato solo una settimana prima. «Fedeli al re fino all'ultimo uomo. Il villaggio di Keldale, a un miglio da qui. Non l'avete visto?» St. James trattenne una risata. «Avremmo dovuto, ma temo che siamo arrivati... da un'altra direzione.» «La strada panoramica», aggiunse Deborah. Danny preferì ignorare la divagazione. «Be', fu verso la fine della guerra», continuò. «E quel vecchio furfante di Cromwell», ovviamente la ragazza ripeteva la storia che la zia le aveva raccontato da bambina, «fu informato che i nobili del nord stavano progettando una sommossa. Allora calò nelle valli un'ultima volta e s'impadronì di manieri, distrusse castelli, rase al suolo villaggi fedeli al re. Però Keldale era ben nascosto.» «Ce ne siamo accorti», s'intromise St. James. La ragazza annuì seria. «Ma giorni prima al villaggio era arrivata la notizia che le crudeli Teste Rotonde stavano arrivando. Non era il villaggio che Cromwell voleva, bensì gli abitanti, tutti fedeli a re Carlo.» «Per ucciderli, naturalmente», suggerì Deborah quando la ragazza interruppe il racconto per prendere fiato.
«Per ucciderli fino all'ultimo uomo!» dichiarò. «Quando si sparse la voce che Cromwell stava cercando Kel, il villaggio approntò un piano. Si sarebbero rifugiati tutti nei pressi dell'abbazia. Così quando le Teste Rotonde fossero arrivate, avrebbero trovato, sì, Keldale, ma non i suoi abitanti.» «Un piano piuttosto ambizioso», osservò St. James. «E funzionò!» replicò Danny con orgoglio. I suoi begli occhi erano pieni di eccitazione, le gote rosee, ma abbassò il tono di voce. «A parte la storia del bambino!» Si sporse in avanti: era chiaro che si trattava del momento culminante della storia. «Arrivarono le Teste Rotonde. Tutto stava andando come gli abitanti avevano sperato. Era tutto deserto, e silenzioso per la fitta nebbia. E nell'intero villaggio non c'era anima viva. E poi», Danny con un'occhiata si assicurò che la stessero ascoltando, «un bambino cominciò a piangere nell'abbazia dove si erano rifugiati gli abitanti del villaggio. Oh, Dio!» Si strinse il delizioso petto. «Il panico! Erano sfuggiti a Cromwell soltanto per essere traditi da un bambino! La madre tentò di mettere a tacere il bambino offrendogli il seno. Ma fu inutile. Il neonato piangeva e piangeva. Erano terrorizzati all'idea che i cani, disturbati dal pianto, si mettessero ad abbaiare e che in tal modo Cromwell li scoprisse. Così fecero tacere il bambino. Lo strangolarono!» «Buon Dio!» mormorò Deborah, stringendosi di più alla sedia del marito. «Proprio il genere di storia che si desidera sentire la prima notte di nozze, vero?» «Ah, ma dovete saperlo.» Danny aveva un'espressione eccitata. «Perché sentire il pianto del bambino porta sfortuna a meno che non si sappia che cosa fare.» «Mettersi dell'aglio?» domandò St. James. «Dormire con un crocifisso in mano?» Deborah gli diede un colpetto sul ginocchio. «Io voglio saperlo. Insisto per saperlo. Devo rovinarmi la vita perché ho sposato un cinico? Mi dica cosa devo fare, Danny, se dovessi sentire il bambino.» La ragazza annuì con aria grave. «Il pianto del bambino si sente sempre di notte e proviene dalle rovine dell'abbazia. Lei deve dormire sul fianco destro, suo marito sul sinistro. E dovete tenervi stretti finché il pianto non smette.» «Interessante», riconobbe St. James. «Una specie di amuleto vivente. Possiamo sperare che questo bambino pianga spesso?» «Non troppo spesso. Ma io...» Inghiottì e di colpo si accorsero che non era un aneddoto per sposi innamorati in viaggio di nozze, perché lei aveva
davvero paura e alla storia ci credeva. «L'ho sentito io stessa circa tre anni fa! È una cosa che non dimenticherò tanto presto!» Si alzò in piedi. «Vi ricorderete cosa fare? Non ve lo dimenticherete?» «Non ce lo dimenticheremo», Deborah rassicurò la ragazza prima che questa scomparisse dalla stanza. Rimasero in silenzio. Deborah appoggiò la testa contro il ginocchio di St. James. Lui le accarezzò i capelli con le dita sottili, scostandole dal volto la massa di ricci. Lei lo guardò. «Ho paura, Simon. Non pensavo che mi sarebbe capitato, non quest'anno, ma è così.» Lesse nei suoi occhi che lui capiva. Certo che capiva. Aveva mai dubitato che fosse così? «Anch'io», rispose lui. «Oggi mi sentivo in preda al panico. Non ho mai voluto lasciarmi andare, né con te, né con nessun altro, in realtà. Ma, ecco. È accaduto.» Sorrise. «Mi hai conquistato il cuore con la tua forza alla Cromwell e non ho saputo resistere, Deborah, e adesso credo di aver più paura di perdere te che me stesso.» Le sfiorò il ciondolo che le aveva regalato quella mattina, appoggiato nell'incavo del collo. Era un piccolo cigno d'oro, per loro simbolo della dedizione assoluta: una scelta, e una scelta per sempre. Spostò lo sguardo dal ciondolo agli occhi di lei. «Non aver paura», le sussurrò con dolcezza. «Facciamo l'amore, allora.» «Con estremo piacere.» Jimmy Havers aveva occhi porcini che si mettevano a saettare quando era nervoso. Poteva anche credere di fare l'interpretazione più strepitosa della sua vita quando raccontava frottole per cavarsela nelle varie situazioni, dall'accusa di furto da quattro soldi all'essere colto con le mani nel sacco, ma la realtà era che i suoi occhi lo tradivano sempre, anche in quel momento. «Non sapevo che saresti arrivata a casa in tempo per portare a mamma il materiale sulla Grecia, allora c'è andato Jim, ragazza.» Era sua abitudine parlare di sé in terza persona. Gli permetteva di sottrarsi alle responsabilità ogni volta che gli si presentava qualche inconveniente. Come adesso, per esempio. No, non sono andato dall'allibratore. Non ho neanche comprato il tabacco da fiuto. Se è accaduto, allora è stato Jimmy, non io. Barbara vide che il padre aveva lo sguardo sfuggente. Dio, che luogo funereo quel salotto: una stanza di tre metri per quattro e mezzo, con finestre sempre sigillate su cui gli anni avevano accumulato sudiciume, arredata in
modo soffocante con le classiche due poltrone e un divano - elementi essenziali per un minimo di comodità -; ma quelli erano mobili reclamizzati come «crine artificiale» trentacinque anni prima, quando perfino il crine naturale era ritenuto di pessimo gusto. Le pareti avevano una tappezzeria con un allucinante disegno di boccioli di rosa intrecciati che si protendevano verso il soffitto. Riviste sulle corse di cavalli affollavano tavoli e pavimento, e si disputavano lo spazio con quindici album in finta pelle che documentavano ogni tappa del lento cammino della madre verso la rovina fisica e mentale. E, in mezzo a tutto questo, Tony sorrideva e sorrideva e sorrideva. In un angolo della stanza c'era l'altarino a lui dedicato. L'ultima sua fotografia prima dell'insorgere della malattia - l'immagine sfocata e distorta di un ragazzo che calcia un pallone in una rete improvvisata, in un giardino un tempo traboccante di fiori - era un ingrandimento. Ai due lati, in cornice di finta quercia, erano appesi gli attestati scolastici, tutte le note di merito che aveva ricevuto dagli insegnanti, e - che Dio ci perdoni -, massimo orgoglio, il suo certificato di morte. Sotto, in segno di omaggio, una composizione di fiori, un omaggio piuttosto polveroso, considerate le condizioni in cui si trovava la stanza. La televisione andava a tutto volume, come sempre, nell'angolo opposto della stanza, e stava lì «perché Tony la potesse guardare». Veniva sintonizzata sui suoi programmi preferiti, come se il tempo non fosse passato, come se niente fosse accaduto, come se niente fosse cambiato. Mentre porte e finestre erano chiuse e sbarrate per non far entrare la verità di quel pomeriggio d'agosto e di Uxbridge Road. Barbara attraversò decisa la stanza e spense il televisore. «Ehi, ragazza, Jim la stava guardando!» protestò suo padre. Lo osservò. Dio, faceva schifo. Quand'era l'ultima volta che si era fatto un bagno? Sentiva la puzza fin da lì: il sudore, l'unto che impregnava i capelli e si era accumulato sul collo, dietro le orecchie; gli abiti non lavati. «Il signor Patel mi ha detto che sei passato da lui», disse mettendosi a sedere sull'orribile divano. Il rivestimento le pizzicava la pelle. Gli occhi dell'uomo guizzavano. Dal televisore spento, ai fiori di plastica, alle rose oscene che si arrampicavano sul muro. «Jim è andato da Patel, certo.» Annuì. Regalò alla figlia un largo sorriso. Aveva i denti tutti macchiati e Barbara vide che una schiuma scura gli stava coprendo le gengive. Teneva vicino alla sedia un barattolo che aveva contenuto caffè, nascosto in qualche
modo da una schedina delle corse. Sapeva che lui avrebbe voluto che distogliesse lo sguardo per un attimo in modo di avere il tempo di liberarsene senza farsi sorprendere. Lei si rifiutò di stare al gioco. «Sputa, papà», disse con tono paziente. «Non serve inghiottire quella roba e poi star male, non ti pare?» Barbara si accorse che suo padre provò un immenso sollievo quando poté prendere il barattolo e sputare la poltiglia marrone prodotta dal tabacco. Si pulì la bocca con un fazzoletto sporco, diede un forte colpo di tosse e si sistemò le cannule dell'ossigeno nel naso. Con aria mesta guardò la figlia, sperando di trovare un'espressione d'affetto, ma non ne lesse nessuna sul volto di lei. Allora distolse in fretta lo sguardo e riprese a guardarsi intorno. Barbara lo osservò pensosa. Perché non moriva? si domandò. Perché gli ultimi dieci anni della sua vita erano stati un progressivo decadimento anziché un balzo definitivo nel buio eterno? Lui sarebbe stato contento. Non avrebbe avuto più problemi a respirare, niente più enfisema. Niente più tabacco da fiuto per placare il vizio. Soltanto il vuoto, il nulla, il nulla assoluto. «Ti verrà il cancro, papà», lo ammonì lei. «Lo sai, vero?» «Ehi, Jim sta bene, Barb. Non preoccuparti, ragazza.» «Non pensi alla mamma? Che succederebbe se dovessi andare ancora all'ospedale?» Come Tony. Quelle parole rimasero sospese nell'aria. «Devo parlare col signor Patel? Non vorrei farlo, ma lo farò, lo sai, se insisti con questa faccenda del tabacco da fiuto.» «E stato Patel a dare l'idea a Jim», protestò suo padre. La sua voce aveva una nota piagnucolosa. «Dopo che gli hai detto di non dare più a Jim le sigarette.» «Lo sai che l'ho fatto per il tuo bene. Non puoi fumare, se hai bisogno della bombola dell'ossigeno per respirare. Te l'hanno detto i dottori.» «Ma Patel ha detto che il tabacco da fiuto andava bene per Jim.» «Il signor Patel non è un medico. Ora dammi il tabacco.» Allungò la mano per riceverlo. «Ma Jim vuole...» «Niente storie, papà. Dammi il tabacco.» Lui inghiottì. Due volte. Con forza. I suoi occhi non stavano fermi. «Devo avere qualcosa, Barbie», frignò. Lei sobbalzò, sentendosi chiamare in quel modo. Solo Tony usava quel diminutivo. In bocca a suo padre suonava come una bestemmia. Comun-
que gli si avvicinò, gli mise una mano sulla spalla e si costrinse a toccargli i capelli sporchi. «Papà, cerca di capire. Dobbiamo pensare alla mamma. Senza di te non potrebbe vivere. Perciò dobbiamo fare in modo che tu stia bene. Non lo vedi? Mamma... ti ama. Tanto.» Ci fu un luccichio a quelle parole? Riuscivano ancora a vedersi in quel piccolo inferno che si erano proprio meritati, oppure la nebbia era troppo fitta? Lui si lasciò sfuggire un singhiozzo sommesso. Infilò la mano sporca nella tasca e tirò fuori una scatoletta rotonda. «Jim non lo fa per cattiveria, Barbie», disse consegnando la scatola alla figlia. Guardava ora la figlia, ora l'altarino, i fiori di plastica e i vasi che li contenevano. Barbara si precipitò lì, buttò via i fiori e confiscò le altre tre scatolette di tabacco nascoste. «Parlerò col signor Patel domattina», disse poi in tono gelido e uscì dalla stanza. Non poteva che essere Eaton Terrace. Eaton Place faceva troppo Belgravia, e Lynley detestava l'ostentazione. Inoltre questa era solo la residenza di città. Howenstow - la tenuta in Cornovaglia - era la vera casa dei Lynley. Barbara si fermò a guardare l'elegante edificio bianco. Come era tutto deliziosamente pulito a Belgravia, pensò. L'eleganza dell'alta borghesia. Era l'unica zona della città in cui la gente si adattava a vivere in stalle riattate e se ne vantava con gli amici! Stiamo a Belgravia, adesso. Non l'avevamo detto? Oh, venite a prendere un te da noi! Niente di speciale. Solo trecentomila sterline, ma noi lo consideriamo un investimento. Cinque stanze. E la stradina ha un acciottolato che è una vera delizia! Facciamo alle quattro e mezzo. Riconoscerete il posto. Ho messo cassettine di begonie su tutti i davanzali. Barbara salì gli scalini di marmo immacolato e, vedendo il piccolo blasone Asherton sotto il lume d'ottone, scosse la testa con disprezzo. Titolato, Lynley! Niente stalla riattata per te. Alzò la mano per suonare il campanello, ma si bloccò e si mise a osservare la strada. Dal giorno precedente non aveva avuto tempo di considerare la propria posizione. Il primo incontro con Webberly, il recupero di Lynley al ricevimento nuziale, e poi la riunione a Scotland Yard con quello strano prete si erano succeduti con tale rapidità che non aveva avuto tempo di valutare le proprie emozioni ed escogitare una strategia per supe-
rare questo nuovo cimento. Certo, Lynley non era rimasto inorridito per l'incarico come s'era immaginata, di sicuro non inorridito e indignato quanto lei. Ma del resto lui aveva avuto altri pensieri per la testa: il matrimonio del suo amico, l'appuntamento a tarda sera con Lady Helen Clyde. Adesso, dopo aver avuto il tempo per riflettere, avrebbe scaricato su di lei tutta la sua irritazione perché come collega di lavoro gli era stato accollato un paria. Allora che fare? Eccola finalmente, l'occasione che aveva tanto atteso in cui aveva tanto sperato, per cui aveva pregato -, l'opportunità di dare prova di sé nella squadra investigativa una volta per tutte. Era l'occasione per rimediare ai contrasti, alle parole fuori posto, alle decisioni impetuose, agli errori sciocchi degli ultimi dieci anni. «Può imparare molto lavorando con Lynley.» Ripensando alle parole di Webberly, aggrottò la fronte. Che cosa avrebbe mai potuto imparare da Lynley? Il vino giusto da ordinare con la cena, qualche passo di danza, come incantare una stanza piena di persone con una conversazione accattivante? Che cosa avrebbe potuto imparare da Lynley? Niente, di sicuro. Ma lei sapeva bene che lui rappresentava la sua unica possibilità di tornare a far parte della squadra investigativa. Così, mentre se ne stava sulla soglia, pensava a come comportarsi per andare d'accordo con lui. Sarebbe stata disponibile al massimo, decise. Non avrebbe dato suggerimenti, avrebbe approvato ogni sua idea, ogni sua affermazione. Questione di sopravvivenza, si disse, e suonò il campanello. Si aspettava che le andasse ad aprire una cameriera in uniforme, impettita e insolente, così rimase sorpresa. Perché alla porta si presentò Lynley in persona, con in mano un toast, le ciabatte ai piedi e gli occhiali da vista appoggiati sulla punta del suo aristocratico naso. «Ah, Havers, è in anticipo. Perfetto», esclamò guardandola al di sopra delle lenti. Le fece strada nella casa e la condusse in un soggiorno spazioso, con uno zoccolo bianco fresco di vernice, le pareti verde pallido, e il soffitto Adams insolitamente sobrio. Le porte a vetri non avevano le tende perché si vedesse il giardino ancora in fiore e la colazione era servita in piatti d'argento disposti su un mobile in noce. Nella stanza c'era un invitante profumo di pane caldo e di bacon, e a questo stimolo lo stomaco di Barbara si mise a borbottare. Si premette un braccio sull'addome e cercò di non pensare alla sua colazione di quella mattina: un uovo troppo cotto e una fetta
di pane tostato. La tavola era apparecchiata per due, cosa che per un attimo sorprese Barbara, ma poi si ricordò dell'appuntamento serale di Lynley con Lady Helen Clyde. La signora in quel momento era senza dubbio ancora a letto, certo non abituata ad alzarsi prima delle dieci e mezzo. «Si serva.» Lynley fece un gesto distratto verso il buffet con la forchetta e raccolse alcuni fogli del rapporto sparsi tra il servizio di porcellana. «Non conosco nessuno che non ragioni meglio con lo stomaco pieno. Ma le sconsiglio le aringhe affumicate. Mi sembrano poco fresche.» «No, grazie», rispose con gentilezza. «Ho già mangiato, signore.» «Neanche una salsiccia? Quelle almeno sono proprio buone. Non trova che i macellai si siano decisi finalmente a mettere più carne di maiale che farina, adesso? E confortante, quanto meno. Sono passati quasi cinquant'anni dalla fine della seconda guerra mondiale ed era ora che la facessimo finita con il razionamento.» Prese una teiera. Come tutti gli altri oggetti sul tavolo, era di porcellana antica, senza dubbio eredità di famiglia. «Che ne dice di bere qualcosa? Devo avvertirla, sono maniaco del tè Lapsang Souchong. Helen sostiene che ha il sapore di calzini sporchi.» «Io... ne berrei volentieri una tazza. Grazie, signore.» «Bene», dichiarò lui. «Ne beva un po' e mi dica che cosa ne pensa.» Stava per mettere una zolletta di zucchero nell'infuso quando suonò ancora il campanello. Si sentirono dei passi provenire da una scala sul retro della casa. «Vado io, signore», gridò una voce di donna. Aveva l'accento della Cornovaglia. «Mi scusi per la volta scorsa. Il bambino e tutto il resto,.» «È il crup, Nancy», disse tra sé Lynley. «Porta il bambino dal dottore.» Si sentì arrivare dall'ingresso una voce di donna. «Colazione?» Una risata argentina. «Che tempismo ho avuto nell'arrivare, Nancy. Non crederà mai che è una pura coincidenza.» Dopo queste ultime parole, Lady Helen fece il suo ingresso nella stanza e Barbara rimase per un momento raggelata, senza fiato, in preda alla più totale disperazione. Avevano un abito della stessa foggia, ma mentre quello di Helen era stato confezionato su misura per lei dallo stilista, quello di Barbara era dozzinale, un modello da grandi magazzini con le cuciture in vista e l'orlo malfatto. Solo il diverso colore l'avrebbe forse salvata da un'umiliazione cocente, pensò. Afferrò la tazza di tè, ma non ebbe la forza di portarla alle labbra. Lady Helen si bloccò solo per un attimo alla vista della poliziotta. «Sono in un guaio», disse senza mezzi termini. «Meno male che c'è qui anche lei,
sergente, perché ho l'impressione che ci vorrà del bello e del buono per togliermi dal pasticcio in cui mi sono cacciata.» Detto questo, depositò una grossa borsa sulla sedia più vicina e andò subito al buffet dove cominciò a curiosare tra i piatti coperti come se bastasse il cibo a toglierla dai guai. «Pasticcio?» domandò Lynley. Lanciò un'occhiata a Barbara. «Come le è parso il Lapsang?» Con le labbra tirate rispose: «Molto buono, signore». «Ancora quell'orribile tè!» esclamò Lady Helen. «Davvero, Tommy. Sei un uomo senza pietà.» «Se avessi saputo che saresti venuta, sarei stato meno pigro e non l'avrei fatto servire soltanto due volte in una settimana», replicò caustico Lynley. Per nulla offesa, Lady Helen scoppiò a ridere. «Non lo trova irritante, sergente? Da come si esprime si potrebbe pensare che io sia qui tutti i giorni ad abboffarmi a sue spese.» «È ciò che è accaduto ieri, Helen.» «Che uomo perfido sei.» Rivolse di nuovo l'attenzione al buffet. «Queste aringhe hanno un odore spaventoso. Le ha portate per caso Nancy nella sua valigia?» Li raggiunse a tavola con un piatto che traboccava di un assortimento gastronomico di uova e funghi, pomodori e bacon alla griglia. «Che cosa ci fa qui, a proposito? Perché non è a Howenstow? Dov'è Denton questa mattina?» Lynley intanto sorseggiava il suo tè, leggendo il rapporto che aveva sul tavolo. «Visto che sarò fuori città, ho lasciato qualche giorno di libertà a Denton», rispose distrattamente. «Non era il caso che venisse con me.» Lady Helen rimase con un pezzo di bacon croccante bloccato a mezz'aria. «Stai scherzando, vero? Dimmi che non parli sul serio, tesoro.» «Me la cavo benissimo senza il mio maggiordomo. Non sono del tutto imbranato, Helen.» «Ma non intendevo questo!» Lady Helen bevve un sorso del Lapsang Souchong, fece una smorfia e appoggiò la tazza. «Si tratta di Caroline. Si è presa l'intera settimana di ferie. Non pensi... Tommy, se se ne è andata con Denton, sono perduta. No», lo bloccò prima che parlasse, «so che cosa stai per dire. Hanno tutto il diritto di avere una vita privata. Sono d'accordo anch'io. Ma dobbiamo arrivare a una sorta di compromesso a questo proposito - io e te - perché se si sposano e si stabiliscono da te...» «Allora ci sposeremo anche noi», rispose placido Lynley. «E saremo felici e contenti, tutti e quattro.» «Trovi la cosa divertente, vero? Ma guardami. Un giorno senza Caroline
in casa e vedi come mi riduco. Certo non penserai che lei approverebbe una mise di tal genere.» Lynley osservò la mise in questione. Barbara non ne aveva bisogno: aveva l'immagine di Lady Helen stampata nella mente. Un completo bordeaux di ottimo taglio, una camicetta di seta e una sciarpa color malva che le scendeva fino alla vita. «Che cosa c'è che non va?» domandò Lynley. «Ti sta bene. In effetti, considerata l'ora», guardò il suo orologio da tasca, «direi che sei fin troppo elegante.» Lady Helen si rivolse a Barbara, esasperata. «Non è un comportamento tipico da uomini, sergente? Questa mattina sembro una fragola troppo matura e lui commenta: 'ti sta bene, secondo me' e si immerge nella lettura del dossier di un delitto.» «Molto meglio questo che occuparmi del tuo abbigliamento per i prossimi giorni.» Lynley fece cenno alla borsa dimenticata sulla sedia, che si era rovesciata e aveva sparso sul pavimento vari pezzi di stoffa. «È per questo che sei venuta?» Lady Helen si tirò vicino la borsa. «Vorrei che fosse così», sospirò lei. «Ma è molto peggio della faccenda Denton-Caroline; a proposito, non abbiamo ancora chiuso la questione. Sono nei pasticci. Ho mischiato i campioni con i fori di proiettile di Simon.» Barbara cominciava a pensare di essere finita in una commedia di Wilde. Abituato ai bizzarri salti logici di Lady Helen, Lynley non si scompose. «I campioni con i fori di proiettile di Simon?» «Lo sai. Stavamo lavorando sulle possibili forme che una macchia di sangue prodotta da una ferita di arma da fuoco assume in base a traiettoria, angolazione e calibro del proiettile. Te lo ricordi, vero?» «Il lavoro da presentare il mese prossimo?» «Proprio quello. Simon aveva lasciato tutto pronto per me al laboratorio. Avrei dovuto buttar giù la serie dei dati preliminari, attaccare le etichette a ogni campione di stoffa, e allestire il lavoro in laboratorio per gli studi conclusivi. Ma io...» «Hai mischiato i campioni di stoffa», terminò la frase Lynley. «St. James avrà bisogno di quella roba per continuare, Helen. Che proponi di fare?» Lei gettò uno sguardo sconsolato ai campioni che aveva buttato senza tanti riguardi sul pavimento. «Certo, non sono del tutto ignorante in materia. Dopo quattro anni di laboratorio, so riconoscere almeno una calibro
ventidue e non ho difficoltà con una quarantacinque o con un fucile da caccia. Ma per quanto riguarda gli altri... e ancor peggio quando si tratta di abbinare il tipo di macchia di sangue alla relativa traiettoria...» «E un guaio», concluse Lynley. «Esattamente», assentì lei. «Così ho pensato di fare un salto qui stamattina per vedere se era possibile sistemare le cose.» Lynley si chinò e diede una rapida occhiata al materiale. «E impossibile, tesoro. Mi dispiace, ma qui sono necessarie ore di lavoro e noi dobbiamo prendere il treno.» «Allora che posso dire a Simon? Ci sta lavorando da secoli.» Lynley rifletté sul problema. «Una soluzione ci sarebbe...» «Quale?» «Il professor Abrams del Chelsea Institute. Lo conosci?» Al cenno negativo di lei, Lynley continuò: «Lui e Simon hanno testimoniato in qualità di esperti. È stato l'anno scorso per il caso Melton. Si conoscono. Forse potrebbe esserti d'aiuto. Potrei telefonargli prima di partire». «Davvero, Tommy? Te ne sarei tanto grata. Farei qualsiasi cosa per te.» Lui alzò un sopracciglio. «Certo non è una cosa da dire a un uomo a colazione.» Lei si mise a ridere in modo seducente. «Anche i piatti! Rinuncerei anche a Caroline, se necessario.» «E a Jeffrey Cusick?» «Anche a lui. Poveretto. Barattato per fori di proiettile senza un attimo di esitazione.» «D'accordo, allora. Me ne occuperò non appena avremo finito di mangiare. Allora adesso possiamo continuare la nostra colazione?» «Oh, sì, certo.» Si buttò con gioia sul piatto, mentre Lynley s'infilava gli occhiali e dava ancora un'occhiata alle sue carte. «Per quale caso partite così di buon mattino?» chiese Helen a Barbara, versandosi una seconda tazza di tè e aggiungendoci zucchero e panna in abbondanza. «Una decapitazione.» «Mi sembra davvero una cosa orrenda. Andate lontano?» «Nello Yorkshire.» La tazza rimase sospesa in aria e poi venne appoggiata lentamente sul piattino. Lady Helen guardò per un attimo Lynley prima di parlare. «Esattamente dove, Tommy?» domandò con aria impassibile. Lynley cercò il nome sul dossier. «Un posto di nome... ecco, Keldale. Lo conosci?»
Ci fu un minuto di silenzio. Lady Helen soppesò la domanda. Aveva lo sguardo fisso sul tè e, anche se il suo volto era privo di espressione, la vena del collo cominciò a pulsarle. Fece un sorriso, ma gli occhi rimasero impassibili. «Keldale? No, affatto.» 5 Lynley lasciò da parte il giornale e si mise a osservare Barbara Havers. Non aveva bisogno di farlo di nascosto, perché lei era china sul tavolino di formica verdina del treno a leggere il rapporto sull'omicidio di Keldale. Per un momento si fermò a considerare quanto fossero cadute in basso le ferrovie inglesi nell'attuale scelta dei colori, destinati al massimo utilizzo con il minimo di manutenzione, ma poi ritornò con il pensiero alla poliziotta seduta di fronte a lui. Era informato sul conto di Havers. Lo erano tutti. Aveva fallito miseramente nel primo incarico alla squadra investigativa, alienandosi in breve le simpatie di MacPherson, Stewart e Hale, tre compagni di lavoro ideali. MacPherson, in special modo, con il suo travolgente humour e l'atteggiamento paterno, avrebbe dovuto essere un maestro straordinario per una come Barbara. Quell'uomo era davvero un bonaccione. Quale sergente dell'investigativa aveva fallito al suo fianco? Solo Barbara Havers. Lynley ricordava il giorno in cui Webberly aveva deciso di rimandarla al servizio di pattuglia. Tutti sapevano che sarebbe successo, naturalmente. Ma nessuno era preparato alla reazione della donna. «Se fossi una signorina di buona famiglia uscita da Eton, mi avreste tenuto», aveva gridato nell'ufficio di Webberly con un tono di voce così alto che l'intero piano l'aveva sentita. «Se avessi un sostanzioso conto in banca e un titolo nobiliare e non avessi remore a fottermi chiunque si trovasse sulla mia strada - donna, uomo, bambino o animale -, andrei proprio bene per il vostro prezioso dipartimento!» Al nome di Eton tre teste si erano voltate verso Lynley. Alla fine della discussione tutti nella stanza avevano interrotto il lavoro e guardavano nella sua direzione. Lui si trovava accanto a uno schedario e stava cercando il dossier su quel miserabile verme di Harry Nelson, ma a quel punto si era accorto di muoversi in modo impacciato. Certo non aveva proprio bisogno di quel dossier. Non in quel momento, perlomeno. Non poteva rimanere lì all'infinito; doveva tornare alla sua scrivania. Si era costretto a farlo, a dire con disinvoltura: «Buon Dio, mi affidano sempre gli animali», e aveva at-
traversato la stanza con nonchalance. La sua osservazione era stata accolta da risate nervose e impacciate. Si era sentita sbattere violentemente la porta di Webberly e Havers era comparsa come una furia nel corridoio. Aveva la bocca contratta dalla rabbia e il volto rigato di lacrime che si asciugava irata con la manica del cappotto. Quando Lynley aveva incontrato lo sguardo di lei, si era sentito riversare addosso tutto il suo odio e il suo disprezzo. Era come essere colpiti da una malattia incurabile. Un momento dopo, MacPherson era arrivato con la solita andatura goffa vicino alla sua scrivania, gli aveva buttato il dossier su Harry Nelson e con un borbottio amichevole gli aveva detto: «Sei un attore formidabile, ragazzo». Ma ciononostante erano occorsi almeno dieci minuti prima che le mani smettessero di tremargli e lui potesse formare il numero di Helen. «Ci vediamo per pranzo, tesoro?» le aveva chiesto. Aveva capito. Se n'era accorta subito. «Certo, Tommy. Simon mi ha costretto per tutta la mattina ad analizzare i più ributtanti campioni di capelli immaginabili... Sapevi che il cuoio capelluto si stacca davvero quando strappi i capelli a qualcuno, amore? Un pranzetto mi sembra la cosa più opportuna. Facciamo al Connaught?» Per fortuna c'era Helen. Dio, che ancora di salvezza era stata per lui in quell'ultimo anno! Lynley cacciò quei pensieri dalla mente e riprese a studiare Barbara. Gli ricordava un po' una tartaruga. Specialmente quella mattina, quando era entrata Helen nella stanza. La poverina era rimasta raggelata, aveva balbettato qualche parola e si era ritirata nel suo guscio. Che comportamento strano! Come se avesse qualcosa da temere da Helen! Cercò in tasca il portasigarette e l'accendino. Notando quel gesto, il sergente Havers alzò lo sguardo poi ritornò al suo rapporto, il volto impassibile. Lei non fumava e non beveva, pensò Lynley e fece un sorriso ironico. Be', abituati, sergente. Non sono proprio l'uomo che trascura i suoi vizi. Non da un anno a questa parte, almeno. Non era mai riuscito a capire la notevole antipatia che la donna nutriva nei suoi confronti. C'era, a voler ben vedere, la faccenda ridicola della classe sociale; e solo Dio sa quanto era stato preso in giro dai colleghi quando avevano scoperto che aveva ereditato un titolo nobiliare. Tuttavia, dopo che per una settimana, a ogni sua comparsa, l'avevano accolto con inchini beffardi e suono di fanfare, la questione del titolo aveva perso d'interesse. Ma non per Havers, che sembrava udire le magniloquenti parole ottavo conte di Asherton come un ritornello ossessivo tutte le volte che lui
passava nei suoi paraggi, cosa che aveva evitato accuratamente di fare da quando lei era tornata al servizio di pattuglia. Lynley fece un sospiro. Ed eccoli di nuovo insieme. Che cosa aveva mai in mente Webberly, costringendoli a lavorare in coppia? Il commissario era di gran lunga l'uomo più intelligente che avesse mai conosciuto a Scotland Yard, per cui questa accoppiata alla Don Chisciotte doveva avere un senso. Guardò fuori del finestrino bagnato di pioggia. Se riesco a stabilire chi di noi due è Sancho Panza, andremo d'accordo magnificamente. Si mise a ridere. Il sergente Havers sollevò lo sguardo incuriosita, ma non aprì bocca. Lynley sorrise. «Cercavo i mulini a vento», le disse. Stavano bevendo il caffè quando Barbara sollevò con cautela la questione dell'ascia. «Nessuna impronta sull'attrezzo», osservò lei. «Sembra strano, vero?» replicò Lynley. Fece una smorfia per il sapore della bevanda e spinse da parte la tazza. «Uccidi il cane, uccidi il padre, aspetti l'arrivo della polizia, ma togli le impronte digitali dall'impugnatura dell'ascia. Non ha senso.» «Perché pensa che abbia ucciso il cane, ispettore?» «Per farlo star zitto.» «Suppongo sia così», assentì lei, riluttante. Lynley notò che voleva aggiungere qualcosa. «Che ne pensa?» «Io... niente. Sarà proprio come dice lei, signore.» «Ma lei ha un'altra idea. Sentiamo.» Havers lo stava osservando con circospezione. «Sergente?» Barbara si schiarì la gola. «Stavo solo pensando che non aveva bisogno di metterlo a tacere. Voglio dire... era il suo cane. Perché avrebbe dovuto abbaiare a lei? Potrei sbagliarmi, ma avrebbe abbaiato contro un intruso e un intruso avrebbe dovuto farlo star zitto.» Lynley si guardò la punta delle dita affusolate. «La strana faccenda della morte del cane nella notte», mormorò. «Avrebbe abbaiato anche alla ragazza che conosceva, se questa stava per uccidere il padre», obiettò. «Ma... pensavo, signore.» Havers si tirò i capelli dietro le orecchie, un gesto che la rese ancor meno attraente del solito. «Non sembra che il cane sia stato ucciso prima?» Frugò tra le carte che aveva riposto nella cartelletta e tirò fuori una fotografia. «Il corpo di Teys è caduto proprio sopra il cane.»
Lynley esaminò l'immagine. «Sì, certo. Ma lei avrebbe potuto montare la messinscena.» Barbara spalancò gli occhi intelligenti, sbalordita. «Non lo ritengo possibile, signore. No davvero.» «Perché no?» «Teys era alto un metro e novantadue.» Con una certa goffaggine estrasse altri fogli del rapporto. «Pesava... ecco qui, novantun chili. Non riesco a immaginarmi questa Roberta che solleva novanta chili di peso morto per creare la scena del delitto. Soprattutto se aveva intenzione di confessare subito dopo. Non mi sembra possibile. Inoltre, il corpo era senza testa e allora ci sarebbe dovuto essere del sangue sui muri, se l'avesse spostato. Ma non ce n'era.» «Un punto a suo favore, sergente», disse Lynley tirando fuori gli occhiali dalla tasca. «Credo che abbia ragione. Mi lasci dare un'occhiata alla pratica.» Lei gli passò l'intero dossier. «L'ora della morte è stata fissata tra le dieci e mezzanotte», dichiarò più a se stesso che a lei. «Aveva mangiato pollo e piselli a cena. Qualcosa non va, sergente?» «Niente, signore. L'idea mi fa star male.» Le lanciò un'occhiata affascinante. «Ah.» Continuò a leggere. «Presenza di barbiturici nel sangue.» Alzò lo sguardo, corrugò la fronte e fissò Barbara, senza vederla, al di sopra delle lenti. «È difficile pensare che un uomo del genere abbia bisogno di pillole per dormire. Si sobbarca una giornata di duro lavoro alla fattoria, all'aria fresca delle valli. Fa una cena abbondante e si addormenta accanto al fuoco. La pace bucolica. Allora perché il sonnifero?» «Pare che l'avesse appena preso.» «È ovvio. Non può essere andato nel fienile in stato di sonnambulismo.» Lei si raggelò a quella battuta, si ritirò nel suo guscio. «Intendevo solo dire...» «Mi scusi», la interruppe subito Lynley. «Stavo scherzando. Lo faccio qualche volta. Allenta la tensione. Dovrà cercare di abituarsi.» «Certo, signore», rispose lei con affettata cortesia. L'uomo si accostò a loro mentre si stavano dirigendo verso l'uscita. Era molto magro, aspetto anemico, tipico di chi è afflitto da almeno un migliaio di vari problemi di stomaco che gli avvelenano l'esistenza. Anche nel momento in cui li raggiunse, s'infilò in bocca una pasticca e cominciò a masticarla con grande accanimento.
«Commissario Nies», lo apostrofò Lynley in tono affabile. «Ha fatto tutta questa strada da Richmond per venirci a prendere? È quasi un viaggio per lei.» «Sessanta fottute miglia, perciò chiariamo subito le cose, ispettore», esordì secco Nies. Si era fermato davanti a loro, bloccando l'accesso alle scale che portavano fuori della stazione. «Non la voglio qui. Questo è un maledetto scherzo di Kerridge e io non c'entro nel modo più assoluto. Se vuole qualcosa, la chieda a Newby Wiske, non a Richmond. Sono stato chiaro? Non voglio vederla. Non voglio sentir parlare di lei. Se è venuto qui con lo scopo di vendicarsi, se lo ficchi subito nel culo. Capito? Non ho tempo da dedicare a studentelli ruffiani ansiosi di vendicarsi.» Ci fu un momento di silenzio. Osservando il volto da dispeptico di Nies, Barbara si chiese se mai qualcuno si fosse rivolto in modo così colorito a Lord Asherton nella sua tenuta in Cornovaglia. «Sergente Havers», disse in tono conciliante Lynley, «non credo che lei conosca il commissario capo Nies, della polizia di Richmond.» Non aveva mai visto un uomo messo così in difficoltà da una simile eleganza di modi. «Felice di conoscerla, signore», rispose Barbara Havers doverosamente. «Vai all'inferno, Lynley», ringhiò Nies. «Stammi fuori dai piedi.» Con questo, girò sui tacchi e si fece largo tra la folla verso l'uscita. «Ben fatto, sergente.» Lynley non era per niente turbato. Frugò con lo sguardo tra la marea umana che affollava la stazione di York. Era quasi l'una e il solito andirivieni era accentuato dai molti che, compatibilmente con gli orari di lavoro, approfittavano dell'ora di pranzo per comprare biglietti, trattare il prezzo del noleggio delle automobili con il personale addetto, andare a prendere amici e conoscenti in arrivo. Lynley individuò la persona che cercava, disse: «Ah, vedo Denton, laggiù», e fece un cenno con la mano a un giovanotto che si stava avvicinando. Denton era appena uscito dalla tavola calda, interrotto nel mezzo del pranzo. Mentre si faceva largo tra la folla, finì di masticare, ingoiò il boccone e si pulì la bocca con un tovagliolino di carta. Riuscì anche a pettinarsi i folti capelli neri, sistemarsi la cravatta e dare una rapida occhiata alle scarpe prima di raggiungerli. «Fatto buon viaggio, signore?» domandò, consegnando a Lynley un mazzo di chiavi. «La macchina è qui fuori.» Fece un sorriso gentile, ma Barbara notò che evitava di incontrare lo sguardo di Lynley. Lynley scrutò con occhio critico il maggiordomo. «Caroline», disse.
Gli occhi grigi e rotondi di Denton divennero ancora più rotondi. «Caroline, signore?» ripeté con aria innocente. Il suo volto da cherubino divenne, se possibile, ancora più angelico. Lanciò un'occhiata nella direzione da cui era venuto. «Non faccia il finto tonto. Dobbiamo sistemare alcune cose prima che lei parta per la sua vacanza. Questo è il sergente Havers, a proposito.» Denton inghiottì e fece un breve cenno a Barbara. «Piacere, sergente», disse, e riportò lo sguardo su Lynley. «Signore?» «La smetta di essere così ossequioso. Non lo fa a casa, e in pubblico mi da un fastidio terribile.» Con impazienza, Lynley si passò la valigetta nera da una mano all'altra. «Mi scusi.» Denton sospirò e vuotò il sacco. «Caroline è nella tavola calda. Ho affittato un cottage nella Robin Hood's Bay.» «Com'è romantico», osservò seccamente Lynley. «Mi risparmi i dettagli. Le dica solo di telefonare a Lady Helen per rassicurarla che non siete fuggiti a Gretna Green. Lo farà, Denton?» Il giovanotto fece un largo sorriso. «Ma certo, lo farò subito.» «Grazie.» Lynley infilò la mano in tasca ed estrasse dal portafoglio una carta di credito. La diede all'uomo. «Non si metta in testa strane idee», lo avvertì. «Paghi solo la macchina con questa. È chiaro?» «Chiarissimo», rispose Denton secco. Guardò verso la tavola calda da cui era uscita una giovane donna assai graziosa che li stava osservando. Era vestita e pettinata alla moda, come la stessa Lady Helen. Praticamente il suo doppione, a voler ben vedere, pensò Barbara irritata e si chiese se fosse un requisito indispensabile per ottenere il lavoro: ancella della figlia minore di un conte, proprio una creatura uscita dal diciannovesimo secolo. L'unica reale differenza tra Caroline e la sua padrona era una minore sicurezza di sé, evidenziata dal modo in cui Caroline teneva la borsetta: stringeva i manici con entrambe le mani come se la dovesse usare a mo' di arma. Denton parlò. «Posso andare allora?» «Vada», rispose Lynley e, mentre l'uomo si allontanava nella direzione da cui era venuto, aggiunse: «Stia attento». «Non si preoccupi, signore», fu la rapida risposta. Lynley lo guardò sparire tra la folla con la giovane donna al braccio. Si voltò verso Barbara. «Credo che questa sia stata l'ultima interruzione. Andiamo.» E, detto questo, la guidò fuori in Station Road e poi verso una lucida Bentley d'argento.
«Ho... i... dati di fatto», disse in confidenza Hank Watson dal tavolo vicino. «I dati di fatto... sicuri... certificati... verificati!» Soddisfatto di aver attirato l'attenzione di tutti i presenti nella sala da pranzo, continuò: «Sulla storia del bambino dell'abbazia. Io e JoJo li abbiamo appresi da Angelina questa mattina». St. James guardò sua moglie. «Ancora caffè, Deborah?» le chiese gentilmente. Quando lei fece cenno di no, ne versò un po' per sé e riportò la sua attenzione sull'altra coppia. Hank e JoJo Watson non avevano perso tempo a instaurare un rapporto di amicizia con gli unici ospiti di Keldale Hall. La signora Burton Thomas aveva provveduto in tal senso facendoli sedere a due tavoli affiancati nell'immensa sala da pranzo. Non si era preoccupata di fare le presentazioni. Sapeva che non ce ne sarebbe stato bisogno. Le belle modanature in rilievo dei rivestimenti in legno della stanza, la credenza Sheraton, e le sedie William e Mary persero d'interesse agli occhi dei due americani quando entrarono St. James e Deborah. «Hank, tesoro, forse non hanno voglia di sentire la storia del bambino dell'abbazia.» JoJo si toccava la collana d'oro da cui pendeva un incredibile numero di ciondoli. Le parole «Mamma», «Torta di mele» e «Zuccherino» facevano compagnia a un simbolo della Mercedes-Benz, a un minuscolo cucchiaio e a una Tour Eiffel in miniatura. «Impossibile che non vogliano!» fu la replica di Hank. «Basta che tu glielo chieda, Chicchina.» JoJo si scusò con lo sguardo con l'altra coppia. «Hank è affascinato dall'Inghilterra. Proprio incantato», spiegò. «L'adoro», annuì Hank. «Se solo riuscissi ad avere dei toast caldi, il posto sarebbe perfetto. Perché diavolo voi inglesi mangiate i toast freddi?» «Ho sempre pensato che fosse una carenza culturale», replicò St. James. Hank urlò la sua approvazione, la bocca aperta a mostrare una fila di denti incredibilmente bianchi. «Carenza culturale! Questa è buona! Questa è davvero buona! Sentito, Chicchina? Carenza culturale!» Hank ripeteva sempre qualsiasi osservazione lo facesse ridere: Così aveva l'impressione di esserne un po' l'autore. «Adesso torniamo all'abbazia.» Non era neanche facile distoglierlo da un pensiero. «Hank», mormorò sua moglie. Sembrava un po' un coniglio, con gli occhi sporgenti e il nasino all'insù che muoveva continuamente come se non fosse abituata all'aria che respirava.
«Rilassati, Chicchina», le intimò il marito. «Queste persone sono il sale... della... terra.» «Penso che prenderò altro caffè, Simon», disse Deborah. Lui glielo versò, la guardò negli occhi e disse: «Latte, cara?» «Sì, grazie.» «Latte caldo nel caffè!» osservò Hank. «Un'altra cosa cui non ero abituato. Ehi! Ecco Angelina!» La ragazza nominata - data la rassomiglianza fisica con Danny, non poteva che essere un altro membro del sempre più curioso clan Burton Thomas - portava un largo vassoio con grande serietà. Non era carina come Danny: una ragazzina rossa e cicciottella con le guance colorite e le mani ruvide che la facevano apparire più adatta alla vita di fattoria che all'eccentrica atmosfera della sua famiglia. Buttò lì un nervoso buongiorno, evitando il loro sguardo, e in modo goffo distribuì la colazione mordendosi intanto il labbro inferiore. «Timida creatura», osservò ad alta voce Hank lasciando cadere una fetta di toast in mezzo all'uovo fritto. «Ma ci ha dato le informazioni giuste, ieri sera dopo cena. Allora avete sentito la storia del bambino, vero?» Deborah e St. James si guardarono per decidere chi dovesse prendere in mano il filo della conversazione. Toccò a Deborah. «Sì, certo», rispose. «Il pianto che proviene dall'abbazia. Danny ce ne ha parlato subito dopo il nostro arrivo.» «Ah! Ci avrei scommesso», affermò Hank in modo vago, e poi aggiunse: «Bel musetto. Sapete, le piace attirare l'attenzione su di sé». «Hank...» mormorò la moglie, tenendo la testa abbassata sul porridge; le orecchie, che le spuntavano dai corti capelli biondo rossicci, erano diventate rosse. «JoJo-Chicchina, questa gente non è stupida», replicò Hank. «Capiscono come vanno le cose.» Agitò la forchetta verso gli altri due commensali. Un pezzo di salsiccia era in equilibrio precario sulla punta. «Dovete scusare la Chicchina», spiegò lui. «Voi penserete che vivendo a Laguna Beach dovrebbe essere spregiudicata, vero? Conoscete Laguna Beach, in Califomia?» Non aspettò una risposta. «È il posto più bello del mondo per viverci, senza offesa per questi luoghi, certo. JoJo-Chicchina e io viviamo lì da... quanti anni sono adesso, bel musino? Ventidue?... E diventa ancora rossa, ve lo dico io, quando vede due finocchi in atteggiamento confidenziale! 'JoJo', le dico, 'non devi arrossire e sentirti imbarazzata per i finocchi.'» Abbassò il tono di voce. «Ci escono dalle orecchie, a Laguna», con-
fidò lui. St. James non aveva il coraggio di guardare Deborah. «Scusi?» domandò, non essendo sicuro di aver capito bene. «Finocchi, diamine! Invertiti! Omosessuali! Ce ne sono a milioni dichiarati, a Laguna! Vogliono vivere tutti lì! Adesso, torniamo alla faccenda dell'abbazia.» Hank s'interruppe per ingollare una sorsata di caffè. «Pare che in realtà sia andata così: Danny e il suo amichetto si incontravano regolarmente all'abbazia. Sapete che intendo dire. Per uno scambio di effusioni. E nella notte in questione di tre anni fa avevano deciso che era tempo di consacrare la loro relazione. Mi seguite?» «Perfettamente», rispose St. James. Evitava volutamente lo sguardo di Deborah. «Dunque, Danny, vede, è un po' reticente su questo punto. Dopotutto essere vergine la prima notte di nozze conta ancora, non è d'accordo? Specialmente da queste parti. E se la piccola Danny lascia fare a questo tipo quello che vuole... be', non si torna più indietro, non le pare?» Era in attesa della risposta di St. James. «Immagino di no.» Hank annuì approvando. «Così quando sua sorella Angelina dice che...» «Era presente anche lei?» domandò incredulo St. James. Hank scoppiò in una risata fragorosa a quell'idea, picchiando il cucchiaio forte sul tavolo. «Lei è uno spasso, giovanotto!» Si rivolse a Deborah. «È sempre così?» «Sempre», rispose lei subito. «È grandioso! Be', torniamo all'abbazia.» Certo, fu la risposta implicita nello scambio di occhiate tra Deborah e St. James. «Allora c'è questo tizio con Danny.» Hank rappresentò nell'aria la scena con il coltello e la forchetta. «L'arma è carica e il grilletto tirato. Quando, ecco, tutto d'un tratto lo strillo violento del bambino! Se lo immagina? Eh, ci riesce?» «Perfettamente», replicò St. James. «Be', quei due sentono il bambino e pensano che sia un segno del Signore. Scappano dall'abbazia come se avessero il diavolo alle calcagna. E questo, amici miei, mise fine alla cosa.» «Al pianto del bambino, vuol dire?» domandò Deborah. «Oh, Simon, speravo che l'avremmo sentito stanotte. O magari anche questo pomeriggio. Scansare il male ha dato una ricompensa maggiore di quanto io pen-
sassi.» Sfacciata, voleva dire il suo sguardo. «Non al pianto del bambino», precisò Hank. «Alla cosuccia tra Danny e il tizio. A proposito, come si chiamava, Chicchina?» «Un nome strano. Ezra qualcosa.» Hank annuì. «Be', comunque, Danny ritorna a casa tutta sconvolta. Vuole confessare i suoi peccati e morire. Così chiamano il prete. È il momento dell'esorcismo!» «Per l'abbazia, la casa, o Danny?» domandò St. James. «Per tutti e tre, giovanotto! Allora il prete arriva di corsa qui e compie il rito con l'acqua benedetta, va all'abbazia, e...» S'interruppe di colpo, il volto raggiante di gioia, gli occhi entusiasti: un narratore eccellente, con l'uditorio che pende dalle sue labbra. «Ancora caffè, Deborah?» «No, grazie.» «E lei che ne pensa?» domandò Hank. St. James soppesò la domanda. Sentì che la moglie gli toccava con il piede la gamba sana. «E, dannazione, se non c'era davvero un bambino in carne e ossa lì! Un neonato con il cordone ombelicale ancora attaccato. Non poteva avere più di due ore di vita. Morto stecchito quando arrivò là il vecchio prete. Abbandono, dicono.» «Spaventoso.» Deborah impallidì. «Che cosa orribile!» Hank annuì con gravità. «Lei dice bene, pensate al povero Ezra! Immagino che non sia riuscito più a fare sapete-cosa per altri due anni!» «Di chi era il bambino?» Hank scrollò le spalle. Rivolse la sua attenzione alla colazione ormai fredda. Era chiaro che a lui interessavano solo i particolari piccanti della storia. «Nessuno lo sa», rispose JoJo. «L'hanno seppellito nel cimitero della chiesa del villaggio. Con un epitaffio assurdo sulla pietra tombale. Non me lo ricordo, così su due piedi. Dovete andare a vederlo.» «Sono sposi novelli, Chicchina», intervenne Hank, schiacciando l'occhio a St. James. «Immagino che abbiano ben altre cose in mente che andare per cimiteri.» Era ovvio: Lynley aveva una predilezione per i russi. Avevano cominciato con Rachmaninov, erano passati a Rimskij-Korsakov ed erano arriva-
ti al furibondo fragore dell'Ouverture 1812. «Ecco. Se n'è accorta?» le domandò una volta che la musica era cessata dopo un rimbombante finale. «Un suonatore di piatti era in ritardo di un controtempo. Ma è il mio unico appunto a questa incisione della 1812.» Spense lo stereo. Barbara notò per la prima volta che non portava alcun oggetto d'oro, nessun anello con il sigillo in rilievo, nessun orologio costoso che gli scintillasse al polso. Per qualche strano motivo, il fatto era per lei irritante quanto uno sfoggio smaccato di ricchezza. «Non me ne sono accorta. Mi dispiace. Non me ne intendo molto di musica.» Si aspettava davvero che lei - con il suo retroterra culturale - fosse in grado di discutere di musica classica? «Non me ne intendo molto neanch'io», ammise Lynley con spontaneità. «Ma la ascolto spesso. Temo di essere uno di quegli ignoranti che dicono: 'Non ne so niente, ma so cosa mi piace'.» Ascoltò sorpresa le parole di lui. Quell'uomo era laureato con il massimo dei voti in storia, aveva studiato a Oxford. Perché mai avrebbe dovuto definirsi un ignorante? A meno che, naturalmente, lo facesse per metterla a suo agio con un tocco di eleganza, cosa che gli riusciva molto bene. Non gli costava alcuna fatica, naturale come respirare. «Devo aver sviluppato questo interesse durante l'ultima fase della malattia di mio padre. C'era sempre musica in casa quando andavo a trovarlo.» S'interruppe, tolse la cassetta e il silenzio che era calato nella macchina era diventato assordante quanto la musica, solo molto più irritante. Passarono alcuni minuti prima che riprendesse a parlare, e quando lo fece continuò il discorso interrotto. «Si è spento come una candela. Quanta sofferenza.» Si schiarì la gola. «Mia madre non volle prendere in considerazione l'idea di farlo ricoverare in ospedale. Anche verso la fine, quando sarebbe stato molto più facile per lei, non ne volle sentir parlare. Sedeva accanto a lui senza sosta, giorno e notte, e lo vedeva morire a poco a poco. Penso che sia stata la musica a non farli impazzire nelle ultime settimane.» Teneva gli occhi fissi sulla strada. «Le stringeva la mano e ascoltava Čajkovskij. Alla fine non riusciva neanche a parlare. Mi è sempre piaciuto pensare che la musica parlasse per lui.» Divenne di colpo fondamentale modificare la piega che la conversazione aveva assunto. Barbara strinse con le dita calde e secche i rigidi bordi della mappa stradale, cercando un altro argomento di conversazione. «Conosce quel Nies, vero?» Fu una frase maldestra, un tentativo palese
di dare un altro indirizzo al dialogo tra loro due. Gli lanciò un'occhiata circospetta. Lui strinse gli occhi, ma non ebbe altra reazione alla domanda. Abbandonò il volante con una mano. Per un momento Barbara pensò, assurdamente, che con quel gesto volesse imporle il silenzio, invece lui scelse a caso un altro nastro e lo infilò nello stereo. Non lo accese, però. Lei guardava il paesaggio, mortificata. «Sono sorpreso che non lo sappia», disse alla fine. «Sappia cosa?» La guardò, allora. Cercava sul suo volto una nota di insolenza o di sarcasmo o forse un desiderio di ferire. Apparentemente soddisfatto di ciò che vide, riportò lo sguardo sulla strada. «Circa cinque anni fa, mio cognato, Edward Davenport, fu assassinato nella sua casa a nord di Richmond. Il commissario Nies ritenne opportuno arrestarmi. Non fu una faccenda lunga, solo questione di pochi giorni. Ma abbastanza per me.» Un'occhiata verso di lei, un sorriso di disprezzo verso se stesso. «Non ha sentito quella storia, sergente? Sgradevole, tanto da diventare oggetto di pettegolezzo alle feste.» «Io... no... no, non l'avevo sentita. E comunque non vado alle feste.» Si voltò verso il finestrino. «Mi pare che la deviazione sia vicina. Forse tre miglia», disse inutilmente. Era profondamente scossa. Non sapeva dire perché, non ci voleva pensare e si concentrò sul paesaggio circostante per evitare di essere costretta a continuare la conversazione. Quella che era una scappatoia divenne un piacere perché la bellezza della campagna cominciò a esercitare una seduzione su di lei, abituata alla vita frenetica di Londra e allo squallore di Acton, il suo quartiere: lo Yorkshire rappresentava un contrasto formidabile. La natura offriva infinite tonalità di verde, dagli appezzamenti coltivati che disegnavano tanti rettangoli, alla desolazione delle brughiere. La strada scendeva in avvallamenti dove le foreste circondavano immacolati villaggi, e poi risaliva con una serie di curve repentine negli spazi aperti dove il vento del mare del Nord spazzava inclemente eriche e ginestre: l'unica forma di vita era costituita dalle pecore. Giravano libere per terreni privi di qualsiasi forma di recinzione, persino quella costituita dalle antiche pietre allineate che delimitavano invece i confini delle terre da pascolo nelle valli sottostanti. C'erano elementi contrastanti dappertutto. Nelle aree coltivate la vita germogliava da ogni fessura e da ogni cespuglio, una fitta vegetazione che
in un'altra stagione avrebbe prodotto la bellezza variegata dei trifogli, della licnide, della veccia e della digitale. Era una terra in cui le macchine venivano fatte aspettare quando due cani conducevano un gregge di grasse pecore al di fuori dei pascoli, giù per la collina, lungo la strada per una passeggiata di qualche miglio fino al centro del villaggio, guidati soltanto dal fischio del pastore che veniva dietro, e che affidava il proprio destino e quello dei suoi animali all'abilità dei cani. E poi di colpo le piante, i villaggi, le magnifiche querce, gli olmi e i castagni sparivano nel nulla lasciando il posto alla selvaggia e primitiva bellezza delle brughiere. Il cielo azzurro era un'esplosione di nubi: si abbassava a incontrare la terra rude e indomita. Terra e aria: non c'era nient'altro, se non la placida presenza delle pecore dal muso scuro, gagliardi abitanti di quel luogo solitario. «Bello, vero?» le domandò Lynley dopo qualche minuto. «Nonostante tutto quello che mi è successo qui, mi piace ancora lo Yorkshire. Penso che sia per il senso di solitudine che comunica. La totale desolazione.» Barbara di nuovo resistette al tono confidenziale, all'implicito messaggio nascosto dietro quelle parole: lui era un uomo che sapeva capire. «E molto carino, signore. Non ho mai visto niente di simile. Credo che questa sia la deviazione.» La strada per Keldale procedeva con percorso tortuoso verso il punto più basso della vallata. Subito dopo la deviazione, i boschi si chiusero su di loro. I rami degli alberi formavano una volta sopra la strada e ai lati crescevano le felci. Arrivarono al villaggio dalla parte da cui era giunto Cromwell, e lo trovarono come lo aveva trovato lui: deserto. Dal suono delle campane della chiesa di St. Catherine capirono subito perché non c'era segno di vita nel villaggio. Non appena cessarono i rintocchi, che a Lynley parvero interminabili, le porte della chiesa si aprirono e ne uscirono gli sparuti membri della congregazione. «Finalmente», mormorò. Era in piedi, appoggiato alla macchina, e con aria meditabonda stava osservando il villaggio. Aveva parcheggiato di fronte a Keldale Lodge, una linda locanda, tutta coperta di edera e con le finestre a vetri multipli, da dove si godeva una panoramica completa in quattro direzioni. A suo parere, non ci poteva essere al mondo posto più improbabile per un delitto. A nord c'era la strada principale, piuttosto stretta, fiancheggiata da edifici in pietra grigia con i tetti spioventi, che ospitavano tutto il necessario alla vita del paese: un minuscolo ufficio postale; un
indescrivibile ortolano; un negozio che sull'insegna giallastra faceva pubblicità alle barrette di cioccolato Lyons e sembrava fornire di tutto, dall'olio per automobile al cibo per bambini; una cappella dell'epoca di John Wesley, incuneata con deliziosa disarmonia tra la Sala da tè di Sarah e il Salone di Bellezza di Sinji («Per ogni ragazza tenere i capelli con cura dev'esser la prima premura»). Il marciapiede da entrambi i lati era di poco più alto del fondo stradale e l'acqua della pioggia mattutina formava pozzanghere davanti all'entrata delle case. Ma il cielo era ormai sereno e l'aria così fresca che Lynley poteva assaporarne la purezza. A ovest, una strada chiamata Bishop Furthing portava in aperta campagna ed era chiusa da entrambi i lati dai soliti muri in pietra a secco della zona. All'angolo un cottage circondato da alberi la cui porta d'ingresso era distante solo pochi passi dalla strada. Su un lato aveva un giardino recintato da cui proveniva, a intervalli regolari, il guaito di cagnolini, come se qualcuno stesse giocando con loro in maniera brusca. Sull'edificio c'era un'insegna poco appariscente con la parola POLIZIA, caratteri blu su fondo bianco, che si protendeva da una finestra. La casa dell'arcangelo Gabriel, concluse Lynley, trattenendo un sorriso. A sud, due strade si dipartivano da un terreno incolto di proprietà del villaggio: Keldale Abbey Road, che portava evidentemente all'abbazia omonima, e, al di là del ponte ad arco che attraversava il pigro corso del fiume Kel, Church Street, con la chiesa di St. Catherine costruita su un leggero rilievo all'angolo della via. Anch'essa era circondata da un basso muretto in pietra in cui era incassata una lapide commemorativa dei caduti della prima guerra mondiale, la gente comune di ogni villaggio del Paese. A est, c'era la strada che avevano percorso per arrivare in quell'angolo di paradiso dello Yorkshire. Prima era deserta, ma adesso c'era la forma china di una donna che arrancava su per la salita con una sciarpa infilata nel cappotto nero. Calzava scarpe massicce e calzini di un blu acceso, su un braccio portava una borsa a rete. Pendeva lì molle, vuota. La domenica pomeriggio non c'era molta possibilità di riempirla con generi alimentari acquistati dal droghiere, perché tutti i negozi erano chiusi, e anche se non fosse stato così, andava nella direzione sbagliata per fare acquisti: fuori del villaggio, verso la brughiera. La moglie di un fattore, forse, che aveva consegnato qualcosa. Il villaggio era circondato da boschi, da prati digradanti, da un'atmosfera di sicurezza e pace. Quando le campane smisero di suonare, gli uccelli incominciarono a cantare dai tetti delle case e dagli alberi. Da qualche parte
era stato acceso un fuoco e il fumo della legna, il fantasma del suo profumo, era come un sussurro nell'aria. Era diffìcile credere che tre settimane prima, a un miglio dal paese, un uomo era stato decapitato dalla sua unica figlia. «Ispettore Lynley? Spero di non averla fatta attendere troppo. Chiudo sempre quando vado in chiesa perché non c'è nessun altro che sorvegli il posto. Sono Stepha Odell. Sono la proprietaria della locanda.» Sentendo quella voce, Lynley si voltò, ma alla vista di lei rimase senza parole. Una donna alta, ben fatta - di forse quarant'anni - era in piedi di fronte a lui. Indossava un vestito di lino grigio, di buon taglio, con il colletto bianco. Il resto dell'abbigliamento era nero: scarpe, cintura, borsetta e cappello. I capelli, rosso rame, le ricadevano sulle spalle. Era stupenda. L'uomo ritrovò la voce. «Thomas Lynley», si presentò con aria ebete. «Questo è il sergente Havers.» «Entrate pure.» Stepha Odell aveva una voce calda e piacevole. «Le vostre camere sono pronte. Troverete la locanda molto tranquilla in questo periodo dell'anno.» All'interno, la casa era fredda, a causa dei muri spessi e dei pavimenti di pietra; questi ultimi erano coperti da un tappeto Axminster stinto. La donna li condusse in una minuscola reception muovendosi con grazia spontanea e diede loro un ingombrante registro da firmare. «Vi hanno detto che io servo solo la colazione, vero?» chiese con aria seria, come se il pensiero predominante in lui in quel momento fosse placare la fame. Ho un aspetto così disperato? «Ci arrangeremo, signora Odell», rispose Lynley. Mossa astuta, ragazzo mio. Trasparente come l'aria. Al suo fianco Barbara era muta, il volto privo di espressione. «Signorina», precisò la proprietaria della locanda. «Stepha, più semplicemente. Potete trovare da mangiare al Dove and Whistle in St. Chad's Lane o al Santo Graal. O, se volete qualcosa di speciale, c'è Keldale Hall.» «Il Santo Graal?» Lei sorrise. «Il pub di fronte alla chiesa.» «Quel nome deve certo propiziarsi gli dèi astemi.» «Almeno la cosa vale per padre Hart. È risaputo che si fa una pinta o due lì, alla sera. Volete vedere le vostre stanze?» Senza attendere una risposta fece strada su per una scala tortuosa mettendo in mostra, notò Lynley, un bel paio di caviglie sopra le quali c'era un paio di gambe ancora più belle. «Vedrà che si troverà bene qui al villaggio,
ispettore», dichiarò aprendo la porta della prima camera, e poi con un gesto della mano indicò la camera accanto lasciando intendere che stava a loro mettersi d'accordo sulla scelta della stanza. «È già qualcosa. Mi fa piacere sentirlo.» «Sa, nessuno di noi ha qualcosa contro Gabriel. Ma non è più molto amato da queste parti da quando hanno portato Roberta all'ospedale psichiatrico.» 6 Lynley era livido di rabbia, ma nella sua voce non ce n'era la minima traccia. Barbara osservò la sua esibizione al telefono con riluttante ammirazione. Un maestro, dovette ammettere. «Il nome dello psichiatra che ha autorizzato il ricovero?... Nessuno? Una procedura ineccepibile. Allora con quale autorità... Quando si aspettava esattamente che io incappassi in questa informazione, commissario, visto che l'ha lasciata opportunamente fuori del rapporto?... No, lei ha fatto le cose nel senso inverso, temo. Lei non può far rinchiudere un indiziato in un istituto senza le pratiche necessarie... È un peccato che la sua poliziotta sia in ferie, ma trovi una sostituta. Lei non può far ricoverare in un ospedale psichiatrico una ragazza di diciannove anni per la semplice ragione che si rifiuta di parlare con chicchessia.» Barbara si domandava se si sarebbe concesso uno scatto di nervi, se avrebbe avuto un cedimento in quell'armatura di buona fattura marca Savile Row. «Credo che fare quotidianamente il bagno non sia segno peculiare di saldo equilibrio mentale, né... Non tiri in ballo il grado con me, commissario. Se questo è indice del modo in cui lei ha condotto il caso, non mi meraviglio che Kerridge voglia la sua pelle... Chi è il suo avvocato?... Non dovrebbe procurargliene uno lei, allora?... Non mi dica quello che non ha intenzione di fare. Mi hanno affidato questo caso e d'ora in avanti verrà condotto correttamente. Sono stato chiaro? Adesso mi ascolti bene. Lei ha esattamente due ore per farmi avere tutto qui, a Keldale: ogni mandato, ogni documento, ogni deposizione, ogni appunto che è stato preso su questo caso da tutti gli agenti. Mi ha capito? Due ore... Webberly. Webberly. Gli telefoni, allora, e la faccia finita.» Con volto impassibile Lynley restituì il telefono a Stepha Odell. Lei lo rimise dietro il banco della reception e sfiorò il ricevitore più volte
con le dita prima di alzare lo sguardo. «Non avrei dovuto dire niente?» azzardò con una nota di ansia nella voce. «Non voglio creare problemi tra lei e i suoi superiori.» Lynley fece scattare l'apertura del suo orologio da tasca e controllò l'ora. «Nies non è il mio superiore. E sì, lei ha fatto bene a dirmelo. Grazie per averlo fatto. Mi ha risparmiato un inutile viaggio a Richmond che senza dubbio Nies non vedeva l'ora io facessi.» Stepha non ebbe la pretesa di capire. Fece invece un gesto vago in direzione di una porta alla loro destra. «Io... posso offrirle qualcosa da bere, ispettore? Anche a lei, sergente? Abbiamo una birra che, come ama dire Nigel Parrish, 'ti rimette in sesto'. Da questa parte.» Li accompagnò in una saletta tipica da locanda inglese di campagna, dove si sentiva forte l'odore di un fuoco appena spento. La stanza aveva un aspetto accogliente e familiare che faceva sentire a proprio agio gli ospiti, tuttavia conservava una certa atmosfera formale che teneva alla larga gli abitanti del villaggio. Era arredata con svariati divani molto imbottiti e sedie coperte da cuscini a piccolo punto; i tavolini d'acero, disposti senza un criterio preciso, erano in buone condizioni anche se la superficie mostrava talvolta i segni di bicchieri appoggiati senza protezione; la moquette aveva un disegno floreale in cui i colori erano più scuri dove di recente erano stati spostati i mobili; alle pareti erano appese stampe altrettanto noiose: scene di caccia a cavallo con i cani, un giorno a Newmarket, una vista del villaggio. Ma dietro il bar, all'estremità della stanza e sopra il caminetto, c'erano due acquerelli che dimostravano un notevole talento e un rimarchevole gusto. Entrambi rappresentavano le rovine di un'abbazia. Lynley si avvicinò a uno dei due mentre Stepha armeggiava dietro il bancone del bar. «Deliziosi», commentò lui. «Un artista locale?» «Li ha fatti un giovanotto che si chiama Ezra Farmington», rispose lei. «È la nostra abbazia. Con quelli si è pagato l'alloggio qui un autunno. Adesso vive stabilmente al villaggio.» Barbara notò come era abile la donna a versare la birra alla spina e a togliere la schiuma da quella bevanda che sembrava assumere vita propria nel bicchiere. Stepha scoppiò in una risatina deliziosa quando la schiuma traboccò dall'orlo del boccale e le bagnò la mano, e lei con un gesto automatico si portò le dita alla bocca per leccare il residuo. Barbara si domandò quanto tempo Lynley ci avrebbe impiegato a portarsela a letto. «Sergente?» chiese Stepha. «Anche per lei una birra?» «Acqua tonica, se ce l'ha», rispose Barbara. Guardò fuori della finestra.
In strada c'era il vecchio prete venuto a Scotland Yard, impegnato in una concitata conversazione con un altro uomo. Dai gesti che facevano in direzione della Bentley d'argento si capiva che la notizia del loro arrivo era l'argomento del giorno al villaggio. Una donna arrivava dal ponte verso di loro. Aveva l'aspetto delicato, un effetto prodotto dal vestito troppo leggero per la stagione e dai capelli finissimi che si scompigliavano al minimo alito di vento. Si strofinava le braccia per riscaldarsi e invece di partecipare alla conversazione dei due uomini si limitava ad ascoltare come se aspettasse che l'uno o l'altro se ne andasse. Dopo poco il prete disse ancora qualche parola e si allontanò verso la chiesa. Rimasero le altre due persone. La loro conversazione aveva un ritmo frammentario, l'uomo diceva qualcosa alla donna lanciandole un'occhiata e poi basta, la donna dava una breve risposta. Durante i lunghi silenzi, la donna guardava la riva del fiume e l'uomo concentrava la sua attenzione sulla locanda, oppure sulla macchina parcheggiata davanti. Qualcuno era decisamente interessato all'arrivo della polizia, concluse Barbara. «Un'acqua tonica e una birra», annunciò Stepha, appoggiando i bicchieri sul bancone. «E un prodotto casalingo, la ricetta è di mio padre. La chiamiamo Odell's. Deve dirmi cosa ne pensa, ispettore.» Era un liquido corposo, di colore marrone con sfumature dorate. «È molto energetica, vero?» dichiarò Lynley dopo averla assaggiata. «È sicura che non ne vuole una, Havers?» «Mi va bene l'acqua tonica, grazie, signore.» Le si sedette accanto sul divano davanti al quale aveva sparpagliato il contenuto del dossier sull'assassinio di Teys per controllare se nelle carte ci fossero gli elementi per il ricovero di Roberta Teys nell'ospedale psichiatrico di Barnstingham. Non ce n'erano. Tale constatazione l'aveva indotto a telefonare a Richmond. Adesso riprese a esaminare la documentazione suddividendola per argomento. Dal bar Stepha Odell li guardava con genuino interesse, sorseggiando una birra. «Abbiamo i mandati originali, il rapporto della Scientifica, le deposizioni firmate, le fotografie.» Lynley toccava il materiale che di volta in volta nominava. Alzò lo sguardo verso Barbara. «Niente chiavi della fattoria. Accidenti a quell'uomo.» «Richard ne ha un mazzo, se v'interessa», intervenne Stepha come se sperasse di rimediare a quanto detto prima riguardo Roberta che aveva provocato lo scontro tra Lynley e la polizia di Richmond. «Richard Gibson. Era... è il nipote di William Teys. Vive in una delle case del comune
in St. Chad's Lane. A due passi dalla strada principale.» Lynley la guardò. «Come mai ha le chiavi della fattoria?» «Avendo arrestato Roberta... Be', immagino le abbiano date a Richard. E in ogni caso l'erede, quando avranno sistemato le cose», aggiunse lei. «In base al testamento di William. Suppongo che nel frattempo si occupi della fattoria. Qualcuno deve pur farlo.» «E l'erede? A Roberta che cosa spetta secondo il testamento?» Stepha passò lo straccio sul bancone. «Era stato concordato tra Richard e William che la fattoria sarebbe andata a Richard. Era un giusto accomodamento. Lui lavora lì con William... ha lavorato lì», si corresse, «da quando è tornato a Keldale, due anni fa. Quando hanno messo fine alla lite per Roberta, tutto si è sistemato nel migliore dei modi. William aveva qualcuno che lo aiutava, Richard aveva un lavoro e un futuro garantito, e Roberta un posto dove poter passare tutta la vita.» «Sergente.» Lynley indicò il taccuino appoggiato vicino all'acqua tonica. «Se per cortesia...» Stepha arrossì quando vide che Barbara prendeva in mano la penna. «Mi vuole interrogare, allora?» chiese abbozzando un sorrisetto imbarazzato. «Non so in che cosa posso esserle d'aiuto, ispettore.» «Ci parli della lite e di Roberta.» Uscì da dietro il bancone e li raggiunse, mettendosi a sedere su una poltroncina all'altro lato del tavolo. Lo sguardo le cadde sul mucchio di fotografie davanti a lei. Lo distolse subito. «Le dirò ciò che so, ma non è molto. Olivia ne sa di più.» «Olivia Odell... sua...» «Cognata. La vedova di mio fratello Paul.» Stepha appoggiò il bicchiere di birra sul tavolo e allo stesso tempo coprì le fotografie con un pacco di rapporti della Scientifica. «Se non le spiace...» «Mi scusi», si affrettò a dire Lynley. «Siamo talmente abituati a vedere certi spettacoli orrendi che non ci facciamo più caso.» Rimise tutto nella cartelletta. «Perché hanno avuto una lite a causa di Roberta?» «Olivia me l'ha raccontato poi; era con loro al Dove and Whistle quando è successo. La causa di tutto era l'aspetto di Roberta.» Giocherellava con il bicchiere tracciando linee sul velo di umidità che si era formato sul vetro. «Richard è di Keldale, vede, ma è stato via molti anni per tentare la fortuna con l'orzo nelle paludi. Si è sposato là e ha anche avuto due bambini. Quando la faccenda non funzionò più, ritornò a Kel.» Fece un sorriso ai due poliziotti. «Dicono che Kel non lascia mai andare la gente facilmente e
così fu per Richard. Rimase via per otto o nove anni e quando tornò fu scioccato nel vedere come fosse cambiata Roberta.» «Lei ha detto che la questione riguardava il suo aspetto?» «Non è sempre stata così com'è oggi. Certo, è sempre stata una ragazza robusta, anche a otto anni quando se ne andò Richard. Ma non era mai stata...» Stepha esitò, cercava la parola giusta, l'eufemismo che fosse pertinente, ma allo stesso tempo non offensivo. «Obesa», terminò Barbara. Come una vacca. «Sì», continuò Stepha liberata da un peso. «Richard è sempre stato molto amico di Roberta, nonostante le sia maggiore di dodici anni. E tornare e trovare la cugina così conciata - in senso fisico, intendo, per il resto non era cambiata - fu un terribile choc per lui. Accusò William di aver trascurato la ragazza. Disse che lei si era ridotta così per attirare l'attenzione di suo padre. A quelle parole William s'imbestialì. Olivia dichiarò che non l'aveva mai visto così infuriato. Pover'uomo, aveva avuto abbastanza problemi nella sua vita senza bisogno di quell'orribile accusa da parte del nipote. Ma sistemarono la cosa. Richard si scusò il giorno dopo. William non volle portare Roberta da un dottore - non si sarebbe mai piegato fino a quel punto -, ma Olivia trovò una dieta per la ragazza e da quel momento tutto andò bene.» «Fino a tre settimane fa», osservò Lynley. «Se lei crede che Roberta abbia ucciso suo padre, allora sì, è andato tutto bene fino a tre settimane fa. Ma io non sono convinta che l'abbia ucciso. Neanche per sogno.» Lynley parve sorpreso dal tono fermo delle sue parole. «Perché no?» «Perché a parte Richard - che sa il cielo quanti problemi abbia già per conto suo con la famiglia -, William era tutto quello che Roberta aveva. Oltre alla lettura e ai suoi sogni, aveva soltanto il padre.» «Non aveva amici della sua età? Ragazze delle fattorie vicine o del paese?» Stepha scosse la testa. «Stava per i fatti suoi. Quando non lavorava alla fattoria con suo padre, leggeva. È venuta qui ogni giorno per il Guardian, in effetti, per anni di seguito. Non portavano mai il giornale alla fattoria, allora lei veniva ogni pomeriggio e dopo che l'avevano letto tutti, glielo lasciavamo portare a casa. Penso che abbia letto tutti i libri di sua madre che c'erano in casa, tutti quelli di Marsha Fitzalan, e le era rimasto soltanto il giornale. Non abbiamo una biblioteca con il sistema del prestito, sapete.» Abbassò lo sguardo sul bicchiere, rabbuiandosi. «Smise di interessarsi al
giornale alcuni anni fa, però. Quando mio fratello morì. Non posso fare a meno di pensare...» I suoi occhi grigio azzurro s'incupirono. «... che forse Roberta era innamorata di Paul. Quando lui morì, quattro anni fa, non vedemmo la ragazza per un bel po' di tempo. E non venne più a chiedere il Guardian.» Se in un villaggio piccolo come Keldale poteva esistere una zona per nulla ambita, da cui i residenti sarebbero scappati volentieri, quella era St. Chad's Lane. Si trattava più di un vicolo che di una strada, una via sterrata che non portava da nessuna parte, con l'unico elemento distintivo di un pub all'angolo. Era il Dove and Whistle con le porte e le strutture in legno dipinte di un color porpora accecante, e anch'esso aveva l'aria di desiderare di essere situato da qualche altra - da qualsiasi altra - parte. Richard Gibson e la sua famiglia abitavano nell'ultima casa della strada, un edificio in pietra con i davanzali delle finestre scheggiati e l'ingresso principale che un tempo doveva essere stato dipinto di blu, ma che era ormai diventato decisamente grigio. Benché fosse quasi sera e la temperatura piuttosto bassa, la porta era aperta e dall'interno della minuscola casa provenivano i rumori tipici di una lite in famiglia. «Accidenti a te, fa' qualcosa con lui, allora. È anche tuo figlio. Gesù Cristo! Sembrerebbe che sia nato per opera dello Spirito Santo da quanto t'interessi alla sua educazione!» Era la voce di una donna che sembrava non sapersi decidere tra una scena isterica o, in alternativa, una risata fragorosa. In mezzo al frastuono rispose con un borbottio incomprensibile una voce maschile. «Oh, sarà meglio, allora? Non farmi ridere, Dick. Quando avrai tutta quella fottuta fattoria da usare come scusa? Come la scorsa notte! Non vedevi l'ora di arrivare là, vero? Perciò non parlarmi della fattoria! Non ti vedremo mai quando avrai a disposizione cinquecento acri per nasconderti!» Lynley picchiò un colpo deciso con il battente arrugginito sulla porta aperta, e la scenata fu interrotta di botto. Un uomo era seduto su un divano malandato con un piatto sulle ginocchia e tentava di mangiare una cena dall'aspetto poco invitante; di fronte a lui, in piedi, c'era una donna con il braccio alzato e una spazzola in mano. Entrambi si voltarono a guardare i visitatori inattesi. «Ci avete colto nel momento migliore. Il secondo round sarebbe stato a letto», disse Richard Gibson.
I Gibson erano il ritratto degli opposti: lui era enorme, alto quasi un metro e novantacinque, aveva i capelli neri, la pelle scura, gli occhi castani e sardonici; il collo taurino e la corporatura dell'uomo dedito alle fatiche manuali. La moglie, invece, era una biondina minuta, con i lineamenti duri e in quel momento livida di rabbia. Ma c'era una tensione palpabile tra i due che avvalorava quanto aveva detto l'uomo. Era un tipo di rapporto in cui ogni lite e discussione non erano altro che una schermaglia che preludeva alla battaglia principale che avrebbe stabilito chi doveva avere il comando tra le lenzuola. E la risposta, a giudicare da quanto vedevano Lynley e Barbara Havers, era affidata alla sorte. Dopo aver lanciato un'ultima occhiata invelenita al marito che esprimeva desiderio oltre che rabbia, Madeline Gibson uscì dalla stanza, sbattendosi la porta della cucina alle spalle. L'omone sogghignò quando se ne fu andata. «Una tigre di cinquanta chili», commentò lui, alzandosi in piedi. «Un diavolo di donna.» Porse la grossa mano. «Richard Gibson», disse in tono cordiale. «Dovete essere di Scotland Yard.» Quando Lynley ebbe fatto le presentazioni, Gibson continuò: «La domenica è sempre il giorno peggiore da queste parti». Fece cenno con la testa alla cucina da cui proveniva il suono di un pianto inarrestabile che era chiaro indice di come andavano le cose tra la madre e quelli che sembravano quattordici bambini. «Roberta ci dava una mano. Ma adesso siamo rimasti senza di lei. Certo, voi lo sapete. Siete venuti per questo.» Con l'aria dell'anfitrione indicò due sedie vecchiotte da cui usciva l'imbottitura. Lynley e Barbara si fecero strada tra giocattoli rotti, giornali sparsi, e almeno tre piatti di cibo mangiato a metà che giacevano sul nudo pavimento. Da qualche parte avevano lasciato troppo a lungo nella stanza un bicchiere di latte, perché l'odore acido sovrastava quello di cibo malcotto e di scarichi in cattivo stato. «Lei ha ereditato la fattoria, signor Gibson», esordì Lynley. «Ha intenzione di trasferirsi là presto?» «Mai abbastanza presto. Non sono sicuro che il mio matrimonio reggerà un altro mese in questo posto.» Gibson con il piede allontanò il piatto dal divano. Un gatto pelle e ossa sbucato dal nulla annusò il pane secco e le sardine piccanti, ma rifiutò quanto gli veniva offerto tentando di sotterrarlo. Gibson guardò divertito l'animale. «Vive qui da molti anni?» «Due, per l'esattezza. Due anni, quattro mesi e due giorni, per essere an-
cora più precisi. Potrei anche calcolare le ore, ma ho reso l'idea.» «Non ho potuto fare a meno di sentire che sua moglie non sembra entusiasta della fattoria Teys.» Gibson scoppiò a ridere. «Lei è una persona ben educata, ispettore Lynley. Mi piacciono un po' di buone maniere quando arriva la polizia in visita.» Si passò le mani tra i capelli, guardò il pavimento e trovò una bottiglia di birra che nella confusione generale era rimasta appoggiata in modo precario al bracciolo del divano. La prese e la vuotò d'un fiato, poi si pulì la bocca con il dorso della mano. Era il gesto di un uomo abituato a mangiare fuori nei campi. «No. Madeline vorrebbe tornare alle paludi. Ama gli spazi aperti, l'acqua e il cielo. Ma non posso accontentarla. Allora devo darle ciò che mi è possibile.» Gibson lanciò un'occhiata al sergente Havers che teneva la testa china sul taccuino. «Sembrano le parole di uno che ucciderebbe lo zio, vero?» chiese con aria amabile. Hank alla fine li sorprese nella sala dei novizi. St. James alzò lo sguardo dopo aver baciato la moglie - la sua pelle aveva il profumo inebriante dei gigli, le sue dita gli accarezzavano con tocco vellutato i capelli, e lei gli infiammava il sangue quando gli mormorava sulle labbra: «amore mio» - ed ecco l'americano che sghignazzava con aria ammiccante verso di loro dalla sua postazione sul muro del refettorio. «Beccati», ammiccò Hank. St. James provò un desiderio omicida. Deborah spalancò la bocca per la sorpresa. Hank saltò giù, senza essere invitato, per raggiungerli. «Ehi, Chicchina», gridò. «Ho trovato i piccioncini.» JoJo Watson apparve qualche secondo più tardi sull'ingresso dell'abbazia in rovina barcollando pericolosamente sui tacchi alti. Appesa al collo, oltre la catena e i ciondoli, aveva una Instamatic. «Stiamo facendo delle fotografie», spiegò Hank, indicando la macchina fotografica. «Ancora qualche minuto e ne avremmo avute alcune deliziose di voi due!» Scoppiò in una fragorosa risata e diede una pacca affettuosa sulla spalla a St. James. «Non se ne faccia una colpa, giovanotto! Se fosse mia, non riuscirei a tener giù le mani.» Diede un'occhiata a sua moglie. «Accidenti, Chicchina, sta' attenta, donna! Romperti il collo in questo posto.» Si voltò verso gli altri due e notò l'equipaggiamento di Deborah: la borsa della macchina fotografica, il treppiede; l'ottica intercambiabile. «Ehi, anche voi fate le fotografie? Vi siete distratti, eh? Siete in luna di miele. Vieni giù, Chicchina. Raggiungi la compagnia.»
«Siete tornati così presto da Richmond?» riuscì alla fine a dire St. James con forzata cortesia. Deborah, notò lui, si stava sistemando i vestiti senza dare nell'occhio. I loro sguardi si incontrarono, divertiti e pieni di malizia, accesi dal desiderio. Che diavolo ci facevano lì gli americani adesso? «Be'», ammise Hank quando alla fine JoJo li raggiunse, «devo dirle, giovanotto, che Richmond non era come lei mi aveva fatto credere. Non che la gita non ci sia piaciuta. Cosa dici, JoJo-Chicchina? Non è stato bello?» «Hank adora viaggiare sulla corsia sbagliata», spiegò lei, arricciando il naso. Notò lo scambio di occhiate tra i due giovani. «Hank, perché non facciamo una bella passeggiata fino a Bishop Furthing Road? Non sarebbe un modo carino per concludere il pomeriggio?» Appoggiò la mano ingioiellata sul braccio del marito per portarlo lontano dall'abbazia. «Caspita, no», rispose Hank. «Ho camminato fin troppo durante questa gita: mi basta per il resto della vita.» Fissò con aria sorniona St. James. «Bella carta stradale ci avete dato, giovanotto! Se Chicchina non fosse stata svelta a leggere i cartelli, saremmo a Edimburgo adesso. Be', niente di male. Siamo arrivati in tempo per mostrarvi il buco della morte.» Non restava altro che assecondarlo. «Il buco della morte?» domandò Deborah. Si era messa in ginocchio per sistemare nella borsa l'equipaggiamento, dimenticato per un attimo nell'azzurro degli occhi di Simon. «Il bambino, ricordate?» disse Hank paziente. «Anche se, considerato quello che stavate facendo qui voi due, vedo che la storia del bambino non vi ha certo impressionato, vero?» Ammiccò con aria lasciva. «Ah, il bambino», rispose St. James. Prese la borsa di Deborah. «Adesso ho suscitato il vostro interesse!» approvò Hank. «All'inizio mi sembravate un po' infastiditi dalla mia improvvisa intrusione. Ma adesso ho la vostra attenzione, ne sono certo.» «Sì, proprio», rispose Deborah, ma pensava ad altro. Strano come tutto fosse successo in un attimo. Lo amava, l'aveva amato fin da quando era bambina. Ma con l'incredibile velocità di un lampo, si era accorta che le cose erano cambiate tra loro, non erano più come prima. Tutt'a un tratto lui non era più il dolce Simon che con la sua tenera presenza le riempiva il cuore di gioia, ma un amante di tutto rispetto che con il solo sguardo era capace di eccitarla. Cielo, Deborah, sei diventata schiava dei sensi, pensò. St. James sentì che sua moglie ridacchiava. «Deborah?» la chiamò. Con aria saputa Hank gli diede una gomitata tra le costole. «Non si preoccupi per la sposa», gli confidò. «Sono tutte timide all'inizio.» Cammina-
va tutto tronfio come fosse stato Stanley che incontrava Livingstone, indicando alla moglie le cose interessanti da fotografare. «Prendi quello, Chicchina. Inquadralo!» «Scusami, amore mio», mormorò St. James mentre seguivano gli altri due attraverso le rovine. «Pensavo di essermene liberato almeno fino a mezzanotte. Cinque minuti ancora e ci avrebbe sorpreso in una situazione davvero imbarazzante.» «Che idea!» Lei si mise a ridere. «Oh, Simon, se fosse andata così! Avrebbe gridato: 'Inquadrali, Chicchina!' e la nostra vita amorosa avrebbe potuto essere rovinata per sempre!» Aveva gli occhi che scintillavano di gioia. I capelli rischiarati dalla luce del sole pomeridiano mandavano bagliori e le accarezzavano il collo e le spalle. St. James tirò un profondo sospiro. Era come volesse esternare un dolore. «Non credo», disse imperturbabile. Il buco della morte si trovava in ciò che rimaneva della sacrestia. Quest'ultima non era altro che uno stretto corridoio senza tetto, coperto di erba e fiori selvatici, appena al di là del transetto sud dell'antica chiesa. Lì, lungo il muro, c'era una serie di cavità dalla volta ad arco, e furono queste che Hank additò con un gesto melodrammatico di orrore. «In una di quelle», dichiarò. «Inquadrale, Chicchina.» Avanzò tra l'erba e si mise in posa sfoderando un sorriso a trentadue denti. «Pare che in questo posto i monaci tenessero gli arredi sacri. Una specie di credenza o giù di lì. E nella notte in questione il bambino venne buttato proprio lì dentro e lasciato morire. Orribile, a pensarci bene, eh?» Ritornò al loro fianco con un balzo. «Proprio la misura giusta per un bambino, però», aggiunse pensoso. «Come una... Come dite voi? Offerta sacrificale.» «Non penso che i monaci cistercensi avessero certe abitudini», commentò St. James. «E i sacrifici umani sono passati di moda da un bel po' di anni.» «Be', che ne pensate? Di chi era il bambino?» «Non ne ho la più pallida idea», rispose St. James rassegnato a sorbirsi l'ipotesi dell'americano. «Allora lasci che le dica com'è andata perché io e Chicchina l'abbiamo immaginato fin dal primo giorno. Vero, Chicchina?» Attese che la donna ubbidiente annuisse. «Venite qui. Lasciate che vi mostri una cosetta, piccioncini.» Hank li condusse attraverso il transetto nel presbiterio e poi all'esterno
dell'abbazia attraverso un buco nel muro. «Eccolo lì!» Indicò trionfante uno stretto sentiero che portava verso nord su per i boschi. «Sì, vedo», confermò St. James. «Capito allora?» «Ah, no.» Hank lanciò un urlo. «Certo che no. Perché non avete riflettuto sulla cosa come abbiamo fatto io e Chicchina, vero, Zuccherino?» Zuccherino annuì con aria mesta, guardando mortificata con i suoi occhi da coniglietto ora Deborah ora St. James. «Zingari!» continuò imperterrito suo marito. «Okay, okay, lo ammetto. Io e Chicchina non ci siamo arrivati del tutto fino a quando non li abbiamo visti oggi. Sapete chi intendo dire. Nelle roulotte parcheggiate sul ciglio della strada. Be', abbiamo pensato che potevano essercene altre parcheggiate lì quella notte. Doveva essere loro il bambino.» «Mi pare che gli zingari amino moltissimo i propri bambini», commentò asciutto St. James. «Be', non quel bambino, comunque», replicò Hank irremovibile. «Dunque cerchi di immaginarsi la scena, giovanotto. Danny e Ezra sono più o meno laggiù», indicò vagamente la direzione da cui erano venuti, «che si preparano al gran salto; ci siamo? E in punta di piedi da questo sentiero arriva una vecchia zingara con un bambino.» «Vecchia zingara?» «Be', certo, non capisce?» «Messo al mondo in un fossato, senza dubbio», disse St. James. «In un che?» Hank si scrollò di dosso il riferimento letterario al Macbeth come avrebbe fatto con un capello dal cappotto. «La vecchia si guarda intorno, a destra e a sinistra», l'americano mimò l'azione, «e s'infila nell'abbazia. Cerca un luogo adatto a depositare il fardello e, tombola! eccolo lì.» «È senza dubbio un'ipotesi interessante», affermò Deborah. «Ma mi dispiace un po' per gli zingari. Sembra che la colpa di tutto sia sempre loro, vero?» «Questo, cara sposina, mi porta direttamente all'ipotesi numero due.» JoJo chiese scusa con gli occhi. Gembler Farm era in eccellenti condizioni, cosa di cui non c'era da stupirsi dal momento che Richard Gibson aveva continuato a lavorarci nelle tre settimane successive alla morte dello zio. Dopo aver aperto i cancelli
ben oliati, sostenuti da due pilastri di pietra, Lynley e Barbara entrarono e si guardarono intorno. Sarebbe stata una bella eredità. Alla loro sinistra c'era la fattoria, un edifìcio in mattoni scuri tipici della zona, con le strutture in legno verniciate di fresco e la clematide ben potata che cresceva su un telaio a graticci, ornando porte e finestre. Rispetto a Gembler Road era spostata verso l'interno ed era separata dalla strada da un giardino ben curato recintato per tener lontano le pecore. Vicino alla casa c'era un basso fabbricato e alla loro destra si ergeva il fienile che costituiva un altro lato del quadrilatero che racchiudeva il cortile. Come la casa, il fienile era in mattoni con il tetto molto spiovente. Aveva due piani: al primo si vedevano attraverso le aperture delle finestre le estremità superiori delle scale; il pianterreno era chiuso da porte divise a metà orizzontalmente perché era un edificio destinato unicamente ad attrezzi e animali. Le macchine agricole erano sistemate nel fabbricato adiacente alla casa. Attraversarono il cortile e Lynley infilò la chiave nel lucchetto appeso alla porta del fienile. Si aprì senza far rumore. All'interno regnava uno strano silenzio, un odore di muffa, faceva freddo e c'era poca luce, il luogo ideale per la fine violenta di un uomo. «Tranquillo», osservò Barbara. Esitò sulla porta mentre Lynley entrava. «Mmm», rispose lui dal terzo box. «Immagino sia dovuto alle pecore.» «Signore?» Era accovacciato sul pavimento di pietra e alzò lo sguardo verso di lei. Era molto pallida. «Pecore, sergente», disse lui. «Sono nel prato superiore, ricorda? Ecco perché c'è tanto silenzio. Dia un'occhiata qui, le spiace?» Vedendo che era riluttante ad avvicinarsi, aggiunse: «Aveva ragione lei». Si fece avanti e osservò il box. In fondo c'era un mucchio di fieno marcio. Al centro si notava una macchia di sangue secco marrone, non rosso. Non c'era nient'altro. «Ragione, signore?» domandò Barbara. «Morto sul posto, se mi perdona l'espressione. Non c'è una goccia di sangue sulle pareti. Non credo che il corpo sia stato mosso. Non c'è stata nessuna messinscena. Bella deduzione, Havers.» Notò la sorpresa sul volto di lei che arrossì, confusa. «Grazie, signore.» Lui si rialzò e rivolse di nuovo l'attenzione al box. Il secchio capovolto su cui sedeva Roberta quando l'aveva trovata il prete era ancora al suo posto. Il fieno sul quale era rotolata la testa non era stato toccato. La chiazza
di sangue secco recava i segni dell'intervento della Scientifica e l'ascia non c'era più, ma per il resto tutto era come nelle fotografie della polizia. Tranne che per i corpi. I corpi. Buon Dio. Sentendosi uno sciocco, com'era nelle intenzioni di Nies, Lynley fissò sbalordito il bordo esterno della macchia dove molti peli bianchi e neri erano stati schiacciati nel sangue coagulato dall'impronta di un tacco. Si voltò verso Barbara. «Il cane», disse. «Ispettore?» «Havers, che cosa diavolo ha fatto Nies del cane?» Anche lei osservò la stessa impronta, vide gli stessi peli. «Era nel rapporto, vero?» «Non c'era», replicò lui, imprecando tra i denti, e capì che avrebbe dovuto strappare ogni briciola di informazione da Nies come un chirurgo che cercasse di estrarre le schegge di uno shrapnel. Un vero e proprio inferno. «Andiamo a dare un'occhiata alla casa», aggiunse con aria cupa. Entrarono dall'ingresso principale in un corridoio dalla forma a portico in cui erano appesi vecchi cappotti e impermeabili e sotto una panca erano allineati stivali da lavoro. La casa non era riscaldata da tre settimane, perciò sembrava di essere in una tomba. Si sentì passare una macchina in Gembler Road, ma il rumore giunse attutito e distante. Dal corridoio arrivarono subito in cucina. Era una stanza grande con il pavimento ricoperto da linoleum rosso, i mobiletti erano in frassino scuro e gli elettrodomestici brillavano come se fossero stati lucidati ogni giorno. Non c'era niente fuori posto. Non c'era un piatto fuori della credenza, non una briciola sul tavolo, neanche una macchiolina imbrattava la superficie del lavandino di ghisa bianca. Al centro del locale c'era un tavolo di pino grezzo la cui superficie era segnata dalle lame dei coltelli che avevano tagliato migliaia di verdure, e scolorita dalla preparazione di cibi nel corso di generazioni. «Non mi meraviglio che Gibson voglia questo posto», osservò Lynley guardandosi intorno. «Neanche da paragonare a St. Chad's Lane.» «Gli ha creduto, signore?» domandò Barbara. Lynley interruppe l'ispezione delle credenze. «Che era a letto con sua moglie quando Teys fu ucciso? Data la natura del loro rapporto, è un alibi credibile, non le pare?» «Io... suppongo di sì, signore.» Le lanciò un'occhiata. «Ma non ci crede.» «È solo che... be', sembrava che lei stesse mentendo. Come se fosse ar-
rabbiata anche con lui. O con noi.» Lynley valutò quell'affermazione. In effetti Madeline Gibson aveva parlato con loro malvolentieri, sputando le parole senza quasi cercare l'assenso del marito. Da parte sua il contadino, durante la recita di lei, aveva fumato impassibile; un'espressione di disinteresse era dipinta sul suo volto, ma senza dubbio una luce divertita balenava negli occhi scuri. «C'è qualcosa che non va in quella famiglia, sono d'accordo con lei, sergente. Continuiamo la nostra ispezione qui.» Attraverso una pesante porta entrarono nella sala da pranzo dove un tavolo di mogano era coperto da una tovaglia di pizzo color crema. Su di esso c'era un vaso di rose gialle ormai appassite che spargevano i loro petali sul ricamo della tovaglia. Da un lato un mobile basso, in stile con il tavolo, aveva un centrotavola d'argento posto esattamente nel mezzo, come se qualcuno avesse misurato le distanze da ciascuna estremità. Una vetrinetta conteneva una bella collezione di piatti che era ovvio non essere stata mai usata dagli abitanti della casa. Erano antichi pezzi Belleek, disposti in modo tale da apparire nella luce migliore. Come nella cucina, tutto era in ordine. Se si faceva eccezione per i fiori, sembrava di essere in un museo. Fu dalla parte opposta della sala da pranzo, sull'altro lato del corridoio, che trovarono i primi segni di vita della casa. Perché là, nel salotto, i Teys avevano il loro sacrario. Barbara precedette Lynley nella stanza, ma a quella vista le sfuggì un grido, e fece subito un passo indietro, alzando un braccio come per parare un colpo. «Qualcosa non va, sergente?» Lynley diede un'occhiata alla stanza per scoprire che cosa l'avesse spaventata, ma non vide altro che mobili e una serie di fotografìe in un angolo. «Mi scusi. Penso...» Fece una smorfia che voleva essere un sorriso. «Mi scusi, signore. Io... dev'essere la fame. Mi gira un po' la testa. Sto bene.» Si diresse verso l'angolo in cui erano appese le fotografie, davanti alle quali le candele erano spente e sotto le quali i fiori erano morti. «Questa deve essere la madre», disse lei. «Che tributo.» Lynley la raggiunse accanto a un tavolo triangolare incassato nel muro. «Bella ragazza», commentò lui studiando le fotografie. «Non c'è che dire. Guardi le foto del matrimonio. Sembra una bambina di dieci anni! Una creatura delicata.» Nessuno osò dirlo, ma era implicito. Come aveva fatto ad avere una figlia grassa come Roberta?
«Non trova che sia un po'...» Barbara s'interruppe e lui la guardò. Si prese le mani dietro la schiena. «Voglio dire, se aveva intenzione di sposare Olivia, signore.» Lynley tratteggiò quello che doveva essere il ritratto definitivo della donna. Dimostrava circa ventiquattro anni: un viso fresco e sorridente; una spruzzatina di lentiggini d'oro sul naso; capelli lunghi di un biondo luminoso legati dietro e arricciati. Affascinante. Si allontanò dalla collezione di fotografie. «E come se Teys avesse istituito una nuova religione nell'angolo di questa stanza», commentò lui. «Macabro, non crede?» «Io...» Distolse gli occhi dalla fotografia. «Sì, signore.» Lynley rivolse l'attenzione al resto del locale. Si vedeva che alcune persone l'avevano abitato. C'erano un divano reso comodo dall'uso, parecchie sedie, un portariviste, un televisore e uno scrittoio da donna. Lynley lo aprì. Oggetti di cancelleria tutti ordinati, una scatola di francobolli, tre conti non pagati. Gli diede un'occhiata: una ricetta del farmacista per il sonnifero di Teys, la bolletta della luce, quella del telefono. Controllò quest'ultima, ma non trovò niente d'interessante. Nessuna chiamata interurbana. Tutto chiaro e in ordine. Dopo il salotto c'era un piccolo studio-libreria; aprirono la porta e restarono sorpresi da ciò che videro. Tre pareti erano coperte da scaffali che arrivavano fino al soffitto, e ogni scaffale era carico di libri. Libri ammucchiati. Libri impilati. Libri caduti di lato. Libri dritti in piedi. Libri dappertutto. «Ma Stepha Odell ha detto...» «Che non c'era una biblioteca con il prestito dei libri, allora Roberta andava a prendere il giornale», finì Lynley. «Aveva letto tutti i suoi libri com'era possibile? - e tutti quelli di Marsha Fitzalan. Chi è, a proposito, Marsha Fitzalan?» «Un'insegnante», rispose Barbara. «Vive in St. Chad's Lane. Vicino ai Gibson.» «Grazie», mormorò Lynley ispezionando gli scaffali. S'infilò gli occhiali. «Mmm. Un po' di tutto. Ma soprattutto le Brontë, vero?» Barbara lo raggiunse. «Austen», lesse, «Dickens, un po' di Lawrence. Amavano i classici.» Prese in mano Orgoglio e pregiudizio e lo aprì. DI TESSA! era scarabocchiato con grafia infantile sul risguardo. Le stesse parole figuravano sui libri di Dickens, Shakespeare, due antologie di Norton e su tutti quelli delle Brontë.
Lynley si avvicinò a un leggio sistemato sotto l'unica finestra della camera. Era del genere usato di solito per i grossi dizionari, ma c'era appoggiata un'enorme Bibbia miniata. Fece scorrere le dita lungo la pagina cui era aperto il libro. «'Io sono Giuseppe, vostro fratello, che voi vendeste perché fosse portato in Egitto'», si mise a leggere. «'Ma ora non vi rattristate, né vi dispiaccia di avermi venduto perché io fossi portato qui; poiché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. Infatti, sono due anni che la carestia è nel paese e ce ne saranno altri cinque, durante i quali non ci sarà raccolto né mietitura. Ma Dio mi ha mandato qui prima di voi perché sia conservato di voi un residuo sulla terra, e per salvare la vita a molti scampati.'» Alzò lo sguardo verso il sergente Havers. «Non capirò mai perché abbia perdonato i suoi fratelli», disse lei. «Dopo quello che gli avevano fatto, meritavano di morire.» C'era una grande amarezza in quelle parole. L'uomo chiuse lentamente il libro, mettendo il segno con un pezzo di carta trovato sulla scrivania. «Ma lui aveva qualcosa di cui loro avevano bisogno.» «Il cibo», affermò lei con sarcasmo. Lynley si tolse gli occhiali. «Non credo che c'entrasse affatto con il cibo. Non proprio», ribadì. «Che cosa c'è al secondo piano?» Il secondo piano era semplice: quattro camere da letto, un gabinetto, un bagno, che davano tutti su un ballatoio quadrato rischiarato da un lucernario di vetro opaco. Era stato un intervento di modernizzazione della casa; quest'ultimo elemento architettonico creava l'impressione di trovarsi in una serra. Non poi così sgradevole, ma insolito in una fattoria. La camera alla loro destra doveva essere la stanza degli ospiti. Un letto, rifatto accuratamente con un copriletto rosa acceso, piuttosto piccolo considerata la mole degli occupanti della casa, era addossato al muro su un tappeto con un disegno a rose e felci. Era assai vecchio e i verdi e i rossi, un tempo brillanti, si erano mescolati e avevano assunto una colorazione marroncina. I muri avevano una tappezzeria a fiorellini, margherite e calendule. Sul comodino c'era una piccola lampada appoggiata su un centrino di pizzo. Nel cassettone non c'era niente, come pure nell'armadio. «Sembra la camera di una locanda», osservò Lynley. Barbara guardò quale vista si godeva dalla finestra: una panoramica poco interessante del cortile e del fienile. «Sembra che non sia mai stata usata.» Lynley stava esaminando il copriletto. Lo tirò indietro e scoprì un mate-
rasso pieno di macchie e un cuscino ingiallito. «Non si aspettavano ospiti, qui. Strano lasciare un letto disfatto, non le pare?» «No, affatto. Perché mettere le lenzuola se non verrà mai usato?» «Tranne nel caso in cui...» «Senta, vado nella stanza successiva, ispettore?» chiese Barbara con fare impaziente. L'atmosfera della casa la stava opprimendo. Lynley alzò lo sguardo, colpito dal tono della donna. Rimise a posto il copriletto esattamente come prima e si sedette sul bordo del letto. «Che c'è, Barbara?» le chiese. «Niente», rispose, ma si accorse che c'era un'ombra di panico nella sua voce. «Vorrei soltanto continuare l'ispezione. È ovvio che questa camera non è stata usata da anni. Perché esaminarne ogni centimetro alla maniera di Sherlock Holmes, come se l'assassino potesse sbucare dalle assi del pavimento?» Lui non rispose subito, così la nota stridula indugiò nell'aria a lungo dopo che ebbe finito di parlare. «Che c'è che non va?» ripeté lui. «Posso esserle d'aiuto?» La fissava con uno sguardo dolce e carico di preoccupazione. Sarebbe stato davvero facile... «Va tutto bene!» esplose lei. «Non ho voglia di seguirla di qua e di là come un cane. Non so che cosa si aspetti da me. Mi sento un'idiota. Ho un cervello, maledizione! Mi dia qualcosa da fare!» Lynley si alzò in piedi e, senza distogliere lo sguardo da lei, le propose: «Perché non si occupa della stanza di fronte?» Barbara fu sul punto di aggiungere qualcosa, ma decise altrimenti e uscì fermandosi per un attimo sul pianerottolo. Si accorse di avere il respiro affannoso e temette che potesse notarlo anche lui. Quel dannato sacrario! Già la fattoria era opprimente con la sua agghiacciante immobilità, ma il sacrario le aveva proprio fatto saltare i nervi. Era stato collocato nell'angolo più bello del locale. Con la vista sul giardino, pensò Barbara rassegnata. Tony ha la televisione e lei ha il dannato giardino! Come l'aveva chiamata Lynley? Una religione. Sì, Gesù santo! Un tempio a Tony! Si sforzò di riportare il respiro al suo ritmo normale, attraversò il pianerottolo ed entrò nella stanza successiva. Hai rovinato tutto, Barb, si disse. Che ne era stato della decisione di essere sempre pronta ad approvare, a ubbidire, a cooperare? Come ti sentirai di nuovo con l'uniforme addosso la settimana prossima? Si guardò attorno infuriata, le labbra le fremevano dal disgusto. Be', chi
se ne fregava? Dopotutto era un fallimento previsto. Si era davvero illusa che sarebbe stato un successo? Andò alla finestra e armeggiò con il chiavistello. Che cosa aveva detto? Che c'è che non va? Posso esserle d'aiuto? La follia era che per un attimo aveva davvero pensato di parlargli, di raccontargli tutto. Ma, ovviamente, era impensabile. Nessuno poteva aiutarla, meno di tutti Lynley. Aprì la finestra, la spalancò perché l'aria le rinfrescasse le gote in fiamme, poi si girò decisa a fare il suo lavoro. Quella era la stanza di Roberta, ordinata come l'altra, ma con un'aria vissuta. Un grande letto a baldacchino era coperto da una trapunta con un disegno a colori vivaci: sullo sfondo di un cielo blu zaffiro erano dipinti il sole, le nuvole e l'arcobaleno. Nell'armadio erano appesi alcuni vestiti e, sotto, erano allineate varie paia di scarpe, scarpe robuste: scarpe da lavoro, da passeggio, ciabatte. C'erano poi una toilette con uno specchio a bilico e un cassettone con sopra una fotografia in cornice, a faccia in giù, come se fosse caduta. Barbara la guardò incuriosita. La madre, il padre, Roberta in fasce in braccio al padre. Ma la fotografia era sistemata nella cornice come se non fosse della misura giusta. Rigirò fra le mani la cornice e sollevò la parte posteriore. Ci aveva azzeccato. La fotografia era troppo grande, perciò era stata ripiegata. Nella sua versione integrale era molto diversa, perché alla sinistra del padre compariva l'immagine speculare della madre della neonata, una versione più giovane, certo, ma senza dubbio la figlia di Tessa Teys. Barbara stava per chiamare Lynley quando questi apparve sulla porta con un album di fotografie in mano. Si fermò come se stesse pensando al modo di riportare la loro relazione alla normalità. «Ho trovato una cosa stranissima, sergente», disse lui. «Anch'io», rispose Barbara determinata quanto lui a dimenticare lo sfogo di poco prima. Si scambiarono gli oggetti. «Il suo spiega il mio, direi», osservò Lynley. Barbara guardò con interesse le pagine aperte dell'album. Era la storia in immagini di una famiglia, del tipo che documenta i matrimoni e le nascite, Natale, Pasqua e i compleanni. Ma ogni fotografia in cui compariva più di un bambino era stata tagliata, aveva subito strane mutilazioni, a volte mancava la parte centrale, a volte erano state tolte strisce o quadratini, e in ogni caso la famiglia era stata privata di un membro. L'effetto era agghiacciante. «Una sorella di Tessa, direi», affermò Lynley.
«Forse la sua prima figlia», suggerì Barbara. «Mi pare troppo grande per essere figlia di Tessa, a meno che l'avesse avuta quando era ancora una bambina.» Appoggiò la cornice, s'infilò la fotografia in tasca e rivolse l'attenzione ai cassetti. «Ah», esclamò, «almeno sappiamo perché Roberta fosse così interessata al Guardian. Ha foderato i suoi cassetti con il giornale. E... Havers, guardi qui.» Nel cassetto in basso, sotto un mucchio di pullover molto vecchi, trovò qualcosa che era stato messo a faccia in giù, nascosto. «Ancora la ragazza misteriosa.» Barbara prese la fotografia che lui le passò. Era la stessa persona, ma più grande questa volta, un'adolescente. Lei e Roberta erano nel cortile della chiesa di St. Catherine, c'era la neve per terra, e tutte e due sorridevano alla macchina fotografica. La ragazza più grande teneva le mani sulle spalle di Roberta e la attirava a sé. Era un po' chinata - anche se non molto perché Roberta era alta quasi quanto lei - e premeva la guancia contro quella dell'altra ragazza. I capelli biondo scuro di lei accarezzavano i riccioli castani di Roberta. Davanti a loro c'era un pastore scozzese che sembrava sorridere anche lui al fotografo. Baffi. Roberta aveva la mano infilata in mezzo al suo pelo. «Roberta non è poi male qui», commentò Barbara passando la foto a Lynley. «Robusta ma non grassa.» «Allora la foto deve essere stata scattata prima che Gibson se ne andasse. Si ricorda cosa ha detto Stepha? Non era grassa una volta, non prima che Richard partisse.» S'infilò anche quella foto in tasca e diede un'occhiata alla stanza. «Qualcos'altro?» le chiese. «Abiti nell'armadio. Niente d'interessante.» Come aveva fatto lui nell'altra camera, Barbara tirò indietro la trapunta del letto. A differenza dell'altro, però, questo era fatto e le lenzuola, fresche di bucato, avevano un profumo di gelsomino. Ma sotto di esso, come se il gelsomino fosse incenso che brucia lentamente per nascondere l'odore della canapa indiana, c'era l'odore nauseante di qualcos'altro. Barbara guardò Lynley. «Lei...» «Sì», replicò lui. «Mi aiuti a spostare il materasso.» Fece come le aveva detto, coprendosi la bocca e il naso quando il fetore riempì la stanza e videro che cosa c'era sotto il vecchio materasso. Il rivestimento delle molle era stato tagliato e arrotolato in un angolo del letto, e all'interno c'era un deposito di cibo. Frutta marcia, pane ammuffito, biscotti e caramelle, pasticcini mangiucchiati, sacchetti di patatine. «Oh, Gesù», mormorò Barbara. Era più una preghiera che un'esclamazione e benché fosse abituata a spettacoli poco piacevoli da quando lavo-
rava nella polizia, ebbe un conato di vomito e si allontanò. «Mi scusi», disse con un sorriso stentato. «Una bella sorpresa.» Lynley lasciò ricadere al suo posto il materasso. «È un sabotaggio», disse tra sé. «Signore?» «Stepha ha parlato di dieta.» Come aveva fatto prima Barbara, Lynley si avvicinò alla finestra. Stava calando la sera e, approfittando dell'ultimo debole barlume di luce, tirò fuori dalla tasca le fotografìe e le esaminò. Rimase immobile, forse nella speranza che osservando le due ragazze senza essere interrotto o disturbato potesse capire chi aveva ucciso William Teys e perché, e che cosa c'entrasse un deposito di cibo marcio. Barbara lo guardava e notò che con quel filo di luce che gli illuminava i capelli, le gote e la fronte, appariva molto più giovane dei suoi trentadue anni. E tuttavia niente, neanche l'oscurità, intaccava minimamente l'intelligenza e l'acume che trasparivano dai suoi occhi. L'unico rumore nella stanza era il respiro di lui, calmo e regolare, molto sicuro. Si voltò, si accorse che lei lo stava fissando e fece per parlare. Lei lo prevenne. «Bene», disse decisa, tirandosi i capelli dietro le orecchie con un gesto energico, «notato qualcosa di interessante nelle altre camere?» «Solo una scatola di vecchie chiavi nell'armadio e un vero e proprio museo di Tessa», rispose lui. «Abiti, fotografie, ciocche di capelli. Tra le cose di Teys, ovviamente.» Si rimise le foto in tasca. «Chissà se Olivia Odell sapeva a che cosa andava incontro.» Avevano percorso a piedi il miglio che separava il villaggio dalla fattoria di Teys. Al ritorno Lynley cominciò a pentirsi di non aver preso la macchina. Non perché si era fatto buio, ma perché sentiva la mancanza della musica che lo distraesse. Senza di essa si trovò a osservare la donna che camminava in silenzio al suo fianco, e pensò con riluttanza a quello che aveva sentito dire di lei. «Una vergine collerica», aveva detto MacPherson. «Ciò di cui ha bisogno è una bella rotolatina nel fieno.» Poi era scoppiato in una grassa risata e aveva sollevato la pinta di birra con la sua mano da orso. «Ma non io, ragazzi. Non ho intenzione di saggiare quelle acque. Lascio il piacere a un uomo più giovane!» Ma MacPherson si sbagliava, pensò Lynley. Non si trattava di una vergine collerica. C'era qualcos'altro. Non era la prima volta che Havers si occupava di un caso di omicidio,
per cui non riusciva a capire la sua reazione alla fattoria: l'iniziale riluttanza a entrare nel fienile, lo strano comportamento nel salotto, l'inspiegabile scatto di nervi al piano superiore. Per la seconda volta si chiese che cosa diavolo avesse in mente Webberly mettendoli a lavorare insieme, ma si accorse che era troppo stanco per trovare una spiegazione. In fondo all'ultima curva della strada apparvero le luci del Dove and Whistle. «Andiamo a mangiare qualcosa», propose lui. «Pollo arrosto», annunciò il proprietario. «È il piatto della domenica sera. Ve lo faccio portare subito, se vi accomodate in sala.» Il Dove and Whistle stava facendo buoni affari, quella sera. Nella zona bar, su cui era caduto un improvviso silenzio al loro ingresso, gravava una densa cortina di fumo che pareva una nuvola carica di pioggia. I contadini erano riuniti in un angolo a chiacchierare, appoggiando gli stivali incrostati di fango ai pioli delle sedie, due uomini più giovani giocavano chiassosamente a freccette vicino a una porta su cui era scritto TOILETTE, mentre un gruppo di donne di mezza età confrontava ciò che restava la domenica delle acconciature che si erano fatte fare il sabato al Salone di Bellezza di Sinji. Attorno al bancone del bar erano radunati i clienti abituali, la maggior parte dei quali scherzava con la ragazza addetta al servizio. Era senza dubbio l'eccentrica del villaggio. Aveva capelli nero corvino dal taglio punk, occhi pesantemente truccati di viola e vestiti in stile Sohoby-night: minigonna di pelle nera, camicetta bianca scollata, calze nere di pizzo con spille di sicurezza, scarpe nere stringate. Aveva quattro orecchini a ciascun lobo, sette a forma di borchia, l'ottavo, quello in basso a destra, era una piuma che le arrivava alla spalla. «Crede di essere una cantante rock», disse il proprietario del pub. «E mia figlia, ma non amo farlo sapere in giro.» Appoggiò pesantemente una pinta di birra sul tavolino traballante davanti a Lynley, diede l'acqua tonica a Barbara e sogghignò. «Hannah!» urlò verso il bancone del bar. «Smettila di metterti in mostra, ragazza! Fai impazzire dal desiderio tutti gli uomini presenti!» Gli schiacciò l'occhio con aria maliziosa. «Oh, papà!» scoppiò a ridere lei. Gli altri fecero la stessa cosa. «Digli di non rompere, Hannah!» urlò qualcuno. E un altro: «Che cosa ha mai capito di stile quel poveretto?» «Stile, quello?» replicò divertito il padrone. «Vestirla mi costa poco, certo. Ma mi costa un patrimonio in gel per capelli.»
«Come fai a tenerli ritti in testa, Han?» «Ho preso uno spavento all'abbazia, direi.» «Hai sentito piangere il bambino, vero, Han?» Una risata. Una mossetta scherzosa a beneficio di chi aveva parlato. Questo significava: Vedete, siamo tutti amici qui. Barbara si chiese se fosse tutto preparato. Lei e Lynley erano gli unici clienti della sala da pranzo e quando il padrone se ne fu andato avrebbe voluto sentire ancora il rumore della zona bar, ma Lynley stava dicendo qualcosa. «Doveva avere una fame nevrotica.» «E ha ucciso il padre perché l'ha messa a dieta?» Barbara non poté fare a meno di replicare. Con una pesante nota di sarcasmo nella voce. «E mangiava molto di nascosto, è ovvio», continuò Lynley senza scomporsi. «Be', io non la penso così», ribatté lei. Lo stava provocando e lo sapeva. Era uno stupido gesto di difesa, ma non poteva farci niente. «Che ne pensa lei?» «Quel cibo è stato dimenticato. Chissà da quanto tempo era lì.» «Credo che possiamo dire che è lì da tre settimane, e in tre settimane è altamente probabile che qualsiasi cibo lasciato fuori dal frigorifero si deteriori.» «D'accordo, questo lo accetto», disse Barbara. «Ma non la fame nevrotica.» «Perché no?» «Perché non può provarlo, accidenti!» Contando sulle dita ciò che avevano trovato, elencò: «Abbiamo due mele marce, tre banane nere, qualcosa che forse un tempo è stata una pera matura, una pagnotta, sedici biscotti, tre pasticcini mangiucchiati, e tre sacchetti di patatine. Adesso mi dica lei a che cosa ci troviamo di fronte, sergente». «Non ne ho idea», rispose lei. «Allora se lei un'idea non ce l'ha, forse vorrà prendere in considerazione la mia.» Stette zitto. «Barbara...» Capì subito dal tono della sua voce che doveva fermarlo. Non poteva, non avrebbe capito. «Mi dispiace, ispettore», si affrettò a dire. «Ho avuto paura alla fattoria e io... me la sono presa con lei. Mi... mi scusi.» Lui apparve sorpreso. «D'accordo. Ricominciamo da capo, va bene?» Arrivò il taverniere e mise i piatti sul tavolo. «Pollo e piselli», annunciò
con orgoglio. Barbara si alzò e uscì con passo malfermo dalla stanza. 7 «No! Ezra, fermati! Non posso!» Imprecando con rabbia, Ezra Farmington si sollevò dalla ragazza che si dibatteva sotto di lui, si rotolò sul bordo del letto, si mise a sedere cercando di prendere fiato e di ricomporsi, mentre tutto il suo corpo - ma in particolare, notò con ironia, la testa - palpitava. Si prese il capo tra le mani e si infilò le dita tra i capelli biondi. Adesso si metterà a piangere, pensò. «D'accordo, d'accordo!» esclamò, e aggiunse esasperato: «Non sono uno stupratore, per l'amor del cielo!» A quell'affermazione lei scoppiò a piangere, teneva il pugno stretto davanti alla bocca e il suo corpo era scosso da tremendi singhiozzi. Lui fece per accendere la lampada. «No!» lo fermò la voce di lei. «Danny», esordì lui cercando di parlare con calma, ma sapendo di farlo a denti stretti. Non riusciva a guardarla. «Scusami!» implorò lei tra le lacrime. Era sempre la stessa storia. Non poteva andare avanti così. «È ridicolo, lo sai.» Prese l'orologio, vide sul quadrante luminoso che erano quasi le otto, e se lo mise. Cominciò a vestirsi. A quel gesto il pianto aumentò d'intensità. La mano di lei gli toccò la schiena nuda. Lui si ritrasse. I singhiozzi continuarono. Raccolse il resto degli abiti, andò in bagno e dopo essersi vestito indugiò per cinque minuti davanti allo specchio buio a osservare la sua immagine riflessa. Quando tornò, il pianto si era placato. Lei era ancora sdraiata sul letto, il corpo eburneo scintillante alla luce della luna, e guardava il soffitto. Con occhi d'artista, Ezra passò in esame la figura di lei: le gote rotonde, i seni pieni, i fianchi ben modellati, le cosce morbide. Uno studio obiettivo in bianco e nero trasferito in fretta sulla tela. Era un esercizio cui si dedicava spesso, che gli permetteva di scindere la mente dal corpo; cosa di cui aveva molto bisogno in quel momento. Lo sguardo gli cadde sul triangolo scuro e riccio. L'obiettività finì fuori della finestra. «Per l'amor di Dio, vestiti», le intimò. «Devo stare qui a guardarti come punizione?» «Lo sai perché succede», disse lei con un sussurro. Non si mosse. «Lo sai perché.»
«Certo», rispose. Era in piedi dall'altra parte della stanza, accanto alla porta del bagno. Era più sicuro lì. Se si fosse avvicinato di qualche passo, le sarebbe stato di nuovo addosso e niente l'avrebbe più fermato. Sentì che gli si serrava la mascella, ogni muscolo vibrava di vita propria. «Non perdi occasione di ricordarmelo.» Danny si alzò a sedere e si girò verso di lui. «Perché dovrei?» gridò. «Sai che cosa hai fatto!» «Stai zitta! Vuoi che la Fitzalan riferisca tutto a tua zia? Cerca di avere un po' di buon senso.» «Perché dovrei? Ne hai avuto tu?» «Se non vuoi lasciar perdere, allora a che serve, Danny? Perché ci vediamo ancora?» «Hai il coraggio di chiedermelo? Anche adesso? Quando tutti sanno?» Lui incrociò le braccia davanti al petto, irrigidendosi alla vista di lei. La ragazza aveva i capelli arruffati sulle spalle, le labbra dischiuse, le gote bagnate di lacrime scintillavano alla luce fioca. I seni... S'impose di tenere lo sguardo fisso sul suo volto. «Sai che cosa è successo. Ne abbiamo parlato un migliaio di volte. Parlarne ancora non cambierà il passato. Se non puoi lasciar perdere, allora dobbiamo smettere di vederci.» Le lacrime tornarono a sgorgare copiose e a rigarle le guance. Ezra non sopportava di vederla piangere. Avrebbe voluto correre da lei e stringerla tra le braccia, ma a che cosa sarebbe servito? Sarebbe ricominciato tutto da capo e finito in un disastro. «No.» Stava ancora piangendo, ma aveva abbassato il tono di voce. Chinò la testa. «Non voglio.» «Allora che cosa vuoi? Devo saperlo perché io so molto bene che cosa voglio, Danny, e se noi due non vogliamo la stessa cosa, allora è tutto inutile, non ti pare?» Il ragazzo stava cercando di ritrovare il controllo, ma il poco che aveva stava venendo meno. Si sarebbe messo quasi a piangere dalla frustrazione. «Voglio te», sussurrò lei. Oh, Dio, questo è troppo. Davvero. «Non è questo che vuoi», rispose mesto. «Perché anche se fosse così, e anche se tu mi avessi, a ogni occasione mi rinfacceresti il passato. E io non lo posso sopportare, Danny. Ne ho abbastanza.» Con orrore si accorse di aver calcato sull'ultima parola. Lei alzò di scatto la testa. «Mi dispiace», sussurrò. Scivolò fuori del letto e avanzò nella stanza, il suo corpo scolpito dalla luna. Lui distolse lo
sguardo. Lei gli accarezzò la gota e poi risalì fino ai capelli. «Non penso mai alla tua sofferenza», gli disse. «Solo alla mia. Mi dispiace tanto, Ezra.» Lui guardò il muro, il soffitto, lo scampolo di cielo buio al di là della finestra. Se avesse incrociato gli occhi di lei, sapeva che sarebbe stato perduto. «Ezra?» La voce della ragazza era come una carezza nella notte. Gli scostò i capelli dal volto, fece un passo avanti. Sentiva il suo profumo di muschio, la punta dei seni contro il suo petto. Lei portò la mano sulla sua spalla e lo attirò a sé. «Non pensi che entrambi dobbiamo perdonare?» Era davvero troppo. Non sapeva dove guardare. L'ultimo suo pensiero equilibrato fu: Meglio perduto che solo. Nigel Parrish aspettò che tornassero dalla sala in cui avevano cenato. Quando comparvero, era ancora seduto nel suo solito angolo a sorseggiare con calma un Courvoisier. Li scrutò con l'interesse che di solito riservava agli abitanti del villaggio, come se avessero deciso di vivere lì per qualche anno. Valeva davvero la pena di passare un po' di tempo a osservarli perché formavano proprio una coppia bizzarra. L'uomo era «elegante da morire», pensò Nigel ridacchiando tra sé per la definizione di cattivo gusto. Vestito scuro, fatto su misura, senza dubbio di marca Savile Row; orologio d'oro da tasca con la catena in bella mostra sul gilet; Burberry buttato con nonchalance sulla spalliera della sedia - perché la gente che ha i soldi per comprarsi un Burberry lo butta sempre di qua e di là senza badarci? -; scarpe lucide ma non troppo. Quello era Scotland Yard? In un certo senso, la donna rispondeva meglio alla sua idea di investigatore di polizia. Era bassa e tarchiata, una specie di bidone dell'immondizia ambulante. Indossava un vestito spiegazzato e macchiato che non le stava bene. Persino del colore sbagliato per lei, notò Nigel. Il celeste è un bel colore, ma non su di te, botticella. La camicetta era gialla e non s'intonava affatto alla sua carnagione olivastra, per non dire che era infilata in modo maldestro nella gonna. E le scarpe! Un paio di rozze scarpe comode del tipo che ci si poteva aspettare dalla polizia, e lei le portava. Ma con le calze blu per essere in tinta con il vestito? Signore, quella poveretta faceva proprio una pessima figura. Fece schioccare la lingua in segno di disapprova-
zione e si alzò. Con calma si diresse verso il loro tavolo. «Scotland Yard?» esordì disinvolto senza presentarsi. «Nessuno vi ha mai parlato di Ezra?» Quando alzò la testa per guardare il nuovo venuto, il primo pensiero di Lynley fu: No, ma immagino che lo stia per fare tu. Davanti a lui c'era un uomo con un bicchiere di cognac in mano in evidente attesa di un invito a sedersi. Non appena il sergente Havers fece il gesto di aprire il taccuino, si sentì parte della compagnia e si prese una sedia. «Nigel Parrish», si presentò. L'organista, ricordò Lynley. Doveva essere sulla quarantina e aveva dei lineamenti che la mezza età valorizzava. I capelli castani, un po' radi, spruzzati di grigio sulle tempie, erano pettinati all'indietro in modo da lasciar libera la fronte che esprimeva intelligenza; il naso dritto e deciso dava al volto di Parrish un'aria di distinzione; la mascella volitiva e il mento squadrato evocavano un'idea di forza. Era snello, non molto alto, un tipo interessante più che bello. «Ezra», lo sollecitò a continuare Lynley. Parrish diede un'occhiata in giro ai presenti come se si aspettasse che entrasse qualcuno. «Farmington. L'artista che vive al villaggio. Ogni villaggio non ospita un artista, un poeta, uno scrittore o qualcosa del genere? Pensavo fosse un requisito indispensabile della vita di campagna.» Parrish scosse le spalle. «Ezra è il nostro. Acquerelli. Qualche volta oli. Non male, a dir la verità. Ne vende anche qualcuno a una galleria di Londra. Veniva qua tutti gli anni per circa un mese, ma adesso è diventato uno di noi.» Sorrise fissando il bicchiere. «Caro, caro Ezra», ripeté con aria meditabonda. Lynley non aveva intenzione di essere menato per il naso. «Quali informazioni vuole darci sul conto di Ezra Farmington, signor Parrish?» Dalla sorpresa che si lesse nello sguardo di Parrish era evidente che non si aspettava un approccio così diretto. «A parte il fatto che è un Casanova di paese, dovreste sapere ciò che è successo alla fattoria di Teys.» Lynley pensò che le inclinazioni romantiche di Ezra non c'entrassero niente, anche se era ovvio che interessavano a Parrish. «Cos'è successo alla fattoria di Teys?» domandò ignorando l'altra allusione. «Be'...» Parrish si animò all'idea del racconto, ma la vista del bicchiere vuoto gli smorzò l'entusiasmo. «Sergente», disse Lynley con voce neutra, gli occhi fissi sull'altro uomo,
«potrebbe portare al signor Parrish un altro...» «Courvoisier», rispose Parrish con un sorriso. «E uno per me.» Barbara ubbidì con sollecitudine. «Niente per lei?» chiese Nigel con aria preoccupata. «Non beve.» «Che persona noiosa!» Quando lei tornò, Parrish le rivolse un sorriso compiacente, bevve con grazia un sorso di cognac, e si apprestò a raccontare. «A proposito di Ezra», disse appoggiandosi al tavolo con aria confidenziale, «fu una sgradevole scenata. La sola ragione per cui ne sono a conoscenza è perché vi ho assistito. Baffi, sa.» Lynley aveva già sentito quel discorso. «Il cane che amava la musica?» «Mi scusi?» «Padre Hart ci ha detto che a Baffi piaceva ascoltarla suonare l'organo.» Parrish scoppiò a ridere. «Non è ridicolo? Mi rovino le dita a furia di esercizi, cari miei, e il mio spettatore più entusiasta è un cane.» Le sue parole avevano un tono vivace, come se non ci fosse niente di più divertente. Tuttavia Lynley si accorse che era una recita, neanche troppo mascherata, perché dietro la facciata si avvertiva un'amarezza strisciante. Parrish faceva il gioviale, ma si notava lo sforzo. «Be', così stanno le cose», continuò. Si rigirò tra le mani il bicchiere, contemplando le sfumature di colore che assumeva il cognac quando lo illuminava la luce. «In quanto a interesse per la musica, questo paese è un Sahara. In realtà suono la domenica in chiesa solo per una soddisfazione personale. Sa Dio se qualcuno è in grado di distinguere una fuga da uno scherzo. Sa che St. Catherine ha l'organo più bello dello Yorkshire? Tipico, vero? Sono sicuro che sia stato acquistato direttamente da Roma per tenere sotto controllo i cattolici di Keldale. Io personalmente sono anglicano.» «E Farmington?» chiese Lynley. «Ezra? Non penso che Ezra sia religioso. Ma», aggiunse vedendo che Lynley non aveva un'aria divertita, «immagino lei voglia sapere ciò che ho da dire sul suo conto.» «Mi ha letto nel pensiero, signor Parrish.» «Ezra.» Parrish sorrise e bevve un sorso, forse per farsi coraggio, forse per consolarsi. Difficile dirlo. Abbassò la voce per un attimo, però, e in quel frangente venne alla luce la vera natura dell'uomo, volubile e meditabondo. Ma si riprese quasi subito ritornando al pettegolezzo. «Vediamo,
sarà passato un mese da quando William Teys ha buttato