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DEAN KOONTZ STRANGERS (Strangers, 1986) A BOB TANNER il cui entusiasmo in una fase cruciale è stato più importante di quanto egli possa immaginare. PARTE PRIMA Tempo di crisi Un amico fedele è una forte difesa. Un amico fedele è la medicina della vita. Apocrifo Una terribile oscurità è scesa su di noi, ma non dobbiamo arrenderci a essa. Dobbiamo alzare lanterne di coraggio e trovare la strada per arrivare al mattino. Anonimo membro della Resistenza francese (1943) 7 novembre - 2 dicembre 1 Laguna Beach, California Dominick Corvaisis andò a dormire sotto una leggera coperta di lana e un fresco lenzuolo bianco, disteso da solo nel suo letto, ma si svegliò altrove, nell'oscurità in fondo al grande armadio guardaroba, nascosto dietro giacche e giubbotti. Era rannicchiato in posizione fetale, i pugni strettamente serrati, i muscoli del collo e delle braccia indolenziti per la tensione di un brutto sogno che non ricordava. Non si era reso conto di aver lasciato la comodità del suo letto durante la notte, ma la scoperta non lo sorprese. Era successo in altre due occasioni, e di recente. Il sonnambulismo aveva affascinato tanta gente nel corso della storia.
Anche Dom ne era affascinato, dal momento in cui ne era divenuto una sconcertata vittima. Aveva trovato riferimenti a sonnambuli in scritti che risalivano fino al 1000 a.C. Gli antichi persiani credevano che il corpo vagante di un sonnambulo cercasse il suo spirito, che se n'era andato per conto suo durante la notte. Nei secoli bui del Medioevo, invece, il fenomeno era imputato a possessione demoniaca o licantropia. Dom Corvaisis non si preoccupava della sua malattia, benché ne fosse turbato e un po' imbarazzato. Come romanziere, era intrigato da queste nuove avventure notturne, perché per lui ogni nuova esperienza era altro materiale su cui lavorare. Ma oggettivamente, per quanto potesse trarre profitto dal proprio sonnambulismo facendone uso creativo, questo era una malattia. Uscì carponi dall'armadio, e il dolore al collo si estese alla testa e alle spalle. Aveva i crampi alle gambe e fece fatica ad alzarsi in piedi. Come le altre volte, provò una certa vergogna. Ora sapeva che il sonnambulismo era una condizione alla quale anche gli adulti erano vulnerabili, ma ancora lo considerava un problema infantile. Come bagnare il letto. Con indosso i pantaloni del pigiama, a torso nudo, senza pantofole, attraversò a passo strascicato il salotto, il breve corridoio, passò nella camera da letto e di lì nel bagno. Allo specchio, aveva l'aspetto di un uomo dissipato, un libertino appena emerso da una settimana di peccato. In realtà, aveva pochi vizi. Non fumava, né esagerava nel mangiare, né assumeva droghe. Beveva poco. Gli piacevano le donne, ma non saltava dall'una all'altra; credeva nell'impegno in una relazione. Infatti, non dormiva con una donna da - quant'era ormai? - quasi quattro mesi. Aveva quel brutto aspetto sciupato, stravolto, solo quando si svegliava e scopriva di aver fatto uno di quei tragitti notturni fuori programma fino a un letto improvvisato. Ogni volta si sentiva esausto. Sebbene dormisse, quelle non erano notti di riposo. Si sedette sul bordo della vasca, alzò la gamba piegata per guardare la pianta del piede sinistro, poi controllò la pianta del piede destro. Nessuna delle due era tagliata, graffiata o particolarmente sporca, quindi non aveva lasciato la casa durante l'attacco di sonnambulismo. Si era svegliato in armadi anche le altre volte, una la settimana prima e l'altra dodici giorni prima, e neanche in quelle occasioni aveva i piedi sporchi. Se la sua sensazione di aver camminato per chilometri era fondata, doveva aver fatto innumerevoli giri della sua piccola casa. Una lunga doccia calda gli tolse quasi completamente di dosso l'indolenzimento. Era un trentacinquenne
snello e in forma, con capacità di recupero commisurate alla sua età. Quando ebbe finito la colazione si sentiva quasi un essere umano. Dopo aver indugiato con una tazza di caffè sulla veranda, studiando la gradevole geografia di Laguna Beach, che digradava dalle colline verso il mare, andò nel suo studio, certo che la causa del suo sonnambulismo fosse il lavoro. Non tanto il lavoro in sé, quanto il sorprendente successo del suo primo romanzo, Crepuscolo a Babilonia, che aveva terminato nel febbraio precedente. Il suo agente aveva messo Crepuscolo all'asta, e con grande stupore di Dom aveva concluso un accordo con la Random House, che aveva pagato un anticipo considerevolmente alto per un'opera d'esordio. Prima che fosse passato un mese erano stati venduti i diritti per trame un film (permettendo a Dom di comprarsi la casa e di pagarla all'atto dell'acquisto), e il Club degli editori aveva acquistato il libro. Dom aveva lavorato sette mesi, sessanta, settanta e anche ottanta ore alla settimana scrivendo quel libro, per non parlare del tempo che gli ci era voluto solo per prepararsi a scriverlo, ma gli sembrava di aver fatto il grande salto da una decorosa povertà al successo, così, da un momento all'altro. L'ex povero Dominick Corvaisis occasionalmente coglieva un'immagine dell'ora ricco Dominick Corvaisis in uno specchio o una finestra argentata dal sole, si vedeva indifeso, e si domandava se davvero meritasse quello che gli era piovuto addosso. A volte temeva di essere diretto verso il crollo. Tutto quel trionfo e quelle acclamazioni comportavano un notevole stress. Alla sua pubblicazione, fissata per il febbraio successivo, Crepuscolo si sarebbe dimostrato all'altezza delle aspettative, giustificando l'investimento della Random House, o sarebbe stato un fiasco umiliante? Avrebbe potuto ripetersi o il suo successo di scrittore era solo un fuoco di paglia? In ogni sua ora di veglia, queste domande gli giravano per la mente con insistenza, come avvoltoi, e lui supponeva che quelle stesse domande lo assillassero quando dormiva. Era per questo che camminava nel sonno; tentava di scappare da quelle incessanti preoccupazioni, cercando un luogo segreto per riposare dove le sue ansie non potessero raggiungerlo. Ora, alla sua scrivania, accese il word processor IBM e richiamò il capitolo diciotto del suo nuovo libro, ancora senza titolo. Il giorno prima si era fermato a metà della sesta pagina del capitolo e ora intendeva riprendere dal punto in cui si era interrotto, ma quando il testo fu visualizzato sullo schermo, vide una pagina piena dove ce n'era stata solo mezza. Per un
momento restò a fissare le verdi linee di lettere luminose, sbattendo le palpebre, poi scosse la testa, come a negare l'evidenza di quello che aveva davanti agli occhi. Improvvisamente sentì un freddo umido dietro al collo. Non era l'esistenza di quelle righe che non ricordava di aver scritto a fargli venire i brividi; era quello che le righe dicevano. Per di più, non avrebbe dovuto esserci una pagina sette, e invece c'era. E trovò anche un'ottava pagina. Mentre faceva scorrere sul video il materiale memorizzato sul dischetto, le sue mani divennero appiccicaticce. La stupefacente aggiunta al suo lavoro era solo una frase di due parole, ripetuta centinaia di volte: Ho paura. Ho paura. Ho paura. Ho paura. Doppia spaziatura, quadruplo margine, quattro frasi per riga, tredici righe a pagina sei, ventisette righe a pagina sette, altre ventisette a pagina otto: faceva 268 ripetizioni della frase. La macchina non le aveva create da sé, perché era semplicemente un'ubbidiente schiava, che faceva quel che le si diceva di fare. Ed era assurdo ipotizzare che qualcuno si fosse introdotto nottetempo nella casa per manomettere il suo testo immagazzinato elettronicamente. Non c'erano segni di scasso e non riusciva a pensare a nessuno che potesse fargli un simile scherzo. Chiaramente, era andato al word processor durante l'attacco di sonnambulismo e aveva ossessivamente battuto quella frase 268 volte, anche se non ricordava assolutamente di averlo fatto. Ho paura. Paura di cosa, del sonnambulismo? Era un'esperienza che lo lasciava disorientato, per lo meno quando si svegliava, ma non era un'impresa che potesse causargli tanto terrore. Era spaventato dalla rapidità della sua ascesa letteraria e temeva di ripiombare altrettanto rapidamente nell'anonimato. Eppure non riusciva a liquidare completamente il fastidioso pensiero che questo non avesse niente a che fare con la sua carriera, che la minaccia che sentiva su di sé fosse qualcosa di tutt'altro genere, qualcosa di strano, qualcosa che sfuggiva alla sua coscienza, ma che il suo inconscio percepiva e aveva tentato di trasmettergli per mezzo di quel messaggio lasciato mentre lui dormiva. No. Sciocchezze. Questa era solo l'iperattiva immaginazione del romanziere al lavoro. Lavoro. Quella era la migliore medicina per lui.
Del resto, dalle sue ricerche sull'argomento, sapeva che in genere il sonnambulismo non perdurava negli adulti. Pochi sperimentavano più di una mezza dozzina di episodi, solitamente limitati entro un arco di sei mesi o meno. C'erano buone probabilità che il suo sonno non sarebbe mai più stato complicato da vagabondaggi notturni, e non gli sarebbe più capitato di svegliarsi rannicchiato e rattrappito in fondo a un armadio. Cancellò le parole indesiderate dal dischetto e riprese a lavorare al diciottesimo capitolo. Quando guardò l'orologio, fu sorpreso di vedere che era l'una passata. Era giunto all'ora di pranzo senza accorgersene. Anche per la California meridionale faceva caldo per essere novembre, così mangiò sulla veranda. Le palme frusciavano alla brezza leggera e l'aria era profumata di fiori autunnali. Con grazia ed eleganza, Laguna scendeva fino alle coste del Pacifico. L'oceano brillava sotto la luce del sole. Finendo il suo ultimo sorso di Coca, Dom a un tratto inclinò all'indietro la testa, guardò l'azzurro risplendente del cielo sopra di sé, e rise. "Visto? Nessuna spada di Damocle." Era giovedì, 7 novembre. 2 Boston, Massachusetts La dottoressa Ginger Marie Weiss non si sarebbe mai aspettata guai nel negozio di gastronomia Bernstein's, ma fu lì che cominciò tutto, con l'incidente dei guanti neri. Ginger era una donna che sapeva cavarsela in qualsiasi situazione. Accettava di buon grado qualunque sfida la vita le presentasse, le difficoltà erano il suo pane. Si sarebbe annoiata se la sua strada fosse stata sempre facile, senza ostacoli. Tuttavia, non aveva mai considerato che alla fine avrebbe potuto trovarsi di fronte un problema che non era in grado di gestire. Oltre che sfide, la vita dispensa lezioni, e alcune sono più gradite di altre. Alcune lezioni sono facili, altre difficili. Altre sono devastanti. Ginger era intelligente, ambiziosa, di bell'aspetto, gran lavoratrice e cuoca eccellente, ma il suo principale vantaggio nella vita era che nessuno la prendeva sul serio al primo incontro. Era esile come un fuscello, un gra-
zioso folletto che sembrava inconsistente e amabile. Di solito gli altri la sottovalutavano per settimane o mesi, realizzando solo gradualmente che lei era una formidabile concorrente, collega o avversaria. La storia dell'aggressione subita da Ginger era leggenda al Columbia Presbyterian Hospital di New York, dove aveva prestato servizio di internato quattro anni prima. Come tutti gli interni, aveva spesso lavorato per turni di sedici ore e più, giorno dopo giorno, e aveva lasciato l'ospedale con energia sufficiente a malapena per trascinarsi a casa. Un caldo, umido sabato notte di luglio, al termine di una giornata di lavoro particolarmente pesante, si stava dirigendo a casa poco dopo le dieci, quando venne accostata da un massiccio uomo di Neanderthal con mani grandi come pale di badile, braccia enormi, collo inesistente e fronte sfuggente. "Prova a gridare," le disse, balzandole addosso all'improvviso, "e ti faccio sputare i denti." Le afferrò il braccio e glielo torse dietro la schiena. "Hai capito, puttana?" Non c'erano altri pedoni nei paraggi, e le macchine più vicine erano due isolati più in là, ferme a un semaforo. Nessun aiuto in vista. Lui la spinse in un angusto passaggio di servizio tra due edifici, disseminato di immondizia e rischiarato da un unico fioco lampione. Ginger andò a sbattere contro un bidone di spazzatura, facendosi male al ginocchio e alla spalla, inciampò, ma non cadde. Ombre tentacolari la avvilupparono. Con inutili piagnucolii e strozzate proteste, fece sentire sicuro il suo aggressore, perché all'inizio pensava avesse una pistola. Assecondare sempre un uomo armato, si disse. Mai resistere. Chi oppone resistenza finisce con una pallottola in corpo. "Muoviti!" le ordinò a denti stretti, dandole un altro spintone. La costrinse a entrare in un portone rientrante a tre quarti del passaggio, non lontano dall'unico lampione in fondo al vicolo, poi cominciò a riversare oscenità, dicendole cosa avrebbe fatto con lei dopo averle preso i soldi, e anche nella tenue luce Ginger poté vedere che non era armato. Improvvisamente riprese a sperare. Il vocabolario di sconcezze del bruto era raccapricciante, ma le sue minacce sessuali erano così stupidamente ripetitive da risultare quasi ridicole. Comprese che era solo un poveraccio grosso e stolido, che faceva affidamento sulle sue dimensioni per ottenere quel che voleva. Uomini di quel genere raramente avevano armi. I suoi muscoli gli davano un'illusoria sensazione di invulnerabilità, quindi probabilmente non aveva nemmeno alcuna nozione di tecniche di lotta.
Mentre lui svuotava la borsa che gli aveva docilmente consegnato, Ginger fece appello a tutto il suo coraggio e gli assestò un calcio dritto all'inguine. Il colpo lo fece piegare in due. Senza perdere un istante, lei gli afferrò una mano e gli piegò con forza l'indice all'indietro, finché il dolore divenne atroce quanto quello ai genitali. Una radicale, violenta retroflessione dell'indice poteva rapidamente mettere fuori combattimento qualunque uomo, indipendentemente dalla sua taglia e forza. Con quell'azione, lei stava sforzando il nervo digitale sul dorso della sua mano e simultaneamente i sensibilissimi nervi mediano e radiale nel palmo. L'intenso dolore si trasmetteva anche ai nervi acromiali della spalla e nel collo. Con la mano libera, lui la afferrò per i capelli e tirò. Il dolore le annebbiò la vista, ma lei strinse i denti e piegò ancora di più l'indice del suo prigioniero. La sua implacabile pressione lo convinse rapidamente a lasciar perdere ogni tentativo di contrattaccare. Lacrime involontarie gli sgorgarono dagli occhi e l'uomo si lasciò cadere in ginocchio, strillando e imprecando, impotente. "Lasciami! Lasciami andare, puttana!" Ginger, grondante di sudore, gli strinse l'indice con entrambe le mani e indietreggiò cautamente, trascinandolo fuori del vicolo come fosse un pericoloso cane alla catena. Costretto a seguirla strisciando su una mano e sulle ginocchia, lui le arrancò dietro strepitando un'agghiacciante varietà di minacciose imprecazioni, lo sguardo inebetito da un impulso omicida. La sua faccia rozza e cattiva si fece meno visibile mentre si allontanavano dalla luce, ma lei poté lo stesso vedere che era tanto distorta dal dolore, dalla furia e dall'umiliazione da non sembrare umana: la faccia di uno spirito maligno. Avevano faticosamente guadagnato una quindicina di metri quando lui fu sopraffatto dal male alla mano e dalle nauseanti ondate di dolore che salivano dai suoi testicoli lesi e si vomitò addosso. Lei non osò lasciarlo andare. Ora, avendone l'opportunità, non si sarebbe limitato a tramortirla di botte: l'avrebbe uccisa. Disgustata e terrificata, lo costrinse ad avanzare ancora più in fretta di prima. Raggiungendo il marciapiede, non vide alcun passante che potesse chiamare la polizia per lei, così tirò il suo malcapitato aggressore in mezzo alla strada: il traffico si fermò a quell'insolito spettacolo. Quando finalmente arrivarono i poliziotti, il sollievo di Ginger fu di gran lunga inferiore a quello del delinquente che l'aveva assalita.
In parte, la gente sottovalutava Ginger perché era minuta. Era ben fatta, ma certamente non una bionda esplosiva. Comunque, bionda lo era, e la particolare sfumatura argentata dei suoi capelli catturava l'attenzione di un uomo, che la vedesse per la prima o per la centesima volta. Anche sotto un sole splendente, i suoi capelli ricordavano il chiaro di luna. L'eterea luminosità dei capelli, i lineamenti delicati, gli occhi azzurri che erano l'immagine della gentilezza, il collo alla Audrey Hepburn, le spalle esili, i polsi sottili, le mani affusolate e la vita stretta: tutto contribuiva a un'ingannevole impressione di fragilità. Per di più, era per natura quieta e osservatrice, due qualità che potevano essere scambiate per timidezza, e la sua voce era così dolce e musicale che chiunque poteva facilmente lasciarsi sfuggire la nota di sicurezza e autorità che vibrava sotto il suo tono carezzevole. Ginger aveva ereditato i capelli biondo platino, gli occhi cerulei, la bellezza e l'ambizione da sua madre, Anna. Dal padre, Jacob, aveva preso la piccola statura, la voce morbida, l'intelletto e la gentilezza. Avevano formato una strana famiglia, loro tre, a vederli dall'esterno: il padre ebreo, con una statura da fantino, il nome tedesco ma la carnagione sefardita; la madre svedese, alta una buona spanna più del marito, bionda e gloriosamente femminile; e la figlia, piccola anche se sua madre non lo era, bionda benché suo padre fosse scuro, con una bellezza del tutto differente da quella della madre, più discreta ed evanescente. I suoi genitori erano le uniche persone che non avevano mai sottovalutato Ginger. Erano sempre stati fieri della loro "ragazza d'oro" (così la chiamavano), che aveva preso le migliori qualità di entrambi ed eccelleva in qualunque cosa facesse. Lei li aveva amati tutt'e due così completamente e intensamente che ancora adesso non sapeva trovare le parole per esprimere quello che avevano significato per lei. Aveva compiuto da poco i dodici anni quando sua madre morì in un incidente automobilistico. I parenti di Jacob pensarono che lui e Ginger sarebbero andati alla deriva senza di lei. Tutti sapevano quanto i tre fossero stati uniti, ma soprattutto sapevano che Anna era stata il motore del successo della famiglia. Lei aveva preso il meno ambizioso dei fratelli Weiss Jacob il sognatore, Jacob il docile, Jacob col naso sempre immerso in un libro giallo o di fantascienza - e lo aveva fatto diventare qualcuno. Lavorava come dipendente in una gioielleria quando lo aveva sposato, ma quando era morta non solo si era messo in proprio, ma aveva due negozi. Nessuno pensava che Ginger sarebbe stata in grado di prendere il posto di Anna: anche se era tre anni avanti negli studi rispetto ai suoi coetanei, ai
loro occhi era ancora una bambina. Ma la stavano sottovalutando. Occorreva qualcuno che si occupasse di suo padre, della casa e del bilancio familiare, così lei se ne assunse la responsabilità con vigore, entusiasmo ed efficienza. A neanche tredici anni aveva completamente in mano la conduzione domestica, e senza che il suo rendimento scolastico ne risentisse. Ebbe un lieve calo di profitto solo in coincidenza col primo attacco di pancreatite di suo padre, quando passava ogni sera con lui all'ospedale. Jacob restò tenacemente aggrappato alla vita; era smorto e debole quando lei conseguì la laurea in medicina, ma tenne duro finché ebbe fatto sei mesi di internato. Tuttavia, dopo tre attacchi di pancreatite, si ammalò di cancro al pancreas, e morì prima che Ginger avesse finalmente deciso di andare al Boston Memorial per fare tirocinio come chirurgo, invece di perseguire una carriera come ricercatrice. Poiché Ginger aveva passato più anni con Jacob che con sua madre, i suoi sentimenti verso di lui erano comprensibilmente più profondi, e la sua perdita fu ancora più devastante di quanto lo fosse stata quella di Anna. Tuttavia affrontò quel momento diffìcile come faceva con qualunque sfida le si presentasse e terminò il suo internato con ottime referenze. Quindi si recò a Stanford, in California, per un impegnativo programma biennale di specializzazione in patologia cardiovascolare e, dopo un mese di vacanza (il più lungo periodo di riposo che si fosse mai concessa), tornò a Boston, conobbe il dottor George Hannaby (primario di chinirgia al Memorial, famoso per aver aperto la strada a tecniche d'avanguardia in varie operazioni cardiovascolari) e lavorò per tre quarti del suo servizio di due anni come assistente interno, senza il minimo intoppo. Poi, un martedì mattina di novembre, andò da Bernstein's Delicatessen a comprare qualcosa, e cominciarono ad accadere cose terribili. L'incidente dei guanti neri. Quello fu l'inizio. Il martedì era il suo giorno libero, e a meno che uno dei suoi pazienti avesse una grave crisi, la sua presenza all'ospedale non era necessaria né richiesta. Durante i suoi primi due mesi al Memorial, con l'entusiasmo e l'inesauribile carica che la caratterizzavano, era quasi sempre andata al lavoro anche nei suoi giorni di riposo, perché non c'era nient'altro che preferisse fare. Ma George Hannaby aveva messo fine a quell'abitudine non appena era venuto a saperlo: l'esercizio della medicina era un'attività stressante, e ogni medico aveva bisogno di tempo libero, anche Ginger Weiss. "Se tiri troppo," le aveva detto, "non sarai solo tu a risentirne, ma anche
il paziente." Così ogni martedì dormiva un'ora in più, faceva la doccia e beveva due tazze di caffè mentre leggeva il giornale seduta al tavolo della cucina, vicino alla finestra che dava su Mount Vernon Street. Alle dieci si vestiva, percorreva a piedi diversi isolati fino a Charles Street e faceva scorta di prodotti di gastronomia da Bernstein's, poi tornava a casa e mangiava leggendo Agatha Christie, Dick Francis, John D. MacDonald, Elmore Leonard, a volte un Heinlein. Benché il relax fosse ancora ben lontano dal piacerle quanto il lavoro, cominciò gradualmente ad apprezzare il suo tempo libero, e il giovedì cessò di essere il giorno temuto che era stato quando aveva iniziato con riluttanza a osservare la settimana di sei giorni. Quel brutto martedì di novembre partì bene - freddo, con un grigio cielo invernale, frizzante e corroborante più che deprimente - e la sua routine la portò da Bernstein's (affollato, come al solito) alle dieci e ventuno. Ginger passò da un capo all'altro del lungo bancone, scegliendo tra le delicatezze esposte con ghiotto piacere. Il negozio era un calderone di deliziosi aromi e suoni allegri: pane caldo, cannella, risate, aglio, chiodi di garofano; rapide conversazioni in cui l'inglese era variamente insaporito da accenti che andavano dallo yiddish al bostoniano, al corrente gergo giovanile; nocciole tostate, crauti, sottaceti, caffè; rumore di argenteria. Quando Ginger fu servita, pagò il conto, si infilò i guanti di lana blu e prese il sacchetto, avviandosi oltre i tavolini dove una dozzina di persone stavano facendo una tardiva prima colazione. Tenendo il sacchetto col braccio sinistro, cercò di riporre con la mano libera il portafogli nella borsetta. Aveva appunto gli occhi abbassati sulla borsa quando raggiunse la porta, e in quello stesso momento entrò un uomo con un soprabito di tweed grigio e un colbacco nero, distratto quanto lei; si scontrarono. Lei fece un passo indietro, vacillando. Lui le prese il sacchetto prima che potesse cadere, poi le mise una mano sul braccio per sorreggerla. "Mi dispiace," si scusò. "Ero soprappensiero." "Colpa mia," rispose Ginger. "Non stavo guardando dove andavo." L'uomo le porse il sacchetto. Lei lo prese, ringraziando, e notò i suoi guanti neri. Erano chiaramente costosi, di ottima pelle, accuratamente rifiniti, ma non avevano niente che potesse giustificare la sua istantanea e violenta reazione, niente di insolito, niente di strano, niente di minaccioso. Eppure, lei si sentiva minacciata. Non dall'uomo. Lui era normale, pallido, con la faccia grassoccia e occhi gentili dietro gli spessi occhiali di tartaruga. Inspiegabilmente, irragionevolmente, erano i guanti stessi a terrorizzar-
la. Il respiro le si mozzò in gola, il cuore prese a martellare. La cosa più bizzarra fu che ogni cosa e persona nel negozio cominciarono a svanire, come non fossero reali, ma immagini di un sogno che si dissolve al risveglio. La gente che faceva colazione ai tavolini, i ripiani carichi di cibi in scatola, gli espositori, l'orologio alla parete, il barile della salamoia, i tavoli e le sedie, tutto sembrò emanare una tremula luminescenza e sfumare in una nevosa foschia, come se una nebbia densa si stesse alzando da un qualche misterioso regno sotterraneo. Solo i portentosi guanti non svanirono; anzi, mentre li fissava si fecero più definiti, stranamente più vividi, più reali e sempre più minacciosi. "Signorina?" La voce dell'uomo sembrò venire da molto lontano, dal fondo di un lungo tunnel. Mentre le forme e i colori tutt'intorno a lei sbiadivano verso il bianco, i suoni le giungevano amplificati; l'allegro chiacchierio si fece assordante, il tintinnio dell'argenteria stridente; l'acciottolio di piatti e il rumore del registratore di cassa elettronico divennero un frastuono intollerabile, e tutto si fuse in un boato che le rimbombava nelle orecchie. Non riusciva a distogliere gli occhi dai guanti. "Qualcosa non va?" le domandò l'uomo, alzando una mano guantata verso di lei. Neri, aderenti, lucidi... con cuciture precise lungo le dita... di pelle a grana appena visibile... tesi sulle nocche... Stordita, disorientata, oppressa da una tremenda, indefinibile paura, improvvisamente seppe che doveva fuggire: ne andava della sua vita. Non sapeva perché. Non comprendeva il pericolo. Ma sapeva che se non fosse scappata sarebbe morta lì dov'era. Il suo battito cardiaco, già veloce, diventò frenetico. Il respiro che le era rimasto bloccato in gola ora si liberò con un flebile gemito. Ginger si lanciò in avanti, come all'inseguimento del patetico suono che le era sfuggito. Stupita della propria reazione ai guanti neri ma incapace di essere fredda in proposito, sconcertata dalle sue azioni nell'attimo stesso in cui le compiva, stringendosi al petto il sacchetto, oltrepassò l'uomo con cui si era scontrata. Fu solo vagamente conscia di averlo urtato, facendogli quasi perdere l'equilibrio. Doveva aver aperto di scatto la porta, anche se non ricordava di averlo fatto, e poi fu fuori, nella pungente aria di novembre. Il traffico di Charles Street - clacson, motori rombanti, stridio di pneumatici - passava alla sua destra, e le vetrine di Bernstein's sfrecciarono via alla sua sinistra mentre correva.
Poi il mondo attorno a lei svanì completamente e sprofondò in un indistinto grigiore, le gambe che si muovevano veloci, i lembi del soprabito svolazzanti, come se stesse correndo attraverso un amorfo paesaggio onirico, stordita dalla paura. Dovevano esserci molte altre persone sul marciapiede, persone che schivò o spinse da parte, ma lei non era consapevole della loro presenza. Era conscia solo del bisogno di scappare. Corse rapida come un cervo, benché nessuno la inseguisse, le labbra contratte in una smorfia di puro terrore, anche se non poteva identificare il pericolo da cui fuggiva. Corse, come impazzita. Temporaneamente cieca, sorda. Persa. Minuti dopo, quando la foschia si diradò, si ritrovò in Mount Vernon Street, appoggiata contro una ringhiera in ferro battuto lungo la gradinata d'ingresso di una casa signorile in mattoni rossi. Era aggrappata alle sbarre, le mani così serrate che le facevano male le nocche, la fronte sulla pesante ringhiera, come fosse una sconsolata prigioniera abbandonata contro la porta della sua cella. Era sudata e ansante. Aveva la bocca arida, amara. Le bruciava la gola e il petto le doleva. Era stravolta, incapace di ricordare come fosse arrivata lì, come se ondate di amnesia l'avessero sospinta su una spiaggia sconosciuta. Qualcosa l'aveva spaventata, ma non riusciva a ricordare cosa. Gradualmente la paura si placò, e il suo respiro riprese un ritmo quasi regolare; il suo battito cardiaco rallentò un poco. Alzò la testa e sbattè le palpebre, guardandosi attorno cauta e perplessa mentre la sua vista offuscata si schiariva lentamente. Sollevò la faccia finché vide gli spogli rami neri di un tiglio e il basso, cupo cielo di novembre oltre l'albero scheletrico. Antiquati lampioni a gas in ferro emanavano una fioca luce, attivati da selenoidi che avevano scambiato la mattinata invernale per il calare della sera. Ai piedi della collina il traffico era intenso dove Mount Vernon incrociava Charles Street. Bernstein's Delicatessen. Ma certo. Era giovedì, e lei era da Bernstein's quando... quando qualcosa era accaduto. Cosa? Cosa era successo da Bernstein's? E dov'era la borsa della spesa? Si staccò dalla ringhiera di ferro, alzò le mani, e si premette sugli occhi i guanti di lana blu. Guanti. Non i suoi, non questi guanti. L'uomo miope col colbacco. I suoi guanti di pelle nera. Era questo che l'aveva spaventata. Ma perché era stata presa dall'isteria, sopraffatta dalla paura alla loro vi-
sta? Cosa c'era di così spaventoso in un paio di guanti neri? Dall'altra parte della strada, un'anziana coppia la stava fissando e lei si domandò cosa avesse fatto per attirarne l'attenzione. Per quanto si sforzasse, non riusciva a ricostruire nemmeno sommariamente il suo percorso su per la collina. Gli ultimi tre minuti - forse di più? - erano completamente vuoti. Doveva aver corso su per Mount Vernon Street in preda al panico e, a giudicare dalle espressioni sulle facce di quelli che la stavano osservando, doveva aver dato spettacolo. Imbarazzata, si avviò esitante giù per Mount Vernon Street, da dove era venuta. In fondo alla discesa, appena svoltato l'angolo, trovò il sacchetto di carta marrone di Bernstein's in terra. Era rovesciato, e alcuni pacchetti ne erano usciti, ma gli incarti non si erano rotti. Prima di raccoglierlo, restò a fissarlo per lunghi secondi, cercando di ricordare il momento in cui lo aveva lasciato cadere. Ma dove avrebbe dovuto esserci quel momento, nella sua memoria c'era solo grigiore, nulla. Cosa mi sta succedendo? Sconcertata dalla sua incomprensibile perdita di controllo, con le ginocchia tremanti, si incamminò verso casa. Il suo respiro formava nuvolette di vapore nell'aria fredda. Dopo qualche passo si fermò, indecisa, poi tornò indietro, dirigendosi verso Bernstein's. Si fermò fuori del negozio, e dovette aspettare solo un minuto o due prima che l'uomo col colbaceo e gli occhiali di tartaruga uscisse col proprio sacchetto di acquisti. "Oh." Lui sbattè le palpebre, sorpreso. "Io... senta, le ho detto che mi dispiace? Da com'è uscita... be', mi è venuto il dubbio di aver solo pensato di scusarmi..." Ginger guardò la sua mano destra rivestita di pelle nera che reggeva il sacchetto. Parlando, l'uomo gesticolava con la mano libera, e lei la seguì mentre descriveva un breve svolazzo nell'aria gelida. Adesso i guanti non la spaventavano. Non riusciva a immaginare come la loro vista avesse potuto gettarla nel panico. "È tutto a posto. La stavo aspettando per scusarmi. Ero un po' tesa... sa, ho avuto una mattinata insolita," si giustificò brevemente lei. "Buona giornata," gli disse andandosene frettolosamente. Benché non abitasse lontano, il tragitto fino a casa le sembrò un viaggio epico attraverso una vasta distesa di asfalto grigio. Cosa mi sta succedendo? Sentiva più freddo di quanto l'aria di novembre potesse giustificare.
Ginger viveva al primo dei quattro piani di una casa di Beacon Hill, che nel diciannovesimo secolo era appartenuta a un banchiere. Aveva scelto quel posto perché le piacevano i dettagli d'epoca: elaborate cornici sul soffitto, medaglioni sopra le porte, massicce porte di mogano, porte-finestre a bovindo, due camini (in salotto e in camera da letto) con mensole di marmo intagliato e lucidissimo. Le stanze avevano un senso di permanenza, continuità, stabilità. Ginger dava molta importanza alla costanza e alla stabilità, forse per reazione alla perdita della madre avvenuta quando aveva solo dodici anni. Continuando a tremare nonostante l'appartamento fosse caldo, sistemò i suoi acquisti in cucina, poi andò in bagno e si guardò attentamente allo specchio. Era molto pallida, e non le piacque l'espressione spiritata dei suoi occhi. "Cos'è successo là fuori, shnook?" chiese in yiddish al proprio riflesso. "Sei stata una vera meshuggene, lascia che te lo dica. Totalmente farfufket. Ma perché? Tu sei il dottore importante, no? E allora, dimmi, perché?" Ascoltando la propria voce, si rese conto di essere seriamente in difficoltà. Jacob, suo padre, era stato un ebreo in virtù del suo patrimonio genetico e culturale, e fiero di esserlo, ma non era stato ebreo in virtù delle sue pratiche religiose. Andava raramente alla sinagoga e osservava le festività allo stesso modo in cui molti cristiani poco convinti celebravano il Natale e la Pasqua. Ginger era ancora un passo più lontana dalla religione di suo padre, perché si dichiarava agnostica. Inoltre, mentre l'ebraismo di Jacob era integrale, evidente in qualunque cosa facesse, non si poteva dire altrettanto di Ginger. Se le fosse stato chiesto di definire se stessa, lei avrebbe risposto: "Donna, medico, drogata del lavoro, non impegnata politicamente", e altre cose, prima di ricordarsi finalmente di aggiungere "ebrea". Le sole volte in cui lo yiddish spuntava nella sua parlata erano quando si trovava in qualche guaio, quando era profondamente preoccupata o spaventata, come se nel suo subconscio sentisse che quelle parole possedevano un potere scaramantico, che agivano da talismano contro qualunque sfortuna e catastrofe. "Correre per le strade, facendo cadere la spesa, dimenticando dove ti trovi, spaventata quando non c'è niente di cui aver paura, comportandoti come una qualsiasi farmishteh," disse sdegnata alla propria immagine. "La gente che ti ha visto penserà sicuramente che sei una shikker, e la gente non va da dottori alcolizzati. Nu?" Il magico potere delle antiche parole ebbe un qualche effetto: non gran-
ché, ma abbastanza da riportarle un po' di colore sulle guance e ammorbidire il suo sguardo vitreo. Smise di tremare, ma si sentiva ancora gelata. Si lavò la faccia, spazzolò i capelli biondo platino e indossò un pigiama e una vestaglia, la sua abituale tenuta per un tipico giovedì di ozio. Poi andò nella piccola camera da letto supplementare che usava come studio, prese dalla libreria una consunta enciclopedia medica e la aprì alla lettera F. Fuga. Conosceva il significato della parola, e non sapeva perché fosse andata a consultare il dizionario quando non poteva dirle niente di nuovo. Forse il dizionario era un altro talismano. Se avesse guardato la parola stampata nero su bianco, essa avrebbe cessato di avere qualunque potere su di lei. Sicuro. Voodoo per i superistruiti. Nonostante ciò, lesse la definizione: FUGA [lat. fuga]. Seria dissociazione della personalità. Deambulazione immotivata e incontrollata equivalente a un attacco epilettico. Allo stato di fuga segue solitamente perdita di memoria circa le azioni compiute durante la crisi. Chiuse il dizionario e lo ripose sullo scaffale. Avrebbe potuto consultare altri volumi per avere informazioni più dettagliate sulla fuga, le sue cause e i suoi significati, ma decise di non insistere sull'argomento. Semplicemente non poteva credere che il suo passeggero attacco fosse sintomo di un serio problema patologico. Forse era stressata; lavorava troppo, e il sovraccarico l'aveva portata a quell'unica, isolata fuga. Un blackout di due o tre minuti. Un piccolo avvertimento. Avrebbe continuato a usufruire del suo giorno di riposo e avrebbe cercato di smontare un'ora prima ogni giorno, e non ci sarebbero stati altri problemi. Aveva lavorato sodo per diventare un dottore, come sua madre aveva sperato, per onorare la memoria dei suoi genitori facendo di sé qualcosa di speciale. Le era costato impegno e sacrifici arrivare fin là. Aveva passato più fine settimana a lavorare, rinunciando a vacanze e divertimenti. Ora, tra soli sei mesi, avrebbe terminato il suo periodo di internato, iniziando a esercitare come professionista, e non intendeva permettere che qualcosa interferisse con i suoi programmi. Niente l'avrebbe defraudata dei suoi sogni. Niente. Era martedì, 12 novembre.
3 Elko County, Nevada Ernie Block aveva paura del buio. L'oscurità in casa lo innervosiva, ma era l'oscurità dell'esterno, il vasto nero della notte lì, nel nord Nevada, che lo terrorizzava. Durante il giorno preferiva stanze con molte lampade e finestre, ma di notte cercava stanze con poche finestre o, meglio ancora, nessuna, perché a volte gli sembrava che la notte premesse contro i vetri, come fosse una creatura viva che cercava di raggiungerlo e inghiottirlo. Non gli dava alcun sollievo tirare le tende, perché sapeva che la notte era là fuori in attesa di un'occasione. Si vergognava profondamente di se stesso. Non sapeva spiegarsi perché recentemente lo avesse assalito quella paura. Naturalmente, milioni di persone avevano la sua stessa fobia, ma erano quasi tutti bambini, e lui aveva cinquantadue anni. Venerdì pomeriggio, il giorno dopo il Ringraziamento, Ernie stava lavorando da solo nell'ufficio del motel. Faye era andata nel Wisconsin a trovare Lucy, Frank e i nipoti, e non sarebbe tornata fino a martedì. A dicembre avrebbero chiuso il motel per una settimana e sarebbero andati entrambi a Milwaukee per passare il Natale con i ragazzi, ma questa volta Faye era andata sola. Gli mancava terribilmente. Gli mancava perché era sua moglie da trentun anni, e anche la sua migliore amica. Gli mancava perché l'amava ancora di più di quando l'aveva sposata. E perché senza di lei le notti sembravano più lunghe, più fonde, più nere che mai. Alle due e mezzo del pomeriggio Ernie aveva già pulito tutte le stanze e cambiato la biancheria, e il Tranquility Motel era pronto per la prossima ondata di viaggiatori. Era il solo alloggio nel giro di venti chilometri, appollaiato su un poggio a nord dell'autostrada. La città di Carlin e il piccolo villaggio di Beowawe erano più vicini, ma dal Tranquility Motel non si scorgeva nessuno dei due centri abitati. Di fatto, dal parcheggio non era visibile nessun altro edificio in alcuna direzione, e probabilmente non c'era al mondo un motel che avesse un nome più appropriato di quello. Ora Ernie era nell'ufficio, e stava ritoccando con la vernice per legno qualche graffio sul bancone di quercia dove gli ospiti firmavano il registro, tanto per ingannare il tempo fino al tardo pomeriggio, quando sarebbero
arrivati i primi clienti dall'interstatale 80. Se non avesse tenuto la mente occupata, avrebbe cominciato a pensare al rapido calare della notte di novembre e a preoccuparsi dell'oscurità incombente, e allora, quando fosse realmente scesa la sera, sarebbe già stato agitato come un gatto con una lattina legata alla coda. L'ufficio del motel era un tempio consacrato alla luce. Dall'ora di apertura fino alle sei e mezzo di mattina, ogni sorgente luminosa era rimasta accesa. Una lampada fluorescente a braccio flessibile gettava un pallido rettangolo sul feltro verde del piano di lavoro dietro il bancone. Una lampada a stelo d'ottone brillava in un angolo vicino allo schedario. Sul lato esterno del bancone c'era un espositore girevole di cartoline, uno da parete con una quarantina di libri in edizione economica e un altro pieno di opuscoli e cartine stradali, una slot machine solitària vicino alla porta e un divano beige affiancato da tavolini, su ciascuno dei quali era posata una lampada. Inoltre c'era una plafoniera in vetro smerigliato con due lampadine e, naturalmente, una grande finestra che occupava buona parte della parete frontale. Il motel era rivolto a sud-sudovest, così a quell'ora del giorno i raggi obliqui del sole filtravano attraverso l'enorme vetrata, dando una tinta ambrata alla parete bianca dietro al divano. Quando Faye era lì, Ernie non lasciava tutte le luci accese, perché lei avrebbe certamente fatto osservazioni sullo spreco di energia. Lasciare anche una sola lampada spenta lo faceva sentire a disagio, ma preferiva sopportarne la spiacevole vista che tradire il proprio segreto. Per quel che ne sapeva, Faye non si era accorta della fobia che lo aveva preso negli ultimi quattro mesi, ed era meglio così: si vergognava di quella sua improvvisa stranezza, e non voleva che lei si preoccupasse. Non conosceva la causa di quell'irragionevole paura, ma sapeva che prima o poi l'avrebbe sconfitta. Era una condizione temporanea; non era il caso di umiliare se stesso e mettere in ansia la moglie. Rifiutava di credere che fosse una cosa seria. In cinquantadue anni non si era quasi mai ammalato. Era stato in ospedale una sola volta, dopo essersi preso due pallottole nella schiena durante il suo secondo turno di servizio in Vietnam. Non c'erano mai stati casi di malattia mentale nella sua famiglia e, poco ma sicuro, non sarebbe stato lui, Ernest Eugene Block, il primo a finire sul lettino di uno psichiatra. Ne sarebbe venuto fuori da solo, per quanto strano e sconcertante fosse quel che gli stava accadendo. Tutto era cominciato in settembre, con un vago disagio che cresceva in lui con l'avvicinarsi della notte e non lo abbandonava fino all'alba. All'ini-
zio non gli succedeva ogni notte, ma andò costantemente peggiorando, e per la metà di ottobre il crepuscolo portava sempre con sé un inesplicabile malessere psicologico. Al principio di novembre il malessere era divenuto paura, e durante le ultime due settimane la sua ansia era cresciuta al punto che adesso le sue giornate erano misurate - e quasi totalmente definite - da quest'assurda paura dell'arrivo del buio. Negli ultimi dieci giorni aveva evitato di uscire dopo il tramonto, e fino a quel momento Faye non sembrava averlo notato, ma non poteva durare. Era ridicolo. Ventotto anni di servizio nei marine e gli sudavano le mani alla sola idea del tramonto. A vederlo, pareva impensabile che potesse avere paura di qualcosa. Tutto in lui dava un'impressione di grande solidità. Era alto e robusto, con spalle massicce, il torace ampio e il collo grosso. I suoi ispidi capelli grigi erano tagliati a spazzola, lasciando intravedere l'ossatura del cranio, e i suoi lineamenti erano regolari e attraenti, ma così squadrati che sembrava scolpito in un blocco di granito. Eppure, ora passava e ripassava il pennello con precisione maniacale su graffi quasi inesistenti, solo per non pensare all'approssimarsi della sera. Alle tre e quarantacinque decise finalmente che il bancone era a posto. Fuori, la qualità della luce era cambiata, non più color miele, ma di un arancio ambrato, e il sole stava scendendo verso ovest. Alle quattro ricevette i primi clienti, una coppia della sua età che stava tornando a Salt Lake City dopo aver passato una settimana a Reno dal figlio. Ernie chiacchierò con loro, e gli dispiacque quando presero la chiave e salirono nella loro camera. La luce del sole ora era completamente arancio, un arancio brunito, senza più traccia di giallo. Le alte nuvole sparpagliate in cielo si erano trasformate da bianchi velieri in galeoni oro e scarlatti che scivolavano verso est sopra il Grande Bacino in cui giaceva quasi l'intero stato del Nevada. Dieci minuti più tardi un uomo cadaverico, che stava visitando la zona per incarico del Bureau of Land Management, prese una camera per due giorni. Di nuovo solo, Ernie cercò di non guardare l'orologio, né le finestre, perché oltre i vetri il giorno si stava dissanguando. Non mi lascerò prendere dal panico, disse a se stesso. Sono stato in guerra, ho visto il peggio che un uomo possa vedere, e per Dio, sono ancora qui. Non andrò nel pallone solo perché sta arrivando la notte. Per le quattro e cinquanta la luce del sole non era più arancione ma rosso sangue.
I battiti del suo cuore aumentarono, e cominciò a sembrargli che la sua cassa toracica fosse diventata una morsa che gli attanagliava gli organi vitali. Andò alla scrivania, chiuse gli occhi e fece qualche esercizio di respirazione per calmarsi. Accese la radio. A volte la musica aiutava. Il sole raggiunse l'orizzonte e cominciò lentamente a inabissarsi. Il cremisi del pomeriggio sfumò in un blu elettrico, poi in un luminoso porpora che gli ricordò la fine del giorno a Singapore, dove era stato di stanza per due anni come guardia all'ambasciata quando era una giovane recluta. Arrivò. Il tramonto. Poi peggio. La notte. Le luci esterne, compresa l'insegna al neon blu e verde chiaramente visibili dalla strada, si erano accese automaticamente al sopraggiungere del crepuscolo, ma questo non lo faceva sentire meglio. L'alba era lontana un'eternità. La notte era appena cominciata. Col calare del sole, la temperatura esterna era scesa sotto lo zero. Ernie Block sudava. Alle sei, Sandy Sarver arrivò dal bar-tavola calda annesso al Tranquility Motel, un piccolo posto di ristoro dal menu limitato, che serviva il pranzo e la cena agli ospiti del motel e a camionisti di passaggio per l'autostrada; la colazione per gli ospiti, a base di panini al latte e caffè, era inclusa nel prezzo, e veniva servita in camera: bastava chiederla la sera prima. Sandy, trentadue anni, e suo marito, Ned, gestivano il locale per Ernie e Faye; Sandy serviva ai tavoli e Ned cucinava. Vivevano in una roulotte vicino a Beowawe, e andavano avanti e indietro col loro vecchio pickup Ford. Ernie sussultò all'arrivo di Sandy, perché quando si aprì la porta ebbe l'irrazionale paura che il buio sarebbe balzato nell'ufficio come una pantera. "Ti ho portato la cena," disse Sandy, rabbrividendo nella gelida folata che era entrata con lei. Posò una piccola scatola di cartone senza coperchio sul bancone. Conteneva un cheeseburger, patatine fritte e una lattina di Coors. "Ho pensato che ti ci sarebbe voluta una birra per lavare via tutto questo colesterolo." "Grazie, Sandy." Sandy Sarver non era un granché da guardare: sembrava banale e slavata, scialba, eppure aveva più potenziale di quanto lei immaginasse. Le sue gambe erano troppo magre, ma non brutte. Le sarebbe bastato ingrassare un po' per avere un aspetto decente. Era praticamente priva di seno, ma a-
veva una flessuosità che compensava la scarsezza di curve, e possedeva un'attraente delicatezza femminile evidente nell'ossatura esile, le braccia sottili e il collo da cigno. Aveva inoltre una grazia raramente visibile ma incantevole, di solito camuffata dalla sua abitudine di strascicare i piedi quando camminava e di sedersi con le spalle curve. I suoi capelli castani erano pesanti e opachi, probabilmente perché li lavava con sapone invece che shampoo. Non usava mai trucco, neanche un filo di lucidalabbra. Le sue unghie erano rosicchiate e trascurate. Comunque, era buona e generosa, e per questo Ernie e Faye avrebbero voluto che potesse avere un aspetto migliore e ottenere di più dalla vita. A volte Ernie si preoccupava per lei, allo stesso modo in cui si preoccupava per sua figlia Lucy prima che conoscesse Frank e lo sposasse, diventando così palesemente, perfettamente felice. Avvertiva che qualcosa di brutto era successo a Sandy Sarver molto tempo prima, che aveva subito un colpo molto pesante, non tanto da spezzarla, ma abbastanza per insegnarle a tenere la testa bassa e ad aspettarsi poco per difendersi dalle delusioni, dal dolore e dalla crudeltà umana. Ernie strappò la linguetta della lattina di birra. "Ned fa i migliori cheeseburger che io abbia mai mangiato," disse assaporando l'aroma che saliva dalla scatola. Sandy sorrise timidamente. "È una benedizione avere un uomo che cucina." La sua voce era sommessa, mite. "Specialmente nel mio caso. Io proprio non ci so fare." "Ma va'. Scommetto che sei un'ottima cuoca," replicò Ernie. "Oh, no, non io," si schermì lei. "Non lo sono mai stata, e mai lo sarò." Ernie notò la pelle d'oca sulle sue braccia, lasciate scoperte dalle maniche corte della divisa. "Non dovresti uscire in una sera come questa senza un maglione. Ti prenderai qualcosa." "Non io," dichiarò Sandy. "Io... mi sono abituata al freddo molto tempo fa." Sembrava strana come affermazione, e il modo in cui la formulò fu ancora più strano. Prima che lui potesse pensare a un modo per indurla a scoprirsi e a spiegare cosa intendesse, lei si diresse verso la porta. "Ci vediamo più tardi, Ernie." "Oh... c'è molto lavoro?" "Un po'. E tra poco arriveranno i camionisti per la cena." Aprì la porta e si fermò sulla soglia, lasciando entrare una ventata d'aria fredda. Il boccone gli si fermò in gola. La porta aperta lo stava esponendo ai pericoli del-
l'oscurità. "Certo che ce n'è di luce qui dentro. Potresti prenderti la tintarella." "Ecco... è per i clienti. Entrare in un ufficio poco illuminato... be', l'impressione è che sia sporco." "Oh! Io non ci avrei mai pensato. A me questi particolari sfuggono. Be', adesso devo correre." Ernie trattenne il fiato finché la porta rimase aperta, tirò un sospiro di sollievo quando Sandy se la richiuse alle spalle. La guardò passare in fretta davanti alle finestre e scomparire dalla sua vista. Non riusciva a ricordare di averla mai sentita vantare una virtù. Invece, non esitava mai a sottolineare i suoi difetti e manchevolezze, reali o immaginali che fossero. Era una brava ragazza, ma talvolta una compagnia un po' tetra. Naturalmente, quella sera anche una compagnia tetra era la benvenuta. Gli dispiacque vederla andare via. Al bancone, mangiando in piedi, Ernie si concentrò sul cibo, senza mai alzare gli occhi finché ebbe finito, servendosene per distogliere i propri pensieri dall'irrazionale paura che lo faceva sudare freddo. Alle sei e cinquanta, otto delle venti stanze del motel erano occupate. Era la seconda sera di un ponte di quattro giorni, e c'erano in giro più viaggiatori del solito; ne avrebbe date almeno altre otto se avesse tenuto aperto fino alle nove. Non poteva farlo. Era un marine, in pensione da sei anni, ma sempre un marine, per il quale le parole "dovere" e "coraggio" erano sacre, e non aveva mai mancato di svolgere il proprio compito, neanche in Vietnam, neanche con proiettili che sibilavano e bombe che scoppiavano e gente che moriva tutt'intorno a lui, ma era incapace di tenere aperto l'ufficio fino alle nove. Non c'erano tende alle grandi finestre e sulla porta a vetri, nessun modo per sfuggire all'oscurità. Ogni volta che la porta si apriva si sentiva morire, perché non c'era alcuna barriera tra lui e la notte. Guardò le sue mani grandi, forti. Stavano tremando. Aveva lo stomaco sottosopra. Era così nervoso che non riusciva a star fermo. Camminò avanti e indietro lungo il bancone. Armeggiò con questo e quello. Finalmente, alle sette e un quarto, si arrese all'ansietà e, con un interruttore sotto il bancone, accese il segnale di TUTTO ESAURITO all'esterno e chiuse a chiave la porta. Spense le lampade una alla volta, ritraendosi verso il fondo della stanza man mano che le ombre guadagnavano terreno. Si avviò su per le scale che portavano al suo appartamento, al primo piano. Si sforzò di salire a passo normale, dicendosi che era sciocco avere paura, che niente si
annidava negli angoli bui dell'ufficio, niente poteva seguirlo. Niente, che idea ridicola, niente, assolutamente niente. Ma rassicurazioni di questa sorta erano del tutto vane, perché non era qualcosa nel buio a spaventarlo; piuttosto, era l'oscurità in sé che lo terrorizzava, la mera assenza di luce. Cominciò ad affrettarsi, aggrappandosi al corrimano. Poi, suo malgrado, si lasciò prendere dal panico e fece i gradini due alla volta, di corsa. Arrivato in cima, irruppe nel salotto, tastò freneticamente la parete cercando l'interruttore, spense le ultime luci di sotto, sbattè la porta tanto forte che l'intero muro sembrò tremare e vi si appoggiò contro con la schiena, mentre il cuore gli martellava in petto, ansimante. Non riusciva a smettere di tremare. Poteva sentire l'odore acre del proprio sudore. Quasi tutte le luci dell'appartamento erano rimaste accese durante il giorno, e le tende erano tutte tirate, le persiane chiuse; non si intravedeva nemmeno uno scorcio dell'oscurità oltre le finestre. Corse da una stanza all'altra, accendendo le lampade ancora spente. Quando ebbe ripreso il controllo di se stesso, telefonò al ristorante e disse a Sandy che non si sentiva bene e aveva chiuso presto. Preferiva che non lo disturbassero per portargli gli incassi della giornata: glieli avrebbero dati il mattino dopo. Disgustato dall'odore pungente della sua traspirazione - non tanto dall'odore in sé quanto dalla totale perdita di controllo che rappresentava - Ernie fece una doccia, indossò biancheria pulita e una vestaglia calda e infilò le pantofole. Fino a quel giorno, nonostante la sua sconcertante apprensione, aveva sempre dormito al buio, anche se non senza ansia, né senza l'aiuto di un paio di birre. Ma le ultime due notti, da quando Faye era in Wisconsin, era riuscito a prendere sonno solo con la costante compagnia del lume sul comodino. Sapeva che anche quella notte avrebbe avuto bisogno di quel conforto. Ma come avrebbe fatto al ritorno di Faye? Sarebbe riuscito a riabituarsi a dormire senza una luce accesa? E se Faye avesse spento le luci... e lui si fosse messo a strillare come un bambino impaurito? L'idea di una simile umiliazione gli fece stringere i denti per la rabbia e lo spinse alla finestra più vicina. Posò una robusta mano sulle tende tirate. Esitò. Il suo cuore faceva l'imitazione di una mitragliata attutita. Ernie era sempre stato una sicurezza per Faye, una roccia alla quale lei
poteva aggrapparsi. Era questo che un uomo doveva essere: una roccia. Non poteva deludere Faye. Doveva superare questa bizzarra afflizione prima che lei tornasse dal Wisconsin. Il pensiero di quello che c'era oltre il vetro gli inaridì la bocca e lo fece di nuovo rabbrividire, ma sapeva che il solo modo per sconfiggere quella cosa era affrontarla. Era questa la lezione che la vita gli aveva insegnato: essere audace, affrontare il nemico, dare battaglia. Questa filosofia d'azione aveva sempre funzionato per lui. La finestra dava sul retro del motel, attraverso i vasti prati e le colline degli altipiani disabitati, e la sola luce là fuori era quella delle stelle. Doveva scostare le tende, guardare quel tenebroso paesaggio, resistere, sopportarlo. Il confronto diretto sarebbe stato un purgante che avrebbe eliminato il veleno dal suo organismo. Ernie scostò le tende. Sbirciò nella notte, e si disse che quella perfetta oscurità non era poi così male: profonda e pura, vasta e fredda, ma non ostile, non certo una minaccia personale. Eppure, mentre guardava, immobile e inamovibile, porzioni del buio sembrarono spostarsi, fondersi in forme indistinte e tuttavia solide, masse di pulsante e più densa oscurità, fantasmi in agguato nella notte che da un momento all'altro potevano lanciarsi verso la fragile finestra. Serrò le mascelle, appoggiò la fronte contro il vetro gelido. I brulli altipiani del Nevada, un enorme spazio aperto, ora sembrarono espandersi ancora di più. Non poteva vedere le montagne ammantate dalla notte, ma avvertiva che stavano magicamente recedendo, che i terreni pianeggianti tra lui e le montagne stavano diventando più vasti, estendendosi per centinaia di chilometri, poi migliaia, avanzando rapidamente verso l'infinito, finché improvvisamente si trovò al centro di un vuoto immenso, indescrivibile. Tutt'intorno a lui c'era il nulla, oltre le umane capacità di misurazione, oltre l'immaginabile, un terribile vuoto, a destra e sinistra, davanti e dietro, sopra e sotto, e a un tratto non poté respirare. Fu peggio di qualunque cosa avesse mai provato prima. Una paura che andava più in profondità, sconvolgente nella sua potenza. E lo dominava totalmente. All'improvviso fu conscio di tutto il peso di quell'enorme oscurità, e gli parve che stesse scivolando inesorabilmente su di lui. Muri altissimi di opprimente oscurità gli stavano crollando addosso, schiacciandolo, togliendogli il fiato. Gridò e fece un balzo indietro. Cadde in ginocchio mentre le tende tornavano a posto con un lieve fruscio. La finestra era di nuovo coperta. L'o-
scurità era scomparsa. Attorno a lui c'era luce, luce benedetta. Reclinò la testa, rabbrividì e prese grandi boccate d'aria. Andò carponi fino al letto e si issò sul materasso, dove rimase a lungo ad ascoltare il battito del proprio cuore: sembrava il rumore dei passi di qualcuno che prima correva, poi camminava veloce dentro di lui. Invece di risolvere il suo problema, il confronto diretto lo aveva peggiorato. "Cosa mi sta succedendo?" disse ad alta voce, fissando il soffitto. "Buon Dio, cosa mi sta succedendo?" Era venerdì, 22 novembre. 4 Laguna Beach, California Sabato, per disperata reazione a un altro inquietante episodio di sonnambulismo, Dom Corvaisis consumò fino in fondo, metodicamente, le proprie energie. Per sera intendeva essere così esausto che avrebbe dormito immobile come un sasso racchiuso da tempo immemorabile nel grembo della terra. Alle sette di mattina, con la fredda bruma della notte che ancora indugiava nei canyon e tra gli alberi, fece mezz'ora di vigorosa ginnastica sulla veranda che guardava sull'oceano, poi mise le scarpe da jogging e corse per dodici faticosi chilometri lungo le strade scoscese di Laguna Beach. Passò le cinque ore seguenti dedicandosi a pesanti lavori di giardinaggio, poi indossò il costume da bagno, mise un paio di teli di spugna sulla sua Firebird e ando alla spiaggia. Prese un po' di sole e nuotò molto. Dopo aver cenato da Picasso, camminò per un'altra oretta lungo le vie del centro scarsamente popolate da turisti fuori stagione, poi finalmente tornò a casa. Svestendosi in bagno, Dom si sentiva come se fosse a Lilliput, con un migliaio di minuscoli omini che lo tiravano giù con dei rampini. Beveva raramente, ma ora buttò giù un bicchierino di Rémy Martin. A letto, crollò nell'attimo stesso in cui spense la luce. Le crisi di sonnambulismo si stavano facendo più frequenti, e ormai il problema era diventato il punto focale della sua vita. Stava interferendo col suo lavoro. Il nuovo libro prometteva bene - conteneva le cose migliori che avesse mai scritto - ma non riusciva più ad andare avanti. Nelle ultime due settimane si era svegliato in un armadio in nove occasioni, quattro volte nelle ultime quattro notti. La cosa aveva cessato di sembrargli curiosa e
divertente. Aveva paura di andare a dormire perché, nel sonno, perdeva il controllo di se stesso. Il giorno prima, venerdì, si era finalmente deciso ad andare dal suo medico, il dottor Paul Cobletz, a Newport Beach. Sebbene con difficoltà, gli raccontò del suo sonnambulismo, ma si scoprì riluttante e incapace di esprimere la reale profondità e serietà della sua preoccupazione. Dom era sempre stato molto riservato: lo aveva reso tale un'infanzia trascorsa fra una dozzina di famiglie adottive, affidato a sostituti di genitori, alcuni dei quali indifferenti o perfino ostili, e tutti presenze desolatamente temporanee nella sua vita. Era restio a spartire con altri i suoi pensieri più intimi, se non con l'aiuto dei personaggi creati dalla sua fantasia. Di conseguenza, Cobletz non fu eccessivamente allarmato. Dopo un'accurata visita, dichiarò che Dom era fisicamente in forma perfetta, e attribuì il sonnambulismo allo stress, alla prossima pubblicazione del romanzo. "Non pensi che dovrei fare qualche esame?" chiese Dom. "Tu sei uno scrittore: ti sarai lasciato trasportare dall'immaginazione," disse Cobletz. "Stai pensando a un tumore al cervello, vero?" "Be'... sì." "Hai mal di testa? Vertigini? Visione annebbiata?" "No." "Ti ho esaminato gli occhi. Non c'è alcuna alterazione della retina, nessuna indicazione di pressione intracraniale. Qualche inspiegabile episodio di vomito?" "No." "Confusione mentale? Ti capita mai di ridere o sentirti euforico senza apparente motivo? Niente del genere?" "No." "Allora non vedo la necessità di fare esami, al momento." "Pensi che abbia bisogno di... una psicoterapia?" "Santo cielo, no! Sono sicuro che ti passerà presto." Quand'ebbe finito di rivestirsi, Dom guardò il dottore chiudere lo schedario. "Pensavo che forse qualche sonnifero..." "No, no," dissentì recisamente Cobletz. "Non ancora. Non credo negli psicofarmaci come prima risorsa. Te lo dico io cosa devi fare, Dom. Sta' lontano dal lavoro per qualche settimana. Niente attività cerebrale e molto esercizio fisico. Va' a letto stanco ogni notte, tanto stanco da non riuscire nemmeno a pensare al libro che stai scrivendo. Un breve periodo così, e sarai guarito. Ne sono convinto."
Sabato, Dom cominciò la cura prescritta dal dottor Cobletz, dedicandosi all'attività fisica, ma con più flagellante abnegazione di quanto il medico avesse suggerito. Piombò in un sonno profondo non appena toccò il letto, e al mattino non si svegliò in un armadio. Ma non si svegliò nemmeno nel suo letto. Questa volta era nel garage. Riprese conoscenza in un soffocante stato di terrore, ansante, e il cuore gli batteva tanto forte che sembrava avrebbe potuto spaccargli le costole con i suoi colpi furiosi. Aveva la bocca secca, i pugni stretti, e crampi dappertutto, in parte per l'eccesso di esercizio del giorno prima, ma anche a causa dell'innaturale e scomoda posizione in cui aveva dormito. Durante la notte, a quanto pareva, aveva preso due teloni impermeabili da uno scaffale sopra il banco di lavoro e si era infilato in uno stretto spazio di servizio dietro la caldaia. Era lì che si trovava adesso, nascosto sotto le incerate. "Nascosto" era la parola giusta. Non si era coperto con i teloni solo per proteggersi dal freddo. Si era rifugiato dietro la caldaia e sotto i teloni perché Si stava nascondendo da qualcosa. Da cosa? Anche adesso, mentre Dominick scostava le incerate e si metteva faticosamente a sedere, mentre il sonno recedeva e i suoi occhi si abituavano all'ombra del garage, l'intensa paura che aveva accompagnato il suo risveglio gli rimase tenacemente attaccata. Paura di cosa? Un incubo. Ma certo. Doveva aver sognato di essere inseguito da qualche mostro, e quando, nel sogno, era scappato e aveva cercato un nascondiglio, era andato a nascondersi anche nella realtà, infilandosi dietro la caldaia. La sua Firebird bianca appariva spettrale nella vaga luce che filtrava dalle prese d'aria nelle pareti e la finestrella isolata sopra il banco di lavoro. Attraversando il garage a Dom parve di essere lui stesso un fantasma. In casa, andò direttamente nel suo ufficio. La luce del mattino che inondava la stanza gli fece strizzare gli occhi. Si sedette alla scrivania nei suoi sudici calzoni del pigiama, accese il word processor ed esaminò il materiale sul floppy disk che aveva lasciato nella macchina. Il dischetto era come lo aveva lasciato martedì; non conteneva niente di estraneo al libro a cui stava lavorando. Dom aveva sperato di aver lasciato nel computer un messaggio che lo aiutasse a capire la fonte della sua ansia. Quella cognizione era chiaramen-
te nascosta nel suo subconscio e non riusciva a emergere alla superficie della sua coscienza. Durante gli attacchi di sonnambulismo, il subconscio prendeva il sopravvento, ed era possibile che cercasse di comunicare l'informazione tramite il word processor. Ma fino a quel momento non lo aveva fatto. Spense la macchina e rimase a lungo seduto a guardare oltre la finestra, verso l'oceano, ponendosi domande a cui non sapeva rispondere. Più tardi, in camera da letto, mentre andava in bagno, trovò qualcosa di strano. C'erano chiodi sparsi sul tappeto, e dovette fare attenzione a dove metteva i piedi. Si chinò a raccoglierne alcuni. Erano tutti uguali: chiodi di acciaio, da falegname, lunghi tre centimetri. Dall'altra parte della stanza vide due oggetti che lo attirarono là. Sotto la finestra, dalla quale le tende erano state scostate, c'era una scatola di chiodi, piena solo a metà perché parte del suo contenuto si era rovesciato sul pavimento. Accanto alla scatola c'era un martello. Dom lo raccolse e lo soppesò, aggrottando le sopracciglia. Cosa aveva fatto in quelle solitarie ore notturne? Alzò lo sguardo al davanzale e vide tre chiodi scintillanti al sole. A giudicare dall'evidenza, si era preparato a inchiodare le finestre. Gesù. Qualcosa lo aveva spaventato a tal punto da indurlo a inchiodare le finestre e barricarsi in casa, ma prima che potesse mettersi all'opera la paura lo aveva sopraffatto ed era corso a rifugiarsi in garage, nascondendosi dietro la caldaia. Lasciò cadere il martello, si rialzò, guardò dalla finestra. Fuori c'erano solo cespugli di rose fioriti, una piccola striscia di prato e un muretto coperto d'edera che delimitava il giardino; al di là, un verde pendio portava a un'altra casa. Un paesaggio incantevole, rasserenante. Non poteva credere che fosse stato differente la notte prima, che qualcosa di minaccioso si fosse annidato nell'oscurità là fuori. Eppure... Per un po' Dom Corvaisis guardò il giorno farsi più brillante, guardò le api suggere le rose, poi cominciò a raccogliere i chiodi. Era domenica, 24 novembre. 5 Boston, Massachusetts
Dopo l'incidente dei guanti neri, passarono due settimane senza altri attacchi. Nei giorni che seguirono l'imbarazzante scena da Bernstein's, Ginger Weiss rimase nervosa, in attesa di un'altra crisi. Era insolitamente concentrata su se stessa, acutamente conscia delle proprie condizioni fisiologiche e psicologiche, cercando subdoli sintomi di un serio disturbo, attenta al minimo segnale di una nuova imminente fuga, ma non notò niente di allarmante. Non aveva mal di testa, né attacchi di nausea, né dolori alle giunture o ai muscoli. Gradualmente la sua sicurezza tornò al consueto livello elevato. Era ormai convinta che la sua crisi fosse interamente da imputarsi allo stress, un'aberrazione che non si sarebbe mai più ripresentata. Le sue giornate al Memorial erano più intense che mai, George Hannaby, primario di chirurgia - un uomo alto e corpulento che parlava piano, camminava piano e dava un'ingannevole impressione di indolenza - manteneva un alto ritmo di lavoro, e benché Ginger non fosse l'unico medico interno a lavorare sotto di lui, attualmente era la sola a farlo esclusivamente con lui. Fece da assistente in molti, forse la maggior parte, dei suoi interventi: innesti di aorta, amputazioni, bypass poplitei, embolectomie, toracotomie, installazioni di pace-maker temporanei e permanenti, e altro ancora. George osservava ogni sua mossa, pronto a sottolineare ogni minima imperfezione nella sua tecnica. Nonostante la sua aria da orso bonario, pretendeva molto e non tollerava la malavoglia, l'inettitudine o la sbadataggine. Poteva essere feroce nelle sue osservazioni, e faceva tremare tutti i giovani dottori. Il suo disprezzo non era solo bruciante; era disidratante, cauterizzante. Alcuni interni consideravano George tirannico, ma a Ginger piaceva assisterlo proprio perché i suoi standard erano così alti. Sapeva che le sue critiche, per quanto caustiche, erano motivate unicamente dall'attenzione per il paziente, e lei non le prendeva mai come un fatto personale. Quando finalmente si fosse guadagnata la sua approvazione... be', sarebbe stato quasi come avere la benedizione di Dio in persona. L'ultimo lunedì di novembre, tredici giorni dopo quella strana crisi, Ginger assistette all'inserimento di un triplo by-pass cardiaco su Johnny O'Day, un cinquantatreenne agente di polizia di Boston costretto alla pensione anticipata dalla malattia cardiovascolare. Johnny era robusto, con la faccia rubizza, i capelli scompigliati e allegri occhi azzurri, semplice, con la risata pronta nonostante i suoi problemi. Ginger si sentiva particolar-
mente attratta da lui perché le ricordava suo padre, pur non avendo alcuna somiglianzà con Jacob Weiss. Aveva paura che Johnny O'Day sarebbe morto e che ciò sarebbe accaduto, in parte, per colpa sua. Non aveva ragione di credere che lui fosse più vulnerabile di altri cardiopatici. Di fatto, Johnny era relativamente a basso rischio. Era dieci anni più giovane della media dei pazienti sottoposti a by-pass cardiaco, con maggiori capacità di ripresa. Il suo disturbo cardiaco non era complicato da altre condizioni debilitanti, come flebiti o pressione sanguigna eccessivamente alta. Le sue prospettive erano incoraggianti. Ma Ginger non riusciva a svincolarsi dalla paura in cui si trovava sempre più impigliata con l'avvicinarsi dell'ora dell'operazione. Forse la sua apprensione derivava dal senso di familiarità che Johnny le ispirava; o forse era del tutto gratuita e le sarebbe sembrata sciocca e ridicola in retrospettiva. Forse. Entrando nella sala operatoria al fianco di George, si domandò se le mani le avrebbero tremato. Le mani di un chirurgo non devono mai tremare. La sala era tutta rivestita di piastrelle, bianche e verde acqua, piena di apparecchiature di acciaio e cromate. Le infermiere e un anestesista stavano preparando il paziente. Johnny O'Day giaceva sul tavolo operatorio a croce, le braccia aperte, i palmi rivolti in su e i polsi pronti a ricevere gli aghi endovenosi. Agatha Tandy, un'infermiera professionale privata che era stata assunta da George Hannaby piuttosto che dall'ospedale, tese sottili guanti di lattice sulle mani appena lavate del suo capo, poi su quelle di Ginger. Il paziente era stato anestetizzato. Era arancione di tintura di iodio dal collo al polso, coperto con strati di tela verde dai fianchi in giù. I suoi occhi erano tenuti chiusi con cerotti perché non si inaridissero. La sua respirazione era lenta ma regolare. Un registratore stereo portatile era posato su uno sgabello in un angolo: George preferiva tagliare con l'accompagnamento di Bach, e quella musica rilassante ora colmava la stanza. Non servì a calmare Ginger. Qualcosa, un segreto affannoso, tesseva una trama di gelo nel suo stomaco. Hannaby prese posizione al tavolo. Agatha si mise alla sua destra con il vassoio degli strumenti. Un'infermiera si teneva pronta a prendere qualunque cosa potesse essere richiesta dagli armadietti lungo la parete. Un'infermiera assistente dai grandi occhi grigi notò un lembo di tela verde fuori
posto e si affrettò a rimboccarlo sotto il corpo del paziente. L'anestesista e la sua infermiera erano alla testa del tavolo, dove controllavano la fleboclisi e l'elettrocardiogramma. Ginger prese il suo posto. L'equipe era pronta. Ginger si guardò le mani; erano ferme, ma dentro tremava come una foglia. Nonostante la sua sensazione di disastro imminente, l'intervento andò benissimo. George Hannaby operò con una rapidità, una sicurezza e un'abilità perfino più impressionanti del solito. Per due volte si fece da parte e chiese che Ginger completasse una parte dell'operazione. Ginger sorprese se stessa: lavorò con la sua abituale sicurezza, e la tensione fu tradita solo da una tendenza a sudare più del normale. Comunque, l'infermiera era sempre lì ad asciugarle la fronte. Più tardi, al lavabo, George commentò: "Come un orologio." "Tu sembri sempre così rilassato," osservò lei, insaponandosi le mani sotto l'acqua calda, "come se... come se non fossi un chirurgo... come se fossi solo un sarto che deve modificare un vestito." "Posso dare quest'impressione," replicò George, "ma in realtà sono sempre teso. Non per niente tengo Bach in sottofondo." Il chirurgo finì di sciacquarsi le mani. "Tu eri molto tesa oggi." "Sì," ammise Ginger. "Eccezionalmente tesa. Succede." Grande e grosso com'era, George a volte aveva gli occhi di un dolce, tenero bambino. "La cosa importante è che questo non abbia inciso sulle tue prestazioni. Sei stata precisa come sempre. Prima categoria. E questo il segreto: usare la tensione a proprio vantaggio." "Sto imparando, credo." Lui sorrise. "Al solito, sei troppo dura con te stessa. Io sono fiero di te, ragazza. C'è stato un momento, prima, in cui ho pensato che avresti fatto meglio a lasciar perdere la medicina e a guadagnarti da vivere facendo la macellaia in qualche supermercato, ma adesso so che ce la farai." Lei ricambiò il sorriso, ma il suo fu forzato. Era stata più che tesa. Era stata presa da una fredda, cupa paura che avrebbe potuto facilmente sopraffarla, e questo era qualcosa di diverso da una sana tensione. Quella paura era qualcosa che non aveva mai provato prima, qualcosa che, ne era sicura, George Hannaby non aveva mai provato in vita sua, non in una sala operatoria. E se non fosse riuscita a superarla, se la paura fosse diventata la sua compagna costante mentre operava?
Quella sera alle dieci e mezzo, mentre stava leggendo a letto, suonò il telefono. Era George Hannaby. Se la chiamata fosse arrivata prima, si sarebbe spaventata, pensando a un grave peggioramento di Johnny O'Day, ma ormai aveva ritrovato la padronanza di sé. "Spiacente, Miss Weiss no a casa. Io no parla inglese. Prego richiamare prossimo aprile." "Se voleva essere un accento spagnolo," disse George, "era atroce. Se voleva essere orientale, era semplicemente terribile. Fortuna che hai scelto la medicina, e non la recitazione." "Tu, invece, avresti potuto far carriera come critico teatrale." "Certo. Ho l'occhio raffinato e sensibile, il freddo giudizio e l'intuito infallibile di un critico di prim'ordine, non trovi? Ora chiudi la bocca e ascolta: ho buone notizie. Penso che tu sia pronta, ragazza mia." "Pronta? Per cosa?" "La grande occasione. Un trapianto d'aorta." "Vuoi dire... non solo assisterti? Farlo tutto da me?" "Primo chirurgo per l'intera operazione." "Un trapianto d'aorta?" "Certo. Non ti sei specializzata in chirurgia cardiovascolare per praticare appendicectomie per il resto della vita." Ginger ora sedeva eretta sul letto. Il cuore le batteva più rapido, ed era accaldata per l'eccitazione. "Quando?" "La settimana prossima. C'è una paziente che verrà ricoverata giovedì o venerdì. Si chiama Fletcher. Esamineremo insieme la sua cartella mercoledì. Se le cose procedono secondo il programma, penso che saremo pronti per tagliare lunedì mattina. Naturalmente, spetterà a te fissare eventuali ulteriori esami e dare il nulla osta all'operazione." "Oh, Dio." "Te la caverai benissimo." "Tu sarai lì, vero?" "Ti assisterò... se pensi di aver bisogno del mio aiuto." "E mi sostituirai se dovessi andare in tilt." "Non dire sciocchezze. Non succederà." Ginger ci pensò un momento. Suo padre le diceva sempre che avrebbe potuto fare qualunque cosa si mettesse in testa, anche cavalcare su una giraffa fino alla luna. "No. Non succederà." "Questa è la mia Ginger. Puoi fare qualunque cosa, basta che tu lo voglia," "Anche andare sulla luna a cavallo di una giraffa."
"Cosa?" "Niente. Scherzo privato." "Senti, lo so che sei arrivata molto vicina al panico questo pomeriggio, ma non devi preoccupartene. È una cosa che succede a tutti gli interni. La chiamano strizza. Di solito arriva prima, quando si comincia ad assistere nelle operazioni. Per te è arrivata più tardi, tutto qui. E anche se immagino che ti abbia un po' scombussolata, dovresti essere contenta che sia successo. È un'esperienza che fa maturare, una specie di prova del fuoco. E tu l'hai superata splendidamente." "Grazie, George. Saresti stato ancora meglio come allenatore di una squadra di baseball che come critico teatrale." Qualche minuto dopo, conclusa la conversazione telefonica, Ginger si lasciò ricadere contro i cuscini e si abbracciò; era così contenta che rise da sola. Dopo un po' andò all'armadio e vi frugò dentro fino a trovare l'album fotografico di famiglia. Se lo portò a letto e rimase lì seduta a sfogliare le foto di Jacob e Anna, desiderando di poter in qualche modo condividere il suo trionfo con loro. Più tardi, nella stanza buia, mentre stava in precario equilibrio tra il sonno e la veglia, finalmente comprese perché avesse avuto tanta paura quel pomeriggio. Non era quel che chiamavano strizza. Anche se non era riuscita ad ammetterlo fino a quel momento, aveva temuto che, nel bel mezzo dell'operazione, avrebbe perso il controllo, dandosi alla fuga, come aveva fatto quel martedì, due settimane prima. Se fosse stata colta da un crisi del genere mentre stava adoperando un bisturi, o eseguendo una delicata sutura... Quel pensiero le fece spalancare di colpo gli occhi e il sonno che si stava avvicinando di soppiatto si ritrasse come un ladro colto con le mani nel sacco. Rimase a lungo sdraiata rigida, a fissare le scure e minacciose forme dei mobili della camera da letto e la finestra, dove le tende non del tutto tirate rivelavano una striscia di vetro resa argentata dalla luna e dal chiarore dei lampioni della strada sottostante. Poteva accettare la responsabilità di essere primo chirurgo in un trapianto d'aorta? La sua crisi era certamente stata un episodio isolato. Non sarebbe mai più capitato niente del genere. Ma se la sentiva di mettere alla prova quella teoria? Il sonno riprese la sua strisciante avanzata e la sopraffece, anche se solo per poco.
Martedì, dopo una puntata riuscita da Bernstein's, molto cibo e diverse placide ore in poltrona con un buon libro, Ginger riconquistò la sua sicurezza e cominciò a guardare alla sfida che aveva davanti con impazienza e con un grado e genere di apprensione del tutto normali. Mercoledì le condizioni di Johnny O'Day dopo il triplo bypass continuavano a migliorare e il paziente era di ottimo umore. Erano queste le soddisfazioni che davano un senso ad anni di studio e duro lavoro: preservare la vita, alleviare sofferenze, dare speranza e felicità a chi aveva conosciuto la disperazione. Ginger assistette all'impianto di un pace-maker che filò senza il minimo intoppo, eseguì un'aortografia e stette con George mentre esaminava sette persone che gli erano state mandate da altri medici. Visti tutti i nuovi pazienti, George e Ginger studiarono per una mezz'ora i dati clinici della candidata al trapianto d'aorta - una donna di cinquantatré anni, Viola Fletcher. Ginger decise di farla ricoverare giovedì per gli esami e i preparativi. Salvo controindicazioni, l'intervento si sarebbe svolto il lunedì mattina. Tra una cosa e l'altra, il mercoledì volò, e per le sei e mezzo Ginger aveva già messo insieme una giornata di dodici ore, ma non era stanca. Di fatto, sebbene nulla la trattenesse all'ospedale, era riluttante ad andarsene. George Hannaby era già tornato a casa. Ginger si attardò in reparto chiacchierando con i pazienti, ricontrollò qualche cartella e infine andò nell'ufficio di George per dare un'altra occhiata ai dati clinici di Viola Fletcher. Gli studi medici erano nell'ala posteriore dell'edificio, separati dall'ospedale. A quell'ora i corridoi erano praticamente deserti. Le suole di gomma delle scarpe di Ginger cigolavano sui pavimenti tirati a lucido. L'aria sapeva di disinfettante al pino. La sala d'aspetto, l'ambulatorio e l'ufficio privato di George Hannaby erano bui e silenziosi; Ginger trascurò di accendere tutte le luci passando per le stanze più esterne. Giunta in studio, accese solo la lampada della scrivania mentre si dirigeva verso l'archivio. La porta era chiusa, ma George le aveva dato una copia di tutte le chiavi. Prese la cartella di Viola Fletcher dallo schedario e la portò con sé alla scrivania di George. Si sedette sulla grande poltrona di pelle, aprì la cartelletta alla luce della lampada e solo allora notò un oggetto che inchiodò la sua attenzione e le mozzò il fiato. Era un normalissimo oftalmoscopio, uno strumento che ogni medico usa per esaminare l'interno dell'occhio durante qualsiasi visita di routine. Non aveva niente di insolito, e certo niente di minaccioso, eppure la sua
vista la colmò di un improvviso senso di terribile pericolo. Stava sudando freddo. Il cuore le batteva così forte che il suono pareva venire dall'esterno, come se qualcuno stesse suonando un tamburo sulla strada di là dalla finestra. Non riusciva a staccare gli occhi dall'oftalmoscopio. Come già era successo con i guanti neri, ogni altro oggetto nella stanza cominciò a svanire, finché il lucente strumento fu l'unica cosa che poteva vedere in tutti i dettagli. Era conscia di ogni piccolo graffio e minuscola tacca sulla sua impugnatura. Ciascun particolare della sua forma divenne a un tratto enormemente importante, come se l'oftalmoscopio fosse il fulcro dell'universo, o un arcano strumento dal catastrofico potenziale distruttivo. Disorientata, resa all'improvviso claustrofobica da una cappa opprimente di paura che era calata su di lei come un grande mantello bagnato, spinse indietro la poltroncina e si alzò, ansimando, gemendo. Sentiva un caldo soffocante e, nello stesso istante, un freddo che le penetrava nelle ossa. L'impugnatura dell'oftalmoscopio scintillava come fosse fatta di ghiaccio. La lente brillava come un iridescente e raggelante occhio alieno. La sua determinazione a resistere ora si dissolse rapidamente. Il suo cuore era stretto in una glaciale morsa di terrore. "Scappa, o morirai," disse una voce dentro di lei. "Scappa o morirai." Le sfuggì un grido, che suonò come la dolente richiesta d'aiuto di una bambina sperduta e spaventata. Si allontanò vacillando dalla scrivania, inciampò in una sedia, quasi cadde. Attraversò lo studio, irruppe nell'anticamera, fuggì per il corridoio deserto, strillando senza quasi emettere un suono, cercando una salvezza che non trovava. Voleva aiuto, una faccia amica, ma era l'unica persona in tutto il piano, e il pericolo incalzava. La minaccia sconosciuta, in qualche modo incarnata dall'innocuo oftalmoscopio, si stava avvicinando. Corse più veloce che poteva e i suoi passi rimbombarono nel corridoio. Scappa o morirai. Calò la nebbia. Qualche minuto dopo, quando la foschia si dissipò, quando fu di nuovo consapevole di ciò che aveva attorno, si ritrovò sulla scala di sicurezza. Non ricordava di aver lasciato il corridoio e imboccato l'uscita d'emergenza. Era seduta su un pianerottolo di cemento tra due piani, schiacciata nell'angolo, la schiena contro il muro di pietra grigia, e fissava la ringhiera davanti a lei. Una spoglia lampadina isolata brillava dietro una griglia di filo
di ferro. A destra e a sinistra rampe di scale salivano e scendevano nell'ombra, prima di raggiungere altri pianerottoli illuminati. L'aria era umida e fredda. Solo il suo respiro affannoso rompeva il silenzio. Era un posto desolato, specialmente quando la vita stava andando a pezzi e c'era bisogno della rassicurazione di luci e gente. I muri grigi, la luce cruda, le ombre, la ringhiera di ferro... Il posto sembrava un riflesso della sua disperazione. La sua folle corsa, e qualsiasi altro comportamento bizzarro avesse esibito nella sua inesplicabile fuga, evidentemente non aveva avuto spettatori, altrimenti adesso non sarebbe stata sola. Perlomeno, nessuno sapeva. Non era una gran consolazione. Lei sapeva, ed era fin troppo. Rabbrividì, non esattamente per la paura, perché l'insensato terrore che l'aveva presa era svanito. Rabbrividì perché aveva freddo, e aveva freddo perché i vestiti le si erano appiccicati addosso, bagnati, intrisi di sudore. Alzò una mano, si asciugò la faccia. Si rimise in piedi, guardando su per le scale, poi giù. Non sapeva se si trovava sopra o sotto il piano dove George Hannaby aveva il suo ufficio. Dopo un momento decise di scendere. I suoi passi echeggiarono sinistramente. Per qualche ragione, le venne in mente una tomba. "Meshuggene," disse tra sé, tremante. Era mercoledì, 27 novembre. 6 Chicago, Illinois La prima domenica di dicembre iniziò fredda, sotto un basso cielo grigio che prometteva neve. Entro quel pomeriggio sarebbero caduti i primi fiocchi, e prima di sera un candido strato di neve avrebbe imbellettato la città. All'ora di cena la bufera sarebbe stata il principale argomento di conversazione, dalla Costa d'Oro alle baracche della periferia, eccetto che nella parrocchia di St. Bernadette; lì, nelle case dei fedeli della chiesa cattolica, non si sarebbe parlato d'altro che del gesto sconvolgente che padre Brendan Cronin aveva compiuto durante la prima messa di quel mattino. Padre Cronin si alzò alle cinque di mattina, recitò le preghiere, si fece la doccia e la barba, indossò la berretta e la veste talare, prese il breviario e lasciò la canonica. Aveva trent'anni, ma con i suoi occhi verdi dallo sguardo diretto, gli ingovernabili capelli ramati e la faccia lentigginosa dimostrava meno della
sua età. Era in sovrappeso di qualche chilo, ma su di lui il grasso si distribuiva in modo omogeneo, cosicché appariva uniformemente pienotto. Dall'infanzia al secondo anno di seminario il suo soprannome era stato Ciccio. Indipendentemente dal suo stato d'animo, padre Cronin sembrava quasi sempre contento. La sua faccia aveva un naturale aspetto da cherubino e i suoi lineamenti arrotondati non si prestavano a esprimere collera, malinconia o dolore. Quel mattino appariva abbastanza in pace con se stesso e con il mondo, sebbene in realtà fosse profondamente turbato. Entrato in sagrestia, senza accendere le luci, andò all'inginocchiatoio, chinò il capo e pregò il Divino Padre di renderlo un buon prete. In passato, questo atto di devozione privato prima dell'arrivo del sagrestano e del chierichetto lo aveva colmato di esultanza, di fronte alla prospettiva di celebrare la messa. Ma ora, come gli capitava spesso da quattro mesi a quella parte, la gioia lo aveva abbandonato. Sentiva solo una greve, desolante indifferenza. Irrigidendo le mascelle, come se potesse imporsi uno stato di estasi spirituale, ripetè la sua invocazione, elaborata sulla precedente, ma ancora si sentiva freddo, vuoto. Dopo essersi lavato le mani e mormorato da Domine, padre Cronin posò la berretta sull'inginocchiatoio e andò a indossare i paramenti liturgici. Era un uomo sensibile, con un animo da artista, e nella grande bellezza della cerimonia aveva sempre percepito un disegno di ordine divino, un'eco della grazia di Dio. Di solito, passandosi l'amitto di lino sulle spalle, mettendosi il camice bianco in modo che gli ricadesse ordinatamente addosso fino alle caviglie, si sentiva pervaso dalla soggezione all'idea che proprio a lui, Brendan Cronin, toccasse un simile onore. Di solito. Ma non oggi, né nelle ultime settimane. Vestendosi, non provò maggiore emozione di un operaio che stesse indossando una tuta prima di andare a lavorare in fabbrica. Quattro mesi prima, all'inizio di agosto, padre Brendan Cronin aveva cominciato a perdere la fede. Il tarlo del dubbio si era insinuato dentro di lui, corrodendo gradualmente le sue convinzioni. Per qualunque prete la perdita della fede era qualcosa di devastante, ma per Brendan Cronin era peggio. Lui non aveva mai nemmeno brevemente preso in considerazione la possibilità di essere qualcosa di diverso da un prete. I suoi genitori erano molto religiosi e avevano alimentato in lui la devozione alla chiesa. Tuttavia, non era diventato un prete per far piacere a loro. Semplicemente, per quanto banale ciò potesse sembrare in quell'epo-
ca di agnosticismo, era stato "chiamato" al sacerdozio in età molto giovane. Ora, benché la fede se ne fosse andata, il suo sacro ufficio continuava a rappresentare la parte essenziale della sua immagine di sé; eppure sapeva che non poteva continuare a dir messa, a pregare e a confortare gli afflitti quando per lui non era che una sciarada. Brendan Cronin si sistemò la stola intorno al collo. Mentre indossava la pianeta, la porta che dava sul cortile si aprì di colpo e un ragazzino irruppe nella sagrestia. "Buongiorno, padre!" "Buongiorno, Kerry. Come va?" A parte il fatto che i suoi capelli erano di un rosso molto più acceso di quelli di padre Cronin, Kerry McDevit avrebbe potuto essere il fratellino minore del prete: paffuto, lentigginoso, con due impertinenti occhi verdi. "Bene, padre. Ma là fuori fa un freddo della Madonna!" Il ragazzino si morse il labbro, realizzando di essersi espresso in modo poco opportuno dato il luogo in cui si trovava. Se non si fosse sentito così depresso, Brendan sarebbe stato divertito dall'imbarazzo del chierichetto, ma nello stato mentale in cui si trovava non riuscì a mettere insieme nemmeno l'ombra di un sorriso indulgente. Indubbiamente il suo silenzio fu interpretato come severa disapprovazione, perché Kerry abbassò gli occhi e raggiunse in fretta l'armadietto, dove si tolse il giaccone, la sciarpa e i guanti e prese la sua veste nera e la cotta. Brendan sollevò il manipolo, baciò la croce al suo centro e se lo sistemò sull'avambraccio sinistro, e ancora non sentì niente. Né fede, né gioia. Al loro posto era rimasto solo quel freddo, pulsante, doloroso vuoto. Guardando il suo chierichetto indossare la cotta, rimpianse la semplice fede che lo aveva tanto a lungo confortato e sostenuto. Se n'era andata solo per poco, o l'aveva perduta per sempre? Quand'ebbe finito di vestirsi, Kerry fece strada attraverso la porta che immetteva all'interno della chiesa; poi, evidentemente avvertendo che padre Cronin non lo stava seguendo, si lanciò uno sguardo alle spalle, con un'espressione perplessa sul viso. Brendan Cronin esitò. Attraverso la porta aveva una visione laterale del crocifisso torreggiante sulla parete in fondo e dell'altare. L'effetto che gli fece quella parte della chiesa lo sgomentò. Era come se la vedesse obiettivamente per la prima volta e non riusciva a immaginare perché mai l'avesse considerata un territorio sacro. Era solo un luogo. Un luogo come qualunque altro. Se fosse uscito là fuori adesso, se avesse affrontato i soliti riti
e le litanie, sarebbe stato un ipocrita, avrebbe truffato l'intera congregazione. La perplessità sulla faccia di Kerry McDevit si era trasformata in preoccupazione. Il ragazzo guardò i fedeli che padre Cronin non poteva vedere, poi di nuovo il sacerdote. "Come posso dire messa quando non credo più?" si domandò Brendan. Ma non c'era altro da fare. Tenendo il calice vicino al petto con la mano sinistra, finalmente seguì Kerry, e per un momento il volto di Cristo sembrò rivolgergli uno sguardo pieno d'accusa dalla croce. Come al solito, meno di cento persone erano presenti per la prima funzione. Le loro facce apparivano stranamente pallide e luminose, come se quel mattino Dio non avesse permesso a veri credenti di intervenire, ma avesse inviato una delegazione di angeli del giudizio a testimoniare del sacrilegio di un prete dubbioso, che osava celebrare la messa nonostante il suo diminuito status. Col progredire della messa, la disperazione di padre Cronin si fece sempre più profonda. Dal momento in cui recitò l'Introibo ad altare Dei, ogni passo della cerimonia acuì il suo sconforto. Quando Kerry McDevit trasferì il messale dal lato dell'altare riservato alla lettura dell'Epistola a quello riservato alla lettura del Vangelo, si sentì così spiritualmente ed emotivamente spossato che riuscì a malapena ad alzare le braccia, poté a stento trovare la forza per concentrarsi sul Vangelo e leggere i versetti del sacro testo. I volti dei fedeli si sfocarono davanti ai suoi occhi. Quando arrivò al canone della messa, bisbigliava appena. Sapeva che Kerry adesso lo fissava apertamente allibito, ed era certo che la congregazione si era accorta che qualcosa non andava. Era sudato e tremante. L'orribile grigiore in lui ora si fece più cupo, volgendo rapidamente al nero, e gli parve di precipitare vorticosamente in un vuoto scuro e spaventoso. Poi, mentre prendeva l'ostia nelle mani e la elevava, pronunciando le parole che significavano il mistero della transustanziazione, si sentì improvvisamente in collera con se stesso per la sua incapacità di credere, in collera con la chiesa per non essere riuscita a fornirgli una migliore corazza contro il dubbio, in collera perché gli sembrava di aver sprecato la vita rincorrendo miti idioti. La sua ira si surriscaldò, raggiunse il punto di ebollizione, si trasformò in un bruciante vapore di rabbia. Un grido furioso gli eruppe dalla gola e scagliò il calice dall'altra parte dell'altare, mandandolo a sbattere contro una statua della Vergine, spruzzando vino tutt'attorno.
Kerry fece un salto indietro e nella navata un centinaio di persone trasalirono simultaneamente, ma quella reazione di sgomento non ebbe alcun effetto su padre Cronin. Con una rabbia che era la sua sola difesa contro una disperazione suicida, sbattè a terra con una manata la patena con le particoe per la comunione. Lanciando un altro grido, per metà di rabbia e per metà di dolore, si infilò una mano sotto la pianeta, si strappò la stola dal collo e la gettò in terra, poi volse le spalle all'altare e corse in sagrestia. Lì, la rabbia sfumò improvvisamente com'era arrivata; si fermò e rimase dov'era, barcollante, stordito. Era domenica, 1° dicembre. 7 Laguna Beach, California Quella prima domenica di dicembre Dom Corvaisis pranzò con Parker Faine sulla terrazza di Las Brisas a un tavolo con vista sul mare, riparato dal sole da un ombrellone. Il bel tempo reggeva bene quell'anno. Mentre la brezza portava loro le strida dei gabbiani, l'odore salmastro del mare e quello dolce dei gelsomini che crescevano lì vicino, Dominick raccontò a Parker ogni imbarazzante e angoscioso dettaglio della sua sempre più impegnativa battaglia contro il sonnambulismo. Parker Faine era il suo migliore amico, forse la sola persona al mondo con cui potesse aprirsi così, anche se in apparenza i due avevano ben poco in comune. Dom aveva un fisico atletico e slanciato; Parker, invece, era tarchiato e corpulento. Sempre ben rasato, Dom andava dal barbiere a tagliarsi i capelli ogni tre settimane; Parker aveva barba, capelli incolti e sopracciglia cespugliose. Sembrava un incrocio fra un lottatore professionista e un beatnik degli anni cinquanta. Dom beveva poco e si ubriacava facilmente, mentre la sete di Parker era leggendaria, e la sua capacità di reggere l'alcool prodigiosa. Dom era un solitario per natura, lento a fare amicizia; Parker aveva il dono di sembrare un vecchio amico un'ora dopo averlo conosciuto. Aveva cinquant'anni, quindici più di Dom, ed era ricco e famoso da quasi un quarto di secolo; si sentiva benissimo nei panni dell'uomo di successo, e proprio non riusciva a capire il disagio di Dom per il denaro e la notorietà che gli stavano arrivando grazie a Crepuscolo a Babilonia. A vederli adesso - Dom in calzoni sportivi e camicia a scacchi marrone e Parker in scarpe da tennis blu, sgualcitissimi calzoni bianchi di co-
tone e una camicia fiorata bianca e blu portata fuori della cintura - davano l'impressione di essersi vestiti per impegni del tutto differenti, di essersi incontrati fuori del ristorante per puro caso e di aver deciso sul momento di pranzare insieme. Ma nonostante fossero così diversi in tante cose, erano diventati grandi amici, perché sotto certi aspetti importanti si somigliavano. Erano entrambi artisti di notevole talento - Dom scrittore, Parker pittore - e benché Parker avesse maggiore facilità a fare nuove conoscenze, tutti e due davano un enorme valore all'amicizia. Si erano conosciuti sei anni prima, quando Parker si era trasferito in Oregon per diciotto mesi, in cerca di nuovi soggetti per una serie di paesaggi eseguiti nel suo personalissimo stile, che sposava con successo l'iperrealismo con un'immaginazione surreale. Durante la sua permanenza aveva accettato di tenere una lezione al mese all'Università di Portland, dove Dom aveva una posizione nel dipartimento d'inglese. Ora, mentre Parker mangiava di gusto nachos grondanti di guacamole e panna acida, Dom sorseggiava lentamente una Modelo Negra, raccontando delle sue avventure notturne. Quel mattino, per la quarta volta, si era svegliato dietro la caldaia in uno stato di puro terrore, e la sua continua incapacità di mantenere il controllo di sé lo aveva lasciato demoralizzato e del tutto privo di appetito. Non assaggiò neanche i nachos, e quando ebbe finito la sua storia aveva bevuto solo mezza bottiglia, perché anche la forte, scura birra messicana aveva un gusto poco gradevole quel giorno. Parker, dal canto suo, aveva buttato giù tre margarita doppi, e ne aveva già ordinato un quarto. Comunque, l'attenzione del pittore non era minimamente annebbiata dall'alcool. "Gesù, amico mio, ma perché non me ne hai parlato prima, settimane fa?" "Mi sentivo ridicolo." "Cazzate," commentò a voce bassa il pittore. Il cameriere messicano arrivò con il margarita di Parker e chiese se desiderassero ordinare il pranzo. "No, no. Il pranzo della domenica è una scusa per bere troppi margarita e io sono ben lontano dall'averne bevuti troppi. Che tristezza, ordinare il pranzo dopo appena quattro margarita! Questo ci lascerebbe il pomeriggio vuoto. Ci ritroveremmo per la strada senza niente con cui tenerci occupati, e allora senza dubbio finiremmo per metterci nei guai e attirare l'attenzione della polizia. Sa Dio cosa potrebbe accadere. No, no. Per evitare la galera e proteggere la nostra reputazione, non dobbiamo ordinare il pranzo prima delle tre. Anzi, guarda, portami un altro margarita. E ancora un po' di que-
sti magnifici nachos. E altra salsa, più piccante, se ne avete. E anche un piatto di cipolle tritate, per favore. E un'altra birra per il mio morigerato amico." "No," disse Dom. "Non ho ancora finito questa." "È appunto quel che intendo per 'morigerato', irrecuperabile puritano che non sei altro. Ormai sarà calda." La prorompente carica vitale di Parker Faine, il suo inesauribile, ribollente entusiasmo, per Dom erano sempre una sferzata d'energia. Normalmente sarebbe stato divertito dalla sua vigorosa performance; oggi, però, era troppo preoccupato. Mentre il cameriere si allontanava, una piccola nuvola passò davanti al sole e Parker riportò la sua attenzione su Dom, come se gli avesse letto nel pensiero, chinandosi verso di lui nell'ombra divenuta improvvisamente più buia. "Allora, vediamo di capirci qualcosa. Tu non pensi che il problema sia semplicemente correlato allo stress... alla pubblicazione del tuo libro?" "Lo pensavo. Ma ora non più. Voglio dire, se il problema fosse stato di lieve entità, potrei credere che ci siano dietro preoccupazioni di carriera. Ma, Gesù, le mie ansie per Crepuscolo non sono davvero tanto grandi da generare un comportamento così insolito, così ossessivo... così pazzesco. Ormai cammino quasi tutte le notti, e non è solo questo lo strano. La profondità della mia trance è incredibile. Pochi sonnambuli sono in un simile stato comatoso, e neppure compiono azioni complesse come le mie. Stavo tentando di inchiodare le finestre, capisci? E uno non tenta di inchiodare le finestre di casa solo per chiudere fuori le preoccupazioni per la sua carriera!" "Forse sei preoccupato per Crepuscolo più di quanto tu ti renda conto." "No. Non ha senso. Di fatto, visto che il nuovo libro continuava ad andare bene, le mie ansie per Crepuscolo hanno cominciato a sfumare. Onestamente, non puoi venirmi a dire che secondo te tutta questa follia notturna salta fuori da qualche incertezza sulla mia carriera." "No, non posso," riconobbe Parker. "Striscio in fondo a quegli armadi per nascondermi. E quando mi sveglio dietro la caldaia, quando sono ancora mezzo addormentato, ho la netta sensazione che qualcosa mi stia dando la caccia, e se mi trova mi ucciderà. Ieri mi sono svegliato urlando 'Sta' lontano! Sta' lontano!' E stamattina, il coltello..." "Coltello?" Parker trasalì. "Non mi avevi parlato di un coltello." "Mi sono svegliato ancora dietro la caldaia. Avevo un coltello da macel-
laio. L'ho preso dalla cucina mentre dormivo." "Per proteggerti? Da cosa?" "Da qualunque cosa... da chiunque mi stia dando la caccia." "E sarebbe?" Dom si strinse nelle spalle. "Non ne ho idea." "Questo non mi piace affatto. Avresti potuto ferirti, anche seriamente." "Non è questo che mi spaventa maggiormente." "No? E cosa, allora?" "Che potrei... potrei ferire qualcun altro." Faine lo guardò incredulo. "Vuoi dire... che potresti essere preso da un raptus omicida mentre dormi? Assurdo." Il pittore scolò il resto dei suo margarita. "Santo cielo, che idea melodrammatica! Rilassati, amico mio. Tu non sei il tipo dell'omicida." "Se è per questo, non pensavo di essere nemmeno il tipo del sonnambulo." "Oh, cazzate. C'è una spiegazione per questo. Tu non sei matto. I matti non dubitano mai della loro salute mentale." "Credo che dovrei consultare uno psichiatra. E fare dei test clinici." "I test clinici, sì. Ma lascia stare lo psichiatra. E una perdita di tempo. Tu non sei più nevrotico di quanto tu sia psicotico." Il cameriere tornò con altri nachos, salsa, cipolle, e un quinto margarita. Parker consegnò il bicchiere vuoto in cambio di quello pieno. "Mi domando se il tuo problema sia in qualche modo collegato al tuo cambiamento di due estati fa," disse, mettendo il guacamole e le cipolle sulle sfoglie di mais. "Quale cambiamento?" chiese Dom, perplesso. "Sai di cosa sto parlando. Quando ti ho conosciuto, sei anni fa, a Portland, eri un pallido e schivo lumacone, senza il minimo spirito d'avventura." "Lumacone?" "È vero, e lo sai. Avevi intelligenza e talento, ma ti faceva paura usarli. Avevi paura della competizione, del fallimento, del successo, della vita. Volevi solo tirare avanti senza farti notare. Vestivi senza uno stile, parlavi sottovoce, in modo quasi incomprensibile, evitavi in tutti i modi di attirare l'attenzione su di te. Ti eri rifugiato nel mondo accademico perché lì c'era meno competizione. Eri un timido coniglio rannicchiato nella sua tana sotto terra." "Ah, sì? Se ero così disgustoso, perché mai ti sei preso il disturbo di cer-
care la mia amicizia?" "Perché, zuccone che non sei altro, ho guardato oltre la tua ritrosia e la tua simulata banalità, attraverso la tua maschera scialba. Ho avvertito qualcosa di speciale in te, ne ho scorto dei barlumi. E questo che io faccio, sai. È questo che fa ogni bravo artista. Vedere quello che altri non possono." Parlando, Parker continuava ad abbuffarsi di nachos e guacamole con avidità quasi maniacale. "Certo che è stata dura snidarti dal tuo buco. Ricordi da quanto tempo ci conoscevamo, quando ti sei finalmente deciso a confidarmi di essere uno scrittore? Tre mesi!" "Be', a quell'epoca non ero realmente uno scrittore." "Avevi cassetti pieni di storie! Più di cento racconti brevi, e non uno che fosse stato sottoposto all'attenzione di un editore! Non solo perché avevi paura di un rifiuto: avevi paura anche che venissero accettati. Paura del successo. Per quanti mesi ho dovuto martellarti, per convincerti a mandarne un paio in lettura?" "Non ricordo." "Io sì. Ho dovuto spingerti, pregarti e insistere per sei mesi prima di farti capitolare. Io sono un tipo estremamente persuasivo, ma tu cominciavi a sembrarmi un caso disperato. E anche quando i tuoi racconti iniziarono a vendere, bastò che io ritornassi qui, lasciandoti di nuovo a te stesso, perché tu ti rintanassi ancora nel tuo buco." Dom non poté ribattere nulla, perché era tutto vero. Dopo aver lasciato l'Oregon ed essere tornato a Laguna Beach, Parker aveva continuato a incoraggiarlo con lettere e telefonate, ma non era stato sufficiente a motivarlo. Si era convinto di essere solo uno scrittore mediocre, sebbene più di venti dei suoi racconti fossero stati pubblicati in neanche un anno. Smise di inviare le sue novelle alle riviste e si fabbricò rapidamente un altro guscio per rimpiazzare quello che Parker lo aveva aiutato a infrangere. Aveva ancora l'impulso di scrivere, ma riprese l'abitudine di confinare le sue storie nell'ultimo cassetto della scrivania. Parker aveva continuato a spronarlo a scrivere un romanzo, ma lui era certo di avere troppo poco talento e autodisciplina per cimentarsi con un'impresa così grande e complessa. Era tornato alla sua piatta esistenza, cercando solo di passare inosservato. "Ma due estati fa hai subito una metamorfosi," riprese Parker, dopo aver tracannato il suo margarita. "Improvvisamente hai buttato all'aria la tua carriera di insegnante. Hai saltato il fosso e sei diventato uno scrittore a tempo pieno. Di punto in bianco, ti sei trasformato in un bohémien. Perché? Non sei mai stato chiaro su questo. Perché?"
Dominick aggrottò le sopracciglia, considerò la domanda per un momento e fu sorpreso di non averci mai pensato molto, prima d'ora. "Non lo so. Davvero non lo so." Mentre il sole californiano si riaffacciava da dietro le nuvole, bevve un sorso della sua birra e sospirò. Il posto che aveva all'università di Portland era solo provvisorio, così, quando gli era stato offerto un incarico permanente come insegnante di inglese e scrittura creativa al Mountainview College, nello Utah, aveva accettato, se non con entusiasmo, almeno con sollievo, perché per lui era importante avere delle garanzie. Era partito per lo Utah alla fine di giugno, con un piccolo rimorchio agganciato alla sua auto, carico per lo più di vestiti e libri, ed era arrivato a Mountainview verso la metà di luglio. "Quando lasciai Portland, quell'estate di due anni fa, ero contento delle mie nuove prospettive. Ma poi, all'ultimo momento... non so cosa fu, ma l'idea di riprendere il tipo di vita che avevo condotto fino ad allora mi fu insopportabile. Ero stanco di essere un coniglio, come dici tu." "Sì, ma come mai tutto a un tratto?" "Non lo so." "Devi avere qualche idea. Ci avrai pensato parecchio, no?" "Sarai sorpreso, ma non ci ho pensato parecchio." Dom volse gli occhi al mare per un lungo momento, guardando una dozzina di barche a vela e un grande yacht che si muovevano maestosamente lungo la costa. "Ho appena compreso quanto poco ci ho pensato. Strano... solitamente sono fin troppo autoanalitico." "Ah-ah!" esclamò Parker. "Sapevo di essere sulla pista giusta! Quindi i tuoi cambiamenti di allora sono in qualche modo collegati ai tuoi problemi di adesso. Andiamo avanti. Hai detto a quelli del Mountainview College che non volevi più il posto. E poi?" "Ho preso un piccolo appartamento in città. Non un granché, solo una camera più servizi, ma aveva una bella vista sulle montagne." "E hai deciso di vivere dei tuoi risparmi mentre scrivevi un romanzo, giusto?" "Non avevo molto in banca, ma sono sempre stato un tipo frugale." "Comportamento impulsivo. Rischioso. E per niente da te," osservò Parker. "Allora, perché lo hai fatto? Cosa ti aveva cambiato?" "Credo che l'insoddisfazione covasse dentro di me da molto tempo, e per quando arrivai a Mountainview aveva raggiunto un tale livello che fui costretto a cambiare." Parker si appoggiò contro lo schienale della sedia. "No, amico mio. De-
v'esserci dell'altro. Senti, tu stesso hai detto che quando sei partito da Portland eri contento come una pasqua delle tue prospettive a Mountainview. Ma quando sei arrivato là, non hai esitato a gettare tutto all'aria, trasferirti in una soffitta e rischiare di ridurti alla fame, in nome della tua arte. Che diavolo ti è successo durante quel lungo viaggio dall'Oregon allo Utah? Qualcosa deve averti dato un bello scossone, abbastanza forte per strapparti al tuo compiacimento." "Macché. E stato un viaggio del tutto tranquillo." "No. Qualcosa è successo, almeno dentro la tua testa." Dominick si strinse nelle spalle. "Per quel che ricordo, ero perfettamente rilassato. E il viaggio è stato piacevole. Me la sono presa comoda, guardavo il paesaggio..." "Amigo!" tuonò Parker, facendo sobbalzare il cameriere, che stava passando lì vicino. "Un margarita! E un'altra cerveza per il mio amico." "No, no," protestò Dom. "Io..." "Tu non hai ancora finito quella birra," lo interruppe Parker. "Lo so, lo so. Ma la finirai e ne berrai un'altra, e un po' per volta ti lascerai andare, e arriveremo in fondo a questa faccenda. Sono sicuro che le cause del tuo sonnambulismo siano da cercare nei fatti di quell'estate di due anni fa. Lo sai perché ne sono così sicuro? Te lo dico subito perché. Nessuno attraversa due crisi di personalità in due anni per ragioni totalmente slegate l'una dall'altra. Deve per forza esserci un nesso." Dom fece una smorfia. "Io questa non la definirei esattamente una crisi di personalità." "Ah, no?" Chinandosi in avanti, abbassando la testa arruffata, Parker mise nelle sue parole tutto il vigore della sua forte personalità. "Davvero non la definiresti una crisi, amico mio?" Dom sospirò. "Be'... sì. Forse potrei. Una crisi." Lasciarono Las Brisas nel tardo pomeriggio, senza essere arrivati ad alcuna risposta. Quella notte Dom andò a letta inquieto, domandandosi dove si sarebbe svegliato al mattino. E al mattino, più che svegliarsi, praticamente eruppe dal sonno con un grido lacerante e si ritrovò dentro un'oscurità totale, claustrofobica, invischiato in qualcosa di freddo, appiccicoso, strano, vivo. Scalciando, dimenandosi, tirando colpi alla cieca, riuscì a liberarsi e scappò a quattro zampe attraverso quel buio nauseante, pazzo di paura, finché andò a sbattere contro il muro. La stanza rimbombava di colpi e grida, una spaventosa caco-
fonia della quale non riusciva a identificare la fonte. Strisciò lungo la parete fino a raggiungere un angolo e lì, con le spalle al muro, si girò con gli occhi sbarrati verso la camera buia, certo che la vischiosa creatura gli sarebbe balzata addosso dalle tenebre. Cosa c'era con lui nella stanza? Il rumore si fece più forte: grida, colpi, uno schianto, altre grida. Ancora intontito dal sonno, i sensi distorti dall'isterismo e troppa adrenalina in circolo, Dom era convinto che la cosa dalla quale si era nascosto fino allora lo avesse infine raggiunto. Aveva cercato di sfuggirle dormendo in armadi e dietro la caldaia, ma quella notte non se l'era lasciato scappare: lo teneva in pugno; non poteva più nascondersi; era la fine. Dal buio, qualcuno o qualcosa gridò il suo nome, e Dom realizzò che qualcuno lo chiamava da un minuto o due, forse di più. "Dominick, rispondimi!" Un altro schianto, poi uno scricchiolio di legno infranto. Rannicchiato nell'angolo, Dom finalmente si svegliò del tutto. L'appiccicosa creatura non era reale. Apparteneva a un sogno. La voce che lo chiamava era quella di Parker Faine. Mentre i residui di terrore lasciati dal suo incubo si dissolvevano, un altro schianto, il più forte di tutti, generò una reazione a catena di distruzione, un frastuono che culminò con l'apertura di una porta e l'intrusione della luce nell'oscurità. Dom restò abbagliato per un momento; poi, strizzando gli occhi, vide la massiccia figura di Parker stagliata nel vano della porta contro la luce del corridoio. La porta era chiusa a chiave, e Parker aveva dovuto forzarla a spallate. "Dominick, stai bene?" Nel sonno, Dom non si era limitato a chiudersi a chiave in camera: vi si era barricato. Davanti alla porta erano ammassati il cassettone, i due comodini e la poltrona. "Solo un sogno. Un incubo." "Alla faccia dell'incubo," commentò Parker, entrando nella stanza. "Ti sentivo urlare fin dalla strada. Che accidenti stavi sognando?" "Non ricordo," rispose Dom, ancora rannicchiato nell'angolo, troppo esausto per alzarsi. "Sapessi che piacere vederti, Parker. Ma... che diamine ci fai qui?" Parker sbattè le palpebre. "Come che ci faccio? Mi hai telefonato non più di dieci minuti fa. Gridavi aiuto. Dicevi che loro erano qui e stavano per prenderti. Poi hai attaccato."
Dom si sentì avvampare per l'umiliazione. "Quindi mi hai davvero telefonato nel sonno," disse il pittore. "Lo immaginavo. Non sembravi nemmeno tu. Per un momento ho pensato di chiamare la polizia, ma sospettavo che il tuo sonnambulismo c'entrasse qualcosa." "Ho perso il controllo, Parker. Qualcosa si sta spezzando dentro di me." "Basta con queste idiozie. Non voglio più udire niente del genere." Dom si sentiva come un bambino avvilito. Dovette fare uno sforzo per non mettersi a piangere. "Che ore sono?" "Le quattro passate." Parker guardò verso il letto, e improvvisamente cambiò espressione. "Oh, Cristo. Questo non mi piace, amico. Non mi piace affatto." Appoggiandosi al muro, Dom si alzò sulle gambe malferme per vedere di cosa Parker stesse parlando, ma quando lo vide rimpianse di averlo fatto. Sul letto era disposto un arsenale: la sua automatica calibro 22 che di solito teneva nel comodino; tre diversi coltelli da macellaio; una mannaia; un martello; l'ascia che usava per spaccare la legna per il camino e che, per quanto ricordava, era nel garage. "Cosa ti aspettavi, un'invasione di russi? Cos'è che ti spaventa tanto, Dom?" "Non lo so. Qualcosa nei miei incubi." "Ma cosa sogni, insomma?" "Non lo so." "Non riesci a ricordare niente?" "No." Dom rabbrividì violentemente. Parker gli andò vicino, gli mise una mano sulla spalla. "Su, ora va' a farti una doccia e vestiti. Io vedrò di mettere insieme qualcosa per colazione. Okay? Poi... poi credo che sarebbe meglio fare un salto da quel tuo dottore, appena apre lo studio. Mi pare sia il caso che ti dia un'altra occhiata." Dom annuì. Era lunedì, 2 dicembre. 2 dicembre - 16 dicembre 1 Boston, Massachusetts
Viola Fletcher, una maestra di scuola elementare cinquantottenne, madre di due figlie e moglie felice, vivace e arguta, dalla risata contagiosa, adesso era silenziosa e immobile, distesa sul tavolo operatorio. La sua vita era nelle mani della dottoressa Weiss. Per la prima volta, Ginger aveva il ruolo di primo chirurgo in una difficile operazione. Dietro quel momento stavano anni di studio e un immenso bagaglio di sogni e speranze. Provava un senso di orgoglio misto a umiltà all'idea di quanta strada aveva fatto. E aveva una paura da star male. La paziente era stata anestetizzata e avvolta in freschi teli verdi. Del suo corpo non era visibile che la porzione del torso interessata dall'operazione, un riquadro di carne spennellato di tintura di iodio. Anche la sua faccia era nascosta sotto un telo sistemato a tenda, come ulteriore precauzione contro le conseguenze infettive della ferita che presto sarebbe stata praticata nell'addome. L'effetto finale era quello di una spersonalizzazione del paziente, e questo era un bene per il chirurgo, poiché gli risparmiava di vedere un volto umano trasformarsi in una maschera di morte se, per disgrazia, le cose si fossero messe al peggio. Alla destra di Ginger, Agatha Tandy, l'infermiera, era pronta con bisturi, divaricatori, pinze emostatiche e altri strumenti. Le varie infermiere, l'anestesista e la, sua assistente, tutti aspettavano l'inizio dell'operazione. George Hannaby stava dall'altra parte del tavolo, e la sua presenza era molto rassicurante. Ginger tese la mano destra, e Agatha vi mise un bisturi. Una sottile, brillante curva di luce sottolineava l'affilata lama dello strumento. Il registratore stereo di George stava su un tavolino nell'angolo, e gli amplificatori diffondevano le familiari note di Bach. Ginger esitò, la mano posata sulle linee tracciate sul torso della paziente, e respirò a fondo. Stava ricordando l'oftalmoscopio, i lucidi guanti neri... Comunque, per quanto terrificanti, quegli incidenti non avevano distrutto la sua sicurezza. Dopo l'ultimo attacco si era sempre sentita bene: forte, attenta, energica. Se avesse notato la minima debolezza o confusione mentale, avrebbe rinviato l'operazione. Del resto, non aveva studiato tanto, non aveva lavorato sette giorni la settimana per tutti quegli anni solo per gettare all'aria il suo futuro a causa di due aberranti momenti di isterismo dovuti al troppo stress. Tutto sarebbe andato bene, proprio bene. L'orologio alla parete segnava le sette e quarantadue. Ora di cominciare. Eseguì la prima incisione. Con pinze emostatiche, divaricatori, e un'impeccabile abilità che non mancava mai di sorprenderla, andò in profondità,
fendendo pelle, adipe e muscolo. Presto l'apertura fu larga abbastanza per accogliere sia le sue mani, sia quelle del suo assistente, George Hannaby, se ci fosse stato bisogno del suo aiuto. Le due infermiere ausiliarie si avvicinarono al tavolo, una per parte, presero le impugnature dei divaricatori e tirarono delicatamente indietro i bordi della ferita, separandone le pareti. Agatha Tandy, con un soffice panno assorbente, tamponò la fronte di Ginger, badando a evitare le lenti sporgenti dei suoi occhiali da chirurgo. Sopra la mascherina, gli occhi di George sorrisero. Lui non stava sudando. Eia raro che gli capitasse. Ginger chiuse rapidamente i vasi recisi e rimosse le pinze. Nei brevi intervalli tra i concerti di Bach e il silenzio alla fine del nastro, prima che venisse girato, i suoni più forti che si sentivano nella sala erano le sibilanti esalazioni e le gementi inalazioni del polmone artificiale che respirava per Viola Fletcher. La paziente non poteva respirare da sé, perché era paralizzata da un rilassatore muscolare derivato dal curaro. Benché totalmente meccanici, quei suoni avevano un che di angosciante, e certo non aiutavano Ginger a superare la sua apprensione. Quando era George a operare, l'atmosfera non era così pesante. Lui riusciva a scambiare battute con la sua équipe, allentando la tensione, senza tuttavia ridurre la concentrazione sul loro vitale compito. Ma Ginger semplicemente non poteva pretendere da se stessa una simile prestazione: sarebbe stato come giocare a pallacanestro, masticare chewing-gum e risolvere difficili problemi matematici allo stesso tempo. Completata l'escursione nel ventre, fece scorrere le mani lungo il colon e stabilì che era sano. Con compresse di garza umida fornite da Agatha, raccolse gli intestini, li sistemò sulle lame a spatola dei divaricatori e li affidò alle infermiere, che li tennero scostati dall'incisione, esponendo così l'aorta. Dal petto, l'aorta passava nell'addome attraverso il diaframma, correndo parallela alla colonna vertebrale. Immediatamente sopra l'inguine, si divideva nelle due arterie iliache che portavano alle arterie femorali nelle gambe. "Ecco qua," disse Ginger. "Un aneurisma. Proprio come nei raggi x." Come per confermare le sue parole, diede uno sguardo alle lastre della paziente fissate sullo schermo luminoso alla parete di fronte al tavolo operatorio. "Appena sopra la sella aortica." Agatha le tamponò la fronte. L'aneurisma, un cedimento della parete dell'aorta, aveva permesso all'ar-
teria di dilatarsi su entrambi i lati, formando un'estrusione a forma di manubrio, piena di sangue, che batteva come un secondo cuore. Questa condizione causava difficoltà nel deglutire, insufficienza respiratoria, forte tosse e dolori toracici; e se il vaso dilatato fosse scoppiato, la morte sarebbe sopraggiunta rapidamente. Mentre fissava l'aneurisma pulsante, Ginger fu sopraffatta da un senso di mistero quasi religioso, una profonda soggezione, come se fosse passata dal mondo reale in una sfera mistica, dove il significato stesso della vita le sarebbe stato presto svelato. La sua sensazione di potere, di trascendenza, scaturiva dalla comprensione del fatto che poteva combattere la morte che era in agguato in quel corpo, e vincere. Da un pacchetto sterile, Agatha aveva preso una sezione di aorta artificiale, un grosso tubo scanalato che si divideva in due tubi più piccoli, le arterie iliache, fatto interamente di dacron. Ginger la posizionò sull'incisione, ne regolò le dimensioni con un paio di piccole, affilate forbici e la restituì ad Agatha, la quale la mise in una vaschetta di acciaio inossidabile che già conteneva un po' del sangue della paziente, muovendola avanti e indietro perché si bagnasse completamente. Sarebbe rimasta immersa nel sangue finché si fosse coagulato un po'. Una volta installata, Ginger vi avrebbe fatto scorrere dentro un po' di sangue, lasciando che coagulasse un po', poi l'avrebbe svuotata prima di cucirla. Il sottile strato di sangue rappreso avrebbe aiutato a prevenire fuoriuscite, e col tempo il costante flusso sanguigno avrebbe formato una neointima, un nuovo rivestimento impermeabile praticamente indistinguibile da quello della vera arteria. La cosa sorprendente era che il vaso artificiale non costituiva soltanto un adeguato sostituto per la sezione d'aorta danneggiata, ma era perfino superiore a quello naturale; tra cinquecento anni, quando di Viola Fletcher non sarebbero rimaste che polvere e ossa sgretolate dal tempo, l'innesto di dacron sarebbe stato ancora intatto, ancora forte e flessibile. Agatha tamponò la fronte di Ginger. "Come ti senti?" domandò George. "Bene," rispose Ginger. "Tesa?" "Solo un po'," mentì lei. "È un autentico piacere guardarti lavorare, dottore." "Mi associo," disse una delle infermiere ausiliarie. "Anch'io," aggiunse l'altra. "Grazie," rispose Ginger, sorpresa e compiaciuta.
"Hai una certa grazia nell'operare," continuò George, "una leggerezza di tocco, una splendida sensibilità di mano e di occhiò che, mi dispiace doverlo dire, non è facile riscontrare nella nostra professione." Ginger sapeva che George Hannaby non dava mai voce a un complimento insincero. Era veramente fiero di lei! Si sentì sommersa da una calda ondata di emozione. Se fosse stata in qualunque altro posto le sarebbero venute le lacrime agli occhi, ma lì, nella sala operatoria, tenne a freno i suoi sentimenti. L'intensità della propria reazione a quelle parole le fece capire come lui avesse completamente assunto il ruolo di figura paterna nella sua vita: la sua lode le dava altrettanta soddisfazione che se fosse venuta dallo stesso Jacob Weiss. Da quel momento il suo stato d'animo migliorò notevolmente. L'inquietante possibilità di una crisi si allontanò lentamente dai suoi pensieri, e la maggiore sicurezza le permise di lavorare con ancora più grazia di prima. Niente poteva andare storto adesso. Controllò metodicamente il fluire del sangue attraverso l'aorta, esponendo e chiudendo temporaneamente tutti i vasi che si diramavano da essa, usando sottili lacci emostatici per quelli minori e pinze di varie dimensioni per le arterie più grandi, comprese quelle iliache e l'aorta stessa. In poco meno di un'ora, aveva fermato tutto il sangue che attraverso l'aorta arrivava alle gambe della paziente, e il pulsante aneurisma aveva cessato la sua derisoria imitazione del cuore. Con un piccolo bisturi, punse l'aneurisma; ne uscì un fiotto di sangue e l'aorta si sgonfiò. La aprì, incidendo lungo la parete anteriore. In quel momento la paziente si trovò senza un'aorta, più impotente e dipendente dal chirurgo che mai. Ora non si poteva più tornare indietro. Da questo punto in poi, l'operazione doveva essere condotta non solo con la maggiore attenzione, ma anche con la più prudente rapidità. Sull'equipe scese il silenzio. La poca conversazione che c'era stata fino a quel momento cessò del tutto. Il nastro di Bach era di nuovo finito, e nessuno si mosse per girarlo. Il tempo era scandito dai sibili e dai risucchi del polmone artificiale e dai bip-bip dell'elettrocardiografo. Ginger prese la sezione d'aorta in dacron dalla vaschetta d'acciaio e ne cucì la sommità all'arteria, usando un filo estremamente sottile. Poi, con la parte superiore innestata e quella inferiore chiusa da pinze emostatiche, colmò di sangue il vaso sintetico e lasciò che coagulasse ancora. Durante tutte queste fasi dell'operazione non era stato necessario che Agatha le asciugasse il sudore dalla fronte. Ginger sperava che George lo
avesse notato. Senza bisogno che le venisse detto che era di nuovo ora di sentire musica, l'infermiera libera rimise il nastro. Ginger aveva ancora ore di lavoro davanti a sé, ma proseguì senza sentire la minima stanchezza. Piegò indietro i teli verdi, scoprendo le cosce della paziente, e praticò altre due incisioni, al disotto delle pieghe inguinali. Pinzando e legando vasi, arrivò a esporre e separare le arterie femorali. Come aveva fatto prima con l'aorta, usò lacci sottili e una varietà di pinze per interrompere il flusso sanguigno attraverso quei campi vascolari, poi aprì entrambe le arterie dove sarebbero state cucite le estremità della biforcazione del vaso in dacron. Un paio di volte si sorprese a canticchiare seguendo la musica, e la facilità con cui ora lavorava dava da pensare che fosse stata un chirurgo già in una vita precedente, predestinata a questo lavoro. Tornando all'addome aperto, tolse le pinze dal fondo del vaso artificiale, lo svuotò, poi ne infilò le due diramazioni nella carne intatta, facendole passare oltre le pieghe inguinali, fino alle incisioni praticate nelle arterie femorali. Cucì le due estremità della forcella, ripristinò la circolazione nella rete vascolare e guardò con genuino piacere l'aorta riprendere a pulsare. Per venti minuti cercò falle e le chiuse, usando filo forte e sottile. Per altri cinque minuti guardò attentamente, in silenzio, il vaso trapiantato pulsare come qualunque normale, sana arteria, senza alcun segno di filtrazione cronica. "Ora di chiudere," annunciò infine. "Splendido lavoro," commentò George. Ginger era contenta che la sua faccia fosse nascosta dalla mascherina, perché doveva avere l'espressione del classico scemo che ride. Chiuse le incisioni nelle gambe della paziente. Prese gli intestini dalle infermiere, che erano chiaramente esauste e non vedevano l'ora di lasciare i divaricatori; li risistemò al loro posto, e di nuovo li percorse delicatamente con le dita per accertarsi che non ci fossero irregolarità. Non restava che rimettere in sede il tessuto muscolare e l'adipe, richiudendo strato dopo strato, e infine suturare l'incisione originale con forte filo nero. L'assistente dell'anestesista scoprì la faccia di Viola Fletcher. L'anestesista le tolse i cerotti dagli occhi, chiuse l'anestesia. L'infermiera spense il registratore, interrompendo il concerto di Bach a metà di un passaggio. Ginger guardò la donna: era pallida, ma non eccessivamente tirata. Aveva ancora la maschera del respiratore sulla faccia, ma stava ricevendo solo
una miscela di ossigeno. Le infermiere si allontanarono e si tolsero i guanti. Le palpebre di Viola Fletcher ebbero un fremito, e un gemito le uscì dalle labbra. "Mrs Fletcher?" la chiamò ad alta voce l'anestesista. La paziente non rispose. "Viola?" disse Ginger. "Viola, mi sente?" La donna non aprì gli occhi, ma benché fosse più addormentata che sveglia, le sue labbra si mossero. "Sì, dottore," rispose con voce impastata. Ginger accettò le congratulazioni dell'equipe e lasciò la sala operatoria con George. Mentre si toglievano i guanti, la mascherina e la cuffia, si sentiva come piena di elio, sul punto di sfuggire ai vincoli della forza di gravita. Ma a ogni passo verso i lavandini perdeva un po' di baldanza. Una tremenda stanchezza si impossessò di lei. Aveva le spalle e il collo indolenziti. La schiena le faceva male. Le sue gambe erano rigide, i piedi affaticati. "Mio Dio," disse, "sono a pezzi!" "Lo credo bene," replicò George. "Hai cominciato alle sette e mezzo, ed è quasi ora di pranzo. Un trapianto d'aorta è dannatamente debilitante." "Ti senti così anche tu, dopo averne fatto uno?" "Naturale." "Ma la stanchezza mi è piombata addosso così, all'improvviso... Lì dentro mi sentivo splendidamente. Avrei potuto andare avanti ancora per ore." "Lo so." George le rivolse un sorriso affettuoso e divertito. "Lì dentro, ti sentivi un dio. E un dio non è mai stanco." Cominciando a lavarsi le mani, Ginger si appoggiò stancamente contro il lavandino e si chinò un poco in avanti, così che si ritrovò a guardare dritto lo scarico, l'acqua che mulinava nel bacino di acciaio, la schiuma di sapone portata via dal vortice d'acqua, intorno e giù nello scarico, intorno e intorno e giù nello scarico, intorno e giù, giù, giù... Questa volta, il panico la prese ancora più inaspettatamente che da Bernstein's o nell'ufficio di George il mercoledì prima. In un istante la sua attenzione fu interamente concentrata sullo scarico, che a un tratto sembrava pulsare e farsi sempre più grande, come fosse stato vivo, un essere maligno. Lasciò cadere il sapone e, con un gemito di terrore, fece un balzo indietro, si scontrò con Agatha Tandy e diede un altro grido strozzato. Sentì vagamente George chiamare il suo nome, ma la sua figura stava svanendo come un'immagine cinematografica in dissolvenza alla quale si stesse sovrapponendo un primo piano di vapore, nuvole o nebbia, e non sembrava
più reale. Agatha Tandy, il corridoio, le porte, tutto stava svanendo, eccetto il lavandino, che sembrava diventare sempre più grande e solido, iperreale. Un senso di pericolo mortale calò su di lei. Ma non era che un normale lavandino, per l'amor di Dio; doveva restare aggrappata alla realtà, resistere alle forze che la spingevano verso il precipizio. Solo un lavandino. Solo un normale scarico. Solo... Corse via. Da ogni parte, la foschia si addensò attorno a lei, e Ginger perse la consapevolezza delle proprie azioni. La prima cosa di cui si rese conto fu la neve. Soffici fiocchi bianchi volteggiavano lievi davanti a lei, scendendo pigramente a terra. Alzò la testa, guardando oltre le torreggianti pareti dei vecchi edifici che aveva intorno, e vide uno squarcio rettangolare di basso cielo grigio. I cristalli di neve le imbiancarono i capelli e le sopracciglia e le si sciolsero sul viso, ma Ginger realizzò lentamente che le sue guance erano già bagnate di lacrime, e stava ancora piangendo sommessamente. Poi si rese conto del freddo. Ne sentiva i morsi sul viso, le filtrava attraverso il camice. Aveva le mani intirizzite, e tremava incontrollabilmente. Era acquattata in un angolo, le braccia strette intorno alle gambe piegate: una posizione di difesa e terrore. Il calore del suo corpo spillava attraverso ogni punto di contatto con l'asfalto gelido sotto dì lei e il muro di mattoni dietro la sua schiena, ma non aveva la forza né la volontà di alzarsi e tornare dentro. Con assoluta disperazione, ricordò di essersi fissata sullo scarico del lavandino, il folle panico, la collisione con Agatha Tandy, l'espressione allibita di George Hannaby. Poi nella sua memoria c'era un vuoto, ma immaginava di essere fuggita da pericoli immaginali, sconvolgendo i colleghi, e senza dubbio compromettendo irrimediabilmente la propria carriera. Premette più forte la schiena contro la parete di mattoni, desiderando che succhiasse il suo calore ancora più in fretta. Stava seduta in fondo a un vicolo cieco, un passaggio di servizio che conduceva nel cuore del complesso ospedaliero. Alla sua sinistra, doppie porte di metallo davano accesso alla stanza della caldaia, e oltre queste c'era l'uscita di sicurezza. Inevitabilmente, le tornò in mente l'aggressione subita durante il suo periodo d'internato a New York, all'uscita dal Columbia Presbyterian. Quella notte era stata trascinata in un vicolo molto simile a questo; ma allora, lei era stata padrona della situazione, vittoriosa, mentre adesso era una perdente, in netta discesa invece che in ascesa, debole e
smarrita. Percepiva una tetra ironia nel fatto di aver toccato il punto più basso della sua vita proprio in un posto come quello. Tutto lo studio, il lavoro e i sacrifici, tutte le speranze e i sogni erano stati vani. All'ultimo momento, con una brillante carriera praticamente in pugno, aveva tradito George, Jacob, Anna, e se stessa. Non poteva più negare l'evidenza: in lei c'era qualcosa che non andava, qualcosa di abbastanza grave da precluderle un futuro come chirurgo. Psicosi? Un tumore al cervello? O forse un aneurisma cerebrale? La porta dell'uscita di sicurezza si aprì di colpo con uno stridio di cardini non oliati e George Hannaby uscì nel vicolo, affannato. Camminava in fretta, incurante del rischio di scivolare sullo strato di neve fresca, ma come la vide si bloccò, scuro in volto, e Ginger pensò che si stesse rammaricando di tutto il tempo che le aveva dedicato, della particolare attenzione con cui l'aveva seguita. Lui aveva creduto in lei, ma adesso gli aveva dimostrato di essersi sbagliato. Aveva tradito la sua fiducia, anche se a causa di qualcosa che sfuggiva al suo controllo, e si sentiva spregevole per questo. Le venne da piangere ancora più forte. "Ginger?" George Hannaby era visibilmente scosso. "Ginger, cosa ti succede?" Lei riuscì a rispondergli solo con un disperato, involontario singhiozzo. Attraverso le lacrime, la figura di George le apparve tremula, sfocata. Avrebbe voluto che se ne andasse e la lasciasse a macerare nell'umiliazione. Non capiva di peggiorare le cose, stando lì a guardarla mentre era in quello stato? La neve adesso era più fitta. Altre persone apparvero nel vano della porta, ma lei non riuscì a identificarle. "Ginger, parlami, ti prego," la scongiurò George, avvicinandosi. "Che cosa c'è? Dimmelo. Dimmi cosa posso fare." Lei si morse il labbro, cercò di reprimere le lacrime, ma cominciò a singhiozzare ancora più forte. "Ho q-qualcosa c-che non va," disse con voce esile, rotta dal pianto. George si chinò di fronte a lei. "Cosa? Cos'è che non va?" "Non lo so." Lei era sempre riuscita a risolvere da sé qualsiasi problema le si presentasse. Lei era Ginger Weiss. Era diversa. Era una ragazza d'oro. Non sapeva come chiedere un aiuto di questo genere, a questo livello. "Qualunque cosa sia, possiamo risolverla," affermò George. "Mi stai ascoltando? Lo so quanto sei fiera della tua fiducia in te stessa. Mi sono
sempre mosso con cautela, perché so che non ti piace essere aiutata. Tu vuoi fare tutto da te. Ma questa volta non puoi cavartela da sola, né devi. Ci sono qua io, e tu ti appoggerai a me, che ti piaccia o no. Hai capito?" "Io... ho rovinato tutto. Ti ho deluso." Lui riuscì a trovare un piccolo sorriso. "Deluso? Tu? Impossibile, ragazza mia. Io e Rita abbiamo solo figli maschi, ma se avessimo avuto una figlia, l'avremmo voluta esattamente come te. Tu sei una donna speciale, dottoressa Weiss. Per me sarebbe un onore e un piacere se ora tu ti appoggiassi a me, come fossi davvero mia figlia, e mi permettessi di aiutarti, come se io fossi il padre che hai perso." Le tese una mano. Lei la prese e la strinse forte. Era lunedì, 2 dicembre. Molte settimane sarebbero passate prima che Ginger apprendesse che altre persone, in altri posti, tutte a lei sconosciute, stavano vivendo inquietanti variazioni del suo incubo. 2 Chicago, Illinois Alle otto e venti di mattina, giovedì 5 dicembre, padre Stefan Wycazik aveva celebrato la prima messa, fatto colazione, e ora si era ritirato nel suo studio nella casa parrocchiale per un'ultima tazza di caffè. Allontanandosi dalla scrivania, si fermò a guardare attraverso la grande portafinestra gli alberi spogli incrostati di neve nel cortile e cercò di non pensare ad alcun problema della parrocchia. Questo era un momento tutto per sé, ritagliato nella giornata, e ci teneva molto. Tuttavia, i suoi pensieri andarono inesorabilmente a padre Brendan Cronin, lo scandalo di St. Bernadette. Brendan Cronin, che aveva lanciato il calice. Non poteva capacitarsene. Era assurdo, totalmente assurdo, Padre Wycazik era quello che si poteva definire un prete d'assalto. Aveva trentadue anni di sacerdozio alle spalle, e prima che il cardinale lo assegnasse in permanenza alla parrocchia di St. Bernadette gli erano stati affidati gli incarichi più diversi e delicati, tanto che nella gerarchia dell'arcidiocesi veniva definito "l'asso nella manica di Sua Eminenza". Era stato affiancato a diversi preti che stavano attraversando crisi di vario genere, aiutandoli a rimettersi in carreggiata con la sua fede granitica, e aveva passato sei anni d'inferno in Vietnam, all'orfanotrofio di Nostra Signora della Misericordia a Saigon. Quando Saigon cadde, lui, il suo superiore e tredici
suore fuggirono con centoventisei bambini; nel massacro che seguì vi furono centinaia di migliaia di morti, ma anche di fronte a quella strage Stefan Wycazik non dubitò mai che centoventisei vite fossero un numero molto significativo, e non si lasciò mai prendere dallo sconforto. In tutta la sua vita sacerdotale, padre Wycazik non era mai stato sfiorato dal dubbio, e questo gli rendeva difficile capire perché, durante la prima messa della domenica precedente, la fede di padre Brendan Cronin si fosse dissolta così totalmente da spingerlo a scagliare il sacro calice dall'altra parte del presbiterio in un gesto di rabbia e disperazione. Di fronte a un centinaio di fedeli. Buon Dio. Ed era già una fortuna che non fosse successo durante una delle altre tre messe, alle quali c'era maggiore affluenza. Inizialmente, quando Brendan Cronin era arrivato a St. Bernadette, oltre un anno e mezzo prima, non gli era piaciuto molto. Per prima cosa aveva studiato al North American College di Roma, a detta di tutti la più prestigiosa istituzione educativa entro la giurisdizione ecclesiastica. Ma benché fosse un onore essere invitati a frequentarla, e chi ne usciva fosse considerato la crema del sacerdozio, spesso sfornava schizzinosi rammolliti, con un'opinione troppo alta di sé. Spesso queste persone sentivano che insegnare catechismo ai bambini era indegno di loro, uno spreco delle loro menti sottili, e trovavano le visite ai sofferenti un compito indicibilmente sgradevole dopo le glorie di Roma. In aggiunta alla macchia di aver studiato a Roma, padre Cronin era grasso. Be', non proprio grasso, ma certamente in carne, con una morbida faccia tonda e liquidi occhi verdi che, al primo incontro, sembravano denotare un animo indolente e forse facile alla corruzione. Padre Wycazik, invece, era un polacco dalla grossa struttura ossea, e nella sua famiglia non c'era mai stato un uomo grasso. I Wycazik discendevano da minatori emigrati dalla Polonia alla fine del secolo; arrivati negli Stati Uniti, si erano trovati occupazioni faticose in acciaierie, cave e cantieri e avevano formato famiglie numerose, che potevano essere mantenute solo sobbarcandosi lunghe ore di onesto lavoro, così non avevano avuto il tempo per ingrassare. Stefan era cresciuto con l'istintivo concetto che un vero uomo dovesse essere solido ma asciutto, con spalle larghe, collo grosso e giunture rese nodose dal duro lavoro. Ma con sua sorpresa, Brendan Cronin si era rivelato un volonteroso lavoratore. Non aveva acquisito alcuna presunzione durante i suoi studi a Roma. Era sveglio, di buon carattere, simpatico, e gli piaceva visitare i sofferenti, insegnare ai bambini e raccogliere fondi. Era il miglior curato che
padre Wycazik avesse avuto in diciotto anni. Era per questo che il suo exploit di domenica - e la perdita di fede che lo aveva provocato - lo aveva lasciato così interdetto. Naturalmente, a un altro livello, Stefan Wycazik si sentiva stimolato dalla necessità di ricondurre Brendan Cronin all'ovile. Aveva cominciato la sua carriera come aiuto ai sacerdoti in difficoltà, e adesso era stato ancora una volta chiamato a ricoprire quel ruolo. Questa nuova sfida lo riportava alla gioventù, rinnovando il suo slancio vitale. Ora, mentre beveva un altro sorso di caffè, sentì bussare alla porta dello studio. Volse lo sguardo all'orologio sulla mensola del camino. Era di bronzo dorato e mogano intarsiato, con un preciso movimento svizzero. Donato da un parrocchiano, era il solo oggetto elegante in una stanza che vantava un mobilio prettamente utilitario e piuttosto mal assortito, più una logora imitazione di tappeto persiano. Secondo l'orologio, erano le otto e trenta in punto. "Vieni avanti, Brendan," disse Stefan, girandosi verso la porta. Quando entrò nello studio, padre Brendan Cronin non appariva più sereno di domenica, lunedì, martedì e mercoledì, quando si erano incontrati in quella stessa stanza per discutere la sua crisi spirituale e cercare il modo di ristabilire la sua fede. Era così pallido che le lentiggini spiccavano come scintille sulla sua pelle, e per contrasto i capelli sembravano più rossi del solito. Il suo passo aveva perso l'elasticità. "Siediti, Brendan. Caffè?" "No, grazie." Brendan si lasciò cadere su una vecchia poltrona mezzo sfondata. Hai fatto una colazione come si deve? avrebbe voluto chiedergli Stefan. O hai solo buttato giù una fetta di pane tostato col caffè? Ma il suo curato aveva trent'anni, e non voleva sembrare una chioccia. "Hai letto quel che ti ho suggerito?" domandò invece. "Sì." Stefan aveva sollevato Brendan da tutti i doveri parrocchiali e gli aveva dato libri e saggi che argomentavano l'esistenza di Dio e la follia dell'ateismo da un punto di vista intellettuale. "E hai riflettuto su quello che hai letto," continuò Stefan. "Allora... hai trovato qualcosa che ti aiuti?" Brendan sospirò e scosse la testa. "Continui a pregare il Signore di guidarti?" "Sì. Senza risultato."
"Continui a cercare le radici di questo dubbio?" "Non ne trovo." Stefan era sempre più frustrato dalla taciturnità di padre Cronin, del tutto insolita per il giovane prete. Normalmente, Brendan era estroverso, loquace, ma da domenica si era chiuso in se stesso, e aveva cominciato a parlare piano, lentamente, e mai a lungo, come se ogni parola fosse denaro e lui uno spilorcio che lesinava il centesimo. "Ma non è possibile," insistette padre Wycazik. "Dev'esserci qualcosa da cui è nato questo dubbio, un seme, un principio." "Non so." La voce di Brendan era a malapena udibile. "So solo che c'è, ed è come se ci fosse sempre stato." "Ma non c'era: tu credevi! Hai detto che hai cominciato ad avvertirlo lo scorso agosto. Ma cos'è stato a farlo scattare? Dev'esserci stato un fatto preciso, o più d'uno, che ti ha indotto a riconsiderare la tua filosofia." Brendan esalò un flebile "No." Padre Wycazik avrebbe voluto gridare, scrollarlo, scuoterlo dalla sua cupa apatia. Invece disse pazientemente: "Molti ottimi preti sono stati travagliati da crisi spirituali. Perfino alcuni santi. Ma tutti avevano due cose in comune: la loro perdita di fede era un processo graduale, durato molti anni prima di sfociare in una crisi; e tutti potevano indicare specifici incidenti o osservazioni che l'avevano provocata. L'ingiusta morte di un bambino, per esempio. O una pia madre colpita dal cancro. Omicidio. Violenza. Perché Dio permette che esista il male? Perché la guerra? Le fonti del dubbio sono innumerevoli e, anche se la chiesa dà delle risposte, a volte la fredda dottrina è di poca consolazione. Brendan, il dubbio sorge sempre da precise contraddizioni tra il concetto della divina misericordia e la realtà dell'umana sofferenza." "Non nel mio caso." Gentile ma insistente, padre Wycazik continuò: "E il solo modo di vincere il dubbio è concentrarsi sulle contraddizioni che ti assillano e discuterne con una guida spirituale." "Nel mio caso, la fede mi è... mi è crollata sotto i piedi... tutto a un tratto... come un pavimento che sembrava perfettamente solido e invece era marcio." "Tu non rimugini su morti ingiuste, malattie, violenza, guerra? Come un pavimento marcio, eh? Un crollo improvviso?" "Esatto." "Cazzate!" disse Stefan, balzando in piedi.
L'esclamazione e il brusco movimento fecero sussultare padre Cronin. Alzò di scatto la testa, gli occhi sgranati per la sorpresa. "Cazzate," ripetè padre Wycazik, accompagnando la parola con un'espressione accigliata, poi voltò le spalle al suo curato. In parte intendeva provocare il giovane prete e costringerlo a uscire da quella specie di trance in cui lo aveva spinto l'autocommiserazione, ma in parte era realmente irritato dalla ostinazione di Brendan a trincerarsi dietro il suo sconforto, chiudendosi a riccio. Girato verso la finestra, i cui vetri scossi dal vento erano ornati da una trina di gelo, si rivolse al curato in tono reciso. "Prete convinto in agosto e ateo a dicembre, così, senza una ragione? Impossibile. Il tuo cambiamento ha per forza dei motivi, anche se li nascondi a te stesso; e finché non ti deciderai ad ammetterlo, ad affrontarli, rimarrai in questo stato penoso." Un silenzio di piombo calò nella stanza. Poi, il sordo ticchettio dell'orologio di bronzo e mogano. Infine, Brendan Cronin parlò. "Padre, non sia in collera con me, la prego. Io nutro tanto rispetto per lei e tengo talmente al nostro rapporto che la sua ira, oltre a tutto il resto, è troppo per me in questo momento." Compiaciuto di essere riuscito almeno a incrinare il guscio protettivo di Brendan col suo piccolo stratagemma, padre Wycazik si girò di nuovo verso di lui, poi gli andò vicino a rapidi passi. "Non sono in collera con te, Brendan," lo rassicurò, mettendogli una mano sulla spalla. "Preoccupato. Frustrato, perché non lasci che ti aiuti. Ma non in collera." Il giovane prete alzò lo sguardo. "Padre, mi creda, non c'è niente che io desideri più del suo aiuto per uscire da questa situazione. Ma sinceramente, il mio dubbio non nasce da alcuna delle cose che lei ha menzionato. Davvero non so da dove venga. Resta... be', un mistero." Stefan annuì, strinse la spalla di Brendan, poi tornò a sedersi dietro la scrivania e chiuse gli occhi per un momento, pensando. "Bene, Brendan, la tua incapacità di identificare la causa del crollo della tua fede indica che non è un problema intellettuale, quindi nessuna lettura ispiratrice ti sarà d'aiuto. Se è un problema psicologico, le radici sono nel tuo subconscio, in attesa di essere rivelate." Quando riaprì gli occhi, Stefan vide che il suo curato sembrava interessato all'ipotesi che si trattasse semplicemente di una disfunzione della sua psiche. Questo significava che Dio non aveva abbandonato Brendan, dopo tutto; Brendan aveva abbandonato Dio. Una responsabilità personale era molto più facile da affrontare dell'idea che Dio fosse irreale o avesse volta-
to la schiena. "Come saprai, il padre provinciale della Compagnia di Gesù per l'Illinois è Lee Kellog. Ma forse non sai che ha al suo servizio due psichiatri, gesuiti anche loro, che si occupano dei problemi mentali ed emotivi dei preti del nostro ordine. Potrei farti entrare in analisi con uno di questi psichiatri." "Davvero potrebbe?" Brendan si chinò in avanti. "Sì, in un secondo momento. Ma non subito. Se ti metti in analisi, il padre provinciale riporterà il tuo nome alla prefettura disciplinare, che comincerà a indagare sulle tue azioni dell'ultimo anno per vedere se hai violato qualcuno dei tuoi voti." "Ma io non..." "Lo so che tu non. Ma il lavoro del prefetto disciplinare consiste nell'essere sospettoso. La cosa peggiore è che, anche se la tua analisi portasse a una cura, il prefetto ti terrebbe d'occhio per anni, il che limiterebbe alquanto le tue possibilità. E sarebbe un peccato, padre Brendan, perché fino all'attuale congiuntura, ho sempre pensato a te come a un prete destinato ad arrivare lontano: monsignore, e forse più in alto ancora." "Oh, no. Certamente no. Non io," si schermì Brendan. "Sì, tu. E se superi questo problema, puoi ancora andare lontano. Ma una volta finito sul libro nero del prefetto, non saresti più ritenuto del tutto affidabile: nel migliore dei casi, arriveresti a diventare un semplice parroco, come me." Un sorriso guizzò agli angoli della bocca di Brendan. "Sarebbe un onore - e una vita ben spesa - se arrivassi a diventare come lei." "Ma tu puoi andare oltre ed essere di maggiore utilità alla chiesa. E sono convinto che ne avrai l'opportunità. Perciò voglio che tu mi dia tempo fino a Natale per aiutarti a trovare un modo per uscire da questo impiccio. Basta con i discorsi d'incoraggiamento. Basta con le discussioni sulla natura del bene e del male. Invece, metterò in pratica alcune delle mie teorie sui disturbi psicologici. Da me riceverai un trattamento dilettantistico, ma penso valga la pena di tentare. Solo fino a Natale. Poi, se il tuo malessere è ancora così grande, se non ci siamo avvicinati a una soluzione, ti metterò nelle mani di uno psichiatra gesuita. D'accordo?" "D'accordo," rispose Brendan. "Perfetto!" Padre Wycazik raddrizzò la schiena, fregandosi le mani come se si stesse accingendo a spaccare legna o a qualche altro vigoroso esercizio. "Abbiamo più di tre settimane a disposizione. Per la prima settimana, metterai da parte i tuoi abiti sacerdotali, vestirai in borghese e ti pre-
senterai al dottor James McMurtry, all'ospedale pediatrico St. Joseph. Lui provvederà a farti entrare nel personale dell'ospedale." "Come cappellano?" "Come inserviente: svuoterai padelle, cambierai i letti, tutto quel che ti viene richiesto. Solo il dottor McMurtry saprà che sei un prete." Brendan sbattè le palpebre. "Ma a che scopo?" "Lo capirai prima che la settimana sia finita," rispose allegramente Stefan. "E quando avrai capito perché ti ho mandato all'ospedale, avrai un'importante chiave per schiudere la tua psiche, una chiave che ti aprirà delle porte e ti permetterà di guardarti dentro; e forse allora vedrai la causa della perdita della tua fede e potrai combatterla." Brendan sembrò dubbioso. "Mi hai promesso tre settimane," gli ricordò padre Wycazik. "Sta bene." Brendan tastò inconsciamente il suo collare romano e sembrò turbato dal pensiero di toglierlo, il che era un buon segno. "Lascerai la casa parrocchiale fino a Natale. Ti darò del denaro per pagarti i pasti e una stanza d'albergo. Lavorerai e vivrai nel mondo reale, oltre il riparo della vita ecclesiastica. Ora, va' a cambiarti, prepara le valigie, poi torna da me. Io nel frattempo chiamerò il dottor McMurtry e prenderò gli accordi necessari." Con un sospiro, Brendan si alzò, andò alla porta. "C'è una cosa che forse avalla la teoria che il mio problema sia psicologico, e non intellettuale. Faccio degli strani sogni... anzi, sempre lo stesso sogno." v "Un sogno ricorrente. È molto freudiano." , "Da agosto in poi si è ripetuto molte volte al mese, ma questa settimana la frequenza è aumentata: tre volte negli ultimi quattro giorni. E un sogno breve che faccio più volte nella stessa notte. Breve, ma intenso. E brutto, anche. Vedo dei guanti neri." "Guanti neri?" Brendan fece una smorfia. "Mi trovo in uno strano posto. Non so dove. Sono disteso a letto, credo. Sembra che io sia... rinchiuso. Ho le braccia e le gambe immobilizzate. Vorrei muovermi, scappare da lì, ma non posso. La luce è fioca. Non vedo molto. Poi quelle mani..." "Mani coperte da guanti neri?" lo incalzò padre Wycazik. "Sì." Brendan rabbrividì. "Lucidi guanti neri. Di vinile o gomma. Aderenti e lucidi, non guanti normali." Lasciò andare la maniglia, fece due passi verso il centro della stanza e restò lì con le mani alzate davanti alla faccia, come se guardarle lo aiutasse a ricordare i particolari delle minac-
ciose mani nel sogno. "Non riesco a vedere a chi appartengono quelle mani. La mia vista ha qualcosa che non va. Posso vedere le mani... i guanti... ma solo fino ai polsi. Il resto è tutto sfocato." Dal modo casuale in cui aveva tirato in ballo il sogno, come fosse qualcosa di scarso rilievo, era chiaro che Brendan stava cercando di minimizzarne l'importanza. Tuttavia, la sua faccia era più pallida di prima, e c'era un vago ma inequivocabile fremito di paura nella sua voce. Una violenta raffica di vento fece tremare un vetro malfermo. "L'uomo con i guanti neri," indagò Stefan, "ti dice qualcosa?" "Non parla mai." Brendan rabbrividì di nuovo, abbassò le mani, le infilò in tasca. "Mi tocca. I guanti sono freddi, scivolosi." Sembrava che sentisse ancora quei guanti su di sé. Acutamente interessato, padre Wycazik si sporse in avanti sulla sedia. "E dove ti toccano, questi guanti?" Lo sguardo del giovane curato si fece vitreo. "Mi toccano... la faccia. La fronte. Le guance... il collo, il petto. Sono freddi. Mi toccano quasi dappertutto." "Non ti fanno male?" "No." "Ma tu hai paura di quei guanti, dell'uomo che li porta?" "Ne sono terrorizzato. Ma non so perché." "Indubbiamente un sogno freudiano." "Può darsi." "I sogni sono un modo in cui il subconscio invia messaggi alla sfera cosciente, e in questo caso è facile vedere significati simbolici in quei guanti neri. Le mani del diavolo che cercano di strapparti alla grazia divina. O le mani del tuo stesso dubbio. O potrebbero essere simboli di tentazioni, di peccati che ti lusingano." Brendan sembrò cupamente divertito da quelle ipotesi. "Specialmente peccati della carne, no? Dopo tutto, i guanti mi toccano." Tornò alla porta e mise la mano sulla maniglia, ma indugiò ancora. "Senta, le dirò una cosa strana. Questo sogno... sono abbastanza sicuro che non sia simbolico." Brendan lasciò scivolare lo sguardo da Stefan al logoro tappeto. "Penso che quelle mani guantate non rappresentino altro che mani guantate. Penso che... un tempo siano state reali." "Vuoi dire che una volta ti sei trovato in una situazione come quella del sogno?" "Non so," rispose Brendan, lo sguardo ancora fisso sul tappeto. "Forse
nella mia infanzia. Vede, questo potrebbe non avere niente a che fare con la mia crisi spirituale. Le due cose potrebbero essere - e probabilmente sono - irrelate." Stefan scosse la testa. " Due seri e insoliti disturbi che ti assillano contemporaneamente, e vorresti farmi credere che si tratta solo di una coincidenza? No, Brendan, dev'esserci una relazione. Ma dimmi, a quale punto della tua infanzia saresti stato minacciato da questa misteriosa figura con i guanti neri?" "Be', da bambino sono stato seriamente malato un paio di volte. Forse durante un attacco di febbre sono stato visitato da un dottore un po' rude, o che in qualche modo mi ha spaventato. E forse l'esperienza è stata così traumatica che l'ho rimossa, e adesso sta tornando a galla in questo sogno." "I dottori indossano guanti usa e getta di lattice bianco, non neri, di gomma o vinile." Il curato inspirò a fondo, sbuffò fuori l'aria. "Sì, ha ragione. Ma non riesco a togliermi la sensazione che il sogno non sia simbolico. È assurdo, suppongo, ma sono certo che quei guanti neri siano reali, reali come quella poltrona, come quei libri sullo scaffale." L'orologio sul camino battè le ore. Fuori, il sospiro del vento era diventato un ululato. "Inquietante." Stefan attraversò la stanza e battè una mano sulla spalla del curato. "Ma ti assicuro che ti sbagli. Il sogno è simbolico, ed è connesso alla tua perdita di fede. Le nere mani del dubbio. È il tuo subconscio che ti avverte di prepararti a una dura battaglia. Ma è una battaglia in cui non sei solo. Ci sono io al tuo fianco." "Grazie, padre." "E Dio. C'è anche lui con te." Padre Cronin annuì, ma non c'era convinzione sul suo volto o nell'atteggiamento abbattuto delle sue spalle. "Ora va' a fare le valigie," lo esortò padre Wycazik. "Non si troverà in difficoltà, senza di me?" "Ci saranno padre Gerrano e le sorelle della scuola ad aiutarmi. Su, vai." Quando Brendan fu uscito dallo studio, Stefan tornò alla scrivania. Guanti neri. Era solo un sogno, neppure troppo spaventoso nella sua essenza, eppure la voce di padre Cronin era stata così angosciata mentre ne parlava che aveva messo in ansia anche lui. Guanti neri. Dita insinuanti che uscivano dalla foschia, rivestite di lucida gomma nera.
Padre Wycazik aveva il presentimento che questa sarebbe stata una delle più difficili opere di salvataggio in cui si fosse mai imbarcato. Era giovedì, 5 dicembre. 3 Boston, Massachusetts Venerdì, quattro giorni dopo la catastrofica fuga seguita al trapianto d'aorta su Viola Fletcher, Ginger Weiss era ancora al Memorial Hospital in veste di paziente: George Hannaby, dopo averla portata via dal vicolo nevoso in cui aveva ripreso conoscenza, l'aveva fatta ricoverare per un'analisi approfondita. Per tre giorni era stata sottoposta a tutti gli esami del caso: elettroencefalogramma, raggi x del cranio, pneumoventricolografia, una puntura lombare, un angiogramma, e altro, ripetendo i vari test (ma fortunatamente non la puntura lombare) per maggiore sicurezza. Con le sofisticate apparecchiature e tecniche della moderna medicina, ricercarono nel suo tessuto cerebrale neoplasmi, masse cistiche, ascessi, grumi, aneurismi e formazioni benigne. Per un po' si concentrarono sulla possibilità di una patologia maligna dei nervi perineurali. Controllarono che non ci fosse una pressione intracraniale cronica. Analizzarono il fluido del prelievo spinale in cerca di proteine anormali, sangue cerebrale, una bassa percentuale di zucchero che indicasse un'infezione batterica, o segni di un'infezione micotica. Erano medici che si impegnavano a fondo per ogni paziente, ma dal momento che Ginger era una loro collega, i dottori furono diligenti, coscienziosi, scrupolosi e fermamente determinati a individuare la causa del suo problema. Alle due di venerdì pomeriggio, George Hannaby andò nella sua stanza con gli esiti dell'ultimo ciclo di esami e i referti dei medici consultati per la diagnosi finale. Il fatto che fosse venuto lui di persona, invece di lasciare che fossero l'oncologo o lo specialista di malattie cerebrali che si stavano occupando del caso a portarle le novità, molto probabilmente significava che queste erano cattive, e per una volta Ginger non fu affatto contenta di vederlo. Era seduta a letto, con indosso il pigiama azzurro che Rita, la moglie di George, era stata tanto gentile da andarle a prendere (insieme ad altre cose necessarie per il suo periodo di degenza) nell'appartamento di Beacon Hill. Stava leggendo un mystery in edizione economica, fingendosi sicura che le
sue crisi fossero causate da qualche malattia facilmente curabile, anche se in realtà era spaventatissima. Ma quel che George aveva da dirle le fece rapidamente perdere la sua compostezza: in un certo senso, era peggio di qualunque cosa alla quale si fosse preparata. Non avevano trovato niente. Nessuna malattia. Nessuna lesione. Nessun difetto congenito. Niente. Mentre George le annunciava solennemente il verdetto, chiarendole che le sue fughe non avevano una discernibile causa patologica, Ginger perse il controllo delle proprie emozioni per la prima volta da quando era scoppiata in lacrime nel vicolo. Pianse, non rumorosamente, non copiosamente, ma sommessamente e con enorme angoscia. Un disturbo fisico avrebbe potuto essere corretto. E una volta curato, non le avrebbe impedito di tornare alla sua carriera di chirurgo. Ma i risultati degli esami e le opinioni degli specialisti confluivano in un messaggio intollerabile: il problema era tutto nella sua mente, una malattia psicologica al di là della portata di interventi chirurgici o farmaci. Quando un paziente soffriva di fughe ripetute di cui non si riusciva a trovare alcuna causa fisiologica, la sola speranza di porre fine alla crisi era la psicoterapia, ma anche i migliori psichiatri non potevano assicurare la guarigione. Di fatto, una fuga era spesso un'indicazione di schizofrenia incipiente. Le probabilità di un eventuale ricovero erano paurosamente superiori a quelle di riuscire a condurre una esistenza normale. A un passo dal coronamento del suo sogno di sempre, la sua vita era andata in frantumi, come un bicchiere di cristallo colpito da un proiettile. Anche se la sua condizione non fosse stata così estrema, anche se la psicoterapia le avesse dato la possibilità di controllare i suoi strani attacchi, non avrebbe mai ottenuto la licenza di esercitare la professione medica. George prese dei kleenex dalla scatola sul comodino e glieli porse. Le offrì un bicchier d'acqua e, ignorando le sue proteste, le fece prendere un Valium. Tenendole la mano, le parlò a bassa voce, in tono rassicurante. Gradualmente, riuscì a calmarla. "Ma George," disse Ginger, quando riuscì a parlare, "io non sono cresciuta in un'atmosfera psicologicamente distruttiva. La nostra famiglia era felice, unita. E certamente ho avuto più della mia parte di amore e attenzioni. Non ho subito abusi fisici, mentali o emotivi." Con un gesto rabbioso, prese la scatola di kleenex dal comodino, ne strappò una manciata di fazzolettini. "Perché io? Come ho potuto io, col mio retroterra, sviluppare
una psicosi? Come? Con la mia madre fantastica, il mio meraviglioso papà, da dove è saltato fuori un disturbo mentale del genere? Non è giusto. Non è nemmeno credibile." Lui si sedette sul bordo del letto. "Per prima cosa, dottore, a detta degli specialisti c'è una scuola di pensiero secondo la quale molte malattie mentali sono il risultato di sottili cambiamenti chimici nel corpo, nel tessuto cerebrale, cambiamenti che non siamo ancora abbastanza in grado di individuare o capire. Quindi, non è affatto detto che tu sia stata rovinata dalla tua infanzia, e non è il caso che tu metta in discussione la tua intera vita per colpa di questo problema. Secondo, non sono per niente convinto che il tuo disturbo sia della gravita di una psicosi debilitante." "Oh, George, non minimizzare, ti prego." "Minimizzare con un paziente? Io?" ribattè George, come se non avesse mai sentito niente di più ridicolo. "Non sto semplicemente cercando di sollevarti il morale. Se lo dico, è perché lo penso. Certo, non abbiamo trovato una causa fisica, ma questo non significa che non esista. Potresti avere qualcosa in una fase non sufficientemente avanzata per essere individuabile. Tra un paio di settimane, o un mese, o appena dovesse esserci un peggioramento, svolgeremo altre indagini, e sono pronto a scommettere tutto quello che ho che alla fine riusciremo a centrare il problema." Ginger si concesse un po' di speranza. "Pensi davvero che potrebbe essere così? Un tumore o un ascesso così piccolo che ancora non si vede?" "Certo. Trovo che sia molto più verosimile dell'idea che tu sia psicologicamente disturbata. Figuriamoci. Tu sei una delle persone più equilibrate che io conosca. E non posso accettare che tu sia psicotica o anche psiconevrotica, se non dai alcun segno di comportamento anomalo tra una fuga e l'altra. Voglio dire, una seria malattia mentale non si esterna in piccoli episodi circoscritti: investe l'intera vita del paziente." Questo Ginger non lo aveva considerato. Mentre rifletteva sulle parole di George, si sentì un po' meglio, anche se non esageratamente ottimista e di sicuro non felice. Certo, sembrava assurdo sperare di avere un tumore al cervello; ma un tumore poteva essere asportato, forse senza danneggiare troppo i tessuti cerebrali. La pazzia, invece, non rispondeva ad alcun bisturi. "Il prossimo periodo sarà probabilmente il più difficile della tua vita," la avvertì George. "L'attesa." "Suppongo che sarò sospesa dal lavoro." "Sì. Ma se stai abbastanza bene, non vedo perché non potresti darmi una
mano nel lavoro in studio." "E se mi prendesse uno di quegli attacchi?" "Ci sarei io con te, a impedirti di farti male finché è passato." "Ma cosa penserebbero i tuoi pazienti? Per te non sarebbe esattamente una buona pubblicità avere un'assistente che a un tratto si trasforma in una meshuggene e si mette a correre urlando per l'ufficio." Lui sorrise. "Lascia che sia io a preoccuparmi di quel che pensano i miei pazienti. A ogni modo, non è una cosa di subito. Adesso, almeno per una settimana o due, devi prendertela con calma. Niente lavoro. Relax. Riposo. Questi ultimi giorni per te sono stati estenuanti, fisicamente ed emotivamente." "Estenuanti? Ma se non ho fatto che starmene a letto." "Sarai anche stata a letto tutta la settimana, ma questo non toglie che sia stata un'esperienza debilitante. Hai bisogno di riprenderti. Voglio che tu venga a stare da me per le prossime settimane." "Cosa? Non posso dare un simile disturbo a te e a Rita." "Ma quale disturbo. Abbiamo una cameriera fissa, così non dovrai neanche rifarti il letto al mattino. Dalla finestra della camera degli ospiti avrai una bella vista sulla baia. Vivere vicino all'acqua esercita un effetto calmante. Mi sembra l'ideale per te in questo momento." "No. Davvero. Ti ringrazio, ma non posso accettare." George si accigliò. "Tu non capisci. Io non sono solo il tuo capo, ma anche il tuo medico, e ti sto dicendo cosa devi fare." "Ma io starò benissimo nel mio appartamento." "No," replicò lui con fermezza. "Pensaci un momento. Supponi che ti prenda una crisi mentre stai facendo da mangiare. Potresti rovesciare una pentola sui fornelli e causare una fuga di gas, o un incendio; non te ne accorgeresti nemmeno, finché la crisi è passata, e allora potrebbe essere troppo tardi. E questo è solo uno dei tanti incidenti che potrebbero verificarsi. Quindi, insisto che tu non viva da sola, almeno per un po'. Se non vuoi stare con me e Rita, hai dei parenti da cui andare?" "Non a Boston. Ci sarebbero i miei zii di New York..." Ma Ginger non poteva andare dai suoi parenti. Naturalmente, sarebbero stati felici di averla con loro, specialmente zia Francine e zia Rachel. Però non voleva che la vedessero nelle sue attuali condizioni, e il pensiero di essere colta da una crisi davanti a loro era intollerabile. Poteva quasi vedere Francine e Rachel, sedute al tavolo di cucina, parlare a bassa voce e scrollare la testa: "Dove hanno sbagliato Jacob e Anna? Che abbiano preteso
troppo da lei? Anna l'ha sempre spronata troppo. E quando Anna è morta, Jacob ha fatto troppo assegnamento sulla ragazza. Aveva appena dodici anni e si è trovata sulle spalle un carico di responsabilità più grande di lei." Ginger avrebbe ricevuto tanta compassione, comprensione e amore da loro, ma col rischio di infangare la memoria dei suoi genitori, una memoria che lei era ben decisa a onorare, sempre. Guardò George, che era ancora seduto sul bordo del letto, in attesa della sua risposta, e la sua palese preoccupazione per lei la toccò profondamente. "Prenderò la stanza degli ospiti con vista sulla baia." "Splendido!" "Aspetta a dirlo. Approfitterò sfacciatamente della vostra ospitalità, e ti avverto: se mi piace davvero, potresti non riuscire più a liberarti di me. Ti accorgerai di esserti inguaiato se un giorno torni a casa e scopri che ho chiamato gli operai a ridipingere le pareti." "Al primo accenno a pittori o affini ti butteremo fuori a pedate." George la baciò lievemente sulla guancia, si alzò e andò alla porta. "Telefono subito a Rita per farti venire a prendere. Sono sicuro che ne uscirai, ma devi mantenere un atteggiamento mentale positivo." Appena lui ebbe lasciato la stanza e i suoi passi si furono persi lungo il corridoio, Ginger smise di sforzarsi di sorridere e, lasciandosi ricadere contro i cuscini, rimase a fissare il soffitto, imbronciata. Dopo un po' si alzò e andò nell'adiacente stanza da bagno. Si avvicinò al lavandino con trepidazione, esitò un istante, poi aprì l'acqua e la guardò scendere a mulinello nello scarico. Lunedì, dopo aver eseguito con successo il trapianto d'aorta su Viola Fletcher, era stata presa dal panico alla vista di un gorgo d'acqua in uno scarico, ma non riusciva a immaginare perché. Dannazione, perché? Voleva capirlo, disperatamente. Si sentiva un'invalida. Si sentiva persa. Era venerdì, 6 dicembre. 4 Laguna Beach, California Quando Dom andò dal suo medico, la mattina di lunedì 2 dicembre, accompagnato da Parker Faine, il dottor Cobletz non prescrisse esami immediati, perché solo di recente aveva visitato accuratamente Dom senza riscontrare alcun segno di disturbi fisici. Aveva assicurato che c'erano altre
cure da tentare, prima di saltare alla conclusione che la causa delle imprese notturne dello scrittore fosse un disturbo cerebrale. Dopo la precedente visita a Dom, il 23 novembre, era stato incuriosito dal fenomeno del sonnambulismo e aveva fatto qualche lettura sull'argomento. Generalmente, negli adulti il disturbo era di breve durata; tuttavia, in alcuni casi, c'era il rischio che diventasse abituale, e nelle sue forme più serie aveva molto in comune con gli inflessibili, ossessivi schemi di comportamento dei peggiori nevrotici. Una volta divenuto abituale, il sonnambulismo era molto più difficile da curare, e poteva trasformarsi nel fattore dominante della vita del paziente, generando paura del sonno e della notte, provocando un profondo senso di impotenza culminante in più seri disturbi emotivi. Dom si sentiva già in quella zona pericolosa. Bastava pensare alla barricata che aveva innalzato davanti alla porta della sua stanza, all'arsenale sul suo letto. Il dottor Cobletz, interessato ma non allarmato, aveva rassicurato Dom e Parker che, nella maggioranza dei casi di persistente sonnambulismo, la catena poteva essere spezzata con la somministrazione di un sedativo prima di dormire. Una volta trascorsa qualche notte tranquilla, il paziente di solito era guarito. In casi cronici, il sedativo serale si poteva aggiungere a un farmaco a base di diazepam durante il giorno, quando il paziente era afflitto dall'ansia. Poiché le imprese che Dominick intraprendeva nel sonno erano singolarmente impegnative per un sonnambulo, il dottor Cobletz gli prescrisse sia del Valium durante il giorno, sia una compressa da quindici milligrammi di Dalmane ogni sera appena prima di andare a letto. Durante il viaggio di ritorno da Newport, dove il dottor Cobletz aveva il suo studio, col mare sulla destra e le colline sulla sinistra, Parker osservò che, fino a quando il sonnambulismo non fosse cessato, non era saggio che Dom continuasse a vivere da solo. Chino sul volante della sua Volvo, il barbuto artista guidava veloce, aggressivamente ma non spericolatamente. Di rado distoglieva lo sguardo dalla Pacific Coast Highway, eppure dava l'impressione, con la mera forza della sua personalità, che i suoi occhi e la sua attenzione fossero costantemente puntati su Dom. "Da me c'è un sacco di posto. Potrei tenerti d'occhio. Bada, non intendo assillarti. Non ti farò da balia. Ma almeno ci sarò. E avremo tutto il tempo di parlare di questa storia a quattrocchi, sviscerarla e cercare di capire in che modo il tuo sonnambulismo è collegato alla tua trasformazione di due estati fa. Io sono indiscutibilmente il tipo giusto per aiutarti. Se non fossi
diventato un dannato pittore, sarei diventato un dannato psichiatra, puoi scommetterci. So convincere la gente a parlare di sé. Allora, ci stai a venire da me per un po' e a lasciarmi giocare all'analista?" Dom rifiutò. Voleva stare a casa sua, da solo, perché gli sembrava che fare diversamente avrebbe significato ritirarsi nella stessa tana di coniglio in cui si era nascosto dalla vita per così tanti anni. Il mutamento che era avvenuto in lui durante il suo viaggio a Mountainview, Utah, due estati prima, era stato clamoroso, inesplicabile, ma positivo. A trentatré anni, aveva finalmente preso in mano le redini della sua vita, avventurandosi in un nuovo territorio. Gli piaceva l'uomo che era diventato, e non c'era niente che temesse di più che scivolare di nuovo nella grigia esistenza di prima. Forse il suo sonnambulismo aveva a che fare con quel cambiamento, come sosteneva Parker, ma Dom aveva i suoi dubbi che il legame fosse misterioso o complesso. Con ogni probabilità, il nesso tra le due crisi di personalità era semplice: il sonnambulismo era una scusa per ritirarsi dalle sfide, le emozioni e lo stress della sua nuova vita, e questo era inammissibile. Dom doveva vincere questa cosa da solo: avrebbe preso il Valium e il Dalmane, come aveva prescritto il dottor Cobletz, ma sarebbe rimasto a casa sua. Questo era quanto aveva deciso lunedì mattina, sulla Volvo, e sabato, il 7 dicembre, sembrava che avesse fatto la scelta giusta. Certi giorni aveva bisogno di un Valium, certi giorni no. Ogni sera prendeva una compressa di Dalmane con latte o cioccolata calda. Il sonnambulismo cominciò a disturbare le sue notti con minore frequenza. Prima di iniziare la terapia, aveva crisi tutte le notti, ma nelle ultime cinque notti gli era capitato appena due volte, mercoledì e venerdì, quando aveva lasciato il letto soltanto verso l'alba. Inoltre, le sue attività nel sonno erano molto meno bizzarre e inquietanti di prima. Non raccoglieva più armi, né erigeva barricate o tentava di inchiodare le finestre. In entrambe le occasioni, si limitò a disertare il suo comodo materasso per trasferirsi in fondo all'armadio, svegliandosi indolenzito e impaurito da qualche ignota minaccia. Grazie a Dio, sembrava che il peggio fosse passato. Giovedì era tornato a lavorare al nuovo romanzo, riprendendolo da dove lo aveva lasciato settimane prima. Poi, sabato, ci fu un nuovo sviluppo, qualcosa che avrebbe potuto essere considerato sia in positivo sia in negativo. Tutte le volte che aveva avuto una crisi di sonnambulismo, Dom era stato incapace di ricordare anche il
più piccolo dettaglio degli incubi che lo spingevano ad alzarsi dal letto. Sabato fece un sogno terrificante, incredibilmente vivido, che lo spinse a fuggire per casa in preda al panico; ma questa volta al risveglio ne ricordò una parte, non molto, ma almeno la fine. Nell'ultimo paio di minuti del sogno, si trovava in una stanza da bagno. Era tutto sfocato. Un uomo che non vedeva lo spingeva contro un lavandino, costringendolo a piegarsi fino ad arrivare con la faccia nel bacino di porcellana. Qualcuno lo cingeva con un braccio per sorreggerlo, perché era troppo debole per stare in piedi da solo. Si sentiva uno straccio, gli tremavano le ginocchia, lo stomaco gli si torceva. Un'altra persona gli teneva giù la testa con entrambe le mani. Non poteva parlare. Non poteva tirare il fiato. Sapeva che stava morendo. Doveva andarsene da quella gente, da quella stanza, ma non aveva le risorse fisiche per fuggire. Nonostante la vista offuscata, poteva vedere in ogni dettaglio la levigata porcellana e il bordo cromato dello scarico, perché la sua faccia era vicinissima al fondo del lavandino. Era uno scarico antiquato, senza un meccanismo di otturazione. Il tappo di gomma era stato tolto, e l'acqua correva, mulinando sul fondo del lavandino, intorno, intorno e giù nello scarico, intorno e giù. Le due persone che lo tenevano stavano gridando, ma lui non riusciva a capirle. Intorno e giù... intorno... Fissando come ipnotizzato il gorgo in miniatura, cominciò a sentirsi terrorizzato dallo scarico che si apriva davanti ai suoi occhi e che sembrava volerlo risucchiare. Improvvisamente ebbe la certezza che i due sconosciuti volevano sbarazzarsi di lui ficcandolo nello scarico. Doveva esserci un congegno per l'eliminazione dei rifiuti là dentro, qualcosa che lo avrebbe fatto a pezzi e trascinato via... Si svegliò gridando. Era nella sua stanza da bagno. Aveva avuto un altro attacco. Era chinato sul lavandino, e stava urlando nello scarico. Fece un balzo indietro, vacillò, quasi cadde nella vasca, ma riuscì ad aggrapparsi a un portasciugamani. Affannato, tremante, finalmente riuscì a trovare il coraggio di tornare al lavandino e guardarvi dentro. Lucida porcellana bianca. Uno scarico col bordo di ottone e un otturatore a cupola, anch'esso di ottone. Nient'altro, niente di peggio. La stanza del suo incubo non era questa. Dominick si lavò la faccia e tornò in camera da letto. La sveglia sul comodino faceva le due e venticinque. Benché non sembrasse avere senso, né un nesso simbolico o reale con la
sua vita, l'incubo lo aveva profondamente turbato. Comunque, non aveva inchiodato finestre o raccolto armi; era stata solo una ricaduta di scarsa gravita. Anzi, poteva anche essere un segno di miglioramento. Se fosse riuscito a ricordare i suoi sogni, non solo brandelli, ma dall'inizio alla fine, avrebbe potuto scoprire la fonte dell'ansia che aveva fatto di lui un sonnambulo. Conoscendo la causa del problema, gli sarebbe stato più facile affrontarlo. A ogni modo, non se la sentiva di tornare a letto e rischiare di trovarsi di nuovo nello strano posto che aveva sognato. La boccetta di Dalmane era nel primo cassetto del comodino. Non avrebbe dovuto prenderne più di una compressa per sera, ma certamente un occasionale strappo alla regola non poteva nuocere. Andò al mobile bar del salotto e si versò del Chivas Regal. Con mano tremante, si mise la pillola in bocca, la mandò giù col Chivas e tornò a letto. Stava migliorando. Presto il sonnambulismo sarebbe cessato. Nel giro di una settimana, tutto sarebbe tornato alla normalità. Di lì a un mese tutto questo gli sarebbe sembrato una curiosa aberrazione e si sarebbe domandato come avesse potuto lasciarsi condizionare da una cosa simile. Precariamente in bilico sul malfermo filo di coscienza sospeso sull'abisso del sonno, cominciò a perdere l'equilibrio. Era una sensazione piacevole, un dolce scivolar via. Ma mentre sprofondava nel sonno, sentì la propria voce mormorare qualcosa nell'oscurità della stanza, e quel che disse era così strano da farlo trasalire e suscitare il suo interesse nonostante il Dalmane e il whisky continuassero inesorabilmente a fare effetto. "La luna," sussurrò con voce impastata. "La luna, la luna." Si domandò cosa mai questo potesse voler dire, e cercò di respingere il sonno almeno abbastanza a lungo per riflettere sulle sue parole. La luna? "La luna," bisbigliò ancora, poi precipitò nell'incoscienza. Erano le tre e undici di domenica, 8 dicembre. 5 New York, New York All'una di domenica pomeriggio, in un rispettabile quartiere dell'East Side, Jack Twist parcheggiò la sua Camaro nel garage sotto la clinica privata e prese l'ascensore per salire in portineria. Al bancone, firmò e rice-
vette un lasciapassare per andare a far visita a una donna morta che ancora respirava. Il posto non si sarebbe detto un ospedale. La zona pubblica era arredata con gusto in stile art déco, in tema con l'epoca dell'edificio. C'erano due piccoli Erté originali, divani, una poltrona, tavolini su cui erano ordinatamente disposte varie riviste, e tutto il mobilio era anni venti. Era troppo lussuoso. Gli Erté non erano necessari. Era evidente che poi risparmiavano da altre parti. Ma la direzione riteneva che l'immagine fosse importante per continuare ad attrarre clientela d'alto bordo e mantenere il profitto annuale intorno al cento per cento. I pazienti erano di tutti i tipi schizofrenici catatonici di mezza età, bambini autistici, comatosi a lungo termine, giovani e vecchi - ma tutti avevano due cose in comune: le loro condizioni erano croniche piuttosto che acute, e provenivano da famiglie benestanti che potevano permettersi di pagare le migliori cure. Quando ci pensava, Jack finiva inevitabilmente per infuriarsi all'idea che in tutta la città non esistesse una struttura che prendesse in custodia cerebrolesi gravi o malati mentali a un prezzo ragionevole. Nonostante tutto il denaro che entrava con le tasse, le istituzioni di New York, come le pubbliche istituzioni di qualunque altro posto, erano uno scherzo macabro che i cittadini erano costretti ad accettare per mancanza di alternative. Se non fosse stato un ladro abile e ingegnoso, Jack non avrebbe mai potuto pagare l'esorbitante quota mensile richiesta dalla clinica. Fortunatamente, lui aveva un vero talento per il furto. Col suo lasciapassare, prese un altro ascensore e salì al quarto dei sei piani. I corridoi dei piani superiori davano più l'idea dell'ospedale che non l'ingresso. Luci fluorescenti. Pareti bianche. L'odore fresco e deciso del disinfettante. In fondo al corridoio del quarto piano, nell'ultima camera sulla destra, viveva la donna morta che ancora respirava. Jack esitò con la mano sulla piastra della pesante porta a vento, deglutì, fece un profondo respiro, e finalmente entrò. La stanza non era sontuosa come la portineria, né in stile art déco, ma molto carina. Sembrava una camera di medio costo al Plaza: soffitto alto e modanatura bianca; un camino con la cappa bianca; un folto tappeto verde muschio; tende verde chiaro; un divano e una coppia di poltroncine foderati da una stoffa a motivi di foglie. La teoria era che un paziente sarebbe stato più felice in una camera così che non in una stanza d'ospedale. Veramente, molti dei pazienti erano del tutto inconsapevoli di quel che avevano
intorno, ma almeno l'atmosfera accogliente faceva sentire un po' meno tristi i parenti e gli amici in visita. Il letto da ospedale era la sola concessione alla praticità, in stridente contrasto col resto. Ma anche quello era abbellito da lenzuola a motiyi verdi firmate. Solo la paziente guastava la piacevolezza della camera. Jack abbassò la sponda di sicurezza del letto e si chinò a baciare la guancia di sua moglie. Lei non si mosse. Le prese una mano e la tenne tra le sue. La mano di lei non strinse la sua in risposta, rimase molle, inerte, insensibile; ma almeno era calda. "Jenny? Sono io, Jenny. Come ti senti oggi? Hmmmm? Hai un bell'aspetto. Sei deliziosa, come sempre." In effetti, per qualcuno che aveva passato otto anni in coma, che per tutto quel tempo non aveva mosso un passo, né sentito il sole o l'aria fresca sulla faccia, aveva davvero un aspetto piuttosto buono. Forse solo Jack avrebbe potuto definirla deliziosa, e in tutta sincerità. Non era la bellezza che era stata un tempo, ma certamente non si sarebbe detto che da quasi un decennio flirtava con la morte. I suoi capelli non erano più lucidi, ma ancora folti, e della stessa intensa sfumatura di castano di quando l'aveva vista la prima volta al suo posto di lavoro, da Bloomingdale's, quattordici anni prima, dietro il bancone della colonia per uomo. Le infermiere glieli lavavano due volte la settimana, e li spazzolavano ogni giorno. Jack avrebbe potuto passarle una mano sotto i capelli, lungo il lato sinistro del cranio, fino all'innaturale depressione, l'orribile concavità. Avrebbe potuto toccarla senza disturbare Jenny, perché niente la disturbava più, ma non lo fece. Perché toccarla avrebbe disturbato lui. La fronte della donna era liscia, la faccia senza rughe, neanche agli angoli degli occhi, che erano chiusi. Era magra, ma non in modo impressionante. Immobile sulle lenzuola verdi, appariva senza età, come fosse una principessa vittima di un incantesimo, in attesa del bacio che l'avrebbe risvegliata da cento anni di sonno. I soli segni di vita erano il lieve, ritmico alzarsi e abbassarsi del seno mentre respirava, e il vago movimento della sua gola quando occasionalmente inghiottiva saliva. La deglutizione era un atto automatico, involontario, non un segno di coscienza, a qualsiasi livello. Il danno al cervello era esteso e irreparabile. Quei movimenti erano i soli che avrebbe fatto finché, in ultimo, si sarebbe irrigidita nella morte. Non
c'era speranza: lui lo sapeva, e accettava la permanenza della condizione di sua moglie. Jenny avrebbe avuto un aspetto molto peggiore se non avesse ricevuto cure così coscienziose. Ogni giorno, un'equipe di fisioterapisti andava da lei e la sottoponeva a esercizi di ginnastica passiva. Il suo tono muscolare non era dei migliori, ma almeno aveva un tono muscolare. Jack le tenne la mano e la guardò a lungo. Per sette anni, era andato a trovarla due sere la settimana e per cinque o sei ore ogni domenica pomeriggio, a volte anche in altri pomeriggi. Ma nonostante la frequenza delle sue visite e a dispetto delle immutate condizioni della moglie, non si era mai stancato di guardarla. Tirò una sedia vicino al letto e, continuando a tenerle la mano, guardandola in faccia, le parlò per più di un'ora. Le disse di un film che aveva visto dopo la sua precedente visita, di due libri che aveva letto. Parlò del tempo, descrisse il vento invernale, forte e pungente. Dipinse con parole colorite immagini delle più belle vetrine natalizie che aveva visto. Lei non lo ricompensò nemmeno con un sospiro o un fremito. Rimase immobile e impassibile, come sempre. Ma lui continuava ugualmente a parlarle, perché sperava che un frammento di coscienza potesse sopravvivere in lei, un barlume di comprensione in fondo al nero baratro del coma. Forse poteva sentire e comprendere, nel qual caso la cosa peggiore per lei era essere intrappolata in un corpo inerte, disperatamente bisognosa di comunicazione, anche a senso unico, ma senza riceverne alcuna perché gli altri pensavano che non potesse sentire. I dottori gli avevano assicurato che le sue preoccupazioni erano infondate: lei non sentiva niente; non vedeva niente, non si accorgeva di niente, dicevano, fatta eccezione per quelle immagini e fantasie che potevano balenare attraverso sinapsi in corto circuito nel suo cervello devastato. Ma se si sbagliavano - se c'era una sola probabilità su un milione che si sbagliassero - lui non poteva lasciarla in quel perfetto e terribile isolamento. Così le parlava, mentre la giornata invernale oltre la finestra cambiava da una sfumatura di grigio a un'altra. Alle cinque e un quarto andò nella stanza da bagno adiacente e si lavò la faccia. Asciugandosi, vide il proprio riflesso nello specchio e sbattè le palpebre. Come in innumerevoli altre occasioni, si domandò cosa Jenny avesse mai visto in lui. Il suo volto non aveva un solo aspetto o una caratteristica che si potesse dire attraente. Aveva la fronte troppo ampia, le orecchie troppo grandi. Benché avesse una vista assolutamente perfetta, il suo occhio sinistro aveva un marcato strabismo divergente, e molti non riusciva-
no a parlare con lui senza spostare nervosamente l'attenzione da un occhio all'altro, domandandosi quale dei due li stesse guardando. Quando sorrideva aveva un aspetto grottesco, e quando si accigliava appariva sufficientemente minaccioso da far correre a nascondersi Jack lo Squartatore. Ma Jenny aveva visto qualcosa in lui. Lo aveva voluto e amato. Nonostante la propria bellezza, non le interessava l'apparenza. Questa era una delle ragioni per cui lui l'aveva amata tanto. Una delle ragioni per cui gli mancava tanto. Una delle mille ragioni. Distolse gli occhi dallo specchio. Se ci si poteva sentire più soli di lui in quel momento, pregava Dio di non arrivarci mai. Tornò nell'altra stanza, salutò con un bacio la moglie, respirò ancora una volta il profumo dei suoi capelli e lasciò la clinica alle cinque e mezzo. In strada, al volante della sua Camaro, Jack guardò i passanti e gli altri automobilisti con disprezzo. I suoi simili. La brava, gentile, onesta gente del mondo di fuori sarebbe stata sdegnata, forse anche disgustata se avesse saputo che era un ladro professionista, ma era stato quello che loro avevano fatto a lui e a Jenny che lo aveva portato al crimine. Jack sapeva che la rabbia e l'amarezza non risolvevano niente, e non nuocevano che a lui stesso. L'amarezza era corrosiva. Non voleva essere triste, ma c'erano momenti in cui non poteva farne a meno. Più tardi, dopo aver cenato da solo in un ristorante cinese, tornò al suo appartamento. Aveva uno spazioso bilocale in un elegante condominio sulla Quinta Strada, sopra Central Park. Ufficialmente, era di proprietà di una società con sede in Liechtenstein, che lo aveva acquistato con un assegno intestato a un conto in una banca svizzera, e ogni mese la Banca d'America pagava le spese condominiali prelevando l'ammontare da un deposito fiduciario. Jack Twist lo abitava col nome di Philippe Delon. Ai portinai e ai pochi vicini con cui parlava era noto come il rampollo eccentrico e vagamente disdicevole di una ricca famiglia francese, che lo aveva spedito in America con la scusa di cercare investimenti, ma in realtà al solo scopo di levarselo dai piedi. Jack parlava fluentemente il francese, e poteva parlare inglese con un convincente accento francese per ore, senza tradirsi. Naturalmente, non esisteva alcuna famiglia francese, e sia la società in Liechtenstein, sia il conto nella banca svizzera erano suoi, e i soli capitali che avesse da investire erano quelli che rubava agli altri. Non era un ladro qualsiasi, lui. Nel suo appartamento, andò direttamente al guardaroba e rimosse il falso
pannello sul fondo. Tirò fuori due borse dal vano segreto, le portò in salotto, senza preoccuparsi di accendere la luce, e le posò accanto alla sua poltrona preferita, vicino a una grande finestra. Prese una bottiglia di Beck's dal frigorifero, la aprì e ritornò in salotto. Rimase seduto al buio per un po', guardando il parco dalla finestra. Le luci si riflettevano sulla neve e formavano strane ombre tra i rami spogli degli alberi. Stava tergiversando, e lo sapeva. Finalmente accese la lampada accanto alla poltrona, tirò la più piccola delle due borse davanti a sé, la aprì e cominciò a svuotarla. Gioielli. Orecchini di diamanti, collane di diamanti, scintillanti spille di diamanti. Un bracciale di diamanti e smeraldi. Un bracciale di diamanti e zaffiri. Anelli, spille da cravatta, gemelli, spilloni da cappello. Erano il ricavato di un colpo che aveva messo a segno sei settimane prima. Sarebbe stato un lavoro per due uomini, ma con una accurata e fantasiosa pianificazione aveva trovato il modo di arrangiarsi da solo, e tutto era andato liscio. Il solo problema era che non aveva tratto alcun piacere da quell'impresa. Quando un lavoro era stato concluso con successo, di solito si sentiva su di giri per giorni. Dal suo punto di vista, quelli non erano semplicemente reati, ma una rivalsa sul mondo perbene, un risarcimento per quello che questo mondo aveva fatto a lui e a Jenny. Fino a ventinove anni, Jack aveva dato molto alla società, alla sua terra, ma per tutta ricompensa era finito in un posto d'inferno in America Centrale, nella prigione di un dittatore, dove era stato lasciato a marcire. E Jenny... Gli era insopportabile pensare in che condizioni l'aveva trovata quando, alla fine, era riuscito a fuggire e tornare a casa. Ora, non dava più alla società, ma prendeva da essa, e con intenso piacere. La sua più grande soddisfazione era infrangere le regole, prendere quel che voleva e farla franca, fino al colpo di sei settimane prima alla gioielleria. Alla fine di quell'operazione, non aveva provato alcun senso di trionfo o rivalsa. Quella mancanza di eccitazione lo spaventava. Dopo tutto, era per quello che viveva. Seduto in poltrona, si ammucchiò in grembo i gioielli, osservò alla luce alcuni pezzi scelti e cercò ancora una volta di ottenere una sensazione di appagamento. Avrebbe dovuto liberarsi dei gioielli nei giorni immediatamente successivi al furto, ma era riluttante a separarsene prima di averne tratto almeno un po' di soddisfazione.
Contrariato dalla persistente assenza di emozioni, ripose i gioielli nella sacca da cui li aveva presi. L'altra borsa conteneva la sua parte dei proventi del furto che aveva compiuto cinque giorni prima, insieme a due compiici, in un magazzino della mafia. Erano riusciti ad aprire solo una delle due casseforti, ma in quella avevano trovato più di tre milioni di dollari: oltre un milione a testa, in biglietti non rintracciabili da venti, cinquanta e cento. Avrebbe già dovuto cominciare a convertire i contanti in titoli, ma, come con i gioielli, esitava, perché il possesso del denaro non gli aveva ancora dato alcuna sensazione di vittoria. Prese dalla borsa grossi fasci di banconote e se li rigirò tra le mani. Se li portò al volto e li annusò. Il singolare odore del denaro di solito era di per sé esaltante, ma non questa volta. Non si sentiva trionfante, in gamba, al disopra della legge, o in qualunque modo migliore degli obbedienti topolini che sgambettavano freneticamente nel labirinto della società, esattamente come era stato loro insegnato. Si sentiva soltanto vuoto. Poteva darsi che il consueto brivido lo eludesse perché il denaro non era più importante per lui. Ne aveva messo da parte abbastanza per mantenersi agiatamente per il resto dei suoi giorni e occuparsi di Jenny anche se il suo coma si fosse protratto quanto una vita normale, il che era improbabile. Forse, per tutto quel tempo, la cosa più importante nel suo lavoro non era stata la ribellione o la sfida, come aveva sempre pensato; forse, invece, aveva fatto tutto questo solo per denaro, e il resto non era stato che razionalizzazione di bassa lega e autoillusione. Ma lui non poteva credere che fosse così. Ricordava quel che aveva provato, e sapeva quanto gli mancassero ora quelle sensazioni. Qualcosa stava succedendo dentro di lui. Si sentiva svuotato, alla deriva, senza uno scopo, Non poteva permettersi di perdere la sua passione per il furto. Era la sola ragione che avesse per vivere. Rimise il denaro nella borsa, spense la luce e rimase seduto al buio, sorseggiando la Beck's e guardando dalla finestra Central Park. In aggiunta alla recente incapacità di trarre piacere dal suo lavoro, ultimamente era afflitto da un incubo, più intenso di qualunque sogno avesse mai fatto. Era cominciato sei settimane prima del lavoro alla gioielleria, e da allora si era ripetuto una decina di volte. Nel sogno, fuggiva da un uomo con un casco da motociclista col visore scuro. Almeno, lui pensava fosse un casco da motociclista, ma non riusciva a vederlo nei dettagli, né vedeva altro dell'uomo. Lo sconosciuto senza volto lo inseguiva a piedi attraverso stanze ignote, lungo corridoi amorfi e, più vividamente, lungo u-
n'autostrada deserta che tagliava un brullo paesaggio rischiarato dalla luna. Ogni volta, il panico di Jack montava come vapore in una pentola a pressione, finché esplodeva, svegliandolo di soprassalto. L'ovvia interpretazione era che fosse un sogno premonitore, che l'uomo col casco fosse un poliziotto, che Jack sarebbe stato preso. Ma lui non credeva che il senso dell'incubo fosse questo. Nel sogno, non aveva mai avuto l'impressione che l'uomo col casco fosse un poliziotto. Sperava solo di non rifare il sogno quella notte. La giornata era stata già abbastanza brutta, anche senza quel terrore notturno. Andò a prendersi un'altra birra, tornò alla poltrona vicino alla finestra e si rimise a sedere al buio. Era l'8 dicembre, e Jack Twist, ex ufficiale di un reparto specializzato di truppe d'assalto dell'esercito degli Stati Uniti, ex prigioniero di guerra in una guerra non dichiarata, un uomo che aveva aiutato a salvare la vita di oltre un migliaio di indiani dell'America Centrale, un uomo che funzionava sotto un carico di dolore che avrebbe potuto spezzare altri, un audace ladro le cui riserve di coraggio erano sempre state senza fondo, si domandò se non avesse esaurito il semplice coraggio di vivere. Se il furto non riusciva più a essere una valida motivazione per lui, aveva bisogno di trovare un nuovo scopo. Disperatamente. 6 Elko County, Nevada Tornando da Elko al Tranquility Motel, Ernie Block infranse tutti i limiti di velocità. L'ultima volta che aveva guidato così veloce e spericolatamente era stato un cupo lunedì mattina, durante il suo servizio nei marines in Vietnam. Stava passando attraverso quello che avrebbe dovuto essere territorio amico al volante di una jeep, quando si era inaspettatamente trovato sotto il fuoco nemico. Le granate avevano sollevato geyser di terra e blocchi di macadam a pochi passi dai paraurti. Nel tempo in cui era riuscito a uscire dalla zona del fuoco, aveva rischiato almeno venti volte di saltare per aria, era stato colpito da tre piccole schegge di pietra, era stato temporaneamente assordato dai boati delle esplosioni, e si era trovato a dover lottare per mantenere il controllo di una jeep che correva sui cerehioni, con tutte e quattro le gomme a terra. Essendo sopravvissuto, immaginava di aver co-
nosciuto la paura nella sua forma più acuta. Ma ora, tornando da Elko, con la sua paura stava stabilendo un nuovo primato. La notte si avvicinava. Era andato a Elko col suo furgone Dodge a ritirare del materiale di illuminazione per il motel. Era partito poco dopo mezzogiorno, prendendosi tutto il tempo per fare il viaggio di andata e ritorno prima del tramonto. Ma aveva bucato una gomma e perso tempo a cambiarla; poi, una volta a Elko, aveva fatto riparare il pneumatico, perché non voleva tornare indietro senza la ruota di scorta, e quasi un'ora se n'era andata. Tra una cosa e l'altra, aveva lasciato Elko circa due ore più tardi del previsto, e il sole stava già cominciando a tramontare. Per quasi tutto il tempo tenne l'acceleratore a tavoletta, saettando in mezzo al traffico dell'autostrada. Non pensava che sarebbe riuscito a rientrare a casa, se avesse dovuto farlo nella totale oscurità. Il mattino dopo lo avrebbero trovato vaneggiante al posto di guida del furgone parcheggiato lungo la strada, impazzito a causa delle lunghe ore trascorse in inorridita contemplazione del perfetto buio del paesaggio. Nelle due settimane successive al Giorno del Ringraziamento, aveva continuato a nascondere a Faye la sua irrazionale paura del buio. Da quando lei era tornata dal Wisconsin aveva rinunciato a tenere una lampadina accesa durante la notte, ma gli era costato parecchio. Faceva fatica a dormire, e ogni mattina doveva sciacquarsi gli occhi iniettati di sangue con acqua borica. Fortunatamente, lei non aveva proposto di andare a Elko di sera per vedere un film, così Ernie non era stato costretto a inventarsi scuse. Qualche volta, dopo il tramonto, gli era capitato di dover andare alla tavola calda accanto al motel, e anche se il percorso era breve e ben illuminato dalle luci e dalle insegne esterne, era stato quasi sopraffatto da un senso di fragilità, di vulnerabilità. Ma aveva mantenuto il suo segreto. Per tutta la vita, nel corpo dei marines e fuori, Ernie Block aveva fatto quello che gli veniva richiesto al massimo delle sue capacità. E adesso, per Dio, non avrebbe deluso Faye. Al volante del furgone, correndo verso ovest diretto al Tranquility Motel sotto un cielo chiazzato di arancio e porpora, Ernie si domandò se il suo problema non fosse senilità precoce, il morbo di Alzheimer. Anche se aveva solo cinquantadue anni, doveva essere qualcosa del genere. Per quanto lo spaventasse, almeno poteva capirlo. Capirlo, sì, ma non accettarlo. Faye contava su di lui. Non poteva diventare un invalido mentale, un peso per lei. Gli uomini della famiglia Block non venivano mai meno al compito di provvedere alle loro donne. Mai.
Impensabile. L'autostrada svoltava intorno a un piccolo poggio, e un paio di chilometri più avanti, a nord dell'interstatale, c'era il motel, la sola costruzione in quel vasto paesaggio. La sua insegna al neon verde e blu era già accesa, in risalto contro il cielo crepuscolare. Mancavano ancora una decina di minuti alla completa oscurità, ed Ernie, decise che era stupido rischiare di farsi fermare dalla stradale, quando era così vicino alla salvezza. Diminuì la pressione sull'acceleratore e l'ago del tachimetro scese rapidamente: novanta... ottantacinque... settantacinque... sessanta... Era quasi a casa, quando successe qualcosa di strano. Distolse gli occhi dalla strada, guardando verso sud, e il respiro gli si fermò in gola. Non sapeva cosa lo avesse fatto trasalire. Qualcosa nel paesaggio. Qualcosa nel gioco di luci e ombre attraverso quei prati digradanti. Improvvisamente fu preso dalla strana sensazione che un particolare pezzo di terreno, cinquecento metri più avanti, dalla parte opposta dell'autostrada, fosse di suprema importanza per la comprensione dei bizzarri cambiamenti che erano avvenuti in lui durante gli ultimi mesi. Cinquanta... quarantacinque... quaranta... Non riusciva a vedere niente che rendesse quel pezzo di terra particolarmente interessante. Del resto, lo aveva visto innumerevoli volte prima, senza esserne in alcun modo colpito. Nonostante questo, nella pendenza del terreno, nei suoi contorni, nelle sue fenditure, nella configurazione dei cespugli di salvia e dell'erba, e negli sparsi, irregolari rilievi rocciosi, qualcosa sembrava chiamarlo. Era come se la terra stessa gli dicesse: "Qui, qui c'è in parte la risposta al tuo problema, parte della spiegazione alla tua paura del buio. Qui. Qui..." Ma questo era ridicolo. Con sua sorpresa, Ernie si ritrovò ad accostare lungo la strada, fermandosi ad appena un centinaio di metri da casa, non lontano dalla rampa di uscita che immetteva sulla strada della contea. Aguzzando gli occhi, guardò a sud, dall'altra parte dell'autostrada, verso il punto che aveva misteriosamente catturato la sua attenzione, e si sentì pervadere dall'elettrizzante sensazione di essere in prossimità di un qualche portento. Scese dal furgone e, in uno stato di trepidante aspettativa che non riusciva a capire, attraversò la strada, scese nell'ampio fossato che divideva l'interstatale e risalì dall'altra parte. Lasciò passare due giganteschi camion, poi attraversò nella loro scia le due corsie che andavano verso est. Un'inesplicabile eccitazione gli faceva battere forte il cuore, e per il momento a-
veva dimenticato il sopraggiungere della notte. Si fermò sull'argine rialzato dell'autostrada, guardando a sud e leggermente a ovest. Il pesante giubbotto di montone lo difendeva dal freddo, ma i suoi grigi capelli a spazzola fornivano una ben scarsa protezione contro il vento gelido che gli staffilava il cranio. La sensazione che stesse per accadere qualcosa di immensa importanza cominciò a svanire, sostituita da un'ancora più inquietante certezza che qualcosa gli era già accaduto in quel pezzo di terra coperto di neve, laggiù, qualcosa che aveva a che fare con la sua recente paura del buio. Qualcosa che aveva accuratamente bandito dalla sua memoria. Ma questo non aveva senso. Se in quel posto si fossero verificati fatti importanti, non gli sarebbero certo sfuggiti di mente. Non era uno smemorato. E non era neanche il tipo che rimuove i ricordi sgradevoli. Eppure, gli si era accapponata la pelle dietro la nuca. Non lontano da lì, nelle impervie pianure del Nevada, gli era successo qualcosa che aveva dimenticato, ma che ora lo ossessionava. Con le gambe divaricate e i piedi saldamente piantati a terra, la testa massiccia incassata nelle spalle, Ernie sembrava sfidare il paesaggio a parlargli più chiaramente. Si sforzò di resuscitare il ricordo sepolto in quel posto, ammesso che davvero esistesse, ma più cercava di afferrare quella rivelazione, più rapidamente essa gli sfuggiva, finché se ne andò del tutto. Il déjà vu svanì completamente, come il senso di trepidante attesa che lo aveva preceduto. La nuca smise di formicolargli. Il cuore cessò di battere freneticamente, tornando a un ritmo più normale. Sconcertato e un po' stordito, osservò lo scenario davanti a sé: la pendenza, le sporgenze di roccia, i cespugli e l'erba, le convessità e concavità del terreno plasmato dal tempo. Ora non riusciva a immaginare cosa avesse potuto trovarvi di speciale. Non era che una zona degli altipiani praticamente indistinguibile da un migliaio di altri punti, da Elko a Battle Mountain. Disorientato dalla repentinità con cui aveva perso quella consapevolezza trascendente, si girò a guardare verso il furgone, fermo sul lato a nord dell'interstatale, e si sentì imbarazzato al pensiero di come si fosse precipitato lì in preda a una strana eccitazione. Sperava solo che Faye non lo avesse visto. Se per caso stava guardando da una finestra in quella direzione, non poteva essersi persa la scena, perché il motel era molto vicino e le luci lampeggianti del furgone erano indubbiamente la cosa che più attirava l'attenzione nell'oscurità che stava rapidamente scendendo.
Oscurità. Improvvisamente, la vicinanza della notte colpì Ernie con violenza. Per un po', il misterioso magnetismo che lo aveva attirato in quel posto era stato più forte della sua paura del buio, ma la situazione si capovolse in un istante, quando realizzò che la metà orientale del cielo era di un nero violaceo, e a ovest rimanevano solo pochi minuti di vago chiarore. Con un soffocato grido di panico, si lanciò attraverso le corsie diretto a est, rischiando senza nemmeno accorgersene di farsi investire da un caravan. Non badò al suono iroso del clacson, non si fermò; pensava solo a correre, perché sentiva l'oscurità incalzare. Raggiunse il basso, largo fossato che divideva i nastri d'asfalto, cadde mentre vi scendeva dentro, si rialzò, terrorizzato dalle ombre nere che uscivano da ogni depressione del terreno e da sotto ogni pietra. Risalì in fretta e furia dall'altra parte dello spartitraffico, si precipitò attraverso le corsie dirette a ovest, senza guardare se la via era libera. Una volta raggiunto il furgone, armeggiò freneticamente con la maniglia della portiera, dolorosamente consapevole della perfetta oscurità che c'era sotto il veicolo. Gli stava abbrancando i piedi. Voleva trascinarlo sotto il Dodge e divorarlo. Aprì lo sportello con uno strattone. Si divincolò dalle mani del buio aggrappate alle sue caviglie. Si arrampicò nell'abitacolo, sbattè la portiera, mise la sicura. Ora si sentiva meglio, ma non certo in salvo, e se non fosse stato così vicino a casa non si sarebbe mosso di lì. Ma gli mancavano ancora solo poche centinaia di metri, e quando accese i fanali il buio indietreggiò e riprese un po' di coraggio. Tremava così violentemente che non si fidava a immettersi nel traffico, così guidò sulla corsia d'emergenza fino al raccordo di uscita. La rampa era illuminata ai lati e alla base da lampioni a vapore di sodio, e fu tentato di fermarsi lì nel bagliore giallo, ma strinse i denti e imboccò la buia strada della contea. Finalmente raggiunse il Tranquility Motel. Entrò nel piazzale di sosta, posteggiò in uno spazio davanti all'ufficio, spense i fari e il motore. Attraverso le grandi vetrate dell'ufficio poteva vedere Faye al bancone. Si affrettò a entrare, chiudendosi la porta alle spalle con troppa forza. Faye alzò gli occhi, e lui le rivolse un sorriso che sperava fosse più convincente di quanto sembrava a lui. "Stavo cominciando a preoccuparmi, caro," disse lei, ricambiando il sorriso. "Ho bucato," spiegò Ernie, slacciandosi il giubbotto. Si sentiva un po' sollevato. La notte era più facile da sopportare quando non era solo; Faye
gli dava forza, ma lui si sentiva ancora a disagio. "Mi sei mancato." "Sono stato via solo qualche ora." "A me è sembrata una vita. Si vede che sono assuefatta. Devo avere la mia dose di Ernie ogni due ore, o entro in crisi d'astinenza." Lui si sporse attraverso il bancone, lei si sporse dalla sua parte, e si baciarono. Non era solo una formalità. Lei gli mise una mano sulla spalla per tenerlo vicino. Spesso le coppie sposate da così tanto tempo erano tiepide, distratte nelle loro manifestazioni d'affetto, ma questo non era certo il caso di Ernie e Faye Block. Dopo trentun anni di matrimonio, lei riusciva ancora a farlo sentire giovane. "Dove sono le luci nuove?" chiese Faye. "Sono arrivate, vero?" La domanda gli restituì bruscamente un'acuta consapevolezza della notte che regnava fuori. Lanciò un'occhiata alle finestre, poi distolse rapidamente lo sguardo. "Uh, no. Sono stanco. Non mi va proprio di scaricarle adesso." "Solo quattro casse..." "Davvero, preferirei farlo domani," replicò, facendo uno sforzo per impedire alla propria voce di tremare. "La roba starà benissimo nel furgone. Non la toccherà nessuno. Ehi, hai messo su gli addobbi!" "Intendi dire che te ne sei accorto solo adesso?" Un'enorme ghirlanda di pigne e noci era appesa alla parete sopra il divano. Nell'angolo accanto all'espositore delle cartoline c'era un Babbo Natale di cartone a grandezza naturale, e a un'estremità del lungo bancone una slitta con renne in ceramica. Palline rosse e dorate pendevano dal soffitto. "Hai dovuto salire su una scala per montarle," osservò Ernie. "Solo quella pieghevole." "Ma se fossi caduta? Avresti dovuto aspettarmi e lasciarlo fare a me." Faye scrollò la testa. "Tesoro, ti assicuro che non sono fatta di vetro. Ora, piantala di fare storie. Voi ex marines a volte vi calate un po' troppo nella parte del macho." "Davvero?" In quel momento si aprì la porta e un camionista entrò nell'ufficio, chiedendo una stanza. Ernie trattenne il fiato finché la porta si richiuse. Il camionista era un uomo allampanato con un cappello da cow-boy, giubbotto e pantaloni di jeans, camicia a scacchi. Faye gli fece i complimenti per il cappello, che aveva una fascia di cuoio elaboratamente opera-
to, decorata con turchesi. Con quel suo spigliato modo di fare, mise a suo agio lo straniero come fosse un vecchio amico, mentre sbrigava le necessarie formalità. Ernie la lasciò fare, cercando di dimenticare la sua curiosa esperienza sull'interstatale e di non fissarsi sulla notte che ormai era calata. Passò dietro il bancone, appese il suo giubbotto all'appendiabiti di ottone nell'angolo accanto allo schedario, e andò allo scrittoio di quercia, dove era posata la posta. Fatture da pagare, naturalmente. Pubblicità. Un invito a devolvere denaro in beneficenza. I primi biglietti di auguri natalizi dell'anno. L'assegno della sua pensione militare. Infine, c'era una busta bianca senza l'indirizzo del mittente, che conteneva solo una polaroid a colori scattata di fronte al motel, accanto alla porta della numero 9. Era di tre persone: un uomo, una donna e una bambina. L'uomo era sotto i trent'anni, molto abbronzato e attraente. La donna era più giovane di un paio d'anni, una graziosa brunetta. La bambina doveva avere cinque o sei anni, ed era molto carina. Tutti e tre sorridevano all'obiettivo. A giudicare dal loro abbigliamento - calzoncini e maglietta - e dalla qualità della luce nella fotografia, Ernie dedusse che era stata fatta in piena estate. Perplesso, girò la foto per vedere se ci fosse scritto qualcosa. Niente. Controllò di nuovo la busta, ma era vuota: nessuna lettera, nessun cartoncino, nemmeno un biglietto da visita. Il timbro postale diceva Elko, 7 dicembre: il sabato prima. Guardò di nuovo i tre della fotografia, e benché non si ricordasse di loro, avvertì un formicolio alla nuca, come quando era stato attirato verso quel posto lungo l'autostrada, e il suo battito cardiaco accelerò. Si affrettò a mettere da parte la polaroid e distolse lo sguardo. Faye, continuando a chiacchierare, prese la chiave di una stanza e la passò attraverso il bancone al camionista-cow-boy. Ernie tenne gli occhi fissi su di lei. Aveva un effetto calmante. Era stata una graziosa ragazza di campagna quando l'aveva conosciuta, e con gli anni era diventata una donna ancora più attraente. Forse i suoi capelli biondi stavano cominciando a imbiancare, ma era difficile da dire. I suoi occhi azzurri erano limpidi e vivaci. La sua era un'aperta, amichevole faccia dello Iowa, un po' impertinente ma sempre sana, sempre felice. Quando il camionista-cow-boy se ne andò, Ernie aveva smesso di tremare. Prese la polaroid e la mostrò a Faye. "Ti dice qualcosa questa?" "È la nostra stanza numero 9. Devono essere stati da noi." Faye corrugò
la fronte osservando la giovane coppia con la bambina. "Ma sinceramente non me ne ricordo. Mi sono del tutto estranei." "E allora perché ci hanno mandato una fotografia senza neanche una parola?" "Be', evidentemente pensavano che ci saremmo ricordati di loro." "Avrebbero ragione a pensarlo se fossero rimasti qui a lungo e avessimo avuto modo di conoscerei. E io non li conosco affatto. Credo che mi ricorderei della piccola," commentò Ernie. Gli piacevano i bambini, e di solito loro ricambiavano la sua simpatia. "È abbastanza carina per andare in televisione." "Io credo piuttosto che ti ricorderesti la madre. E veramente bella." "Il timbro è di Elko," le fece notare Ernie. "Chi verrebbe mai a stare qui, se abita a Elko?" "Forse non vivono a Elko. Magari sono stati qui l'estate scorsa e intendevano mandarci una foto, ma sai come vanno queste cose... Poi forse sono stati di recente da queste parti e hanno pensato di fare un salto qui e lasciarcela, ma non avevano abbastanza tempo, così ce l'hanno spedita da Elko." "Senza una riga." "È strano," concordò Faye. Ernie riprese la fotografia. "Inoltre, questa è una polaroid, a sviluppo istantaneo. Se volevano regalarcela, perché non ce l'hanno lasciata subito?" La porta si aprì, e un tipo baffuto con i capelli ricci entrò nell'ufficio, rabbrividendo per il freddo. "Avete stanze libere?" domandò. Mentre Faye si occupava del nuovo cliente, Ernie riportò la polaroid allo scrittoio di quercia. Intendeva raccogliere la posta e andare di sopra, ma invece rimase lì a studiare le facce delle persone nella foto. Era martedì sera, 10 dicembre. 7 Chicago, Illinois Quando Brendan Cronin si presentò al lavoro all'ospedale pediatrico St. Joseph, solo il dottor McMurtry sapeva che in realtà era un prete. Padre Wycazik aveva ottenuto dal medico una garanzia di segretezza, oltre alla solenne assicurazione che a Brendan sarebbe stato assegnato molto lavoro, e molto lavoro sgradevole, quanto a qualsiasi altro inserviente. Così, du-
rante il suo primo giorno di servizio, vuotò padelle, cambiò lenzuola bagnate di urina, assistette un terapista che sottoponeva pazienti immobilizzati a esercizi di ginnastica passiva, imboccò un bambino di otto anni parzialmente paralizzato, spinse sedie a rotelle, incoraggiò pazienti abbattuti, pulì il vomito di due giovani malati di cancro, provocato dalla chemioterapia. Nessuno gli usava particolari riguardi, e nessuno lo chiamava "padre". Infermiere, dottori, inservienti e pazienti lo chiamavano semplicemente Brendan, e lui si sentiva a disagio, come un impostore. Il primo giorno, sopraffatto dalla pietà e dal dolore per i bambini del St. Joseph, si chiuse due volte in bagno a piangere. Le gambe deformi e le giunture dilatate dei giovani pazienti storpiati dall'artrite reumatoide erano una visione terribile, intollerabile. Le membra deteriorate delle vittime della distrofia muscolare, le ferite purulente degli ustionati, i corpi pesti di quelli che avevano subito maltrattamenti da parte dei genitori. Brendan pianse per tutti loro. Non poteva immaginare perché padre Wycazik pensasse che quell'esperienza lo avrebbe aiutato a ritrovare la fede. Semmai, la visione di tanti bambini sofferenti rafforzava ulteriormente il suo dubbio. Se il Dio caritatevole del cattolicesimo esisteva davvero, se c'era un Cristo, come poteva perméttere che degli innocenti patissero tali atrocità? Naturalmente, Brendan conosceva tutte le convenzionali tesi teologiche su questo punto. La razza umana si era tirata addosso il male, in ogni sua forma, per scelta, allontanandosi dalla grazia di Dio, diceva la chiesa. Ma gli argomenti teologici gli parvero inadeguati quando si trovò faccia a faccia con quelle giovani vittime del fato. Il secondo giorno, il personale lo chiamava ancora Brendan, ma i bambini avevano cominciato a chiamarlo Ciccio, un nomignolo da tanto tempo in disuso, che aveva divulgato raccontando loro una buffa storiella. I piccoli degenti stavano bene con lui, e quasi sempre, con le sue storie, barzellette, filastrocche e scioglilingua, riusciva a strappare loro una risata o quanto meno un sorriso. Quel giorno, andò in bagno a piangere una sola volta. Il terzo giorno, era diventato Ciccio anche per il personale. Se aveva un'altra vocazione oltre al sacerdozio, l'aveva scoperta al St. Joseph. In aggiunta alle sue normali incombenze di inserviente, intratteneva i bambini con scenette comiche, scherzava con loro, li distraeva. Ovunque andasse, era accolto da voci infantili che chiamavano "Ciccio!", e questa era per lui una ricompensa migliore del denaro. E non pianse finché non fu
rientrato nella stanza d'albergo che aveva preso per la durata della singolare terapia di padre Wycazik. Mercoledì, il settimo giorno, capì finalmente perché padre Wycazik lo aveva mandato al St. Joseph. La comprensione giunse mentre stava spazzolando i capelli di una bambina di dieci anni, menomata da una rara malattia delle ossa. Si chiamava Emmeline, ed era giustamente orgogliosa dei suoi capelli. Erano corvini, folti e lucenti, e il loro sano splendore sembrava una reazione, quasi una sfida, alla malattia che aveva rovinato il suo corpo. Le piaceva darsi cento colpi di spazzola ogni giorno, ma spesso le sue nocche e le giunture dei polsi erano così infiammate che non riusciva a tenerla in mano. Mercoledì pomeriggio, Brendan la mise su una sedia a rotelle e la portò in sala raggi, dove dovevano controllare gli effetti di un nuovo farmaco sul suo midollo osseo, e quando la riportò nella sua stanza, un'ora più tardi, le spazzolò lui i capelli. Mentre Brendan passava le morbide setole attraverso le seriche ciocche, Emmeline, seduta sulla sedia a rotelle rivolta verso la finestra, si incantò a guardare il paesaggio oltre il vetro. Con una mano nodosa che sarebbe stata più adatta a un'ottantenne, indicò il tetto di un'altra ala dell'ospedale, più bassa delle altre. "Guarda quella chiazza di neve, Ciccio." Il calore che saliva dall'interno dell'edificio aveva fatto scivolare la neve lungo le falde del tetto a punta, eccetto una grande chiazza che risaliva contro le scure lastre di ardesia. "Sembra una nave," disse Emmy. "Una bella nave antica con tre vele bianche su un mare color ardesia." Brendan guardò, e non vide altro che una chiazza di neve. Ma Emmy continuò a descrivere l'immaginario veliero, e la quarta volta che alzò gli occhi riuscì a vederlo anche lui. Per Brendan, i lunghi ghiaccioli che pendevano davanti alla finestra di Emmy erano sbarre trasparenti di una prigione dalla quale la bambina forse non sarebbe mai stata rilasciata, ma per lei le luccicanti stalattiti erano meravigliose decorazioni che, disse, la facevano entrare nello spirito natalizio. "Dio ama tanto l'inverno quanto la primavera," disse Emmy. "Il dono delle stagioni è uno dei suoi modi per non farci venire a noia il mondo. Ce l'ha detto suor Katherine, e io credo che sia vero. Quando il sole batte dritto su quei ghiaccioli, riflettono arcobaleni sopra il mio letto. Il ghiaccio e la neve sono come gioielli e manti di ermellino con cui Dio veste il mondo in inverno per lasciarci a bocca aperta. È per questo che non fa mai due
fiocchi di neve uguali: è un modo per ricordarci che il mondo che ha creato per noi è meraviglioso." Proprio in quel momento, soffici fiocchi di neve presero a scendere volteggiando dal grigio cielo di dicembre, quasi avessero atteso la battuta d'entrata. A dispetto delle sue mani deformate e delle sue gambe inutilizzabili, a dispetto di tutto il dolore che aveva sopportato, Emmy credeva nella bontà di Dio, nella perfezione del mondo che aveva creato. Quasi tutti i bambini del St. Joseph avevano in comune una grande fede. Erano convinti che un buon padre li guardasse dal regno dei cieli, e questo dava loro coraggio. Nella sua mente, Brendan poteva sentire padre Wycazik: "Se questi innocenti possono soffrire così tanto senza perdere la fede, quale misera scusa puoi avanzare tu, Brendan? Forse, nella loro innocenza e ingenuità, sanno qualcosa che tu hai dimenticato inseguendo la tua sofisticata istruzione a Roma. Forse avresti qualcosa da imparare da loro, non lo credi anche tu?" Ma la lezione non era abbastanza efficace per ristabilire la sua fede. Brendan continuava a essere profondamente toccato, non dalla possibilità che davvero esistesse un buon padre compassionevole, ma dallo stupefacente coraggio dei bambini di fronte a simili avversità. Diede cento colpi di spazzola ai capelli di Emmy, poi altri dieci, cosa di cui lei fu molto compiaciuta. Infine la sollevò dalla sedia a rotelle e la rimise a letto. Mentre tirava le coltri sulle sue gambe patetiche, sentì un impeto di quella stessa rabbia che lo aveva preso durante la messa a St. Bernadette due domeniche prima, e se avesse avuto un calice a portata di mano non avrebbe esitato a scagliarlo un'altra volta contro il muro. Emmy sussultò, e Brendan ebbe la spiacevole sensazione che avesse letto i pensieri blasfemi nella sua mente. Ma lei disse: "Oh, Ciccio, ti sei fatto male?" Lui battè le palpebre. "Io?" "Le tue mani. Ti sei scottato?" Senza capire di cosa stesse parlando, Brendan abbassò gli occhi a guardarsi il dorso delle mani, le girò, e fu sorpreso di vedere al centro di ogni palmo un rosso anello di carne infiammata e tumefatta. Ciascun anello aveva il diametro di due pollici e contorni nettamente definiti. La striscia circolare di tessuto irritato che formava l'anello era larga non più di mezzo pollice, e descriveva un cerchio perfetto; la pelle intorno e dentro il cerchio
appariva normale. Sembrava quasi che gli anelli fossero disegnati sulla sua pelle, ma quando ne toccò uno con un polpastrello ne sentì il rilievo. "È strano," disse. Il dottor Stan Heeton era il medico di turno al pronto soccorso del St. Joseph. "Fanno male?" domandò, osservando con interesse gli strani anelli sulle mani di Brendan. "No. Per niente." "Danno prurito? Senso di bruciore?" "No." "Formicolio? Neanche? Li hai avuti altre volte?" "Mai." "Soffri di qualche allergia, che tu sappia? No? Hmmmm. A prima vista, sembrerebbero leggere bruciature, ma se ti fossi appoggiato contro qualcosa di abbastanza caldo da lasciare questi segni te ne ricorderesti di sicuro. Quindi, questo lo possiamo escludere. E neppure è possibile che tu sia entrato in contatto con qualche acido. Hai portato una bambina in radiologia, dicevi?" "Sì, ma non sono rimasto lì mentre le facevano i raggi." "In effetti non sembra una scottatura da radiazioni. Forse dermatomicosi, un'infezione da fungo, ma i sintomi non sono sufficientemente indicativi. Dovrebbero esserci desquamazione e prurito. E l'anello è troppo preciso." "In sostanza?" Heeton esitò. "Non credo sia niente di serio. L'ipotesi più verosimile è che si tratti di un'eruzione causata da un'allergia imprecisata. Se il problema persiste, dovrai sottoporti al test per individuare l'allergene." Il dottore lasciò andare le mani di Brendan e cominciò a compilare una ricetta. Perplesso, Brendan restò a fissarsi le mani ancora per un momento, poi se le intrecciò in grembo. "Comincerei col trattamento più semplice, una lozione al cortisone," disse Heeton, finendo di scrivere. "Se l'eruzione non scompare in un paio di giorni, torna da me." Brendan prese la ricetta. " Non c'è il rischio che io possa trasmettere un'infezione ai bambini, o qualcosa del genere?" "Oh, no. Se ce ne fosse anche una minima possibilità, te lo avrei detto," lo rassicurò Heeton. "Ora, lasciami dare ancora un'occhiata." Brendan gli mostrò il palmo delle mani. "Che diamine..." esclamò il dottor Heeton, sorpreso.
Gli anelli erano scomparsi. Quella notte, nella sua stanza all'Holiday Inn, Brendan rifece l'incubo ormai familiare di cui aveva parlato con padre Wycazik. Aveva disturbato il suo sonno già due volte nell'ultima settimana. Era sdraiato in uno strano posto, con le braccia e le gambe immobilizzate da cinghie o manette. Dalla foschia uscivano due mani infilate in lucidi guanti neri e si protendevano verso di lui. Si svegliò in un groviglio di lenzuola sudate, si mise a sedere, appoggiato contro la testata del letto, e lasciò che il sogno sfumasse mentre il sudore gli si asciugava sulla fronte. Al buio, si portò le mani al volto, e a un tratto si irrigidì. Accese la luce. Gli anelli rossi erano riapparsi. Poi, sotto i suoi occhi, svanirono di nuovo. Era giovedì, 12 dicembre. 8 Laguna Beach, California Giovedì mattina Dom Corvaisis si svegliò nel suo letto, esattamente nella stessa posizione in cui si era addormentato la sera prima. Pensava di aver dormito tranquillamente tutta la notte, ma quando andò nel suo studio e accese il word processor per mettersi al lavoro trovò la dimostrazione che le cose non erano andate così. Come già gli era successo, evidentemente era andato alla macchina nel sonno e aveva ripetutamente battuto due parole. In precedenza, aveva scritto "Ho paura", ma questa volta le parole erano diverse: La luna. La luna. La luna. La luna La luna. La luna. La luna. La luna. C'erano centinaia di ripetizioni di queste sei lettere. Immediatamente ricordò di essersi udito mormorare le stesse parole in uno stato di sopito disorientamento, mentre si stava addormentando, la domenica prima. Dominick fissò a lungo lo schermo, raggelato, ma non riusciva a immaginare quale speciale significato la luna potesse avere per lui, se lo aveva. La terapia col Valium e il Dalmane stava dando buoni risultati. Fino a ora, non c'erano stati nuovi episodi di sonnambulismo o strani sogni dal-
l'ultimo fine settimana, quando si era svegliato curvo sul lavandino. Aveva visto ancora il dottor Cobletz, e il medico era stato contento del suo rapido miglioramento. "Continua pure la terapia," gli aveva detto Cobletz, "ma ricordati di non prendere il Valium più di una volta al giorno, o al massimo due." "Non lo faccio mai," gli aveva assicurato Dom, mentendo. "E un solo Dalmane per sera. Non voglio che tu diventi un farmacodipendente. Sono sicuro che per la fine dell'anno sarai a posto." Anche Dom ne era certo, ed era per questo che non voleva preoccupare il dottore confessando che c'erano giorni in cui riusciva a farcela solo con l'aiuto del Valium e notti in cui prendeva due o anche tre compresse di Dalmane, buttandone giù alcune con birra o whisky. Entro un paio di settimane avrebbe potuto fare a meno di entrambi, senza paura di tornare al punto di prima. La cura, grazie a Dio, stava funzionando. Fino a ora. La luna. Frustrato e indispettito, cancellò le parole dal dischetto, un centinaio di righe, quattro ripetizioni ciascuna. Fissò a lungo lo schermo, sempre più nervoso. Infine prese un Valium. Quel mattino Dom non lavorò, e alle undici e mezzo lui e Parker Faine andarono a prendere Denny Ulmes e Nyugen Kao Tran, i due ragazzi assegnati loro dai Big Brothers of America. Avevano programmato un pigro pomeriggio in spiaggia, cena all'Hamburger Hamlet e un film, e Dom aveva atteso con impazienza l'uscita. Aveva aderito al programma dei Big Brothers anni prima, quando era ancora a Portland. Era stato il suo unico impegno sociale, l'unica cosa che fosse riuscita a tirarlo fuori dalla sua tana di coniglio. Aveva passato la propria infanzia sballottato da una parte all'altra, solitario e sempre più introverso. Un giorno, quando finalmente si fosse sposato, contava di adottare dei bambini. Nel frattempo, quando passava del tempo con quei ragazzi, non solo aiutava loro, ma confortava il bambino solo che era dentro di lui. Nyugen Kao Tran si faceva chiamare Duke, a imitazione di John Wayne, l'attore dei suoi film preferiti. Duke aveva tredici anni, ed era il figlio più giovane di una famiglia di boat people fuggita dagli orrori del "tempo di pace" in Vietnam. Era intelligente, vivace, e tanto agile quanto mingherlino. Suo padre, dopo essere sopravvissuto a una guerra brutale, un campo
di concentramento e due settimane in mare aperto a bordo di una barchetta, era rimasto ucciso tre anni prima nel corso di una rapina a un emporio aperto tutta la notte, dove faceva il cassiere come secondo lavoro. Denny Ulmes, il "fratellino" di Parker, aveva dodici anni, e suo padre era morto di cancro. Era più riservato di Duke, ma i due andavano perfettamente d'accordo, così Dom e Parker combinavano frequentemente le loro uscite. Parker era diventato un Big Brother per insistenza di Dom, e con stizzosa riluttanza. "Io? Io? Io non ho la stoffa del padre, né del surrogato di padre," aveva dichiarato. "Non fa per me. Bevo troppo, vado troppo a donne. Sai che esempio edificante sarei per un ragazzino. Sono un procrastinatore, un sognatore, un egocentrico maniacale. E mi piace essere così! Cosa avrei da offrire a un ragazzo? Non mi piacciono nemmeno i cani. Ai ragazzi piacciono i cani, e io li detesto, quei sacchi di pulci. Io, un Big Brother? Amico, tu devi avere qualche rotella fuori posto." Ma giovedì pomeriggio, sulla spiaggia, quando l'acqua si dimostrò troppo fredda per poter fare il bagno, Parker organizzò una partita di pallavolo, corse sul bagnasciuga, e impegnò Dom e i ragazzi in un complicato gioco di sua invenzione con due frisbee, un pallone da spiaggia e una lattina vuota. Sotto la sua direzione, costruirono anche un castello di sabbia, con tanto di drago minaccioso. Più tardi, durante la cena all'Hamburger Hamlet, mentre Duke e Denny erano in bagno, Parker disse: "Dom, mio buon amico, questa cosa dei Big Brothers è stata senz'altro una delle migliori idee che io abbia mai avuto." "Che tu abbia mai avuto?" replicò Dominick, scuotendo la testa. "Ma se ho dovuto tirartici dentro per i capelli." "Sciocchezze. Io ci ho sempre saputo fare con i ragazzi. Ogni artista è un po' bambino nel cuore. Dobbiamo restare giovani per creare. Io trovo che i ragazzi mi stimolino, mi tengano la mente fresca." "Tra un po' mi dirai che hai deciso di prendere un cane." Parker rise. Finì la sua birra, si chinò in avanti. "Tutto OK, Dom? Oggi, a momenti, sembravi... distratto, via con la testa." "Ho un po' di pensieri," rispose Dominick. "Ma sto bene. Il sonnambulismo mi sta lasciando abbastanza in pace. E anche i sogni. Cobletz sa cosa sta facendo." "Il nuovo libro procede bene? Non raccontarmi balle." "Sì, va avanti bene," mentì Dom. "A volte hai quell'espressione assente... sembri fatto." Parker lo guardò
attentamente. "Ti stai attenendo al dosaggio prescritto, vero?" La perspicacia del pittore sconcertò Dom. "Naturale che mi attengo al dosaggio prescritto. Dovrei essere un idiota per ingoiare Valium come fossero caramelle." Parker lo fissò duramente, ma decise di non insistere. Il film era buono, ma durante i primi trenta minuti Dom diventò nervoso senza ragione. Quando sentì che il nervosismo stava minacciando di culminare in una crisi d'ansia, andò ai servizi. Si era portato un altro Valium, nell'eventualità di un'emergenza del genere. La cosa importante era che ce la stava facendo. Andava già molto meglio. Il sonnambulismo non aveva più potere su di lui. Veramente. Il forte odore di pino del disinfettante non riusciva a coprire del tutto l'acre puzzo degli orinatoi. Dom sentì una leggera nausea. Mandò giù il Valium senz'acqua. Quella notte, nonostante le pillole, fece di nuovo il sogno, e ne ricordò qualcosa di più che la parte in cui gli spingevano la testa nel lavandino. Era in un letto in una stanza sconosciuta, dove l'aria sembrava satura di un'oleosa foschia color zafferano. O forse la nebbia ambrata era solo nei suoi occhi, perché non riusciva a vedere niente con chiarezza. C'erano almeno due persone presenti, ma le loro forme, come quelle dei mobili oltre il letto, tremolavano e si distorcevano, come se quello fosse un mondo fatto solo di fumo e fluido, dove niente aveva un aspetto fisso. Gli pareva quasi di trovarsi sott'acqua, immerso in un freddo, misterioso mare. L'atmosfera nel luogo del sogno aveva più peso che se fosse stata semplice aria. Riusciva a malapena a respirare. Ogni inspirazione ed espirazione erano una sofferenza. Sentiva che stava morendo. Le due figure sfocate si avvicinarono. Sembravano preoccupate delle sue condizioni. Parlarono concitatamente tra loro. Benché parlassero inglese, non riusciva a capire quel che dicevano. Una mano fredda lo toccò. Sentì un tintinnio di vetro. Da qualche parte una porta si chiuse. Con la subitaneità del passaggio da una scena all'altra in un film, il sogno si trasferì in un bagno o una cucina. Qualcuno gli stava spingendo la faccia nel lavandino. Respirare era diventato ancora più difficile. L'aria era come fango: a ogni inspirazione gli intasava le narici. Tossì e boccheggiò e cercò di soffiare fuori la densa aria melmosa, e le due persone con lui gli gridavano qualcosa, ma come prima non riusciva a capirle, e gli spingevano la faccia nel lavandino... Dom si svegliò ed era ancora a letto. La domenica era stato sbalzato fuo-
ri dall'incubo solo per scoprire di aver camminato nel sonno e mimato il sogno al lavandino del proprio bagno. Questa volta, fu sollevato di ritrovarsi sotto le lenzuola. Sto migliorando, pensò. Tremando, si alzò a sedere e accese la luce. Niente barricate. Nessun segno di attività dettate dal panico nel sonno. Guardò la sveglia digitale: erano le due del mattino. Sul comodino c'era una lattina semipiena di birra calda. Ne bevve un sorso per mandare giù un altro Dalmane. Sto migliorando. Era venerdì, 13 dicembre. 9 Elko County, Nevada Venerdì notte, tre giorni dopo la sua strana esperienza sulla interstatale 80, Ernie Block non riuscì a chiudere occhio. Rimase a letto, avviluppato nell'oscurità, con i nervi sempre più tesi, finché pensò che si sarebbe messo a urlare senza riuscire più a smettere. Scivolando fuori del letto più silenziosamente che poteva, fermandosi per assicurarsi che il lento e regolare respiro di Faye non fosse cambiato, andò in bagno, chiuse la porta, accese la luce. Meravigliosa luce. Si sentiva rinascere, alla luce. Abbassò il coperchio del water, ci si sedette sopra, con indosso solo la biancheria intima, e rimase per un quarto d'ora a crogiolarsi nella confortante luminosità, come una lucertola al sole. Alla fine si convinse che doveva tornare in camera. Se fosse rimasto lì troppo a lungo e Faye si fosse svegliata, avrebbe cominciato a pensare che qualcosa non andava, e lui era determinato a non fare niente che potesse insospettirla. Anche se non aveva usato il water, tirò l'acqua come copertura, e andò al lavandino a lavarsi le mani. Quando fece per prendere l'asciugamano i suoi occhi furono attratti dall'unica finestra della stanza. Era sopra la vasca da bagno, un rettangolo largo circa un metro e alto mezzo, e si apriva verso l'esterno, girando su cardini sul lato superiore. Benché il vetro smerigliato non lasciasse vedere niente della notte di fuori, Ernie rabbrividì mentre fissava il pannello opaco. Ma più inquietante dei brividi, fu la ridda di pensieri che improvvisamente lo assalirono. La finestra è abbastanza grande
per passarci, e sotto c'è il tetto della rimessa, potrei saltarci sopra, e da lì a terra, scappare per le colline da dietro il motel, andare a est, raggiungere la prima fattoria e chiedere aiuto... Sbattendo furiosamente le palpebre mentre la rapida sequenza di pensieri che aveva attraversato la sua mente si dileguava, Ernie si accorse di essere andato dal lavandino alla vasca da bagno. Non ricordava di essersi mosso. Era sconcertato da quell'istinto di fuga. Da chi? Da cosa? Perché? Quella era casa sua. Non aveva niente da temere tra quelle pareti. Eppure non riusciva a distogliere lo sguardo dal vetro translucido della finestra. Uno strano senso di irrealtà era sceso su di lui. Ne era cosciente, ma era incapace di riscuotersi. Devo andarmene, scappare, è la sola possibilità, non ci sarà un'altra occasione come questa, devo andare, adesso, subito... Senza rendersene conto, aveva scavalcato il bordo della vasca, mettendosi direttamente davanti alla finestra, che era incassata nella parete a livello della sua faccia. La porcellana era fredda sotto i suoi piedi nudi. Gira la maniglia, spingi in fuori la finestra, sali sul bordo della vasca, issati sul davanzale, salta fuori e corri via, tre o quattro minuti di vantaggio prima che si accorgano della tua assenza, non molto ma abbastanza... Il panico crebbe in lui senza motivo. Si sentiva tremolare le viscere, respirava affannosamente. Senza sapere perché lo stesse facendo, ma incapace di fermarsi, aprì la maniglia sul lato inferiore della finestra. Spinse in fuori il pannello. Non era solo. C'era qualcosa dall'altra parte della finestra, là fuori sul tetto, qualcosa con una faccia scura, informe, lucida. Ernie si ritrasse di scatto, e nello stesso momento realizzò che era un uomo con un casco bianco, la cui visiera, tanto scura da essere praticamente nera, gli nascondeva l'intero volto. Una mano guantata di nero si protese attraverso la finestra, come per afferrarlo. Con un grido, Ernie arretrò di un passo, senza pensare che aveva dietro il bordo della vasca. Vacillò all'indietro, si aggrappò alla tenda della doccia, strappandola da diversi dei suoi anelli, ma non poté evitare di cadere pesantemente all'indietro sul pavimento del bagno. Un acuto dolore gli attraversò il fianco destro. "Ernie!" gridò Faye, e un attimo dopo spalancò la porta. "Ernie, mio Dio, cos'è successo?" "Sta' indietro." Lui si rialzò faticosamente. "C'è qualcuno là fuori." La fredda aria notturna entrò dalla finestra aperta, facendo frusciare la
tenda mezzo strappata della doccia. Faye rabbrividì, perché dormiva con indosso solo gli slip e una giacca da pigiama. Anche Ernie rabbrividì, ma in parte per ragioni differenti. Il pulsante dolore al fianco aveva bruscamente scacciato il senso di irrealtà, e nel subitaneo recupero della lucidità mentale si domandò se l'individuo col casco fosse stato solo un'allucinazione. "Sul tetto?" domandò Faye. "Alla finestra? Chi?" "Non lo so." Massaggiandosi il fianco destro, Ernie rientrò nella vasca e sbirciò di nuovo dalla finestra. Questa volta non vide nessuno. "Che aspetto aveva?" "Non saprei dirlo. Era vestito da motociclista. Casco, guanti," rispose Ernie, rendendosi conto di come la cosa suonasse assurda. Si issò sul davanzale, abbastanza per sporgersi a guardare il tetto sottostante. L'ombra era compatta, ma non abbastanza da nascondere un uomo. L'intruso era andato via, se mai c'era stato. Tutto a un tratto, Ernie si accorse della vasta oscurità dietro il motel. Si estendeva per le colline, verso le distanti montagne: era un'immensa massa nera alleviata solo dalle stelle. Istantaneamente, fu sopraffatto da un paralizzante senso di debolezza e vulnerabilità, e il fiato gli si mozzò in gola. Si lasciò ricadere nella vasca e fece per allontanarsi dalla finestra. "Chiudila," disse Faye. Serrando gli occhi per evitare la vista della notte, Ernie cercò a tentoni la maniglia e chiuse la finestra con tanta forza che quasi ruppe il vetro. Quando uscì dalla vasca, vide la preoccupazione negli occhi di Faye, come si aspettava. Scorse la sorpresa, che pure si aspettava. Ma scorse anche una penetrante consapevolezza alla quale era impreparato. Per un lungo momento si guardarono l'un l'altro, senza parlare. Poi Faye ruppe il silenzio. "Sei pronto per parlarmene?" "Te l'ho già detto... mi sembrava di aver visto qualcuno." "Non mi riferivo a questo, Ernie. Voglio dire, sei pronto per spiegarmi cosa c'è che non va, cos'è che ti rode?" Lo guardò dritto negli occhi, con fermezza. "Da un paio di mesi a questa parte. Forse di più." Lui era stupefatto. Credeva di averlo nascosto così bene. "Caro, tu sei preoccupato," continuò Faye. "Preoccupato come non ti ho mai visto prima. E spaventato." "No. Non esattamente spaventato." "Sì. Spaventato," insistette lei. Ma non c'era disprezzo nel suo tono o nei
suoi occhi: solo desiderio di aiutare. "Ti ho visto spaventato una sola volta prima d'ora, Ernie, quando Lucy aveva cinque anni e le venne quella febbre muscolare, e pensavano che potesse essere distrofia." "Dio, sì, ho avuto una paura da morire, quella volta." "Ma mai più da allora." "Oh, ho avuto paura in Vietnam, qualche volta," disse lui, e la sua ammissione echeggiò tra le pareti del bagno. "Ma io non c'ero." Faye si strinse tra le braccia. "È raro che io ti veda spaventato, Ernie, così quando lo sei tu, lo sono anch'io. Non posso farne a meno. E ho ancora più paura se non so cosa succede. Capisci? Lasciarmi così, a brancolare nel buio... questo è peggio di qualunque segreto tu mi stia nascondendo." Ernie vide le lacrime salirle agli occhi. "Ehi... dai, non piangere. Andrà tutto bene, Faye. Davvero." "Dimmelo!" "Okay." "Adesso. Tutto." Ernie si sentì un idiota per averla così clamorosamente sottovalutata. Dopo tutto, lei era la moglie di un marine, e in gamba, anche. Lo aveva seguito da Quantico a Singapore a Pendleton in California, perfino in Alaska, dappertutto eccetto in Vietnam e, più tardi, a Beirut. Aveva creato una casa per loro ovunque il corpo dei marines le avesse consentito di andare con lui; aveva sopportato i momenti più difficili con ammirevole padronanza di sé, senza mai lamentarsi, sempre all'altezza della situazione. Era una donna forte. Non sapeva proprio come avesse fatto a dimenticarselo. "Tutto," acconsentì. Era un sollievo poter spartire con lei il suo fardello. Faye preparò del caffè, poi si sedettero insieme al tavolo di cucina, in vestaglia e pantofole, mentre lui le raccontava tutto. Ernie era chiaramente imbarazzato. Stentava a rivelare i particolari, ma lei sorseggiò il suo caffè, fu paziente, e lasciò che le spiegasse la situazione a modo suo. Per Faye, Ernie era il miglior marito che una donna potesse desiderare, ma di tanto in tanto si trovava a scontrarsi con la testardaggine tipica dei Block. Tutti nella sua famiglia ne erano afflitti, in special modo gli uomini. I Block facevano le cose in questo modo, mai in quello, e guai a metterlo in discussione. Gli uomini volevano la biancheria stirata, ma non le mutande. Le donne portavano sempre il reggiseno, anche in casa, nella più afosa giornata d'estate. I Block, uomini e donne, pranzavano sempre alle
dodici e trenta precise, e cenavano alle sei e trenta in punto, e se il cibo veniva messo in tavola due minuti più tardi sembrava che cascasse il mondo. I Block guidavano solo macchine General Motors; e non perché le ritenessero molto migliori delle altre, ma perché i Block avevano sempre guidato macchine General Motors. Ernie era molto meno monolitico del padre e dei fratelli. Era stato abbastanza saggio da andarsene da Pittsburgh