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PATRICK FOGLI LENTAMENTE PRIMA DI MORIRE (2006) a C. del colore del mare «Io sono una maschera che nasconde la realtà. Dietro di me, nascosta, la realtà continua, al riparo da occhi indiscreti.» PHILIP DICK, L'uomo nell'alto castello «Pensa che l'amore è il contrario della sottrazione, perché aggiunge soltanto, dopo pensa che non è così, anche l'amore toglie, pensa che l'amore non è fatto per essere pensato, è fatto per essere vissuto. Ha finito la sigaretta, rientra, l'amore termina quando ha bisogno di pensieri, quando si fa problema.» LUIGI BERNARDI, Tutta quell'acqua «Morte vigliacca, ho visto come gli giravi intorno in cerca di preda. Facile preda, un corpo che non può difendersi, una volontà che dorme e non può opporsi. Ma non sarà così facile. Questa notte sarò io di guardia.» PATRIZIA BISI, Daimon Uno «Mi benedica padre perché ho peccato» dice e si rende conto subito che non pronuncia quella frase da un sacco di tempo. Forse l'ultima volta è stata dopo la cresima. O subito prima. Non riesce a ricordare con precisione il momento, solo che è lontano e ripensarci lo fa sentire a disagio. Sono le nove del mattino di un giorno feriale e la chiesa di San Giacomo è praticamente deserta. Si è alzato molto presto per arrivare in tempo. Ha viaggiato con calma, ma è impaziente di finire in fretta quello che deve fare. Non gli piace l'idea di incontrarsi con un prete, sa per esperienza che spesso la tonaca nasconde
uomini più spietati di quelli che girano con la pistola in tasca. Come fa lui. Trovare il borgo di Soncino, a metà strada fra Crema e Manerbio, è stato facile. Più volte si è chiesto perché proprio lì. Perché una chiesa. Ma non è importante. Il prete deve dargli qualcosa da parte di qualcuno difficile da trovare. Qualcosa di molto costoso da portare subito in un posto lontano da lì. È una questione d'affari e alla fine quello che gli dà fastidio di più è non sapere esattamente con chi li sta facendo, questi affari. Di certo uno preciso, a giudicare dalle indicazioni che ha ricevuto e che lo hanno portato lì, inginocchiato, con quella frase in bocca. «Mi benedica padre perché ho peccato.» «Mi piacciono le persone puntuali.» La voce del prete è un sussurro senza timbro, un soffio di vento. Tenta di sbirciare ma riesce a distinguere solo una tonaca e una figura che potrebbe essere chiunque. Doveva essere già lì ad aspettarlo. Da quando si è seduto e ha tirato la tenda, secondo le istruzioni ricevute, non ha sentito entrare nessuno. «Hai la busta?» Quel sussurro gli mette paura perché proviene da un corpo immobile. È solo la voce di un'ombra. Meglio avere una pistola puntata contro, almeno sai che rischio stai correndo. E anche sentire il peso dell'arma nella tasca del giubbotto non serve a farlo stare tranquillo. L'unica cosa che lo rassicura è che durerà poco. «Sì, ho la busta.» «Guarda sotto l'inginocchiatoio.» Allunga una mano. Infilato sotto, c'è un pacchetto. «Sì, trovato.» «Quello che ti serve è lì dentro. Digli di lavarlo bene. Solo con acqua. Poi deve usare il sale.» «Va bene.» «Non aprirlo. Quando lo consegnerai lo apriranno per controllare, ma non noteranno niente. Sembrerà solo qualcosa di sporco.» «Ho capito.» «Adesso metti la busta sotto all'inginocchiatoio. Prendi la tua roba e vattene senza voltarti. Se lo fai muori. Forse non oggi, né domani. Forse quando credi che ti abbia solo minacciato. Ma stai sicuro che poi muori.» «Tu sei...» tenta di dire e quando l'altro lo interrompe capisce che non c'è
nessun intermediario, nessun prete. È un affare fra lui e il tizio dall'altra parte della grata. «Il tuo confessore» risponde il sussurro. «Colui che conosce tutti i tuoi peccati.» Fa una pausa. «E che sa come dispensare le penitenze.» Bologna, aprile 2003. Otto del mattino La luce diventa improvvisamente troppo forte e Alice si sveglia. A occhi chiusi, il corpo immobile disteso quasi sulla pancia, sente le zampine della gatta che si muovono sul copriletto. È una presenza che la fa stare bene. Forse l'unica presenza nella sua vita che senza un motivo ci riesce. Quella bestiolina finita in casa sua per puro caso la fa sentire amata in un modo che le assomiglia molto. L'unico modo che sente di volere, adesso, nella sua vita. «Dove sei, pirulina?» dice senza aprire gli occhi. La voce che le esce è una delle tante da cartone animato che le vengono spontanee quando parla con la gatta. Sposta il capo e apre piano l'occhio destro, libero dalla pressione del cuscino. Con la punta dello sguardo le sembra di vedere un'ombra, a meno di un metro da lei. Sente di nuovo quel movimento leggero, poi gira la testa del tutto e la vede. «Ciao micina» le dice sorridendo. La gatta le accarezza una guancia, senza unghie. La zampa sembra un piccolo batuffolo di cotone con dentro un bastoncino. È bello sentirla sulla pelle ancora morbida di sonno. Alice resta lì, nella stanza bianca avvolta dal silenzio, quasi che il mondo fuori si sia finalmente fermato. Guarda il corpo lungo e sottile della sua micia, le linee scure sul dorso grigio che svaniscono improvvisamente sulle zampe, gli occhi luminosi e attenti, le orecchie grandi che si drizzano per inseguire chissà quale suono. «Dai, ci alziamo?» dice all'improvviso. «Mi faccio una doccia poi ti do la pappa.» Si alza. Rapida e morbida. Il pigiama le scende su una spalla e lei lo riaggiusta con un breve gesto della mano. Si avvicina alla finestra, apre appena il vetro e guarda fuori. Sente l'odore della pioggia arrivare attraverso il vetro socchiuso prima ancora di vedere la strada, oltre il piccolo cortile e la gente che sfila giù dall'autobus tenendo stretti gli ombrelli. A Bologna piove quasi da una settimana e lei non ne può più di tutto
quel grigio che raccoglie in una cornice scadente i quadri senza colori delle sue giornate. Non ne può più di aprire gli occhi alla mattina senza un motivo e con quel peso addosso che non riesce a decifrare. Andare al lavoro e desiderare con tutte le sue forze di non farlo più, di cambiare, di essere diversa. Di riconoscere di nuovo se stessa nella donna che ha paura di essere diventata. Ha pensato a licenziarsi almeno un migliaio di volte, ma le manca il coraggio, per prendere il momento giusto e mandare a fare in culo quel rompiballe ansioso del suo capo. Ci pensa spesso a come potrebbe farlo. Di sera, quando l'arrivo del mattino dopo diventa un'ansia insopportabile alla base dei pensieri. E di pomeriggio, quando esce dall'ufficio stremata nella mente e nel corpo e la speranza che esista un modo per non tornarci più diventa così forte da trasformarsi in tristezza, a contatto con una realtà completamente differente. Succede ogni giorno, ma alla fine non cambia mai nulla. Forse, in fondo, non vuole davvero farlo. Perché sa benissimo che il problema è un altro. Non è il lavoro, non è la pioggia. Il problema, forse, è semplicemente affogato nei suoi pensieri. Con un balzo leggero la gatta salta sul bordo della poltrona a fianco della finestra, si siede e guarda fuori. Alice si volta e le sorride. L'accarezza seguendo con la mano il rilievo della spina dorsale. Sente il sottile rumore delle fusa che crescono, come un motorino elettrico in grado di alimentare la sua voglia di vivere. Resta ferma, la mano sulla schiena della gatta e lo sguardo lontano. Una goccia di pioggia che scivola sul vetro, una donna che sale sull'autobus, il traffico che da lì sembra muoversi senza far rumore. Poi, senza un motivo preciso, entra in bagno, si spoglia con pochi gesti e si infila nella doccia. L'acqua è tiepida e colorata dei riflessi della sua pelle. Con morbida energia si passa il bagnoschiuma sul corpo, la testa leggermente spostata, per non bagnarsi i capelli. Si insapona il seno grande e accogliente e i fianchi. Alza una delle lunghe gambe a cercare l'interno delle cosce, i polpacci, i piedi che non le sono mai piaciuti. Poi risale di nuovo, verso la pancia, accarezzandola piano, indugiando con la mano avvolta in una schiuma azzurrina, un gesto che ripete con ossessiva lentezza quando ha bisogno di tranquillizzarsi. Sono tutti movimenti forti, decisi, eppure pieni di una strana forma di morbida sensualità. Non è solo una donna che si lava. È una donna che conosce il suo corpo.
Esce dalla doccia in un bagno pieno di profumo. Le piastrelle blu luccicano di vapore acqueo. La luce azzurra che riempie la stanza le dipinge la pelle di una tonalità più scura. Nuda davanti allo specchio si guarda. Le piace farlo. In qualunque tipo di specchio. Quelli enormi dei grandi magazzini e quello piccolo del bagno di casa sua davanti al quale sta adesso, lievemente appannato dal vapore della doccia, velato dal riflesso azzurro delle piastrelle. Le piace guardarsi e cercare di capire com'è da fuori, con quel seno grande e sodo che non ostenta mai e contro cui ha lottato con ferocia in anni passati, con quel corpo morbido che si muove lentamente anche quando cammina veloce, gli occhi sottili e lunghi, mai spalancati che sembrano guardarti e tagliare qualcosa nell'aria, prima di arrivare a destinazione. Sa di essere bella. Lo saprebbe anche se non glielo avessero ricordato noiosamente sempre tutti nella sua vita. Come se non ci fosse altro sotto. Come se l'involucro nascondesse sempre tutto quello che contiene, tutto quello che c'è e che nessuno sembra aver mai visto, trovato, toccato. Nessuno, tranne uno. Si passa una mano piccola e quasi maschile fra i capelli umidi. Arrotola un ciuffo dietro le orecchie e poi, con tutte e due le mani, si ravviva i capelli corti e scuri, anarchici come i suoi pensieri e perennemente in lotta per mantenere una piega che sembrano non voler rispettare. Alla fine rinuncia e si volta, come per telepatia, nell'esatto istante in cui la testa della micia fa capolino dalla porta del bagno. «Croccantini?» La gatta accetta la proposta con un miagolio sottile. Si mette addosso un asciugamano e si infila in cucina, attraversando la casa ancora in penombra. «Giù da lì!» ordina secca alla micia balzata di scatto sul tavolo per controllare meglio la situazione. Lei la guarda, inclina la testa, scende su una sedia e con un altro salto si apposta sul lavello. Passa dagli occhi di Alice, così vicini ai suoi, alla scatola dei croccantini. Poi fa un altro di quei versi sottili. Come un segnale. «Va bene, te li do.» Alice sorride e riempie la ciotola. Poi torna in camera. Si veste, nella stanza piena della luce grigia di quel mattino, e quando ha finito resta un momento a fissare i suoi occhi dietro il vetro di una fotografia. Niente di quello che le passa nello sguardo le piace. Niente di quello
che passa nella sua vita. Eppure potrebbe bastare così poco. Guarda l'orologio, nell'ennesima puntata della sua corsa contro il tempo. Pensa a quanto ne perderà ferma al semaforo all'incrocio fra via Bovi Campeggi e via Zanardi. A Bologna, nelle ore di punta, il traffico assomiglia a una gita all'ufficio postale nel giorno di consegna delle pensioni. Bisogna portarsi un libro, un giornale, qualche genere di conforto e aspettare con rassegnata pazienza. Ma nello stesso tempo bisogna tenere d'occhio chiunque voglia tentare di infilarsi e fregarti il posto, guadagnando qualche metro. Praticamente una guerra. Prende la borsa, controlla rapida che dentro ci sia tutto. Poi raccatta il cellulare dal comodino. Lo accende e il messaggio arriva subito, come sempre, puntuale e preciso. «Anche te sei un bel tipo, Gabriele. Mah...» dice a metà fra l'orgoglioso e l'infastidito leggendo le parole che le sono arrivate. Le poche frasi di buongiorno che lui le manda ogni mattina. «Vado via, miciolina. Mi raccomando. Fatti pure le unghie sul divano di pelle, rompi un altro vaso e se ti annoi, attaccati alla biancheria e rovescia lo stendino.» Si china, stampa un bacio sul muso della gatta che socchiude gli occhi ricevendolo, ed esce. Sale in auto e mentre la prima goccia di pioggia di quella mattina cambia colore scivolando sul parabrezza, si chiede per l'ennesima volta che cosa ci sia che non va. In fondo è un giorno uguale a tutti gli altri. Almeno è quello che crede infilandosi in strada per cominciare la sua lotta personale contro il traffico. Scattando in una piccola nube d'acqua al primo semaforo non sa quanto invece tutto sia sul punto di cambiare, come una grandinata a settembre che si porta dietro l'autunno, spazzando dall'aria gli ultimi ricordi di una stagione vecchia e che ormai non c'è più. Supercarcere di Marino del Tronto, quattro del pomeriggio Nel silenzio della cella si passa i granuli di polvere da una mano all'altra. A contatto con la pelle sembrano fatti di quella strana gomma con cui si riempiono i pacchi postali. Solo infinitamente più piccoli, semplici palline bianche.
Gliele ha mandate lui. Lo sa perfettamente. Solo lui può avergli mandato una roba così. Si chiede come abbia fatto il Muto a contattarlo. Forse si è ricordato di una volta in cui gliene ha parlato, un sacco di tempo fa. Non che sia importante. Quello che conta è che abbia fatto qualcosa per aiutarlo. Nel pacco c'erano una maglietta e un paio di pantaloni. È stato suo cugino Luca a portarglielo. E poteva venire solo lui. Su questo il 41bis parla chiaro, un pacco dai famigliari e un colloquio al mese con un parente, in una stanza separata, con un vetro in mezzo, le telecamere a riprendere e microfoni a registrare tutto. E così è toccato a suo cugino portargli quel regalo in un pacco anonimo, una carta marrone e uno spago colorato. Chissà se sapeva cosa c'era dentro. «Hanno detto che potrebbe essersi sporcato, ma basta un poco d'acqua e va tutto a posto» gli aveva spiegato Luca e lì per lì non aveva capito cosa volesse dire. Poi però era tornato in cella, aveva lavato la maglietta e i pantaloni. E appena la maglia si era asciugata era venuta fuori la polvere. Come gli aloni di sale che restano attaccati ai boxer stesi al sole, dopo un giorno di mare. Forse quello è proprio sale. Un sale molto strano. Un sale che non esiste da nessuna parte. Si chiede che persona sia veramente quella che ha prodotto una sostanza del genere e perché lo faccia. Se c'è una cosa che ha capito è che c'è sempre un motivo dietro alle azioni di qualcuno. Anche per quello che ha fatto e che sta per fare uno come lui. E pensando a quel motivo finge di ignorare la paura, lecca la polvere bianca e si distende sulla branda. Appoggia le mani sul petto e aspetta. Anche se non sa assolutamente cosa. Bologna, all'inizio della notte «Non ti muovere.» Lo dice con decisione. E tutto scivola in un pesantissimo silenzio. «Perché se mi muovo che cazzo fai, poliziotto?» L'uomo che lo ha chiamato poliziotto è alto, pelato e vestito come qualcuno che potresti incontrare in un bar del centro e farci due chiacchiere mentre ceni a salatini. Ha due spalle grosse come un toro da corrida, la
barba che cerca disperatamente un rasoio, la mano ferma di chi si è già trovato in quella situazione. Stringe una calibro .38 puntandogliela dritta in direzione del volto. «Non ti muovere» ripete Gabriele Riccardi e il tono è esattamente lo stesso di prima. Anche lui ha una pistola in mano, la Beretta d'ordinanza, e la tiene davanti a sé, in direzione della punta del naso dell'altro. «Io adesso faccio due passi e me ne vado tranquillo tranquillo» dice l'uomo che lo ha chiamato poliziotto e dall'intonazione delle vocali Gabriele pensa che sia bresciano o bergamasco. Hanno sempre pensato che la banda delle ville non fosse di Bologna. Scuote lentamente la testa, lo sguardo fisso davanti a sé. «Non ti muovere» dice per la terza volta e con la coda dell'occhio controlla la situazione. L'ingresso della villa è illuminato da una sottile luce rossastra, forse una lampada, accesa da qualche parte. Ma non è quello che conta. È importante focalizzare altri particolari. I tre agenti che gli stanno a fianco e che bloccano con lui l'uscita sul giardino. E gli altri due, fermi vicini alla porta d'ingresso, le pistole spianate con un nervosismo per niente nascosto. È importante controllare i piedi dell'uomo che gli sta di fronte e vedere se si spostano. Qualcuno una volta gli ha detto che per capire da che parte si muoverà un individuo, bisogna guardare dove puntano i suoi piedi. E i piedi di quel tizio sono girati dritti verso di lui. Non è un dettaglio da poco. Ed è importante sapere che l'uomo che lo ha chiamato poliziotto tiene bloccata una ragazzina con un braccio intorno al collo. Un piccolo gruppetto di ossa ricoperte di pelle e di un pigiama a fiori, troppo spaventata per potersi muovere anche solo di un centimetro. Per poter dire o fare qualsiasi cosa che non sia avere paura. Tanto basta. È tutto quello che serve. «Senti poliziotto, adesso io e lei usciamo di qui e ce ne andiamo. E tu e i tuoi amici ci guardate andare via e non fate un bel cazzo di niente, hai capito?» Odia quell'accento. Non sa esattamente perché, ma lo odia. «No. Non vai proprio da nessuna parte. Ti ho detto di non muoverti.» È la quarta volta che lo dice. Sa che non ce ne sarà una quinta. Senza spostare lo sguardo vede il piede destro dell'uomo muoversi impercettibilmente. Probabilmente nemmeno lui sa di averlo fatto. Poi la
canna della pistola cambia lievemente inclinazione, come se stesse sistemando la mira per premere il grilletto. E prima che lo faccia, Gabriele spara. Il proiettile buca la spalla all'altezza della clavicola. Non fosse per la rapidità dello sparo e per il tuono sordo dell'esplosione, si sentirebbe l'osso spezzarsi. Così, invece, tutto evapora nella detonazione e nelle urla, quelle di dolore dell'uomo che lo ha chiamato poliziotto e quelle di paura della ragazzina in pigiama. Poi tocca agli altri agenti prendere in consegna l'armadio pelato e portarlo via insieme ai suoi complici, già nelle volanti. Gabriele Riccardi, commissario della mobile di Bologna, si avvicina alla ragazzina. Le pulisce con un fazzoletto il viso da uno schizzo di sangue non suo e le sorride. Da vicino è ancora più piccola. Accarezzandole piano una guancia sente tremare la pelle gelata. «È tutto finito. È tutto finito» ripete piano, poi si allontana. Fuori la notte è grigia e piena di pioggia. Ha ancora molte cose da fare, ma ad aspettarlo ora ci sono solo i suoi pensieri. Supercarcere di Marino del Tronto, un punto imprecisato della stessa notte Ha cominciato a pensare che quello stronzo lo avesse fregato verso le undici di sera. Il suo è un mondo in cui non ci si può fidare di nessuno nemmeno quando sei fuori di prigione. Figurarsi dentro. Qualcosa non andava. Non poteva essere tutto a posto quando sentiva la schiena spaccata in due, come se qualcuno gli avesse piantato qualcosa nelle reni, infilata così tanto dentro da uscirgli dalle palle. Gli ricordava il modo in cui aveva fatto fuori uno dei corleonesi, un paio d'anni prima, buttandolo da un ponteggio in un cantiere, di notte. Il tipo era caduto per cinque o sei metri e si era impalato su una fila di tubi d'alluminio che spuntavano dal pavimento. Quando era sceso dal ponteggio per dare un'occhiata, uno di quei cosi gli spuntava dalla pancia, sotto l'ombelico. Ma era ancora vivo. Probabilmente aveva sentito meno dolore di quanto ne stava provando lui adesso. Prima, mentre aspettava che succedesse, si era ripromesso di fingere do-
lore più che poteva, di urlare come un capretto sgozzato per la festa del paese o come certi che aveva visto al cinema che gridavano come maiali mentre morivano con la gola squarciata. Cazzo, lui aveva tagliato la gola di un bel po' di gente, ma nessuno riusciva a urlare. Gorgogliavano sangue e saliva mista a bestemmie e paura. Altro che parole. Non li avresti sentiti nemmeno a un centimetro di distanza. Poi tutto era cominciato. Una specie di prurito poco sopra il culo, poi una strana sudorazione e alla fine qualcosa di colpo gli aveva aperto la schiena come un asse di legno marcio. E lì aveva urlato per la prima volta. Aveva urlato come il maiale che viene attaccato al gancio, ed erano urli veri, che venivano da dentro, non puttanate. Era lì, quando aveva scoperto che non aveva bisogno di fingere, che aveva pensato che quello stronzo lo avesse venduto. Magari insieme al Muto, per tenersi i suoi soldi, ma tutti, non solo i centomila euro che gli aveva già dato. Anche quelli nascosti e che avrebbe impiegato una vita a scovare, quel figlio di una grandissima troia. Quando a forza di urlare sputava ormai fuori la voce come carta vetrata, era arrivato il dottore. Per visitarlo avevano dovuto tenerlo stretto in tre, perché lui proprio non riusciva a stare fermo. E grande e grosso com'è, quando partiva lo spasmo, saltava sul letto senza nemmeno volerlo. Come se un pezzo di vetro gli si spostasse da qualche parte fra lo stomaco e le palle. «Probabilmente è una colica renale» aveva detto il dottore, e i tre secondini lo avevano preso di peso, ammanettato a un lettino e spedito in infermeria, che per quelli del 4 Ibis, a Marino del Tronto, è allo stesso livello delle celle, al piano terra. Là gli avevano messo un tubo di plastica in un braccio, con una flebo piena di roba giallina che sembrava piscio. Un altro tubo di plastica nell'uccello e avevano concluso tutto con due punture che lo avevano fatto pisciare quasi subito, neanche si fosse fatto un barile di birra. Ma il dolore non era passato. Almeno fino alle tre del mattino. La guardia che c'era nella stanza e che lo sorvegliava, seduta in un angolo su una sedia di plastica, lo aveva visto sudare e stringere con le mani il lenzuolo, così forte che le nocche gli diventavano bianche. Era andata avanti per più di due ore. Poi era successo all'improvviso, come una scossa di terremoto. Il dolore era scomparso. Semplicemente, senza che ci fosse un motivo preciso.
Cazzo, chiunque fosse l'uomo che gli aveva mandato quel pacchetto era uno che sapeva il fatto suo. E adesso che il dolore non c'era più bisognava fare finta, ricordare com'era quando la schiena sembrava rompersi e ripetere tutto allo stesso modo. I gesti, le smorfie, le bestemmie. «Non possiamo tenerlo qui» aveva detto il dottore alle tre e mezza. Dopo meno di cinque minuti lo avevano di nuovo ammanettato al letto e con tutte le sue flebo era finito su un'ambulanza insieme al dottore e a una guardia, con una macchina della polizia davanti e una dietro. A quel punto bastava solo essere svelti di mano e il gioco era fatto. Bologna, a metà della notte La casa vuota puzza del silenzio e della tristezza di un giorno qualunque. Nel peggior senso della parola. Me ne accorgo improvvisamente, mentre questa notte di aprile vista dalla finestra ha uno strano colore azzurro e il cielo sembra una coperta rimboccata male, di fretta e senza nessuna cura. Sento ancora addosso la pioggia, fine e poi spessa, che copre le strade, le macchine, gli alberi, i pensieri. E non ne posso più. Prendo appunti per questo cazzo di rapporto tenendo gli occhi bassi, la radio accesa, talmente impercettibile che i Coldplay cantano piano, sottovoce, come se la musica fosse solo un pensiero. E invece anche di pensieri non ne ho quasi più. Avrei bisogno di ritrovare le mie idee, di sapere cosa fare e come farlo. Avrei bisogno di sapere delle cose sulla mia vita, cose che sfuggono, che ho perso, che non so più dove sono finite e che colore hanno. La telefonata del questore non ha certo aiutato. Prima mi fa i complimenti. Dice che aver preso quelli delle ville è un gran bel colpo, che finalmente la gente potrà dormire tranquilla, che la mia foto sarà su tutti i giornali di domani e che bisognerà organizzare una conferenza stampa perché finalmente si ricomincia a dare della questura di Bologna un'immagine sana, pulita e onesta. E poi, proprio quando non sto più ad ascoltarlo e spero che la batteria del cellulare si scarichi, lasciandomi in pace almeno nel tempo che mi serve per arrivare a casa, ecco che viene fuori il vero motivo della telefonata. Il rapporto. Deve averlo domattina, prima della conferenza stampa. Non vuole andare davanti ai giornalisti senza sapere esattamente come si sono svolti i fatti.
E io non sono capace di dirgli che non me ne frega un cazzo di quello che dirà ai cronisti domattina, del suo rapporto e della sua idea nemmeno troppo nascosta di usare questa storia per candidarsi a sindaco, l'anno prossimo. Non me ne frega nemmeno un cazzo se si candida, tanto non lo voto perché di un sindaco di quel genere mi basta e avanza quello che c'è adesso. Non riesco nemmeno a dirgli che tutto quello che so fare adesso è pensare al silenzio che mi aspetta a casa. E ai miei pensieri che non stanno mai zitti e che mi ripetono ossessivamente i ricordi e le mie aspettative. Guardo l'orologio. Le tre e mezza di una notte che potrebbe diventare ancora più lunga. Rileggo quello che ho scritto e lo distruggo. «E avanti...» sussurro appena, evitando per un pelo la bestemmia. Il telefono è lì, accanto al mouse. Mi osserva come un animale, muto, in agguato. E allora mando via un sms, picchiando sui tasti veloce come una decisione presa d'istinto. Poi provo a ricominciare la frase, il pensiero, il momento. Ma non ce la faccio e so che tutto quello che potrò fare sarà cercare di capire quello che non so capire e poi pedinare la nausea che sento già vicina, fino a quando non sarò costretto a inginocchiarmi davanti alla tazza del cesso per vomitare la mia tristezza. Tutto lì. Oltre, naturalmente, a pensare ad Alice in ogni piccolo istante. Statale fra Marino del Tronto e Ascoli Piceno, nello stesso momento L'ambulanza fila spedita e lui ormai si sente decisamente bene. Qualsiasi cosa ci fosse in quel maledetto sale, a questo punto è sparita, magari pisciata via in uno qualsiasi dei momenti da sogno che il pieno di medicinali gli ha regalato. Ora però, bisogna muoversi. Deve farlo finché è per strada. In ospedale sarà impossibile. Se si muove abbastanza alla svelta può sfruttare il fattore sorpresa e tutto andrà bene. Altrimenti ci sarà di nuovo la cella, i suoi soldi andranno in fumo e tutto il dolore che ha sopportato sarà stato inutile. Pensa al motivo per cui sta scappando. Un secondo solo, prima di agire. È tutto quello che gli serve. Farfuglia qualcosa fra i denti, gli occhi socchiusi. La guardia si muove appena, quel tanto che basta per voltare il viso tutto dalla sua parte. Probabilmente non si accorge nemmeno della gomitata che
parte. La sente solo arrivare dritta sul mento con attaccato tutto il peso del corpo dell'enorme detenuto. Poi succede tutto in un attimo. Allungandosi veloce, toglie la pistola al poliziotto e lo colpisce col calcio dell'arma alla tempia. Non vuole sprecare pallottole e non può fare rumore. L'ambulanza ha appena sterzato con decisione e il pronto soccorso ormai deve essere vicino. Si gira verso il medico e gli punta la pistola dritta in faccia. «Non dire una parola e cavami questa merda, dottore» dice svelto. «E per primo questa specie di tubo che m'avete infilato nel cazzo.» Il medico fa tutto in apnea. Due minuti dopo la volante che segue l'ambulanza vede un uomo buttarsi dal portellone di dietro, circa all'altezza dell'incrocio fra via di Folignano e la Salaria. Lo cercano tutta la notte senza nessun risultato. Gaspare Nunia sembra sparito nel nulla. Due Bologna, 19 aprile. Da qualche parte dietro la stazione Potrebbe anche spuntare il sole. Strano per questa primavera in cui piove sempre. Pensa che sia un segnale. Una giornata col sole, proprio una settimana prima di Pasqua, proprio quel giorno lì. C'è stata pioggia per una settimana intera. Un cielo troppo scuro per essere vero e poi il sole. Proprio quando non ci sperava più. Assomiglia alla sua storia. Anche lì è successo qualcosa che non si aspettava. E così quel sole è per forza un segnale. E lui è pronto. Resta ancora una cosa da fare. Una sola, piccola piccola. Talmente insignificante che nessuno ci baderà. È lì per quello. Da dietro il vetro della macchina la vede arrivare. Ha un paio di pantaloni scuri e un giubbotto di pelle nero. La segue con la coda dell'occhio mentre attraversa la strada e si avvicina al cancello. Lo fa ogni mattina. Guarda l'orologio. Le nove passate da poco. Ogni mattina lei arriva al lavoro alla stessa ora. Al massimo dieci minuti di ritardo, non di più. È una fortuna che esista gente così abitudinaria. Basta seguirla in silenzio, avere
la pazienza di annotare spostamenti, luoghi, ore, date e tutto torna. Dopo, basta solo fare quello c'è da fare. Quando la donna con il giubbotto di pelle entra nel cancello, lui s'infila nel bar e ordina un cappuccio. Lo beve appoggiato al frigo dei gelati, buttando un'occhio ai giornali alla ricerca di una notizia che ha sentito prima alla radio. Ma non la trova. Probabilmente hanno chiuso in tipografia troppo presto. O tutto è successo troppo tardi. Dipende dai punti di vista. Ma non è importante, solo una piccola curiosità. Nient'altro. Qualcosa da scacciare dalla mente subito dopo essersi pulito il viso dalla schiuma morbida del cappuccio. E che lo fa sorridere, pensando a quello che sta per fare. «Hai scritto quel rapporto?» mi chiede Ippoliti. E io non lo guardo nemmeno. Penso e basta. E non so neanche a cosa. So solo che ho un rumore di fondo che mi collega alla realtà, a quello che devo fare. Come il ronzio dei trasformatori o lo strano sibilo dei frigoriferi di notte. E so che ho paura. Una condizione normale per un poliziotto, forse. La paura che qualche fuori di cranio ti pianti un proiettile in testa per uno, cento o nessun motivo. La paura di sbagliare e di fare del male a qualcuno che non ha nessuna colpa. È una paura che devo affrontare, con i suoi rimorsi. Ma sono paure e rimorsi normali per uno che fa il mio lavoro, anche in un posto come questo. Bologna non è Milano, Bologna fa le cose piano, con metodo, ma sottopelle. Come i virus. E non è quella la paura che ho. Non è quella che sento scivolare sottopelle. Non è quello il mio virus. Assomiglia di più a qualcosa che ti manca dentro e su cui scopri, il giorno in cui ti accorgi che potrebbe non esserci più, che appoggiavano tutte le tue sicurezze. «Hai scritto quel rapporto?» mi chiede di nuovo Ippoliti e io lo guardo un po' stranito. Poi capisco. «No, non l'ho scritto.» «Questa volta il questore ti fa a pezzi. È tutta mattina che rompe i coglioni. Ha cominciato che non erano nemmeno le otto. La conferenza stampa è a mezzogiorno. Stavolta ti fa un culo così.» «Faccia quello che vuole. Non me ne frega un cazzo» gli rispondo tutto d'un fiato. Ed è esattamente quello che penso. «Io per prendere quegli stronzi mi sono sbattuto per due mesi. E lui mi ha spaccato le palle ogni
giorno perché aveva paura che quei quattro andassero a rapinare qualcuno pieno di pilla che abita su per San Mamolo. Tutti i giorni. Riccardi di qua e di là. E alla fine li ho presi. Quello che dovevo fare l'ho fatto. A farsi eleggere sindaco deve pensarci da solo.» Ippoliti si siede davanti a me. Ha la tipica faccia del bolognese stanco, gonfia, arrossata dal freddo di queste strane giornate di primavera. Vedo quella faccia da quasi dieci anni, tutte le mattine. Le sopracciglia folte e il naso lungo e affilato di uno di quarantasei anni, troppo magro per non sembrare più vecchio di quello che è. Uno che alla gente sembra stronzo, a pelle. Ma solo perché di solito la gente è abituata a considerare i silenzi come voglia di starsene lontani e la testa alta e il passo deciso come un sintomo di superiorità. Prendendo delle fregature terrificanti. Guardo i suoi occhi troppo azzurri per una faccia come quella e cerco di pensare che giorno era quando l'ho conosciuto. Ma non me lo ricordo. «Da quanto tempo non la senti?» Lo dice in un sussurro. Come se avesse una griglia in gola e la voce facesse fatica a uscire. Sorrido perché per lui sono trasparente. Io, da fuori verso dentro. «Un po'.» «Un po' quanto?» «Un po'» ripeto soltanto, ma più duro. E vorrei dirgli che sono cazzi miei, anche se non so se ho sentito bene quello che mi ha chiesto. E mi gratto piano il pizzetto. Mi giro e guardo fuori. Vedo la mia faccia, riflessa nel vetro e non è triste. Solo incazzata. Avevo quest'espressione spesso, da bambino, quando le cose non andavano come volevo. E continuo ad averla adesso, da grande, quando mi accorgo che la vita mi sfugge di mano e non so come fare per rallentarla, per agganciarle la coda e farla fermare. Quando sono incazzato con qualcuno e allo stesso tempo non lo sono. E sono incazzato con Alice, mentre continua a piovere, e guardando quella pioggia mi ricordo troppe cose. Di un sogno, per esempio, che lei mi aveva raccontato in macchina, il buio della strada fuori dai finestrini. Un sogno che parlava di una prigione e di un mare pieno di materassi in cui nuotare, nuotare e non trovare l'uscita. Sogni. Fuggire da una prigione che ti rinchiude è difficile. Specie se la prigione del tuo cuore l'hai costruita proprio tu. E magari non lo sai. Poi penso invece che da oggi i tipi delle ville sono solo un numero di protocollo in un archivio di carta destinata a diventare vecchia. E allora mi incazzo ancora di più. Perché non ho un'idea con cui passare il tempo, un
pensiero che mi tenga occupato. Giro intorno alla scrivania e mi siedo. «Me ne sbatto le palle di quel rapporto. E me ne sbatto le palle anche del questore.» «Per il rapporto non ti preoccupare.» Ippoliti mi allunga un foglio. L'ha scritto lui. D'altra parte c'era e ha visto tutto. E quello che non ha visto sa com'è andato. Lo guardo e non so dire niente. Solo prendere quel foglio di carta e tenerlo stretto un secondo prima di appoggiarlo sulla scrivania. Prendo la penna e firmo. «È evaso Nunia» mi dice Ippoliti e l'unico effetto è che rallento per un attimo mentre scrivo le due "c" del mio cognome. Di solito sono più grandi. Stavolta hanno l'aspetto di una piccola onda. «Quando?» «Stanotte.» «Da Marino del Tronto?» gli chiedo stupito. Il supercarcere di Marino del Tronto, a pochi chilometri da Ascoli, è la nuova residenza di Totò Riina, una di quelle fortezze dove vengono ospitati i detenuti in regime di 41bis. Il carcere duro nato per i mafiosi dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino e poi esteso a terroristi e a detenuti particolarmente pericolosi. Non si evade da un carcere come quello. Piuttosto si muore. «Da Marino del Tronto. Si è sentito male. Molto male. Lo stavano trasportando in ambulanza e lui ha steso una guardia, si è fatto togliere le manette dal dottore e poi si è buttato dal portellone di dietro in mezzo alla Salaria.» «Malato...» commento sorridendo. «Malato» risponde Ippoliti e alza appena le spalle. Il massimo dell'ironia che posso pretendere da lui. «Cazzate...» «Cazzate» conferma Ippoliti e si gratta il mento. «Te lo ricordi Nunia?» mi fa. Gaspare Nunia. Una bestia oltre il metro e novanta. Proprietà privata della famiglia Giulio. Uno dal tocco fine e delicato che una volta aveva ammazzato la sorella di un boss attaccandola per il collo a un gancio da macelleria. Lo avevamo preso per caso. Una soffiata. Probabilmente i Giulio stessi avevano deciso che non serviva più. Si faceva chiamare Mario Mannino. Era un giorno di pioggia come oggi. Forse anche peggio. Un giorno che non voglio dimenticarmi mai più.
L'ultima volta che l'ho visto è stato al processo. Ascoltandolo parlare, avevo capito perché tutti quanti avevano paura di lui. Anche lì, davanti a quella condanna grande come un grattacielo, non sembrava scosso e la sua voce non tremava nemmeno un po'. «Non si preoccupi, dottore. Quando una porta si chiude, significa che si può riaprire» mi aveva detto, e lì per lì mi ero chiesto se fosse una minaccia o una semplice affermazione. La porta che gli avevano chiuso dietro pesava tre ergastoli consecutivi. Evidentemente però aveva ragione lui. «Me lo ricordo bene Nunia» dico, e la mia voce esce piatta, sterile come un camice da sala operatoria. Non lo credo così idiota da venire a farmi visita e lo dico a Ippoliti che non è per niente convinto. «Stai attento» mi dice. Attento a cosa, vorrei chiedergli. A cosa faccio, a come mi muovo, alle ombre nel portone di casa o alla macchina che non va in moto per due volte consecutive? Attento alle mani grandi come vanghe di quell'animale, che ha finto di avere chissà che cosa per sgusciare fuori da un'ambulanza in mezzo alla strada come un bimbo abbandonato dalla madre? Quasi quasi, per un piccolo istante, spero che sia veramente a casa ad aspettarmi. Dietro la porta. Pronto a un saluto come si deve. Dai Gaspare, è quasi il mio compleanno. Portami un regalo. Portami un bel gancio in cui affondare la fronte e i pensieri, sentirli svanire, perdersi, annegare. Ma lo so che non ci sarà. Perché non ho paura. Non di Gaspare. So che dietro all'uscio di casa stasera non troverò un ex killer della mafia, ma i miei ricordi. Pronti a saltare fuori in un istante breve come quello che impiego adesso per alzarmi di scatto e guardare Ippoliti in faccia. «Vado dal questore.» Accenna a un sorriso. «In bocca al lupo.» Gli appoggio una mano sulla spalla. Gliela stringo e sento le mie dita strane. Come se avessero troppe falangi. Lo guardo ancora mentre esco dalla stanza. Tocco piano il cellulare nella tasca della giacca, quasi potessi farlo vibrare. Ma naturalmente non succede niente. «Alice, stai bene?» è la domanda che si sente fare. «Sì, sì. Sto bene. Solo un po' di mal di testa. Credo» è quello che risponde.
Però sta pensando al cioccolatino. Quando quel tizio glielo ha offerto, lei non ha saputo rifiutare, maledetta ingorda. «Non posso dire di no a una cosa come questa» ha detto, sentendo il sapore della crema che le si scioglieva in bocca. «Lo so» ha risposto lui. Pensandoci adesso le viene in mente che forse quell'uomo stava sorridendo in un modo strano. Ma è un pensiero che dura un attimo. Un attimo prima che tutto cambi, che qualcosa le tiri le ginocchia verso il pavimento, che senta un tonfo sordo e uno strano dolore alla base della spalla. Un attimo prima che si accorga per la prima volta che qualcosa sta cominciando. «Sei grasso come un maiale e continui a mangiare che mi sembri unto! Guarda che razza di pancia che hai!» Conosco Max da quasi trent'anni ed è sempre lo stesso stronzo. Uno di quelli che riesce a farmi ridere sempre e comunque. Anche in un momento così. «Veh, fighetto, te un fisico come il mio te lo sogni. E te lo sognerai sempre!» gli rispondo e caccio un morso lungo e gustoso al panino che tengo in mano. Il posto in cui secondo prassi collaudata mi sta insultando è un bar, il Calice, a metà strada fra il superlusso dei negozi di galleria Cavour e i vicoli umidi e bui del mercato. Una volta era un'osteria e del passato è rimasto l'ambiente piccolo e buio e la sala al piano di sopra, quella quasi sempre fuori dalla ressa da cortile delle ore di punta, dove mi siedo a spiare Bologna da un punto di vista diverso. Dalle finestre basse della sala al primo piano, Bologna sembra ancora un bel posto in cui vivere. E in fondo lo è. Ha solo deciso di tirare fuori un po' alla volta tutto quello che ha sempre nascosto sotto i sanpietrini e l'ombra dei portici. Cose che ci sono sempre state e che adesso vengono alla luce, una goccia alla volta. Il delitto Alinovi, la Uno bianca, tutta roba che pensi che qui non possa succedere. Tutta roba che in un posto come questo pensi non possa capitare. Ma se lo pensi, vuol dire che non conosci questa città. «Allora?» mi chiede Max. «Allora cosa?»
«Allora come stai?» «Pare che quello stronzo del questore si candidi a sindaco. Puoi immaginare che aria tira.» «Cazzo, quasi mi dimenticavo! Ti ho visto su "la Repubblica" oggi. Potevi almeno sorridere. Certo la tua faccia da sbirro tutto d'un pezzo sarebbe andata a farsi fottere, ma magari trovavi posto come letterina.» «Lo sai almeno che sei un idiota?» gli chiedo sorridendo e penso a quella foto. Me l'ha fatta un tipo che non sono nemmeno riuscito a vedere, mentre uscivo dalla villa. Nell'immagine guardo di tre quarti il cielo cercando di decidermi se verrà a piovere oppure no. Sembra che stia interpretando una difficile legge planetaria. In realtà penso solo al tempo. «Lascialo perdere il questore e smetti di cambiare discorso. Ti ho chiesto come va...» Bevo un altro sorso. «Secondo te?» «Secondo me sei lì che ti rigiri intorno a un sacco di pensieri.» «Può essere. In fondo è solo da tre settimane che non la sento. Che non mi risponde al telefono e ai messaggi. Cosa vuoi che sia?» «Senti» mi dice appena smetto di parlare. «Devi solo tenere duro. Lo so come stai, ma ha solo bisogno di stare sola. Niente di più e niente di meno. Lasciale il tempo di pensare e capire cosa vuole veramente dalla sua vita. Poi vedi cosa succede.» «Già. Forse la cosa che mi sta più sui maroni è proprio vedere cosa succede.» «Perché ogni volta che hai pensato qualcosa su quello che ti succede non hai mai capito un cazzo.» «Adesso... questa qui mi sembra un po' trop...» «No caro, arrenditi all'evidenza! Tu non capisci un cazzo di quello che succede nella tua vita e nella tua testa. Immagino che sia anche difficile capire cosa passa per la tua bella testina, ma è così. Fidati di quello che ti dico.» Bevo un sorso d'acqua e finisco la bottiglietta. «Vamolà un po' come sono messo. Mi tocca fidarmi di uno come te» dico e mi alzo. Max prende il foglietto con l'ordinazione e mi segue. «Io sono un genio, cretinetto, cosa credi?!» mi risponde e ride. Mi piace guardarlo mentre lo fa perché ride con gli occhi. Fuori mi infilo a sinistra, in via Clavature. Una tipa ci incrocia sculettando su tacchi troppo alti. Max la segue con lo sguardo e io penso a quan-
te volte abbiamo vissuto una scena come quella. Lo saluto a una decina di metri dalla fontana del Nettuno. Una goccia di pioggia mi colpisce la punta del naso. «Ricomincia» dico, toccando la pelle appena bagnata. «Stai tranquillo» mi risponde. Poi si porta la mano all'orecchio, il pugno chiuso tranne il pollice e il mignolo, a mimare un telefono. «Va bene. Se ho novità ti chiamo.» «No, chiamami lo stesso.» Mi tira una guancia, prendendola fra pollice e indice. Io lo guardo e mi rendo conto di avere una faccia triste, ma non so fingere. «Sì. Stasera, se torno presto. Adesso devo andare.» Lo saluto e mi muovo verso piazza Galileo. Il questore mi sta aspettando. Non capisco cosa succeda. E mi sta sulle palle non capire. Oggi cascando per terra in ufficio, in mezzo a tutti, ho fatto una gran figura di merda. Quella rinsecchita di Daria mi guardava con una faccia da idiota. «Alice, stai male?» mi ha pure chiesto. Sono volata per terra, che domande mi fai? E adesso la spalla mi fa pure male. Forse dovrei metterci della pomata. Ce ne deve essere da qualche parte. Anche se poi non serve a niente. Ed è pure unta. Sto qui sdraiata sul letto e ho le gambe che mi formicolano, ai polpacci. E in certi momenti anche le dita. Stai a vedere che, col culo che ho, mi becco pure l'influenza per Pasqua. Una bazza! Come se non fosse già un periodo abbastanza di merda. Che due maroni. La testa mi pesa come un sacco di patate e ho l'impressione che da qui a poco mi toccherà scappare in bagno. Sì. Mi devo essere beccata una bella influenza. Forse dovevo vestirmi di più. Mi vesto sempre col calendario, ma proprio quella volta che non lo faccio, figurati. No, l'influenza non la voglio. La volevo una settimana fa. Mi sarei accontentata anche di qualche giorno di febbre. Stavo lì a letto senza fare un cazzo, senza dover pensare, senza mettermi tanti problemi. Gubbiavo, leggevo, stavo per i fatti miei. Sì, ho bisogno di farmi i fatti miei. Lo sai te gatta che ho bisogno di farmi i fatti miei? Di fare come te. E di essere lasciata in pace. Adesso. Sono qui che sfoglio la mia malinconia come le pagine di un libro. Ho
bisogno di stare sola con i miei pensieri. Guarda, se mi tira il culo non faccio neanche la lavatrice. Do solo da mangiare a te, brutta bestia. E sto qui nella mia casina. Mi piace la mia casa. Più la guardo e più mi sembra molto mia. È bianca come piace a me. Piena di cose che servono e di altre che non servono, ma sono belle. Come il quadro con il topo che scappa, che non lo voleva comprare nessuno. Io l'ho preso subito e la tipa che li ha fatti non ci credeva quasi. Poi è piena di foto. Mi piace guardarle, passare intorno ai ricordi, toccarli con le mani e con gli occhi. E poi adoro la mia cucina. Anche te, vero? basta che senti nominare la parola e pensi già ai croccantini! Sì, dopo te li vengo a dare. Dopo però, adesso lasciami un po' qui, tranquilla. Adesso sto qualche giorno a casa e passa tutto. Torna tutto normale. Tutto bello. Dopotutto è primavera. È primavera ma mi sento sola. Tanto sola, delle volte. Sola perché penso che i miei pensieri sono miei e basta e nessuno può riuscire a capirli davvero. Nessun altro. Mi volto su un fianco e appoggio il libro. Poi prendo dal comodino la foto di mia mamma. La guardo e le sorrido. Non alla foto, proprio a lei. Chissà cosa mi direbbe e cosa penserebbe di me oggi. Chissà se sarebbe orgogliosa di quello che faccio, di come vivo. Mentre la appoggio mi blocco. La gatta mi cammina su un polpaccio e penso che dovrei sentirla che si appoggia, dovrei sentire le sue zampette che mi pestano. E invece no. Che cazzo sta succedendo? Forse è solo troppo leggera e non posso sentirla. Oppure stavo pensando ad altro e non ci ho fatto caso. La guardo mentre sale sul comodino, con un mezzo salto che mi sembra lentissimo. Come se potesse fermarsi in aria. Allora metto via la foto e il cellulare vibra piano. Striscio sul copriletto e lo guardo. Leggo il messaggio e non so cosa pensare. Davvero. Non so se voglio rispondere o no. Non so nemmeno cosa risponderei se lo facessi. E allora lo appoggio di nuovo, senza fare niente. Troppi pensieri per una testa sola. Ce ne vorrebbero almeno due o tre. Certo che due o tre teste come la mia non sarebbero male. Ho gli occhi pesanti. Magari è meglio se dormo un po'. Dopo vediamo. Quando mi sveglio. Merda, devo avere anche la febbre. Da come scotta la fronte ce l'ho di sicuro. Dai miciola vieni qui. No, non sul cuscino, qui, di fianco a me. Brava.
Certo che sei piccola piccola, sai? Stai qui con me, adesso. Spengo il telefono e stiamo qui. E bona lè. Chissà a cosa pensi quando ti drizzi sulle zampe e mi fai le gobbe, quando attorcigli la coda come fosse un serpente, quando parti a randa. Eh, me lo dici? Dai, dimmelo, su... Forse vedi delle cose che io non vedo. Chissà che cosa. Chissà cosa pensi. Anch'io dovrei pensare, micia. Ma non ci riesco. Non riesco a fare niente. Non ne ho la forza. Sono stremata. Lasciatemi in pace. Ora. «Immagino che saprà già tutto, commissario.» Il questore di Bologna, il dottor Mario Piras, è un uomo tozzo come un lottatore olimpionico, ma dai lineamenti regolari, senza un filo di grasso e con un'indiscutibile fermezza a toccargli la voce nei momenti che contano. Quelli che lo frequentano fuori e dentro il lavoro potrebbero testimoniare che possiede un tono impostato per le occasioni ufficiali e uno totalmente diverso, in cui lascia trasparire le sue origini sarde, per la vita nel mondo reale. In conferenza stampa sorride poco e mai in modo aperto. La sua immagine pubblica è quella di un difensore della legge tutto d'un pezzo, senza punti deboli e senza mai una macchia su quelle cazzo di camicie bianche che porta sempre nelle occasioni ufficiali. Odio le persone così e lui lo sa. «Sì, ho sentito» gli rispondo e penso che se mi ha fatto volare via dal mio pranzo per dirmi che uno che avevo arrestato è evaso allora poteva lasciarmi mangiare in pace. «Ho pensato di assegnarle una scorta.» Mi viene da ridere. Per un breve istante ho anche il pensiero di sghignazzargli in faccia, poi ci ripenso e mi trattengo. «Mi rimbocco le coperte da solo da quando è morta mia nonna, dottore.» «Senta Riccardi, lasci perdere questi machismi con me. Tanto non attaccano. Credo che non sia prudente sentirsi così tranquillo.» «Può essere che io non sia una persona prudente, dottore.» «E invece lo è. La conosco bene. Da molto tempo, ormai. E mi preoccupo. Ma non per lei, commissario. Mi preoccupo per me. Perché se quel Nunia decide di fare un giro dalle parti di casa sua, lei ci rimette la pelle, ma io ci rimetto le palle. E francamente tengo più alle mie palle che a lei.»
«Opinione condivisibile per qualcuno che ha il non celato desiderio di diventare sindaco. Un sindaco senza palle questa città lo ha già. Di certo non gliene serve un altro.» «Riccardi non...» Tenta di cominciare. Ma non ho voglia di sentire stronzate. Lui ha bisogno di me almeno quanto io ho bisogno di lui. Io di uno stimolo nuovo e lui di un nuovo colpo di teatro da presentare alla folla. E le sue sparate mi stanno sui coglioni almeno quanto la gente della sua parte politica. «Senta, dottore, facciamo così. Io provo a vedere che terra pesta Gaspare Nunia, se è tornato da queste parti, se ha dei conti in sospeso da quando è andato dentro. Se è da queste parti sa che finisco per beccarlo. E lei non mi attacca alle chiappe nessun agente, nessuna scorta armata che mi faccia da piantone fuori dall'uscio di casa.» «L'indagine non è nostra, commissario. Nunia non è evaso dal carcere di Bologna.» «Ufficialmente rimarrà un mio interesse personale. Con quello che è successo potrò almeno essere interessato a sapere che cosa combina quell'animale? Non credo che mi negheranno qualche informazione. Poi anch'io ho le mie fonti, questore.» «E se le dico di lasciar perdere?» «Non credo le convenga. Se Nunia è tornato da queste parti e qualcun altro ce lo viene ad arrestare sotto il naso, lei non ci fa una gran bella figura. Anche se l'indagine non è nostra. E se ha deciso di farmi la pelle è meglio se accoppa solo me. Niente uomini di scorta. Se decido di andarlo a cercare sa benissimo che lo faccio anche se lei tenta di impedirmelo. In più, se qualcosa va storto lei ufficialmente non sa niente. E ne esce pulito come una delle sue camicie.» Piras si appoggia allo schienale della poltrona e fa schioccare le dita. Il rumore è sordo e secco come un ramo che si spezza. «Faccia quello che deve, commissario. Naturalmente io non le ho detto niente.» «E questa conversazione non è mai avvenuta. Come nei film.» «Ma questo non è un film, commissario. Tenga gli occhi aperti.» «Malgrado quello che lei può pensare tengo alle mie palle, dottore.» Esco e appena in corridoio sento che mi chiama. Giro a destra verso la macchinetta del caffè e poi scendo per le scale, senza rispondere. Penso di avere cose più importanti da fare.
Da qualche parte fra Salerno e Reggio Calabria, qualche minuto prima dell'una L'autostrada fila liscia sotto un sole quasi estivo. Da bambino in aprile faceva il bagno con suo padre nella caletta, sotto a un sole molto simile a quello. Era stato in uno di quei pomeriggi che aveva visto il gatto. Lui tirava sassi nel mare e si era girato per un rumore. Il gatto scendeva saltando sulle rocce e lo aveva guardato per un po', sospettoso. Aveva il pelo rosso e nero e le orecchie dritte. Camminava zoppicando su una zampa. Si erano studiati un po' a una decina di metri, come nei duelli dei film western. Se lo ricorda perfettamente anche adesso a tanti anni di distanza. Il rumore del mare, suo padre che dorme e russa piano qualche metro dietro di lui, il tonfo delle pietre sull'acqua, il rumore della ghiaia spostata dal gatto scendendo. E quella sensazione, per la prima volta. La sensazione di aver voglia di farlo. Come qualcosa che ti fa il solletico all'altezza della nuca e che scende a sfiorarti la pelle da dentro. Qualcosa di simile, anni dopo, l'aveva provata la prima volta che una donna gliel'aveva preso in bocca. Si ricorda che a un certo punto aveva anche deciso di ignorare quella sensazione. Di buttarla via come si fa con la pelle del pesce dopo averlo pelato. Così si era girato e aveva ricominciato a tirare sassi nell'acqua. Al primo era riuscito a far fare due salti, forse tre, prima che andasse giù come un boccone mal digerito. Ne aveva tirato un altro e un altro ancora e l'ultimo aveva rimbalzato cinque volte, record storico. Qualcosa per cui forse si poteva anche svegliare il babbo e provare a ripetere l'impresa sotto i suoi occhi. Poi però il gatto aveva miagolato. Voltandosi lo aveva visto lì. Fermo a non più di cinque metri. Gli occhi che lo guardavano fisso, senza un movimento. Prima aveva girato solo la testa, poi lentamente si era voltato del tutto verso il micio. E lui aveva miagolato di nuovo. Allora aveva tirato il sasso. Era stato un lancio dritto e preciso, uno di quelli che se avesse colpito l'acqua forse avrebbe fatto anche sei salti. Magari sette. Invece aveva preso il gatto in testa. Non capiva perché non lo avesse evitato, ma soltanto guardato arrivare. Eppure il micio non aveva fatto niente. Solo appoggiato
per un secondo il fianco sulla ghiaia. Poi si era rimesso subito su. Senza scappare. Con una zampa si toccava un punto imprecisato sopra agli occhi, un movimento a scatti, meccanico, fastidioso da vedere. Forse era stato proprio quel movimento, più che il fatto che non era fuggito, a farlo decidere. Si era abbassato senza perdere di vista il gatto e aveva preso un'altra pietra. Più grossa questa volta. Si era sollevato piano e aveva tirato di nuovo. Questa volta il verso del gatto era stato più forte e la bestia si era piegata su un fianco, come una nave che imbarca acqua. Muoveva la testa ritmicamente, seguendo i battiti del cuore. La riabbassava e poi la tirava su di nuovo, come un pendolo. Allora si era avvicinato. Vedendolo arrivare il gatto aveva soffiato, tentando di rimettersi dritto. Aveva fatto due passi indietro, come un ubriaco sul ponte di una nave in mezzo alla tempesta, poi era crollato di nuovo. Avrebbe dovuto fargli pena, forse. Ma non provava pena. Solo schifo e non sapeva nemmeno perché. Si era abbassato di nuovo e aveva preso una pietra bella grossa. Gli riempiva la mano, liscia e fredda. Vedendolo che si chinava, il gatto aveva fatto uno strano verso mentre tentava di raddrizzarsi, poi si era mosso barcollando in un modo assurdo, come se le quattro zampe appartenessero a quattro animali diversi indecisi su che direzione prendere. Alla fine, era caduto di nuovo. E lui aveva capito che quello era il momento buono. Gli era stato sopra proprio quando l'animale era finito senza forze sulla ghiaia. Piegato in avanti, la mano sollevata, aveva preso a colpire. La pietra gli era atterrata dritta sulla fronte e aveva sentito il rumore preciso e distinto della scatola cranica che si rompeva. Mentre abbassava la mano, la zampa del gatto lo aveva colpito, netta come un rasoio, sopra al polso. La sensazione era stata simile a quella che si prova tagliandosi con le pagine di un libro. Ma non aveva smesso di colpire e uno schizzo di sangue era apparso sul suo petto, nel preciso momento in cui la pietra aveva preso il muso del gatto. L'animale aveva miagolato piano e lui aveva continuato, due, tre, dieci volte. Finché non c'era stato più nessun rumore. Solo la pietra che atterrava forte e sicura su qualcosa di molle e di indefinito. Allora aveva guardato e il gatto non c'era più. Al suo posto c'era uno strano animale che gli assomigliava, ma che invece della testa aveva una forma indefinita, qualcosa di simile alla faccia del pupazzo di pezza che sua madre aveva regalato a sua sorella. Qualcosa che
poteva sembrare un gatto, ma che non lo era più. Si era alzato in piedi e di colpo erano arrivati il rumore del mare, il vento sulla faccia e il suo respiro. Forse c'erano anche prima. Ma non riusciva a sentirli. Aveva guardato la pietra che teneva in mano. Era rossa del sangue del gatto e lucida sotto al sole. Appiccicati a un lato c'erano piccole schegge d'osso, bianche e sottili, come quelle che rimanevano attaccate al coltello dopo aver macellato i conigli. Il gatto sembrava piccolissimo. Guardandolo, aveva sentito qualcosa di salato e caldo sulle labbra e si era accorto di avere del sangue sulla faccia e sul petto liscio e magro. Altro sangue sulla mano destra e sull'avambraccio sinistro e sul polso destro, dove il gatto l'aveva graffiato. Sangue che colava sulle pietre e che si mescolava. Un patto fra lui e la morte siglato col sangue di quel gatto. Un patto da uomini, come quello che un giorno gli aveva raccontato il babbo. Allora aveva pensato di essere diventato un uomo e aveva guardato la carcassa del gatto su cui cominciavano a volare le mosche, con un sorriso vero e pulito e un forte senso di potere che gli aveva fatto stringere più forte quella pietra. Stava bene, davvero bene. Aveva appoggiato piano la pietra vicino al gatto morto e si era avvicinato a suo padre. Voleva dirglielo, fargli vedere, raccontare come si sentiva e come aveva fatto. Poi, proprio quando stava per svegliarlo, aveva lasciato perdere. Senza un motivo. Solo capendo che era meglio. Adesso sa che quella era stata solo la prima manifestazione di quell'istinto che lo aveva tenuto vivo per tanto tempo e che lo aveva portato, anni dopo, a scappare da quell'ambulanza, fino ad arrivare sulla macchina in cui sta adesso. Ma quel giorno non lo sapeva ancora. Aveva preso il sacchetto di nylon bianco che era servito per portare da mangiare in spiaggia e che suo padre aveva schiacciato sotto una pietra perché non volasse via e ci aveva cacciato dentro tutto quanto. Il gatto, la pietra grande che gocciolava sangue e tutte quelle piccole, vicine al corpo, chiazzate del sangue del micio. Aveva legato il sacchetto con un nodo perché restasse chiuso ed era entrato in acqua. Non poteva nuotare con quelle pietre. Non ci sarebbe riuscito. Così aveva appoggiato subito la sua zavorra su uno scoglio e aveva allungato qualche bracciata fino a trovarsi in mare aperto, lasciando che il sangue scivolasse via dal corpo insieme al mare, sentendolo allontanarsi. Si era passato
una mano fra i capelli per toglierseli dagli occhi e l'aveva trovata rossa come un tramonto di fine estate. Ma non si era spaventato. Si era immerso nell'azzurro del mare d'aprile fino a vedere la superficie alcuni metri sopra di sé, poi era risalito piano, guardando il colore del cielo prendere il posto del mare. Aveva dovuto farlo quattro volte perché il sangue se ne andasse del tutto, lasciando il posto al sale. A quel punto era pulito. Allora aveva controllato che il sacchetto fosse ancora al suo posto ed era tornato sulla spiaggia di sassi bianchi. Suo padre dormiva ancora. Salendo verso la riva aveva visto altri sassi, piccoli e impercettibili, macchiati di sangue. Li aveva raccolti in silenzio e portati insieme agli altri, nel sacchetto. Aveva fatto un altro nodo e tirato il sacchetto in acqua, più lontano possibile, con un gesto che aveva visto fare ai lanciatori di martello guardando le olimpiadi in televisione. E quando tutto era finito, quando per la prima volta nella sua vita aveva pulito la scena di un omicidio, si era solo sentito vuoto e con il desiderio irresistibile di farlo di nuovo. Si era guardato intorno, in cerca di qualcosa che si muovesse, qualcosa che riempisse quella sensazione. Ma aveva trovato solo il richiamo di suo padre. «Gaspare, che cazzo fai su quello scoglio. Vienn'accà, che ti fai male» ed era tornato a essere soltanto un bambino. «Il sacchetto è volato» aveva detto, appena arrivato vicino a suo padre. «E ha fatto bene... Andiamo che è tardi» era stata la risposta. E Gaspare aveva sorriso. Sorriso, perché suo padre non aveva sentito niente. Non aveva visto niente. Lui non sapeva niente. Ripensandoci, gli scappa una risata sottile anche adesso, lì, steso sul sedile di dietro della macchina, mentre il Muto guida per riportarlo a casa. «Ti sei svegliato allegro?» «Forse sì. Dove siamo?» «Ancora un'ora e siamo arrivati. Ti senti bene?» Aspetta un attimo prima di rispondere. Poi si ricorda del dolore della sera prima, di quel breve momento in cui ha pensato di morire. «Sì, sto bene.» E mentre chiude gli occhi pensa che sta bene, perché tra poco riproverà di nuovo la stessa sensazione di quel pomeriggio in spiaggia. Questura di Bologna, poco dopo le tre «Andiamo a cercare Nunia» dico a Ippoliti, fermo sull'uscio del mio uf-
ficio. Per qualche motivo che non conosco, mi sento bene. Quasi. Mentre guardo Ippoliti immobile come una statua, mi pare anche possibile riuscire a non pensare a dove cazzo sia finita Alice, a perché non risponde e ha deciso di svanire così, dalla mattina alla sera, poco prima del mio compleanno. Ma sì, che si fotta. Sai che cazzo me ne frega. Lo penso veramente mentre entro in ufficio e cerco di recuperare le idee su quello che devo fare. Mi tolgo la giacca e la attacco con sveltezza e indifferenza. Lo penso davvero. Forse per la prima e ultima volta, mi sorprendo a pensarlo. E mi faccio anche un po' paura. «Da dove cominciamo?» mi chiede Ippoliti. Mi siedo alla scrivania. «Da Marino del Tronto. Dall'inizio» rispondo e prendo in mano il telefono con la linea riservata. «E che cazzo gli racconti a quelli di Marino del Tronto?» Già, che cazzo gli racconto? Non lo so nemmeno io. Qualcosa. Improvviso. Vedo cosa salta fuori dalle labbra quando riesco a farmi passare il direttore del carcere. «Sono il commissario Gabriele Riccardi della questura di Bologna» dico, dopo una lunga trafila di passaggi fra segretarie e centralini. Elenchi le sue generalità, mi viene in mente, e per poco non mi scappa da ridere. Sentire il mio nome galleggiare nella mia voce mi fa sempre uno strano effetto. «La conosco di nome, commissario. Immagino il motivo della sua telefonata.» Mario Santonocito, il direttore, ha una voce rotonda come quella di certi attori. Sa di tabacco e di cognac di marca. Mi immagino una corporatura robusta, ma tonica. Un tipo con la pelle da marinaio, scurita dal sole e dalle mani grandi. Magari invece è piccolo e secco come uno straccio lasciato a congelare in terrazza, in inverno. Faccio un gesto a Ippoliti e lui si avvicina all'altro telefono, solleva la cornetta e ascolta. «Capirà che la mia è una telefonata soltanto confidenziale. Non ho nessun incarico ufficiale per avere informazioni.» «Non si preoccupi, commissario. Lei non avrà un incarico, ma di certo ha i meriti per ottenere almeno qualche informazione. Dopotutto Nunia lo ha preso lei. Mi dica quello che vuole sapere.» Sorrido. Dura solo un attimo, ma sorrido. Mi fa quasi male la faccia per
la mancanza di abitudine. «Ho saputo che si è gettato da un'ambulanza in corsa.» Cerco di tenere un tono neutro. Non voglio sembrare ironico. Forse non ci riesco del tutto, ma Santonocito mi sembra una persona di mondo. «Capisco la sua perplessità, commissario. È la stessa che ho avuto io, quando mi hanno informato della vicenda.» Fa una lunga pausa. Assomiglia a quegli strani fenomeni per cui ogni tanto la radio si zittisce. Spero che continui da solo. Guardo Ippoliti e lui annuisce, tranquillo. «Ho avuto la notizia che Gaspare Nunia si sentiva male intorno a mezzanotte» ricomincia. La sua voce ha una lieve inflessione che mi fa pensare sia romano. «Ero a casa, naturalmente. Ho messo in preallarme immediatamente il dottor Sottili. È un bravo medico. Poi la situazione è peggiorata. Nunia è stato visitato e gli sono state fatte delle analisi. Probabile colica renale.» Lo dice fra virgolette, ma con una solennità che mi toglie dalla testa ogni dubbio. Santonocito ha fiducia totale nel medico. «È stato a quel punto che avete deciso il trasferimento?» Lo sento che soffia piano, come se stesse fumando. «Non c'era altro da fare. Anche se si tratta di un detenuto in regime di 41bis, non possiamo esimerci dal garantirgli le migliori cure mediche. Lei conosce Nunia, commissario. L'ho sentito con le mie orecchie urlare come un capretto sgozzato. E le assicuro che non fingeva.» Sì, conosco Nunia. E non l'ho mai sentito alzare la voce. Nemmeno per dare ordini. Nemmeno quella sera, sotto la pioggia, con l'odore del sangue sulla pelle. «Le credo» dico semplicemente ed è vero. Non so perché, ma gli credo. Per un attimo, un'idea mi sfiora i pensieri, come una gonna di seta in mezzo alla folla. «Aveva ricevuto visite?» «Lei sa che il 41bis permette solo una visita mensile. Registrata in video e in voce. È venuto il cugino, un certo Luca De Simone a portargli dei vestiti.» «Dei vestiti?» «Sì, un pacco semplice. Naturalmente lo abbiamo aperto prima di consegnarglielo. Una camicia a scacchi e un paio di pantaloni. Roba da quattro soldi.» Qualcosa non mi torna. Roba da quattro soldi. Non ce lo vedo Nunia con dei vestiti così. Non ce lo vedo con una camicia a scacchi. Lo dico al diret-
tore e lui resta un attimo in silenzio. «Le assicuro che abbiamo controllato» mi spiega poi. «Solo una camicia e un paio di pantaloni. Abbiamo l'abitudine di fotografare gli oggetti che ricevono quelli del 41bis. Se vuole le mando le foto per fax.» «Per mail, se è possibile, sarebbe meglio.» «Vada per una mail.» «La ringrazio per la cortesia.» Sto per chiudere la telefonata, ma sento di avere ancora una cosa da chiedere. Anche se mi sento molto il tenente Colombo. «Giusto una curiosità, direttore. I vestiti che Nunia ha ricevuto sono ancora sotto la sua custodia, immagino.» Aspetta un secondo prima di rispondere. Come se avesse avuto il mio stesso pensiero. «No, sono svaniti insieme a lui. Li aveva addosso quando è evaso.» Sicilia, tre e mezza del pomeriggio Il sole brucia sulla pelle, più del calore del fuoco, lì vicino. Suo padre faceva lo stesso fuoco, tanti anni prima, quando bruciava i rami secchi nello spiazzo dietro casa. Forse è per quello che ha deciso di farlo così. Guarda in lontananza il mare, appena dietro la collina. Se non stai bene attento sembra cielo. A Marino del Tronto, nei giorni di vento e di temporale, l'odore del mare arrivava fino in cella. Si attaccava ai muri, alla pelle e ai pensieri. Ma non era lo stesso odore di adesso. Gaspare si china e raccoglie il pacco con i vestiti vecchi. Sono sporchi come quando li ha ricevuti, ma adesso è la terra che li macchia. Adesso la sporcizia sa che cos'è. Non come quel sale. Li guarda per un attimo, bianco nella camicia pulita che porta sopra a un paio di jeans chiari. Per un attimo chiude gli occhi e cerca d'immaginare da chi li ha avuti. Ma dura solo il breve istante in cui può permettersi una curiosità come quella. Poi stringe forte il pacchetto e lo butta nel fuoco. «Quando ha smesso di bruciare accendilo di nuovo» dice al Muto che lo guarda, come fosse una cerimonia. «Non voglio che ne rimanga niente.» Si gira e va verso la casa. Un vento leggero gli si infila sotto la camicia, caldo come le mani di una donna. «Tu cosa fai, adesso?» Si ferma. Il fumo sale dalla pira e un odore forte si mangia l'aria. Tra po-
co sarà sera. «Vado a dormire. Non mi svegliare fino a domani.» Bologna, appena fuori dal centro. Sera Spingendo sulle zampe posteriori la gatta salta sopra al letto. È morbido e sa di buono, di caldo, dell'odore della creatura con i capelli neri alla mattina. Ne vede la forma nella penombra della stanza, accucciata sotto quella cosa morbida che chiama piumino e che sembra cedere sotto le zampe, mentre ci cammina sopra. È ferma, appena appoggiata sul fianco destro, quasi supina. Il respiro regolare che fa muovere le coperte e che le fa il solletico, sotto le zampe. È ferma così da un sacco di tempo. Troppo tempo. A lei sarebbe bastato per mangiare tre volte. Ma la ciotola è vuota. Anche quella dell'acqua. Fa un altro passo, verso il respiro. Sa che la vita viene da lì. Se ne accorge quando si mette sul divano, il muso appoggiato alla spalla della creatura con i capelli neri. Lei le passa le dita sotto al pelo e le fa bene. Sente un soffio caldo, piccolo e impercettibile che le sfiora le orecchie e gli occhi. È quella la vita che va a cercare, adesso che ha bisogno di lei. E la sente di nuovo sul muso quando si abbassa per trovare il viso della creatura e ne vede solo metà. L'altra sparisce in mezzo al cuscino e sembra triste. Appoggia la zampa sulla guancia e la sente tenera. Ha solo sete. Le basta un po' d'acqua e di quelle cose che la creatura con i capelli neri chiama con quel suono, tipo crocchi. Come il rumore che fanno le cose quando si rompono. Basta quello e torna buona sulla poltrona. Le piace stare sulla poltrona, ma non quando ha sete o fame. Passa la zampa sulla guancia della creatura, ma non sente nulla. Allora lo ripete. E ancora. E poi appoggia il muso sul naso, mordendo piano, quasi senza denti, la punta. Niente. Di solito quando gioca così, lei apre la bocca e ha una bella espressione. Che sa di buono e di cibo. E le fa una carezza chiamandola mostro. Ma non stavolta. Stavolta non si muove. Forse solo gli occhi, appena appena. Ma sempre lo stesso respiro. Sempre la stessa posizione. Sempre. E allora si allontana e si mette in fondo al letto. A guardare quel silenzio e quell'immobilità.
Accucciandosi fra le zampe e la coda, la piccola micia ha paura di quello che sta succedendo. Ma malgrado chiami aiuto, nessuno le risponde. Una villetta alla periferia di Bologna La notte può avere troppe luci. Sono passati più di trent'anni da quando qualcuno gli ha detto quella frase, ma se la ricorda ancora. Ha una buona memoria, qualcosa di non comune. La gente normale ricorda le cose importanti, i momenti belli, e tende a seppellire in fondo alla polvere tutto quello che fa male, tutto quello che ha troppe punte o che scava buche troppo profonde e scure. La gente comune dimentica. Lui no. Lui ricorda tutto, come una condanna. Così si ricorda il momento in cui gli ha detto quella frase. Ricorda il suo viso di allora e le pieghe delle rughe ai lati degli occhi, come una fisarmonica che si può distendere solo ridendo, con quella risata di pancia che sembrava proprio musica. Ricorda il posto in cui gli ha detto quella frase, una casa modesta, piccola e senza avvenire. La casa di un uomo solo che sta per arrendersi. E ricorda una notte. Una notte come quella. Senza troppe luci. In una notte con troppe luci, il pericolo aumenta, perché diventi una luce anche tu e c'è sempre qualcosa che ti rimbalza contro, una scintilla, un riflesso, un lampione acceso, i fari di una macchina che ti scivolano addosso e ti fanno diventare una forma o un'ombra. La luce e la pioggia sono i due nemici peggiori: era stata la prima cosa che gli aveva insegnato. La prima che gli aveva messo in testa, mentre raccontava. Le prime volte ogni tanto lo chiamava zio, anche se non lo era. Ha imparato da lui come si entra in una casa. Ha imparato da lui quello che poi ha rifatto tante volte. Quello che sta per fare adesso. In una notte senza luci. Bisogna sapere tutto, anche i pensieri. I pensieri della gente assomigliano alla loro casa e viceversa. La voce gli rimbomba in testa ogni volta. Così famigliare che ormai non gli dà più fastidio. Come un manuale da consultare se ne hai bisogno. Ma sa tutto. Sa tutto della casa. La pianta, la disposizione degli ambienti, la dimen-
sione, gli ingressi. Su internet trovi tutto se sai dove cercare. Sa tutto su quelli che ci abitano. Cosa mangiano, cosa bevono, quali bibite preferiscono. Sa che non prendono medicine con regolarità. Che non hanno un animale, che la moglie ha cicli mestruali cronometrici, che comprano il giornale tutti i giorni e, dal tipo di giornale, si può fare anche un'idea del partito che votano. Nella spazzatura c'è scritto tutto, come nella Rete. Conosce la casa. Se la ricorda bene. Si è già infilato lì in una notte senza luci, come quella. Ha dovuto farlo di nuovo. Per entrare due volte nello stesso posto devi essere trasparente come un gatto. E lui lo è. Conosce bene i gatti. Lo zio e i gatti gli hanno insegnato molto di quello che c'è da sapere veramente. Al resto hanno pensato i libri. La villetta è silenziosa. È una fortuna che non abitino in un appartamento. In un appartamento non sarebbe potuto entrare due volte. Non senza essere notato. Cosi è stato facile aprire la finestra sul retro e infilarsi in cucina. Girare a sinistra e salire le scale, verso il bagno, camminando piano, senza fretta, nel mondo verde generato dagli occhiali per la vista notturna. Facile ritrovare il bagno e aprire la porta facendo attenzione che non scricchioli. Sono i particolari che fanno la differenza. Quelli a cui non pensi e che finiscono per fotterti. Ci mette quattro minuti ad aprire la porta. Uno spiraglio sufficiente a scivolarci dentro. Si guarda intorno, in quella strana visione color menta. Per primo vede il sapone. È nuovo e immagina la donna che lo cambia alla sera, prima di andare a dormire. Ha anche pensato al sapone. Sarebbe più facile, se non ci fosse lei. Basterebbe metterci quello che serve e aspettare. Ma non vuole la donna. Lei non ha colpe. È a causa della donna che è entrato, la prima volta. È a causa sua che si è infilato esattamente per la stessa finestra, per le stesse scale, per la stessa porta. Nello stesso bagno. Che ha fatto quello che ha fatto. Macchiare, lo chiama, ed è quello che fa anche ora. Solo che la sua macchia non si vede. Si sente. Dopo. Quando è entrato la prima volta nella casa e ha guardato dove sta guardando adesso, ha visto esattamente la stessa immagine virata in verde. Due spazzolini e due dentifrici diversi. Conosceva già le marche, le aveva viste nella spazzatura e si era chiesto chi dei due usasse Aquafresh. A lui aveva sempre fatto schifo. Aveva aperto i due tubetti e annusato l'odore dei denti-
frici, per capire se poteva farsi un'idea, un'impressione. Poi era toccato agli spazzolini. Uno chiaro e l'altro scuro. Con il visore non riusciva a dire di più sui colori. Aveva preso quello più scuro e lo aveva annusato. Chiunque usasse quello spazzolino, lo aveva spalmato di Aquafresh prima di andare a dormire. Si sentiva l'odore mescolato a un vago aroma di tabacco. Ma non era servito a decidere. Tutti e due fumavano le stesse sigarette. Allora aveva fatto una prova. Aveva preso fuori il piccolo tubetto argentato e aveva macchiato lo spazzolino scuro. In fondo, alla base delle setole, in modo che passandolo sotto l'acqua prima di spalmare il dentifricio, la macchia non se ne sarebbe andata. Due giorni dopo, aveva saputo che lo spazzolino che cercava era quello scuro. L'uomo non era andato al lavoro e nascosto in fondo alla strada aveva visto un tizio con una borsa da dottore arrivare alla villetta e uscire una mezz'ora dopo, con la donna sorridente che lo accompagnava. Lo spazzolino scuro. Quello dell'uomo. Quello che sta macchiando adesso. E anche stavolta lui non andrà a lavorare, fra due giorni. Solo che non avrà bisogno di nessun dottore. Rimette a posto lo spazzolino e si infila in una delle tante tasche dei pantaloni la fialetta argentata che ha usato per la macchia. Poi scivola attraverso l'apertura della porta ed esce dal bagno. Prima delle scale vede la porta della camera da letto e si ferma. È aperta, spalancata su due respiri pesanti che inseguono chissà quali sogni. Gli bastano due passi che non può avvertire nessuno. Solo un sismografo sensibile appoggiato alla superficie del parquet. La donna è girata di spalle, sotto la stampa di Monet. Può vedere la curva del suo corpo sotto il copriletto da mezza stagione. Ha i capelli, di cui ricorda il rosso acceso, sciolti ad accarezzarle la schiena. Lui, invece, lo sta guardando. Ha il viso girato verso la porta, l'inclinazione della testa che segue la linea del visore notturno. Se avesse gli occhi aperti lo potrebbe vedere e forse, credendolo uscito dai suoi incubi di bambino, finirebbe per urlare. Ma ha gli occhi chiusi. E se lo vede è solo con un riflesso della mente. Sta sognando. I bulbi oculari si muovono veloci sotto le palpebre abbassate, inseguendo chissà che cosa. Basterebbe così poco per mandare tutto a puttane. Soltanto che quello che sta inseguendo nel suo sogno lo portasse fuori, da qualche parte, in un mondo in cui devi aprire gli occhi per non morire. Ma non li apre. Due minuti dopo aver guardato di nuovo quello strano Monet tutto colo-
rato di verde, è fuori dalla casa. Ad attenderlo c'è soltanto la notte. «Perché?» chiede la voce, e Gabriele si infila nel corridoio. È lungo e stretto e la voce arriva da lì. Da in fondo, dalla stanza nell'angolo. Chiede sempre la stessa cosa. «Perché?» Da mesi. E lui non ha una risposta. Però la cerca. La risposta e la voce. La voce ha un che di infantile e di dolce, qualcosa che assomiglia a una ninna nanna di tanti anni fa. È la voce di una ragazza. Il corridoio è immerso in una luce rossastra, un colore simile alle lanterne dei ristoranti cinesi. Viene dal fondo. Dalla lampada nella stanza all'angolo. «Perché? Rispondimi, per favore.» La voce trema sempre quando arriva a quel punto del corridoio, vicino alla foto dei due ragazzi che si abbracciano. E appena passa la foto sa che avrà paura, che sentirà un brivido sfiorargli la schiena e allungherà la mano per prendere la pistola. Così passa davanti alla foto, la guarda, sente quel brivido ed estrae la pistola dalla fondina. La stringe, la punta davanti a sé. «Perché?» Non ha fatto così quando è successo e la voce non era proprio la stessa. Più adulta, forse. Anche se sa perché la sente così. Poi sente i propri passi e si gira a sinistra, davanti all'ingresso della stanza. La lampada rossa è sul tavolino. Il poliziotto invece è steso sul pavimento, gli occhi aperti che non guardano niente, la giacca scura bagnata di pioggia e di sangue. «Perché?» dice la ragazza e Gabriele la vede. È seduta sulla poltrona, rossa anche quella, e gli dà le spalle. Riesce a distinguere solo i lunghi capelli neri e lisci, e la camicia da notte che le lascia scoperto il collo, bianco come un'aspirina. È immobile. Non fa niente. Non si muove. Parla soltanto. «Perché?» ripete, come una cantilena. E adesso Gabriele ha paura. Paura perché sa cosa deve fare, perché sa cosa sta per fare e non vuole, non deve. Non è lì per quello, non è lì per lei. Non è venuto per lei. «Dimmi dov'è Gaspare, Teresa. Dimmelo» dice, e si avvicina alla poltrona. Lei è sempre immobile. Non gira la testa, non si volta verso di lui. Resta lì. Gabriele sa che lo sta aspettando. Lei lo aspetta sempre. «Perché?»
Tra i suoi piedi e la poltrona saranno sì e no due metri, ma lo spazio sembra troppo lungo. Troppo per qualsiasi cosa. Passa alla sua destra, dove fino a un secondo prima c'era il corpo del poliziotto, di Carmine, che veniva da Brindisi e stava a Bologna da un mese. Adesso non c'è più. Al posto di Carmine c'è un segno preciso col gesso che riga il pavimento. E una chiazza di sangue secco sulle piastrelle bianche. «Devo sapere dov'è Gaspare, Teresa. Lo sai. Andrà tutto bene se mi dici dov'è.» Gira intorno alla poltrona e la vede. Prima il profilo, poi piano piano tutto il resto. Tutto il resto di qualcosa che è totalmente sbagliato. «Teresa...» sussurra e mentre le arriva di fronte sente uno spasmo alla pancia, una specie di colica che si aggrappa con le unghie alle pareti del suo intestino. La ragazza è bella. Di una bellezza diversa. I capelli le sfiorano le spalle e l'ovale del volto è leggero, una cornice per gli occhi scuri. Ha uno sguardo buono, gentile. Sposta piano il viso e lo guarda e Gabriele vorrebbe urlare. «Non te lo dico. Tu devi dirmi perché, Gabriele» Teresa ha un rivolo di sangue che le cola dalla bocca, dal lato sinistro, e le scivola lungo il collo, incollato alla pelle. Sulla gola ha il foro d'entrata di un proiettile. È pulito, netto, senza sbavature, si vedono i margini bruciati della ferita e Gabriele è sicuro che se vi infilasse un dito potrebbe sentire il freddo metallo della pallottola. Non c'è sangue su quella ferita, ma c'è sangue sulle sue mani, appoggiate in grembo. Uno schizzo macchia il bianco della camicia da notte, poco sopra il seno sinistro. L'impronta di una mano, rossa e netta, si stacca all'altezza della spalla destra. È lunga, come la scia lasciata da una carezza venuta male. Quando le arriva davanti, Gabriele vede che anche i capelli sono macchiati di sangue. Secco, rappreso, fermo, immobile. Morto. Teresa alza il viso e lo guarda. Dritto negli occhi. «Perché mi uccidi?» dice la ragazza e il sangue che le cola dalla bocca gocciola per terra in una chiazza sottile. E senza avere una risposta, Gabriele le appoggia la pistola alla fronte e spara. È a quel punto che si sveglia e urla. D'istinto si gira verso l'altro lato del letto e allunga una mano. Ma Alice non c'è.
Solo le lenzuola fredde. Accende la luce e guarda sul soffitto il riflesso opaco della sua paura. Sicilia, 20 aprile. Otto e cinque del mattino La macchina nera si ferma nel cortile davanti alla casa, sollevando un fumo bianco di polvere. C'è una donna sull'uscio e la casa è bianca come la luce. La donna è giovane e bella. Porta i capelli scuri raccolti in un fermaglio con un fiore rosso, dello stesso colore di un piccolo braccialetto che le accarezza piano il polso sinistro. Tutto il resto è nero. La maglietta, i pantaloni, gli occhi, la carnagione bruciata dal sole. Gaspare Nunia scende e si guarda intorno. Finché è rimasto in Sicilia quella era casa sua. In quella casa è nato. In quel cortile ha imparato ad andare in bicicletta. Fra quelle mura è diventato quello che è. Guardare quel posto dopo tanto tempo, ha il sapore dei rimpianti mai dimenticati. La nostalgia di qualcosa che è stato e che non ritorna mai uguale, come un'onda sulla sabbia. Annusa l'aria e sente la salsedine, mescolata a tutto quanto, anche al sole troppo forte per quello che sta per vedere. Dalla casa si vede il mare, dappertutto, oltre la collina. È così che dovrebbe essere la vita. Come vedere il mare da quella collina. «Non dovevi venire, Gaspare» dice la donna con i capelli neri. Poi lo abbraccia. Appoggiata sul bianco della camicia, stretta all'enorme petto dell'uomo, sembra solo una piccola macchia. «Sei sempre bella, Serena.» Lei allontana la testa dal suo petto e lo guarda. Lui è stato il suo primo uomo, una notte di san Lorenzo di troppi anni fa. Un'unica notte. Poi di nuovo solo cugini. Gli occhi sono rimasti gli stessi. Se ne accorge subito, guardandoli mentre gli sorride. «E tu sei sempre troppo grande per me.» La guarda di riflesso, sullo sfondo di un mattino troppo splendente per un giorno di aprile e avrebbe voglia di sorriderle. Ma resta solo un pensiero. «Dov'è?» chiede lui. Serena muove i lunghi capelli neri a indicare la casa. «Nella tua camera.» Dentro l'aria è quasi fredda e la prima cosa che sente è il silenzio. Quella casa non è mai stata in silenzio. Da piccolo ci pensava lui, poi il sorriso e la voce di sua madre. Ricorda le dita sottili e lunghe, il suo non stare mai
ferma per correre dietro alle faccende di tutti i giorni, ai figli, al marito. Adesso non è rimasto più niente. Adesso di Maddalena resta solo il silenzio. Gaspare s'infila nella stanza e la vede. La donna è a letto, distesa sulla schiena. Coperta da un panno bianco ricamato a merletto. I pochi capelli che le sono rimasti sembrano fili di una strana erba che non riesce più a crescere. Ha un braccio sotto al seno e uno allungato sul fianco, fuori dalla coperta. Dagli occhi chiusi non scivola nessun movimento. Il petto, invece, è un mantice senza sosta, ritmico, con le labbra spalancate a cercare più aria che può. Come se nel mondo non ce ne fosse abbastanza per respirare come si deve. Seduta su una sedia accanto al letto, c'è una donna anziana, vestita di nero. Sta dormendo. Fa un passo verso di lei e l'accarezza. La donna apre piano gli occhi e gli stringe la mano, come per aggrapparsi a qualcosa di reale, all'uscita da un brutto sogno. «Non dovevi venire» sussurra. Gaspare la guarda, gli occhi che tremano. Poi scivola lentamente verso il viso di sua madre, come da piccolo scendeva dal fianco della collina, facendola infuriare. «Dove volevi che andassi?» dice, senza distogliere lo sguardo nemmeno per un secondo. «Sono io l'unico uomo di casa, adesso. Sono io che devo accompagnarla.» «Vieni, usciamo» dice la donna e si alza. Serena li guarda uscire lungo il corridoio buio e sottile. E pensa che qualcosa se ne sta andando. Qualcosa che svanisce con il respiro di Maddalena che cerca in aria un motivo per continuare a vivere. Qualcosa che si conclude in silenzio, come è giusto. Pensa a quante volte è venuta da bambina in quella casa, a mangiare con quella donna, suo marito e i loro figli. Pensa alle stelle sbirciate in cortile e contate, una per una finché non bastavano i numeri. Al primo bagno d'aprile e alle corse dietro alle lucertole che si infilavano nel tufo, quel tufo così nero con tutti i suoi buchi, che sembrava la schiuma di un budino. Pensa alle gite a Palermo a trovare zi' Giulio, in macchina, senza sapere che in realtà non era zio proprio di nessuno. Pensa al silenzio che li accoglieva quando tornavano a casa, il silenzio di quel paese piccolo come le tasche nei pantaloni dei bambini e che allora sembrava grande come i sogni che in quelle tasche andavano a dormire la sera. Pensa al sorriso di Maddalena e cerca di ricordarsi quando lo ha visto per l'ultima volta. Perché sa che non
ce ne sarà un altro. Che non è la natura, ma sono tutti quei morti ammazzati, il marito, il fratello, il fratello di Gaspare, ad averle regalato il tumore che la sta divorando. E sa che tutti quei morti arrivano dall'uomo che è venuto a vederla morire. Da suo figlio. Dalle sue parole dette o non dette. Dalla paura che hanno cercato di mettergli. E sa che dopo quei morti ce ne saranno altri. Perché la gente come Gaspare Nunia non è capace di girare pagina, né di cambiare storia. E nemmeno lei. «È tutto a posto, Maddalena. State tranquilla» le sussurra agli occhi chiusi e al petto spalancato. «Non ci sarà più altro sangue. Tra poco sarà tutto finito» le dice. Ma non è vero. Perché l'arrivo di Gaspare in quella casa porterà solo altre lacrime e altre grida. E tutta quella gente, invece, avrebbe solo bisogno di silenzio. «C'è qualcosa di strano» dice Rufolo, e il capitano Guardigli toglie gli occhi dal mare e si volta, aggiustando il berretto da carabiniere sulla testa. «Che hai?» Rufolo è giovane e non è fatto per la sorveglianza. È impaziente. In un appostamento devi essere tranquillo e non aspettarti niente dal prossimo minuto, dalla prossima ora. A volte niente del tutto. «Guardi lei.» Il capitano si accuccia sotto l'ombra del grande albero e prende il binocolo. La casa è sempre uguale. Immobile. Fa quasi male agli occhi guardarla in mezzo al sole. Però davanti c'è una macchina nera. E fuori dalla macchina c'è un uomo in piedi. Una donna esce dalla casa e lo abbraccia. L'uomo è di spalle. Guardigli vede solo la camicia bianca come la casa e i jeans e la macchina nera, poi il volto della donna che scompare dentro la sua mole enorme. Quando la donna si stacca, l'uomo si volta. «Chiama la centrale, Rufolo. Comunica che quel bastardo di Nunia è venuto a trovare la madre.» Bologna, otto del mattino «Auguri passerone» mi dice Max, e mi scappa da ridere. Sono in macchina, su via Stalingrado, l'auricolare al telefono. È la matti-
na del mio compleanno e senza nemmeno accorgermi che succedeva, stamattina non mi sono svegliato pensando ad Alice. Non che non l'abbia fatto mentre mi radevo o non abbia pensato al fatto che non avevo ricevuto sue notizie e che almeno il giorno del mio compleanno un cazzo di messaggio me lo poteva anche mandare, ma non è stato quello il primo pensiero del mattino. Il primo pensiero del mattino sono stato io. «Attento a quello che dici, pazza. Ho il telefono sotto controllo e finisce che si scopre finalmente che sono una vecchia checca!» Fuori incredibilmente c'è il sole. Ce n'è talmente tanto che sembra scoppiata l'estate. Forse è un segno. Non può piovere per sempre. «Come va?» mi chiede. «Va che ho pensato di poter cominciare a essere un po' stronzo.» «Non è una gran novità. Che sei un gran stronzo lo so da più di vent'anni.» «No sul serio, Max. Ho cominciato a pensare di dover essere più cattivo. Meno...» «...presente» finisce lui. «Forse. Pensi che sia una cazzata?» «Ascolta,» comincia, alzando il tono per sovrapporsi all'urlo di un'ambulanza «di tutte le decisioni che potevi prendere, credo che questa sia la più sensata. In ogni modo.» «Chissà» riesco solo a dire. «Cazzo, certo che è pazzesco. L'altra sera davanti a quello stronzo con la pistola non avevo paura di niente. Avevo quel cannone a venti centimetri dal cranio e non mi faceva né caldo né freddo. Adesso, invece...» «...ti caghi adosso. È normale. Ah, dimenticavo. Quando ho letto sul giornale quello che avete fatto su alla villa... beh... ero orgoglioso di te...» Mi scappa da ridere, perché quello è un bel regalo di compleanno. «Grazie» riesco solo a dire, mentre giro e mi fermo al semaforo fra via Marconi e via Ugo Bassi. Poi sento il bip di una chiamata in attesa e per un piccolissimo secondo tutto si sfascia. Il tempo che passa fra il momento in cui avverto il suono e quello in cui vedo sul display la scritta non disponibile. Decido di non rispondere. Non è Alice e ormai sono arrivato in ufficio. «Era lei?» mi chiede Max mentre mi infilo verso piazza Roosevelt. «Secondo te?» «Secondo me no.»
«Appunto. Era anonimo. Sarà Ippoliti. Tanto sono arrivato.» «Allora ti mollo. Senti una di queste sere ci mangiamo qualcosa insieme, così ti faccio vedere la casa nuova?» «Solo se non cucini tu.» «Allora niente. Se vuoi vedere casa ti toccherà deliziarti con la mia abilità ai fornelli.» «Terrò in preallerta il pronto soccorso. Adesso devo scappare.» «Oh, semo. Auguri sai?» Lo dice proprio senza "c". Più bolognese di così si muore. «Vai a lavorare, scansafatiche» gli rispondo. E riaggancio. Guardo l'orologio e cerco di immaginare perché Ippoliti potrebbe avermi chiamato. Per un attimo mi viene in mente uno strano castello di ipotesi che si scioglie subito, come una statua di ghiaccio infilata in forno, quando il poliziotto di guardia all'ingresso mi saluta ributtandomi nella realtà. Salgo le scale quasi sorridendo. Ne ho diritto. È il mio compleanno. E trentacinque è una gran bella cifra. Mi piace, suona bene. Me la sento addosso. E sono contento. Però dura solo un attimo. «Ha chiamato il dottor Salvi» mi dice Ippoliti. Mi sta aspettando a braccia conserte sulla porta del mio ufficio. Ha una faccia strana. Giovanni Salvi è un medico dell'ospedale Sant'Orsola. Circa un anno fa liberammo sua figlia da un paio di balordi che l'avevano rapita scambiandola per un'altra. Da allora potrei dire che siamo amici. «Quando?» «Cinque minuti fa.» «E allora?» «Alice. L'hanno ricoverata stamattina» mi spiega. E sento il mio corpo appoggiarsi sulla sedia, come un grosso albero improvvisamente privo di tutte le sue radici. Tre Prima periferia di Bologna. Mattina «Senti, è oggi che hai l'appuntamento con il commercialista?» Paolo Biffi guarda la moglie attraverso la porta del bagno. Sono le otto e mezza del mattino e fuori c'è il sole. Se lo sente sul torace nudo, arrivargli addosso dalla finestra chiusa, come una luce troppo intensa, ma che fa be-
ne. Si toglie lo spazzolino di bocca e lo appoggia sul lavandino. «Cazzo, m'ero scordato completamente. Riesci a chiamarlo tu per chiedergli se può la prossima settimana?» La donna sorride. Quell'uomo è un disastro con gli appuntamenti, malgrado le due agende e l'organizer che gli ha regalato a Natale. Si solleva la spallina del reggiseno e guarda il marito. Ha i capelli accesi dalla luce del giorno e la stessa espressione scomposta e preoccupata della prima volta che lo ha visto, più di dieci anni prima. Pensa per un attimo che sarebbe bello se avessero avuto un figlio con quegli occhi lì. E con i suoi capelli rossi, morbidi e lunghi. Forse l'avrebbe aiutata a continuare ad amarlo allo stesso modo. Si avvicina e gli toglie da un labbro una traccia di dentifricio. «Va bene, pasticcione. Appena ho un secondo stamattina lo chiamo.» Si asciuga il dito umido in un asciugamano ed esce. Paolo guarda i capelli rossi sparire dietro all'angolo della porta e la sente cantare, seguendo il filo di una musica lontana che non riconosce. Ascolta quella voce e pensa che Lucia è ancora bella. Forse più adesso di quando l'ha conosciuta. Se ne accorge da come gli uomini la guardano per la strada, in modo diverso da allora. Resta un attimo a fissare l'aria vuota davanti alla porta spalancata, piena del suo profumo e cerca di scacciare la sensazione che il loro rapporto stia diventando esattamente come quel profumo rimasto sull'uscio. Il ricordo che lentamente svanisce di qualcosa che non c'è più. Poi sciacqua lo spazzolino sotto al rubinetto e tenta di affrontare la mattina. Quando scende al piano di sotto, seguendo il profumo del caffè, ha una sete strana, sottile, di quelle che arrivano a volte durante la notte dopo essere stato in Appennino a ingozzarsi di affettato e crescentine. Qualcosa che ti fodera il palato con una patina lunga e spessa e che ti incolla alla bottiglia fino a toglierti il respiro. Arrivato in cucina, si versa un bicchiere d'acqua e si siede davanti a Lucia. «Ieri ho conosciuto la nuova donna di Gerri» le dice. «Una nuova? Ma quante ne ha già cambiate?» «Da quando l'Angela l'ha smollato credo quattro... in quattro mesi.» Lucia lecca il cucchiaino di yogurt con involontaria sensualità. «E com'è?» «Come le altre. Secca come un palo della luce. E antipatica come sua madre. Te la ricordi la madre di Gerri? Per me le sceglie apposta. Ma tanto dopo un po' lo smollano tutte. L'Angela ha giocato il più bel jolly della sua vita a dargli dell'aria.»
«L'hai più vista?» Lucia si alza e butta nella spazzatura la confezione vuota dello yogurt. «La settimana scorsa. All'Ipercoop. È rifiorita. Ma è sempre stata bella. Non ho mai capito cosa ci vedesse in uno spento come Gerri.» «Vai a sapere...» dice Paolo. Svuota in un sorso il bicchiere di caffè e si alza. Passandole accanto, le dà un bacio sulla guancia e lei sente l'impronta delle sue labbra sulla pelle e il profumo del caffè. «Vado su a prendere le chiavi ed esco. Oggi c'è la riunione con quel tipo di Seattle, sai che palle.» Lucia sorride e lo vede salire al piano di sopra. Lo guarda sparire per le scale e butta un occhio all'orologio. Di lì a un'ora sarà in classe, a fare lezione a una ventina di ragazzotti del tutto disinteressati a quello che sta dicendo. Una mattinata inutile, lunga, noiosa e schifosamente sottopagata. Con un gesto del capo si sposta una ciocca di capelli dal viso. Poi apre la finestra per dare aria alla cucina e quando si muove sente il lamento. Sulle prime non ci fa caso. Resta ferma, solo un secondo, ad ascoltare. Più tardi, pensando a quel secondo, piangerà credendo di aver perso un momento prezioso. Ma anche se non lo saprà mai, non è così. Capisce cosa sta succedendo quando quel grido strozzato si fa sentire di nuovo. Allora si accorge che è passato troppo tempo. Che Paolo avrebbe già dovuto essere sceso. Che non le pare di aver sentito la porta del bagno chiudersi e che quindi deve per forza essere ancora in camera da letto. Sale le scale di corsa, perde una scarpa sul primo gradino e continua a salire rischiando di scivolare due volte. Nel corridoio gira l'angolo e s'infila in camera. Paolo è steso sul letto. La cravatta allentata, la camicia aperta, gli occhi spalancati che sembrano fissare la stampa di Monet. Una stampa che non riesce più a vedere. «Un infarto» le dirà un'ora più tardi un medico dalla faccia giovane e buona. E lei sentirà il trucco scivolarle via, insieme alle lacrime e a tutto il resto. Senza che esista qualcosa da poter fare per poterlo trattenere nella sua vita. Il pronto soccorso dell'ospedale Sant'Orsola di Bologna è un lungo corridoio bianco pieno di porte a scorrimento chiuse e immerso in una luce gelata e candida per la maggior parte del giorno e della notte. Ho passato un sacco di tempo lì dentro e me lo ricordo improvvisamente mentre ci rimetto piede, scappando con una scusa qualunque a tutto quello
che invece dovrei fare. Non so se è l'odore o l'aria che sembra fredda anche d'estate. In fondo gli ospedali sono tutti uguali. Dipende dal motivo per cui ci vai. Sento qualcosa di sordo, ben piantato dalle parti dello stomaco. La stessa sensazione che ho provato quando ho visto Teresa per terra, in mezzo alla pioggia e al sangue. Non ho quasi pensieri. Una donna anziana si avvicina e mi guarda. Ha una giacca a scacchi e i capelli spettinati. La vedo sparire dietro la porta del bagno, più o meno a metà del corridoio, di fronte a un ambulatorio spalancato. Sembra una bocca. C'è una donna con i capelli rossi che piange piano, a qualche metro da me. Un dottore le tocca una spalla e tenta di sorriderle. Lei tira fuori un kleenex dalla borsetta e si pulisce gli occhi. Ho bisogno di una canna. Improvvisamente. Qui, in questo momento. Fermo davanti alla porta dell'ambulatorio. Vorrei tirare una boccata lunga, di quelle che sembra ti venga da vomitare e invece tutto si sistema. Come la realtà che torna limpida quando rimetti a fuoco una fotografia. «Mi sa dire dov'è radiologia?» mi chiede un tipo sbucato dal nulla. Lo vedo solo quando me lo ritrovo di fronte, in mezzo al corridoio. Non gli rispondo. Continuo a guardare nell'ambulatorio. So che Salvi è lì. L'ho sentito parlare. Affondo le mani nelle tasche dei jeans. Sono fredde. Ma il tipo non demorde. «Mi scusi, signore. Radiologia, per favore.» Lo guardo. Ha gli occhi lucidi. La voce fa fatica a uscire. «Le sembro un medico, per caso?» mi sento rispondere. «Come scusi?» «Le ho detto che non sono un medico. E di dove sia radiologia, sinceramente, non me ne frega un cazzo.» Mi guarda. Da un metro. Ha l'odore sudato di qualcuno che ha paura. Forse lo stesso che ho io, anche se i miei pori sembrano sigillati. Anche le mani. Secche come il legno di un burattino. Ho voglia di prenderlo a pugni. Devo prenderlo a pugni. Continua a guardarmi finché una donna non gli si avvicina. Lo prende per un braccio e gli dice qualcosa. Li vedo allontanarsi, dall'altra parte del corridoio. E allora vorrei seguirli e dire qualcosa, anche solo che mi dispiace. Però non posso. Perché Salvi esce dall'ambulatorio. E tutto il resto smette di esistere.
Sicilia, le undici del mattino Appoggiato alla portiera dell'auto il capitano Gagliardi vede la macchina nera sbucare dalla curva. Non sente il motore perché tutto è coperto dal frastuono dei due elicotteri che volano sopra alla statale che porta da Roccasole a Palermo. Adesso quella strada è chiusa, sigillata da posti di blocco da una parte e dall'altra, dopo il passaggio della Punto nera che Rufolo ha visto arrivare davanti alla casa bianca e poi ripartire. E che adesso ha girato la curva e si sta avvicinando. Il capitano toglie la sicura alla pistola. Accanto a lui, gli uomini della DIA di Palermo sollevano i mitra già con gli otturatori aperti. Sono loro che hanno la territorialità dell'intervento. È a loro che tocca prendere quel macellaio di Nunia. Ma sono lui e Rufolo che lo hanno visto. E sa che questo vuol dire qualcosa. A una ventina di metri dal posto di blocco, la macchina nera rallenta e Gagliardi stringe forte la pistola. Per un attimo è sicuro che farà una manovra veloce e tornerà indietro, cercando di scappare. E allora toccherà agli elicotteri inseguirla. Gli pare persino di vedere negli occhi l'uomo al volante che ingrana la retro per andarsene. Ma è solo una brevissima allucinazione. Perché invece la Punto continua a rallentare e qualche secondo dopo è ferma a non più di quattro metri da lui. Dalla macchina scendono in due, un uomo e una donna. L'uomo si chiama Luigi Pastoso, ma tutti lo conoscono come il Muto. È magro come un chiodo e ha lo sguardo arrogante e tronfio di chi ha appena segnato il goal decisivo nella finale di coppa dei campioni. Vedendolo lo saluta con un gesto del capo, ironicamente rispettoso. Gagliardi lo ha arrestato tre volte. Sempre roba da quattro soldi. E non è mai riuscito a trovare qualcosa che potesse portare a Nunia. Mentre Pastoso si gira con le braccia aperte per farsi perquisire, Gagliardi vede la donna e la riconosce. Si chiama Margherita Nunia. La sorella del padre di Gaspare. La conosce da quando era piccolo e suo padre gli diceva di stare lontano da quella donna e dalla sua famiglia. Ne sa più lei del diavolo in persona, gli aveva detto una volta, mentre la pentola con la zuppa faceva un fumo buono e pesante sul fuoco della piccola cucina. Così il capitano Gagliardi sa - ancora prima che la DIA apra il bagagliaio della Punto con i mitra spianati - che Gaspare Nunia non è su quella macchina. E non è nemmeno più nella casa bianca che guarda il mare e che tengono sotto sorveglianza da mesi. Quella
in cui sua madre sta morendo di cancro. Mette via la pistola e si avvicina alla macchina, cercando di capire perché Gaspare Nunia è andato fin laggiù. Perché da un'ambulanza in corsa è finito al capezzale di sua madre, nel posto per lui più pericoloso della terra. Guarda sotto, oltre la scarpata, la sagoma di Palermo immersa in una foschia di sole e smog e sente un pensiero che si avvicina. Un pensiero che non gli piace per niente. E che ha l'odore del sangue e della polvere da sparo. Bologna, Ospedale Sant'Orsola. Poco dopo le undici «Come sta?» sussurro e ho una paura terribile della risposta. «Potrebbe essere botulino.» «Botulino?» C'è un neon che ronza, da qualche parte. Forse nello studio accanto. O solo nella mia testa. «Botulino. Stiamo facendo delle analisi. Ha un cerotto su un dito. Potrebbe essersi ferita in qualche modo. Lo sapremo in breve tempo.» Botulino. Perché le malattie hanno dei nomi così buffi? «Come sta?» ripeto di nuovo. «Non bene. Quando l'abbiamo trovata...» «Come l'avete trovata?» lo interrompo. Non riesco a lasciargli finire una frase. «Una vicina. Ha sentito la gatta miagolare per tutta la notte. Ha provato a suonare alla porta e lei non le ha risposto. E nemmeno al telefono. Così ha chiamato i vigili del fuoco. L'hanno trovata a letto. Praticamente immobile. Gli animali sono incredibili. Le ha salvato la vita.» «Scusa. Ti ho interrotto. Dimmi. Spiegami, per favore.» «Dicevo che quando l'abbiamo trovata era cosciente, ma immobile. I muscoli totalmente rilassati.» La voce di Salvi è buona. Sa di menta, qualcosa di profondo e di domestico. L'ho sentita migliaia di volte. Eppure me ne accorgo solo adesso, mentre si avvicina con il camice aperto su una maglietta di cotone bianca. «Il botulino,» continua «è provocato da una neurotossina che induce la paralisi flaccida dei muscoli. Un po' come se non esistessero più. Le gambe non ti tengono, le braccia sembrano pesanti. Non riesci a tenere gli occhi aperti. Fai fatica a parlare.» «E poi?» Salvi sorride. «E poi arriva un dottore che ti cura.» Mi stringe le spalle
in un gesto affettuoso. Ha delle mani grandi e forti. Da falegname più che da chirurgo. Mani capaci di fare qualcosa di buono. Le mie di mani, invece, in questo momento sono capaci soltanto di sudare, strette fra le ginocchia. «Devi stare tranquillo. Esiste un'antitossina. Un antidoto. Se è botulino si sistemerà tutto.» «E se non è botulino?» Domande. Tutta la vita spesa a fare domande, spesso a chi non ne vuole sapere di dare risposte. Anche adesso, in questo momento. Domande e solo domande. Salvi si abbassa. Mi appoggia le mani sulle cosce. E io lo guardo. Duro. Cerco di tenere distante da me tutto quello che mi può far male. Come se uno sguardo bastasse. «Fidati di me» dice. «Avete mangiato qualcosa di strano? Scatolette o roba simile?» «Non la vedo da un po'» dico. «Mi dispiace, non sapevo che...» Mi alzo di scatto. Basta parole. Basta immaginare. «Senti, posso vederla?» «Andiamo» mi risponde subito. E usciamo in corridoio. Sicilia, stessa ora «Lei è pazzo a venire qui in questo modo.» L'avvocato Ludovico Accolti ha il viso magro e scavato di Peter Cushing in Guerre Stellari. Gaspare Nunia lo ha sempre pensato, dalla prima volta che lo ha visto, tanti anni fa. E ogni volta che si ricorda di quella strana somiglianza gli viene da ridere. Solo che non lo può fare per due motivi. Perché ridere in faccia all'avvocato Ludovico Accolti è terribilmente pericoloso anche per uno come lui. E soprattutto perché di quell'avvocato ha bisogno. E della sua attenzione. «Qualcuno potrebbe pensarlo, avvocato. Ma di sicuro non lo pensa lei. Lei è troppo intelligente per avere in testa una stronzata simile.» Lo studio è enorme e sa di legno antico e di palate di soldi. Quando è sceso dalla macchina e ha salito le scale sul retro, nel pieno centro di Palermo, si è sentito al sicuro come mai gli era capitato nella sua vita. Quella stanza così esposta agli occhi di tutti è incredibilmente il posto più tranquillo per una persona costretta a nascondersi. C'è una grande finestra sul lato opposto all'ingresso dello studio. È coperta da una tenda bian-
ca e sottile quel tanto che basta per far entrare la luce, ma non gli obiettivi delle macchine fotografiche che tengono sotto controllo quella stanza. «Forse lei sopravvaluta le mie capacità» dice Accolti, mentre Gaspare si siede davanti a lui e cerca di trovare una briciola di verità dietro a quello sguardo piccolo e marrone. «Non ho molto tempo per le formalità, avvocato. Immagino che lo sappia.» «Sì, ne ho notizia.» «Bene. Allora evitiamo le smancerie. Ho bisogno di parlare con don Beniamino Riccomini.» La risata di Accolti esplode con il fragore di un petardo in chiesa. Rimbalza sulle pareti dello studio e si spegne, rapida com'è arrivata. «E lei crede che io possa prendere appuntamento con don Riccomini come e dove voglio?» «No, avvocato. Non sono così fesso da crederlo. Però credo che lei conosca delle persone che conoscono delle persone che ne conoscono altre. E che magari alla fine...» «Lei si sbaglia.» Gaspare si alza. I suoi passi sono pesanti sul legno del pavimento. Si ferma davanti alla grande libreria e prende tra le mani una copia del codice penale. È grosso e ingombrante. «Avvocato, amuninni. Don Beniamino Riccomini è latitante da trentacinque anni...» «...trentotto.» «Trentotto anni, avvocato. Benissimo. Don Beniamino Riccomini, avvocato. La primula rossa,» sussurra arrotando la "r" a sottolineare l'accento palermitano «il capo dei capi di Cosa Nostra. Nessuno sa che faccia abbia adesso. Nessuno sa dove si nasconde. Da trentotto anni. E lei, don Ludovico, è il suo avvocato da quanto tempo?» «Ventotto anni.» «Ventotto anni. Sono tanti, eh? Sono tanti ventotto anni. E lei crede che io sia un picciriddu, avvocato? Pensa che io possa credere che lei non sappia come mettersi in contatto con don Riccomini? Amuninni, avvocato.» Accolti lo guarda e fa scrocchiare le dita. Si appoggia allo schienale della poltrona e pensa. Gaspare è di nuovo seduto li davanti. Sfoglia sen2a guardarlo il codice penale. Una pagina dopo l'altra. «Cosa vuole da don Riccomini?» Gaspare sorride. È la stessa espressione che molti hanno visto come ul-
tima scena prima di morire. Si siede di nuovo davanti ad Accolti. La poltrona sbuffa accogliendo il suo peso. «Qualcuno mi ha fatto un torto, avvocato. Lei lo sa?» «Ne ho avuto notizia.» «Ne ha avuto notizia» ripete, improvvisamente serio. «Bene. Sono qui per proporre un affare a don Riccomini. È un uomo d'affari, non è vero avvocato?» «Don Riccomini è un uomo d'affari.» «Allora credo che gli inter...» Lo squillo del telefonino gli cuce la frase in bocca. Guarda il display e il suo sguardo si fa piccolo e rassegnato. Alza il dito indice della mano sinistra a chiedere un momento di tempo. Poi risponde. Non dice una parola. Richiude il telefono e lo infila con cura nel taschino della camicia. Guarda verso la libreria e per un attimo in quello sguardo passano i pensieri di un uomo ferito. «Ho appena saputo che mia madre è morta, avvocato.» «Le mie condoglianze...» «Adesso, diventa molto urgente che io parli con don Beniamino. Conto su di lei.» Si alza e gli tende la mano. Accolti lo guarda e si alza a sua volta. È almeno quindici centimetri più basso del suo interlocutore. Esita un attimo poi gli stringe la mano. «Farò quello che posso, don Gaspare.» «Lo so, avvocato. È questo che tutti dicono di lei.» Bologna, undici e cinque «Chi ti ha chiamato? Che cazzo ci fai qui?» mi dice e la voce è talmente sottile che non so nemmeno se ho sentito qualcosa o letto le labbra. «Che cazzo ci fai tu, qui.» Mi sforzo di sorridere. «Come stai, rottame?» «Bene.» Già. Bene. Cos'altro può rispondermi? La guardo. È appoggiata sulla schiena, la testa reclinata da un lato, gli occhi ancora più sottili del solito. I capelli le disegnano una strana ombra sulla fronte, giocando con la luce della stanza. Le palpebre si abbassano lentamente, come trascinate da una corda. Quando riesce a tenerle appena socchiuse non riesco a capire dove guarda. Sembra strabica. Ma è solo un'impressione. Accanto a lei, una donna anziana sta russando. Ha il viso piccolo e i ca-
pelli bianchi attorcigliati sul cranio, annodati da troppe ore passate sul cuscino. Mi avvicino al letto e guardo Alice. Le accarezzo i capelli, piano. Sopra la fronte. Sono morbidi. Sento la pelle calda del viso sotto le dita, il tiepido del respiro sulla pelle delle mani e una strana rabbia che mi striscia sotto. Una rabbia che non capisco e che mi fa serrare i denti. Forse Alice se ne accorge, perché cerca di dire qualcosa. Mi abbasso, vorrei capire, vorrei sentire, ma non ci riesco. Non le chiedo niente. Non le chiedo di ripetere. Quando alzo gli occhi sembra che dorma. Le bacio la fronte. Piano. Sento la pelle sotto le labbra, il profumo di ospedale mischiato al suo. Lo annuso, per tenerlo a mente, per filtrarlo da quello che c'è di sbagliato intorno. Poi esco. Ed è cambiato tutto. Nessun telegiornale ha detto qualcosa. Li ha guardati tutti. Nazionali, regionali, locali. Ha guardato talmente tanti notiziari che gli viene il vomito solo a sentire parlare ancora di Saddam Hussein e di Iraq e di Afghanistan e di politica. Che si fottano e si ammazzino come vogliono. A lui non frega proprio un cazzo. E quando ha spento la televisione, dopo l'ultima notizia e il saluto di quella faccia da fesso del conduttore del tg regionale, ha saputo che non avrebbe mai trovato quello che cercava. Accende lo stereo e la voce di Sergio Cammariere riempie la stanza. «Amore disperato, amore bello e puro» canticchia, mentre si stende sul divano e aspetta. È un'attesa breve, perché dopo poche battute il gatto arriva, nero e pesante. Lo vede salire lentamente sul divano ed è sicuro che se potesse misurare lo spostamento d'aria accanto a quel corpo scoprirebbe che non muove nemmeno un atomo. Attraversa l'aria senza peso, come fosse un fantasma. Il micio enorme si appoggia alla testata del divano e a lui sembra che si muova con la musica, in una specie di danza. Si sistema un cuscino dietro la schiena e picchietta piano con la mano sulla sua gamba sinistra. L'animale lo osserva, gli occhi gialli e verdi, di una profondità irreale. Poi scende fino alle cosce e si stende sulle sue gambe, su un fianco. Mentre gli passa una mano sulla pancia, chiude gli occhi e il suo muso diventa
nero, in un'espressione di lontanissima beatitudine. Guarda il gatto e sorride. Pensa a quella stanza, al quadro di Monet, ai capelli della donna e si chiede se riuscirà mai a dormire con la stessa naturalezza con cui l'ha vista dormire. Di fianco a un uomo che mentre inseguiva chissà quali sogni era già morto senza sapere di esserlo. Morto perché lui lo ha deciso. E nessuno lo saprà mai. Qualcuno, anni fa, l'ha chiamato lo scienziato. Accarezzando il gatto, morbido e addormentato, è sicuro che quello che ha fatto appartenga alla scienza pura. Quella più misteriosa. Sicilia, notte già alta La guarda stesa sul letto ed è davvero piccola, come le cose semplici. Forse era la vita che la faceva sembrare grande. La vita che ora non c'è più. Un pensiero che lo fa sentire improvvisamente troppo stanco. Per tornare nella casa Gaspare ha dovuto aspettare la notte e così è arrivato che tutto era già stato fatto. C'è un buon odore di pulito e forse troppe candele accese. Si avvicina piano e ne spegne qualcuna. Girando intorno al letto, cercando un modo per avvicinarsi. Poi accende l'abat-jour sul comodino e la stanza prende un colore caldo, più famigliare. Si abbassa lentamente sul corpo di sua madre e le sfiora il viso. È freddo come le lenzuola di un letto lasciate incustodite da qualcuno che se n'è andato. «Non sono nemmeno riuscito a parlarvi» dice. Vorrebbe trovare un sistema per salutarla e non lo trova. Non ha mai avuto tante parole in testa. Forse se potesse guardarla negli occhi lei capirebbe tutto. Come ha sempre fatto. Ma non può più. E allora Gaspare sente solo la rabbia che parla. E sa che anche se non è scappato da Marino del Tronto solo per venire lì e vivere quel momento, in quella stanza nasce un motivo in più. Qualcosa da tenere davanti agli occhi sempre, finché non sarà finita. Tutto a suo tempo. Forse dovrebbe piangere, ma nessuno gli ha insegnato come si fa. Nessuno gli ha spiegato che si può, che non c'è niente di male e così Gaspare Nunia non piange davanti a sua madre. Sorride. È la cosa più simile a un pianto che possa produrre un uomo
come lui. Poi si china di nuovo, la bacia sulla fronte e le sfila gli orecchini. Li sente minuscoli fra le mani e stringe il pugno forandosi con la clip aperta. Guarda per l'ultima volta sua madre ed esce dalla stanza. Serena è in cucina, appoggiata al lavello, i capelli sciolti e gli occhi stanchi. «Ha detto qualcosa?» le chiede. «No» sussurra lei. «Non ha detto niente. Ha solo aperto un secondo gli occhi e sorriso.» Gaspare si avvicina e le prende la mano «Tienili tu questi» sussurra, appoggiandole gli orecchini sul palmo. «No, non è...» «Sono sicuro che lei avrebbe voluto così.» Serena lo guarda e poi, con un semplice gesto ripetuto due volte, s'infila gli orecchini. «Come mi stanno?» Gaspare non risponde. Si abbassa lentamente e la bacia. «Stanotte dormo qui. Me ne vado all'alba» dice dopo un lungo momento. «Allora andiamo.» Serena lo prende per mano ed escono dalla stanza. Sulla porta spegne la luce. E tutto, nella casa, torna a scivolare nel buio. Nel sogno cammino per casa. E lo so che è un sogno. Perché mi sono accorta di addormentarmi. Quando è venuta l'infermiera avevo gli occhi come un tondino di ferro. Poi li ho chiusi e adesso sto dormendo. Ma non trovo la gatta. Ho cercato sotto al divano, dietro le tende, sotto al termosifone, ma non c'è. In cima all'armadio, ma non c'è e il mio armadio non è così alto. Sulla cima quasi non c'arrivo, nemmeno con la scala. Cerco di spingere sui pioli, ma è come se salissi quindici piani e ho le gambe pesanti. Non ce la faccio. Però devo arrivare in cima. Devo arrivarci prima di cadere. Forse c'è una sedia e posso riposarmi. Una sedia in cima all'armadio, la mia sedia preferita. Ma non so se c'arrivo. Non riesco a fare un passo. Devo farcela, sogno di merda. Devo farcela. Cosa ci vuole. È solo una cazzo di scala, Alice. Sali. Devi farcela da sola.
E invece cado. All'indietro. Di schiena. Ho anche il tempo di pensare che sarà una brutta botta. Che farà un male della Madonna. E invece il pavimento è morbido. E mi accorgo che sono finita a letto. Ho gli occhi chiusi. Pesanti come un tondino di ferro. Però riesco ad aprirli, piano. La miciola è a un metro da me. Mi guarda. Allora la chiamo, ma non mi esce la voce. Mi muovo, allungo le mani, le sposto lungo il corpo, ma non le sento muoversi. Devo alzarmi. La gatta vuole che la prenda in braccio. Vuole che la chiami, vuole che le dica che è il mio amore. È per questo che mi guarda così spaventata. Apro la bocca ma esce solo aria. Tutto quello che mi esce dalle labbra è solo aria. Non posso parlare. Non posso muovermi. E anche se è un sogno, so che quando mi sveglierò non sarà diverso. Bologna, 21 aprile. Mezzogiorno Un bambino ride e io giro la testa verso la finestra, ma è fuori, per la strada. Tracce di Bologna che continua senza di me. Sono in piedi in mezzo alla stanza, lo sguardo che sfiora la tenda senza vederla, le mani affondate nelle tasche dei pantaloni e Fossati in sottofondo. Stamattina mi sono rasato con calma, nudo davanti allo specchio, ho pulito per bene il rasoio dai peli, mi sono buttato sotto la doccia, mi sono vestito scegliendo con cura un maglione nero scollato a V, una camicia bianca, un paio di Levi's. Quando sono uscito in macchina erano quasi le sei del mattino. L'ho lasciata in via Paolo Fabbri, vicino al Sant'Orsola. Sono entrato in un bar e mi sono fatto un cappuccino, sciogliendo l'umido che la mattina di aprile mi ha appoggiato sul pizzetto e sulla punta delle dita. Poi ho salito le scale e ho attraversato di nuovo il lungo corridoio del pronto soccorso, ascoltando il suono dei miei passi come i rintocchi di un orologio sul soffitto troppo basso. E alla fine sono entrato nella stanza. Alice stava dormendo. Era esattamente nella stessa posizione in cui l'avevo lasciata. Mi sono seduto accanto al letto e ho fissato per qualche lunghissimo secondo le
gocce che stavano scendendo dalla bolla della flebo, le ho viste scivolare nel tubicino di plastica, infilarsi nella cannula, sparire dentro di lei. E ho cercato di immaginare dove potessero finire, cosa potessero trovare nel sangue di Alice da combattere, in che modo. L'ho guardata, come si fa con qualcosa di lontano, di irraggiungibile, chiedendomi cosa stesse pensando e quanta paura ci fosse dietro le sue palpebre chiuse. Sono rimasto mezz'ora fermo a guardare il colore della pelle intorno agli occhi, il taglio delle orecchie, i riflessi dei capelli regalati dalla piccola luce della lampada del letto, i lievissimi movimenti delle dita delle mani, e ognuno di quei piccoli scatti mi sembrava il segno che qualcosa tentava disperatamente di continuare a vivere dentro di lei. E non ce la faceva. Ho visto gli occhi muoversi dietro le palpebre abbassate, inseguendo un sogno e qualcosa dentro di me ha sorriso pensando che lei non se lo sarebbe mai ricordato. Poi le ho passato un dito sul dorso della mano e mi sono alzato. In silenzio. E adesso che ci penso sono nel mio studio, in piedi davanti alla finestra, ad aspettare che Salvi mi chiami con l'esito delle analisi. La mattina è sfilata senza che nemmeno me ne accorgessi ed è un mezzogiorno pieno di un silenzio irreale. Finché non succede qualcosa a rompere tutto. Una cosa semplice. Squilla il telefono. «Ma porca troia!» sbraita e molla un pugno all'agenda nera appoggiata di fianco al mouse. «Se becco quel coglione che ha detto che Windows XP è stabile gli cucino le palle a fuoco lento come la marmellata.» Per la quarta volta Guido Bignami schiaccia con furia la maledetta trinità Ctrl Alt Canc, e si alza a guardare il cielo celeste sopra Bologna. Mentre si fa distrarre dai colori del giorno e da qualche pensiero non ben identificato, sullo schermo appaiono in rapida successione la schermata del BIOS e quindi il desktop, con la Canalis appoggiata al lato corto del monitor a 17" con due tette da far saltare i circuiti a qualunque microprocessore. Sembra in trance, Guido. Eppure non se lo può permettere. Ha un sito da mettere online entro la mezzanotte. Il sito di un cliente tanto pieno di soldi quanto deciso a rigargli le palle con un cacciavite nel caso il lavoro non venga finito nei tempi concordati. Seguendo la scia di una Punto nera che si allontana da Bologna imboccando via Ferrarese, Guido nota l'insegna di
una banca e ricordando l'ultimo estratto conto, decide di sedersi di nuovo a lavorare. È a casa, un appartamento piccolo, pieno di libri e dischi arrampicato all'ultimo piano di un palazzo alla prima periferia di Bologna. Un appartamento triste che da un po' di tempo ha finito per assomigliargli. Per un po' funziona tutto bene, in una di quelle strane forme di magia che a volte accadono e per cui programmare diventa facile, solo una successione rapida di istruzioni che sembrano andare a posto da sole. Poi qualcosa si appanna. Succede quando passa un aereo, diretto chissadove. Passa talmente basso che Guido riesce a distinguere il colore delle lettere sulla coda, l'inclinazione del timone. Oltre a sentire i timpani urlare per il rumore terrificante dei motori. Però quell'aereo porta dietro un pensiero e Guido, improvvisamente, stacca le dita dalla tastiera e gli occhi dal monitor. Qualche tempo dopo, ricominciando, non si ricorderà più che cosa stava per scrivere. Ma lì per lì non si preoccupa e molla tutto per correre dietro proprio a quel pensiero. Segue la scia dell'aereo lungo la finestra alla sua sinistra e poi sul muro, come se fosse trasparente e poi sul comodino e poi sulla libreria. E lì c'è la foto che lo guarda. La foto di Teresa. Teresa Rizzo, all'anagrafe, ma Titti per lui. Sempre e solo Titti. Nella foto sorride e ha una strana luce sui capelli, come se il sole non fosse di fianco, al centro di un cielo in sospetto di fotoritocco, ma proprio dentro al sorriso. Guido è innamorato di Teresa. Ma non gliel'ha mai detto. O forse lei lo sa da sola e ha preferito stare zitta. Tanto Teresa è innamorata di un altro. In realtà dovrebbe dire era innamorata di un altro, perché Teresa è morta. Fa il conto dei giorni che sono passati da quando è successo e cerca di ricreare nella testa l'ultima immagine che ha di lei. E tutto quello che si ricorda è la foto che è apparsa sui giornali, sempre la stessa. Sul «Carlino» cronaca locale e nazionale, su «la Repubblica» - cronaca locale e nazionale - e su tutti gli altri. Anche sul «Corriere della Sera». Perché la questura di Bologna fa notizia. E Teresa l'ha ammazzata un poliziotto. Così, l'ultima cosa che si ricorda è una foto grigia di inchiostro in cui lei sorride. Ma che non assomiglia alla vita vera. La foto che ha sul comodino, quella sì che assomiglia alla vita vera. La prende fra le mani e la guarda. Ed è lì che vede la vespa.
Vespa vulgaris. Vive nei prati e nei boschi, si nutre di carne e materie zuccherine, uccide le api per saccheggiare l'alveare. Sa tutto delle vespe da quando era bambino e una vespa l'aveva punto, a scuola. Se l'era trovata sotto un'ascella e lui aveva semplicemente chiuso le braccia. Senza saperlo. Così lei aveva punto. Non ce l'aveva con lei, anche lui avrebbe fatto lo stesso se fosse stato schiacciato fra un costato e un'ascella giganteschi. Però quella puntura aveva rischiato di ammazzarlo. Era arrivata l'ambulanza e aveva sentito i dottori dire che gli aveva preso un ciocco profilattico. Dopo, a casa, la mamma gli aveva detto che quello che aveva avuto si chiamava shock anafilattico e gli aveva insegnato anche a scriverlo. Non aveva un bel suono, però era difficile e a scuola nessuno sapeva cosa fosse. Forse nemmeno la maestra. Però quello shock che aveva rischiato di fargli fare un ciocco definitivo, aveva anche fatto saltare fuori che era allergico alle vespe. La vespa ha la bocca atta a masticare e lambire i menotteri aculeati. Ha sei arti come tutti gli insetti e le ali anteriori sono più grandi. È glabra, gialla e nera e lui la sta guardando, ferma sul comodino. Forse anche lei lo sta guardando. Dev'essere entrata prima, quando ha aperto la finestra del bagno. Chissà da quanto tempo è lì con lui. Per un attimo pensa di aprire la finestra. Poi lo sfiora il pensiero che se toglie la zanzariera potrebbero entrarne altre. Allora si sposta piano a destra, mentre una lunga goccia di sudore gli cammina sulla fronte e sulla tempia. Allunga una mano senza guardare e prende dalla scrivania un libretto spesso tre dita, rilegato con le anelle. Lo stringe, lo sente saldo in mano. Gli basta un solo tentativo. Ha anni di esperienza nell'eliminazione di quelle troie. Con un sorriso di soddisfazione la vede svanire sotto lo schiaffo che il libro le molla proprio sopra le ali anteriori. Quelle più grandi. Ma il sorriso gli muore subito sulle labbra quando si accorge con cosa ha schiacciato la belva. E quando comincia a pensare al suo danaroso cliente e a come potrà spiegargli che il suo preziosissimo catalogo in monocopia porta, indelebili sulla copertina rilegata, i resti spiaccicati di una vespa vulgarìs. «Si tratta di avvelenamento.» La semplicità delle cose. È quella che colpisce diretta. Quella che arriva. Cose semplici. Non riesco a muovermi mentre Salvi, seduto dietro alla scrivania, pro-
nuncia quella frase. Come se leggessi nel pensiero e lo avessi saputo prima. «Spiegami, per favore» dico e sento la mia voce uscire quasi invisibile, come quei fili di lana che si staccano dai maglioni. Quelli che quasi non li vedi, ma se continui a tirare poi il maglione svanisce. Una struttura complessa è basata su tante piccolissime strutture semplici. Funziona così anche per le persone e per tutto quello che ci succede, tutti i giorni. «Le abbiamo fatto le analisi» comincia e si sistema sulla poltrona. Il suo studio è caldo e la luce che passa da dietro le tende tirate sembra diversa da quella che è fuori. «Abbiamo trovato traccia di una sostanza sintetica. Qualcosa che assomiglia al batterio del botulino, ma che non lo è.» «Mi stai dicendo che qualcuno ha modificato in laboratorio il botulino e in qualche modo lei ne è venuta a contatto?» «No, Gabriele. Ti sto dicendo che qualcuno glielo ha somministrato. Al massimo quattro giorni fa. Probabilmente meno. Per bocca. La ferita al dito è troppo vecchia per essere la fonte. E non ci sono segni di iniezioni. Da nessuna parte.» Si ferma un attimo. Prende fiato, come se gli mancasse l'aria. Poi ricomincia. «La sostanza che abbiamo trovato non esiste in nessun modo in natura e non puoi venirne a contatto. A meno di non trovarti nel laboratorio dove viene prodotta.» «E dove viene prodotta?» È come se fossi due persone. Una che passa la vita a fare domande e una che invece la vita tenta di viverla davvero. «Stiamo contattando le case farmaceutiche. I laboratori chimici. Tutto. Ma non aspettarti risultati.» «Perché?» Salvi mi guarda e si alza. Fa il giro della scrivania in un tempo che mi pare eternamente lungo. Si siede sul bordo del tavolo. Il camice si apre e i miei occhi si fissano sul nero del suo maglione. E penso che quello è lo stesso colore del sangue di notte, quando c'è la luna. Penso al sangue di Teresa. Nero. «In laboratorio dicono che non hanno mai visto niente che assomigli a questo batterio.» Si volta. Prende in mano una penna. È solo una bic, blu, il tappo liscio e perfetto. «È come se tu prendessi questa penna, le togliessi il tappino, la smontassi, mettessi il tubo di plastica trasparente al caldo, lo facessi diventare una bella esse, poi ricomponessi il tutto. Avresti una penna a forma di esse. Ma non sarebbe più la stessa penna di prima.» «Non è botulino» ripeto semplicemente.
«No. Non lo è.» La "e" accentata resta appesa al silenzio. Forse non c'è davvero tutto questo silenzio. Forse fuori dalla porta qualcuno cammina con gli zoccoli o parla o grida o ride. Ma io non lo sento. «La situazione è seria, Gabriele. Non ho nessuna intenzione di raccontarti stronzate. Chiunque sia che ha elaborato il batterio è una persona con grandi conoscenze. Uno che sa il fatto suo. Che conosce il campo e il mestiere. Non è facile creare qualcosa di questo genere. Le abbiamo dato l'antisiero, l'antidoto. Ma non ha nessun effetto. È l'antitossina che si usa per il botulino, l'unica che esiste. Ma è come se fosse acqua. Se non conosciamo la tossina originale non possiamo fare niente.» Niente. Niente è una parola breve come buio, come nulla, come no. Sto pensando che tutte le parole che nascondono un vuoto enorme sono in realtà brevissime. Forse è il mio modo di reagire. Ho paura e penso ad altro. Se metto a fuoco invece tutto diventa semplice. «Quindi trovando chi è stato, sapendo come è stata modificata la tossina, è possibile creare un antidoto?» «Sì. Con la tossina originale, possiamo sintetizzare un antisiero.» Ecco. Basta girare l'otturatore, spostare il diaframma, aprire l'obiettivo e fare entrare luce. La vita è come una fotografia. Solo questioni di punti di vista. Trovare la giusta inquadratura. La luce che serve. Il soggetto. Mi alzo e i pensieri mi si schiariscono in un momento. So cosa devo fare. Salvi se ne accorge subito. È la prima volta che lo guardo negli occhi. «Vado a prenderlo» gli dico. «Chiunque sia stato te lo porto qui.» La stanza è fredda e lui si muove con calma attorno al grande tavolo bianco. Una volta quel posto era una cantina. Ci ha messo quasi sei mesi a trasformarla in quello che è adesso. Senza contare il tempo speso a cercare il materiale. Adesso però, tutto è perfetto. Si sposta con passi silenziosi, che il copriscarpe attutisce. Sa che se qualcuno lo vedesse lì, in quel momento, con la tuta di protezione che gli impedisce di contaminare l'ambiente, penserebbe a uno sbarco alieno. E in fondo è proprio con gli extraterrestri che ha a che fare. Una volta, tanti anni fa, guardando un vecchio film ha chiesto a qualcuno cosa volesse dire alieno. Alieno vuol dire diverso, gli ha risposto. È lì che ha pensato per la prima volta che alla gente quelli strani, non conformati alla massa, non piacciono. Quelli di cui non capiscono le reazioni so-
no quelli che fanno paura. I veri extraterrestri. E quindi lui lo è. E lo è anche quello che tiene con le mani, dopo aver affondato le braccia nei due condotti di plastica trasparente che lo dividono dal tavolo di lavoro sterile, appoggiato alla parete. È extraterrestre perché non appartiene alla terra. Viene da un posto che non esiste in nessuna parte del mondo. Dalla sua testa. Controlla con attenzione il movimento della centrifuga, solleva una provetta per ammirarne il contenuto trasparente e invisibile, poi lo travasa in una fialetta argentata e sfila le mani dai guanti protettivi. Infila una siringa nella fialetta e guarda il liquido salire, richiamato dall'azione combinata dei vasi comunicanti e della pressione. Lascia che la siringa sia piena per un quarto poi si infila la fialetta in tasca e appoggia la siringa sul tavolo. Resta un attimo fermo in mezzo alla stanza e guarda in direzione delle gabbiette. Sorride. Si avvicina e i topi cominciano a squittire. Uno più di tutti, come se sentisse che tocca a lui. Apre la gabbietta e lo prende, mentre gli altri due coinquilini scappano verso il fondo, schiacciandosi contro le inferriate. Solleva la cavia e la studia, mentre sente dentro la mano il rumore sordo e rapido del respiro del topo. È bianco come la tuta che indossa, come la tinta delle pareti, come ogni cosa in quella stanza. Se è vero che gli animali sentono i terremoti, i temporali, le alluvioni e le catastrofi naturali, allora lui ha tra le mani la prova che avvertono anche l'arrivo della loro morte. Perché quel topo che ha fra le dita è terrorizzato. Se avvicinasse il viso a quella morbida pelliccetta bianca sentirebbe perfino l'odore che ha, la sua paura. Ha impiegato due settimane a renderlo allergico al veleno delle vespe. Due settimane di iniezioni praticate a intervalli regolari, studiando le dosi, facendo attenzione a simulare quanto più possibile il comportamento dell'organismo umano. E ora è il suo turno. Solleva la siringa e gliela pianta inesorabilmente in corpo, infilando l'ago per metà nella carne tenera dell'animale che tenta invano di mordergli le dita. Fa appena in tempo a sfilare la siringa e in tutto ci vogliono due sole convulsioni. E mentre prende il topo e lo getta nel barile nero che usa per smaltire i rifiuti, pensa che per il prossimo corpo in cui inietterà la sua creatura non basterà un recipiente così piccolo. «Mi scusi, dottor Riccardi, ma cosa sta succedendo?»
«Nessun dottore, la prego» rispondo. Ha una faccia simpatica il professor Stefano Farneti, il capo di Alice. Me l'ero immaginato diverso e la differenza fra l'impressione e la realtà è stata un po' spiazzante. Ha circa quarantacinque anni e l'aspetto del compagno di banco un po' secchione, con quello sguardo furbo ma distante e spaventato, nascosto dietro gli occhiali con una montatura troppo grande. La camicia azzurra e la cravatta, i capelli perfettamente in piega, l'aria di chi è abituato a stare di fronte alle persone, a fingere di ascoltarle facendosi in realtà i cazzi suoi. Un fondo di simpatia negli occhi fragili e un'attenzione che probabilmente non dedica a tutti. Mi chiedo se sia dovuta al fatto che sono un poliziotto. «D'accordo, niente dottore. Riccardi va bene?» «Perfetto. Lei sa perché sono qui?» «Beh, non fino in fondo. So quello che è successo ad Alice. È incredibile come certe cose possano...» «L'hanno avvelenata. Probabilmente qui.» Lo vedo irrigidirsi. I dorsali si tendono dietro il cotone della camicia. L'ho fatto apposta a sbatterglielo in faccia così. Secco, diretto, preciso. Deve sentirsi in colpa. Accelera la collaborazione. Non ho molto tempo. Alice non sta semplicemente male. «Lei non penserà che...» «Non penso, professore. Cerco solo di collegare i fatti. E almeno per il momento i fatti non dicono che qualcuno che lavora qui sia la persona che cerco.» Lo vedo rilassarsi. Ho imparato a capire le emozioni della gente, studiando la posizione delle mani. Il modo in cui si distendono e si allungano, la distanza fra le dita, la pressione esercitata sui pugni chiusi. Tutta roba che si impara passando la vita a fare domande. E a interpretare risposte. «Come posso aiutarla?» «Ho bisogno di sapere con esattezza quali sono stati tutti gli appuntamenti di lavoro di Alice negli ultimi quattro giorni. Voglio i nomi delle persone che ha incontrato, gli indirizzi, i numeri di telefono, le facce e i motivi. Voglio sapere qualsiasi cosa. E vorrei parlare con i suoi collaboratori.» «Non si preoccupi. Nell'altra stanza c'è Ilaria, la segretaria di Alice. Le darà tutto quello che le serve. Noi... noi vogliamo bene ad Alice.» Vorrei dire anch'io le voglio bene e invece faccio solo un breve gesto con la testa. Di più non posso fare. Se mescolo i miei sentimenti - la pelle
che si spacca in due, il cuore che salta un battito - con quello che sto facendo, non troverò mai nessuno. Alice deve essere solo un caso da risolvere in fretta. Senza perdere tempo. Devo tenere la mia Alice fuori da questo caso. Chiuderla in un angolo. Sigillare le sensazioni, nasconderle in una stanza da aprire solo quando posso permettermelo. Una volta lo facevo sempre con le persone che amavo. Ora è il momento di scoprire se sono ancora capace. «Lei ha notato qualcosa di strano nell'ultima settimana?» Farneti ci pensa un secondo. «No» risponde. «Le solite cose. Niente che possa aver colpito la mia attenzione.» Per un attimo mi chiedo che cosa attiri veramente l'attenzione di un uomo così. Poi le priorità diventano altre, le cose da fare urgenti. «Credo che sia ora che conosca Ilaria» dico. E mi alzo. Palermo, primo pomeriggio Sente il rumore della macchina che rallenta e d'istinto allunga la mano in fondo alla tasca della giacca. La pistola è fredda e piccola nelle sue mani grandi. Gaspare la stringe più forte e prosegue. Detesta le pistole. Davanti a sé, a non più di cento metri, c'è l'incrocio fra la strada in cui sta camminando, via Cavour, e via Ruggero Settimo. A quell'incrocio, in un appartamento con le finestre che danno su Piazza Giuseppe Verdi, abita il notaio Calogero Cantalamessa. Dopo l'avvocato Accolti, è lui il suo secondo obiettivo. Per quello che ha in mente deve fare in fretta. Si ferma all'incrocio, aspettando che il semaforo passi dal rosso al verde, e spia con la coda dell'occhio il fuoristrada fermo qualche metro dietro. La macchina ha i vetri scuri ed è nera. Il sole gioca con la carrozzeria a formare strane scintille, come storie dimenticate da qualcuno senza rimorso e troppo in fretta. Non riesce a vedere chi c'è a bordo, ma sa che sono lì per lui. È la terza volta che vede quella macchina e in via Cavour si è sentito il peso dei suoi fari addosso, come se fossero uno sguardo che lo spia, fuori nei movimenti e dentro, nelle intenzioni. Sa come funzionano certe cose. È come un gioco. Deve fingere di non essersi accorto di nulla e loro - perché di certo sono più di uno - devono far finta di credere che lui non sappia che sono lì. Una scacchiera, un tavolo in mezzo e un cronometro che corre. Tic tac, tic tac.
Poi il semaforo diventa verde e Gaspare guarda il portone del palazzo di via Settimo che si ingrandisce nel suo campo visivo. L'auto parte normalmente, lo supera senza esitazione e sparisce per la sua strada. È a quel punto che Gaspare molla la pistola, si rilassa, sorride e comincia a pensare che tutto quello che sta capitando abbia inquinato il suo senso del pericolo e il suo intuito. Poi si infila nel portone al civico quattro di via Settimo. E capisce come stanno veramente le cose. «'un ti moviri» dice la pistola che ha puntata alla nuca e Gaspare la riconosce subito. E sa che non deve avere paura. «Amuninni» ripete la voce e in fondo al cortile del grande palazzo in cui è entrato si apre una piccola porta. Sulla porta c'è un uomo che lo guarda. «Quanti anni sono passati?» chiede Gaspare quando gli arriva accanto. «Sali» è l'unica risposta che ottiene. Poi tutto diventa buio. Bologna, quindici e venticinque Ilaria, la segretaria di Alice, è una di quelle donne che colpiscono gli uomini per strada perché troppi centimetri separano il pavimento dalla loro testa. Ma l'attenzione si ferma lì. È sui quaranta, dritta come un tavolo da cucito, con una fila di capelli lunghi fino alla schiena e l'aria di chi è sempre un po' intimorita da chi le sta davanti e reagisce abbaiando. Lo dicono le rughe intorno agli occhi, sottili, che lo sguardo rigido le ha disegnato. Però con me è gentile. Ha modi diretti, ma non scortesi. E non mi tratta da poliziotto. Anche mentre facevo il mio breve discorsino, spiegando di cosa ho bisogno senza fare riferimento a cosa sta esattamente succedendo, mi ha guardato più per quello che rappresento come persona che per il mio ruolo istituzionale. Gli altri due, un ragazzo e una donna, sono spaventati. Lei no. O almeno non lo mostra. Nella stanza ci sono quattro scrivanie, ma solo una può essere quella di Alice. Lo saprei anche se non conoscessi esattamente dove si trova rispetto alla finestra. La guardo e probabilmente qualcosa mi passa sul viso perché Ilaria mi sorride per un secondo con quei suoi strani occhi. Giusto il tempo di sedermi sulla sedia di Alice e di guardare fuori dalla finestra, in strada, la mia macchina parcheggiata dove non potrebbe. Lei si siede davanti a me.
«Vuole vedere il computer? Vuole che lo accenda?» No, non voglio. Non voglio vedere la sua e-mail, i file, le cose che magari scriveva e a chi le scriveva. Non voglio nemmeno guardare per bene tutte quelle carte che in un disordine tipicamente suo affollano la scrivania. Non voglio sapere cos'è successo nel periodo in cui la lampadina si è spenta. Non voglio ma lo dovrò fare, per forza. È una strada in cui non posso non passare. Ma non adesso. Adesso ho bisogno di quei nomi. E basta. Glielo dico. «In realtà non c'è molto da dire. Lavori nuovi non ne abbiamo avuti. Sa come funziona. Promesse, più che altro. Si scateneranno subito dopo le feste.» Annuisco. Sto cercando di distrarmi, di staccare gli occhi dalla stanza, da quelle pareti che ho immaginato così spesso, dalla radio accesa che so che è sua. Da tutto quello che quel mondo rappresenta. Ci sto provando. «Mi racconta cos'è successo l'ultima mattina, per favore?» L'ho chiesto solo perché continui a parlare e non tocchi a me dire qualcosa. Devo respirare. Allungo in avanti le gambe, affondo le mani nelle tasche dei pantaloni e le spingo forte. Fino alla fine. «Non stava bene. Si vedeva a guardarla. A un certo punto si è alzata in piedi ed è come... crollata. Caduta per terra come se le gambe non la tenessero più. Non è svenuta. Semplicemente... è caduta. Credo che si sia fatta male a una spalla. Le ho dato una mano ad alzarsi, a mettersi seduta. Poi l'abbiamo portata a casa. Io e lui.» Indica il ragazzo all'angolo. «Lui ha riportato la macchina di Alice e io ho portato a casa lei. Non ha voluto che entrassimo. Ha detto che si sarebbe messa subito a letto.» «Già. E questo quando è successo?» «Saranno passati quattro giorni.» «Tre.» È il ragazzo all'angolo. Ha la faccia sveglia e morbida. Uno di quelli che sembra che non ti caghino poi in realtà sono sempre attenti. «Perché tre?» gli chiedo. «Perché è il giorno che è venuto quel tizio. Anselmi, credo che si chiamasse, vero Ila?» Ilaria si accende. «Hai ragione. Non so come ho fatto a non ricordarmelo. Forse in tutto quel casino...» «E chi è Anselmi?» chiedo. E all'improvviso è come se sapessi già tutte le risposte. Ilaria si gira verso la scrivania. Apre un'agenda. Sembra che non mi ascolti. La lascio fare. Poi si alza e
mi mostra una pagina. C'è scritto Anselmi, 11. Conosco la calligrafia. La "n" con gli spigoli. La "s" che si lega alla "e" come fossero una "h" in un antico corsivo. La "l" dritta, precisa. Alice cammina così, penso. Come scrive la "l". «Sono passati tre giorni» sentenzia Ilaria. Un verdetto, penso. Litigare con questa donna dev'essere peggio che combattere da solo una guerra punica. «Chi è Anselmi?» Questa volta mi ascolta. «Un cliente. Uno degli appuntamenti di questa settimana. Era già venuto altre due volte, circa un mese fa. Ma c'erano ancora dei problemi da risolvere.» «Può farmi una lista con i nomi?» «Eccola» mi dice. E mi allunga un foglio che si deve essere stampata prima, come se si aspettasse quella richiesta. La ringrazio, lo prendo e lo leggo. C'è tutto. Nomi, numeri di telefono e le ditte di riferimento. Giovanni Anselmi è l'ultimo nome della lista. L'ultimo appuntamento di Alice. La mattina in cui è stata male. «Questo Anselmi, che tipo è?» chiedo e mi alzo. Mi risponde il ragazzo. «Normale. Sui quarantacinque. Non molto alto, non molto bello. Uno che non si nota. Però cordiale, simpatico.» «Noi golosi siamo sempre molto contenti di vederlo» aggiunge Ilaria. «Peccato che sia arrivata in ufficio troppo tardi, quel giorno. Non ho potuto approfittarne.» Mi irrigidisco. «Peccato?» «Oh sì! Peccato. Porta sempre dei cioccolatini.» «E quella mattina li aveva?» Devo stare calmo. Non devo far capire nulla. «Certo che sì!» È l'altra donna che parla. Fino ad allora ha taciuto. Sembra timida e ha una voce sottile che quasi non si sente. Però dice l'unica cosa che volevo sentire. «Alice né stava mangiando uno quando Ilaria è arrivata.» Palermo, nello stesso istante Un rumore e una sensazione lieve di bruciore. Come da lontano. Poi silenzio. E un ronzio. Uno strano odore di disinfettante sotto il naso. ...lia Il bisogno troppo forte di respirare, come appena uscito dall'acqua, da
bambino, quando faceva le gare di apnea con suo padre. ...glia G E poi di nuovo il rumore e il bruciore. Sulla guancia, poco sotto lo zigomo. Uno schiaffo. Come quelli che gli dava sua madre quando saltava la scuola per andare a fare il bagno. Sveglia Gasp... Un fruscio leggero nell'aria e Gaspare Nunia apre gli occhi, allunga il braccio destro e blocca con un movimento secco e preciso la mano che sta per tirargli un altro schiaffo. È dell'uomo che gli ha puntato la pistola alla nuca, poco fa. E che adesso guarda le dita grosse come cavi di Gaspare e sorride. «Ti sei svegliato. Bene. Era ora.» La presa si allenta. È seduto su una sedia antica, con lo schienale imbottito e il profilo disegnato da un numero indefinito di bulloni. La stanza è grande, con un soffitto alto della stessa età della sedia e dell'arredamento circostante. L'ambiente è in penombra. Le grandi tende scure sono tirate e la luce esterna fatica a filtrare, disegnando lunghe ombre sul pavimento. In un angolo della stanza, su un tavolino basso, è acceso un abat-jour. Sul divano a fianco della luce, c'è un uomo. Gaspare non lo vede da quasi vent'anni e il primo pensiero che fa, riuscendo a scorgerne i lineamenti, è che tutti gli identikit che circolano sono totalmente sbagliati. Don Beniamino Riccomini non assomiglia affatto alle elaborazioni che i computer hanno fatto per ricostruirne la fisionomia. Guardandolo seduto, Gaspare non può fare a meno di pensare che non lo prenderanno mai. Quando ha visto in televisione Totò Riina nella sua cella fresco di arresto e poi nel supercarcere, ha saputo subito che era lui, anche se non lo aveva mai incontrato di persona. Ma adesso, con l'uomo che gli sta a non più di tre metri, la sensazione è molto diversa. Sa chi è perché non potrebbe essere un altro. «Da quanto tempo, Don Beniamino.» Gaspare si avvicina e saluta, abbassando piano la testa in una specie di inchino. «Tua madre era una donna buona» dice il ricercato più famoso d'Italia e solo allora, sentendo la sua voce, Gaspare è assolutamente certo che sia lui. Quel tono profondo e graffiato dalle sigarette, è lo stesso che ha sentito parlare con suo padre, in un posto pieno di sole che sembra distante un
tempo troppo lungo per poter essere contato. Ed è la stessa voce con cui ha parlato lui, per un attimo appena più lungo di quelle due sole frasi, in un giorno più recente, ma molto lontano nella memoria. «Sono qui per un affare, don Beniamino» dice Gaspare e qualcuno dietro di lui sbuffa fuori una mezza risata. Beniamino Riccomini guarda in direzione di quella risata e l'ironia che la alimentava se ne va di colpo, colpita dalla durezza dello sguardo. «Tu sei un uomo morto, Gaspare. E i morti che riescono ancora a camminare di solito hanno buoni affari da proporre. Ti ascolto» Beniamino Riccomini appoggia una mano sulla parte vuota del divano e Gaspare si siede. Alza il viso e i loro occhi si incontrano. Regge lo sguardo solo per un momento. L'aria intorno a lui sa di shampoo e di antico. Sa di qualcosa di grande, da rispettare, contro cui non mettersi. Mai. «Ci sono due persone che devo proteggere. Sono qui per loro.» «E per quale motivo dovrebbe interessarmi?» Gaspare glielo dice. Senza girarci troppo intorno. Gli racconta quello che sa. Nomi, date, avvenimenti. Con precisione, senza parole di troppo. E mentre lo fa, vede, per un brevissimo istante, il viso di Riccomini lasciarsi andare a una smorfia di ricordo. Dura pochissimo, ma basta a Gaspare per riuscire a finire la sua storia. «Le due persone sono tua cugina Serena e tua zia Margherita» dice Riccomini ed è un'affermazione, non una domanda. Gaspare annuisce. «Allora portami quell'oggetto e fai quello che devi.» Beniamino Riccomini si alza dal divano ed esce dalla stanza. Zoppica lentamente, ma non sembra un segno di debolezza. Un secondo dopo l'uomo che guidava il fuoristrada gli si avvicina. E Gaspare capisce che sta di nuovo per calare la notte. Via Ostiense, tardo pomeriggio Acilia è un posto di confine fra Roma e il mare, sulla Ostiense. Mentre si infila con la macchina su per la collina, Gaspare pensa che a volte basta uscire dalla città per trovare un po' di pace. Il silenzio che c'è lì gli ricorda quello che sentiva nel boschetto dietro la casa di zio Giulio, tanti anni fa. Sorride pensando a per quanto tempo ha creduto che Giulio fosse il nome e alla confusione che ha avuto in testa quando ha capito che invece il nome era Candido. Ricorda di aver chiesto a suo padre come potesse suc-
cedere che un uomo avesse due nomi invece di un nome e un cognome. Ricorda ancora la risposta di suo padre, seduto al tavolo di cucina, mentre sua madre tagliava il pesce. «I nomi non sono importanti. Quello che conta è cosa sono le persone. E zio Giulio è una persona a cui portare rispetto.» È quella la frase esatta. Chissà se pensava la stessa cosa quando lo zio Giulio, che di nome fa Candido, lo ha fatto ammazzare. Stringe forte il volante della macchina con cui è arrivato fin lì, mentre le immagini di suo padre gli scivolano sfocate nella mente, come diapositive allungate sul muro di una stanza buia da un proiettore guasto. L'ultima volta che lo ha visto è stato al processo. Perché per andare al funerale il permesso non gliel'hanno dato. Troppo pericoloso hanno detto. E Gaspare si è chiesto per chi. Se per lui a cui avevano ammazzato il padre e che era disposto a rischiare la pelle per guardare la sua bara finire sotto terra o per la polizia che avrebbe dovuto scortarlo. Glielo chiederà allo zio Giulio se c'era pericolo. Ci sono tante cose che vorrebbe chiedergli. O magari no. Forse il tempo delle parole è davvero finito. Forse è solo il momento di fare quello che si deve fare. Superando l'incrocio vede la casa. Si aspetta di trovare una volante della polizia a sorvegliarla, ma non c'è. O almeno non la vede. Tenendo gli occhi sulla villetta dove Candido Giulio vive con la sua famiglia in soggiorno obbligato, Gaspare Nunia pensa a quello che succederà quando arriverà la notte. In fondo non gli resta ancora molto da aspettare. Bologna, venti e quindici «Come sta?» mi chiede Max mentre spignatta sui fornelli. Casa sua è colorata come i suoi occhi e gli assomiglia. C'è tutto quello che ci deve essere eppure ha un che di irreale che mi piace. «Non lo so come sta. Sta lì. Sul letto. Non parla. Non risponde. Si muove appena.» Sospiro, ma senza aprire la bocca, come se avessi paura che il respiro, uscendo, potesse far entrare qualcosa del mondo di fuori. In realtà mi sento spaccare a metà. Sono un poliziotto e sono un uomo. E Alice è un caso e la donna che amo.
«Il dottore che cosa ti ha detto?» chiede mentre taglia i pomodorini. Non gli rispondo. «Posso darti una mano?» dico e faccio per alzarmi. «Per tagliarti via un dito mentre affetti qualcosa? A parte la meravigliosa sensazione di vederti dolorante non credo che saresti di grande aiuto per me. Lascia fare al cuoco, va' e stai seduto.» «Guarda che ho preallertato il 118 e i NAS. Se quei pomodori non sono stati coltivati nell'orto di casa tua non potrai cucinare più nemmeno i pasti dei condannati a morte.» «In Italia non ci sono condannati a morte.» «Forse perché nessuno viene a cena a casa tua.» Sento una porta che sbatte e d'istinto alzo la testa verso il soffitto. «Che cazzo era?» «La tipa che abita sopra.» «Spero che abbiate gli stessi gusti musicali, perché con dei muri così se la musica che ascolta non ti piace sei rovinato.» «Musica? No, niente musica. Questa fa di meglio.» Mi drizzo sulla sedia. «Di meglio?» «Sì, di meglio. Ma non mi hai risposto. Cosa hanno detto i dottori?» «Domani passo a vedere come sta la gatta, poveretta... I dottori... Pare che la cosa non sia ferma. Qualunque cosa le abbiano dato in quel cioccolatino...» «Sei sicuro che sia stato il cioccolatino?» «No, non sono sicuro. Diciamo che non ho le prove. Ma se vuoi sapere cosa penso d'istinto, allora ti dico di sì. C'era qualcosa nel cioccolatino.» Mi interrompo un attimo, senza sapere perché. «Continua.» «Dicevo che qualunque cosa ci fosse in quel cioccolatino non è un veleno normale. La sta come paralizzando. Sembra che la leghi. Ci sono dei momenti in cui apre gli occhi e sembra non vedermi nemmeno. Sono occhi strani. Non lo so... Non so cosa aspettarmi...» «Intanto aspettati questo piatto di pasta» dice Max e si presenta a tavola con uno scodellone enorme da cui arriva un buon profumo. «Da dove è entrato il rosticciere? Dallo scarico del lavandino?» «Ascolta cretinetti, io sono un grande cuoco, che cosa credi...» Sorrido. Anche perché lo so senza agganciare la prima forchettata, che è buona. Si vede dal colore, dal profumo. Però non riesco a mangiare. Dai scopami adesso. La voce arriva dal piano di sopra, ma sembra sospesa a mezz'aria fra il
tavolo e il soffitto. Dai bastardo, scopami. «Ah buongiorno» dico e appoggio la forchetta. «Benvenuto allo spettacolo della Lazzarini. Si replica almeno tre volte la settimana.» «E il tono è sempre questo?» «Non hai ancora sentito niente.» Max cerca di non guardare la faccia da idiota che devo avere in questo momento. Mentre tracanna un sorso di birra dalla bottiglia si sente un urlo lacerante. «Eh che è? Dum l'ultimo Mandingo?» Sei un animale grida la Lazzarini e a quel punto Max scoppia a ridere, coprendosi la bocca col tovagliolo. «Se urla così adesso figurati mentre viene.» «La prima volta un po' meno, la seconda e la terza invece tremano i muri. Ho dovuto togliere la plafoniera perché ho paura che una di queste volte venga giù.» Il cigolio che si sente dal piano di sopra aumenta, un crescendo che sembra non debba mai finire. «Ma lui...» «Dovresti vederlo. Sarà un metro e mezzo, con la pancia. Non gli daresti una lira. Non che lei sia una gran penna.» Sì, sono la tua maiala urla lei e io quasi non sento il telefono che squilla. Rispondo e non sento l'orgasmo che dal piano di sopra lacera la gola e la pelle della donna e i nostri timpani. Riattacco. «Scusami ma devo scappare» dico. «Alice non respira più.» Quattro La stanza è piccola e rivestita di muffa. In fondo c'è una porta di metallo. Assomiglia a quelle che si vedono nei sottomarini o nelle astronavi dei film americani. La maniglia è circolare, sembra un grosso timone. Beniamino Riccomini la gira, ciabattando sul pavimento scuro e sporco. Sogna quella stanza da quasi un anno. Ogni volta gira la ruota e si infila nel corridoio buio, come sta facendo adesso, e ogni volta il corridoio ha l'odore stantio di una stalla tenuta chiusa per troppo tempo. È lo stesso odore che ha sentito tanti anni prima, quando ha visto la tigre allo zoo. Alla fine del corridoio c'è una stanza e ancora prima di entrare sa cosa
farà lì dentro. È sempre la stessa cosa. Così quando ci arriva non si sorprende nel vedere la vasca. È così che l'ha sempre immaginata. Scura, di pietra, un pozzo rettangolare in cui galleggia un liquido denso che sembra olio per autocarri. Si infila una mano nella tasca della vestaglia e trova la testa di una gallina. Lo sa ancora prima che la mano tocchi le penne del collo tranciato o la plastica rigidità del becco. La prende e la getta nella vasca con un movimento lento che lascia una scia nell'aria del sogno. La testa galleggia in quel liquido per un istante, poi comincia a fumare e sembra sparire, andare a fondo. Ma in realtà svanisce. Perché la cosa che c'è in quella vasca si nutre di carne. Don Beniamino guarda la sottile scia di fumo che svanisce e poi si volta verso sinistra. È lì che sa che si aprirà la porta di legno. E la porta di legno si apre. C'è un corridoio, di nuovo, ma questa volta è illuminato da tante piccole luci che sembrano la fiammella di una candela. Non appena si infila lì dentro, la stanza con la vasca scompare, come tutte le altre volte. E in fondo al corridoio appare una luce. Beniamino Riccomini avanza verso quella luce. Ricorda che la prima volta che l'ha vista ha pensato che è così che succederà quando toccherà a lui di morire. Un lungo corridoio e alla fine un prato di fiori bianchi e in mezzo al prato ci sarà Rosaria. E avrà sette anni per sempre. Ma non succede nel sogno. Nel sogno, alla fine del corridoio c'è un campo d'erba tagliata di fresco con una fila di tombe in mezzo. E non c'è Rosaria, ma la foto di Rosaria, sul marmo gelato e segnato dalla pioggia di una di quelle lapidi. Rosaria Caltagirone 1997-2003. Beniamino Riccomini allunga la mano per toccare l'immagine del volto sorridente di sua nipote e si sveglia. La casa è in silenzio. Fuori, da qualche parte sta abbaiando un cane. E se il racconto che Gaspare Nunia gli ha fatto è vero, c'è qualcuno che sta aspettando per giustificare davanti agli uomini la morte di un uomo, di una donna e di una bambina fatta scivolare come una bambola di pezza in una vasca piena d'acido. Beniamino Riccomini pensa a quell'uomo, socchiude gli occhi, si volta su un fianco e finalmente riesce ad addormentarsi senza che i sogni lo visitino di nuovo. Bologna, ventuno
Alice respira attaccata alla sottile proboscide di plastica che le spunta dalle labbra come un bacio. La vedo da dietro il vetro della rianimazione e ascolto la contrazione lunga dell'inspirazione e lo schiocco secco dell'espirazione come fossero un mantra che spiega il funzionamento della vita. È andata in arresto respiratorio proprio mentre stavo arrivando a casa di Max. Me lo ha raccontato Salvi, prima, e quando l'ho saputo, mi è saltata fuori un'incazzatura folle. Perché non ero lì mentre succedeva, mentre i suoi polmoni decidevano di non respirare più. E anche se so che non avrei potuto fare niente per lei, non mi sento meglio. «È sotto sedativi. Serve a preservare le sue funzioni vitali» mi ha spiegato Salvi mentre salivamo al piano e io adesso la guardo e cerco di capire dove siano le sue funzioni vitali. Cosa siano. E da dove arrivi quel respiro che sale e che scende con cronometrica precisione. Quel bip che scandisce il battito ritmato del suo cuore. Appoggio la fronte al vetro e respiro forte. Per un attimo mi sembra di incrociare il suo sguardo, dietro le palpebre chiuse. Per un attimo credo di vederle aperte e di vedere i suoi occhi come li ho visti una sera d'estate. Sorridere come se non ci fosse mai stata un'altra estate al mondo. Poi ripenso a quel cioccolatino e sento il palmo delle mani asciugarsi. E il mondo reale prende di nuovo posizione al centro della mia vita. «Non ti nascondo che siamo preoccupati» mi dice Salvi, davanti a un caffè che sa di pozzo nero, presentandomi il primario di rianimazione. Si chiama De Vitis e assomiglia al Bobo dei fumetti di Staino dopo una drastica dieta dimagrante. «Qualunque cosa sia sembra non volersi fermare. E per quanto tentiamo di arrestarla, non abbiamo mezzi.» «Quanto tempo abbiamo?» chiedo ed è la domanda più difficile che mi sia mai uscita di bocca in vita mia. Salvi guarda De Vitis, come se non avesse lui il coraggio di darmi la randellata che mi aspetta. «Poco. Non le so dire quanto tempo. Se la progressione dell'infezione è questa, temo non oltre le due settimane. Forse meno. Abbiamo stabilizzato la respirazione, intubandola. Ma per il resto... Non sappiamo contro cosa stiamo combattendo, dottor Riccardi.» Finisco il caffè tutto d'un sorso. «I dottori siete voi. Io sono un poliziotto. E nemmeno io so contro cosa sto combattendo.»
Acilia, mezzanotte Tutto intorno ci sono solo i grilli e la notte. Ha aspettato cinque ore nel piccolo boschetto di fronte alla casa, per vedere le luci che si accendevano, qualcuno che si muoveva dietro alle finestre chiuse. Ha aspettato di capire. Ma non è successo niente. Nessuno è passato da quelle parti. Nemmeno la polizia, per fare un controllo. Allora è uscito dal boschetto, verso la stradina sterrata che sta dietro la casa, sotto la luce della luna, fredda e opaca. In quella casa non c'è più nessuno. Lo sa mentre liscia con due dita la lama del coltello, come per salutarla prima di metterla via. Il suo è solo un appuntamento rimandato. Ovunque abbiano portato zio Giulio. Si guarda intorno e resta ad ascoltare i rumori della notte. E si ricorda di una delle prime cose che zio Giulio gli ha insegnato. Ascoltare e non sentire. Ha imparato un sacco di tempo fa a distinguere il fruscio del vento da quello provocato dai passi degli uomini nell'erba. A capire se il canto che si sente nelle notti come quelle è di una civetta o il richiamo di un essere umano. Ha imparato a diventare piccolo nel buio picchi se sì picciriddu 'a notte 'un ti viri. E quella è una notte in cui non c'è niente. Solo troppi grilli. E la voce di zio Giulio in testa. Una voce che tra poco sentirà di nuovo. Guardandolo negli occhi. Gira intorno alla casa, poi vede la finestra e si avvicina. È senza sbarre e rompere il vetro non è difficile. Si toglie la giacca e la avvolge attorno al braccio, come un cappuccio. Infila la mano nel buco del vetro e la apre. Un secondo dopo è dentro. E chiunque abbia abitato lì, se n'è andato in gran fretta. La cucina è grande, con un piano cottura di marmo. Sopra ci sono due scatole di cornflakes al cioccolato, aperte, una tazza con Minnie e una caffettiera appoggiata su uno straccio per asciugare i piatti. La tazza è piena per metà di latte e cornflakes. Un cucchiaino spunta come una bandiera sul suolo lunare. Al piano di sopra gli armadi sono aperti. I cassetti svuotati senza un ordine preciso. Un paio di mutandine di pizzo penzolano dal pomello di un cassetto. La signora Giulio è sempre stata una dai gusti sofisticati. Il letto è
disfatto, un cuscino per terra, l'altro appoggiato al muro. Gaspare guarda tutto quel casino e sorride perché sente la paura nella casa. La sente sui muri, sul disordine lasciato andare, sulle tracce di una fuga fatta all'improvviso per il terrore che quello che ti aspetta possa essere ovunque, in qualsiasi momento. Anche in casa tua. Mentre fai colazione con la tua bambina. La bambina. A quel pensiero, Gaspare smette di sorridere. Esce dalla stanza, gira l'angolo e si infila in camera della piccola. C'è un poster di Ricky Martin appeso a una parete. Uno zaino rosa dell'Invicta su una sedia, accanto a una scrivania di legno scuro. Una foto mostra zio Giulio al mare, seduto su uno scoglio. Dietro la foto, appoggiato alla parete di una mensola bianca, c'è un diavoletto rosso di peluche con una faccia buffa. Gaspare lo prende in mano e vede il rattoppo di cotone nero che ha sulla schiena, come la cicatrice di una brutta operazione. Sorride e lo stringe forte, come ha stretto tante volte le vertebre cervicali di qualcuno. Tanto da sentirle spezzarsi sotto le dita. Ma il diavoletto è morbido e non si spezza. Resta lì, incollato alla sua pelle. E ripensa a quando fra quelle mani stringerà di nuovo la pelle di qualcuno, al piacere che proverà sentendo la vita che sfugge via. E alla risposta che ha dato a un uomo in un pomeriggio di sole, dentro una stanza buia. «Andrai a Bologna, Gaspare» dice zio Giulio in quella casa dove lui non è mai stato. «Non mi fido più di quel verme. Sai di chi sto parlando, vero?» Gaspare lo sa. Il verme è un tipo che si chiama Antonio Pizzo, uno del suo paese che conosce da quando erano bambini. Uno che era già un idiota allora. Solo che la gente non se ne accorgeva. Una volta per ammazzare una lucertola aveva usato una matita. Ma non c'aveva messo abbastanza forza e il rettile era rimasto mezzo morto e mezzo vivo, con uno squarcio su un fianco. Non era divertente guardare un'agonia. Il divertimento era uccidere. Antonio non aveva mai capito la differenza. È la stessa che passa fra guardare un film porno e scopare. No, decisamente Antonio Pizzo non è un genio e adesso anche don Giulio se n'è accorto. E la gestione della droga che i corleonesi si fanno arrivare direttamente dai narcotrafficanti colombiani e che riempie le vene, le narici e le bocche di mezza Italia non è più un problema suo.
«E di lui che ne devo fare?» «Lui non è un problema. Ho già pensato a cosa fare. Non lo possiamo eliminare. Lo sai.» Gaspare lo sa di chi è nipote Antonio Pizzo. E sa che è uno con cui zio Giulio non si può permettere una guerra. Né adesso né mai. Quello che non sa e che non capisce è come crede di potersi togliere dai coglioni uno così. Uno che non sa stare zitto, che non vuole stare zitto. E che soprattutto sa come fare per farti capire che deve contare qualcosa anche se non ne ha i mezzi. Per quelli come Antonio Pizzo, Gaspare conosce una strada sola. Vorrebbe chiederlo a zio Giulio cos'ha in mente, ma non fa in tempo. Perché quando sta per aprire bocca entra un uomo. Ha quasi cinquant'anni e una cicatrice sul collo, sotto l'orecchio, che gli segna la faccia come un quadro futurista. La bambina che ha in braccio è piccola e sembra una bambola. Nelle braccia di quell'animale ricorda una vecchia illustrazione di Pinocchio di quando era bambino. I burattini appoggiati a dormire in un angolo, nel tendone di Mangiafuoco. Solo che quella bambina non dorme. Gaspare lo saprebbe anche se non si fosse accorto che ha gli occhi sbarrati e il collo livido, segnato dalle mani di qualcuno. «Portala di là e fai quello che ti ho detto» dice zio Giulio e l'uomo con la cicatrice si infila in silenzio in una porta e sparisce nella stanza vicina. «È la nipote di Beniamino Riccomini» spiega quando il tipo è sparito dall'altra parte. E Gaspare per un attimo sente qualcosa di freddo che gli pizzica la nuca. Poi passa. «Vieni.» Zio Giulio fa un gesto con la testa. Gaspare lo segue nella stanza in fondo. Dietro la porta ci sono delle scale che sprofondano in una specie di cantina. C'è della paglia per terra, una cassa di legno vuota, due ripiani pieni di bottiglie di vino fatto in casa, una vecchia vasca da bagno incrostata e rigata di ruggine, un frigorifero industriale che fa da sottofondo, con il suo ronzio, all'indaffararsi del tipo con la cicatrice attorno a un bidone alto un metro e mezzo da terra. Ha un diametro di circa un metro e sembra molto pesante, fatto di un materiale scuro che non è metallo. Zio Giulio si avvicina alla parete con il vino e resta a guardare lo sfregiato che trascina il bidone in mezzo alla stanza e cerca di aprirlo. Gaspare si ferma di fianco a lui, incrocia le braccia e aspetta di vedere cosa sta per succedere. Il corpo della bambina è sulla paglia. Ha i capelli lunghi e lisci sporchi
di qualcosa che sembra terra. Gli occhi sono neri e fissano un'immagine che deve sembrare spaventosa. Solo che non vedono più niente. Ha visto solo altre due volte degli occhi così: in un film dell'orrore di quando era bambino - uno di quelli in cui una bambola prendeva vita e squartava senza pietà chiunque le capitasse a tiro - e in una vecchia arrivata per caso dove non doveva mentre lui stava sgozzandole il figlio. «Quella bambina,» comincia zio Giulio vedendolo fissare il cadavere «è il nostro lasciapassare. Quella bambina e i suoi genitori ci faranno ricchi. Ricchi a palate.» I genitori della piccola sono la figlia e il genero di Beniamino Riccomini. È così che Gaspare capisce che in quella storia i morti ammazzati sono tre. Poi lo sfregiato riesce finalmente ad aprire il bidone. Lo fa con cautela, come se dentro ci fosse un animale. E invece c'è solo un liquido scuro e denso che sembra petrolio. Quando il coperchio cade per terra, dal liquido si solleva un sottilissimo filo di fumo e una puzza di disinfettante che fa quasi male agli occhi e alla pelle. Lo sfregiato prende in braccio la bambina e solo allora Gaspare capisce cosa c'è nel bidone e cosa sta per succedere. Ma quando sta per accadere zio Giulio ferma la scena. «Aspetta.» Si avvicina alla bambina e Gaspare si accorge che tra le mani stringe un pupazzetto. È un diavoletto di peluche. Lo tiene sigillato nella rigidità delle sue braccia e per toglierglielo Giulio deve strapparlo. Il pupazzo cade a terra, accanto ai piedi dello sfregiato. «A mia figlia piacerà» dice zio Giulio raccogliendolo. Fa un gesto all'uomo e tutto riprende il suo corso. «Cazzo, è rotto.» Infila un dito nel taglio del pupazzetto, proprio dietro alla coda e mentre lo fa, lo sfregiato lascia andare la bambina nella vasca da bagno. Il corpo fa un rumore sordo. Quando tocca la ceramica consumata, si sente uno schiocco come di qualcosa che si rompe. «Forse basta un po' di cotone e di filo. Che dici, Gaspare? A Chiara piacerà anche con il rammendo?» chiede zio Giulio e lo sfregiato comincia a versare l'acido nella vasca. «Sì. È un bel pupazzo.» Il corpo di Rosaria - a Gaspare pare si chiami così la bambina - comincia a fumare a contatto con l'acido, come l'acqua con le pastiglie balsamiche che ti fanno tornare la voce. Vede il viso che si squama piano piano, i lineamenti che svaniscono, il
naso piccolo e sottile che si piega e ricade su se stesso, risucchiato dalla cavità delle ossa. La pelle prima si arrossa e poi scoppia e un odore misto di carne bruciata e di ospedale permea la stanza. Un odore che ti entra dentro e che cresce man mano che lo sfregiato vuota sul corpo della bimba il contenuto del bidone. «Don Beniamino sarà molto incazzato quando verrà a sapere che Antonio Pizzo ha fatto una cosa come questa. E sarò proprio io a dirgli chi è stato. E perché lo ha fatto.» La voce di zio Giulio è un sussurro che taglia le orecchie. «Ce ne vuole un altro di bidone» dice lo sfregiato. «Allora vai, Michele. Vallo a prendere nel camion.» Michele esce, bravo bestione da soma. Giulio guarda la vasca e accarezza piano il peluche. «Quando ha finito di fare il suo lavoro,» spiega accennando con il viso alla porta da cui è appena uscito lo sfregiato «tagliagli la gola.» Gaspare lo guarda. «Lo immaginavo» dice soltanto. Bologna, una e quarantotto del mattino Sono quasi le due del mattino e il bar è praticamente deserto. Entro e mi siedo al bancone. Ho la vista annebbiata e le mani fredde, il bavero della giacca sollevato per ripararmi dall'umidità della notte, gli occhi pesti come se avessi fumato troppe sigarette. Conosco questo posto, anche se non ci sono mai stato. È piccolo, aperto solo dalle otto di sera alle dieci del mattino. In certi momenti stipato di ragazzotti urlanti di ritorno da chissà dove. A volte vuoto come i miei pensieri. Adesso. Sono uscito dalla rianimazione all'una e mezza del mattino e ho camminato per via Massarenti deserta, sbucando fuori dall'ospedale Sant'Orsola dal lato del pronto soccorso ostetrico. Via Massarenti è un lungo cordone ombelicale che più avanti diventa via San Vitale e arriva fino a Ravenna e dall'altro lato si infila nello strano buio senza stagione dei portici entro mura, giù fino alle due torri. A quest'ora è immersa nella luce gialla dei lampioni e delle due grandi insegne al neon del pronto soccorso. C'è un silenzio stranissimo e camminando verso il bar, riesco a sentire distintamente il suono dei miei passi sotto al portico. Rimbalzano sul soffitto e si spengono improvvisamente, da qualche parte
dietro di me. «Cosa ti do?» Il barista assomiglia a Claudio Bisio. Solo più vecchio e più grasso. Ha una voce triste, sagomata e ammorbidita dall'accento e mi guarda come se sapesse tutto quello che c'è da sapere. Sembra uno che ne ha visti tanti a quest'ora entrare e bere qualcosa. Probabilmente abbiamo tutti lo stesso odore. Di dolore e di disinfettante. Medicina e voglia di inventarsi qualcosa per sopportare l'idea che una madre o una moglie o un figlio siano dentro a quelle quattro mura a marcire insieme alla vita che se ne va. Ne ho visti tanti anch'io costretti ad affrontare la notte per non sopportare che un pezzo della loro vita sia stato strappato via all'improvviso e senza un motivo. Conosco come funziona quella merda. Conosco l'effetto che fa sugli uomini. «Hai un Calvados?» Bisio non dice niente. Si gira verso il bancone, prende il bicchiere giusto e mi versa due dita di Calvados. Annego il naso nel profumo del rum e chiudo gli occhi. In sottofondo c'è Springsteen che canta Into the fire, la canzone per i pompieri di ground zero. Possa la tua forza darci forza, possa la tua Fede darci Fede, possa la tua speranza darci speranza, possa il tuo amore darci amore. «...Fede...» sussurro. «Cos'è che hai detto??» Alzo gli occhi. Bisio si sta asciugando le mani su uno straccio, uno di quelli per i piatti che mia nonna chiamava burazzo. «Pensavo alla canzone e a tante altre cose.» «A questa qui? Quella del Boss? Una canzone. Belle parole, ecco tutto.» «Belle parole?» «Sai, per ogni coraggioso al mondo che fa qualcosa di eroico e ci lascia le penne c'è sempre qualcuno che lo racconta, che ci scrive sopra un po' di parole, magari una bella musica e ci fa un sacco di pilla.» «È questo che pensi?» «Del Boss? No, del Boss no. Sai, a occhio ho un po' di anni più di te. E c'ero al concerto dell'85. Il 21 giugno. Era la prima volta che veniva. No, non penserei mai una cosa simile del Boss. Ma su quei pompieri ci hanno marciato sopra in troppi. E poi c'è una cosa che non mi sono spiegato mai.» Appoggio il bicchiere e i gomiti sul bancone.
Un ragazzotto con un giubbotto di pelle - che con il caldo che c'è fuori sa tanto di vermi pronti per la pesca - entra sbattendo la porta. «Ehi, mi dai un birrino?» Bisio gli risponde senza nemmeno spostare lo sguardo. «No.» «Cos'hai detto?» «Ho detto no. Mi hai fatto una domanda. Nel contesto una domanda è mi dai una birra? O un birrino come dice uno come te. Ora ti faccio notare tre dettagli. Primo non me lo hai chiesto per favore. Secondo mi hai dato del tu e fra me e te ci sono almeno trent'anni di differenza. Terzo domandare è lecito e rispondere è cortesia. E io ti ho risposto. Nel contesto la mia risposta alla domanda è no. La birra la vai a bere da un'altra parte.» «Dai, non fare lo stronzo...» Mi giro sullo sgabello rotante. Fisso il tipo nel giubbotto di pelle. Ha un amuleto africano attaccato al collo e l'aria di non sapere nemmeno cosa significa. «Non hai sentito cosa ti ha risposto?» «E tu chi sei suo padre?» «No guarda bene, sono suo nonno. E guarda caso sono anche un poliziotto. È una vicenda che ti interessa?» «Dai non mi prendere per il culo.» Il ragazzotto mi caccia una manata sulla spalla. L'impronta del palmo della sua mano mi rimane appiccicata alla giacca come una macchia di unto su una camicia bianca. Mi infilo una mano in tasca. Poi faccio il gesto di pulirmi la spalla. E distendo il braccio per mostrargli il tesserino. «Credi che davvero sia interessato a prendere per il culo un cazzone come te? Allora, hai capito bene cosa ti ha risposto il signore, oppure te lo deve ripetere?» «No. No... ho capito.» Adesso sorrido. Odio questi stronzetti e Bologna ne è piena. Maragli da quattro soldi che girano su macchine troppo grandi e troppo rumorose e che hanno come unico interesse stordirsi. Di qualsiasi cosa. Anche di stanchezza. «Allora se hai capito chiedi scusa e gira il tuo culo. Subito.» «Mi... mi scusi. Davvero. Non volevo.» «Vai via, genietto» gli dice Bisio, fissandolo con compassione. «Vai via prima che il mio amico ti faccia il palloncino. Che mi sa che te di birre stasera ne hai già viste troppe. O forse non sono solo birre.» Il ragazzo fa due passi indietro, poi si gira e scappa fuori dal locale.
Mezzo minuto dopo si sente una moto che parte in un rumore assordante di motore truccato. «Senti, ma perché non gli hai dato la birra?» «Non ne avevo voglia. E poi questi qui che studiano da testa di cazzo mi stanno sui maroni. Vengono qui nel mio locale e pensano di comandare solo perché pagano. Ma chi se ne frega se paghi? Neanche fossero soldi loro.» Scuoto la testa e metto via il distintivo. Prendo il bicchiere in mano, cerco qualcosa nei riflessi del rum, poi mi bagno appena le labbra. L'odore mi rimane attaccato alle narici quel tanto che basta per fare quasi male. Poi va via. «Così sei un poliziotto dal cuore d'oro?» «Un poliziotto. Uno stronzo come tutti gli altri.» «Come preferisci. E uno stronzo come tutti gli altri che ci fa da queste parti a quest'ora a farsi un rum senza berlo?» «Lo sai perché sono qui.» «Lei chi è, tua madre?» «La mia donna. O almeno era la mia donna fino a qualche tempo fa. Adesso non lo so. Non so se mi abbia lasciato e si sia dimenticata di dirmelo. Non so proprio un cazzo, se devo essere sincero.» «Vuoi un consiglio?» «Se vuoi...» «Trovati una bella ragazza sui vent'anni. Ce ne sono tante. E scopala finché non ti fa male l'uccello.» «E se ti dicessi che lei ha scopato il mio cuore?» «Oh mamma mamma! Ti direi che ci sono due possibilità, amico. O non reggi l'alcool oppure sei in un bel casino. E se ti guardo bene non mi pare che tu abbia la faccia di uno che si sbronza.» Non gli rispondo. Questa volta bevo. Un sorso lungo e caldo che mi brucia l'esofago. Poi appoggio piano il bicchiere sul bancone. «Cos'è che non hai mai capito?» Bisio mi guarda come se fossi matto. Si gratta il cranio rasato e sorride. «Stai parlando dei pompieri? Ma se salti di palo in frasca così, faccio fatica a starti dietro a quest'ora, sai? Non ho mai capito cosa ci siano andati a fare su per quelle scale.» «Perché tu dici che lo sapevano?» «Dimmelo tu che sei un poliziotto. C'è un aereo che ha sfondato un grattacielo. C'è gente che si butta di sotto per non bruciare viva. E tu sali le
scale. E secondo me lo sai che vai a morire. Ma lo fai lo stesso. Perché?» «Non lo so. Però posso raccontarti una storia.» «Una storia di poliziotti?» «Una storia di poliziotti.» «Aspetta.» Il barista si leva il grembiule, gira intorno al banco e abbassa la saracinesca fino a metà. Poi si siede accanto a me, su un altro sgabello. «Adesso puoi raccontare.» «Qualche giorno fa ero in una villa, su per San Mamolo. Davanti avevo un tipo. Un armadio a tre ante con una ragazzina in ostaggio. Le teneva la pistola puntata alla testa, come se fosse un chiodo. E mi ha minacciato di ucciderla se non lo facevo uscire. Poi l'ha puntata verso di me.» «Cazzo ecco dove ti avevo già visto. Te sei quello che ha preso la banda delle ville?» «La vuoi sentire la mia storia?» «Dai, va mo avanti.» «Allora. Questo tipo mi punta la pistola davanti e vuole uscire. Avevamo già preso gli altri e potevo anche farglielo fare. Fuori eravamo in cinque pattuglie. Non andava da nessuna parte. Invece gli ho sparato a una spalla.» «Questo per dirmi che non avevi paura che ti sparasse. Che eri semplicemente lì per farlo e basta.» «Più o meno. Avevo paura quando l'ho visto e ho avuto paura dopo, quando era tutto finito. Una paura della Madonna. Ma lì, sul momento, no.» «E quando sei all'ospedale da lei, hai paura?» «Così tanto da non riuscire a uscire. Forse tutto il coraggio che ho, lo uso per il cazzo di mestiere che faccio.» «O forse la vita funziona in un altro modo.» «O forse ho paura di sparare e non colpire. E allora non ci sarebbe una seconda possibilità.» «Eh?» «Niente, lascia stare. Non puoi capire. Forse è solo che preferirei che quel tipo mi avesse sparato piuttosto che vedere lei là dentro.» Il barista sospira piano. «Mio nonno diceva mai lasciare che una donna ti prenda in mano la testa.» «E tu gli hai dato retta?» «Mai, nemmeno una volta.»
«Mio nonno invece diceva che nella vita ci vogliono tre cose. Salute, oc' avanti e bus dal cui.» «Occhio avanti e culo. Un bel motto. E tu li hai?» «Sono qui a quest'ora a bere del Calvados e a parlare con te. Secondo te li ho?» Bisio sghignazza. «Forse i due vecchi si conoscevano.» Finisco il rum. «Forse. Adesso è ora che vada, prima che venga fuori che siamo pure parenti.» «Se passi da queste parti...» «...finisce che ce ne raccontiamo un'altra» concludo ed esco abbassandomi sotto la serranda. Fuori, dopo i primi due passi, una lacrima mi aspetta in agguato, scivolandomi su una guancia in silenzio prima che la catturi e la spazzi via come un rumore lontano in una notte di primavera. Acilia, stessa ora Torturando con le dita l'apertura del serramanico che tiene in tasca, Gaspare Nunia esce dalla casa. Respira l'odore dell'erba e per un attimo gli sembra di sentire mescolata al profumo della notte la stessa puzza terrificante che sale dal corpo bruciato della bambina e dal sangue del suo assassino. Se lo sente ancora fra le dita, caldo. Vivo. La sua è una vita fatta di morti. Una vita che si è scelto e che gli piace. Pensa al corpo di Serena che lo aspetta a casa e pensa che niente potrà mai essere com'era Teresa. Niente. Forse solo uccidere. «Non ti muovere» dice una voce a due metri da lui e solo allora si rende conto di essersi distratto troppo. Ascolta i passi sull'erba e poi sullo stradino. È un uomo solo. Fa un passo. È più piccolo di lui, lo sente dal peso che appoggia mentre cammina. Un poliziotto. O un carabiniere. «Metti le mani in vista e non ti muovere.» La voce è giovane. Troppo per la DIA. È uno di leva. Uno che hanno mandato per controllare una casa vuota a cui nessuno ha dato importanza. Idioti. Senza dire niente Gaspare solleva le mani sopra le spalle. Annusa l'aria e sente l'odore del dopobarba del ragazzo. E del suo sudore. Poi ancora due
passi. «Che cazzo ci fai qui? Non lo sai che non si può stare?» Il ragazzo cammina spalle alla luna. Gaspare vede avvicinarsi la sua ombra sull'erba. Respira. Immobile. Sa che deve solo aspettare. «No, non lo sapevo.» «Adesso lo sai.» La voce del ragazzo trema. Avrebbe dovuto chiamare il suo compagno di pattuglia, avvertire di aver trovato qualcuno. Ma non l'ha fatto. Forse è la prima volta che estrae la pistola davanti a un uomo. Ancora un passo. «Adesso voltati e fallo piano.» E Gaspare si volta. «Oh cazzo» sibila il carabiniere riconoscendolo. Ed è l'ultima frase che pronuncia. Gaspare si butta sotto la linea di fuoco dell'arma tesa e colpisce il ragazzo fra le gambe. Lo sente cadere dietro alla spinta del suo corpo e con un colpo secco all'avambraccio gli fa cadere la pistola. Poi gli si siede sopra a gambe larghe, le ginocchia a bloccargli le braccia, la massa del suo peso che gli schiaccia la cassa toracica come un respiro soffocato. Guardandoli da lontano potrebbero sembrare due amanti che scopano sotto la luna. La radio gracchia. Il ragazzo sbatte continuamente le ciglia. «Un picciriddu mandarono» sibila Gaspare. Poi gli pianta il coltello nel collo e resta lì, a sentire il sangue che schizza fuori. La testa del ragazzo rimbalza seguendo i battiti del suo cuore impazzito. Quando Gaspare impugna il coltello e gira due volte il manico in senso orario, si sente uno schiocco di qualcosa che si spezza e tutto si ferma. Allora sfila il coltello e lo pulisce con un fazzoletto. Poi prende la pistola del carabiniere e si infila nel boschetto. Appena fuori, sulla strada, c'è la macchina parcheggiata. Devono essere arrivati mentre lui era dentro e non hanno visto la sua auto nascosta un po' dopo. Uccidere l'altro uomo non gli dà lo stesso piacere. È in piedi, davanti al cofano. Probabilmente non sente nemmeno la morte arrivare. Gaspare mette il piede fuori dal boschetto e spara. Un colpo solo che spacca il silenzio della collina e zittisce i grilli. Un colpo solo alla testa del carabiniere che cade come un frutto maturo dall'albero. Non c'è bisogno nemmeno di finirlo.
Nel silenzio cammina verso la sua macchina e se ne va. E non appena mette in moto i grilli ricominciano a cantare come se niente fosse. Bologna, quasi le tre Guido senza fretta, tanto non ho voglia di niente. E poi la notte mi piace. Perché questa città di notte diventa vera. Bologna è un vampiro. Quello che vedi di giorno è solo una facciata indolente. Serena e molle. Svaccata, forse. Ma mai sulle sue. Di notte invece è tutta un'altra cosa. C'è una parte di Bologna che rimane sempre nascosta. Che vive sotto pelle e che esce solo con le luci dei locali di moda. Posti dove vai adesso e fai fatica a entrare e magari l'anno prossimo troverai deserti, come i relitti dei vecchi siti web che restano a vagare per la Rete in eterno. Bologna è fatta di ricordi e di speranze. Ed è un posto abbastanza assurdo per coltivare le speranze e non abbandonare i ricordi. Ma per non vivere fino in fondo nessuno dei due. Accendo la radio. Canta Mick Jagger e anche lui e Hard woman sono un ricordo. Di Alice. E mi torna voglia di piangere perché a quest'ora, nella mia macchina, non sono un poliziotto, ma un uomo, cazzo. E ho il diritto di essere stanco e di essere triste. Però non lo faccio. Stringo solo il volante e penso a come la cantava lei, quella canzone lì. Piano. Cantava sempre piano. E se voleva cantare forte alzava il volume. Alzava. Mi accorgo di usare il passato e mi incazzo di più. Fuori c'è la luce gialla di sempre e le mura della cerchia dei Mille sembrano la porta di casa dentro cui nasconderti e non farti vedere. Ma nelle mura di casa succedono cose tremende. E quella sicurezza che sembra arrivare dalla pietra rossa, dalle strade strette, in realtà è la stessa che non fa passare la luce, che ti lascia al buio tutta la vita e ti spia mentre cerchi di capire. Bologna ti guarda e ti giudica. Lo ha sempre fatto, in silenzio, senza dire niente. Come le donne che si raccontano i pettegolezzi più recenti sulle vicine di casa o gli uomini che raccontano di scopate che non hanno mai avuto il coraggio di fare davvero. Bologna ti guarda e ti giudica. Solo che è sufficientemente troia da saperlo fare in silenzio. Senza che tu te ne accorga. E a un certo punto ti tira fuori il conto da pagare. Mi chiedo se il mio sarò capace di pagarlo. E ho paura, adesso, di sapere
quanto costa e che della cifra non me ne frega un cazzo. Solo sapere dove firmare per l'addebito. Straccio il rosso del semaforo di via Ferrarese e dopo due minuti sono a casa. Da dove parcheggio la macchina, si sente solo il fruscio degli alberi del parco e qualcuno che sgasa sullo stradone, come un'eco. Di solito però, perché stasera sembra che tutto il palazzo si sia radunato in cortile. «Ciao Gabriele, hai sentito che roba?» mi fa la Cecchetti, quella del terzo che ti attacca delle pezze che non finiscono più. È lì col cane e io infilo le mani nel pelo bianco di quell'enorme incrocio di razze che, per ringraziarmi, mi lecca l'avambraccio come fosse un ghiacciolo. «No, torno adesso da...» «È morto Guido» mi fa, senza neanche farmi finire. Lo conosco Guido. Uno che lavora in casa, che programma i computer e che ti saluta sempre per primo quando lo incontri. Uno di quelli che piacciono a me. Che per divertirsi non si mette a fare il grosso, che non ti guarda dall'alto in basso. Uno che assomiglia a quello che questa città era e che vorrei tornasse a essere. «Cosa è successo?» La Cecchetti abbassa lo sguardo e la sua cagna mi ricorda che ho smesso di strafugnarle il pelo, abbaiando piano. «Una vespa» dice la donna, mentre ricomincio a ballare con le dita in mezzo ai peli del suo bestione. E allora mi ricordo che più o meno un anno fa ho incontrato Guido Bignami in farmacia. Cercavo qualcosa per il mal di gola e lui comprava delle punture. E mi ha raccontato che doveva girare sempre con quelle punture in tasca perché è allergico al veleno delle vespe. Tanto da lasciarci le penne se lo pungono. E che ha messo le zanzariere in casa in tutte le finestre e anche in terrazza, perché ha paura. E allora mi chiedo come ha fatto a entrargli una vespa in casa e perché non si è fatto la sua puntura. E penso che domani potrei anche fare una mezza indagine per vedere cos'è successo davvero. Poi mi viene in mente che domani devo accompagnare quel tritapalle del questore che fa da scorta al trasferimento a Budrio di Candido Giulio. E allora forse potrei dire a Ippoliti di controllare. Ma Ippoliti sta controllando quel tipo, quell'Anselmi. E improvvisamente sono di nuovo in rianimazione e sento il respiro di Alice che sale e che scende.
E mi incazzo per avere dimenticato per un secondo qual è la realtà. Allora saluto la Cecchetti, gratto ancora un secondo il pelo del suo cane, poi mi infilo nel portone. Prima di entrare, tengo la porta aperta ai barellieri che portano via Guido Bignami in una sacca per cadaveri. Cinque Roccasole, Sicilia. 22 aprile. Otto e venticinque Il cimitero è a strapiombo sulla roccia. Da lì, nei giorni di tempesta, si sente il mare sbattere sul muretto di cinta. E mettendosi in piedi sopra al muretto si potrebbe vedere l'Africa se uno avesse gli occhi tanto buoni da riuscirci. A Gaspare lo diceva suo padre. «Guarda l'Africa» e lui gli raccontava dei leoni, delle zebre e di tutto quello che vedeva e immaginava. Succedeva quando andavano a trovare il nonno e portavano quelle rose lunghe e rosse come il sangue da mettere al posto di quelle vecchie, piene di rughe come le mani della nonna. Succedeva allora, che suo padre lo metteva su quel muretto a vedere l'Africa. E rideva dei suoi racconti. Aveva una bella risata suo padre. E quella di Gaspare è uguale. Sua madre lo diceva sempre. Sua madre che è il motivo per cui si trova lì, a guardare da lontano quello stesso posto da cui potrebbe vedere l'Africa con i leoni che ormai non esiste più, che appartiene a un'epoca destinata a non tornare e che si chiude con quel funerale. Il funerale di sua madre. La prima volta che ha pensato di scappare dal supercarcere di Marino, Gaspare Nunia lo ha fatto pensando a quel funerale. Ha scoperto che sua madre sarebbe morta il giorno in cui lo hanno preso. Quando è morta Teresa. E guardando la ragazza sul marciapiede, il sangue che scivolava via con la pioggia come i ricordi con il tempo, ha pianto una sola lacrima. Una e basta. Per lei, il cui corpo si raffreddava a contatto con l'asfalto e per sua madre, allora ancora viva. Ma con un assassino alle costole che non spreca sangue sul marciapiede, che non fa rumore e che non ti lascia la possibilità di scappare. «Mi dispiace, lei non c'entrava» gli aveva detto quel poliziotto, e Gaspa-
re aveva saputo che era vero. Ognuno ha il suo compito, il suo ruolo. Come da bambini. Chi fa la guardia e chi fa il ladro. Chi scappa e chi rincorre. Solo che il mondo reale non è così. Nel mondo reale c'è anche la gente come Teresa, che si becca una pallottola anche se non sa perché. Da lontano vede la bara entrare nella cappella privata. Spostando il raggio d'azione del binocolo, cerca di contare le pattuglie che sorvegliano il cimitero. Sei, per quello che può vedere. «Quanto tempo pensi di aspettare?» Gaspare si volta e guarda il Muto. Ha la fronte sudata, lucida al sole. «Quando finisce il funerale se ne andranno» dice. Ma pensa che prima di poter guardare il nome di sua madre sulla lapide, forse dovrà cominciare a venire sera. «E dopo?» «Dopo cosa?» «Dopo. Quando è tutto finito.» Gaspare prende il viso del Muto fra le mani. Lo bacia sulla fronte e sente il salato del suo sudore sulle labbra. «Dopo mettiamo le cose a posto» dice guardandolo negli occhi. «E c'è qualcuno che dovrebbe cominciare ad avere paura. Se è ancora un uomo.» Periferia di Bologna, metà mattina La macchina civetta viaggia sulla San Vitale e io guardo il telefono ogni due secondi. Aspetto di sapere cos'è uscito dai controlli di Ippoliti su quell'Anselmi. Aspetto di sapere se fra le carte che riempivano il cestino di Alice è saltato fuori l'incarto di un cioccolatino e se una strana sensazione che ho fra le dita da stamattina si scoprirà vera oppure no. Fuori c'è una giornata di sole quasi innaturale e la periferia di Bologna che si apre alla campagna ha un color kaki che sfuma sul verde e sull'azzurro. Davanti a noi la macchina blu - che porta la famiglia di Candido Giulio al soggiorno obbligato - cammina spedita, ma senza esagerare. Sulle ginocchia ho la copia di «la Repubblica» che ho appena comprato. In prima pagina la foto dei due carabinieri uccisi ieri notte. Davanti alla vecchia casa dell'uomo che stiamo andando a mettere al sicuro. Uccisi quasi sicuramente dalla mano grande come una vanga di Gaspare Nunia.
«Dovremo fare molta attenzione, Riccardi» mi dice il questore. È seduto dietro, da solo. Io non sopporto di salire dietro. Mi sembra di montare su un taxi. E invece lì comando le operazioni, non mi faccio portare a spasso. Anche se in fondo, di quello che sto facendo, non me ne frega poi molto. Per quanto mi riguarda Candido Giulio potrebbe tranquillamente trovarsi sotto due metri di terriccio pieno di vermi come lui. E se Gaspare Nunia è andato là per farlo fuori, beh, probabilmente ha i suoi buoni motivi. «Faremo tutto quello che si può. È il nostro lavoro» gli rispondo, ma mi sta sui coglioni che usi il plurale. Perché in realtà quel noi, siamo io e i miei colleghi. Io posso usare il plurale. Non lui. «Ha letto?» mi chiede, e dallo specchietto noto che sta indicando con un gesto della testa il quotidiano aperto sulle mie ginocchia. «Sì, ho letto.» «Quell'uomo è un animale. E lei resta sempre dell'idea che non verrà a cercarla?» Ci penso. Ma poco. «No, non verrà a cercarmi. E forse non verrà nemmeno a cercare don Giulio. Forse sparirà semplicemente per un po' di tempo. Forse per molto tempo. E alla fine, quando gliel'avremo data su, spunterà fuori e lo farà secco. Senza che nemmeno ce lo aspettiamo.» «Da come parla sembra che lo ammiri.» «No, non lo ammiro. Tutt'altro. Però lo capisco. Umanamente, intendo. È quella la differenza.» «La differenza?» Mi volto, appoggiando la spalla sinistra allo schienale. «La differenza, signor questore. Quando ti trovi ad avere a che fare con certi personaggi, devi imparare a pensare come loro. Devi capire cosa faranno. E soprattutto come ragionano. E io capisco Gaspare Nunia. Capisco che abbia voglia di uccidere Candido Giulio.» «Nunia è solo un animale. Un violento.» «C'è gente che con la violenza ci vive. Lei lo sa bene come me. Altrimenti la gente come noi sarebbe a spasso o a donne. C'è gente che conosce solo la violenza. È la loro quotidianità. E nella violenza ci sono regole e persone come Nunia, che seguono quelle regole. Trasgredire significa pagare. E caro. Se Gaspare Nunia in carcere avesse trasgredito a queste regole non sarebbe evaso.» «Non la capisco.» «Se Gaspare avesse parlato sarebbe rimasto a Marino del Tronto. Perché
quello che succedeva rientrava nel prezzo da pagare. Ma Gaspare Nunia non è mai stato un pentito. E non lo è stato perché non è nelle sue, di regole. Però don Candido gli ha ucciso tutti i famigliari. Tutti tranne una zia. Così, per prevenzione.» «E questo è fuori dalle regole.» «Già.» «E quindi lei è convinto che Nunia sia evaso per vendicare la sua famiglia.» «Esatto.» «E che non verrà a trovare lei, perché quello che è successo con la povera Teresa rientra nelle regole.» «Esatto» ripeto, e mi giro di nuovo verso la strada. La povera Teresa, come la chiama lui, era una regola che Gaspare non si poteva permettere. E che adesso non mi posso più permettere nemmeno io. «E la sua ragazza come sta?» Stringo gli occhi nascosti dietro le lenti da sole e per un momento la vedo, la mia ragazza. La vedo come l'ho vista stamattina prima di prendere servizio. Sotto a un lenzuolo bianco con un tubo che la fa respirare. La vedo ferma lì. «Sempre uguale» dico. E riapro gli occhi. Gli squilla il cellulare. Un suono breve e cupo. Un sms. «E sull'indagine?» mi chiede mentre risponde. Lo guardo dallo specchietto retrovisore. Non gliene frega un cazzo di Alice e dell'indagine. Se c'è una cosa che non sopporto è essere compatito. «Stiamo seguendo un indizio. La terrò informato.» Non mi risponde nemmeno. Mette il cellulare in tasca e si perde a pensare a chissà che cosa. La macchina con Don Giulio gira a sinistra molto lentamente e noi dietro di lei. Una processione. Come se fosse un prete. Poi squilla il telefono. È Ippoliti. «Dimmi.» «Sei in vivavoce?» «No.» «Ho trovato l'indirizzo della ditta di Anselmi.» «Anselsoft?» «Quella. È in via Arno 25. Tu per quanto ne hai?» «Poco. Hai mandato qualcuno?» «Cancemi e De Biase.» «Devono stare lì e non farsi vedere. E voglio una foto di tutti quelli che
entrano e che escono da là dentro.» «Va bene.» «Che posto è?» «Un palazzo. Sei piani. Venti appartamenti, più o meno.» «Ci vediamo lì. Da qua non è molto lontano.» Chiudo. Il questore mi guarda, come se si aspettasse qualche informazione. «Novità?» mi chiede. «Ancora non lo so» rispondo ed è la verità. Prima voglio vedere quel tizio in faccia. Forse guardandolo negli occhi riuscirò a capire qualcosa. Forse riuscirò a capire da che parte devo andare. Poi la macchina si ferma e la realtà torna a prendere la sua importanza. Sono come uno di quei vecchi computer a schede perforate. E a ogni scheda devo agire in modo perfetto, secondo le regole che tutti, a partire da me stesso, si aspettano da uno come me. Roccasole, Sicilia. Tredici e quarantasette Ci sono le cicale, la luce del giorno che filtra dalle tende socchiuse e la radio del Muto che canta una canzone di Fiorella Mannoia, quando arriva la macchina. Gaspare è dentro. Steso sul divano con gli occhi chiusi, la camicia aperta fino all'ultimo bottone, i capelli spettinati. La pistola appoggiata sul petto. Non dorme. Pensa al funerale di sua madre. A quello che è stato per lui. Spiare il piccolo gruppetto dalla collina e poi aspettare che tutti se ne andassero per infilare una carta da cento euro nella giacca sdrucita del custode e farsi accompagnare alla tomba, con ancora il profumo di fiori freschi e le impronte dei piedi sulla terra tenera. E rimanere poco, in silenzio, a guardare quel pochissimo che resta di te che se ne va. Ha pensato, in quel momento troppo breve, al volto di sua madre il giorno del funerale di suo padre. Ha pensato che non abbia pianto, ma che sia rimasta ferma, dura come il ceppo di un vecchio albero a cui puoi tagliare i rami e anche il tronco, ma non puoi togliere le radici. E per un momento si è rivisto com'era il giorno del pranzo per l'anniversario di nozze di zia Margherita. Aveva quasi quattordici anni e mentre passava correndo nel giardino del ristorante aveva visto suo padre che lo guardava in un modo in cui non lo avrebbe mai più guardato. Come se fosse un uomo. Per la prima volta. Aveva sussurrato qualcosa all'orecchio di sua madre e Gaspare aveva vi-
sto il volto di lei indurirsi e aveva sentito i suoi occhi cadergli addosso con un sorriso troppo pesante e troppo triste. Allora era corso via, dagli altri. Se pensa a sua madre davanti alla tomba di suo padre immagina quello sguardo. Quello di chi sa benissimo cosa deve succedere. E sa che non può fare niente per impedirlo. Lo vede anche adesso e quando sente i passi che entrano nella casa e la radio del Muto che si spegne, sa che lo vedrà spesso. Che tornerà a visitarlo in molti sogni finché tutto non sarà finito. Adesso però è il momento di aprire gli occhi. «Alzati» dice una voce, e come prima cosa Gaspare muove le mani, allontanandole dalla pistola. Si solleva sul divano in modo che l'arma scivoli sul cuscino e si alza. Nella stanza ci sono quattro uomini. Uno lo perquisisce, uno lo tiene sotto il tiro di una Beretta lucida come gli occhi di un bambino e uno si occupa del Muto. Li ha già visti tutti e tre la prima volta. Il quarto, quello che ha parlato, lo conosce di fama e di vista. È il figlio dell'uomo che lo guarda dalla porta d'ingresso. Beniamino Riccomini fa quattro passi nella stanza. Gaspare si allaccia la camicia. «Chiedo scusa» sussurra. Don Beniamino non dice nulla. Lo fissa e basta. Poi i suoi occhi cadono sul piccolo tavolo che sta nell'angolo, accanto alla televisione. Gaspare si muove e prende quello che c'è sopra. Con delicatezza, come fosse vivo. Quando don Beniamino ritira l'oggetto dalle sue mani Gaspare sente il tocco leggero di due dita calde e lisce. Beniamino Riccomini guarda il peluche che aveva regalato a sua nipote come un chirurgo osserverebbe una lastra in controluce. «È a Bologna» dice semplicemente, dopo un silenzio durato troppo. «Qui non c'è più niente che tocchi a te proteggere.» Gli lascia uno sguardo che dura meno di un respiro. Poi si gira e se ne va. Un minuto dopo la casa è di nuovo vuota. «Partiamo» dice Gaspare e il Muto lo guarda. «Lui era...» «Sì, era.» «Minchia, Gaspare...» «Muoviti. Il viaggio è lungo.» Il Muto si infila in cucina.
Fuori c'è il sole e mancano tre giorni a Pasqua. Gaspare pensa agli occhi del carabiniere mentre gli affondava il coltello nella trachea. Con don Candido non sarà così veloce. Bologna, tra l'una e le due Il condominio di via Arno 25 occupa una fetta di un palazzo rosso lungo una trentina di metri. «Prima ho provato a telefonare» mi spiega Ippoliti mentre saliamo verso il quarto piano. «Non mi hanno risposto.» «Il numero è quello che c'era nella lista di Ilaria?» «Sì. Il numero va bene. È anche sull'elenco. Però non rispondono.» Di questo Guido Anselmi conosciamo l'indirizzo di casa e quello del lavoro. Sappiamo che è un tipo gentile, che la sua azienda è registrata da due anni al CNA di Bologna e che produce software gestionale per gli studi di consulenza fiscale. E che molto probabilmente ha dato ad Alice un cioccolatino avvelenato con una tossina che la natura non si è mai sognata di creare. Sono curioso di conoscerlo, questo Guido Anselmi, di vederlo in faccia e capire che tipo è. Sono curioso mentre la cabina dell'ascensore sale con uno strano rumore metallico e poi si ferma al piano. La sede della Anselsoft è la prima porta che si incontra uscendo dall'ascensore. A destra e a sinistra due appartamenti. Grandi e Palazzeschi i nomi sui campanelli. Sulla porta c'è una targa dorata con un logo rosso. Qualcosa che dovrebbe assomigliare a un'ala, ma che sembra solo il marchio Telecom. C'è uno strano silenzio sul pianerottolo. Mi ricorda quello che ho sentito davanti alla villetta dove abbiamo sistemato la famiglia Giulio. Guardo Ippoliti e vedo che sta fissando la porta con uno strano sguardo. Lo stesso con cui potresti guardare un tipo che si avvicina e ti saluta con un gesto della mano. Una mano con sei dita. La porta è socchiusa, ma solo con un angolo piccolissimo. Dalla sua posizione probabilmente Ippoliti riesce a vedere dentro, perché i suoi occhi fissano la striscia chiara di luce che spunta dall'apertura. Poi mi guarda, E spalanca la porta spingendola con la mano aperta. Dentro l'ufficio dell'Anselsoft non c'è niente, solo una luce enorme che
arriva dalle finestre senza che nessun tendaggio la filtri. Camminando per le stanze deserte, sento l'eco dei miei passi come sotto i portici nelle notti d'estate. La sensazione, guardando il parquet perfetto e pulito e i muri ridipinti con cura, è che in quella stanza non ci sia mai stato un mobile. «Che cazzo significa?» mi chiede Ippoliti. Ci penso. A quelle pareti, a quel silenzio, a quel posto che non ha senso di essere. «Che qualcuno sta facendo un gioco. E che noi siamo le pedine.» Mi avvicino a una delle finestre e guardo fuori. La macchina con Cancemi e De Biase è parcheggiata dall'altra parte della strada. «Voglio una macchina qui sotto ventiquattro ore al giorno. E voglio le foto di tutti quelli che entreranno dalla porta di questo palazzo. Voglio sapere di chi è questo posto. Se è intestato ad Anselmi, da chi lo ha comprato e quando. Se è in affitto, a chi lo paga. Come lo paga. Quanto lo paga. Voglio interrogare tutti quelli che abitano qui dentro e sapere se hanno mai visto entrare un uomo da quella porta e, se lo hanno visto, voglio sapere che aspetto ha.» Ippoliti annuisce. Ma ha paura. E anch'io ho paura. Perché non capisco. Come da bambino quando sei nel tuo letto e senti i mobili scricchiolare. Li senti, ma non li vedi. «Abbiamo l'indirizzo di casa di Anselmi, vero?» «Sì. Sta in via Mazzini. Al cinque.» Prendo il telefonino e faccio un numero. Mi accorgo di muovermi come se stessi seguendo un binario. Causa ed effetto. Cerco di non sentire, di non pensare, di non dare corda alla mia testa che vorrebbe deragliare. Non ho tempo adesso. Quando si deve fare si fa. Funziona così. Ascolto due squilli poi la voce del questore. «Ho bisogno di un mandato di perquisizione... Un appartamento...Via Mazzini 5... Guido Anselmi... No, subito. Sto andando là... Se non fosse urgente non l'avrei chiamata al cellulare, signor questore.» Riaggancio e guardo Ippoliti. «Andiamo a vedere se anche a casa sua il signor Anselmi ha lo stesso gusto per l'arredamento.» «E adesso?» Ippoliti mi guarda mentre tutto intorno c'è gente che cammina e si muove. Ogni gesto, uno scopo. Ogni oggetto che muovono, un motivo. Pare tutto preciso e preordinato, mentre guardo la scientifica che fa il suo lavoro e tutto intorno a me quell'appartamento sembra essere lì per dirmi qualcosa. Quando ho suonato al campanello, un secondo prima di notare che anche
quella porta era aperta, ho sperato che il signor Anselmi mi sarebbe venuto ad aprire e che offrendomi un caffè avrebbe saputo darmi una spiegazione per tutto. Quando sono entrato, seguendo l'invito di quella porta aperta, ho cominciato a capire che invece non ero lì per ricevere spiegazioni. Ero lì perché tutto diventasse ancora più incomprensibile. La casa di Guido Anselmi è semplice e arredata con un gusto un po' antico. Ci sono alle pareti delle stampe di Bologna com'era secoli fa. Piazza Maggiore. Via Rizzoli con una carrozza trainata dai cavalli che passa sulla strada polverosa. C'è una luce debole. Il sole di primavera filtra dalle finestre abbassate con una lunga lama di pulviscolo che tocca le nostre mani e le pistole che stringiamo esplorando quella casa. Fino ad accorgerci che anche lì dentro non c'è nessuno. E non c'è nessuno da molto tempo. Basta guardare le dita di polvere accumulate sui mobili di legno, sul tavolo di cucina e su quello della sala, su un bicchiere lasciato nel lavello. Basta aprire il frigo tirando la maniglia con un fazzoletto in mano e trovarlo vuoto. Acceso, ma vuoto. E sentire la puzza di chiuso e un vago odore di fogna che arriva dal bagno. Basta sfiorare appena la coperta di lana verde che riveste il letto matrimoniale e che solleva una nuvoletta sottile di polvere non appena avvicino un dito. Spalancare l'armadio e vedere che dentro non c'è niente, come nei cassetti, come nell'armadietto del bagno, nei bicchieri dove dovrebbero esserci gli spazzolini. Niente. Nessuno abita in questa casa da moltissimo tempo. Forse nessuno ci ha mai abitato. «E adesso?» Ippoliti si gratta piano il mento e mi guarda. Io sono davanti alla finestra. Fuori c'è il mio vecchio liceo e qualche ricordo, arenato sui marciapiedi. «Adesso...» cerco di riordinare le idee. «Adesso dobbiamo cercare di capire qualcosa su questo Anselmi. Chi è, da dove viene, chi lo conosce. Abbiamo un ufficio vuoto, una società che probabilmente non esiste e un appartamento in cui nessuno vive. E probabilmente ha mai vissuto.» «Ci saranno dei contratti.»
Ippoliti mi piace perché è sempre sulla linea del mio ragionamento. «Contratti, bollette, conti correnti bancari. Questo Anselmi avrà una carta d'identità, una patente forse. E quindi una foto. Avrà una laurea, dei documenti, qualcosa. Cerchiamo di capire chi è. Anche se...» «Anche se?» Guardo verso un ragazzo della scientifica che rileva le impronte sulle maniglie di un cassetto. «È un'impressione, forse. Ma non credo che troveremo niente.» «In che senso?» «Non lo so. Ma chiunque sia questo tizio ci ha portati qui con qualcosa in mente. E sapeva che saremmo venuti oggi. Quelle porte sono rimaste aperte per poco tempo. La gente che abita sul pianerottolo le avrebbe notate.» «E quindi?» «Non lo so. Avevo messo in conto che questo Anselmi potesse essere stato usato da qualcuno. Che il cioccolatino non l'avesse avvelenato lui.» «E chi?» Sto per dirgli quello che mi è venuto in mente, ma non riesco a farlo. «Commissario?» Cancemi entra nel salone con qualcosa in mano, avvolto in una busta di plastica. «L'abbiamo trovato in fondo a un cassetto, in camera da letto.» Allungo la mano per prenderla. «Un cassetto vuoto, immagino.» «Sono tutti vuoti, commissario. Dappertutto.» La carta d'identità che Cancemi mi ha dato nella busta di plastica per preservare le impronte è di Guido Anselmi. Quando la apro, vedo la foto sorridente di un uomo anziano, pochi capelli alle tempie, una barba curata chiazzata di bianco e nero. Guido Anselmi, nato a Bari il 13/05/1930, residente a Bologna in via Mazzini 5, Stato civile Vedovo, Professione Ingegnere, Statura 1,82, Capelli castani, Occhi neri. La faccio vedere a Ippoliti. La fissa per qualche secondo poi la restituisce a Cancemi. «E adesso?» mi chiede. Io sposto gli occhi dal riflesso della luce su un mobile. E lo guardo. Sorride.
È seduto sul bordo del letto, la pelle che profuma ancora di bagnoschiuma e i capelli bagnati incollati alla fronte. Se avesse addosso il trucco che ha usato quella mattina, sorriderebbe con lo sguardo che qualcuno saprebbe associare al volto di Guido Anselmi. Un volto che non esiste più. Si accarezza piano un sopracciglio da cui cola una goccia d'acqua tiepida. Facendolo, pensa a quanto avrebbe voluto vedere la faccia del poliziotto davanti alle porte che gli ha lasciato aperte. Non aver potuto guardarlo, vedere la paura e la sorpresa che ti cambiano il colore degli occhi, è l'unica cosa che gli dispiace. Ma in fondo è poco importante. Tutto quello che conta è che il gioco sia iniziato. E che lui sia l'unico dei giocatori a conoscere le regole, i criteri per muovere le pedine. Si alza in piedi e guarda la strada e i tetti bastonati da quell'aprile troppo caldo. Bologna è la città giusta per uno come lui. Un posto dove tutti ormai si fanno solo i cazzi propri e che ci sia qualcuno vicino è importante solo per quanto fastidio dà alla propria vita. Non per quello che è. Una città che sembra aver perso la curiosità che ha sempre avuto. In un posto così, basta essere silenziosi per ricevere silenzio. E lui è abituato al silenzio. Il silenzio del suo lavoro. Il silenzio della sua casa, rotto solo ogni tanto da qualche rumore che dalla strada riesce ad arrivare fin lassù. Per uno come lui il silenzio è tutto. Segue con lo sguardo il movimento di un autobus poi lentamente inizia a vestirsi. Una camicia, un paio di jeans chiari. Roba semplice. Apre la porta a vetri ed esce in terrazzo a controllare le piante. Per un attimo pensa che basterebbe spostare un paio di palazzi e con un cannocchiale buono potrebbe vedere i poliziotti lavorare. Ma è solo un pensiero brevissimo. Dura il tempo che gli serve per controllare che le piante stiano bene, che i germogli crescano. Poi tutto sparisce. È tardi e anche lui deve andare a lavorare. In fondo, per molte cose, la sua è una vita come tutte le altre. Guido Anselmi, ingegnere, mi sorride da una fotocopia a colori. È quasi l'una di una notte silenziosa e l'unica luce ancora accesa a questo piano della questura è quella del mio ufficio. Sulla scrivania le foto dell'appartamento di via Mazzini, un foglio con i nomi dei condomini, un altro con quello degli abitanti di via Arno 25, dove
abbiamo trovato lo studio vuoto. Il fax con l'iscrizione al CNA di Bologna della Anselsoft. La visura camerale della ditta di cui Guido Anselmi è l'unico proprietario. Guardo il sorriso spalancato di quell'uomo anziano sulla carta d'identità e mi chiedo chi sia. E perché ci abbia fatto trovare quel documento. La prima pedina del domino. Una traccia lasciata in una casa deserta e piena di polvere. Una casa con la porta aperta e senza nemmeno un'impronta digitale. Esattamente come l'ufficio. «Sei ancora qui?» Ippoliti mi tira fuori dai miei pensieri, come un pesce strappato all'acqua da un amo e una lenza. «E tu?» «Mia moglie è da sua madre al mare per Pasqua. Con la prole.» Riordino le foto. «Lo sai che era lì oggi, vero?» «Intendi dire che Anselmi è andato ad aprire le porte?» «Sì. Tra l'ufficio e l'appartamento ci saranno sì e no dieci minuti di macchina. Lui le ha aperte tutte e due. Forse non sapeva in quale dei due posti saremmo andati per primo. Però sapeva che dopo averne visto uno avremmo visto anche l'altro.» «E che senza le porte aperte avremmo avuto dei problemi a entrare. Magari è su una delle fotografie che hanno fatto i ragazzi.» «Non credo. Questo tipo non è stupido. E c'è qualcosa sotto questo gioco. Un motivo. Non è solo Alice.» Stringo forte gli occhi e mi passo le mani sulla taccia, spingo dentro la pelle come se farlo potesse aiutarmi a fare uscire i pensieri. Ippoliti si avvicina alla scrivania. Prende in mano la foto di Anselmi e la guarda. Poi lascia andare il foglio. «Domani mattina dovrebbero mandarci qualche notizia da Bari.» «Ho fatto richiesta a tutte le banche di Bologna per sapere se hanno un correntista che si chiama Guido Anselmi. Ci vorrà un po' e forse faranno resistenza. Ma almeno dovremmo riuscire a sapere se ha un bancomat, una carta di credito. Se sul conto ci sono dei movimenti. Quanti soldi.» «Cosa ne pensi?» Faccio scrocchiare le dita. Alice lo faceva sempre. No. Lo fa sempre. Anche adesso. «Che chiunque ha montato questo luna park lo ha fatto con precisione. L'identità falsa, la società, le impronte digitali, le porte, la carta d'identità. Il cioccolatino. Alice. Tutto ha un suo senso preciso, anche se non so quale.»
«Quindi?» «Dobbiamo cercare i particolari. Tutti quanti, anche quelli che sembrano non c'entrare un cazzo. Tutti.» «Lo sai che non hai nessuna prova che questo Anselmi o come si chiama abbia avvelenato Alice?» «Lo so. Ma è stato lui.» «E il questore?» «Al questore basta che mi occupi di Nunia. È una specie di patto.» «Hai pensato che potrebbe esserci in mezzo lui?» «Gaspare? Non credo. Ma ci penserò.» Chiudo le foto in una carpetta e mi alzo. «Vai a casa?» «No. All'ospedale. Credo che ci sia qualcuno che mi aspetta.» 23 aprile. Mattina Budrio è un paese che sa di nebbia in inverno e di zanzare in estate. Quella provincia così diversa da quella in cui è nato, Gaspare se l'era dimenticata. Se ne accorge quando comincia a sentire l'odore dei campi e del sole sulla terra, di quel sole alto che sembra stare sempre fermo lì. Dritto sopra le case e le coltivazioni. Quel sole che poi cala all'improvviso e colora tutto d'azzurro in estate e di un grigio che sembra arrivare dal nulla, fra ottobre e la fine di marzo. È un odore che conosce bene. In un posto come quello, una provincia identica ma affacciata verso Modena, Gaspare Nunia ha abitato per tre anni. Tre anni spariti in una notte di pioggia macchiata dal rumore di una pistola e dal sangue di Teresa. Nella vita tutto quello che conta è quello che ami, gli diceva suo padre. Non quello che hai. Solo quello che ami. Guardando quella strada che si infila in mezzo agli alberi, sa per la prima volta con certezza che è vero. E che in fondo lo ha sempre saputo. Ancora prima di decidere di evadere. E di arrivare fin lì attraversando tutta l'Italia. Il Muto rallenta. «Dove devo andare?» «Tira dritto. Segui lo stradone e poi in fondo gira a destra e torna indietro dall'altra parte.» Lo stradone è una specie di viale alberato che costeggia la ferrovia, tagliato da strade piccole e sottili come i canali di irrigazione che attraversa-
no i campi. Nascoste in quelle stradine ci sono tante villette bifamigliari, ma non è una di quelle che stanno cercando. La casa che stanno cercando è in cima a una piccola collinetta. Di fianco c'è un asilo e di fronte la ferrovia, come un muro di cinta. Ai piedi della collinetta, c'è un piccolo parcheggio e dentro ci sono tre macchine. Due uomini per macchina. Gaspare non li guarda nemmeno quando la Clio del Muto passa di fianco, a cinquanta all'ora. Però li vede. E quando arriva in fondo allo stradone e gira per tornare indietro, si accorge da lontano che di macchine ce ne sono due anche sul retro. Dieci uomini in tutto per sorvegliare un cane rabbioso, rinchiuso in una gabbia di lusso fatta di mattoni. Troppi anche per lui. E mentre la Clio passa per Canaletti di Budrio, tornando a Bologna senza imboccare la via Emilia, Gaspare Nunia sa già che cosa deve fare. E a chi chiedere una mano per riuscirci. Riccione è un posto strano. Ci penso guardando la spiaggia e il mare talmente scuro da sembrare grigio, mentre la signora Rimondi è andata a chiamare suo marito Giulio. Giulio Rimondi è il proprietario dell'appartamento di Guido Anselmi. Quello a cui Anselmi pagava quasi duemila euro d'affitto al mese. Quando l'ho chiamato ieri pomeriggio mi ha detto che lui e sua moglie vivono tre mesi all'anno a Riccione. «Da aprile a fine giugno» mi ha spiegato. «Dopo no. Dopo c'è troppo casino.» Vista dal terrazzo di quella casa sul lungomare la spiaggia senza ombrelloni, senza bambini che urlano, sembra un palcoscenico senza scenografia. Uno spettacolo in cui gli attori recitano e tu devi immaginarti il resto. Le strade, le case, il cielo. Tutto quanto. «Bello vero, dottor Riccardi?» dice una voce alle mie spalle. «Sì. Bello. Mi piace questo posto.» «Anche a me. Almeno fino a luglio. Dopo sembra come il circo che ai miei tempi passava in paese. C'era la donna barbuta, il mangiatore di fuoco. Qui è uguale. Da luglio in avanti trovi la figliola che ti viene il torcicollo solo a guardarla, la mamma col bambino e il raduno di tutta la cinnaglia del mondo. No, non fa più per me. Adesso è bello. Bello come dovrebbe essere.» Giulio Rimondi è un uomo grande e grosso. Ha sicuramente più di ses-
sant'anni e il fisico di qualcuno che deve aver fatto molto sport in gioventù. Nuoto forse, a giudicare dalla larghezza delle spalle. Gli stringo la mano. «Non mi chiami dottore, per favore.» «Come vuole.» Sorride. Un bel sorriso segnato dal bianco della barba. Forse è del sorriso che si deve essere innamorata sua moglie. E magari non solo lei. «Entriamo?» Lo seguo in salotto. Una casa semplice, ma curata. Pochi oggetti di gusto. Una lampada a stelo bianca che sembra una medusa. Un tavolino basso trasparente. Una libreria semplicissima che quasi non si vede, talmente è piena di volumi. «Mi piace casa sua» gli dico. «Per la verità anche a me. Ma ha fatto tutto mia moglie. Quella lampada per esempio. Quando l'ha portata a casa a me sembrava orrenda. Poi invece è bella. L'occhio deve abituarsi alle cose. Come ai gusti. Mi scusi, divago. Veniamo, per così dire, al sodo. Non credo di aver capito bene cos'è successo e cosa si aspetta da me.» Gli racconto dell'appartamento. Sgrana gli occhi e sorride scuotendo piano la testa. Lo fa per tre volte, durante la mia spiegazione. E sempre nella stessa successione. Gli occhi, il sorriso, il movimento della testa. «Ho sempre pensato che fosse tutto molto strano» dice, quando ho finito di raccontare. «Strano in che modo?» «Strano. E adesso tutto alla fine ha una specie di senso.» Resto in silenzio. Aspetto. Vuole raccontarmi qualcosa e ho paura di rovinare quel desiderio. Lo guardo negli occhi. Lui li abbassa, poi si siede sul bordo del divano e appoggia i gomiti sulle ginocchia. «Vede, commissario, io Guido Anselmi non l'ho mai visto.» Non riesco a essere sorpreso. Con tutta la buona volontà non ce la faccio. Però qualcosa devo dire perché continui. «In che senso?» «Beh, a questo punto è una cosa un po'... diciamo... imbarazzante da dire. Forse sono stato un coglione. Non lo so. Tre anni fa è morto il papà di mia moglie. Lunga malattia, solita trafila e poi amen. Passare una guerra e finire così. Vabbè. C'è gente che fa la stessa fine molto prima. Comunque quell'appartamento era suo. Mia moglie lo eredita e decidiamo di affittarlo. Io di case non ne capisco un cavolo e mia moglie nemmeno. Così andiamo da un'agenzia. Anche lì soliti giri. Valutazione, notaio, tutte quelle pippe che ti ciucciano un sacco di soldi senza che si sappia bene perché. Poi un
giorno salta fuori questo Anselmi. Bene. Vediamoci, dico al tipo dell'agenzia. Il signor Anselmi è sempre molto impegnato, mi fa lui. Un uomo d'affari, dice, gira per tutta Italia e ha lasciato a me l'incarico di concludere l'affare. D'istinto sto per dire di no. Cazzo, vuoi abitare in casa mia e non mi fai nemmeno vedere che faccia hai? Poi però penso che è un uomo d'affari, che non mi farà problemi con l'affitto, che in fondo mi leva un casino e dico di sì. Così lascio fare tutto a loro. Alla fine del primo mese mi arriva il bonifico. E così puntuale tutti i mesi, lo stesso giorno, per tre anni. Circa un anno e mezzo fa ho anche aumentato l'affitto. Ho telefonato a casa sua, ma non mi ha risposto. Così gli ho mandato una raccomandata. Mi ha risposto sempre per raccomandata che accettava l'aumento. Mai una storia. Mai un problema con i pagamenti. Però io Guido Anselmi non so nemmeno che faccia abbia. Forse visto quello che è successo avrei dovuto chiedergli di più.» Sento il cellulare che vibra, nella tasca dei pantaloni. «Mi scusi un secondo» dico e guardo. Un sms. Per un istante, nel momento in cui mi accorgo che è un messaggio, penso che sia di Alice. Poi la realtà ritorna con tutto il suo peso. La mia mente se ne va altrove troppo spesso. L'sms è uno di quelli che si mandano da Internet. Dal sito della Wind. Ci sono due righe di pubblicità poi poche parole. Buona Pasqua. Nient'altro. Niente firma. «Problemi?» mi chiede Rimondi. «Qualcuno che si diverte» rispondo. Ma solo per evitare altre domande, mentre tutti i pensieri cercano di partire all'inseguimento di quel messaggio. «Mi scusi, ma questo Anselmi ha fatto qualcosa di grave?» Me lo chiede con il tono di uno che sta facendoti un pettegolezzo. «Temo che non riceverà più il suo affitto, signor Rimondi.» Faccio una pausa. Ho ancora il telefono in mano. E il messaggio in testa agganciato a un pessimo sospetto, senza nessuna logica apparente. «A che agenzia si è affidato?» chiedo. Devo rimettermi sul binario. Causa effetto. Domande risposte. Niente pensieri. Niente deragliamenti. Un problema alla volta. «La Fiduciaria Immobiliare, in via Murri. Mi ricordo sempre i nomi delle cose e delle persone. Non so perché.» Sto per dire qualcosa riguardo al fatto che almeno loro questo Guido Anselmi devono averlo visto, ma non faccio a tempo. Perché vibra ancora il telefono.
«Mi scusi di nuovo.» La voce di Ippoliti. Tono secco. Quello che ha quando è preoccupato. «Che cazzo stai dicendo?» dico e mi accorgo che mentre Ippoliti parlava mi sono alzato in piedi. «Dammi il tempo di arrivare. E chiama la scientifica. Subito.» «Problemi questa volta, vero?» Rimondi si alza. E io cerco di sorridere. «Sì, problemi» dico. Ed è una visione piuttosto limitata di quello che sta succedendo. «Viene qui anche il sabato di Pasqua?» Ippoliti rallenta il passo e sorride al ragazzo. È la stessa domanda che gli ha fatto sua moglie. «Ma come non parti ancora?» «Parto, parto. Tranquilla. Passo solo un attimo in questura a vedere una cosa» le ha risposto, e in effetti non sa cos'è passato a vedere. Forse solo che tutto sia esattamente come dovrebbe essere. Ha il bagagliaio pieno delle cose che sua moglie gli ha detto di portarsi dietro. Il vestito rosso della figlia Marina. Un costume da bagno, che fa caldo e magari prendiamo il sole. I teli. Una crema solare. La macchina pronta per Milano Marittima e due giorni in famiglia. Immagina che Gabriele invece li passerà all'ospedale. Ha paura per Gabriele. Paura che non ce la faccia. Che tutto gli scivoli via come l'appiglio sul palo della cuccagna. Paura dello sguardo che gli ha visto in faccia quando si è voltato a fissarlo, dentro l'ufficio vuoto di quel tipo che dovrebbe essere Guido Anselmi e che invece chissà chi cazzo è. Lo sguardo di chi ha visto un posto troppo scuro e troppo buio. E ci ha lasciato una parte di sé. Forse una parte della sua mente. Sta pensando a cosa può fare per aiutarlo e se esista un sistema che non sia guarire Alice e scoprire quello che c'è sotto. Non si ricorda quando è stata l'unica volta che ha visto Alice, però si ricorda i suoi occhi. Sorridevano come se ci fosse davvero un motivo nel mondo per sorridere. E non se li dimenticherà. Sta pensando a quegli occhi, quando entra nell'ufficio di Gabriele e vede la busta. È una di quelle gialle, imbottite, formato A4 che si usano per spedire documenti importanti, roba che non deve rovinarsi. Quando la prende in mano si accorge che è leggera. Troppo per contenere dei documenti. La tiene dalle estremità, con due dita e da lontano sem-
bra che galleggi in aria senza che nessuno la sollevi. La tiene così perché quella busta non gli piace. E non sa perché. Per un attimo ha pensato a un pacco bomba. Un regalo di Gaspare Nunia al poliziotto che lo ha arrestato, ma è troppo leggera. Resta un attimo a fissarla. Poi la apre. Due gesti secchi e precisi a sollevare la parte esterna. E guarda dentro. «Chi ha portato quella busta, Salvetti?» grida al ragazzo che lo aveva salutato. Arriva di corsa. «È salita dalla portineria.» «Quando?» «Dieci minuti prima che arrivasse lei.» Si infila per le scale. All'ultima rampa rischia di cadere per terra inciampando su un gradino. «Chi ha portato la busta nell'ufficio del commissario Riccardi?» «Io» gli risponde un poliziotto magro come un'agendina telefonica. Ippoliti si avvicina e lo fissa. «Chi te l'ha data?» «Un tipo, circa venti minuti fa.» «Che tipo?» «Uno qualunque. Un berretto da baseball in testa, occhiali scuri. Parlava roco. Sembrava avesse l'abbassamento di voce.» «Lo potresti riconoscere?» «Non so. Non c'ho fatto caso... era solo uno...» «Ma che cazzo siete uscieri di un ufficio postale qui dentro? Nessuno lo ha visto?» Dentro a quella stanza al piano terra sono in tre. «Una cosa ci sarebbe, capitano» dice il tipo fatto come un'agendina. «Cosa?» «Portava un paio di guanti di cotone bianco. Mi ricordo di aver pensato che fosse allergico a qualcosa.» Ippoliti esce e infila di nuovo le scale. A metà si ferma. Fa un numero col cellulare. «Marta? Sì, sono io. No, sono a Bologna. Senti, non so quando vengo. No, oggi no. Per favore... Non posso. Sì. Ti chiamo io.» Riaggancia. Sale le scale. «Chiama la scientifica. Subito. Capito Salvetti?» «Sì, signor capitano. Ma, mi scusi, ci sono problemi?» Ippoliti non gli risponde. Prende il telefono e fa un altro numero. «Gabriele? Sì, sono io. Senti è successa una cosa.»
Sei Periferia di Bologna, quattordici e quindici «Vuotagli le tasche, Muto» dice Gaspare Nunia, e appoggia la pistola alla tempia dell'uomo con le mani alzate, in piedi sulla soglia del fienile. «Che fiducia, Siciliano. Dopo tutto questo tempo.» Il Muto si muove veloce. Gli apre il giubbotto, tira fuori la pistola dalla fondina ascellare. Poi si abbassa e lo perquisisce con gesti lenti e accurati. Si infila la pistola in tasca e si allontana. «Entra» dice Gaspare e sposta la canna della .38. L'uomo fa tre passi nel vecchio fienile abbandonato, a metà strada fra Cento e Ferrara. Di notte, quando sulla statale non c'è nessuno, si riescono a sentire i camion che passano sulla A13. «Quanto tempo è passato, Siciliano?» gli chiede piantando i pugni nelle tasche del giubbotto. E alto e magro. Un fascio di nervi che potrebbe tranquillamente stendere uno di quei palestrati senza palle che il body building sforna con i muscoli pieni d'aria. La voce ha una vaga inflessione slava. «Abbastanza perché tu non cambiassi, Roland. O non ti facessi beccare.» Alza le spalle. «Qualcun altro è stato meno bravo che me.» Gaspare sorride. «Ma non sempre bastano i muri alti e le guardie, come vedi.» Roland si guarda intorno. «Perché cazzo mi hai fatto venire in questo posto, Siciliano? C'è puzza di piscio di topo che ti spacca lo stomaco.» «Soldi. Ti interessano ancora o sei diventato vegetariano?» «Mi piace ancora carne. Cos'hai in mente?» «Una casa. Una villetta di due piani. Tre persone dentro.» «Non sei mai stato ladro.» «Non voglio rubare.» Roland lo guarda per un momento senza seguire il discorso. Poi capisce. «Non ci voglio entrare. Non ho voglia di morire. E ho ancora una madre e due fratelli, in Slovenia.» «Guardami, slavo. Per che cosa credi che sia evaso, per paura di quelle quattro mura? O credi che sia uscito da quella fogna per far morire i pochi della mia famiglia che ancora sono al mondo? Lo sai cosa mi hanno fatto, vero?» «Lo sanno tutti.» «Allora è il momento che sappiano anche altre cose.»
«Te l'ho detto. Non voglio vedere morire i miei.» «Chi sta con me non muore. Ho delle garanzie.» «Quali garanzie?» Gaspare si avvicina a Roland. In lontananza si sente il verso di un corvo. «La garanzia dell'unica persona che può assicurarmi di non morire. A me e a chi sta con me. Ti basta come assicurazione sulla vita?» Gaspare si allontana. I sassi grattano sotto le scarpe. Roland lo guarda. Ha una strana espressione sul viso affilato, dalla barba incolta e nerissima. «Quanto?» dice, indurendo il tono per cercare di nascondere che ha paura. «Centocinquanta.» Lo slavo ride. «Tu sei pazzo. Io non faccio cosa come questa per spiccioli.» Con un gesto rapido Gaspare lo prende per il giubbotto e lo tira a sé. «Non fare il coglione, Roland. Non hai un soldo e lo sai. Se hai voglia di farmi perdere tempo posso mandarti a fare in culo in quella topaia in cui vivi anche subito.» «Potrei sempre andare a raccontare in giro quello che vuoi fare.» Le labbra di Gaspare si incollano all'orecchio dello slavo. «Credi che rivedresti tua madre? O i tuoi fratelli? Anch'io sono siciliano. T'u scuirdasti?» Lo lascia andare. Roland si aggiusta il giubbotto. «Quanti uomini ti servono?» «Quattro.» «E quanti ce ne sono?» «Dieci. Ma a noi interessano solo i quattro sul retro. Voglio gente esperta, che sa cosa fa. Gente che non ha paura a far fuori uno sbirro. E che sa farlo in silenzio. Al resto penso da solo.» «Polizia» sibila e sputa per terra un'imprecazione nella sua lingua. «Hai un piano?» «Sì. Ma non ti interessa adesso.» Roland tace. Si infila di nuovo i pugni chiusi in tasca. «Cinquanta subito. Resto alla fine. La sera stessa.» «Trenta subito. E il resto alla fine. La sera stessa.» «Va bene» dice lo slavo mentre si muove verso il Muto. Gaspare gli punta addosso la pistola e fa un cenno con la testa. Il Muto restituisce l'arma a Roland che la infila di nuovo nella fondina ascellare. «Due giorni» dice, passando di fianco a Gaspare. Poi esce dal fienile. «Dove li troviamo i soldi?» chiede il Muto quando l'eco della macchina di Roland si spegne nella campagna.
«Quelli che servono adesso ci sono e lo sai. E poi quattro pallottole costano molto poco» risponde. «E una fossa con un po' di terra non si nega nemmeno a gente come quella.» «Che sia tossico non ci sono dubbi.» Visto al microscopio elettronico il contenuto del pacco sembra un frattale. O il disegno di un bambino che ha deciso di pasticciare con i colori. Nel laboratorio al primo piano del gabinetto di polizia scientifica ci sono quattro persone oltre a me e Ippoliti. Quello che lavora al microscopio elettronico è un tipo basso, con un naso affilato e un po' storto e l'aria di uno che non si prende troppo sul serio. «Tossico in che senso, Vittorio?» gli chiedo. Vittorio Dallari smette di regolare le focali del microscopio e appoggia le mani sulla scrivania. «Mortale, direi.» «Cazzo, eri così teatrale anche all'Università. Smettila e dimmi che cosa hai trovato.» Vittorio fa due passi alla sua destra e prende una bustina di plastica trasparente. Dentro c'è il contenuto del pacco. O quello che resta dopo che la scientifica ne ha asportato una parte per gli esami. È l'incarto di un Lindor. Ci sono tracce di cioccolato al latte attaccate alla parte metallica della carta. «Vedi,» comincia a spiegarmi «se lo guardi sembra uguale a tutti gli altri. E in effetti lo è. Solo che quello che c'è rimasto attaccato non è solo cioccolato. O meglio: è cioccolato ma è tossico.» «Vuoi dire che è stato manomesso?» «Edulcorato, Gabriele. Abilmente edulcorato. Con una sostanza che si chiama ricina. Una tossina che si estrae dai semi del ricino. Quelli dell'olio dei fascisti. Solo che trattata in modo diverso si ottiene un composto che se viene a contatto con l'apparato respiratorio porta al soffocamento. In pratica gonfia la gola fino a che non riesci più a respirare. La usano anche per le armi chimiche. Però si può anche ingerire e allora la morte è molto più lenta e dolorosa. Vomito, crampi, dissenteria e poi la fine.» «Qualcosa che possa c'entrare col botulino?» «Assolutamente no. Tossine diverse. Esperienze diverse. Nessun punto di contatto. Solo che sono letali. E che ci vuole una grandissima capacità per metterci le mani. Non è una cosa che può fare chiunque.» «E nel cioccolatino come c'è finito?» «Cor una siringa, probabilmente. Abbiamo analizzato l'incarto e c'è un
foro, piccolissimo, che a occhio nudo non si può vedere. Direi un ago molto sottile.» «È assurdo» sussurro. «Quindi se ho ben capito questo incarto non aveva nessuna possibilità di essere pericoloso per qualcuno.» «A meno che tu non ti fossi messo a leccare la carta. In quel caso non saresti sopravvissuto più di qualche giorno. E non esiste vaccino.» «E la busta?» «Non ci sono impronte. Una normale busta imbottita formato A4. Mail Lite Gold. Tutte le tabaccherie e cartolerie del mondo le hanno. L'indirizzo è su un'etichetta, anche quella comunissima. Se mi dai un po' di tempo forse riesco a dirti che stampante ha usato per scriverla. E se attaccate alla busta sono rimaste fibre di qualche tipo.» «Quanto tempo?» «Un paio di giorni direi. Spero prima.» Gli appoggio una mano sulla spalla. «Ieri era già tardi.» «Hai un'idea di quello che sta succedendo?» mi chiede Ippoliti appena siamo in corridoio. Ma non lo ascolto. Gli allungo il mio cellulare. «Guarda cosa mi è arrivato oggi mentre ero da Rimondi.» «Un sms di auguri. Non c'è la firma.» «Io credo che la firma ci sia. È su quel cioccolatino.» «Pensi che te lo abbia mandato lui?» Domande, cazzo. Sempre e solo domande. Come se avessi qualche risposta buona da dare. Gli urlo in faccia. «Non penso a niente. Non riesco a pensare a niente!» Poi mi zittisco. Tiro il freno. Sospiro. «Scusa. Non volevo. È solo che...» «Non preoccuparti.» «Ci deve essere un motivo per tutta questa storia.» «Forse lui crede di averlo. Cosa sappiamo di questo tipo?» «Che ha tra i quaranta e i cinquant'anni. Un tipo dall'aspetto anonimo. Ho detto ai disegnatori di andare lunedì a farsi fare un identikit dai colleghi di lavoro di Alice. Comunque deve essere un chimico farmaceutico o un biologo. Uno che ha ottime conoscenze scientifiche. E capace di lavorare con i veleni.» «Gli servirà un'attrezzatura.» «Magari ha un laboratorio di analisi privato. Potrebbe essere qualcuno che fa questo mestiere in proprio o che può usare le apparecchiature di uno studio.»
«Oppure le ha in casa.» «Potrebbe essere. A questo punto sappiamo anche che ha avvelenato Alice. Quella busta è come una firma. Però non l'ha voluta uccidere.» «Tu pensi che lo abbia fatto apposta?» «Uno capace di creare tossine di questo genere uccide se vuole uccidere. Quello che non capisco è se sono io l'obiettivo oppure lei.» «Cosa sai del passato di Alice?» «Praticamente tutto, credo. Ho saputo tutto subito. È una delle cose che ci tengono legati. Sappiamo tutti e due quello che ci è successo. Adesso però...» «Però?» «Adesso però non lo so più. E non so cosa pensare.» Ippoliti apre la macchina. «Dobbiamo sapere chi sono e quanti sono i chimici farmaceutici» ricomincio mentre l'auto parte. «Tutti quelli che hanno avuto una laurea negli ultimi... diciamo vent'anni. E i laureati in farmacia, in medicina e in chimica. I nomi di tutti i tecnici di laboratorio che lavorano in un raggio di cento chilometri. Da Reggio Emilia a Forlì. E voglio sapere tutti quelli che si occupano di veleni e di piante velenose. Dagli agronomi alle grandi industrie. Tutti. Anche uno studente che sta scrivendo una tesi.» «Prima di lunedì non possiamo cominciare. Domani è Pasqua. E sarà un lavoro enorme. Sai quanti sono?» «Lo so, Ippoliti. Ma da qualche parte dobbiamo pure iniziare. Mettici Cancemi. È un gatto attaccato ai maroni quando ne ha voglia. Lunedì cerco di mettermi in contatto con l'agenzia immobiliare.» «Secondo l'agenzia che ha fatto da mediatore per l'ufficio, Anselmi lo ha pagato con un bonifico bancario. La pratica l'ha curata uno che adesso non lavora più da loro. Ho il nome. Domani provo a beccarlo, chissenefrega se è Pasqua. Mi hanno promesso i documenti dell'acquisto al massimo per martedì.» Guardo fuori dal finestrino. Le luci che rimbalzano dalle vetrine dei negozi in via Indipendenza. Il solito suonatore di sax e il suo meraviglioso chow chow che dorme, come se il mondo non gli interessasse. Una vecchietta che attraversa la strada vestita come i fiori che da anni vende in giro per il centro. Mi riconosce e mi sorride salutandomi con la mano. Bologna, fuori, sembra la stessa puttana di sempre. Anche quando tu dentro senti la vita che ti gocciola fuori un po' per volta, un respiro dopo l'altro.
«Da qualche parte devi essere» sussurro e se Ippoliti mi sente fa finta di non averlo fatto. «Da qualche parte devi essere, stronzo. Non puoi essere un fantasma.» Bologna, 24 aprile. Mattina Il giorno di Pasqua non è come tutti gli altri. Me ne accorgo appena apro gli occhi e trovo la camera piena di luce perché mi sono dimenticato di abbassare la tapparella, ieri sera. E non riesco a dormire con la luce. Ma non mi alzo. Me ne resto attaccato al cuscino, la fronte incollata al muro e gli occhi chiusi, stretti stretti come quando ero bambino e avevo paura che qualcosa scivolasse da sotto il letto fin dentro le coperte con me. Qualcosa di freddo e umido e con troppi occhi. Resto lì, adesso che sono un poliziotto e non dovrei avere paura di niente. Adesso che sono grande e che non so più cosa sono. Resto lì a pensare ad Alice. E mi viene in mente che stanotte ho sognato qualcosa che non mi ricordo e che la prendevo sempre in giro perché non si ricordava i sogni. E io invece me li ricordavo tutti. Prima di oggi. Poi mi giro di scatto e sono sicuro di aver sentito il telefono squillare e con la sua suoneria. Quella suoneria ce l'ha solo lei nel mio telefono, non può capitare per sbaglio. Arraffo il cellulare e quasi mi cade, ma non ha suonato. Nemmeno con un'altra suoneria. L'ho spento ieri sera proprio perché per due volte, mentre la radio passava chissà quale canzone, avevo creduto di sentirlo suonare. Una volta un messaggio e una volta quella stessa melodia. E tutte e due le volte non era nessuno. Forse sono io che dovrei stare spento. Forse sono sulla strada di diventare un pericolo per me stesso. Forse non so più nemmeno io cosa sono. Mi sento spaccato in due. Ci penso mentre mi faccio la barba, col sole che entra dalla finestra aperta e una domenica di aprile troppo calda per un clima normale. Ci penso perché la mia faccia allo specchio sembra strana. E mi sento solo nella mia casa, con i telefoni spenti che squillano, con la luce che disegna strane ombre nella stanza, con i pensieri che mi strappano alla realtà e mi portano via. Prima, lavandomi la faccia e inumidendomi la barba, ho sentito salire alle narici il profumo della sua pelle, quello che mi restava attaccato quando passavo le labbra sul suo corpo, le mani sui fianchi. Quell'odore lì. L'odore delle sue labbra, delle sue cosce.
Era vero, reale. Ma solo nella mia testa. Sulla mia pelle adesso non c'è l'odore di Alice. Alice è in una stanza in rianimazione con un tubo di plastica in gola che la fa respirare. Alice non apre gli occhi da quel giorno in cui con un filo di voce mi ha detto «Che cazzo ci fai qui?» e adesso che ci penso mi chiedo se facendolo ha sorriso o no. E quando risentirò di nuovo la sua voce. E se la risentirò. E contemporaneamente ogni volta che guardo fuori in strada, ogni volta che incrocio qualcuno al bar o per le scale o fermo a un semaforo, mi chiedo se sia lui. Se sia il bastardo che l'ha avvelenata. E ridivento un poliziotto. Come se la mia mente avesse un interruttore. Clic. Indagini. Domande, risposte. Causa, effetto. Indizi, prove. Clic. Silenzio. Mancanza. E una casa vuota che senza la sua risata mi sembra nuda. Mi vesto che è quasi mezzogiorno. I miei genitori riprovano a invitarmi a mangiare con loro. «Devo lavorare» rispondo e non ci vuole molto a capire che non è vero. Poi esco e quando sbuco sul pianerottolo trovo la mamma di Guido Bignami con un sacco di scatoloni. L'ho vista qualche volta. Anche lei abitava qui qualche anno fa. È una donna piccola che ora sembra minuscola. I capelli tenuti insieme con una forcina rossa, una tuta da ginnastica che la avvolge come un sacco di iuta. Gli occhi gonfi, segnati da occhiaie lunghe e troppo profonde per essere solo stanchezza. «Buongiorno signora. E auguri, malgrado tutto.» «Grazie. Già, auguri. Auguri. Sono venuta a portare via le cose di Guido. I vestiti, il computer, della roba che voglio tenere.» «È tutto pazzesco, signora.» La donna si sposta un ciuffo di capelli dagli occhi e trattiene il respiro per non piangere. «Non riesco ancora a capire. Non ci riesco proprio. Aveva sigillato tutto. Viveva con quelle cose alle finestre che a me facevano orrore. Tutto chiuso. Aveva le sue pillole, le punture sempre pronte da fare. Non le ha nemmeno toccate. Come se quella vespa fosse arrivata di notte e lo avesse punto così. Senza un motivo. Animale bastardo. Ho guardato in casa se lo trovavo. Ma non c'era. Chissà dov'è. Spero che sia crepata quella bestiaccia. Che sia crepata schiacciata da un camion!... Quando lo hanno trovato, era a letto. A vederlo sembrava che dormisse. Forse è stato come se gli si fosse interrotto un sogno.» Un sogno interrotto. Forse è davvero così che succede quando si muore
nel sonno. Stai sognando e tutto di colpo diventa nero. Sto pensando a cosa potrebbe sognare Alice adesso, mentre entra il marito della signora. Ha uno scatolone enorme con un marchio rosso e la scritta Cantate. Probabilmente devo averlo letto ad alta voce. «È una specie di volontariato» mi spiega la signora Bignami. «Guido ci andava quando poteva. Li aveva conosciuti perché gli aveva fatto il sito di Internet e alla fine aveva cercato di dare una mano. La roba che non ci serve la diamo a loro.» La guardo e le sorrido. E poi guardo il marito che pareva una montagna e adesso è solo un grande e gigantesco sasso che sembra muoversi a fatica. Non mi pareva che avesse tutti quei capelli bianchi l'ultima volta che l'ho visto. «Devo andare» dico e forse è vero e forse no. «Auguri ancora. In tutti i sensi» aggiungo. Poi esco nel parcheggio. Mentre metto in moto mi viene in mente che Caritate dovrebbe dirmi qualcosa. Ma non mi ricordo perché. «Auguri Sansone.» Il gatto lo guarda e lui gli fa una smorfia. L'animale si solleva veloce sulle zampe di dietro e salta sul tavolo della cucina. È incredibilmente agile, malgrado la mole. Quando plana sul tavolo di legno, il peso non si avverte nemmeno. Sansone miagola piano, un suono che assomiglia al pigolio di un pulcino. Strano sentire uscire quel verso da una decina di chili di gatto dal pelo nero come l'acqua dei pozzi di notte. Punta gli occhi gialli in quelli del suo padrone e si avvicina alla tazza di latte, appoggiata sul tavolo come ogni mattina. Dietro, da qualche parte, lo stereo canta una vecchia canzone di Sinatra. Sansone annusa la tazza. Poi infila dentro il muso enorme e comincia a lappare il latte. «Buono, eh?» Alza gli occhi e guarda l'uomo. Sta sfogliando il giornale con addosso un accappatoio blu scuro. Ha davanti una tazza uguale a quella del gatto, piena di cornflakes e latte al cioccolato. Una cucchiaiata e una ventina di righe di giornale. Tutte le mattine. All'improvviso si alza, ma il gatto non lo guarda nemmeno. Ha il muso per metà scomparso nella tazza. Lui sparecchia la tavola. Poi butta nel cestino due tovagliolini di carta e si avvicina a un mobile basso che sta accanto alla finestra. Fuori c'è troppo sole. Tira le tende e continua ad ascoltare il rumore del gatto. Sul mobile c'è un paio di guanti da chirurgo, talmente sottili da sembrare
la mano di un uomo svuotata dalla carne. Li raccoglie e mentre lo fa li annusa. Sanno di disinfettante e di una sostanza che usa per sterilizzare i recipienti. Un odore che gli piace. Butta anche quelli nel cestino e appoggiando un ginocchio su una sedia comincia ad accarezzare il gatto. Sansone lascia perdere il latte e si stende su un fianco, gli occhi socchiusi. L'uomo gli prende le zampe e le tiene fra le mani con una tenerezza che è capace di usare solo con quell'animale. Solo con Sansone. Poi la musica dallo stereo cambia. «Heaven, I'm in heaven» comincia l'uomo insieme a Fred Astaire. «And my heart beats so that I can hardly speak.» Prende il micio in braccio. L'animale lo guarda e fa qualcosa di simile a un sorriso. «And I seem to find the happiness I seek» canta l'uomo e segue la musica, la segue fino al salone dove lo stereo canta. E stringendo Sansone in braccio balla con quella musica «When we're out together dancing cheek to cheek» e canta con gli occhi chiusi finché il gatto non reclama il pavimento. Allora si china e lo lascia andare. Lo guarda saltare sul parquet e allontanarsi sculettando verso la lettiera. «And I seem to find the happiness I seek» sussurra. E per la prima volta dopo tanto tempo è davvero felice. Accarezzo la gatta che mangia e mi guardo intorno. La casa di Alice è bianca e semplice come le sue emozioni. È un posto silenzioso e pieno di luce che assomiglia davvero al luogo in cui i miei pensieri potrebbero pensare di appoggiarsi per decidere di vivere. La gatta mi guarda e continua a mangiare mentre mi aggiro senza scopo per la cucina. La prima volta che mi ha visto entrare mi ha annusato con circospezione, girandomi intorno alle caviglie mentre ancora ero sulla soglia. Non mi aveva mai visto e nel momento in cui ho aperto la porta l'ho sentita arrivare. Probabilmente aspettava la sua padrona perché si è fermata di colpo guardandomi, come un bob in derapata, poi ha abbassato il muso e mormorato un miao piccolo e confuso che avevo sentito solo al telefono. Mi ha fatto tristezza quel suono così piccolo, quello sguardo appoggiato al pavimento così simile al mio. Quella delusione così reale e così umana per una persona che non è arrivata. Poi piano piano ha cominciato a fidarsi. Non la prendo in braccio, e per il poco tempo che ogni giorno passo a darle da mangiare, a cambiarle la sabbia nella lettiera, la micia mi gira intorno e mi segue. Non si fa rincorrere come faceva con lei. Non mi viene a cercare. Semplicemente mi tiene dietro.
Come se conoscessi la strada che porta da Alice. Come se fosse nascosta da qualche parte in quella casa e lei non fosse riuscita a trovarla. E in fondo, forse, è davvero così. Le passo una mano sul dorso e la sento che segue la carezza, ma solo un momento. Poi smette di mangiare e sparisce trottando verso la lettiera. Lo sguardo mi cade sulla camera da letto. Non ho avuto il coraggio di entrarci. Solo di guardare le fotografie, i libri impilati uno sull'altro, il letto con la coperta ancora sopra le lenzuola e l'impronta del suo corpo, del volto sul cuscino. So che se annusassi quella stoffa sentirei il suo odore, ma ho già abbastanza fantasmi senza andare a infilare la testa nella tana in cui si nascondono. «Devo andare miciola, dirò alla tua padrona che sei stata brava.» Chiudo la porta. Da dietro l'uscio mi sembra di sentirla grattare. L'infermiera cambia la flebo con gesti rapidi e precisi, mentre la dottoressa Malvezzi controlla lo stato clinico di Alice. È piccola la Malvezzi e di fianco all'infermiera sembra scomparire come un bimbo sotto una statua gigantesca. «Fatto, dottoressa.» «Grazie Olga. La paziente è stata lavata, vero?» «Tutti i giorni. E le cambiamo posizione. Esattamente come ha detto il professore.» La dottoressa sorride e Olga esce. Il professore è Oreste De Vitis e malgrado l'aria da bonaccione non è un tipo morbido. Di sfuriate da lui ne ha prese più di una e la paziente del letto uno, quella che ha distesa davanti, è una paziente speciale. Anche se lei non sa ancora perché e in che modo. Quello che però ha capito subito è che quella donna sta male. Nella riunione della mattina, il giorno che l'hanno trasferita da loro, De Vitis ha parlato di intossicazione da parte di una tossina non meglio specificata. Una rara mutazione del botulino. Ne ha visti altri la Malvezzi col botulino. L'anno scorso c'era stata una bambina di undici anni intossicata con dei pomodori sott'olio. C'era mancato poco che non ci lasciasse la pelle, ma l'avevano salvata. Su quella ragazza che adesso ascolta respirare, non farebbe la medesima previsione. A guardarla sembra come quei sopravvissuti a un incidente stradale. Quelli che tirano fuori dalle macchine sfasciate segando via il tetto come
una scatoletta. Arrivano lì dentro con il corpo molle, inerme e possono restare così anche anni prima che un giorno finisca tutto. Ma è solo un'impressione perché i suoi dati clinici non li ha mai visti come si deve. È Salvi, l'aiuto di De Vitis, che fa tutto. Solo oggi che è Pasqua, riesce a vedere qualcosa di più. Oggi che è festa e che il giro tocca a lei, tanto non c'è nessun uomo che la porti fuori a pranzo. Si sistema la mascherina che le fa il solletico al naso e controlla i numeri e le linee che riempiono i tre monitor a un lato del letto. La donna è stabile. Il quadro respiratorio, la pressione, la frequenza cardiaca. Eppure qualcosa non quadra. Quando è arrivata in reparto le sue condizioni erano critiche, peggioravano progressivamente e senza nessuna possibilità di regresso. Poi, all'improvviso, tutto è rallentato e adesso il quadro clinico della donna è praticamente fermo. Senza che nessuno abbia fatto nulla perché accadess