FRED SABERHAGEN LE TERRE DESOLATE (The Broken Lands, 1968) 1 ASCOLTAMI, EKUMAN Le prime difficoltà del satrapo Ekuman so...
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FRED SABERHAGEN LE TERRE DESOLATE (The Broken Lands, 1968) 1 ASCOLTAMI, EKUMAN Le prime difficoltà del satrapo Ekuman sorsero quando portò il vecchio prigioniero nelle segrete del castello e cercò di sottoporlo a un energico interrogatorio. Nonostante quel che si sarebbe detto a prima vista, il problema non stava nel fatto che il prigioniero era troppo debole e fragile, pronto a morire alla prima buona razione di dolore. Niente affatto. Per incredibile che sembrasse, la verità era esattamente l'opposto. Il vecchio era troppo resistente, i suoi poteri continuavano a proteggerlo. Per tutta la lunga notte non solo continuò a difendere se stesso, ma cercò di colpire a sua volta. I maghi di Ekuman - Elslood e Zarf - erano due dei più abili adepti che il satrapo avesse mai incontrato a occidente dei Monti Neri: erano troppo forti per lasciarsi sopraffare da un qualsiasi prigioniero, soprattutto laggiù e sul loro terreno. Eppure il vecchio continuò a lottare, forse per orgoglio e per ostinazione, e certo con la convinzione che la lotta potesse far scendere in campo, contro di lui, poteri in grado di creare una tensione così grande da procurargli, nel momento inevitabile del crollo delle sue forze, una morte improvvisa e relativamente indolore. La tensione della lotta silenziosa continuò a salire per tutte le ore di massima oscurità che precedono il sorgere del sole, allorché i poteri umani impallidiscono e quelli di altre creature raggiungono il vertice. Ekuman e i suoi maghi non riuscivano a riconoscere le particolari forze dell'Ovest a cui faceva appello il vecchio, ma certo non si trattava di forze trascurabili. Molto prima della fine, a Ekuman sembrò che l'aria della segreta sotterranea echeggiasse sotto l'impatto di sconosciuti poteri e la sua vista umana cominciò a ingannarlo, facendogli credere che le antiche volte del soffitto di pietra si fossero alzate fino a sparire in qualche lontananza misteriosa. Perfino il demone servitore di Zarf - un rospo - che di solito era incapace di trattenersi e saltellava per il piacere durante l'interrogatorio di qualche prigioniero più ostinato degli altri, era andato a rifugiarsi nella pozzanghera di luce scaturita da una torcia, accanto ai piedi della scala, e per una volta non voleva avere niente a che fare con gli angoli bui della camera. Rimaneva acquattato laggiù, con aria preoccupata, e i suoi occhi, simili a
bocce di vetro, non osavano staccarsi dalla figura del padrone. Elslood e Zarf continuarono a darsi il cambio sull'orlo del pozzo, profondo tre braccia, in fondo al quale era incatenato il vecchio. Avevano con sé talismani di loro fattura e avevano tracciato segni arcani sul pavimento e sulle pareti. Essi, ovviamente, avevano la massima libertà di muovere le braccia... anche se sul piano del movimento fisico la lotta era pressoché inavvertibile, come c'era da aspettarsi quando si svolgeva tra maghi di quel livello. Mentre uno dei maghi di Ekuman teneva alta la pressione, l'altro, indietreggiato fino a raggiungere il seggio del satrapo, stava parlando con lui. Erano certi che il vecchio fosse un capo, forse il capo supremo, di coloro che si facevano chiamare il Popolo Libero: bande della popolazione locale, a cui si erano uniti alcuni ostinati esuli di altre terre, che si nascondevano sui monti e nelle paludi lungo la costa, e conducevano contro gli armigeri di Ekuman un'interminabile guerra per bande. Il satrapo doveva ringraziare un insperato colpo di fortuna, se nel corso di una normale operazione di pattuglia nelle paludi erano riusciti a prendere il vecchio. Zarf e un gruppo di quaranta armigeri lo avevano sorpreso mentre dormiva in una capanna. Ekuman cominciava a credere che se il vecchio fosse stato sveglio, forse non sarebbero affatto riusciti a catturarlo. Anche adesso che il prigioniero era nelle loro mani, in condizioni di inferiorità, Elslood e Zarf, riunendo le forze, non erano riusciti a scoprirne il nome. In fondo al pozzo, la luce crepitante della torcia si rifletteva con uno strano chiarore su catene che non erano fatte di normale metallo. Il sangue formava una pozzanghera nera attorno ai piedi del vecchio, ma non una sola goccia di quel sangue era sua. Senza vita, davanti a lui, giaceva uno dei carnefici di Ekuman. L'uomo si era incautamente accostato al mago in catene; con sua grande sorpresa, il coltello da tortura gli era balzato fuori dal fodero, si era sollevato e si era piantato nel collo, fino alla guardia. A quel punto, Ekuman aveva ordinato a tutti i suoi servitori umani, tranne i due maghi, di allontanarsi dalla camera. Più tardi, quando il prigioniero cominciò a dare piccoli, inconfondibili segni di stanchezza, Ekuman si chiese se non fosse il caso di richiamare i carnefici, per vedere che cosa si riusciva a combinare con coltelli e fiamme. Ma i maghi l'avevano dissuaso dal farlo, spiegandogli che la miglior possibilità di prolungare crudelmente l'agonia, per estrarre dalla vittima le informazioni utili, stava nel terminare con i soli poteri della magia il pro-
cesso già in corso. Erano stati punti nell'orgoglio. Il satrapo rifletté sulle loro parole e lasciò fare ai maghi quello che volevano; per tutte le lunghe ore della prova rimase immobile al suo posto, senza mai allentare la propria attenzione. Aveva la fronte alta e dritta come una parete a picco; la barba gli copriva tutto il volto, piena e scura. Indossava una semplice veste di color nero e bronzo; di tanto in tanto spostava con impazienza sul pavimento i piedi calzati di stivali neri. Solo quando la notte, nel mondo esterno, si stava avvicinando al termine - anche se, laggiù nella segreta, giorno e notte erano la stessa cosa - il vecchio si decise infine a rompere il silenzio. Parlò a Ekuman, e le parole evidentemente non servirono a formulare alcun incantesimo, perché attraversarono senza difficoltà la zona protetta al di sopra del pozzo di tortura. Allorché, verso la fine, alla vittima cominciò a mancare il fiato, Ekuman si alzò e si sporse verso di lui, per ascoltare meglio. Sulla faccia del satrapo, in quel momento, c'era solo un'espressione cortese, come se volesse semplicemente mostrare rispetto per un uomo più anziano. «Ascoltami, Ekuman!» Al suono di queste parole d'esordio, il demone-servitore a forma di rospo si appiattì ancor di più contro il suolo, dove rimase immobile. «Ascoltami, perché sono Ardnih! Ardnih, che cavalca l'Elefante, che brandisce il fulmine, che fa a pezzi le fortificazioni così come il precipitoso passaggio del tempo consuma una stoffa da poco prezzo. Tu mi uccidi in questa incarnazione, ma io continuo a vivere in altri esseri umani. Io sono Ardnih, e alla fine ti ucciderò, e tu scomparirai.» Date le circostanze, Ekuman non si allarmò troppo per le minacce. La parola "Elefante", però, richiamò immediatamente la sua attenzione. Nell'udirla, girò subito gli occhi verso i due maghi. Zarf ed Elslood abbassarono lo sguardo, e il satrapo tornò a dedicare al prigioniero tutta la sua concentrazione. Ora sul volto del prigioniero compariva una smorfia di dolore; lo stesso dolore gli incrinava la voce. Con il crollo delle sue difese, con la caduta delle sue forze, si stava rapidamente trasformando in nient'altro che un vecchio, nient'altro che una delle solite vittime pronte a morire. Continuò a parlare, con voce gracchiante. «Ascoltami, Ekuman. Né di giorno né di notte io ti ucciderò. Non ti colpirò né di spada né di arco. Né con il taglio della mano né con il pugno... Né con l'acqua né con il fuoco...» Ekuman si sforzò di ascoltare altre parole, ma le vecchie labbra avevano
cessato di muoversi. Ora, solo il guizzo delle torce dava un'illusione di vita alla faccia della vittima e a quella dell'aguzzino morto che giaceva ai suoi piedi. La vibrazione e la pressione di forze invisibili svanirono in fretta dall'aria viziata. Nel raddrizzarsi con un sospiro e nell'allontanarsi dal pozzo, Ekuman non riuscì a evitare di lanciare un rapido sguardo verso l'alto, per accertarsi che la volta fosse rimasta al suo giusto posto. Zarf, che era il più giovane dei due maghi, si recò a una porta e chiamò le guardie perché portassero via i cadaveri. Quando l'incantatore tornò a voltarsi verso di lui, Ekuman chiese: «Esaminerete il corpo del vecchio, penso. E con particolare attenzione.» «Certo, Sire.» Zarf non nutriva eccessivo ottimismo sui risultati che ci si poteva aspettare da una simile dissezione. Il suo servitore-rospo, invece, aveva riacquistato la solita vivacità e pareva ansioso di mettersi al lavoro. Ridacchiando tra sé con la sua vocina acuta, si diresse saltellando verso il pozzo e iniziò come sempre a oltraggiare i due corpi. Ekuman si stirò, pigramente, e cominciò a salire gli scalini della scala di pietra, consumati dal passaggio di innumerevoli piedi. Qualcosa, rifletté, era stato fatto: uno dei capitani dei ribelli era morto. Ma non bastava. Non erano riusciti a ottenere le informazioni che Ekuman desiderava. Giunto a metà della prima spirale della scala a chiocciola, si fermò, girò la testa e chiese: «Che mi dite delle parole del vecchio?» Tre scalini dietro di lui, Elslood mosse in segno d'assenso la testa coperta di fini capelli grigi, aggrottò la fronte coperta di rughe e sporse le labbra, pensieroso; ma dopo un momento fu chiaro che il mago non aveva niente di significativo da dire. Con un'alzata di spalle, il satrapo riprese a salire. Occorsero più di cento scalini di pietra per portarlo dalle segrete alla grigia aria del mattino di un cortile recintato, dal cortile al maschio e dal maschio alla torre dove si trovavano i suoi quartieri. Varie volte, durante il tragitto, Ekuman rispose, senza fermarsi, ai saluti delle sentinelle che, con la testa infilata nell'elmo di bronzo, erano di guardia. Giunta al livello del terreno, la scala penetrava nelle massicce mura del castello, rinforzate dallo stesso Ekuman poco tempo addietro. Il massiccio maschio era alto tre doppi piani e la torre s'innalzava di altri due piani al di sopra del tetto. Gran parte del piano inferiore della torre era occupata da un'unica grande sala, quella delle udienze, dove in genere Ekuman trattava
gli affari di stato. In un lato di questa grande sala circolare era stato ricavato uno spazio destinato ai maghi: alcune nicchie, chiuse da tendaggi, dove gli stregoni tenevano i loro arnesi, le panche e i tavoli dove potevano compiere i loro incantesimi sotto l'occhio sempre vigile del loro signore. Non appena lui ed Ekuman si trovarono nella torre Elslood si diresse immediatamente verso quel lato della sala delle udienze. Attorno a lui c'era tutta l'attrezzatura dei maghi: maschere, talismani, incanti non facilmente riconoscibili, tutti di fattura estremamente bizzarra, in parte messi in pila sui sedili e sui tavoli, e in parte appesi alle pareti. Su un candeliere ardeva un singolo cero scuro, molto spesso. La sua fiamma adesso impallidiva alla fredda luce del mattino che filtrava dalle finestre alte e sottili. Dopo essersi fermato per un istante a mormorare una parola segreta di protezione, Elslood allungò la mano per scostare l'arazzo dietro cui era celata una delle nicchie. Il satrapo gli permetteva di tenere laggiù, dove poteva entrare lui solo, certi volumi e arnesi personali. Con lo spostarsi dell'arazzo comparve un enorme ragno-guardiano, di colore nero, momentaneamente immobilizzato dalla parola segreta, che stava appollaiato su uno degli ultimi scaffali. L'alto mago allungò il lungo braccio al di là del ragno e afferrò un volume coperto di polvere. Quando il mago lo portò alla luce, Ekuman vide che era un libro del Mondo Antico, con una carta e una legatura talmente mirabili da avere già superato una generazione di copie pergamenacee. Merito della tecnologia, pensò il Satrapo, e rabbrividì involontariamente, senza staccare l'occhio dalle pagine bianche ed eleganti che Elslood voltava con tanta familiarità. Per una persona appartenente a un mondo che si riteneva razionale, moderno e stabile, non era facile accettare la realtà di quel genere di oggetti. Neppure per Ekuman, che spesso aveva avuto fra le mani i prodotti della tecnologia più di molti suoi sudditi. Quel libro non era il solo resto del Mondo Antico conservato tra le mura del suo castello. E da qualche parte, al di là delle mura, in attesa che lo scoprissero... c'era l'Elefante. Ekuman si strofinò le palme delle mani, impaziente. Dato che aveva accostato il libro alla finestra per approfittare della luce del giorno, evidentemente Elslood aveva trovato il brano da lui cercato. Ora leggeva in silenzio, e annuiva tra sé come se avesse trovato la conferma di quanto già sapeva. Infine si schiarì la gola e disse: «Era una citazione, Sire Ekuman; quasi parola per parola. Da questo libro... che è una leggenda o una storia del Mondo Antico, non so neppure io quale delle due cose. Adesso ve la tra-
duco.» Si sfilò dai capelli grigi e spettinati il cappuccio da mago, si schiarì un'ultima volta la gola e lesse a voce alta: «"Disse Indra al demone Namuke: "Ti ucciderò, ma né di giorno né di notte, né con il bastone né con l'arco, né con il palmo della mano né con il pugno, né con l'acqua né con il calore'."» «Indra?» «Uno degli dèi, Sire. Il dio del tuono...» «E anche degli elefanti?» chiese il satrapo. La voce di Ekuman era carica di sarcasmo. "Elefante" era il nome di una creatura, reale o mitica, del Mondo Antico. Laggiù, nelle Terre Desolate, immagini di quell'animale erano visibili in vari luoghi: impresse o dipinte su metallo del Mondo Antico, ricamate su un tessuto del Mondo Antico che Ekuman aveva avuto occasione di vedere, e scolpite (ma probabilmente in epoche assai più recenti) su una parete rocciosa dei Monti Desolati. E ora, chissà perché, l'Elefante era divenuto il simbolo di coloro che si proclamavano il Popolo Libero. Cosa ancor più importante, un riferimento a questo simbolo esisteva ancora sotto forma di un misterioso potere materiale, nascosto in qualche punto di quella regione che si rifiutava di accettare Ekuman come conquistatore: questo gli assicuravano i suoi maghi, questo credeva il satrapo. La regione era sua. a giudicare da quanto si poteva vedere alla superficie, e il Popolo Libero era solo un rimasuglio di fuorilegge; eppure, in tutte le loro divinazioni, i suoi maghi non facevano che ripetergli che se non avesse avuto il controllo dell'Elefante, il suo dominio era destinato a scomparire. Eppure rimase leggermente sorpreso, nell'udire quanto gli rispose Elslood: «Può darsi, Sire. È possibilissimo. In almeno un'immagine che ho visto in un altro testo, Indra è ritratto in groppa a un animale che deve essere un Elefante.» «Allora, continua a leggere.» Nella voce di Ekuman c'era un inconfondibile tono di minaccia; il mago si affrettò a proseguire: «"Ma egli l'uccise nel crepuscolo dell'alba, spruzzando su di lui la schiuma del mare." Ossia, il dio Indra uccise il demone Namuke.» «Uhm» disse Ekuman. Aveva notato un particolare: Indra-Ardni; Namuke-Ekuman. Certo, nelle parole si poteva nascondere un potere magico, ma non certo in una sempli-
ce trasposizione di lettere come quella. La scoperta di quel trucchetto verbale gli diede sollievo, invece di allarmarlo. Il vecchio, accortosi di non poter colpire in modo più efficace, era riuscito a infilare una certa arguzia nella sua minaccia in punto di morte. Ma l'arguzia non poteva prendere il posto della forza, neppure nella magia. Ekuman si concesse un debole sorriso. «Un demone davvero poco robusto» commentò «se a ucciderlo è stata sufficiente un po' di schiuma del mare...» Sollevato, anche Elslood si concesse una breve risata. Sfogliò qualche altra pagina del libro. «A quanto mi pare di ricordare, Sire, il demone Namuke aveva nascosto la sua essenza vitale, la sua anima, nella schiuma del mare. Di conseguenza, era vulnerabile a quella schiuma.» Poi scosse la testa e aggiunse: «A dire il vero, l'avrei giudicata una scelta assai astuta, come nascondiglio.» Ekuman brontolò qualcosa, in tono non impegnativo. Poi, nell'udire rumore di passi, si voltò e scorse Zarf, che in quel momento entrava nella sala delle udienze. Zarf era più giovane e meno alto di Elslood; inoltre, nell'aspetto fisico, corrispondeva assai meno di lui all'idea che in genere ci si faceva dei maghi. A giudicare dalle apparenze, Zarf sarebbe potuto piuttosto passare per un mercante o per un ricco contadino, a parte la presenza del servitore-rospo, che ora gli si posava sulla spalla, sotto una piega del mantello, e di cui si scorgeva solo il luccichio degli occhietti, coperti di una membrana trasparente. «Hai già terminato di esaminare il corpo del vecchio? Ti ha rivelato qualcosa?» «Non c'era niente da sapere da quel cadavere, Sire» disse Zarf. Cercò di reggere coraggiosamente lo sguardo di Ekuman, ma dovette abbassare gli occhi. «Potrei tornare a esaminarlo più tardi... ma non c'è niente.» Senza parlare, ma con un'aria chiaramente insoddisfatta, Ekuman rimirò a lungo i suoi maghi, che attendevano i suoi ordini e che, pur rimanendo immobili, per tutto il resto avevano l'aspetto di due bambini impauriti. Il satrapo provava sempre un notevole piacere, quando poteva esercitare il suo potere su due individui pericolosi come i maghi. Naturalmente, se era in grado di dominare Elslood e Zarf, il satrapo non doveva certo ringraziare qualche forza o qualche abilità personali e innate. Il dominio dei due maghi gli era stato dato nell'Est, ed entrambi conoscevano perfettamente la forza che era in grado di esercitare su di loro. Il rospo - creatura troppo in-
fima per rischiare qualsiasi genere di punizione - pigolò in tono acuto, ridendo fra sé e sé. Dopo avere concesso ai maghi il tempo di riflettere sulle possibili conseguenze della sua collera, Ekuman disse: «Poiché nessuno di voi due, ora come ora, sa dirmi qualcosa di utile, fareste meglio a tornare ai vostri cristalli e alle vostre macchie d'inchiostro, per vedere cosa siete in grado di capire. O qualcuno di voi ha da proporre qualche metodo di chiaroveggenza più potente?» «No, Sire» disse Elslood, umilmente. «No, Sire» gli fece eco Zarf, per poi tentare immediatamente una difesa: «Dato che questo Elefante che cerchiamo non è certo una creatura vivente, bensì un'opera di... ingegneria, di scienza...» Le assurde parole faticavano a uscire dalle labbra di Zarf. «...Allora, trovarlo... sapere qualcosa di più di ciò che già ci è noto, ossia che esiste ed è importante... potrebbe essere un compito superiore alle forze divinatorie di qualsiasi chiaroveggente...» Poi la voce gli si spense per la paura: aveva sollevato gli occhi e aveva scorto la faccia di Ekuman. Il satrapo attraversò con un sospiro la sala delle udienze, aprì una porta e posò il piede sulla scala che portava ai suoi appartamenti privati. «Trovatemi l'Elefante» ordinò, semplicemente, minacciosamente, prima di salire. Poi, dalla scala, giunse ancora la sua voce: «Fate salire da me il Maestro degli armigeri e anche il Maestro dei Rettili. Voglio che tutta questa regione sia in mio potere, e voglio che lo sia presto!» «Il giorno del matrimonio della figlia si avvicina» disse Zarf, con un grave cenno d'assenso. I due maghi si scambiarono un'occhiata cupa. Entrambi sapevano che per Ekuman era importantissimo che il suo potere fosse, o almeno apparisse, saldo e perfetto, il giorno che i Signori delle vicine satrapie fossero giunti al castello per la festa di nozze. «Vado giù io» disse Elslood, con un sospiro «e cerco di scoprire qualcosa nel cadavere del vecchio. Mi occupo io di mandargli le persone che ha convocato. Tu, rimani qui; cerca nuovamente di avere qualche visione utile.» Zarf annuì e si precipitò verso l'alcova dove teneva i suoi oggetti magici; intendeva versare una macchia d'inchiostro e fissare lo sguardo su di essa. Quando ebbe disceso la prima rampa di scale dalla sala delle udienze, Elslood si fece di lato e si inchinò profondamente per lasciar passare la principessa Charmian, che in quel momento stava salendo. La bellezza del-
la donna rischiarava come un sole lo stretto passaggio. Indossava abiti color bronzo, argento e nero, e una sciarpa rossa e nera che le era stata data dal promesso sposo. Dietro di lei, in fila tremebonda, venivano le dame al seguito, che la principessa sceglieva appositamente in base alla loro bruttezza. Charmian oltrepassò Elslood senza degnarlo di una parola o di una sola occhiata. Da parte sua, come sempre, il mago non poté fare a meno di seguirla con lo sguardo finché la donna non sparì alla sua vista. Solo allora si raddrizzò e infilò la mano in una tasca segreta della veste per toccare i lunghi fili biondi dei capelli di Charmian che vi teneva nascosti. Per procurarseli aveva corso un rischio mortale; poi li aveva intrecciati tra loro - con molti potenti incantesimi - per comporre un intricato nodo d'amore. E infine, ahimè, l'incantesimo amoroso si era dimostrato inutile per Elslood... come lui stesso, in cuor suo, aveva sempre saputo. Ogni dominio d'amore gli era proibito, come parte del prezzo che aveva dovuto pagare per accrescere i suoi poteri di mago. E adesso pensò che probabilmente il nodo di capelli di Charmian sarebbe risultato altrettanto inutile per qualsiasi altro uomo. Non c'era potere d'incantesimo in grado di spingere una persona profondamente malvagia come la principessa a provare qualcosa di simile all'amore. 2 ROLF Quando giunse alla fine del solco e. nel girare dall'altra parte il rudimentale aratro, alzò per caso gli occhi, Rolf scorse uno spettacolo che, pur non essendo del tutto inatteso, non per questo era meno spaventoso: i rettili alati del Castello erano di nuovo usciti dalle loro tane, per razziare la campagna circostante. "Che un demone se li divori, se anche oggi si avvicinano alle mie galline!" pensò. Ma, non essendo un incantatore, non aveva il controllo di alcun demone. Doveva limitarsi a fare da spettatore, e a disperarsi. Dietro le spalle di Rolf, il sole del pomeriggio distava ancora quattro ore dalla superficie del Mare Occidentale, la cui sponda si stendeva a poche leghe dalla posizione in cui si trovava il giovane in quel momento. Il territorio tra Rolf e il mare era in gran parte un bassopiano paludoso. Guardando innanzi a sé, il giovane scorgeva invece, al di sopra della cima degli alberi, una parte della linea frastagliata dei Monti Desolati, a
mezza giornata di cammino in direzione del sole nascente. Da quel punto non scorgeva il castello, ma sapeva perfettamente dove si trovava, appollaiato in cima alla parete meridionale del passo che tagliava quei monti in direzione est-ovest. I rettili venivano dal castello: tra le sue mura abitavano coloro che li avevano portati nelle Terre Desolate... persone così malvagie da parere inumane, anche se a guardarle avevano forma di uomo. In quel momento, dalla direzione del castello, volava a ovest uno sciame di minuscoli punti che, con la loro sola presenza, erano sufficienti a rovinare agli occhi di Rolf tutta la dolcezza del cielo primaverile. Il giovane aveva sentito dire che i padroni umani di quei rettili li mandavano a perlustrare il territorio per cercare più di una semplice preda: infatti c'era qualcosa di nascosto, ed Ekuman desiderava disperatamente mettergli le mani sopra. Ma, vere o false che fossero le voci, di una cosa non si poteva dubitare: i rettili, per procurarsi il cibo e anche per pura e semplice crudeltà, saccheggiavano le abitazioni dei contadini. Gli occhi di Rolf, che aveva sedici anni d'età, erano abbastanza acuti per scorgere il movimento delle loro ali simili a cuoio. Sotto il suo sguardo, le creature volanti del castello divennero lentamente sempre più grandi: la nube sottile, formata dalle centinaia di rettili, si precipitò verso di lui. Sapeva che i loro occhi erano ancor più acuti dei suoi. Quasi ogni giorno, negli ultimi tempi, i rettili piombavano sulla terra già spogliata e ferita dai nuovi padroni venuti dall'Est; una terra che adesso, nonostante la sua ricchezza, era ridotta alla fame, perché ogni mese altri contadini venivano uccisi, derubati, o portati via dai loro poderi. E i villaggi erano stati trasformati in campi di concentramento, o erano stati svuotati per fornire a Ekuman gli schiavi che gli occorrevano per rendere ancora più forte il castello. A volte, Rolf si era chiesto se quelle bestiacce dal turpe sorriso volavano solo cinque volte più veloci di un uomo in corsa o se non riuscissero a superare di ben dieci volte la sua velocità. Sollevando la mano ossuta, Rolf si ravviò una ciocca di capelli neri; sollevò la testa per osservare l'avanguardia dei rettili che volava quasi sopra di lui. Il giovane indossava calzoni di stoffa robusta, tessuta in casa, chiusi in vita da una spessa corda; la casacca, dello stesso materiale dei calzoni, era aperta sul petto per permettergli di respirare il tepore dell'aria primaverile e per non infastidirlo nel lavoro. Rolf era un giovane di media statura, magro come un pezzo di corda annodata e tesa. Le sue spalle ossute parevano più
ampie di quanto non fossero realmente. Anche i polsi, le mani coperte di calli e i piedi nudi parevano fatti per un uomo di taglia superiore a quella del resto del suo corpo. Visti da lontano, i rettili avevano dato l'impressione di volare in formazione compatta. Ma ora Rolf vide che si erano distribuiti su una vasta zona e che seguivano rotte diverse, avevano velocità diverse. Qua e là una di quelle orribili creature s'isolava dal gruppo, si lasciava portare dalle correnti e descriveva nel cielo un pigro cerchio, per meglio esaminare qualcosa che aveva intravisto sul terreno sottostante. Poi, a volte, il rettile riprendeva a volare veloce, senza sforzo apparente, poiché ciò che aveva controllato non gli pareva meritevole di attenzione. Ma altre volte scendeva a terra. Si lasciava andare in picchiata, ripiegava le ali, e cadeva come un sasso... ...Sopra la casa di Rolf! Con un tuffo al cuore, il giovane scorse il predatore alato che si tuffava per colpire. Prima ancora che la forma volante svanisse dietro la cima degli alberi, Rolf era già scattato a correre, diretto verso la propria casa, senza sapere che cosa fosse successo perché la radura e la piccola costruzione risultavano invisibili dal punto in cui si trovava in quel momento, a più di mille passi di distanza, in una zona di basse colline, coperta di arbusti. Il rettile aveva certamente avvistato un pollo della loro stia, si disse Rolf, anche se sua madre, dopo l'ultimo attacco, aveva cercato di nasconderli sotto una rete di corda, rametti e giunchi, mentre lui aveva fatto il suo turno di lavori forzati al castello. E in quello stesso momento la piccola Lisa doveva già essere uscita come aveva fatto la volta precedente, minacciando con una scopa o una zappa il rettile assassino, zannuto e intelligente, che era quasi più grande di lei... Tra la casa e il campo dove aveva lavorato fino a poco tempo prima, il sentiero seguito da Rolf passava per una zona che non si poteva arare perché troppo sassosa e accidentata. Il percorso a cui era avvezzo saliva e scendeva placidamente lungo le basse colline; ora invece saltava e balzava sotto di lui, che vi si era avviato di corsa, a grandi falcate. In precedenza, non aveva mai fatto la strada così a precipizio. Continuava a guardare davanti a sé, e sentiva i timori aumentare di momento in momento, perché il rettile, stranamente, non si era ancora risollevato in volo, con o senza preda. Che qualcuno, sfidando la legge del castello, avesse ucciso l'animale? Ma chi era stato? E come aveva fatto? Il padre di Rolf era a malapena in
grado di alzarsi dal letto. Sua madre? Come prescritto da un'altra legge del castello, dalla casa era stata portata via ogni lama che superasse le dimensioni di un piccolo coltello da cucina. La piccola Lisa... Rolf se la immaginò con in mano un attrezzo da giardiniere, intenta a combattere contro le zanne e gli artigli di una di quelle bestiacce, e cercò di correre ancor più in fretta. Poco probabile, dunque, che il rettile fosse stato ucciso. Eppure, gli abitanti della casa non gli avrebbero certamente permesso di starsene tranquillamente posato a terra, a mangiarsi le galline, senza fare di tutto per cacciarlo via. Ormai Rolf era giunto vicino a casa e avrebbe dovuto sentire le grida d'allarme e i suoni della lotta, ma su tutta la scena regnava soltanto un silenzio che non presagiva niente di buono. Quando finalmente giunse nella radura e posò lo sguardo sulle rovine del semplice edificio che era sempre stato la sua casa, Rolf comprese che già da tempo sapeva che cosa avrebbe trovato. L'aveva sempre saputo, fin da quando aveva visto scendere il rettile. E nello stesso tempo la verità stava diventando incomprensibile. Superava tutto quel che la mente era in grado di concepire. Il fuoco, le fiamme, come quelli che in passato, sotto gli occhi di Rolf, avevano divorato altre case distrutte dall'invasore, avrebbero potuto rendere maggiormente credibile ai suoi occhi la realtà ehe ora gli si parava dinanzi. Ma l'unica casa che Rolf potesse chiamare sua era stata semplicemente abbattuta a calci e spinte, fatta a pezzi come le capanne costruite per gioco dai ragazzi, come se non meritasse l'onore di essere bruciata. Era una struttura leggera e semplice; non c'era voluta molta forza per buttare giù il tetto, per abbatterne i pali. Rolf non si rendeva conto di essere scoppiato a piangere. E non si era accorto del rettile, che batteva le ali, senza staccarsi dalla carcassa che teneva tra gli artigli: un pollo, che probabilmente era scappato dalla stia quando la casupola era stata abbattuta. Dunque, la distruzione era avvenuta prima dell'arrivo dei rettili. E l'autore doveva essere stato qualche gruppo di sbandati, appartenenti agli armigeri del castello: chi altri? Nessun abitante delle Terre Desolate conosceva il momento in cui si sarebbero presentati da lui gli invasori, né poteva fare previsioni sulla propria sorte. Scavando con agitazione nelle rovine della casupola, Rolf scoprì alcune forme che parevano del tutto incongrue, come in un sogno. Trovò cose di nessuna importanza. Una pentola bruciata dal fuoco - il manico sbreccato
lo stupì perché corrispondeva esattamente a come lo ricordava - e più in là... La voce che aveva continuato a gridare il nome dei familiari, la voce di Rolf, ora tacque bruscamente. Incapace di muoversi, il giovane abbassò lo sguardo su una figura supina e immobile, una forma di carne e capelli e di strana nudità e di sangue. Sua madre aveva qualche somiglianza con quella cosa morta. Assomigliava alla forma che ora giaceva laggiù, in mezzo alle rovine della casa, e che ne condivideva l'immobilità. Ma Rolf doveva continuare a cercare. Più avanti c'era il corpo di un uomo, vestito, con la faccia molto simile a quella di suo padre. Gli occhi di suo padre erano adesso tranquilli, non protestavano più, ed erano spalancati e rivolti verso il cielo. Niente più paura, né preoccupazione, né collera soffocata. Niente più risposte da dare al figlio. Niente più dolore e debolezza per la ferita al piede. Era al di là della sofferenza, anche se era sporco di sangue; solo adesso Rolf gli scorse sul petto, dove la camicia era aperta, strane ferite dalle labbra rosse. "Certo" pensò il giovane, con un cenno d'assenso tra sé e sé "deve essere proprio il tipo di ferite fatto da una spada." Non ne aveva mai viste di simili, in precedenza. A quel punto aveva ormai smesso da tempo di gridare. Si guardò attorno, per cercare il rettile, ma l'animale era già sparito. Dopo avere frugato tra quanto rimaneva della casa e delle poche costruzioni che la circondavano, si fermò ai margini della radura. Comprendeva in modo vago di essersi fermato come una persona occupata a riflettere intensamente, anche se in realtà aveva il cervello del tutto vuoto. Ma si impose di pensare. Non aveva trovato Lisa. Se la sorellina si fosse nascosta nei paraggi, da tempo il rumore fatto da Rolf l'avrebbe fatta accorrere. A distrarlo da quelle riflessioni giunse un acciottolio di zoccoli: il cavallo da tiro di cui si era servito per manovrare l'aratro stava entrando in quel momento nella radura. L'animale aveva imparato a liberarsi da solo delle pastoie, se lasciato fermo nel campo per qualche motivo. Ora, giunto trotterellando nelle vicinanze della casa, si fermò all'improvviso e cominciò a rabbrividire e a nitrire a causa della stranezza di ciò che lo circondava. Senza pensare, Rolf parlò all'animale e si diresse verso di lui, ma il cavallo si voltò all'improvviso e galoppò via, come se il comportamento così normale e ordinario del giovane, in mezzo a quella distruzione, l'avesse atterrito... e in effetti era davvero strano che Rolf riuscisse a mantenersi così calmo.
Il cuore gli diede nuovamente un balzo. Riprese a scavare freneticamente in mezzo alle rovine. Ma no, il corpo di Lisa non c'era. Esaminò l'intera radura, osservando ogni cosa per assicurarsi della sua natura. Poi cominciò a descrivere cerchi sempre più grandi, nel bosco circostante. Con l'immaginazione, ogni tronco caduto gli pareva un cadavere steso sul suolo. Prese a chiamare piano la sorella, per nome. O Lisa era corsa lontano, o gli armigeri l'avevano... Non ci poteva credere. Era impossibile che gli armigeri fossero arrivati laggiù e avessero commesso tutti quegli orrori, mentre lui, Rolf, se ne stava calmo e pacifico, nei campi, ad arare. Perciò, in realtà non era successo niente. Perché non era possibile. E anche mentre se lo ripeteva, sapeva che era vero. ...O gli armigeri l'avevano portata via con loro. Se erano degli assassini, potevano essere anche dei rapitori. Rolf si trovò nuovamente davanti a casa, e dovette distogliere lo sguardo dalla nudità della cosa che era stata sua madre. Non si soffermò a pensare che le erano stati tolti i vestiti, né al motivo per cui l'avevano fatto, anche se si trattava di cose che conosceva perfettamente. Gli uomini del castello. Gli armigeri. Gli invasori. L'Est. «Lisa!» Era ritornato nel bosco e gridava a voce alta il nome della sorella. Il pomeriggio era molto caldo, anche laggiù all'ombra degli alberi. Rolf alzò il braccio per asciugarsi il sudore dalla fronte, e solo in quel momento si accorse di avere in mano un piccolo coltello da cucina. Doveva averlo raccolto in mezzo alle rovine della casa. Poi, qualche tempo più tardi, allorché la sua mente tornò a riprendersi dal trauma e dalla follia, si accorse di essersi avviato lungo la stretta stradina di terra battuta che passava accanto a quella che fino a poco tempo prima era la sua casa. Il mondo che lo circondava pareva stranamente normale, come se quella non fosse che una giornata comune, uguale a tante altre. Rolf si dirigeva approssimativamente verso est e presto avrebbe incontrato una strada più grande, che portava al castello minacciosamente appollaiato sul monte, al di sopra del passo. Dove credeva di andare? si chiese. Che cosa intendeva fare? Infine, dopo che fu passato altro tempo, il mondo divenne grigio e rarefatto davanti ai suoi occhi. Sentendosi girare la testa, si affrettò a mettersi a sedere sull'erba accanto alla strada. Non perse i sensi. Ma neppure si riposò, anche se, per la stanchezza, gli tremavano i muscoli delle gambe. Si ac-
corse che il vestito era strappato in più punti. Poco prima era corso per i boschi, gridando il nome di Lisa. Ma la sorella era scomparsa; e lui non sarebbe mai più riuscito a riaverla. Scomparsa. Come il resto della famiglia. Dopo essere rimasto per qualche tempo a sedere, si accorse con leggera sorpresa delia presenza di un uomo accanto a lui, fermo sulla polvere giallognola della strada. Scorgeva i piedi calzati di sandali, i lacci di cuoio sulle caviglie, i polpacci inconfondibilmente maschili, muscolosi e cosparsi di lunghi peli neri. Dapprima, Rolf riuscì soltanto a pensare che il nuovo venuto fosse un armigero; si chiese se non dovesse estrarre il coltello per tentare di colpirlo prima che l'armigero lo uccidesse. Il giovane si era infilato goffamente l'arma nella corda che gli faceva da cintura, e l'aveva nascosta sotto la casacca. Ma quando sollevò gli occhi, si accorse che non era un armigero. Pareva non portare armi, e non sembrava affatto pericoloso. «C'è qualcosa che non va?» Il nuovo venuto pronunciava distintamente le parole, con uno strano accento: una delle poche voci udite da Rolf che portavano in sé il suggerimento di paesi lontani e di popoli stranieri. Quando alzò gli occhi, il giovane vide che l'uomo lo guardava con gentilezza. Fissandolo, Rolf notò che l'espressione troppo addolorata, i lineamenti un po' grossolani, impedivano al suo volto di trarre eccessivo orgoglio dall'imperioso naso aquilino. Non si trattava certo di un contadino. Anche se non indossava le stoffe preziose delle persone veramente importanti, i suoi abiti erano di fattura estremamente migliore di quelli di Rolf. Era impolverato dal lungo cammino e portava uno zaino sulle spalle. Indossava un mantello di linea semplicissima, aperto, che gli scendeva fino alle ginocchia. Con la mano indicava il giovane, in un gesto interrogativo. «Le cose vanno molto male, eh?» Al momento, trovare una risposta a questa domanda pareva un problema insormontabile. Rolf abbandonò subito il tentativo. Abbandonò tutto, perdendo i sensi. Quando rinvenne, la prima cosa di cui si accorse fu che gli veniva accostata alla bocca una borraccia piena d'acqua. La sua mente aveva dimenticato la sete, ma il suo corpo no: per alcuni istanti, bevve come se fosse uscito in quel momento dal deserto. Poi, per reazione, sentì un conato di
vomito. L'acqua fresca e pulita minacciò di soffocarlo e gli salì nel naso, ma infine ritornò nello stomaco. Bere fu come una scossa, ridiede vita a Rolf, lo riportò alla ragione. Solo in quel momento si accorse di essere in piedi, appoggiato all'uomo. Si affrettò a staccarsi da lui e lo guardò attentamente. Il suo soccorritore era poco più alto di lui e aveva la pelle leggermente più chiara. Era più robusto di quanto non paresse a guardarlo in faccia, e dava l'impressione di essere una persona diversa da quella che voleva sembrare, come se avesse abituato la propria faccia a mostrare solo una parte di una grande e continua preoccupazione. Un'altra persona l'avrebbe definita "ascetica", ma Rolf non conosceva né la parola né il concetto. «Allora, va davvero tutto così male?» Batté alcune volte gli occhi e cercò di sorridere, come se sperasse in una risposta negativa da parte di Rolf, come se le cose non fossero poi così gravi. Ma presto gli svanì dalle labbra ogni accenno di sorriso. Chiuse con dita tozze e robuste la borraccia dell'acqua e se la infilò nuovamente sotto il mantello. Poi incrociò le braccia, come se implorasse Rolf di fargli conoscere il peggio. Al giovane occorse qualche tempo, ma gli riferì la sua storia a grandi linee. Prima che il racconto fosse finito, entrambi avevano ripreso il cammino, allontanandosi dalla strada principale e dal castello, per ritornare nella direzione da cui era giunto Rolf. Il giovane se ne accorse in modo vago, come se la direzione in cui andava non avesse alcuna importanza. Ora l'ombra degli alberi cominciava ad allungarsi e la stradina era fredda e grigia. «Terribile!» l'uomo continuava a mormorare, mentre ascoltava Rolf. Aveva smesso di torcersi le mani e adesso le teneva dietro la schiena. Di tanto in tanto spostava sulle spalle il peso dello zaino, come se non si fosse ancora abituato a portarlo, nonostante tutti i viaggi da lui fatti. Durante le pause nella narrazione di Rolf, l'uomo gli chiese il suo nome e a sua volta disse di chiamarsi Mewick. E quando il giovane non seppe più cosa dire, Mewick continuò a parlare, rivolgendogli domande in apparenza futili, sulla strada e sul clima, per evitare che si ritirasse nuovamente in se stesso. Poi gli raccontò che stava percorrendo la costa del grande mare, dal nord al sud, e che vendeva il migliore assortimento di strumenti magici, incantesimi e amuleti che si potesse trovare sul mercato, dovunque. Lo disse con un sorriso mesto, come se in realtà non si aspettasse di essere creduto.
«Avete...» cominciò Rolf, ma gli mancò la voce e dovette riprendere dall'inizio. Ma la seconda volta riuscì a pronunciare bene le parole: «Avete con voi qualcosa, nello zaino, che serva a trovare un gruppo di uomini e a ucciderli?» Nell'udire questa domanda, il mercante parve rattristarsi ancora di più. Per lungo tempo, non diede una risposta, ma si limitò a rivolgere a Rolf lunghe occhiate preoccupate. «Uccidere, sempre uccidere» disse alla fine, scuotendo la testa, disgustato. «No, no, non ho niente di simile nel mio zaino. No... ma oggi non è il giorno più adatto per ascoltare le mie spiegazioni. Senti, cosa posso fare per te?» Erano giunti a un bivio: la stradina di destra portava alla radura dove sorgeva la casa di Rolf. Il giovane si fermò all'improvviso. «Devo ritornarci» disse, a fatica. «Devo seppellire i miei genitori.» Senza parole, Mewick lo accompagnò. Nella radura, la scena non era cambiata, a parte il fatto che adesso le ombre erano più lunghe. Il lavoro non richiese molto tempo, scavando in due, con zappa e vanga, nel soffice terreno di quello che un tempo era l'orto. Una volta coperte le due tombe e costruita su di esse una montagnola di terra, Rolf indicò lo zaino di Mewick, che il mercante aveva posato a terra, e chiese: «Non avete niente, là dentro, che...? Vorrei mettere sulle tombe qualche incantesimo che le protegga. Vi pagherei più tardi. Prima o poi.» Mewick aggrottò la fronte e scosse la testa. «No. Qualsiasi cosa abbia detto prima, qui non ho niente che valga la pena di essere dato. A parte il cibo.» Con un pallido sorriso, aggiunse: «E quello è per i vivi, non per i morti. Te la senti di mangiare, adesso?» Rolf non se la sentiva. Si guardò attorno per l'ultima volta, osservando tutta la radura, e pensò che Lisa non aveva risposto, quando aveva provato nuovamente a chiamarla. Mewick si stava rimettendo sulle spalle lo zaino, senza fretta, e pareva esitante, come se non sapesse che cosa dire, o che cosa fare. «Allora, vieni con me» disse infine. «Per questa sera, mi pare di conoscere un posto dove potremmo fermarci. A una lega o poco più di distanza. Un ottimo posto per riposare.» Il sole era quasi al tramonto. «Che posto?» chiese Rolf, anche se non provava alcun vero interesse per il posto dove avrebbe passato la notte. Mewick si osservò attorno, come se fosse in grado di vedere quel che si stendeva al di là degli alberi. Guardò a sud e chiese a Rolf alcune informa-
zioni sulle strade che passavano accanto alla palude in quella direzione. «Faremo più in fretta, credo, se lasceremo la strada battuta» disse infine. Rolf non aveva voglia di discutere, e nemmeno di pensare. Mewick lo aveva aiutato. Grazie a quello strano mercante era riuscito a mantenere una certa presa sulla vita e sulla ragione, e non aveva nulla in contrario a seguirlo. Disse: «Sì, possiamo attraversare il bosco, se preferite, e di lì raggiungere la strada della palude.» Come previsto, all'uscita dal bosco incontrarono la strada costiera che andava a sud, proprio mentre il sole rossiccio scivolava dietro un basso banco di nubi, sull'orizzonte marino. Nel punto dove l'avevano raggiunta, la strada correva dritta a sud per circa un chilometro, in piano, e poi curvava a sinistra, verso l'entroterra, per evitare le prime paludi. Ormai si erano allontanati dai boschi e attorno a loro, su entrambi i lati, si stendevano campi aperti, abbandonati e non arati. In due distinti punti Rolf scorse case vuote e in rovina, in mezzo al loro orto coperto di erbacce. Rolf continuò a camminare a fianco di Mewick. senza provare alcun senso di stanchezza, sentendosi leggero e irreale. Non provò alcuna sorpresa quando Mewick si fermò bruscamente e si voltò verso di lui, si sfilò di spalla lo zaino e glielo porse. «Senti, per qualche tempo potresti portarlo tu, vero? Non è pesante. Sarai l'apprendista di un mercante di oggetti magici. Per un po' di tempo, almeno.» «D'accordo.» Con indifferenza, prese lo zaino e se lo infilò sulle spalle. Sciocchezze per i gonzi, aveva sempre detto suo padre, per definire gli oggetti che qualche mercante di incantesimi, dalla parlantina sciolta, offriva in vendita di fattoria in fattoria. «Ehi, e che cos'è questo?» chiese bruscamente Mewick. Aveva scorto il manico del piccolo coltello da cucina, visibile adesso che le corregge dello zaino avevano sollevato la casacca attorno alla vita di Rolf. Prima che Rolf riuscisse a rispondere, il mercante gli sfilò il coltello, emise un'esclamazione di disgusto e lo scagliò lontano, fra le alte erbacce che spuntavano ai bordi della carreggiata. «Male! È contro la legge, qui nelle Terre Desolate, nascondere un'arma!» «La legge del castello» mormorò Rolf, con una voce d'oltretomba, a
denti stretti. «Sì. Se gli armigeri del castello ti vedono con un simile coltellino... ah!» Desideroso di fare ammenda per avere buttato via un oggetto che era proprietà di Rolf. Mewick si sforzò di aggrottare ferocemente la fronte. Ma non gli riuscì granché. Le spalle abbassate, Rolf fissava con occhi vacui la strada davanti a lui. «Non fa niente» disse. «Cosa potrei fare, con un coltello così piccolo? Forse, se fossi fortunato, potrei ucciderne uno. Devo trovare il modo di ucciderne molti. Moltissimi.» «Uccidere!» esclamò Mewick, con aria di profondo disgusto. Con la testa, indicò a Rolf di proseguire, ed entrambi ripresero il cammino. Il giorno era ormai finito, stava scendendo la sera. Il mercante prese a mormorare tra sé e sé, come se ripassasse a fior di labbra una serie di frasi da ripetere. Dimentico e perso nei suoi pensieri, allungò il passo, senza accorgersene, e dopo breve tempo finì per trovarsi qualche passo davanti a Rolf. Rolf fu il primo a udire il rumore di zoccoli proveniente dalla strada alle loro spalle. Si voltò subito e la mano gli corse alla cintola, per prendere il coltello che ormai non aveva più. Tre armigeri si stavano avvicinando al piccolo trotto: impugnavano lance nere e corte, puntate verso il cielo sempre più scuro. Rolf afferrò le cinghie dello zaino, pronto a sfilarselo e ad allontanarsi di corsa dalla strada, alla ricerca di un rifugio. Ma Mewick lo teneva saldamente per il dietro della casacca, e Rolf, dopo pochi istanti, si rilassò. D'altra parte, i campi spogli che in quella zona circondavano la strada non offrivano alcuna protezione, e questo spiegava perché tre soli armigeri cavalcassero con tanta sicurezza sulla strada, all'approssimarsi del buio. Gli armigeri portavano un'uniforme di tessuto nero e l'elmo di bronzo; appesi alla sella avevano piccoli scudi tondi di bronzo. Uno di loro indossava anche una parziale armatura: schinieri e usbergo di colore opaco, corrispondente a quello dell'elmetto. Montava il cavallo più robusto e con molta probabilità, pensò Rolf, era un sergente. Da tempo gli uomini del castello avevano smesso di indossare le insegne del grado, quando erano di servizio. «Dove vai. mercante?» chiese il sergente, in tono burbero. Tirò la briglia e si fermò accanto a Mewick e Rolf. Era un uomo massiccio, e smontò di sella con movimenti lenti e pesanti... a quanto pareva, smontò solo perché voleva sgranchirsi le gambe. Le altre due guardie rimasero in sella, una per parte, con aria tranquilla
ma sul chi vive. Il loro sguardo, però, correva più ai ciuffi di erba alta che li circondavano e alla palude poco lontana che non ai due viandanti disarmati incontrati lungo la strada. Dopo qualche istante, Rolf capì che gli armigeri dovevano averlo preso per il servo o l'assistente del mercante, dato che camminava due passi dietro di lui, portava lo zaino ed era vestito poveramente. Ma questo pensiero, e altri simili a esso, non facevano che sfiorare la superficie della mente di Rolf, vi passavano in fretta e senza lasciare segno. L'unica cosa a cui riuscisse a pensare in quel momento era che quegli armigeri potevano essere i colpevoli. Proprio quei tre. Mewick si era messo immediatamente a parlare, si era inchinato di fronte al sergente, non appena questi era smontato di sella, e spiegava che stava viaggiando a piedi attraverso le Terre Desolate per il suo commercio umile ma importante, dal nord al sud, e che era sempre stato accolto con amicizia, dovunque, dai valorosi armigeri, perché essi sapevano che vendeva i migliori portafortuna e gli incantesimi più potenti, a prezzi estremamente ragionevoli, signore. Il sergente si era piantato in mezzo alla strada e ruotava la testa come se avesse un crampo al collo. Senza girare la testa verso i suoi armigeri, ordinò: «Date un'occhiata allo zaino.» Uno degli armigeri scese di sella e si avvicinò a Rolf, mentre l'altro rimaneva a cavallo e continuava a osservare la campagna circostante. I due uomini scesi da cavallo avevano lasciato la lancia in una tasca della sella, ma ciascuno di essi aveva anche una spada corta. L'armigero che si recò da Rolf era giovane come lui: forse poteva avere lui stesso una sorellina più giovane, in qualche luogo dell'Est. Ai suoi occhi, Rolf era solo un oggetto, un portabagagli su cui c'era uno zaino. Rolf portò avanti le spalle, per liberare lo zaino, e l'armigero lo prese. Tempo prima, quando gli uomini delle Terre Desolate si dedicavano ancora alle imprese di pace, qualcuno aveva riempito e consolidato la sede stradale, in quel punto in cui passava in una cuna; sotto i piedi nudi, Rolf sentiva la forma di ciottoli grossi come un pugno, in mezzo all'argilla e alla sabbia. Il sergente scrutava Mewick come se volesse perforarlo con lo sguardo; l'armigero portò lo zaino fino a lui e ne rovesciò sul terreno umido il contenuto: una pioggia di carabattole. Ne uscirono anelli, braccialetti e collane, che rotolarono da tutte le parti insieme con nodi d'amore fatti di capelli anonimi, con amuleti di legno scolpito e d'osso. Sulla maggior parte di
quegli oggetti erano scritti o graffiti caratteri indecifrabili, cifre prive di qualsiasi significato che avevano il solo scopo di impressionare i creduloni. Il sergente fece scorrere oziosamente nel mucchio la punta del piede, mentre Mewick, che batteva gli occhi e si torceva le mani, attendeva in silenzio davanti a lui. Anche il giovane armigero infilò il piede nel mucchietto d'oggetti e ne isolò un incantesimo d'amore, sporco di fango; poi si chinò a raccoglierlo. Con la mano, tolse il fango dal nodo di lunghi capelli e poi lo sollevò e si mise a fissarlo pensosamente. Infine mormorò, senza parlare con nessuno in particolare: «Chissà perché, quaggiù non incontriamo mai una ragazza giovane?» In quel momento, l'armigero che era rimasto in sella aveva girato la testa da un'altra parte e non badava a loro. Rolf, senza pensare neppure per un istante a quel che stava facendo, si mosse in preda a una follia che era simile ad una calma glaciale: si chinò e raccolse da terra una pietra suffiientemente grossa da uccidere un uomo, scagliandola poi con tutte le sue forze contro la nuca del giovane armigero appiedato. Questi doveva essere molto veloce, perché in qualche modo riuscì a evitare il sasso. Allargò gli occhi e la bocca come un pesce e lo vide passare davanti a sé sotto forma di una scia a mezz'aria. Con un senso di profondo, ma tranquillo, dispiacere per avere mancato il bersaglio, Rolf si chinò a raccogliere un'altra pietra. Senza neppure avere il tempo di sorprendersi, scorse con la coda dell'occhiò che il massiccio sergente stava cadendo a terra e che Mewick tirava indietro il braccio, per lanciare contro l'armigero ancora in sella un piccolo oggetto luccicante. Il giovane armigero che aveva scansato la prima pietra aveva intanto estratto la corta spada e si stava lanciando contro Rolf. Questi aveva già in mano un'altra pietra e si preparava ad adottare una tattica appresa da bambino, quando lui e i compagni giocavano con le palle di fango. Prima una finta - un movimento del braccio che serviva soltanto a fare in modo che l'avversario si chinasse e cercasse di scansare il colpo - poi il vero lancio, nell'istante in cui l'avversario si raddrizzava. La tattica non permise a Rolf di scagliare con tutte le sue forze la pietra, ma il colpo riuscì a fermare l'armigero, schiantandosi contro la parte inferiore della sua faccia. Il giovane si fermò per un istante, con un'espressione sorpresa, e si portò la mano alla bocca insanguinata, mentre l'altra mano non lasciava la spada.
In quell'istante, Mewick gli passò di lato e fu su di lui. Con un'inaspettata traiettoria orizzontale, un calcio colpì all'inguine il giovane armigero, dove non aveva protezione; poi, quando si piegò su se stesso e l'elmetto cadde a terra, Mewick gli calò sul collo il taglio della mano, che lo colpì come se fosse stata una scure. I due cavalli rimasti senza cavaliere si impennarono e si lanciarono lungo la piccola strada; pochi istanti più tardi, i cavalli senza cavaliere furono tre, perché anche il terzo armigero scivolò lentamente a terra, con le mani ancora strette all'impugnatura arrossata di sangue del piccolo pugnale che gli aveva trafitto la gola. Ancora qualche istante, e i tre animali liberi galoppavano in direzione nord-est, la stessa da cui erano giunti. Solo allora Rolf si rese conto che già da tempo si levava lo stridulo grido d'allarme di un rettile, alto sulla loro testa. Eppure, non riuscì a fare altro che osservare stupidamente Mewick, il quale, avvolto nel suo svolazzante mantello, attraversava rapidamente la strada e tagliava una gola dopo l'altra con il movimento preciso e pratico di un esperto macellaio. L'ultimo dei tre armigeri a morire fu quello che era caduto per primo: il massiccio sergente, che sembrava essere stato sbudellato dall'inguine all'ombelico nel primo istante della lotta. Rolf vide Mewick dare l'ultimo, necessario, colpo di coltello, pulire la lama sulla manica del sergente e poi farla di nuovo svanire in una guaina segreta, nascosta sotto il mantello. La mente di Rolf riprese a funzionare. Il giovane si guardò intorno, scorse ai margini della strada una delle lance, inutilizzata e senza neppure una macchia di sangue, infine si chinò a prendere la corta spada del giovane armigero. Con quest'arma in pugno, Rolf seguì di corsa Mewick, che si diresse verso sud lungo la strada, e poi a occidente, attraverso un campo incolto e pieno di erbacce, per raggiungere la più vicina palude. Era il crepuscolo, e le strida del rettile svanirono in lontananza. Ma già mentre lui e Mewick ponevano piede nel primo specchio d'acqua della palude, Rolf cominciò a sentire in lontananza un rumore di zoccoli e di grida. Gli uomini del castello non li inseguirono a lungo: era caduta la notte, e laggiù si era nelle paludi. Con tutto questo, però, il cammino dei due fuggiaschi fu tutt'altro che facile. Verso la mezzanotte, mentre attraversava al guado l'acqua alta fino alla
cintola, rischiando di finire sommerso in mezzo a strani vegetali fosforescenti se Mewick non lo avesse tenuto per il braccio, Rolf scorse all'improvviso un'enorme forma alata che volava sopra di lui silenziosa come un sogno. Non era certamente un rettile, ma era assai più grande degli uccelli a lui noti. Gli parve che facesse domande - parlando con uno strano tono dolce e musicale - e che Mewick gli rispondesse qualcosa, bisbigliando. Un attimo più tardi, la creatura s'innalzò in volo e sparì dietro di lui; Rolf riuscì a scorgerne gli occhi tondi e grandissimi perché riflettevano una piccola luce, molto luminosa. Guardando da quella parte, vide infatti una piccola lingua di fuoco. E ora il terreno si sollevò e divenne solido. L'animale alato era scomparso nella notte, ma, da accanto al fuoco, venne verso di loro un uomo gigantesco, dai capelli biondi, che doveva essere un capo guerriero e che si rivolse con familiarità a Mewick, guardò Rolf e lo salutò. Laggiù c'era un rifugio, un accampamento. Infine Rolf fu in grado di sedersi, di riposarsi. L'ultima cosa che sentì fu una voce di donna che gli chiedeva se volesse del cibo... 3 IL POPOLO LIBERO "Sì, i miei genitori sono morti e sepolti" si disse Rolf, l'istante dopo il risveglio, prima ancora di aprire gli occhi per controllare dove si trovava. "Mia madre e mio padre sono morti. E mia sorella... se Lisa non è morta, forse in questo stesso momento si augura di esserlo." Assicuratosi così di poter affrontare questi pensieri, Rolf si decise infine ad aprire gli occhi. Scoprì di trovarsi sotto una tettoia, posta a meno di un braccio da lui, e dalle cui fessure si scorgeva una luce. A una delle estremità, la tettoia era legata ad alcuni sottili tronchi d'albero: pareva fatta prendendo semplicemente i rami vivi, coperti di foglie, di quegli alberi e intrecciandoli tra loro. Le strisce di cielo che si vedevano tra un ramo e l'altro erano chiare e luminose; era già giorno inoltrato. Rolf non ricordava di essere entrato in quel rifugio. Forse qualcuno lo aveva portato laggiù in braccio, come si fa con i bambini piccoli. Ma la cosa non aveva importanza. Si sollevò su un gomito, e sentì scricchiolare sotto di sé le foglie secche su cui aveva dormito. Il movimento gli fece dolere tutti i muscoli. I suoi
vestiti erano pieni di strappi e sporchi di fango. A causa della fame, gli pareva di avere un buco nello stomaco. Vera e robusta, sulle foglie accanto a lui c'era anche la corta spada che aveva tolto al giovane armigero, il giorno precedente. Con l'occhio della mente, rivide la pietra che aveva scagliato colpire i denti dell'armigero e far schizzare il sangue. Allungò la mano e afferrò per un istante l'impugnatura dell'arma che era la sua preda di guerra. A poca distanza dal suo giaciglio c'erano alcune persone che parlavano a voce bassa, con il tono di chi deve prendere delle decisioni. Rolf, tuttavia, non riuscì a distinguere le parole. Dopo qualche istante si mise a quattro zampe e, lasciando dietro di sé la spada, strisciò fuori dal suo rifugio. Quando fu all'esterno, vide davanti a sé tre persone intente a parlare, attorno a un piccolo fuoco senza fumo. Del gruppo faceva parte Mewick, che si era liberato del mantello e sedeva tranquillamente a gambe incrociate. Accanto a lui c'era il gigante biondo che Rolf aveva già visto la notte precedente, e al suo fianco una donna che gli assomigliava moltissimo, al punto che sarebbe potuta passare per sua sorella. Nello scorgere Rolf, tutt'e tre tacquero e si voltarono a guardarlo. Uscito dalla tettoia, il giovane si alzò faticosamente in piedi. Le prime parole le rivolse a Mewick: «Mi spiace, ieri, di avere dato inizio alla lotta. Ho rischiato di farvi uccidere.» «Sì» disse Mewick, annuendo con la testa. «Ma avevi i tuoi buoni motivi, e forse hai fatto la cosa giusta. D'ora in poi cercherai di rimanere tranquillo, eh?» «Sì, lo prometto.» Rolf trasse un profondo sospiro. «Mi insegnerete a lottare come voi?» Mewick non diede alcuna risposta immediata, e l'argomento venne lasciato cadere, per il momento. La donna che sedeva accanto al fuoco portava abiti maschili - cosa abbastanza comprensibile, per accamparsi nelle paludi - e si era annodata in cima alla testa i lunghi capelli biondi. «Allora, ti chiami Rolf» disse, girandosi verso di lui per vederlo meglio. «Mi chiamo Manka. Io e mio marito Loford abbiamo saputo la tua storia da Mewick.» Il gigante biondo annuì gravemente. La donna proseguì: «Dietro quegli alberi c'è un laghetto dove si può fare il bagno senza pericolo, Rolf. Al tuo ritorno mangerai qualcosa e potremo continuare il nostro discorso.»
Con un cenno d'assenso, Rolf si allontanò. Girò attorno al gruppo di alberi dove c'era la tettoia che aveva coperto il suo giaciglio e vide che erano posti al centro di un'isoletta di terraferma del diametro di una ventina di passi. Dietro gli alberi, una breve discesa portava a un laghetto che sembrava più profondo e più pulito della palude circostante. Solo dopo essersi lavato e rivestito ed essere risalito sull'argine per unirsi agli altri, Rolf scorse una creatura vivente appollaiata su uno dei rami più alti dell'albero in centro alla fila. Appoggiata al tronco, dormiva una massa di penne color castano chiaro, grande come un bambino di una decina di anni. La creatura aveva un colore così smorto, ed era talmente immobile, ripiegata su se stessa, che Rolf dovette guardare due volte per convincersi che non faceva parte dell'albero. Quando cercò di osservare le zampe del grande uccello, vide che avevano tre dita, erano più robuste di quelle dei rettili volanti ed erano munite di spaventosi artigli. Non riuscì però a capire dove fosse la testa dell'uccello, nascosta sotto tutte quelle penne. Stava ancora guardando l'uccello quando raggiunse gli altri accanto al fuoco. «Strijeef è nostro amico» spiegò Loford, seguendo la direzione dello sguardo di Rolf. «La sua razza è dotata della parola e dell'intelligenza; danno a se stessi il nome di Popolo Silenzioso. Al pari del nostro amico Mewick, anch'essi sono stati cacciati via dalla loro terra. Ora sono qui con noi, con la schiena rivolta al mare.» Manka versò un po' di minestra in una ciotola e la porse a Rolf. Il giovane la ringraziò e cominciò a mangiare, per poi chiedere: «Adesso, sta dormendo?» «La sua razza dorme tutto il giorno» spiegò Loford. «O, quanto meno, si nasconde. I loro occhi non sopportano la piena luce del sole, e di conseguenza, finché è chiaro, i rettili, loro nemici, li cercano e li uccidono. Ma di notte sono gli uccelli a dare la caccia ai rettili.» «Sono lieto di sentire che qualcuno dà la caccia a quei rettili» disse Rolf, con un cenno d'assenso. «Mi chiedevo perché, tutte le sere al tramonto, rientrassero al castello.» Poi si dedicò all'abbondante porzione che Manka gli aveva servito, e si limitò ad ascoltare i discorsi degli altri. Mewick stava riferendo al Popolo Libero della palude l'attività delle altre bande che lottavano lungo la costa settentrionale delle Terre Desolate. Anche quella parte della regione era occupata da uomini e creature venuti dall'Est, sotto il comando del satrapo
Chup, avente un rango uguale a quello di Ekuman. In quel momento, Chup era diretto a sud, per raggiungere il castello di Ekuman, dove si sarebbe sposato con la figlia di questi. Per la cerimonia sarebbero giunti anche i satrapi di altre regioni vicine. Ciascuno di loro, come nel caso di Ekuman e di Chup, era il signore della propria regione, e dominava grazie ai suoi armigeri e sotto la bandiera nera dell'Est. Approfittando di una pausa nel discorso di Mewick, Rolf chiese: «Mi sono chiesto molte volte... che cos'è l'Est? O chi è? C'è una sorta di re che comanda tutti gli altri?» «Ho sentito molte voci diverse» disse lentamente Loford «sui veri padroni di Ekuman, ma non so quasi nulla di loro. Quaggiù siamo in un angolo molto appartato del mondo. Non so neppure molto sui poteri superiori dell'Ovest.» Dall'espressione di Rolf, Loford comprese che il ragazzo avrebbe voluto rivolgergli dieci altre domande. Gli sorrise e riprese: «Sì, c'è anche un Ovest, e noi ne facciamo parte... noi che siamo disposti a lottare per la possibilità di vivere da uomini. Quaggiù l'Ovest è stato sconfitto. Ma non è morto. Credo che i padroni di Ekuman siano troppo occupati in qualche altro luogo per mandare nuove forze in suo aiuto... se riusciremo ad abbattere quelle che già possiede.» Nell'accampamento scese un breve silenzio. Rolf si sentì balzare il cuore, al pensiero di abbattere Ekuman, ma conosceva la dura realtà della forza del satrapo: le lunghe colonne di armigeri che sfilavano in parata e con lo scopo di impressionare chi vedeva le centinaia di cavalieri e le migliaia di armigeri a piedi; le spesse mura del grande castello. Loford, che aveva riflettuto su qualche sua idea, riprese il discorso: «Se Ekuman non può aspettarsi aiuto, non possiamo aspettarcelo neppure noi. Gli uomini delle Terre Desolate dovranno infrangere da sé le loro catene, o rassegnarsi a portarle in eterno.» Scosse tristemente la testa e si rivolse a Mewick: «Speravo che potessi darci notizia di qualche libera armata ancora in campo, nel Nord. Qualche principe dell'Ovest sopravvissuto lassù, o almeno qualche governo che cerca ancora di rimanere neutrale. Sarebbe stato un grande incoraggiamento.» «Il principe Duncan d'Islandia sopravvive» disse Mewick. «Ma credo che al momento non abbia alcun esercito, sul continente. E forse, al di là del mare, ci sono altri stati indipendenti.» Sulle sue labbra tristi comparve
un pallido sorriso. «Io sono qui per aiutare, se questo può essere d'incoraggiamento.» «Lo è certamente» disse Loford. Poi, cambiando argomento, fissò Rolf. «Dimmi, ragazzo» chiese. «Che cosa sai dell'Elefante?» Rolf fu colto di sorpresa. «L'Elefante? Be', è un simbolo degli stregoni. Non so che cosa significhi. In tutto, credo d'averlo visto cinque o sei volte.» «Dove e quando?» Rolf rifletté. «La prima volta» disse poi «ricamato su una stoffa, nello spettacolo di un mago che ho visto ai villaggio. E c'è un posto, nei Monti Desolati, dove qualcuno l'ha scolpito sulla roccia...» Proseguì, elencando come meglio poteva i luoghi e le date in cui aveva visto la strana immagine di quell'animale impossibile, con il naso prensile e le corna - o i denti? - a forma di spada. Loford lo ascoltò attentamente. «Nient'altro? Qualche discorso che puoi avere udito, magari negli scorsi giorni?» Rolf scosse la testa. «Ho passato le ultime settimane ad arare i campi. Finché...» «Sì, certo» disse Loford, sospirando. «Ma mi devo attaccare a tutto. Dobbiamo assolutamente trovare l'Elefante, prima che lo trovino quelli del castello.» Rolf credette di capire che Loford si riferiva a qualche importante immagine magica dell'Elefante. Suggerì: «Perché non chiedete aiuto a un magò?» Loford rimase a bocca aperta. Mewick sollevò le sopracciglia e fece una faccia strana; poi diede in qualche colpo di tosse, come se soffocasse... dovettero passare alcuni istanti perché Rolf comprendesse che stava ridendo. Quanto a Manka, dapprima diede l'impressione di volerlo fulminare con gli occhi, ma poi prese a sorridere anche lei. «Non hai mai sentito parlare del Grande Mago, ragazzo?» gli chiese, in tono per metà irritato e per metà divertito. Rolf cominciò a capire. Una sera, molto tempo prima, si trovava al villaggio, dopo il mercato, e aveva lasciato i suoi giochi per ascoltare i discorsi dei grandi. Tutti i maghi dilettanti della regione si erano riuniti, e parlavano delle prodezze dei professionisti della magia. «Il Grande Mago venuto dal sud del delta sapeva fare senza difficoltà questo e quello» avevano detto alcuni, e ne avevano pronunciato il nome come paragone di ec-
cellenza. E tutti coloro che ascoltavano avevano assentito gravemente, dondolando le lunghe barbe da contadini. Sì, il Grande Mago. Quel nome li aveva colpiti tutti, e il piccolo Rolf, per qualche tempo, aveva continuato a pensare a lui come a un essere enorme e potentissimo, che sorrideva benevolo sui campi, sui monti e sulle paludi. «No, non preoccuparti» lo rassicurò Loford, sorridendogli. «Mi hai dato un buon consiglio. Devo ricordarmi che non sono il miglior mago che esista al mondo.» Poi il sorriso gli svanì bruscamente dalle labbra. «Sono solo il migliore attualmente disponibile» disse «da quando il Vecchio Mago è stato portato nei sotterranei del castello a morire.» Mewick gli disse: «Devi prendere il posto che aveva il Vecchio in tutte le cose di magia. Ma chi ci guiderà in tutto il resto, ora che lui non c'è più? Parlo apertamente. Tu non sei... non sei mai stato molto portato per gli aspetti pratici, mi pare.» «Sì, so di non esserlo» disse Loford, ma sembrava un po' seccato. «Thomas, forse. Spero che sia disposto a guidarci. Oh, non manca di coraggio, e odia il castello come tutti gli altri. Ma guidarci nel vero senso della parola, assumersi le responsabilità, è una cosa diversa.» I discorsi continuarono. Manka versò altra minestra nella tazza di Rolf, e il ragazzo continuò a mangiare e ad ascoltare. Ogni volta, i piani e le speranze di tutti ritornavano al misterioso Elefante; Rolf giunse pian piano a capire che parlavano di qualcosa di assai superiore a un'immagine, poiché il nome significava qualche oggetto o qualche creatura del Mondo Antico ancora esistente laggiù nelle Terre Desolate. Quella creatura o quell'oggetto dominava il prossimo futuro, con un'enorme importanza sia per l'Est sia per l'Ovest. Questo - ma, con grande irritazione di Loford, non di più - era tutto ciò che il Grande Mago era riuscito a sapere dell'Elefante, mediante i suoi poteri. Mewick smise all'improvviso di parlare, arrestandosi a metà della frase, e guardò in alto, facendo segno agli altri di rimanere immobili. Ma era troppo tardi, erano già stati scoperti dall'alto, nonostante il riparo offerto dagli alberi. Sopra di loro, già echeggiavano gli schiamazzi dei rettili. Una decina delle creature volanti si tuffava all'attacco, diretta verso la radura ai piedi degli alberi, e aveva già snudato gli artigli e aperto le lunghe mandibole per mostrare i denti. Rolf si tuffò verso il suo giaciglio e ne balzò fuori un istante più tardi,
con in pugno la spada. Mewick e Manka avevano già preso arco e frecce dalla loro piccola pila di abiti e scorte, accanto al fuoco; un istante più tardi, uno degli attaccanti si agitava a terra, ai piedi di Rolf, trafitto da una freccia. Il principale bersaglio dell'attacco, però, era l'uccello raggomitolato sull'albero. Strijeef si destò quando i rettili, provvisoriamente fermati dai rami, presero a roteargli attorno; ma sembrava accecato, instupidito dalla luce. Prima che i rettili riuscissero a passare, però, il loro attacco venne fermato. Una freccia dopo l'altra si innalzarono contro di loro, e quasi sempre colpirono il bersaglio. E Rolf salì sui rami più bassi, menando all'impazzata colpi di punta e di taglio. Non poté essere certo di avere ferito qualcuno dei rettili, ma tranciò rami e foglie in quantità. Tuttavia, tra spada e frecce, i rettili furono costretti a ritirarsi, volandosene via in uno sciame urlante, verde e grigio. Le frecce avevano abbattuto quattro rettili e ora Rolf ebbe la soddisfazione di finirli con la sua lama. Morendo, gridarono contro di lui, scagliando maledizioni e minacce comprensibili solo a metà; ma per Rolf fu come uccidere dei semplici animali. Portatisi fuori gittata dalle frecce, i rettili superstiti continuarono a girare in cerchio sull'isolotto, lanciando una cacofonia di grida. «Quando fanno così, è perché gli armigeri non sono lontani» disse Manka. Si era già infilata l'arco a tracolla ed era intenta a raccogliere le poche cose dell'accampamento. Disse a Rolf: «Svelto, giovanotto, va' a liberare la canoa.» Rolf aveva già visto l'imbarcazione, nascosta sotto un mucchio di rami nelle vicinanze del laghetto dove s'eralavato. Ora corse in quella direzione, portando con sé una parte del carico. Nel frattempo, Manka chiamò l'uccello. Guidato dalla sua voce, Strijeef discese lentamente dall'albero. Per tutto il tragitto, gli artigli minacciosi brancolarono e cercarono ciecamente la presa, e infine trovarono la prua della canoa. Con un solo, sorprendente battito d'ali, vi salì e si appollaiò, coprendosi poi la testa, in modo da sembrare una brutta polena. Mewick, con l'arco ancora in mano, passava ansiosamente da un lato all'altro dell'isolotto, cercando di capire da che parte provenissero gli armigeri. Loford, chino accanto alla canoa, immerso nell'acqua fino alle caviglie, raccoglieva grandi manate di fango grigiastro dal fondo della palude. Ogni volta, fissava il fango e mormorava alcune parole, poi lo lasciava
nuovamente scivolare nell'acqua. Alla fine, una delle file di gocce che gli sfuggivano dalle mani lasciò la verticale e si aprì a ventaglio, come se fosse stata colpita da un forte soffio di vento. Loford indicò nella stessa direzione. «Mewick, vengono da quella parte» disse piano. «Allora, andiamo dall'altra... e in fretta!» esclamò Mewick, correndo verso la canoa. Ma Loford stava mormorando più rapidamente che mai, e faceva con le braccia strani gesti larghi, come un uomo che cercasse di nuotare all'indietro nell'aria. Dalle dita gli sfuggivano gocce di fanghiglia. Continuò a gesticolare anche quando Manka lo condusse al suo posto nella canoa, e per poco, con la sua goffaggine, non la fece rovesciare, anche se gli altri fecero di tutto per tenerla in equilibrio. "E io, che l'avevo giudicato un guerriero!" pensò Rolf, con tristezza, dalla sua posizione sul primo banco. Ma, pochi istanti più tardi, il giovane rimase a bocca aperta. Vide disegnarsi nell'acqua limacciosa una serie di onde concentriche, che non erano spinte da alcun vento e da alcuna corrente. L'ampiezza delle onde saliva ad ogni movimento delle braccia del Grande Mago, che continuava ad agitarle regolarmente, e le onde seguivano la cadenza delle sue mani. Inoltre, invece di allargarsi come onde normali, più salivano d'altezza, più tendevano a raggrupparsi. Puntando il remo contro la sponda, Manka allontanò dalla riva la canoa e iniziò a pagaiare dall'ultimo banco, mentre l'acqua sollevata dalla magia del Grande Mago seguiva lentamente l'imbarcazione. Rolf aveva posato la spada sul fondo della canoa - da dove, all'occorrenza, poteva recuperarla in un attimo - e remava a sua volta. Mewick, che impugnava ancora l'arco con una lunga freccia incoccata, era nel secondo banco e comunicava a Rolf dove si doveva dirigere in mezzo ai ceppi fradici e ai piccoli isolotti coperti di vegetazione. Ma Rolf continuava a guardarsi alle spalle. Nel terzo banco, Loford lavorava ancora al suo incantesimo. Spostava goffamente da un lato all'altro la sua grande mole, e una volta per poco non rovesciò la canoa. Rolf si vedeva già nell'acqua, ma una massa di fango che sembrava un braccio avvolto in un guanto scaturì dalla palude e tenne fermo, per pochi istanti, ma saldamente, il parapetto. Infine, Rolf capì che cosa stava facendo il mago: intendeva sollevare un elementare. Il rispetto del ragazzo per Loford salì a vertici che non avrebbe
creduto possibili. Anche i rettili dovevano avere visto sollevarsi l'acqua, perché uno di loro lasciò il gruppo che volava in cerchio sulla canoa e, lanciando un avvertimento, volò in direzione dell'isolotto da cui si era allontanato il gruppo di Rolf. Ma ormai era troppo tardi perché gli armigeri inseguitori, ancora invisibili, potessero trarne profitto. Spinto dai movimenti, limitati ma precisi, delle dita di Loford, il mucchio di onde dietro la canoa aveva lasciato il posto a un lento, fantastico bolli-bolli, che salì sempre più in alto e che infine si allontanò di corsa, girando attorno all'isolotto dietro cui si stava avvicinando il nemico. Ora l'acqua attorno alla canoa era ritornata immobile. Come per un ordine non detto, Rolf e Manka avevano smesso di pagaiare. Tutti, tranne il solo uccello accecato dalla luce, si erano girati a guardare e rimanevano immobili. Loford tendeva ancora le braccia. «Remate!» ordinò, a bassa voce. Per un attimo, Rolf non fu in grado di obbedire, perché ora vedeva, sull'altro lato dell'isolotto, sollevarsi una grande struttura di acqua e di fango. In un istante, la massa s'innalzò fino quasi a superare l'altezza degli alberi. La comparsa dell'elementare fu accolta da un coro di grida: le grida di stupore e di paura di un numero di uomini sufficiente a riempire molte canoe. Rolf non era in grado di vedere gli uomini, ma attraverso gli alberi riusciva a scorgere l'essere di fango che marciava pesantemente tra loro. Era grigio e nero, e luccicava come se fosse sporco di goccioline di olio; muovendosi, aveva perso quasi del tutto la forma originaria. Echeggiarono urla che non provenivano certamente dalla gola di qualche rettile, e poi un rumore di tuffi rivelò che qualcuno si gettava nell'acqua da un'imbarcazione rovesciata. Ancora un gruppo di urla confuse, poi il suono ritmico di molte pagaie in ritirata. «Remate!» ordinò Loford. «Adesso c'è il rischio che si rivolti contro di noi.» Seguendo le direttive di Mewick, Rolf diresse la canoa verso una sorta di canale tra due grandi banchi di terra. «Remate!» li incitò nuovamente il mago, anche se Rolf e Manka stavano già pagaiando con tutte le loro forze. Gettandosi rapidamente un'occhiata alle spalle, Rolf vide che l'elementare - ormai ridotto di dimensione, ma grande ancora come un uomo - aveva fatto di corsa il giro dell'isolotto e inseguiva il suo creatore e la barca che
lo portava. Dalla forma di fango giungevano suoni liquidi, incomprensibili, e schizzavano grandi spruzzi di schiuma; nel tragitto fino alla canoa si rimpicciolì progressivamente. In tutto il periodo, Loford continuò a cercare di placare l'essere che aveva evocato: di placarlo e di distruggerlo, bisbigliando formule magiche e muovendo le mani verso il basso, come se avesse dovuto schiacciare una massa invisibile. La misteriosa forma di vita posseduta dall'elementare scivolò via da lui insieme con la massa di fango che lo formava. Nel raggiungere infine la canoa, era poco più di un'onda sonnolenta che sollevava le piccole piantine verdi che coprivano la superficie dell'acqua. Quando l'onda passò sotto di loro e li sollevò, Rolf vide roteare al suo interno un sandalo, del tipo portato dagli armigeri del castello. Continuò a osservarla con attenzione, per vedere se vi si scorgeva qualche altro trofeo più interessante, ma non ebbe questa soddisfazione. I rettili che seguivano la canoa gridavano di rabbia, ma non potevano fare niente, perché dovevano tenersi fuori portata dagli archi. Poco più avanti, il canale scompariva sotto le fronde degli alberi e risultava del tutto invisibile dall'alto. Nel vedere che avrebbero perso la preda, alcuni rettili, infuriati e frustrati, osarono scendere fra grandi strida, per cercare di colpire l'uccello appollaiato sulla prua. Rolf lasciò subito la pagaia per afferrare la spada. Con le frecce di Mewick che sibilavano contro di loro e la spada che fischiava sulla loro testa, i rettili dovettero ritirarsi. Tornarono a salire e in breve sparirono al di sopra di quello che ormai era divenuto un completo tetto di fronde. Rolf guardò con tristezza la spada, che in quell'ultima scaramuccia non aveva versato neppure una goccia di sangue, e disse: «Mewick, mi insegnerete a usare le armi?» «Sì, ma solo per difenderti...» brontolò l'ex venditore di amuleti, tornando a sedere sul banco. Si era gettato sul fondo della canoa per evitare l'ultimo fendente vibrato dal giovane. «Oh! Mi spiace» rispose Rolf, arrossendo. Prese la pagaia e si dedicò soltanto a quella, senza voltarsi indietro. Dopo qualche tempo, dietro di lui, Mewick disse: «Sì, d'accordo, te l'insegnerò, quando avrò tempo. Visto che hai già in mano la spada.» Rolf si voltò verso di lui. «E anche gli altri tipi di combattimento?» chiese, speranzoso. «Ad e-
sempio, mi piacerebbe servirmi dei calci come avete fatto voi, ieri, con quell'armigero...?» «Sì, sì, quando ne avremo il tempo» promise Mewick, senza alcun entusiasmo. «Ma non credere che si possa imparare in una settimana, e neppure in un mese.» Il canale lungo cui navigavano si suddivideva in canali più piccoli, che poi ritornavano a congiungersi e a separarsi di nuovo. Manka, che ora sceglieva la rotta dalla sua posizione a poppa, non pareva avere esitazioni sulla direzione da prendere. Per tutto il tempo, Loford contribuì con la magia ad agevolare il viaggio: apriva davanti alla canoa le pareti di liane attorcigliate - o rendeva più facile aprirle agli occupanti dell'imbarcazione - e poi le chiudeva nuovamente dopo il passaggio della canoa, in modo che sembrassero una barriera mai violata. Rolf si limitava a pagaiare nella direzione che gli veniva indicata e a guardare attentamente davanti a sé. Essendo l'unico che in quel momento stesse guardando lungo il corso del canale, Rolf fu il primo a vedere la ragazza che li fissava dall'alto di un albero; sollevò la pagaia e fece per avvertire i compagni, ma fu preceduto da Manka, che disse: «Non preoccuparti. Quella ragazza è una sentinella del grande accampamento.» Quando furono più vicini, Rolf poté vedere meglio la ragazza. Aveva i capelli castani ed era vestita di abiti maschili come la stessa Manka. A quanto pareva, la sentinella conosceva bene il Grande Mago e sua moglie: scese rapidamente dal suo osservatorio naturale e corse lungo la riva per salutarli. Manka la presentò a Rolf e a Mewick dicendo che si chiamava Sarah; Rolf giudicò che avesse circa quattordici anni. E, come si vide subito, era estremamente preoccupata. «Sapete qualcosa di Nils?» chiese, facendo correre lo sguardo dall'uno all'altro. Nils era il fidanzato di Sarah; a quanto Rolf capì, doveva avere pressappoco la sua età o poco più. Era partito per una spedizione esplorativa, insieme con altri giovani del Popolo Libero, e ormai era passato da tempo il momento previsto per il ritorno. Purtroppo, nessuno degli occupanti della canoa fu in grado di dare informazioni a Sarah, ma tutti cercarono di rassicurarla. Quando la canoa ripartì e lei li salutò, la ragazza sembrava più tranquilla. Dopo avere superato la sentinella, in breve giunsero a un'isola molto più
grande di quella da cui erano dovuti fuggire. Su una riva fangosa erano arenate una decina di canoe e tra queste e gli alberi si scorgevano alcuni sentieri molto battuti. Da uno di essi stavano in quel momento giungendo sette o otto persone, in fila indiana, che salutarono con grandi gesti i nuovi venuti. Ormai si avvicinava il tramonto e, nell'ombra dell'isola, il grande uccello, Strijeef, si svegliò dal suo letargo. Sollevò la testa e pronunciò con voce musicale qualche parola, per poi volare senza alcun rumore su un alto albero dove tornò ad appollaiarsi. Questa volta, però, non nascose la testa coperta di soffici piume, ma si limitò a tenere socchiusi gli occhi. L'uccello aveva rivolto alcune delle sue parole a Rolf, ma il giovane non era riuscito a capirle. Vedendo la sua perplessità, uno di coloro che erano giunti dal sentiero, un giovane alto, spiegò: «Strijeef ti ringrazia per averlo difeso dai rettili.» «Grazie» disse Rolf. Poi, amareggiato, aggiunse: «Ho avuto la possibilità di ucciderne un certo numero, ma non sono riuscito a farlo.» L'alto giovane alzò le spalle e gli mormorò qualche parola di incoraggiamento. Disse di chiamarsi Thomas e cominciò a interrogare Rolf sugli avvenimenti dei precedenti due giorni. Osservandolo, Rolf vide che Thomas doveva avere circa venticinque anni; era robusto e parlava con estrema gravità. Aveva salutato come vecchi amici Mewick e Loford e sua moglie, e li aveva subito interrogati sui movimenti del nemico. Mentre Rolf forniva a Thomas e ai suoi compagni una descrizione della sorella, l'intero gruppo lasciò l'imbarcatoio delle canoe per raggiungere quello che era evidentemente il campo principale: una radura dove, sotto le fronde degli alberi che le nascondevano allo sguardo dei rettili volanti, erano costruite dieci o dodici capanne. La storia di Rolf venne ascoltata con gravi cenni d'assenso, ma senza alcuna sorpresa: gran parte dei presenti avrebbero potuto raccontargli una storia analoga. Promisero di comunicare agli altri gruppi del Popolo Libero la descrizione di Lisa, ma Thomas lo avvertì che non c'erano molte speranze di trovarla. All'accampamento, il pasto serale era pronto per essere servito; il pesce era abbondante, e così pure la minestra. Attorno al fuoco del bivacco si radunò un gruppo che presto raggiunse una ventina di elementi. Rolf dedicò al cibo gran parte dell'attenzione, ma questo non gli impedì di sentire quanto dicevano i suoi compagni: da una postazione di sentinelle
era giunta parola dell'arrivo di un'altra canoa. A bordo dell'imbarcazione c'era solo un messaggero, che presto raggiunse il gruppo seduto attorno al fuoco. Portava alcune notizie di normale amministrazione, ma, dopo averle riferite ed essersi ritirato a parlare con Loford, Thomas e alcuni dei presenti, un altro messaggero lasciò l'accampamento. Evidentemente, su quell'isola c'era una sorta di quartier generale, che si teneva in contatto con gli altri gruppi del Popolo Libero. Ma quando fu discusso il messaggio portato dall'uomo della canoa, Rolf ebbe l'impressione che ci fosse qualcosa di sforzato nel modo in cui venivano prese le decisioni. Alla discussione prendevano parte troppe persone, e alcune di esse controvoglia, perché parlavano in modo esitante, controllando a ogni parola le reazioni dei compagni. In genere, nessuno pareva molto ansioso di farsi avanti o di manifestare un proprio punto di vista. «Se il Vecchio fosse ancora con noi!» si lamentò a un certo punto un uomo, esasperato dalla lentezza con cui si affrontava il nodo della decisione, ossia l'opportunità di spostare da un certo nascondiglio una determinata riserva di armi. «Be', non c'è più» gli rispose una donna. «E non ritornerà.» «Se volete la mia opinione» riprese il primo «lui era l'Ardnih, e adesso non ne abbiamo nessuno.» Rolf non aveva mai sentito parlare dell'"Ardnih". Perciò, poco più tardi, quando Loford si sedette accanto a lui a mangiare, chiese al mago il significato di quelle parole. Dapprima, Loford si limitò a dargli una risposta non troppo impegnativa. «Oh» disse «abbiamo finito per usare quel nome come un simbolo della nostra causa. Della nostra speranza di libertà. A quanto pare, cerchiamo di costruirci un nostro dio.» "Un... che cosa?" si chiese Rolf, senza parlare. Masticando lentamente un boccone di pesce, Loford fissò il fuoco, che ora, al cader della sera, pareva illuminarsi rapidamente. Poi riprese in tono più serio: «In una visione, io stesso ho visto Ardnih sotto questo aspetto: una figura di guerriero, armato del fulmine, in groppa all'Elefante.» Rolf rimase assai colpito da queste parole. «Allora» chiese «Ardnih è reale? È un essere vivente, una sorta di demone o di elementare?» Loford mosse le ampie spalle come per dire che era una domanda a cui
non sapeva rispondere. «Era un dio del Mondo Antico» spiegò. «O almeno è quanto crediamo.» La curiosità non lasciò a Rolf alcuna alternativa. Fu costretto a rivelare quanto fosse profonda la sua ignoranza. «Che cos'è un "dio"?» chiese. «Già» rispose Loford. «Ormai non abbiamo più dèi.» Tornò quindi a dedicarsi al cibo. «Gli dèi erano come i demoni?» chiese Rolf, desolato, vedendo che l'altro intendeva lasciar cadere il discorso. Rolf, che invece aveva trovato un argomento molto interessante, sarebbe voluto arrivare fino in fondo. «Erano più di questo; ma io sono soltanto uno stregone di campagna e le mie conoscenze sono limitate» disse il Grande Mago, con voce per un istante velata da una grande tristezza. Ma anche Rolf perse la voglia di occuparsi di questioni tanto profonde, perché al gruppo seduto attorno al fuoco si era aggiunta anche Sarah, che aveva terminato poco prima il suo turno di guardia. Mentre la ragazza consumava il pasto serale, Rolf continuò a parlarle. Era assai graziosa e gli abiti maschili non nascondevano certo il suo corpo snello e ben fatto. Per il momento, Rolf dimenticò ogni altra compagnia. La ragazza parlò amichevolmente con lui, ascoltò con tristezza la sua storia, si fece dare una completa descrizione di Lisa... e poi, con voce quasi distaccata, raccontò come anche la sua famiglia fosse stata distrutta dagli armigeri e dalle altre creature del castello. Ma la sua maschera di calma cadde immediatamente quando giunse la notizia che stava arrivando, con una canoa, un altro messaggero. Allorché l'uomo giunse al fuoco, la ragazza prese ad ascoltarlo con profondo interesse... che presto si dileguò. Le notizie da lui portate non avevano niente a che vedere con Nils. Ormai il sole era tramontato da tempo e Rolf rifletté che Sarah, alla luce del fuoco, diventava sempre più bella. Ma tali riflessioni vennero bruscamente interrotte dall'arrivo di un nuovo messaggero. A differenza di quelli che l'avevano preceduto, questo giunse in volo. Strijeef, che aveva preso a muoversi in fretta per tutto il campo non appena il sole era sceso dietro l'orizzonte, fu il primo a vedere l'uccello in arrivo. Ma fece soltanto in tempo a balzare in volo e a lanciargli un grido: il nuovo venuto si lanciò a capofitto tra gli alberi, in direzione del fuoco, e toccò subito terra. L'uccello rabbrividiva e ansimava per la stanchezza; tutti gli uomini si
alzarono e gli si radunarono attorno, per proteggergli gli occhi dalla vista diretta delle fiamme e per portargli acqua, ansiosi di conoscere le sue notizie, che dovevano essere assai importanti, se lo avevano indotto a compiere un tale sforzo. Le prime parole pronunciate dall'uccello furono accompagnate dagli ansimi e dai fischi con cui prendeva fiato, ma furono abbastanza forti e chiare perché le capisse lo stesso Rolf, per poco allenato che fosse a comprendere il linguaggio degli uccelli: «Ho... trovato l'Elefante.» L'uccello era una giovane femmina che si chiamava, a quanto capì Rolf, Punta di Penna. La sera precedente, poco dopo il tramonto, si era messa in agguato nei pressi del castello. Grazie a corde e reti, i nidi dei rettili posti in cima alla costruzione erano protetti dall'attacco degli uccelli, ma c'era sempre la possibilità, poco dopo il calar del sole, di intercettare qualche rettile ritardatario che si affrettava a ritornare al castello. La sera precedente c'erano stati parecchi ritardatari, ma Punta di Penna non era riuscita a raggiungerli; aveva perso troppo tempo nel tragitto fra il castello e il nascondiglio dove era rimasta nelle ore del giorno. Nonostante l'oscurità, l'ultimo rettile era rientrato senza danni poco prima del suo arrivo. Perciò le era venuto in mente di cercare un posto più vicino al castello, in cui nascondersi durante le ore del giorno. Per trovarlo, si era messa in volo lungo il versante settentrionale del passo, opposto a quello dove sorgeva il castello. Il passo tagliava bruscamente la sottile linea dei Monti Desolati. Sul suo versante settentrionale, i monti terminavano sotto forma di una confusione di crepacci e di stretti canyon che parevano promettere molti nascondigli. Alla luce della luna, Punta di Penna li esaminò alla ricerca di una caverna o di una cengia così ben nascosta da sfuggire ai rettili, durante le loro ronde di giorno, e talmente alta e inaccessibile da impedire agli armigeri di avvicinarsi. La vista del grande uccello era fatta apposta per utilizzare la luce lunare e per distinguere le minime sfumature fra le ingannevoli ombre della notte. Nonostante questo, Punta di Penna passò per ben due volte davanti all'apertura prima di fermarsi, nel corso del suo terzo volo lungo uno stretto canyon, a controllare quella che pareva semplicemente una macchia scura su una parete riparata. La macchia era in realtà un'apertura: l'ingresso di una caverna. Un'apertura pressoché invisibile a qualsiasi esame dall'aria, e talmente stretta che
Punta di Penna, se mai si fosse arrivati al peggio, era certa di poterla difendere anche alla luce del giorno. Perciò decise di adottarla come nascondiglio. Quando si era recato a esaminare l'interno della caverna, per controllare se c'erano altri ingressi e per allontanarsi il più possibile dal sole dell'alba, l'uccello aveva fatto la sua grande scoperta. Calandosi lungo uno stretto pozzo - lungo il quale poteva scendere anche uno dei pesanti senza-ali, all'occorrenza - Punta di Penna aveva raggiunto una caverna liscia come l'interno di un uovo, e grande a sufficienza per contenere una casa. L'uccello aveva già visto il simbolo dell'Elefante: ora lo riconobbe sul fianco dell'enorme... creatura...? cosa? (Punta di Penna non sapeva come chiamarla) che occupava quasi tutta la caverna e che, secondo lei, non poteva essere altro che l'Elefante stesso. Se aveva quattro zampe? No, le era parso che non ne avesse nessuna. Aveva il muso lungo, capace di afferrare, e denti simili a spade? No... o, almeno, non proprio. Ma l'uccello non aveva mai visto niente di simile alla cosa immobile e in attesa all'interno della caverna sepolta. A quel punto, Punta di Penna aveva ripreso fiato e, chiaramente, si divertiva a raccontare una storia come quella, che teneva sulle spine i pesanti senza-ali e li spingeva a interrogarla con tanta impazienza. Aveva girato la schiena al fuoco e gli uomini la vedevano unicamente come una sagoma scura e indistinta, con enormi occhi che di tanto in tanto riflettevano qualche bagliore proveniente dalla palude. L'uccello era fermamente convinto che l'oggetto contenuto nella caverna non potesse essere altro che l'Elefante. No, non si era mai mosso; ma non sembrava morto o guasto. Sulla parte che corrispondeva alla testa aveva vari oggetti sporgenti, che sembravano duri come artigli. No, Punta di Penna non aveva toccato l'Elefante. Ma tutte le sue parti parevano molto dure, come gli oggetti fatti di metallo. Sarah spiegò a Rolf che gli uccelli incontravano sempre qualche difficoltà a descrivere gli oggetti fabbricati dall'uomo; alcuni di essi non riuscivano a distinguere un'ascia da una spada. La forza della loro intelligenza, semplicemente, non stava in quella direzione. Le domande rivolte all'uccello cominciavano a ripetersi. Il gruppo pareva ancora dominato dalla stessa aria di esitazione, di scarsa voglia di assumersi le responsabilità del comando, che Rolf aveva già notato. «Be', qualcuno dovrà andare a vedere di che cosa si tratta» disse infine
Thomas, guardando anche gli altri. «Qualcuno di noi pesanti senza-ali. E al più presto possibile. Questo è chiaro.» Cominciò una discussione per determinare quale gruppo, tra quelli del Popolo Libero sparsi per la regione, fosse più vicino alla caverna, e quale fosse in grado di raggiungerla con il minimo rischio. Thomas soffocò la discussione sul nascere. «Siamo a quattro sole leghe dalla caverna... credo che il modo più rapido di raggiungerla sia quello di mandare laggiù un paio di persone del nostro gruppo.» Loford, dal suo posto a sedere, sorrise e annuì con il capo, non appena Thomas prese la guida degli altri. Poi l'alto giovane si rivolse all'uccello e gli chiese: «Punta di Penna, pensaci attentamente. Un essere umano sarebbe in grado di raggiungere l'entrata della caverna che hai descritto?» «No. Occorrerebbe scavare una scala nella roccia.» «E quanto dovrebbe essere alta?» «Undici volte la tua altezza.» Evidentemente, quando di trattava di altezze, l'intelligenza degli uccelli era molto rapida e precisa. «Nessuno di noi ha mai imparato a scalare una montagna, e inoltre abbiamo fretta» disse Thomas. Prese a passeggiare nervosamente, avanti e indietro; poi si fermò all'improvviso. «Naturalmente» disse «abbiamo le corde. Nella caverna, o nelle sue vicinanze, c'è qualche sporgenza attorno a cui si possa legare una corda? Potresti portarla lassù, legarla, e poi gettarla a uno di noi.» Dopo qualche riflessione, Punta di Penna riferì che nella parte alta della caverna non c'era quel tipo di sporgenza. Dirimpetto a essa, però, dall'altra parte del canyon, c'era una guglia di roccia a cui si poteva legare una corda, ma, una volta giunti lassù, occorreva attraversare tutta la larghezza del canyon e infilarsi sotto una specie di tetto che copriva l'ingresso. «Riuscirei a fare il salto, io? Quanto è largo?» A quel che disse l'uccello, la distanza non era superiore a quella che un uomo in corsa, con un lungo salto, sarebbe stato in grado di superare. Ma occorreva prendere lo slancio da un trampolino alquanto precario. Gli uomini cominciarono a discutere, e a poco a poco prese a emergere un piano. «Sentite, sappiamo che un uccello non è in grado di sollevare un uomo adulto» disse Thomas. «Ma qui ne abbiamo due, e sono abbastanza grossi per la loro razza.»
Qualcuno cercò di interromperlo con un'obiezione. «Lasciatemi finire. Non possono sollevare di peso un uomo, ma non potrebbero aiutarlo a saltare? Fargli attraversare il canyon, rallentargli la caduta, mentre salta dalla guglia di roccia all'apertura della caverna?» Entrambi gli uccelli dissero, sia pure con forti dubbi, che forse si poteva fare qualcosa di simile. Nessuno riuscì a trovare un sistema migliore per portare all'interno della caverna un essere umano; e, naturalmente, prima era necessario esaminare il terreno. In qualsiasi caso, non si poteva inviare a così poca distanza dal castello un gruppo munito di scale e di altro materiale ingombrante. Fosse come fosse, Thomas non riusciva a nascondere l'entusiasmo. «In qualche modo» disse «occorre farlo, e l'aiuto degli uccelli può renderlo possibile. Quando saremo lassù, potremo vedere di persona qual è la strada migliore. Non c'è tempo da perdere. Partendo tra un'ora, prima dell'alba potrò già essere nascosto fra le rocce a settentrione del passo. Mi terrò nascosto finché non scenderà il buio, e domani notte...» «Tu?» gli chiese Loford. Thomas gli rivolse un sorriso obliquo. «Be', hai tanto insistito perché mi assumessi il comando...» «Questo non è un compito che spetta a un comandante. È un lavoro da esploratore. Perché ci devi andare tu? La tua presenza è necessaria qui, per prendere le decisioni.» Altri si unirono al dibattito. Presto si giunse alla conclusione che occorreva mandare due uomini, ma non c'era accordo sul nome di coloro che dovevano partire. Si offrirono volontari tutti, uomini e donne, tranne coloro che erano troppo vecchi o che erano convalescenti di qualche ferita. «Il vuoto non mi fa paura» disse Rolf. «Neanche a me!» gridò Sarah, che voleva andare come tutti. Disse di essere più leggera degli altri e che questo era certamente un vantaggio, dato che per una parte del tragitto occorreva farsi trasportare dagli uccelli. «Ah!» le disse Thomas, sorridendo. «E se Nils tornasse e venisse a sapere che sei partita con me?» L'osservazione servì a calmare Sarah - almeno per qualche tempo - ma gli altri non si lasciarono tacitare così facilmente. Alla fine, Thomas dovette quasi gridare: «Va bene, va bene! Conosco il territorio come tutti gli altri. Sono anch'io in grado di decidere che cosa fare dell'Elefante, una volta che lo abbia raggiunto. «Andrò io. Qui, Loford sarà il capo, se ho l'autorità sufficiente a nomi-
narne uno. «Mewick: tu dovrai rimanere nelle paludi per qualche tempo. Dovrai parlare ai nostri compagni che arriveranno, spiegare loro la situazione che regna al nord e altrove, perché capiscano che non c'è da aspettarsi alcun aiuto... «E, adesso, controlliamo. Sono abbastanza leggero? Potrò raggiungere la caverna, con l'aiuto di due uccelli?» Sollevò le braccia. Strijeef e Punta di Penna si levarono in volo e si fermarono sopra di lui; ciascuno lo afferrò saldamente per un braccio. Poi presero a battere vigorosamente le ali, con forti colpi che schiaffeggiavano l'aria; l'aria mossa dalle loro penne colpì i resti del fuoco e sollevò cenere e faville. Ma i piedi di Thomas non si staccarono dal suolo. Solo quando spiccò un salto, i due uccelli riuscirono a tenerlo in aria, ma dopo un istante fu di nuovo a terra. «Fate provare a me!» chiese Sarah. Con grande fatica, gli uccelli riuscirono a sollevare dal terreno la ragazza, e a tenerla in aria per il tempo sufficiente a contare fino a tre. Dal canto suo, lei cercò di aiutarli mettendosi a saltare, ma la cosa non servì a molto. Sarah era raggiante, ma Thomas continuò a scuotere la testa. «No, no» le disse. «Può darsi che ci sia da combattere o da...» «Un arco lo so usare anch'io!» protestò lei. Ma Thomas ignorò le sue proteste e si voltò verso Rolf. «Proviamo con lui» disse. «Mi sembra il più leggero.» Gli uccelli ripresero fiato, poi afferrarono i capi di una corda che Rolf si era avvolto attorno al petto. «Quando sarò alla caverna» spiegò il ragazzo «dovrò avere le mani libere per salire e per tenermi...» Poi balzò in alto con tutta la forza che aveva nelle gambe, mentre i due uccelli battevano poderosamente le ali. Salì finché i suoi piedi non furono giunti al di sopra della testa dei compagni. Gli uccelli continuarono a battere le ali, e da quell'altezza, per scendere a terra, Rolf impiegò il tempo necessario per contare fino a cinque. «Be'» rifletté Thomas. «Sembra che non si possa fare di più.» «Io sono pronto a partire fin da questo momento» gli disse Rolf. «Mi sono riposato per tutto il giorno. Ho solo remato sulla canoa.» Thomas continuò a fissarlo per qualche istante e infine sorrise. «E quello lo chiami riposare?» chiese.
Poi si girò verso Mewick, che sedeva dall'altra parte del fuoco, e gli rivolse un'occhiata interrogativa. L'ex venditore di incantesimi disse: «Penso che il nostro giovanotto sia rinsavito del tutto.» Thomas tornò a guardare Rolf. «È vero?» chiese. «Se ti porto con me, può darsi che ci sia da combattere, ma non intendo cercare appositamente la lotta.» «Certo» promise Rolf. Il folle desiderio di vendetta non l'aveva certo lasciato: tutt'altro. Ma si era trasformato in qualcosa di lento e di paziente. Di calcolato. Thomas fissò il giovane ancora per un istante; poi tornò a sorridere. «Benissimo» disse. «Allora, in marcia!» 4 LA CAVERNA Alle prime luci dell'alba, Rolf e Thomas erano stesi l'uno accanto all'altro, all'imboccatura di un piccolo canyon chiuso tra altissimi baluardi di roccia, e guardavano verso sud, in direzione del versante opposto del passo. Il passo stesso non aveva mai avuto un nome, benché, per molte leghe a nord e a sud, fosse l'unica apertura praticabile che s'incontrasse sui Monti Desolati. Rolf e Thomas erano esausti, dopo avere remato nelle paludi per parte della notte e dopo avere attraversato per ore i boschi, avere guadato in un punto nascosto il fiume Dolles ed essersi arrampicati fino alla loro attuale posizione, in corsa contro il sorgere dell'alba. Il punto dove si trovavano era una sorta di osservatorio naturale. Sporgendosi di un passo dall'imboccatura del piccolo canyon, alla loro destra si potevano vedere i meandri del Dolles, che si snodava ai piedi della montagna, come un pigro serpente, da nord a sud. Al di là del fiume si stendeva il territorio dove Rolf era nato: una zona di boschi e di campi agricoli, di depressioni e di paludi. E lontano, perfettamente visibile, c'era la grande macchia azzurra del mare occidentale. Dirimpetto all'imboccatura del canyon, invece, il terreno brullo e accidentato scendeva per circa duecento braccia, con un pendio che progressivamente si addolciva, fino al punto dove passava la strada carreggiabile est-ovest, sul fondo del passo. E più a sud, al di là della strada, il terreno
riprendeva a innalzarsi, con un declivio sempre più accentuato, fino alla prima altura della catena montuosa meridionale. Su quell'altura sorgevano le mura grigie e recentemente rinforzate del castello. A sinistra del castello, Rolf scorgeva una parte del deserto che iniziava dal versante interno dei Monti Desolati - dove non pioveva in alcuna stagione dell'anno - e che si stendeva per una cinquantina di leghe fino agli alti e insuperabili Monti Neri. A guardarlo, il deserto pareva già arroventato dalla calura, anche se il sole era sorto da poco. «Questa mattina» disse Thomas, indicando col mento davanti a sé «i rettili si sono alzati presto.» Il sole illuminava vivacemente i posatoi e i nidi ammassati sulle torri più alte del castello e protetti da reti e corde, e alla sua luce si scorgeva il movimento di moltissime forme grigio-verdi: i corpi dei rettili, dietro le reti. Sul tetto piatto del maschio del castello, lo stendardo color nero e bronzo di Ekuman era rimasto a sventolare per tutta la notte da un alto palo, e dal parapetto e dalle mura pendevano altre decorazioni: le piccole figure, bianche e rinsecchite, che un tempo erano persone - persone oneste - che, per avere destato l'ira dei nuovi padroni della regione, erano state appese lassù, a servire da giocattoli viventi e da cibo per i rettili. Gli unici uomini ancora in vita che si scorgessero in quel momento sulle parti più alte del castello erano dei punti color nero e bronzo, di cui, a quella grande distanza, si potevano a malapena distinguere i movimenti. Ma Rolf sapeva che si stavano dedicando al primo lavoro del mattino, consistente nel togliere dai nidi dei rettili le reti che li proteggevano durante la notte. Presto le forme grigie e verdi si poterono distinguere meglio. Si allargavano di scatto per poi restringersi: i rettili si sgranchivano le ali. L'eco delle loro grida e dei loro richiami giunse debolmente anche all'orecchio di Rolf. Dopo qualche istante, i primi rettili si levarono in volo, e altri presero il loro posto sui posatoi. Presto l'aria attorno al castello brulicò dei loro sciami. «Meglio nascondersi bene» disse Thomas, guardandosi attorno. Dietro di loro, lo stretto canyon curvava verso l'interno del monte; il fondo sabbioso si perdeva fra grandi massi e affioramenti di roccia consumati dalle intemperie. Un intero costone della montagna si era sfaldato ed era caduto laggiù, nelle passate epoche geologiche. Poi, più avanti, oltrepassata l'area dei massi, il canyon si allargava e su una delle sue pareti si scorgeva l'apertura della caverna. Strijeef e Punta di Penna si erano rifugia-
ti al suo interno per nascondersi durante il giorno, ma perché Rolf o Thomas salissero fino a essa era necessario attendere che scendesse la notte. Direttamente al di sopra di Thomas e di Rolf, le proiezioni di roccia delle pareti del canyon li rendevano del tutto invisibili dal cielo. Gli sciami di rettili che volavano in cerchio attorno al castello si erano ormai allargati fino al nascondiglio dei due giovani e oltre, ma dall'alto non si udivano ancora grida di allarme, non comparivano facce sulle mura del castello. Di momento in momento, Rolf trovava sempre più facile credere che lui e Thomas non sarebbero stati avvistati, se fossero riusciti a rimanere immobili. E Rolf non aveva alcuna difficoltà a rimanerlo. Gli uomini della palude gli avevano dato un paio di sandali, ma i piedi gli facevano ancora male per il lungo cammino. E aveva tutti i muscoli indolenziti. Disteso sulla sabbia, con i nervi tesi e incapace di prendere sonno, lasciò correre nuovamente lo sguardo verso est. Lontano, all'estremo orizzonte, i Monti Neri parevano grigi e incorporei, alla luce del mattino che li illuminava ancora da dietro. Molto più vicino al passo, ma ancora in pieno deserto, le nubi formavano un grosso nodo che prometteva pioggia. Rolf sapeva che sotto quelle nubi non poteva che esserci l'Oasi delle Due Pietre, anche se un lieve rialzo del terreno gli impediva di vedere quel pezzetto circolare di terra fertile. Alcuni anni addietro, il padre lo aveva portato nei pressi del luogo in cui si trovava in quel momento, per mostrargli il castello - che allora era solo un'innocente, meravigliosa rovina - e in quell'occasione gli aveva anche mostrato il punto dove sorgeva l'Oasi, in pieno deserto, e gli aveva parlato della pioggia magica che la teneva in vita. Poi, all'improvviso, Rolf si accorse che in quelle nubi stava succedendo qualcosa di strano. Invece di rimanere immobili sul loro punto eternamente favorito, si stavano muovendo nella direzione approssimativa del passo. La cosa gli parve talmente strana che sentì il bisogno di comunicarla a Thomas. Questi si spostò leggermente in avanti e si sporse, circospetto, dall'orlo del canyon. «Qualcosa dev'essere andato storto nelle loro magie» disse concisamente. «Mi chiedo che magie siano» disse Rolf. Ma Thomas si limitò a scuotere la testa. Il lontano nodo di vapori si era già oscurato fino a divenire una nube di tempesta che rincorreva la propria ombra sul deserto, diretta verso di loro. Poi, tutt'a un tratto, si illuminò di
un lampo improvviso. «Suppongo che gli invasori abbiano catturato anche l'Oasi» commentò Rolf. Gli parve di sentire il tuono, debole e lontano. Thomas annuì. «E vi hanno posto una guarnigione assai nutrita.» Poi strisciò indietro, fino alla posizione precedente. «Sarà bene fare dei turni di guardia» rifletté. «In questo modo, ciascuno di noi potrà dormire almeno per qualche ora.» Poiché Rolf disse che per il momento non aveva voglia di dormire, Thomas gli lasciò fare il primo turno di guardia. Quindi aprì lo zaino e ne trasse un oggetto meraviglioso. Era uno strumento del Mondo Antico, spiegò, che doveva essere giunto dall'altra sponda del mare occidentale. Per generazioni era stato uno dei tesori della famiglia di un uomo che ora faceva parte del Popolo Libero. Lo strumento era costituito di due cilindri metallici, ciascuno lungo come una mano. I cilindri erano fissati tra loro mediante cerniere di metallo che si incastravano perfettamente: Rolf stesso poté sincerarsene quando Thomas glielo lasciò prendere in mano. Fino a quel momento non aveva mai toccato così a lungo un manufatto del Mondo Antico e non aveva mai visto del metallo lavorato con tanta precisione. Alle due estremità, ciascuno dei cilindri terminava con una superficie di vetro convesso; se si accostava all'occhio la parte più stretta, la distanza di ogni cosa si riduceva istantaneamente a un decimo della precedente. Di primo acchito, Rolf fu assai più colpito dalla forma dell'oggetto che non dalla sua funzione. Ma gradualmente Thomas gli fece capire che in quell'oggetto non c'era nessuna magia; gli spiegò che gli strumenti del Mondo Antico non se ne servivano mai. Invece, l'illusione della vicinanza veniva da quella che Thomas chiamò tecnologia pura; l'oggetto era un utensile, come poteva esserlo una sega o una vanga, ma invece di lavorare sul legno o sulla terra, lavorava sulla luce. L'unico potere che gli serviva era quello degli occhi che guardavano attraverso i suoi due tubi. Dunque, non occorreva alcuna magia, per prendere il potere visivo dell'uomo, toglierlo dal corpo e poi riportarvelo. Era un concetto strano e sovrannaturale. Rolf aveva udito una decina di volte al massimo, in tutta la vita, la parola "tecnologia", e sempre sotto forma ironica e scherzosa, ma ora cominciava gradualmente a capirne il significato. «Come puoi affermare che non contiene alcuna magia?» chiese a Thomas. L'alto giovane alzò leggermente le spalle. «Nessuno è mai riuscito a sen-
tirla. Diversi maghi hanno esaminato l'oggetto.» Completamente soggiogato dall'esperienza del binocolo, Rolf se ne servì per guardare il castello; poi, nel vederlo così vicino, si affrettò a puntare l'oggetto da un'altra parte. Cercò la nube temporalesca, ma si era già dissolta. Poi lo puntò sulla faccia di Thomas, che, essendo troppo vicina, gli parve una massa sfocata di marmo. «Non usarlo per guardare il sole. Rischieresti di bruciarti gli occhi.» «Grazie.» Rolf sentiva già un'istintiva affinità per la tecnologia: un'affinità assai più profonda di quella mai provata per la magia. Aveva già capito da sé che era sconsigliabile fissare un sole dieci volte più abbagliante. Qualcosa, nel piacere che Rolf provava grazie al binocolo, finì per alleggerire la tensione che l'aveva tenuto desto fino a quel momento; sbadigliò e sentì che le palpebre gli divenivano di piombo. Thomas se ne accorse e disse che forse era meglio che facesse lui il primo turno di guardia. Rolf si raggomitolò contro la parete di roccia del canyon, abbassò la testa e piombò immediatamente nel sonno, per poi svegliarsi con un sobbalzo quando si sentì prendere per il braccio. Gli pareva che fossero passati pochi minuti da quando si era addormentato, ma scoprì di essere riposato e constatò che il sole era quasi allo zenit. Potendo usare il binocolo del Mondo Antico, per Rolf il turno di veglia pomeridiano passò in un baleno. Alla porta principale del castello c'era un continuo andirivieni di armigeri e di civili. Alcuni carri pieni di vettovaglie attraversarono sobbalzando il ponte sul Dolles, in mezzo a quello che adesso era solo più un villaggio semideserto, ai piedi del monte su cui sorgeva il castello. A forza di braccia, gli schiavi portavano al castello i barili, le balle e i sacchi scaricati dalle chiatte ormeggiate all'imbarcatoio del villaggio. Solo schiavi lavoravano adesso in quello che Rolf ricordava come un villaggio libero e prospero. Macchioline di color bronzo e oro facevano la guardia con fruste che soltanto grazie al binocolo si potevano distinguere a quella distanza. Ma Rolf non perse molto tempo a guardare il villaggio. Ogni volta che una squadra di armigeri usciva dal castello, o attraversava il passo sotto di lui, nell'uno o nell'altro senso, la guardava con grande attenzione, pronto a svegliare Thomas nel caso che qualche armigero si arrampicasse sul monte, nella loro direzione. Thomas si era raggomitolato sotto una sporgenza rocciosa; si era accostato il più possibile alla roccia e dormiva. Di tanto in tanto gli sfuggiva un debole gemito e agitava debolmente le braccia robuste. Chissà perché, a
Rolf non parve né giusto, né molto incoraggiante, che un uomo forte e robusto, un capo apprezzato dai compagni, facesse dei brutti sogni. Rolf tornò nuovamente a esaminare con il binocolo l'intero paesaggio. Ora scorse qualcosa di nuovo, un gruppo di persone che si dirigeva al castello da sud-ovest, la direzione delle paludi. Poco più tardi, Rolf vide che era un gruppo di schiavi o di prigionieri che marciava lungo la strada. Inizialmente, Rolf aveva visto soltanto la polvere sollevata dal loro lento passaggio; ora, con il binocolo, vide che era una fila di uomini e di donne, incatenati l'uno all'altro: una quindicina di persone. Poi scorse il braccio di un armigero dall'elmo di bronzo levarsi e abbassarsi di scatto. Molti istanti più tardi, gli giunse all'orecchio lo schiocco della frusta. Non voleva guardare quella scena, ma non riusciva a distogliere gli occhi. Presto divennero visibili anche le facce dei prigionieri. Altrettanti disgraziati reclutati a forza per l'interminabile rafforzamento delle mura del castello... Per poco, Rolf non si lasciò sfuggire il binocolo. Poi si affrettò a riaccostarselo agli occhi e con dita tremanti ruotò il disco zigrinato da usare come gli aveva insegnato Thomas - per ottenere una maggiore chiarezza. L'immagine però continuò a tremolare, finché non si ricordò di appoggiare saldamente i gomiti sulla sabbia. Dietro agli altri prigionieri, legata con catene molto più leggere, o addirittura senza catene - da lassù non si poteva vedere - veniva una ragazza che assomigliava a Sarah. Era a cavallo, su una grande bestia condotta alla briglia da un armigero. A mano a mano che il drappello si avvicinava, la somiglianza con Sarah divenne sempre più forte. Se non era un inganno di quelle lenti demoniache... Rolf continuò a ripetersi che doveva essersi ingannato. Infine si decise a svegliare Thomas, che balzò subito in piedi, ma un po' troppo tardi per vedere la ragazza, perché i prigionieri e le loro guardie erano ormai scomparsi nelle fauci del castello. I denti della saracinesca si serrarono di scatto dietro di loro. Thomas abbassò il binocolo che aveva sollevato pochi istanti prima. «Sei certo che si trattasse di Sarah?» chiese. «Sì.» Rolf aveva abbassato gli occhi: fissava il mucchio di sabbia e ciottoli in cui piantava le dita della mano fino a farsi male. «Ah.» A Rolf parve che Thomas prendesse la notizia con una calma eccessiva. Dopo qualche istante, l'alto giovane chiese: «Hai riconosciuto altri?»
«No. Non credo che si trattasse di gente del nostro accampamento.» «Già. Può darsi che alla palude sia giunta notizia di Nils, e che Sarah si sia allontanata per andare a controllare, di qualunque cosa si trattasse. E che l'abbiano presa prigioniera. Sono cose che succedono continuamente. Comunque, non possiamo fare niente, tranne che portare a termine quello che stiamo facendo.» Nel vedere che Rolf annuiva, Thomas gli posò la mano sulla spalla, per un istante, e poi tornò a girarsi contro la roccia. «Ho bisogno di dormire ancora per un po'» disse. «Svegliami poco prima del tramonto.» Ma Thomas fece appena in tempo ad addormentarsi prima che il giovane lo svegliasse di nuovo. Un'altra comitiva si stava avvicinando al castello, ed era comparsa improvvisamente davanti a Rolf, perché la roccia dietro cui lui e Thomas si nascondevano gli aveva impedito di scorgerla fino a quel momento. E i nuovi venuti erano tutt'altro che in catene: erano in pompa magna, su una barca di piacere dai colori vivaci che scendeva lungo il Dolles, scortata, sulle due rive, da almeno un centinaio di guardie a cavallo. Questa volta, Thomas li osservò a lungo, prima di restituire a Rolf il binocolo. «È il satrapo Chup» disse «sceso dal suo nido di predoni, a settentrione. Il futuro genero di Ekuman.» La barca ormeggiò in centro all'imbarcatoio. Tra i primi a scendere a terra c'era un uomo che pareva un fortissimo guerriero, in calzoni neri e corazza decorata di rosso, che montava un magnifico cavallo da parata. Accanto a lui, su un animale dal manto bianchissimo, veniva una ragazza dai capelli biondi ed eccezionalmente lunghi; aveva la pelle così chiara, il viso così affascinante, che Rolf si chiese nuovamente, e questa volta ad alta voce, se il binocolo non alterasse magicamente le cose che mostrava. «No, no» lo rassicurò Thomas, seccamente. «Non l'hai mai vista perché non è quasi mai uscita dal castello. Ma si tratta di Charmian, la figlia di Ekuman. Evidentemente si è recata ad accogliere il fidanzato lungo il percorso e poi ha compiuto con lui l'ultima parte del viaggio. Sarà un matrimonio da tenere d'occhio; so che c'è un'altra persona, nel castello, che ha posato lo sguardo sulla ragazza.» «E come fai a saperlo?» «I servitori del castello sono esseri umani, anche se i padroni non meritano più questo nome. Sono troppo spaventati per parlare molto, ma a volte
una singola parola riesce a fare molta strada...» Rolf aveva già sentito parlare dell'esistenza di Charmian, ma fino a quel momento non aveva mai pensato a lei. «Credevo che Ekuman non avesse moglie» osservò. «L'aveva, o forse si trattava soltanto di una favorita. Poi si è recato all'Est, per perfezionarsi nella... nella strada da lui scelta.» Rolf non capì. «Si è recato all'Est?» «Da dove sia arrivato, non saprei dirtelo, ma è salito sui Monti Neri, per giurare fedeltà a Som dei Morti.» Rolf non aveva mai sentito quel nome. Si ripromise di informarsene, più tardi, ma per il momento si chiuse in un silenzio colmo di riflessioni. Non capiva come quel demone in forma umana di Ekuman potesse avere una figlia così bella, e darla in sposa con una bella festa come avrebbe fatto un qualsiasi onesto contadino. Evidentemente, anche Thomas pensava a qualcosa di analogo. «A volte mi chiedo perché gente simile si prende la briga di sposarsi» disse. «Non certo per giurarsi eterno amore. Anzi, credo che nessuno possa aspettarsi dall'altro qualsiasi tipo di onestà o di aiuto, nella vita in comune che li attende.» «Allora, perché lo fanno?» chiese Rolf, che non voleva pensare a quel che forse stava succedendo a Sarah in quello stesso momento. Thomas alzò le spalle. «A volte è difficile» disse «ricordarsi che Ekuman e i suoi pari sono ancora degli esseri umani, e che i crimini che commettono sono crimini umani. Una volta, Loford mi ha detto che se i satrapi vivono abbastanza a lungo, e diventano sempre più forti nella loro malvagità, a volte finiscono per essere chiamati all'Est, per rimanerci definitivamente.» «Perché?» chiese Rolf. «Per diventare qualcosa di più, e insieme di meno, che umano. Credo che Loford abbia detto proprio queste parole.» Thomas s'interruppe per fare un lungo sbadiglio. Poi riprese: «Comunque, Loford non sapeva con esattezza che cosa fosse, e io parlo di cose che ignoro del tutto. Hai ancora sonno?» «No. Non mi sento stanco.» Così, fu Thomas a riprendere a dormire, ma si svegliò quando mancava ancora molto tempo al tramonto; a quel punto, anche Rolf si sentì disposto a fare un breve sonno. Comunque, non riuscì ad addormentarsi e si alzò senza necessità di essere chiamato, non appena cadde la sera.
Esattamente come gli uomini del castello, anche i rettili avevano continuato ad andare avanti e indietro per tutta la giornata, in piccoli gruppi, ma ora facevano ritorno da ogni direzione, ansiosi di raggiungere il nido prima di notte. Era l'ora in cui Punta di Penna, se avesse seguito il suo vecchio piano, sarebbe sbucata dal nascondiglio per fare strage di rettili. E quella sera sarebbe riuscita a prendere ben più di un ritardatario, reso distratto dalla vicinanza del castello. Ma con quella missione assai più importante in ballo, gli uccelli non intendevano dare la caccia a nessuno: i rettili poterono fare ritorno a casa senza subire molestie, e lentamente oscurarono con i loro sciami i tetti del castello. Non appena fu notte, i due uccelli scesero lentamente lungo il canyon, seguendone senza un solo battito d'ali il lungo, sinuoso corso. La loro enorme sagoma fu su Rolf prima ancora che questi si immaginasse di vederla. Tanto Rolf quanto Thomas avevano con sé un lungo rotolo di corda, sottile ma robusta, arrotolata attorno al petto. Thomas svolse quella che portava e poi ne legò un'estremità in modo da formare un cappio, della dimensione che Punta di Penna gli insegnò. A quel punto i due uccelli volarono via, verso il fondo del canyon, portando con sé la corda, la cui estremità scivolò sulla sabbia e sulle rocce del fondo, buie e insidiose, dove i piedi umani dovevano muoversi con somma cautela. Rolf e Thomas si misero in cammino a loro volta. Quando raggiunsero gli uccelli, Strijeef e Punta di Penna avevano già assicurato la corda alla guglia descritta da quest'ultima, in modo da permettere a Thomas di scalare agevolmente la parete. Ora, seduti sulla sabbia del fondo, attendevano pazientemente l'arrivo degli uomini. «Ci siamo» disse Thomas. Posò a terra lo zaino, poi diede alcuni strattoni alla corda, per assicurarsi che il cappio, legato attorno alla guglia ormai invisibile nel buio, a più di venti braccia sopra di lui, fosse in grado di reggere il suo peso. Poi ebbe qualche attimo di esitazione e infine si decise a dire: «Se dovessi morire, o perdere i sensi e non svegliarmi più... ho visto diversa gente finire così, dopo una caduta... dovrai continuare tu, come meglio puoi.» «Lo so» rispose Rolf. Udito questo, Thomas non perse altro tempo e diede inizio alla salita, in fretta e senza esitazione. Rolf provò un po' di invidia per le sue braccia, talmente robuste da poter sollevare senza difficoltà un uomo così grande.
Per qualche istante, riuscì vagamente a scorgere sullo sfondo delle stelle la figura di Thomas che saliva; poi la sua sagoma scomparve dietro uno sperone di roccia. Poco dopo, la corda cessò di oscillare. Dal punto in cui si trovava, Rolf riusciva a vedere soltanto un tratto di corda che si perdeva nel buio, e niente di quel che si stava svolgendo sopra di lui. Vedeva però la zona dove sarebbe caduto Thomas, se avesse perso l'appiglio. Cadendo da una simile altezza, sarebbe già stata pericolosa una superficie dura e piatta, ma in realtà il terreno in fondo al canyon era ancora peggiore: un caos di frammenti di roccia aguzzi e taglienti. La corda rimaneva immobile, e il tempo non passava mai. Poi la corda riprese a oscillare e Rolf tornò a respirare a pieni polmoni. Gli uccelli furono i primi a toccare terra; poi arrivò l'uomo, che percorse l'ultimo tratto scendendo come un marinaio, con la corda stretta in mezzo ai sandali. Quando toccò terra, Thomas si appoggiò alla parete di roccia da cui era appena disceso, come se avesse bisogno di sostegno. Poi si asciugò la fronte e disse: «Non ho neppure fatto il tentativo. L'unico modo di raggiungere la grotta è quello di farsi aiutare dagli uccelli.» Strijeef tubò: «Troppo pesante.» Punta di Penna mosse il capo in segno d'assenso: un movimento che doveva avere imparato dagli uomini. «Andrò io» disse Rolf. Diede un'occhiata agli uccelli, cercando di valutare la loro resistenza, soprattutto in quel momento, dopo una buona giornata di riposo. Ma l'occhio gli cadeva sempre sulle rocce aguzze che coprivano il terreno, in fondo al canyon. «È per questo» disse poi, per farsi coraggio «che sono venuto.» «Certo» rispose Thomas, con irritazione. Ancora per qualche istante, Rolf si augurò che il compagno cambiasse idea e decidesse di saltare... e che, naturalmente, arrivasse sano e salvo alla grotta. Ma Thomas, ostinatamente, non cambiò idea. Rolf posò a terra lo zaino e si liberò della corda che portava attorno al petto. Avrebbe potuto sollevarli senza difficoltà in seguito, se... anzi, una volta che... fosse entrato nella caverna. Tenne però il breve pezzo di fune che doveva servire a legarlo e a cui dovevano afferrarsi gli uccelli. «Buona fortuna» gli augurò Thomas. Rolf annuì e prese subito ad arrampicarsi sulla lunga corda, appoggiando i piedi alla parete di roccia e sollevandosi con la forza delle braccia. Ricordò che quando si era sospesi sul vuoto non si doveva mai guardare in bas-
so, e perciò tenne sempre gli occhi fissi sulla corda davanti a lui. E poi, prima che avesse il tempo di studiare le sue prossime mosse, si trovò sulla guglia. Lo spazio era limitatissimo: bastava a malapena ad accoccolarsi in cima all'alta roccia. Da lassù, il mondo veniva ad assumere un aspetto irreale: si scorgevano solo il chiarore delle stelle e la luce tremolante delle torce del castello. La luna, immensa e quasi piena, cominciava appena in quel momento a illuminare il deserto. Gli uccelli si mantenevano librati nell'aria al fianco di Rolf. Il giovane passò loro i due capi della fune che si era annodato sotto le ascelle. Poi studiò con attenzione le ombre confuse che si scorgevano sulla parete opposta del canyon. «Non vedo la caverna» disse. «Dov'è?» «Alzati.» Fece come gli era ordinato, allargando le braccia per tenersi in equilibrio. Con qualche leggero strattone, gli uccelli lo fecero spostare in modo da girarlo nella giusta direzione. Si erano avvolti strettamente attorno alle zampe i capi della fune. «Non riesco ancora a vederla.» «Ti porteremo noi. Tu, devi solo saltare verso l'alto, più lontano che puoi. Poi, appena tocchi la roccia, non lasciare la presa.» Rolf ripensò a quand'era bambino e, per scommessa, saltava a terra da qualche alto ramo. Bisognava non pensare, e darsi solo una forte spinta: se ci si fermava, non si trovava più il coraggio. Dopo il batticuore del salto, c'era però il piacere di toccare terra, e soprattutto non si doveva mai guardare sotto di sé! «Direttamente davanti a me?» «Davanti a te.» Con la punta delle loro aìi parevano impartirgli una silenziosa benedizione. «Adesso, piega le gambe e salta!» Affidandosi in tutto e per tutto agli uccelli, Rolf spiccò il salto, e la paura parve mettergli nuova forza nelle gambe. La tensione da cui si sentiva sollevare lo rincuorò notevolmente... per i primi istanti. Poi cominciò a cadere. Non era la caduta a picco, nel vuoto, che ricordava da quando era bambino, ma non era neppure come volare, né come avere un appoggio. Preso dal panico, agitò le braccia davanti a sé, alla ricerca di qualcosa a cui afferrarsi. Ma, in quell'oscurità, l'occhio umano non riusciva a valutare le distanze. Sopra di lui, le grandi ali continuarono a battere, schiaffeggiandolo con
l'aria da esse spostata. Rolf sentiva sulla faccia anche l'aria da lui attraversata nella caduta, ma la spinta che si era dato nel salto continuava a trasportarlo verso la parete di roccia dove si trovava la caverna. Quando giunse a sfiorarla con le dita, gli parve che la parete si sollevasse con una velocità spaventosa. Poi la roccia fece un balzo verso di lui, e un attimo dopo - Rolf infilò le braccia nel vuoto di un'apertura. Con un forte urto, il giovane si fermò bruscamente: aveva urtato con il petto il bordo inferiore dell'apertura. Si affrettò ad allungare le braccia, mentre, con le ginocchia, colpiva dolorosamente la parete sotto di lui. Rimase sospeso lassù, senza appigli, trattenuto soltanto dall'attrito del corpo e delle braccia contro la roccia liscia. La fune che lo reggeva si afflosciò quando gli uccelli si posarono accanto a lui ed entrarono nella caverna. Poi presero nuovamente a tirarlo, ma questa volta da davanti: con il becco e con gli artigli lo aiutarono a trascinarsi all'interno dell'apertura. Quando si trovò al sicuro, Rolf rimase per lungo tempo seduto senza muoversi, cercando di vincere l'istintivo desiderio di afferrarsi a tutto ciò che gli capitava a tiro. Poi, rivolgendosi agli uccelli che ancora ansimavano per lo sforzo, disse: «Riferite a Thomas che ce l'ho fatta.» «Ha visto che non sei caduto» tubò uno degli uccelli. «Lo sa già.» Ma, dopo qualche istante, Strijeef e Punta di Penna presero il volo e si allontanarono per andare a prendere lo zaino e la corda. Rolf si augurò che i brividi cessassero: voleva tornare a fare qualcosa di utile. Rifletté che Thomas, per sua fortuna, era stato tanto saggio da non tentare il salto. I suoi muscoli massicci, le sue ossa pesanti, senza dubbio gli avrebbero impedito di raggiungere la caverna e si sarebbe sfracellato sulle pietre. Comunque, era inutile pensarci. Rolf si impose di rilassarsi. Strijeef fu di ritorno prima che Rolf se lo aspettasse e lasciò cadere ai piedi del giovane lo zaino, avvolto nel rotolo di corda. «Rolf» disse in fretta l'uccello «una grossa squadra di armigeri. Viene da questa parte. Thomas si allontanerà, per non essere qui vicino, nel caso che lo catturassero. Noi Popolo Silenzioso dobbiamo aiutarlo. Ritorneremo quando potremo. Gli armigeri non possono salire qui. Thomas ti dice di scoprire quello che puoi.» «Sì» balbettò Rolf, dopo il primo istante di sorpresa. «D'accordo. Ditegli di non preoccuparsi per me. Scoprirò quello che potrò.» Non sapeva che cos'altro dire. L'uccello attese ancora un istante, fissando Rolf con i suoi occhi saggi, che nell'oscurità della caverna parevano due grandi gocce di luce spettrale.
«Buona fortuna» gli augurò infine, e lo sfiorò con la punta dell'ala. «Anche a te.» Quando Strijeef si fu allontanato, Rolf rimase seduto sul pavimento della caverna, in assoluto silenzio, tendendo l'orecchio ai rumori che giungevano dall'esterno. Dopo quello che gli parve un tempo molto lungo, sentì giungere dal basso un rumore di zoccoli: suoni attutiti quando urtavano la sabbia, deboli acciottolii quando montavano sulle pietre. Per qualche tempo, i movimenti parvero rallentare; poi divennero più rapidi e presto svanirono in lontananza. Per quanto si sforzasse, Rolf non riuscì a udire altro. Si disse che se Thomas fosse stato catturato, si sarebbero uditi rumori di lotta e grida. Del resto, gli uccelli gli facevano da occhi: Thomas era certamente riuscito a fuggire. Passò il tempo, senza altri rumori. Rolf sciolse la corda legata attorno allo zaino e vi trovò cibo e acqua, altra corda, selce e acciarino, alcune candele di cera, e anche un piccolo scalpello, avvolto in un pezzo di tela perché non facesse rumore. Doveva servirsene per ricavare un foro a cui ancorare la corda: non sarebbe più stato necessario ripetere la follia del salto frenato dagli uccelli... Rolf occupò il tempo riflettendo sulla situazione. Evidentemente, gli armigeri che erano passati sotto di lui dovevano essersi allontanati. Erano ritornati al castello, o stavano cercando Thomas, o semplicemente continuavano i loro giri di ronda. Ma certo non si erano limitati a lasciare nel canyon uno di loro, o anche due, perché di notte non lo facevano. Se invece ne avessero lasciati di più, Rolf avrebbe dovuto sentire dei rumori. Però, l'indomani mattina, forse sarebbero giunti altri uomini. E l'indomani mattina si sarebbero levati in volo i rettili. Tutto considerato, perciò, quello sembrava il momento migliore per scavare la roccia. Per attutire i rumori, svuotò lo zaino e se ne servì per coprire lo scalpello. Poi trovò una pietra da usare come mazza e si mise al lavoro, fermandosi ad ascoltare dopo ogni colpo. A un'estremità della corda era già legato un bastone corto e robusto: Rolf dovette solo incidere leggermente una fessura del pavimento per disporre di un ottimo posto in cui incastrare quella specie di ancora. Perciò, dopo breve tempo nella caverna tornò a regnare il silenzio. Rolf infilò nuovamente ogni cosa nello zaino e riprese a tendere l'orecchio per
cogliere qualche rumore proveniente dall'esterno. Una volta gli parve che il vento gli portasse l'eco di un lontano grido, ma da quella distanza non riuscì a distinguere se si trattasse di uomo o di animale. Rabbrividì leggermente. Poi, accorgendosi di non avere alcun desiderio di dormire, si chiese se non fosse il caso di esplorare la caverna sottostante. Se non altro, poteva fare un'esplorazione preliminare. Strisciando sul pavimento, si allontanò dall'ingresso della caverna e, nell'oscurità più completa, cercò di determinare a tastoni la forma della galleria in cui si trovava. Pochi passi più avanti, però, la sua mano incontrò il vuoto: era giunto sul ciglio di un pozzo verticale; Rolf si sporse sull'orlo e cercò l'altra estremità, ma, anche tendendo quanto più possibile il braccio, non riuscì a toccarla. Tornò allo zaino e prese una delle torce. Erano fabbricate con i giunchi della palude, seccati e tuffati nel sego; poi Loford le aveva poste sotto un incantesimo che le faceva bruciare con poco fumo e che rendeva più chiara la fiamma. Tuttavia, dopo avere riflettuto, Rolf decise che era troppo rischioso accendere la torcia e che era meglio rimandare al mattino l'esplorazione. Con il sorgere del sole, un po' di luce sarebbe filtrata anche nella caverna sotterranea, e lui non avrebbe avuto bisogno di una torcia per raggiungerla. Inoltre, da un momento all'altro si augurava di veder ritornare uno degli uccelli, per riferirgli che cosa fosse successo a Thomas. E, soprattutto, provava una certa riluttanza ad affrontare l'Elefante, senza alcun aiuto, nel cuore della notte. Si sedette accanto all'ingresso della caverna e, nonostante i dubbi e i timori, si addormentò immediatamente. Per ben due volte si svegliò con un sobbalzo da un incubo in cui sognava di cadere in un precipizio, e nello svegliarsi si accorse che si teneva con tutte le sue forze alla roccia. E ogni volta che si svegliò, sentì aumentare le preoccupazioni, perché gli uccelli non erano ancora ritornati. Dopo tante ore, Thomas doveva certamente essere riuscito a fuggire. O che fosse stato catturato? E che anche gli uccelli fossero stati abbattuti, da una freccia particolarmente fortunata, al lume delle torce? Rolf trascorse il resto della notte in una sorta di dormiveglia, e infine, destandosi con un sobbalzo da un sonno più profondo, si accorse che l'alba era ormai alle porte. A quel punto aveva ormai la certezza che gli uccelli non sarebbero più arrivati, almeno fino a sera.
L'ancora che aveva piantato nella roccia era fissata saldamente e poteva reggere pesi in entrambe le direzioni. Vi legò un capo della corda più lunga che aveva a disposizione: l'altro capo lo calò nel pozzo verticale. Allo spuntar del sole iniziò la sua discesa, dopo essersi saldamente legato alle spalle lo zaino. In cima, il camino era largo più di tre braccia, ma nell'abbassarsi si restringeva progressivamente. Sembrava un crepaccio naturale, formatosi probabilmente quando erano crollate anche le rocce che si trovavano all'esterno della caverna, sul fondo del canyon. A mano a mano che Rolf scendeva, aumentava progressivamente l'oscurità, ma Rolf, per la prima ventina di braccia, non ebbe bisogno di una torcia. Poi, giunto a poche braccia dal livello del fondo del canyon, il pozzo terminò in un ampio spazio vuoto e buio, in cui la corda si perdeva. A questo punto, Rolf fissò saldamente i piedi contro le due pareti del pozzo e accese una delle torce. Dal movimento della fiamma, vide che l'aria attorno a lui era in lento movimento verso l'alto. Rolf continuò a calarsi lungo la fune, stringendola tra i piedi per avere una mano libera con cui tenere la torcia. Presto si accorse di trovarsi in un'ampia sala sotterranea, ma, dopo essere sceso solo di poche braccia, poté posare i piedi su un pavimento orizzontale di pietra levigata. Alla luce della torcia, scorse la parete della caverna, con due enormi porte chiuse. Davanti a lui posava immobile una forma tonda, alta il doppio di un uomo e probabilmente mille volte più massiccia. Rolf capì di avere trovato l'Elefante. 5 LAMPI NEL DESERTO Thomas non era riuscito a vedere il volo di Rolf, aiutato dagli uccelli, attraverso la larghezza del canyon; aveva sentito solo il rumore del suo arrivo nella caverna. Ma questo gli era stato più che sufficiente, per il momento. Thomas si concesse un sospiro di sollievo. Quel sollievo durò pochi istanti, perché gli uccelli, scendendo dalla caverna, lo informarono che stava arrivando una squadra di armigeri a cavallo, usciti dal castello, e che già in quel momento atraversavano la strada in fondo al passo. Questo significava che distavano poche centinaia di braccia, e Thomas si mise subito in cammino, spiegando: «Se dovessero trovarmi qui, si ferme-
rebbero a esaminare l'intero canyon. Cerco di raggiungere il lato ovest delle montagne. Dite a Rolf di scoprire tutto quel che può, nella caverna. E non lasciate sulle rocce nessuna corda penzolante!» Stava allontanandosi tra le rocce, a ovest del canyon, con l'intenzione di ritornare alla palude e di tenere i contatti con Rolf, almeno per un paio di giorni, servendosi unicamente degli uccelli, quando Strijeef lo raggiunse per avvertirlo che da ovest arrivavano altri uomini: erano partiti dalla riva del fiume e ora risalivano il monte. «Devi andare a est, Thomas» gli disse l'uccello. «Noi ti aiuteremo.» A Thomas dispiaceva abbandonare Rolf, ma non poteva fare diversamente; il giovane nella caverna si sarebbe dovuto affidare al proprio ingegno e al proprio coraggio. Così Thomas si diresse a est e si avviò furtivamente lungo i primi pendii del grande deserto. Thomas aveva con sé una borraccia d'acqua e pensava di potersi nascondere sotto la sabbia per una giornata almeno. Al calar della notte si sarebbe potuto dirigere a nord e avrebbe potuto valicare in qualche modo le montagne: i Monti Desolati non erano né tanto alti né tanto larghi da non permettere il passaggio di un uomo agile, a piedi. Nel procedere lungo il pendio liscio e privo di nascondigli che lo allontanava dal passo e dal castello, Thomas imprecò di cuore contro la luna, troppo chiara per i suoi gusti. Ma dopo avere percorso poche centinaia di passi si fermò ad ascoltare. Gli pareva di avere udito giungere, dalla zona alle sue spalle, i rumori attutiti di una consistente squadra di armigeri, e gli sarebbe piaciuto sapere se si trattava semplicemente di una normale ronda o se quegli armigeri avessero visto o sospettato qualcosa. Thomas pensava che Sarah era chiusa nel castello. Se il nemico avesse avuto qualche motivo di collegarla al Popolo Libero, l'avrebbe costretta facilmente a riferire tutto ciò che sapeva. Ed era certamente colpa dello stesso Thomas se Sarah sapeva più del necessario. In realtà, lui e gli altri capi avrebbero dovuto mantenere una maggiore segretezza sui piani di guerra, isolarsi per gran parte del tempo dal resto dei loro uomini, comunicare loro soltanto le informazioni che dovevano conoscere assolutamente. Probabilmente, rifletté, esisteva qualche sistema per organizzare bene una rivoluzione. Instaurare una rigida struttura di comando e una disciplina ferrea: si trattava di necessità vitali e sarebbe stato necessario adottarle... se Ekuman avesse lasciato sopravvivere il Popolo Libero per il tempo neces-
sario a impararlo. Nel frattempo, se Thomas voleva sopravvivere, doveva continuare la sua ritirata. Dopo avere percorso poche decine di passi, si guardò alle spalle e vide che il nemico cominciava a uscire dalle rocce: alte figure spettrali, a cavallo, illuminate dalla luna. Thomas piegò la schiena e continuò ad avanzare lentamente. Nel lasciare le rocce, lo schieramento degli armigeri si aprì a ventaglio e prese a cavalcare lentamente nella sua direzione. Ovviamente, non l'avevano ancora visto, ma non davano neppure l'impressione di volersene tornare presto a casa. Benché l'avessero scelta a caso, la direzione in cui svolgevano la loro ricerca era fin troppo accurata. Thomas raccolse una pietra e la scagliò in direzione sud-est, ad angolo retto rispetto alla sua linea di ritirata. Gli armigeri udirono perfettamente il tonfo: Thomas vide che alcuni di essi si fermavano. Probabilmente, avrebbero pensato che era stato un animale, ma il rumore li avrebbe insospettiti. Infatti, dopo qualche istante si fermò tutta la squadra: una ventina di uomini. Thomas continuò ad allontanarsi da loro senza fare rumore. Poco più tardi, quando ripresero la perlustrazione, gli armigeri piegarono verso est. A quel punto, Thomas si sarebbe potuto stendere a terra per lasciarli passare, ma c'era il rischio che gli armigeri tornassero indietro, e lui non voleva trovarsi chiuso tra loro e la montagna. Perciò continuò a ritirarsi lungo la direzione seguita fino a quel momento, inoltrandosi un po' di più nel deserto e riprendendo a respirare. Thomas si stava già congratulando con se stesso, convinto che il lancio di quella pietra fosse stata la mossa giusta nel momento giusto, quando uno degli uccelli giunse in fretta sopra di lui e gli disse a bassa voce qualche parola di avvertimento. Il giovane si voltò, e quel che vide alla luce della luna lo costrinse a immobilizzarsi per la sorpresa. All'improvviso, si sentì troppo grosso, troppo visibile. Il lungo pendio, che un momento prima si stendeva libero e allettante nella distanza, adesso era divenuto una trappola pronta a scattare su di lui. Una vasta formazione a ventaglio, composta di cento o più cavalieri, stava calando su di lui dalla direzione del nord. La loro linea iniziava dalla parete delle montagne - che in quel punto scendeva a picco, impossibile a scalarsi - e s'inoltrava nel deserto, assai al di là di dove giungesse la vista di Thomas.
Ora, tutto era chiaro. La piccola squadra che lo aveva fatto uscire dalle rocce serviva solo a spingere nella rete la preda. Forse si trattava unicamente di un'esercitazione, ma la trappola era quanto mai reale. Lui era un uomo solo, e appiedato; probabilmente, gli armigeri non l'avevano ancora visto. Per un istante, entrambi gli uccelli si raccolsero sopra di lui, ma non parlarono: si limitarono a girare attorno a lui e poi si allontanarono. Del resto, non c'era niente da dire; avrebbero fatto il possibile per aiutarlo, e Thomas lo sapeva. Lo schieramento dei cavalieri era come una rete dalle maglie fittissime. Thomas aveva smesso da tempo di muoversi perché non aveva alcun posto dove andare. Se l'avessero preso vivo... ma lui conosceva troppe cose per poter correre quel rischio. Si sfilò dalla cintura un lungo coltello: l'unica arma che aveva con sé. Sarebbe stata una follia cercare di aprirsi la strada con la forza in mezzo alla fila dei nemici. Mentre il cerchio si stringeva, Thomas si limitò a schiacciarsi contro il terreno, facendosi piccolo piccolo, nascosto dietro l'ombra di un cespuglio. Con una mano prese della sabbia e si coprì le gambe che sporgevano dall'ombra. Non era granché, ma Thomas non poteva fare altro. A meno che gli uccelli non riuscissero a distrarre gli armigeri. La linea spettrale dei cavalieri si avvicinava a un passo che pareva non avere fretta, ma che copriva rapidamente il terreno. Nel punto più vicino a Thomas, il loro schieramento era talmente fitto che neppure un sorcio sarebbe potuto passare inosservato in mezzo a loro. Di momento in momento, la maledetta luna pareva farsi più chiara, e Thomas pensò che ormai dovevano averlo scorto: ora gli armigeri volevano semplicemente divertirsi con lui. Armato del solo coltello, Thomas non sarebbe stato neppure in grado di ucciderne uno. Rinunciò a coprirsi le gambe, e si limitò ad attendere, trattenendo il respiro. I cavalieri l'avevano quasi raggiunto. All'improvviso, l'armigero più vicino a Thomas si levò di scatto sulle staffe. Sull'elmetto gli era spuntata un'escrescenza mostruosa e alata, una macchia di oscurità che lo tirava e che cercava di sollevarlo, facendogli lanciare terribili grida di dolore e di paura. Anche il cavallo sgroppava in preda al panico, e quelli vicini s'impennavano, mentre i cavalieri cercavano a fatica di controllarli. «Uccelli!» La parola passò dall'uno all'altro, rapidamente, a bassa voce.
In qualche modo, l'uomo che era stato attaccato per primo riuscì a liberarsi dell'aggressore. La fila di cavalieri riprese ad avanzare. Ma a poca distanza ci fu un altro movimento, e poi un terzo. Adesso, entrambi gli uccelli erano passati all'attacco, e davano l'impressione che il loro numero fosse più alto. Correndo avanti e indietro lungo la fila, Strijeef e Punta di Penna diffusero il panico e la confusione, riuscirono a sbalzare di sella un armigero, qualcun altro ne ferirono col becco o con gli artigli e si affrettarono a battere in ritirata quando ne trovarono qualcuno pronto ad affrontarli con la spada o con la loro caratteristica corta lancia. Impossibile dire per quanto tempo Strijeef e Punta di Penna potessero continuare. Thomas si appiattì sulla pancia e si costrinse a uscire dall'ombra del cespuglio. Pareva incredibile, ma gli armigeri non lo videro. Tutti guardavano verso l'alto, per difendersi dall'attacco aereo. Tutti i cavalli ormai nitrivano e si impennavano: alcuni per il nervosismo, altri per un vero e proprio panico. Steso a terra, Thomas avanzò di poche spanne per volta, nascondendo la faccia contro la sabbia. Sopra di lui, un animale nitrì e lo sfiorò con gli zoccoli, ma anche se il cavallo lo vide, non lo vide il cavaliere. Ormai li aveva dietro le spalle quando udì il grido di trionfo di uno degli uomini, e nello stesso tempo un urlo che non aveva mai sentito in precedenza, né da uomo né da bestia. Ci fu un frullo d'ali e poi un battito rumoroso: Thomas non aveva mai sentito fare tanto chiasso da un appartenente al Popolo Silenzioso. Poi, quasi immediatamente, il deserto ridivenne muto. Thomas continuò a rimanere sdraiato a terra, senza muoversi, senza cercare di guardarsi attorno. A ogni respiro gli entrava in bocca la polvere del deserto. Le orecchie gli dicevano che i cavalieri avevano ripreso a muoversi e che si stavano allontanando da lui. Quando gli parve che i suoni fossero ormai distanti, si rizzò lentamente sui gomiti e sulle ginocchia e voltò la testa. I cavalieri erano a molte decine di passi di distanza e continuavano ad allontanarsi; non gli parve che qualcuno di essi portasse con sé un trofeo alato. Strisciando, cercò di esaminare l'area dove gli uccelli avevano lottato contro gli uomini, ma non trovò alcuna traccia del combattimento, neppure una piuma. Forse gli uccelli erano morti per lui, forse no. In qualsiasi caso, gli avevano salvato la vita. E ora, morti o feriti, si erano allontanati. Thomas s'inoltrò nel deserto finché non gli parve di avere messo una
sufficiente distanza tra sé e il nemico; a quel punto corse il rischio di alzarsi in piedi. Guardandosi alle spalle, vide che il cerchio degli armigeri aveva continuato a serrarsi e che ora il nemico, dopo essersi radunato, pareva suddividersi in piccole bande. Evidentemente, i cavalieri intendevano perlustrare ancora la pianura, ma era impossibile capire in che direzione intendessero muoversi. Per Thomas, dunque, la sola possibilià di salvezza stava nell'allontanarsi quanto più possibile da loro, nell'inoltrarsi nel deserto. E così si rassegnò a fare. Sarebbe ritornato a est non appena possibile, e forse avrebbe dovuto aspettare fino a notte per farlo. In qualsiasi caso, aveva la borraccia. All'alba stava ancora camminando; ormai il castello e il passo erano a varie leghe di distanza. I Monti Neri davanti a lui non sembravano più vicini. Pressoché brullo, il terreno che lo circondava si stendeva fino all'orizzonte formando una serie di basse alture ondulate; a perdita d'occhio non si vedeva traccia dell'uomo e delle sue opere. Con la luce del giorno, comunque, sarebbero apparsi i rettili. Ormai il passo era troppo lontano perché Thomas potesse scorgere i loro sciami che volavano attorno al castello, ma era sicuro che cominciassero a uscire proprio in quel momento. Presto avrebbe dovuto trovarsi un nascondiglio per il giorno. La rada vegetazione intorno a lui non forniva alcun rifugio promettente. Thomas decise di andare ancora avanti, alla ricerca di un cespuglio grande a sufficienza. Ora che si era fatto giorno, però, cominciò a notare uno strano particolare. La sabbia su cui camminava aveva una superficie dura, butterata, come se vi fosse piovuto poco tempo prima. Certo, rifletté il giovane. Il giorno precedente, lui e Rolf avevano visto una strana tempesta raggiungere quella parte del deserto. L'Oasi delle Due Pietre si trovava in quella zona, anche se Thomas non poteva vederla perché era coperta dalle alture. Proseguì, cercando un buon nascondiglio e osservando ansiosamente il cielo sempre più chiaro. Poi scorse un rettile, ma era sul terreno, ed era morto... e - come la sabbia bagnata dalla pioggia che lo circondava - era alquanto strano. Oltrepassata una bassa duna, se lo trovò davanti, nel cavo tra una duna e l'altra. Era ridotto a una forma contorta: aveva perso i colori grigi e verdi, era nero e gonfio. Il lato strano della cosa non stava nel fatto che fosse morto, giacché i ret-
tili, come tutti, avevano le loro malattie e i loro incidenti - e certo anche i loro nemici - bensì nel modo in cui era morto. Il corpo si era talmente gonfiato da spezzare la pelle scagliosa, ma quel che l'aveva fatto gonfiare non era la putrefazione: a dire il vero, pareva che la creatura fosse stata arrostita viva. Eppure sulla sabbia che lo circondava non si vedevano segni di fuoco o di grande calore, ma solo le deboli tracce della pioggia del giorno precedente. Attorno al corpo gonfio c'erano ancora un cinghia e una borsa: il rettile era uno dei corrieri di Ekuman. Con la punta del piede, Thomas rovesciò il corpo del rettile, grande come quello di un bambino. La borsa era nera e informe; quando la toccò, la stoffa carbonizzata si dissolse in minuscoli fiocchi. Ormai era fredda. Frugando con cautela all'interno, trovò quello che senza dubbio era in origine un messaggio scritto, ma la carta andò in polvere non appena la sfiorò. La borsa conteneva anche un altro oggetto, e questo non andò in polvere. Un cofanetto chiuso, di metallo pesante. Dalla forma, pareva contenere qualche gemma preziosa, ma era alquanto grosso: il doppio del pugno di Thomas. Il giovane lo osservò attentamente e infine si disse che non poteva essere un oggetto del Mondo Antico, perché la forma e le cerniere non mostravano l'incredibile precisione che caratterizzava i lavori in metallo degli antichi. Il cofanetto era annerito e ammaccato. Thomas non riuscì a leggere le scritte incise sulla sua superficie, ma soppesandolo nelle mani ne ricavò la netta impressione che contenesse una forte magia. Il nemico non si sarebbe certo servito di un rettile-corriere per trasportare un oggetto fabbricato da un ciarlatano. Il cofanetto, dunque, doveva essere esaminato da Loford. Thomas si affrettò a coprire di sabbia il rettile e la sua borsa vuota, per impedire ai suoi compagni di trovarlo. Ripreso il cammino, scosse fra le mani lo strano cofanetto e sentì che conteneva un oggetto pesante. Lo girò da tutte le parti e provò la naturale tentazione di aprirlo. Ma infine la cautela ebbe la meglio sulla curiosità e Thomas, senza aprirlo, s'infilò nello zaino il cofanetto. Quando tornò a guardare il cielo per assicurarsi dell'assenza di rettili, Thomas vide con piacere che il cielo si stava rannuvolando. Se quell'anno, nel deserto, la stagione delle piogge era particolarmente ricca, lui non poteva che rallegrarsene; le nubi l'avrebbero nascosto allo sguardo dei rettili.
Sotto questo aspetto, erano assai preferibili ai radi cespugli. Il sole si levò al di sopra dei Monti Neri, e Thomas vide che da quella parte l'intero orizzonte era sgombro, ma che sopra di lui, per circa mezza lega, continuava ad addensarsi una coltre di nubi. Le nubi divennero sempre più grigie e minacciose, e più diventavano buie e dense, più il giovane si rallegrava. Oltre a proteggerlo dall'osservazione aerea, una buona pioggia gli avrebbe permesso di rinnovare le sue scorte d'acqua. Thomas si sedette a terra per riposare. Le nubi non parevano intenzionate a muoversi in qualche particolare direzione, l'aria era priva di vento. In alto, sopra di lui, echeggiò il primo brontolio di tuono; le prime grosse gocce cominciarono a cadergli sulla testa. Thomas sporse la lingua per assaggiarle. Poi, in mezzo alle nubi, si accese per un attimo una luce violenta, presto seguita da un secondo rombo di tuono. L'atmosfera divenne carica di tensione, e proprio in quel momento si levò uno strillo acutissimo che fece immediatamente balzare in piedi Thomas. Il giovane si guardò attorno e vide giungere di corsa una ragazza, dalla stessa direzione da cui era giunto lui. La giovane donna distava meno di una cinquantina di passi da lui; indossava un semplice abito da contadina e portava uno dei larghi cappelli che la gente dell'Oasi metteva quando andava a lavorare nei campi. Mentre correva verso di lui, la ragazza gridava a Thomas con quanto fiato aveva in gola: «Oh, gettatela via! Gettatela via!» In qualche parte sepolta della sua mente, Thomas doveva già avere avuto dei sospetti, perché, nell'udire le parole della ragazza, non esitò un solo istante. Afferrò il magico cofanetto contenuto nello zaino e, con un solo movimento del braccio, lo scagliò lontano da sé, con tutta la forza. In quel momento l'aria divenne incandescente attorno a lui e uno schianto, talmente forte da superare ogni sua capacità uditiva, parve squassare il mondo. 6 LA TECNOLOGIA Camminando molto lentamente, Rolf fece un paio di volte il giro dell'Elefante, mantenendosi a rispettosa distanza e levando alta la torcia. A parte l'impressione che trasmetteva - di un enorme e misterioso potere - l'oggetto davanti a lui non assomigliava granché alla creatura ritratta nei
simboli. Era una losanga piatta, dalle curve regolari, alquanto bassa per una costruzione tanto pesante. Non si scorgeva il naso straordinariamente flessibile, né i denti sporgenti. Non c'era un vero e proprio muso, ma solo qualche sottile tubo metallico che spuntava in tutte le direzioni dalla gobba che aveva in cima. Quando si avvicinò maggiormente, Rolf vide che attorno a quella gobba, o testa, c'erano alcune minuscole zone coperte di vetro, come gli occhi finti di una statua mostruosa. L'Elefante non aveva gambe visibili, e questo lo faceva sembrare ancor più impressionante, perché portava a chiedersi come potesse dispiegare i suoi poteri. Inoltre, non aveva vere e proprie ruote, come per esempio i carri. Invece l'Elefante poggiava su due cinture chiuse, fatte di pesanti piastre metalliche borchiate, la cui parte alta, coperta da una sorta di scudo, si trovava al di sopra della testa di Rolf. Ai due lati, sul metallo opaco, era dipinta - con la caratteristica precisione del Mondo Antico - la nota figura dell'animale, grigia e possente, e qualche trucco dell'arte pittorica faceva capire all'osservatore che l'animale ritratto era gigantesco. Nel suo mostruoso naso prensile, la creatura del quadro brandiva una lancia aguzza, bianca e spezzata per l'intera lunghezza. Sotto le zampe, l'animale calpestava i simboli 426a DIVISIONE CORAZZATA, di cui Rolf non avrebbe saputo dire il significato, e neppure la lingua in cui erano scritti. Ora, trattenendo il respiro, s'azzardò ad allungare una mano e a toccare una delle cinture chiuse, un pezzo d'armatura troppo pesante per essere portato da un uomo e perfino, in battaglia, da un cavallo. Nel vedere che l'Elefante non si accorgeva di essere stato toccato, Rolf corse il rischio di appoggiare la mano sulla superficie liscia di uno dei suoi fianchi metallici. Poi fece un passo indietro e osservò anche il resto della caverna. Non c'era molto da vedere. Alcune aperture nelle pareti curve: fori troppo piccoli per permettere il passaggio di un uomo. Forse erano una sorta di camino: l'aria della caverna era perfettamente respirabile e non sapeva di chiuso. E c'erano le grandi porte incassate nel muro proprio davanti all'Elefante... se "davanti" era la direzione in cui puntavano i tubi che sporgevano dalla gobba più alta.
Le porte erano due piatte are di metallo, che parevano coprire un'apertura avente esattamente la dimensione necessaria per lasciar passare l'Elefante. I bordi delle porte non si chiudevano perfettamente, ma tra essi e la parete c'era una fessura verticale, un po' più larga ai piedi che in cima, come se le grandi lastre fossero state sforzate. Dalle aperture era filtrata una montagnola di sassolini e di polvere. Rolf si inginocchiò per esaminare la polvere. A quanto gli pareva di capire, il pavimento era al livello del fondo del canyon. Probabilmente, le porte erano state nascoste dalla stessa frana che aveva riempito di sassi il canalone. Chiuse per un momento gli occhi, per meglio valutare le distanze da lui percorse per arrivare alla caverna, e ne ebbe la conferma. Per liberare l'Elefante sarebbe bastato aprire quelle porte e portare via alcuni dei macigni, grandi come una capanna, che ostruivano il passaggio. La torcia si era ridotta a un mozzicone che gli bruciava le dita: Rolf lo usò per accenderne un'altra. L'aria della caverna non recava traccia dell'odore della torcia e il poco fumo continuava a innalzarsi gradualmente. Quel filo di fumo era troppo debole perché qualcuno, nel canyon, potesse vederlo uscire dall'ingresso esterno della caverna. Rolf tornò a girare attorno all'Elefante, facendo scorrere la mano sulla sua superficie e prestando molta attenzione ai particolari. Tornò a provare quello che aveva sentito quando aveva usato il cannocchiale di Thomas: nessuna sensazione di magia, ma solo quella di altri poteri che, in qualche modo, Rolf trovava più congeniali di quelli magici. In alto, su uno dei grandi fianchi corazzati, poco al di sopra dello scudo che proteggeva la parte alta del nastro chiuso, c'era una sottilissima linea circolare, che subito ricordò a Rolf una porta che combaciava in modo mirabile con il suo telaio. Osservando meglio, Rolf vide che dentro la superficie del cerchio c'era una rientranza e pensò che potesse contenere la maniglia da cui si apriva quella porta, ammesso che fosse davvero una porta. E, abbassando lo sguardo, vide quattro stretti scalini, inseriti nel metallo, che portavano dal pavimento al cerchio-porta. Il giovane trasse un profondo respiro, s'infilò la torcia fra i denti e cominciò a salire. La maniglia della porta si lasciò afferrare senza difficoltà. A denti stretti, Rolf mormorò un incantesimo protettivo - imparato nell'infanzia e in seguito pressoché dimenticato - e poi la tirò. Al primo strattone la maniglia non si mosse, e neppure al secondo. Poi,
quando si appese alla maniglia con tutto il suo peso, gli antichi meccanismi si spostarono all'improvviso, con un cigolio. La porta, incredibilmente spessa, ruotò sui cardini e si spalancò. Nello stesso momento, dall'interno dell'Elefante giunse uno scatto metallico e Rolf fu colpito da una luce vivissima, che rivaleggiava con i dorati raggi del sole. Il ragazzo aveva già perso l'equilibrio quando la porta si era spalancata. Ora abbandonò il fianco dell'Elefante e si lasciò cadere a terra, rinunciando anche alla torcia. Non ne aveva più bisogno, con tutta la luce che usciva dal fianco aperto dell'Elefante. Il bagliore dorato non era forte come la luce del sole, poté constatare ora, ma era fermo come il sole, senza fiamme, fumo, tremolìi. "Adesso apparirà Ardnih" pensò Rolf e si costrinse ad alzarsi. Aveva una certa idea dell'aspetto di un demone - o pensava di averla - ma non sapeva che aspetto poteva avere un "dio". Aspettò, ma non comparve alcuna creatura, di nessun tipo. L'Elefante rimaneva ostinatamente immobile. Il giovane pensò bene di interpretare la luce come un segno di favore e tornò ad arrampicarsi sugli scalini, soffermandosi a osservare con meraviglia il perfetto equilibrio della pesante porta da lui aperta. Poi infilò la testa nel passaggio e si fermò a guardare ciò che gli si parava dinanzi, perché le forme che scorgeva all'interno dell'Elefante erano stupefacentemente varie, e a tutta prima parevano incomprensibili. Simboli dipinti o incisi, tutti assolutamente sconosciuti a Rolf, parevano coprire gran parte delle superfici. Niente si muoveva, niente aveva apertamente un aspetto minaccioso. La luce ferma come quella del sole giungeva da stretti pannelli che brillavano come ferro portato all'incandescenza ma che non parevano irradiare calore. Rolf si sollevò gradualmente finché la parte bassa della porta non gli giunse alla vita e, lì giunto, si fermò ad ascoltare. Dall'interno dell'Elefante giungeva un basso rumore, simile allo sciacquio dell'acqua corrente o al fruscio del vento. E forse era proprio il vento, si disse, perché sentiva sulla faccia una debole corrente d'aria. Rimase seduto ancora per qualche tempo sulla soglia della porta, e continuò a esaminare lo strano ambiente che vedeva davanti a sé. In realtà, vide poi, l'interno dell'Elefante non era così grosso come sembrava. Al massimo, vi potevano entrare tre o quattro uomini, e sarebbero stati un po' alle strette, in mezzo a tutti gli strani oggetti che si trovavano laggiù. Ma ora Rolf capì da talune indicazioni che l'interno era fatto per acco-
gliere gli esseri umani. La porta aveva una maniglia robustissima, ma molto semplice, che poteva essere azionata solo da dentro. E gli stretti passaggi, sul pavimento metallico, erano coperti di una sostanza ruvida, perché il piede vi potesse fare presa. Inoltre, dagli strani oggetti fissi che conteneva, sporgevano quelle che sembravano impugnature, appositamente fatte per essere strette da dita umane. Presto Rolf oltrepassò la soglia e si trovò immerso nella luce senza calore, e continuò a meravigliarsi. Dal nuovo punto d'osservazione poteva distinguere altri particolari. Tre oggetti, che sulle prime l'avevano lasciato perplesso, risultarono essere delle sedie. Erano basse e tozze, e invece di essere rivolte l'una verso l'altra, erano poste fianco a fianco e guardavano nella direzione verso cui era rivolto l'Elefante, la direzione delle due grandi porte piatte. Fattosi sempre più ardito, Rolf si alzò cautamente in piedi - anche se non era molto alto, tra la sua testa e il soffitto non rimaneva molto spazio - e avanzò un passo alla volta, sfiorando con molta attenzione gli oggetti, fino a raggiungere la sedia centrale. La sedia aveva una spessa copertura di un materiale che in origine doveva essere molto comodo, ma che con il tempo era diventato secco e fragile. Non appena Rolf lo toccò, si staccarono dei frammenti; quando infine si azzardò a sedersi, dal sedile si alzò una nuvola di polvere. La polvere suscitò in Rolf un accesso di starnuti, ma presto venne portata via dalla misteriosa circolazione "sussurrante" d'aria all'interno dell'Elefante. Attorno ai tre sedili e davanti a essi erano disposti molti oggetti incomprensibili, fatti di metallo, vetro e altre sostanze di cui il giovane non conosceva il nome. Ad alcune delle impugnature potevano corrispondere armi o attrezzi; vari esperimenti, prima condotti con cautela e poi con forza sempre crescente, rivelarono a Rolf che nessuna di quelle impugnature si staccava per rivelare di essere il manico di semplici strumenti come quelli che lui conosceva. L'Elefante pareva accettare la presenza di Rolf come un grande e placido cavallo da tiro avrebbe accettato i giochi di un bambino; quando gli venne in mente il paragone, il giovane sorrise. Cominciava a provare uno strano senso di possesso. Tutte quelle meraviglie stavano diventando sue: già gli appartenevano più che a qualsiasi altro vivente. "Supponiamo che ci sia Thomas, al posto mio, o Loford" si disse. "Sup-
poniamo che ci sia uno degli astuti, potenti maghi del castello. Uno di loro oserebbe fare questo?" E Rolf sollevò una mano e, senza riflettere, sfiorò uno dei pannelli luminosi, da cui si irradiava soltanto un debolissimo tepore. Seduto sulla poltroncina centrale, notò che sopra ciascuna di esse era appesa una maschera. Le maschere avevano una cinghia, come per tenerle ferme sulla testa, e due pezzi circolari di vetro al posto degli occhi. Dal naso di ciascuna maschera usciva una proboscide di lunghezza ben più che elefantina, che poi si infilava in un foro della parete. Non appena Rolf la toccò, la maschera posta sopra il suo sedile scricchiolò sinistramente e la lunga proboscide si ruppe, sollevando una nube di polvere e di scaglie. Battendo gli occhi e cercando di togliersi la polvere dai capelli, il giovane si guardò attorno, con apprensione. Ma non successe niente. Perfino il debole mormorio pareva ridursi progressivamente al silenzio. Rolf esalò un lunghissimo sospiro e comprese che, almeno per il momento, non provava più alcun timore. Qualunque fosse il potere che dominava laggiù, aveva accettato la sua presenza. Continuò ad attendere. L'aria tranquilla pareva aspettare che succedesse qualcosa di importante. Il movimento dell'aria spazzava via anche la nuova polvere. Forse, la rottura di una maschera non dava alcun fastidio ad Ardnih, perché lui non era un demone. Ardnih era... qualcosa di più. Ammesso che esistesse. D'impulso, Rolf cominciò a parlare a voce alta, in tono conciliante. «Ardnih? Tu eri un dio del Mondo Antico, dove fu costruito questo Elefante. Non conosco incantesimi con cui evocarti. Ma, dato che non sei un demone, può darsi che non ci sia bisogno di incantesimi... non saprei.» S'interruppe. Dall'aria che sussurrava piano, gli parve giungere come un incoraggiamento: una sensazione che lo avvolse completamente. «Loford dice che tu hai finito per divenire il simbolo della libertà, e allora io... vorrei che tu mi usassi come tuo strumento. Qualcuno ha detto che il Vecchio, in un certo senso, era un Ardnih; allo stesso modo vorrei essere un Ardnih anch'io.» Per un momento, nella sua immaginazione, Rolf si vide come il guerriero della visione di Loford: montato sull'Elefante, armato del fulmine. E per un momento il sogno non gli apparve affatto ridicolo. Eppure, non ci fu alcuna voce a rispondergli, ma solo il brusio sempre più debole. Rolf si mosse sulla sedia: all'improvviso, capì di essere un bambino sciocco, che per gioco si metteva a parlare da solo. Tornò a starnutire perché il movimento aveva sollevato una nuova nuvo-
la di polvere. Basta. Sarebbe stato bello avere i poteri di un mago, ma era sciocco pretendere per gioco di averli, come un bambino. Lui non aveva alcun modo di comandare i demoni, e neppure gli dèi, qualunque cosa fossero. Decise di continuare il lavoro che Thomas gli aveva affidato. Riprese a esaminare gli oggetti davanti a lui, cercando di tirarli, di spingerli, di girarli delicatamente. Pensò che se nell'Elefante ci fosse stato qualche lato magico, lui non sarebbe stato in grado di utilizzarlo. Perciò doveva affrontarlo come avrebbe fatto un contadino posto di fronte a un nuovo e grosso attrezzo: tirare tutte le maniglie finché non si trova quella giusta... Poi, con un mormorio di sorpresa, ritrasse le mani dall'oggetto davanti a lui, che assomigliava a un tavolo di lavoro. Sul pannello era improvvisamente comparsa una serie di punti luminosi, tutti di forma regolare e posti alla medesima distanza tra loro, ma ciascuno di colore diverso. Accanto ai punti luminosi c'erano delle scritte, illuminate da dietro, in un alfabeto che Rolf non conosceva. La più grossa diceva: CONTROLLO SISTEMI. Dopo avere contemplato per qualche tempo lo spettacolo, ed essersi assicurato che non succedeva niente di più grave, Rolf trovò il coraggio di posare nuovamente la mano sull'ultimo comando da lui mosso e di abbassare la leva che in precedenza aveva sollevato. Obbedienti, le luci sul pannello si spensero. Pensando di avere capito, Rolf le accese e le spense varie volte, beandosi del nuovo potere che aveva scoperto. Il punto di luce in cima al pannello era di colore arancio chiaro. Anche una piccola leva su un lato del pannello, accanto alla mano destra di Rolf, si era illuminata di arancione. Il giovane la spinse, ed essa si mosse con uno scatto e rimase ferma nella nuova posizione. Sul pannello, sotto CONTROLLO SISTEMI, si accese una scritta in caratteri arancioni: INNESCO PILA NUCLEARE. E nello stesso momento l'Elefante emise un basso brontolio. Il rumore giungeva dalle più profonde viscere dell'Elefante. Si ripeté fino a divenire un gemito, come per un forte dolore all'intestino. Rolf, improvvisamente colto da tutte le sue vecchie paure, tese la mano verso la leva, per riportarla nella posizione iniziale. Ma non riuscì ad afferrarla, perché l'intera massa dell'Elefante sobbalzò sotto di lui. Poi, il gemito parve suddividersi in varie voci, come una gabbia di demoni tormentati e inferociti che si azzannassero tra loro. Rolf era paralizzato: aveva paura di fermarli, aveva paura di lasciarli continuare. Ma le voci, lentamente, trovarono una sorta di armonia nella loro collera, presero
a gridare più in fretta e infine si confusero in un unico, drammatico ruggito. PILA NUCLEARE ACCESA. Rolf provò il desiderio di balzare in piedi e di darsela a gambe, ma lo trattenne il timore di non poter uscire dalla caverna senza essere abbattuto da Ardnih. Si tenne stretto alla sua sedia che spargeva polvere e attese. Ma non venne colpito da alcun fulmine. Anzi, i tremolii dell'Elefante si spensero gradualmente. Il ruggito divenne più basso, più regolare, più sicuro. Rolf provò una sensazione inebriante: quella di ricevere in consegna uno smisurato potere. La sensazione si fuse con la fiducia in se stesso che stava lentamente ritornando in lui e la fece diventare più forte che mai. All'interno del pannello, la luce arancione vicino alla scritta PILA NUCLEARE ACCESA era sparita, ed era sparita anche la luce arancione della piccola leva. Il colore successivo, sul pannello, era il viola, ed era viola anche una piccola leva accanto alla mano sinistra di Rolf. Questa volta, mentre il suo dito schiacciava la leva, Rolf chiuse gli occhi e strinse i denti, aspettandosi il peggio. Poi, quando li riaprì, fu colto da un nuovo accesso di timor panico. Dal soffitto stava scendendo su di lui un grosso anello, che sembrava il collare di un gigante e che aveva più di un braccio di diametro. L'anello si fermò al livello dei suoi occhi, senza toccare Rolf. La sua superficie interna era levigata e luminosa, e vi si rincorrevano complesse figure di luce, un po' come doveva succedere - pensò il giovane - alla sfera di cristallo di un mago quando la visione non era del tutto perfetta. Ma presto la confusione si dileguò e Rolf notò che adesso, grazie a qualche misterioso potere, poteva vedere attraverso la superficie del vasto anello come se fosse stato una finestra. Era qualcosa di più impressionante dei tubi di Thomas per avvicinare gli oggetti lontani. Rolf era in grado di vedere senza alcuna difficoltà la caverna che lo circondava, le porte massicce davanti a lui, come se la massa dell'Elefante fosse divenuta trasparente, cristallina. Il viola era sparito. Sul pannello adesso brillava un puntino rosso, e c'era da manovrare una levetta illuminata dello stesso colore. ARMAMENTO NON OPERATIVO. Sull'anello visivo era comparso un paio di sottili linee rosse, che si incontravano ad angolo retto. Rolf schiacciò una seconda volta la levetta rossa, e un fiotto di quello che sembrava fuoco liquido schizzò debolmente da uno dei tubi che sporgevano dalla torretta dell'Elefante. Pareva che l'Ele-
fante avesse sputato una boccata di fiamma pura e che con quello sputo si fosse sporcato tutto il davanti. Solo una goccia di fiamma riuscì a raggiungere le porte: vi rimase appiccicata, scivolando verso il basso come una lacrima di fuoco, e lasciò sulla superficie della porta una scia nera. Per qualche tempo, Rolf non si mosse più, e osservò lo schizzo di fuoco spegnersi e annerirsi sulla porta e sulla robusta pelle di metallo dell'Elefante. Alla fine provò a far scattare nuovamente il comando che aveva fatto scaturire il fuoco, ma non ottenne alcuno schizzo. Diversamente da quelli che l'avevano preceduto, il punto rosso continuò a rimanere acceso, accanto ad ARMAMENTO NON OPERATIVO, anche se il giovane riusciva a far comparire e sparire a volontà, sull'anello visivo, le due sottili linee rosse incrociate. La prese come una tacita autorizzazione a passare al colore successivo, che era un bel celeste. Riuscì a fare in modo che il puntino celeste si spegnesse, e proseguì con gli altri colori, attivando un comando dopo l'altro. Diverse altre luci divennero rosse e rimasero accese. Alcuni comandi destarono nelle viscere dell'Elefante strani brontolii e scricchiolii ancor più strani. Altri comandi non produssero alcun risultato degno di nota, ma le luci corrispondenti si spensero. Quando finalmente si fu spento anche l'ultimo punto luminoso della serie, sparì anche la scritta CONTROLLO SISTEMI. E ora, per la prima volta, anche le due grosse manopole davanti a Rolf s'illuminarono e assunsero un color verde intenso. Le manopole, robuste come l'impugnatura di un aratro, stavano ai due lati del suo sedile. Rolf aveva già cercato di azionarle in precedenza, ma non era riuscito a spostarle. Ora fece una seconda prova. Alla prima debole pressione sulle maniglie, tornò a levarsi il ruggito proveniente dal basso, che nel frattempo si era progressivamente ridotto a un leggero brusio. Rolf esitò, attese, e poi irrigidì le braccia, spingendo decisamente le maniglie. Con un nuovo ruggito, l'Elefante scattò avanti. All'improvviso, Rolf vide avvicinarsi a lui le due porte metalliche. Sorpreso, il ragazzo tirò indietro entrambe le leve. La sua grande cavalcatura s'impennò, con un rumore di piastre metalliche che cercavano di artigliare il pavimento, e poi si lanciò in direzione inversa. In un attimo, l'Elefante prese velocità. Ora, la parete posteriore della caverna era troppo vicina. Anche questa volta, Rolf reagì con eccessiva foga, spingendo le leve con forza. Questa volta, però, tradito dalla fretta, le spinse in modo disuguale: più
la destra che la sinistra. L'Elefante, nell'avanzare, girò verso sinistra. Con la spalla destra urtò contro la porta, mentre Rolf, che cercava di vincere il panico, invertiva i due comandi manuali. Poi pensò che qualsiasi bambino era capace di usare un paio di redini. Bastava far capire alla propria cavalcatura chi fosse il padrone. Questo familiare ordine di pensieri lo aiutò a riprendere la padronanza di sé; una volta riacquistata la calma, trovò che il controllo dell'Elefante era facile. Attentamente, sempre più pratico di momento in momento, continuò a spingere avanti e indietro la sua grande cavalcatura. Non sembrava esserci abbastanza spazio per un giro completo, ma cominciò a girare a sinistra e poi tornò indietro, e provò a fare la stessa cosa dall'altra parte. Infine riuscì a riportare l'Elefante in una posizione poco diversa da quella d'origine, immobile e animato da un leggero fremito. Solo allora osò staccare le mani dai comandi, per asciugarsi il sudore dalla fronte. Annuì tra sé e sé: "Per oggi, basta". Probabilmente, aveva già sfruttato troppo la sua fortuna. Adesso doveva trovare il modo di rimettere a dormire l'Elefante. Seguendo quello che gli sembrava il sistema più ragionevole, Rolf riportò i comandi alla loro posizione originale, in ordine inverso rispetto a quello da lui seguito per svegliare l'Elefante. Il sistema funzionò. Sul pannello riapparvero i punti colorati, dal basso in alto. L'anello visivo si spense, divenne opaco, tornò a innalzarsi verso il soffitto. E presto anche il ruggito si spense e tutti i caratteri e i punti luminosi del CONTROLLO SISTEMI svanirono dietro il vetro scuro. Lentamente, tremando per una tensione di cui non s'era accorto fino a quel momento, Rolf uscì dal foro praticato sul fianco dell'Elefante. Dapprima lasciò aperta la porta, perché illuminasse l'interno della caverna, e scese sul pavimento di pietra per contemplare con meraviglia la grande sala. "Sì" pensò "è realmente accaduto." Si scorgeva una fresca frattura nella roccia dove la spalla dell'Elefante aveva urtato lo stipite dell'enorme porta; c'erano dei punti anneriti sulla porta e sullo stesso Elefante, dove era caduto lo schizzo di fuoco; forse, si disse Rolf, con il passare degli anni i fulmini dell'Elefante si erano indeboliti. Ma, anche se così era, la cosa non aveva eccessiva importanza. La dimensione, la potenza, l'invulnerabilità metallica dell'Elefante parevano sufficienti a fargli vincere qualsiasi battaglia. Con l'occhio dell'immaginazione, Rolf vide se stesso abbattere le mura del castello, salvare Sarah. Ma ora doveva riposare, prepararsi per la notte,
in attesa dell'arrivo degli uccelli e forse di qualche compagno venuto ad aiutarlo. Accese una torcia e salì nuovamente sul fianco dell'Elefante, per chiudere la porta massiccia: quando i battenti si furono riaccostati, la luce si spense. Poi, con la torcia tra i denti, si arrampicò sulla fune, già certo che Loford, Thomas e tutti gli altri non avrebbero creduto alla sua narrazione. La galleria era illuminata dal sole del primo pomeriggio. Aprì lo zaino e mangiò parte del cibo di scorta. Notò che nella borraccia rimaneva solo un sorso d'acqua. Probabilmente gli uccelli gliene avrebbero portato dell'altra al calar della notte. Rolf era sicuro che entro poche ore sarebbero ritornati a prenderlo. Dopo tante emozioni, Rolf si addormentò con la schiena appoggiata alla parete di roccia, e si svegliò solo quando all'esterno si stavano addensando le prime ombre. Bevve l'ultimo sorso d'acqua rimasto nella borraccia e si preparò ad attendere l'arrivo degli uccelli. Il buio si addensò, e Rolf cominciò a chiedersi perché tardassero, ma gli uccelli non comparvero. Il giovane si sedette sull'imboccatura della caverna e osservò la fetta di cielo che si vedeva da quella posizione, fissando le stelle. "Non appena quella stella azzurra e luminosa avrà oltrepassato la guglia" si disse "sarà trascorso un tempo sufficiente. A quel punto, saprò con certezza che c'è stato qualche contrattempo. Ma sono certo che arriveranno prima di allora. Da un momento all'altro, ormai..." La stella azzurra seguì il proprio corso nel cielo e svanì. Con un certa soddisfazione per essere costretto ad agire, Rolf si alzò e si morse il labbro. "Va bene" si disse. "Deve essere successo qualcosa." Doveva lasciare la caverna e tornare alla palude per ricongiungersi con gli amici. Non solo aveva terminato l'acqua, ma le informazioni da lui raccolte erano troppo importanti: non potevano attendere. Nell'oscurità che si stendeva all'esterno della caverna pareva muoversi solo il vento della notte. Rolf agganciò la corda al suo piolo sul pavimento, s'infilò sulle spalle lo zaino e poi iniziò a scendere. Invece di calare la corda fino in fondo, se l'era avvolta attorno al torace e ora la srotolava a mano a mano che scendeva. Adesso, guardando le rocce sotto di lui, illuminate dalla luna, si disse che doveva essere stato un pazzo o un grande eroe, per lanciarsi nel salto che lo aveva portato alla caverna. Alla fine sentì la terra sotto i piedi. Era il momento giusto perché il nemico, che aveva atteso pazientemente fino ad allora, lasciasse il nascondi-
glio e si precipitasse contro di lui... ma non ci fu alcun movimento. I nemici non avevano alcun sospetto della sua presenza. Dopo vari tentativi riuscì a sganciare la corda dal suo ancoraggio nella caverna; ne fece una matassa e la infilò nello zaino. Poi iniziò il viaggio di ritorno che doveva riportarlo alle paludi. Uscì con molta attenzione dalle rocce del canyon e si trovò sul versante occidentale dei monti, poco al di sopra del fiume. Da quel punto, poi, si diresse a nord, per allontanarsi dal passo e dal castello. Dopo avere percorso solo un centinaio di metri sulla riva sabbiosa, pensò che fosse meglio seppellire lo zaino sotto la sabbia. Se l'avessero catturato e gli avessero trovato quel genere di equipaggiamento, avrebbero capito dove era stato; inoltre, senza zaino, avrebbe fatto più in fretta. Quando ebbe sepolto lo zaino, proseguì lungo la riva est del Dolles, aspettandosi a ogni istante di essere salutato dal richiamo di uno degli uccelli. Evitò tutti i punti dove lui e Thomas, nel viaggio che li aveva portati al passo, avevano visto gli armigeri. Dopo una mezz'ora di cammino, si avvicinò ancor di più all'acqua. Sapeva che laggiù c'era un guado: si accinse ad attraversarlo senza togliersi i vestiti. Aveva appena messo piede sulla riva opposta, quando gli armigeri del castello uscirono dai loro nascondigli per afferrarlo. Rolf si voltò immediatamente, con l'intenzione di fuggire, ma qualcosa di duro e di pesante lo colpì su un lato della testa. Cadde a faccia in giù, sul fango della riva. Come da una nebbia, gli giunse la voce degli armigeri. «L'hai sistemato proprio bene.» Una breve risata. «Sarà riuscito ad arrivare alle barche? Guarda se ha qualche oggetto rubato.» Due mani lo voltarono su se stesso e presero a frugarlo. «Cosa ne facciamo, lo impicchiamo a un albero? In questo punto del fiume non abbiamo mai impiccato un ladro.» «No, al castello hanno bisogno di braccia. Questo è abbastanza robusto: dovrebbero riuscire a utilizzarlo. Se non gli hai scombussolato eccessivamente il cervello.» 7 LE DUE PIETRE
Thomas, ancora accecato dalle immagini luminose che gli ballavano davanti agli occhi, ancora assordato dal tuono, sollevò la testa e cercò di riprendere i sensi. Era steso sulla sabbia del deserto, nel punto dove era caduto - o era stato scagliato - un attimo prima. Pioveva forte. Si passò una mano sugli occhi, per vedere meglio. A poca distanza da lui era inginocchiata la ragazza dall'ampio cappello. Lo stava osservando. «Non siete morto» diceva la ragazza. «Sono contenta. Non siete uno di loro, vero? Oh, no, non lo siete di certo. Mi spiace.» «Certo che non lo sono.» Se soltanto fosse stata un po' meno bagnata, pensò, quella ragazza sarebbe stata davvero carina. Notò che non portava anelli matrimoniali alle dita. «Perché mi hai voluto avvertire?» le chiese. «Come sapevi che stava per cadere il fulmine?» La ragazza aveva distolto lo sguardo da lui e si stava osservando attorno, come se cercasse un oggetto perduto. «Visto che vi ho salvato la vita» disse a Thomas «mi aiuterete, adesso? Devo assolutamente trovarla.» «La cosa che era contenuta nel cofanetto, eh?» «Sì. Dov'è finita?» «Se fosse mia, non vorrei più averci niente a che fare.» «Oh, ma io devo...» Si alzò in piedi, continuando a guardarsi attorno. «Mi chiamo Thomas.» «Oh... Io mi chiano Olanthe.» «Sei dell'Oasi? Vedo che hai uno dei loro cappelli.» «Io... sì. Mi aiutate a trovare la Pietra?» Solo allora si accorse di avergli involontariamente fornito un'altra informazione. «La Pietra, eh?» Gli venne in mente un particolare. «L'Oasi delle Due Pietre; suppongo che il nome significhi qualcosa. La Pietra che cerchi è una di esse? Mi piacerebbe conoscere la cosa che per poco non mi ha ucciso.» La pioggia stava quasi per finire. Olanthe si allontanò da lui, continuando a osservare in basso e girando in cerchi sempre più grandi sulla sabbia. «Olanthe? Ho il diritto di essere curioso, non ti pare? Io non voglio fare del male alla vostra Oasi. Anch'io ero un contadino, una volta. Spiegami come sei riuscita a sfuggire alle guardie.»
«Eravate un contadino? Perché, adesso che cosa siete?» «Adesso combatto.» Lei lo guardò, come per capire se dicesse la verità. «Ho sentito dire che i veri combattenti sono nelle paludi.» «E io voglio ringraziarti di avermi avvertito. Però, avresti potuto avvertirmi prima, non credi?» La ragazza distolse lo sguardo e lo posò distrattamente sulle dune e sugli arbusti. «Vi ho visto» spiegò Olanthe «quando avete trovato il rettile morto. Ma all'inizio ho temuto che foste unicamente un volgare bandito.» «Questa tua Pietra attira in qualche modo il fulmine e ha ucciso il rettile. Tu mi hai seguito, aspettando che il fulmine cadesse di nuovo, per recuperare la Pietra dal mio cadavere. E poi non l'hai fatto.» «Non vi conoscevo, avevo paura» rispose lei, piano. «Vi prego, aiutatemi a trovarla, è molto importante.» «Capisco. Senti, non devi avere paura di me, ragazza, se quel che dici è vero. Tieni pure la tua Pietra. Noi delle paludi non abbiamo bisogno della sua pioggia.» Ormai la pioggia era quasi cessata; Thomas osservò il cielo, dove, in mezzo alla massa di nubi, apparivano già squarci e macchie d'azzurro. «Visto che i rettili piacciono poco anche a te» continuò «faresti meglio a ripararti sotto uno dei quei cespugli, come conto di fare io.» «Prima, devo trovare la Pietra! Non può essere lontana.» «D'accordo. Ci rinuncio. Ma, se ti vedranno correre qui attorno, vedranno anche me. Il fulmine ha colpito direttamente la Pietra? Potresti spiegarmi qualcosa, mentre la cerchiamo.» Entrambi si misero a scrutare attentamente le dune del deserto, con gli occhi chini a terra. Muovendosi in cerchio, si allontanavano e poi tornavano a ricongiungersi. Olanthe spiegò in fretta: «Il fulmine colpisce sempre in pieno la Pietra, sì, e a volte la scaglia molti metri lontano. Caduto il fulmine, la pioggia cessa.» Dopo un istante, aggiunse una sorta di avvertimento: «Capite, chi ha creato la Pietra l'ha voluta proteggere dall'avidità dei singoli individui. Solo quando passa di mano in mano riesce a svolgere il suo compito di evocare una tempesta con lampi e tuoni.» Mentre la ragazza gli parlava della Pietra, a Thomas parve di scorgere qualcosa. Se si trattava davvero della Pietra nel suo cofanetto, non sarebbe
stato facile recuperarla. Un istante più tardi, anche Olanthe seguì la direzione del suo sguardo e raggiunse Thomas. «Oh!» disse, quando la vide. Il cofanetto di metallo annerito era semisommerso sotto la superficie piatta e luccicante di una pozza d'acqua, larga una decina di braccia, che si stendeva in una piccola depressione fra le dune. «Una fata morgana!» Thomas annuì. «E la più grossa che ho visto.» Non potevano esserci dubbi sulla natura di quel che vedevano: la ragione diceva che una simile distesa d'acqua, nel bel mezzo del deserto, era del tutto impossibile. Di per sé, l'illusione creata dalla pianta carnivora era perfetta. La luce del sole si rifletteva sulla superficie apparente del laghetto (la pioggia, che adesso era cessata, avrebbe però rivelato l'illusione, perché l'avrebbe attraversata senza disturbarla, e così avrebbe mostrato che il laghetto non conteneva acqua). Attorno all'illusorio laghetto vivevano piccole piante verdi sufficientemente vere, queste - alimentate dall'acqua distribuita loro dalla pianta carnivora semi-intelligente che si nascondeva nel fondo. Il travestimento dava un aspetto di freschezza al laghetto, che in realtà era solo la superficie di separazione tra due strati d'aria aventi temperature diverse. E, al pari della vera acqua, quella superficie tremolava leggermente sotto il soffio del vento. Thomas sapeva che se ci si accostava per bere e si giungeva a un braccio o poco più dalla superficie, l'illusione spariva. A quel punto, l'uomo o l'animale facevano un balzo indietro, ma, una volta giunta a un braccio di distanza, nessuna creatura vivente era in grado di saltare in modo così veloce da salvarsi. Aggrottando la fronte, Thomas scrutò il cielo, dove le nubi si stavano ancora disperdendo, invece di radunarsi come il giovane avrebbe supposto. «Non mi hai detto che c'era una nuova tempesta, ogni volta che la Pietra cambiava proprietario, e che un fulmine colpiva la Pietra stessa? Se è come mi hai detto, basta aspettare, e la nostra fata morgana verrà carbonizzata.» Si erano fermati a una decina di metri dal miraggio. Olanthe scosse la testa. «La tempesta» spiegò «si ha solo quando la Pietra passa a un altro essere umano o a una creatura che, come i rettili, è capace di parlare.» La Pietra era a poca distanza dalla riva del falso laghetto, appena sotto la
superficie. Pareva facilissimo fare un passo avanti e raccoglierla. Dallo zaino, Thomas prese una matassa di corda e fece un nodo scorsoio; poi cercò di scagliarlo attorno al cofanetto. Il cappio attraversò senza alcun rumore la superficie dell'"acqua" e poi, all'improvviso, venne afferrato da qualcosa che fece tendere la corda. Thomas piantò i calcagni nella sabbia; Olanthe accorse ad aiutarlo con la sua esile forza muscolare, ma presto si videro trascinare verso il laghetto e dovettero lasciare la presa. Dall'esterno della zona di pericolo, i due guardarono affascinati la corda sparire nel laghetto come se si fosse trattato di un serpente. Ma, evidentemente, la fata morgana non dovette trovare di suo gusto la corda: pochi istanti più tardi, la pianta tornò a sputarla fuori, sotto forma di un gomitolo e alquanto malconcia. Finì a una decina di metri di distanza. Olanthe suggerì di coprire di sabbia o di sassi la pianta carnivora. Ma la sabbia venne ricacciata indietro molto più rapidamente di quanto non riuscissero a versarla da una distanza di sicurezza. E non c'erano a disposizione pietre. «Se solo sputasse via la tua Pietra, come fa con la sabbia e con la corda» brontolò Thomas. «Ma no, deve avere un particolare gusto per la magia.» Ora che aveva trovato la Pietra, il compito di recuperarla non pareva preoccupare eccessivamente Olanthe. La ragazza disse: «Allora, uno di noi cercherà di distrarre la creatura, mentre l'altro farà una corsa e afferrerà la Pietra.» «E la cosa ti sembra facile? O sei stanca di vivere?» «La Pietra è la vita della gente dell'Oasi» disse lei, guardandolo con superiorità. «Comunque, sarò io a espormi al pericolo, per creare la distrazione. La Pietra è mia; il rischio maggiore spetta a me. E il vostro piano di prenderla al laccio non ha funzionato.» L'ultima accusa era inconfutabile, ma Thomas non capì come si collegasse logicamente al nuovo piano. Prima di riuscire a capirlo, comunque, si trovò a chiedere insistentemente di essere lui a creare la distrazione, anche se, a dire il vero, entrambi i ruoli parevano pericolosi allo stesso modo. Che non fosse tutto un trucco della ragazza, per fargli assumere la parte che gli aveva assegnato fin dall'inizio? Tutto qui, puro e semplice? Dopo avere discusso il piano, Thomas e Olanthe si separarono, poi si accostarono al laghetto, in apparenza tanto innocente, da lati diametralmente opposti. A un segnale convenuto, Thomas corse avanti, urlando a squarciagola.
In una mano teneva il coltello, nell'altra la matassa di corda sputata via dalla pianta, che lui aveva parzialmente svolta. Si fermò all'ultimo istante, e si gettò a quattro zampe sulla sabbia. Poi allungò il braccio e colpì con la corda la superficie del miraggio. Gli parve che il trucco potesse funzionare, perché la creatura sotto di lui afferrò nuovamente la corda che aveva già scartato una volta. Olanthe fu molto svelta, e scattò al momento giusto. Purtroppo, però, si lasciò sfuggire di mano la Pietra mentre la stava sollevando, e fu costretta ad afferrarla una seconda volta. Guardando dal lato opposto della depressione, Thomas vide per la prima volta i tentacoli mortali della pianta quando scattarono al di sopra della superficie dell'illusione e si avvolsero con straordinaria rapidità attorno al corpo della giovane. Thomas lanciò un urlo. Fece il giro del laghetto e si gettò nella lotta, sferrando colpi di coltello. Solo quando si trovò avvolto in modo inestricabile si accorse che, incredibilmente, i lacci mortali non erano riusciti a trattenere la ragazza, che si stava allontanando senza danni. Ma non ebbe il tempo di chiedersi come avesse fatto, perché la sua situazione era molto più grave. La pianta lo aveva afferrato per la vita e per la testa. Thomas riuscì a tagliare uno dei tentacoli resistenti ed elastici, ma venne circondato da altri due, con le ventose assetate di sangue. Uno gli si avvolse attorno al braccio destro, in cui teneva il coltello. Non poteva muovere la mano sinistra, bloccata dietro la schiena. Thomas era disteso sulla sabbia e solo i suoi piedi, disperatamente ancorati al suolo, gli impedivano di farsi trascinare verso la morte. La superficie apparente del miraggio, simile ad acqua, era del tutto svanita, perché la pianta carnivora dedicava tutte le energie a trascinare la preda ostinata. Quando, per resistere alla trazione dei tentacoli, fu costretto a rialzarsi, Thomas vide l'intera cavità: dove l'illusione aveva solo mostrato un fondo sabbioso, si scorgevano ora il nido di bocche frementi e i mucchi di ossa di animali spolpate. Thomas gridò qualche parola. Vide che la ragazza, con un'aria di profonda preoccupazione, tuffava la mano nel proprio zaino. Quando la trasse fuori, conteneva un oggetto grigio, ovale; glielo porse. «Prendete questo!» Per prendere in mano l'oggetto che la ragazza gli cacciava fra le dita, Thomas dovette lasciare il coltello, ormai inutile. L'oggetto era duro e pe-
sante; prima di chiedersi come dovesse usarlo, il giovane si accorse che i tentacoli della fata morgana non lo stringevano più. Era come se sulla sua pelle e sui suoi vestiti fosse improvvisamente comparsa una patina d'olio o di ghiaccio. In un istante riuscì a liberarsi e ad allontanarsi di molti metri. Cadde sulla sabbia e continuò ad ansimare mentre i tentacoli, frustrati nella loro ricerca, ondeggiavano sconsolati e poi si ritraevano. Olanthe, con la Pietra del Tuono ancora chiusa nel cofanetto ammaccato sotto il braccio, s'inginocchiò accanto a lui. Tese la mano per farsi dare la Pietra grigia che era ancora in mano a Thomas, ma il giovane, invece di riconsegnargliela, l'afferrò per il polso. «Un momento, ragazza. Tira fuori un'altra Pietra e distruggimi, se vuoi, ma prima voglio alcune spiegazioni.» Ma poi, quando vide che la ragazza non rispondeva e si limitava in silenzio a cercare di liberarsi, la lasciò andare. A quel punto, Olanthe si sedette sulla sabbia, accanto a lui, e disse, in tono di scusa: «Io... non ho altre Pietre. Non ce ne sono altre.» «Ah. È già qualcosa. Mi sento meglio. Se fosse l'Oasi delle Dodici Pietre, non saprei cosa...» S'interruppe e scrutò il cielo. «Il sole» disse «si sta di nuovo oscurando. Suppongo che tra poco dovremo aspettarci un altro fulmine.» Lei, con aria infastidita, agitò la mano sottile. «Sì, certo» rispose «dato che la Pietra del Tuono è passata nuovamente di mano quando è tornata a me. Ma non c'è nessun pericolo. La lascerò qui sulla sabbia: noi ci allontaneremo un poco e aspetteremo. Poi, dopo che sarà stata colpita, potrò portarla via tranquillamente.» «Posso suggerirti di lasciarla a una buona distanza dalla fata morgana? In questo modo, non dovremo più... eh? E visto che non abbiamo niente da fare mentre aspettiamo che finisca la pioggia, potresti spiegarmi le virtù della seconda Pietra?» Le nubi si stavano rapidamente addensando. Thomas e Olanthe, con i vestiti ancora bagnati dalla pioggia di poco prima, lasciarono la Pietra del Tuono in una piccola cavità tra le dune e si allontanarono di varie decine di passi, per poi sedere sotto il riparo, alquanto scarso, di un arbusto del deserto. Olanthe disse d'un fiato: «Non volevo farvi conoscere la Pietra della Libertà. Se fossi stata sola, mi sarei semplicemente diretta verso la fata mor-
gana e avrei ripreso il cofanetto.» «Certo. Adesso lo capisco.» «Mi spiace. Quelle ventose, non vi hanno mica succhiato il sangue? No? Bene. Comunque, adesso conoscete i nostri segreti, e io devo fidarmi di voi. All'Oasi ci occorre aiuto. Gli invasori sono... non riusciamo più a sopportarli.» «E chi li sopporta? Può darsi che tra noi ci si possa aiutare.» Cominciò a piovere. Thomas rifletté per qualche tempo, poi disse: «Parlami delle Pietre.» L'origine delle due Pietre, spiegò Olanthe, si perdeva nel più lontano passato. Fin dall'inizio della storia dell'Oasi, i suoi contadini le possedevano entrambe. La gente dell'Oasi era sempre vissuta in armonia, lieta del proprio isolamento dal resto del mondo, anche se aveva sempre accolto in modo amichevole i visitatori e i viaggiatori esausti giunti dal deserto. Il segreto delle due Pietre non era mai uscito dall'Oasi. Il terreno del deserto era ricco, e gli mancava solo l'acqua. E quando i campi dell'Oasi avevano bisogno di pioggia, colui che in quel momento possedeva la Pietra del Tuono la dava al proprio vicino. In questo modo, la pioggia corrispondeva esattamente alle necessità della terra ed erano sconosciute sia la siccità, sia l'alluvione. L'altro talismano, chiamato Pietra della Libertà o Pietra del Prigioniero, veniva tenuto nascosto e solo gli anziani dell'Oasi ne conoscevano l'esistenza. Non rivestiva molto interesse agli occhi delle persone oneste, finché la libertà regnava sulla regione. Poi gli orrendi invasori erano giunti dall'Est, ed erano troppo forti perché si potesse opporre loro resistenza. Gli anziani dell'Oasi, in qualche modo, erano riusciti a mantenere il segreto su entrambe le Pietre. «Ahimè, fu il mio stesso padre a rompere il patto di segretezza. Oh, non lo fece per aiutare gli invasori; anzi, proprio il contrario.» Dopo avere così parlato, Olanthe s'interruppe per un istante, abbassando gli occhi, mentre la pioggia prendeva a scenderle dal largo cappello. «Che cosa successe?» chiese Thomas, togliendosi la pioggia dalla fronte. Stava diventando un deserto molto umido. Pensò con piacere alla prospettiva che una certa pianta della fata morgana potesse essere la prima della sua specie a morire affogata. Olanthe si era appoggiata le mani sulle ginocchia e le guardava fissamente. «Il comandante della guarnigione...» disse. «Ecco, lui voleva...»
«Qualcosa che ti riguardava.» «Sì, voleva me.» Annuì e tornò a sollevare la testa. «Ma io non volevo, e lui ha fatto delle minacce...» Rimase in silenzio finché Thomas non le prese la mano. «Allora...» Dovette schiarirsi la gola e ripetere la parola. «Allora, mio padre... per caso era lui, in quel momento, ad avere la Pietra del Tuono. La disseppellì dal nascondiglio...» A una cinquantina di passi da loro, il fulmine colpì la Pietra. Anche se se lo aspettava, Thomas sobbalzò e si sentì fremere i denti e le ossa. «Fingendo di volersi guadagnare i suoi favori, la portò al comandante della guarnigione. Mio padre finse di essere compiaciuto che quel maiale avesse posato gli occhi su di me. Gli disse che la Pietra era legata alla pioggia che cadeva sull'Oasi, ma naturalmente si guardò bene dall'accennare al fulmine. «Si trovavano nel quartiere degli invasori, in quello che in precedenza era un parco. Più tardi, mio padre mi raccontò che sentiva il fulmine sulla loro testa, mentre erano lì fermi a chiacchierare, e che lui sorrideva al suo nemico, l'uomo che voleva... Poi il comandante si allontanò con la Pietra del Tuono sotto il braccio, attraverso la piazza d'armi, diretto verso la propria abitazione. Non finì mai il percorso.» Thomas annuì, stringendole leggermente la mano. La ragazza proseguì: «L'indomani, un armigero raccolse da terra la Pietra e la portò a colui che era in precedenza il vice comandante, e che adesso aveva il comando. «Capirono che si trattava di un oggetto magico, ma non capirono altro. Prima che sulle loro teste si potesse formare una nuova tempesta, infilarono la Pietra del Tuono nella borsa di un rettile corriere e la inviarono ai maghi del castello. «Noi ce ne accorgemmo perché vedemmo che la tempesta, nell'addensarsi, seguiva il volo del rettile, sul deserto. Sapevamo che la tempesta l'avrebbe raggiunto prima che arrivasse al castello, e qualcuno doveva inoltrarsi nel deserto per recuperare le Pietra, prima che cadesse nuovamente in mano a degli estranei o a dei nemici. «Senza la Pietra, l'Oasi finirebbe per mancanza d'acqua.» «E tu, come sei stata scelta?» «Una ragazza può cercare bene quanto un uomo. E altri nemici... altri nemici mi si metteranno alle costole, ora che il vecchio comandante è morto. E mio padre potrebbe ripetere il gioco... con il rischio di distruggerci tutti.
«Gli anziani hanno accettato di mandarmi e mi hanno affidato la Pietra della Libertà, che abbatte ogni barriera e scioglie ogni legame. Adesso, in qualche modo devo riportare all'Oasi la Pietra del Tuono e poi... non so che cosa farò.» «Capisco» disse Thomas. Cambiò posizione, dentro i vestiti fradici. La pioggia stava di nuovo cessando. La Pietra del Tuono non si era spostata molto, quando era stata colpita dall'ultimo fulmine: il giovane la vedeva, un piccolo grumo nero sullo sfondo della sabbia. Porse a Olanthe la Pietra della Libertà. «Le Pietre sono tue» disse. «Ma spiegami, a che cosa servono... a che cosa serve la vita stessa... al tuo popolo, se gli invasori sono sulla nostra terra? Olanthe prese la Pietra.» «Che cosa possiamo fare?» chiese. «Che cosa volete dire? Se non riporterò all'Oasi la Pietra, moriremo tutti.» «Per qualche giorno, l'Oasi può farne a meno. E ricorda questo: finché è qui, il nemico può trovarla, capire che cos'è, servirsene per dominarvi ancor di più.» Olanthe chiese di nuovo, in tono implorante: «Che cosa possiamo fare?» Thomas sorrise. Si alzò in piedi, mentre il sole usciva di nuovo dalle nuvole. «Qualche suggerimento potrei darvelo io stesso. E conosco persone capaci di darne altri. Accompagnami nelle paludi!» 8 CHUP Benché stordito dal colpo alla testa, Rolf capì che i soldati lo ritenevano soltanto un ladro, che aveva cercato di salire a bordo di uno dei barconi del fiume. Non gli fecero domande e lui non disse parola. Con i piedi incatenati tra loro e le mani dolorosamente legate dietro la schiena, fu condotto in un posto di comando nascosto tra gli alberi, sulla riva del fiume. La testa gli doleva: si limitò a sedere sul terreno e a non pensare a niente. C'erano troppi armigeri perché avesse qualche speranza di liberarsi, e quegli uomini parevano sgradevolmente capaci di fare il loro lavoro, mentre si occupavano delle routine quotidiane. Alla prima luce dell'alba ci fu il cambio della guardia. Gli armigeri che avevano catturato Rolf gli legarono una corda attorno al collo, gli sciolsero
le gambe e lo portarono per la strada che andava al castello, legato dietro il cavallo come un piccolo animale condotto dal macellaio. Il viaggio non fu lungo. La strada seguiva per mezza lega la sponda occidentale del Dolles, e s'incontrava con varie altre strade dirette al passo. Presto anche il passo divenne visibile, con in primo piano il villaggio e il suo ponte, e, in alto, la fosca sagoma del castello. Nell'attraversare il ponte, Rolf alzò lo sguardo verso nord-est e osservò le rocce alte e lontane che, solo il giorno prima, l'avevano nascosto dentro di sé. Ora però vi scorse uno spettacolo che non fece che accrescere la sua disperazione: le rocce e l'aria sovrastante erano coperte di rettili, fitti come sciami di mosche attorno a un pezzo di carne marcia. E sul pendio marciava una compagnia di armigeri, simili a formiche color bronzo e nero. Il nemico, allora, aveva trovato la caverna. Non c'era altra spiegazione. Rolf abbassò gli occhi sul ponte che aveva sotto i piedi, ma non pensò più a quel che aveva attorno. Tutto era perduto. Giunti sul ponte, gli armigeri cominciarono ad allentare la vigilanza. Nella piazza del villaggio semideserto, si fermarono e si misero in ordine l'uniforme, evidentemente per prepararsi a entrare nel castello. Rolf continuò a fissare con occhi vacui la coda del cavallo a cui era legato, finché la sua attenzione non venne richiamata da un movimento che gli parve di scorgere con la coda dell'occhio. La locanda del villaggio - una costruzione in legno di due piani - evidentemente era ancora in affari, perché sul suo porticato erano fermi due uomini. Si sentì balzare il cuore in petto nel riconoscere Mewick. Non c'era possibilità di errore, anche se un'abbondante aggiunta di fili grigi ai suoi capelli neri l'aveva invecchiato di vent'anni... e l'aveva invecchiato in modo quanto mai convincente, pensò Rolf, nel contemplare la serietà dell'espressione di Mewick. Ora, però, il mantello era sparito, e così pure lo zaino del venditore di amuleti. Mewick indossava abiti relativamente di lusso e ricordava a Rolf certi mercanti da lui visti occasionalmente, che si diceva venissero da lontane isole del mare. Rolf distolse lo sguardo, mantenendo quanto più vacua possibile la propria espressione. Un solo errore in quel momento, e Mewick sarebbe finito al suo fianco, legato, ed entrambi sarebbero andati incontro a un destino assai più spiacevole di quello che poteva toccare a un semplice ladro. Disperatamente, Rolf cercò di escogitare qualche modo per trasmettere a Mewick le sue nuove conoscenze dell'Elefante.
Il porticato della locanda era a una decina di passi da lui. Sentiva la conversazione tra Mewick e un uomo obeso - forse l'oste - sui problemi del commercio e del trasporto, sulla presenza dei banditi. Mewick pareva triste come sempre. "Speriamo che chieda qualcosa degli armigeri che sciamano sull'altro versante del passo, speriamo che chieda qualcosa a cui io possa rispondere con un 'sì' o con un 'no', e io gli risponderò con un cenno della testa" pensò Rolf. Ma Mewick non rivolse alcuna domanda di quel genere: o non ne ebbe il coraggio, o non riuscì a pensare a nessuna domanda utile che potesse suonare del tutto innocente. Non ci riuscì neanche Rolf. Quella sera stessa, nelle carceri del castello, gli sarebbero certo venute in mente dieci domande che Mewick gli avrebbe potuto rivolgere. O qualche modo diverso per passarsi le informazioni. Ma, se non altro, Mewick lo aveva visto: gli amici sapevano quel che gli era successo. Guardando fisso innanzi a sé, Rolf fece solo un cenno d'assenso con la testa. Ormai gli armigeri erano pronti, e ripresero a trascinarlo dietro di loro. Usciti dal piccolo villaggio, la strada prendeva a salire, consumata dal quotidiano passaggio di un esercito. Le pareti e le torri del castello erano ormai vicine e s'ingrandivano sempre più. La porta principale era aperta e la saracinesca assomigliava più che mai ai denti di una grande mascella. In un cortile interno, nei pressi delle stalle, Rolf venne sciolto dei legami e fu consegnato ad alcune guardie che non portavano né l'elmo di bronzo né la spada, ma solo un mazzo di chiavi e un corto bastone infilato nella cintura. Queste lo spinsero dentro una porticina, ai piedi del maschio, e da essa, per una rampa di scalini umidi e consumati, lo fecero scendere nei sotterranei. Laggiù il passaggio diventava orizzontale, buio, stretto. Vi si affacciava una doppia fila di celle, chiuse da pesanti cancelli di ferro. Una parte delle celle era affollata di figure spettrali, mentre un'altra parte era vuota: evidentemente in attesa del ritorno degli schiavi che lavoravano in qualche piano superiore. Il puzzo era superiore a quello di qualsiasi stalla conosciuta da Rolf. Con un calcio assestato con indifferenza, il giovane venne spedito a raggiungere i corpi apatici di una delle celle, e la porta gli venne chiusa alle spalle. La luce del mattino, che entrava con tanta fatica nei sotterranei, faceva altrettanta fatica a superare i ricchi tendaggi che coprivano le finestre in
cima alla torre. Quel giorno non fu la luce del sole a svegliare il satrapo Ekuman, ma un brusio di voci eccitate, all'esterno della sua camera da letto. Sbattendo gli occhi, si rizzò a sedere nell'ampio letto. Quando la sua concubina della notte, che dormiva raggomitolata come una morbida bestia ai piedi del padrone, fece un movimento che gli impediva di stirarsi, lui le assestò un calcio, con irritazione. Sceso dal letto, si drappeggiò sulle spalle una vestaglia di pelliccia, poi dovette perdere qualche istante per annullare la difesa magica che proteggeva dall'interno la sua camera da letto, prima di chiedere perché fossero venuti da lui a quell'ora. Le guardie lasciarono passare il Maestro dei Rettili. Era un uomo di bassa statura, il cui comportamento era di solito assai flemmatico. Ma ora gli brillava in faccia un'espressione di trionfo: lo stesso Ekuman, nel vederla, sentì accendersi le sue speranze, prima ancora che l'uomo aprisse bocca. «Sire, vi abbiamo trovato l'Elefante!» Ciò detto, il Maestro si affrettò a fornire tutta una serie di spiegazioni, come gli chiedeva l'espressione di Ekuman: aveva diligentemente svolto indagini sul rapporto che gli era giunto, il giorno precedente, di uno strano mormorio, udito dai rettili, proveniente dal sottosuolo, sul versante settentrionale del passo. E sul fatto che i cavalieri fossero stati attaccati dagli uccelli, durante le manovre che si erano svolte in quella zona la notte precedente... «L'Elefante, l'Elefante!» sbottò Ekuman. «Avete notizie, o no?» «Sì, Sire!» All'alba, il Maestro aveva inviato orde di rettili verso quelle rocce, ordinando di esaminarle palmo per palmo, strisciando, se era necessario, per trovare l'origine dello strano rumore. E i rettili avevano trovato, per prima cosa, l'ingresso di una caverna, con ancora le tracce della recente presenza di almeno un essere umano, e anche di uccelli... Guardando la faccia del suo Signore, il Maestro dei Rettili trangugiò alcune parole e si affrettò a condensare ancor di più la sua storia. Un rettile aveva infine visto l'Elefante nella caverna: una cosa di metallo, grande come una casa e con il familiare simbolo dipinto sui fianchi. «Benissimo. Sarete ben ricompensato, se quanto avete detto risulterà vero.» Poi Ekuman gettò all'uomo un anello con una pietra preziosa, in pegno di altri doni a venire. Infine il satrapo, anche se era semisvestito, scese fino
al piano più basso della torre. Laggiù una porta dava accesso al tetto del maschio, da cui si godeva di un'ottima vista dell'opposto versante del passo. Il Maestro dei Rettili, che si crogiolava del favore di cui era venuto a godere presso il suo signore negli ultimi tempi, gli correva dietro. E presto, Ekuman sapeva, sarebbero comparsi anche gli altri suoi diretti subordinati, non appena giunta loro la notizia della grande scoperta. Infatti, Ekuman ebbe appena il tempo di posare le mani sul parapetto nord che gli giunse,' dalla scala, il rumore di molte persone che salivano. Voltandosi, vide che arrivava il Maestro degli Armigeri, accompagnato dai suoi ufficiali e dai suoi aiutanti di campo. Fissando accigliato il Maestro degli Armigeri - un vecchio soldato robusto dai capelli grigi, chiamato Garl - Ekuman chiese: «Che cosa fanno, laggiù, tutti quegli uomini?» La faccia di Garl, pronta a unirsi al trionfo del suo signore, ridivenne improvvisamente seria. «Sire» disse «stiamo... consolidando la posizione, in vista di una possibile azione nemica. E attendo il vostro ordine per inviare qualche uomo nella caverna stessa.» Ekuman annuì. «Meglio aspettare il mio ordine, prima di intraprendere un simile passo.» Zarf era giunto proprio in tempo per udire le ultime parole. «Sire» si offrì «sarebbe bene che scendessi io per primo, nella caverna...» Poi accennò un leggero inchino, mentre il mago più anziano arrivava dalle scale, con il fiato corto. «...O Mastro Elslood, ovviamente» continuò Zarf. «Se la sua presenza non è necessaria altrove.» Ekuman distolse lo sguardo dai suoi maghi. Elslood e Zarf erano saldamente sotto i suoi ordini, e tramite i due maghi lo erano tutti gli altri. Eppure aveva sentito di altri satrapi che erano altrettanto saldi nel loro potere, ma che erano stati rovesciati da intrighi scoppiati nella loro stessa casa. Som dei Morti non si curava della sostituzione, se l'usurpatore lo serviva con fedeltà pari o superiore. Di conseguenza, Ekuman non intendeva affidare ad altri che a se stesso il controllo di un potere grande come quello dell'Elefante. O, almeno, intendeva rimandare la scelta finché non avesse conosciuto meglio l'Elefante, che finora conosceva soltanto attraverso. quel poco che i maghi erano
riusciti a dirgli. Ekuman disse a Garl: «Segnalate immediatamente agli uomini sull'altro versante del passo. Nessun essere umano dovrà entrare nella caverna finché io stesso non avrò dato l'autorizzazione.» I segnali vennero prontamente trasmessi. Poi, notando sullo sfondo il Maestro dell'Harem, Ekuman si ricordò di un'altra cosa da fare. Rivolse un cenno all'eunuco e gli disse: «La ragazza della scorsa notte si è comportata senza il minimo brio. Liberatevi di lei.» «Subito, Sire.» Poi l'eunuco si portò la mano dietro la schiena e con un gesto teatrale fece uscire una piccola figura snella, abbigliata di una veste da harem. Fino a quel momento, la ragazza era rimasta nascosta dietro la sua mole. «Penso che questa ragazza sarà assai vivace, Sire» disse l'eunuco. «È stata portata due giorni fa, e per mio ordine è stata esaminata attentamente e riservata a voi.» «Uhm.» Anche se era occupato con altre cose, Ekuman dedicò qualche istante alla ragazza. Bruna e molto giovane, e certo attraente. Arrossì quando l'eunuco le aprì la veste. Zitta, ma abbastanza coraggiosa da fissarlo con odio... sì, era interessante. «Bene. Ma non è il momento di pensare all'harem.» Con un gesto della mano, congedò l'eunuco. Il Maestro dei Rettili era adesso al fianco di Ekuman. Con un colpetto di tosse per ribadire la sua nuova importanza, chiese: «Sire? Desiderate che prepari un corriere da inviare all'Est? Con la notizia della nostra scoperta?» Quell'uomo era già diventato presuntuoso. Ma Ekuman avrebbe lasciato che si pavoneggiasse ancora per un po', in modo che la correzione, quando fosse giunta, potesse essere ancor più precisa e salutare. «No» disse. «Non intendo ancora comunicare questa scoperta. Prima, voglio sapere con esattezza che cosa è stato trovato laggiù.» Se il potere dell'Elefante corrispondeva alle aspettative, era possibile che Ekuman, avendolo a disposizione, un giorno potesse addirittura guardare l'Est senza prostrarsi a terra nel modo più abbietto e servile... no, non doveva neppure pensare a una cosa simile. Per ora. Dalla direzione della scala che portava al terrazzo, una sonora voce maschile disse: «Ehi, il più bel bocconcino che ho visto nell'ultimo mese!» Ekuman tornò a voltarsi, per salutare il satrapo suo vicino nonché prossimo genero: Chup poneva piede in quel momento sul terrazzo, a fianco della bionda Charmian. Ekuman sapeva leggere perfettamente le espres-
sioni del viso della figlia; guardandola ora, ebbe la chiara impressione che l'inopportuno commento, sulle grazie della nuova giovane schiava bruna, in futuro avrebbe finito per costare a Chup qualche momento di pace, se non di più. La principale sensazione che provava Ekuman quando pensava al prossimo matrimonio della figlia era di sollievo; era così dedita alle ripicche e alle piccole malvagità che la sua partenza, senza dubbio, avrebbe liberato la casa di un intero vortice di piccoli intrighi. Anzi, Ekuman pensava con una certa soddisfazione che la presenza di Charmian avrebbe finito per indebolire Chup e che questo prometteva bene per le sue ambizioni. Si continuava a sentir dire che presto uno dei satrapi della costa potesse essere elevato al rango di sovranità sugli altri. Erano solo voci, forse diffuse ad arte, per mantenerli in competizione tra loro nel servizio dell'Est, ma non si sa mai... Chup si affiancò a Ekuman. Era alto, con il fisico da guerriero, e indossava una ricca veste rossa e nera; si appoggiò al parapetto e osservò l'attività degli uomini e dei rettili, sul versante settentrionale del passo. Ekuman disse, come se volesse conversare: «Pensavo, fratello, che questo pomeriggio potrei uscire a cavallo, per osservare questa caccia al tesoro che occupa i miei uomini. Senza dubbio ne avrete sentito parlare. Se vorrete venire a cavallo con me, naturalmente, sarete il benvenuto.» Ekuman gli aveva rivolto l'invito in modo da offrirgli la possibilità di accettare o di rifiutare cortesemente, e Chup scelse la seconda. «Naturalmente, fratello maggiore, la vostra compagnia è sempre un piacere» rispose. «E una cavalcata, anche se solo per andare a curiosare fra delle pietre, sarebbe sempre un buon esercizio. Ma, a meno che voi...» Ekuman finse di ricordarsi improvvisamente di un particolare. «In realtà» disse «era un suggerimento alquanto misero, come modo di divertirvi. Però ne ho un altro, molto più adatto a un guerriero. Come sapete, vorrei preparare qualche incontro di gladiatori per il giorno fatidico... niente di professionistico, solo qualcuno di quei robusti ragazzi di campagna...» «Mi piace veder combatterre i dilettanti, se hanno un po' di fuoco» disse Chup. «Lo pensavo. Fratello Chup, vorreste degnarvi di visitare i sotterranei con il mio Maestro dei Giochi? Sono certo che nessuno dei miei uomini riuscirebbe a scegliere i combattenti meglio di voi. Potreste addirittura trovarne qualcuno già addestrato... o, se così non fosse, sono certo che sa-
preste riconoscere di primo acchito la capacità grezza...» Chup annuiva, anche se con scarso entusiasmo, mentre Ekuman lo pilotava verso la scala. Il Maestro dell'Harem li seguiva, serrando fermamente nella mano massiccia il braccio della schiava dai capelli neri. Charmian, la cui faccia celestiale era sfigurata da una delle sue meschine collere, li guardava allontanarsi e aveva gli occhi di fuoco. Infine la principessa rimase sola sul terrazzo, a parte la sua cameriera privata... e un'altra persona. Il mago Elslood si fermò davanti a Charmian e chinò leggermente la grande testa grigia. Vedeva con quanto odio la principessa guardasse la bella schiava bruna. «Mia Principessa?» Charmian rivolse lo sguardo verso di lui. Dagli occhi le scomparve l'odio, ma rimase irrimediabilmente distante come sempre. «Che c'è?» gli chiese. Presto la principessa sarebbe partita, e lui non avrebbe potuto seguirla. Però, finché fosse stata al castello, Elslood avrebbe corso grandi rischi, per nient'altro che per la semplice speranza di compiacerla. Era la sua maledizione, e il mago non poteva farci niente, salvo che cercare di nasconderla agli occhi di tutti; anzi, non poteva neppure fare quello, pensò, sentendosi sprofondare, quando vide che la cameriera sorrideva apertamente di lui. «Riguarda la nuova schiava dell'harem» disse Elslood. «Forse, mia principessa, una notizia di cui sono venuto casualmente a conoscenza potrebbe contribuire a procurarvi un divertimento...» Nell'ascoltare il mago, Charmian cominciò a sorridere. Seguendo il gioviale Maestro dei Giochi e il cupo Maestro delle Carceri lungo i bassi corridoi, Chup arricciò il naso e cercò di trattenere il respiro a causa del gran lezzo. Finora, di fronte agli aspiranti gladiatori che gli avevano mostrato, la sua unica reazione erano state alcune frasi sprezzanti. Forse in passato erano davvero robusti ragazzi di campagna, ma ormai erano rimasti per troppo tempo a marcire nelle loro gabbie. Chup aveva l'impressione che tutti quelli sani fossero fuori, a scaricare barche o a costruire muri. Puah! A che cosa serviva chiudere gli uomini in gabbia come faceva Ekuman? Se erano persone inutili e disobbedienti, meglio ucciderle. Se invece si voleva ottenere da loro del buon lavoro, occorreva dar loro aria fresca e nutrirli, come si faceva con i cavalli da tiro e con le bestie di un certo valore.
Chup non aveva ancora compiuto il pellegrinaggio all'Est, non aveva ancora giurato obbedienza a Som dei Morti e agli altri misteriosi padroni. Pensava che prima o poi ci sarebbe andato; forse presto. Ogni uomo deve servire qualche padrone, o, almeno, così pareva andare il mondo. Charmian insisteva perché lui andasse, perché dicesse ai suoi maghi di occuparsi della cosa. Charmian... perché gli era venuto in mente di sposarla? Aveva donne a sufficienza... certo, ma nessuna così bella. E il più grande guerriero deve avere la principessa più incantevole: era una delle cose per cui gli uomini combattevano. Così, ancora una volta, pareva andare il mondo. Il carceriere si fermò davanti a un'ennesima cella buia e puzzolente e rammentò con educazione a Chup come non avesse ancora scelto alcun gladiatore: «Consiglierei a Vostra Signoria di scegliere fin d'ora i prigionieri che intende riservare per i ludi gladiatorii. Credo che presto arriverà il Maestro delle Opere Murarie per portare via tutti coloro che sono ancora in grado di smuovere delle pietre.» E poi, nell'accorgersi che il Maestro dei Giochi gli aveva rivolto un'occhiataccia, l'uomo piombò improvvisamente nel silenzio. Probabilmente, pensò Chup, nuove squadre di lavoro dovevano essere mandate sull'altro versante del passo, ad aprire l'ingresso di qualche caverna, ma non bisognava parlarne davanti a un visitatore. Chup aveva una buona idea di quel che fosse la ricerca dell'Elefante e, naturalmente, gli sarebbe piaciuto saperne di più. Inoltre, sapeva che se fosse partito a cavallo con lui, Ekuman lo avrebbe tenuto accuratamente lontano dai posti dove c'era qualcosa di importante da vedere. Ma il giovane satrapo era certo di venire a conoscenza, a tempo debito, di tutto quel che avrebbero trovato. Charmian, che certamente poteva dargli una mano, era ansiosa di divenire la regina di un sovrano supremo. Ai maghi di Chup era giunta voce che presto si contava di innalzare a tale onore uno dei satrapi della costa... «Questo gruppo è un po' più fresco degli altri» disse speranzosamente il carceriere, guardando nella cella. Chup fiutò l'aria. «Il profumo è lo stesso» commentò. La cella era piena: una decina di uomini che a una prima occhiata non parevano granché; ma, in quel genere di cose, un'occhiata non era mai sufficiente. Chup era sempre affascinato dalla lotta e dai lottatori, anche se solo potenziali. Accanto a lui, il Maestro dei Giochi cominciò ad arringare quel
mucchio di disgraziati: «Su, miei coraggiosi, alzate la mano, chi fa un passo avanti per cogliere la sua grande occasione di gloria?» eccetera eccetera. Se Chup si fosse trovato in una cella, non ne avrebbe creduto una sola parola, neppure per un istante. Né, a dire il vero, parvero credergli i prigionieri nella cella, anche se, ragionevolmente, se ci fosse stato tra loro un vero uomo, non si sarebbe lasciato scappare quella possibilità, sia pur minima, di vendicarsi del proprio destino ingrato. D'impulso, Chup intervenne. «Aprite la porta» ordinò. Bruscamente interrotto nel bel mezzo della sua concione, il Maestro dei Giochi lo guardò con stupore, e così pure il carceriere, ma il tono e l'atteggiamento del satrapo erano talmente autoritari che non ci fu bisogno di ripetere l'ordine. Mentre il carceriere faceva ruotare sui cardini una parte del cancello, Chup estrasse la spada dal fodero e la posò fra il sudiciume del pavimento. Naturalmente, non era la preziosa spada con cui aveva vinto tante battaglie: non l'avrebbe mai trattata a quel modo. Era una lama da parata che portava nelle occasioni ufficiali; ma, com'è ovvio, era ben temprata e affilata. Tutti lo guardavano a bocca aperta. «Ora, prestatemi questo» disse. E prese, dalla cintura dello stupefatto guardiano, il corto manganello. Ne saggiò l'impugnatura, provò a vibrare qualche colpo nell'aria. Poi abbassò il braccio. Si rivolse alle facce torpide, incredule, all'interno della cella. «Voi uomini, lì dentro. O quello che siete. Se tra voi c'è un uomo, che esca fuori e che raccolga questa lama.» Con la punta dell'elegante calzare, spinse avanti, di mezzo palmo, l'elsa della spada. «Siamo alla fine del corridoio, e potete mettervi con le spalle al muro e cercare di colpirmi... I miei accompagnatori ci lasceranno tutto lo spazio necessario, non ne dubito. Allora?» Nessuna risposta. «Via, via, avete paura di sporcarmi questi bei vestiti? Allora, lasciate che vi dica una cosa. Ho violentato una decina delle vostre sorelle questa mattina stessa, prima ancora di fare colazione. La spada è vera. Cosa pensate, che mi abbassi a fare degli scherzi a una marmaglia come la vostra...? Oh,
vedo che c'è un galletto con ancora un po' di sangue nelle vene, anche se avrei preferito un uomo adulto.» Mettendo lentamente un piede davanti all'altro, Rolf uscì dalla cella. Non appena fu uscito, il guardiano fece un balzo e si affrettò a chiudere la porta. Forse Rolf era posseduto dal potere di Ardnih, forse solo da quello dell'odio, ma nel suo cuore non c'era posto per la paura. Senza staccare lo sguardo dagli occhi di Chup, si accoccolò sulle ginocchia e poi si alzò di nuovo, con ben stretta, nella mano destra, l'impugnatura della spada. L'arma pareva meravigliosamente mortale: era più lunga e più pesante dell'unica altra spada che il giovane avesse mai impugnato. Il carceriere e il Maestro dei Giochi si tirarono indietro; con aria diffidente e offesa, protetti dalla mole del satrapo, contemplarono l'inusitata creatura, un prigioniero armato. In un altro momento, nel vedere la loro espressione, Rolf sarebbe scoppiato a ridere. Il Maestro dei Giochi aveva cominciato a sollevare la mano, come se volesse tirare per la manica il satrapo Chup, ma poi si era interrotto a mezz'aria, intimorito; il carceriere continuava a brontolare che bisognava far venire due armigeri con le picche. Lo sguardo di Chup era inchiodato in quello di Rolf, come se tra loro ci fosse un'arcana risonanza. Sulla faccia dell'alto satrapo compariva un'esaltazione che in precedenza era assente. Senza voltarsi, rispose al brusio dei suoi accompagnatori: «Oh, allontanatevi, se volete, e nascondetevi dietro i vostri armigeri. Ma lasciatemi qualche momento di vita, in una giornata noiosa come questa.» E pensava: "Per i Monti dell'Est! Guarda com'è pronto a tagliarmi a fette! Guardalo in faccia: in questo momento non dà alcun valore alla sua pelle. Se soltanto sapesse come si impugna una spada, preferirei anch'io avere al mio fianco gli armigeri. Ah, guidare in battaglia un esercito di uomini con una simile volontà di combattere!". Il giovane stava ora avanzando. Dapprima aveva continuato a procedere lentamente, per convincersi che non c'era alcun inganno. Tra qualche istante avrebbe tentato un affondo, o un colpo dall'alto. Chup attese, in guardia, con il manganello all'altezza della vita, puntato in avanti come se fosse un pugnale. Adesso che era passato alla vita vera e intensa del rischio e della lotta - la vita più reale di tutte - il satrapo era felice. Sentiva di dover ricorrere a tutta la sua abilità per vincere, armato solo di un corto bastone di legno, la spada lunga e affilata e l'odio, goffo ma genuino, che animava colui che l'aveva in pugno.
Sulla faccia di Rolf, l'intenzione di attaccare si manifestò un istante prima che tentasse l'affondo, e Chup si rallegrò sinceramente del preavviso; sapeva che i giovani erano in grado di muoversi con grande rapidità, e che l'ignoranza portava a brandire una spada in modo pericoloso e non ortodosso. Nell'indietreggiare, Chup fu sfiorato dalla goffa curva discendente della spada, che gli giunse più vicino di quanto non avrebbe progettato in uno dei suoi momenti di massimo coraggio. Poi il satrapo passò al contrattacco, avanzando con la massima velocità, servendosi del manganello per allontanare la spada in modo da evitare colpi di rovescio alle gambe o all'inguine e infine colpendo in avanti, con la punta smussata, come se si fosse trattato di un pugnale. Mirò allo stomaco del ragazzo, poco al di sotto dello sterno; non voleva che quel coraggioso giovane subisse danni permanenti. Rolf non riuscì neppure a vedere l'arrivo del colpo. Ne sentì solo l'urto mortale che lo paralizzava e gli toglieva il fiato. La spada gli sfuggì dalle dita. Anche i ginocchi lo tradirono: cadde pancia a terra, sulle sudicie pietre, con la vista coperta da un velo rossastro, e si trovò a dover lottare per poter semplicemente trarre un respiro. Il carceriere e il Maestro dei Giochi, in tono di grande sollievo, lodarono a voce alta il coraggio e l'abilità di Sua Signoria. Il satrapo sbuffò. Con il piede, toccò Rolf, delicatamente. «Tu...» disse. «Tra pochi giorni avrai un'altra occasione di versare del sangue.» Riconsegnò il manganello al carceriere e prese la spada che questi si era affrettato a raccogliere da terra. «Dategli da mangiare e fategli fare esercizio» ordinò Chup, indicando con la testa la figura di Rolf. Poi osservò per l'ultima volta gli altri prigionieri, che ora si muovevano inquieti all'interno della gabbia fetida. Adesso che era troppo tardi e che la porta si era nuovamente chiusa su di loro, si erano svegliati dal torpore. Chup l'aveva previsto, poiché conosceva gli uomini. «Puah!» fece, sprezzante. «Gli altri, sceglieteveli voi!» E si affrettò ad allontanarsi. Rolf non venne più chiuso nella cella, ma - quando fu in grado di camminare - fu condotto a una scala che lo portò alla luce del sole. Poi attraversò una successione di stretti cortili, in mezzo a un labirinto di pareti, tettoie e cancelli.
Cercò di orientarsi voltando la testa verso il maschio e la sua torre, e vide che si trovava nella parte est del castello, sempre all'interno, naturalmente, delle robuste mura di cinta. E, non appena tornò a respirare in modo normale e poté camminare senza difficoltà, scorse qualcosa che gli tolse di nuovo il fiato, come se fosse stato colpito una seconda volta dal bastone di Chup: una piccola faccia, incorniciata di capelli neri, in una stretta finestra in cima al maschio. Cercò di fermarsi per un istante a guardare, ma le guardie lo trascinarono avanti. Senza entrare nella costruzione, lo portarono infine in una cella isolata, posta a ridosso di una scuderia: una cella dalle pareti in muratura, alta quanto bastava a starci in piedi e lunga quanto bastava a sdraiarsi sul pavimento. Non c'erano finestre, ma la porta era un cancello di legno di quercia e di sbarre di ferro. Benché fosse piccola, la cella era più spaziosa di quella da cui era uscito. Inoltre era pulita e vi circolava l'aria. Guardando al di là del cancello, Rolf poteva vedere soltanto un muro illuminato dal sole, l'angolo delle scuderie e qualche altra parete, bianca, a poca distanza. Il maschio del castello e le sue finestre non facevano parte del suo campo visivo. Si era appena messo a sedere sul pavimento coperto di paglia, quando giunse un guardiano che gli portava una brocca d'acqua e un piatto di cibo che - stranamente - pareva non solo sostanzioso, ma anche pulito. Rolf mangiò e bevve, cercando di non pensare ad altro che alla soddisfazione di quel momento. Poi cadde in un sonno nervoso e agitato, e fu destato bruscamente dal cigolio del lucchetto. Sulla soglia si parò la figura di un uomo: un soldato dall'aria robusta, con il volto abbronzato e coperto di rughe, e non uno dei soliti carcerieri. Il nuovo venuto portava l'elmo di bronzo degli armigeri e sotto il braccio reggeva un paio di spade finte, con la regolare impugnatura, ma con al posto della lama un bastone di legno senza punta. «Esci fuori, ragazzo.» Senza proferire parola, Rolf si alzò e lo seguì. L'uomo lo fece girare dietro un angolo e lo condusse in un piccolo cortile chiuso. Accanto a una delle pareti erano stati saldamente piantati nel terreno alcuni pali di legno, corti e robusti; erano tutti scheggiati, segnati da colpi di lama. L'uomo porse a Rolf una delle spade da allenamento, tenendola per la punta. «Prendi questa e cerca di colpirmi. Vediamo cosa sai fare.»
Poi, notando che il giovane non gli obbediva istantaneamente, aggiunse con tono greve di minaccia: «Avanti! O preferisci salire sulla torre, a combattere i rettili? Lassù non avrai la spada: ti sospenderanno al tetto, legato per le dita.» Lentamente, Rolf prese l'arma che l'altro gli porgeva. Ma, forse, l'armigero si accorse che il giovane era sinceramente perplesso e che non capiva che cosa gli stava succedendo; lasciò da parte le minacce e aggiunse: «Ragazzo, sei fortunato. Scenderai nell'arena per combattere. Se ti comporterai bene, non vedrai più i sotterranei. Non ti piacerebbe entrare nell'esercito? Vivere da vero uomo?» «Se scenderò nell'arena con Chup» disse Rolf, a bassa voce «cercherò di strappargli le budella. E lui dovrà uccidermi. Perciò, in qualsiasi caso, non potrò entrare nel vostro esercito.» L'armigero si strofinò il mento. «Il satrapo Chup» disse. «Mi ha scelto lui» spiegò Rolf. «Mi ha detto che tra pochi giorni mi darà la rivincita.» «Già. Già, lui è fatto così. Un vero uomo, un vero guerriero: ammira soltanto chi è disposto a lottare.» Per quando odiasse gli invasori, Rolf si dovette convincere dell'onestà dell'uomo che lo aveva battuto poco prima, bastone di legno contro spada. Gli aveva fatto avere aria pura, acqua e buon cibo, e ora, a quanto pareva, anche una persona che gli avrebbe insegnato l'uso della spada. Gli veniva data una vera possibilità, anche se piccola, di restituire il colpo, prima di essere ucciso. «Bene, ragazzo, deciditi.» Rolf sorrise, guardando la spada di legno che teneva in mano. Forse avrebbe potuto restituire più di un colpo. Scattò in avanti all'improvviso e vibrò una bastonata, con le migliori intenzioni di colpire, mirando alla faccia dell'altro. L'arma del vecchio soldato si alzò senza difficoltà per parare il colpo. Rivolse a Rolf un amaro sorriso. «Proprio così, ragazzo. Colpire per primo, e colpire forte, quando si può. Ma adesso impara da me come si deve tenere una spada.» 9 MESSAGGI NELLA NOTTE «Dobbiamo colpire per primi, e colpire forte» disse Thomas.
Il giovane aveva parlato a voce bassa, in tono grave, consapevole della verità delle proprie parole e nello stesso tempo anche del grave rischio a cui si sarebbe esposto il Popolo Libero. Attorno a lui, sotto la vasta tettoia, erano riuniti i capi dei combattenti per la libertà che avevano fatto in tempo a rispondere alla chiamata a consiglio. Olanthe gli sedeva alla destra, e Loford alla sinistra. Anche l'uccello Strijeef partecipava alla riunione: sedeva di lato e sollevava l'ala non ferita, per proteggersi gli occhi dal chiarore del fuoco. Attorno all'isolotto si levavano, a ondate, i rumori notturni della palude. Thomas proseguì: «Quando Ekuman avrà l'Elefante e se ne sarà reso padrone... sarà troppo tardi per attaccarlo o per difenderci, anche se riuscissimo a mettere in campo diecimila uomini. Vero?» Loford si affrettò ad annuire con un cenno della testa leonina. Altri del cerchio si dissero d'accordo. Impossibile negare la correttezza delle parole di Thomas. L'alto giovane proseguì: «Se saremo abbastanza risoluti, prima ci converrebbe lasciare che Ekuman scavi la montagna, e poi potremmo colpirlo per togliergli il tesoro. Ma tra oggi e il momento più opportuno ci sono solo pochi giorni.» «Il giorno delle nozze» disse qualcuno. «Probabilmente» assentì Thomas. Ma un altro uomo, il capo di una delle bande del delta, scosse la testa. «Intendi attaccarlo sulla soglia di casa» disse. «Quanti uomini possiamo raccogliere, in un tempo così breve, per poi portarli in assoluta segretezza sul luogo dell'attacco? Poco più di duecento, secondo me.» Ci fu qualche discussione, ma nessuno poté negare che la cifra di duecento era sostanzialmente corretta. «Ekuman farà proteggere da un forte schieramento di armigeri gli scavi dell'Elefante» profetizzò l'uomo del delta. «Nel castello e nelle vicinanze ha a disposizione almeno un migliaio di uomini.» «Eppure, c'è qualche concreta alternativa all'attacco?» chiese Thomas. Poi guardò le altre facce, nel cerchio illuminato dal fuoco, e le fissò a una a una, con aria interrogativa. Nessuno aveva dei suggerimenti da offrire. Le visioni di Loford e, prima delle sue, quelle del Vecchio, li avevano convinti che l'Elefante era la chiave su cui si basava il futuro. «Dunque, visto che dobbiamo assolutamente attaccare, restano solo da stabilire le modalità dell'attacco. Non dimentichiamo che ora abbiamo con noi nuovi poteri magici. Per prima, la Pietra del Tuono: abbiamo già di-
scusso alcuni piani per il suo impiego. E troveremo il modo di utilizzare anche la Pietra della Libertà. Ci sono molti prigionieri da liberare. Uno di essi, in particolare, ci sarebbe utile in questo momento.» «Il ragazzo che era nella caverna» disse Olanthe. Thomas assentì. A questo punto, prese la parola Mewick; con i capelli ancora tinti di grigio, pareva un severo anziano di qualche tribù. Disse: «Credo che gli armigeri che lo avevano in custodia non conoscessero la sua importanza e non avessero alcun sospetto di dove era stato. Aveva del fango sui vestiti, e perciò è probabile che l'abbiano catturato sulla riva del fiume. Inoltre, l'avevano legato dietro un cavallo, senza troppe preoccupazioni, e non mostravano alcuna fretta. Rolf si è comportato con astuzia: mi ha guardato una sola volta. Se continuerà a comportarsi con astuzia, credo che lo impiegheranno come un normale schiavo.» Thomas spiegò: «Gli uccelli cercano Rolf nelle squadre di lavoro che escono dal castello durante la notte. Adesso lassù si lavora anche dopo il tramonto.» Ebbe un attimo di esitazione, e aggiunse: «Naturalmente, non sappiamo se abbia imparato qualcosa dell'Elefante.» «Mi ha rivolto un cenno affermativo» disse tristemente Mewick. «Come avrebbe potuto parlarmi? Che altri segnali avrebbe potuto darmi? Perciò credo che quel cenno avesse un significato.» Olanthe disse: «Forse significava soltanto che vi aveva riconosciuto.» «Forse.» «Bene» disse Thomas. Con un gesto, accantonò il problema di Rolf. «Indipendentemente dalla nostra conoscenza dell'Elefante» riprese «dobbiamo toglierlo a Ekuman, oppure sconfiggerlo prima che possa usarlo. Comunque, dobbiamo tenere presente che il nostro amico Ekuman non è affatto uno sciocco, e che non lo sono neppure i suoi ufficiali. Sanno che dobbiamo agire.» «Dunque, la situazione è ancor più disperata» disse l'uomo del delta, pessimista. «Niente affatto» ribatté Thomas, con fermezza. Si guardò attorno e vide che tutti i presenti condividevano il suo punto di vista. «Per prima cosa» continuò «prepareremo delle diversioni. Faremo uscire gli armigeri dal castello, se potremo, e in caso contrario impediremo loro
di raggiungerlo. Inoltre, colpiremo Ekuman in un modo che non si aspetta.» Si chinò a tracciare una mappa delle Terre Desolate, sulla nuda terra, accanto al fuoco. «Questi» indicò «sono i punti più adatti per attraversare il fiume, se vogliamo avvicinarci al castello per attaccare. Ekuman rafforzerà la ronda notturna in questi punti. Ma noi li eviteremo.» «In che modo?» chiese l'uomo del delta. «Occorrerà una lunga deviazione, ma possiamo farcela. Scenderemo a sud e guaderemo il Dolles nella tua zona, nel delta. Ci muoveremo in piccoli gruppi, e, com'è ovvio, soprattutto di notte. Attraverseremo le montagne qui a sud. Ci riuniremo in qualche punto del deserto...» Thomas s'interruppe. Nella sua mente stava prendendo forma una nuova idea. Olanthe parve leggergli nel pensiero. «Non è lontano dall'Oasi» disse. Thomas la fissò. «Olanthe» le chiese «quanti contadini dell'Oasi sarebbero disposti ad aiutarci, contro un nemico tanto superiore?» «Quanti? Tutti!» Il viso della ragazza si era illuminato. «Duecento e più, uomini e ragazzi» disse. «E alcune delle donne non vorranno mancare. Se riuscirete a toglierle gli invasori dal collo, la mia gente combatterà con voi fino al castello, combatterà con voi fino ai Monti Neri. Combatterà con le falci e con i forconi!» «Per questo raccolto» promise Thomas «avrà spade, scudi e frecce, se riusciremo a colpire nel modo giusto la guarnigione dell'Oasi!» Il giovane si era esaltato nel vedere la nuova espressione di speranza comparsa sul volto di quegli uomini forti che dipendevano dalle sue parole. Ma l'uomo del delta non rinunciava ad ancorare alla realtà i sogni troppo arditi di Thomas. «Sì» disse. «Supponiamo di attaccare l'Oasi nella notte! Supponiamo di vincere! Ma che cosa succederà l'indomani, quando i rettili usciranno dal castello e vedranno quel che è successo? Saremo all'aperto, in mèzzo a un deserto di sabbia; prima che si possa fare ritorno alla palude o alle montagne, la cavalleria di Ekuman avrà fatto piazza pulita di noi.» E continuò, in tono sarcastico: «O pensi che possiamo assalire l'Oasi,
spazzare via la guarnigione e poi raggiungere un rifugio sicuro, tutto in una sola notte?» Sbuffò in segno di disprezzo e concluse: «Se fosse così facile, l'avremmo già fatto da tempo.» «Ora abbiamo nuovi poteri, non dimenticarlo» disse Thomas. Indicò la Pietra del Tuono, chiusa in una nuova borsa, al fianco di Olanthe, e concluse: «Non porta soltanto il fulmine, ma anche nubi e pioggia che possono costituire un'ottima copertura. E io intendo sfruttare fino in fondo i poteri che possiede!» La prima notte da lui trascorsa nel castello, Rolf era talmente stanco da non poter fare altro che dormire. La mattina gli venne dato del buon cibo, e così pure a mezzogiorno. Sia la mattina sia il pomeriggio giunse il vecchio soldato, che lo portò nel cortile d'addestramento, dove rimasero per un paio d'ore ogni volta. Il pomeriggio si esercitarono con veri scudi, oltre che con le spade finte, e a Rolf fu dato un elmo da gladiatore perché si abituasse a portarlo. Rolf aveva le mani incallite a causa del lavoro dei campi e aveva sempre pensato di avere le braccia robuste. Ma non era abituato al peso delle armi, che ora parevano cercargli muscoli sempre nuovi, per poi farglieli dolere. L'insegnamento impartitogli dal suo istruttore consisteva principalmente in infinite ripetizioni di semplici affondi e parate, di ritirate e di colpi di rovescio: un tipo di addestramento che presto finiva per venire a noia. A ciò si aggiunga il fatto che, nonostante il suo cupo desiderio di colpire i nemici, Rolf non riusciva mai a toccare il vecchio armigero, che invece, per correggere la tecnica del ragazzo, gli assestava colpi di punta e di taglio alle costole, apparentemente a volontà. Come se le lezioni di Rolf fossero qualcosa di semisegreto, l'allenamento terminava quando nel cortile entravano altri armigeri che si mettevano coscienziosamente a colpire i tronchi di legno o a lottare tra loro. Rolf provò una certa curiosità per questo particolare, la prima volta che se ne accorse, ma aveva altre cose in mente, e presto se ne dimenticò. Pensava molto alla fuga, adesso che si sentiva sazio e riposato. Ma era circondato da alte mura di cinta, e solo i suoi pensieri erano in grado di scavalcarle. Di tanto in tanto, durante il giorno, quando alzava lo sguardo dal campo di addestramento, Rolf notava i preparativi per il matrimonio ormai prossimo.
Fiori e allegri stendardi venivano portati nel castello a carri interi, e una volta entrati venivano immediatamente ad assumere un aspetto grottesco a causa dell'ambiente che li circondava. Come dettava il gusto del Maestro dei Giochi, i fiori venivano disposti a ornare muri, parapetti e scale. Rolf si chiese se anche le ossa umane sbiancate che pendevano accanto agli alti nidi dei rettili sarebbero state decorate di fiori. E da qualche punto, non lontano dalla sua cella, per tutto il giorno si provavano musiche vivaci. Il castello si preparava all'allegria come se si preparasse a un lavoro, ma Rolf non riuscì a scorgere la minima gioia in alcuna faccia, diversamente da quel che aveva visto nei matrimoni dei contadini. Nel castello, lo stesso Maestro dei Giochi aveva l'aria di un prigioniero. Nel corso della seconda notte da lui trascorsa nella cella privilegiata, Rolf vide tornare, poco dopo il tramonto, le squadre di lavoro: uomini barcollanti che venivano spinti nei sotterranei da cui erano usciti all'alba. Ma quella sera, diversamente dal solito, gli schiavi erano sporchi di sabbia e di polvere di roccia, anziché del fango del fiume. Evidentemente, erano stati condotti sul versante nord del passo, per rimuovere la montagna di detriti che copriva il luogo di riposo dell'Elefante. Appoggiandosi alla parete della cella, nascosto dietro il cancello, Rolf ascoltò i discorsi di due sorveglianti che passavano stancamente davanti a lui. Uno diceva che durante lo scavo, quel pomeriggio, era emerso l'angolo di una porta, ma che sarebbero occorsi ancora vari giorni per liberarla completamente. Sì, confermò l'altro, neppure per il giorno delle nozze sarebbero riusciti a finire il lavoro. Le voci si allontanarono. Rolf si gettò sul suo letto di paglia. La cavalcatura di Ardnih sarebbe stata presto libera... l'Elefante, che apparteneva più a Rolf che a chiunque altro. Di fronte a questi pensieri, anche il suo duello con Chup veniva ad assumere un'importanza secondaria. Durante la notte, un secondo gruppo di schiavi uscì dai sotterranei per recarsi al lavoro, accompagnato da una colonna di soldati che aveva dimensioni pressoché analoghe e che marciava con le spalle altrettanto curve. Il cortile rimase illuminato dalle torce per gran parte della notte. Continuò l'andirivieni di prigionieri e portamessaggi e anche le prove di canto proseguirono per tutto il tempo, dando così l'impressione che ci fosse un
legame tra gli scavi e il matrimonio. Quella notte, a causa della luce e del rumore, Rolf poté dormire ben poco. La cosa lo preoccupò, perché ormai la vita non gli pareva più priva di valore. Non doveva morire per il misero piacere di colpire Chup, ora che il Popolo Libero rischiava di essere sterminato perché non conosceva i poteri dell'Elefante. E quella conoscenza poteva dargliela solo Rolf. Quando giunse il mattino e Rolf fu fatto uscire dalla cella per essere condotto, come sempre, alla latrina dei soldati, il ragazzo notò in terra, sulle lastre di pietra del pavimento, molti mozziconi di torcia consumati, in mezzo alla sporcizia della notte. La guardia che lo scortava doveva avere bevuto troppo o lavorato troppo, o entrambe le cose, perché era più il tempo in cui teneva gli occhi chiusi che quello in cui li teneva aperti. Nel tornare indietro, Rolf riuscì a fermarsi e a fingere di doversi allacciare i sandali. Quando la porta della cella si chiuse dietro di lui, il giovane stringeva al sicuro, nella mano sudata, un piccolo bastoncino di carbone di legna. Anche quel giorno gli vennero dati acqua e buon cibo. Anche quel giorno giunse il vecchio armigero che lo portò ad allenarsi. Rolf era riuscito a nascondere il pezzo di carbone in una cucitura della camicia. E l'impulso che l'aveva spinto a raccoglierlo si stava trasformando in una sorta di piano. Quel giorno, il suo istruttore portò spade vere, anche se senza filo e senza punta, e durante l'addestramento la mente di Rolf fu troppo occupata per architettare qualsiasi piano. Il giovane cominciava ad accorgersi della verità delle parole di Mewick: le arti marziali non si imparano nel giro di una settimana. Quando pensava che il suo braccio fosse finalmente divenuto abile nell'uso della spada, l'arma del vecchio soldato finiva per colpirlo ancora una volta alle costole. Ma durante l'intervallo di mezzogiorno, e quando venne nuovamente chiuso nella sua cella al cader della notte, Rolf ebbe il tempo di riflettere. Gli era già venuto in mente che di notte, e probabilmente ogni notte, gli uccelli venivano in ricognizione sul castello. Rolf aveva visto che le corde e le reti difensive venivano sempre accuratamente stese sui punti più alti, dopo che i rettili avevano fatto ritorno in massa al calar del sole. Ma non c'era niente che impedisse agli uccelli di sorvolarle dall'alto, e c'era sempre la possibilità che ne ricavassero qualche interessante informazione, grazie alla loro intelligenza e ai loro occhi acuti.
Ora, se solo avesse potuto mostrare loro qualche messaggio da leggere... Quella notte, il castello era più tranquillo di quanto non lo fosse stato nella notte precedente; pareva che fosse stato abbandonato il tentativo di fare doppi turni per giungere ad aprire il nascondiglio dell'Elefante. Forse non c'era un sufficiente numero di schiavi ancora in grado di reggersi in piedi. Quella notte non c'erano torce nel cortile, e nessuno che sorvegliasse la cella di Rolf, a parte la sentinella che passava a pochi metri di distanza, a intervalli ragionevolmente prevedibili. Rolf aveva notato che nessuno poteva vedere il tetto della sua cella. La scuderia che le stava davanti la nascondeva agli occhi di chi si trovava sulla torre. Utilizzando l'interno della sua camicia relativamente nuova, Rolf ottenne una superficie bianca su cui scrivere. Dopo essersi chiesto come mettere il maggior numero di informazioni nel minor numero possibile di parole, scrisse: HO CAVALO, L'ELE. Poi cercò il modo di far capire il potere che aveva visto e sentito, ma riuscì solo a scrivere: TOGLIETELO A E. - ROLF. Per rendere più leggibili le lettere, le ripassò varie volte con il bastoncino di carbone, poi le umettò con la saliva. Arrotolò la camicia e tornò a srotolarla; il messaggio pareva sufficientemente stabile. Ora occorreva solo collocarla sul tetto della cella, stendendola senza grinze, in modo che gli uccelli riuscissero a leggere la scritta. Dopo qualche riflessione, si accostò al fondo della porta, sporse la mani attraverso le sbarre e raccolse alcuni calcinacci che nessuno aveva mai pensato di spazzare. Prese sassolini e pezzetti d'intonaco, ne scelse un certo numero che avevano la taglia opportuna e tirò alcuni fili, sull'orlo della camicia, di cui si servì per fissarli. Gli occorse un po' di tempo per legarli accuratamente, ma il tempo era proprio la cosa che non gli mancava. Arrotolò poi la camicia come se fosse stata un papiro e si allenò ad aprirla con uno scatto del polso, lanciandola sul pavimento. Uno dei pesi si staccò e Rolf dovette legarlo meglio, ma non vide perché la cosa non dovesse funzionare. Intanto aveva continuato a contare in silenzio, per calcolare approssimativamente quanto tempo passava tra un giro e l'altro della sentinella. Ora attese che l'uomo fosse passato ancora una volta, poi raggiunse la porta.
Infilò tra le sbarre più alte la camicia arrotolata, poi la tenne per le spalle e la srotolò di scatto. Sentì il leggero rumore dei sassolini che colpivano il tetto piatto sopra di lui. Lasciandola stesa sul tetto - o, almeno, si augurava che fosse stesa - si rannicchiò nell'angolo più buio della cella. Si imponeva con tanta forza di non cedere ad alcuna speranza che, quando sentì giungere dal tetto un altro debole colpo, balzò in piedi con la convinzione che il suo segnale fosse stato scoperto dal nemico. Ma nessuno lanciò l'allarme. Non giunse nessuna squadra di armigeri con le torce. Comprese gradualmente che il colpo da lui udito sul tetto era uguale al rumore di un sassolino caduto da grande altezza. Ormai mancava poco al passaggio della sentinella. Rolf rimase immobile sulla paglia finché l'uomo non si fu allontanato. E non appena la guardia se ne fu andata, si udì il rumore di un altro sasso, che rimbalzò sul pavimento davanti alla sua cella e che colpì debolmente una delle sbarre. Rolf non poté vedere il sassolino, ma il suono era inconfondibile. Corse alla porta, infilò la mano tra le sbarre e afferrò la camicia, agitandola un paio di volte come una bandiera. Ciò fatto, si affrettò a riportare la camicia all'interno della cella, staccò le pietre e le gettò via. Poi strofinò a lungo la scritta, fino a renderla irriconoscibile, e tornò a infilarsi l'indumento. I suoi amici erano vivi e vegliavano su di lui. Non l'avevano dimenticato, non era del tutto solo. Si chiuse la camicia sul collo. Solo allora si rese conto di rabbrividire, non per il freddo o per la paura, ma perché provava un senso di trionfo e non poteva parlare. Il giorno seguente, Rolf si dedicò con buona lena ai suoi esercizi con la spada, guadagnandosi qualche debole lode dal suo insegnante. La notte seguente non tentò di fare nuovi segnali - la cosa era pericolosa, e Rolf non aveva niente di nuovo da dire - ma rimase sveglio, tendendo le orecchie, fino all'ora in cui, la sera prima, aveva trasmesso i segnali. Clic. Clic. Clic. Uguali e ben distanziati: tre minuscoli colpi sul suo tetto. Si rizzò di scatto a sedere, poi attese, appoggiando un gomito alla paglia. L'uccello si aspettava che rispondesse? Rolf si recò alla porta, infilò il braccio tra le sbarre e lo mosse lentamente avanti e indietro, una, due, tre, volte. Poi rimase sveglio per lungo tempo, tendendo l'orecchio e chiedendosi se ci fosse un seguito, ma dall'alto non gli giunsero nuovi segnali.
10 LA BATTAGLIA DELL'OASI Sdraiato dietro la cima di una bassa duna, e sporgendosi a guardare al di là della sua cresta, Thomas vedeva stendersi davanti a lui la massa scura dell'Oasi delle Due Pietre, simile a un'isola illuminata dalla luce lunare, a meno di cento passi di distanza. La notte rendeva incerti i confini del grande cerchio di terra fertile e gli conferiva un aspetto quasi magico. Grazie alle spiegazioni di Olanthe, però, il giovane era in grado di riconoscere dove si trovavano le varie aree dell'insediamento. Gran parte della superficie dell'Oasi era costituita dal grande anello di campi coltivati che la circondava. Gli invasori, gli aveva spiegato Olanthe, dapprima avevano pensato di recintare l'intero cerchio fertile, ma i materiali con cui costruire il recinto erano alquanto rari nel deserto, e perciò si erano l