JOHN DICKSON CARR L'ARTE DI UCCIDERE (The Lost Gallows, 1931) 1 L'ombra del patibolo Sul tavolo davanti a noi, fra le ta...
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JOHN DICKSON CARR L'ARTE DI UCCIDERE (The Lost Gallows, 1931) 1 L'ombra del patibolo Sul tavolo davanti a noi, fra le tazze da tè, spiccava il modello di una forca; minuscolo ma perfetto in ogni sua parte. Era alto al massimo venticinque centimetri e costruito in legno di cedro dipinto di nero. Tredici gradini salivano alla piattaforma dov'era la botola, chiusa da cardini in miniatura e da una sbarra. Dalla trave più corta penzolava un piccolo cappio di spago. Mi pare di vederlo ancora, messo in terribile rilievo dalla tovaglia candida, fra le tazze e i piatti di tartine, alla luce gialla delle lampade accese nel tardo pomeriggio. Al di là della finestra a balconcino, nello strombo della quale avevamo preso posto, una nebbia opaca stava avviluppando i lampioni lungo Pall Mall. Il rombo soffocato del traffico, spesso lacerato dai clacson ululanti degli autobus, veniva a infrangersi contro i vetri. Vi si riflettevano i volti di Bencolin e di Sir John Landervorne, intenti a studiare l'orrendo giocattolo. I due cacciatori di uomini erano estremamente diversi. La faccia di Sir John era olivastra e austera, con la fronte alta e stretta sormontata da una lucida chioma grigia. Le sopracciglia nere e sottilissime si corrugavano sugli occhi, che apparivano cupi dietro gli occhiali montati in oro e appoggiati su un naso dal disegno cesellato. Le sue palpebre si aprivano e si richiudevano lentamente, mentre una lunga mano pallida tormentava i baffi grigi e la corta barbetta pure grigia. Sir John Landervorne stava esaminando con estrema attenzione la piccola forca. Un tempo era stato vicecommissario della polizia metropolitana. Dall'altra parte del tavolo, Bencolin lo osservava dietro una cortina di fumo che proveniva da una sigaretta. Il francese era un alto e pigro Mefistofele dall'espressione ironica. I capelli neri avevano la scriminatura nel mezzo e si arricciavano ai lati della testa, quasi a formare due corna. Rughe sottili gli correvano dalle narici al mento, seminascoste da corti baffetti e da un pizzo tagliato a punta. La bocca socchiusa a un accenno di sorriso rivelava il bagliore dei denti. Bencolin aveva zigomi alti e occhi dall'espressione impenetrabile. Il suo viso rivelava un'indole brillante, fiera, ca-
pricciosa e crudele. Anelli scintillavano sulle dita che reggevano la sigaretta. Tale era Henri Bencolin, juge d'instruction del dipartimento della Senna e capo della polizia di Parigi, nonché l'uomo più pericoloso d'Europa. Erano le cinque e mezzo del pomeriggio del 16 novembre. Ci trovavamo nel salone del Brimstone Club di Londra. Il ritrovamento del modellino di forca ci coinvolse nel famoso caso dì omicidio della Forca Perduta nella Strada Perduta, ed ecco come accadde. Io e Bencolin eravamo venuti da Parigi per assistere alla prima del dramma La maschera d'argento all'Haymarket Theatre. Se ve ne ricordate, questo lavoro di Edouard Vautrelle aveva fornito un indizio decisivo per la soluzione del caso Saligny, l'aprile precedente. Avevamo prenotato due stanze al Brimstone, dove Sir John abitava e dove ci avrebbe accolti al nostro arrivo. Sir John era uno dei più vecchi amici di Bencolin, e il suo genio organizzativo aveva fatto miracoli a Scotland Yard. Prima della guerra, era stato vicecommissario di polizia sotto l'onorevole Ronald Devisham. Io lo avevo conosciuto a Parigi, dove lui veniva di tanto in tanto a trovare Bencolin. Era un uomo molto alto e curvo, di maniere cortesi ma austere, scarsamente dotato di senso dell'umorismo e con l'aria di chi stia eternamente progettando una mossa difficile su una scacchiera: il tipo d'uomo che un romanziere della vecchia scuola avrebbe descritto come "piegato dal peso di un segreto". Bencolin diceva che non si era mai rimesso dalla perdita dell'unico figlio in guerra. Si era ritirato dalla sua carica nel 1919, e da allora era diventato un recluso nella sua casa dell'Hampshire fino all'anno precedente, quando aveva preso alloggio stabile a Londra. Quel pomeriggio, era venuto ad aspettarci alla stazione Victoria. Quando il nostro treno si fermò ansimando e sputacchiando sotto l'oscura pensilina, la prima persona che vedemmo, in piedi, sulla piattaforma annebbiata dalla fuliggine, fu proprio lui. Ci diede il benvenuto con una specie di cordialità imbarazzata, ma nessuno di noi si sentiva di umore particolarmente allegro. Faceva troppo freddo, e la nostra traversata della Manica era stata scomoda e burrascosa, per cui noi due eravamo depressi e nemmeno la prospettiva di una serata a teatro ci aveva risollevati di spirito. Ecco perché, non appena ci installammo al Brimstone e prendemmo posto nel salone per fare una chiacchierata insieme, il discorso cadde inevitabilmente sul delitto. Il salone dove avevamo ordinato il tè era un ambiente molto vasto. Vantava pareti tappezzate a pannelli di legno scuro, numerose finestre a balconcino e un'infinità di bassorilievi grotteschi che erano associati con la
storia del club. Un fuoco di legna ardeva nell'immenso caminetto di pietra, brulicante d'intagli raffiguranti forme mostruose e sormontato dal ritratto del fondatore del club, dipinto da De Suérif. Credo che Sir George Falconer avrebbe apprezzato molto la nostra conversazione su quel libertino, duellatore, cavallerizzo e ubriacone che era stato, in mezzo alla folla di turbolenti di nome George che circondavano il Principe Reggente. Nel ritratto lo si vede in piedi, col viso colorito, redingote verde bottiglia, cravatta alla Brummel e pantaloni aderenti quanto una seconda pelle. Ha i capelli accuratamente ondulati e i suoi occhi dallo sguardo insolente guardano in giù, alla scarsa luce delle lampade color ambra. Dal suo posto elevato nel salone maestoso, in quel momento guardava la schiena di Sir John Landervorne, sprofondato in una comoda poltrona di fronte a Bencolin, dall'altro lato del tavolo dov'era stato servito il tè. Sir John parlava con aria esitante, come se considerasse con diffidenza ogni parola prima di pronunciarla. «Sapete, Bencolin, una particolarità che mi ha sempre meravigliato dei delitti commessi sul continente è il loro gusto del pittoresco. Ho sfogliato i vostri verbali e li ho trovati stupefacenti, specialmente alcuni. Riportano delitti che erano il frutto di un'immaginazione spaventosa, direi quasi diabolica.» Si aggiustò meglio gli occhiali sul naso e guardò con aria dubbiosa la sua tazza di tè. Quindi riprese: «Può darsi che ciò sia dovuto alla mentalità gallica... sì, sono quasi certo che sia questa la spiegazione. Gente fatta uccidere da scorpioni, soffocata da corde intrecciate con capelli femminili o trafitta a morte da armature irte di spunzoni di ferro, come la Vergine di Norimberga...» Fino a quel momento, Bencolin era parso studiare le volute di nebbia che si agitavano fuori della finestra, il mento fra le mani. Si girò a guardare l'amico. «Cosa intendete per mentalità gallica?» chiese. «Be', l'abbandono alle emozioni sfrenate proprio del carattere gallico, direi. Voi del continente siete di regola piuttosto volatili, quanto a temperamento.» Bencolin ora fissava le fiamme e aveva sulle labbra un sorriso enigmatico. «"L'abbandono alle emozioni sfrenate"...» ripeté. «Dicendo questo, voi certo immaginate un francese con occhi da pazzo, in preda a una collera cieca, che afferra un pugnale e lo immerge nel petto della sua innamorata.
Ma un delitto simile, Sir John, è frutto di sentimentalismo puro e semplice. Di solito viene commesso da un sentimentale anglosassone che, infiammato dall'ira, pugnala la sua donna e poi piange sul fiore schiacciato lasciato da lei tra le pagine di un libro. Gli anglosassoni hanno una mentalità davvero semplice e diretta. Nel calore della passione, concepiscono il desiderio di uccidere: ergo, procedono immediatamente all'azione e uccidono senza indugio. In altre parole, vanno diritti allo scopo... ed è proprio questo che ripugna alla mentalità gallica in tutte le evenienze della vita, dal commettere un delitto al discutere il prezzo degli zucchini con l'erbivendolo.» Sir John emise un grugnito poco convinto e rivolse un'occhiata scettica al ripiano del tavolo. «La mentalità gallica adora i procedimenti tortuosi. Un francese non entrerà mai in casa vostra dalla porta principale, se è possibile introdurvisi da un passaggio segreto. Tuttavia è sempre freddo, crudele e astuto. Se uccide, uccide con premeditazione strettamente logica. Esprime la sua indole essenziale nel gesto teatrale, nelle fioriture, nel particolare sfacciatamente drammatico, dando con questo la prova più evidente della sua freddezza di temperamento. Un'emozione autentica e spontanea è sempre incoerente. Un uomo veramente, follemente innamorato, non sa mormorare che balbettii sconnessi alla sua donna; invece il don Giovanni gelido e calcolatore scrive per lei versi d'amore bellissimi, armoniosi e complicati.» Bencolin s'interruppe. «Naturalmente, dicendo questo, non sto cercando d'istituire una differenza fra inglesi e francesi: voglio solo fare una distinzione tra due diversi tipi di mentalità, a qualsiasi nazione appartengano. La seconda, però, è quella che maggiormente m'interessa e mi accorda le massime soddisfazioni, perché...» «Avevo già osservato questa tendenza in voi» lo interruppe Sir John. «Perché è la mentalità che produce l'arcicriminale» concluse Bencolin. Teneva socchiusi gli occhi, che brillavano straordinariamente tra le palpebre. «È la mentalità espressa da quei cervelli ciechi e folli che rimuginano in eterno sulla propria superiorità. È questo che li rende veramente pazzi, in un certo senso: il continuo, morboso assorbimento in loro stessi. Uno dei delitti più bizzarri che io abbia mai incontrato sulla mia strada...» Dopo un lungo silenzio, continuò. «Una volta, qualche anno fa, la polizia di Parigi trovò in un bosco, all'alba, il cadavere di un uomo vestito del costume e dei sandali d'oro di un nobile della corte dei Faraoni di quaranta secoli or sono. Gli avevano piazza-
to una pallottola in fronte. Sì, fu un delitto davvero bizzarro. La conseguenza fu che un inglese s'impiccò nella sua cella alla prigione della Santé. Aveva ricavato una corda dalle lenzuola della cuccetta...» Uno strano rossore era salito agli zigomi olivastri di Sir John, che sembrava essersi irrigidito nella poltrona. «Posso chiedervi cosa ha richiamato alla vostra mente quel delitto?» domandò. «Mi pare che vi abbia stupito. Conoscevate quel caso?» «In effetti, anche se vi parrà incredibile, stavo pensando a qualcosa di molto simile. Una faccenda alquanto differente, ma ugualmente connessa con l'impiccagione...» Lo vedemmo rilassarsi. Picchiettò con la punta delle dita sui braccioli della poltrona e gli occhi cupi dietro le lenti parvero contemplare l'oscillazione dei piatti di una bilancia. «Di che cosa si tratta?» chiese Bencolin. «Di un racconto senza capo né coda» rispose oziosamente Sir John. «Il mio parere è che Dallings doveva aver bevuto un bicchiere di troppo... Dallings è un mio giovane amico, il quale pare sia stato coinvolto di recente in uno stranissimo affare. Nel corso della vicenda, si è perduto nella nebbia e giura di aver visto sulla fiancata di una casa l'ombra di una forca e di un cappio. Sostiene che il fantasma di Jack Ketch stava salendo gli scalini per andare ad aggiustare la corda. Oh, un racconto dell'orrore davvero impressionante, ve lo assicuro... Santo cielo, ma cosa vi succede?» Bencolin aveva tenuto gli occhi fissi per qualche tempo ai vetri oscurati della finestra. In quel momento, si voltò di scatto. «Vi chiedo scusa per avervi interrotto, amico mio» disse. «Ma un attimo fa avrei giurato di aver visto io stesso un fantasma, riflesso su quei vetri.» Sir John guardò a sua volta la finestra. «Il vostro sarebbe un modo immaginoso di esprimere qualcosa?» chiese, un po' stizzito. «Oh, solo che ho veduto riflesso nel vetro qualcuno che passava davanti alla porta di questa sala... laggiù, nel corridoio.» Indicò con un cenno l'estremità opposta del salone semibuio, dove una porta che dava nel corridoio disegnava un rettangolo brillantemente illuminato. In quell'istante era vuoto. Nel silenzio improvviso, potemmo sentire lo scoppiettare del fuoco e lo squillo distante del clacson di un'automobile. Bencolin si mise in piedi, altissimo e magro, con l'espressione tesa di chi sta in ascolto.
«Credo che il qualcuno stesse per entrare qui, ma poi avrà cambiato idea quando ci ha visti... Si tratta di un uomo che ho conosciuto tempo fa: un egiziano di nome Nezam El Moulk. Voi lo conoscete, per caso?» «No, non credo proprio. Un momento, però... Ma sì! Ho già sentito il suo nome» mormorò Sir John. «Credo abiti qui anche lui. Il club non è... non è molto esclusivo, sapete. Ma perché me lo chiedete?» Bencolin si strinse nelle spalle e tornò a sedersi. «Oh, era solo un'idea» rispose, rimettendosi a guardare il fuoco. Nell'ombra, i piani angolosi e possenti della sua faccia sembravano ancora più duri, e i suoi occhi scintillanti fissavano le fiamme senza un battito di palpebra. Sir John gli lanciò un'occhiata curiosa, ma non disse niente. Stava rivolgendomi un'osservazione oziosa quando Bencolin ricominciò a parlare. «Sapete, vecchio mio, che il racconto dell'orrore da voi menzionato m'interessa moltissimo? L'ombra di una forca! Chi sarebbe il vostro giovane amico che l'ha veduta?» «Oh... era a quello che stavate pensando? Si chiama Dallings ed era un camerata di mio figlio durante la guerra. A proposito, probabilmente questa sera lo troveremo a teatro.» «E di che genere è stata la sua avventura?» Lo sguardo di Sir John faceva capire chiaramente che lui non si spiegava il bizzarro interesse di Bencolin. Però rispose: «Non posso riferirvi con precisione l'intera storia. C'entra una donna misteriosa che Dallings ha accompagnato a casa nella nebbia... ma io ho ascoltato il suo racconto un po' distrattamente: il ragazzo aveva bevuto, era chiaro. La conclusione della vicenda è stata che lui si è ritrovato senza taxi...» «Dove?» «È proprio questo il problema: lui non lo sa. Quando sono saliti sul taxi, la donna ha sussurrato all'autista un indirizzo che il ragazzo non ha capito. Pare che lei abbia anche pagato subito quell'uomo, e gli abbia detto di ripartire appena loro fossero scesi. Dallings aveva fatto uscire la donna dalla macchina e si era attardato per augurarle la buona notte quando, a un certo punto, il taxi è scomparso e la donna è svanita...» "La nebbia era talmente fitta che Dallings non poteva vedere nemmeno le proprie scarpe. Dice che si è messo a girare in tondo per un'infinità di tempo, scendendo da marciapiedi e attraversando strade senza avere la minima idea di dove stesse andando. Era l'una di notte passata e in giro non c'era un'anima, senza contare che non si vedeva alcuna luce. Il ragazzo a-
veva perso completamente l'orientamento. Mentre girava così alla cieca, è incappato in un alto muro di mattoni: è stato allora che ha perso del tutto la trebisonda. Si era fermato davanti al muro e a un certo punto si è visto apparire dinanzi agli occhi un immenso rettangolo di luce giallastra. Era oscurata dalla nebbia, però vi si stagliava con chiarezza l'ombra di una forca gigantesca con un cappio che penzolava dalla trave trasversale. Almeno, è così che Dallings la racconta. Ha poi aggiunto che qualcuno stava salendo su per i gradini del patibolo e che la figura sembrava agitasse le braccia in aria..." Sir John s'interruppe e le sue labbra si schiusero a un sorriso senza allegria. «E poi?» insistette Bencolin. «Più nulla. L'ombra scomparve quasi subito. Dallings pensa di essere stato vittima di un'illusione ottica. Del resto, era di umore nero e per nulla propenso a investigare a fondo la cosa. Ha ripreso il suo vagabondaggio. Dopo un po' ha trovato un lampione e vi si è fermato accanto finché non ha sentito passare un taxi. In quel momento si trovava a Ryder Street, non lontano da Piccadilly. Ma solo il cielo sa dove era stato.» Sir John si versò un'altra tazza di tè, come a voler accantonare l'episodio. Poi aggiunse: «Se siete ancora curioso, domandate a Dallings di raccontarvi lui stesso la storia. L'ha ripetuta parecchie volte, e pensare che di solito è tutt'altro che loquace. Pare sia rimasto particolarmente impressionato dalla signora. A proposito, si trattava di una francese.» Bencolin stava per accendersi una sigaretta quando rimase immobile, la mano a mezz'aria, fissando l'amico con espressione enigmatica. Ma subito scoppiò a ridere, accese la sigaretta e si rilassò sulla poltrona, fumando di gusto. «Una francese, eh?» disse. «Santo cielo, questa vostra nebbia infernale temo mi stia scuotendo i nervi. Parliamo d'altro. Magari della nebbia, che ne dite?» Lanciò un'occhiata alla finestra. «Non lo trovate un argomento affascinante?» «No» rispose Sir John. Bencolin ebbe un sobbalzo. «Amico mio, voi siete una ventata di aria fresca» disse. «Anzi, una doccia d'acqua fredda! Siete dotato dell'irresistibile e romantico fascino di una tonnellata di mattoni che cada attraverso un lucernario. In una parola, siete proprio quello che ci vuole per me...» "Eppure, vi è davvero un certo fascino nella nebbia. Rende Londra simi-
le a una caverna degli orchi, a un ballo mascherato, a una città sommersa! Le cose più comuni prendono un aspetto misterioso e attraente quando si vedono attraverso un vetro appannato: questo è uno dei più importanti principi della teologia, Sir John. Oppure possono diventare terrificanti, se appaiono in un ambiente che non è il loro. È per questo che il vostro amico Dallings è rimasto così sgomento nel corso della sua avventura notturna. Se uno vede un patibolo a Pentonville, non fa una piega. Vedere invece una forca sotto le proprie finestre, quando ci si sveglia nel bel mezzo della notte..." «Diamine, ne vedo una proprio in questa stanza» lo interruppe Sir John. Ci fu un silenzio improvviso. Sir John teneva gli occhi fissi su una poltrona accanto a noi. Si alzò lentamente e le sue spalle curve si stagliarono contro la luce mentre si dirigeva verso la poltrona. Fu così che trovammo il modello della forca, rovesciato su un fianco. Sir John lo depose sul tavolo tra i residui del nostro tè. Nessuno parlò. Era un manufatto incredibilmente realistico: mancava solo un pupazzetto-vittima che ne salisse i gradini. Bencolin fece schioccare la lingua, annuì e si mise a osservare il giocattolo con aria di rinnovato interesse, come dicendo fra sé: "Finora non avevo mai sospettato che gl'inglesi avessero la curiosa abitudine di lasciare modellini di forche nei saloni dei loro club. L'idea, tuttavia, non manca di un certo fascino...". Sir John scattò: «Che razza di scherzo stupido...» ma s'interruppe e guardò Bencolin. Il grande poliziotto taceva e faceva scorrere le dita, con aria assorta, su e giù per i minuscoli gradini. Tirò un sottilissimo filo metallico che correva lungo il fianco del modello e la botola si spalancò. Sir John suonò il campanello per chiamare il cameriere addetto alla sala; aveva gli occhi lampeggianti di collera. «Victor» lo apostrofò appena lo ebbe davanti «posso chiedervi chi è il responsabile di questo?» «Avete qualche lagnanza da sporgere, signore?» «No, nessuna lagnanza. Ma chi ha lasciato questa roba su quella poltrona?» Victor aveva l'aspetto di un impresario di pompe funebri. Se si fosse rimpicciolito davanti ai nostri occhi fino a raggiungere le dimensioni di un soldatino di piombo, avrebbe costituito proprio la figurina adatta a salire i gradini del modello. «Sono enormemente confuso, signore, ma...» «Oh, lasciamo andare. Portatelo via.»
«Ehm... un momento, prego» disse Bencolin, alzando gli occhi. Aveva la fronte aggrottata. «Ci penso io, Victor, se a Sir John non dispiace.» Tornò di nuovo a dedicare tutta la sua attenzione al giocattolo. Victor ebbe un sussulto. Pareva gli fosse venuta un'idea, e l'effetto fu simile a quello di una spilla che lo avesse punto nel fondo dei calzoni. «Oh...» disse, e continuò rivolto a Bencolin, che aveva alzato il capo. «Oh, signore... con vostra licenza, credo di sapere a chi appartiene questo oggetto.» «Davvero?» «Credo di sì, signore. Dovrebbe appartenere al signore egiziano... al signor El Moulk.» «Al signor El Moulk, eh?» ripeté Bencolin, pensoso. «Volete dire che ne fa collezione o li fabbrica lui stesso?» «Davvero non saprei, signore. Ricordo però che il signor El Moulk ha ricevuto un pacco con la posta del pomeriggio...» Fece una pausa e Sir John, che lo stava guardando con curiosità, lo spronò: «Continuate, su.» «Il signore si trovava in questa sala mentre io stavo vuotando i portacenere. L'ho visto aprire il pacco... che tra parentesi era del formato giusto per contenere un oggetto come questo... e quando ho sentito frusciare la carta mentre la metteva da parte, ho notato che il signor El Moulk aveva un'espressione molto strana: di paura, oserei dire. Ha finito di aprire il pacco e per un po' di tempo è rimasto immobile, come impietrito... Spero di non essere indiscreto, signori!» Victor si guardò intorno, ma parve prender coraggio dalla presenza di Sir John. Drizzò le spalle, più sicuro di sé. «Poi mi ha detto: "Victor, prendi il modellino che si trova in questa scatola e brucialo". Aveva un'aria talmente bizzarra, signori, che ho pensato si sentisse male. A un tratto mi è parso che ricordasse qualcosa. Ha preso il modellino... suppongo almeno che lo fosse, perché personalmente non l'ho visto... lo ha tolto dalla scatola e lo ha gettato su quella poltrona. Quindi ha scaraventato scatola e carta da imballaggio nel fuoco e se n'è andato via in gran fretta. Questo è tutto ciò che so, signori.» «E come mai non avete bruciato il modellino?» domandò Bencolin. «Ne avevo l'intenzione, signore, ma in quel momento mi stavo occupando dei portacenere e temo di essermene dimenticato...» «Capisco. Per caso sapete se più tardi il signore è ritornato qui in salone?»
«Oh, sono sicurissimo di no, signore. L'ho visto anzi uscire dal club, ed è ritornato solo pochissimo tempo fa. Il portiere potrà confermare che...» «Basta così, Victor. Grazie.» Quando il cameriere fu uscito, Sir John chiese: «A che lo scopo di tante domande? Dopotutto la faccenda non ci riguarda, sapete.» Bencolin non rispose. Sedeva immobile, col gomito sul tavolo e il mento appoggiato alla mano, contemplando assorto l'orribile giocattolo. Un ceppo ardente scoppiò nel caminetto con grande fragore. Al di sopra dei rumori della città, sentimmo le note lente e melodiose del Big Ben che suonava le sei. 2 Come giocammo ai cani e alla volpe con un cadavere Oggi il Brimstone Club è una delle bizzarre e meno stimabili istituzioni del West End. Sorge all'angolo orientale tra Pall Mall e St. Jame's Street: una costruzione a quattro piani di granito grigio, annerita dal tempo, con numerose finestre a balconcino e un'aria tranquilla. Considerata la sua precedente reputazione, adesso ha l'aria piuttosto compassionevole di una ragazza che cerchi di sembrare emancipata con un costume da bagno del 1880. Però negli ambienti più vecchiotti e retrivi se ne parla ancora con esitazione, parecchi colpi di tosse e un tono di sdegno virtuoso. Intorno al club indugia ancora un'atmosfera di mondanità spinta e di fuochi infernali. Venne fondato nel 1798 da Sir George Falconer, quindi è praticamente un nuovo venuto tra la folla dei numerosi club più antichi, la cui giovinezza decorosamente turbolenta si è da lungo tempo pietrificata. Durante la Reggenza, il Brimstone offriva sale dove si giocava sfrenatamente e ci si poteva dedicare a passatempi anche meno innocenti. La sua nomea sinistra, dal 1830 in poi, si circondava di un alone romantico forse non privo di una sua grazia antiquata. Passeggiando sui tappeti foltissimi delle sue gallerie, si stenta a ricordare che i gentiluomini effigiati nei ritratti, così imponenti con le loro facce paffute, le cravatte inamidate e le fedine ricciute, in gioventù furono dei gaudenti dissoluti. Esibivano i loro pantaloni indecentemente aderenti nei localini di Leicester Square dove si gustavano ostriche; quando avevano un "affare d'onore" erano capaci di fare a pezzi la rotula di un avversario con un colpo di pistola a distanza piuttosto notevole; e al tavolo da gioco, sotto le fiammelle di centinaia di candele, pote-
vano sperperare le doti delle loro mogli con la massima disinvoltura. Le stanze tappezzate di felpa rossa dove sostavano rigurgitavano di specchi dorati, volanti arricciati e vaghi odori di scuderia. Signore dalla costituzione convenientemente fragile avevano l'abitudine di svenire quando il loro anfitrione ne chiudeva la porta, il che rendeva gli artifici della seduzione assai più agevoli; e non rinvenivano se non quando era troppo tardi per mettere in scena una protesta convincente contro le malvagie intenzioni del seduttore. La situazione raggiunse il suo colmo verso la fine dell'Ottocento, quando la bellissima Kitty Darkins si gettò da una delle finestre dell'ultimo piano e il giovane Lord Rayle si fece saltare le cervella nella camera dov'era quella finestra... per nessuna ragione in particolare, se non che tutti parvero credere che l'idea fosse straordinariamente romantica. Gli uomini del tipo degli amici di Rayle (uomini come Compston e Mirch, tanto per darvene un'idea) avevano un'opinione molto più sensata di come ci si dovesse comportare in circostanze simili. Quando una signora faceva un tale sfoggio di cattivo gusto da sporcarvi la soglia di casa ammazzandocisi sopra, bastava solo bere un paio di bicchieri e poi uscire in cerca di un'altra donna, preferibilmente più ragionevole. Tuttavia, in un club, la condotta di Kitty Darkins costituì a tutti gli effetti una profanazione: ecco perché il Brimstone, da allora in poi, non è stato più un luogo di riunione adatto per gentiluomini. Sul suo conto circolano ogni sorta di dicerie assurde: per esempio, si mormora che contenga un appartamento recondito dove Rayle alloggiava le sue amanti, con una porta nascosta il cui segreto è morto col giovane lord. Il tutto è davvero affascinante, ma non contiene una sola briciola di verità. Eppure, benché oggi il club si sia ridotto a un luogo pacifico e tranquillo, tuttavia il suo tipo di pace è più opprimente e morboso di qualsiasi diavoleria evocata dai fantasmi del passato. La bizzarra cavalleria di un'epoca incipriata e crudele è svanita. Nei corridoi non si ode più (come alcuni giuravano) lo schiocco del cane della pistola spettrale di Falconer. Ma se penso all'inquieto purgatorio che oggi il Brimstone è diventato, quasi mi par di sentire Falconer ridere a crepapelle nel suo sano inferno anglicano, per il quale gli fornirono il passaporto i dadi e l'adulterio. Infatti, ai nostri giorni il Brimstone Club è infestato dai suoi membri medesimi. Chiunque può diventare socio, per cui vi s'incontrano uomini delle più svariate nazionalità e di tutti i tipi. Nessun comitato s'incarica di farne la sia pur minima cernita, e non è richiesto alcun requisito particolare tranne la disponibilità a pagare le quote più spaventosamente alte di tutti gli altri
club di Londra messi insieme. Perciò il Brimstone è il raduno di tutti i ricchi spostati e dei viaggiatori irrequieti sparsi per il mondo: sono ormai trent'anni che è diventato il club dei vagabondi. Viene gestito in modo praticamente simile a un albergo, e in generale è sempre semivuoto. Vi transitano fisionomie inglesi, francesi, tedesche, russe, spagnole, italiane; vi passano soldati, nobili che si sono impegnato il titolo, pecore nere di vario genere, i fanatici della caccia grossa, gl'irrequieti sempre in cerca di posti nuovi dove andare: tutti i malati del male di vivere, gli squilibrati, i falliti, i dannati. Hanno invariabilmente bocche imbronciate e occhi che non si fermano su nessun oggetto. Molto raramente un ospite rimane per più di pochi giorni alla volta. Più spesso lo si vede una sera seduto al bar, la testa china sul bicchiere, e per ore non rivolge la parola a nessuno; la mattina dopo non ci sarà già più. I membri del Brimstone spariscono volta per volta nessuno sa dove, lungo i sentieri segreti che percorrono in un mondo ricco di colori contrastanti come un tappeto orientale. A volte sono allegri e impazienti di seguire il richiamo di nuove rotte; ma quando li si vede riapparire al club dopo qualche mese o qualche anno, appaiono invariabilmente delusi e amareggiati. Allora Martin, che sovrintende al bar, comporrà il cocktail favorito di ciascuno senza dir nulla e glielo metterà davanti come se non avesse mai fatto altro ogni notte, dal momento in cui il Brimstone venne fondato. È questa, immagino, la ragione per cui un'atmosfera di malinconia e di fallimento grava su ogni angolo dell'edificio. Ci si sente oppressi dalla massiccia pesantezza del suo lusso, dai suoi lampadari velati, dai tappeti spessi che spengono ogni suono, dai suoi richiami al suicidio. Le sue finestre illuminate nella nebbia di una notte gelida non suggeriscono un interno caldo e confortevole; fanno pensare piuttosto alle luci dei piroscafi in tutte le baie brumose del mondo, piroscafi che navigano lentamente tra gli ululati dei corni da nebbia... il suono più cupo e luttuoso che si possa sentire. Ci si ritrova a immaginare strani profumi, fantasmi bizzarri e gli arcani tetti di Xanadu. Se era destino che si rinvenisse un modellino di forca in un club di Londra, il posto più adatto era senza dubbio il Brimstone Club. O almeno così fantasticavo quando, quel pomeriggio, smettemmo alfine di guardare il malaugurato gingillo. Bencolin era nervoso e di cattivo umore. Girava per il salone scuotendo la testa, e io affermo che ognuno di noi si sentì sollevato allorché Sir John suggerì che salissimo nelle nostre stanze a indossare l'abito da sera. Bencolin ripose il modellino in un armadio posto a fianco del caminetto. Ne chiuse lo sportello lentamente, come lo
chiudesse sui suoi stessi pensieri. Non parlammo più dell'argomento e poco dopo le sei uscimmo dal salone. Le stanze di Sir John erano al pianterreno, sul retro; quelle di Bencolin al secondo piano e le mie al quarto. Dal salone, un corridoio conduceva a un atrio a cupola con un ascensore in fondo, proprio come in un albergo. Era una costruzione circolare, troppo ricca di tendaggi pesanti e illuminata da pallide lampade a muro. In quel momento era deserta, e qualche brandello di nebbia fluttuava all'intorno. I nostri passi destarono degli echi. Bencolin uscì dall'ascensore al secondo piano e io salii da solo al quarto. Ero così depresso che non mi resi conto di dove mi trovavo finché non udii il ronzio della cabina che discendeva. Al quarto e ultimo piano non erano giunti i conforti dell'elettricità. Il vestibolo era enorme e squallido, malamente illuminato da globi a gas, adorno di dorature fatiscenti e col soffitto a cupola appuntita come un arco gotico. Lassù il silenzio era ancora più profondo che ai piani inferiori, e faceva talmente freddo che potevo vedere il vapore del mio respiro. La mia stanza portava il numero 21 ed era la prima dell'unica fila di camere del piano, a parte un'immensa suite posta sul retro. Avevo notato vagamente, in fondo al corridoio, l'arcata oscura che dava su quel vasto appartamento. Ma ero così immerso in cupi pensieri sulla sinistra bizzarria del pomeriggio appena trascorso che oltrepassai la porta della mia camera senza fermarmi ed entrai nello spazio al di là dell'arcata. In quel momento, urtai contro qualcuno. Al buio avevo incontrato la spalla di un essere umano. Udii l'altra persona trattenere il fiato e poi emettere un gemito soffocato e quasi irreale. Gridai: «Chi è la?» Per un istante rimanemmo immobili, cercando di vederci a vicenda, e adesso si sentiva l'ansimare pesante e faticoso dell'altro. Poi l'uomo mi scansò e insieme sbucammo nel corridoio illuminato. Era un ometto piccolo e magro, avvolto in una vestaglia di seta a fiori. Aveva la pelle scura e il naso adunco, e i capelli neri e folti gli cadevano sulla fronte in disordine; ma quello che mi colpì di più fu l'espressione bizzarra dei suoi occhi. Erano sbarrati, fissi, e di una sfumatura di giallo più facile da trovare negli occhi delle bestie; l'uomo li teneva spalancati a tal punto che l'iride era completamente circondata da un anello bianco. Erano vaghi e immoti come gli occhi di un manichino di cera, anche se l'ometto continuava ad ansimare rumorosamente. Avevano un'intensità quasi ipnotica, gelida, mortale, e parevano allargarsi sempre più mentre li guardavo.
A un certo punto l'ometto parlò, e ciò mi sorprese, perché avrei giurato che le sue labbra non si fossero affatto mosse. «Siete stato voi a mettere questo dannato aggeggio sulla mia scrivania?» chiese. Tese bruscamente la mano verso di me e l'aprì. Sul palmo giaceva una figurina di legno non più alta di tre centimetri. Raffigurava un uomo con la testa coperta da una specie di cappuccio e con il collo ripiegato di lato. La guardai a lungo, in silenzio, e intanto l'ansito dell'ometto si faceva sempre più laborioso. Nella mano bruna, quella figurina nera aveva assunto un significato mostruoso. Non ci fu bisogno di orientarmi dal suo accento per capire che mi ero imbattuto in Nezam El Moulk. Balbettai con voce sconnessa: «No, spiacente. La mia stanza è su questo piano... ho proseguito per errore...» La mano bruna si richiuse. Io alzai il capo e vidi che l'uomo mi stava ancora scrutando con quegli strani occhi spalancati. «Qualcuno si è introdotto nella mia camera...» Cominciò. S'interruppe e, senza aggiungere altro, ripose la figurina nella tasca della vestaglia, si girò di scatto e sparì sotto l'arcata. Io mi affrettai a tornare alla mia porta.' Nella camera da letto della mia suite era acceso un gran fuoco. Nello spogliatoio adiacente sentivo Thomas, il più abile dei camerieri, che si aggirava intorno preparando i vestiti che dovevo indossare. Tutte le mie fantasie erano assurde, eppure non vollero svanire mentre facevo il bagno e mi preparavo a uscire. Erano le sette quando mi avviai per scendere. Nel vestibolo incontrai Nezam El Moulk; anzi, quasi ci urtammo di nuovo, perché lui stava passando davanti alla mia porta per dirigersi all'ascensore. L'ometto, però, era cambiato in modo straordinario e non aveva più l'espressione di prima, a mio giudizio spaventosa quasi quanto la cosa di cui lui aveva tanta paura. Adesso era tutto elegante e disinvolto: l'abito da sera era inappuntabile e il cilindro messo un tantino di traverso gli dava un'aria spensierata e quasi di sfida. Col bastone premette sul pulsante per chiamare l'ascensore, e fu come se tirasse una stoccata con una spada. Osservai in quel momento che portava guanti di un candore immacolato. La faccia bruna era placida, gli occhi avevano un'espressione assente, quasi vacua. L'ometto sorrise, guardando la gabbia dove la cabina stava salendo, e fischiettò un motivo da una commedia musicale. All'improvviso si voltò e mi rivolse la parola, in un inglese cantilenante e strascicato: «Sentite... spero che avrete scusato il mio scatto di poco fa,
laggiù.» Accennò all'arcata con un gesto, alzò gli occhi al soffitto e poi tornò a guardarmi. «Era solo uno scherzo. Mi capite?» «Ma certo. È stata colpa mia, del resto.» «No, no, no!» protestò lui, alzando una mano. «Questo non dovete neanche pensarlo. E, per favore, non ne parlate con nessuno... eh?» Tornò a spalancare gli occhi e ci vidi dentro una traccia dell'espressione di prima. Nella cabina che scendeva, l'ometto si contemplò allo specchio, si raddrizzò i lembi della larga cravatta bianca, assunse un'aria compiaciuta e ricominciò a fischiettare il motivo di prima. Nell'atrio indugiò ad accendersi una sigaretta e io mi diressi al salone. Non vidi né Bencolin né Sir John, e allora sedetti accanto a una finestra ad aspettarli. La nebbia si era sollevata un poco, e le luci dell'edificio scintillavano sull'asfalto attraverso una cortina giallastra molto più chiara. Una lunga berlina Minerva, di un verde particolarmente vistoso, scivolò lungo il marciapiede. Vidi El Moulk scendere i gradini del club picchiettando contro la ringhiera col bastone. Un autista gigantesco, che mi sembrò un negro, gli tenne aperto lo sportello e salutò. El Moulk entrò in macchina, lo sportello sbatté e poco dopo i fanalini di coda della Minerva si allontanarono immettendosi nel traffico. Ci volle quasi mezz'ora prima che Bencolin e Sir John arrivassero. Nessuno fece più allusione agli eventi del pomeriggio, e così io non parlai del breve incontro al quarto piano. Prendemmo un cocktail al bar, un posticino felpato dalle tende rosse e dalle lampade a ombrello, con una grande scimmia di porcellana sogghignante sulla mensola del caminetto. Sir John, che detestava i locali affollati, avrebbe voluto mangiare al club, mentre io suggerii una cenetta rapida in un ristorante di Pall Mall vicinissimo all'Haymarket Theatre. Bencolin, invece, insistette per andare al Frascati, a Oxford Street. Il Frascati era tutto rutilante di ori e di argenti. Era affollatissimo e rumoroso, risonante del fuoco incrociato dei tappi che esplodevano dalle bottiglie e allietato dalla musica di un'orchestrina su una piattaforma illuminata. Sotto i vassoi d'argento fumanti le fiammelle a spirito ardevano bluastre, i coperchi sbattevano, i camerieri apparivano e svanivano come folletti e il vino spumeggiava luminoso e giallo nelle coppe. Sir John guardava il tutto battendo le palpebre, come un uomo appena uscito da un ambiente buio. Pian piano, però, il vino mise una sfumatura rosea nelle sue guance olivastre, e un'espressione lieta e diffidente insieme gl'illuminò gli occhi. Al momento del caffè e del cognac, quando ci eravamo riscaldati tutti e tre,
cominciò a ridacchiare. Si protese sul tavolo con aria confidenziale e si esibì in una filza di barzellette tutte assolutamente scipite, dopo ognuna delle quali faceva una risatina, drizzava le spalle e ammiccava con un occhio, grugnendo un «Eh?» pieno di sottintesi. Quando prendemmo un taxi per recarci a teatro, io avevo quasi cominciato a pregustare la prospettiva di assistere al dramma. Quella notte Londra era un umido caos di nebbia, traffico impazzito e scritte al neon che si accavallavano intorno a Piccadilly. Ma quando svoltammo e ci trovammo davanti all'Haymarket, fummo accolti da un senso quasi d'intimità nel piazzaletto circondato da edifici grigi. Era affollato di gente che andava e veniva sotto i lampioni, la cui luce si rifletteva sull'asfalto bagnato e lucido. Il rombo confuso dei passi e delle conversazioni era punteggiato dagli squilli del fischietto di un poliziotto, il cui braccio enorme, rivestito d'incerato, ogni tanto si rizzava a dare un'indicazione. Si provava come un senso di affiatamento a tuffarsi in quella comitiva di spettatori circoscritta dai bastioni di nebbia. Solo dopo che fummo entrati nel teatro, quando la sala si oscurò e il sipario si alzò su quel livido mondo di terrore che era il dramma di Vautrelle, mi tornarono alla mente le fantasticherie lugubri del pomeriggio... Alla fine del primo atto fu un sollievo poter uscire a fumare una sigaretta. Siccome il teatro era esaurito, i nostri posti erano lontani l'uno dall'altro. Nell'atrio, trovai Sir John che stava presentando a Bencolin un tizio appena arrivato. Si volse a me. «Permettete? Un'altra presentazione. Il signor Dallings, il signor Marie.» Mi trovai a stringere la mano a un uomo ancora giovane e dall'aria languida, il cui braccio era sospeso a mezz'aria e la cui stretta era così fiacca da darmi l'impressione di avere tra le mie la mano di un cadavere. Aveva gli occhi vitrei e astrattamente fissi a un punto oltre la mia spalla. Mormorò qualcosa che stava tra un grugnito e uno sbadiglio ed elargì a tutti una specie di sorriso spettrale, quindi s'immerse nella contemplazione delle proprie unghie. Aveva evidentemente cominciato a ingrassare, ma era ancora abbastanza bello con quella sua bizzarra mescolanza di languore e robustezza. Era stato educato a Oxford, si vedeva, e dopo tanti anni pareva non esserne ancora uscito. Non sarebbe stato facile intavolare una conversazione con lui. Ci fu una pausa, poi qualcuno disse: «Spero che vi stiate godendo lo spettacolo, signor Dallings.» «Eh?» chiese Dallings in tono querulo, uscendo dal suo dormiveglia con
un piccolo sussulto. «Ah!» annuì quindi con aria di comprensione, e abbozzò di nuovo il suo sorriso spettrale. «Proprio non saprei, davvero. Sono appena arrivato. Terribilmente in ritardo, temo. A voi piace?» Adesso ero assolutamente convinto della difficoltà di conversare con lui. Seguì un'altra pausa e alfine qualcuno propose di bere. Pian piano Dallings cominciò a sgelarsi, poi in lui apparve qualche scintilla di calore; poco prima dell'inizio del secondo atto, era diventato quasi amichevole. Tuttavia bisognava faticare parecchio per captare nelle sue parole qualche sillaba intelligibile. Mi sentivo come una volta a Heidelberg, quando un focoso teutone, fermamente convinto che io parlassi tedesco, mi aveva attaccato un bottone che non finiva mai, arringandomi con fervore per tre quarti d'ora su Dio sa quale argomento e fermandosi di tanto in tanto per ascoltare i miei commenti. Io non avevo fatto che annuire, mormorare "Ja, ja" e assumere un'aria interessata, mentre a intervalli mormoravo con espressione comprensiva: "Banhof". Alfine, Sir John domandò: «Oh, a proposito, George, ricordate quella strana storia che mi stavate raccontando? Quella circa l'ombra della forca o qualcosa del genere?» «Come?» chiese Dallings, aggrottando la fronte. «Ah, quella? Sì, la ricordo.» Mi parve che Sir John avesse abbordato l'argomento dietro suggerimento di Bencolin. Fu molto vago, accennò a certi strani avvenimenti verificatisi al Brimstone e probabilmente connessi con quel fatto, quindi invitò Dallings al club per bere qualcosa dopo la rappresentazione. Il giovane, chissà perché, sembrò molto stupito quando Sir John disse che avrebbe voluto sentirgli ripetere il racconto; ma accettò l'invito e rispose che il piacere era tutto suo. «Tra parentesi, signor Dallings» intervenne pigramente Bencolin «non conoscete mica un certo El Moulk? Il nome completo è Nezam El Moulk, credo.» Adesso Dallings parve completamente esterrefatto. Si passò una mano tra i folti capelli scuri, batté le palpebre e balbettò: «Ma sì, diamine, adesso che ci penso ho sentito parlare di lui...» Poi s'interruppe e lanciò un'occhiata sospettosa a Bencolin. In quel momento cominciò il secondo atto, e io tornai al mio posto sentendomi molto perplesso. Bencolin sorrideva. Non ci parlammo più sino alla fine del dramma, la cui atmosfera di orrore arcano si era insinuata nel mio spirito. Uscendo, notai che anche gli altri
spettatori avevano un'aria incupita. Dallings si unì a noi e uscimmo per strada in silenzio. Faceva molto freddo, e una nebbia grigiastra trasparente come fumo disegnava un alone intorno ai lampioni. Il piazzaletto era stipato di taxi strombettanti, ma venivano occupati in un lampo al primo cenno di un bastone alzato; così noi non ne trovammo nessuno libero. Nella speranza di avere maggior fortuna, camminammo quasi fino a Piccadilly Circus. «Be', continuiamo a piedi» disse Sir John, piuttosto stizzito. «La nebbia si è attenuata. Svoltiamo; non c'è molta strada, ancora.» In quel momento, eravamo arrivati all'incrocio di Jermyn Street, dal lato verso Piccadilly. I passanti erano scarsi, il che fu un bene perché io non stavo guardando dove andavo. Un poliziotto aveva alzato il braccio per fermare il traffico e io vidi i miei compagni svoltare e attraversare la strada. Ero appena sceso dal marciapiede per seguirli quando scorsi vagamente, alla luce di una scritta al neon alquanto nebulosa, Sir John che si girava di scatto. Alzò impetuosamente il bastone e gridò: «State attento, Marie!» L'urlo mi penetrò nel cervello. Sobbalzai, feci un salto all'indietro e per poco non caddi. Il traffico si era fermato, ma una delle automobili non aveva obbedito all'ingiunzione del poliziotto. Era sbucata senza rumore da Jermyn Street, come un fantasma. Con la sagoma deformata dalla nebbia, sembrava animata da una sua vita diabolica; e i suoi fari abbaglianti mi si precipitarono addosso mentre mi voltavo. Sentii l'agente gridare e lo squillo stridente del suo fischietto; poi l'immensa berlina verde mi passò accanto a tutta velocità e imboccò Haymarket. Ma non fu questo a lasciarmi là atterrito, scosso da un orrore che mi dava quasi la nausea. Mentre la macchina mi passava davanti, io avevo scorto per un attimo il volto del conducente. L'autista della berlina era morto. Il quadro mi era balenato dinanzi agli occhi solo per un istante, ma era odiosamente vivido. Attraverso le spirali caliginose della nebbia, la faccia dell'uomo era stata quasi proiettata contro la mia. Si trattava di un negro gigantesco in livrea, ma il suo viso nero aveva assunto un colore grigiastro. La testa gli penzolava sulla spalla destra, gli occhi dalle cornee bianchissime erano fissi e sporgenti e la mascella rilassata gli aveva fatto spalancare la bocca. Aveva la gola tagliata da un orecchio all'altro... eppure la berlina continuava a correre e stava svoltando verso Haymarket. Era l'automobile di El Moulk. Mi accorsi solo allora che il cappello mi era caduto ed era rotolato nel fango. Stavo in piedi lungo Jermyn Street e imprecavo con
una voce che non pareva la mia. Bencolin era al mio fianco. Aveva visto tutto e non perse tempo. Dietro di noi, imprigionato in mezzo alle altre macchine, c'era un taxi con la bandierina alzata. Il poliziotto si precipitò verso di noi, ma Bencolin ci stava già spingendo tutti nel taxi. «Dentro, e sbrigatevi!» gridò. «Intendo sfruttare la vostra autorità, Sir John. Scotland Yard!» disse all'autista. «Seguite quella berlina verde che ci sta davanti... quella laggiù, la vedete?» Ruzzolammo tutti e quattro all'interno dell'auto, e io atterrai sulle ginocchia di Sir John. Dallings, sbigottito e senza fiato, si trovò compresso in un angolo. Aveva la sciarpa aggrovigliata intorno alla faccia e protestava con voce soffocata: «Ma dico! Cosa succede?» La pesante auto troppo alta sbuffò e tremò. Si avviò con un orribile stridore del cambio, sorpassando il poliziotto infuriato che agitava il pugno dal finestrino posteriore. Dall'oscurità cavernosa dell'interno, vidi segmenti di edifici scorrer via in un guazzabuglio di luci mentre imboccavamo Haymarket. «Non posso andare più in fretta!» stava urlando l'autista a Bencolin. Il rombo del motore era assordante. Girammo intorno a una piccola Austin così bruscamente che ci trovammo tutti ammucchiati in un groviglio, a imprecare, però non perdemmo di vista la Minerva che continuava a correre davanti a noi. Solo allora la tremenda follia della nostra impresa mi penetrò nella mente: stavamo inseguendo a folle velocità un morto che faceva un giro di piacere attraverso Londra. Eravamo impegnati a correr dietro a un cadavere! Dallings e Sir John cominciarono a parlare all'unisono, ma Bencolin, che si stava sporgendo dal finestrino, li fece tacere con un gesto imperioso. L'autista continuava a urlare. «La nebbia è troppo spessa, capo!» invocava, disperato. «Ma eccolo! Sta girando verso Pall Mall...» Una spessa coltre di nebbia stava calando su di noi. Svoltammo a destra e imboccammo il lungo tunnel di luci che era Pall Mall. La strada era diritta e quasi deserta, e i fanali di coda rossi della Minerva scintillavano chiaramente anche attraverso la bruma. Attraversammo Waterloo Place a tutto gas e continuammo l'inseguimento. Il cadavere, nella sua macabra corsa, stava infrangendo tutti i regolamenti del traffico. Quasi riuscivo a immaginarlo che scuoteva le braccia e si dimenava nell'ebbrezza della velocità. Al di sopra del brusio di Londra si levò la voce del Big Ben, che suonava la mezzanotte. La berlina verde
aveva sorpassato il Carlton Club e, con un guizzo inaspettato, aveva preso a correre ancora di più. I fanali di un'altra macchina parvero balzarci davanti; l'autista sbandò con una frenata improvvisa, e il taxi eseguì uno scarto violento. Ci fu un urto, sentimmo schiantarsi un parafango e riprendemmo velocità, lasciandoci dietro una scia d'insulti sanguinosi. Dall'altra parte della strada, il fischietto di un poliziotto sibilò invano... Adesso la berlina stava rallentando e Bencolin strinse i pugni. Eravamo quasi a St. Jame's Street quando la Minerva girò a destra con uno sbandamento improvviso. «Sta... sta andando al Brimstone» disse Sir John, con una strana voce. Svoltammo a destra anche noi e vedemmo la berlina rallentare e fermarsi. Ne distinguevo vagamente la sagoma; sulla fiancata destra, di un verde brillante, si rifletteva la luce proveniente dal portone del club. Arrivammo a precipizio e ci fermammo bruscamente a nemmeno un metro dalla macchina. Il morto se n'era tornato tranquillamente a casa. Scendemmo sul marciapiede. Con passo maestoso, il portiere stava già scendendo i gradini del Brimstone; potevamo vederne la vasta figura stagliata contro la luce che aveva alle spalle. Sentivo il cuore che mi batteva all'impazzata, e suppongo che gli altri si sentissero impazzire esattamente come me, perché nessuno di noi quattro si mosse. Il portiere aprì lo sportello posteriore della berlina e rimase in attesa. Non uscì nessuno. Il silenzio si prolungò per un minuto terribile, mentre il rombo del traffico risuonava incessante dietro di noi. Nella penombra fluttuante, il portiere allungò il collo per sbirciare nell'interno della Minerva. Aveva assunto un'aria perplessa. Continuò a non apparire nessuno. L'uomo scosse il capo e si fece avanti per rivolgersi all'autista. In quel momento, Bencolin si staccò dal nostro gruppo. La sua alta figura occhieggiò dentro e fuori alcuni banchi di nebbia, mentre lui avanzava verso la parte anteriore della berlina... proprio allora, il portiere emise un urlo terribile e fece un balzo all'indietro, come se si fosse scottato. Vidi il profilo aquilino di Bencolin, sotto il cappello a cilindro, chinarsi in avanti verso le luci del cruscotto. Il suo lungo braccio si protese e spalancò lo sportello con violenza. Una massa enorme parve precipitargli addosso, ma invece si abbatté sul selciato ai suoi piedi con un tonfo sordo. Ora, alla luce dei fari, potevo vedere la faccia di Bencolin simile a una maschera diabolica mentre lui abbassava lo sguardo sul cadavere, senza muoversi. 3
Via della Rovina Mi girai a guardare i miei compagni. Sir John era rimasto immobile e privo di espressione, con solo una vaga meraviglia negli occhi mentre la sua mano protesa tendeva una banconota all'autista del taxi. Quest'ultimo si sporse dal finestrino, troppo sbigottito per accorgersene. Dallings volgeva la faccia pallida da una parte all'altra della strada con una specie di stupore petulante. Ma un istante dopo, ci eravamo tutti radunati intorno alla Minerva. Il colossale negro giaceva prono, con le braccia spalancate, e il berretto gli era caduto dalla testa ricciuta. La sua spina dorsale era tuttavia sollevata e le gambe ripiegate sotto il corpo; il rigor mortis era iniziato mentre lui era seduto, così adesso pareva quasi che si stesse prostrando davanti a Bencolin. Nella nebbia, la sua livrea verde scuro spiccava come il dorso di uno scarabeo enorme. Nell'interno della macchina e lungo il predellino, c'era una cospicua pozza di sangue che non era riuscito a coagularsi interamente e gocciolava ancora lungo il canale di scolo. Dallings, che aveva posato distrattamente una mano sullo sportello, ebbe un sobbalzo e si fece indietro; poi cominciò a strofinarsi le mani con forza, l'una contro l'altra, come stesse cercando di liberarsi da un pezzo di carta moschicida che gli fosse rimasto appiccicato alle dita. Udimmo la voce dura e calma di Bencolin. «Sir John, dove si trova la più vicina stazione di polizia? A Vine Street? Bene. Portiere, fate un salto all'interno e telefonate subito. Se possibile, cercate di parlare con l'ispettore divisionale in persona. Vogliamo che mandino immediatamente qualcuno.» «L'uomo è morto, naturalmente» disse piano Sir John. «E da parecchio tempo» osservò Bencolin, toccando il cadavere con la punta del bastone. Poi aspirò profondamente e gli s'inginocchiò accanto. Dallings si riscosse con un sussulto e gridò: «Ma santo cielo... lui stava guidando!» Bencolin si alzò. Esaminò la parte posteriore e anteriore dell'automobile e annuì. «Così sembra, amico mio. Si è dimostrato anche un guidatore esatto e preciso, oltre tutto: ha spento il motore e» si chinò di nuovo «ha innestato perfino il freno a mano, credo... ma non voglio toccarlo. Nel sedile posteriore non c'è nessuno.» «Aspettate un momento» disse Sir John al portiere. «Un momento solo:
telefonerò io stesso a Vine Street. L'ispettore divisionale è Talbot. Lo conosco molto bene, ha lavorato alle mie dipendenze. Verrà qui subito. Ma di chi è questa macchina?» «È una berlina molto famosa, ma forse è più nota sul continente che qui. Appartiene a Nezam El Moulk. Datemi una mano, adesso, e portiamo dentro questo povero diavolo: non possiamo lasciarlo qui ad attirare una folla di gente. Portiere, voi prendetelo per le spalle, così, e voi» fece un cenno all'autista del taxi «prendetelo per i piedi. Non abbiate paura, lui non può farvi nulla... Attenzione, è molto pesante.» La bizzarra processione salì con passo alquanto malfermo i gradini. Mentre Sir John si accingeva ad andare a telefonare, arrivò di corsa un poliziotto arrabbiatissimo che aveva fatto un bel pezzo di strada nella nebbia allo scopo di arrestare tutti per violazione del codice stradale; ma Sir John si fece riconoscere e lo condusse nel club per fornirgli le spiegazioni necessarie. Fu una fortuna che non arrivasse nessuno spettatore. Entrò dentro anche Dallings; io e Bencolin rimanemmo soli nella nebbia fluttuante. Per un poco restammo in silenzio accanto alla macabra berlina, i cui sportelli erano spalancati sulla notte. «Bencolin» chiesi alfine «dov'è El Moulk?» Lui si strinse nelle spalle. «In quest'automobile comunque non c'è. Perché me lo domandi?» Gli raccontai dei miei due incontri con l'egiziano e gli dissi che era uscito proprio in quella berlina poco dopo le sette. Lui mi ascoltò con attenzione, ma non fece commenti. Si sporse nell'interno dell'auto, cercò a tentoni e trovò l'interruttore della luce. Sul tetto si accesero una fila di minuscole lampadine gialle che diffusero un'illuminazione piuttosto tenue. Vedemmo che i sedili posteriori erano tappezzati di velluto scuro e che sopra c'erano degli oggetti: un bastone di ebano e un paio di guanti bianchi, con accanto una scatola quadrata di cartone che portava la scritta: "Wills, Fioraio, Cockspur Street 8, Londra". Non c'era alcun segno di disordine e nemmeno un granello di polvere. «Osserva questi sportelli posteriori» mi disse Bencolin. «Non noti niente?» «I vetri mi paiono straordinariamente spessi.» «Sono vetri antiproiettile» mi spiegò lui, picchiando leggermente con le nocche su uno dei finestrini. «E a giudicare dallo spessore del bastone che El Moulk ha lasciato sul sedile, sarei incline a pensare che nasconda una lama. Pare davvero che il tizio abbia preso ogni precauzione possibile e
immaginabile per difendersi dai malintenzionati.» Spense le luci dell'interno e continuò a bassa voce. «Eppure lo hanno preso, Jeff. Lo hanno preso.» «Chi?» Bencolin si era piegato a scrutare di nuovo il sedile anteriore. «Guarda come è stato tirato avanti! L'autista, grosso com'era, doveva starci molto stretto... Ehm! Comunque, la polizia ha diritto di esaminare ogni cosa per prima. Andiamo dentro.» «Bencolin» dissi «quando l'automobile mi è passata davanti, ho potuto scorgere con la massima chiarezza il suo interno e l'autista. Non c'era nessuno sul sedile anteriore! Giuro che non c'era assolutamente nessuno! Vorresti dire che un uomo morto...» «Sciocchezze, Jeff: naturale che qualcuno stava guidando la berlina. Magari è scivolato fuori sotto la protezione della nebbia e se l'è data a gambe appena fermata la macchina: la guida è a destra, come puoi vedere, e l'autista dev'essere uscito dalla parte opposta.» «Ma se ti dico...» «E va bene, lasciamo andare: continua pure a pensarla come vuoi. Entriamo dentro.» Lo sgomento autista del taxi stava scendendo giù per i gradini e mormorava tra i denti una filza di bestemmie incredule. Bencolin gli diede del denaro e lo incaricò di sorvegliare la berlina. Lo lasciammo che la fissava con aria assorta, come se si aspettasse di vederla pigliar su e ripartire per conto suo. Entrammo nel Brimstone e ci venne subito incontro il robusto portiere, che si asciugava la fronte col fazzoletto. Ci precedette attraverso l'atrio e giù per un corridoio che cominciava subito dopo l'ascensore. «Abbiamo portato il cadavere nella sala da biliardo, signore» ci spiegò. «La vecchia sala da biliardo, naturalmente. Non l'adoperiamo più, da quando abbiamo trasferito i tavoli in un altro locale adiacente al salone. E inoltre, vi chiedo scusa, ma non volevo che gli ospiti potessero vedere...» Aprì una porta e c'introdusse in un'ampia sala gelida, dove si era accumulata molta polvere. Un vecchio tavolo da biliardo, con la tappezzeria di feltro verde consunta e lacerata, stava al centro dell'ambiente ed era illuminato brillantemente da due lampadari che pendevano dal soffitto. Vi avevano disposto sopra il cadavere e lo avevano coperto con una fodera da divano polverosa, dalla quale spuntavano grottescamente gli enormi stivali del morto. Dietro il tavolo c'era Dallings, in piedi, col cappello spinto
all'indietro sulla nuca. Guardava inorridito e affascinato insieme il corpo nascosto. Quando entrammo, trasalì e fece un'osservazione oziosa. «Gli hanno tagliato la gola, avete visto? Gli hanno tagliato la gola!» Passando per l'atrio, avevo visto Victor affaccendato a togliere le macchie dal pavimento di marmo con un secchio d'acqua e uno straccio. Rabbrividii ancora quando Dallings m'indicò con un dito il rivolo di sangue che, attraverso il feltro verde, correva verso una delle buche. Guardai quel sangue con attenzione e incredulità, come quando, durante il gioco, si aspetta che una pallina vada in buca e ci si chiede se ce la farà a entrarvi. Dallings puntò ancora l'indice e disse con foga: «Ce l'ha fatta, per Giove!» Emise un risolino isterico. Il portiere si voltò e fuggì dalla stanza, andando quasi a sbattere contro Sir John che entrava. Aveva un'espressione perplessa e sconvolta. «Avete chiamato Vine Street?» gli chiese Bencolin. «Calmatevi, per favore, signor Dallings!» «Sì, e per fortuna ho anche trovato Talbot. Però è successo qualcosa di strano...» «Cosa volete dire?» Sir John si morse le labbra. Le sue sopracciglia sottili erano profondamente aggrottate, e i suoi occhi fissavano il cadavere senza vederlo. «La cosa riguarda Talbot» disse. «Non lo avevo mai sentito così turbato. Mi ha detto che sarebbe arrivato immediatamente e mi ha rivolto la domanda più bizzarra che si possa concepire. Mi ha chiesto: "Dov'è Via della Rovina?".» Bencolin si volse, con la mano sulla fodera che ricopriva il cadavere. «Ebbene? Cosa ci trovate di strano?» «È questo il punto» rispose Sir John, scuotendo il capo. «Mi ha chiesto dov'era Via della Rovina... Perché doveva chiederlo proprio a me? Io... io spero di non essere soggetto a voli di fantasia.» Fece questa osservazione col tono di chi si augura di non impazzire. Esitò un poco e poi continuò: «Quando ero ancora in servizio, credevo di conoscere ogni strada, ogni vicolo di Londra. Ma quella strada non l'ho mai sentita nominare.» Quindi alzò gli occhi e fissò Bencolin attraverso le lenti cerchiate d'oro. Il grande investigatore mormorò: «Sciocchezze!» e tornò a voltarsi dalla parte del tavolo. Quando scoprì il cadavere, Dallings si trasse indietro. Il giovanotto tentò di tirar fuori una sigaretta dall'astuccio, ma questo gli sfuggì di mano e cadde a terra, spargendo all'intorno il suo contenuto. Gli occhi spaventosamente bianchi del morto erano fissi di lato, verso la spal-
la, e luccicavano sotto la luce cruda. Un grosso squarcio partiva dal lato sinistro del collo e arrivava sotto l'orecchio destro, dove si assottigliava. In quel momento aveva quasi cessato di sanguinare; pareva inferto da una lama di rasoio. La mano sinistra del cadavere, ripiegata sul petto, portava un anello con un grosso diamante falso. Anche le dita di quella mano erano tagliate quasi fino in fondo, come se l'assassino avesse cercato di reciderle per impadronirsi dell'anello. La giacca verde dell'uniforme era inzuppata di sangue; praticamente, ne era imbevuta. Ma proprio sopra il cuore si notava uno strappo nel tessuto, dove qualcosa di aguzzo era stato conficcato nel petto. Bencolin tirò la fodera ancora più giù ed emise un'esclamazione. «Cosa c'è?» domandò Sir John. «Tutti i bottoni della giacca sono stati tagliati» spiegò Bencolin. «E inoltre guardate qui.» Sollevò le estremità di due vistosi cordoni dorati che pendevano dalle spalle del negro. «Diable! Che razza di gusti ha El Moulk in fatto di livree! Questi cordoni portavano appese in fondo delle grosse nappe di filo d'oro Ebbene, anche le nappe sono state tagliate.» Fece un passo indietro e si fermò, con le mani sui fianchi, a scrutare il cadavere da capo a piedi. «Mi piacerebbe vedere il contenuto delle sue tasche» aggiunse «ma dovremo aspettare finché non arriverà il vostro ispettore.» Poco dopo, Victor ci annunciò che l'ispettore divisionale Talbot era arrivato, e allora Bencolin si ritrasse nella zona d'ombra al di là del cerchio di luce dei lampadari. Vedevo vagamente la sua alta figura appoggiata alla mensola del caminetto e la punta accesa del suo sigaro che andava su e giù. L'ispettore Talbot non era un tipo molto imponente. Era anzi un ometto dalla faccia quadrata e opaca e dall'aspetto stolido, il naso fratturato e la sgradevole abitudine di digrignare rumorosamente i denti. Ma i suoi occhi, in quella fisionomia sonnacchiosa, erano vispi e mobilissimi, e sembravano dotati della capacità di assorbire tutti i dettagli di ciò che vedevano come il sole assorbe l'acqua. Aveva capelli scuri, che stavano diventando grigi alle tempie. Quando si tolse l'impermeabile, vedemmo che era vestito con un'eleganza un tantino troppo ricercata. Non mostrò alcuna sorpresa, salutò Sir John con profondo rispetto e girò un'occhiata distratta sul resto di noi. Un taccuino gli apparve tra le mani quasi per magia. Perfino quando Sir John gli ebbe riferito tutti i particolari della corsa attraverso Haymarket, si limitò ad annuire. «Benissimo, signore» disse dopo una pausa. Meditò e digrignò i denti. Poi fece un largo gesto col braccio. «Pare proprio che questa faccenda sia
estremamente bizzarra, eh?» Ci pensò su un momento, come chiedendosi se per caso non avesse esagerato, ma poi confermò la sua prima impressione. «Sì, davvero bizzarra.» Adesso daremo un'occhiata a quel che il morto ha addosso. «Aspettate un istante, Talbot» disse Sir John. «Cosa mi stavate dicendo poco fa a proposito di Via della Rovina?» «Ah!» brontolò l'ispettore, incerto. Si accigliò. «Vedete... è questa la parte più bizzarra della faccenda. A quel che mi avete detto, la berlina appartiene a un egiziano di nome El Moulk. Quando sono arrivato qui, le ho dato subito un'occhiata. Ho avuto l'impressione che il signor El Moulk vi sia stato dentro, perché ho visto il suo bastone e i suoi guanti, ordinatamente ripiegati, sul sedile posteriore.» «Io l'ho visto uscire dal club questa sera» intervenni. Talbot scrisse un'annotazione sul taccuino e volse verso di me una faccia sonnolenta. «Ah» ripeté. «E quando è stato?» «Dopo le sette. Forse alle sette e cinque.» «"Dopo le sette. Forse alle sette e cinque." Bene...» «E allora?» lo interruppe Sir John. «Questa sera abbiamo ricevuto una telefonata, a Vine Street... di una persona che ha insistito a voler parlare con me. Era una voce piuttosto indistinta. Mi ha detto queste precise parole: "Nezam El Moulk è stato impiccato alla forca di Via della Rovina".» Ci fu un silenzio. Dall'ombra fitta dove si era rifugiato Bencolin, la punta incandescente del suo sigaro sussultò a mezz'aria e poi s'immobilizzò. «Subito dopo, la comunicazione è stata interrotta» continuò Talbot. «Non è stato possibile rintracciarne la provenienza. Naturalmente, ho pensato che qualche bello spirito avesse voluto fare uno scherzo. Succede spesso, sapete» spiegò, sorridendo con indulgenza. «Riceviamo ogni sorta di denunce folli. Gente ci chiama per segnalare che la regina è stata rapita o che qualcuno è scappato all'estero portandosi dietro il monumento a Nelson...» "Io però mi son messo a pensare, dopo, a quanto erano strani i nomi che avevo sentito; e la cosa mi dava fastidio. Continuavo a domandarmi: "Dov'è Via della Rovina?". Alla fine ho chiesto a diversi poliziotti della stazione, ma nessuno l'aveva mai nemmeno sentita nominare. Poi voi avete telefonato per dirmi che la berlina del signor El Moulk era stata guidata fin qui col suo autista morto... e allora, diamine, per un secondo sono rimasto
senza fiato." Emise un suono stranamente simile a un sospiro, digrignò i denti diverse volte e alfine sbottò: «Nessuno di voi, signori, sa per caso dove sia questa Via della Rovina?» Gli occhietti vispi avevano un'espressione alquanto sconcertante quando si fissarono su di me. Ma scossi la testa, e lo stesso fecero tutti gli altri. «Ehm» grugnì Talbot, rassegnato. «Proprio così.» Senza dir altro, si accostò al cadavere e vi si chinò sopra. Con la matita scrisse rapidi appunti sul taccuino. «Solo pochi spiccioli... niente banconote di grosso taglio.» «Pensate sia stata una rapina?» domandò Sir John. «Non posso dirlo, signore... Portafogli vuoto; nessun documento d'identità. Un portasigarette...» «Gran Dio!» esclamò Sir John. Si stava tirando la corta barba e all'improvviso puntò un indice verso il corpo. «Quell'astuccio è di platino! Un autista di colore con un portasigarette di platino?» Il sigaro di Bencolin aveva ricominciato a muoversi normalmente, ma lui continuò a restar fermo accanto al caminetto. Talbot annotò, senza scomporsi: «Platino. Io non me ne sarei accorto, Sir John, e vi ringrazio. Colmo di sigarette. Un mazzo di chiavi. La contromarca di un biglietto di cinematografo. Una guida tascabile di Londra. Un pacchetto di caramelle alla menta. Tutto qui.» L'ispettore chiuse il taccuino. «E adesso, signori» disse con animazione subitanea «non so come la prenderà il sovrintendente quando saprà che avete rimosso il cadavere. Avreste dovuto lasciarlo al volante, sapete. Un sacco d'indizi sono andati distrutti quando voi...» Sir John lo interruppe con una certa durezza. «Credo che sapessimo quello che facevamo, Talbot. Non avete afferrato il nome dell'uomo che è laggiù?» Talbot digrignò i denti per l'ennesima volta e socchiuse gli occhi. Per la prima volta tradì una certa sorpresa e lanciò un'occhiata interrogativa a Sir John, che annuì. Con mio grande stupore, la sua aria autoritaria svanì senza lasciar traccia. Quando Bencolin si avanzò dall'ombra, l'ispettore sorrise... un sorriso bonario, familiare, quasi umile... e tese la mano. «Poco ci è mancato che non facessi una grossa figuraccia, signore. Voi certo non vi ricorderete di me, però io non mi sono mai scordato di voi. Ero sergente a Vine Street quando ci avete assistiti nel caso Gravane. Pe-
rò...» ribadì aggrottando lievemente le sopracciglia «però insisto a dire che non avreste dovuto rimuovere il cadavere.» «Mi sento davvero colpevole, ispettore» disse Bencolin. «Tuttavia, credetemi, son certo che la cosa non ha una grande importanza... Avete qui gli esperti delle impronte digitali, vero?» «Certo. Adesso me ne vado, così il dottore potrà esaminare il corpo. Sarò obbligato a interrogare tutta la servitù di questo posto, e temo di dover chiedere a voi signori di aspettarmi nel salone... Sarebbe proprio una bella sorpresa» aggiunse, con improvvisa energia «se il signor El Moulk entrasse fresco fresco dalla porta, non più defunto di me! Ci vediamo più tardi nel salone, signori, se non vi dispiace.» Bencolin lo guardò uscire con un sorrisetto ironico. «L'ispettore Talbot vede le nostre difficoltà con molta più chiarezza di quanto siamo disposti ad ammettere noi... Lui crede davvero in Via della Rovina, sapete. Questo pomeriggio, Sir John, voi avete interrotto la mia piccola conferenza sulle possibilità che può offrire la nebbia. Ebbene, Talbot sa o sospetta che...» Sir John si stava lucidando le lenti con espressione imbronciata. A quelle parole, alzò bruscamente il capo. «... che una strada di Londra sia andata perduta.» «Di cosa diavolo state parlando?» domandò brusco Sir John. «Di una cosa molto interessante: dov'è Via della Rovina? Il problema mi assilla. Può darsi che non vi sia nulla di strano nella sparizione di un uomo. E qualche tipetto un po' strambo può perfino telefonare per informarci che l'uomo scomparso è stato impiccato. Ma supponiamo che scompaia un'intera strada... Pensate: un'intera strada cancellata dalla mappa di Londra. Cosa può esserci di più fantastico?» Fece una pausa. «Chi abita in Via della Rovina? Come fareste a spedirvi una lettera? Santo cielo, la visione di El Moulk che viene inghiottito da una strada perduta è la fantasticheria più arcana che si possa trovare nel reame dell'incubo! Come farebbe un assassino a trovare un modo migliore per sbarazzarsi della sua vittima che impiccarla a una forca innalzata al cospetto dell'intero firmamento, ma in una strada che la polizia non è in grado di trovare?» Sir John ebbe uno scatto di esasperazione. «Sentite, Bencolin» proruppe «ve lo dico sul serio: dovete smetterla con questa mania di costruire romanzi su tutto. Altrimenti farete della vicenda un così dannato pasticcio che nessuno riuscirà più a raccapezzarvisi. Talbot magari non lo dimostra e
voi non ve ne accorgereste, dal suo modo di fare, ma sappiate che vi considera una specie di divinità. Prenderà sul serio ogni vostro minimo suggerimento, e allora...» La sua barba corta era protesa in avanti, e la faccia olivastra e pallida dell'ex vicecommissario era contratta dalla fretta con cui lui parlava. Purtroppo, senza volerlo, aveva fatto scattare in Bencolin una molla pericolosa. L'istrionismo del francese affiorò di colpo, con la solita arrogante tracotanza. Bencolin rovesciò la testa all'indietro e scoppiò nella sua abituale risata silenziosa, schiudendo appena le labbra. Parlò in tono gelido, ma io sapevo che la sua collera era salita al calor bianco. «Così, amico mio, voi pensate davvero che il mio metodo di lavoro non farà altro che ingarbugliare la faccenda?» «Se questo genere di voli pindarici lo chiamate "metodo di lavoro"... ebbene, sì.» «Ah, bene» annuì Bencolin, sempre con voce fredda. Fece scorrere pensosamente un dito sul bordo del tavolo da biliardo, e quando riprese a parlare la sua voce tremava. Io lo avevo visto di quell'umore in qualche altra occasione, prima di allora, e l'ultima volta lui aveva spezzato la schiena a un uomo in un caffè malfamato della rue Brisemiche. «Io e voi abbiamo spesso avuto delle dispute su questo argomento.» Il grande investigatore alzò il capo e il suo tono si fece velenoso. «Di questo caso io conosco ben poco... anzi, non so neppure con chiarezza cosa sia o non sia avvenuto. Tuttavia, voglio fare una piccola scommessa con voi. Scommetto una cena per noi tre che sarò in grado di fare il nome dell'assassino di quest'uomo entro quarantott'ore.» S'interruppe di colpo e abbatté un pugno selvaggio sull'orlo del tavolo da biliardo. «Dio mandi all'inferno i vostri metodi da lumaca! Io detesto quelli che per riuscire hanno bisogno di fare un passetto alla volta. La vedremo, se sono davvero capace solo di costruire romanzi su tutto! Accettate la scommessa?» Sir John si era drizzato in tutta la sua statura e stava eretto e rigido. Aveva le guance accese, e i suoi occhi gelidi dicevano chiaramente: "Ciarlatano!". Tuttavia si limitò a rispondere: «Per favore, siate serio.» «Non sono mai stato più serio in vita mia.» «Sono costretto a ricordarvi che dalle nostre parti la legge esige delle prove. Qui i vostri metodi spettacolari non possono avere nessun risultato. A voi piace il lavoro induttivo: date per scontato che un paio di supposi-
zioni siano vere, stabilite che il criminale deve aver fatto questo o quell'altro e poi vi mettete al lavoro per provarlo. È un metodo spettacolare, oserei dire, e si adatta alla legge come la si concepisce da voi. Ma un poliziotto inglese che si comportasse così finirebbe male. Le qualità di un investigatore autentico, qui, sono l'esperienza, la pazienza e la perseveranza.» «In una parola» commentò Bencolin «le stesse qualità che si possono trovare, spinte al grado più elevato, nell'ammaestratore di pulci di un circo.» Seriamente irritato, Sir John ribatté: «Perché bisticciare per questo? Intendo accettare la scommessa... Però mi garantite di produrre anche le prove dell'accusa che sporgerete?» «Sì» rispose Bencolin, appoggiandosi al tavolo. Aveva il viso stanco e incupito. «Ebbene, allora la questione è sistemata» concluse Sir John con un pallido sorriso. «Venite, amico! Abbiamo percorso troppa strada insieme per farci cattivo sangue su una sciocchezza simile. Andiamocene nel salone. Credo che un bicchierino o due...» «Magnifica idea!» gridò una voce, uscendo dall'ombra così all'improvviso che io sobbalzai, come se avessi sentito un fantasma. La voce però era quella di Dallings, di cui ci eravamo tutti dimenticati. Sbirciando al di là del cerchio di luce, lo vedemmo seduto sul largo davanzale di una finestra. Aveva un'aria distaccata e quasi incorporea, ma si affrettò a balzare in piedi. Bencolin aprì la porta. Uscimmo e, prima che quest'ultima si richiudesse alle nostre spalle, non seppi trattenermi dal lanciare un'occhiata all'indietro. Il viso del cadavere pareva guardarci con gli occhi spalancati sopra una spalla, come se stesse per augurarci la buona notte. Nell'atrio circolare, la porta dello stanzino del portiere, dal lato opposto rispetto a noi, era semiaperta; potemmo quindi sentire la voce asciutta di Talbot rivolgere delle domande e la voce spaurita di qualcuno che gli rispondeva. Non è possibile immaginare quanto apparisse squallido l'atrio, con le soglie vuote delle porte e le stanze al di là deserte e colme di echi. Pareva proprio che fossimo le uniche persone in giro. Mentre ci dirigevamo al salone, invece, sentimmo il ronzio dell'ascensore che scendeva. Lo sportello sbatté con un fragore che si ripercosse nella vasta rotonda e qualcuno uscì dall'abitacolo talmente in fretta che inciampò e poco mancò che cadesse. Era un uomo alto e dinoccolato, magrissimo, le cui spalle angolose pa-
revano bucare la stoffa della vestaglia che indossava. Aveva il naso molto lungo, il cranio appuntito e calvo che pareva salire dalle anse delle orecchie sporgenti e occhi di un azzurro slavato, circondati da occhiaie profonde. Era tanto turbato che per un istante ci guardò come se non ci vedesse, ma poi gridò: «Sapreste dirmi dov'è la polizia?» Con un cenno del capo, Bencolin indicò la porta dalla quale uscivano le voci. L'uomo ci lanciò al di sopra della spalla un ringraziamento frettoloso e vi si diresse. Le sue lunghe gambe si muovevano con goffaggine estrema, come se inciampassero di continuo contro il fodero di una sciabola. Prima di arrivare alla sua meta, il tizio si girò a rivolgerci un sorriso spettrale. Bencolin mi parve molto sorpreso. Girò gli occhi intorno all'atrio, i cui soli occupanti erano Victor e il poliziotto di guardia al portone. «Strano!» disse fra sé. «Chi sarà quell'individuo?» Sir John scosse la testa. «Non lo so, ma credo di averlo visto qui in giro, qualche volta. Potremmo farcelo dire da...» La sua voce si estinse in una specie di rantolo, come se qualcuno gli avesse dato un pugno nello stomaco. Eravamo arrivati alla porta del salone, le cui cortine erano tirate indietro. Ci arrestammo sulla soglia, impietriti. Poi Sir John si volse e disse con voce quasi lamentosa: «Sentite, Bencolin, questa storia deve finire. Mi capite? Deve finire!» L'enorme sala era illuminata solo dai riflessi del fuoco, che proiettava bagliori vividi e danzanti sulla parete opposta al caminetto. Nella macchia di luce torreggiava su di noi un'ombra nerissima, gigantesca e spigolosa: l'ombra di un patibolo. Dal trave della forca la figura di un uomo, con il cappio che gli serrava il collo. 4 La donna di Chez Aladdin «Non è il caso di allarmarsi» disse Bencolin. «È solo l'ombra della forca giocattolo.» Indicò il tavolo al centro della sala, illuminato dal fuoco. «Vedete? Qualcuno l'ha tolta dall'armadio e l'ha messa là sopra. Uno scherzo di luce...» Sir John fece scattare l'interruttore accanto alla porta e accese il lampadario. Ci avvicinammo al tavolo.
«Ora c'è anche un condannato che pende dal cappio» osservò Sir John. «Santo cielo, guardate! È un pupazzetto di legno!» Dinanzi a noi stava il modellino di forca che avevamo già visto quello stesso pomeriggio. Adesso, però, dalla corda di spago penzolava una figuretta nera la quale mi parve identica a quella che qualcuno aveva lasciato sulla scrivania di El Moulk poche ore prima e che io avevo vista per l'ultima volta fra le sue mani. Raccontai subito la cosa a Sir John. «Ci dev'essere un pazzo che si aggira da queste parti» disse lui, convinto. Bencolin annuì. «Avete ragione su tutti e due i punti. Si tratta davvero di un pazzo, se le mie "induzioni" che vi sono tanto antipatiche sono giuste. E certamente si trova qui. Intendo qui nel club, e senza dubbio in questo momento medesimo.» «Avete già una vostra teoria?» «Sì, ma ne ho abbozzato solo i tratti generali. Quest'uomo, El Moulk, viene perseguitato in modo astuto ed insinuante, probabilmente da... Ma non importa. Ora lo hanno preso. Sarà bene che chiamiamo Victor.» Victor, tuttavia, non poté esserci di nessun aiuto. Arrivò confuso e turbato dopo la sua intervista con l'ispettore Talbot. Espresse un timido e doveroso orrore per la vista che gli mostrammo e spiegò che non era più tornato nel salone dalle sette e mezzo in poi. Però si era trattenuto per tutta la serata nello stanzino del portiere, che dava sulla rotonda. Poteva quindi affermare con la massima sicurezza che nessuno era entrato nel salone, almeno dalle sette e mezzo a mezzanotte. Quando il cadavere era stato trasportato dentro, appunto alle dodici, lui aveva lasciato lo stanzino e non poteva dire se da allora qualcuno fosse entrato o meno nel salone. «C'era molta gente qui al club, stasera?» domandò Bencolin. «No, signore. L'unico che si è fatto vivo è stato il colonnello Mardale. Doveva ritirare la posta. Si è affacciato al bar e alla rotonda, ma se n'è andato quasi subito.» «Chi è il colonnello Mardale?» «Una bravissima persona» intervenne Sir John. «Ha settant'anni, è sordo come una campana e soffre orribilmente di gotta. Lo conosco personalmente; potete lasciarlo fuori da questa faccenda in tutta tranquillità.» «Bene. Tutto ciò suffraga l'ipotesi che il fantoccetto sia stato appeso alla forca dopo mezzanotte, approfittando della confusione che si è creata quando il cadavere è stato portato dentro. Nessuno avrebbe fatto caso a...»
Alzò lo sguardo. «Victor, quanta gente alloggia al club in questo momento? A parte la servitù, naturalmente.» «Certo, signore. Prima di tutto ci siete voi tre. Poi il signor El Moulk, il suo cameriere personale (un francese di nome Joyet) e il suo segretario, il signor Graffin. Infine il dottor Pilgrim. Sette in tutto, signore.» Bencolin si lasciò cadere in una poltrona imbottita e si passò una mano tra i capelli. «Ehm» mormorò. «Chi è dunque quel tizio alto in vestaglia che è uscito dall'ascensore mentre noi stavamo attraversando l'atrio?» «Era il signor Graffia, signore. Il segretario del signor El Moulk.» «Questa sera è per caso uscito?» «Uscito dal club, volete dire? No, signore. È rimasto dentro tutto il giorno, si è fatto servire i pasti in camera.» «E il cameriere, Joyet. È qui, stanotte?» Victor arricciò le labbra in una piccola smorfia di disgusto. «No, signore. Credo sia andato a Parigi in vacanza.» «Infine l'ultima persona che avete nominato... di chi si tratta?» «Il dottor Pilgrim? È una persona davvero tranquilla, signore» rispose Victor con aria rispettosa. «È uscito alle nove circa, signore, e non l'ho veduto rientrare.» «Non abbiamo bisogno d'altro, Victor, grazie.» Adesso tutte le luci color ambra erano accese nel grande salone dal soffitto a costoloni alto quasi otto metri, e gl'intagli grotteschi che lo adornavano erano perfettamente illuminati. Mascheroni, serpenti, colonne a torciglione, pipistrelli, gufi, teste bizzarre strisciavano lungo le pareti e serpeggiavano intorno alle finestre dai vetri a losanga. Figure scheletriche sormontavano i ritratti appesi all'intorno. Seduto nella grande poltrona davanti all'enorme camino vasto quanto un portale di pietra, Bencolin era rimasto immobile. Sir George Falconer sembrava fissarlo con uno sguardo sarcastico. «Conoscete qualcuno di quelli che Victor ha nominato?» chiese infine l'investigatore. Sir John, che stava ancora contemplando il modellino di forca sul tavolo, si volse. «Chi? Ah, gli ospiti del club? Conosco un poco Pilgrim.» «Il dottore?» «Ma sì, mi pare che sia appunto un medico... però non credo che eserciti la professione. È un archeologo di una certa fama: ha scritto alcune opere
assai dotte sulla vecchia Londra. Personalmente, però, non nutro grande simpatia per questi scrittori di oggi» grugnì Sir John. «Fanno giochi di prestigio con le parole: certe volte li capisci, certe volte no e alla fine ti chiedi di cosa diavolo stanno parlando. Il dottore, tuttavia, non manca di sostanza, ed è anche un uomo interessante.» «Per ora lasciamolo stare. La situazione è la seguente: io ho certe teorie che possono essere giuste oppure no; in ogni caso, sono convinto che l'avventura capitata al signor Dallings l'altra notte abbia a che fare con il caso che c'interessa...» Dallings era semisdraiato in una poltrona davanti a quella di Bencolin. Nel sentirsi nominare, spalancò due occhi quasi bovini. «Gli sarei dunque estremamente grato se volesse riferirci la vicenda da capo a fondo.» «Ma santo Iddio» proruppe il giovanotto «si è trattato solo di...» «Sì, sì, certo, si è trattato solo di un'illusione ottica: lo capisco benissimo. Ma parlatemene lo stesso. Sono stato informato inoltre che avete fatto la conoscenza di una donna misteriosa... una francese. Era per caso molto alta, con capelli color rame? Aveva occhi castani piuttosto distanziati?» Dallings si drizzò a sedere e chiese: «Come fate a saperlo?» «Lo so perché è una mia vecchia amica. Immagino che non abbia voluto dirvi il suo nome, eh? Ah, vedo. Be', si chiama Colette Laverne.» «Voi conoscete quella donna?» domandò Sir John. «Un poco. La famosa, l'affascinante, la squisita Colette! Lo prevedevo che ci saremmo imbattuti in lei, presto o tardi...» «Famosa?» si stupì Dallings, fissando Bencolin con uno sguardo piuttosto vacuo. Il suo viso pieno e abbastanza bello esprimeva un imbarazzo penoso. «Raccontateci la vostra avventura.» Il giovanotto esitò. «Ma dico, è proprio indispensabile che ne parli?» «Oh, non alla polizia, credo. Però non esitate a confidarvi con noi, ve ne prego, e lasciate da parte la reticenza così naturale in un gentiluomo.» Bencolin tossì leggermente per nascondere il sorrisetto che gl'increspava le labbra. «Comprendo benissimo come la discrezione possa rendervi difficile parlare della... ehm... conquista che avete fatta.» «Conquista?» ripeté l'altro, sbigottito. «Ma no, non è proprio il caso!» Era più imbarazzato che mai. «No, naturalmente... figurarsi!» lo confortò Bencolin. «Raccontateci solo come sono andate le cose.»
«Debbo dirvi tutto?» «Tutto.» «Ma ci faccio una tale figura da idiota» si lamentò il giovanotto, confuso; quindi i suoi occhi espressero un certo sospetto. «E non capisco quale diritto abbiate voi...» Si aggiustò la cravatta con dita malferme. Parve riflettere un istante, quindi sbottò: «E va bene, ve lo dirò! La faccenda è cominciata... oh, circa una settimana fa. Avevo preso appuntamento con un'amica per andare a teatro, ma all'ultimo momento lei non è potuta venire. Così ci sono andato da solo.» "Avevo fatto una buona cena e bevuto parecchio champagne, che mi aveva dato un poco alla testa. La commedia" aggiunse, socchiudendo appena gli occhi «era una di quelle dove spengono continuamente la luce e qualcuno urla. Era divertente, però.» "Bene, stavo seduto al mio posto appena un tantino sbronzo, cercando di accendermi una sigaretta e spassandomela non poco. Alla fine, però, la rappresentazione ha cominciato a darmi ai nervi. Parlava di un tizio che andava in giro ad affettare gente con un coltello..." Lanciò un'occhiata interrogativa a Bencolin e questi annuì. «Proprio in uno di quei momenti in cui avevano spento la luce e il teatro era sprofondato nel buio, qualcuno mi piazzò la fiammella di un accendino sotto il naso... per la mia sigaretta, capite? Santo cielo, mi fece fare un salto! Vidi chiaramente la faccia del tizio alla luce della fiammella. Si trattava di un uomo seduto dietro di me nel palco; prima non lo avevo notato. Credo fosse quell'egiziano, El Moulk.» "Lo avevo già visto prima da qualche parte: forse da Lady Ponsonby. Quanto non li posso sopportare, i forestieri... Oh, chiedo scusa! Volevo solo dire che non mi andava il suo modo di parlare. Tuttavia, quella sera dovetti ammettere che era un tipo interessante. Bevemmo qualcosa durante l'intervallo e, tra una chiacchiera e l'altra, il discorso cadde sui locali notturni. Lui me ne raccomandò uno che era strettamente riservato agl'intenditori, disse. Si offrì di darmi la sua tessera, visto che lui non ci poteva andare. "Una conversazione di scarsa importanza, come potete vedere. Fu nel locale raccomandatomi da El Moulk che incontrai quella donna. Era un posticino bizzarro, con un giardino artificiale, un'orchestra nascosta e via dicendo. C'era una luna azzurra e, dietro ogni tavolino, un albero con frutti d'argento. Lo chiamano 'Chez Aladdin'... Lei era sola, seduta a un tavolino parzialmente in ombra e avvolta in una sciarpa luccicante. Non ricordo
nemmeno come fu che ci presentammo. Dev'essere stata lei a rivolgermi la parola per prima, perché io non avrei osato... capite?" Bencolin continuava a guardare il giovane con malcelato divertimento, e certo quella dichiarazione dovette sembrargli un po' troppo candida. Dallings si guardò intorno come a cercare incoraggiamento. Poi continuò: «Sì, fu lei a rivolgermi la parola... comunque, a un certo punto ci trovammo insieme, con una bottiglia di champagne sul tavolo. Qualcuno stava cantando una canzone sulla nostalgia delle notti arabe; e questo mi fece ridere, lo ricordo. Lei non volle dirmi il suo nome; più tardi lo chiesi a un cameriere, ma neppure lui lo sapeva. Disse che la chiamavano la signora dai braccialetti. Vedete, portava una fila intera di braccialetti d'argento ornati di gemme azzurre. Uno aveva il gancio allentato e io le dissi che rischiava di perderlo, ma lei ne rise e basta.» "Rideva tanto! Aveva un'aria così allegra quando rideva, e gli occhi le scintillavano: credo la sentissero in tutto il locale. Aveva capelli rossi ed era molto bella. Non ricordo neanche quello che le dissi... a parte il fatto che debbo essermi comportato davvero da idiota, e non esagero. Vedete... ero talmente ansioso di far bella figura! Sapete come ci si sente quando ci si trova quasi al buio, nel séparé di un locale notturno..." Allargò le braccia. «Finimmo con l'incontrarci là tutte le sere. L'ultima sera... be', naturalmente ero sbronzo, lo ammetto, però avevo perduto la testa per lei, sul serio. Volevo ad ogni costo accompagnarla a casa. Lei aveva capito che, se non avesse acconsentito, avrei fatto una scenata, e probabilmente è stato per questo che mi ha assecondato.» Scosse la testa, avvilito. «Chiamai un taxi. Lei diede all'autista un indirizzo che non sentii bene. All'arrivo, nella nebbia, non riuscii a capire dove ci trovassimo. E lei scomparve... senza una parola, senza dirmi nulla. Oh, all'inferno! Dopo, io mi misi a vagare senza meta nella nebbia e vidi l'ombra di una forca...» Dallings si raddrizzò e fece una smorfia. «Lei però mi aveva detto una cosa: "Se dovesse succedere qualcosa, c'incontreremo giovedì sera al solito posto". Giovedì sera è proprio stasera. Ecco perché sono arrivato in ritardo a teatro. Ero passato al locale, ma lei non c'era.» Dopo un lungo silenzio, Dallings si alzò stancamente e si tolse il cappotto. Lo depose su una poltrona insieme alla sciarpa bianca che aveva al collo e si diresse alla finestra. Rimase a guardar fuori, nella foschia. Alfine mormorò con amarezza: «Se questo può servirvi a qualcosa.»
«Vi ringrazio, signor Dallings. Ora, se non vi dispiace, vorrei farvi qualche domanda.» «Non mi dispiace affatto» disse il giovane, girandosi di colpo «purché mi diciate chi è veramente quella donna e perché ha montato tutta quella sceneggiata con me.» «Alla prima parte della vostra domanda è facile rispondere. Lei è un'amica molto intima di Nezam El Moulk... o almeno lo era. Capite?» Dallings annuì. Con le labbra irrigidite, masticò: «Oh... bene!» «Quanto alla seconda parte, credo che la risposta sia un tantino più complicata. Lei si è sempre rifiutata di dirvi come si chiamava?» «Sì.» «Ha mai offerto una spiegazione per il suo rifiuto?» «Io supponevo... che fosse sposata» rispose il giovanotto, imbronciato. Poi sferrò un calcio alla gamba di una poltrona. «Aveva per caso l'abitudine di far domande a voi?» «Io... io non capisco.» «Voleva sapere qualche particolare del vostro passato, per esempio?» «Adesso che ci penso» disse Dallings, aggrottando la fronte «più di una volta mi chiese se ero stato nell'esercito. Le dissi di sì. Allora volle sapere se conoscevo un certo tizio... ho dimenticato come si chiamava, ma comunque non lo avevo mai sentito nominare. Lei insisteva, dichiarando che quell'individuo faceva spesso il mio nome.» Io proprio non riuscivo a capire dove volesse andare a parare Bencolin con quelle domande, ma vidi che sorrideva con aria soddisfatta. «Un'altra cosa ancora, signor Dallings. La notte che andavate vagando nella nebbia... quanto tempo è passato tra il momento in cui lei vi lasciò e il momento in cui finiste col ritrovarvi a Ryder Street?» «Be', sinceramente a me sembrarono ore, e invece si trattò di poco tempo: non più di venti minuti. Ma tra il momento in cui mi ritrovai a Ryder Street e quello in cui riuscii ad acciuffare un taxi passarono davvero diverse ore.» «Allora...» stava cominciando Bencolin, quando s'interruppe e guardò verso la soglia. Un uomo aveva scostato le cortine. Era lo stesso tizio alto e dinoccolato, in vestaglia, che avevamo visto poco prima nell'atrio. Le orecchie parevano sporgergli più che mai ai lati dell'angusto cranio calvo. Gli occhi celesti da gufo ci guardavano come perplessi, e lui pareva tenersi in piedi solo perché si aggrappava ai lembi della portiera.
«Chiedo scusa» disse infine con dignità esagerata. «Ehm... siete stati voi, signori, che lo avete trovato, vero?» Indicò col pollice dietro di sé. Bencolin annuì col capo e l'uomo emise un sospiro di sollievo. Avanzò nel salone con passo maestoso e insieme malfermo. «Mi chiamo Graffin» annunciò. «Tenente Graffia, ma è solo un titolo di cortesia. Mi hanno sbattuto fuori dall'esercito, sapete» spiegò volubilmente. «Sono il segretario del signor El Moulk. Segretario privato e confidenziale.» Scrollava le spalle angolose sotto la vestaglia, che era di un viola estremamente vistoso, come per assestarsela più comodamente addosso. Poi si lasciò cadere in una poltrona come un manichino disarticolato. Si strofinò il lungo naso, batté le palpebre e dopo un poco riprese: «Quanta confusione. Che s'impicchi! Spero non sia successo nulla di male a El Moulk. Che s'impicchi! Finirò con lo scoprire che non era poi un cattivo diavolo, se dovessi apprendere che l'hanno fatto fuori. Ah ah ah! Ah ah ah! Io ero il suo unico amico, capite.» Ci guardò con aria seria e parve sul punto di scoppiare in lacrime. Intanto, un odore ben riconoscibile cominciava a diffondersi nel salone. L'uomo era tranquillamente, dignitosamente e completamente ubriaco. «Ebbene» disse Bencolin «sono lieto che siate arrivato, tenente...» «Grazie!» gridò Graffin, tutto ringalluzzito. «Tenente, appunto! Dell'aeronautica!» Una vena di diavoleria nascosta parve destarsi in Dallings. Il giovanotto assunse un'espressione impassibile, alzò un sopracciglio e parlò con un tono esageratamente pigro e strascicato. «Davvero?» chiese, lanciando a Graffin un'occhiata di disgusto. «Lo ero anch'io. Quando...» «Fu prima che vi arruolaste voi, giovanotto» lo interruppe Graffin in tutta fretta. «Molto prima. Però ero davvero in aviazione. Posso mostrarvi la mia licenza. Che s'impicchi!» «Questa metafora si riferisce direttamente al caso nostro» disse Bencolin per mettere pace. «Sir John Landervorne, che vedete qui, è un ex funzionario di Scotland Yard. Stiamo conducendo una specie d'investigazione non ufficiale sulla morte dell'autista, e se voi foste disposto a collaborare potreste esserci di grandissimo aiuto, penso.» Graffin annuì subito, portandosi un dito alle labbra. «Ne sarò più che felice, signore. L'ispettore là fuori sta interrogando tutti i domestici... ma io non posso tollerare di essere sottoposto a un simile interrogatorio. Lui ci
ha provato, certo... Ah ah ah! Eh? Già, precisamente. Ma io e voi, signore, andremo perfettamente d'accordo: vedo già che siete del mio stesso parere.» Dopo una pausa aggiunse, come ricordandosene in quel momento: «Ero nella RAF.» «Da quanto tempo siete il segretario del signor El Moulk?» Graffin esitò. Gli comparve negli occhi un'espressione scaltra. «Da sei anni circa, più o meno» rispose. «Ci siamo conosciuti al Cairo. Lui ha case dappertutto. Per qualche tempo abbiamo abitato perfino in America. Uff!» «Da quanto tempo vi trovate a Londra?» «Direi da nove mesi. Siamo arrivati a marzo.» «Siete davvero l'unica persona della... cerchia di El Moulk?» «Della sua cerchia più ristretta, sì, certamente, sono lieto di affermarlo. Abbiamo alle nostre dipendenze Joyet, che è francese. E avevamo il povero Smail, che è morto. Era americano.» «Immagino che siate molto bene al corrente degli affari di El Moulk.» Graffin ridacchiò, come se avesse sentito una battuta. «Dunque» continuò Bencolin «potete dirmi se lui avesse per caso... qualche nemico?» «Nemico?» L'uomo sogghignò e fece schioccare la lingua. Poi mormorò, in tono quasi supplichevole: «Un nemico... ma caro signore! Queste sono cose da romanzi. Nessuno ha dei nemici, al mondo.» Bencolin sì protese in avanti e lo inchiodò con una domanda precisa. «Negate allora che da un po' di tempo El Moulk sia vittima di una persecuzione sistematica da parte di qualcuno che è fermamente deciso a ucciderlo?» «Assurdo!» L'uomo stava tamburellando sui braccioli della poltrona con le lunghe dita, e la sua voce si era fatta stridula. Gli occhi slavati, arrossati dall'ubriachezza, fissavano Bencolin con ostilità. «Non vi riscaldate, signor Graffin. Posso chiedervi come avete passato la giornata di oggi?» «Nelle nostre stanze, all'ultimo piano. Ero indisposto. Io...» Si passò una mano sullo stomaco, con una smorfia. «Non ne siete mai uscito?» «No.» «Eravate lì anche alle sei circa di questo pomeriggio?» «Sicuramente. Ero nella sala grande... a leggere. Abbiamo una sala mol-
to vasta, che usiamo come studio.» Bencolin si alzò. Si accostò al tavolo centrale, staccò la figurina di legno dal cappio della forca e tornò indietro per metterla sotto il naso di Graffin. «Eravate là, dunque» scandì «allorché qualcuno ha lasciato questo oggetto sulla scrivania del signor El Moulk?» Graffin emise un singhiozzo, gli occhi sbarrati e fissi sulla figurina nera. Poi in un improvviso accesso di collera respinse la mano di Bencolin. «Mettetela via! Mettetela via!» gridò con voce stridula e altissima. Si dibatteva con violenza sulla sedia, come un pesce preso all'amo, e le sue strida laceravano l'aria. «Tuttavia, avete dichiarato voi stesso di trovarvi là.» «Sì» sussurrò Graffin, calmandosi. «Dio mi è testimone» annunciò, alzando una mano come per un giuramento solenne. «Dio mi è testimone che ero là. Stavo seduto con la schiena voltata alla scrivania, e le porte erano tutte chiuse a chiave.» "Stavo seduto con la schiena voltata alla scrivania, e nella sala non c'era anima viva. A un certo punto, Nezam è uscito dalla sua camera da letto, in vestaglia, e di colpo ha indicato la scrivania col dito. "Io mi sono voltato. Cinque minuti prima, sulla scrivania non c'era niente. In quel momento, invece, era apparsa... quella cosa." Graffin intrecciò le dita con mossa spasmodica. «E nessuno era entrato nello studio, ve lo giuro! Non era entrato nessuno!» 5 Jack Ketch Era caduto un profondo silenzio, ma l'intensità e l'orrore di quel grido sembravano ancora echeggiare e palpitare nelle nostre orecchie. Graffin faceva scorrere i suoi occhi slavati dall'uno all'altro di noi, implorando d'esser creduto. Poi si rilassò sullo schienale della poltrona e cercò di riacquistare un po' di calma. «Questa è la mia risposta, signore» disse. «Potete credermi o no, come volete.» Mentiva? La sua storia era talmente assurda che poteva benissimo esser vera, eppure l'intera persona di Graffin emanava un forte puzzo di duplicità, di frode. Il suo scatto era stato improvviso, teatrale: subito dopo lui aveva accavallato le gambe e riassunto con tanta facilità la sua dignità da
ubriaco! C'era aria di ciurmeria nei suoi occhi arrossati che parevano ammiccare nella faccia colorita dall'alcol, adesso coperta di chiazze livide. Mi guardai intorno. Sir John stava accanto al tavolo e si passava una mano sulla mascella quadrata e ossuta. Dallings non aveva distolto lo sguardo da Graffin e teneva fra le dita una sigaretta dimenticata. Solo Bencolin era imperturbabile come sempre. «Dunque nello studio non c'era nessun altro?» riprese quest'ultimo. «Nessuno. Avrei visto chiunque fosse entrato.» «Bene, bene, non c'è bisogno di insistere su questo punto finché non avremo visto la stanza... Comunque, pare che la figura sia apparsa dal nulla. Ditemi, tenente, El Moulk frequentava spesso i locali notturni?» Una simile domanda, evidentemente, era l'ultima che Graffin si aspettasse. Spalancò la bocca dalla meraviglia. «Ma... ma caro signore!» balbettò. «Che razza d'idea! Locali notturni, dite? Lui non li poteva soffrire. Era un tipo strano, El Moulk. Ci andammo una volta e c'erano certi tizi che cantavano qualcosa come: "Tra-la-la, trala-la bum, bum!"» L'uomo canticchiò il motivetto con voce stonata, ma scuotendo il capo con la massima solennità. "Tra-la-la, quando il mio amore se ne va per la città, tutti gli uccellini fan cip cip!" L'acuto finale s'incrinò in una specie di singulto. «Nezam se ne andò immediatamente e disse: "Peccato che William Wordsworth non sia ancora vivo al giorno d'oggi. Potrebbe fare un sacco di soldi scrivendo le parole per le canzonette alla moda". Locali notturni! Ma scherziamo?» «Vedo» mormorò Bencolin. «Quali che siano le altre qualità di El Moulk, raramente mi è capitato di sentire una critica più sensata. Comunque, il vostro datore di lavoro usciva molto?» «No, di rado; anzi, molto di rado. Era troppo occupato con i suoi... studi.» «Che tipo di studi?» Graffin si batté una mano sulla fronte, cadde in una sorta di meditazione imbronciata, e prese a brontolare tra sé in modo tale che lì per lì pensai stesse scivolando in una trance; per un attimo, poi, sembrò quasi spaventato. Una volta sola parlò a voce alta: «O i demoni che vagano nel profondo del mare...» Ci fu una pausa, poi il brontolio ricominciò. «Tutte diavolerie, vi dico! Ecco cosa studia. Ve ne accorgerete da voi quando esaminerete le sue stanze. Un mucchio di diavolerie, e lui ci crede perfino.»
Era la prima occhiata che ci veniva concesso di gettare sulla strana anima contorta dell'uomo di nome Graffin. «Diavolerie! Robaccia! Tutta robaccia!» «Dove stava andando, dunque, quando è uscito stasera?» lo interruppe Bencolin. L'altro sussultò e riprese la sua posa mondana. «Questo posso dirvelo subito. Aveva appuntamento per cena con una donna.» «Davvero? Con mademoiselle Laverne?» «Conoscete il suo nome? Sì, proprio con lei.» Bencolin assentì. «Una cosa che ci avete detto, tenente, mi è sembrata molto interessante» osservò. «Avete affermato, mi pare, che voi eravate il suo unico amico. Cosa intendevate dire con ciò?» L'allampanato Graffin stava strizzando un occhio al tappeto sul pavimento, come se ne stesse studiando i motivi geometrici. Si riscosse. «Ho detto questo? All'inferno! Non era proprio il caso...» «Ebbene?» «Ebbene, sì, dannazione!» Gli occhi slavati fiammeggiarono di amarezza. «"Il suo unico amico"... Dio, ma sapete che è buffo?... Non intendo restare qui a farmi interrogare ancora. Non avete il diritto di trattenermi! Adesso me ne vado! Me ne vado... Tuttavia vi dirò ancora una cosa: lui era un paria, proprio come me. Un povero paria dannato come sono io. Però vi dico...» Sul viso gli scorrevano lacrime da ubriaco. Puntò un indice contro Bencolin. «Io ho avuto almeno tanti amici quanti ne ha avuti lui. E se qualcuno ha fatto fuori quel disgraziato bastardo, io piangerò sulla sua tomba. E adesso me ne vado! Non avete il diritto di trattenermi!» Si alzò, barcollante e impaurito come un bambino, e indietreggiò lentamente. Quando vide che non avevamo alcuna intenzione di fermarlo, sgattaiolò via. «Cosa ne pensate di tutto questo?» domandò Bencolin. Dallings espresse l'opinione che l'uomo era un tipo eccessivamente volgare. «Meglio tenerlo d'occhio, comunque» osservò Sir John. «A parte ogni questione di simpatia o antipatia personale, io non mi fido di lui. Dà un'impressione di bassezza innata... Ebbene, Talbot?» Il piccolo ispettore era entrato con aria cupa, una matita infilata dietro
l'orecchio. «Non ho messo insieme nulla di veramente interessante» ci disse. «Il medico pensa che l'uomo sia morto da almeno quattro ore, forse di più. Ho appurato qualche fatto qui dentro...» Consultando spesso il taccuino, ci mise al corrente delle sue scoperte. Come già sapevamo, El Moulk era arrivato nel marzo precedente e aveva affittato la grande suite dell'ultimo piano. Siccome il Brimstone non si curava affatto delle convenzioni, ed era gestito nel modo più eccentrico che si potesse immaginare, El Moulk non aveva incontrato nessuna difficoltà a organizzare un suo piuttosto bizzarro ménage. Le tariffe che pagava erano principesche, ma le sue esigenze non erano da meno. Il suo seguito consisteva in Graffin, un cameriere francese adesso in licenza e l'autista, Richard Smail, che era un americano. Graffin e Joyet alloggiavano nella suite. Nessuno sapeva dove dormisse l'autista, ma la macchina veniva tenuta in un vicino garage. Secondo gli accordi stabiliti da El Moulk, nessun membro del personale del club poteva metter piede nelle sue stanze. Talvolta l'egiziano andava a cena fuori e talvolta nel ristorante del Brimstone, ma di regola i pasti gli venivano serviti nel suo appartamento, sotto la supervisione di Joyet. "Era uno strano tipo di francese" avevano detto a Talbot, e si capiva che l'uomo doveva spesso aver avuto delle divergenze d'opinione con lo chef. L'ispettore dichiarò che, secondo il portiere, El Moulk era "un signore tranquillo". Ma perfino questa definizione discreta sottintendeva una certa mancanza di rispetto. Circa la sua corrispondenza, riceveva lettere? Mai. Inviti? Raramente. Però arrivavano di continuo pacchi per lui. Si somigliavano tutti: erano avvolti in carta marrone e sigillati con ceralacca blu. Tutti, assicurava il portiere, portavano la lettera "K" stampata sul sigillo e tutti provenivano da Londra. Quanto a eventuali visitatori... non ce n'era mai stato uno, in tutti i nove mesi. Talbot chiuse il taccuino. «Ho telefonato al garage» disse. «L'autista ha prelevato la berlina alle sette meno dieci circa. Poi dobbiamo interrogare il fioraio dove il signor El Moulk ha comprato la confezione di fiori che abbiamo trovata in macchina. Il negozio adesso è chiuso, ma in mattinata...» In quel momento, Victor si fece avanti con discrezione e mormorò: «Il signor Marie è desiderato al telefono.» Al telefono? Consultai l'orologio uscendo dal salone: era l'una e mezzo. Eppure non mi parve nemmeno bizzarro che qualcuno potesse telefonarmi
a quell'ora, dopo tutti gli avvenimenti grotteschi della serata. Il telefono era proprio davanti alla porta del salone. Afferrai il ricevitore, con la mente traboccante di supposizioni nebulose... Una voce chiamò: «Jeff!» e un'emozione improvvisa mi serrò il petto. Da mesi non udivo quella voce. L'intero passato si ridestò di colpo. Gridai: «Sharon!» Sharon Grey: era la sua voce, non c'era dubbio. Proprio la sua voce inconfondibile, con quelle strane cadenze di contralto che la rendevano unica. Capii allora perché le vaghe memorie che mi si erano agitate nell'intimo per tutta la giornata erano state così tenebrose. Dietro di loro c'era quella ragazza (accidenti a lei) che mi aveva così stranamente ossessionato durante l'orribile e delizioso aprile in cui era esploso il caso Saligny. «Sei tu?» chiese lei, quasi senza fiato. «Sì. E tu...» «Sono io, sì... Come stai?» «Bene! Ehm...» gridai io, sforzandomi di dominare il tremito della mia voce. Seguì una pausa imbarazzata, dopo la quale ricominciammo a parlare tutti e due contemporaneamente e dovemmo perder tempo a districare il discorso che si era ingarbugliato. Dopo un poco venni a sapere che suo padre (il quale nella mia mente era apparso sempre come una specie di orco con tanto di mazza) era ripartito per l'ennesimo dei suoi eterni viaggi e che Sharon era venuta a Londra dal Nottinghamshire, diretta verso il sud della Francia. La casa di città, che i Grey usavano molto raramente, non era stata aperta durante l'ultima stagione mondana; ma piuttosto che soggiornare da amici, col rischio che il padre la scoprisse di nuovo in circolazione, lei aveva preferito fermarsi per qualche giorno nella casa disabitata... almeno finché lui non fosse arrivato in qualcuna delle regioni selvagge che prediligeva tanto. La ascoltai senza capire un gran che di quanto diceva. Me la stavo raffigurando come doveva essere in quel momento, le labbra accostate al ricevitore del telefono, mentre gesticolava con la mano libera che stringeva una sigaretta. Sharon dagli occhi color ambra, che passavano dalla perplessità a un'espressione sognante e subito dopo diventavano vivaci e colmi di un'irrequietezza monellesca. Sharon dalle lunghe ciglia nere, il visetto mobile e animato, i lunghi capelli d'oro antico. Sharon così tenera e dolce, che però sapeva bere come un marinaio e bestemmiare come un giornalista. La rivedevo nelle sue fantasticherie, nei suoi accessi di gelosia, nelle sue col-
lere furiose e nella sua tenerezza improvvisa, come l'avevo conosciuta tanto tempo prima a Parigi... «Senti, Jeff» stava dicendo «non potresti venire qui adesso... subito? Mi stanno succedendo un mucchio di cose...» Quando il caso Saligny si era chiuso, c'era stata quell'indimenticabile e rovente settimana in un minuscolo villaggio lungo la Senna. Vi aveva posto termine suo padre, che era arrivato, furibondo, dopo aver faticato non poco a rintracciare la figlia. Poi l'aveva portata via. Anzi, l'aveva trascinata via alla lettera, quel vecchio figlio di buona donna. Avevo ricevuto da lei certe lettere da cui si capiva che la teneva addirittura rinchiusa. Eppure eravamo riusciti ad averla, quella settimana insieme... Grazie a Bencolin, che aveva distolto il padre di Sharon dalle nostre tracce per tutto il tempo che gli era riuscito. Fortuna che a Bencolin piace vedere i giovani godersi la vita. «... ho sentito dire che il tuo amico Bencolin era qui a Londra anche lui, così l'ho riferito a Colette... Be', allora, puoi venire?» «Ma certo! Aspetta solo che mi metta il cappello. Cos'è successo?» «Non posso dirtelo per telefono. L'indirizzo lo conosci?» Me lo ripeté: era in Mount Street. Il resto della nostra conversazione fu un tantino confuso, anche perché, credo, Sharon doveva aver bevuto parecchio. Solo dopo aver riappeso il ricevitore mi sentii invaso da un presentimento spiacevole. Il presentimento era stato destato dal nome "Colette", che Bencolin aveva attribuito tanto alla signora misteriosa di Dallings quanto alla donna che aveva una tresca con El Moulk. La sua amante, insomma. Il nome era abbastanza comune: era assurdo temere che anche la Colette di Sharon fosse la medesima donna e che ci trovassimo quindi tutti invischiati nello stesso enigma... Cercai di scacciare quell'assurda idea, ma era impossibile. Perciò, vedendo Bencolin uscire dal salone, gli riferii immediatamente la storia della telefonata. Lui rifletté un minuto, aggrottando la fronte. Da dietro la porta, sentivo Talbot che parlava a voce alta. «Come ti ho detto» mormorò Bencolin «quella donna si chiama Colette Laverne. Ma può darsi che in questo momento non usi il suo vero nome.» «Si può sapere chi è, tuttavia?» «Aspetta.» Prese l'elenco telefonico. «È una possibilità piuttosto remota, ma dopotutto El Moulk non è mai stato tirchio con le sue amanti...» Le sue dita sfogliavano rapidamente le pagine. «Diamine, eccola qui! Mount
Street 122, Mayfair uno sette sette otto!» «Sharon abita nella casa adiacente» gli feci notare. «Allora sbrigati ad andarci. Prima, però, stammi a sentire: questo incidente può non avere alcun significato, ma può anche rivelarsi molto importante. Noi sappiamo che El Moulk è uscito di qui per recarsi da lei; se poi ci sia arrivato, resta da vedere. Tieni per te questo particolare... per ora non c'è bisogno che Talbot lo sappia.» «Stai manovrando questa investigazione del tutto a modo tuo, eh?» «Ho fatto una scommessa e intendo vincerla, perciò obbediscimi. Non dire nulla, a meno che non sia assolutamente necessario: so che posso fidarmi di te; non sarai tu a rompermi le uova nel paniere.» El Moulk, Dallings, la donna del locale notturno, Sharon: erano tutti nelle grinfie di piccole deità cieche che li facevano ballare come burattini a loro capriccio. E non in una danza ordinata secondo un disegno preciso, non in un complicato eppur disciplinato balletto di marionette, ma in una confusione cieca come loro, in una cateratta ruggente che c'inghiottiva tutti. Passai in salone per prendere cappotto e cappello e mi fermai un istante. Talbot aveva appena finito il suo resoconto, e il silenzio era così teso che io rimasi immobile, col cappello in mano. L'ispettore stava di nuovo digrignando i denti e aveva l'aspetto di un uomo che ha parlato a perdifiato, il più a lungo possibile, solo per evitare l'idea che maggiormente lo ossessionava. In piedi accanto al tavolo dov'era la forca, grassoccio e tirato a lucido, si schiarì la voce... C'era qualcosa nell'aria, non ne avevo il minimo dubbio: me lo dicevano la luce troppo forte delle lampade color ambra, i bassorilievi bizzarri e sinistri della sala immensa, e Talbot con la testa bruna protesa in avanti. «Cosa vi succede, Talbot?» intervenne Sir John. Gli occhi acuti dell'ispettore si alzarono verso di lui. Era un uomo pratico, certo, per nulla portato ai voli di fantasia... «Poco fa vi ho riferito, signore» disse «che questo El Moulk non ha ricevuto nessun visitatore per tutto il tempo in cui ha alloggiato qui...» «Ebbene?» «Però ne ha avuto uno questo pomeriggio.» Talbot spostò il proprio peso da un piede all'altro e continuò: «Proprio questo stesso pomeriggio... ma non so cosa pensarne. Alle due circa un uomo si è presentato qui e ha chiesto di El Moulk al centralinista. Di regola, l'atrio là fuori è ben poco illuminato. Il centralino ha la sua lampadina, ma tutto il resto è al buio; quindi il centralinista non poteva vedere la fac-
cia dell'uomo. Lui si teneva al di là del banco, in ombra.» "L'addetto però ha visto le sue mani. Avevano dita bianche e lunghe, dice, e l'uomo le teneva posate sul banco. 'C'è il signor El Moulk?' ha domandato. Il centralinista ha risposto che l'egiziano era uscito... L'uomo allora ha esitato un secondo e poi ha detto: 'Ecco il mio biglietto da visita. Volete avere la bontà di dirgli che verrò molto presto a trovarlo?'." Talbot fece una pausa e strizzò gli occhi. «Il telefonista dice che l'uomo gli ha porto il biglietto, ma lui sul momento non vi ha dato nemmeno un'occhiata. Lo ha messo da parte per darlo a El Moulk. Poco dopo, però, è smontato dal servizio e il biglietto non è stato mai consegnato. Eccolo, signore.» L'ispettore trasse dal taccuino un cartoncino rettangolare e lo mise sul tavolo. Scrutò le nostre facce mentre ci avvicinavamo per esaminarlo. Dopo aver gettato al biglietto un'occhiata rapidissima, Sir John si trasse indietro: la sua espressione era troppo impietrita per essere naturale. Sentii Bencolin emettere un risolino soffocato... Io provai un orribile senso di nausea, che mi sconvolse lo stomaco. Ricordai le ultime parole sussurrate dal sinistro individuo: "Volete avere la bontà di dirgli che verrò molto presto a trovarlo?". Sul biglietto da visita era stampato a rilievo un nome tremendo: JACK KETCH. 6 L'uomo che si era impiccato Fuori la nebbia si era diradata, e un alone brillante danzava intorno alle lampade dei fanali. Pall Mall appariva chiara e limpida, spazzata dal freddo intenso. Sentii un'automobile percorrere di corsa Piccadilly. All'angolo, presi al volo un taxi e mi accomodai sull'ampio sedile mentre imboccavamo la salita di St. James's Street. Jack Ketch, il boia, aveva presentato il suo biglietto da visita. Questo era l'atto più folle, più velenosamente brillante dell'intera pazza vicenda. I suoi passi felpati si avvicinavano senza posa, strisciavano al nostro fianco nell'oscurità, strisciavano... forse anche al fianco di Sharon? Al di sopra del brusio notturno di Londra si udiva il pigro ronzio dei pneumatici sulla strada, e nel taxi buio aleggiavano i ricordi. Mi si agitavano nel petto provocandomi un dolore incontenibile, eppure insieme al dolore c'era anche una selvaggia esultanza. Il taxi correva lungo le luci pallide di Piccadilly, e
l'aria gelida rendeva tagliente lo squillo del clacson. Poi imboccammo Berkeley Street e passammo nella quiete di Mayfair. A Barly-sur-Seine, in quel lontano aprile, mi era sfilato davanti agli occhi un panorama costituito di casette candide e strade bianche, percorse incessantemente da carriole cigolanti. Una dignitosa processione di oche avanzava con aria curiosa: somigliavano a professori di Oxford. In quel momento mi pareva perfino di sentire il loro schiamazzare. Le stradine odoravano di paglia e di letame e sonnecchiavano ai raggi del sole, come gli alberi densi di foglie; in sottofondo, il fiume cantava pigramente. A Barly-sur-Seine, lo ricordavo anche troppo bene, c'era stata una piccola locanda le cui tendine rosse e bianche erano perpetuamente agitate dalla brezza proveniente dalla Senna. Sharon era simile a un'atmosfera che la pervadesse tutta: gli occhi di Sharon, le braccia di Sharon... mentre il lucignolo della lampada a petrolio continuava a fumare nell'ombra. Oh, la pena di quei giorni, i sussurri, i bisticci, le parole amare, il troppo bere: tutto si era fuso in un folle romanzo sotto la luna fatata di primavera. Pensai allora con sorpresa, come mi accadeva sempre, che Sharon mi era necessaria. Il taxi svoltò a sinistra. Dopo aver esitato un poco nella strada buia e gelida, trovai facilmente l'indirizzo. Il taxi riprese la corsa e scomparve. Quasi subito il portone massiccio si aprì su un atrio lugubre, in fondo al quale ardeva una lampada velata. Era stata Sharon ad aprirmi. Mi parve più piccola di statura di quanto la ricordassi. La luce fioca cadeva sulle sue spalle candide e sui suoi capelli d'oro antico: si vedeva persino la sottilissima riga bianca che li divideva nel mezzo. Il volto, però, era in ombra. Quando lei lo alzò alla luce e io scorsi il lieve sorriso che le curvava le labbra e il suo sguardo di colpo interrogativo, il passato si levò di nuovo a togliermi il respiro. Scosso da un turbamento inenarrabile, mi udii pronunciare qualche osservazione distratta e altezzosa, com'era abitudine tra noi; ma la collera mi ribolliva dentro perché avevo notato che nell'atrio c'era un'altra persona. Un uomo. Dannazione! Maledizione! Così doveva andare, dunque, il nostro primo incontro? Un uomo! Ebbene, al diavolo. Probabilmente, coricarsi con questo e con quello era un'abitudine, per lei. Sharon mi porse la mano. Nella frazione di secondo in cui la strinsi, una molla essenziale scattò nel mio cuore e compresi che non si sarebbe spostata mai più. «Jeff, ti presento il dottor Pilgrim» disse Sharon. «Dottor Pilgrim, il signor Marie.»
Tirai un profondo sospiro e l'uomo si avvicinò, così che potei vederlo chiaramente. Era alto e snello, ma dava l'impressione di avere una corporatura estremamente robusta. A prima vista ne ricevetti un'ottima impressione. Aveva una faccia quadrata, intelligente e bonaria, con la mascella ben disegnata che denotava forza. Era orribilmente butterata da qualche precedente malattia, e ciò avrebbe potuto renderla assai brutta; ma la illuminavano un paio di occhi verdi da gatto, splendenti di simpatia e di comprensione sotto le sopracciglia cespugliose. Il dottore doveva avere una cinquantina d'anni, però nei suoi capelli folti e neri non si notava un filo bianco; e quando sorrideva, come stava facendo in quel momento, gli si sarebbero dati vent'anni di meno. Le sue spalle possenti si stagliavano controluce. «Felice di conoscervi, dottore» dissi. Pilgrim. Pilgrim? Non avevo già sentito quel nome? «Sentite» domandai «non siete per caso il dottor Pilgrim che abita al Brimstone Club?» Lui mi lanciò un'occhiata sorpresa. «Ma sì, certo, signor Marie; sono proprio io» rispose. «Per Giove! Ho letto sui libri le cronache di questi miracoli di deduzione, ma non avrei mai creduto che gl'investigatori ne fossero capaci nella vita reale. È lecito chiedervi come avete fatto a...» Sorrise di nuovo, con aria interrogativa, e io emisi un brontolio; avevo colto l'occhiata che Sharon mi stava lanciando dietro le spalle dell'uomo. Mi indirizzava cenni frenetici, tenendo un dito incrociato sulle labbra. Quella ragazza aveva la curiosa abitudine di attribuirmi certe abilità che nemmeno i miei amici più cari avrebbero mai sospettato. Adesso, a quanto pareva, io dovevo recitare la parte dell'investigatore; e se giudicavo bene il talento di lei per le vanterie, probabilmente dovevo essere il più brillante segugio d'Europa e dintorni. «Ehm» temporeggiai. «Cosa avete osservato? Fango sui lacci delle mie scarpe, un gemello mancante o che cosa?» insistette Pilgrim. Agitai una mano per smorzare il suo entusiasmo. «Oh, è molto più semplice» dissi. «Alloggio al Brimstone anch'io, ed è capitato che sentissi menzionare il vostro nome.» «Oh!» si rallegrò il dottore. «Bene, sono contento che non abbiate fatto deduzioni sul mio conto. Ho sempre pensato che avere investigatori di un certo genere alle costole dev'essere alquanto imbarazzante...» Si volse a Sharon. Aveva già indossato il cappotto e si toccò la tesa del
cappello. «Credo di aver fatto tutto quel che potevo, signorina Grey» disse. «La signora era impaurita a morte, ma per sentirsi meglio le sarebbe bastato bere un goccio di brandy. Tuttavia ripasserò domattina, per precauzione. La signora è del tutto in grado di tornare a casa sua stasera, naturalmente... E ora vi auguro la buona notte.» «Vi sono infinitamente grata, dottore» osservò Sharon. «Proprio non so cos'avrei fatto senza di voi...» Chiamando a raccolta tutte le mie facoltà istrioniche, cercai di darmi l'aria dell'investigatore; ma più tardi Sharon mi disse che sembravo piuttosto un cherubino col mal di denti. Chiesi con una certa severità: «Potrei sapere cos'è avvenuto, precisamente?» Pilgrim si fece grave. «Si tratta di una certa signorina Laverne, che abita nella casa adiacente» spiegò. I suoi occhi verdi da gatto erano pensosi. «Non posso dirvi gran che sulla faccenda. Stavo camminando lungo Mount Street circa mezz'ora fa... ero andato a giocare a bridge con alcuni amici a Grosvenor Square e avevamo finito piuttosto tardi. Stavo appunto passando davanti alla casa vicina quando il portone si è spalancato e ne è corsa fuori una donna, urlando. Ha fatto appena qualche passo e poi è caduta di peso. Dapprima ho pensato che fosse andata a sbattere contro il lampione e si fosse ferita malamente, ma poi ho scoperto che era solo svenuta. La signorina Grey era andata a farle visita, perciò penso sia in grado di dirvi qualcosa di più su questa brutta avventura. La signorina ha suggerito che portassimo qui la signora, la quale adesso si è ripresa. Non so dirvi altro.» Si calcò in testa il cappello. Un lieve sorriso aleggiò agli angoli delle sue labbra mentre ci osservava con gli occhi socchiusi. «Buona notte, signorina Grey. Buona notte, signor Marie. Spero che mi terrete informato se doveste fare altre... deduzioni. Come già sapete, abito al Brimstone.» La porta si chiuse alle sue spalle. Io guardai Sharon e feci: «Grrr!» Poi le dissi: «Butta fuori di casa quella donna, e in fretta. Desidero parlarti.» Quindi ci scambiammo parecchie battute taglienti, di chiara ispirazione diabolica, e assumemmo un atteggiamento freddo e distaccato. Cento volte avevo immaginato il nostro incontro, dipingendolo con i colori più rosei, eppure sapevo che in realtà sarebbe stato proprio così: squallido, complicato e sgradevole. Entrambi avevamo cercato con tanta perseveranza di escludere il sentimento dal nostro rapporto, e adesso non potevamo far altro
che continuare sulla solita strada. Mi sentii invadere dalla collera. La luce cadeva sugli occhi di lei, scintillanti e malinconici, quegli occhi così belli e nemici, mentre le sue labbra deliziose e ribelli erano serrate. Che pasticcio! «Andiamo a vedere la paziente, allora"» suggerii. «Sta bene. È al piano di sopra.» Attraversammo il grande atrio che odorava di vecchi ritratti e di virtù ancestrali, ma anche di muffa per mancanza d'aria. I mobili spiccavano fantomatici, con le loro fodere di tela bianca contro le pareti a pannelli di quercia. Credo che io e Sharon ci sentissimo ambedue piuttosto mortificati. Cominciammo a salire la scalinata immensa, massiccia, coperta da una corsia foltissima; proprio il tipo di scalinata che sembra fatta apposta per farne discendere una bara. Non fosse stato per la curva che descriveva, anzi, si sarebbe potuto far scivolare una bara lungo la ringhiera senza alcun pericolo. Sotto di noi la lampada schermata pareva ardere in un lago di tenebra, e un soffio di corrente ci colpì in pieno viso. Sharon si arrestò prima che arrivassimo in cima. Ricordo il suo viso bianco e la luminosità dei suoi occhi frangiati di nero quando si voltò verso di me. La sua bella testa spiccava sullo sfondo del grande ritratto annerito di un gentiluomo dal collare inamidato e dall'aria sinistra. Sotto il dipinto scuro e torreggiante, Sharon pareva una bambina che avesse paura del buio. «Volevo spiegarti com'è andata la nostra vicenda...» disse. La sua voce era fioca e gelida, per nulla convincente. Aggrottò le sopracciglia e continuò: «Ho pensato a tutte le volte che siamo stati insieme. Lo sai perché abbiamo bisticciato e ci siamo azzuffati, perché siamo stati sempre così acidi e sospettosi?» Si stava accalorando. «Sì» risposi io a voce bassa. «E invece no! Proprio non lo sai! Tu credi che io voglia intendere che eravamo innamorati, ma non è così. Credi che io abbia mai potuto dubitarne? E tu, ne hai dubitato? Se rispondi di sì, vuol dire che sei un dannato bugiardo!» Il suo sguardo fiammeggiante si distolse da me e finì col vagare senza meta tra le ombre del soffitto altissimo. Eravamo tutti e due tesi, ansimanti, confusi. Sharon batté i pugni contro il muro. «Noi abbiamo escluso qualcosa dal nostro pazzo mondo, esattamente come fanno tutti gli altri. A Nizza, a Cannes, a Deauville, s'incontra un mucchio di gente bizzarra... dura, arida, brillante, sempre con una risata stridula sulle labbra. Oh, sono odiosi! E sono così perché hanno escluso da sé qualche cosa. Tutta la nostra generazione lo ha fatto. Si tratta di una co-
sa molto piccola e non so neppure se sia vera o falsa; ma so con certezza che è necessaria. Ti renderai conto di cosa voglio dire quando parlerai con Colette» aggiunse con più calma. «Andiamo.» «Come diavolo ti è successo di trovarti con lei?» «Oh, la conosco da tempo. Ti avevo telefonato stasera al Brimstone e mi hanno riferito che eri andato a teatro. Colette ha visto la luce e mi ha chiesto di andare da lei: era molto inquieta, vedrai tu stesso... e poi... Dio, ma è spaventoso! Un pasticcio dopo l'altro; solo guai, guai neri, in continuazione!» esplose, serrando i pugni. «Perché deve toccare sempre a me di trovarmi immischiata in cose del genere?» «Sei sola?» «Già. E ho dovuto scassinare una finestra per entrare, quanto a questo. Se mio padre lo sapesse...» Quello sfogo davanti al ritratto annerito fu però di brevissima durata. Ricordava quasi un incontro nelle sconfinate e vertiginose plaghe dell'inferno. Sharon era ritornata disinvolta e noncurante come sempre, quando aprì la porta del salottino che dava su Mount Street. «Sei rimasta via molto a lungo, bambina» disse una voce lamentosa. Colette Laverne era seduta su una grande poltrona dallo schienale alto e avvolgente davanti al fuoco, il quale costituiva l'unica sorgente di luce della stanza. Aveva una voce sorda, dall'accento francese molto spiccato, e scandiva le sillabe come se ogni parola fosse un intero periodo. Volse appena la testa, quando entrammo. La legna nel caminetto sibilava e fumigava, emettendo pallide fiamme bluastre che gettavano riflessi bizzarri sugli alari di ottone e sul viso della donna. Lei sedeva rigidamente eretta tra le ali avvolgenti della poltrona, e si stringeva attorno una vestaglia azzurra che doveva appartenere a Sharon, perché era davvero troppo piccola per lei. Aveva lineamenti di una perfezione gelida e arrogante. La sua carnagione era candida, liscia e opaca come il marmo, e su di essa la bocca dipinta spiccava come una ferita. Gli occhi di un castano scuro avevano la cornea tanto bianca da sembrare luminosa: occhi freddi e calcolatori, estremamente calmi e logici sotto le sopracciglia diritte. I capelli color rame erano raccolti in un nodo basso sulla nuca. Credo che fosse la donna più bella che io abbia mai visto, ma anche la meno attraente. Era alta, e aveva uno di quei corpi che paiono modellati sui sogni libertini degli uomini, come si vedeva anche troppo bene sotto la vestaglia che la ricopriva a malapena. Ma quelle curve voluttuose erano anch'esse dure e metalliche, o meglio marmoree
come la sua faccia. Ne emanava l'aura fredda e calcolatrice che s'intuiva in tutta la persona di lei. Perfino le ombre lievi intorno al naso ben disegnato suggerivano una mente intenta a un continuo bilancio tra dare e avere, così arida e spassionata da sopraffare qualunque parvenza di sentimento. «Dunque, voi sareste l'investigatore» disse, pronunciando chiaramente ogni parola. «Dio mio, quanto siete giovane!» Di colpo scoppiò a ridere forte, mettendo in mostra i bellissimi denti candidi. «Non offendetevi: venite a sedere accanto a me, poi parleremo.» Batté un colpetto sul divano che aveva accanto. Sembrava allegra, ma i suoi occhi mi stavano valutando con calma glaciale, e la sua mascella dalla linea troppo ferma denotava un temperamento che non tollerava opposizioni. Allungò verso di me un braccio squisitamente modellato e io sentii tintinnare i numerosi braccialetti ornati di turchesi che lei portava. Conoscevo le donne del suo tipo: si notano immediatamente nei posti di lusso della Riviera che loro di solito frequentano. Amano il gioco e siedono ai tavoli della roulette per ore e ore, ciecamente assorte; ma rischiano poste limitate e astutamente calcolate. Riservano i loro affetti più intensi ai cagnolini pechinesi, bestiole di regola antipaticissime, che vezzeggiano amorosamente prendendoli spesso in braccio, mentre le loro risate echeggiano rumorose lungo le passeggiate a mare bordate di palme. Portano sempre vestiti di Patou e lunghe collane di perle, non si sa mai se autentiche. Sono abbaglianti, illetterate, intelligenti, superstiziose e gelide come cobra. Colette Laverne si rivolse a Sharon con aria indifferente. «Cara» disse «fai la brava e portami un altro po' di quel buon brandy. E le sigarette Abdullah. Voglio parlare con questo giovanotto.» Sharon s'irrigidì e parve offesa nel sentirsi comandare a quel modo, ma era come se l'altra donna non la prendesse neppure in considerazione. Io provavo un'antipatia crescente nei confronti di Colette Laverne. Decisi di non darle alcuna informazione. Lei mi credeva un investigatore; ergo, da investigatore mi sarei comportato. E con tutte le carte che avevo nella manica, a causa degli avvenimenti di quella notte, avrei giocato una partita superlativa. Lei, inoltre, era molto impaurita. Rideva e continuava a fare i suoi calcoli, però qualcuno o qualcosa l'aveva terrorizzata a morte. Tenendo gli occhi fissi sul fuoco, domandò: «Non fate parte della polizia, vero?» «No.» «Allora con voi posso parlare. Sono nei pasticci: pasticci molto seri, ma
non ve li racconterei se foste della polizia. Sharon mi ha assicurato che posso fidarmi di voi.» Lentamente, volse verso di me i grandi occhi castani dall'espressione indagatrice. Le sue labbra erano contratte, come se lei imprecasse fra sé e sé. Nelle pupille le ardeva una fiamma oscura, e di colpo la donna batté le mani sui braccioli della poltrona e cominciò a pronunciare le sue imprecazioni a voce alta, metallica e traboccante di amarezza: erano dirette contro Nezam El Moulk. I braccialetti tintinnavano e sembravano scandire il tempo. «Voi però di tutto questo non sapete nulla» mi disse, interrompendo quel flusso di maledizioni. «Ora vi spiego.» "Abito nella casa accanto. L'uomo che mi mantiene è un egiziano molto ricco. Capite? Ciò che accadde, accadde dieci anni fa. Sarò sciocca, ma so bene che tutto cominciò allora. "A quel tempo Nezam... si chiama Nezam... viveva a Parigi. Era novembre, lo stesso mese in cui ci troviamo adesso, e la guerra era appena finita. Facevamo parte di una comitiva molto allegra. Io ancora non vivevo con lui, però lui spendeva un sacco di soldi per me. Ha sempre speso un sacco di soldi per me" aggiunse in tono riflessivo. «Bene! Oltre a Nezam, c'erano altri due uomini che mi stavano dietro, chiaro? Uno era francese e si chiamava De Lavateur. Era tanto simpatico ma non aveva molto denaro, e poi» scosse le belle spalle «la guerra lo aveva reso invalido. L'altro era inglese.» "Era un giovanotto alto e robusto, e rideva sempre. Era stato aviateur durante la guerra, ma il suo avion era stato abbattuto e si era creduto che lui fosse morto; invece si trovava in un ospedale di Parigi. Si faceva chiamare 'Keane', non so perché, dato che lui mi aveva detto che non era quello il suo vero nome. Mi aveva raccontato che sotto quel nome aveva scritto un libro, una volta. "Aveva aggiunto che voleva continuare a farsi chiamare 'Keane' perché, se la sua famiglia avesse saputo che era vivo, lo avrebbe richiamato a casa; e lui ancora non se la sentiva di tornarci." Rise, esibendo di nuovo i bellissimi denti. «Ah! Mi diceva sempre: "Betty" (mi chiamava Betty), "è vero che sei la mia ragazza?". E io gli rispondevo: "Sì, sono la tua ragazza, ma per favore non mi arruffare i capelli".» Alzò le spalle un'altra volta, in un gesto di collera, il labbro atteggiato a una smorfia imbronciata. «Nezam era un dannato cretino. Credeva che De Lavateur e Keane fossero i miei preferiti, invece di lui. Santo cielo! Come se io fossi stata una maledetta idiota! Però Nezam la pensava così. Era talmente stupido! Eh bien, aveva comprato un
grande palazzo accanto al Bois de Boulogne...» Aggiunse un'espressione seria e pensosa. «Un palazzo di sessantaquattro stanze. E vi dava delle feste. Ah, che feste! Quanto gli costavano! Una volta, spese centomila franchi soltanto per l'orchestra, figuratevi. E faceva venire ballerini professionisti a dare spettacoli. Poi tutti si ubriacavano.» "Una notte... era la notte del 17 novembre, come domani... aveva dato un gran ballo in costume egiziano, o qualcosa del genere, e tutti erano in maschera. Magnifico! Trecentomila... ma non importa. Quella sera Nezam appariva buffo, strano, più strano di quanto lo avessi mai visto. Aveva un'aria bizzarra, e portava sulla fronte un affare che somigliava a un serpente." S'interruppe e Sharon si avanzò alla luce con una caraffa di brandy e un portasigarette d'argento, che depose su un tavolino accanto alla poltrona di Colette. Poi Sharon sedette sul divano accanto a me. Io fissavo le fiammelle gialle e bluastre che danzavano intorno ai ceppi, e sagome mostruose cominciarono a prendere forma ai margini del mio cervello. "Un affare che somigliava a un serpente"... il diadema regale, l'emblema dei Faraoni! Sarebbe stato a meraviglia sulla fronte di Nezam El Moulk. Mi sentii come se qualcuno mi avesse dislocato con violenza la spina dorsale quando ricordai le parole pronunziate da Bencolin, quello stesso pomeriggio: "La polizia di Parigi trovò in un bosco, all'alba, il cadavere di un uomo vestito del costume e dei sandali d'oro di un nobile della corte dei Faraoni di quaranta secoli or sono. Gli avevano piazzato una pallottola in fronte...". Colette Laverne alzò una mano per accendersi una sigaretta, e i braccialetti scintillanti le scivolarono lungo il braccio. Un ricciolo di fumo le sfuggì dalle labbra e salì fino ai suoi occhi immoti, vitrei. Si stirò voluttuosamente e si accomodò meglio tra i cuscini della poltrona, serrandone i braccioli con lunghe dita irrigidite. Il suo viso era gelido, guardingo, inespressivo. Gli occhi castani erano socchiusi. Le sue labbra troppo rosse si aprirono lentamente sui denti candidi, e notai che vi era rimasto incollato un frammento di carta della sigaretta. «Nezam legge libri che io non comprendo» disse lei tutto d'un fiato. «Io non sono istruita. Ci sono cose...» "Quella notte ci fu una baruffa, ma non vi dirò cos'accadde di preciso. Io cercai De Lavateur e Keane, ma non riuscii a trovarli. Era quasi giorno quando uno dei miei amici venne da me. Tremava tutto perché non era u-
briaco come gli altri, e non riusciva a farsi capire da nessuno... tutti erano terribilmente sbronzi e stavano distesi qua e là, sui fiori. Alla fine, l'amico si mise a urlare: 'Qualcuno ha sparato a De Lavateur! Stanno cercando Keane!'." Ci fu una pausa e il fuoco scoppiettò. «Trovarono De Lavateur nel Bois, morto. Keane fu rintracciato nelle sue stanze all'Avenue Marceau: era disteso sul letto, ubriaco, con una pistola stretta fra le mani. E Nezam sorrideva..» Un'altra pausa. Colette alzò la mano e aspirò profondamente una boccata di fumo. «Quando Keane ridiventò sobrio, si mise a piangere. Disse che si era battuto in duello con De Lavateur. La polizia gli chiese dov'era l'altra pistola... perché non avevano rinvenuto nessun'arma, a parte quella che si trovava in possesso di Keane. Keane disse che Nezam aveva fornito le pistole e aveva detto che li avrebbe accompagnati nel luogo dove doveva svolgersi il duello; anzi, avrebbe dato lui stesso l'ordine di far fuoco. Keane disse che Nezam avrebbe confermato la veridicità delle sue dichiarazioni.» "Ma Nezam si limitò a sorridere, a sorridere e a stringersi nelle spalle. Disse che si trattava di una colossale bugia..." Colette incrociò le lunghe gambe inguainate di seta. Allungò un braccio, si versò un bicchiere di brandy e si lasciò andare di nuovo sui cuscini della poltrona, imperscrutabile come una sfinge. 7 Una mano bussa nella notte Colette levò in aria il bicchiere con feroce allegria, alzando una spalla. «Questo ti diverte, non è vero, cara?» chiese a Sharon. Uno spruzzo di brandy cadde sulla vestaglia azzurra e la donna fece il broncio, mortificata. «Oh, chiedo scusa, tesoro! È tanto graziosa... Alors, revenons à nos moutons!» Sharon si volse rapidamente per lanciarmi un sorriso. «Ah!» commentò Colette «che scena deliziosa! La ragazzina inglese e il grande investigatore! Ma dobbiamo pensare alle cose serie.» Il suo volto s'irrigidì e la mascella parve diventare più squadrata. «Vi stavo parlando...» riprese, dopo aver aspirato qualche boccata dalla sigaretta «vi stavo parlando di Keane. Il poveretto era così ubriaco che non
ricordava un gran che della serata... Disse che aveva stabilito di battersi a duello con De Lavateur e ricordava di avergli sparato, ma non credeva di averlo colpito.» "Ricordava però anche che Nezam gli aveva battuto una manata sulla spalla e gli aveva detto che aveva ucciso De Lavateur; poi lo aveva esortato ad andarsene a casa, perché le cose si erano messe molto male. Tutto qui. "Nezam negò tutto. Disse di aver sentito Keane minacciare De Lavateur, e affermò che, secondo lui, Keane aveva trascinato De Lavateur nel Bois e gli aveva sparato. Disse di poter provare che durante la serata lui non si era mai allontanato dal palazzo. Ma sarebbe stato in grado di provarlo solo attraverso me, perché tutti gli altri erano troppo ubriachi per testimoniare. Io dovevo dunque dichiarare che lui non era mai uscito di casa..." «Ed era vero?» Lei mi lanciò uno sguardo scrutatore; ma alfine un lieve sorriso le aleggiò sulle labbra, mentre le spalle marmoree si stringevano in un gesto noncurante. «Come faccio a saperlo? Non ho mai prestato tanta attenzione agli andirivieni di Nezam. Lui, però, mi regalò una magnifica Hispano-Suiza, perciò cosa volete da me?» Parlò con sorpresa talmente sincera che io annuii. «Capisco. Continuate, prego.» «Certo. Sono lieta che siate un uomo di buon senso e quindi comprendiate... Ebbene, Keane fu processato per omicidio e Nezam depose in tribunale; dovetti testimoniare anch'io. Keane disse che se ne infischiava dell'eventuale condanna: desiderava solo provare che si era trattato di un duello e che lui non era codardo al punto da sparare a un uomo disarmato. Ça, c'est rigolo, hein? Ces anglais, ils sont très, très drôles!» Scoppiò a ridere e bevve, poi esitò un istante e rise di nuovo: quel modo di comportarsi le pareva davvero troppo buffo. Ma subito dopo ridivenne seria. «Keane fu condannato all'ergastolo. Ma non scontò la condanna: s'impiccò nella sua cella.» Sprofondò tra i cuscini. In qualche punto della vasta casa, un orologio suonò le due e mezzo. «Fui molto inquieta finché tutto finì» ammise con aria pensosa. «Tra gli uomini che conoscevo ce n'era uno, uno solo, che mi faceva paura. Forse lo conoscerete anche voi, almeno di nome. Si chiama Bencolin. Ce chameau, ce sale fils de putan!» imprecò, serrando i pugni. «Ride, non fa che ri-
dere in continuazione. Non crede mai a nulla di quanto gli si dice. Ma allora si trovava in guerra e non era a Parigi durante il processo, perciò non poté far nulla quando ritornò, a cose fatte. Ma un giorno bussa alla mia porta ed entra, tutto elegante nell'abito da sera con i guanti bianchi e il cappello a cilindro, poi sorride e mi dice: "Buon pomeriggio, mademoiselle". Io rispondo: "Che cosa volete? Io non vi conosco". Lui allora dice: "Certo che no, mademoiselle". Poi sorride, sorride. "Ma un giorno o l'altro mi conoscerete. Ero venuto a farvi sapere solo questo, mademoiselle, che un giorno o l'altro mi conoscerete."» "E se ne va, senza aggiungere altro. Io ho sempre avuto paura della polizia. I poliziotti non sono stupidi. Ogni volta che penso alla polizia, io penso a quell'uomo... perciò non ho il coraggio di andarci. Ma voi, amico mio... voi siete diverso." Gli dei ciechi continuavano a tessere la loro tela. La morte, il caso e le vanterie di Sharon... tutto aveva cospirato per estorcere a quella donna un racconto che lei non avrebbe mai rivelato alla polizia! Solo un colpo di fortuna mi aveva trattenuto dal dirle la verità; e questo significava... che cosa? «Vi state probabilmente chiedendo perché io vi abbia detto tante cose» riprese lei. «E sta bene. Vi ho anche detto di non aver mai saputo quale fosse il nome autentico di Keane. Ebbene: qualcuno lo sa. Qualcuno pensa che Nezam ed io abbiamo voluto la morte di Keane, e perciò desidera ucciderci tutti e due.» Si protese in avanti e mi scrutò, terribilmente seria. «E questa persona sarebbe...» la incoraggiai. «Non lo so! Ecco cosa voglio che scopriate! È orribile! Si aggira e s'infila dappertutto, e io non riesco a sopportarlo!» A quel punto, dovevo fare molta attenzione a non rivelare quanto sapevo: la trama sinistra era quasi completa e riuscii a malapena a soffocare un'esclamazione di trionfo. «Dunque, secondo voi, una persona che conosceva Keane, forse un amico di vecchia data, sta preparando una sua efferata vendetta?» «Appunto.» «Ma il fatto è avvenuto una decina di anni fa. Intendete dire che qualcuno vi ha perseguitati per tutto questo tempo?» Dovevo esprimermi con la dovuta prudenza. «No, no, no! Non per tutti e dieci gli anni, solo da quando siamo arrivati a Londra. Dunque da pochi mesi soltanto. Ed è stato Nezam il perseguitato, per lo più. Solo qualche settimana fa quella persona mi si è messa alle
costole. Quindi state attento a ciò che sto per dirvi: a me non importa niente di Nezam! È di me che mi preoccupo, capite? Se qualcuno uccide Nezam, affari suoi: c'è in giro un bel testamento che mi lascerà ben provvista Ma se quella persona intende uccidere anche me...» Allargò le braccia, disperata. «Vedo» dissi in tono asciutto. «Ma quali ragioni avete per ritenere che qualcuno vi perseguiti... o che tale persecuzione sia causata dalla morte di Keane?» «Oh, Nezam lo sa benissimo. Ma non mi dice molto, e spesso si esprime in modo strano. A volte vaneggia. Dice che la morte è alle sue calcagna e che lui sa.» Sottolineò il verbo, picchiando sul bracciolo il palmo aperto. Aveva gli occhi dilatati da un terrore superstizioso. «Dice che non serve a nulla chiamare la polizia, e adopera parole bizzarre che io non capisco. Lui, infatti, è un uomo molto, molto istruito, e sa tante cose. Però non vi parlerò di quanto è accaduto a lui: vi parlerò invece di ciò che è accaduto a me.» Fece una pausa, come per mettere bene a fuoco quello che aveva in mente, poi vuotò il bicchiere con una sorsata e lo rimise sul tavolino. «Per parecchio tempo, Nezam mi andava raccontando che qualcuno lo terrorizzava in continuazione, per mezzo di certi oggetti che gli spediva, capite? Io però ci ridevo sopra. Ma poi, Dio mio, ho ricevuto una lettera! Non l'ho qui, è a casa mia; ma il suo contenuto lo so a memoria. Sapeste quante volte l'ho riletta! Perciò posso riferirvela parola per parola!» Alzò in aria un dito e ricominciò, scandendo ogni sillaba: «Dice così: "Cara signorina Laverne, ho appreso da poco che voi avete avuto una parte determinante nella morte di un giovane di nome J.G. Keane a Parigi. Non sono sicuro che meritiate la massima punizione per questo, ma è sempre meglio spingersi troppo avanti piuttosto che rimanere indietro. Il 17 novembre cadrà l'anniversario della sua morte, e io ritengo che questa sarà una data memorabile per voi e per Nezam El Moulk. Sinceramente vostro...".» S'interruppe e inghiottì a fatica. «Ebbene?» la spronai. «"Jack Ketch"» concluse la donna. Ormai l'ombra che doveva incupire di orrore le nostre notti si era levata in tutta la sua spettralità; e mi parve quasi di scorgere le mani bianche di Jack Ketch aleggiare sullo schienale della poltrona di Colette Laverne come il centralinista del Brimstone Club le aveva viste posarsi sul suo banco.
Colette sedeva immobile nella luce danzante del fuoco, le mani strettamente congiunte. «Ho chiesto a Nezam chi indicava quel nome. Mi ha risposto che era uno pseudonimo, il nome di un uomo che un tempo aveva impiccato la gente qui a Londra. Cioè il boia.» «Cos'avete fatto, allora?» «Be'... dapprima, quando Nezam era così spaventato, voleva che io lo aiutassi a scoprire chi lo stava terrorizzando in quel modo. Ma io, je m'en fiche! Cosa me ne importava? Dopo, però, quando sono stata io a ricevere la lettera... allora ho avuto paura. E naturalmente sono stata disposta ad aiutarlo.» Accese un'altra sigaretta dal mozzicone della precedente. «E Nezam ha detto che aveva un indizio...» «Di che specie?» «Non lo so, so solo che le cose stavano così: Keane non parlava mai molto di sé, capite? Una volta, però, Nezam gli aveva sentito menzionare il nome di una persona... una persona che Keane doveva aver conosciuto... e Nezam non dimentica mai nulla. Keane aveva parlato di un uomo, di un suo amico che si chiamava Dallings.» «Ah!» «Quindi Nezam ha pensato che potevamo farci dire da Dallings chi era veramente Keane, vedete? Perché se Keane aveva fatto il suo nome, allora Dallings doveva conoscerlo, no? E se noi riuscivamo a sapere chi era Keane, potevamo scoprire anche chi c'era dietro tutta questa storia...» "Ma quel Dallings è un ragazzo talmente buffo!" Colette scoppiò di nuovo in una risata improvvisa, e al ricordo le scintillarono gli occhi. «Ah! Gl'inglesi come popolo sono proprio bizzarri. Dallings è un po' sciocco, capite? No, no: adesso vi racconto. Nezam lo ha avvicinato e poi lo ha spedito in un locale notturno dove io ho fatto la sua conoscenza. L'altra notte il ragazzo si è ubriacato parecchio e ha insistito per accompagnarmi a casa. Ma a cosa mi serviva la sua compagnia? Così l'ho imbrogliato spedendo via il taxi. Tanto, lui non sapeva né il mio nome né il mio indirizzo...» "Noi non osavamo abbordarlo direttamente e chiedergli se conosceva Keane. Dovevamo stare attenti: non ci siamo azzardati a fargli sapere cosa volevamo, perché..." «Perché credevate che lui potesse essere Jack Ketch?» Colette spalancò gli occhi, esterrefatta.
«Quello lì?» sbottò con disprezzo. «Quello stupido? Con quella faccia da pesce? No, no, no! Senza contare che, secondo voi, io mi sarei arrischiata a salire con lui in taxi se avessi immaginato che era Jack Ketch? Pfui! Amico mio, ho l'aria di una cretina totale? Non sia mai! Io e Nezam credevamo soltanto che forse lui avesse conosciuto Keane.» Fece un gesto d'impazienza. «Invece lui non sapeva niente! Io glielo avevo detto, a Nezam, che sarebbe finita così. Come faceva quel ragazzo a sapere chi era Keane, se "Keane" era solo un nome falso? Come faceva a rivelarci il vero nome di Keane se noi non eravamo capaci di fornirgli altro che lo pseudonimo con cui si faceva chiamare? Bah! Dallings ha un sacco di amici; ho saputo questo e basta. Voilà.» «Non avete alcun ritratto di Keane? Che so, un'istantanea, qualcosa del genere...» «Niente.» «E nessuno ha mai scoperto chi era veramente, neppure al processo?» «No. Lui diceva: "Se devo morire, perché coinvolgere nella mia disgrazia anche qualcun altro?". Così nessuno riuscì a scoprire nulla: lui bruciò le sue carte, tutti i documenti. "Scomparirò e basta" diceva.» «Ebbene, almeno che aspetto aveva?» «Cosa ne so?» Colette scosse la testa con insofferenza. «Non l'ho mai guardato con attenzione. Era alto, aveva capelli scuri e occhi grigi. Avrebbe potuto esser chiunque. Poteva essere perfino voi. Adesso, però, voglio raccontarvi cos'è successo stanotte.» Rabbrividendo, Sharon si alzò dal divanetto e andò ad attizzare il fuoco. I ceppi sfrigolanti eruppero in una grande fiammata, però nella stanza faceva un freddo terribile. Io mi sentivo il cuore battere all'impazzata. «Signor Marie, Jack Ketch ha preso Nezam!» L'annuncio di Colette Laverne non destò la sensazione che lei si era aspettata. Io mi limitai ad annuire e chiesi: «Come fate a saperlo?» «Lui mi ha telefonato nelle prime ore di questo pomeriggio. Aveva un forte raffreddore di testa ed era molto eccitato, ma mi ha detto che sarebbe venuto a prendermi stasera in automobile e saremmo andati a cena fuori. Per me andava bene, perché avevo messo in libertà tanto la cameriera quanto la cuoca. Nezam ha detto che sarebbe arrivato a casa mia verso le otto.» "Così mi sono vestita e preparata, ma lui non è venuto. Ho aspettato Dio sa quanto, tutta pronta, ma lui non veniva. Ero completamente sola in casa
e di colpo ho pensato: Dio mio! E se fosse accaduto qualcosa? Ho fatto il giro della casa accendendo tutte le luci e continuavo a guardar fuori dalla finestra... ogni volta che sentivo passare un'automobile per strada aprivo la porta, ma lui continuava a non venire. Ho telefonato al club dove abita e loro mi hanno detto che era uscito da un'ora. Allora ho pensato: forse Jack Ketch lo ha preso. E se adesso dovesse venire a prendere anche me? Ero terrorizzata!" Le tremavano le labbra mentre si volgeva a guardare Sharon. «Tesoro, dov'è il vestito che mi son tolto per mettere questa vestaglia? Vi ho lasciato dentro una cosa. Dimmi dov'è!» «Sulla poltrona dietro di voi» rispose Sharon. Colette si alzò: era ancora più alta di quanto mi fosse parso. La tensione dei suoi muscoli accentuava le curve del corpo voluttuoso; il seno stupendo e i fianchi dalla linea sensuale erano messi in risalto dalla vestaglietta insufficiente a coprirla, e le gambe erario perfette nelle calze trasparenti di seta nera fermate da giarrettiere sopra il ginocchio. Nonostante la sua statura, i movimenti della donna erano sicuri e pieni di grazia mentre lei usciva dal cerchio di luce. El Moulk doveva sembrare un nano goffo, accanto a lei. La vidi chinarsi a prendere qualcosa da un vestito spiegazzato gettato alla rinfusa su una poltrona; e mentre si chinava, i suoi capelli di rame acceso ebbero bagliori scintillanti. Colette ci lanciò un'occhiata in tralice e ritornò a sedersi, stringendo in mano qualcosa. «È passata un'altra ora e a quel punto ero certa che doveva esser successo qualcosa di brutto. Stavo seduta accanto alla finestra quando ho visto passare un poliziotto. Ero talmente spaventata che ho cercato di farlo entrare, ma lui non ha voluto. Non ne ha voluto sapere!» esplose quasi in un ruggito. «Non volevo andar fuori, e sola in casa avevo paura. Allora ho visto una luce in questa casa e mi son ricordata di aver visto la signorina Grey arrivare nel pomeriggio. Lei mi aveva detto che era sola. Ho suonato il campanello e le ho detto: "Per amor di Dio, tesoro, vieni da me e rimani per un poco a farmi compagnia, perché sono troppo nervosa".» "Fino a quel momento, lei aveva cercato di raggiungervi per telefono, ma voi eravate uscito. Così siamo andate a casa mia, nel salotto del primo piano; lì abbiamo bevuto e chiacchierato e lei mi ha raccontato il magnifico lavoro d'investigazione che avete svolto a Parigi la primavera scorsa..." Lanciai un'occhiataccia a Sharon, ma lei teneva lo sguardo ostinatamente abbassato e aveva le guance rosse.
«Così si è fatto sempre più tardi e Nezam non veniva. A un certo punto, lei ha detto: "Adesso devo proprio andare". Ma io ho ribattuto: "No, no! Per piacere, non te ne andare! Devi rimanere con me stanotte, perché ho troppa paura a star sola".» "Dopo un poco, qualcuno ha bussato alla porta." A quelle parole, un brivido gelido mi percorse la schiena. Lei mi fissava con una disperata richiesta d'aiuto negli occhi. «Faceva toc, toc, toc... proprio così, giù al portone di strada. Toc, toc, toc.» Colette alzò una mano come in sogno e mimò l'atto del bussare. «Mi son detta: è Nezam! Lui però suona sempre il campanello. Così non me la sono sentita di scendere e ho detto a Sharon: "Cara, vieni anche tu".» "Le luci erano tutte accese. Ero così spaventata che mi sentivo soffocare. Intanto, il toc, toc, toc continuava. "Ho aperto la porta... non c'era nessuno. Mi sono sporta a guardar fuori nella nebbia e allora ho visto che qualcuno aveva lasciato un biglietto da visita sulla soglia. Mi sono chinata per raccoglierlo e, di colpo, qualcuno mi ha battuto sulla spalla." Spalancò le braccia. Un singhiozzo le sfuggì dalle labbra aperte sui denti serrati. «Avevo appena raccolto il biglietto quando ho sentito un dito battermi sulla spalla, da dietro. Non sono più riuscita a dominarmi: ho urlato. Mi son messa a correre e poi non ricordo più nulla. Quando sono rinvenuta, mi son trovata qui, sdraiata sul divano, col biglietto stretto fra le dita.» Me lo porse, ma io sapevo già cos'avrei veduto. Alla scarsa luce del fuoco, lessi le parole di malaugurio: JACK KETCH. Un angolo del biglietto era sporco di sangue. Cadde un silenzio lunghissimo... «Non siete stata aggredita?» domandai. «No. Credo che questa volta si sia trattato di... di un avvertimento. Forse lui non è ancora pronto...» «E la persona che vi ha battuto sulla spalla?» «Non ho visto... nessuno.» Mi voltai verso Sharon. «Eri lì quando è successo tutto questo?» «Ero proprio dietro di lei» rispose la ragazza con gli occhi fissi lontano, enormi nel viso contratto. «E non ho visto nessuno neppure io...» «Cos'è accaduto, in seguito?» «Lei è svenuta per strada, accanto al lampione. Ho visto arrivare un uomo e ci siamo chinati su di lei. Ho detto: "Dobbiamo chiamare un medico".
Lui ha risposto: "Io sono un medico, per l'appunto". Così l'abbiamo portata quassù. Dopo essere rinvenuta, lei non ha voluto tornare a casa sua.» «Tornare in quella casa?» gridò Colette con voce stridula. «Credete forse che sia pazza?» «Per favore, parlate più piano. Quando è successo il fatto?» «Io lo so con precisione» rispose la donna, controllandosi a fatica «perché non facevo che guardare l'orologio. Era l'una e un quarto.» Il problema era impostato. Le tessere dell'enigma erano di fronte a noi, nel loro disegno intricato e mortale. Io esitavo. "Non dire niente", mi aveva raccomandato Bencolin. Mi chiesi quali domande potevo azzardarmi a fare. «Così non potevo più andare avanti» mormorò la donna. «Mi son ricordata di quanto mi aveva detto Sharon e l'ho pregata di chiamarvi...» Sharon, quindi, aveva dovuto sostenere il suo bluff, eh? Ma dopotutto, lo avevo sostenuto anch'io. «Ditemi, signor Marie, credete che io sia in pericolo?» «Sì.» «E pensate che lui abbia preso Nezam?» «Sì.» Questo potevo affermarlo con la massima convinzione. Strano come riesce facile assumere un'aria giudiziosa e perspicace, quando tutti vi attribuiscono un'immensa facoltà di penetrazione. Mi accarezzai il mento e aggrottai la fronte, con la solennità e l'importanza del presidente degli Stati Uniti. «Dobbiamo sforzarci di approfondire l'aspetto psicologico della faccenda» aggiunsi, scuotendo il capo. Un'osservazione del genere fa sempre un ottimo effetto quando uno non sa che pesci pigliare. «Ma intanto io cosa devo fare? Ditemelo!» «Fare?» ripetei. Mi picchiai una manata sulle ginocchia, mi alzai e le tenni un bel discorsetto in stile Sherlock Holmes. «Mi avete sottoposto un problema davvero interessante, signorina Laverne, ma ho bisogno di rifletterci sopra. Vi farò sapere qualcosa domani. Nel frattempo, terrò io questo biglietto, se non vi dispiace... Vorrei anche vedere la lettera che avete ricevuta. Ritornerete a casa vostra, adesso?» «No! Rimarrò qui con Sharon. Ci chiuderemo a chiave in una stanza, con una pistola.» Pareva decisissima e non c'era modo di farle cambiare idea. Discutemmo ancora per un poco, ma senza risultati apprezzabili, perché io dovevo stare molto attento a quel che dicevo. Più di una volta provai la tentazione di
raccontare tutta la verità; ma nello stato d'animo confuso e isterico in cui lei si trovava a quell'ora del mattino, ciò non avrebbe prodotto un buon effetto. Che bello spavento avrei potuto far prendere a quella dama egocentrica menzionando appena il nome di Bencolin! Quasi quasi, potevo sentirmi osservare: "Non saprei: dovrò consultarmi con un mio collega. Si chiama...". Finii con l'andarmene, e dalla soglia mi volsi per gettare un ultimo sguardo a Colette. Le rivolsi anche un'ultima domanda: «C'è nessun'altra persona che possa avere qualche idea a proposito dell'identità di Jack Ketch?» «Oh, sì!» fu la sorprendente risposta. «Come?» La donna, che stava contemplando distrattamente il fuoco, si riscosse con un sobbalzo e alzò il capo. In quel momento, potei leggere nei suoi occhi: lei si era resa conto di aver commesso una sciocchezza. Con voce dura, mi disse: «Sì, ripeto: ma si tratta di un uomo che non parlerà mai e poi mai.» «Di chi si tratta? Di chi state parlando?» «Non intendo continuare a discutere con voi» scandì Colette, tagliando corto. «La persona alla quale alludete esiste: ma non ci dirà mai niente, assolutamente niente. Voi non ne sapete il perché, ma io vi assicuro che è così... e adesso basta.» Fu tutto quello che riuscii a cavarle: lei serrò le labbra e cambiò discorso, lanciandosi in un'incoerente diatriba contro El Moulk. Aveva davvero commesso un errore lasciandosi sfuggire quanto aveva detto, ma di che specie fosse quell'errore non avevo idea. Ancora complicazioni! Lei e il suo amante erano corsi dietro a Dallings nella speranza che lui conoscesse il vero nome di Keane; eppure, se Colette aveva detto la verità, avevano sempre saputo che qualcuno lo conosceva davvero, quel nome, e non avevano nemmeno considerato l'ipotesi di rivolgersi a lui. Comunque io non ottenni più nulla, per quanto mi sforzassi d'indurla a parlare. E a coronamento della faccenda, l'umore di Sharon era addirittura peggiorato. Scendemmo insieme la maestosa scalinata, rabbrividendo. In quell'ora vuota e malinconica del primissimo mattino, la casa aveva assunto un aspetto ancora più squallido. I nostri rapporti erano imbrogliati peggio che mai, e nessuno avrebbe potuto dire se e quando si sarebbero chiariti. Perché non rinunciare? Ogni tentativo di andare ragionevolmente d'accordo con Sharon era inutile, come avrei dovuto sapere già da tempo. Lei
era solo una bambina graziosa e viziata, e per soprammercato anche priva di logica. Mi tenne aperto il portone di strada, mentre indossavo cappotto e cappello. Il freddo intenso mi penetrò fino alle ossa: la nebbia era scomparsa e una luna frigida splendeva su Mount Street. Che scena romantica, eh? La sonnolenza mi appesantiva le palpebre. «Buona notte, signor Marie» disse lei con voce glaciale, «e grazie per avermi coinvolta in questo pasticcio.» A questo punto avrei solo dovuto risponderle con una filza d'imprecazioni. Invece dissi, con calma: «Posso ricordarti che devi accusare solo le tue astute vanterie per averci coinvolto me?» L'intera scena era inargentata e di un'immobilità cadaverica. Sharon guardava la luna e si vedeva nell'aria il vapore del suo respiro; ma sebbene lei tremasse di freddo, la fissità del suo sguardo scintillante non vacillò nemmeno per un attimo. «Va' dentro» la esortai «o ti prenderai un malanno.» Che scena romantica! Il vento che precede l'alba si era levato dalle plaghe dormienti di Londra e diffondeva nell'aria altri brividi. I miei passi risuonavano sull'asfalto. Molto lontano un clacson risuonò esitante, e si udì un calpestio di zoccoli, I lampioni sonnecchiavano, emettendo una luce livida... Erano le quattro passate quando arrivai al Brimstone, perché non ero riuscito a trovare un taxi. Nella finestra a balconcino del salone ardeva una luce fioca, ma tutto il resto dell'edificio era immerso nel buio. La porta girevole emise un sibilo sorprendentemente rumoroso. In piedi nell'atrio tenebroso, sbirciai lungo il corridoio di sinistra e vidi trasparire il chiarore attraverso le portiere del salone. Seppi subito chi stava lì a vegliare: l'uomo la cui maledizione era che poteva dormire solo di un sonno artificiale. Bencolin non mi sentì entrare. Era sprofondato in una poltrona massiccia davanti al caminetto, e teneva sulle ginocchia un libro aperto. Una lampada gli ardeva a fianco, ma il resto dell'ambiente altissimo era immerso nel buio. Con un bicchiere in mano, teneva gli occhi fissi sul fuoco senza vederlo. Aveva il mento chino sul petto e non si volse. Ma dopo un poco, lo sentii mormorare: «Quanto sono lunghe le notti, Jeff. Quanto sono lunghe...» Poi si passò distrattamente una mano sugli occhi, vide che nel bicchiere c'era ancora un dito di whisky e lo vuotò. Rivolse al fuoco un sorrisetto d'intesa, come di chi condivide un segreto. «Sono venuto a sapere un sacco di cose sulla faccenda che c'interessa» gli annunciai. «Stammi a sentire! Lo sapevi che...»
«Sì che lo sapevo» m'interruppe. «So benissimo cos'hai appreso. Il fatto è che lo sapevo già da prima, vedi. Ma lasciamo andare. Non ho voglia di parlare di...» «Non vuoi ascoltare quello che ho da dirti?» protestai, poi m'interruppi per guardare il titolo del libro che lui aveva deposto sul tavolo. «Ma santo cielo, Bencolin!» ripresi. «Ti pare il momento di metterti a leggere un giallo di J.J. Ackroyd?» Lui fissò con aria truce il libro e annuì. Mi sentii sicuro che fosse ubriaco. «Ma è un ottimo romanzo, sai» dichiarò lui, parlando in francese. «L'investigatore, poi, è decisamente ammirevole! Ancora non so di sicuro chi sia il colpevole, ma dopotutto non sono arrivato nemmeno a metà della vicenda...» Tacque e abbozzò un sogghigno. «Tiens! Jeff, dovresti vederti! Come sei buffo!» «Con un assassinio autentico per le mani, tu te ne stai qui a leggere...» «Ah, ma tu stai ragionando esattamente al rovescio, mon vieux!» Picchiando un dito sulla copertina scarlatta del romanzo, mi spiegò: «Dinanzi a te, vedi l'unica fonte alla quale un uomo intelligente può attingere qualcosa di emozionante in un mondo generalmente noioso. Mi sento di umore filosofico...» «Questo debbo sentir dire dal più famoso investigatore d'Europa?» sbottai. «È completamente illogico! Posso farti notare che la verità è più bizzarra della...» «Per favore» insistette lui «per favore, risparmiami queste monotone bugie! Stai citando l'unico paradosso che certa gente priva d'immaginazione sia mai riuscita a inventare. Senza contare che si tratta di una sfacciata menzogna. È propaganda subdola, Jeff, messa in giro da anime morte che vogliono rendere la finzione noiosa come la realtà. Probabilmente, è l'unico antico proverbio che nessuno si sogna di mettere in dubbio tra lo scetticismo imperante; noi perciò abbiamo bisogno di un iconoclasta senza paura che temerariamente si ribelli a questa tirannia esecrabile, proclamando: "La finzione è più bizzarra della realtà".» «Versati ancora da bere» gli consigliai. «Eppure pensa, Jeff: quanti danni ha provocato quell'errore così ciecamente ripetuto! Noi lo buttiamo in faccia ai romanzieri come una provocazione quasi oscena... e poi vediamo rosso dalla rabbia quando loro si azzardano a inventare qualche avventura fantastica per restituirci il colpo. Diamine, è come se li sfidassimo a un incontro di lotta Libera e poi ci met-
tessimo a protestare: "Fallo!" appena mettono il piede sul ring. Per chissà quale perversa distorsione della logica e della razionalità, noi non sopportiamo che il romanzo, basato com'è sulla finzione, segua il corso che gli è imposto dalle sue premesse. Facciamo uso del temuto aggettivo "improbabile" per far paura agli scrittori e impedir loro di usare con libertà la loro immaginazione. Però, naturalmente, la verità non potrà mai essere interessante quanto la finzione. Infatti, quando vogliamo fare il massimo complimento a una vicenda reale particolarmente affascinante, diciamo che è "emozionante quanto un romanzo".» Io assunsi un tono cattedratico. «La scienza ha dimostrato che i voli più pindarici della fantasia non sono mai tanto bizzarri quanto le complicazioni della mente umana.» Lui scosse la testa con tristezza. «Mi addolora, Jeff, sentirti parlare come una pubblicità editoriale... Dimmi, credi nei draghi e nei serpenti di mare? Be', io li trovo davvero affascinanti quando cavalieri in armatura montati su cavalli da battaglia danno loro la caccia tra le pagine di un romanzo fantastico; ma l'idea di andare in cerca di draghi tra le mie cellule cerebrali mi sembra noiosa e gratuita. Sarebbe come prendersi a schiaffi per ammazzare le zanzare in una camera buia. I tornei in camicia da notte del dottor Freud non sono eccitanti come quelli di cui ci parlano le storie di Camelot...» «Eppure» obiettai «tu hai preso parte ad alcuni dei più emozionanti casi criminali che...» Ma lui m'interruppe, sbadigliando. «Come la maggior parte della gente, posso dire che mi hanno annoiato a morte. Ecco perché mi distraggo leggendo I delitti della casa sussurrante. È l'unico tipo di romanzo che non mi deluda, ormai. Le storie di guerra, che prima mi piacevano tanto, adesso pare vogliano solo dimostrare quanto i francesi amino i tedeschi e viceversa, e con quanta pertinacia una congiura capitalista abbia impedito che tutti insieme ballassimo un allegro e fraterno girotondo nella terra dei sogni. Le storie d'amore e di colpevoli delizie carnali (che pure adoravo) adesso si sono trasformate in solenni trattati, pesanti come macigni e volti a dimostrare che un uomo e una donna possono fare quello che diavolo gli pare a letto, purché non gli salti il ticchio scandaloso di divertircisi un tantino. Quanto alle opere letterarie "vitali", "importanti" e "significative"... santo Iddio! I loro autori si sforzano tutti di scrivere libri che somigliano a pessime traduzioni da un'altra lingua...» Tacque un momento e mi lanciò un'occhiata allegramente sarcastica. «Io sono un uomo cavalleresco, Jeff» affermò «e quindi non posso am-
mettere che una signora venga sedotta col solo aiuto di pochi monosillabi. È un insulto alla sua virtù; inoltre, l'effetto è di una comicità irresistibile, anche se involontaria. Invece, con le avventure che si svolgono nella casa sussurrante io non debbo temere delusioni. Si tratta di incubi per nulla circoscritti dalla stupida necessità di apparire probabili, e non pretendono di farci credere che siano realmente avvenuti. E l'investigatore non sbaglia mai, il che è proprio quel che mi aspetto da lui. Non riesco a capire perché mai uno scrittore si sforzi di fare del suo investigatore un essere umano e fallibile, paziente e faticatore, incline a sbagliare ma pronto a ricominciare da capo... uff! La ragione, probabilmente, sta nel fatto che i poveracci non hanno abbastanza fantasia da creare un personaggio davvero interessante, e così ci prendono a mazzate in testa con le pedestri avventure dei loro manovali del crimine...» «Santo cielo» sbottai io «quanto durerà ancora la predica?» «Oh, lasciami concludere. In breve: la vita reale manca del fascino, della drammaticità e soprattutto della linearità di svolgimento dei fatti che si trovano invece in questo romanzo. Perciò rispondo alla tua ultima domanda esortandoti caldamente ad andare a letto. Io voglio finire il libro.» «Ma i casi che c'interessano, i casi autentici...» «Jeff, amico mio, nei casi autentici non c'è nulla di veramente enigmatico. Se il macellaio, il panettiere o il farmacista commettono un delitto, sta' certo che io li sbatterò dentro: ma, per favore, non chiedermi di trovarli anche interessanti. Ho sempre pensato che la gente sia terribilmente noiosa, in generale, mentre debbo confessare che l'identità dell'assassino della casa sussurrante ancora mi sfugge...» Lo lasciai immerso nel libro, col capo chino e la fronte aggrottata, mentre le lancette dell'orologio stavano per segnare le cinque. 8 I sigilli blu Rrring, rrring, rrring! Una serie di squilli assordanti mi strappò al buio ovattato del sonno. «Il telefono, signore» disse la voce di Thomas. Sedetti sul letto, con la mente ancora intorpidita, e tesi la mano verso il ricevitore. Accidenti, quanto faceva freddo in quella camera! C'era ancora la nebbia o pioveva? Una tazza di tè fumava sul comodino accanto al letto. «Pronto!» dissi.
«Jeff?» rispose la voce di Sharon, e io mi svegliai di colpo «Jeff, lei se n'è andata stamattina.» «Come?» «Jeff, ieri notte tu sapevi già tutto, eh? Ho letto i giornali.» «Oh?» «Io parto oggi.» «Ma nemmeno per sogno. Ti farò trattenere per complicità o roba del genere... Chiudi quella finestra, entra un gelo polare» ordinai a Thomas. Dopo di che, diedi appuntamento a Sharon nel pomeriggio per prendere il tè insieme, e io promisi di dirle tutto quello che sapevo sul caso. Intanto bevvi il mio e mi riscaldai un poco, ma proprio allora Thomas mi disse che i signori della polizia mi stavano aspettando per la colazione al pianterreno. Mentre mi vestivo, cercai di ricapitolare in ordine di tempo gli avvenimenti del giorno prima. Almeno, adesso avevamo una parziale spiegazione delle minacce di Jack Ketch e dell'avventura di Dallings con la misteriosa donna del locale notturno. Era tempo di continuare le investigazioni! Bencolin e Sir John stavano facendo colazione nella sala da pranzo deserta e buia, illuminata solo da una lampada accanto al loro tavolino. L'ispettore Talbot era arrivato da pochi minuti e aveva accettato una tazza di caffè. Dopo mangiato, ci mettemmo a fumare e ci sentimmo più rinfrancati. Io raccontai la mia storia da capo a fondo e Talbot non fece commenti; però ogni tanto sbarrava gli occhi e digrignava i denti, e la sua matita si affaccendava sulle pagine del taccuino. Alla fine, Sir John si accigliò e batté la pipa sull'orlo del piatto. «Se pensate che il vostro comportamento sia stato leale...» cominciò. «Se aveste parlato con quella donna solo dieci minuti» dichiarai io «la parola "lealtà" si sarebbe cancellata dal vostro vocabolario. Vi sarebbe riuscito molto difficile nutrire simpatia per lei.» «Jeff ha una decisa preferenza per le donne di tipo vittoriano» s'intromise Bencolin. «Però Colette può riuscire davvero irritante.» «Senza contare» incalzai «che lei ha praticamente ammesso di aver contribuito a mettere nei guai quel poveraccio di Keane... Pare che un duello ci sia stato veramente, secondo quello che ha detto.» Sir John strinse le labbra e aggrottò la fronte. «Io credo proprio che voi non comprendiate bene la legge, signor Marie. Che Keane si sia battuto in duello o meno, non poteva cambiar nulla nella sentenza che lo ha colpito.
La legge non riconosce in questo una circostanza attenuante... se mai il contrario. L'intenzione di uccidere si traduce nell'accusa di omicidio premeditato: e, nel caso di un duello, l'intenzione di uccidere è particolarmente chiara e innegabile. Keane, dunque, rimane colpevole di omicidio... D'altra parte, se El Moulk era stato immischiato nella faccenda in qualunque modo, era colpevole di omicidio anche lui. Agli occhi della legge, doveva essere accusato del delitto al pari di Keane. Mi sembra perciò che l'uomo si sia preoccupato di proteggere la propria pelle, piuttosto che di "mettere nei guai" Keane. Certo, il suo modo di procedere non si può definire onorevole, ma...» Io sbottai: «Volete dire che se voi e Bencolin, per esempio, decideste di battervi in duello e io e l'ispettore Talbot ci limitassimo a farvi da secondi, saremmo colpevoli di omicidio premeditato nel caso che uno di voi venisse ucciso?» «Appunto.» «Allora può darsi davvero che El Moulk non ce l'avesse particolarmente con Keane.» «Un momento, per favore!» intervenne Bencolin. Sorrideva con aria di scherno. «Sir John, voi state parlando della legge vigente in Inghilterra, direi.» «Perché, in Francia non è la stessa?» «Oh, in teoria sì. Ma la sentenza compete interamente alla giuria: è affidata alla discrezione dei giurati, come la legge professa e ribadisce, e il giudice non può esortarli ad emettere per forza un verdetto di colpevolezza. Oltre tutto voi non ignorate, credo, sotto quale luce venga considerato in Francia il duello. In generale si pensa (e io condivido tale giudizio) che sia un modo di procedere onesto, diretto e onorevole; molto più onorevole che trascinare un processo attraverso le corti di vari tribunali per vedere alfine alleviate le ferite del proprio cuore con una somma di denaro più o meno vistosa.» Sir John agitò una mano con aria impaziente. «Già, lo sappiamo come vanno i duelli!» ringhiò. «In un duello, la causa della giustizia dipende dalla maggiore o minore abilità dei contendenti a tirare con una pistola.» «Mentre in tribunale la causa della giustizia dipende dalla maggiore o minore abilità dei contendenti a mentire per la gola» osservò Bencolin. «Come vedete, le due condizioni si equivalgono.» «Ma il duello è puro melodramma e basta. Non vedete su quale ragionamento idiota si basa? "Signore, voi mi avete insultato; dunque voglio la
vostra vita."» «Quindi secondo voi è meglio dire, come si fa al giorno d'oggi: "Signore, voi mi avete insultato; dunque voglio i vostri quattrini"?» ribatté pensoso Bencolin. «Onestamente, non so quale dei due ragionamenti sia più logico; ma non ho nessun dubbio su quale sia il più sincero... Comunque, io volevo solo farvi considerare quale sia l'opinione dei francesi a proposito del duello. È assolutamente improbabile che una giuria composta di francesi possa indursi ad affibbiare l'ergastolo a un uomo solo perché si è battuto in duello mentre era ubriaco; e non parliamo poi di quel che succederebbe se l'avvocato difensore si alzasse e facesse un commovente discorso sull'amour... Quanto a El Moulk, il fatto che fosse presente all'accaduto non gli avrebbe fruttato nemmeno un'ora di prigione. Proprio no. Dunque, le azioni del nostro amico scomparso sono state premeditate e motivate da un maligno desiderio di vendetta. Personalmente, credo che sia stato proprio lui a progettare il duello e a mettere i due litiganti l'uno contro l'altro approfittando del loro stato di ubriachezza mentre lui era sobrio: credo che sia stato lui a suggerirlo e a fornire le pistole...» L'ispettore Talbot stava dando segni d'impazienza. «Il punto è questo, signore» disse. «Voi lo sapevate già dall'inizio, non è vero? Cioè da ieri sera.» «Ieri sera lo sospettavo già, certo. Però volevo avere la sicurezza che tutti questi avvenimenti fossero connessi fra di loro... Ma lasciatemi concludere. Infine, io credo fermamente che Keane non abbia mai sparato a De Lavateur.» «Ah!» brontolò Talbot con aria di approvazione. «Anch'io lo avevo pensato subito.» «Arrivai sulla scena troppo tardi per poter fare qualcosa» continuò Bencolin «ma esaminai gl'indizi e le prove. De Lavateur era stato colpito proprio al centro della fronte, e sulla ferita c'erano tracce di polvere. Neppure un duello tra ubriachi si svolge a distanza tanto ravvicinata. Naturalmente, questo fornì all'accusa una magnifica prova per sostenere che non c'era stato nessun duello... e che De Lavateur era stato ucciso deliberatamente da Keane, il quale gli aveva sparato a bruciapelo. Anch'io ero dell'opinione che si trattasse di assassinio deliberato, ma avevo altre idee circa l'identità del colpevole. Ora come ora, però, non è il caso che ci addentriamo nei particolari del mio ragionamento: non ho prove per suffragarli.» Fece una pausa. «Tuttavia, continuo ad esser convinto che El Moulk sparò a De Lavateur
usando la pistola di Keane. E ne è convinto anche l'uomo che si firma Jack Ketch, signori.» Attraverso una finestra accanto al tavolo, potevo vedere gelidi aghi di pioggia flagellare le pozzanghere nel cortile grigio fiancheggiato da persiane chiuse. La luce della lampada sospesa su di noi era abbastanza forte da sottolineare la tensione che segnava i nostri volti. Bencolin aveva la testa rovesciata all'indietro e stringeva tra le dita una sigaretta non ancora accesa. Talbot vuotò d'un fiato il resto del caffè, ormai freddo. «Dunque, voi sostenete davvero che qualche maniaco si sta preparando a vendicare un delitto vecchio di dieci anni?» chiese Sir John, soppesando un cucchiaio. «Temo di sì. E si tratta di un arcicriminale spietato, astuto, deciso a tutto e infinitamente paziente.» «Ma allora perché non ha agito prima? Dieci anni...» «È ovvio: perché ha appreso solo in questi ultimi tempi chi era veramente il giovane Keane. Lo ha detto lui stesso nella sua lettera a mademoiselle Laverne. Quando ha saputo, si è dato a preparare la sua vendetta senza affrettarsi. Ha dimostrato una pazienza disumana nel mettere insieme una quantità di dettagli minuscoli e folli. Deve aver impiegato dei mesi per fabbricare quel perfetto modellino di forca, lavorando tutto felice in segreto e con la massima cura. Può darsi benissimo che abbia imparato anche l'arte dell'incisore, per preparare con le sue mani quei malvagi biglietti da visita. Gli era indifferente darsi da fare per mesi o per anni, senza posa, fino a ridurre la sua vittima a un ammasso di nervi... tanto è vero che El Moulk era pronto a urlare alla minima ombra. Il vendicatore sta portando avanti un suo piano elaborato e minuzioso... e quel piano non è ancora completo.» "Questa sera" aggiunse «ricorrerà il decimo anniversario del delitto, come lui ci ha fatto notare.» «Volete dire, signore» domandò Talbot senza la minima emozione «che il signor El Moulk potrebbe non essere ancora morto?» «Esatto! Non è forse questo che ci suggerisce l'orribile limpidezza del ragionamento di quell'uomo? Da quasi un anno sì va applicando a perfezionare la sua vedetta, e ogni cosa avanza irresistibilmente verso l'ora zero: il punto culminante, il coronamento infernale della sua opera! E noi lo sappiamo. Lui stesso ha fatto in modo che lo sapessimo. Ha nascosto la sua vittima in una strada che la polizia non può trovare.»
Sir John posò il cucchiaio col quale giocherellava. Le sue sopracciglia nere e sottili erano inarcate sugli occhi gelidi, e le narici gli vibravano nervosamente. Si passò una mano sui capelli d'argento, come se volesse difendersi da una rete di ragnatele. «E voi credete a tutte queste sciocchezze, Talbot?» chiese con calma forzata. «Ebbene, signore, dov'è Via della Rovina? E dove si trova il signor El Moulk?» ribatté l'ispettore, senza alzare gli occhi dal tavolo. «Uhm! Ci troviamo di fronte a enigmi privi di senso, ma questo non impedisce che siano reali. Ecco! Ho espresso la mia opinione.» Lanciò uno sguardo inespressivo a Bencolin. «Voi, quindi, ritenete che Jack Ketch abbia catturato El Moulk mentre questi andava dalla signorina Laverne, e che adesso lo tenga prigioniero a... a Via della Rovina per giustiziarlo al momento giusto, vero?» «Perché, ispettore, voi cosa pensate?» Talbot rifletté, poi afferrò dalla sedia che aveva accanto tre oggetti: un bastone d'ebano, una scatola di fiori e un paio di guanti bianchi, che allineò ordinatamente sul tavolo. «Io mi baso sulle prove e basta, signore» dichiarò. «Possiamo ricostruire l'andamento dei fatti fin dall'inizio. Prima di partire, come mi hanno detto al garage, la berlina è stata accuratamente revisionata e lucidata, e il serbatoio è stato riempito di benzina. Il signor El Moulk è uscito di qui poco dopo le sette. L'autopsia eseguita sull'autista ci indica che l'uomo dev'essere stato ucciso non molto dopo: diciamo alle sette e mezzo circa, anche se non ne abbiamo la sicurezza assoluta. Gli hanno tagliato la gola e lo hanno pugnalato al cuore con una lama aguzza e affilata, come per esempio quella di un coltello molto lungo... evidentemente si è trattato di un attacco a sorpresa, perché la vittima non mostra di aver reagito in alcun modo.» Si arrestò e si mise a riflettere, cercando di riferire i fatti nell'ordine esatto. «Quando abbiamo esaminato l'automobile dopo il delitto, nella parte anteriore non abbiamo trovato impronte digitali: c'erano solo quelle del defunto sul volante. Questo, tuttavia, era macchiato di sangue in modo tale da farci capire che un'altra persona, oltre a Smail, deve aver guidato la berlina indossando i guanti. Nel sedile accanto all'autista c'erano altre macchie di sangue, il che dimostra che qualcuno vi si era seduto; era macchiato di sangue anche il pomello del freno a mano...» Che scena macabra! Il quadro dell'assassino che andava in giro per Lon-
dra con un cadavere seduto accanto era ancor peggio del guidatore invisibile. «Come spiegate il fatto che noi non abbiamo visto nessuno accanto all'autista morto?» chiese Sir John. «Forse la colpa è stata della nebbia, signore» suggerì Talbot, rivolgendoci poi quel pigro sorriso che infrangeva per un attimo la sua maschera impassibile. «In realtà, signore, non ne ho idea. Personalmente credo che... be', non lo so. Mi limito a riferire i fatti.» «Allora lo sconosciuto che guidava dev'essersi appoggiato al corpo dell'autista morto per tenere le mani sul volante, no?» domandò Bencolin. «Così pare. E deve aver guidato per un bel pezzo, perché il serbatoio era quasi vuoto.» «Questo giustificherebbe l'intervallo di qualche ora che corre tra la morte dell'autista e il momento in cui noi abbiamo avvistato la berlina» mormorò pensoso Bencolin. «Il guidatore girava avanti e indietro per Londra come se si divertisse. La cosa è pazzesca, ispettore.» Talbot annuì. «Proprio come dite voi, signore: pazzesca, ma vera. Ecco perché... ma non importa. Sul sedile posteriore dell'automobile non c'era nessuna traccia d'impronte e nessun segno di disordine. Niente impronte neppure sul pomello del bastone. Il signor El Moulk doveva indossare i suoi guanti bianchi quando lo ha tenuto in mano...» S'interruppe, vedendo Bencolin prendere i guanti. Il mio amico li ispezionò con cura, sollevandoli alla luce della lampada. I suoi occhi si dilatarono e poi si restrinsero, improvvisamente attenti e scrutatori, quando si fissarono sul palmo del guanto destro. Era di capretto del tipo più fine, foderato di camoscio. Era anche sporco di polvere: ne erano macchiate le punte di tutte le dita, pollice compreso, e una larga striscia nerastra attraversava il palmo. Bencolin alzò gli occhi. Parve guardare qualcosa di remoto e d'inaspettatamente sorprendente, e la sua bocca si aprì senza emettere alcun suono. Dopo un po', lo sentii mormorare: «Dannazione! Mi chiedo se è possibile...» «Cosa, signore?» chiese subito Talbot. «Io non ho motivo di credere che ce ne sia una» riprese Bencolin, parlando fra sé e sé «eppure è l'unica cosa che potrebbe aver prodotto queste macchie. Ma sì, tutto concorda! Perfino l'ombra va al suo posto!» Si girò di scatto verso di me. «Rifletti, Jeff! Ieri sera, quando è uscito dal club, El Moulk portava questi guanti?»
«Sì» risposi con fermezza. «Sì che li portava: lo ricordo benissimo.» «Ti è capitato di notare se il guanto destro fosse macchiato?» Visualizzai la scena della sera prima. Vidi El Moulk protendere la mano in quel curioso gesto di protesta che lo aveva portato a esibire il palmo del guanto destro... «No» affermai. «Il guanto era perfettamente candido.» «Cosa significa tutto ciò?» s'impazientì Talbot. «Calma, ispettore: non so ancora se sono sulla strada giusta. El Moulk, dunque, portava i guanti! Ma naturale! Questa è la bellezza della faccenda. Dio benedica quel damerino, quel perfetto seguace della moda! Portava i guanti!» Gettò il guanto sul tavolo e girò la testa all'indietro, scuotendola con aria compiaciuta. «No, ispettore! Non sentirete da me neppure un'altra parola finché io non abbia trovato prove in grado di sostenere o distruggere la mia ipotesi... e voi, Sir John, mi pagherete la migliore cena di Londra. Allora, ispettore, avete altri fatti da riferire?» Talbot lo andava considerando con sospetto, e i muscoli della sua mascella quadrata erano tesi: perfino la punta lucida del suo naso rotto esprimeva sospetto. «Dalle nostre parti, signore» annunciò gravemente «noi non approviamo questa specie di...» Si controllò. «E sta bene, allora. Ci sarebbe la scatola di fiori...» «A proposito» mormorò Bencolin «cosa c'è in quella scatola?» «È troppo arrischiato dire che contiene dei fiori?» domandò Sir John. «Sì, lo so, ma qualcuno si è preso il disturbo di guardarci dentro?» Servendosi di un coltello da tavola, Talbot tagliò i nastri con gesti frettolosi. Si udì un fruscio di carta velina; quindi l'ispettore si rilassò, emise un sospiro di sollievo e spinse la scatola verso Bencolin. «Sono proprio fiori» disse. «In effetti, si tratta di orchidee» specificò Bencolin, inclinando la scatola. «E per la precisione appartengono alla specie sudamericana chiamata "Farfalla d'oro". Diable! Ma sono preparate a corsage!» Ci fu una pausa mentre il grande investigatore continuava a fissare i fiori con uno sguardo interrogativo. «Ci trovate qualcosa di strano?» domandò Sir John. «Qualcosa che non va?» «Parlate proprio come un uomo che conduce un'esistenza da eremita! Io
stesso non ho una vita sociale molto attiva, ma quando ordino un corsage per una signora ho l'accortezza di farglielo mandare a casa dal fioraio. Si tratta di una preparazione speciale da appuntare al corpino dell'abito, quindi la destinataria deve avere il tempo e la comodità di scegliere il vestito più adatto a farla risaltare. Un corsage non si porta mai di persona. Qui, pertanto, c'è qualcosa di gravemente sbagliato...» Fece schioccare le dita. «Eppure il conto torna! Vi siete informato dal fioraio, Talbot?» «Sì. Al negozio ricordavano benissimo l'ordinazione. El Moulk ha telefonato ieri, nelle prime ore del pomeriggio, e ha ordinato il corsage. Anche loro hanno trovato strano il fatto che non volesse farlo spedire, ma lui si è limitato a ribattere: "Dannazione, fate come vi dico" o qualcosa del genere. Mi hanno riferito che parlava come uno che ha un forte raffreddore.» «È andato lui, dunque, a ritirare le orchidee?» «Qualcuno c'è andato, ma loro non ricordano chi fosse. Solo uno o due dei commessi conoscono di persona El Moulk. Hanno pensato che si trattasse di un domestico: era un uomo alto, col bavero rialzato. È arrivato fra le due e le due e un quarto...» «Comunque, non era El Moulk. Ehm... Avete interrogato la servitù, su questo particolare?» «Nessuno dei domestici del club è stato incaricato di questa commissione, a meno che non si trattasse di un membro del personale di El Moulk» dichiarò l'ispettore. «Il portiere me lo ha giurato. Forse è stato Graffia a ritirare i fiori.» «E il cameriere francese?» «È partito per Parigi ieri mattina presto.» Bencolin annuì, abbozzando un bizzarro sorriso. «Ma sì, certo» mormorò. «Meglio chiamare Graffin.» Il segretario doveva trovarsi in una delle stanze al pianterreno, perché appena mandammo un cameriere a chiamarlo arrivò praticamente subito. Era quasi sobrio. La sua testa oscillava sul lungo collo ossuto, così orribilmente simile a quello di un tacchino. Aveva la faccia chiazzata di macchie rosse e le sue mani tremavano parecchio. «Buon giorno, signori» disse con voce rauca. I suoi occhi infiammati si alzavano pigramente a incontrare i nostri e poi ricadevano, si alzavano e ricadevano. Tutta la sua persona era agitata da fremiti così forti che faceva pena guardarli; ma l'uomo cercava di nasconderlo, reggendosi stretto al bordo della poltrona dove aveva preso posto. «Stavamo appunto discutendo i vari particolari del caso» cominciò Ben-
colin «e c'è qualche punto sul quale vorremmo avere ulteriori informazioni...» Graffin sussultò nel suo modo sgradevole e mormorò: «Ma certamente.» Sbarrò gli occhi. «S-sono un tantino indisposto.» Altro sussulto. «Il signor El Moulk vi ha per caso affidato qualche commissione ieri pomeriggio?» «S-signori?» gridò Graffin. Stava cercando disperatamente di darsi un'aria dignitosa, ma il suo collo scarno continuava a fargli oscillare la testa. «Per un fioraio che si trova a Cockspur Street?» «N-no. Sono rimasto nella mia camera tutto il giorno. Tutto il giorno!» «Ne siete sicuro? Anche fra le due e le due e un quarto?» «Ne sono s-sicuro. Sì, e posso anche provarlo. Un cameriere mi ha portato il pranzo circa a quell'ora.» Appariva così indifeso da sembrare quasi patetico. Dava l'impressione di esser pronto a mettersi a urlare da un momento all'altro, e adesso teneva gli occhi vitrei fissi con rispetto su Bencolin; però non la smetteva di sussultare. Il mio amico disse con voce cortese: «Immagino che non abbiate avuto più notizie del signor El Moulk, vero?» «No!» «Non è ritornato la notte scorsa, per caso?» Graffiti si aggrappò ai braccioli della poltrona e esalò tutto d'un fiato: «Dio mio, perché mi fate questo genere di domande? No, non è tornato!» «E voi continuate a sostenere che non era vittima di nessuna persecuzione?» Cadde un silenzio. La testa dell'uomo si afflosciò sul lungo collo e ogni traccia di vitalità lo abbandonò. Lo vedemmo ingoiare penosamente a vuoto. Alfine disse in un bisbiglio, molto umilmente: «Chiedo scusa, signori. Ho paura di avere urgente bisogno di... di qualcosa da bere.» Gli facemmo portare del whisky e lui lo tracannò rumorosamente. Ansimò per qualche istante e poi i suoi tremori si calmarono; ma ora stava riacquistando la sua aria astuta e strafottente, e la faccia chiazzata di rosso aveva un'espressione imbronciata. «Amico mio» riprese Bencolin «adesso vi ripeterò la stessa domanda che vi ho rivolto ieri sera; voglio vedere se vi deciderete a cambiare la risposta. Per quanto tempo siete stato impiegato alle dipendenze del signor El Moulk?»
«Lo so» disse Graffia, al quale il liquore aveva ridato l'agilità di mente. «Volete cogliermi in fallo, eh? Benone. Ieri vi ho detto che erano sei anni e che avevo conosciuto il mio datore di lavoro al Cairo. Ma voi.. voi siete andato a frugare tra le pratiche personali dell'esercito, no? E avete scoperto che sono uscito dal servizio attivo da dieci anni e che al Cairo non ci sono mai stato. Ebbene, sono entrato al suo sevizio a Parigi. Ieri vi ho mentito.» «Strano. E perché?» «Non sono affari vostri» brontolò Graffiti guardando nel bicchiere. Un occhio rosso ci sbirciò al di sopra del bordo. «I vostri compiti di segretario non erano molto gravosi, credo.» L'uomo scoppiò in una risata sguaiata. «Eppure, il signor El Moulk non si è mai deciso a rimpiangere questa... questa spesa supplementare che pesava sul suo bilancio, credo» continuò Bencolin con voce pensosa. Graffin mise giù il bicchiere con gesto così deciso che per un istante credetti che fosse ridiventato sobrio di colpo. Ci guardò fisso, e una vena gli pulsava accanto alla tempia. «Mi rendevo utile, caro signore» asserì dopo una pausa, con aria modesta. «Bene, bene, amico mio: non desidero trattenervi ulteriormente. Vi rivolgerò solo un'altra domanda. Naturalmente, sapevate che il signor El Moulk stava prendendo precauzioni per tutelarsi da un eventuale attacco alla sua vita?» «Oh... oh, sì.» «Però non avete alcuna idea circa la causa dei suoi timori?» «Assolutamente nessuna!» gridò Graffin, protendendosi in avanti. «Lo giuro!» «Ehm... vedo. A proposito, l'autista era armato?» «Armato? Oh! Volete dire se portava abitualmente qualche arma? Sì, questo lo so, perché El Moulk gli aveva dato una pistola che apparteneva a me: una Smith & Wesson. Una quarantacinque a canna lunga, con il calcio d'avorio. Smail ne andava orgoglioso e non faceva che lucidarla.» Io sedevo in un punto dal quale potevo vedere Bencolin col viso perfettamente illuminato dalla lampada. Nel sentire la risposta di Graffin, i muscoli lungo la sua mascella si contrassero sotto la barba. Il mio amico socchiuse gli occhi pigramente e cominciò a tamburellare con la punta delle dita sul tavolo... «Grazie. Posso pregarvi, tenente, di rimanere qui al club per un poco?
Potremmo aver bisogno di esaminare la suite del signor El Moulk, e ci sarebbe gradita la vostra assistenza.» Graffin annuì e si tirò in piedi. Gli occhi celesti arrossati avevano uno sguardo vigile, però lui non disse più nulla; si limitò ad annunciare che stava prendendo le dovute disposizioni per il funerale dell'autista, poi uscì con passo malfermo. «Ci avevo pensato anch'io» osservò irritato Talbot. «Lo avevo pensato che sarebbe stato il caso di dare un'occhiata alle stanze dell'egiziano... se è permesso.» «Graffin!» stava brontolando Bencolin. «Perché mai quell'uomo si ostina a sostenere che El Moulk non è mai stato vittima delle indebite attenzioni di Jack Ketch? Perché non vuol dirci niente di quei misteriosi pacchetti dai sigilli blu? Sigilli blu con sopra un "K" stampato... il monogramma di Jack Ketch! Eppure, pare che El Moulk ne ricevesse abbastanza spesso, di quei pacchi dal sigillo blu! E perché Graffin ha mentito circa l'epoca del suo incontro con El Moulk? Perché, infine, un uomo dovrebbe tenersi come segretario privato un ubriacone che non solo è completamente inabile a qualsiasi lavoro, ma arriva a vantarsi di trascurare i propri doveri? E comunque, El Moulk che bisogno può mai avere di un segretario? Non capite, ispettore?» chiese di colpo a Talbot. «Questa è la vostra chiave. Ricordate che sobbalzo ha avuto Graffia quando gli ho chiesto...» Con un sorriso enigmatico, Bencolin annuì. «Una alla volta, le tessere dell'incastro si sistemano al loro posto. E il solo punto debole nell'intero piano di Jack Ketch, con tutte le sue complicazioni, è costituito da... Graffia. Graffia in persona.» Talbot si fece attento. «Vorreste dire... Non cercate di confondermi, signore!» esplose. «Nelle stanze di El Moulk appaiono delle cose solo quando Graffia vi si trova da solo. Lui giura e spergiura che si materializzano per aria, il che è idiota. Noi abbiamo stabilito che Jack Ketch dev'essere qualcuno che abita qui al club. Se riusciamo a infrangere l'alibi che Graffia ha addotto, sostenendo di essere rimasto in casa tutto il pomeriggio...» «Anche se ci riuscite, ispettore, quale frutto pensate di ricavarne? Dove può essere andato Graffia? Dopo aver descritto un ampio circolo, la pista ci riporta alla prima domanda, quella più importante: dov'è Via della Rovina?» Talbot appoggiò i gomiti sul tavolo e si prese la testa fra le mani. «Quella strada non esiste su nessun elenco» enunciò, col tono di chi vuol
attenersi al buon senso. «Non esiste! Eppure, il suo nome è l'unico indizio di cui disponiamo per scoprire in quale punto di Londra può essere andata la berlina...» Era ancora seduto a meditare quando arrivò il portiere a dirci che Joyet, il cameriere di El Moulk, era appena tornato da Parigi e desiderava parlarci al più presto. 9 "Il delitto considerato come una delle belle arti" «Mandatelo nell'atrio» grugnì Talbot. «Mandatelo da qualche parte, basta che gli diciate di aspettare...» La faccia del piccolo ispettore era contratta in una smorfia quasi feroce, che lo faceva rassomigliare a uno gnomo maligno. Dopo un po', riprese a parlare. «Io continuerò a darmi da fare; ma voglio dichiararvi apertamente, signori, che questa faccenda non è alla mia portata e lo so benissimo. Mi sono fatto strada dalla gavetta, cominciando come poliziotto di ronda alla divisione K.... e questo significava girare per Limehouse, in caso non lo sapeste. Per quanto concerne i criminali, in questo preciso momento tengo nel palmo della mano un'intera banda di mascalzoni d'alto bordo. Ma questa faccenda... questa faccenda non è un caso di omicidio. È un dannato incubo!» Fece un gesto d'impotenza. «Non c'è niente a cui appigliarsi. Non mi resta che procedere come posso e cercare di avanzare a tentoni; e allora, forse....» "Ascoltatemi. Un uomo di buon senso direbbe che questa storia di Via della Rovina è solo una balla; eppure, Jack Ketch annuncia che farà certe cose e le fa sul serio. Lui dice che Via della Rovina esiste e io sono pronto a prestare più fede alla sua parola che a quella delle cosiddette persone rispettabili, le quali comunque ci dicono balle peggiori delle sue." Fece girare sul nostro piccolo gruppo un'occhiata di sfida. «Dobbiamo trovare quella strada: è la nostra unica speranza. Penso voi sappiate come sono organizzate le mappe di Londra. Ebbene, ho messo un gruppo di uomini a lavorarci sopra. Per adesso sappiamo solo che non esiste una strada che si chiami così. L'unica alternativa è che esista una strada che abbia avuto quel nome in passato. Con tutti i cambiamenti che Londra ha subito, l'ipotesi è tutt'altro che improbabile. Forse cinque, forse quindici, forse cinquant'anni fa...»
«O forse centocinquanta» osservò Sir John. «Ammesso e non concesso che una simile strada sia mai esistita. Vi occorrerà un'intera congrega di antiquari, Talbot. E avete solo una parola colta in un messaggio telefonico...» «Certo, signore, certo. D'accordo. Lo ammetto. Ma ho interrogato domestici, ho consultato elenchi... e non ho concluso nulla. È ora di tentare qualcos'altro. Ammettiamo pure che la strada abbia cambiato nome centocinquant'anni fa... ma questo Jack Ketch non ha proprio l'aria del tipo di persona che chiamerebbe una strada col nome che aveva nel Settecento? Del resto, lo stesso nomignolo di Jack Ketch non risale forse al Settecento?» «Al Seicento» lo corresse Bencolin. «Io sono molto aggiornato su questo genere di argomenti, sapete. Il boia di Tyburn ricevette il nomignolo di Jack Ketch dal nome di un uomo che si chiamava Richard Jacquett e possedeva il castello di Tyburn nel 1678.» «Senza contare» insistette Talbot «che il messaggio diceva: "È stato impiccato alla forca di Via della Rovina". Se cercassimo le strade antiche in cui si ergevano patiboli nei secoli passati... Prendiamo la stessa Tyburn, per esempio: si trovava più o meno all'inizio di Edgeware Road, no?» «Ma dannazione, ispettore» esclamò stizzito Sir John «non supporrete certo che l'uomo sia stato impiccato al Marble Arch!» «Non suppongo niente, signore! E la storia del signor Dallings, di cui ho sentito parlare... lui l'ha vista davvero, quella bizzarra ombra di una forca, e sarebbe troppo pazzesco immaginare che un sacco di persone qualunque, in giro per Londra, si vadano baloccando con patiboli nelle ore piccole della notte. Dallings, quindi, ha visto davvero la forca. E siccome aveva accompagnato a casa la Laverne, deve essergli accaduto a poca distanza da Mount Street, o almeno in quella direzione. Avremmo inoltre tanto più ragione a pensarla così in quanto El Moulk era diretto proprio a casa della sua amica, quando è stato rapito.» Piuttosto imbarazzato dalla sua stessa eloquenza, Talbot si rimise a sedere e incrociò le braccia sul petto. Mentre lui parlava, io non avevo mai distolto gli occhi da Bencolin, e potrei giurare di aver visto errare sulle sue labbra il più lieve dei sorrisi. «Bravo ispettore!» mormorò il mio amico. «Temo che abbiate trascurato solo un unico, minuscolo particolare; ma se ve lo facessi notare in questo momento, ci troveremmo sprofondati nel buio ancor peggio di quanto siamo.»
Sir John considerò Talbot con aria insieme distante e meditabonda. Poi la sua faccia lunga e magra si rilassò in un sorriso e le rughe intorno ai suoi occhi si approfondirono in una maschera quasi allegra. «Mi congratulo con voi, Talbot» disse con velata ironia. «State seguendo le orme del nostro amico Bencolin con notevole abilità. Il sovrintendente Mason ne sarà deliziato. "Scotland Yard intraprende ricerche storiche." Tutti i giornali di Londra, come direbbe Bencolin, si faranno elegantemente beffa di noi.» «Non so che farci, signore: è questa la nostra unica possibilità. E stavo pensando anche a un'altra cosa. Ho avuto notizia di un certo dottor Daniel Pilgrim che abita qui al club. È una vera e propria autorità sulla vecchia Londra, così mi hanno riferito... Perché non gli chiediamo di darci una mano?» «Non è affatto una cattiva idea» approvò Bencolin. «Io stesso sono piuttosto ansioso di conoscere questo signore, da quando Jeff mi ha parlato di lui... Sapete qualcosa sul suo conto, Sir John?» «Pilgrim?» Sir John scosse il capo. «Non ne so molto: non più di quello che vi ho detto ieri sera. Credo che abbia girato il mondo per un certo tempo, e un suo libro ebbe una risonanza notevole, qualche anno fa. Lo battezzarono "l'investigatore della storia".» «L'investigatore della storia?» «Sì. Aveva preso come argomento alcune storie di delitti famosi... enigmi storici che non sono mai stati spiegati a fondo... e ha cercato di spiegarli esponendo gl'indizi e le prove proprio come si fa oggi nei rapporti che la polizia presenta ai tribunali. Alcuni erano davvero affascinanti e presentavano come assassini diversi personaggi del passato. C'è mancato poco che il dottore non venisse scacciato da un'associazione di storiografi di cui faceva parte proprio a causa di quel libro.» «Lo sapevo» mormorò Bencolin. «Probabilmente, i suoi avversari si facevano forti del più brillante e radicato principio degli storici di professione, e cioè che qualunque episodio davvero interessante dev'essere privo d'importanza o riferito in modo errato. A sentirli parlare della vita in Inghilterra durante il Medioevo, vien da pensare che quei signori credano fermamente che la vita nell'Inghilterra di oggi non sia altro che una sequela di discorsi alla camera dei comuni... Ma lasciamo perdere. Andiamo piuttosto a parlare con questo cameriere di El Moulk.» Quando entrammo nell'atrio, Joyet si stava scaldando le mani davanti al caminetto. Era basso di statura e notevolmente grasso, con un faccione
rosso dalle guance pesanti e una grossa testa sulla quale pochi capelli impomatati formavano una specie di ricciolo da elegantone. Una vera e propria mappa di rughe circondava gli occhi azzurri e sporgenti, che sembravano perpetuamente spalancati dalla meraviglia. Sotto il naso a bulbo fiorivano due baffoni prodigiosi, ognuno dei quali era arricciato alle punte in modo buffo e complicato. A prima vista, l'uomo sembrava tutto pancia, catena da orologio e respiro ansimante. «Ah, messieurs!» gridò con una voce che sembrava uscirgli dal profondo delle viscere. Strabuzzò gli occhi, ansimò per l'eccitazione e si arricciò i baffi. «Va male, proprio male, eh? Sono appena arrivato da Parigi!» S'inchinò con grazia elefantina, rizzandosi sulle punte dei piedi come per un minuetto; poi allargò le braccia. «Io non parlo buon inglese... no, no, vedete?» «Parlate in francese, allora» disse Bencolin nella sua lingua. Tutta una serie di sommovimenti cominciò a scuotere la pancia di Joyet. Il cameriere si diffuse in una quantità di risolini compiaciuti e le rughe si animarono nel suo faccione raggiante. «Così va bene; così va proprio bene, monsieur. Io ho tanta voglia di parlare e qui mi sembra di soffocare perché non ci riesco. Eh? Ma questa faccenda...» Si rannuvolò e sbottò in un'imprecazione. «La notte scorsa ho ricevuto un telegramma in cui mi si diceva di ritornare...» «Cosa sta dicendo?» chiese Talbot. «Gli avete mandato voi un telegramma perché tornasse qui?» Talbot squadrò l'uomo da capo a piedi con aria disgustata e annuì. Negli occhi rotondi di Joyet, azzurri ed espressivi, apparve una scintilla di ostilità. «Graffin mi ha fornito il suo indirizzo» spiegò l'ispettore. Joyet parve sul punto di scoppiare dall'eccitazione. Riprese a parlare. «Mia moglie dice: "Marcel, ormai sei qui in licenza. Puoi startene in pace a fumare la pipa e a passeggiare in giardino". Dovreste vederlo, signori, il mio giardino: che magnifici fiori... pare un funerale di prima classe. In estate, naturalmente. Io, però, le ho risposto: "No! Ritorno subito in Inghilterra!".» L'energia di quell'uomo, il potere dei suoi occhi candidamente focosi ci fece quasi fare un passo indietro. Non c'era da meravigliarsi se i domestici del club lo consideravano un tipo difficile. Esibiva una prosopopea quasi napoleonica. Era ovvio che avevamo a che fare con uno di quei democratici camerieri francesi che offrono il servizio più inappuntabile del mondo
purché li si tratti da uomo a uomo. Ecco perché Bencolin disse subito: «Prendete un sigaro.» Sir John ebbe un sussulto, ma non disse nulla. Bencolin prese un sigaro anche per sé e lo aveva appena alzato quando si vide Joyet presentargli un fiammifero acceso: un autentico miracolo di destrezza. L'atteggiamento dell'uomo era serio e deferente. «Accendere i sigari è un'arte» dichiarò, muovendo con abilità il fiammifero. «Il fuoco dev'essere distribuito dappertutto con esattezza... così.» Spense il fiammifero con un sospiro. «E allora, monsieur?» «E allora, Joyet, voi sapete cos'è successo?» «Lo posso immaginare, monsieur, da quello che so già e da quello che ho letto sui giornali questa mattina. È accaduto dunque, eh? Quello che lui temeva?» «Voi ne sapete qualcosa?» «Oh, sì, monsieur... parecchio.» Bencolin traduceva rapidamente a beneficio di Talbot. Noi guardavamo tutti Joyet con tanto d'occhi: lui sapeva parecchio della faccenda, mentre Graffin non ne sapeva niente. Bencolin indicò al cameriere una poltrona e l'interrogatorio continuò, interrotto dalla traduzione di ogni singola domanda e risposta per Talbot: cosa che naturalmente lascerò da parte nel mio resoconto. Joyet fumava a grandi boccate serrando il sigaro tra le labbra, proprio come un bambino che succhi un bastoncino di liquirizia. Con una delle grosse mani, assestava di tanto in tanto un pugno ai braccioli della poltrona. «Dovete sapere, monsieur, che ormai da diversi mesi il signor El Moulk era oggetto di una specie di... persecuzione. A distanza di qualche tempo l'uno dall'altro... a volte si trattava di un mese, a volte di una settimana, a volte solo di pochi giorni... gli arrivavano per posta dei pacchi oppure gli veniva lasciato qualche oggetto nell'appartamento che occupava. Mi capite?» «Cosa intendete con la storia degli oggetti lasciati nell'appartamento?» «Santo cielo, monsieur, il responsabile della persecuzione aveva la dannata sfacciataggine di entrare nelle stanze del signor El Moulk e di lasciare degli oggetti sul tavolo che lui usava come scrivania... insieme al suo biglietto da visita, figuriamoci! Naturalmente, questo succedeva quando noi eravamo fuori. Non ho mai capito come facesse quell'uomo a entrare. Le porte erano sempre chiuse a chiave.» «I domestici del club non hanno mai visto nessuno?»
«Da questi inglesi cosa vi potete aspettare? No!» Joyet si arricciò ferocemente i baffi e fece una smorfia sprezzante. «Ehm... e il tenente Graffin era a conoscenza di ciò?» «Pfui! Quello, poi... è sempre ubriaco. Sempre, sempre e sempre! Però è naturale che fosse informato della faccenda; solo che ci rideva sopra. Alla fine, ho detto a monsieur: "Lo troverò io il colpevole di questi tiri e gli torcerò il collo".» Ammantandosi di una nuvola di fumo, Joyet scosse un pugno con furia. «Eravate affezionato al vostro padrone?» «Ebbene...» disse l'uomo «sì e no.» Scosse la testa con aria di sopportazione. «Era sempre nelle nuvole e aveva un cattivo carattere. Talvolta era davvero terribile. Ma a me, in fondo, cosa importava? Avevo un ottimo salario e un ottimo alloggio... e poi quell'uomo se ne intendeva di cibo! Diamine! Era un autentico buongustaio, ve lo assicuro. Sì, aveva davvero i suoi lati buoni. Il segreto della vita, monsieur, è la logica.» Dopo essersi sgravato di questa massima, Joyet si protese in avanti mettendo un dito accanto al naso, e il suo viso assunse un'espressione di saggezza incommensurabile. Poi si riaccomodò sulla poltrona, raggiante di compiacenza. «Non avete nessuna idea circa l'origine di queste minacce?» «No, monsieur. Il mio padrone non mi confidava mai niente: in genere, dovevo fargli qualche domanda a bruciapelo.» «Chi erano i suoi amici? Qui a Londra, intendo.» «Ah, questo è facile. Non ne aveva. Il teatro, i concerti e i suoi studi (che razza di studi!): non aveva altre occupazioni. Di tanto in tanto, faceva visita a mademoiselle Laverne. Capite? Sì, certo: è naturale. L'ho visto parlare col dottor Pilgrim, un signore che abita qui. E poi...» A questo punto, il cameriere abbassò drammaticamente la voce e alzò una mano con aria d'importanza. «Come ho detto, io non ho idea di chi fosse la persona che lo stava minacciando; ma penso che lui lo sapesse. Penso anzi che l'avesse appena saputo.» «Cosa intendete dire?» «Vedete, è andata così. Lui era preoccupato a morte; non riusciva a dormire, stava impazzendo. Certe notti sbirciavo nella sua grande camera da letto e lo vedevo con la faccia illuminata dalla luce del fuoco, in piedi fra tutti quei suoi gingilli... e tremava. Non riusciva a riposare; non riusciva più nemmeno a leggere. Intanto, il signor Graffin beveva whisky, suonava il pianoforte e gli rideva in faccia. Come sapete, signore, io ho letto
sui giornali che monsieur El Moulk era scomparso. Ma diavolo! Io ho sempre pensato che se qualcuno doveva sparire o farsi ammazzare, sarebbe stato molto più logico che fosse Graffin. Ho visto tante volte il mio padrone stringere forte le mani per trattenersi dal saltare alla gola di monsieur Graffin. Tanto era accecato dalla furia, capite? Ma non faceva mai nulla...» Nell'ambiente semibuio, il racconto di Joyet evocava echi sinistri, ma in quel momento erano privi di senso, almeno per me. Di lì a poco, invece, ci sarebbe stata rivelata la loro macabra importanza. «Però, proprio al momento di partire» continuò Joyet «ho parlato con monsieur, il quale scoppiava quasi dalla gioia. "Ti voglio dire una cosa, Joyet" mi fa. "Se tutto va bene, farò cadere in trappola questo Jack Ketch. Lo coglierò in flagrante, addirittura!" Io domando: "E come, monsieur?". Lui risponde: "Ho trovato un alleato proprio qui al club". Ecco: è tutto quello che so.» Bencolin annuì con aria trasognata. «Infatti» mormorò «dev'essere andata proprio così. Sapete cosa intendesse dire El Moulk?» «Ahimè, no, monsieur; temo di no.» «Adesso state attento. Voi avete visto i pacchi dai sigilli blu, vero?» «Ma certo, li ho visti tutti.» «Che cosa contenevano?» «Lasciatemi riflettere, monsieur. Ah, sì. Tanto per cominciare, una volta arrivarono due pistole da duello in cristallo... deliziose! E una di quelle anfore dove si mettono le ceneri delle persone cremate. Sempre qualcosa di diverso!» Bencolin sorrise. «Nessun innamorato che scelga regali per la sua ragazza ha mai compiuto scelte più accurate e faticose di Jack Ketch. Sono tanto elaborate da far quasi ridere. Adesso, Joyet, pensate alle cose trovate nell'appartamento, quelle che Jack portava di persona...» «Sapevamo sempre dove cercarle, monsieur, perché le lasciava ogni volta nel medesimo posto: sul tavolo di centro del salone.» «Ogni volta nel medesimo posto?» ripeté Bencolin, e si alzò in piedi con impeto. «Sempre nello stesso posto... ne siete assolutamente certo, Joyet?» domandò in tono incalzante. «Mai nell'anticamera o...» «No, monsieur, mai! Una volta, abbiamo trovato sul tavolo un lungo rotolo di corda; e poi libri... molti libri.» Bencolin si girò con un guizzo elegante e rivolse una pigra strizzata d'occhio a Sir John. Il suo lato diabolico faceva capolino, dissimulandosi
appena; il lento sorriso del mio amico era colmo di gaiezza. «Avete capito tutto, non è vero?» chiese. «Il particolare è suggestivo, non c'è che dire. Il modellino di forca è stato spedito per posta, ma il pupazzetto di legno è stato trovato sulla scrivania...» S'interruppe e alzò un sopracciglio con aria compiaciuta. «Tiens! Fa perfino rima!» Il piccolo patibolo per posta fu mandato, mentre l'ometto in casa l'han trovato... Rimase un istante in silenzio, poi ripeté il suo distico tra i denti. «Suvvia. Sir John, non lanciatemi quelle occhiatacce. Proprio non riesco a trovare un'altra rima per completare la strofa. Sapete qual è il segreto dello scrivere poesie? Cominciate sempre con un'idea particolare in mente, ma poi le esigenze del metro e della rima vi costringono a dire qualcosa di diametralmente opposto... però sempre molto più profondo della vostra concezione originale. Il procedimento va comunemente sotto il nome d'ispirazione poetica... Ma venite, Joyet. Se vorrete farci da guida, ora daremo un'occhiata alla suite di El Moulk.» Tutti e cinque attraversammo l'atrio e prendemmo l'ascensore. Sir John era chiuso in un silenzio gelido, Talbot depresso e Bencolin pensieroso. Uscimmo al quarto piano e, siccome la scala era lì accanto, io vidi il dottor Pilgrim che aveva appena girato il pianerottolo e si preparava a scendere. Portava un vestito di tweed alquanto informe e teneva in bocca la pipa. Se la tolse e ci squadrò a turno con un lampo di curiosità negli occhi verdi da gatto sempre acuti, sorridenti e bonari. «Buon giorno, Sir John» salutò. «Buon giorno, signor Marie. Ero salito giusto per venire da voi, ma non vi ho trovato. Volevo riferirvi che ero tornato a vedere la... la nostra paziente, stamattina, e che l'ho trovata perfettamente rimessa. Siete ancora occupato a fare deduzioni, spero.» Vennero fatte le presentazioni e Talbot andò diritto allo scopo. «Pensate di restare qui per un certo tempo, dottore?» chiese. «Noi dobbiamo sbrigare prima una piccola incombenza, ma dopo io sarei lieto di scambiare qualche parola con voi circa... circa i fatti di ieri sera e altri argomenti.» Di nascosto, Pilgrim teneva d'occhio Bencolin. «Ne sarò felice, ispettore. I miei doveri professionali non sono mai veramente pressanti. Se doveste scendere entro mezz'ora, mi troverete nell'atrio.» Il suo sguardo era fortemente interrogativo, ma non ci chiese nulla. En-
trò nell'ascensore. Sapeva che io non ero un investigatore o no? Il volto butterato era un enigma amichevole ma indecifrabile, e in quel momento lui pareva interessarsi solo al fornello della pipa. L'ascensore partì e Bencolin si volse a guardare il lungo corridoio. Non era accesa nessuna luce, e l'arcata scura in fondo al passaggio era piena di ombre. Il mio amico si avvicinò al lato che dava sulla facciata dell'edificio, osservò le pareti che recavano ancora tracce di dorature e scostò i tendaggi pesanti che celavano una delle finestre a balconcino. Per un poco rimase a guardar giù, verso i camini smilzi di St. James's Palace velati dalla pioggia sottile mista a grandine. In silenzio ne sentimmo i chicchi picchiettare sui tetti, tra le mille voci del vento... Poi Bencolin si girò di scatto, e i cuori nei nostri petti fecero un balzo all'unisono. «Dio mio! Cosa succede?» proruppe Talbot. Stavamo ancora rabbrividendo all'eco di quel grido... uno spaventevole grido infantile che era venuto dalla profondità del corridoio. Era soffocato, ma non c'erano dubbi che fosse stato emesso al di là dell'arcata a punta che portava alle stanze di El Moulk. La voce si alzò di nuovo in uno strillo acuto, e qualcosa cadde con un rumore metallico. Mentre fissavamo le tende dell'arcata, una figura ne capitombolò fuori. La figura si precipitò verso le scale, urlando ancora una volta; ma poi inciampò e fece appena in tempo ad aggrapparsi alla ringhiera per evitare di cadere giù a capofitto. Per un instante rimase così, sospesa; poi si guardò intorno nella penombra, con immensi occhi sbarrati, e ci vide. Era un nano dalla faccia livida, e respirava affannosamente. Corse dritto verso Sir John, balbettando qualcosa che non riuscii a capire. Dopo il primo attimo di smarrimento, mi riscossi. L'apparizione non era quella di un folletto, anche se mentre si precipitava verso la scala mi era sembrato che avesse qualcosa di ultraterreno e quasi di diabolico. Si trattava solo di Teddy, col suo sguardo vacuo, i piccoli pugni serrati e la vocina acuta che gridava tra i singhiozzi: «L'ho visto! Oddio, l'ho visto!» Puntava un dito verso l'arcata, pazzo di terrore... Teddy era una curiosità da baraccone, un essere umano il cui sviluppo era stato impedito dal rachitismo contratto durante la guerra. Aveva il corpo di un ragazzotto e il cervello di un bambino piccolo, benché la sua faccia paffuta avesse qualche ruga e i capelli di un rosso carota fossero sempre intasi di brillantina. Lo avevo visto spesso in giro per il club: la direzione gli dava un posticino per dormire e qualche soldo di mancia che lui adoperava per comprarsi dei sigari. Ser-
viva come fattorino e come factotum, e spesso lo si vedeva affaccendarsi per i corridoi con i secchi del carbone cantando certe canzoncine oscene che i domestici gl'insegnavano per scherzo. Credo che Sir John fosse uno dei pochissimi che lo trattavano con gentilezza... «Che ti succede, Teddy? Suvvia, smettila!» disse Sir John con asprezza. Lo scosse per le spalle e il solito sorriso idiota riapparve sul volto dì Teddy, benché la sua voce fosse ancora acuta e incrinata. «Teddy non ha fatto niente!» gemette il nano, bilanciandosi prima su una gamba e poi sull'altra mentre ci sbirciava furtivamente, sempre con quel suo sorriso appiccicato in faccia. «Teddy non ha fatto niente... Stavo solo preparando il fuoco, come faccio sempre.» «Hai detto di aver visto qualcosa là dentro?» Teddy rispose solo con un grugnito, ma dopo un po' proruppe, terrorizzato: «Non lo so. Non sono sicuro!» «Credevo che nessuno dei domestici fosse autorizzato a entrare nella suite» intervenne Talbot. Teddy alzò le braccia. «È così! È così! Nessuno può entrare tranne me. Il signor El Moulk non fa caso a me, non fa caso a Teddy. Una volta mi ha dato uno scellino, davvero. Davvero!» «Coraggio, su» riprese Sir John. «Cosa c'era là dentro? Qualcuno ha cercato di farti paura?... Lo hanno spaventato a morte giù in cucina» aggiunse adirato, rivolgendosi a noi, «raccontandogli storie di fantasmi, uomini neri e indiani...» La paura aveva afferrato di nuovo Teddy, che si aggrappò alla giacca di Sir John. Però continuò a insistere cocciutamente di non aver visto nulla. Si fece venire quasi una crisi isterica: consolazioni, carezze, minacce non servirono a cavargli fuori una parola. Quando Sir John gli offrì un temperino d'oro col suo nome inciso sopra, gli occhi dell'idiota scintillarono di una cupidigia sinistra. Cominciò a tirarsi i capelli con le mani paffute finché la brillantina non gl'impiastricciò la faccia; ma aveva subito un trauma tale che non volle assolutamente parlare. «Perché le cose mi prenderebbero» spiegò. «Ci sono cose che davvero ti prendono, come dice la cuoca. Senza scherzi!» Lui, Teddy, detestava le cose che ti prendono; eppure gli sarebbe piaciuto tanto avere quel bel coltellino col nome sopra. Alla fine lo lasciammo andare e lui sgattaiolò giù per le scale col suo curioso passo saltellante, cantando una delle canzoni più oscene che io abbia mai sentito. Bencolin non fece commenti sul ragazzo; si limitò a chiedere a Joyet: «Le stanze dunque non vengono tenute chiuse a chiave?»
«Lo erano quando monsieur era qui. Naturalmente, a lui non è mai importato dell'idiota. Adesso però che si occupa di tutto il signor Graffin... Da questa parte, signori.» Ci fece strada e scostò la tenda dell'arcata. Al di là di quella, un corridoio più angusto, lungo circa quattro metri, conduceva a un massiccio portone gotico che era rimasto socchiuso. Entrammo in un salone enorme e grottesco, la cui volta a costoloni s'innalzava al centro di almeno sei metri. Quattro lampade di ottone sbalzato erano appese a catene attaccate a ganci di ferro infissi al soffitto, ma l'ambiente era rischiarato solo da una lampada a gas col globo verde posta sul tavolo centrale... Per un istante rimanemmo fermi sulla soglia, a contemplare il bizzarro arredo del salone. Sulla parete di sinistra c'era un vecchio caminetto con la mensola di marmo nero, nel quale era stato preparato un fuoco di carbone. Sulla mensola stavano quattro canopi, urnette funerarie di terracotta smaltata in azzurro, col coperchio a forma di testa sovrastata da un elmo. Con la mia imperfetta conoscenza del vasellame egiziano, li giudicai appartenenti alla seconda dinastia tebana. Al di sopra, si dispiegava un vasto affresco eseguito su legno incavato (si trattava del cavo-rilievo tipico del Nuovo Regno) e raffigurante il Giudizio dell'Anima. I colori erano sorprendentemente ben conservati: su uno sfondo neutro, il dio Horus, con la nera testa di falco e il corpo dorato, stava davanti a una gigantesca bilancia recante su un piatto il cuore del defunto e sull'altro la verità; Maat, dea della verità rivestita di una tunica bianca, osservava dal suo trono; e Toth, lo scriba degli dei dalla testa di ibis, stava da un lato, pronto a registrare il procedimento. Alti scaffali di libri chiusi da tendine di damasco verde svettavano su entrambi i lati del caminetto fino alle porte, una ad ogni estremità. Sulla parete di fronte a noi si aprivano tre altissime finestre, oscurate da tendaggi sontuosi dello stesso verde cupo, e fra l'una e l'altra c'erano alcune bacheche adorne di dorature. Era difficile distinguere qualcosa di più che le sagome, perché la luce della lampada a globo era verdastra e molto tenue. Tuttavia, sulla parete di destra torreggiavano altri scaffali alti fino al soffitto e chiusi dalle stesse cortine; dinanzi a loro c'era un massiccio pianoforte a coda, e la luce fioca traeva pallidi riflessi di colore da un sarcofago dipinto appoggiato verticalmente a un angolo. C'inoltrammo nel salone immenso calpestando una moquette verde scuro estremamente soffice e folta, che ricopriva quasi del tutto il pavimento a lastre di marmo bianco e nero. Le poltrone erano di legno scolpito nero, con una profusione di dorature sbiadite. L'aria all'interno era opprimente, a
causa dell'odore di fiori morti (ne vidi gli steli disfatti in numerosi vasi di porfido rosso), di polvere, di pergamena, di spezie e di quell'indescrivibile effluvio di unguenti da imbalsamazione che aleggia ancora fortemente intorno alle tombe di Abido. Era una stanza di morte. Talbot ad un tratto inciampò contro un secchio da carbone dimenticato in mezzo alla camera; il rumore risuonò aspro e stonato nella pace di quell'atmosfera pesante, permeata di decomposizione e decadenza. Le quattro lampade di ottone tintinnarono nell'oscurità al di sopra delle nostre teste. Non so cosa ci aspettassimo di trovare. I nostri passi sprofondavano in silenzio nel tappeto, mentre avanzavamo senza parlare verso il tavolo dov'era la lampada. Era molto lungo e carico di libri e di carte, cosicché in un primo momento non vedemmo cosa c'era dal lato opposto... Talbot si lasciò cadere in una delle poltrone dorate, il taccuino su un ginocchio. Sir John rimase in piedi, puntellandosi con le dita sul tavolo e scrutando Bencolin da sotto le palpebre socchiuse. Bencolin cominciò a girare per la sala. Si fermò davanti alla porta a sinistra del caminetto, nell'angolo della parete. «Dove conduce questa porta, Joyet?» domandò. «Alla stanza da letto di monsieur, attraverso un corridoio sul quale si aprono tre porte: una sulla stanza del mio padrone, una sulla sala da pranzo e una sulle stanze occupate dal signor Graffin e da me... La suite, come vedete, occupa l'intera ala sul retro dell'edificio.» «E quell'altra porta?» Il mio amico indicò la porta corrispondente, nell'angolo a destra del caminetto. «Dà su una scala esterna, chiusa nel fabbricato, naturalmente. Scende fino a una porta secondaria dell'edificio, con un pianerottolo a ogni piano. La porta, a sua volta, dà su una specie di vicolo.» «Si tratterebbe della porta di servizio del club?» «Oh, no. La porta di servizio è un poco più su, accanto alle cucine. Questa è solo una scala privata, per così dire. Tenevamo la porta chiusa a chiave perché monsieur El Moulk non l'adopera mai. Non ha illuminazione, capite.» «Così, dunque, se un... un visitatore sgradito voleva entrare qui e lasciare uno dei ricordini di Jack Ketch, poteva farlo senza esser visto da nessuno al club?» Joyet arricciò le labbra e scrollò leggermente le spalle. «Quanto a questo, monsieur... no, assolutamente no. Il mio padrone ci aveva pensato. La
porta è sempre chiusa a chiave e sprangata. Inoltre, un estraneo avrebbe bisogno della chiave della porta che dà sul vicolo. Monsieur El Moulk aveva fatto installare delle serrature speciali, e l'unica chiave era sempre in suo possesso.» «Dovunque egli si trovi in questo momento» osservò il mio amico. Dopo una pausa, tirò un respiro profondo e riprese: «Vorrei vedere le camere da letto, Joyet, se non vi dispiace farci ancora da guida... venite, ispettore?» Talbot si affrettò a seguirlo. Sir John rimase immobile davanti al tavolo, le sopracciglia aggrottate. In quell'atmosfera opprimente, io mi sentivo insicuro e a disagio. Bastò che i tre chiudessero la porta per destare nella sala echi da cappella sepolcrale: i tendaggi verdi parvero tremolare, i vasi furono scossi da una vibrazione impercettibile e perfino le lampade di ottone sussurrarono, tintinnando in risposta. Non si sentiva alcun rumore, neppure quello del vento e della pioggia o l'amichevole ticchettio di un orologio. Teddy aveva creduto di vedere qualcosa in quella sala. Vi si era inoltrato... fischiettando, probabilmente, e dondolando il suo secchio di carbone con la testa appena ripiegata sulla spalla nel suo solito modo impertinente. Aveva preparato il fuoco, sempre fischiettando. Poi ebbi l'impressione di vedere la faccetta paffuta e rugosa girarsi all'indietro, lentamente, mentre lui rimaneva inginocchiato davanti al caminetto; poi la visione improvvisa, il contrarsi delle sopracciglia color carota e la bocca che si spalancava in una smorfia di orrore simile a quella delle maschere della tragedia greca. Piantando lì il secchio del carbone, Teddy aveva urlato ed era scappato via... da che cosa? I miei occhi percorsero la parete di destra, tutta occupata dagli scaffali chiusi da tendine verdi. I tasti del pianoforte erano una serie di chiazze biancastre. Al di là, nell'angolo, balenavano confusamente l'oro sbiadito, l'arancione, il nero e l'ocra del sarcofago. La faccia della figura dipinta somigliava ogni momento di più al viso immoto di Nezam El Moulk. Non era un'illusione, la mia: quella dannata figura gli rassomigliava veramente. Gli occhi bruni e rotondi, profondamente cerchiati di nero, avevano la fissità e il vuoto dell'idiozia, come uno di quei volti orribili che si chinano su di noi nei corridoi grigi dell'incubo... Sopra il sarcofago erano appesi degli oggetti: il guantone di cuoio di qualche Faraone, calzato per reggere l'arco o le redini del carro da battaglia; una corazza di pelle trapunta; la terribile ascia da guerra, la lancia, il pugnale e la fionda. Mi avvicinai al sarcofago e fissai con attenzione la faccia dipinta, chiedendomi perché mai il mio cuore battesse a colpi così pesanti e tumultuosi.
Poi mi parve di vedere il tendaggio di damasco fremere sulla finestra più vicina, e allora mi girai di scatto e lo scostai. Ma trovai solo una grande finestra sbarrata; guardai in basso attraverso i vetri e vidi un vicoletto fangoso che si biforcava da St. James's Street alla mia sinistra e finiva in un culde-sac. Alzai lo sguardo al fabbricato di fronte, col suo muro fatiscente e le finestre sbarrate, era la parte posteriore di una casa, e dava sul vicolo come l'edificio che ospitava il club. Lasciai ricadere la tenda drappeggiata. «Chi sta fumando qui?» chiese Sir John. La sua voce pareva giungere da una grande distanza. Mi voltai e lo vidi fissare il tavolo centrale, che adesso mi era visibile dall'altra parte e quindi non era più oscurato dalle pile di libri ammucchiati. «Nessuno» risposi. Lui protese un dito ossuto verso un vasto tampone assorbente. Non mi ero mai accorto, prima, che il solido e fattivo Sir John Landervorne avesse occhi tanto penetranti. Nella sua faccia grigia erano messi in risalto dagli zigomi alti e dalle sottili sopracciglia nere. Mi fissavano immobili alla luce della lampada, ed erano di uno sgradevole color grigioverde. Le sue spalle ossute erano talmente curve da far quasi sparire il collo. Sir John continuava a indicarmi il tampone. Era completamente sgombro; vi riposava sopra soltanto un libro aperto. La poltrona era stata spinta all'indietro, come se qualcuno fosse stato interrotto mentre leggeva. Davanti al libro c'era un piccolo portacenere di bronzo, e da uno dei suoi incavi una sigaretta accesa esalava un filo di fumo perfettamente verticale. Davvero, come se qualcuno fosse stato interrotto mentre leggeva... Mi avvicinai lentamente al tavolo e abbassai lo sguardo. Non un'eco, non un sussurro in quella vasta catacomba, non un ammiccare della lampada verde. La sigaretta era un'Abdullah, fumata a metà. Il libro aperto era una copia dell'opera di De Quincey: Il delitto considerato come una delle belle arti. Sir John lasciò ricadere l'indice puntato e si allontanò dalla scrivania. 10 Il Signore dei Diademi Contemplai talmente a lungo l'insinuante volume che alfine le righe di stampa mi si confusero davanti agli occhi, perdendo ogni significato; e la cenere della sigaretta si allungò tanto che il mozzicone scivolò nel piattino
di bronzo. Allora guardai a destra, verso la porta che dava sulla scala privata. «Siamo stati degli sciocchi a non esaminare quella porta...» mormorai. Sir John disse soltanto: «Davvero? Non saprei.» Mi diressi in fretta da quella parte e trovai quanto mi aspettavo. Il catenaccio era tirato indietro e la porta era chiusa, ma non a chiave. La chiave stessa si trovava nella parte esterna del battente. Al di là c'era un pianerottolo buio, polveroso e privo di aria, con una balaustra malferma che serpeggiava verso il basso a un lato degli scalini e le pareti tappezzate di carta color giallo sporco. Era l'ultimo piano, e quindi la scala terminava lì. Alla mia sinistra c'era solo una scala a pioli che saliva fino a una botola sul soffitto e alla mia destra una finestra. Quando mi volsi indietro, vidi che Bencolin era appena uscito dalla porta che conduceva alle camere da letto. Teneva ancora la mano sul pomello, e Talbot si sporgeva da dietro una sua spalla. «L'avevo già vista poco fa, Jeff» mi disse. «Per il momento, non preoccuparti: non credo che troverai nulla da quella parte.» «Ma non hai visto la scrivania» obiettai. «È certo che qualcuno era qui, un momento fa... Cos'avete trovato nelle altre stanze?» «Proprio niente» mi rispose Talbot. «È un posto abbastanza bizzarro, però è tutto in ordine. Abbiamo trovato, figuratevi, la mummia di quell'aggeggio» indicò il sarcofago «accanto al letto dello scomparso.» Con le mani in tasca, Bencolin era chino sul tampone della scrivania. Dopo un po' allungò una mano e prese il volume rilegato in marocchino; lo esaminò da una parte e dall'altra e alla fine lo lasciò ricadere sul tavolo. «Bah! È tutta una sceneggiata» tagliò corto. «Le pagine non sono state nemmeno tagliate.» Tamburellò con un dito sul libro. «Che titolo magniloquente per conferire un po' di dignità ai goffi delitti di John Williams! Jack Ketch vi troverà una ben misera fonte d'ispirazione. Ma qui cosa c'è?» Uno dei cassetti del tavolo era leggermente socchiuso, e gli occhi di Bencolin avevano colto uno scintillio all'interno. Il mio amico si tolse il fazzoletto dal taschino, se lo avvolse intorno alle dita e tirò il cassetto a sé... Dentro, allineati su un grande fazzoletto rosso, c'erano una pistola a canna lunga, diversi bottoni di vetro, un paio di nappe di filo d'oro e un orologio di latta. «L'assassino ha restituito il bottino» mormorò Bencolin. Talbot gli fu accanto d'un balzo e abbassò sul contenuto del cassetto gli
occhi incupiti. «Ma diamine...» brontolò «questa roba apparteneva all'autista...» Si ficcò in tasca il taccuino con l'aria di uno che è giunto agli estremi della disperazione. Con molta precauzione, Bencolin sollevò un angolo del grande fazzoletto rosso, che dall'altra parte era sudicio di polvere di carbone. Sotto, c'era una grande fotografia raffigurante Smail, l'autista morto, in guantoni e mutandine da pugile. La faccia recava un'espressione minacciosa, evidentemente assunta per l'occasione; i muscoli risaltavano sulle braccia nere e lucide, alzate in posizione di offesa. In un angolo, una mano incerta aveva scritto a grandi lettere: "Cordialmente vostro, Dick (Killer) Smail, New York, agosto 1927". «La sua guardia del corpo dunque era un pugile» osservò Bencolin. S'interruppe e di colpo s'irrigidì. Serrò le dita della mano in un gesto spasmodico, e nei suoi occhi fiammeggiò quella luce terrificante di comprensione istantanea che vi avevo visto tante volte. Ma scomparve in un lampo, dopo di che lui scrollò appena le spalle e fece un passo indietro, mentre un sorriso gli sfiorava le labbra. Io però ebbi la sicurezza che proprio lì, accanto al tavolo illuminato dalla lampada verde, Bencolin aveva risolto il caso. «Le prenderò in consegna io, queste cose» disse Talbot. Avvolse con cura gli oggetti nel grande fazzoletto rosso e li tolse dal cassetto. Il piccolo ispettore continuò, quasi con ferocia: «C'è un'evidenza che ormai dobbiamo accettare: l'assassino si è impadronito di El Moulk e ha le sue chiavi... perciò può entrare dalla porta sul vicolo e venire quassù quando gli garba. Ma perché, perché? Se fossimo arrivati qui prima...» Bencolin scosse la testa, pensoso. «Non sono certo che avremmo fatto in tempo, ispettore. Comunque...» Ispezionò con uno sguardo il ripiano della scrivania e poi si voltò a osservare il sarcofago. Vi si diresse, fece scorrere le mani sull'antico legno e, come seguendo un impulso, ne sollevò il pesante coperchio. «Dentro non c'è nulla» dichiarò, rimettendolo a posto; poi si girò con un ghigno sarcastico. «Lo sapevo che era vuoto, ma volevo tranquillizzare voi. Sì, sì, certo. Ogni volta che compare un sarcofago, le fantasie eccitate dalla lettura di troppi romanzi sospettano che dentro ci sia un bel cadavere fresco di giornata. Anzi, sospettano che ci sia ogni cosa possibile e immaginabile, tranne che una mummia.» Girò per la stanza con aria meditabonda. Poi i suoi occhi si alzarono alla più vicina delle quattro lanterne di ottone che pendevano a quattro metri e
mezzo di altezza sulle nostre teste. «Joyet» chiamò, continuando a fissarla «avete per caso una scala a pioli, qua attorno?» «Chiedo scusa?» si stupì il cameriere. Bencolin indicò la lanterna e annunciò, con la soddisfazione ammirata del conoscitore: «Quello è uno squisito esemplare del raro e antico ottone Whagulian-Kynwitz del periodo post-vertigine. Ho bisogno di esaminarlo più da vicino. Trovatemi una scala.» «Questo scherzo sta passando ogni limite!» gridò Sir John. «Abbiamo sopportato le vostre buffonate tutto il giorno. Adesso volete farci il favore di smetterla con queste scemenze e...» «Non sto affatto scherzando, e voi lo sapete benissimo» rispose il mio amico, senza scaldarsi. «E inoltre, se a voi non interessano gli ottoni Whagulian-Kynwitz, io ne sono un appassionato.» Joyet era sparito in direzione delle camere da letto e ne riemerse quasi subito portando una gigantesca e malferma scala a pioli. La sistemò sotto la lanterna e la tenne ferma mentre Bencolin vi saliva. Là, in alto, l'ombra era densa e praticamente non lo vedevamo. Lo sentimmo però picchiettare le dita sulla lanterna, emettendo una serie di brontolii ammirati. «Rarissimo!» annunciò, e ci tenne una specie di conferenza sulle più stravaganti minuzie della lavorazione dei metalli; ma quando scese dalla scala, aveva un'espressione straordinariamente grave. Joyet andò a rimettere a posto l'attrezzo e Bencolin ritornò alla scrivania, di cui si mise a saccheggiare i cassetti frugando nel miscuglio di oggetti eterogenei che contenevano. C'erano dei papiri incorniciati e sigillati fra due lastre di vetro. C'erano i frammenti di un sigillo di creta macchiato d'inchiostro azzurro; e poi una lente, una piccola testa di cammello intagliata nell'avorio, penne, inchiostro e gomme da cancellare. Gettato alla rinfusa in mezzo a una pila di programmi teatrali, c'era un pendente d'oro ornato di smalti e lapislazzuli. Proprio in fondo a un cassetto, Bencolin trovò una cartella di cuoio dalla quale trasse alcuni fogli manoscritti vergati con calligrafia molto chiara. «Il nostro amico El Moulk si è dedicato alla traduzione di qualche papiro, credo» mormorò. «E in inglese, anche...» Gli altri non gli prestavano molta attenzione, ma io gettai uno sguardo al di sopra della sua spalla mentre lui scorreva la fine del secondo foglio. C'era scritto, nella stessa grafia impeccabile del primo:
Questa è la versione completa della storia di Nezam Kha-emuast e di Uba-Aner, e parla della maledizione dello strangolamento che fu (gettata?) su Nezam Kha-em-uast, nipote del possente re User-maat-ra. Scritta nel mese di Tybi da Anena, proprietario di questo documento. Colui che ne parlerà senza rispetto, possa Tatuiti fulminarlo. «Credo che me lo terrò, questo manoscritto» mormorò Bencolin. «Ma un momento, c'è anche un libro nella cartella.» Lo tirò fuori. Era un volumetto smilzo rilegato in pelle blu scura e col titolo in lettere d'oro: Racconti della Terra Perduta. Il nome dell'autore era J.L. Keane. Bencolin mi lanciò uno sguardo e io ricordai le parole di Colette Laverne: "Keane era lo pseudonimo sotto il quale lui una volta aveva scritto un libro...". Il frontespizio recava la data del 1913, ma il libro era stato stampato privatamente e ciò avrebbe reso molto difficile il tentativo d'identificarne l'autore. Racconti della Terra Perduta conteneva traduzioni di papiri conservati nel British Museum: i papiri Harris e Anastasi, una selezione dalle tavolette di Tell Amarna e alcuni brani non classificati. «Un ennesimo ricordino inviato da Jack Ketch, immagino» commentò il mio amico. «Adesso non manca che un'ultima cosa.» Mentre Talbot prendeva in consegna la cartella, Bencolin si mise a frugare negli scaffali accanto alla porta che dava sulla scala privata e finì per trovare una candela in un candeliere di bronzo. L'accese e, tenendola sollevata, uscì sul pianerottolo. Mi avvicinai alla porta e lo vidi alla metà della prima rampa di gradini. Scendeva all'indietro, molto lentamente, e muoveva la fiamma della candela lungo la ringhiera alla mia sinistra. La luce forte e concentrata si rifletteva nei suoi occhi stretti e crudeli. Tutt'intorno non c'era che ombra, da cui emergeva quella faccia satanica immersa in un alone dorato. Il vento faceva scricchiolare il telaio della finestra alla mia destra. Silenziosamente, il volto di Bencolin scomparve giù per la scala; poi girò l'angolo e svanì del tutto, ed io vidi solo una specie di bagliore tremolante in un pozzo di tenebre. Una volta, però, sentii il mio amico ridere. Talbot intanto aveva accostato una poltrona alla scrivania e stava esaminando il contenuto della cartella. Sir John si era seduto in una poltrona più lontana, accanto alla porta che dava nelle camere da letto, e io potevo scorgere solo la sua sagoma scura. Il vasto salone simile a una catacomba era immerso in una quiete profonda. Io mi appoggiai a una delle bacheche
stipate di oggetti preziosi, e le correnti della morte e del silenzio mi trascinarono in reami tenebrosi. "Nezam Kha-em-uast, nipote del possente User-maat-ra!"... e cioè di Ramsete il Grande. Ricordai l'epigrafe di pietra sotto il cielo di un azzurro insopportabile, lungo la strada che conduceva alle miniere d'oro della Nubia: "Ricco di anni, forte di vittorie, Signore dei Diademi, potente nella Verità di Ra