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DEAN KOONTZ INCUBI (The Door To December, 1985) Questo romanzo è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono immaginari e qualsiasi riferimento a persone, fatti o luoghi realmente esistenti o esistiti è puramente casuale. PARTE PRIMA La Stanza Grigia Mercoledì ore 2.50 — 8.00 1 Appena ebbe finito di vestirsi, Laura andò alla porta d'ingresso, in tempo per vedere l'autopattuglia del dipartimento di Polizia di Los Angeles fermarsi davanti alla casa. Uscì, chiuse la porta dietro di sé e fece di corsa il vialetto. Non aveva preso neppure l'ombrello. Non ricordava dove l'avesse messo e non aveva voluto perdere tempo a cercarlo. I tuoni rombavano nel cielo nero, ma lei si accorse appena di quei brontolii minacciosi. Sentiva solo il battito sordo del suo cuore. Lo sportello dell'auto bianconera si aprì dalla parte del guidatore e ne uscì un agente in uniforme. La vide arrivare, rientrò, allungò la mano dall'altra parte del sedile e aprì la portiera dal lato del passeggero. Lei gli si sedette accanto e richiuse lo sportello. Con una mano fredda e tremante si scostò dal viso una ciocca di capelli bagnati e se la sistemò dietro l'orecchio. L'auto della polizia aveva un forte odore di disinfettante al pino, che ne copriva un altro, più vago, di vomito. «La signora McCaffrey?» domandò il giovane poliziotto. «Sì.» «Mi chiamo Carl Quade. Devo portarla dal tenente Haldane.» «E da mio marito», aggiunse lei ansiosamente. «Questo non lo so.» «Mi hanno detto che hanno trovato Dylan, mio marito.»
«Sicuramente il tenente Haldane gliene parlerà.» Fu assalita da un'ondata di nausea; deglutì e scosse la testa, disgustata. «Mi dispiace, qui dentro c'è puzza», si scusò Quade. «Abbiamo arrestato uno che guidava in stato di ubriachezza, e si è comportato come un porco.» Non era stato l'odore a farle rivoltare lo stomaco. Aveva la nausea perché pochi minuti prima, al telefono, le avevano riferito che avevano ritrovato suo marito, ma non avevano fatto parola di Melanie. E se Melanie non era con Dylan allora dov'era? Era scomparsa? Morta? No. Dio mio, no. Laura si portò una mano alla bocca, strinse i denti, trattenne il fiato, aspettò che la nausea le passasse. «Dove... dove stiamo andando?» chiese con un filo di voce. «A Studio City. Non è lontano.» «È lì che hanno trovato Dylan?» «Se le hanno detto che l'hanno trovato, immagino che ci sarà.» «Come lo hanno trovato? Non sapevo neppure che lo stavate cercando. La polizia mi aveva spiegato che non c'era motivo che se ne occupassero loro... poiché non era nella loro giurisdizione. Pensavo che non avrei più avuto modo di rivederlo, o di rivedere Melanie.» «Di questo dovrà parlare con il tenente Haldane.» «Avrà rapinato una banca o qualcosa del genere», riprese lei senza riuscire a nascondere la sua amarezza. «Portar via una bambina alla madre non basta perché se ne occupi la polizia.» «Si agganci la cintura di sicurezza, per favore.» Trafficò con la cintura con le dita che le tremavano, mentre l'auto si staccava lentamente dal marciapiede, e Quade fece un'inversione a U in mezzo alla strada deserta battuta dalla pioggia. «E la mia Melanie?» domandò. «Prego?» «Mia figlia. Sta bene?» «Mi dispiace. Non ne so niente.» «Non era con mio marito?» «Non credo.» «Non la vedo da... da quasi sei anni.» «Una controversia sull'affidamento?» chiese lui. «No. L'ha rapita.» «Davvero?» «Be', la legge l'ha definita una controversia sull'affidamento, ma per quanto mi riguarda si tratta di un rapimento puro e semplice.»
Il pensiero di Dylan le provocò rabbia e risentimento, ma si sforzò di vincere queste emozioni, si sforzò di non odiarlo: improvvisamente la paura le aveva fatto venire la folle idea che Dio la stesse guardando, che la giudicasse, e che se si fosse fatta prendere dall'odio, se avesse ceduto a pensieri negativi, Lui non l'avrebbe ritenuta degna di farle riavere la sua bambina. Era un'idea folle, ma Laura era così stanca e debole che per un momento le parve di non essere in grado neppure di respirare. Dylan: Laura si chiese che effetto le avrebbe fatto ritrovarsi a faccia a faccia con lui. Che cosa le avrebbe detto? Che cosa avrebbe detto lei a lui? Il fremito di poco prima si trasformò in un tremito violento e incontrollato. «Sta bene?» chiese Quade. «Sì», mentì lei. Quade tacque. Con il lampeggiatore d'emergenza acceso, ma senza usare la sirena, attraversarono a forte velocità la zona occidentale della città spazzata dal temporale. In ogni pozzanghera sollevavano ai lati due spruzzi d'acqua di una luminosità irreale, fosforescenti, come due tendine bianche che si aprissero al loro passaggio. «Ha nove anni, ormai», riprese Laura. «Mia figlia, dico. Non posso descrivergliela meglio. L'ultima volta che l'ho vista ne aveva solo tre.» «Mi dispiace. Non ho visto nessuna bambina.» «Bionda. Con gli occhi verdi.» Il poliziotto non disse nulla. «Melanie deve essere con Dylan», insistette Laura, con un tono quasi disperato, lacerata fra gioia e terrore, tra la felicità alla prospettiva di rivedere Melanie e la paura che la bambina fosse morta. Laura aveva sognato così spesso di ritrovare Melanie morta che in quel momento era angosciata dal sospetto che quell'incubo ricorrente fosse una premonizione. «Deve sicuramente essere con Dylan. C'è stata per tutti questi anni, per sei lunghi anni, perché non dovrebbe esserci adesso?» «Pochi minuti e ci siamo», le assicurò Quade. «Il tenente Haldane potrà rispondere a tutte le sue domande.» «Non mi avrebbero svegliata alle due e mezzo del mattino, trascinandomi in mezzo a un temporale, se non avessero trovato anche Melanie. Sono sicura.» Quade era concentrato sulla guida e il suo silenzio fu peggio di qualsiasi risposta. Le palme di Laura erano bagnate. Le strofinò sui jeans. Sentì il sudore
scorrerle dalle ascelle. Il nodo di nausea le serrò lo stomaco. «È ferita?» domandò. «È questo? È per questo che non vuole dirmi niente?» Quade le lanciò un'occhiata. «Davvero, signora McCaffrey, non ho visto nessuna bambina nella casa. Non le sto nascondendo niente.» Laura si lasciò andare contro lo schienale. Era sul punto di piangere, ma doveva assolutamente trattenere le lacrime. Avrebbero significato che aveva perso ogni speranza di trovare Melanie viva, e se avesse perso la speranza (altra idea folle) allora lei sarebbe stata responsabile della morte della bambina perché (ancora più folle) forse l'esistenza di Melanie era come quella di Campanellino in Peter Pan, retta solo da una fede costante e ardente. Sapeva che quella era una forma di calma isteria. Capiva che l'idea che Melanie potesse continuare a vivere solo se lei riusciva a credere, e a trattenere le lacrime, era un'idea assolutamente irrazionale; se ne rendeva conto perfettamente; ma vi si aggrappò ricacciando giù le lacrime, ricorrendo a tutta la sicurezza che riusciva a raggranellare. I tergicristallo pulsavano monotoni, la pioggia tamburellava sul tetto, le gomme frusciavano sull'asfalto bagnato, e Studio City sembrava lontana quanto Hong Kong. Svoltarono da Ventura Boulevard in Studio City, una comunità dall'architettura disordinata, con case in stile Cape Cod, spagnolo e coloniale, addossate l'una all'altra. Aveva preso il nome dai vecchi Republic Studios dove, prima dell'avvento della televisione, si giravano tanti western a basso costo. Negli ultimi anni, Studio City era diventata una calamità per sceneggiatori, pittori, artisti e artigiani di ogni genere, esuli per la maggior parte dai quartieri di Hollywood, in continuo degrado e ora impegnati in una guerra di stili architettonici con i precedenti proprietari. L'agente Quade si fermò davanti a una modesta casa in stile ranch in fondo a una tranquilla stradina alberata. Fra i vari veicoli parcheggiati davanti alla casa, c'erano due Ford berlina verde scuro, altre due auto della polizia bianche e nere e un furgoncino grigio con lo stemma del municipio sullo sportello. Ma fu un altro furgone a richiamare l'attenzione di Laura, un furgone con la scritta CORONER sui portelli posteriori. Oh, Dio, ti prego, no. No. Laura chiuse gli occhi, cercando di convincersi che era tutto parte del sogno che stava facendo quando aveva chiamato la polizia. La telefonata faceva parte dell'incubo. E anche Quade e la casa. Adesso si sarebbe svegliata, e niente di tutto quello sarebbe stato più reale.
Ma, quando riapri gli occhi, il furgone del coroner era ancora lì. Le finestre della casa erano tutte chiuse da pesanti tende, ma la facciata era interamente immersa nella luce violenta dei riflettori. La pioggia argentata fendeva la vivida illuminazione e le ombre dei cespugli agitati dal vento tremolavano sui muri. Sul marciapiede stazionava un poliziotto in divisa con un impermeabile. Un altro agente stava sotto il tetto che sporgendo riparava il tratto davanti alla porta d'ingresso. L'ora e la pioggia sembravano rendere inutile la loro funzione di scoraggiare i curiosi. Quade scese dall'auto, ma Laura non riusciva a muoversi. Lui rimise dentro la testa e annunciò: «Siamo arrivati». Laura annuì, ma ancora non si mosse. Non voleva entrare in quella casa. Sapeva che cos'avrebbe trovato. Melanie. Morta. Quade attese un momento, poi fece il giro della macchina e aprì lo sportello, porgendole la mano. Il vento soffiò nell'auto pesanti gocce di pioggia. Quade aggrottò la fronte. «Signora McCaffrey? Sta piangendo?» Laura non riusciva a staccare gli occhi dal camioncino del coroner. «Lei mi ha mentito», lo accusò. «Come? Ehi, no, assolutamente no, davvero.» Lei continuava a non guardarlo. Soffiando l'aria fra le labbra, con uno strano verso equino ben poco appropriato alla situazione, ammise: «Va bene, sì, questo è un caso di omicidio. Abbiamo due corpi». Laura sentì un urlo crescere dentro di sé. Quade si affrettò ad aggiungere: «Ma la sua bambina non c'è. Non è uno dei due cadaveri. Sul serio, non lo è». Laura incontrò il suo sguardo. Sembrava sincero. Scese dall'auto. Lui la sostenne per un braccio e attraversarono il vialetto fino alla porta. La pioggia picchiava come un tamburo in un corteo funebre. 2 La guardia entrò a chiamare il tenente Haldane. Laura e Quade aspettarono fuori, sotto la tettoia, riparandosi alla meglio dal vento e dalla pioggia. La notte portava un odore di ozono e di rose. Dai cespugli disposti lungo
la facciata della casa, fioriti nell'inverno californiano, sgocciolavano i fiori pesanti e gonfi di pioggia. Haldane uscì subito. Era alto, con le spalle larghe e sembrava sbozzato con l'accetta, con i capelli corti e un gradevole, squadrato viso irlandese. I suoi occhi azzurri sembravano spenti, come due ovali opachi di vetro pitturato, e Laura si chiese se avesse sempre quello sguardo spento o se fosse l'effetto di quanto aveva visto nella casa. Dio mio. Portava una giacca sportiva di tweed, una camicia bianca, la cravatta allentata, calzoni grigi e mocassini neri. A parte lo sguardo, appariva un tipo rilassato, cordiale, e il breve sorriso che le rivolse mostrava un autentico calore. «La dottoressa McCaffrey?» disse. «Sono Dan Haldane.» «Mia figlia...» «Non l'abbiamo ancora trovata.» «Non è...» «Che cosa?» «Morta?» «No, no. Grazie al cielo, no. Questo no. Non la sua bambina. Se fosse stato così non l'avrei fatta venire qui.» Ma Laura continuava a sentirsi sull'orlo di una crisi. Non riusciva a rilassarsi perché non sapeva se credergli. In quella casa era accaduto qualcosa di orribile, ne era sicura. E se non avevano trovato Melanie perché l'avevano portata fin lì a quell'ora? Haldane congedò Carl Quade, che ritornò alla macchina sotto la pioggia. «Dylan? Mio marito?» chiese Laura. Haldane distolse lo sguardo. «Sì, pensiamo di averlo trovato.» «È... morto?» «Be', sì, credo che sia lui. Abbiamo un corpo con i suoi documenti, ma non lo abbiamo ancora identificato definitivamente. Per essere sicuri al cento per cento occorrerà controllare le impronte digitali.» La notizia della morte di Dylan ebbe su di lei un effetto così scarso che la sorprese. Nessuna sensazione di rimpianto, naturalmente, visto che gli ultimi sei anni li aveva passati a odiarlo. Ma non ne fu neppure contenta: nessun sentimento di trionfo o di soddisfazione, nessuna impressione che Dylan avesse avuto quello che meritava. Era stato un oggetto d'amore, poi di odio, quindi di indifferenza. Non sentiva assolutamente nulla, e forse questa era la cosa più triste.
Il vento cambiò direzione, e una raffica di pioggia gelata arrivò fin sotto la tettoia. Haldane attirò Laura verso l'angolo, dove era ancora asciutto. Perché non mi porta dentro? si domandò lei. Che cosa non vuole che veda? Che cos'è successo là dentro? «Com'è morto?» «Assassinato.» «Chi è stato?» «Non lo sappiamo.» «Gli hanno sparato?» «No. È stato... picchiato a morte.» «Dio mio.» Sentì di nuovo la nausea. Si appoggiò al muro, con le gambe improvvisamente molli. «Dottoressa McCaffrey?» La prese premurosamente per un braccio, pronto a sostenerla. «Sto bene», lo tranquillizzò lei. «Ma mi aspettavo che Dylan e Melanie fossero insieme. Dylan me l'ha portata via.» «Lo so.» «Sei anni fa. Estinse i nostri conti in banca, lasciò il lavoro e fuggì perché io volevo il divorzio e lui non intendeva dividere l'affidamento di Melanie.» «Quando abbiamo immesso il suo nome, il computer ci ha dato il suo nominativo, dottoressa, e tutta la pratica», spiegò Haldane. «Non ho avuto il tempo di apprendere tutti i particolari, ma ho letto i punti salienti sul terminale portatile in auto, per cui sono abbastanza informato sul caso.» «Sicuramente, se ha rovinato la sua vita, se ha buttato via tutto per avere Melanie, lei doveva essere ancora con lui», ribadì Laura esasperata. «Infatti. Viveva qui con lui...» «Viveva qui? Qui? A soli dieci minuti, un quarto d'ora da me?» «Proprio così.» «Ma mi sono rivolta a investigatori privati, a più di uno, e nessuno è riuscito a trovare una traccia...» «A volte», commentò Haldane, «il trucco della lettera smarrita è quello che funziona meglio di tutti.» «Cristo, e io che pensavo che avessero addirittura lasciato il Paese, che fossero andati in Messico, chissà, mentre loro sono sempre stati qui.» Il vento si calmò e la pioggia prese a scendere dritta, ancora più forte di prima. Presto il prato sarebbe stato un pantano. «In ogni modo», riprese Haldane, «qui ci sono abiti da bambina, alcuni
libri adatti alla sua età. C'è una scatola di cereali nella credenza, di quelli che in genere mangiano i bambini.» «Crede che ci fossero altre persone, oltre a Dylan e Melanie?» «Non ne siamo sicuri. Ci sono altri cadaveri e riteniamo che uno di loro vivesse qui, perché ci sono abiti maschili di due taglie diverse negli armadi.» «Quanti sono gli altri corpi?» «Due.» «Picchiati a morte?» Lui annuì. «E non si sa dove sia Melanie?» «Non ancora.» «Allora, forse, chi ha ucciso Dylan e gli altri l'ha portata con sé.» «È possibile.» Anche se non era ancora morta, Melanie era in ostaggio di un omicida. Forse non solo un omicida, ma anche uno stupratore. No. Aveva solo nove anni. Che cosa poteva volere da lei uno stupratore? Era poco più che una bambina. Ma questo oggigiorno non contava più. Il mondo era popolato da mostri che aggredivano i bambini, che avevano una speciale inclinazione per le ragazzine. «Dobbiamo trovarla.» La sua voce era un gracidìo sottile che lei stessa non riconobbe. «Ci stiamo provando», rispose Haldane. In quegli occhi azzurri ora lei riconobbe solidarietà e commiserazione, ma non riuscì a trame conforto. «Vorrei che venisse dentro con me», continuò, «ma devo avvertirla che non è una bella scena.» «Sono una psicologa, tenente, ma sono anche un medico.» «Oh. Non lo sapevo.» «Immagino che voglia farmi identificare il corpo di Dylan.» «No. Non intendo chiederle di guardarlo. Non servirebbe. C'è altro che voglio farle vedere. Qualcosa che spero sia in grado di spiegarmi.» «Di che cosa si tratta?» «Qualcosa di strano», disse lui. «Qualcosa di maledettamente strano.» 3
Nella casa tutte le luci erano accese. Laura sbattè gli occhi per un momento prima di guardarsi attorno. Il soggiorno era arredato con accuratezza, ma senza gusto: la sgargiante tappezzeria a disegni geometrici del divano faceva a pugni con le pesanti tende a fiori; la tonalità di verde del tappeto con quella, diversa, delle pareti. A parte la libreria, due o trecento volumi che davano l'impressione di essere reali e usati, il resto della stanza pareva una scena teatrale messa insieme alla bell'e meglio, da una compagnia con scarsi fondi a disposizione. Accanto al caminetto freddo, un dozzinale recipiente di latta nera si era rovesciato, spargendo gli attrezzi di ferro battuto sul focolare di mattoni bianchi. Due tecnici di laboratorio stavano spandendo una polvere sulle superfici esposte, rilevando le impronte digitali. «Per favore, non tocchi nulla», disse Haldane a Laura. «Se non ha bisogno di me per identificare Dylan...» «Come le ho detto, non servirebbe a molto.» «Perché?» «Non c'è niente da identificare.» «Intende dire... il corpo è così...» «Malridotto», completò lui. «Non è rimasto niente della faccia.» «Dio mio.» Erano fermi nell'ingresso presso l'arcata del soggiorno e Haldane sembrava riluttante a portarla più nell'interno della casa, come lo era stato prima a farla entrare. «Aveva qualche segno particolare?» le domandò. «Una macchia sulla pelle...» «Una voglia?» «Sì.» «Dove?» «In mezzo al torace.» «Probabilmente non servirà.» «Perché no?» Lui la guardò per un attimo, poi distolse lo sguardo e fissò il pavimento. «Sono un medico», gli ricordò lei. «Ha il petto sfondato.» «A bastonate?» «Già. Ogni costola spezzata in più punti. Lo sterno fracassato come un piatto di ceramica.»
«Fracassato?» «Esattamente. Non semplicemente spezzato. Non semplicemente fratturato o spaccato. Fracassato. Come se fosse fatto di vetro.» «È impossibile.» «L'ho visto con i miei occhi e preferirei non averlo visto.» «Ma lo sterno è un osso compatto; quello e il cranio sono come armature, nel corpo umano.» «È per questo che pensiamo che l'assassino sia di taglia piuttosto massiccia.» Lei scosse la testa. «No. Lo sterno ce lo si spacca in un incidente d'auto, dove intervengono forze enormi, un impatto improvviso a ottanta o cento chilometri l'ora... Ma con una bastonata non può succedere.» «Pensavamo a un tubo di piombo o...» «Nemmeno quello», ribadì lei. «Fracassato sicuramente no.» Melanie, mia piccola Melanie, Dio mio, che cosa ti è successo? Dove ti hanno portato? Ti rivedrò mai più? Rabbrividì. «Senta, se non le servo per identificare Dylan, non so bene che aiuto potrei...» «Come le ho detto, c'è una cosa che voglio farle vedere.» «Qualcosa di strano.» «Sì.» Eppure continuava a trattenerla nell'ingresso e sembrava perfino che stesse usando il suo corpo per impedirle di spingere lo sguardo più in là. Era chiaramente combattuto fra la necessità di raccogliere le informazioni che lei poteva dargli e la riluttanza a portarla in quella scena di sangue. «Non capisco», insistè lei. «Strano? Che cosa?» Haldane non rispose alla domanda. «Voi due lavoravate nello stesso campo.» «Non esattamente.» «Non era anche lui psicologo?» «Psicologo comportamentale», spiegò lei. «Si interessava specificamente di modificazioni del comportamento.» «E lei?» «La mia specialità è la psicologia infantile.» «Campi diversi, quindi?» «Diversissimi.» Lui si accigliò. «Bene, se dà un'occhiata al suo laboratorio, potrebbe comunque essere in grado di spiegarmi che cosa stesse facendo.»
«Laboratorio? Lavorava anche qui?» «Lavorava soprattutto qui.» «A che cosa?» «Faceva esperimenti, esperimenti che non siamo riusciti a capire.» «Diamo un'occhiata.» «È... è un disastro», l'avvertì lui studiandola attentamente. «Gliel'ho detto: sono un medico.» «Già, e io sono un poliziotto, e un poliziotto vede più sangue di un medico, e qui la scena è così raccapricciante che mi ha fatto star male.» «Tenente, lei mi ha portato qui e ora non può liberarsi di me senza che io sappia che cosa facevano in questa casa mio marito e mia figlia.» Lui annuì. «Prego, da questa parte.» Lo seguì oltre il soggiorno, al di là della cucina, in un breve corridoio, dove un uomo snello, dal gradevole aspetto latino, vestito di scuro, controllava il lavoro di due individui in camice bianco dell'ufficio del coroner. I due stavano sistemando un cadavere in una sacca di plastica opaca. Uno di loro finì di chiudere la cerniera lampo. Attraverso la plastica lattiginosa Laura vide solo una vaga forma umana, senza dettagli, e qualche striatura di sangue. Dylan? «Non è suo marito», la informò Haldane, come leggendole nella mente. «Questo non aveva documenti. Dovremo basarci interamente sul controllo delle impronte digitali.» Altro sangue era schizzato sulle pareti e raccolto in pozze sul pavimento, moltissimo, tanto che non sembrava reale, ma una scena di un film di Brian De Palma. In mezzo al corridoio era stata distesa una passatoia di plastica perché gli uomini della squadra non finissero con i piedi nel sangue. Haldane le lanciò un'occhiata, e lei cercò di non mostrargli quanta paura avesse dentro. Melanie era lì quando erano avvenuti i delitti? Se c'era, e se ora era con l'uomo - o con gli uomini - responsabili di quel massacro, anche lei era destinata alla morte perché ne era stata testimone. Anche se non aveva visto nulla, l'assassino l'avrebbe uccisa quando ne avesse avuto abbastanza di lei. Su questo non c'erano dubbi. L'avrebbe uccisa perché ucciderla gli avrebbe procurato piacere. Dall'aspetto di quel luogo si capiva che era uno psicopatico, perché nessuna persona sana di mente avrebbe infierito con una tale gioia selvaggia, sanguinaria.
I due inservienti in camice uscirono a prendere una lettiga con cui portar via il corpo. Il magro latino si rivolse a Haldane, con una voce sorprendentemente profonda: «Abbiamo raccolto tutto, tenente, finito con le fotografie, con tutto il resto. Adesso portiamo fuori questo». «Niente di speciale nell'esame preliminare?» chiese Haldane. L'uomo, pensò Laura, doveva essere un patologo della polizia, ma era troppo scosso per essere uno avvezzo a scene di morte violenta. «A quanto sembra», rispose lui, «praticamente ogni osso del corpo è stato spezzato in uno o più punti. Una contusione sopra l'altra, a centinaia, è impossibile stabilire quante. Cavoli... questo corpo è un'unica lesione. Sono sicuro che l'autopsia troverà una quantità di organi interni danneggiati, i reni spappolati...» Rivolse uno sguardo a Laura, a disagio, incerto se proseguire, e lei gli rispose con un'espressione di blando interesse professionale, sperando che non si notasse quanto era forzata. Lui riprese: «Cranio sfondato. Denti divelti. Un occhio è stato estratto dall'orbita». Laura vide un attizzatoio a terra, accanto al camino. «È quella l'arma del delitto?» «Riteniamo di no», rispose Haldane. E l'altro aggiunse: «L'aveva in mano quest'uomo. Abbiamo dovuto toglierglielo con la forza. Evidentemente cercava di difendersi». Guardarono tutti la sacca opaca, e per un momento nessuno parlò. Gli altri uomini ritornarono con la barella; una delle rotelle cigolava come un carrello guasto del supermercato. Tre porte si affacciavano sul breve corridoio, una in fondo e due sui lati. Tutt'e tre erano socchiuse. Haldane fece passare Laura attorno al cadavere e la condusse a quella in fondo. Nonostante il maglione pesante, l'impermeabile foderato che indossava e il riscaldamento acceso, si sentiva gelata. Le sue mani erano così esangui che sembravano quelle di un morto. Sapeva che il riscaldamento era acceso, aveva sentito un soffio di aria tiepida passando accanto al condizionatore: allora quel gelo doveva venire da dentro di lei. La stanza, che un tempo era uno studio, ora appariva come un monumento alla distruzione e al caos. I cassetti degli schedari erano stati strappati via dai mobiletti metallici, spaccati e ammaccati, le maniglie staccate, il contenuto disperso sul pavimento. Una pesante scrivania di noce e metallo cromato era ribaltata sul fianco; due delle gambe metalliche erano piegate, e il legno spaccato e scheggiato in più punti come se fosse stato
preso a colpi di accetta. Una macchina per scrivere era stata scaraventata contro una parete con tanta violenza che un paio di tasti si erano staccati rimanendo inchiodati nel pannello di legno che rivestiva il muro. C'erano carte dappertutto - fogli dattiloscritti, grafici, pagine coperte di cifre e annotazioni con una grafia piccola e precisa - molte delle quali strappate o appallottolate. E c'era sangue ovunque, a terra, sui mobili, sulle pareti, perfino sul soffitto. C'era un odore di rame, un odore di carne cruda. «Gesù», mormorò lei. «Quello che voglio farle vedere è nell'altra stanza», le disse, conducendola verso una porta sul fondo dello studio demolito. Laura notò due sacchi di plastica opaca sul pavimento. Non avrebbe voluto fermarsi, ma si fermò. Non avrebbe voluto guardare i due corpi racchiusi lì dentro, ma guardò. «È uno di questi... Dylan?» Haldane, che l'aveva preceduta, tornò accanto a lei. «Questo», precisò, indicandone uno, «aveva i documenti di Dylan McCaffrey. Ma, le assicuro, non le conviene guardare.» «No», annuì lei, «non guardo.» Accennò all'altro sacco. «Questo chi era?» «Secondo la patente e altre carte che aveva nel portafogli, il suo nome era Wilhelm Hoffritz.» Lo stupore di Laura fu così evidente che Haldane le chiese: «Lo conosceva?» «Era all'università. Uno dei colleghi di mio marito.» «All'UCLA?» «Sì. Dylan e Hoffritz hanno collaborato a un certo numero di ricerche. Condividevano le stesse ossessioni.» «Mi sembra di capire che lei disapprovava, giusto?» Laura non rispose. «Hoffritz non le piaceva?» insistè Haldane. «Lo disprezzavo.» «Perché?» «Era un ometto presuntuoso, pieno di sé, paternalistico, pomposo.» «Cos'altro?» «Non basta?» «Lei non è il tipo da usare alla leggera la parola 'disprezzo'», insistè Haldane. Quando alzò gli occhi su di lui vide nei suoi un'intelligenza acuta e pe-
netrante di cui prima non si era accorta. Chiuse gli occhi. Lo sguardo diretto di Haldane era inquietante, ma non voleva guardare altrove: c'era troppo sangue dappertutto. «Hoffritz», spiegò, «era un fautore della pianificazione sociale centralizzata. Era interessato all'uso della psicologia, dei farmaci e del condizionamento subliminale per riformare e dirigere le masse.» Per un momento Haldane tacque. Poi: «Controllo della mente?» «Esatto», confermò lei, con gli occhi ancora chiusi e la testa china. «Era un elitario. No, elitario è un eufemismo: era un totalitario. Sarebbe stato un ottimo nazista come un ottimo comunista - l'uno o l'altro, non ha importanza - non aveva alcuna politica, tranne la politica del potere. Voleva il potere a tutti i costi.» «All'UCLA fanno questo genere di ricerche?» Lei riaprì gli occhi e vide che l'uomo non stava scherzando. «Certo. È una grande università, un'università libera. Non esistono restrizioni esplicite sugli indirizzi che la ricerca di uno scienziato può prendere, purché sia in grado di assicurarsene i fondi.» «Ma le conseguenze di quel genere di ricerca...» Con un sorriso amaro, lei replicò: «Risultati empirici. Scoperte. Il progresso della scienza. Questo è quello che interessa a un ricercatore, tenente. Non le conseguenze». «Ha detto che suo marito condivideva le ossessioni di Hoffritz. Intende dire che si occupava delle applicazioni del controllo mentale?» «Sì. Ma non era un fascista come Willy Hoffritz. Quello che gli interessava di più era la possibilità di modificare il comportamento di personalità criminali allo scopo di ridurre il tasso di delinquenza. Questo è quello di cui allora parlava di più. Ma più Dylan era coinvolto in un progetto, più ne era ossessionato, meno ne parlava, come se parlandone sprecasse energia che poteva essere impiegata meglio nel pensiero e nel lavoro.» «Aveva finanziamenti dal governo?» «Dylan? Sì. Lui e anche Hoffritz.» «Il Pentagono?» «Può darsi. Ma non era interessato principalmente ai problemi della difesa. Perché? Che cosa ha a che fare con questo?» Lui evitò di risponderle. «Mi ha detto che suo marito lasciò il posto all'università quando scomparve con sua figlia.» «Sì.» «Ma ora scopriamo che lavorava ancora con Hoffritz.»
«Hoffritz non è più all'UCLA. Non c'è da... tre o quattro anni, forse di più.» «Che cos'è successo?» «Non lo so», rispose lei. «Ho sentito dire che era passato ad altro. E si diceva anche che gli fosse stato chiesto di andarsene.» «Perché?» «Si parlava di una qualche violazione dell'etica professionale.» «Cioè?» «Sembra che nessuno lo sappia.» «Lei è in contatto con l'UCLA?» «No. Non mi occupo di ricerca. Lavoro al St. Mark's Children's Hospital e ho una piccola attività privata. Forse se parlasse con qualcuno dell'UCLA riuscirebbe a scoprire che cosa ha fatto Hoffritz per rendersi sgradito.» Si rese conto che non aveva più la nausea, che guardare tutto quel sangue non le dava più fastidio, anzi, se ne accorgeva a stento. C'era troppo orrore da assorbire: la mente era come stordita. Un solo cadavere o una sola goccia di sangue avrebbero avuto su di lei un effetto più duraturo di questo rivoltante mattatoio. Capì come succede che i poliziotti si abituino così presto alle scene di sangue e violenza: o ci si adatta o si perde la ragione, e la seconda alternativa non è affatto un'alternativa, in realtà. Haldane riprese: «Credo che suo marito e Hoffritz stessero di nuovo lavorando insieme. Qui. In questa casa». «Che cosa stavano facendo?» «Non lo so. È per questo che l'ho voluta qui. È per questo che voglio mostrarle il laboratorio qui accanto. Forse può dirmi lei che cosa diavolo stava succedendo.» «Andiamo a vedere.» Lui esitò. «C'è solo un'altra cosa...» «Che cosa?» «Be', credo che sua figlia facesse parte dei loro esperimenti.» Laura lo fissò. «Credo che la stessero usando.» «In che modo?» sussurrò lei. «Questo dovrà dirmelo lei», rispose il tenente. «Io non sono uno scienziato. Ma prima di entrare voglio avvertirla che sono quasi certo che alcuni aspetti di quegli esperimenti fossero dolorosi.» Melanie, che cosa volevano da te, che cosa ti hanno fatto, dove ti hanno portata?
Fece un profondo respiro. Si passò sul soprabito le mani madide di sudore. Seguì Haldane nel laboratorio. 4 Dan Haldane rimase ammirato dalla reazione di Laura. Certo, era un medico, ma i medici non sono abituati a sguazzare nel sangue; in situazioni del genere anche loro perdono il controllo e stanno male come tutti i comuni mortali. Ma non era solo la preparazione medica di Laura McCaffrey a farle superare tutto quello: aveva anche una forza interiore, una solidità, che Dan ammirava e che al tempo stesso ne suscitava la curiosità. Sua figlia era scomparsa, poteva essere ferita, forse addirittura morta, ma finché alcune domande importanti su Melanie non avessero avuto risposta, perdio, lei non si sarebbe lasciata andare a cedimenti. Quella donna gli piaceva. Era attraente, anche senza trucco e con i capelli bagnati e un po' arricciati per la pioggia. Aveva trentasei anni, ma ne dimostrava di meno. I suoi occhi verdi erano limpidi, diretti, penetranti e bellissimi. E angosciati. Haldane sapeva che Laura sarebbe stata ancor più turbata da quanto avrebbe visto nel laboratorio improvvisato e detestava l'idea di portarla lì, ma era proprio quello il motivo per cui l'aveva chiamata in piena notte. Anche se erano sei anni che non vedeva il marito, lei lo conosceva meglio di chiunque altro, ed essendo anche una psicologa era lei quella che molto probabilmente meglio poteva comprendere gli esperimenti e le ricerche che stava conducendo Dylan McCaffrey. E Dan aveva la sensazione che non sarebbe mai riuscito a risolvere quei delitti - né a trovare Melanie - se non avesse prima ben capito di che cosa si stava occupando Dylan McCaffrey. Laura lo seguì nel laboratorio. Haldane osservò le espressioni che si susseguirono sul suo viso: sorpresa, perplessità, disagio. Quello che un tempo era stato un garage a due posti era stato ristrutturato in un unico ampio locale, senza finestre e di un grigiore senza spiragli. Soffitto grigio. Pareti grigie. Moquette grigia. Le lampade mandavano dal soffitto una luce fioca da dietro grigiastri pannelli di plastica. Perfino le maniglie degli sportelli scorrevoli dell'armadietto grigio erano state dipinte
dello stesso colore. E anche le griglie del riscaldamento, che originariamente dovevano essere di un grigio metallico, erano state ridipinte, evidentemente perché il loro colore era troppo scintillante. Non era stata lasciata una sola macchia di colore vivace. L'effetto non era semplicemente freddo e istituzionale, ma funereo. Il pezzo di arredamento che spiccava maggiormente nella stanza era un contenitore metallico che ricordava un antiquato polmone d'acciaio, ma molto più grande. Era dello stesso grigio opaco della stanza. Ne uscivano delle tubature che finivano nel pavimento e un cavo elettrico saliva dritto a una scatola di raccordo sul soffitto. Una scaletta mobile di tre gradini dava accesso allo sportello di entrata del contenitore, che era aperto. Laura salì i gradini e guardò dentro. Haldane sapeva che cosa vi avrebbe trovato: un informe interno nero illuminato a stento dalla scarsa luce che riusciva a penetrare dall'entrata; un rumore di acqua leggermente mossa dalle vibrazioni trasmesse attraverso la scaletta; un odore di umido e salmastro. «Sa che cos'è?» le chiese. Lei ridiscese. «Certo, una camera di privazione sensoriale.» «A che cosa serve?» «Intende dire, quali sono le sue applicazioni scientifiche?» Haldane annuì. «Bene», prese a spiegare lei, «lo si riempie d'acqua per qualche spanna... O meglio, si usa una soluzione del dieci per cento di solfato di magnesio per la massima galleggiabilità. Poi si porta la temperatura dell'acqua a trentaquattro gradi, la temperatura a cui un corpo in immersione risente meno della forza di gravita. Oppure, a seconda della natura dell'esperimento, la si riscalda a trentasei gradi e mezzo per ridurre la differenza fra la temperatura del corpo e quella dell'acqua. Quindi il soggetto...» «Che è una persona, non un animale?» Lei lo guardò per un attimo, sorpresa dalla domanda, e lui si sentì un ignorante totale, ma Laura non mostrò alcun segno di disprezzo o di irritazione, e lui fu subito di nuovo a suo agio. «Sì, una persona, non un animale. Dunque, quando l'acqua è pronta, il soggetto si spoglia, entra nella camera, chiude lo sportello dietro di sé e rimane a galleggiare nel buio totale, nel silenzio assoluto.» «Perché?» «Per privarsi di ogni stimolo sensoriale. Senza vista. Senza udito. Gusto scarso o nullo. Stimolo olfattivo minimo. Nessuna sensazione di peso, di
luogo o di tempo.» «Ma perché si fa una cosa del genere?» «Inizialmente questi serbatoi furono usati perché si voleva scoprire che cosa accadeva a privare qualcuno di quasi tutti gli stimoli esterni.» «Sì? E che cosa accadeva?» «Non quello che ci si aspettava. Niente claustrofobia. Niente paranoia. Un breve momento di paura, sì, ma poi un disorientamento temporale e spaziale non sgradevole. La sensazione di imprigionamento scompariva in pochi minuti. Alcuni soggetti riferivano di aver avuto la netta sensazione di non trovarsi in un ambiente ristretto, ma in uno spazio enorme. Priva di stimoli esterni, la mente si rivolge verso l'interno per esplorare tutto un nuovo mondo di stimoli interiori.» «Allucinazioni?» Per un momento la sua ansia parve scomparire. L'interesse che provava per il suo campo era evidente. Se avesse scelto la carriera scolastica, pensò Dan, si sarebbe rivelata un'insegnante nata. Era chiaro che le piaceva spiegare. «Sì, qualche volta allucinazioni. Ma niente di pauroso. In molti casi fantasie sessuali intense e straordinariamente vive. E praticamente tutti i soggetti parlano di affinamento dei processi mentali. Alcuni di essi hanno risolto complessi problemi di calcolo e di algebra senza servirsi di carta e penna, problemi che normalmente sarebbero stati ben al di là delle loro capacità. Esistono addirittura dei terapeuti che impiegano questo strumento per incoraggiare i pazienti a concentrarsi in un'autoesplorazione guidata.» «Mi sembra di capire che lei questo non lo approvi.» «Be', non che lo disapprovi», spiegò lei, «ma con un individuo psicologicamente disturbato che già si sente disancorato, con uno scarso autocontrollo, il disorientamento di una camera di privazione sensoriale quasi certamente può avere effetti negativi. Alcuni pazienti hanno bisogno di ogni presa possibile sul mondo fisico, ogni possibile stimolo esterno.» Si strinse nelle spalle. «Ma forse sono troppo cauta, troppo all'antica. Dopotutto questi affari sono ormai in commercio e sicuramente qualcuno sarà capitato in mano a persone instabili, ma non ho mai sentito di nessuno che abbia perso la ragione per colpa di questi serbatoi.» «Devono essere costosi.» «Decisamente. Quelli che finiscono nelle case private sono, si può dire, giocattoli per i ricchi.» «Ma perché tenerlo in casa?»
«Be', a parte il periodo allucinatorio e successivamente la chiarezza dei processi mentali, tutti riferiscono di uscirne straordinariamente rilassati e rivitalizzati. Dopo un'ora passata galleggiando, le onde cerebrali sono come quelle di un monaco zen in meditazione profonda. Diciamo che è il modo di meditare del pigro, non richiede studio né regole da apprendere o rispettare; è un modo per racchiudere in un paio d'ore il rilassamento di una settimana.» «Ma suo marito non lo stava usando solo per rilassarsi.» «Ne dubito», convenne lei. «Ma allora che cosa cercava?» «Non ho modo di saperlo.» L'espressione di angoscia le ritornò sul viso, negli occhi. «Ho motivo di ritenere che questo non fosse solo il suo laboratorio, ma anche la camera di sua figlia. Secondo me era tenuta qui praticamente prigioniera. E dormiva in questo contenitore tutte le notti, passandoci a volte anche dei giorni.» «Giorni? No. Questo non è possibile.» «Perché?» «La possibilità di danno psicologico, i rischi...» «Forse suo marito dei rischi non si curava.» «Ma era sua figlia. Lui amava Melanie, almeno questo non posso negarglielo, l'amava sinceramente.» «Abbiamo trovato un diario in cui suo marito ha riferito di ogni minuto del tempo di sua figlia durante gli ultimi cinque anni e mezzo.» Strinse gli occhi. «Voglio vederlo.» «Tra un attimo. Non l'ho ancora studiato attentamente, ma ritengo che sua figlia non sia mai uscita da questa casa in cinque anni e mezzo. Mai a scuola. Mai dal dottore. Mai al cinema o allo zoo né altrove. E, anche se lei dice che è impossibile, da quello che ho visto sono convinto che qualche volta ha passato anche tre o quattro giorni nel serbatoio senza uscirne.» «Ma il cibo?» «Credo che in quel periodo non venisse alimentata.» «L'acqua?» «Forse ne beveva un po' da quella in cui era immersa.» «Avrà avuto delle altre necessità...» «Da quello che ho visto, c'erano momenti in cui veniva fatta uscire per dieci minuti o un quarto d'ora, appena il tempo per usare il bagno. Ma in altri casi è stato usato un catetere, perché potesse orinare in un contenitore
sigillato senza inquinare l'acqua in cui era immersa.» La donna appariva affranta. Per lei, ma anche perché cominciava lui stesso a essere nauseato da quel posto, Dan la allontanò dal serbatoio, verso l'altra attrezzatura. «Una macchina da biofeedback», spiegò lei. «Comprende un apparecchio da elettroencefalogramma. Dovrebbe aiutare a controllare le onde cerebrali e, quindi, lo stato mentale.» «Il biofeedback lo conosco.» Indicò al di là della macchina. «E quella?» Era una sedia, dalla quale partivano cinghie di cuoio e cavi che terminavano in elettrodi. Mentre lei la esaminava, Haldane ne avvertì il crescente senso di disgusto e di terrore. «Un apparecchio di terapia dell'avversione.» «A me pare una sedia elettrica.» «Lo è. Non di quelle che uccidono. La corrente non viene dalla rete, ma da quelle batterie. E questo», toccò una leva posta su un lato della sedia, «regola il voltaggio. Si può ottenere da un formicolio a una scossa dolorosa.» «È un apparecchio di ricerca psicologica che si usa comunemente?» «Santo cielo, no!» «Ne ha già visti in laboratorio?» «Una volta. Cioè, due.» «Dove?» «Uno studioso di psicologia animale, privo di scrupoli, che conoscevo un tempo. Usava il condizionamento negativo delle scosse elettriche con le scimmie.» «Le torturava?» «Di sicuro lui non la vedeva a questo modo.» «Ma non fanno così tutti gli psicologi animali?» «Le ho detto che lui era privo di scrupoli. Senta, voglio sperare che lei non sia uno di quei neoluddisti convinti che tutti gli scienziati sono dei pazzi o dei mostri.» «No, no. Da ragazzino guardavo sempre Mr. Wizard alla TV.» Laura accennò un sorriso. «Non intendevo offenderla.» «S'immagini. Dunque, mi diceva di aver visto due volte uno di quegli attrezzi. La seconda?» «La seconda l'ho visto in fotografia. In un libro sugli esperimenti... scientifici, diciamo così, nella Germania nazista.»
«Capisco.» «Loro la usavano sugli esseri umani.» Haldane esitò. Ma doveva dirlo. «Anche suo marito.» Laura McCaffrey lo guardò. Era pallidissima, del colore della cenere. «Io credo», riprese Dan, «che mettesse sua figlia in questa sedia...» «No.» «... e credo che lui e Hoffritz e sa Dio chi altro...» «No.» «... la torturassero», terminò Dan. «No.» «È nel diario di cui le ho parlato.» «Ma...» «Io credo che usassero quello che lei ha definito 'terapia dell'avversione' per insegnarle a controllare le onde cerebrali.» L'immagine di Melanie legata su quella sedia era così angosciosa che l'aspetto di Laura McCaffrey ne fu profondamente trasformato. Ora non era più soltanto sfinita, soltanto pallida; ora il suo colorito era cinereo, cadaverico. Gli occhi, infossati nelle orbite, avevano perso ogni luce. Sembrava che la pelle del viso le si fosse afflosciata come cera molle. «Ma...» mormorò, «ma questo non ha senso. La terapia dell'avversione è il metodo meno efficace per insegnare le tecniche di biofeedback.» Dan sentì l'impulso di abbracciarla, di stringerla, di accarezzarle i capelli, di consolarla. Di baciarla. Dal primo momento che l'aveva vista l'aveva trovata attraente, ma finora non aveva avvertito quanto di sessuale ci fosse in quell'attrazione. Ma non era sempre così? Non si sentiva sempre attratto dai micini sperduti, dalle bambole rotte, dai più deboli, smarriti, indifesi? E finiva sempre con il desiderare di non esserne coinvolto. Se solo adesso sentiva quel genere di attrazione per Laura McCaffrey era perché ora cominciava a cedere, a non mostrarsi più in pieno controllo, a non nascondere più la paura, i dubbi. Nick Hammond, un altro investigatore della Omicidi, lo aveva accusato di avere istinti da chioccia, e c'era del vero. Che cosa mi prende? si chiese. Perché continuo a fare il cavaliere errante, sempre alla ricerca di damigelle a cui dar soccorso? La conosco appena, questa donna, e vorrei che si affidasse completamente a me, che scaricasse sulle mie spalle tutte le sue speranze, le sue paure. Certo, signora, si appoggi pure a Big Dan Haldane e a nessun altro; ci pensa lui a mettere le mani su quei demoni maligni e a rimettere insieme i pezzi del suo mondo disastrato. Big Dan può farlo, signora, anche se ha il cuore di uno stupido
adolescente. No. Questa volta no. Aveva un lavoro da svolgere e l'avrebbe svolto, ma in maniera totalmente professionale. Non avrebbe permesso che i sentimenti personali si intromettessero. E comunque quella donna non avrebbe accettato una relazione personale con lui. Era più istruita di lui, molto più raffinata. Era un tipo da brandy; lui non andava al di là della birra. E poi, Dio santo, non era certo il momento di fare i sentimentali. Lei era ancora troppo vulnerabile: era terrorizzata per la figlia; suo marito era stato ucciso, e questo, anche se aveva smesso di amarlo tanto tempo prima, non poteva non avere un effetto su di lei. Che razza di uomo poteva vedere una prospettiva sentimentale con lei in un momento del genere? Si vergognava di se stesso. Eppure... Sospirò. «Chissà, quando avrà studiato il diario di suo marito, magari potrà provare che non ha mai messo la bambina su quella sedia. Ma ho paura di no.» Lei rimase lì immobile, con un'aria smarrita. Lui andò all'armadio e aprì gli sportelli. C'erano alcune paia di jeans, magliette, maglioni e scarpe, tutto di una misura per una bambina di nove anni. E tutto grigio. «Perché?» chiese Dan. «Che cosa intendeva provare? Quali effetti cercava sulla bambina?» La donna scrollò la testa, ancora troppo scossa per parlare. «E c'è un'altra cosa che mi domando», proseguì Dan. «Tutto questo, per sei anni, ha richiesto più denaro di quanto ne aveva quando ha chiuso il conto in banca e l'ha lasciata. Molto di più. Eppure non lavorava. Non usciva mai. Forse i soldi glieli dava Hoffritz. Ma dovevano essercene altri. Chi? Chi finanziava questo lavoro?» «Non ne ho idea.» «E perché?» domandò ancora. «E dove hanno portato Melanie?» chiese lei. «E che cosa le stanno facendo adesso?» 5 La cucina aveva un'aria trasandata. I piatti sporchi erano ammucchiati nel lavandino. Il tavolo, che stava vicino all'unica finestra della stanza, era coperto di briciole. Laura gli si sedette accanto, e spazzò via con la mano un po' di briciole,
ansiosa di vedere il diario degli esperimenti di Dylan. Haldane esitava a mostrarglielo. Lo teneva in mano, un libro formato registro rilegato in similpelle, e camminava su e giù per la cucina, parlando. La luce dei lampi, trapassando il vetro della finestra inondato dalla pioggia, dava a tratti alla stanza un'atmosfera amorfa, semitrasparente, come di un miraggio, proiettando sulle pareti il mobile disegno delle gocce d'acqua. «Vorrei saperne di più su suo marito», riprese Haldane. «Per esempio?» «Per esempio, come mai decise di divorziare da lui.» «C'entra?» «Potrebbe.» «In che modo?» «Intanto, se ci fosse coinvolta un'altra donna, forse lei potrebbe dirci di più su quanto accadeva qua dentro. Magari potrebbe perfino dirci chi l'ha ucciso.» «Non c'erano altre donne.» «Allora perché ha deciso di divorziare?» «Semplicemente perché non lo amavo più.» «Perché?» «Non era l'uomo che avevo sposato.» «Era cambiato?» Lei sospirò. «No. Non era mai stato l'uomo che avevo sposato. Ero io a crederlo. Più tardi, con il passare del tempo, mi resi conto di quanto mi fossi sbagliata, fin dall'inizio.» Haldane si fermò, si appoggiò a un mobile, incrociando le braccia sul petto, sempre con il diario in mano. «In che cosa si era sbagliata?» «Be', prima dovrà sapere qualcosa di me. Alle superiori e al college non sono mai stata una ragazza, particolarmente corteggiata. Ricevevo pochissimi inviti.» «Faccio fatica a crederlo.» Lei arrossì, desiderando invano di potersi controllare. «È così. Ero di una timidezza avvilente. Evitavo i ragazzi. Evitavo tutti. Non ho mai avuto neppure amiche intime.» «Forse qualcuno avrebbe dovuto consigliarle il deodorante più adatto o un efficace shampoo antiforfora.» Lei sorrise, grata per il tentativo di metterla a suo agio, ma parlare di sé la imbarazzava sempre. «Non volevo che qualcuno arrivasse a conoscermi perché ero convinta che non sarei piaciuta, e non avrei sopportato un rifiu-
to.» «Perché mai non doveva piacere?» «Oh, perché non ero abbastanza spiritosa, abbastanza brillante, abbastanza carina da essere all'altezza.» «Sullo spirito non saprei dire: vorrei vedere chi riesce a dire battute in questo posto. Intelligente lo è senz'altro, dopotutto ha preso la laurea. E non capisco come facesse a guardarsi in uno specchio senza pensare di essere stupenda.» Lei alzò gli occhi. Lo sguardo di Dan era diretto, attraente, caldo, senza essere né sfacciato né allusivo. Il suo atteggiamento era semplicemente quello di un poliziotto, che faceva un'osservazione, affermava un dato di fatto. Eppure, sotto quell'aria professionale in superficie, avvertì che lei lo attraeva e il suo interesse la mise a disagio. Distolse lo sguardo, fissò le vaghe scie argentate della pioggia sulla finestra nera e spiegò: «A quel tempo avevo un terribile complesso di inferiorità». «Come mai?» «I miei genitori. Soprattutto mia madre.» «Com'erano?» «Loro non hanno nulla a che fare con questo caso. Comunque, se ne sono andati tutt'e due.» «Morti?» «Sì.» «Mi dispiace.» «Non è il caso. A me no.» «Capisco.» «Ma con Dylan...» «Mi stava dicendo in che senso lo aveva mal giudicato fin dall'inizio.» «Vede, ero così abile a respingere la gente, così brava ad alienarmi tutti e a rimanere rinchiusa nel mio guscio, che nessuno era mai riuscito ad avvicinarmi. Soprattutto i ragazzi, gli uomini. Sapevo come liberarmene in fretta. Finché arrivò Dylan. Lui non si dava per vinto. Continuava a chiedermi di uscire con lui. Io lo respingevo, e lui tornava. La mia timidezza non lo scoraggiava. Villania, indifferenza, freddi rifiuti: niente lo fermava. Non mi dava tregua. Non mi era mai capitato che qualcuno mi facesse la corte. Certamente non come Dylan. Era implacabile. Ossessionato. Cercava di colpirmi servendosi di mezzi addirittura sdolcinati. Io me ne rendevo conto, ma la cosa funzionava ugualmente. Mi mandava fiori, cioccolatini,
ancora fiori, una volta perfino un gigantesco orsacchiotto.» «Un orsacchiotto per una donna che lavora alla tesi di laurea?» «Gliel'ho detto che era sdolcinato. Mi scriveva poesie firmate 'un ammiratore segreto'. Mezzucci, forse, ma per una donna che a ventisei anni aveva ricevuto sì e no un bacio e già si vedeva come una vecchia zitella erano cose che davano alla testa. Fu la prima persona a farmi sentire degna di attenzione, importante. Abbattè tutte le mie difese.» Parlandone, quel particolare periodo, quei sentimenti le ritornarono alla mente con una vivezza sorprendente. E assieme al ricordo venne la malinconia per quello che sarebbe potuto essere, una lacerantissima sensazione di innocenza perduta. «Più tardi, quando fummo sposati, vidi che la passione e il fervore di Dylan non erano riservati esclusivamente a me. Oh, non che ci fossero altre donne. No. Ma seguiva ogni interesse con lo stesso ardore con cui aveva incalzato me. Le sue ricerche nel campo della modificazione del comportamento, il suo fascino per l'occulto, il suo amore per le auto veloci... in tutte queste cose metteva la stessa passione ed energia che aveva impiegato nel mio corteggiamento.» E le tornò alla mente quanto avesse temuto gli effetti che l'iperesigente personalità di Dylan avrebbe potuto avere su Melanie. Quest'ultimo era uno dei motivi per cui aveva chiesto il divorzio. «Per esempio, allestì un elaborato giardino giapponese dietro la nostra casa, dedicandovi ogni minuto libero per mesi e mesi. Era freneticamente determinato a renderlo perfetto. Ogni pianta, ogni fiore, ogni pietra in ogni vialetto doveva essere un campione ideale. Ogni bonsai doveva essere squisitamente proporzionato e armonioso quanto quelli che vedeva nei libri sull'Oriente. Si aspettava che quel progetto - ogni progetto - mi assorbisse quanto assorbiva lui. Ma per me non era possibile. Non volevo. E poi era così fanatico nel suo perfezionismo che qualunque cosa si facesse con lui si rivelava un'ingrata fatica anziché un divertimento. Era un nevrotico ossessivo-coatto e, nonostante il furioso entusiasmo che metteva in tutto, niente gli dava piacere, nessuna gioia, perché non c'era tempo per la gioia.» «Si direbbe una cosa sfiancante, essere sposata con lui», commentò Haldane. «Dio mio, sì! Nel giro di un paio d'anni la sua eccitazione non fu più contagiosa perché era continua e universale, e nessuna persona sana può vivere continuamente in quello stato febbrile. Smise di essere interessante
e stimolante; ormai era solo stancante. Ossessionante. Mai un momento di distensione o di pace. A quel punto mi stavo specializzando in psicologia ed ero in analisi, obbligatoria per chiunque voglia dedicarsi alla pratica della psichiatria, e mi resi conto che Dylan era un uomo disturbato, non solo un entusiasta, non solo un perfezionista, ma, come ho detto, un ossessivo-coatto. Cercai di suggerirgli un'analisi, ma per questo non mostrò alcun entusiasmo. Infine, gli dissi che volevo divorziare. Non mi diede neppure il tempo di preparare i documenti. Il giorno dopo aveva ripulito i conti in banca ed era scomparso con Melanie. Avrei dovuto prevederlo.» «Perché?» «Era ossessivo nei confronti di Melanie come lo era con qualsiasi altra cosa. Ai suoi occhi, era la bambina più bella, meravigliosa, intelligente che si fosse mai vista su questa terra. Si preoccupava sempre che fosse perfettamente vestita, perfettamente pettinata, che si comportasse perfettamente. Aveva solo tre anni e lui le stava insegnando a leggere, cercando di insegnarle il francese. Solo tre anni. Lui diceva che più si è giovani e più si impara; il che è vero, ma lui non lo faceva per Melanie. Oh, no. Quello che lo preoccupava era se stesso, avere una figlia perfetta, perché non sopportava l'idea che la sua bambina potesse non essere il meglio in tutto.» Tacquero entrambi per un momento. La pioggia picchiava contro la finestra, tamburellava sul tetto, scrosciava nelle grondaie. Infine, Haldane parlò, a voce bassa: «Un uomo così potrebbe...» «Sì. Potrebbe fare esperimenti su sua figlia, potrebbe sottoporla a torture, se pensasse che così facendo la renderebbe migliore. O se fosse ossessionato da una serie di esperimenti che richiedessero un bambino come soggetto.» «Gesù», mormorò Haldane con un tono che era al tempo stesso di disgusto, di incredulità, di pena. Laura scoppiò a piangere. Il detective si avvicinò al tavolo. Scostò una sedia e le si sedette accanto. Lei si asciugò gli occhi con un Kleenex. Lui le mise una mano sulla spalla. «Andrà tutto per il meglio.» Lei annuì, si soffiò il naso. «La troveremo», le assicurò lui. «Temo di no.» «Sì, invece.» «Ho paura che sia morta.»
«No, non è morta.» «Ho paura.» «Non deve.» «Non posso farci niente.» «Lo so.» Per una mezz'ora, mentre Dan Haldane si occupava di altro nella casa, Laura studiò il diario di Dylan, che era in realtà un semplice resoconto di come era impiegato il tempo di Melanie. Quando il detective ritornò in cucina, Laura era paralizzata dall'orrore. «È vero», confermò. «Sono stati qui almeno cinque anni e mezzo, da quando è iniziato il diario, e Melanie non è uscita nemmeno una volta da questa casa.» «Dormiva tutte le notti nella camera di privazione sensoriale?» «Sì. All'inizio otto ore per notte. Poi otto e mezzo. Poi nove. Alla fine del primo anno, passava dieci ore per notte nella camera e due ore ogni pomeriggio.» Chiuse il libro. La vista della grafia ordinata di Dylan improvvisamente la rese furibonda. «Che altro?» chiese Haldane. «Come prima cosa al mattino passava un'ora in meditazione.» «Meditazione? Una bambina così piccola? Non sapeva neppure il significato della parola.» «In sostanza, meditare non è altro che rivolgere la mente verso l'interno, escludendo il mondo attorno a sé, cercando la pace nella solitudine interiore. Non credo che stesse insegnando a Melanie una meditazione con sfumature religiose o filosofiche, come quella zen. Probabilmente le stava solo insegnando a rimanere immobile, a rivolgersi verso l'interno senza pensare a nulla.» «Autoipnosi.» «Si può chiamare anche così.» «Ma perché?» «Non lo so.» Si alzò, nervosa, agitata. Avrebbe voluto muoversi, camminare, sfogare l'energia frenetica che aveva accumulato. Ma la cucina era troppo piccola; in cinque passi l'aveva attraversata tutta. Fece per avviarsi verso la porta del corridoio ma si fermò, rendendosi conto che non poteva andare su e giù per il resto della casa, accanto ai cadaveri, in mezzo al sangue, ostacolando
i movimenti dei poliziotti e degli uomini del coroner. Si appoggiò a un mobiletto basso, premendovi con forza le palme, come sperando di scaricare l'energia nervosa irraggiandola su quella superficie fredda. «Ogni giorno», riprese, «dopo la meditazione, Melanie passava alcune ore ad apprendere le tecniche di biofeedback.» «Seduta in quella sedia elettrica?» «Credo di sì. Ma...» «Ma?» «Ma credo che quella sedia fosse usata per qualcosa di più. Per condizionarla, credo, contro il dolore.» «Non capisco.» «Credo che Dylan usasse le scosse elettriche per insegnarle a bloccare la sofferenza, a sopportarla, a ignorarla come fanno i mistici orientali.» «Per quale motivo?» «Forse perché, più in là, riuscire a controllare il dolore l'avrebbe aiutata a sopportare le sedute più lunghe nella camera di privazione sensoriale.» «Allora avevo ragione?» «Sì. Le ha aumentato gradatamente i periodi di permanenza finché, entro il terzo anno, qualche volta è rimasta a galleggiare per tre giorni di fila. Al quarto anno è arrivato a quattro o cinque giorni. Più recentemente, appena la settimana scorsa, l'ha tenuta nella camera per sette giorni.» «Cateterizzata?» «Sì. E con una fleboclisi di glucosio, perché non perdesse troppo peso e non si disidratasse.» «Gesù.» Laura non disse nulla. Si sentiva sul punto di scoppiare di nuovo a piangere. Era in preda alla nausea. Le bruciavano gli occhi e si sentiva la pelle come unta. Si avvicinò al lavandino e si bagnò il viso con l'acqua fredda. Prese tre o quattro asciugamani di carta da un rotolo fissato al muro. Non le servì a molto. «Ha detto», riprese Haldane, «che lui intendeva condizionarla contro il dolore per farle affrontare più facilmente le lunghe sedute nella camera.» «Può darsi. Non si può sapere per certo.» «Ma che cosa c'è di doloroso nella permanenza in quel serbatoio? Da quello che lei mi ha detto, mi sembrava di aver capito che non ci fosse alcuna sensazione.» «In una seduta di lunghezza normale non c'è niente di doloroso. Ma, se si rimane immersi per più giorni, la pelle comincia a raggrinzirsi, a screpo-
larsi, e cominciano a formarsi delle piaghe.» «Ah.» «E poi c'è il catetere. Alla sua età, probabilmente lei non ha mai avuto malattie così gravi da renderla incontinente, da richiedere l'applicazione di un catetere.» «No, mai.» «Be', vede, dopo un paio di giorni l'uretra risente dell'irritazione. Fa male.» «Ci credo.» Laura sentì che aveva bisogno di bere qualcosa di forte. Normalmente non era una bevitrice. Un bicchiere di vino di tanto in tanto. Più raramente un martini. Ma in quel momento aveva voglia di stordirsi. «Insomma, che cosa stava facendo?» chiese Haldane. «Che cosa cercava di dimostrare? Perché la sottoponeva a tutto questo?» Laura alzò le spalle. «Una qualche idea deve averla», insistette lui. «Nessuna. Il diario non descrive gli esperimenti né fa cenno delle sue intenzioni. È semplicemente una registrazione delle sedute con le varie attrezzature, una cronaca, ora per ora, della giornata della bambina.» «Lei ha visto tutti quei fogli nel suo ufficio, sparsi in giro. Devono essere più particolareggiati del diario. Da lì si potrà capire di più.» «Può darsi.» «Ho dato un'occhiata a qualcuno, ma non ci ho capito gran che. Linguaggio molto tecnico, gergo psicologico. Per me è arabo. Se tra un paio di giorni le mando le fotocopie, ha voglia di esaminarle e vedere se riesce a metterle in ordine e a tirarne fuori qualcosa?» «Non saprei, solo a sfogliare il diario mi stavo sentendo male.» «Non vuole sapere che cos'ha fatto a Melanie? Se la troviamo dovrà saperlo: altrimenti non avrà nessuna possibilità di affrontare gli eventuali traumi psicologici di cui soffre.» Era vero. Per trovare la cura adatta, avrebbe dovuto calarsi nell'incubo di sua figlia e farlo suo. «E poi», proseguì Haldane, «in quelle carte potrebbero esserci degli indizi, qualcosa che ci aiuti a stabilire con chi stava lavorando, chi può averlo ucciso. Se riusciamo a determinare questo, potremmo anche scoprire chi ha adesso Melanie. Se studia le carte di suo marito, potrebbe scoprire qualche informazione che ci possa aiutare a trovare la sua bambina.» «Sta bene», rispose infine lei, stancamente. «Quando avrà preparato le
fotocopie, le mandi pure a casa mia.» «So che non le sarà facile.» «Può ben dirlo.» «Voglio sapere chi ha finanziato la tortura di una bambina in nome della ricerca», aggiunse, con un tono di voce che a Laura parve troppo duro e vendicativo per un imparziale tutore dell'ordine. «Voglio saperlo.» Stava per aggiungere qualcosa, ma fu interrotto da un agente in uniforme che entrò dal corridoio. «Tenente?» «Che cosa c'è, Phil?» «In questa faccenda lei sta cercando una bambina, vero?» «Sì.» «Bene, ne hanno trovata una.» Il cuore di Laura si strinse in un nodo. Una domanda urgente le si formò nella mente, ma non fu in grado di formularla: la gola le si era bloccata. «Quanti anni?» chiese Haldane. Non era questa la domanda che Laura avrebbe voluto sentire. «Otto o nove, sembrerebbe», rispose Phil. «Hai una descrizione?» domandò ancora Haldane. Neppure questa era una domanda. «Capelli castani. Occhi verdi.» Laura vide i due uomini volgersi verso di lei, guardare i suoi capelli castani, i suoi occhi verdi. Cercò di parlare, ma rimase muta. «Viva?» chiese Haldane. Ecco la domanda. «Sì», rispose l'uomo in uniforme. «Una pattuglia l'ha trovata a sette isolati da qui.» La gola di Laura si aprì, la sua lingua si sciolse dalla paralisi. «Viva?» chiese ancora, senza avere il coraggio di crederci. L'agente annuì. «Sì. Gliel'ho detto. Viva.» «Quando?» domandò Haldane. «Circa un'ora e mezzo fa.» «E nessuno me lo dice, maledizione!» esclamò Haldane arrossendo. «Erano in un pattugliamento di routine quando l'hanno vista», spiegò Phil. «Non sapevano che potesse entrarci con questo caso.» «Dov'è?» domandò Laura. «Al Valley Medical.» «L'ospedale? Dio mio. Che cos'ha? È ferita? È grave?»
«No, non è ferita», disse l'agente. «Da quello che ho capito l'hanno trovata che si aggirava per la strada, nuda e intontita.» «Nuda», ripetè debolmente Laura e la paura ritornò, la colpì come una mazzata. Dovette reggersi al mobile della cucina con tutt'e due le mani. Se non l'avesse fatto sarebbe crollata a terra. Sostenendosi, cercando di fare un respiro profondo ma non riuscendo che a inghiottire un breve, spezzato sorso d'aria, ripetè: «Nuda?» «E in uno stato di confusione totale, incapace di parlare», precisò Phil. «Sembrava sotto choc, o magari drogata, e così l'hanno portata subito al Valley Medical.» Haldane prese Laura per un braccio. «Andiamo.» «Ma...» «Che cosa c'è?» Lei si passò la lingua sulle labbra. «E se non è Melanie? Non voglio mettermi a sperare e poi...» «È lei», assicurò il detective. «Noi qui abbiamo perso una bambina di nove anni e loro hanno trovato una bambina di nove anni a sette isolati di distanza. Non è certo una coincidenza.» «Ma se...» «Signora McCaffrey, qual è il problema?» «E se questa non è la fine dell'incubo?» «Come?» «Se è solo l'inizio?» «Intende dire che dopo sei anni di questa tortura...» «Non può più essere una bambina normale», concluse Laura con voce rauca. «Non lo dica. Non lo saprà con certezza finché non l'avrà vista, non le avrà parlato.» Lei scosse la testa. «No. Non può essere normale. Dopo quello che le ha fatto il padre, dopo anni di isolamento forzato. Sarà una bambina malata, profondamente disturbata. Non può essere normale.» «No», confermò lui, gentilmente, avvertendo che qualche vuota frase di rassicurazione non sarebbe servita che a farla adirare. «No, non sarà una bambina equilibrata, sana. Sarà smarrita, spaventata, forse ritirata nel suo mondo, forse irraggiungibile, forse per sempre. Ma c'è una cosa che lei non deve dimenticare.» Laura lo guardò negli occhi. «Che cosa?» «Ha bisogno di lei.»
Laura annuì. Si lasciarono alle spalle quella scena di sangue. La pioggia spazzava la notte e i tuoni schioccavano come colpi di frusta. Haldane la fece salire su una berlina senza contrassegni. Fissò un lampeggiatore di emergenza sul tetto dell'auto. Si diressero verso il Valley Medical con il segnalatore e la sirena accesi, e le gomme che sollevavano l'acqua con un suono sibilante, un suono che faceva pensare che il mondo stesso si stesse sgonfiando. 6 Il medico di servizio al pronto soccorso si chiamava Richard Pantangello. Era giovane e aveva folti capelli neri e una curata barba rossiccia. Andò a prendere Laura e il tenente Haldane al banco di accettazione e li condusse alla stanza della bambina. I corridoi, a parte qualche infermiera che passava silenziosa, erano deserti. Nell'ospedale, alle quattro e dieci del mattino, c'era un silenzio soprannaturale. Durante il tragitto il dottor Pantangello parlò, con una voce bassa, quasi un sussurro. «Non aveva fratture, lacerazioni o abrasioni. Soltanto un segno sul braccio destro, sopra la vena, che sembrerebbe prodotto da un ago inserito senza troppa perizia.» «Era intontita?» domandò Haldane. «Non esattamente», rispose Pantangello. «Più che altro sembrava in trance. Nessun segno di colpi alla testa, ma da quando l'hanno portata non è stata in grado di parlare, o non ha voluto.» Cercando di adeguare la sua voce al tono sommesso del medico, ma incapace di nascondere l'ansia, Laura domandò: «C'è stato... stupro?» «Non ho trovato alcun segno di violenza carnale.» Svoltato un angolo, si fermarono davanti alla camera 256. La porta era chiusa. «È qui», annunciò il dottor Pantangello, affondando le mani nelle tasche del camice bianco. Laura stava ancora riflettendo inquieta sul modo in cui Pantangello aveva formulato la risposta alla sua domanda. «Non ha trovato segni di violenza carnale, ma questo non vuol dire necessariamente che non sia stata sottoposta a molestie sessuali.» «Nessuna traccia di sperma nel tratto vaginale», precisò Pantangello.
«Nessuna lacerazione o emorragia delle labbra o delle pareti vaginali.» «E in una bambina di quell'età ci sarebbero stati», aggiunse Haldane. «Sì. E l'imene è intatto», riprese Pantangello. «Allora», concluse Haldane, «non è stata violentata.» Laura si sentì invadere da un senso di sconforto davanti allo sguardo di commiserazione del dottore, che con una voce mesta e sommessa proseguì: «Non è stata sottoposta a un rapporto ordinario, no. Questo possiamo escluderlo. Ma, be', non posso esserne certo...» Si schiarì la voce. Laura capiva che questa conversazione era per il medico un tormento quasi quanto lo era per lei, e avrebbe voluto dirgli di smetterla, ma doveva sentire tutto, doveva sapere, e toccava a lui dirglielo. Pantangello finì di schiarirsi la gola e riprese da dove si era interrotto: «Non posso affermare con sicurezza che non ci sia stato un rapporto orale». Un suono inarticolato sfuggì dalle labbra di Laura. Haldane la resse per un braccio e lei gli si appoggiò. «Calma. Stia calma adesso. Non sappiamo neppure se è davvero Melanie.» «È lei. Sono sicura che è lei.» Voleva vedere sua figlia, lo desiderava disperatamente. Ma aveva paura di aprire la porta ed entrare nella stanza. Il suo futuro stava al di là di quella soglia, un futuro che poteva essere fatto solo di dolore, di disperazione. Un'infermiera passò senza guardarli, anzi evitando di proposito i loro occhi. «Mi dispiace», mormorò Pantangello. Tolse le mani dalle tasche; sembrava volesse consolarla, ma al tempo stesso sembrava timoroso di toccarla. «Senta, se può esserle di aiuto... bene, a mio parere, non è stata molestata. Non posso dimostrarlo. Lo sento, semplicemente. E poi è molto difficile che un bambino venga molestato senza che rimangano segni visibili di violenza, lividi, ferite, sul suo corpo. Il fatto che non abbia segni tende a indicare che non è stata toccata. Davvero, ci scommetto.» Le sorrise. Almeno, lei lo interpretò come un sorriso; era in realtà una specie di smorfia di dolore. «Ci scommetto un anno della mia vita.» Lottando per trattenere le lacrime, Laura disse: «Ma, se non è stata molestata, perché l'hanno trovata nuda in strada?» La risposta alla sua domanda le venne quando ancora non aveva finito di formularla, e venne anche a Dan Haldane. Fu lui a parlare. «Doveva trovarsi nella camera di privazione sensoriale quando l'assassino, o gli assassini, sono entrati in casa. In quel serbatoio sarebbe stata nuda.»
«Privazione sensoriale?» Pantangello sollevò un sopracciglio. «Forse è per questo», riprese Laura rivolta ad Haldane, «che non è stata uccisa come gli altri. Forse l'assassino non sapeva che era lì.» «Può darsi», convenne Haldane. Laura sentì la speranza crescerle dentro rapidamente. «E deve essere uscita dall'apparecchio dopo che l'assassino è andato via. Se ha visto i cadaveri, tutto il sangue era uno spettacolo traumatico che spiegherebbe il suo stato di choc.» Pantangello rivolse uno sguardo incuriosito ad Haldane. «Deve essere un caso singolare.» «Molto singolare», commentò il detective. D'un tratto, Laura non ebbe più paura della porta chiusa. Fece per aprirla. Il dottor Pantangello la fermò mettendole una mano sulla spalla. «Un momento. Un'ultima cosa.» Laura attese ansiosa mentre il giovane medico cercava le parole meno dolorose per comunicare l'ultima cattiva notizia. Che era cattiva, lei già lo sapeva. Poteva leggerlo sul viso del dottore, troppo poco esperto per mantenere un'espressione neutra di distacco professionale. «Lo stato in cui si trova...» disse infine, «prima l'ho definito 'trance'. Non è proprio così. È uno stato quasi catatonico. Molto simile a quello che si osserva talvolta nei bambini autistici.» Laura sentì di avere la bocca secca, come se per l'ultima mezz'ora avesse mangiato sabbia. Avvertiva anche un sapore metallico, un sapore che riconobbe subito: la paura. «Lo dica pure, dottor Pantangello. Sono anch'io un medico. E una psicologa infantile. Quello che ha da dirmi, me lo dica pure.» Il medico rispose parlando rapidamente, ora, quasi correndo, come ansioso di dirlo, e farla finita: «Autismo, disordine mentale in generale, non sono il mio campo specifico, sono più il suo campo, per cui probabilmente farei meglio a non parlarne affatto. Ma voglio che lei sia preparata, prima di entrare là dentro, voglio che lei sappia che il suo isolamento, il suo silenzio, il suo distacco... ebbene, non credo che si supereranno facilmente o rapidamente. Ritengo che abbia vissuto un'esperienza traumatica, fortemente traumatica, e che si sia ripiegata su se stessa per allontanarsi da quel ricordo; riportarla indietro richiederà molta pazienza». «E forse non ritornerà mai?» chiese Laura. Pantangello scosse la testa, si accarezzò la barba rossiccia, giocherellò
con lo stetoscopio. «No, no, non ho detto questo.» «Ma è quello che sta pensando», mormorò Laura. Infine aprì la porta ed entrò nella camera seguita dai due uomini. La pioggia picchiava sull'unica finestra. Lontano, nella notte, verso l'oceano invisibile, un lampo schiarì il buio due volte, tre, poi morì nell'oscurità. C'erano due letti. Quello più vicino alla finestra era vuoto, e quella metà della stanza era immersa nel buio. Sopra l'altro letto c'era una luce accesa; sotto le lenzuola giaceva una bambina, vestita della camicia da notte di dotazione dell'ospedale, con la testa appoggiata al cuscino. La parte superiore del letto era sollevata e il viso della bambina era perfettamente visibile nel momento in cui Laura entrò nella stanza. Era Melanie. Laura non ebbe alcun dubbio. Sei anni avevano trasformato completamente la bambina che lei ricordava, ma le somiglianze con i genitori - gli occhi, i capelli, il naso di Laura, la forma del viso di Dylan erano nettissime. Eppure, a confermarle al di là di ogni dubbio l'identità di Melanie, c'era qualcosa di immateriale, un alone familiare forse, un legame emotivo che scattò nell'attimo in cui Laura mise piede nella camera. Sapeva che quella era la sua bambina anche se le sarebbe stato difficile spiegare come facesse a esserne così certa. Melanie sembrava uno di quei bambini nei manifesti di propaganda delle organizzazioni internazionali di soccorso contro la fame, o contro una qualche rara e debilitante malattia infantile. Aveva un colorito giallastro. La pelle era pallida, sgranata, insana. Le labbra, più grigie che rosate, erano screpolate. Attorno agli occhi, infossati, la pelle era scura, come se se li fosse strofinati con le dita sporche d'inchiostro. E gli occhi: gli occhi erano la cosa peggiore. Fissavano il vuoto davanti a sé, sbarrati ma senza muoversi, aperti ma senza vedere nulla, nulla di questo mondo. Sembrava non esserci, in quegli occhi, né paura né dolore. Solo desolazione. «Amore?» provò Laura. La bambina non si mosse. I suoi occhi rimasero fissi. «Melanie?» Nessuna risposta. Esitante, Laura si avvicinò al letto. La bambina non mostrò di accorgersi di lei. Laura abbassò la sponda di sicurezza, si chinò sulla bambina, ripetè il suo nome, ma non ebbe alcuna reazione. Con una mano tremante, toccò il
viso di Melanie, un po' caldo di febbre, e quel contatto fece crollare ogni riserva. Un'ondata di emozioni irruppe dentro di lei; afferrò la bambina, la sollevò dal letto, l'abbracciò, la tenne stretta. «Melanie, bambina mia, Melanie mia, è tutto passato, andrà tutto bene, ora sei al sicuro, al sicuro con me, grazie a Dio, al sicuro, grazie a Dio.» E mentre parlava scoppiò in lacrime e pianse senza ritegno, senza controllo, come non piangeva da quando era anche lei bambina. Se solo avesse pianto anche Melanie. Ma la bambina era al di là delle lacrime. Non ricambiò neppure l'abbraccio di Laura; rimaneva inerte fra le braccia della madre, un corpo inanimato, cedevole, un guscio vuoto, ignara dell'amore che stava ricevendo, incapace di accettare la protezione che le offriva la madre, lontana, isolata nella sua realtà, smarrita. Dieci minuti dopo, nel corridoio, Laura si asciugava gli occhi con un fazzoletto di carta. Dan Haldane passeggiava nervosamente su e giù. Le sue scarpe cigolavano sulle mattonelle lucidissime del pavimento. Cercava di scaricare, parve a Laura, almeno un po' della rabbia che provava per quanto era accaduto a Melanie. Forse c'erano dei poliziotti più umani di quanto lei avesse creduto. Quello, almeno, sembrava esserlo. «Voglio trattenere Melanie qui», comunicò il dottor Pantangello, «almeno fino a domani pomeriggio. In osservazione.» «Certo», annuì Laura. «Quando sarà dimessa avrà bisogno di una terapia psichiatrica.» Laura fece segno di sì con la testa. «Mi domandavo... ecco, non intenderà prenderla in cura lei stessa, vero?» Laura si mise in una tasca del cappotto il fazzoletto bagnato. «Lei pensa che sarebbe meglio un estraneo, un terapeuta non coinvolto, per occuparsi di lei.» «Sì.» «Ecco, dottore, capisco benissimo il suo punto di vista e nella gran parte dei casi sarei d'accordo. Ma in questo caso no.» «Di solito non è bene che un terapeuta si occupi dei propri figli perché, mi scusi ma è proprio così, un genitore nei confronti del figlio è più esigente che verso un paziente comune, oppure perché lui stesso fa parte del problema.» «Sì. Ha ragione. Di solito. Ma questa volta no. Non sono stata io a fare
questo a mia figlia. Per lei sono praticamente un'estranea come qualsiasi altro psicologo, ma io potrò dedicarle più tempo, più cure, più attenzione di chiunque altro. Per me sarà la mia unica paziente. Mi metterò in congedo dal St. Mark's. Per qualche settimana, eventualmente per qualche mese, passerò i miei pazienti privati a colleghi. Non pretenderò in alcun modo progressi rapidi da lei perché avrò tutto il tempo di cui ho bisogno. Melanie riceverà tutto da me, tutto quanto ho da offrirle come medico, come terapeuta, come madre.» Pantangello parve sul punto di insistere, ma si trattenne. «Allora... le faccio i miei auguri.» «Grazie.» Quando il medico se ne fu andato, lasciando lei e Haldane soli nel corridoio silenzioso, il tenente disse: «È un impegno gravoso». «Sarò in grado di affrontarlo», rispose lei. «Ne sono certo.» «Tornerà a star bene.» «Lo spero.» Dalla stanza delle infermiere, in fondo al corridoio, giunse attutito lo squillo di un telefono. «Ho mandato a chiamare un agente in divisa», riprese Haldane. «Ho pensato che era meglio mettere qualcuno di guardia, nell'eventualità che Melanie abbia assistito agli omicidi. Comunque, fino a domani pomeriggio.» «Grazie.» «Lei non rimarrà qui, no?» «Sì.» «Non troppo a lungo, spero.» «Qualche ora.» «Ha bisogno di riposare, dottoressa McCaffrey.» «Melanie ha bisogno di me. Comunque non riuscirei a dormire.» «Ma, se domani viene a casa, non dovrà prepararle qualcosa?» Laura sbattè gli occhi. «Già. Non ci avevo pensato. Dovrò prepararle una camera. Non può più dormire nella culla, questo è certo.» «Sarà meglio andare a casa», insistè lui dolcemente. «Tra un po'», annuì lei. «Ma non a dormire - non ci riuscirei - solo a preparare la casa per Melanie.» «Vorrei non doverglielo chiedere, ma dovrò farle prelevare un campione di sangue.»
La richiesta la lasciò perplessa. «Perché?» Haldane esitò. Poi: «Vede, con un prelievo del suo sangue, di quello di suo marito e della bambina, possiamo stabilire con un certo margine di sicurezza se lei è veramente sua figlia». «Non ce n'è bisogno.» «È il modo più semplice...» «Ho detto che non ce n'è bisogno», ripetè lei irritata. «È Melanie. È la mia bambina. Lo so.» «Certo», annuì lui comprensivo. «Lo capisco, sono sicuro che è sua figlia. Ma, considerato che non la vede da sei anni, sei anni in cui è cambiata tanto, e visto che la piccola non è in grado di parlare, avremo bisogno di una qualche prova, qualcosa di più del suo istinto, altrimenti il tribunale dei minori potrebbe affidarla a un istituto. Lei questo non lo vorrebbe, vero?» «Dio mio, no.» «Il dottor Pantangello mi dice che hanno già un campione di sangue della bambina. Non ci vorrà più di un minuto per prendere un prelievo del suo.» «D'accordo. Ma dove?» «C'è una sala prelievi accanto alla stanza delle infermiere.» Laura guardò ansiosa la porta chiusa della camera di Melanie. «Possiamo aspettare che arrivi la guardia?» «Certo.» Si appoggiò alla parete. Laura rimase immobile, a fissare la porta. Per spezzare il silenzio, resosi insopportabile, lei riprese: «Avevo ragione, vero?» «Su che cosa?» «Quando ho detto che probabilmente l'incubo non sarebbe finito quando avessimo trovato Melanie, che forse sarebbe appena cominciato.» «Già», commentò lui. «Aveva ragione. Ma se non altro è un inizio.» Laura capì che cosa intendeva dire: avrebbero potuto trovare il corpo di Melanie con gli altri tre, bastonato a morte. Così era meglio. Pauroso, oscuro, opprimente, ma infinitamente meglio. 7 Dan Haldane sedeva alla scrivania che gli avevano assegnato nel suo incarico temporaneo alla East Valley Division. La vecchia superficie di le-
gno era segnata da innumerevoli bruciature di sigarette lungo i bordi, piena di graffi, di incisioni e di decine di anelli scuri sovrapposti lasciati dalle tazze di caffè. Dan non faceva caso all'ambiente. Gli piaceva il suo lavoro e, se necessario, lo avrebbe svolto anche in una tenda. In quell'ora prima dell'alba la East Valley Division era immersa nel silenzio. Gran parte delle vittime potenziali non si era ancora svegliata e anche ai criminali capita di dormire un po'. Gli unici rumori, nella stazione di polizia che funzionava a ranghi ridotti in attesa del primo turno, erano il ticchettio di una macchina per scrivere in una stanza in fondo al corridoio e il fruscio della scopa dell'addetto alle pulizie. Da qualche parte squillava un telefono; anche a quell'ora qualcuno era nei pasticci. Dan aprì la sua vecchia valigetta e ne sparse il contenuto sulla scrivania. C'erano Polaroid dei tre cadaveri rinvenuti nella casa di Studio City, un campione casuale delle carte trovate sul pavimento dell'ufficio di Dylan McCaffrey, dichiarazioni dei vicini, rapporti manoscritti preliminari degli uomini del coroner ed elenchi. Dan era un convinto assertore degli elenchi. Aveva elenchi del contenuto dei cassetti, degli scaffali e degli armadi della casa del delitto, un elenco dei titoli dei libri nel soggiorno, un elenco di numeri telefonici presi da un blocchetto accanto al telefono nell'ufficio di McCaffrey. Aveva anche dei nomi: ogni nome annotato su qualsiasi pezzetto di carta in quella abitazione di Studio City. Finché il caso non fosse stato chiuso li avrebbe portati sempre con sé, tirandoli fuori e rileggendoli ogni volta che aveva un momento libero - a pranzo, in bagno, a letto prima di spegnere la luce - allo scopo di stimolare il subcosciente, con la speranza di raggiungere un'intuizione importante, di imbroccare un collegamento vitale. Stanley Holbein, vecchio amico ed ex partner della sezione RapineOmicidi, una volta, a una festa di Natale della sezione, aveva messo Dan in imbarazzo raccontando una lunga storia molto divertente (e completamente inventata) sul fatto che avrebbe visto alcune delle sue liste più private, tra cui quelle su cui registrava ogni pasto consumato e ogni movimento di viscere dall'età di nove anni. Dan, che era stato lì ad ascoltare, divertito ma rosso in faccia, con le mani nelle tasche del giubbotto, alla fine aveva finto di voler strangolare Stanley ma, togliendo le mani dalle tasche per slanciarsi contro il suo amico, ne aveva accidentalmente fatto uscire una mezza dozzina di liste che si erano sparse sul pavimento provocando l'ilarità generale e costringendolo a una precipitosa ritirata in un'altra stanza. Ora diede una rapida scorsa ai suoi ultimi elenchi, nella vaga speranza
che gli balzasse agli occhi qualcosa, come una figura mobile in un libro tridimensionale per bambini. Niente. Ricominciò da capo ripercorrendo le liste più lentamente. Fra i titoli dei libri non ce n'era nessuno che gli fosse familiare. La biblioteca conteneva un singolare miscuglio di psicologia, medicina, scienze e occultismo. Perché un medico, un uomo di scienze, doveva interessarsi alla chiaroveggenza, ai poteri psichici e ad altri fenomeni paranormali? Lesse da cima a fondo la lista dei nomi. Non ne riconobbe nessuno. Con lo stomaco che gli si rivoltava sempre di più, continuò a esaminare le foto dei cadaveri. In quattordici anni passati nel dipartimento di polizia di Los Angeles e, prima, nei tre anni in Vietnam, di morti ne aveva visti non pochi. Ma questi superavano ogni sua esperienza. Aveva visto uomini dilaniati da una mina in condizioni migliori di quelle. Gli assassini sicuramente dovevano essere più di uno, avevano avuto una forza incredibile o una furia disumana, o entrambe le cose. Le vittime erano state colpite ripetutamente quando già erano morte, ridotte in poltiglia. Che razza di uomini potevano essere quelli che uccidevano in quel modo? Quale folle odio poteva averli spinti a tanto? Prima che potesse concentrarsi su queste domande, fu interrotto da un rumore di passi che si avvicinavano. Ross Mondale si fermò davanti alla scrivania di Dan. Il capitano della divisione era un uomo massiccio, poco più di un metro e settanta, con un paio di spalle potenti. Come sempre, il colore predominante in lui era il marrone: capelli castani; folte sopracciglia castane; occhi nocciola, sottili e attenti; un abito color cioccolato, camicia beige, cravatta marrone scuro, scarpe marroni. L'unico tocco di colore era il rubino scintillante del suo massiccio anello. L'uomo delle pulizie era andato via. C'erano solo loro due nella grande sala. «Sei ancora qui?» chiese Mondale. «No. Sono soltanto un fantoccio di cartapesta. Il mio vero io è al cesso a farsi una pera.» Mondale non sorrise. «Pensavo che ormai te ne fossi tornato alla Centrale.» «Mi sono affezionato a East Valley. Qui la nebbia ha un profumo particolare.» Mondale si accigliò. «Questa riduzione di fondi è una rottura di coglioni. Un tempo, se avevo uno in malattia o in ferie, ce n'erano un mucchio a so-
stituirlo. Ora ci tocca prendere in prestito gli uomini da altre divisioni. È uno schifo.» Dan sapeva che Mondale non sarebbe stato altrettanto seccato per dover prendere personale in prestito, se quel prestito fosse stato chiunque altro. Dan non gli piaceva. E l'antipatia era reciproca. Avevano fatto l'accademia insieme, e in seguito erano stati assegnati alla stessa autopattuglia. Dan aveva chiesto, inutilmente, un altro partner. Alla fine, un incontro con uno squilibrato, un proiettile nel petto e una permanenza all'ospedale procurarono a Dan quello che non era riuscito ad avere con le richieste ufficiali: quando era tornato al lavoro aveva un nuovo partner. Dan era per natura un poliziotto d'azione: gli piaceva stare per strada, dove c'era da agire. Mondale, invece, preferiva l'ufficio. Era un PR nato quanto Itzhak Perlman era nato per suonare il violino. Maestro in sotterfugi, lecchinaggio e adulazione, aveva una capacità fuori del comune nel percepire i mutamenti nelle correnti di potere all'interno della gerarchia del dipartimento, nello schierarsi con i superiori che più potevano essergli utili, nell'abbandonare ex alleati ormai perdenti. Sapeva parlare a politici e giornalisti. Talenti che gli avevano procurato più promozioni di quante ne avesse avute Dan. Si diceva che il nome di Mondale fosse tra le prime posizioni sulla lista dei candidati a capo della polizia. Solo con Dan non riusciva mai a trovare una parola gentile. «Ti sei sbrodolato la camicia, Haldane.» Dan abbassò lo sguardo e vide una macchia color ruggine grossa come una moneta. «Chili», spiegò. «Dovresti saperlo, Haldane, ognuno di noi rappresenta l'intero dipartimento e ha l'obbligo, il dovere di offrire al pubblico una buona immagine.» «Giusto. Non mangerò mai più chili. Solo croissant e caviale, d'ora in poi.» «Hai l'abitudine di sparare spiritosaggini con tutti i superiori?» «No. Solo con te.» «Non ci tengo.» «Non pensavo che ci tenessi.» «Guarda che non ho intenzione di sopportare per sempre le tue stronzate, solo perché eravamo insieme all'accademia.» Non era la nostalgia il motivo per cui Mondale tollerava le battute di Dan, e lo sapevano entrambi. La verità era che Dan era al corrente di qualcosa su Mondale che, se rivelato, avrebbe distrutto la carriera del capitano, qualcosa che era avvenuta quando erano al secondo anno di pattuglia, u-
n'informazione vitale che avrebbe mandato in estasi un ricattatore. Lui, naturalmente, non l'avrebbe mai usata contro Mondale; per quanto lo disprezzasse, non si sarebbe mai abbassato al ricatto. Se i ruoli fossero stati rovesciati, però, Mondale non avrebbe avuto alcuno scrupolo a ricorrere al ricatto o alle rivelazioni per vendetta. Il fatto che Dan continuasse a tacere lasciava perplesso il capitano, lo metteva a disagio, e lo costringeva a muoversi con circospezione ogni volta che si incontravano. «Precisiamo», disse Dan. «Per quanto tempo ancora, esattamente, sopporterai le mie stronzate?» «Non per molto, grazie a Dio. Finito questo turno te ne tornerai alla Centrale», rispose Mondale con un sorriso. Dan si appoggiò allo schienale della poltroncina, facendolo cigolare, e mise le mani dietro la testa. «Mi dispiace di deluderti. Mi avrai fra i piedi per un po'. Mi è toccato un omicidio questa notte. Ora il caso è mio. Immagino che rimarrò qui per tutto il tempo.» Il sorriso del capitano si fuse come un gelato su un piatto caldo. «Intendi dire il triplo uno-otto-sette di Studio City?» «Ah, ecco perché sei arrivato così presto in ufficio. Sei già al corrente. Due psicologi abbastanza noti sono stati liquidati in circostanze misteriose, per cui sai già che la stampa ci si butterà a pesce. Ma tu come hai fatto a saperlo così presto, Ross? Dormi con la radio della polizia accanto al letto?» Ignorando la domanda, Mondale si sedette sull'orlo della scrivania. «Qualche indizio?» «Niente, ma ho le foto delle vittime.» Notò, con soddisfazione, il pallore che si dipinse sul viso di Mondale quando vide le immagini dei corpi massacrati. Il capitano non finì neppure di sfogliare tutta la serie. «Sembrerebbe un furto finito male», azzardò Mondale. «No, no, no! Tutt'e tre le vittime avevano denaro addosso, e ce n'era dell'altro in giro per la casa. Non è stato rubato niente.» «Va bene», replicò Mondale in tono di difesa. «Non lo sapevo.» «Ma dovresti sapere che i ladri uccidono solo se si trovano con le spalle al muro, e fanno una cosa rapida e pulita. Mai una cosa del genere.» «Ci sono sempre delle eccezioni», dichiarò Mondale con aria pomposa. «Perfino le nonne, ogni tanto, rapinano le banche.» Dan scoppiò a ridere.
«Guarda che è vero», insistè Mondale. «Questa è magnifica, Ross.» «Guarda che è vero.» «Mia nonna, no.» «Non ho detto tua nonna.» «Mi vuoi dire che tua nonna rapina le banche, Ross?» «Qualche dannata nonna lo fa, ci puoi scommettere.» «Conosci un allibratore che prende scommesse sulle rapine in banca delle nonne? Se la dà bene potrei metterci cento carte.» Mondale si alzò, si raddrizzò il nodo della cravatta. «Non ti voglio più a lavorare qui, figlio di puttana.» «Be', ti ricordi quella vecchia canzone dei Rolling Stones, Ross? Quella che dice che non sempre si può avere quello che si vuole?» «Posso far arrivare a calci il tuo culo alla Centrale.» «Dovrai farci arrivare anche il resto di me, e il resto di me ha tutte le intenzioni di rimanere qui per un po'.» La faccia di Mondale si fece paonazza, gli occhi gli si gonfiarono, le labbra diventarono bianchissime. Sembrava stesse per scoppiare. Prima che potesse fare qualcosa di brutto, Dan lo anticipò. «Senti, non puoi togliermi questo caso, che è mio fin dall'inizio, senza che io pianti una grana. Conosci le regole. Ma non ho intenzione di litigare con te, mi distrarrebbe solo dal caso. Allora, facciamo una tregua, ti va? Tu stai alla larga da me e io da te.» Mondale non rispose. Respirava affannosamente, pareva non fidarsi di quello che poteva dire. «Noi due non ci siamo troppo simpatici, ma possiamo ugualmente lavorare insieme», riprese Dan, cercando di mostrarsi il più conciliante possibile. «Perché ci tieni tanto a questo caso?» «Mi sembra interessante, ecco perché. La maggior parte degli omicidi sono una noia: un marito uccide l'amichetto della moglie; un matto fa fuori un mucchio di donne perché gli ricordano sua madre; uno spacciatore liquida un altro spacciatore. Tutto questo l'ho visto centinaia di volte. Questo, secondo me, è diverso. Per questo ci tengo. Tutti abbiamo bisogno di variare nella vita, Ross. Ed è per questo che sbagli a vestire sempre di marrone.» Mondale ignorò la frecciata. «Credi che questa volta abbiamo per le mani un caso importante?»
«Tre omicidi: non ti sembra abbastanza importante?» «Dico qualcosa di veramente grosso. Come la famiglia Manson o lo Strangolatore di Hillside o qualcosa del genere?» «Potrebbe darsi. Dipende dagli sviluppi. Ma, sì, ho idea che sarà il tipo di storia che piace ai giornali.» Mondale riflette sulla risposta, con gli occhi persi nel vuoto. «Su una cosa devo insistere», riprese Dan, spingendosi in avanti con la sedia, unendo le mani sul piano della scrivania e assumendo un'espressione decisa. «Se devo essere responsabile di questo caso, non voglio perdere tempo a parlare con i giornalisti, a concedere interviste. Devi assolutamente tenermeli alla larga. E poi in queste cose non ci so fare.» Gli occhi di Mondale ripresero espressione. «Be', certamente. La stampa può essere una rottura. Lasciali a me.» «Benissimo.» «E riferisci a me, esclusivamente a me.» «Certamente.» «Rapporti quotidiani, aggiornati al minuto.» «Come vuoi.» Mondale lo fissò per un attimo, incredulo davanti a tanta cedevolezza, ma non disposto a metterla alla prova. Chiunque ama sognare. Persino uno come Ross Mondale. «Con tanta carenza di personale», disse Dan, «non hai molto da fare?» Il capitano si girò, si avvicinò verso il suo ufficio, ma dopo qualche passo si fermò. «Dan, finora abbiamo due psicologi di una certa importanza morti, e la gente importante tende a conoscere altra gente importante, per cui ti capiterà di frequentare un ambiente diverso da quello a cui sei abituato quando ti capita uno spacciatore liquidato. A parte questo, se effettivamente il caso si rivela scottante e richiama l'attenzione della stampa, tu e io avremo probabilmente colloqui con il capo, con membri della commissione, forse persino con il sindaco.» «E allora?» «E allora non pestare i piedi a nessuno.» «Non preoccuparti, Ross, non ho intenzione di ballare con nessuno di loro.» Mondale scosse la testa. «Cristo.» Dan guardò il capitano allontanarsi. Quando fu di nuovo solo, ritornò ai suoi elenchi.
8 Il cielo si stava schiarendo, dal nero al grigio scuro. L'alba non era ancora spuntata dalla sua tana, ma si avvicinava, e sarebbe emersa dall'orizzonte montagnoso entro dieci o quindici minuti. Il parcheggio del Valley Medical era quasi deserto, una scacchiera di ombre e luci a distanza regolare. Seduto al volante della sua Volvo, Ned Rink assisteva con dispiacere al finire della notte. Era una persona notturna, lui, un gufo più che un'allodola. Non gli riusciva di funzionare bene, di pensare con chiarezza, prima del pomeriggio, e raggiungeva la piena forma solo dopo la mezzanotte; era un fatto genetico, ereditario: anche per sua madre era stato così. Ma vivere di notte era anche una questione di scelta: nelle tenebre si sentiva più a suo agio. Era un uomo brutto, e lo sapeva. Alla luce del giorno era troppo esposto, mentre la notte, ne era convinto, ammorbidiva un po' la sua bruttezza e la rendeva meno appariscente. La sua fronte, bassa e spiovente, suggeriva un'intelligenza limitata, ma in realtà era tutt'altro che stupido. Gli occhi, piccoli, erano troppo vicini, il naso troppo grosso, e tutti gli altri tratti sembravano disegnati in maniera approssimativa. Non era alto, sì e no un metro e settanta; le spalle larghe e le lunghe braccia e il torace a barilotto mal si adattavano alla sua struttura. Per questo, da bambino, aveva dovuto sopportare le crudeli prese in giro dei suoi compagni che lo chiamavano «scimmia». Il risultato era stato un'ulcera già a tredici anni. Ma oggi Ned Rink non le accettava più da nessuno, quelle cose; oggi, se qualcuno si permetteva di sfotterlo, lo ammazzava. Era un sistema fantastico per combattere lo stress. Prese la ventiquattrore nera dal sedile accanto al suo. Conteneva un camice bianco, un asciugamano da ospedale bianco, uno stetoscopio e una Walter .45 semiautomatica dotata di silenziatore e caricata con proiettili a punta cava rivestiti di teflon per assicurare la penetrazione anche in un giubbotto antiproiettile. Non gli fu necessario aprire la valigetta per essere sicuro che ci fosse tutto: l'aveva preparata lui stesso meno di un'ora prima. Il suo programma era entrare nell'ospedale, dirigersi alle toilette del pubblico sull'atrio, togliersi l'impermeabile, indossare il camice, avvolgere la pistola nell'asciugamano e puntare direttamente verso la camera 256, dove avevano portato la bambina. Gli avevano detto di aspettarsi un poliziotto di guardia alla porta. Bene. Sapeva come fare. Avrebbe finto di essere un medico, trovato una scusa per portare il poliziotto nella camera della
bambina, dove le infermiere non potevano vedere; quindi avrebbe sparato a lui e alla bambina. Poi il colpo di grazia: un proiettile per ciascuno nell'orecchio, giusto per assicurarsi che fossero morti. Compiuto il lavoro, Rink sarebbe ritornato immediatamente alla toilette, avrebbe ripreso l'impermeabile e la ventiquattrore e sarebbe uscito. Era un piano semplice, pulito: non c'era praticamente nulla che potesse andare storto. Prima di aprire lo sportello della Volvo, guardò attentamente in giro per il parcheggio, per accertarsi di non essere osservato. Il temporale era cessato già da mezz'ora, ma una nebbia sottile indicava ancora la direzione della brezza leggera, avvolgendosi in lente volute, rivestendo alcuni oggetti, distorcendone l'aspetto. L'asfalto del parcheggio era punteggiato di pozzanghere di pioggia che rimandavano il riflesso giallastro della luce dei lampioni. A parte il fluttuare della nebbia, la notte era assolutamente immobile. Rink concluse che era solo, che nessuno lo vedeva. Verso oriente, il cielo grigiastro stava assumendo una vaga sfumatura opalescente, di un azzurro rosato. Il primo barlume del viso raggiante dell'alba. Ancora un'ora e la tranquilla routine notturna dell'ospedale avrebbe lasciato il posto all'affaccendarsi del giorno. Era tempo di muoversi. Non vedeva l'ora di dedicarsi al lavoro che lo aspettava. Non aveva mai ucciso un bambino. Doveva essere interessante. 9 Sola nella stanza, la bambina si svegliò, si drizzò a sedere nel letto, cercando di urlare. La sua bocca era spalancata, i muscoli del collo tesi, i vasi sanguigni nella gola e alle tempie gonfi e pulsanti per lo sforzo, ma non produceva alcun suono. Rimase seduta così per mezzo minuto, con le manine strette al lenzuolo inzuppato di sudore, gli occhi sbarrati. Non vedeva qualcosa che era lì presente, non reagiva a qualcosa che era nella stanza. Il terrore era al di là di quelle mura. Poi, per un momento, lo sguardo le si schiarì, prese coscienza della camera dell'ospedale. Parve accorgersi per la prima volta di essere sola. Il suo sguardo atterrito mostrava il suo disperato bisogno di qualcuno, di qualcuno a cui aggrapparsi, di un contatto umano, di calore umano. «Ehi», bisbigliò. «C-c-c'è qualcuno? Qualcuno? Qualcuno? Mamma?» Se ci fosse stato qualcuno, forse la sua attenzione sarebbe stata totalmen-
te catturata da questi e distolta definitivamente da quell'orrore. Da sola, però, non poteva strapparsi alla visione da incubo che la attanagliava e, dopo quel brevissimo momento di lucidità, i suoi occhi tornarono, vitrei e il suo sguardo tornò a fissarsi su una scena di un altro luogo, di un'altra dimensione. Infine, con un guaito disperato, scese dal letto. Fece barcollando un paio di passi, poi cadde in ginocchio. Ansimando, con il respiro sibilante del panico, strisciò verso la metà buia della stanza, oltre il letto non occupato, nell'angolo dove le ombre tenevano silenzioso raduno. Si sedette con le spalle al muro, le ginocchia tirate su, le braccia avvolte alle gambe sottili, stringendosi in un nodo impenetrabile. Dopo solo un minuto cominciò a piagnucolare e a miagolare come una bestiola spaventata. Si coprì la faccia con le mani, come per difendersi da una visione insopportabile. Poi, con un respiro corto e rapido, con il panico che cresceva, abbassò le mani, a pugno, e si colpì il petto, forte, più forte, molto più forte di quanto sarebbe bastato a farle sentire male, se fosse stata in grado di sentire qualcosa. «La porta», disse piano, con un tono di voce che era l'immagine stessa della paura e dell'orrore. «La porta... la porta...» Non era la porta della stanza a spaventarla, né quella del bagno adiacente. Non guardava nessuna delle due. Sembrava di nuovo inconsapevole del mondo che la circondava, ma concentrata su qualche ricordo da incubo, su qualche regno immaginario, vedendo cose che nessun altro poteva vedere. Sollevò le mani, le tenne davanti a sé, come spingendo una porta invisibile, nel tentativo frenetico di tenerla chiusa. I muscoli magri delle sue braccine sottili si gonfiarono, e poi i gomiti le si piegarono, come se quella porta invisibile avesse davvero un peso, come se si stesse davvero aprendo contro i suoi sforzi, come se qualcosa, dall'altra parte, la spingesse. Qualcosa di grande, di incredibilmente forte. D'un tratto, con un sussulto, balzò via dall'angolo in ombra e si infilò sotto il letto vuoto strisciando fino al muro. Qui si fermò e si raggomitolò in posizione fetale, mormorando qualcosa, tentando disperatamente di nascondersi dall'immagine - ricordo o incubo - che l'aveva catapultata fuori dal sonno. «La porta», ripetè. «La porta... la porta di dicembre...» Con le braccia incrociate sul petto, le dita serrate attorno alle spalle ossute, cominciò a piangere sommessamente. «Aiuto, aiutatemi.» Ma il mormorio di invocazione era così flebile che
non poteva arrivare fino al corridoio, dove le infermiere avrebbero potuto udirlo. Se qualcuno avesse risposto al suo grido, Melanie molto probabilmente si sarebbe abbarbicata a quella persona in preda a un muto terrore, senza riuscire a liberarsi dalla cappa di autismo che la proteggeva da un mondo per lei intollerabilmente crudele. Eppure, anche quel minimo contatto con un altro essere umano, nel momento in cui lei lo avesse voluto, sarebbe stato un piccolo primo passo verso la ripresa in un momento cruciale, quella prima notte libera dal controllo di suo padre. Ma nessuno aveva previsto che potesse parlare così presto, che potesse così presto cercare un contatto. Per una bambina in uno stato catatonico profondo come il suo cercare conforto in modo così improvviso e disperato era una cosa assolutamente insolita. Così, con le migliori intenzioni, l'avevano lasciata sola, perché riposasse, e la sua accorata preghiera - due braccia che la confortassero, una voce rassicurante - cadde nel vuoto. Rabbrividì. «Aiuto.» Il richiamo si sciolse in un verso sommesso di pura, nera disperazione. Un'angoscia terribile, totale, un'angoscia intollerabile. Ma, dopo un momento, il suo respiro si fece meno agitato, meno spezzato, tornò regolare. Il pianto si calmò. Rimase sdraiata in silenzio, assolutamente immobile, come profondamente addormentata. Ma nel buio, sotto il letto, i suoi occhi erano ancora spalancati, fissi, pieni di angoscia e di terrore. 10 Quando rientrò a casa, prima dell'alba, Laura preparò il caffè e se ne portò una tazza nella camera degli ospiti dove l'avrebbe sorseggiato mentre spolverava i mobili, preparava il letto e organizzava il posto per Melanie. Pepper, la sua gatta color ruggine di quattro anni, continuava a starle fra i piedi, strofinandosi alle sue gambe e chiedendo con insistenza, a suo modo, di essere accarezzata, coccolata. Pareva intuisse che stava per essere soppiantata nella sua posizione privilegiata in casa. Per quattro anni, Pepper era stata una sorta di sostituta della figlia, una valvola di sfogo per le energie materne che Laura non aveva potuto riversare sulla bambina. Sei anni prima, quando Dylan era sparito, ripulendo i conti in banca e lasciandola senza liquidi a disposizione, Laura era stata costretta a farsi in quattro per mantenere la casa. Non era una reggia, ma un'abitazione piutto-
sto spaziosa, in stile spagnolo, a Sherman Oaks dal «lato giusto» di Ventura Boulevard, su una strada dove molte case erano fornite di piscina, dove quasi tutti i bambini frequentavano scuole private, e dove i cani di famiglia non erano bastardini ma pastori tedeschi, spaniel, golden retriever, aire dale, dalmata, tutti con pedegree e registrati presso l'American Kennel Club. La casa era seminascosta dagli alberi del corallo, i ficus benjamina, i cespugli di ibisco rossi e viola, le azalee, e da una siepe di buganvillea con una fitta bordura variopinta di balsamina lungo il vialetto di mattoni che portava all'ingresso. Laura era orgogliosa della sua casa. Tre anni prima, quando aveva deciso di smettere di pagare investigatori privati perché cercassero Dylan e Melanie, aveva cominciato a investire i suoi risparmi in piccoli progetti di ristrutturazione della casa: zoccolature e stipiti delle porte in quercia scura; una nuova piastrellatura blu nella stanza da bagno principale, con apparecchi di ceramica bianca e rubinetteria dorata. Aveva eliminato il giardino orientale di Dylan dal prato posteriore perché le ricordava troppo il marito, e lo aveva sostituito con venti specie differenti di rose. In un certo senso, la casa aveva preso il posto della figlia che le era stata portata via: la curava, l'accudiva, l'abbelliva, la guidava verso la maturità. Il suo impegno a tenere la casa in buone condizioni non era dissimile dalle premure di una madre verso la salute di un figlio. Ormai poteva smettere di sublimare quegli istinti. La sua Melanie finalmente tornava a casa. Pepper miagolò. Laura la sollevò da terra, portandola all'altezza degli occhi, con le zampe ciondolanti. «Non temere, terrore dei topi, ci sarà ancora affetto a sufficienza per una vecchia, misera gatta.» Squillò il telefono. Lei rimise giù la gatta, attraversò il corridoio fino alla camera da letto principale, sollevò il ricevitore. «Pronto?» Nessuna risposta. Dall'altra parte del filo ci fu un momento di esitazione, poi riattaccarono. Laura rimase a fissare il telefono, a disagio. Forse qualcuno aveva sbagliato numero. Ma in quella notte fuori del comune, poco prima dell'alba, una telefonata seguita dal silenzio all'apparecchio richiamava sinistri presentimenti. Controllò di aver chiuso le porte. Sentiva che era una reazione inadeguata, ma non le venne in mente altro. Cercò, sempre a disagio, di scrollarsi di
dosso la tensione, e infine tornò nella stanza vuota che un tempo era stata la camera della bambina. Due anni prima aveva eliminato il mobilio infantile di Melanie, quando era arrivata ad accettare l'idea che la figlia scomparsa era ormai diventata troppo grande. Non aveva riarredato la stanza dicendosi che quando Melanie fosse ritornata sarebbe stata abbastanza grande da esprimere una sua preferenza sui mobili; ma, in realtà, l'aveva lasciata vuota perché, nel profondo del cuore, senza poterlo ammettere apertamente, sentiva che Melanie non sarebbe mai più tornata, che la bambina era scomparsa per sempre. Qualche giocattolo della figlia, però, l'aveva conservato. Prese lo scatolone dei vecchi giochi dal guardaroba e vi frugò dentro. Una bambina di nove anni non ha molto in comune con una di tre, ma Laura trovò due giocattoli che potevano ancora piacere a Melanie: Ann, una grande bambola di pezza un po' macchiata, e un orsacchiotto più piccolo, con le orecchie flosce. Li portò nella camera degli ospiti e li sistemò sui cuscini, appoggiati alla testata del letto, così che Melanie li vedesse appena entrata nella stanza. Pepper saltò sul letto, si avvicinò alla bambola e all'orsacchiotto con curiosità e trepidazione. Li annusò, poi si acciambellò accanto a loro: aveva deciso che potevano essere amici. I primi raggi di sole entravano dalle finestre. Il colore della luce del mattino, che passava dal grigio al dorato e ancora al grigio, fece capire a Laura, anche senza guardare il cielo, che la pioggia era cessata e che le nuvole si stavano un po' diradando. Pur avendo dormito solo tre ore, quella notte, e benché la figlia non avrebbe lasciato l'ospedale prima di sei o otto ore, Laura non aveva voglia di tornare a letto. Si sentiva sveglissima, piena di energia. In cucina, si preparò una spremuta di due arance, di quelle grandi, mise un pentolino d'acqua sul fornello, prese una scatola di farina d'avena e un pacchetto di uva passa da un pensile, e infilò due fette di pane nel tostapane. Uscì dalla porta anteriore a prendere il giornale del mattino avvolto nella plastica. Cominciava ad albeggiare e aveva smesso di piovere; le nuvole si stavano anche un po' diradando. Ritornò in cucina, finì di preparare la colazione, e quando si sedette a tavola si accorse che stava canticchiando. Sua figlia tornava a casa. La prima pagina del giornale - le agitazioni in Medio Oriente, gli scontri in America centrale, le macchinazioni dei politici, le aggressioni, le rapine, gli omicidi - non l'avrebbe avvilita o preoccupata, proprio quella mattina.
Degli omicidi di Dylan, Hoffritz e dello sconosciuto non c'era traccia: evidentemente erano stati scoperti troppo tardi per essere nella prima edizione. Se quegli omicidi fossero stati riportati dal Los Angeles Times, forse non si sarebbe sentita così su di giri. Ma non se ne faceva parola e Melanie sarebbe stata dimessa dall'ospedale quel pomeriggio e tutto considerato aveva vissuto mattine peggiori di quella. Sua figlia tornava a casa. Quando ebbe finito la colazione, spinse via il giornale e rimase seduta a guardare dalla finestra il roseto umido, dove i fiori bagnati dalla pioggia spiccavano vividissimi sotto i raggi del sole, di un colore innaturale come fiori in un sogno. Perse la cognizione del tempo: poteva essere seduta lì da due minuti come da dieci quando un tonfo e uno scalpiccio in un'altra parte della casa la distolsero improvvisamente dalle sue fantasticherie. Per un momento si drizzò a sedere, rigida, tesa, impaurita, con la mente affollata dalle immagini di pareti macchiate di sangue, di forme morte e fredde in opachi sacchi di plastica. Ma Pepper spezzò quel momento di angoscia piombando in cucina dalla sala da pranzo. Si rifugiò in un angolo, vi si fermò sulle quattro zampe, con i peli ritti lungo il dorso, le orecchie appiattite, fissando la porta da cui era arrivata. Dopo un momento lanciò un'occhiata a Laura e con una comica espressione di imbarazzo finse la massima disinvoltura, si accoccolò sul pavimento, sbadigliò e rivolse gli occhi assonnati a Laura, come per dire: «Io? Io perdere la mia dignità felina? Mai!? Nemmeno per un momento! Io spaventata? Ridicolo!» «Che cosa fai, micia? Hai rovesciato qualcosa? Hai avuto paura?» La gatta sbadigliò di nuovo. «Sarà meglio per te se non era niente di fragile», la minacciò Laura, «altrimenti ti trasformo in quei paraorecchie di pelo che desidero da tanto tempo.» Andò in giro per la casa alla ricerca del danno fatto da Pepper e lo trovò nella camera degli ospiti. L'orsacchiotto e la bambola erano a terra. Per fortuna la gatta non li aveva svuotati dell'imbottitura. La sveglia era caduta dal comodino. Laura la raccolse e vide che funzionava ancora; neppure il vetro si era rotto. La rimise al suo posto e sistemò di nuovo i giocattoli sul letto. Strano. Erano anni che Pepper aveva superato la fase dei disastri. Ormai era una gatta tranquilla, grassoccia, soddisfatta. Quel comportamento non
era nel suo carattere, un'altra indicazione del fatto che sentiva che ormai non era più la seconda, dopo Laura, in ordine di importanza in casa McCaffrey. Nella cucina, la gatta era ancora nell'angolo. Laura versò del cibo nella scodella di Pepper. «Ti è andata bene che non si è rotto niente. Non ti avrebbe fatto piacere fare da paraorecchie.» Pepper si mise a sedere, con le orecchie ritte. Laura battè la ciotola con la scatoletta vuota di Nine Lives. «Si mangia, feroce ammazzatopi.» Pepper non si mosse. «Lo mangerai quando ne avrai voglia», concluse Laura, portando il barattolo vuoto al lavandino per sciacquarlo prima di gettarlo nell'immondizia. Di scatto, Pepper schizzò via dall'angolo, attraversò come un fulmine la cucina, imboccò la porta della sala da pranzo, scomparve. «Matta di una gatta», mormorò Laura, guardando perplessa la ciotola gialla intatta di Nine Lives. Di solito Pepper ci si buttava sopra prima ancora che lei avesse finito di vuotare il barattolo. Strano. PARTE SECONDA Nemici senza volto Mercoledì ore 13.00 — 19.45 11 All'una del pomeriggio, quando Laura giunse con la sua Camaro azzurra al Valley Medical, un poliziotto in uniforme all'ingresso del parcheggio principale le bloccò la strada, indirizzandola verso il parcheggio del personale, che era stato aperto al pubblico «finché non sistemiamo le cose». Dietro di lui, a una ventina di metri, c'era un gruppo di auto della polizia e altri veicoli ufficiali, alcuni dei quali con i lampeggiatori in funzione. Mentre si dirigeva al punto indicatogli dalla guardia, Laura lanciò un'occhiata verso destra, al di là della cancellata, e vide il detective Haldane, il più alto e robusto degli uomini raggnippati attorno alla scena dell'incidente, o del delitto, o di quello che fosse, e fu allora che le balenò l'idea che
potesse entrarci in qualche modo Melanie e i delitti in quella casa di Studio City. Quando ebbe parcheggiato, mentre tornava di corsa verso l'ingresso dell'ospedale, Laura era ormai quasi convinta che Melanie fosse ferita, o scomparsa, o morta. Il poliziotto al cancello non aveva voluto lasciarla passare, neppure quando lei gli aveva detto chi era; lanciò un richiamo ad Haldane, che le si precipitò incontro. Notò che zoppicava lievemente, così lievemente che non se ne sarebbe neppure accorta se i suoi sensi non fossero stati affilati dalla paura. La prese per un braccio e la condusse via dall'ingresso, lungo la cancellata, fino a un punto dove potessero parlare in privato. Mentre camminavano, lei domandò: «Melanie? Che cos'è successo a Melanie?» «Niente.» «Mi dica la verità!» «È questa la verità. È nella sua camera. Al sicuro. Così come l'ha lasciata lei.» Si fermarono; lei, con le spalle alla recinzione, guardò oltre Haldane, verso le luci pulsanti dei segnalatori di emergenza. Vide che insieme con le autopattuglie c'era un furgone dell'obitorio. No, non era giusto. Trovare Melanie dopo tanti anni e poi riperderla così presto... non poteva pensarci. Sentiva una stretta al petto, le tempie che le martellavano. «Chi è morto?» «L'ho chiamata a casa...» «Voglio...» «... cercando di mettermi in contatto con lei...» «... sapere...» «... per un'ora e mezzo.» «... chi è morto!» «Mi stia a sentire, non è Melanie. È chiaro?» La sua voce era curiosamente morbida, gentile, rassicurante, per un uomo della sua corporatura. «Melanie sta bene. Davvero.» Lei studiò il suo viso, i suoi occhi. Le stava dicendo la verità. Melanie stava bene. Ma lei era ancora terrorizzata. «Sono tornato a casa solo alle sette di stamattina», spiegò Haldane. «Mi ero messo a letto. Alle undici mi hanno telefonato chiamandomi qui, al Valley Medical. Pensano che possa esserci un legame fra questo omicidio e Melanie, visto che...»
«Visto che...?» «Be', dopotutto è ricoverata qui. Per questo ho cercato di raggiungerla...» «Ero uscita a comprarle dei vestiti», disse Laura. «Che cos'è successo? Chi è morto? Vuole dirmelo o no, per l'amor di Dio?» «Un tale nella sua auto. Quella Volvo là in fondo. Morto sul sedile anteriore della sua Volvo.» «Chi è?» «Secondo i documenti, si chiama Ned Rink.» Laura si appoggiò al reticolato metallico, sentendo che il battito frenetico del suo cuore cominciava a rallentare. «Ha mai sentito questo nome?» chiese Haldane. «Ned Rink?» «No.» «Pensavo che potesse essere collegato con suo marito. Come Hoffritz.» «Non mi risulta. Il nome non mi dice niente. Perché pensa che conoscesse Dylan? Per come è morto? È questo? È stato picchiato a morte come gli altri?» «No. Ma era fuori del comune.» «Mi dica.» Dan esitò, e nell'espressione dei suoi occhi azzurri lei poté vedere che si trattava di un altro omicidio particolarmente brutale. «Mi dica», ripeté. «Aveva la gola distrutta, come se qualcuno gli avesse dato un colpo spaventoso con un tubo di piombo, cogliendolo giusto sul pomo d'adamo. Più di un colpo. Danni vastissimi. La trachea letteralmente polverizzata, il pomo d'adamo sbriciolato, le corde vocali in pezzi. Le vertebre del collo fratturate.» «Va bene, va bene», disse lei con la bocca secca. «Il quadro mi è chiaro.» «Mi scusi. Comunque, questo non è come i cadaveri a Studio City, ma è ugualmente fuori del comune», riprese Haldane. «È per questo, vede, che abbiamo pensato a una relazione tra i due casi. In tutti questi omicidi è stata impiegata una dose di violenza fuori del normale. In quest'ultimo molto inferiore, certamente, ma ciononostante...» Laura si allontanò dall'inferriata. «Voglio vedere Melanie.» Improvvisamente doveva vederla; era un impellente bisogno fisico; doveva toccarla, stringerla, assicurarsi che la bambina stesse davvero bene. Si diresse verso l'ingresso principale dell'ospedale. Haldane la raggiunse,
zoppicando lievemente, ma evidentemente in modo non doloroso. «Ha avuto un incidente?» gli domandò lei. «Come?» «La sua gamba.» «Oh. No. Una vecchia ferita da football al college. A volte, quando è umido, il ginocchio si fa sentire. Senta, c'è dell'altro a proposito di quel Rink.» «Che cosa?» «Aveva una ventiquattrore con sé. Dentro c'era un camice bianco, uno stetoscopio e una pistola con il silenziatore.» «Ha sparato all'aggressore, state cercando qualcuno con una ferita da arma da fuoco?» «No. La pistola non ha sparato. Ma capisce dove voglio arrivare? Il camice? Lo stetoscopio?» «Non era un medico?» «No. La nostra ipotesi è che intendesse entrare nell'ospedale, mettersi il camice, infilare lo stetoscopio e fingersi un medico.» Laura gli lanciò un'occhiata. «Perché una cosa del genere?» «Be', da un esame preliminare risulta che Rink sarebbe stato ucciso fra le quattro e le sei di questa mattina, anche se l'hanno trovato solo verso le dieci meno un quarto. Ora, se aveva in mente di visitare qualcuno all'ospedale alle cinque, diciamo, l'unico modo per farlo era farsi passare per un dottore, perché le ore di visita iniziano all'una del pomeriggio. Se avesse tentato di girare per i corridoi in abiti civili a quell'ora sarebbe stato notato e fermato da qualche infermiera, o forse da qualcuno del personale di guardia. In camice bianco e con lo stetoscopio, invece, forse ce l'avrebbe fatta.» Avevano raggiunto l'ingresso principale dell'ospedale. Laura si fermò sul marciapiede, girandosi verso Haldane. «Quando dice 'visitare' lei non intende 'visitare'.» «No.» «Quindi pensa che intendesse entrare per uccidere qualcuno.» «Non si va in giro con una pistola con il silenziatore se non si ha intenzione di usarla. Un silenziatore è illegale. La legge ci va giù dura. Se gliene trovano uno, lei è nella m... nelle peste. E poi non ho ancora esaminato i particolari, ma mi hanno detto che questo Rink ha precedenti penali. Si sospetta che negli ultimi anni abbia lavorato come esecutore indipendente.» «Un killer a pagamento?»
«Sarei pronto a scommetterci.» «Ma questo non vuol dire che sia venuto qui per Melanie. Potrebbe esserci qualcun altro nell'ospedale...» «Ci abbiamo pensato. Stiamo controllando l'elenco dei pazienti per vedere se c'è qualcuno che abbia precedenti o magari un testimone che dovrà deporre. O qualche spacciatore o un membro di una famiglia della criminalità organizzata. Finora non abbiamo trovato niente. Nessuno che potesse essere il bersaglio di Rink... tranne Melanie.» «Lei sta dicendo che questo Rink potrebbe aver ucciso Dylan e Hoffritz e l'altro uomo a Studio City, e poi è venuto qui a uccidere Melanie perché la bambina l'ha visto?» «Potrebbe darsi.» «Ma allora chi ha ucciso Rink?» Lui sospirò. «È qui che il ragionamento logico casca.» «Chi l'ha ucciso non voleva che uccidesse Melanie», considerò Laura. Haldane si strinse nelle spalle. «Se è così», riprese Laura, «sono contenta.» «Che c'è da essere contenti?» «Be', se qualcuno ha fatto fuori Rink per impedirgli di ucciderla, deve significare che Melanie non ha soltanto nemici, ma anche qualcuno che la protegge.» Haldane non cercò di simulare la sua pena. «No, non significa necessariamente questo. È probabile che chi ha ucciso Rink voglia Melanie tanto quanto la voleva lui solo che loro la vogliono viva.» «Perché?» «Perché lei sa troppe cose sugli esperimenti che si facevano in quella casa.» «Ma allora la vorrebbero anche loro morta, come Rink.» «A meno che non abbiano bisogno di lei per continuarli, quegli esperimenti.» Laura avvertì immediatamente che quanto aveva detto lui era vero, e sentì sulle spalle il peso di questa nuova paura. Perché Dylan stava lavorando con un fanatico screditato come Hoffritz? E chi li finanziava? Nessun ente legittimo, università o istituto di ricerca avrebbe concesso dei fondi a Hoffritz, a uno che era stato sbattuto fuori dall'UCLA. Né a Dylan, un uomo che aveva rapito sua figlia e si nascondeva ai legali di sua moglie, un uomo che usava la sua bambina come cavia in esperimenti che l'avevano portata sull'orlo dell'autismo. Chiunque avesse sborsato quel dena-
ro per sostenere Dylan e condurre quel genere di esperimenti doveva essere folle, folle quanto Dylan e Hoffritz. Desiderò che fosse tutto passato, finito. Desiderò portar via Melanie dall'ospedale, andare a casa, e vivere felice e contenta per sempre, perché se c'era qualcuno al mondo che meritava pace e felicità questo era la sua bambina, ma ora «loro» non lo permettevano. «Loro» cercavano di riprendersi Melanie. «Loro» volevano la bambina per motivi e scopi che solo «loro» conoscevano. Ma chi erano? Senza volto. Senza nome. Laura non poteva combattere un nemico che non poteva vedere o, vedendolo, riconoscere. «Sono bene informati», disse. «E non perdono tempo.» Haldane sbattè le palpebre. «In che senso?» «Melanie era in ospedale solo da un paio d'ore, quando è arrivato Rink. Non gli ci è voluto molto tempo per scoprire dove era stata portata.» «No, infatti», annuì lui. «Farebbe pensare che avesse degli informatori.» «Può darsi. E non hanno impiegato molto tempo nemmeno quegli altri a scoprire che Rink era sulle sue tracce», continuò Laura. «Si muovono tutti rapidamente.» Ferma lì, davanti alla porta principale dell'ospedale, irrazionalmente anche il sole e l'aria tiepida le facevano rabbia. Haldane le aveva appena detto che qualcuno voleva morta sua figlia e che qualcun altro voleva impadronirsi di Melanie e rificcarla in una camera di privazione sensoriale o forse su un'altra sedia elettrica casalinga, dove potessero continuare a torturarla per Dio sa quale scopo; e per una notizia di quel genere l'atmosfera era tutta sbagliata. Il temporale non doveva essere già passato. Il cielo doveva essere ancora basso e grigio, pieno di nuvole, la pioggia doveva cadere ancora, il vento doveva soffiare raffiche fredde. Le sembrava ingiusto che il mondo attorno a lei fosse così dolce, che la gente passeggiasse al sole, fischiettando e sorridendo, mentre lei sprofondava sempre più giù in un tormentoso, nero incubo vivente. Guardò Haldane. La lieve brezza gli agitava i capelli biondi e il sole ravvivava i suoi gradevoli lineamenti, rendendolo più bello di quanto fosse in realtà. In effetti, era un uomo attraente. In altre circostanze, venne da pensare a Laura, sarebbe stata contenta di conoscerlo, avrebbe anche provato interesse per lui, per quel che di mistico che nasceva in lui dal netto contrasto tra il fisico quasi brutale e la dolcezza dei modi. E ora il potenziale buttato via di questo rapporto era una colpa
in più che lei attribuiva a loro, quei «loro» ignoti. «Perché aveva tanta fretta di parlarmi?» volle sapere. «Perché mi ha chiamato per un'ora e mezzo? Non sarà stato solo per dirmi di Rink. Sapeva che sarei venuta qui, avrebbe potuto aspettare per darmi la brutta notizia.» Lui volse lo sguardo verso il parcheggio, da dove il furgone dell'obitorio stava allontanandosi. Quando tornò a guardare Laura, la sua espressione era preoccupata. «Volevo dirle di mettersi in contatto con qualcuno che la protegga quando Melanie sarà tornata a casa.» «Una guardia del corpo?» «Sì, più o meno.» «Ma, se la sua vita è in pericolo, non sarà la polizia ad assicurare la protezione?» Lui scosse la testa. «In questo caso no. Non c'è stata alcuna minaccia diretta alla sua vita. Niente telefonate, niente lettere.» «Rink...» «Non sappiamo per certo che fosse qui per Melanie. Lo sospettiamo soltanto.» «Eppure...» «Se il bilancio statale cittadino non fosse sempre in emergenza, se i fondi della polizia non fossero stati tagliati, se non fossimo cronicamente a corto di personale, forse potremmo riuscire a farle sorvegliare la casa. Ma, data la situazione, non sarei in grado di giustificarlo. E se lo organizzassi senza l'approvazione del mio capo, con cui tra l'altro già non vado d'accordo, finirei come mangime per i cani. Ma un servizio di sicurezza, guardie del corpo professioniste, possono offrire una protezione efficace quanto la nostra. Può permettersi di pagarla, solo per qualche giorno?» «Penso di sì. Non ho idea di quanto costi una cosa del genere, ma qualcosa da parte ce l'ho e se si tratta di pochi giorni...» «Ho il sospetto che la cosa si svilupperà in fretta. Tutti questi omicidi, tutti i rischi che stanno correndo, tutto indica che sono sotto pressione, che c'è una sorta di scadenza. Non ho la minima idea di cosa stessero facendo alla sua bambina o di perché vogliano così disperatamente metterle le mani addosso, ma ho la sensazione che ci troviamo di fronte a una gigantesca palla di neve che rotola da una montagna, veloce come un treno, che diventa sempre più grande, a valanga. In questo momento è già enorme, gigantesca, inarrestabile, e non è lontana dal fondo, e quando ci arriverà esploderà in mille pezzi.»
Come psicologa infantile, un'ottima psicologa, era sempre sicura di sé, mai incerta su come procedere con un nuovo paziente. Certo, prima di scegliere una terapia, rifletteva a lungo, ma una volta deciso non esitava mai ad applicarla. Era una guaritrice, una «riparatrice» della psiche, con una serie impeccabile di successi alle spalle, successi che le avevano dato quella sicurezza e quell'autorità che producono sempre nuovi successi. Ma ora era smarrita, si sentiva piccola, vulnerabile, impotente. Era una sensazione nuova, che non provava da molti anni, che non aveva più provato da quando aveva imparato ad accettare la scomparsa di Melanie. «Non so... non so neppure come... come si fa a cercare una guardia del corpo.» Lui tirò fuori il portafogli, vi frugò, ne estrasse un biglietto. «Non dovremmo fare raccomandazioni. Ma so che questi sono bravi, e hanno tariffe concorrenziali; più che concorrenziali, ragionevoli.» Lei prese il biglietto da visita e lo guardò: CALIFORNIA PALADIN, INC. Investigazioni private Sicurezza personale In fondo c'era un numero di telefono. Laura infilò il biglietto nella borsa. «Grazie.» «Li chiami prima di lasciare l'ospedale.» «Va bene.» «Faccia mandare un uomo qui. Vi seguirà fino a casa.» «D'accordo.» Si sentiva intontita. Si volse verso la porta dell'ospedale. «Un momento.» Le porse un altro biglietto, il suo. «Il numero stampato sul davanti è il mio telefono alla Centrale, ma lì non mi troverà. In questo momento sono assegnato alla East Valley Division: il numero l'ho scritto sul retro. Mi chiami se le viene in mente qualcosa, qualunque cosa sul passato di Dylan o sulle sue vecchie ricerche, qualunque cosa che possa avere una relazione con questo.» Lei girò il biglietto. «Qui ci sono due numeri.» «Quello di sotto è il telefono di casa. Se non mi trova in ufficio.» «L'ufficio non inoltra i messaggi?» «Sì, ma potrebbe volerci del tempo. Se deve raggiungermi in fretta, voglio essere certo che possa farlo.» «È una sua abitudine dare il numero di casa?»
«No.» «Allora, perché?» «La cosa che più odio sono i crimini come questo. La violenza sui bambini, di qualsiasi genere. È una cosa che mi fa infuriare. Mi avvilisce. Mi fa star male. Mi fa ribollire il sangue.» «Capisco quello che intende.» «Già. Lo credo bene.» 12 Il dottor Rafael Ybarra, primario di pediatria al Valley Medical, ricevette Laura in una stanzetta accanto al locale delle infermiere, dove il personale andava nelle pause per il caffè. Contro una parete c'erano due distributori. Una macchina del ghiaccio rumoreggiava. Dietro Laura, un frigorifero ronzava sommessamente. Si sedette di fronte a Ybarra a un lungo tavolo su cui erano appoggiati due posacenere pieni di mozziconi e qualche vecchia rivista. Il pediatra era scuro di carnagione e snello, con lineamenti aquilini. Era compassato, quasi affettato. Il colletto della camicia era rigido e ben stirato, la cravatta annodata alla perfezione, il camice fatto su misura. Camminava come se temesse di sporcarsi le scarpe, e sedeva con le spalle rigide e la testa ritta, dritto e formale. Guardò le briciole e la cenere sul tavolo, storse il naso e appoggiò le mani in grembo. Laura sentì subito che non le piaceva. Ybarra parlava con un tono bruscamente autoritario. «Almeno fisicamente, sua figlia è in condizioni sorprendentemente buone, considerando le circostanze. È, sì, un po' sottopeso, ma non in modo preoccupante. Sul braccio destro ci sono numerosi segni di un ago da endovena inserito da qualcuno non particolarmente esperto. L'uretra ha una lieve infiammazione, forse da cateterismo, e le ho prescritto delle medicine. Questo è il quadro del suo stato fisico.» Laura annuì. «Lo so. Sono venuta per portarla a casa.» «No, no. Non lo consiglierei», replicò Ybarra. «Intanto, a casa sarebbe troppo difficile da seguire.» «È incontinente?» «No, usa il bagno.» «È in grado di mangiare da sola?» «In un certo senso. Bisogna cominciare a imboccarla, poi continua lei.
Ed è necessario continuare a tenerla d'occhio quando mangia perché dopo qualche boccone sembra dimenticare quello che sta facendo, perdere interesse. Bisogna continuare a sollecitarla. Ha anche bisogno di essere aiutata a vestirsi.» «Sono in grado di farlo.» «Io sono comunque riluttante a dimetterla», dichiarò Ybarra. «Ma questa notte il dottor Pantangello mi ha detto che...» Al nome di Pantangello, Ybarra storse il naso. «Il dottor Pantangello ha finito la specializzazione solo l'autunno scorso ed è con noi da appena un mese. Il primario di pediatria sono io, e la mia opinione è che sua figlia debba rimanere qui.» «Fino a quando?» «Il suo comportamento è sintomatico di una grave catatonia inibita, non insolita in casi di prolungato isolamento e maltrattamenti. Dovrebbe rimanere qui per un completo accertamento psichiatrico. Una settimana, dieci giorni.» «No.» «È la cosa migliore per la bambina», ribadì lui, ma la sua voce era così fredda e misurata che era difficile credere che potesse provare interesse per qualcuno che non fosse Rafael Ybarra. Laura si domandò che razza di rapporto potesse mai instaurarsi tra un medico del genere e i suoi giovani pazienti. «Sono una psicologa», gli ricordò. «Sono in grado di valutare le sue condizioni, di offrirle in casa l'assistenza più adeguata.» «E fare da terapeuta a sua figlia? Non mi sembra opportuno.» «Non sono d'accordo.» Non aveva nessuna intenzione di dare spiegazioni a quell'uomo. «Qui, una volta completata la diagnosi e stabilita una terapia, abbiamo tutti i mezzi per provvedere al trattamento. Lei, a casa, non disporrebbe dell'attrezzatura adatta.» Laura si accigliò. «Attrezzatura? Di che trattamento sta parlando.» «Questo dipenderà dal dottor Gehagen, della psichiatria. Ma se in Melanie dovesse perdurare questo stato catatonico, o se dovesse peggiorare, ebbene, i barbiturici e una terapia elettroconvulsiva...» «Un accidente!» esclamò lei bruscamente, allontanando la sedia dalla tavola e alzandosi. Ybarra sbattè le palpebre, sorpreso dalla sua ostilità. «Farmaci ed elettrochoc», riprese lei, «proprio quello che le ha fatto il
padre negli ultimi sei anni.» «Ma naturalmente noi non useremmo gli stessi farmaci né lo stesso tipo di elettrochoc e le nostre intenzioni sarebbero completamente diverse.» «Sì, come no, ma Melanie come fa a sapere, quali sono le vostre intenzioni? So che in alcuni casi queste terapie funzionano, ma per mia figlia non vanno bene. Quello che le occorre è recuperare la fiducia, il senso di autostima. Ha bisogno di essere libera dalla paura e dal dolore. Ha bisogno di stabilità. Ha bisogno di essere amata.» Ybarra si strinse nelle spalle. «Be', non comprometterà la sua salute portandosela a casa, oggi, per cui non ho modo di impedirle di andarsene con lei.» «Esattamente», confermò Laura. Quando il furgone dell'obitorio se ne andò, mentre i tecnici della Scientifica perlustravano il parcheggio attorno alla Volvo, Kerry Burns, un poliziotto in uniforme, si avvicinò a Dan Haldane. «Una chiamata da East Valley, messaggio dal capitano Mondale. Vuole vederla subito.» «Che cos'è, sente la mia mancanza?» «Non ha detto il perché.» «Sicuramente sentirà la mia mancanza.» «C'è qualcosa, tra lei e Mondale?» «Assolutamente no! Può anche darsi che Ross sia gay, ma io sono normale.» «Ha capito benissimo quello che intendo. C'è dell'attrito, qualcosa che non va?» «Si vede tanto?» «Si vede tanto che cani e gatti non vanno d'accordo?» «Diciamo che se avessi preso fuoco e Ross Mondale avesse l'unico secchio d'acqua nel giro di dieci chilometri, preferirei spegnere le fiamme a sputi.» «Questo è chiaro. Ci va subito, a East Valley?» «Me l'ha ordinato, no?» «Sì, ma lei ci va o no? Devo richiamare per dare conferma.» «Certo.» «La vuole immediatamente.» «Certo.» «Richiamo per avvertire che è già in marcia.» «Assolutamente», concluse Dan.
Kerry si diresse all'autopattuglia, e Dan salì sulla sua macchina, un'auto di servizio senza contrassegni. Uscì dal parcheggio dell'ospedale, si immise nella strada e puntò verso il centro, nella direzione opposta a quella di East Valley e di Ross Mondale. Prima di parlare con il dottor Ybarra, Laura aveva chiamato il servizio di sicurezza consigliatole da Dan Haldane. Quando ebbe finito di parlare con Ybarra, vestito Melanie in jeans, scarpette da ginnastica e camicetta a quadretti azzurra, ed ebbe firmato i moduli di dimissione, l'agente della California Paladin era arrivato. Si chiamava Earl Benton, e aveva l'aspetto di un ragazzone di campagna che, svegliatosi nella casa sbagliata, era stato costretto a vestirsi con l'abito di un banchiere. Anche il taglio perfetto dei capelli biondo scuri sembrava un po' fuori posto; la sua faccia squadrata, i suoi lineamenti un po' rozzi, probabilmente sarebbero stati accompagnati meglio da un abbigliamento più casual. Il suo collo taurino sembrava sul punto di far saltare il bottone del colletto della camicia Yves St-Laurent, e in quell'abito grigio - giacca, cravatta e panciotto - sembrava starci come un pesce fuor d'acqua. Le mani, grosse, con le dita tozze, non sarebbero mai state eleganti ma le unghie erano perfettamente curate. Laura capì con una sola occhiata che Earl era uno dei tantissimi venuti a Los Angeles con la speranza di avanzare nella vita, cosa che probabilmente aveva già fatto, e molto probabilmente sarebbe salito ancora più su, una volta smussati gli angoli più spigolosi e imparato a sentirsi a suo agio nel suo abito elegante. Lo trovò simpatico. Aveva un sorriso ampio e i modi aperti, e un'aria attenta, sveglia, intelligente. Si incontrò con lui nel corridoio, davanti alla camera di Melanie, e dopo avergli spiegato i particolari della situazione più di quanto avesse fatto al telefono aggiunse: «Immagino che sia armato». «Sissignora.» «Bene.» «Io starò con voi fino a mezzanotte», spiegò Earl, «e poi verrà un altro a sostituirmi.» Pochi minuti dopo, Laura portò Melanie nel corridoio ed Earl si chinò al suo livello. «Che bella bambina che sei.» Melanie non disse nulla. «Il fatto», continuò lui, «è che mi ricordi tanto mia sorella, Emma.» Melanie continuò a fissarlo come se non lo vedesse.
Prendendo tra le sue manone la mano inerte della bambina, Earl continuò a parlarle con scioltezza, come se lei gli rispondesse: «Emma ha nove anni meno di me. Ha appena iniziato le superiori. Sai che lei, Emma, ha allevato due vitelli da premio? Ha una collezione di premi, forse una ventina, di ogni genere, comprese delle esposizioni di bestiame in tre diverse fiere agricole. Ne sai niente dei vitelli? Ti piacciono gli animali? I vitelli sono bestie carine. Hanno dei musi simpatici. Scommetto che saresti bravissima con loro, proprio come Emma». Osservandolo accanto a Melanie, Laura pensò che Earl Benton le piaceva sempre di più. «Benissimo», continuò lui, «Melanie, non devi preoccuparti di niente, d'accordo? Ora io sono tuo amico e finché il vecchio Earl è tuo amico nessuno si sognerà nemmeno di darti fastidio.» La bambina sembrava totalmente ignara della presenza dell'uomo. Lui le lasciò andare la mano, e il braccio le ricadde lungo il fianco. Lui si rialzò e si diede una sistemata alla giacca, poi guardò Laura. «Ha detto che è stato suo padre a ridurla così?» «È uno dei responsabili», rispose Laura. «Ed è morto?» «Sì.» «Ce ne sono altri ancora vivi, però.» «Sì.» «Le assicuro che mi piacerebbe incontrarlo uno di questi. Mi piacerebbe farci due chiacchiere. A quattrocchi. Gliel'assicuro.» C'era un tono duro nella sua voce, una luce fredda nei suoi occhi, una rabbia che prima non c'era, una rabbia che, per la prima volta, lo faceva apparire pericoloso. Anche questo piacque a Laura. «Ora, signora - dottoressa McCaffrey, credo di doverla chiamare così quando usciamo, passo prima io dalla porta. So che non è da cavaliere, ma d'ora in poi, il più delle volte, dovunque andremo io starò avanti di un paio di passi, come in avanscoperta, diciamo così.» «Non credo proprio che si metteranno a spararci addosso alla luce del sole, o qualcosa del genere», replicò Laura. «Forse no. Ma vado io per primo lo stesso.» «Va bene.» «Quando le dirò di fare qualcosa, lo faccia senza domande.» Lei annuì. Lui riprese: «Potrei non alzare la voce. Può capitare che le dica di but-
tarsi a terra o di scappare, e potrei dirglielo con una voce calma come se dicessi: 'Guarda che bella giornata', per cui dovrà essere sempre all'erta». «Ho capito.» «Bene. Sono sicuro che andrà tutto per il meglio. Ora, signore, siete pronte ad andare a casa?» Si diressero verso l'ascensore che li avrebbe portati nell'atrio. Mille volte, negli ultimi sei anni, Laura aveva fantasticato sul giorno in cui avrebbe riportato Melanie a casa. Aveva sempre pensato che sarebbe stato il giorno più felice della sua vita. Non aveva mai immaginato che sarebbe stato come quello. 13 Alla Centrale, Dan Haldane si fece dare due cartelle dall'impiegato dell'archivio e le portò a uno dei piccoli scrittoi lungo la parete. Il nome sul primo fascicolo era Ernest Andrew Cooper. Le impronte digitali avevano permesso di identificare la vittima sconosciuta trovata la notte prima con Dylan McCaffrey e Wilhelm Hoffritz nella casa di Studio City. Cooper aveva trentasette anni, era alto un metro e ottanta, pesava settantadue chili. C'erano delle foto segnaletiche, ma a Dan non servivano perché la faccia della vittima era stata ridotta in una massa informe e sanguinolenta. Avrebbe dovuto basarsi sulle impronte. Cooper abitava in Hancock Park, in una strada di case da milioni di dollari. Era il principale azionista e il presidente del consiglio di amministrazione della Cooper Softech, un'azienda di software. Era stato arrestato due volte entro i limiti cittadini di Los Angeles, tutt'e due le volte per guida in stato di ubriachezza, e tutt'e due le volte era stato trovato senza patente. Aveva contestato entrambi gli arresti, era stato portato in tribunale in entrambi i casi, ed era stato condannato due volte a pene pecuniarie, ma senza detenzione. In entrambi i casi, gli agenti che lo avevano arrestato avevano annotato che Cooper sosteneva che fosse immorale - e una violazione dei diritti costituzionali - che il governo pretendesse che un uomo portasse con sé un documento di identificazione, fosse pure una patente. Il secondo agente aveva anche scritto: «Il signor Cooper ha provveduto a informare il sottoscritto della sua appartenenza a un'organizzazione, Freedom Now, che avrebbe messo in ginocchio tutti i governi; che detta organizzazione avrebbe usato questo arresto come spunto per mettere in discussione deter-
minate leggi; e che il sottoscritto era un involontario strumento di forze totalitarie. Quindi ha vomitato ed è svenuto». Sorridendo per l'ultima frase, Dan chiuse il fascicolo. Guardò il nome sul secondo incartamento - Edward Philip Rink - ansioso di vedere che cosa avessero su di lui, ma prima trasportò i due fascicoli al più vicino dei tre terminali video e si sedette davanti al computer. Lo accese, compose il codice di accesso e chiese un profilo di Freedom Now. Dopo una breve pausa, le informazioni cominciarono a lampeggiare sullo schermo: FREEDOM Now COMITATO DI AZIONE POLITICA REGISTRATO CON LA COMMISSIONE ELETTORALE FEDERALE E IL FISCO. ANNOTAZIONI FREEDOM NOW È UN'ORGANIZZAZIONE LEGITTIMA DI PRIVATI CITTADINI CHE ESERCITANO I LORO DIRITTI COSTITUZIONALI. TALE ORGANIZZAZIONE NON È SOGGETTA ALLE INDAGINI DI ALCUNA SEZIONE INFORMAZIONI DELLA POLIZIA NÉ DEVE ESSERE SOGGETTA AD ALCUNA DI TALI INDAGINI FINCHÉ È IMPEGNATA NELLE ATTIVITÀ PER LE QUALI È STATA FONDATA E SULLE QUALI HA RICEVUTO IL BENESTARE DELLA COMMISSIONE ELETTORALE FEDERALE. LE INFORMAZIONI PRESENTI IN QUESTA SCHEDA SONO STATE RACCOLTE DA DOCUMENTI PUBBLICI. QUESTA SCHEDA È STATA CREATA CON L'UNICO SCOPO DI IDENTIFICARE LE ORGANIZZAZIONI POLITICHE LEGITTIME E DISTINGUERLE DAI GRUPPI SOVVERSIVI; L'ESISTENZA DI QUESTA SCHEDA NON SUGGERISCE IN ALCUN MODO PARTICOLARI INTERESSI DELLA POLIZIA NEI CONFRONTI DI FREEDOM NOW. Il Dipartimento di Polizia di Los Angeles era stato bersagliato dalle critiche della Associazione Americana per le Libertà Civili e altri organismi per i controlli segreti a cui aveva sottoposto gruppi politici sospettati di essere coinvolti in attività sovversive pericolose. Il dipartimento aveva ancora la facoltà di condurre indagini su organizzazioni terroristiche, ma gli
veniva vietato di compiere infiltrazioni in gruppi politici legalmente registrati, a meno di non fornire a un giudice prove sufficienti a dimostrare che l'organizzazione in questione avesse legami con altri gruppi o singoli dediti ad attività terroristiche. L'annotazione in cima alla scheda informativa, analoga a quella di tutti i gruppi politici legittimi, era ben nota a Dan, che non si soffermò a leggerla. Schiacciò un tasto per chiamare altri dati. FREEDOM Now — CARICHE ATTUALI PRESIDENTE: ERNEST ANDREW COOPER, HANCOCK PARK TESORIERE: WILHELM STEPHAN HOFFRITZ, WESTWOOD SEGRETARIA: MARY KATHERINE O'HARA, BURBANK FREEDOM NOW È STATA FONDATA NEL 1979 CON LO SCOPO DI SOSTENERE QUEI CANDIDATI DI ORIENTAMENTO LIBERTARIO CHE ABBIANO ESPRESSO PUBBLICAMENTE L'INTENZIONE DI LAVORARE IN DIREZIONE DELL'ABOLIZIONE DEL GOVERNO, SE NON NELLA SUA FORMA MINIMA, E PER LA DISSOLUZIONE DI TUTTI I PARTITI POLITICI. Cooper e Hoffritz, presidente e tesoriere, erano morti. E Freedom Now era stata istituita l'anno stesso in cui McCaffrey era scomparso con sua figlia, il che poteva essere una coincidenza, ma, più probabilmente, poteva anche non esserlo. Comunque, era interessante. A Dan occorsero venti minuti per leggere il file del computer e prendere appunti. Quindi spense il video e prese il fascicolo su Ned Rink. C'era una quantità di documenti, ma nemmeno uno gli sembrò noioso. Rink, l'uomo trovato morto nella Volvo quella mattina, aveva trentanove anni. Si era diplomato all'Accademia di Polizia di Los Angeles quando ne aveva ventuno, e aveva lavorato per quattro anni nella polizia seguendo corsi serali di diritto penale. Per due volte era stato messo sotto inchiesta dal dipartimento in seguito ad accuse di brutalità ma, in mancanza di prove, non c'erano state conseguenze. Aveva fatto domanda per l'FBI, era stato accettato, e aveva lavorato cinque anni per il Bureau. Nove anni prima, era stato allontanato dall'FBI per motivi sconosciuti, ma si capiva che aveva abusato della sua autorità e, in più di un'occasione, aveva mostrato eccessivo zelo durante l'interrogatorio di un sospettato.
Dan conosceva il tipo. C'è chi sceglie di lavorare nella polizia perché vuole impegnarsi in una funzione socialmente utile, altri perché i loro eroi dell'infanzia erano i poliziotti, altri perché erano figli di agenti, altri perché si tratta di un lavoro relativamente sicuro e con una buona pensione: i motivi sono innumerevoli. Fra le tante ragioni che spingono un uomo a entrare nella polizia, per Rink l'attrazione era il potere; uomini del genere provano un'emozione particolare a dare ordini, esercitare l'autorità, non per il piacere di dirigere qualcosa nel migliore dei modi, ma soltanto per il gusto di dire agli altri che cosa fare. Secondo il fascicolo otto anni prima, dopo l'uscita dall'FBI, Rink era stato arrestato per aggressione e tentato omicidio. L'imputazione era stata derubricata ad aggressione semplice, per assicurare la detenzione, che era stata ottenuta, e Rink aveva scontato dieci mesi uscendo prima del tempo per buona condotta. Sei anni prima era stato arrestato di nuovo, sospettato di omicidio, ma le prove non erano sufficienti e alla fine l'imputazione cadde. Dopo di che Rink si fece più cauto. Le autorità locali, statali e federali ritenevano che fosse un killer indipendente, al servizio della malavita e per chiunque fosse disposto a pagarlo, e c'erano prove circostanziali che lo collegavano a nove omicidi negli ultimi cinque anni - probabilmente solo la punta dell'iceberg - ma nessuna istituzione di polizia era stata in grado di raccogliere prove concrete sufficienti a portare Rink in tribunale. Haldane chiuse il fascicolo, lo mise su quello di Cooper e tolse di tasca il mazzetto di elenchi. Passò qualche minuto a esaminarli, e qualcosa venne fuori. Un nome: Mary O'Hara. Uno dei dirigenti di Freedom Now. Il suo nome e il numero di telefono erano sulla rubrica nell'ufficio di Dylan McCaffrey. Mise via le liste e rimase seduto per un momento, a riflettere. Gesù, due dottori in psicologia, entrambi provenienti dall'UCLA, entrambi morti. Un uomo d'affari milionario e attivista politico, morto. Un ex poliziotto, ex agente dell'FBI, sospetto sicario, morto. Un'allucinante stanza grigia in una comune casa suburbana, dove una bambinetta veniva, fra le altre cose, torturata con l'elettricità. Da suo padre. Dio mio. La stampa ne sarebbe stata entusiasta. Riportò i due fascicoli all'archivio e prese l'ascensore fino al piano della Scientific Investigation Division. 14
Appena entrati in casa, Earl Benton andò in tutte le stanze, per assicurarsi che le finestre e le porte fossero chiuse. Tirò le tende e abbassò le tapparelle e consigliò a Laura e Melanie di tenersi alla larga dalle finestre. Dopo aver scelto un paio di giornali dal portariviste nello studio di Laura, Earl trasportò una poltrona vicino a una delle finestre anteriori del soggiorno, dalla quale aveva la visuale della strada. Si sedette. «Potrebbe sembrare che stia perdendo tempo, ma non si preoccupi: niente in queste riviste mi distrarrà.» «No, non sono preoccupata.» «Gran parte di questo lavoro consiste nello star seduto ad aspettare. C'è da diventare scemi se non si ha qualcosa da leggere sottomano.» «Lo capisco benissimo», lo rassicurò lei. Pepper sembrava più interessata a Earl che a Melanie, e gli girò attorno per un po' con circospezione, studiandolo attentamente, annusandogli i piedi e infine saltandogli sulle ginocchia e pretendendo di farsi coccolare. «Ma che bella micina», fece lui, grattandola dietro le orecchie mentre lei gli si accoccolava in grembo con un'espressione beata di appagamento. «Di solito non è così socievole», gli disse Laura. Earl sorrise. «Sono sempre andato d'accordo con gli animali.» Poteva essere una stupidaggine, ma la prontezza con cui Pepper aveva accettato Earl Benton rassicurò Laura e glielo fece sentire ancora più simpatico. A questo punto si fidava completamente di lui. Perché a questo punto? si domandò. Non mi fidavo già completamente? Forse, dentro di me, avevo dei dubbi? Era stato assunto per proteggere Melanie, e lo avrebbe fatto. Non c'era alcun motivo per sospettare che fosse in combutta con quelli che volevano Melanie morta - o con quelli che apparentemente la volevano viva e in un'altra camera grigia. Eppure, capì Laura, era esattamente quello che aveva sospettato, appena un po', nel profondo, a un livello puramente inconscio. Doveva guardarsi dalla paranoia. Non sapeva chi fossero i suoi nemici: rimanevano gente senza volto; questo spiegava la sua tendenza a sospettare di chiunque, a costruirsi grandiose teorie di complotto, teorie che avrebbero finito con il veder coinvolto tutto il mondo tranne lei e Melanie. Dopo aver preparato il caffè per Earl e per sé, fece una cioccolata calda per Melanie e la portò nel suo studio, dove la bambina la aspettava. Aveva preso un congedo a tempo indeterminato dal St. Mark's e affidato i pazienti privati a un collega, almeno per la settimana successiva. Intendeva iniziare immediatamente la terapia con Melanie, quello stesso pomeriggio, ma non
voleva che la seduta si svolgesse nella stessa stanza occupata da Earl, che avrebbe costituito una distrazione. Lo studio era piccolo ma confortevole. Due pareti erano interamente ricoperte di libri, un'eclettica raccolta di titoli, dalle aree più specialistiche della psicologia alla narrativa di consumo. Le altre due pareti erano ricoperte di tessuto beige. C'erano due stampe di Delacroix, una scrivania di pino nero con una poltroncina imbottita, una sedia a dondolo e un divano verde smeraldo con una quantità di cuscini. Due lampade d'ottone diffondevano una morbida luce ambrata; Earl aveva accostato le tende verde smeraldo di entrambe le finestre. Melanie era seduta sul divano, con gli occhi fissi sulle mani appoggiate in grembo. «Melanie.» La bambina non alzò lo sguardo. «Tesoro, ti ho portato un po' di cioccolata calda.» Visto che la bambina non reagiva ancora, Laura le si sedette accanto. Tenendo la tazza con una mano, con l'altra le sollevò il viso, guardandola negli occhi. Erano due occhi angosciosamente vuoti, e Laura non riuscì a stabilire alcun contatto, a suscitarvi alcuna consapevolezza. «Voglio che tu beva questo, Melanie. È buono. Ti piacerà. Lo so che ti piacerà.» E le appoggiò il bordo della tazza alle labbra. Con un certo sforzo, riuscì finalmente a fargliene prendere un sorso. Un po' le si versò lungo il mento e Laura lo pulì con un tovagliolino di carta prima che potesse sgocciolare sul divano. Con un po' di incoraggiamento la bambina cominciò a bere meno svogliatamente e finalmente le sue deboli manine salirono verso la tazza, tenendola abbastanza saldamente così che Laura lasciò la presa. Il resto della cioccolata calda la bevve in fretta, con avidità. Quando ebbe finito, si leccò le labbra. Nei suoi occhi ci fu, per un attimo, una scintilla di vita, un segno di consapevolezza; e per un secondo, non di più, i suoi occhi si incontrarono con quelli della madre, non più attraversandola con lo sguardo come se non ci fosse, ma guardando proprio lei, e quell'istante prezioso di contatto fu elettrizzante. Durò solo un attimo, ma ora Laura sapeva che la bambina poteva ritornare dal suo esilio autoimposto; e che quindi c'era la possibilità, per quanto ridotta, di poterla riportare alla realtà esterna non solo per un secondo, ma definitivamente. Le tolse la tazza dalle mani, l'appoggiò su un tavolino, poi sedette sul divano, mettendosi di fronte a Melanie. Le prese tutt'e due le mani. «Teso-
ro, è passato tanto tempo e tu eri così piccola quando ci siamo viste l'ultima volta. Forse non sai neppure bene chi sono. Sono tua madre, Melanie.» La bambina non reagì. Continuò a parlarle in tono morbido, rassicurante, perché era convinta che, almeno a livello subcosciente, riuscisse a comprenderla. «Ti ho messa al mondo perché volevo te più di qualsiasi altra cosa. Eri una bambina bellissima, dolcissima, mai un problema. Hai imparato a camminare e a parlare prima di quanto pensassi e io ero fiera di te, orgogliosissima. Poi mi sei stata portata via, e mentre non c'eri quello che volevo più di tutto era riaverti. E ora, bambina mia, la cosa più importante è farti star bene, portarti fuori da quel buco in cui ti stai nascondendo. Lo farò io, tesoro. Ti farò star bene. Ti aiuterò a star bene.» La bambina non disse nulla. Quegli occhi verdi erano lontanissimi. Laura la prese in grembo, la cinse tra le braccia, la strinse a sé. Per un po' rimasero così, immobili, vicinissime, lasciando solo che il tempo scorresse, permettendo così di stabilire un legame, quel legame che avrebbe dato alla terapia una possibilità di riuscita. Dopo qualche minuto, Laura si accorse che stava mugolando una ninnananna, poi cantilenandone i versi, quasi in un sussurro. Accarezzò la fronte della figlia, scostando con le dita i capelli dal viso. Lo sguardo di Melanie continuava a rimanere assente, velato, ma sollevò una mano e si infilò il pollice in bocca. Come un bambino piccolo. Come faceva quando aveva tre anni. Laura fu invasa da un'onda di commozione e la voce le tremò, ma continuò a canticchiare piano, continuò a passare le dita fra i capelli della figlia. Le vennero in mente gli sforzi che aveva fatto sei anni prima per togliere a Melanie il vizio di succhiarsi il pollice, mentre ora la cosa le dava tanta gioia e commozione. Improvvisamente si trovò fra le lacrime e il riso: doveva essere ridicola, ma la sensazione era meravigliosa. Anzi, si sentiva così bene, e così incoraggiata da quel pollice in bocca e da quel fugace contatto di sguardi che c'era stato dopo la tazza di cioccolata calda, che decise di tentare l'ipnosi subito senza aspettare l'indomani, come aveva programmato in un primo momento. Nel suo stato, consapevole ma semicatatonico, la bambina si era ritirata negli strati più profondi della sua fantasia e resisteva al tentativo di farla risalire dagli abissi protettivi della sua psiche. Ipnotizzata, però, sarebbe stata più malleabile, più aperta alla suggestione, e forse le si sarebbe potuto far compiere almeno in
parte il cammino verso il mondo della realtà. Ipnotizzare qualcuno nelle condizioni di Melanie poteva essere molto più facile che con una persona in uno stato normale o impossibile. Continuò a cantilenare piano e cominciò a massaggiare le tempie della bambina muovendo le dita in piccoli cerchi, premendo leggermente. Quando vide che le sue palpebre cominciavano ad appesantirsi, Laura smise di cantare e mormorò: «Andiamo, piccola. Ora dormi, piccola, dormi, su, voglio che tu dorma, rilassati... stai sprofondando in un profondo sonno naturale... sprofondando sempre più giù, come una piuma nell'aria calda e immobile... dormi... ma continuerai a udire la mia voce... sempre più giù come una piuma che scende e si rigira pigramente nell'aria... in un sonno profondo... ma la mia voce ti seguirà giù... giù... giù... e tu mi sentirai e risponderai a tutte le domande che ti farò... dormi, ma ascolta e obbedisci». Continuò a massaggiarla, ancora più leggermente di prima, muovendo le dita più lentamente, finché gli occhi della bambina si chiusero e il suo respiro indicò che era profondamente addormentata. Pepper comparve sulla soglia e le guardò con evidente curiosità, poi entrò nella stanza e balzò sulla sedia a dondolo acciambellandovisi. «Ora sei in fondo», riprese Laura, «in un sonno profondo. Ma mi senti e risponderai alle mie domande.» La bocca della bambina era inerte, le labbra socchiuse. «Mi senti, Melanie?» La bambina non disse nulla. «Melanie, mi senti?» Lei sospirò, un suono sommesso come la luce ambrata delle lampade d'ottone. «Eh...» Era la prima volta che Laura sentiva la sua voce da quando l'aveva vista, la notte prima, all'ospedale. «Come ti chiami?» La bambina aggrottò la fronte. «Me...» La gatta sollevò la testa. «Melanie? È così che ti chiami? Melanie?» «Me... Me...» Pepper drizzò le orecchie. «Sai chi sono, Melanie?» Sempre dormendo, la bambina si leccò le labbra. «Me... è... eh... è...» Rabbrividì e cominciò ad alzare una mano come per scacciare qualcosa.
«Buona», disse Laura. «Rilassati. Stai calma. Rilassati, stai calma e dormi. Sei al sicuro. Con me sei al sicuro.» La bambina abbassò la mano. Sospirò. Quando le rughe sul suo viso si spianarono un po', Laura ripetè la domanda: «Sai chi sono io?» Melanie fece un suono inarticolato. «Sai chi sono, Melanie?» Le rughe, di ansia e di paura, ritornarono sul suo viso. «Um... uh... uhuh... è... è...» «Di che cosa hai paura, Melanie?» «È... è... lì...» mormorò la bambina, ora con la paura nella voce e sul volto pallido. «Che cosa vedi?» domandò Laura. «Di che cosa hai paura, tesoro? Che cosa vedi?» «La... là... la...» Pepper inarcò il dorso, tesa, osservando attentamente la piccola. L'aria era innaturalmente immobile, pesante. Non era possibile, ma le ombre negli angoli della stanza ora sembravano più fitte e più grandi. «È... lì... no, no, no no no...» Laura appoggiò una mano sulla fronte contratta della figlia, a tranquillizzarla, e attese con ansia mentre la bimba si sforzava di parlare. Una sensazione strana, sconcertante, la invase, e sentì un brivido freddo salirle come una cosa viva lungo la spina dorsale. «Dove sei, Melanie?» «No...» «Sei nella stanza grigia?» A denti stretti, gli occhi serrati, le mani a pugno, la bambina sembrava stesse resistendo a qualcosa di fortissimo. Laura aveva in mente di portarla a regredire, di riportarla nel tempo alla stanza grigia, ma sembrava che la piccola vi fosse giunta senza incoraggiamento, appena ipnotizzata. Sembrava impossibile: Laura non aveva mai sentito parlare di una regressione ipnotica spontanea. Il paziente andava sempre guidato, incoraggiato a ritornare alla scena del trauma. «Dove sei, Melanie?» «N-n-no... là... no!» «Calma. Sta' buona. Di che cosa hai paura?» «Prego... no...»
«Stai calma, amore. Che cosa vedi? La camera, la camera di privazione? Nessuno ti ci farà tornare, amore.» Ma non era questa la sua paura. Le rassicurazioni di Laura non la calmarono. «La... la...» «La sedia? La sedia con l'elettricità? Neanche lì ti metteranno mai più.» Era qualcos'altro a terrorizzare la bambina. Rabbrividì e prese ad agitarsi contro Laura, come se volesse scappar via, fuggire. «Tesoro, con me sei al sicuro», riprese Laura, stringendola più forte. «Io non posso farti del male.» «Si apre... si apre... no... si sta aprendo...» «Sta' buona», disse Laura. Mentre quel brivido freddo le saliva su fino alla nuca, ebbe la sensazione che stesse per accadere qualcosa di enorme importanza. 15 Alle sue spalle, il tenente Felix Porteau della scientifica, lo chiamavano Poirot, dal nome del pomposo poliziotto belga di Agatha Christie. Dan però era convinto che il tenente Porteau amava vedersi come Sherlock Holmes, nonostante una faccia da Babbo Natale e una corporatura che ricordavano ben poco l'investigatore inglese. Per rafforzare l'immagine auspicata Porteau si separava raramente dalla sua pipa ricurva. La pipa non era accesa quando Dan entrò nell'ufficio di Porteau, ma l'uomo della Scientifica la raccolse subito per indicare una sedia. «Siediti, Daniel, siediti. Ti aspettavo. Suppongo che tu sia qui per sapere che cosa ho scoperto sulla faccenda di Studio City.» «Supposizione straordinariamente acuta, Felix.» Porteau si appoggiò allo schienale. «Un caso singolare questo. Naturalmente ci vorrà qualche giorno prima che i risultati completi escano dal mio laboratorio.» Per Felix era sempre il mio laboratorio come se lui non fosse il responsabile del reparto scientifico del dipartimento di polizia di una grande città, ma stesse conducendo degli esperimenti in una delle stanze del suo appartamento privato in Baker Street. «Se lo desideri, però, potrei metterti al corrente di alcune rilevazioni preliminari.» «Sarebbe una grande cortesia da parte tua.» Porteau mordicchiò il bocchino della pipa, rivolse a Dan uno sguardo sospettoso, poi sorrise. «Mi stai prendendo in giro, Daniel.» «Non mi permetterei mai.»
«E invece sì. Tu prendi in giro tutti.» «Mi fai sembrare un cinico sfottitore.» «E lo sei.» «Grazie tante.» «Ma un cinico sfottitore simpatico, spiritoso, intelligente, affascinante... questa è la differenza.» «Adesso mi fai sembrare Cary Grant.» «Non è così che ti vedi?» Dan ci pensò su per un momento. «Be', forse mezzo Cary Grant e mezzo Alex Karras.» «E chi è Alex Karras?» «Era un campione di football. Adesso fa l'attore.» «Non lo conosco. Se lo conoscessi, sospetto che troverei divertente la tua immagine.» «Sospetto di sì. Ma dimmi del caso di Studio City. Avete trovato delle impronte che ci possano aiutare?» Porteau aprì un cassetto della scrivania e ne estrasse un sacchetto di tabacco. Cominciò a caricare la pipa. «Molte impronte appartengono alle tre vittime. In tutta la casa. Altre sono della bambina, ma queste erano nell'ex garage.» «Il laboratorio.» «La stanza grigia, come l'ha chiamata uno dei miei uomini.» «Allora era tenuta sempre in quella stanza.» «Sembrerebbe. Cioè, abbiamo qualche impronta parziale nella stanza da bagno, che potrebbe appartenere a lei, ma in nessun altro punto della casa.» «Nient'altro? Nessuna impronta che potrebbe essere degli assassini?» «Oh, certo, abbiamo trovato altre impronte, perlopiù frammenti. Le stiamo studiando con il nuovo programma veloce al laser, raffrontandole con le impronte di criminali che abbiamo in archivio, ma finora non abbiamo avuto fortuna. E non so se ne avremo.» Fece una pausa, aveva finito di pigiare il tabacco nel fornello della pipa e si frugò in tasca alla ricerca dei fiammiferi. «Nella tua esperienza, quante volte un assassino ha lasciato delle impronte chiare, facilmente identificabili, sulla scena del delitto?» «Due volte, in quattordici anni. Insomma, dalle impronte non avremo alcun aiuto. Invece, che cosa abbiamo?» Porteau accese la pipa, esalò il fumo dolciastro e scosse il fiammifero. «Non è stata trovata alcuna arma...»
«Una delle vittime aveva un attizzatoio.» Porteau annuì. «Cooper. Ma non è stato usato. Il sangue che vi abbiamo trovato era di Cooper, e solo poche gocce, le stesse spruzzate in giro sulle pareti e sul pavimento intorno al corpo.» «Quindi Cooper non è riuscito a colpire l'aggressore, né è stato colpito lui con l'attizzatoio.» «Esattamente.» «Con gli aspiratori si è raccolto niente, oltre la polvere?» «Si stanno analizzando i risultati. Francamente, non sono ottimista.» Porteau solitamente era ottimista, altra caratteristica holmesiana, per cui la sua sfiducia in quel caso era particolarmente inquietante. «Niente sotto le unghie delle vittime?» domandò Dan. «Niente di interessante. Niente pelle, niente peli, niente sangue se non il loro, il che significa probabilmente che non hanno avuto la possibilità di mettere le mani sugli aggressori.» «Ma gli assassini si sono dovuti avvicinare. Voglio dire, Felix, li hanno picchiati a morte.» «Già. Ma, anche se si sono dovuti avvicinare, nessuno di loro sembra sia stato ferito. Abbiamo preso decine di campioni di sangue da ogni superficie, da ogni angolo di quelle stanze, e risultano provenire tutte dalle vittime.» Rimasero per un momento in silenzio. Porteau soffiava nuvole di fumo profumato nell'aria, sopra la sua testa. I suoi occhi erano fissi su un punto lontano mentre rifletteva sugli elementi del caso, e se, come Sherlock, avesse suonato il violino, quello sarebbe stato il momento di prenderlo. Infine Dan parlò. «Hai visto le fotografie dei corpi?» «Sì. Orribile. Incredibile. Una tale furia...» «Non hai anche tu la sensazione che verrà fuori qualcosa di veramente sinistro?» «Daniel, per me tutti gli omicidi sono sinistri», replicò Porteau. «Ma questo lo sembra più del solito.» «Più sinistro del solito», concesse Porteau, e sorrise, come contento della sfida. Dan lasciò il tenente della Scientifica nel suo alone aromatico e riprese l'ascensore, scendendo questa volta nei sotterranei, dove c'era il dipartimento di patologia.
16 Sempre nel suo stato ipnotico, la bambina urlò:«No!» «Melanie, tesoro, sta' tranquilla, ora sta' tranquilla. Nessuno vuole farti del male.» La piccola scosse la testa, con un respiro rapido e affannoso e un gemito acuto di paura strozzato in gola. Si divincolò e cercò di scendere dal grembo della madre. Laura la tenne stretta. «Non agitarti, Melanie. Stai ferma. Stai calma.» Improvvisamente la bambina si diede a colpire l'aria con tutt'e due le mani, contro un aggressore immaginario, urtando involontariamente Laura al petto, e poi in faccia, due colpi duri e dolorosi. Per un attimo Laura rimase stordita. I colpi erano stati così forti da farle salire lacrime di dolore agli occhi. Melanie rotolò a terra e si allontanò strisciando dal divano. «Melanie, fermati!» Nonostante l'ingiunzione ipnotica di rispondere e obbedire ai comandi di Laura, la ignorò. Arrivò sempre strisciando oltre la sedia a dondolo, emettendo penosi versi animaleschi di terrore cieco. La gatta ora era ritta sulle quattro zampe, sopra la sedia a dondolo, con le orecchie appiattite, e soffiava. Mentre Melanie passava accanto alla sedia, Pepper la superò con un balzo, toccò terra e sfrecciò fuori dello studio. «Melanie, ascoltami!» La bambina scomparve dietro la scrivania. Con la guancia che ancora le bruciava per il colpo, anche Laura si calò dietro la scrivania. Melanie si era rintanata in un angolo e stava seduta, con le ginocchia ritratte, le braccia strette alle gambe, raggomitolata su se stessa, con due occhi sbarrati che, come prima, non vedevano né Laura né nient'altro nella stanza. «Amore?» Ansimando come dopo una lunga corsa, la piccola disse: «Non fatela... aprire... tenetela... chiusa... ben chiusa...» Earl Benton apparve sulla soglia. «Tutto bene?» Laura alzò lo sguardo su di lui. «Sì. Solo... mia figlia, ma starà subito bene.» «È sicura? Ha bisogno di me?» «No, no. Ho bisogno di stare sola con lei. Posso farcela.» Riluttante, Earl tornò in soggiorno.
Laura guardò di nuovo sotto la scrivania. Melanie respirava ancora affannosamente e ora era anche scossa da un tremito violento, e le lacrime le colavano lungo le guance. «Vieni fuori, tesoro.» La piccola non si mosse. «Melanie, adesso mi ascolterai e farai quello che ti dico. Vieni subito fuori di lì.» Ma la bambina si ritrasse ancora di più, anche se non c'era più spazio dove arretrare. Laura non aveva idea che un paziente potesse ribellarsi così completamente durante la terapia ipnotica. La fissò per un istante, poi decise di permetterle di rimanere per un momento sotto la scrivania, dato che lì sembrava sentirsi almeno un po' più al sicuro. «Amore, da che cosa ti stai nascondendo?» Nessuna risposta. «Melanie, devi dirmelo... che cosa vedi, che vuoi tenere chiuso?» «Non fatela aprire», gemette miseramente la piccola, come rispondendo per la prima volta a Laura, anche se i suoi occhi rimanevano fissi su qualche orrore di un altro tempo, di un altro luogo. «Non fate aprire che cosa? Dimmelo, Melanie.» «Tenetela chiusa!» gridò la bambina e strinse gli occhi e si morse il labbro così forte che comparve una piccola macchia di sangue. Laura si protese sotto lo scrittoio, mise una mano sul braccio della figlia. «Tesoro, di che cosa stai parlando? Ti aiuto io a tenerla chiusa se solo mi dici di che cosa stai parlando.» «La p-p-porta...» balbettò la bambina. «Quale porta?» «La porta!» «La porta di quel serbatoio?» «Si sta aprendo, si sta aprendo!» «No», esclamò seccamente Laura. «Ascoltami. Devi ascoltarmi e accettare quello che ti dico. La porta non si sta aprendo. È chiusa. Sbarrata. Guardala. Vedi? Non è neppure socchiusa, nemmeno di un filo.» «Nemmeno di un filo», ripetè la bambina, e ora non c'era più dubbio che una parte di lei fosse in grado di udire Laura e risponderle, anche se continuava a trapassarla con lo sguardo, anche se rimaneva quasi interamente in un'altra realtà, una realtà creata da lei. «Nemmeno di un filo», ripetè ancora Laura, sentendo con gran sollievo che finalmente esercitava un minimo di controllo.
Melanie si era un po' calmata. Tremava e aveva ancora il viso contratto dalla paura, ma non si mordeva più il labbro. Il sangue le disegnava un filo rosso lungo il mento. «No, amore», disse Laura, «la porta è chiusa e chiusa rimarrà, e niente dall'altra parte riuscirà ad aprirla perché io ci ho messo un catenaccio nuovo, un pesante catenaccio. Hai capito?» «Sì», rispose la bambina debolmente, dubbiosa. «Guarda la porta. C'è un grosso catenaccio luccicante, tutto nuovo. Vedi il catenaccio nuovo?» «Sì», disse Melanie, questa volta più sicura. «Un grosso catenaccio di ottone, enorme.» «Sì.» «Enorme e forte. Niente potrebbe spaccarlo.» «Niente», ripetè la piccola. «Bene. Benissimo. Ora, anche se la porta non si può aprire, mi piacerebbe sapere che cosa c'è dall'altra parte.» La piccola tacque. «Amore? Dimmi che cosa c'è dall'altra parte della porta.» Le manine bianche di Melanie si mossero nel vuoto sotto la scrivania, come se cercasse di raffigurare l'immagine di qualcosa. «Che cosa c'è dall'altra parte della porta?» chiese ancora Laura. Le mani continuavano a muoversi. La bambina emetteva un suono inarticolato, il verso di uno sforzo impotente. «Dimmi, amore.» «La porta...» «Dove conduce la porta?» «La porta...» «Che genere di stanza c'è dall'altra parte?» «La porta per...» «Per dove?» «La porta... per... dicembre...» riuscì a dire Melanie. La sua paura cedette sotto il peso insostenibile di altre emozioni - infelicità, disperazione, dolore, solitudine, frustrazione - tutte emozioni distinguibili nei suoni inarticolati del suo singhiozzare convulso. Poi: «Mamma? Mamma?» «Sono qui, bambina mia», si affrettò a risponderle Laura, stupita di sentirsi chiamare dalla figlia. «Mamma?» «Qui. Vieni da me, bambina. Vieni fuori da lì sotto.»
Fra le lacrime, la piccola non uscì ma continuò a chiamare: «Mamma?» Doveva pensare di essere sola, lontana dall'abbraccio consolante di Laura, pur essendo in realtà distante solo un palmo. «Oh, mamma! Mamma!» Con lo sguardo fisso nel recesso buio sotto lo scrittoio, guardando la sua bimba piangere e tremare, tendendosi verso di lei, toccandola, Laura sentì dentro di sé qualcosa di quello che sentiva Melanie, soprattutto dolore e frustrazione, ma fu anche invasa da un potente desiderio di sapere. La porta di dicembre? «Mamma?» «Qui! Sono qui!» Erano così vicine, eppure separate da un immenso e misterioso golfo. 17 Luther Williams era un giovane patologo di colore che lavorava per il dipartimento di polizia di Los Angeles. Vestiva come Sammy Davis, Jr. abiti comodi e troppi gioielli - ma era un buon parlatore, e spiritoso, come Thomas Sowell, il sociologo di colore. In effetti Luther era un ammiratore di Sowell e degli altri sociologi ed economisti che rappresentavano il crescente movimento conservatore all'interno della comunità intellettuale nera. Era in grado di citare ampiamente dai loro libri. Fin troppo ampiamente. Più di una volta aveva intrattenuto Dan con i suoi sproloqui sulle virtù dell'economia di mercato come strumento per togliere i poveri dalla loro povertà. Ma era un ottimo patologo e Dan era arrivato alla conclusione che valesse quasi la pena di sopportare le sue «dissezioni» politiche pur di ottenere le informazioni che desumeva dalle sue «dissezioni fisiche». Quasi. Quando Dan entrò nel laboratorio, Luther era seduto davanti a un microscopio a esaminare un campione di tessuto. Alzò lo sguardo e fece un gran sorriso. «Danny! Hai usato quei biglietti che ti avevo dato?» Per un attimo Dan non capì di che cosa stesse parlando, ma poi gli tornò alla mente. Luther aveva acquistato due biglietti per un dibattito fra William F. Buckley e Robert Scheer, ma poi era intervenuto qualcosa che gli aveva impedito di partecipare. Aveva incontrato Dan in corridoio, la settimana prima, e aveva insistito perché prendesse lui i biglietti. «Servirà a elevare la tua coscienza», gli aveva assicurato. Ora, Dan esitò. «Te l'avevo detto che era difficile che ci andassi. Ti avevo chiesto di dare i biglietti a qualcun altro.» «Ma non ci sei andato?» chiese Luther, deluso.
«Non ho avuto tempo.» «Danny, Danny, il tempo si trova per queste cose. È in corso una battaglia che modellerà la nostra vita, una battaglia fra chi ama la libertà e chi non la ama, una guerra silenziosa fra libertari da una parte e fascisti e sinistra dall'altra.» Dan non votava - non si era neppure iscritto al voto - da dodici anni. Non gli interessava molto quale partito, quale fazione ideologica fosse al potere. Non che pensasse che repubblicani e democratici, liberali e conservatori fossero tutti della stessa pasta di farabutti; probabilmente lo erano, ma in realtà non gli interessava, e non era questa la ragione del suo disimpegno politico. A suo parere la società se la sarebbe cavata indipendentemente da chi sedesse al vertice, e lui, personalmente, non aveva tempo da perdere ad ascoltare noiosissime discussioni di politica. Il suo interesse principale, l'interesse che lo assorbiva tutto era l'omicidio, e questo era il motivo per cui non aveva tempo per la politica. L'omicidio e i suoi autori. Alcune persone erano capaci della più inimmaginabile brutalità e da questi lui era affascinato. Non gli assassini che erano chiaramente degli squilibrati. Non quelli che uccidevano in preda a un impeto cieco di rabbia o di passione dopo essere stati sottoposti a comprensibili provocazioni. Ma gli altri. Il marito capace di uccidere la propria moglie solo perché ne era stufo, senza rimorsi. La madre che poteva sopprimere il proprio figlio solo perché non ne voleva più la responsabilità, e si ritrovava, dopo l'atto, priva del minimo senso di colpa. Diavolo, c'era gente in grado di uccidere chiunque, per qualsiasi motivo, anche motivi banali come un sorpasso; erano sociopatki, totalmente amorali, e Dan non si stancava mai di loro né della loro psicologia aberrante. Il suo desiderio era comprenderli. Erano solo degli ammalati mentali, o rappresentavano una regressione? Chi era capace di uccidere a sangue freddo, quando non c'era alcun elemento di autodifesa, apparteneva a una razza a parte? Se erano speciali, lupi in una società di pecore, lui voleva sapere che cosa li rendeva diversi. Qual era l'elemento mancante, in loro? Perché la comprensione, l'umanità erano a essi sconosciute? Lui stesso non riusciva a capire bene il motivo dell'attrazione intellettuale che esercitava su di lui il delitto. Non aveva una particolare tendenza a rimuginare, un lato filosofico; almeno non credeva di averlo. Forse, lavorando un giorno dopo l'altro in un mondo di sangue, di morte e di violenza, era impossibile non sviluppare quelle tendenze nel corso degli anni. Forse era la gran parte dei poliziotti a passare tanto tempo contemplando il lato
oscuro del potenziale umano; forse non era lui l'unico; non aveva modo di saperlo; non era il genere di cose di cui si parla, tra poliziotti. E, nel suo caso, forse il bisogno di comprendere il delitto e la mente dell'assassino era legato al fatto che suo fratello e sua sorella erano stati entrambi assassinati. Sì, forse. Luther Williams, con addosso un forte odore di alcol e un vago sentore di altri prodotti chimici usati nel laboratorio di patologia, gli sorrise dalla sua sedia. «Ascolta, Dan, la settimana prossima ci sarà un dibattito interessantissimo tra Milton Friedman e Galbraith...» Dan lo interruppe. «Luther, devi scusarmi, ma non ho tempo per chiacchierare. Mi servono delle informazioni, e mi servono subito.» «Che cos'è questa fretta?» «Ehm, be', è che devo andare a pisciare.» Luther fece un'espressione fra l'incredulità e l'irritazione. «Senti, Danny, lo so che la politica ti annoia, ma...» «No, davvero, non è questo», ribadì Dan con un'espressione sincera. «È che devo davvero andare a pisciare.» Luther sospirò. «Un giorno o l'altro il totalitarismo avrà il sopravvento e quando non potrai neppure andare a pisciare senza un permesso scritto, verrai da me con la vescica che ti scoppia e mi dirai: 'Luther, Dio mio, perché non mi hai messo in guardia contro questa gente?'» «No, no. Ti prometto di strisciare da qualche altra parte, tutto solo, e di farmi scoppiare la vescica in silenzio. Ti prometto che non verrò a disturbarti.» «Certo, perché preferisci fartela scoppiare piuttosto che sentirti dire 'te l'avevo detto'.» Dan si sedette su uno sgabello davanti a lui. «Okay. Adesso illuminami con il raggio della scienza, dottor Williams. Hai tre clienti arrivati questa notte. McCaffrey, Hoffritz e Cooper.» «L'autopsia è in programma per questa sera.» «Non l'avete ancora fatta?» «C'è un sovraccarico di lavoro, qui, Danny. Fanno più in fretta loro a ucciderli che noi ad aprirli.» «Si direbbe una violazione dei principi del libero mercato», commentò Dan. «Eh?» «L'offerta supera la domanda.» «Perché, non è vero? Vuoi venire nella cella frigorifera, a vedere come li
teniamo ammucchiati l'uno sull'altro sui tavoli? Diamine, tra un po' ci toccherà infilarli negli armadi con dei sacchetti di ghiaccio.» «Almeno li hai visti, almeno, i tre che mi interessano?» «Oh, certo.» «Puoi dirmi qualcosa?» «Sono morti.» «Appena il totalitarismo prende il potere, come prima cosa faranno fuori tutti gli spiritosi patologi neri.» «Proprio quello che dico io», replicò Luther. «Hai esaminato le ferite di quei tre?» Il viso cupo del patologo si oscurò ancora di più. «Mai visto niente del genere. Ognuno dei cadaveri è un ammasso di contusioni sovrapposte, a decine, forse a centinaia - che macello, Cristo! - e di quelle ferite non ce ne sono due che abbiano la stessa configurazione. In più, decine di punti di frattura, ma senza un disegno. L'autopsia ce lo confermerà, ma, da un esame preliminare, le ossa sembrano in qualche punto spezzate di netto, in qualche punto scheggiate, altrove sfracellate. Ora, è impossibile che un corpo contundente, usato come una mazza, polverizzi un osso. Un colpo può spezzare o scheggiare, ma questo è l'effetto dell'impatto; l'impatto non frantuma, a meno che non sia un impatto spaventoso, come quello di una macchina che piomba su un pedone e lo spiaccica contro un muro. In generale, un osso si stritola solo applicando una pressione, schiacciando, e ti parlo di una pressione forte, tremendamente forte.» «E allora, con che cosa hanno colpito?» «Non mi sono spiegato. Vedi, quando qualcuno viene colpito forte e ripetutamente come questi tre, si ritrova la configurazione della superficie d'impatto: scabrosa, liscia, acuminata, arrotondata, o altro. Si è in grado di dire: 'Questo qui è stato pestato con un martello che aveva la faccia convessa e lo spigolo leggermente smussato'. O magari si tratta di un piede di porco, della parte piatta di un'accetta, un reggilibri, un salame, ma in ogni caso esaminando le ferite normalmente si può identificare il tipo di strumento. Questa volta no. Ognuna delle contusioni ha una forma diversa. Ogni ferita sembra prodotta da uno strumento differente.» «Suppongo», replicò Dan pizzicandosi il lobo sinistro, «che possiamo escludere la possibilità che l'assassino sia entrato in quella casa con una valigia piena di strumenti contundenti soltanto perché gli piace variare. Non me le immagino le vittime che se ne stanno tranquille ad aspettare mentre lui sostituisce il martello con la pala e la pala con una chiave in-
glese.» «Direi che è una supposizione fondata. Il fatto è che non ho notato una sola ferita che si presentasse esattamente come una martellata o come il segno lasciato da un piede di porco o una chiave inglese. Ogni contusione non era solo differente da tutte le altre contusioni, ma era unica, con una forma stranissima.» «Nessuna idea?» «Be', se questo fosse un vecchio romanzo di Fu Manchu, direi che qui abbiamo un cattivo che ha inventato una nuova arma diabolica, una macchina ad aria compressa che ha più forza di Arnold Schwarzenegger armato di maglio.» «Una teoria suggestiva. Ma non troppo probabile.» «Hai mai letto Sax Rohmer, quei vecchi libri di Fu Manchu? Erano pieni di armi stravaganti, di metodi di assassinio bizzarri.» «Ma questa è la vita vera.» «Così dicono.» «La vita vera non è un romanzo di Fu Manchu.» Luther alzò le spalle. «Non ne sono sicuro. È da molto che non guardi un telegiornale?» «Mi serve qualcosa di più solido, Luther. Con questa faccenda ho bisogno di tutto l'aiuto possibile.» Si fissarono per un momento. Poi, questa volta senza la minima traccia di spirito, Luther disse: «Ma sembrerebbe proprio così, Danny. Come se fossero stati ammazzati di botte con un martello fatto di aria». 18 Quando la ebbe riacciuffata da sotto la scrivania, Laura fece uscire Melanie dallo stato ipnotico nel quale l'aveva condotta. Fuori dall'ipnosi, però, la bambina ritornò allo stato semicatatonico nel quale si trovava fin da quando la polizia l'aveva trovata. Sotto sotto Laura aveva sperato che il termine della trance ipnotica l'avrebbe strappata anche dalla sua catatonia. Per un momento, gli occhi della piccola si fissarono in quelli di Laura, e le appoggiò una mano sulla guancia come non credendo ai suoi occhi, come stupita della presenza di sua madre, e Laura la pregò: «Rimani con me, piccola. Non andar via. Rimani con me». Ma la bambina scivolò ugualmente via. Il momento di contatto
fu intenso ma breve, dolorosamente breve. La seduta aveva stremato Melanie. Il suo viso era sfinito, gli occhi arrossati. Laura la mise a letto per un sonnellino e la bambina si addormentò appena toccato il cuscino. Quando uscì in soggiorno, Laura vide che Earl Benton si era alzato dalla poltrona e si era tolto la giacca. Aveva anche estratto la pistola dalla fondina ascellare e la teneva nella destra, lungo il fianco, come pensando che ne avrebbe avuto bisogno presto. Era accanto alla finestra, con lo sguardo fisso su qualcosa e un'espressione preoccupata. «Earl?» lo chiamò incerta. Lui le lanciò un'occhiata. «Dov'è Melanie?» «Riposa.» Lui riportò l'attenzione sulla strada di fronte alla casa. «Meglio stare con lei.» Il respiro le si fermò nella gola. Deglutì. «Che cosa c'è?» «Forse niente. Mezz'ora fa un furgone della società dei telefoni ha parcheggiato di fronte alla casa. Non ne è uscito nessuno.» Lei gli si fece accanto vicino alla finestra. Il veicolo, fermo accanto al marciapiede di fronte, mezzo al sole e mezzo sotto l'ombra di una jacaranda, era un comunissimo camioncino grigio e azzurro, con la scritta blu e bianca, uguale a quelli che si vedevano comunemente: niente di speciale, niente di sinistro. «Perché le sembra sospetto?» gli domandò. «Come le ho detto, da quello che ho potuto vedere, non ne è uscito nessuno.» «Forse l'operaio sta semplicemente facendo un sonnellino a spese della compagnia.» «Improbabile. La società dei telefoni è diretta troppo bene per lasciare che queste cose avvengano. E poi semplicemente puzza. È una mia sensazione. Ho già visto cose del genere, e quello che significa, per me, è che siamo sorvegliati.» «Sorvegliati? Da chi?» «Difficile dirlo. Ma i furgoni della società telefonica... be', i federali spesso lavorano così.» «Agenti federali?» «Già.» Stupita, portò gli occhi dal camioncino al profilo di Earl. Lui non sembrava altrettanto sorpreso. «Intende dire l'FBI?»
«Può darsi. O il ministero del Tesoro. Magari il settore sicurezza del ministero della Difesa. Sono tutti federali.» «Ma perché mai degli agenti federali dovrebbero tenerci sotto sorveglianza? Noi siamo le vittime, vittime potenziali, almeno, non i criminali.» «Non ho detto che sono sicuramente loro. Ho detto solo che spesso lavorano così.» Fissando Earl mentre lui fissava il furgone, Laura si rese conto che era cambiato. Non era più il ragazzone di campagna con una ripulita cittadina. Ora aveva un aspetto più duro, più vecchio dei suoi ventisei anni, e il suo modo di fare era più brusco e professionale. Laura era confusa. «Ma allora, se sono uomini del governo non c'è di che preoccuparsi.» «No?» «Non sono loro quelli che vogliono uccidere Melanie.» «No?» Laura era sempre più disorientata. «Ma certo che no. Non è stato il governo ad ammazzare mio marito e gli altri due.» «Che cosa ne sa?» chiese lui, gli occhi sempre inchiodati sul veicolo. «Oh, per l'amor del cielo...» «Suo marito e uno degli uomini uccisi con lui un tempo lavoravano all'UCLA.» «E allora?» «Ricevevano finanziamenti. Per ricerche.» «Sì, certo, ma...» «Alcuni di quei finanziamenti, forse la maggior parte, provenivano dal governo, no?» Lei non rispose perché era chiaro che lui conosceva già la risposta. «Finanziamenti del ministero della Difesa», riprese lui. Lei annuì. Earl proseguì: «Il ministero della Difesa è interessato alle modificazioni del comportamento. Controllo della mente. Il modo migliore per affrontare un nemico è controllarne la mente, farselo amico, senza che lui sappia neppure che cosa è successo. Una scoperta importante in questo campo potrebbe mettere fine alle guerre nella forma che noi conosciamo». «Come sa tutto questo sul lavoro di Dylan? Io non gliel'ho detto.» Earl non rispose alla sua domanda. «Forse suo marito e Hoffritz lavoravano ancora per il governo.» «Hoffritz era uno scienziato screditato e...»
«Ma se la sua ricerca era importante, se produceva risultati, a loro non sarebbe importato niente che fosse screditato nella comunità accademica. Potevano ancora usarlo.» La guardò di nuovo e nei suoi occhi c'era un cinismo, un'espressione stanca e navigata, che glielo fece apparire totalmente diverso da come l'aveva visto inizialmente. E improvvisamente non fu più sicura di potersi fidare di lui. «Una congiura del governo? Ma allora perché avrebbero dovuto uccidere Dylan e Hoffritz se lavoravano per loro?» Earl non esitò un attimo. «Forse non sono stati loro. Forse la ricerca di suo marito stava sfociando in qualcosa di grosso con applicazioni militari e forse per questo motivo l'altra parte lo ha liquidato.» «L'altra parte?» Earl si era messo di nuovo a guardare la strada. «Agenti segreti.» «Russi?» «Esistono davvero, sa? I sovietici sono gente in carne e ossa, non orchi delle favole come qualcuno sembra pensare.» «Ma è pazzesco», protestò lei. «Perché?» «Agenti segreti, storie di spie, intrighi internazionali... la gente comune non finisce invischiata in queste cose, capita solo nei film.» «Esatto. Suo marito non era gente comune», replicò Earl. «E nemmeno Hoffritz.» Laura non riusciva a distogliere lo sguardo da quell'uomo che stava subendo una profonda metamorfosi - invecchiando, indurendosi - sotto i suoi occhi. Ripetè la domanda alla quale prima non aveva ottenuto risposta: «Tutte queste ipotesi lei non avrebbe potuto farle senza conoscere il campo di studi di mio marito, la sua personalità, il tipo di lavoro che forse stava svolgendo. Come sa tutto questo di Dylan? Io non le ho detto niente». «Me ne ha parlato Dan Haldane.» «Il tenente? Quando?» «Quando mi ha telefonato. Poco prima di mezzogiorno.» «Ma io mi sono messa in contatto con voi solo dopo l'una.» «Dan mi ha detto che le avrebbe dato il nostro biglietto, assicurandoci che ci avrebbe chiamati. Voleva che fossimo informati di tutte le possibili ramificazioni del caso fin dall'inizio.» «Ma a me non l'ha detto che potessero esservi coinvolti agenti dell'FBI e, per l'amor di Dio, russi!» «Lui non lo sa che sono coinvolti, dottoressa McCaffrey. Si è solo reso
conto che c'è la possibilità che questi delitti siano collegabili a qualcosa di molto più ampio. A lei non ha detto niente perché non voleva farla preoccupare inutilmente!» «Mio Dio!» Quell'insensato, allettante mormorio di paranoia stava ritornando. Si sentì intrappolata in un'intricata ragnatela di complotti. «Meglio tener d'occhio Melanie», la invitò Earl. Fuori, una berlina Chevy avanzava lentamente lungo la strada. Si fermò accanto al furgoncino della compagnia dei telefoni, quindi si mosse e vi parcheggiò davanti. Ne scesero due uomini. «Nostri», disse Earl. «Agenti della Paladin?» «Sì. Ho chiamato l'ufficio un po' di tempo fa, quando ho concluso che il furgoncino era qui per un'operazione di sorveglianza, e ho chiesto di mandare qualcuno a controllarlo, perché non volevo uscire io lasciandovi da sole.» I due uomini scesi dalla Chevy si posero sui due lati del camioncino. «Meglio che vada a vedere Melanie», ripetè Earl. «Sta bene.» «Allora almeno si allontani dalla finestra.» «Perché?» «Perché io sono pagato per correre rischi, lei no. E l'ho avvertita fin dall'inizio di fare quello che le dico.» Lei arretrò dalla finestra, ma non si allontanò completamente. Voleva vedere che cosa succedeva fuori. Uno degli agenti della Paladin era ancora accanto allo sportello dal lato di guida. L'altro aveva fatto il giro verso il retro del veicolo. «Se sono agenti federali non spareranno», disse lei. «Neppure se vogliono Melanie.» «Giusto», annuì Earl. «Dovremo cederla. Ma comunque sapremmo chi ce l'ha, e potremo rivolgerci al tribunale per riprenderla. Ma, come ho detto, potrebbero non essere federali.» «E se sono russi?» chiese lei. «Allora potrebbe mettersi male.» La sua mano grande, forte, strinse il calcio del revolver. Tesa, Laura guardò dalla finestra. Il sole del tardo pomeriggio tingeva la strada di sfumature di ottone e rame. Socchiudendo gli occhi, vide una delle portiere posteriori del furgoncino
della compagnia dei telefoni spalancarsi. 19 Dan lasciò il dipartimento di patologia ma fece solo pochi passi lungo il corridoio prima che un pensiero lo facesse fermare. Tornò indietro, aprì la porta e vi si affacciò mentre Luther rialzava lo sguardo dal microscopio. «Ma non dovevi andare a pisciare?» chiese il patologo. «Ci hai messo meno di dieci secondi.» «L'ho fatta qui nel corridoio.» «Tipico di un detective della Omicidi.» «Ascolta, Luther, tu sei un libertario?» «Be', sì, ma di libertari ce n'è di ogni genere. Ci sono conservatori libertari, anarchici libertari, libertari ortodossi. Ci sono libertari che credono...» «Luther, guardami e vedrai la definizione di 'noia'.» «Ma allora perché mi hai domandato...» «Volevo solo sapere se hai mai sentito parlare di un gruppo libertario chiamato Freedom Now.» «Che io ricordi, no.» «È un comitato di azione politica.» «Non mi dice niente.» «Tu sei piuttosto attivo nei circoli libertari. Avresti sentito parlare di Freedom Now se fossero davvero nel giro?» «Probabilmente sì.» «Ernest Andrew Cooper.» «Uno dei tre di Studio City», replicò Luther. «Già. Prima di quest'occasione l'avevi mai sentito?» «No.» «Sei sicuro?» «Sì.» «Dovrebbe essere un pezzo grosso nei circoli libertari.» «Dove?» «Qui, a Los Angeles.» «Be', non lo è. È un nome che non avevo mai sentito.» «Ne sei certo?» «Certo che ne sono certo. Perché giochi a fare il piedipiatti della Omicidi con me?» «Perché lo sono, un piedipiatti della Omicidi.»
Il patologo rise. Aveva una risata cordiale e un sorriso che invogliava al sorriso. Dan non riusciva a capire perché mai un uomo simpatico, vivace, ottimista, energico come Luther Williams avesse deciso di passare la sua vita lavorativa a trafficare con i cadaveri. La dottoressa Irmatrude Gelkenshettle, preside della facoltà di psicologia dell'UCLA, aveva un ufficio d'angolo con tante finestre e la veduta sul campus. Ora, alle cinque meno un quarto, la breve giornata invernale stava già svanendo, avvolta in una fumosa luce arancione come quella di un fuoco che si muta in brace. Fuori, le ombre si allungavano, di minuto in minuto, e gli studenti affrettavano il passo per il freddo della sera che arrivava anticipando di poco il buio. Dan sedeva in una moderna poltrona di stile danese davanti alla scrivania della dottoressa Gelkenshettle. Era una donna bassa e robusta sulla cinquantina. I capelli grigio ferro erano tagliati alla bell'e meglio; benché non fosse mai stata bella, il suo viso era interessante e cordiale. Indossava calzoni blu e una camicia bianca di stile maschile, con ampie tasche e spalline; le maniche erano arrotolate e portava perfino un orologio da uomo, con il cinturino elastico. Nonostante l'aspetto, non era lesbica; Dan ci avrebbe scommesso. Pur essendo la prima volta che la vedeva, gli sembrava di conoscerla bene, dato che sua zia Kay - la sorella della sua madre adottiva, ufficiale di carriera nell'esercito - era esattamente come lei. Era chiaro che Irmatrude Gelkenshettle sceglieva il suo abbigliamento in base a criteri di praticità, durata e valore. Non che disprezzasse chi ci teneva a essere alla moda; semplicemente non le veniva in mente che la moda potesse essere un elemento di valutazione nei momenti in cui riforniva il suo guardaroba. Esattamente come zia Kay. Perfino l'orologio: anche zia Kay ne aveva uno maschile perché con il quadrante più grande era più facile leggere l'ora. Sulle prime l'aveva lasciato sconcertato. Non corrispondeva all'idea che aveva lui del preside di una facoltà di psicologia di un'importante università. Ma poi aveva notato che nella libreria dietro la scrivania ventiventicinque volumi - uno scaffale intero - recavano il suo nome sul dorso. «Professoressa Gelkenshettle...» Lei alzò una mano, interrompendolo. «Ho un nome impossibile. Le uniche persone che mi chiamano professoressa Gelkenshettle sono gli studenti, quei colleghi che detesto, il mio meccanico - bisogna tenerli a distanza altrimenti ti mangiano lo stipendio di un anno per una messa a punto del
motore - e gli estranei. Noi siamo estranei, o qualcosa di molto vicino, ma siamo anche dei professionisti, per cui lasciamo perdere i formalismi. Chiamami Marge.» «È il secondo nome?» «Ahimè, no, ma Irmatrude non è meglio di Gelkenshettle e il mio secondo nome è Heidi. Ti sembro una Heidi?» Lui sorrise. «Direi di no.» «Hai maledettamente ragione. I miei erano delle bravissime persone, e mi volevano bene, ma con i nomi erano un disastro.» «Io mi chiamo Dan.» «Molto meglio. Semplice. Sensato. Chiunque sa dire Dan. Allora, volevi parlare di Dylan McCaffrey e Willy Hoffritz. Non riesco a credere che siano morti.» «Non ti sarebbe tanto difficile se vedessi i loro corpi. Parlami prima di Dylan. Che opinione avevi di lui?» «Quando McCaffrey era qui io non ero ancora preside. Sono a capo di questa facoltà da poco più di quattro anni.» «Ma insegnavi qui, a quel tempo.» «Sì. Non lo conoscevo bene, ma abbastanza da sapere che non ci tenevo a conoscerlo meglio.» «So che era molto attaccato al suo lavoro. Sua moglie, anche lei una psicologa, lo ha perfino definito un nevrotico ossessivo-coatto.» «Era uno svitato», disse Marge. I due nuovi agenti della Paladin si allontanarono dal furgoncino dei telefoni puntando direttamente sulla porta anteriore di Laura. Earl Benton li fece entrare. Uno era alto, l'altro basso. Quello alto era magro e con un viso grigiastro. Quello basso era piuttosto grassoccio e lentigginoso. Earl chiamò quest'ultimo Flash, ma Laura non capì se era un soprannome o il suo nome vero. Parlò solo Flash mentre quello alto gli rimase accanto con un viso inespressivo. «Sono inferociti perché gli abbiamo fatto saltare la copertura», comunicò Flash. «Se non vogliono farsi fregare, devono stare più attenti», commentò Earl. «È quello che gli ho detto io», annuì Flash. «Chi sono?»
«Hanno mostrato i documenti dell'FBI.» «Hai preso i loro nomi?» «Nomi e numeri.» «Ti sembrano autentici?» «Sì», rispose Flash. «E loro ti sembrano i tipi giusti?» «Sì», ripetè Flash. «Vestiti a dovere. Calmi, modo di parlare cortese, gentili anche quando erano arrabbiati, ma con quella sfumatura di arroganza sotto, hai presente?» «Ho presente», annuì Earl. «Ma ora torniamo in ufficio a controllare, vediamo se il Bureau ha degli agenti con quei nomi.» «I nomi li troverai sicuramente, anche se quelli non sono legittimi», ribattè Earl. «Quello che dovete fare è procurarvi le foto dei veri agenti e vedere se sono gli stessi.» «Faremo così», rispose Flash. «Tornate qui appena possibile», concluse Earl, e i due si girarono verso la porta. «Un momento», disse Laura. Tutti si volsero a guardarla. «Che cosa vi hanno detto? Che motivo vi hanno dato per tenere sotto controllo la mia casa?» «Quelli del Bureau non parlano delle loro operazioni se non ne hanno voglia», rispose Earl. «E quelli non ne avevano voglia», aggiunse Flash. L'uomo alto annuì. «Se fossero qui per proteggere Melanie e me», riprese Laura, «ce lo direbbero, no? Per cui devono essere qui per riprendersela.» «Non necessariamente», disse Flash. Earl rimise la rivoltella nella fondina. «Guarda, Laura, la situazione potrebbe essere poco chiara per il Bureau come lo è per noi. Per esempio, supponiamo che tuo marito stesse lavorando a un importante progetto del Pentagono quando sparì con Melanie. Supponiamo che l''FBI lo cercasse fin da allora. E adesso lui spunta fuori, morto, in circostanze singolari. Magari non era il nostro governo a finanziarlo, per questi ultimi sei anni, e forse si chiedono dove trovasse i soldi.» Di nuovo, Laura ebbe la sensazione che il pavimento le oscillasse sotto i piedi, la sensazione che il mondo che aveva sempre creduto reale fosse u-
n'illusione. Sembrava quasi che la vera realtà fosse quel mondo paranoico da incubo fatto di nemici invisibili e complotti di inimmaginabile complessità. «Insomma, mi stai dicendo che sono lì in quel furgone, a guardare la mia casa, perché credono che altri possano venire a prendere Melanie e loro vogliono coglierli sul fatto. Ma continuo a non capire perché non sono venuti da me a dirmi che ci avrebbero sorvegliate.» «Non si fidano di lei», spiegò Flash. «Ce l'avevano con noi perché gli abbiamo fatto saltare la copertura», continuò Earl, «non solo nei confronti di quelli che forse sono lì fuori a tenerci d'occhio, ma anche nei tuoi confronti.» «Ma perché?» fece lei, sconcertata. Earl sembrava imbarazzato. «Perché, per quello che ne sanno loro, tu potresti essere stata fin dall'inizio d'accordo con tuo marito.» «Lui mi ha rapito Melanie!» Earl si schiarì la gola. La spiegazione che stava per darle lo metteva chiaramente a disagio. «Dal punto di vista del Bureau tu potresti aver permesso a tuo marito di portar via tua figlia, perché potesse fare i suoi esperimenti su di lei senza interferenze da parte di parenti o amici.» «Ma è pazzesco!» esclamò Laura quando si fu ripresa dallo sbalordimento. «Tu hai visto che cosa hanno fatto a Melanie. Come avrei potuto? Io la amo. È la mia bambina. Dylan era disturbato, pazzo forse, d'accordo, e troppo squilibrato per accorgersi che le stava facendo del male, che la stava distruggendo, o forse non gliene importava. Ma io non sono squilibrata, io! Io non sono come Dylan.» «Lo so», cercò di calmarla Earl. «Io lo so.» Negli occhi di Earl Benton c'era fiducia, fiducia e compassione, ma, quando guardò gli altri due scorse nel loro sguardo un'ombra di dubbio e sospetto. Lavoravano per lei, eppure non erano pienamente convinti che avesse detto la verità. Follia. Era incappata in un gorgo che la stava trascinando in un mondo da incubo, un mondo di sospetti, inganni e violenza, in un paesaggio alieno dove nulla era ciò che sembrava. Chissà come, le venne in mente Dorothy e Toto, presi in un tornado nel Kansas, e trasportati nel Regno di Oz. Ma ciò verso cui lei stava precipitando non era Oz: era l'inferno.
Dan, sorpreso, ripetè: «Svitato? Non sapevo che gli psicologi usassero termini del genere». Marge fece un sorrisetto. «Oh, non in aula, non nelle pubblicazioni, e certamente non in tribunale se mai ci dovessero affidare una perizia. Ma qui siamo nell'intimità del mio ufficio, tra quasi-estranei, e te l'assicuro, Dan, quello era matto. Non accertabile clinicamente, bada. Ma neppure semplicemente eccentrico. Il suo campo primario di ricerca doveva essere lo sviluppo e l'applicazione di tecniche di modificazione del comportamento che avrebbero trasformato la personalità criminale. Ma lui era sempre pronto a partire per la tangente, a cavalcare qualche stranezza, profondamente impegnato - 'ossessionato' è la parola giusta - in qualche nuova linea di ricerca, ma solo per sei mesi, diciamo, per poi disinteressarsene completamente.» «Quali stranezze, per esempio?» Lei si appoggiò allo schienale e incrociò le braccia sul petto. «Be', per un periodo, era decisissimo a trovare una terapia che combattesse con i farmaci la dipendenza da nicotina. Ti sembra una cosa sensata? Aiutare a fare a meno delle sigarette... e a non potere più fare a meno di un farmaco? E per sei o otto mesi era convinto che la suggestione subliminale, la programmazione subconscia, potessero metterci in condizioni di eliminare i nostri pregiudizi contro la fede nel soprannaturale, aiutarci ad aprire la mente alle esperienze psichiche, così che saremmo riusciti a vedere gli spiriti con la stessa facilità con cui ci vediamo tra noi.» «Spiriti? Parli di fantasmi.» «Sì. O meglio: lui parlava di fantasmi.» «Non pensavo che gli psicologi credessero negli spiriti.» «Stai parlando con una che non ci crede. Ma McCaffrey era uno che ci credeva.» «Mi vengono in mente i libri che abbiamo trovato in casa sua. Alcuni parlavano di scienze occulte.» «Probabilmente questo rappresentava una metà dei suoi hobby», disse lei. «Fenomeni paranormali.» «Ma chi poteva pagare per ricerche del genere?» «Dovrò controllare l'archivio. Probabilmente queste attività sull'occulto le faceva per conto suo, senza finanziamenti o impiegando illecitamente fondi concessi per altri lavori.» «Chi finanziava la sua ricerca primaria?» «Qualcosa la riceveva da fondi istituiti da ex studenti dell'università a
scopo di ricerca. E poi finanziamenti dalle imprese, ovviamente. E dal governo.» «Soprattutto il governo?» «Direi di sì.» Dan si accigliò. «Se Dylan McCaffrey era uno svitato, perché il governo aveva a che fare con lui?» «Oh, be', era sì uno svitato, e i suoi interessi per l'occultismo erano esasperanti, ma era una persona brillante. Questo devo concederglielo. Se avesse avuto una personalità più stabile, il suo intelletto lo avrebbe portato molto lontano. Sarebbe diventato famoso nel suo campo, e forse anche tra il grosso pubblico.» «Erano finanziamenti del Pentagono?» «Sì.» «A che cosa stava lavorando per il Pentagono?» «Non posso dirlo. Innanzitutto, non lo so. Potrei controllare in archivio, ma anche se lo sapessi non potrei dirlo. Tu non hai l'autorizzazione del servizio di sicurezza.» «Giusto. Che cosa puoi dirmi di Wilhelm Hoffritz?» «Era una merda.» Dan rise. «Dottoressa... Marge, certo che tu non usi eufemismi.» «È la pura verità. Hoffritz era un aristocratico figlio di puttana. Avrebbe voluto essere a capo di questa facoltà. Non gli è stato possibile. Sapevamo tutti come sarebbe andata se avesse ottenuto il potere su di noi. Era malvagio. Prepotente. Avrebbe raso al suolo l'intera facoltà.» «Anche lui faceva ricerche per la Difesa?» «Quasi esclusivamente. Non posso parlarti neppure di questo.» «Si dice che fu costretto a dimettersi dall'università.» «Quello fu un giorno di festa per l'UCLA.» «Come mai lo buttaste fuori?» «C'era una ragazza, una studentessa...» «Ah.» «Molto peggio di quello che pensi», precisò Marge. «Non era solo una questione di turpitudine morale. Non era il primo professore ad andare a letto con una studentessa. Faceva del sesso con lei, sì, ma l'ha anche mandata all'ospedale. La loro relazione era... anormale. Una notte, le cose gli sfuggirono di mano.» «Parli di giochi fatti con legami, cose del genere?» «Sì. Hoffritz era un sadico.»
«E la ragazza collaborava? Era una masochista.» «Sì. Ma gliene venne più di quanto avessero pattuito. Una notte Hoffritz perse il controllo, le ruppe il naso, tre dita, il braccio sinistro. Andai all'ospedale, la vidi. Tutt'e due gli occhi neri, un labbro spaccato, piena di lividi.» Laura ed Earl stavano alla finestra a guardare Flash e quello alto scendere lungo il vialetto nel crepuscolo che avanzava. Il furgoncino era solo una sagoma indistinta. «FBI, eh?» disse lei. «Ma non vanno via, adesso?» «No.» «Anche se ora so di loro?» «Be', non sono convinti che tu fossi in combutta con tuo marito. Anzi, questa ai loro occhi dovrebbe essere una delle eventualità meno probabili. Pensano ancora che qualcuno - quelli che finanziavano le ricerche di Dylan, chiunque siano - verrà a cercare Melanie, e vogliono trovarsi qui quando ciò accadrà.» «Ma io ho bisogno comunque che tu stia qui», riprese Laura. «Nel caso che sia l'FBI a prendere mia figlia.» «Sì. Se le cose vanno così, avrai bisogno di un testimone per poterti rivolgere al tribunale.» Laura si avvicinò al divano e si sedette sul bordo, con le spalle incurvate, la testa china, le braccia appoggiate alle ginocchia. «Mi sembra di star perdendo la testa.» «Andrà tutto nel migliore dei modi se...» Fu interrotto dall'urlo di Melanie. Dan sussultò alla descrizione di Marge della studentessa malmenata. «Ma non risulta che Hoffritz sia mai stato arrestato.» «La ragazza non presentò denuncia.» «Lui le fece quello e lei gliela fece passar liscia? Perché?» Marge si alzò, si avvicinò alla finestra e guardò giù verso il campus. La luce aranciata del tramonto aveva lasciato il posto alle tonalità grigie e blu del crepuscolo. Dalla parte del mare arrivava qualche nuvola. Infine, la psicologa riprese a parlare: «Quando sospendemmo Hoffritz e cominciammo a indagare sulle sue passate relazioni con gli studenti, scoprimmo che quella ragazza non era la prima. Ce n'erano state almeno altre quattro nel corso degli anni, tutte coinvolte in una relazione sadomasochi-
sta con Hoffritz, ma nessuna di esse aveva mai riportato contusioni gravi. Fino a quella ragazza, era sempre stato più che altro un gioco sporco. Quelle prime quattro accettarono di parlare quando insistemmo e vennero fuori alcune informazioni interessanti... e spaventose». Dan non la sollecitò a continuare. Si rendeva conto che doveva essere penoso, umiliante, per lei, riconoscere che un collega - anche un collega che non le piaceva - fosse capace di cose del genere, e che la comunità accademica non fosse più nobile del resto del mondo. Ma lei era una donna realista, in grado di affrontare le verità spiacevoli - cosa rara all'interno quanto all'esterno della comunità accademica - e gli avrebbe detto tutto: bisognava solo lasciarle tutto il tempo che le occorreva per farlo. Sempre guardando fuori della finestra, Marge riprese: «Nessuna di quelle quattro ragazze aveva abitudini sessuali promiscue, Dan. Brave figlie di buona famiglia, qui per farsi un'istruzione, non per sottrarsi all'autorità dei genitori e darsi alla pazza gioia. Anzi, due di loro erano vergini prima di cadere sotto l'influsso di Hoffritz. E nessuna, prima di Hoffritz, era mai stata coinvolta in rapporti sadomasochisti; e certamente nemmeno dopo. Provavano ripugnanza al ricordo di quanto gli avevano permesso di far loro». Tacque di nuovo. Dan sentì che questo era il momento di fare una domanda: lei stessa lo voleva. «Be', ma se non gli piaceva, perché lo facevano?» «La risposta è un pochino complessa.» «Magari la capisco. Anch'io sono un pochino complesso.» Marge si girò dalla finestra e sorrise, ma solo per un attimo. Quanto aveva da dirgli bastava a spegnergli quel sorriso. «Ognuna di quelle quattro ragazze, scoprimmo, si era fatta coinvolgere volontariamente da Hoffritz in esperimenti di modificazione del comportamento. Esperimenti che comprendevano suggestione postipnotica e certe sostanze che agivano sulle inibizioni.» «Ma perché accettavano di farsi coinvolgere in qualcosa del genere?» «Per compiacere un professore, per ottenere un buon voto. O forse perché la cosa le interessava davvero. Talvolta gli studenti provano interesse per quello che studiano, perfino oggi, perfino gli studenti di calibro ridotto che ci arrivano negli ultimi tempi. E Hoffritz un certo fascino lo aveva, un fascino che funzionava su qualcuno più che su altri.» «Con te non funzionava affatto.» «Quando azionava il suo fascino, lo trovavo ancora più viscido del soli-
to. In ogni modo, lui era il loro professore, e le affascinava, e non bisogna dimenticare che era un personaggio ben noto nel suo campo, e si era guadagnato un certo rispetto.» «E fu dopo l'inizio di questi esperimenti che ognuna delle ragazze si trovò coinvolta sessualmente con lui. Tu credi dunque che usasse l'ipnosi, le droghe, la programmazione subconscia per, come dire, per convertirle.» «Per programmare le loro matrici psicologiche in modo da includere promiscuità e masochismo. Sì, è esattamente quello che penso.» Lo strillo acuto di Melanie riempì la casa. Urlando il nome di sua figlia, Laura si precipitò dietro Earl Benton lungo il corridoio. La guardia del corpo, impugnando la pistola, entrò nella camera della bambina e accese la luce. Melanie era sola. La minaccia che le aveva strappato quelle urla poteva vederla solo lei. Rannicchiata in un angolo, con indosso un paio di calze bianche e le mutandine bianche di cotone che Laura le aveva messo portandola a letto, con le mani alzate davanti alla faccia per allontanare un invisibile nemico, urlava così forte che la gola doveva farle male. Appariva così fragile, così penosamente vulnerabile... Per un attimo, Laura fu, sopraffatta dall'odio per Dylan; sentì che le ginocchia le cedevano quasi sotto il peso della sua rabbia. Earl rinfoderò l'arma. Si protese verso Melanie, ma lei gli diede un colpo sulla mano e si allontanò strisciando lungo il muro. «Melanie, amore, calmati! Non c'è niente!» disse Laura. La bambina non le diede ascolto. Raggiunse l'altro angolo, vi si sedette, tirò su le gambe, strinse a pugno le manine e le tenne alzate in difesa. Non urlava più, ma emetteva uno strano verso di panico. «Uh... uh... uh... uh... uh...» Earl si accoccolò davanti a lei. «Tutto a posto, piccola.» «Uh... uh... uh... uh...» «Ora è tutto a posto. Davvero. È a posto. Ci sono io.» «La p-p-porta», balbettò Melanie. «La porta! Non fatela aprire!» «È chiusa», assicurò Laura, inginocchiandosi accanto a lei. «La porta è chiusa e sbarrata, amore.» «Tenetela chiusa!» «Non ti ricordi? C'è un grande catenaccio, tutto nuovo e pesante, sulla porta», riprese Laura. «Non ti ricordi, tesoro?» Earl la guardò, chiaramente perplesso.
«La porta è chiusa», continuò Laura. «Sbarrata, sigillata. Nessuno può aprirla, amore. Nessuno.» Due grosse lacrime spuntarono negli occhi della bambina, riversandosi lungo le guance. «Qui sei al sicuro, piccina. Nessuno può farti del male.» Melanie sospirò, e la paura cominciò a svanire dal suo viso. «Sei al sicuro. Perfettamente al sicuro, ora.» La bambina portò una mano alla testa e si mise a giocherellare con una ciocca di capelli con aria distratta, come una qualsiasi normale ragazzina immersa in pensieri normali, pensieri di ragazzi, di cavalli, di feste, di una qualunque delle cose che occupano la mente dei ragazzini della sua età. Dopo il comportamento altalenante fra isteria e catatonia, mostrato fino a quel momento, vederla compiere un atto così quotidiano era commovente e incoraggiante al tempo stesso: una piccola cosa, semplice, tutt'altro che un passo risolutivo, non un'incrinatura nel suo scudo autistico, ma qualcosa di normale. Laura colse quel momento. «Ti piacerebbe venire con me dal parrucchiere? Sì? Da un vero parrucchiere non ci sei mai stata. Ci andiamo insieme e ci facciamo sistemare i capelli. Che cosa ne dici?» Benché lo sguardo rimanesse un po' velato, Melanie aggrottò la fronte e parve considerare la proposta. «Avresti proprio bisogno di fare qualcosa ai tuoi capelli», continuò Laura, cercando con ansia di non disperdere quel momento, di espanderlo, di approfondire e ampliare questo inatteso contatto con la bambina all'interno del suo guscio. «Li facciamo tagliare e pettinare. Magari con i riccioli. Ti piacerebbe avere i riccioli, tesoro? Staresti benissimo.» Il viso della bambina si ammorbidi e per un attimo un accenno di sorriso si dipinse sulle sue labbra. «E dopo il parrucchiere, possiamo andare a comprare dei vestiti. Che te ne pare? Tanti vestiti nuovi. Gonne e golfini. Anche uno di quei giubbini lucidi come quelli di Michael Jackson. Ti piacerebbe, ne sono sicura. Ah, già, ma forse non lo sai chi è Michael Jackson, vero? Aspetta di scoprirlo e vedrai! Tutte le ragazzine, dagli otto ai diciotto anni, ne vanno pazze: vorrai anche tu un suo poster in camera.» Il sorriso indefinito di Melanie si dissipò di colpo. Benché Laura continuasse a parlare, quello stato d'animo scomparve, repentino com'era arrivato. L'espressione serena della bambina lasciò il posto a un'aria di disgusto, come se avesse visto qualcosa, nel suo mondo privato, che la terrorizzava e
le ripugnava. Quindi fece una cosa inattesa e inquietante: si colpì con i piccoli pugni le ginocchia e le cosce, colpi forti e sonori, poi si percosse il petto... «Melanie!» ... e le braccia con tutt'e due i pugni, con una forza e un furore inattesi. «Fermati! Melanie!» ripetè Laura, scossa e spaventata dall'improvvisa furia autodistruttiva della figlia. Melanie si assestò un pugno in faccia. «La prendo io!» gridò Earl. La bambina lo morse mentre lui cercava di fermarla. Si liberò una mano e si artigliò il petto con tanta ferocia da sanguinare. «Gesù!» esclamò Earl mentre la bambina lo tempestava di calci con i piedi nudi e si divincolava. Dan aggrottò le sopracciglia. «Programmate a essere promiscue e masochiste? È possibile una cosa del genere?» Lei annuì. «Con uno psicologo senza scrupoli, al corrente delle moderne tecniche di lavaggio del cervello, che abbia a disposizione un soggetto disponibile o uno su cui possa esercitare un controllo fisico per lunghi periodi, è possibile. Ma normalmente la cosa richiede molto tempo, molta pazienza e perseveranza. La cosa che stupisce e spaventa in questo caso è che Willy Hoffritz trasformò quelle ragazze nel giro di qualche settimana, dopo aver lavorato con loro solo per una o due ore al giorno, tre o quattro volte la settimana. A quanto pare, aveva sviluppato dei suoi metodi, straordinariamente efficaci, di condizionamento psicologico. Ma con le prime quattro non durò a lungo, mai più di qualche settimana, qualche mese, al massimo. Alla fine, la reale personalità di ciascuna di esse riemerse. Dapprima si sentirono in colpa per le loro acrobazie sessuali con Hoffritz, ma continuarono a trarre un perverso piacere dall'umiliazione e dalle sofferenze del loro ruolo masochistico; poi, gradatamente, giunsero a temere e a disprezzare questo aspetto della loro relazione. Ognuna di esse raccontò che era stato come risvegliarsi da un sogno quando alla fine avevano cominciato a sentire la necessità di liberarsi da Hoffritz. Tutte e quattro, in ultimo, trovarono la forza di volontà per divincolarsi.» «Buon Dio», commentò Dan. «Sì, credo anch'io che esista un buon Dio, ma certe volte mi domando come faccia a permettere che ci siano uomini come Hoffritz sulla faccia della terra.»
«Perché nessuna di loro, di queste quattro ragazze, non lo ha denunciato alla polizia, o almeno alle autorità dell'università?» «Avevano troppa vergogna. Una vergogna profonda. E finché non le abbiamo trovate e abbiamo cominciato a interrogarle non avevano mai sospettato che le loro aberrazioni masochistiche fossero opera di Hoffritz. Erano convinte che quei desideri contorti fossero dentro di loro fin dall'inizio.» «Ma è incredibile. Sapevano di essere coinvolte in esperimenti di modificazione del comportamento: quando cominciarono a comportarsi in un modo del tutto nuovo avrebbero dovuto...» Marge alzò una mano, interrompendolo. «Probabilmente Hoffritz aveva inculcato nelle loro menti direttive che impedivano alle ragazze di considerare la possibilità che fosse lui responsabile del loro comportamento.» Dan provò un brivido di paura al pensiero che il cervello umano potesse essere manipolato così facilmente, proprio come la cera. Melanie sgusciò dalle mani di Earl, si alzò e fece due passi barcollanti verso il centro della camera, dove si fermò ondeggiando, e cadde quasi, poi riprese a percuotersi, picchiandosi come se sentisse che meritava di essere punita o se cercasse di scacciare dalla sua carne traditrice qualche spirito oscuro. Laura riuscì ad avvicinarsi scansando i colpi, la cinse con le braccia, la strinse, cercando di bloccarle le braccia lungo i fianchi. Con le mani imprigionate, Melanie non si calmò. Cominciò a scalciare e a urlare. Earl Benton le arrivò da dietro, stringendola fra sé e Laura in modo che non potesse più muoversi, ma solo gridare e piangere nel tentativo di liberarsi. I tre rimasero così per un minuto, mentre Laura le parlava in tono rassicurante, finché Melanie non smise di dibattersi. Si accasciò inerte fra i due. «Ha finito?» chiese Earl. «Penso di sì», rispose Laura. «Povera piccola.» Melanie appariva sfinita. Earl si ritrasse. Ormai docile, Melanie permise a Laura di condurla al letto. Si sedette sul bordo. Stava ancora piangendo.
«Bambina», mormorò Laura, «stai bene, adesso?» Con uno sguardo spento, la bambina disse: «Si è aperta. Si è aperta di nuovo, si è aperta tutta». Rabbrividì dall'orrore. «La quinta ragazza», disse Dan. «Quella finita in ospedale. Come si chiamava?» La psicologa si allontanò dal vano della finestra su cui batteva la luce ormai fioca del crepuscolo. Ritornò alla sua scrivania e si lasciò cadere nella poltrona come se questi ricordi spiacevoli l'avessero sfinita, molto di più che qualsiasi giornata di duro lavoro. «Non so se sia il caso di dirtelo.» «Credo proprio di sì.» «E il rispetto della privacy?» «E le indagini di polizia?» «E la riservatezza professionale nei confronti di una paziente?» «Ah, sì? La quinta ragazza era una tua paziente?» «L'ho visitata diverse volte all'ospedale.» «Non funziona, Marge. L'hai messa bene, ma non funziona. Io facevo visita tutti i giorni a mio padre quando era ricoverato per un'operazione di by pass, ma non credo che una visita quotidiana mi dia il diritto di definirmi il suo medico.» Marge sospirò. «È solo che quella povera ragazza ha sofferto tanto e ora, quattro anni dopo il fatto, ritirare fuori tutta quella faccenda...» «Non ho intenzione di presentarmi da lei e rivangare il passato davanti all'eventuale marito», le assicurò Dan. «Posso sembrare stupido e rozzo, ma in realtà so essere sensibile e discreto.» «Non sembri né stupido né rozzo.» «Grazie.» «Ma pericoloso sì.» «È un'immagine che coltivo. Mi serve per il lavoro.» Lei esitò ancora per un istante, poi si strinse nelle spalle. «Si chiamava Regine Savannah.» «Ma che nome è? Stai scherzando!» «Ti pare che Irmatrude Gelkenshettle scherzerebbe sul nome di qualcuno?» «Scusa.» Annotò «Regine Savannah» sul suo taccuino. «Sai dove abita?» «Quando era qui viveva in un appartamento a Westwood con altre tre studentesse. Ma sono sicura che non sta più là da tempo.»
«Che cosa fece quando uscì dall'ospedale? Abbandonò la scuola?» «No. Finì gli studi e si laureò, benché ci fosse chi avrebbe preferito un suo trasferimento. Per qualcuno era un continuo imbarazzo averla qui.» La cosa lo lasciò perplesso. «Imbarazzo? Penserei che dovessero essere tutti contenti che si fosse rimessa, fisicamente e psicologicamente, così bene da riprendere una vita regolare.» «Solo che continuava a vedere Hoffritz.» «Che cosa?» «Da non credere, eh?» «Vuoi dire che continuò a vederlo dopo che l'ebbe mandata in ospedale?» «Esatto. Peggio, Regine mi scrisse una lettera, quale preside di facoltà, in cui difendeva Hoffritz.» «Buon Dio.» «Scrisse anche al rettore dell'università e ad altri professori del consiglio di amministrazione. Fece tutto quanto le era possibile perché Willy Hoffritz non perdesse il posto.» Dan si sentì nuovamente invadere da una strisciante sensazione di disagio. Non era portato, per natura, alle azioni o ai pensieri melodrammatici, ma in qualche modo il solo parlare di Hoffritz cominciava a fargli gelare il sangue nelle vene. Se quell'uomo era in grado di imporre un tale controllo a Regine, che cosa mai avrebbero potuto ottenere lui e Dylan McCaffrey combinando i loro diabolici talenti? A che scopo avevano trasformato Melanie in qualcosa di simile a un vegetale? Dan non riusciva più a star fermo. Si alzò in piedi. Ma l'ufficio era piccolo e non c'era molto spazio per muoversi, per lui che era così grosso. Rimase lì, ritto accanto alla sedia, con le mani in tasca. «Quindi, anche dopo essere finita all'ospedale, Regine non riuscì a liberarsi del suo influsso.» Marge scosse la testa. «Dopo che Willy Hoffritz fu mandato via, Regine continuò a farsi accompagnare da lui alle cerimonie e alle feste del campus. E fu lui l'unico suo invitato alla cerimonia della consegna della laurea.» «Gesù.» «Ci godettero tutti e due a sbattercelo in faccia.» «Quella ragazza aveva bisogno di un aiuto psichiatrico. Aveva bisogno di essere deprogrammata.» Una grande tristezza calò sul viso gentile della psicologa. Si tolse gli occhiali come se fossero diventati improvvisamente un peso insopportabile.
Si stropicciò gli occhi stanchi. Dan capiva piuttosto bene quello che provava la donna. Era dedita al suo lavoro, era molto capace in quel che faceva, ed era una persona dotata di canoni morali, di scrupoli, di ideali. La sua coscienza doveva avvertire che un uomo come Hoffritz era un discredito non solo per la professione ma anche personalmente per lei. «Cercammo di fare in modo che Regine avesse l'aiuto di cui aveva bisogno. Ma lei lo rifiutò.» Fuori, si.erano accesi i lampioni, che cercavano senza successo di tener lontana la notte. «Evidentemente», riprese Dan, «se Regine non si ribellò a Hoffritz fu perché le piaceva essere picchiata.» «Evidentemente.» «Lui l'aveva programmata perché le piacesse.» «Evidentemente.» «Aveva imparato dalle prime quattro ragazze.» «Sì.» «Su di loro aveva perso il controllo, ma aveva imparato dai suoi errori, e una volta arrivato a Regine aveva imparato come mantenere una presa d'acciaio.» Dan doveva muoversi, scaricare un po' di energia. Fece cinque passi verso la libreria, tornò alla sedia e appoggiò le mani sulla spalliera. «Non potrò più sentire l'espressione 'modificazione del comportamento' senza avvertire un senso di nausea.» Marge assunse un tono difensivo. «La modificazione del comportamento è un'area di ricerca legittima, una branca della psicologia che ha una sua dignità. Può aiutarci a trovare metodi di insegnamento più efficaci, a ridurre la criminalità, a curare, forse persino a creare un mondo più pacifico.» Contrariamente a Dan, che diventava sempre più irrequieto e bisognoso di azione, Marge sembrava cercare rifugio in una sorta di letargo; si accasciava sempre di più nella poltrona. Era una donna energica e battagliera, ma davanti a inesplicabili mostruosità come quella sembrava sempre meno una combattente e sempre più una nonna che ha bisogno di una sedia a dondolo e di una bella tazza di tè con il miele. Una vulnerabilità che la faceva piacere ancora di più a Dan. Riprese con voce stanca: «La modificazione del comportamento e il lavaggio del cervello non sono assolutamente la stessa cosa. Il lavaggio del cervello ne è un figlio bastardo, una deviazione perversa, così come Hoffritz non era un uomo comune, o uno scienziato comune, ma una perversione dell'uno e dell'altro».
«Regine sta ancora con lui?» «Non lo so. L'ultima volta l'ho vista più di due anni fa e allora stava con lui.» «Visto che non l'ha lasciato dopo le percosse, immagino che nulla di quanto lui abbia fatto potesse convincerla ad andarsene. È probabile che lo vedesse ancora.» «A meno che non sia stato lui a stancarsi di lei», aggiunse Marge. «Dall'idea che mi sono fatto di lui, non si stancava mai di qualcuno che potesse dominare e terrorizzare.» Marge annuì mestamente. Dan guardò l'orologio, ansioso di andarsene, di muoversi, di agire, di fare qualcosa. «Hai detto che Dylan McCaffrey era brillante, un genio. Diresti la stessa cosa di Hoffritz?» «Probabilmente sì. Ma il suo genio era di una qualità oscura, contorta, perversa.» «Anche quello di McCaffrey.» «Nemmeno la metà di quello di Hoffritz», replicò lei. «Ma lavorando insieme, con finanziamenti sostanziosi, forse illimitati, su un soggetto umano, assolutamente privi di restrizioni legali o morali, dovevano costituire una combinazione pericolosa, no?» «Sì», rispose lei. Una pausa. «Diabolica.» Quella parola, «diabolica», sembrava stranamente esagerata, venendo da Marge. Ma Dan era sicuro che fosse stata scelta con cura. «Diabolica», ripetè lei, togliendogli ogni dubbio sulla profondità della sua apprensione. Nel bagno, con della tintura di iodio e un po' di cerotto, Laura fu in grado di medicare la piccola ferita alla mano di Earl Benton, i segni del morso che gli aveva dato Melanie. «Non è niente», le assicurò Earl. «Non dartene pensiero.» Melanie era seduta sul bordo della vasca, con lo sguardo perduto sulle mattonelle della parete. Non sarebbe potuta essere più differente dalla furia che si era scatenata contro di loro nella camera da letto. «Un morso umano rischia di far infezione più di quello di un cane o di un gatto», disse Laura. «Lo hai coperto per bene di tintura, e non sanguina quasi. Solo un morsetto. Non fa nemmeno male», insisté lui, anche se lei sapeva che almeno un po' doveva bruciare.
«Hai fatto un'antitetanica di recente?» domandò Laura. «Sì. Il mese scorso ero sulle tracce di certi delinquenti. Uno di loro ha avuto da obiettare sul fatto che l'ho trovato e mi ha tirato una coltellata. Non ha fatto troppi danni. Sette punti per chiuderla. È stato allora che ho fatto l'antitetanica. È recentissima.» «Mi dispiace di quello che è successo.» «Sì, me lo hai detto.» «Mi dispiace davvero.» «So che non lo ha fatto con cattive intenzioni. E poi è il lavoro.» Laura si accovacciò davanti a Melanie e controllò i lividi sulla guancia sinistra della piccola. I lividi segnavano il punto dove, al culmine della sua crisi, si era colpita. Dall'apertura della camicetta si vedevano i graffi sul collo e sul petto dove erano arrivate le sue unghie. Il labbro era ancora gonfio e arrossato, dove se l'era morso, alla fine della seduta ipnotica di quel pomeriggio. Con la bocca secca per la paura e l'apprensione, Laura chiese a Earl: «Come possiamo proteggerla? Non è solo un nemico senza volto quello che vuole raggiungerla. Non sono solo agenti del governo o spie russe. È anche lei che vuole farsi del male. Come possiamo proteggerla da se stessa?» «Bisognerà che qualcuno le stia accanto, la tenga d'occhio ogni istante.» Laura pose una mano sotto il mento della figlia, le alzò la testa perché i loro sguardi si incontrassero. «Questo è troppo, piccola. La mamma può cercare di vedersela con quegli uomini cattivi che vogliono metterti le mani addosso. La mamma può cercare di vedersela con il tuo stato, aiutarti a uscirne, ma ora... questo è troppo. Perché vuoi farti del male, bimba? Perché?» Melanie si agitò, come se desiderasse disperatamente rispondere, ma fosse trattenuta da qualcuno. La bocca le si torse, si mosse, ma senza emettere un suono. Rabbrividì, scosse la testa, mandò un gemito. Laura sentì una dolorosa stretta al cuore davanti alla scena di sua figlia che lottava senza successo per liberarsi dalla rete del suo autismo. 20 Ned Rink, l'ex poliziotto ed ex agente dell'FBI trovato morto nella sua auto nel parcheggio dell'ospedale, possedeva una piccola casa in stile ranch sul limite di Van Nuys. Dan vi si recò direttamente dal suo colloquio
con Marge Gelkenshettle. Era una costruzione bassa con il tetto piatto coperto di pietre bianche, posta nel mezzo di una zona particolarmente pianeggiante della San Fernando Valley, su una strada tutta di case ugualmente basse e squadrate. La vegetazione - con la tipica esuberanza californiana - era l'unica cosa che ammorbidisse la secca geometria della casa e del tratto di terreno che la circondava, tipico prodotto dei tardi anni Cinquanta. La casa era buia. Il globo sporco del lampione che aveva davanti non mandava troppa luce. Tra le sagome d'ombra delle siepi, degli ibischi, degli aranci nani e delle palme si intravedevano le finestre nere e qualche chiazza di stucco giallastro sui muri. Su un lato della strada c'erano delle auto parcheggiate; benché fosse annidata nell'ombra fra due lampioni, sotto un immenso lauro, Dan individuò immediatamente la macchina della polizia, senza contrassegni. Al volante della Ford, sprofondato nel sedile, quasi invisibile, c'era un uomo che osservava la casa di Rink. Dan superò la costruzione, fece il giro dell'isolato, ritornò e parcheggiò a una certa distanza dalla berlina del dipartimento. Sceso dall'auto, si avvicinò alla Ford. Il finestrino dell'autista era semiaperto. Dan sbirciò dentro. Il poliziotto in borghese di guardia era un detective della East Valley Division e Dan lo conosceva. Il suo nome era George Padrakis e sembrava Perry Como. Padrakis finì di abbassare il finestrino. «Sei venuto a rilevarmi, o che cosa?» Aveva anche la voce di Perry Como: morbida, dolce, sognante. Guardò l'orologio. «Ho ancora un paio d'ore. È troppo presto per darmi il cambio.» «Sono venuto solo a dare un'occhiata dentro», replicò Dan. Padrakis alzò il capo per guardarlo in viso. «È tuo il caso, eh?» «È mio il caso.» «Wexlersh e Manuello hanno già setacciato il posto.» Wexlersh e Manuello erano i collaboratori più stretti di Ross Mondale nella East Valley Division, due investigatori carrieristi che si erano legati al suo carro ed erano disposti a fare qualsiasi cosa per lui, non escluso infrangere la legge di tanto in tanto. Erano dei vermi e Dan non li sopportava. «Si occupano anche loro di questo caso?» domandò Dan. «Non crederai di averlo tutto per te? È una cosa troppo grossa. Già quattro morti. E uno di loro è un milionario di Hancock Park. Troppo grossa per un approccio alla Cavaliere Solitario.»
«Che cosa ti tengono a fare qui?» chiese Dan, chinandosi per mettersi all'altezza di Padrakis. «Vattelapesca. Forse si immaginano che potrebbe esserci qualcosa, in casa di Rink, che può far capire per chi stava lavorando, e magari che quelli che lo pagavano lo sanno e verranno a far sparire le prove.» «E a questo punto salti fuori tu e li becchi.» «Ridicolo, eh?» commentò Padrakis in tono assonnato. «Chi l'ha avuta l'idea?» «Indovina un po'?» «Mondale», disse Dan. «Il signore ha vinto l'orsacchiotto di peluche.» La lieve brezza improvvisamente si trasformò in un vento quasi freddo, che fece muovere le foglie del lauro. «Deduco che stai lavorando da ventiquattr'ore, se ieri notte eri in quella casa di Studio City», disse Padrakis. «Sì, quasi.» «E allora che ci fai qui? Dovresti essere a casa con i piedi sul tavolo e una birra in mano. Almeno io sarei lì.» «Sono uno dedito al lavoro», rispose Dan. «Ti hanno dato la chiave, George?» «Sei fissato con il lavoro, da quello che si dice.» «Hai intenzione di psicanalizzarmi prima o puoi dirmi se ti hanno lasciato una chiave?» «Sì. Ma non so se posso dartela.» «Il caso è mio.» «Ma il posto è già stato perquisito.» «Non da me. Dai, George, perché devi rompere tanto?» Riluttante, Padrakis si frugò in una tasca della giacca in cerca della chiave della casa di Ned Rink. «Mondale vuole parlare con te, ci tiene proprio.» Dan annuì. «Gli piace la mia conversazione brillante...» Padrakis trovò la chiave ma non gliela porse subito. «È tutto il giorno che cerca di rintracciarti.» «E dice di essere un detective?» chiese Dan, tendendo la mano. «È tutto il giorno che ti cerca e tu te ne vieni qui anziché andare alla stazione di polizia come gli avevi promesso, e io ti do anche la chiave... Non ne sarà affatto felice.» Dan sospirò. «Credi che sarebbe più felice se tu me la rifiutassi e io fossi
costretto a forzare una finestra per entrare in casa?» . «Non lo faresti.» «Scegli tu la finestra.» Finalmente, Padrakis gli diede la chiave. Dan arrivò in fondo al marciapiede, attraversò il cancello, risalì il vialetto fino alla porta, trascinando un po' la gamba. Doveva piovere ancora: il ginocchio glielo diceva. Aprì la porta ed entrò. Si trovò in un piccolo ingresso. Il soggiorno sulla destra era illuminato debolmente dalla luce proveniente dalla strada. A sinistra, in fondo a uno stretto corridoio, c'era una luce accesa in una stanza che poteva essere la camera da letto o lo studio. Dalla strada non si vedeva. Wexlersh e Manuello, secondo il loro stile trasandato, dovevano aver dimenticato di spegnerla prima di uscire. Fece scattare la luce nel corridoio, entrò nella stanza buia sulla sua destra, trovò una lampada e diede un'occhiata per prima cosa al soggiorno. Fu una sorpresa. Era una casa modesta, in un quartiere modesto, ma era arredata come se fosse il rifugio segreto di uno dei Rockefeller. In mezzo alla stanza c'era un lussuoso tappeto cinese con motivi di draghi e fiori di ciliegio. C'erano poltrone francesi di metà Ottocento con le gambe intagliate a mano, un divano nello stesso stile tappezzato con un tessuto di lusso di un bianco avorio che corrispondeva perfettamente al colore di fondo del tappeto. Due lampade di bronzo con la base lavorata avevano i paralumi di gocce di cristallo. C'era un tavolino da caffè di un genere che Dan non aveva mai visto: era molto ampio, pareva fatto interamente di bronzo e di peltro, con il ripiano abbellito da una scena orientale incisa magistralmente; la superficie superiore si incurvava lateralmente a formare i fianchi, e i fianchi si curvavano a loro volta formando i piedi, cosicché il pezzo sembrava ricavato da un'unica lastra lavorata. Sulle pareti, i paesaggi, ciascuno lussuosamente incorniciato, sembravano l'opera di un maestro. Nell'angolo in fondo, un'etagère francese antica conteneva una collezione di cristalli statuine, vasi, tazze - un pezzo più splendido dell'altro. Il solo arredamento del soggiorno doveva essere costato più dell'intera modesta casa. Evidentemente Ned Rink se la passava bene da sicario prezzolato. E sapeva anche come piazzare i suoi soldi passando inosservato: se avesse comprato una casa di lusso nel quartiere migliore, prima o poi il fisco lo avrebbe notato e gli avrebbe chiesto come poteva permettersela; qui invece riusciva a vivere, nel lusso, in una situazione apparentemente modesta.
Dan cercò di immaginarselo in quella stanza. L'uomo era tozzo e decisamente brutto: il suo desiderio di circondarsi di cose belle era comprensibile, ma lì seduto doveva dare l'impressione di uno scarafaggio su una torta di compleanno. Dan notò che non c'erano specchi in soggiorno, si ricordò che non ce n'erano neppure nell'ingresso e sospettò che non ne avrebbe trovato nessuno in tutta la casa, tranne che nel bagno. Affascinato, si diresse in fondo al corridoio per dare un'occhiata al resto della casa, puntando innanzitutto verso la stanza dove Wexlersh e Manuello avevano lasciato la luce accesa. Nell'attimo in cui attraversò la soglia, gli venne in mente che forse la luce non era stata una distrazione di Wexlersh e Manuello, che forse in quel momento c'era qualcun altro in casa, che forse qualcuno fosse lì illegalmente nonostante la sorveglianza di George Padrakis, e in quello stesso istante colse un movimento con la coda dell'occhio, ma era troppo tardi. Girandosi vide il calcio di una pistola che gli calava addosso. Quel movimento della testa fece sì che il colpo gli arrivasse sulla fronte anziché sul cranio. Crollò a terra. Di schianto. La luce si spense. Ebbe la sensazione che il cranio gli si fosse spaccato, ma non perse i sensi. Sentendo un movimento, capì che il suo aggressore si stava dirigendo verso la porta. Nel corridoio c'era la luce accesa, ma la vista di Dan era offuscata, e non poté vedere altro che una sagoma informe che sembrava muoversi su e giù e, allo stesso tempo, in circolo, come su una giostra. Dan capì che il suo contatto con la realtà era appeso a un filo. Ciononostante, si trascinò sul pavimento, rantolando per il dolore che dalla testa si diramava alle spalle e cercò di agguantare il fantasma in fuga. Afferrò della stoffa, una gamba dei pantaloni dell'uomo e tirò più forte che poteva. Lo sconosciuto barcollò, urtò contro l'intelaiatura della porta ed esclamò: «Cazzo!» Dan continuò a stringere. Bestemmiando, l'intruso gli assestò un calcio alla spalla. Poi un altro. Ora Dan teneva la gamba dell'uomo con tutte e due le mani e cercava di atterrarlo, ma quello si teneva alla porta e scalciava per divincolarsi. Gli sembrava di essere un cane che aggredisce il postino. Questa volta il calcio lo prese al braccio destro e la mano gli si intorpidì.
La vista gli si oscurò ancora, come se la luce calasse. Gli occhi gli bruciavano. Strinse i denti. Lo sconosciuto, sempre una forma nera sullo sfondo della vaga illuminazione del corridoio, si chinò e lo picchiò di nuovo con il calcio della pistola, questa volta sulla spalla, poi nel centro della schiena, poi ancora sulla spalla. Dan lasciò andare la gamba e fece scattare verso l'alto la sinistra puntando alla faccia o alla gola del bastardo. Afferrò un orecchio e tirò con forza. L'uomo cacciò un urlo. La mano di Dan era scivolata dall'orecchio insanguinato, ma ora teneva solidamente il colletto dello sconosciuto. Riuscì a fargli perdere l'equilibrio gettandolo a terra e gli fu subito sopra. La vista era ancora offuscata e gli occhi gli bruciavano, ma la sensibilità alla mano destra stava ritornando. Estrasse dalla fondina ascellare la .38 Police Special, ma non riuscì a vedere il colpo in arrivo sulla mano. Qualcosa di duro si abbattè sulle dita e la pistola gli volò via. Approfittando del momento l'uomo riuscì quasi a divincolarsi e cercò di allontanarsi strisciando verso la cucina, ma Dan, tenendolo per la giacca, non mollò la presa. Con la vista che gli ballava e gli si oscurava sempre di più, Dan si slanciò in avanti in un ultimo sforzo disperato, ma l'altro sembrava aver deciso che la migliore difesa era un buon attacco, e così si rivolse verso Dan, tempestandolo di colpi, così numerosi e ravvicinati che sembrava fornito di quattro o cinque braccia; rotolarono di nuovo avvinghiati lungo il corridoio finché si fermarono e l'uomo era sopra. Qualcosa di freddo e duro premette contro i denti di Dan. Sapeva bene che cosa fosse. La canna della pistola. «Vediamo, se adesso ti fermi!» sibilò l'uomo. Con la canna che gli vibrava contro i denti, Dan ansimò: «Se volevi uccidermi, l'avresti già fatto». «Vedi di non tirare troppo la corda», ringhiò l'altro, con una voce così furiosa che sembrava capace di premere il grilletto da un momento all'altro, lo volesse o no. Sbattendo gli occhi freneticamente per liberarli dal velo di sangue e sudore, Dan riuscì a schiarirsi un po' la vista, non molto, solo quel tanto da poter vedere la pistola, confusa, enorme come un cannone, piantata sulla sua faccia. Vedeva anche l'uomo che c'era dietro, ma indistintamente. Controluce, la faccia era ancora in ombra, ma la sagoma dell'orecchio sinistro sporgeva in modo strano, gocciolando sangue.
Dan sentì di avere le palpebre come incollate dal sangue. Il sangue gli colava negli occhi misto al sudore salato, e anche per questo, pensò, non riusciva a schiarirsi la visione. Smise di dibattersi. «Fermo... cane... bastardo!» annaspò lo sconosciuto sopra di lui, bloccandolo con un ginocchio sul petto, ansimando a ogni parola, come se le parole fossero state lingotti di piombo che per formarsi richiedevano uno sforzo tremendo. «Okay», mormorò Dan, lasciando la presa. «Ma sei pazzo, di'?» «Va bene», disse Dan. «Mi hai mezzo strappato questo cazzo di orecchio!» «Va bene, okay», ripetè Dan. «Non lo capisci quando devi piantarla, stronzo, figlio di puttana?» «Quando, ora?» «Già, ora!» «Okay.» L'uomo si tirò su, sempre puntandogli la pistola in faccia, ma non più tenendogliela contro i denti. Studiò Dan con diffidenza per un attimo, poi si alzò tremando. Ora Dan riusciva a vederlo meglio, ma non gli servì: non ricordava di averlo mai visto. L'uomo indietreggiò verso la cucina. Con una mano impugnava la pistola e con l'altra si teneva l'orecchio sanguinante. Indifeso, non osando muoversi per paura che quello gli sparasse, Dan rimase disteso supino sul pavimento del corridoio, con la testa sollevata, il sangue che gli scorreva sugli occhi, sentendo l'odore del sangue, il sapore del sangue, con il cuore che gli martellava, la voglia di saltargli addosso, Cristo, scagliarsi su quel bastardo nonostante l'arma, ma obbligato a controllarsi, a non far altro che assistere alla fuga dell'uomo. Si sentiva inferocito. La porta che dava sull'esterno della casa era aperta; l'uomo l'attraversò rinculando, esitò un momento, poi si girò e fuggì. Dan si tuffò sulla sua pistola, ancora a terra accanto alla porta della stanza dov'era stato aggredito. Impugnò il revolver, si alzò a fatica, cacciò un grido mentre una bomba di dolore gli esplodeva nel ginocchio difettoso che era stato colpito durante la colluttazione; riuscì con uno sforzo a cancellare il dolore e si slanciò verso la cucina.
Quando uscì dalla porta posteriore, nella fresca aria notturna, lo sconosciuto era scomparso. Impossibile capire da quale parte avesse saltato la siepe. Si lavò la faccia nel bagno di Rink. Aveva la fronte contusa e scorticata. Ora la vista gli era tornata a fuoco e, benché si sentisse la testa come se un fabbro l'avesse usata da incudine, sapeva che non c'era commozione. Ma non era solo la testa a fargli male, era dolorante un po' dappertutto: collo, spalle, schiena, e soprattutto il ginocchio sinistro. NelParmadietto dei medicinali sopra il lavandino del bagno trovò una confezione di garza, ne fece una compressa, la mise da parte per il momento. Trovò anche della tintura di iodio, e la versò sulla pelle profondamente lacerata della fronte, la tamponò con cautela, ne versò ancora. Riprese la compressa di garza e la tenne con forza sulla fronte con la destra, sperando di fermare completamente il flusso di sangue mentre riprendeva il giro della casa. Ritornò nella stanza dov'era stato aggredito e accese la luce. Era uno studio arredato in maniera meno elegante, ma altrettanto costosa del soggiorno. Una parete era occupata interamente da scaffali. Nel mezzo c'erano un televisore e un videoregistratore. Metà degli scaffali era occupata da libri; l'altra metà da videocassette. Guardò prima le cassette e vide alcuni titoli familiari: Vagon-lits con omicidi, Arturo, tutti i film di Gianni e Pinotto, Tootsie, Goodbye, amore mio!, Gioco sleale, diversi film di Charlie Chaplin, due dei fratelli Marx. Tutte le cassette lecite erano film comici o commedie brillanti e si capiva che un sicario di professione avesse bisogno di farsi due risate quando rincasava da una dura giornata passata a far schizzare le cervella dalle teste della gente, ma la maggior parte di quelle cassette non erano lecite. Molte erano pornografiche, con titoli come Debbie si fa Dallas e Gola profonda. Dovevano esserci trecento titoli porno. I libri erano più interessanti perché era tra di essi che, apparentemente, lo sconosciuto cercava. Per terra, di fronte alla libreria, c'era uno scatolone di cartone, dove erano stati infilati diversi volumi tolti dagli scaffali. Con un rapido esame della libreria Dan vide che ciascuno dei libri era un saggio su uno o un altro aspetto dell'occultismo. Poi, sempre tenendosi la garza sulla fronte con una mano, esaminò i sette volumi nello scatolone e vide che erano tutti dello stesso autore, Albert Uhlander. Uhlander?
Dalla tasca interna della giacca, prese la rubrica degli indirizzi che aveva preso la notte precedente nell'ufficio devastato di Dylan McCaffrey: la aprì alla lettera U e trovò un solo nome, Uhlander. McCaffrey, che era interessato all'occulto, conosceva Uhlander. Rink, che era interessato all'occulto, aveva almeno letto Uhlander; forse lo conosceva anche lui. Ora tra McCaffrey e Ned Rink un legame c'era. Ma erano dalla stessa parte o nemici? E che cos'aveva a che fare l'occulto con tutto questo? I pensieri gli turbinavano nella testa, e non soltanto a causa del colpo alla fronte. In ogni modo Uhlander era evidentemente una chiave per comprendere quel che stava accadendo. Sembrava chiaro che l'intruso si fosse introdotto lì dentro solo per portar via quei libri dalla casa, per occultare il collegamento Uhlander. Tenendo la garza premuta sulla fronte, Dan uscì dallo studio. Come una corrente elettrica, il dolore nella testa sembrava passare attraverso la garza, nella mano, lungo il braccio, nella spalla destra, lungo la schiena, poi di nuovo su verso la spalla sinistra, nel collo, sul viso, fino a completare il circuito ritornando alla fronte e ricomincia