PHILIP JOSÉ FARMER GLI AMANTI DI SIDDO (The Lovers, 1961) A Sam Mines, che vide più lontano degli altri CAPITOLO PRIMO —...
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PHILIP JOSÉ FARMER GLI AMANTI DI SIDDO (The Lovers, 1961) A Sam Mines, che vide più lontano degli altri CAPITOLO PRIMO — Devo fuggire — mormorava qualcuno. Hal Yarrow lo sentiva parlare da una grande distanza. — Deve esserci il modo di fuggire. Si svegliò di soprassalto e capì di essere stato lui stesso a pronunciare quelle parole. E per giunta, ciò che aveva detto mentre emergeva dal sogno non aveva alcun rapporto con il sogno stesso. Le parole pronunciate con la mente ancora appannata dal sonno e il sogno erano due entità completamente separate. Ma che cosa aveva inteso dire, bisbigliando quelle parole? E dove si trovava? Aveva davvero viaggiato nel tempo, o era vissuto per qualche istante in un sogno? L'esperienza era stata così vivida che adesso gli era difficile ritornare al suo mondo. Per schiarirsi le idee, comunque, gli bastò lanciare un'occhiata all'uomo seduto accanto a lui. Era nell'omnibus per Sigmen City, nell'anno 550 B.S. (3050 d.C, secondo il vecchio calendario, gli suggerì la sua mente di erudito). Non era più, come nel... (viaggio nel tempo? sogno?)... su un pianeta alieno, a molti anni-luce e a molti secoli di distanza. E non si trovava più a faccia a faccia con il glorioso Isaac Sigmen, il Precursore, sia reale il Suo nome. L'uomo che gli sedeva accanto gli lanciò un'occhiata di straforo. Era un individuo magro, dagli zigomi alti, i capelli neri e lisci, gli occhi scuri dal taglio lievemente orientale. Indossava l'uniforme celeste della classe dei tecnici e portava sul petto, a sinistra, un distintivo di alluminio che indicava la sua appartenenza alla categoria più elevata. Probabilmente era un tecnico elettronico diplomato in una delle migliori scuole superiori. L'uomo si schiarì la gola, poi disse, in americano: — Mille volte perdono, abba. So che non dovrei parlarle senza il suo permesso. Ma quando si è svegliato, mi ha detto qualcosa. E, poiché si trova qui dentro, ha accettato di essere temporaneamente un mio eguale. In ogni caso, muoio dalla voglia di rivolgerle una domanda. Non per niente
mi chiamano Sam il Ficcanaso! Poi rise nervosamente e aggiunse: — Non ho potuto fare a meno di sentire ciò che lei ha detto alla hostess, quando le ha chiesto se aveva il diritto di sedere qui. Ho sentito male, o lei ha veramente detto di essere una capra? Hal sorrise: — No, non ho detto goat, capra. Ho detto joat. Sono le iniziali di Jack-of-all-trades, che è come dire "Giovannino Tutti-i-Mestieri". Comunque, le assicuro che non si è sbagliato di molto. Nel campo professionale, un joat non gode di un prestigio molto superiore a quello di una capra. Sospirò e ripensò alle umiliazioni che aveva dovuto subire perché aveva deciso di non specializzarsi in un campo ristretto. Guardò fuori del finestrino, perché non desiderava incoraggiare il suo compagno di viaggio a parlargli ancora. Vide una favilla luminosissima, molto in alto, in lontananza: senza dubbio doveva trattarsi di un'astronave militare che entrava nell'atmosfera. Le poche astronavi civili scendevano in modo molto più lento e molto meno vistoso. Dalla quota di volo, sessantamila metri, guardò giù, verso la curva del continente nordamericano. Era tutto un tappeto di luce, tranne, qua e là, alcune sottili strisce oscure, e qualche rara fascia più ampia: catene montuose o distese d'acqua sulle quali l'uomo non era ancora riuscito a creare quartieri residenziali e industrie. La grande città. La Megalopoli. E pensare che, soltanto trecento anni prima, su tutto il continente la popolazione non superava i due milioni di abitanti. Fra cinquant'anni (a meno che non succedesse qualcosa di catastrofico, come una guerra tra l'Unione Haijiaca e le Repubbliche di Israele) la popolazione dell'America settentrionale sarebbe giunta a quattordici, forse anche quindici miliardi di abitanti! L'unica zona dove era espressamente vietato abitare era la Riserva Naturale della Baia di Hudson. Hal aveva lasciato quella riserva da un quarto d'ora soltanto, eppure si sentiva male al pensiero di non potervi ritornare per chissà quanto tempo. Sospirò di nuovo. La Riserva Naturale della Baia di Hudson. Migliaia di alberi, montagne, grandi laghi azzurri, uccelli, volpi, conigli, e persino, a quanto affermavano le guardie forestali, gatti selvatici. Ma erano così pochi che in meno di dieci anni sarebbero finiti anche loro nel lungo elenco
degli animali estinti. Nella Riserva, Hal era riuscito a respirare, a sentirsi libero. Privo di costrizioni. Aveva provato anche una grande solitudine, a dire il vero, ed era inquieto. E aveva appena cominciato a superare quelle sensazioni, che le sue ricerche tra i venti abitanti di lingua francese della Riserva si erano concluse. L'uomo seduto accanto a lui si mosse come se cercasse il coraggio di parlare di nuovo. Dopo avere tossicchiato nervosamente, infine disse: — Sigmen mi perdoni, spero di non averla irritata. Ma mi stavo chiedendo... Hal Yarrow era davvero un po' irritato, perché quell'uomo presumeva un po' troppo. Poi ricordò quel che aveva detto il Precursore: Tutti gli uomini sono fratelli, anche se alcuni sono stati più favoriti dal Padre. Non era colpa di quell'uomo se la cabina di prima classe era ormai piena di persone che vantavano maggiori diritti di precedenza, e se Hal era stato costretto a scegliere tra il partire con la vettura successiva e il prendere posto in quello scompartimento, tra individui di categoria inferiore. — Per me è shib — disse Yarrow. E spiegò che cosa gli era successo. L'uomo disse: — Ah! — come se si sentisse sollevato. E riprese: — Allora, non le dispiace se le faccio un'altra domanda? Non per niente mi chiamano Sam il Ficcanaso, come le ho già detto. Ah! Ah! — No, non mi dispiace — rispose Hal Yarrow. — Un joat, benché non sia uno specialista, non si occupa di tutte le scienze. Deve limitarsi a una disciplina in particolare, ma cerca di comprenderne meglio che può tutti i vari rami specializzati. «Per esempio, io sono un joat di linguistica. Invece di limitarmi a uno dei molti campi della linguistica, ho una buona conoscenza generale di quella scienza. Ciò mi consente di correlare tra loro le ricerche che si stanno svolgendo nei diversi settori specializzati, e di scoprire certe cose, in una specializzazione, che potrebbero servire a uno studioso di un'altra specializzazione, per poi segnalargliele. Altrimenti lo specialista, che non ha il tempo di leggere le centinaia di riviste scientifiche che si pubblicano nel suo campo, potrebbe lasciarsi sfuggire proprio la cosa che lo aiuterebbe. «E tutti i rami professionali hanno dei joat che fanno queste ricerche. In verità, io sono fortunato, poiché mi occupo di questa particolare scienza. Se, per esempio, fossi un joat in medicina, finirei travolto e sopraffatto. Dovrei lavorare insieme a un gruppo di altri joat. E anche così, non potrei essere un joat autentico. Dovrei limitarmi a un solo ramo della scienza
medica. Il numero delle pubblicazioni in ogni specialità della medicina... o dell'elettronica o della fisica o di quasi tutte le altre scienze che si possono immaginare... è così immenso che né un uomo né un gruppo di uomini sarebbe in grado di conoscere l'intera disciplina. «Per fortuna, comunque, mi sono sempre interessato di linguistica. In un certo senso, questo mi favorisce. Ho persino il tempo di compiere qualche piccola ricerca per conto mio, e di dare così il mio piccolo contributo all'enorme valanga delle pubblicazioni scientifiche. «Mi servo dei computer, naturalmente, ma anche il più complesso dei computer è solo un idiot savant. Occorre una mente umana... e una mente umana particolarmente acuta, se mi è concesso dirlo... per accorgersi che certi elementi sono più importanti di altri e per compiere una significativa associazione tra loro. A questo punto, io li indico agli specialisti, che allora si mettono a studiarli in modo approfondito. Un joat, si potrebbe dire, è un "correlatore creativo". «Tuttavia — si affrettò ad aggiungere — svolgo queste mie ricerche personali alla fine della giornata, nel tempo che dovrei dedicare al sonno. Così, ho la fortuna di avere una giornata lavorativa di dieci e anche dodici ore, a gloria e beneficio della Schiesa.» Quest'ultima affermazione serviva a evitare che quell'individuo, se era un Uzzita o un dipendente degli Uzziti, andasse a riferire che Hal Yarrow frodava la Schiesa. Hal non pensava che quell'uomo fosse qualcosa di diverso da ciò che sembrava, ma preferiva non correre rischi. Una lampada rossa lampeggiò sulla parete, sopra l'ingresso della cabina, e una voce registrata ordinò ai passeggeri di allacciare le cinture di sicurezza. Dieci secondi più tardi, l'omnibus cominciò a decelerare. Un minuto dopo, il veicolo picchiò, bruscamente, e cominciò a scendere alla velocità di mille metri al minuto... così, almeno, avevano detto ad Hal. Adesso che erano più vicini al suolo, Hal poteva vedere che Sigmen City (chiamata Montreal fino a dieci anni prima, quando la capitale dell'Unione Haijiaca era stata trasferita lì da Rek, nell'Islanda) non era un compatto tappeto di luci. Qua e là era possibile distinguere qualche macchia scura (probabilmente erano giardini pubblici) e il sottile, tortuoso nastro nero che la percorreva era il Fiume del Profeta (un tempo, si chiamava San Lorenzo). I pali di Sigmen City si innalzavano fino a cinquecento metri dal suolo e ciascuno di essi ospitava almeno centomila persone; ce n'erano trecento, di quella dimensione, nell'area della città vera e propria.
Nel centro della metropoli c'era una grande piazza, occupata da alberi e da palazzi governativi, tutti inferiori ai cinquanta piani. Era l'Università di Sigmen City, dove Hal Yarrow lavorava. Ma Hal viveva in un pali poco lontano, e fu in quella direzione che si avviò, salendo su una corsia mobile, quando fu sceso dall'omnibus. E a quel punto notò qualcosa di cui non s'era mai accorto (consapevolmente almeno) in tutta la sua vita, finché non aveva effettuato il recente viaggio di ricerche nella Riserva della Baia di Hudson. Si trattava della folla: la massa di umanità che gli girava attorno e che lo spingeva da tutte le direzioni, densa, frenetica, maleodorante. Gente che si premeva contro di lui senza sapere chi fosse: per loro, Hal Yarrow era soltanto un altro corpo, un altro uomo senza volto, un breve ostacolo che impediva di arrivare subito alla destinazione. — Grande Sigmen! — mormorò. — Dovevo essere sordo, cieco e muto, ma non me n'ero mai accorto! Eppure, io li odio! E, immediatamente, arrossì per la vergogna e per un forte senso di colpa. Guardò i volti di coloro che lo circondavano, come se potessero leggergli in faccia il suo odio, la sua colpa e la sua contrizione. Ma si accorse che non capivano. Non potevano capire. Per loro, lui era soltanto un altro uomo, che andava trattato con deferenza, quando lo incontravano di persona, perché era un professore. Ma non in quel caso, non sulla corsia mobile che trasportava lungo la strada il suo torrente di carne umana. Lui era soltanto uno dei tanti fasci di sangue e di ossa tenuti insieme da tessuti connettivi e ricoperti di pelle. Era uno di loro, e perciò non era niente. Scosso da quella rivelazione improvvisa, Hal scese dalla corsia mobile. Voleva allontanarsi, perché sentiva di dovere loro delle scuse. Nello stesso tempo, sentiva il desiderio di prenderli a pugni. A pochi passi dalla strada mobile, sopra di lui, c'era il labbro proteso, di plastica, del Pali N. 30, la Residenza del Corpo Accademico. Una volta entrato nella bocca dell'edificio, Hal non si sentì meglio, benché gli fosse passato il senso di colpa verso coloro che viaggiavano sulla strada mobile. Non era il caso di informarli del fatto che, all'improvviso, l'avevano disgustato. Nessuno l'aveva visto arrossire. E, poi, anche quella era una sciocchezza, si disse, mordendosi le labbra. Le persone sulla corsia mobile non avrebbero capito le sue idee. Cioè, non le avrebbero capite se non avessero provato anche loro lo stesso disgusto per la calca. E se lo avessero provato, perché badare a lui e indicarlo in
mezzo a tutti? Adesso, però, Hal Yarrow era in mezzo a persone come lui, uomini e donne vestiti delle ampie uniformi di tessuto sintetico della classe dei professori, con il disegno a quadri e sul petto, a sinistra, lo stemma del piede alato. L'unica differenza tra uomo e donna stava nel fatto che le donne portavano anche una gonna lunga fino alle caviglie e una reticella sui capelli, e che alcune di loro avevano il velo. Questo, pur non essendo affatto raro, tendeva però a cadere in disuso: lo portavano ancora le vecchie, e le giovani tradizionaliste. Un tempo era un'abitudine rispettata, ma ora tendeva a contraddistinguere le donne all'antica. Questo, nonostante che il trasmettitore di verità continuasse a tessere le lodi del velo e a biasimarne la scomparsa. Hal salutò alcune persone che gli passavano accanto, ma non si soffermò a parlare con loro. Vide il dottor Olvegssen, il capo del suo dipartimento, in lontananza, e questa volta si fermò, perché forse Olvegssen voleva parlargli. Ma lo fece solo perché il dottore era l'unica persona dotata di un'autorità sufficiente a punirlo, se si fosse accorto che non lo salutava. Ma Olvegssen, evidentemente, era indaffarato, perché salutò con un largo gesto del braccio Hal, gli gridò: «Aloha!» e proseguì. Olvegssen ormai era un vecchio: quando parlava e quando salutava, si serviva di frasi che nessuno usava più. Yarrow trasse un respiro di sollievo. Anche se era ansioso (o gli pareva di esserlo) di discutere del suo soggiorno tra gli indigeni di lingua francese della Riserva, si accorse che in realtà non aveva voglia di parlare con nessuno. Non ora. Forse domani. Ma non ora. Attese accanto alla porta dell'ascensore, mentre il custode controllava gli aspiranti passeggeri per stabilire a chi spettasse la precedenza. Quando le porte dell'ascensore si aprirono, il custode rese ad Hal la sua chiave. — Prima lei, abba — gli disse. — Sigmen sia benedetto — rispose Hal. Entrò nell'ascensore e si appoggiò alla parete, accanto alla porta, mentre gli altri venivano identificati secondo il rango. L'attesa non fu lunga, perché il custode faceva da molti anni quel lavoro e conosceva di vista quasi tutti, ormai. Tuttavia, doveva eseguire quella formalità. Ogni tanto, uno dei residenti veniva promosso o retrocesso. Se il custode avesse commesso l'errore di non riconoscere quel cambiamento di posizione sociale, sarebbe stato denunciato. Il fatto che occupasse quel po-
sto da molti anni indicava che conosceva bene il suo lavoro. Quaranta persone si stiparono nella cabina; il custode agitò le nacchere. La porta si chiuse e l'ascensore saettò rapidissimo, così veloce da costringere i passeggeri a piegare le ginocchia. Poi continuò ad accelerare, poiché era un ascensore espresso. Al trentesimo piano, la cabina si fermò automaticamente, e la porta si aprì. Nessuno uscì: il meccanismo ottico se ne accorse, chiuse la porta e la corsa riprese. Vi furono altre tre fermate, e nessuno scese. Poi, uscì una buona metà dei passeggeri. Hal trasse un profondo respiro, perché, se per strada e al piano terreno si era sentito oppresso dalla vicinanza degli altri, nell'ascensore si sentiva addirittura schiacciato. Altri dieci piani, un tragitto compiuto sempre in silenzio; uomini e donne sembravano assorti nell'ascolto della voce del trasmettitore di verità che scendeva dall'altoparlante nel soffitto. Poi la porta si aprì, al piano di Hal. I corridoi erano larghi cinque metri, e c'era abbastanza spazio, a quell'ora della giornata. Non si vedeva nessuno, e Hal ne fu lieto. Se si fosse rifiutato di fermarsi a chiacchierare per qualche minuto con i vicini, sarebbe stato considerato un eccentrico. E questo avrebbe potuto provocare delle chiacchiere, e le chiacchiere significavano guai; perlomeno, una spiegazione di fronte all'acai del suo piano. Una conversazione amichevole, una predica, e solo il Precursore sapeva che altro. Percorse un centinaio di metri. Poi, quando vide la porta del suo puka, si fermò. Il cuore aveva cominciato a martellargli all'improvviso, le mani gli tremavano. Aveva voglia di girare sui tacchi e di scendere di nuovo con l'ascensore. E questo, si disse, era un comportamento irreale. Non dovevo provare quel sentimento. E poi, mancava almeno un quarto d'ora, prima che Mary rientrasse. Spalancò la porta (al piano dei professori non c'erano serrature, naturalmente) ed entrò. Le pareti cominciarono a illuminarsi e dopo dieci secondi splendettero in tutto il loro fulgore. Nello stesso istante, il tridi si accese, sulla parete di fronte, e le voci degli attori presero a gridare a tutto volume. Yarrow sussultò. — Grande Sigmen! — mormorò sottovoce. Corse in fretta a spegnere l'apparecchio. Sapeva che Mary l'aveva lasciato in posizione di attesa, pronto ad accendersi non appena lui fosse entrato. Sapeva di averle detto tante volte
che questo lo faceva sobbalzare: impossibile che lei se ne fosse dimenticata. E questo significava che lei lo faceva apposta, consciamente o inconsciamente. Alzò le spalle e si disse che in avvenire non ne avrebbe più parlato. Se Mary si fosse convinta che non gli dava più fastidio, sarebbe stata capacissima di ricordarsi di spegnerlo. D'altra parte, Mary avrebbe potuto intuire la vera ragione che lo aveva spinto a tacere la dimenticanza. E forse avrebbe continuato a lasciarlo acceso, nella speranza che alla fine lui si irritasse, perdesse la calma, urlasse e inveisse contro di lei. E a quel punto, ancora una volta, lei avrebbe segnato un punto a proprio favore, perché si sarebbe rifiutata di rispondere e, con il suo silenzio e con la sua aria da martire, lo avrebbe esasperato anche di più. Poi, naturalmente, Mary avrebbe dovuto fare il suo dovere, per doloroso che fosse. Alla fine del mese, avrebbe fatto rapporto all'acai dell'isolato. E questo avrebbe comportato una croce nera in più sul Voto di Condotta di Hal Yarrow, il quale avrebbe poi dovuto compiere sforzi eroici per cancellarla. E quegli sforzi, se li avesse compiuti (e cominciava a esserne stanco) avrebbero comportato la perdita di tempo prezioso che intendeva dedicare a progetti più degni, se poteva definirli così, anche se solo tra sé e sé. E se lui avesse protestato, accusandola di impedirgli di fare progressi nella sua professione, di impedirgli di guadagnare più denaro, di impedirgli di trasferirsi in un puka più grande, allora avrebbe dovuto ascoltare Mary che, con voce triste, gli avrebbe chiesto se pretendeva davvero che lei commettesse un atto irreale. Le chiedeva di non dire la verità, di mentire, anche se solo per omissione? Senza dubbio, Hal non poteva pretendere una cosa simile, perché in questo caso tutti e due si sarebbero trovati in un pericolo molto grave. Non avrebbero mai visto il volto glorioso del Precursore... e così via: e lui non sarebbe stato in grado di ribattere. Eppure, Mary gli chiedeva sempre perché lui non l'amasse. E, quando lui rispondeva che l'amava, lei continuava a sostenere che non era vero. Hal, allora, le chiedeva se lo ritenesse un bugiardo. Lui non lo era, e se lei lo considerava tale, lui avrebbe dovuto farle rapporto all'acai dell'isolato. A quel punto, illogicamente, lei si metteva a piangere e diceva di essere certa, adesso, che lui non l'amava. Se l'avesse amata, infatti, non si sarebbe mai sognato di fare rapporto all'acai contro di lei. Hal ribatteva che lei, però, considerava shib fare rapporto contro di lui, e per tutta risposta Mary piangeva ancor di più.
Ecco che cosa sarebbe successo... se lui avesse continuato a cadere nella trappola. Ma giurò a se stesso che questa volta non vi sarebbe caduto. Hal Yarrow attraversò il soggiorno di tre metri per due e mezzo, abbassò il fornello retrattile che era sospeso alla parete, quasi all'altezza del soffitto, regolò il quadrante, poi ritornò in soggiorno. Si tolse la giacca, l'appallottolò e la cacciò sotto una poltrona. Sapeva che Mary l'avrebbe trovata e lo avrebbe rimproverato, ma non gli importava. In quel momento era troppo stanco per alzare le braccia verso il soffitto e tirare giù un attaccapanni. Dalla cucina venne un suono basso e tintinnante. La cena era pronta. Hal decise di occuparsi della corrispondenza dopo aver mangiato. Entrò nell'innominato per lavarsi la faccia e le mani. Automaticamente, mormorò la preghiera dell'abluzione: — Possa io mondarmi dall'irrealtà con la stessa facilità con cui l'acqua lava il sudiciume, e così piaccia a Sigmen. Dopo essersi lavato, premette il pulsante accanto al ritratto di Sigmen, sopra il lavabo. Per un secondo, la faccia del Precursore lo fissò: era un volto lungo e magro, con un ciuffo di capelli rossi, grandi orecchie a sventola, sopracciglia folte color paglia che si univano sopra l'immenso naso aquilino dalle narici dilatate, gli occhi celesti, la lunga barba arancione, le labbra sottili come la lama di un coltello. Poi quella faccia cominciò a sbiadire, a svanire. Passò un altro secondo, e il Precursore scomparve, fu sostituito da uno specchio. Hal era autorizzato a guardarsi allo specchio soltanto per il tempo occorrente ad assicurarsi di avere la faccia pulita e i capelli in ordine. Non c'era nulla che gli impedisse di specchiarsi più a lungo di quanto gli fosse concesso, ma non aveva mai trasgredito la regola. Aveva molti difetti, ma non era vanitoso. O, perlomeno, era ciò che si diceva sempre. Eppure, questa volta, indugiò un po' troppo a lungo. E vide le spalle ampie di un uomo alto, un uomo sulla trentina. I suoi capelli erano rossi come quelli del Precursore: ma più scuri, quasi color bronzo. Aveva la fronte alta e spaziosa, le sopracciglia brune, gli occhi grigio cupo, il naso diritto e ben proporzionato; il labbro superiore era un po' troppo lungo, la bocca era carnosa, il mento appena un poco prominente. Hal premette di nuovo il pulsante. La lucentezza argentea dello specchio si oscurò, si infranse, si frantumò in strisce lucenti. Poi si oscurò di nuovo e tornò a formare l'immagine di Sigmen. Per una frazione di secondo, Hal
vide la propria immagine sovrapporsi a quella del Precursore, poi i suoi lineamenti scomparvero, vennero assorbiti da quelli di Sigmen, e lo specchio sparì. Hal uscì dall'innominato e andò in cucina. Si affrettò a chiudere a chiave la porta (la porta della cucina e quella dell'innominato erano le sole che si potessero chiudere a chiave) perché non voleva essere sorpreso da Mary mentre mangiava. Aprì lo sportello del forno, ne tolse la scatoletta riscaldata, la posò su una tavola che tirò giù dalla parete, rimandò il fornello verso il soffitto. Poi aprì la scatola e mangiò. Lasciò cadere il recipiente di plastica nel condotto di recupero che si apriva nel muro, e ritornò nell'innominato per lavarsi le mani. E mentre si lavava, sentì Mary che lo chiamava per nome. CAPITOLO SECONDO Senza sapere il perché, senza neppure pensarci, Hal esitò per un istante, prima di parlare. Poi rispose: — Sono qui, Mary. — Oh! — esclamò lei. — Naturalmente, immaginavo che saresti stato lì dentro, se ti avessi trovato in casa. Dove potevi essere, se no? Lui rientrò nel soggiorno, senza sorridere. — Devi sempre essere così sarcastica — chiese. — Anche dopo una mia assenza così lunga? Mary era alta: Hal la superava soltanto di mezza testa. I capelli, di un biondo pallido, erano tirati indietro e raccolti in un nodo pesante, sulla nuca. Aveva gli occhi azzurri, i lineamenti regolari e minuti, un po' guastati dalle labbra troppo sottili. La camicia informe, dal collo alto, e l'ampia gonna lunga fino a terra impedivano a qualsiasi osservatore di stabilire che genere di figura avesse. Neppure Hal lo sapeva. — Non facevo del sarcasmo, Hal — rispose Mary. — Cercavo solo di essere realistica. Dove potevi essere, altrimenti? Tu dovevi rispondermi soltanto sì. E immaginavo di trovarti lì dentro... — indicò la porta dell'innominato — ...al mio ritorno a casa. Sembra che tu passi tutto il tuo tempo lì dentro, o immerso nei tuoi studi. Come se cercassi di nasconderti da me. — Bel ritorno a casa — commentò Hal. — Non mi hai neppure dato un bacio — disse Mary. — Ah, sì — rispose lui. — Il mio dovere. Me n'ero dimenticato.
— Non dovrebbe essere un dovere — ribatté lei. — Dovrebbe essere una gioia. — È difficile provare gioia nel baciare labbra che ringhiano — rispose Hal. Con sua sorpresa, invece di replicare irosamente, Mary cominciò a piangere. E Hal provò un'improvvisa vergogna. — Scusami — disse — Ma devi ammettere che non eri dell'umore migliore, quando sei entrata. Le andò accanto, cercò di prenderla tra le braccia, ma lei si scostò. Hal la baciò sull'angolo della bocca, mentre lei si girava. — Non voglio che tu mi baci perché ti faccio pena o perché è tuo dovere — disse Mary. — Voglio che tu lo faccia perché mi ami. — Ma io ti amo — rispose Hal, per la millesima volta, gli parve, da quando erano sposati. Ma le parole non sembrarono convincenti neppure a lui. Eppure, si disse, l'amava. Doveva amarla. — Hai proprio un bel modo di dimostrarmelo — protestò Mary. — Dimentichiamo tutto quello che è successo e ricominciamo daccapo — rispose Hal. — Così. Fece per baciarla, ma lei si tirò indietro. — Che D. ti prende? — chiese Hal. — Il bacio del saluto me lo hai già dato — rispose lei. — Non devi diventare sensuale. Non è né il tempo né il luogo. Hal levò le braccia al cielo. — E chi diventa sensuale? — fece. — Volevo comportarmi come se tu fossi appena entrata. Che cosa è peggio, dare un bacio più del prescritto, o litigare? Il guaio è, Mary, che tu prendi tutto alla lettera. Non sai che lo stesso Precursore non ha mai preteso che i suoi precetti venissero presi alla lettera? Egli stesso ha affermato che qualche volta le circostanze possono imporre delle modifiche! — Sì, e ha anche detto che dobbiamo guardarci dal cercare sempre delle ragioni per allontanarci dalle sue leggi. Prima dovremmo consultare un acai per discutere la realtà del nostro comportamento. — Oh, naturalmente! — rispose Hal. — Telefonerò al nostro buon angelo custode ad interim e gli chiederò se mi è lecito darti un altro bacio! — È la cosa migliore — convenne lei, seria. — Grande Sigmen! — urlò Hal, a questo punto. — Non so se devo ridere o piangere! Non ti capisco! Non ti capirò mai! — Rivolgi una preghiera a Sigmen — disse Mary. — Chiedigli di con-
cederti realtà. Poi, tutto sarà più semplice. — Prega tu — ribatté Hal. — Bisogna essere in due, per litigare. E tu ne sei responsabile quanto me. — Ne parleremo più tardi, quando sarai meno in collera. Devo lavarmi e mangiare. — Non preoccuparti per me — rispose Hal. — Avrò da fare fino all'ora di andare a letto. Devo mettermi al corrente delle novità, prima di presentarmi a Olvegssen. — E scommetto che sei contentissimo di doverlo fare — disse Mary. — Speravo di fare una bella chiacchierata con te. In fin dei conti, non mi hai ancora detto una parola sul tuo viaggio nella Riserva. Hal non rispose. — E non morderti le labbra, quando mi guardi! — esclamò lei. Hal staccò un ritratto di Sigmen dalla parete e lo distese su una sedia. Poi abbassò il proiettore-ingranditore fissato alla parete, inserì la lettera e regolò i comandi. Mise gli occhiali appositi, si infilò l'auricolare e sedette sulla poltrona, sogghignando. Probabilmente, Mary aveva visto quel sogghigno, e certo si stava chiedendo che cosa l'avesse causato; ma non ne parlò. Se lo avesse domandato a Hal, non avrebbe ottenuto risposta: lui non poteva dirle che provava una certa soddisfazione, quando si sedeva sul ritratto del Precursore. Lei si sarebbe scandalizzata (o avrebbe finto di scandalizzarsi: Hal non sapeva mai con certezza quale fosse la sua reazione). In ogni caso, Mary non possedeva il minimo senso dell'umorismo, e lui non intendeva dirle nulla che rischiasse di abbassargli il Voto di Condotta. Hal premette il pulsante che attivava il proiettore, poi si appoggiò alla spalliera, ma senza rilassarsi. Immediatamente, sulla parete di fronte a lui apparve il film ingrandito. Mary, che non aveva gli occhiali, vedeva soltanto un muro vuoto. Nello stesso istante, Hal sentì la voce registrata. Per prima cosa, come avveniva sempre per le comunicazioni ufficiali, apparve sul muro la faccia del Precursore. «Lode a Isaac Sigmen» disse la voce «in cui è la realtà e da cui discende su tutti la verità! Benedica Egli i suoi seguaci e confonda i suoi nemici, i discepoli dell'in-shib Regressore! Ci furono una pausa nel discorso e un'interruzione della proiezione, perché chi leggeva la lettera avesse il tempo di recitare a sua volta una preghiera. Poi sulla parete lampeggiò una parola — woggle — e la voce continuò:
«Devoto credente Hal Yarrow: «Ecco la prima di un elenco di parole apparse recentemente nella parlata dei popoli di lingua americana dell'Unione. Questa parola, woggle, ha avuto origine nel Dipartimento della Polinesia e si è irradiata tra tutti i popoli di lingua americana dei Dipartimenti del Nordamerica, dell'Australia, del Giappone e della Cina. «Stranamente, non è ancora comparsa nel Dipartimento del Sudamerica, che, come lei senza dubbio sa, è contiguo al Nordamerica.» Hal Yarrow sorrise: le affermazioni di quel genere tendevano a esasperarlo. Quando avrebbero capito, gli autori di quelle lettere, che lui era non soltanto un uomo eminentemente istruito, ma un uomo dotato di una cultura molto vasta? In quel caso particolare, persino i semi-analfabeti delle classi inferiori avrebbero dovuto sapere dove si trovava il Sudamerica, perché il Precursore aveva nominato più volte quel continente nel suo Talmud occidentale e nel suo Il Mondo e il Tempo reali. Era possibile, comunque, che qualche insegnante dei non accademici non avesse mai pensato di indicare agli allievi l'ubicazione del Sudamerica... ammesso e non concesso che la conoscesse! «La parola woggle» continuò la voce «è stata segnalata per la prima volta nell'isola di Tahiti. Quest'isola si trova al centro del Dipartimento della Polinesia ed è abitata dai discendenti degli australiani, che la colonizzarono dopo la Guerra Apocalittica. Attualmente, Tahiti è una base militare per astronavi. «A quanto pare, woggle, si è diffusa da lì, ma il suo uso è rimasto limitato soprattutto ai non diplomati. L'eccezione è costituita dal personale spaziale professionista. Pensiamo che vi sia un nesso tra l'apparizione della parola e il fatto che gli spaziali siano stati i primi a usarla... per quello che ne sappiamo noi. «I trasmettitori di verità hanno chiesto il permesso di usare questa parola nelle trasmissioni, ma il permesso è stato loro negato in attesa dei risultati di ulteriori studi. «La parola, per quanto è possibile stabilire attualmente, è usata come aggettivo, come sostantivo e come verbo. Ha un significato fondamentalmente spregiativo, simile ma non equivalente alle parole, linguisticamente accettabili, "sporco" e "spiritato". Inoltre, contiene il significato di qualcosa di strano, di extraterrestre, in una parola, di irreale. «Lei ha pertanto l'ordine di fare indagini sulla parola woggle, secondo il
Piano N. ST-LIN-476, a meno che lei non abbia già ricevuto un ordine con diritto di precedenza. In ogni caso, dovrà rispondere alla presente entro e non oltre il 12 Fertilità 550 B.S.» Hal lesse la lettera fino in fondo. Per fortuna, le altre tre parole avevano una priorità inferiore. Non era obbligato a fare l'impossibile, e cioè a indagare su tutte e quattro contemporaneamente. Ma sarebbe dovuto partire l'indomani mattina, dopo essersi presentato a Olvegssen. E questo significava che non avrebbe potuto neppure disfare il bagaglio, e che avrebbe dovuto indossare ancora per alcuni giorni gli abiti che portava in quel momento. Forse non avrebbe avuto neppure il tempo di farli pulire. Non che gli dispiacesse partire. Ma era stanco, e desiderava riposare, prima di intraprendere un nuovo viaggio. Riposare? si disse, togliendosi gli occhiali e fissando Mary. Mary si stava alzando in quel momento dalla poltrona, dopo aver spento il tridi. E si stava chinando ad aprire un cassetto. Hal vide che ne toglieva la camicia da notte. E, come gli era già capitato molte volte, Hal avvertì un forte senso di nausea. Mary si voltò e vide la sua espressione. — Che cos'hai? — chiese. — Niente — rispose lui. Lei attraversò la stanza (le bastarono pochi passi per attraversarla, e questo fece venire in mente ad Hal l'ampiezza illimitata della Riserva). Gli porse un mucchietto stropicciato di indumenti e disse: — Non credo che Olaf li abbia fatti lavare. Ma non è colpa sua. Il deionizzatore non funziona. Ha lasciato un biglietto, per dire che ha chiamato un tecnico. Ma tu sai quanto tempo occorre, per far riparare qualcosa. — Lo aggiusterò io, appena avrò tempo — rispose Hal. E fiutò gli indumenti. — Grande Sigmen! Da quanto tempo è rotto, il deionizzatore? — Da quando sei partito — rispose Mary. — Quando suda quell'uomo! — esclamò Hal. — Deve vivere in uno stato di terrore perpetuo. Non mi meraviglio. Il vecchio Olvegssen terrorizza anche me. Mary arrossì. — Ti ho pregato tante volte di non bestemmiare — disse. — Quando rinuncerai a questa abitudine irreale? Non lo sai che...? — Sì — l'interruppe lui, bruscamente. — So benissimo che nominando invano il nome del Precursore, si ritarda di qualche istante il Giorno della
Fine del Tempo. E allora? Mary indietreggiò, spaventata dalla violenza della sua voce e dalla smorfia che gli era comparsa sulle labbra. — "E allora?" — gli fece eco lei, incredula. — Hal, non parlerai sul serio! — No, naturalmente non parlo sul serio! — ribatté lui, respirando pesantemente. — Naturalmente! Come potrei farlo? Ma mi esaspera sentirmi rinfacciare continuamente i miei torti. — Fu lo stesso Precursore a dirci che dobbiamo sempre ricordare a nostro fratello le sue irrealtà. — Non sono tuo fratello. Sono tuo marito — disse Hal. — Benché, molte volte, come ora, preferirei non esserlo. Mary abbandonò la sua espressione timorata e severa, gli occhi le si riempirono di lacrime, la bocca e il mento presero a tremarle. — Per l'amor di Sigmen! — esclamò Hal — non piangere. — E come potrei non piangere? — singhiozzò lei. — Quando mio marito, che è la mia carne e il mio sangue, ed è unito a me dalla Schiesa Reale, continua ad accumulare offese sul mio capo? E io non ho fatto nulla per meritarlo! — Nulla... tranne denunciarmi all'acai tutte le volte che ne hai l'occasione — rispose lui. Le voltò le spalle e abbassò il letto. — Immagino che anche i lenzuoli avranno il puzzo di Olaf e di quella cicciona di sua moglie — disse Hal. Prese un lenzuolo, lo fiutò. — Puah! — disse. Strappò le altre lenzuola e le gettò sul pavimento. Poi vi gettò anche le camicie da notte. — Al D.! Dormirò vestito. E dici di essere una moglie? Perché non hai portato la nostra roba dai vicini e non l'hai pulita? — Sai benissimo perché — ribatté Mary. — Non abbiamo soldi per pagare l'uso del loro pulitore. Se tu avessi un Voto di Condotta migliore, potremmo permettercelo. — E come posso ottenere un Voto di Condotta migliore, se tu corri dall'acai non appena io commetto una piccola trasgressione? — Non è colpa mia! — esclamò lei, indignata. — Che sigmenita sarei, se mentissi al buon abba e gli dicessi che tu sei degno di un Voto di Condotta superiore? Non sarei più capace di vivere, sapendo di essere stata così spaventosamente irreale, e sapendo che il Precursore mi vede. Quando sono con l'acai, sento gli occhi invisibili di Isaac Sigmen fissi su di me... leggono ogni mio pensiero. Non potrei mai mentire! E tu dovresti vergo-
gnarti di chiedermelo! — Va' al D.! — scattò Hal. Ed entrò nell'innominato. All'interno dello stanzino, si tolse gli abiti e si mise sotto la doccia, per i trenta secondi d'acqua che gli erano concessi. Poi si fermò davanti al soffiatore, fino a che non fu asciutto. Prese a strofinarsi energicamente i denti, come se cercasse di cancellare le parole terribili che aveva pronunciato. Come al solito, cominciava a vergognarsi di ciò che aveva detto. E cominciava ad avere paura di quel che Mary avrebbe detto all'acai, e di quel che lui avrebbe detto all'acai, e di quel che sarebbe successo dopo. E in un caso come quello, poteva darsi che lo multassero. E allora il suo bilancio, che già faceva acqua da tutte le parti, avrebbe subito un tracollo. Si sarebbe trovato più indebitato che mai... e, al momento della prossima promozione, lo avrebbero messo da parte. Si rivestì, in preda a questi pensieri, e uscì dallo stanzino. Mary gli passò accanto, diretta verso l'innominato. Sembrò sorpresa di vederlo vestito. Poi si fermò. — Oh, questa poi! — esclamò. — Hai gettato le lenzuola e tutto il resto sul pavimento! Hal, non puoi averlo fatto sul serio! — Sì, l'ho fatto sul serio — ribatté lui. — Non ho intenzione di dormire in una camicia da notte piena del sudore di Olaf. — Ti prego, Hal — disse lei. — Ti prego, non usare quella parola! Sai che non sopporto le volgarità. — Perdono — fece Hal. — Preferivi la parola islandese o quella ebraica? In entrambe le lingue, comunque, quella parola indica la stessa vile escrezione umana: il sudore! Mary si tappò con le mani le orecchie, corse nell'innominato, e chiuse la porta con violenza. Hal si buttò sul materasso sottile e si coprì con il braccio gli occhi, per non essere disturbato dalla luce. Cinque minuti più tardi, sentì la porta aprirsi. La cerniera aveva bisogno di essere oliata, ma occorreva aspettare che il loro bilancio e quello di Olaf Marconis consentissero l'acquisto del lubrificante. E se il suo Voto di Condotta fosse sceso, i Marconis avrebbero potuto chiedere di trasferirsi in un altro appartamento. Se l'avessero trovato... lui e Mary sarebbero stati costretti a coabitare con una coppia ancora più discutibile, probabilmente una che era stata appena promossa da una classe professionale inferiore. Oh, Sigmen! pensò. Perché non riesco ad accontentarmi di ciò che è,
perché non riesco ad accettare la realtà? Perché ci deve essere in me tanto del Regressore? Dimmelo, dimmelo tu! Ma quella che udì fu la voce di Mary, che si sdraiava accanto a lui sul letto. — Hal, non vorrai fare una cosa tanto in-shib, vero? — In-shib? — domandò lui, benché sapesse che cosa intendeva la moglie. — Non vorrai dormire vestito! — E perché no? — Hal! — esclamò lei. — Sai benissimo perché. — No, non lo so — rispose Hal. Si scostò il braccio dagli occhi e fissò lo sguardo nell'oscurità totale. Prima di mettersi a letto, Mary aveva spento la luce, come prescritto. Chissà, forse il corpo di Mary potrebbe splendere candido, alla luce della lampada o della luna, pensò Hal. Eppure, io non l'ho mai visto, non l'ho mai vista neppure seminuda. Non ho mai visto il corpo di una donna, a parte la fotografia che mi mostrò quell'uomo, a Berlino. E io, dopo un'occhiata famelica e insieme inorridita, scappai a gambe levate. Forse gli Uzziti scopriranno quell'uomo, prima o poi, e gli faranno ciò che fanno a coloro che pervertono così orribilmente la realtà. Così orribilmente... eppure, ricordava perfettamente quella immagine, come se l'avesse avuta davanti agli occhi in quello stesso momento, nella piena luce di Berlino. E ricordava l'uomo che aveva cercato di vendergliela, un bel giovane alto, dai capelli biondi e dalle spalle ampie, che parlava la varietà berlinese della lingua islandese. Pelle bianca, splendente... Mary era rimasta in silenzio per parecchi minuti, ma lui poteva sentirne il respiro. Poi... — Hal, non ti sembra di avere già fatto abbastanza, dopo il tuo ritorno? Devi proprio obbligarmi a raccontare tutto all'acai? — E che ho fatto, ancora? — domandò lui, rabbiosamente. Ma sorrise, perché voleva costringerla a parlare chiaro, a chiedergli quel che voleva da lui. Non lo avrebbe mai fatto, naturalmente, ma Hal voleva vedere fino a che punto si potesse spingerla. — È proprio questo! Non hai fatto niente, ecco! — sussurrò Mary. — Che cosa intendi dire? — Lo sai benissimo — fu la risposta, in tono d'accusa. — No, non lo so.
— La notte prima di partire per la Riserva, hai detto che eri troppo stanco. Non era una scusa reale, ma non ne ho parlato all'acai, perché avevi compiuto il tuo dovere settimanale. Ma adesso sei stato lontano due settimane e... — Dovere settimanale! — esclamò Hal, con forza, puntellandosi su un gomito. — Dovere settimanale! È così che lo consideri? — Ma Hal! — ribatté lei, con una sfumatura di sorpresa. — Come dovrei considerarlo? Hal gemette, si sdraiò in una posizione più comoda e fissò di nuovo l'oscurità. — A che serve? — disse. — Perché dovremmo farlo? Siamo sposati da nove anni, non abbiamo avuto figli, non ne avremo mai. Ho persino presentato una petizione di divorzio. Perciò, perché dovremmo continuare a ripetere meccanicamente i gesti, come una coppia di robot in tridi? Mary trattenne il respiro, e Hal poté facilmente immaginare la sua espressione di orrore. Dopo un attimo che parve diventare immenso a causa del suo stupore, lei disse: — Dobbiamo farlo perché dobbiamo farlo. Che altro potremmo fare? Senza dubbio, non vorrai propormi di...? — No, no — si affrettò a rispondere Hal, pensando a quello che sarebbe accaduto se lei lo avesse riferito all'acai. Hal poteva cavarsela impunemente per quanto riguardava molte cose, ma se lei avesse accennato che il marito rifiutava di obbedire all'ordine esplicito del Precursore... Non osava neppure pensarci. Perlomeno, ora lui godeva di un notevole prestigio, come insegnante universitario, e disponeva di un puka con un po' di spazio extra, e poteva fare carriera. Ma se... — No, naturalmente — disse — so che dobbiamo tentare di avere dei figli, anche se sembriamo condannati a non averne. — I medici dicono che non abbiamo nessuna imperfezione fisica — disse Mary, per la millesima volta. — Quindi, uno di noi deve avere pensieri contrari alla realtà, deve negare con il suo corpo il vero futuro. E so che non posso essere io. Non è possibile! — "L'Io Tenebroso occulta una gran parte dell'Io Luminoso" — rispose Hal, citando il Talmud occidentale. — "Il Regressore che è in noi ci ostacola, e noi non lo sappiamo." Non c'era niente che riuscisse a esasperare Mary, la quale amava fare citazioni dai libri sacri, quanto sentire Hal fare altrettanto. Ma ora, invece di
lanciarsi in una delle sue accuse, gridò: — Hal, ho paura! Ti rendi conto che fra un anno il nostro termine scadrà? Che dovremo presentarci agli Uzziti per un altro esame? E, se non lo supereremo, se scopriranno che uno di noi nega il futuro ai nostri figli... ci hanno spiegato bene che cosa succederà! L'inseminazione artificiale da un donatore costituiva adulterio. La clonazione era stata proibita da Sigmen perché era un abominio. Per la prima volta, in tutta la sera, Hal provò un brivido di comprensione per lei. Provò anche lui il terrore che la faceva tremare in quel momento. Ma non poteva confessarle che lo provava, perché lei sarebbe crollata completamente, come le era già successo molte volte, in passato. Lui sarebbe stato obbligato a trascorrere la notte cercando di rimetterla in sesto. — Non credo che sia il caso di preoccuparsi tanto — rispose. — In fin dei conti, siamo professionisti rispettati e molto utili. Non credo che siano disposti a sprecare la nostra intelligenza, le nostre capacità mandandoci al D. Credo che ci concederanno una proroga, se non rimarrai incinta entro il termine. Hanno l'autorità per farlo, e i precedenti non mancano. Lo stesso Precursore ha detto che ogni caso deve essere considerato nel suo contesto, non giudicato secondo una regola assoluta. E noi... — Quando mai un caso è stato giudicato nel suo contesto? — ribatté Mary con voce stridula. — Quando? Sai benissimo che viene sempre applicata la regola assoluta! — No, non lo so affatto — rispose lui, cercando di calmarla. — Come puoi essere tanto ingenua? Se credi a tutto ciò che dicono i diffusori di verità, sì. Ma io ho sentito dire tante cose, sul conto della gerarchia. So che le parentele, le amicizie, il prestigio, la ricchezza o l'utilità alla Schiesa possono servire a ottenere un alleggerimento delle regole. Mary si levò di scatto a sedere sul letto. — Vorresti farmi credere che gli Urieliti si lasciano corrompere? — disse, in tono scandalizzato. — Non direi mai una cosa simile — rispose Hal. — E giuro sulla mano perduta di Sigmen che non intendevo minimamente alludere a una simile abominevole irrealtà. No, sto solo dicendo che qualche volta l'essere utile alla Schiesa può servire a ottenere indulgenza o ad avere la possibilità di riprovare. — Conosci qualcuno che possa aiutarci? — disse Mary, e Hal sorrise, nel buio. Mary si era scandalizzata per la sua franchezza, ma era una donna pratica e non avrebbe esitato a servirsi di qualsiasi mezzo per uscire da
quella situazione pericolosa. Vi fu un silenzio che durò per qualche minuto. Mary respirava affannosamente come un animale in trappola. Infine, Hal riprese la parola: — Non conosco nessuna persona influente, eccetto Olvegssen. E Olvegssen fa spesso osservazioni sul mio Voto di Condotta, per quanto elogi il mio lavoro. — Vedi! — esclamò Mary. — Il tuo Voto di Condotta! Se almeno facessi uno sforzo, Hal... — Se almeno tu non fossi così ansiosa di rovinarmi — ribatté lui, amaramente. — Hal, non posso farne a meno, se tu ti abbandoni così facilmente all'irrealtà! Non mi piace farlo, ma è il mio dovere! E commetti un passo falso, rimproverandomi per questo. Un altro segno nero... — Che tu sarai costretta a riferire all'acai. Sì, lo so. Non ricominciamo a discuterne per la decimillesima volta. — Sei stato tu a cominciare — protestò lei, col tono della virtù offesa. — Sembra che non abbiamo altre cose di cui discutere — ribatté Hal. Lei boccheggiò, poi disse: — Ma non è sempre stato così. — No. Durante il nostro primo anno di matrimonio non era così, infatti. Ma poi... — E di chi è la colpa? — gridò Mary. — Ecco una domanda intelligente. Ma non credo che sia il caso di approfondire. Potrebbe essere pericoloso. — Che cosa vuoi dire? — Preferisco lasciar perdere — disse Hal. Era stupito delle sue stesse parole. Che cosa intendeva dire? Non lo sapeva: non aveva parlato con il suo intelletto, ma con tutto il suo essere. Anche questa volta, che fosse stato il Regressore a spingerlo? — Dormiamo — disse — Il domani cambia il volto della realtà. — Ma prima... — disse lei. — Prima che cosa? — ripeté Hal, stancamente. — Non fare lo shib con me — disse Mary. — È proprio per questo che abbiamo cominciato a discutere. Tu stai cercando di... di eludere il tuo dovere. — Il mio dovere — fece Hal. — È la cosa shib da fare. Naturalmente. — Non parlare così — disse Mary. — Non voglio che tu lo faccia sol-
tanto perché è il tuo dovere. Voglio che tu lo faccia perché mi ami, come ti è stato ordinato di fare. E perché vuoi amarmi. — Mi è stato ordinato di amare tutta l'umanità — disse Hal. — Ma poi ho visto che mi è stato espressamente proibito di fare l'amore se non con mia moglie. Mary ne fu così scandalizzata che non riuscì a rispondere, e gli voltò le spalle. Ma Hal, sapendo che lo faceva non solo per compiere il proprio dovere, ma anche per punire lei e se stesso, la prese fra le braccia. A partire da quel momento, dopo che lui ebbe pronunciato la frase ufficiale iniziale, tutto si svolse nel modo rituale. Quella volta, a differenza di molte altre volte nel passato, tutto fu compiuto passo per passo, parole e gesti, come era prescritto dal Precursore nel Talmud occidentale. Con una sola eccezione: Hal indossava ancora i suoi abiti. Ma gli pareva che la cosa potesse venir perdonata, poiché era lo spirito e non la lettera, ciò che contava; e che differenza faceva, se lui indossava i pesanti abiti di tutti i giorni, anziché l'ingombrante camicia da notte? Mary, anche se si accorse, non disse niente in proposito. CAPITOLO TERZO Poi, mentre giaceva disteso sul dorso, e fissava lo sguardo nell'oscurità, Hal rifletté, come aveva già fatto tante volte. Che cos'era che gli si insinuava nell'addome come una spessa lamina d'acciaio e che sembrava isolargli il torso dai fianchi? All'inizio, si era anche eccitato. Sapeva che doveva essere così, perché aveva sentito il cuore battergli più rapidamente, e il respiro farglisi più faticoso. Eppure, non riusciva a provare nulla, assolutamente nulla. E quando era giunto il momento (il momento che il Precursore chiamava "di generazione della potenzialità", il compimento e l'attualizzazione della realtà) Hal aveva provato soltanto una reazione meccanica. Il suo corpo aveva eseguito la funzione prescritta, ma lui non aveva provato l'estasi che il Precursore aveva descritto in modo tanto vivido. Si era insinuata in lui una zona di insensibilità, un'area di gelo, una lamina di acciaio. Non aveva sentito nulla, eccetto i sussulti del suo corpo, come se un ago elettrico gli avesse stimolato i nervi e nello stesso tempo glieli avesse intorpiditi. Non era giusto, si disse. O lo era? Era possibile che il Precursore si sbagliasse? In fondo, il Precursore era stato un uomo superiore al resto del-
l'umanità. Forse, era stato talmente dotato da provare quelle reazioni squisite e non aveva compreso che il resto dell'umanità non condivideva la sua fortuna. Ma no, non poteva essere, se era vero (e, di questo, allontanò da lui ogni dubbio) che il Precursore era stato in grado di leggere nella mente di ogni uomo. E allora, il difetto era in Hal. Hal era l'unico essere imperfetto, tra tutti i discepoli della Schiesa Reale. Ma era davvero l'unico? Non aveva mai parlato di ciò che provava. Era... se non proprio impensabile... non fattibile. Era osceno, irrealistico. I suoi insegnanti non gli avevano mai detto di non discuterne; non era necessario che glielo dicessero, perché Hal lo sapeva già. Eppure, il Precursore aveva descritto quali dovessero essere le sue reazioni. Ma lo aveva fatto in modo diretto? Quando Hal considerava la parte del Talmud occidentale che poteva venire letta soltanto dalle coppie di fidanzati e di sposi, si rendeva conto che il Precursore, in realtà, non aveva descritto uno stato fisico. Il linguaggio del Precursore era poetico (Hal sapeva che cosa significava la parola "poetico", perché, come linguista, aveva accesso a opere letterarie proibite agli altri), metaforico, addirittura metafisico. Era composto di termini che, analizzati, mostravano una ben scarsa adesione alla realtà. Perdonami, Precursore, pensò Hal. Volevo dire che le tue parole non sono una descrizione scientifica dei processi elettrochimici del sistema nervoso umano. Naturalmente, sono valide su un piano più alto, perché la realtà si esprime su diversi piani di fenomeni. Subrealistici, realistici, pseudorealistici, surrealistici, superrealistici, retrorealistici. Non è il momento di dedicarmi alla teologia, pensò, non voglio che la mia mente si metta a vorticare anche questa notte, pensando a problemi insolubili, senza risposta. Il Precursore era in grado di capirli, ma io no. Sapeva soltanto di non essere più sintonizzato con sua la linea d'universo: non lo era mai stato, forse non lo sarebbe stato mai. Vacillava sull'orlo dell'irrealtà in ogni attimo di veglia... il Regressore lo avrebbe afferrato, sarebbe caduto nelle mani malvagìe del fratello del Precursore... Hal Yarrow si svegliò all'improvviso, quando la sveglia del mattino risuonò nell'appartamento. Per un attimo rimase confuso: il mondo del suo sogno si mescolava an-
cora con il mondo reale. Scese dal letto e si voltò a guardare Mary. Come sempre, lei continuava a dormire anche dopo che era suonata la prima sveglia, per quanto fosse forte, perché non era per lei. Fra un quarto d'ora, il secondo squillo di tromba trasmesso dal tridi l'avrebbe destata. E lui, in quel momento, doveva essere già pronto; vestito, sbarbato, sul punto di uscire. Poi Mary avrebbe avuto un quarto d'ora per prepararsi a sua volta: dieci minuti ancora, e Olaf Marconis e sua moglie sarebbero rientrati dal turno di notte e si sarebbero preparati a dormire e a vivere in quel piccolo mondo, fino al ritorno dei coniugi Yarrow. Hal si sbrigò più in fretta del solito perché aveva ancora addosso i vestiti. Si lavò la faccia e le mani, si spalmò sul viso la crema depilatoria, poi asportò i peli caduti (un giorno, se fosse entrato a far parte della gerarchia, avrebbe potuto farsi crescere la barba, come Sigmen), poi si pettinò e uscì dall'innominato. Cacciò nella borsa da viaggio le lettere ricevute la sera precedente e si avviò verso la porta. Poi, spinto da un sentimento inatteso e impossibile da analizzare, si voltò, ritornò accanto al letto e si chinò a baciare Mary. Lei non si svegliò, e Hal provò un fuggevole dispiacere, perché lei non si era accorta del suo gesto. Non lo aveva fatto per dovere. Era stato un impulso che saliva dalle profondità buie del suo intimo, dove pure doveva esservi la luce. Perché lo aveva fatto? Quella notte, aveva creduto di odiarla. Ma ora... Mary non poteva fare a meno di essere come era; così come non poteva farne a meno lui. Ma non era che una scusa, naturalmente. Ogni individuo era responsabile del proprio destino, era responsabile di ciò che gli accadeva, nel bene e nel male. Hal si corresse, anche se solo nel pensiero. Lui e Mary erano la causa della propria infelicità. Ma non lo facevano consciamente. Il loro Io Luminoso non voleva che il loro amore venisse distrutto; era il loro Io Tenebroso... l'orribile Regressore in agguato dentro di loro... che provocava tutto quello. Poi, mentre era già sulla porta, Hal vide che Mary apriva gli occhi e lo guardava, piuttosto confusa. E, invece di tornare indietro per darle un altro bacio, si affrettò a uscire nel corridoio. Era in preda al panico: temeva che lei lo richiamasse e ricominciasse una delle solite scene snervanti. Solo più tardi si rese conto di non avere avuto la possibilità di dire a
Mary che quella mattina stessa doveva partire per Tahiti. Oh, bene. Questo gli avrebbe risparmiato un'altra scenata. Il corridoio era affollato di uomini che andavano al lavoro. Come Hal, indossavano gli ampi abiti a quadretti dei laureati. Molti portavano i colori verde e scarlatto dei professori universitari. Hal, naturalmente, rivolse la parola a tutti. — Buon futuro a te, Ericssen! — Sigmen ti sorrida, Yarrow. — Hai fatto un bel sogno, Chang? — Un sogno davvero shib, Yarrow! Ispirato dalla verità stessa. — Shalom, Kazimuru. — Sigmen ti sorrida, Yarrow! Poi Hal si fermò davanti alla porta dell'ascensore, mentre un guardiano, che la mattina prestava servizio a quel piano a causa dell'affollamento, stabiliva l'ordine di precedenza. Uscito dal grattacielo, Hal salì su una serie di strade mobili, di velocità sempre crescente, fino a che si trovò sull'espressovia, che era quella centrale. Era schiacciato dai suoi compagni di viaggio, uomini e donne, ma questa volta si sentiva a suo agio, poiché appartenevano alla sua classe. Il suo tragitto durò dieci minuti: poi Hal cominciò a farsi largo tra la folla, passando da una corsia all'altra. Cinque minuti più tardi, posò il piede sul marciapiede e si avviò verso il cavernoso ingresso del Pali N. 16, Università di Sigmen City. Quando fu entrato, dovette aspettare, benché non molto a lungo, che il custode lo facesse entrare nell'ascensore. Poi salì al trentesimo piano. Di solito, quando usciva da quell'ascensore, si recava direttamente nel suo ufficio per impartire la prima lezione della giornata, un corso per laureandi che veniva trasmesso per tridi. Ma quel giorno si avviò verso l'ufficio del decano. Lungo la strada, poiché moriva dalla voglia di fumare una sigaretta e sapeva di non poter fumare in presenza di Olvegssen, si fermò per accenderne una. Si trovava davanti alla porta di una classe elementare di linguistica, e poté cogliere qualche frase della lezione di Keoni Jerahmeel Rasmussen: — I termini puka e pali erano, in origine, parole usate dagli abitanti primitivi, polinesiani delle isole Hawaii. Il popolo di lingua inglese che più tardi colonizzò le isole adottò molti termini del linguaggio hawaiano. Puka, che significa pozzo, galleria o grotta, e pali, che significa monte, erano tra le più usate.
«Quando gli hawaiano-americani ripopolarono il Nordamerica dopo la Guerra Apocalittica, queste due parole, vennero ancora usate nel loro significato originario. Ma, circa cinquant'anni fa, cambiarono significato. Puka venne applicato ai piccoli appartamenti concessi alle classi inferiori, evidentemente in senso spregiativo. Più tardi, il termine si diffuse anche tra le classi superiori. Tuttavia, se si è un gerarca, si vive in un appartamento, se si appartiene a una classe inferiore alla gerarchia, si vive in un puka. «Pali, che significa monte, venne applicato ai grattacieli e a tutti gli edifici grandi. A differenza di puka, conserva ancora il significato originario.» Hal finì la sigaretta, gettò la cicca in un portacenere e si diresse verso l'ufficio del decano. Vi trovò il dottor Bob Kafziel Olvegssen seduto dietro la scrivania. Olvegssen, che era superiore in grado, parlò per primo, naturalmente. Aveva un lieve accento islandese. — Aloha, Yarrow. E che cosa fai qui? — Shalom, abba. La prego di scusarmi se mi sono presentato a lei senza un invito. Ma dovevo sistemare parecchie cose, prima di partire. Olvegssen era un uomo di mezza età, dai capelli grigi. Corrugò la fronte. — Partire? — chiese. Hal prese dalla valigia la lettera e gliela porse. — Potrà leggerla più tardi, naturalmente. Ma posso farle risparmiare un po' del suo tempo prezioso dicendole che è un altro ordine di indagine linguistica. — Ma se è appena tornato! — esclamò Olvegssen. — Come pretendono che io mandi avanti questa facoltà in modo efficiente e per la gloria della Schiesa, se continuano a portarmi via i collaboratori per mandarli a caccia di parole? — Senza dubbio, questa non vuole essere una critica nei riguardi degli Urieliti — disse Hal, con una sfumatura di malizia. Non aveva mai provato simpatia per il suo superiore, per quanto si fosse sforzato di allontanare da sé quel modo di pensare irrealistico da parte sua. — Harumph! Naturalmente no! Non sarei capace di fare una cosa simile, e questa tua supposizione mi offende! — Mi perdoni, abba — disse Hal. — Non mi sognerei mai di pensare una cosa simile. — Quando devi partire? — chiese Olvegssen. — Con il primo omnibus. Che, mi pare, parte tra un'ora.
— E quando ritornerai? — Soltanto Sigmen lo sa. Quando la mia indagine e il mio rapporto saranno terminati. — Presentati a me non appena ritornerai. — Le chiedo ancora perdono, ma non potrò. Sarò molto in ritardo, allora, per quanto riguarda il mio Esame di Condotta, e sarò obbligato a chiarire la situazione con il mio acai, prima di potermi dedicare ad altro. E la cosa potrà richiedere parecchie ore. Olvegssen fece una smorfia. — Già, il tuo Voto di Condotta. L'ultimo tuo esame non era molto buono, Yarrow. Spero che il prossimo mostri qualche miglioramento. Altrimenti... All'improvviso, Hal si sentì invadere da una sensazione di gelo e si accorse che gli tremavano le gambe. — Sì, abba? La sua voce gli risuonò alle orecchie debole e distante. Olvegssen intrecciò le mani e lo guardò. — Per quanto mi dispiaccia, sarei costretto a prendere dei provvedimenti. Non posso avere alle mie dipendenze un uomo con un Voto di Condotta molto basso. Temo che dovrò... Scese un lungo silenzio. Hal sentì il sudore scivolargli dalle ascelle, sentì le gocce che si formavano sulla fronte e sul labbro superiore. Poiché sapeva che Olvegssen lo teneva deliberatamente sulle spine, non intendeva chiedergli nulla. Non voleva dare a quel gimel dai capelli grigi la soddisfazione di sentirlo parlare. Ma non osava neppure mostrarsi disinteressato della cosa. E, se non avesse detto nulla... sapeva che Olvegssen avrebbe sorriso e lo avrebbe congedato. — Che cosa, abba? — disse, sforzandosi di parlare normalmente, anche se aveva la voce incrinata. — Temo che non potrei neppure limitarmi a retrocederti all'insegnamento in una scuola secondaria. Mi piacerebbe poter essere misericordioso. Ma, nel tuo caso, essere indulgente significherebbe soltanto aumentare la tua irrealtà. E non potrei tollerarlo. No... Hal imprecò contro se stesso, perché non riusciva a frenare il tremito che lo pervadeva. — No, abba? — Temo che dovrei chiedere agli Uzziti di occuparsi del tuo caso. — No! — esclamò Hal, a voce alta.
— Si, invece — ribatté Olvegssen; continuava a tenere le mani congiunte, davanti alla bocca. — Proverei un grande dolore nel farlo, ma sarebbe in-shib non farlo. Soltanto cercando il loro aiuto potrei sognare nel modo più corretto. Disgiunse le mani, girò sulla sedia, mostrandosi a Hal di profilo, e disse: — Comunque, non c'è ragione di credere che io debba prendere un simile provvedimento, vero? Dopotutto, tu e solo tu sei responsabile di ciò che ti accade. Perciò, non devi rimproverare altri che te stesso. — Così ci ha rivelato il Precursore — rispose Hal. — Farò in modo che lei non debba provare questo dolore, abba. Farò in modo che il mio acai non debba assegnarmi un basso Voto di Condotta. — Benissimo — disse Olvegssen, in tono poco convinto. — Non ti tratterrò per esaminare la lettera, perché senza dubbio ne troverò una copia nella posta di oggi. Aloha, figlio mio, e buoni sogni. — Possa sempre vedere la realtà, abba — disse Hal, e se ne andò. Era talmente terrorizzato da essere quasi incapace di capire quel che faceva. Si diresse meccanicamente allo spazioporto, sbrigò le pratiche per ottenere la precedenza. La sua mente rifiutava ancora di funzionare con chiarezza, quando salì a bordo dell'omnibus. Mezz'ora dopo scese allo spazioporto di Los Angeles e andò alla biglietteria per confermare la prenotazione per il volo diretto a Tahiti. E, mentre faceva la fila, si sentì battere una mano sulla spalla. Sussultò, poi si voltò per chiedere scusa alla persona che stava dietro di lui. E il cuore prese a martellargli come se volesse sfuggirgli dal petto. L'uomo era tozzo, panciuto, robusto, e indossava un'uniforme nera, piuttosto ampia. Sul capo portava un cappello nero, lucente, alto e conico dalla tesa molto stretta, e sul petto aveva l'immagine argentea dell'angelo Uzza. Si chinò a esaminare i numeri ebraici sulla parte inferiore del piede alato che Hal portava sul petto. Poi guardò il foglio che Hal teneva in mano. — Tu sei Hal Yarrow, shib — disse l'Uzzita — Vieni con me. Più tardi, Hal si ricordò che l'aspetto più strano dell'intera faccenda era stata la sua assoluta mancanza di terrore. Non che non avesse paura. Ma la paura era andata a nascondersi in un angolino del suo cervello, mentre tutte le sue risorse mentali erano impegnate a considerare la situazione, a studiare il modo di uscirne. I dubbi e la confusione che si erano impadroniti di lui durante il colloquio con Olvegssen e che poi erano durati così a lungo, sembravano ormai dissolti. Hal era freddo e vigile, aveva riacquistato la
capacità di pensare rapidamente. Il mondo era limpido e puro, attorno a lui. Forse questo era dovuto al fatto che la minaccia di Olvegssen era lontana e indefinita, mentre essere arrestato dagli Uzziti costituiva un pericolo immediato. Venne condotto a una piccola vettura che attendeva accanto alla biglietteria. Gli fu ordinato di salire a bordo. Anche l'Uzzita che era con lui salì, e regolò i comandi per la destinazione voluta. La macchina si levò verticalmente per circa cinquecento metri, poi saettò via, facendo ululare la sirena. Benché Hal non avesse alcuna voglia di ridere, non poté fare a meno di pensare che i poliziotti non erano cambiati affatto, negli ultimi mille anni. Anche se non c'era di mezzo un caso di emergenza, i tutori della legge dovevano sempre farsi riconoscere per il loro baccano. Due minuti più tardi, la macchina varcò un portello, al ventesimo piano di un palazzo. L'Uzzita, che dopo la conversazione iniziale non aveva più parlato con Hal, gli fece segno di scendere. Neppure Hal aveva detto nulla, perché sapeva che sarebbe stato inutile. Salirono una rampa, poi percorsero parecchi corridoi pieni di gente frettolosa e indaffarata. Hal cercò di imparare a memoria il percorso: gli sarebbe stato utile, se fosse riuscito a fuggire. Sapeva che qualsiasi tentativo di fuga era ridicolo, sapeva che era impossibile riuscirci. E poi, non aveva motivo di credere che la fuga fosse l'unica soluzione. O, perlomeno, lo sperava. Finalmente l'Uzzita si fermò davanti a una porta sulla quale non c'era alcuna scritta. L'indicò con il pollice; Hal entrò per primo. Si trovò in un'anticamera: dietro la scrivania era seduta una segretaria. — L'angelo Patterson a rapporto — disse l'Uzzita. — Questo è Hal Yarrow, professore LIN-56.327. La segretaria trasmise l'informazione attraverso il citofono: dalla parete giunse una voce che ordinò ai due uomini di entrare. La segretaria premette un pulsante; la porta si aprì. Hal entrò, precedendo anche questa volta l'Uzzita. Si trovò in una stanza molto grande; più grande della sua aula o di tutto il suo puka di Sigmen City. In fondo c'era una scrivania immensa, sagomata a forma di mezzaluna; alla scrivania sedeva un uomo. Fu la vista di quell'uomo a mandare in frantumi la calma e la compostezza di Hal. Si era aspettato di trovarsi davanti a un acai di rango elevato, o a un uomo vestito di nero, con un cappello a cono sulla testa. Invece, quell'uomo non era affatto un Uzzita. Indossava una fluente tu-
nica viola, con un cappuccio sul capo. Sul petto aveva una grande L ebraica dorata, la lettera lamedh. E aveva la barba. Quell'uomo apparteneva alla classe più elevata. Era un Urielita. Hal ne aveva visti soltanto una dozzina, in tutta la sua vita; e soltanto una volta ne aveva visto uno in carne e ossa. Grande Sigmen, pensò, che cosa ho fatto? Sono spacciato, spacciato! L'Urielita era molto alto: superava quasi di tutta la testa Hal. Aveva volto allungato, zigomi sporgenti, naso sottile e incurvato, labbra sottili, occhi celesti. Alle spalle di Hal, l'Uzzita disse, a voce bassissima: — Fermati, Yarrow! Mettiti sull'attenti. Fa' tutto ciò che ti dice il Sandalphon Macneff, senza esitare e senza mosse false! Hal, che non avrebbe mai pensato di disobbedire, annuì. Macneff lo guardò per un minuto almeno, accarezzandosi la barba bruna e ispida. Poi, dopo averlo fatto sudare e tremare, gli rivolse finalmente la parola. La sua voce era sorprendentemente profonda, per un uomo dal collo così sottile. — Yarrow, cosa ne diresti di lasciare questa vita? CAPITOLO QUARTO Più tardi, Hal ringraziò molte volte Sigmen di non avere seguito il primo impulso. Invece di lasciarsi paralizzare dal terrore, aveva pensato di girare di scatto su se stesso e di aggredire l'Uzzita. Per quanto il poliziotto, almeno in apparenza, non fosse armato, senza dubbio doveva nascondere una pistola sotto la giubba. Se Hal fosse riuscito a metterlo fuori combattimento e a impadronirsi dell'arma, forse avrebbe potuto prendere Macneff come ostaggio. E, usandolo come uno scudo, sarebbe potuto fuggire. Dove? Non ne aveva la minima idea. In Israele o nella Federazione Malese? Erano due paesi lontanissimi, anche se la distanza significava poco... purché fosse riuscito a rubare o a requisire una nave. Anche se fosse riuscito, aveva ben poca speranza di superare le postazioni di missili. A meno che non gli riuscisse di ingannare i militari del servizio antiaereo: e non conosceva a sufficienza i codici e le abitudini militari per poter fare una cosa simile. E, mentre pensava a quella possibilità, sentì l'impulso spegnersi dentro
di lui. Sarebbe stato più intelligente aspettare di conoscere l'accusa che gli veniva rivolta. Forse avrebbe potuto dimostrare la propria innocenza. Le labbra sottili di Macneff si piegarono lievemente in un sorriso che in seguito Hal avrebbe imparato a conoscere bene. Senza smettere di sorridere, disse: — Così va bene, Yarrow. Hal non capì se gli era stata offerta la possibilità di parlare, ma ne approfittò in ogni caso, per non offendere l'Urielita. — Che cosa va bene, Sandalphon? — Che tu sia diventato rosso, anziché pallido — rispose Macneff. — Io so leggere nelle personalità, Yarrow. Sono in grado di leggere nell'animo di un uomo pochi secondi dopo averlo conosciuto. E ho visto che tu non stavi per svenire dal terrore, come avrebbero fatto molti, quando hai udito le prime parole che ti ho rivolto. No, tu sei arrossito del sangue ardente dell'aggressività. Tu era pronto a negare, a discutere, a batterti contro ciò che stavo per dirti. «Ora, qualcuno penserebbe che questa non è una reazione favorevole, che il tuo atteggiamento mostra un modo di pensare errato, una tendenza verso l'irrealtà. «Ma io ti domando: "Che cos'è l'irrealtà?" Fu la domanda formulata dal malvagio fratello del Precursore, nel Grande Dibattito. La risposta è sempre la stessa: soltanto l'uomo reale può riconoscerla. «E io sono reale, perché altrimenti non sarei un Sandalphon. Shib?» Hal, che cercava di trattenersi dall'ansimare, annuì. Pensò che Macneff non era in grado di leggere nell'animo altrui come pretendeva, perché non aveva intuito la sua prima, impulsiva decisione di ricorrere alla violenza. O forse Macneff lo sapeva, ed era così saggio da perdonarlo? — Quando ti ho chiesto se ti sarebbe piaciuto lasciare questa vita — riprese il Sandalphon — non volevo dire che fossi in procinto di andare al D. Aggrottò la fronte, prima di proseguire: — Anche se il tuo Voto di Condotta induce a pensare che, se continuassi allo stesso modo, potresti finirci molto presto. Tuttavia, sono certo che, se ti offrissi volontario per ciò che ti propongo, molto presto ti metteresti sulla retta via. Saresti sempre a contatto con molti uomini shib. Non potresti sfuggire alla loro influenza. "La realtà genera la realtà." Così ha detto Sigmen. «Ma forse sto precipitando un po' troppo le cose. In primo luogo, devi
giurare su questo libro — e a quel punto Macneff mostrò una copia del Talmud occidentale — che nulla di ciò che diremo in questo ufficio verrà divulgato ad alcun essere vivente, in nessuna circostanza. Tu dovrai morire o subire qualsiasi martirio, piuttosto che tradire la Schiesa.» Hal posò immediatamente la mano sinistra sul libro (Sigmen usava la sinistra, poiché aveva perduto la destra) e giurò per il Precursore e per tutti i livelli della realtà che le sue labbra sarebbero state sigillate per sempre. Se non lo fossero state, avrebbe rinunciato per sempre alla speranza di vedere il Precursore faccia a faccia e di avere un giorno un proprio universo da governare. E mentre giurava, provò un forte senso di colpa per aver pensato di aggredire un Uzzita e di usare la forza contro un Sandalphon. Come aveva potuto cedere così presto al suo Io Tenebroso? Macneff era il rappresentante vivente di Sigmen, mentre Sigmen viaggiava attraverso il tempo e lo spazio, a preparare il futuro per i suoi discepoli. Rifiutare di obbedire a Macneff significava colpire in viso il Precursore, e questo era un atto così terribile che non osava neppure pensarlo. Macneff posò di nuovo il libro sulla scrivania, e spiegò: — Per prima cosa, devo dirti che l'ordine di indagare a Tahiti sulla parola woggle è stato un errore. Probabilmente è accaduto perché certi dipartimenti degli Uzziti non lavorano con la stretta collaborazione che sarebbe necessaria. Si sta cercando il motivo dell'errore e verranno prese misure assai efficaci per impedire che se ne verifichino altri. L'Uzzita che stava alle spalle di Hal sospirò pesantemente; Hal comprese di non essere il solo, in quella stanza, a provare paura. — Un membro della gerarchia ha notato, mentre stava esaminando i suoi rapporti, che tu avevi chiesto il permesso di fare un viaggio a Tahiti. Sapendo che quell'isola è considerata importantissima per la nostra sicurezza, ha svolto alcune indagini. E così siamo riusciti a fermarti durante il viaggio. E, dopo avere esaminato i tuoi incartamenti, ho concluso che potresti essere l'uomo di cui abbiamo bisogno per ricoprire un certo incarico, a bordo della nave. Macneff aveva lasciato la scrivania, e stava camminando avanti e indietro, con le mani congiunte dietro la schiena, il corpo piegato in avanti. Hal vide che Macneff aveva una carnagione pallidissima: lo stesso colore della zanna di elefante che Hal aveva visto, una volta, nel Museo degli Animali Estinti. Il cappuccio viola che gli copriva il capo dava ancor più risalto al pallore.
— Ti verrà chiesto di offrirti come volontario — disse Macneff — perché a bordo vogliamo soltanto gli uomini più devoti. Tuttavia, spero che ti unisca a noi, perché mi turberebbe lasciare sulla Terra un civile che conosce l'esistenza e la destinazione della Gabriel. Non dubito della tua lealtà, ma le spie israeliane sono molto abili, e potrebbero indurti a rivelare ciò che sai. Potrebbero rapirti e servirsi di droghe per farti parlare. «Quegli israeliani sono accaniti seguaci del Regressore.» Hal si chiese perché l'uso delle droghe da parte degli israeliani dovesse sempre essere irrealistico, e sempre shib da parte dell'Unione Haijiaca. Ma abbandonò subito quel filo di pensieri, non appena udì le successive parole di Macneff: — Cento anni or sono, la prima astronave interstellare dell'Unione lasciò la Terra per l'Alfa Centauri. Verso la stessa epoca, partì anche un'astronave israeliana. Entrambe ritornarono dopo vent'anni e riferirono di non aver scoperto pianeti abitabili. Una seconda spedizione Haijiaca ritornò dopo dieci anni, e una seconda nave israeliana dodici anni più tardi. Nessuna era riuscita a trovare una stella i cui pianeti potessero venire colonizzati dagli esseri umani. — Non lo sapevo — mormorò Hal Yarrow. — Entrambi i governi lo tennero segreto alle rispettive popolazioni, benché non riuscissero a nasconderselo a vicenda — disse Macneff. — Gli israeliani, a quanto ci risulta, non hanno più mandato navi interstellari nello spazio, dopo la seconda spedizione. La spesa da sostenere è astronomica, e l'impresa richiede molto tempo. Ma noi lanciammo un terzo vascello spaziale, molto più piccolo e più veloce dei primi due. Negli ultimi cento anni, abbiamo imparato molte cose sul volo interstellare; e questo è tutto quel che posso dirti. «E la terza nave è ritornata alcuni anni fa, con la notizia...» — Che è stato trovato un pianeta su cui gli esseri umani possono vivere, un pianeta già abitato da esseri senzienti! — disse Hal, dimenticando, nel suo entusiasmo, di non essere stato invitato a parlare. Macneff si fermò di colpo e fissò gli occhi azzurri su Hal. — E come lo sai? — chiese, seccamente. — Mi perdoni, Sandalphon — disse Hal. — Ma era inevitabile! Il Precursore non ha predetto, nel suo libro Il tempo e la linea d'universo, che avremmo trovato un pianeta di quel tipo? Mi pare che sia a pagina 573! Macneff sorrise. — Sono lieto che le lezioni sulle Scritture abbiano lasciato in te un'im-
pressione così profonda. E come poteva essere altrimenti? pensò Hal. E poi, non è soltanto un'impressione. Ho ancora sul dorso le cicatrici delle frustate di Pornsen, il mio acai, quando non imparavo bene la lezione. Era molto abile nell'imprimere qualcosa nella mente altrui, quel Pornsen. "Era?" È! Mentre gli anni passavano e io venivo promosso, veniva promosso anche lui, e sempre dov'ero io. Era il mio acai all'asilo-nido. Era l'acai del mio dormitorio, quando frequentavo l'università e pensavo di essermi liberato di lui. E adesso è l'acai del mio isolato. La responsabilità è sua, se il mio Voto di Condotta è così basso. E poi, rapidissima, venne la ricusa, la protesta. No, non è lui, perché io, e io solo, sono responsabile di tutto ciò che mi accade. Se ottengo un Voto di Condotta basso, lo ottengo perché lo voglio, o perché lo vuole il mio Io Tenebroso. Se muoio, è perché ho voluto così. Perciò, perdonami, Sigmen, di questi pensieri contrari alla realtà! — La prego ancora di perdonarmi, Sandalphon — disse Hal. — Ma la spedizione ha trovato qualche traccia della presenza del Precursore su quel pianeta? O addirittura, anche se è forse desiderare troppo, ha trovato il Precursore stesso? — No — disse Macneff. — Ma questo non significa che tali tracce non esistano. La spedizione aveva l'ordine di compiere una rapida ricognizione delle condizioni del pianeta e di fare ritorno alla Terra. Non posso dirti ora la distanza in anni-luce, o il nome della stella, benché tu possa vederla a occhio nudo, la notte, in questo emisfero. Se ti offrirai come volontario, saprai quale sarà la tua destinazione, dopo la partenza della nave. E la nave partirà molto presto. — E c'è bisogno di un linguista? — chiese Hal. — La nave è molto grande — rispose Macneff — ma il numero dei militari e degli specialisti che portiamo con noi non consente di ospitare più di un linguista. Abbiamo preso in considerazione diversi di voi professori, tutti Lamedhiani e al di sopra di ogni sospetto. Sfortunatamente... Hal attese. Macneff riprese a camminare avanti e indietro, aggrottando la fronte. Poi aggiunse: — Sfortunatamente, esiste soltanto un joat Lamedhiano, ed è troppo vecchio per prendere parte a questa spedizione. Perciò... — Chiedo mille volte perdono — disse Hal. — Ma mi è venuta in mente una cosa. Io sono sposato. — Non è un problema — rispose Macneff. — A bordo della Gabriel
non ci sono donne. E, se un uomo è sposato, ottiene automaticamente il divorzio. Hal boccheggiò. — Il divorzio? — chiese. Macneff alzò le mani, come per scusarsi. — Naturalmente, questo ti inorridisce — dichiarò. — Ma basandoci sulla lettura del Talmud occidentale, noi Urieliti abbiamo concluso che il Precursore, sapendo che si sarebbe verificata questa situazione, ha concesso l'istituto del divorzio. È inevitabile, in questo caso, perché la coppia verrebbe divisa per almeno ottant'anni di tempo oggettivo. Naturalmente, il Precursore nascose questa disposizione dietro un linguaggio oscuro. Nella sua grande e gloriosa saggezza, sapeva che i nostri nemici, gli israeliani non dovevano essere in grado di leggere nei suoi libri la nostra destinazione. — Mi offro come volontario — disse Hal. — E non potrebbe dirmi qualcosa di più, Sandalphon? Sei mesi più tardi, Hal Yarrow si trovava nella cupola osservatorio della Gabriel e guardava il globo terrestre rimpicciolire, alto sul suo capo. Era notte, su quell'emisfero, ma le luci sfolgoravano dalle megalopoli dell'Australia, del Giappone, della Cina, del Sudest asiatico, dell'India e della Siberia. Hal, il linguista, vedeva però in quei dischi scintillanti, in quelle collane di luci, soprattutto le lingue che si parlavano in quei luoghi. L'Australia, le Filippine, il Giappone e la Cina settentrionale erano abitati dai membri dell'Unione Haijiaca, che parlavano americano. La Cina meridionale, tutto il Sudest asiatico, l'India meridionale e Ceylon, tutti gli Stati della Federazione Malese, insomma, parlavano Bazaar. La Siberia parlava islandese. Con la mente, Hal fece in fretta il giro del globo: immaginò l'Africa, che usava lo swahili a sud del Mar del Sahara. I paesi del Mediterraneo, l'Asia minore, l'India settentrionale, e il Tibet parlavano ebraico. Nell'Europa meridionale, tra le Repubbliche Israeliane e i popoli di lingua islandese del Nordeuropa si stendeva una striscia di terra, sottile ma molto lunga, chiamata la Marca. Era una terra di nessuno, contesa dall'Unione Haijiaca e dalla Repubblica Israeliana, ed era una causa potenziale di guerra da quasi duecento anni, ormai. Nessuna delle due potenze era disposta a rinunciare alle sue pretese, ma nessuna osava compiere una mossa che rischiasse di condurre a una seconda Guerra Apocalittica. Perciò, a tutti i fini pratici, la Marca era una
nazione indipendente, e ormai aveva un suo governo organizzato (che nessuno riconosceva al di là dei suoi confini). I suoi cittadini parlavano tutte le lingue superstiti del mondo, più una nuova, chiamata lingo, un dialetto composito, il cui vocabolario derivava dalle altre sei e la cui sintassi era così semplice che poteva essere scritta in una sola pagina. Hal immaginò il resto della Terra: l'Islanda, la Groenlandia, le Isole Caraibiche, e la parte orientale del Sudamerica. Qui la popolazione parlava l'islandese, perché l'Islanda aveva preceduto gli hawaiano-americani occupati a colonizzare il Nordamerica e la parte occidentale del Sudamerica, dopo la Guerra Apocalittica. Poi c'era il Nordamerica, dove tutti parlavano americano, tranne i venti discendenti dei franco-canadesi che vivevano nella Riserva della Baia di Hudson. Hal sapeva che quando quell'emisfero fosse entrato nella zona d'ombra, sullo sfondo dello spazio si sarebbe vista splendere Sigmen City. E che, in qualche punto di quell'immenso sfavillio di luci, c'era il suo appartamento. Tuttavia, Mary non avrebbe abitato lì ancora per molto, perché entro pochi giorni sarebbe stata informata che il marito era morto in un incidente. Hal era sicuro che lei avrebbe pianto di nascosto, perché lo amava, in quel suo modo frigido, anche se in pubblico si sarebbe sempre mostrata con gli occhi asciutti. Amici e colleghi le avrebbero dimostrato la massima comprensione, non perché aveva perduto l'amato marito, ma perché era stata sposata con un uomo che pensava in modo irrealistico. Infatti, se Hal Yarrow era morto in uno scontro, era perché se l'era voluto. Gli "incidenti" non esistevano: in un modo o nell'altro, tutti gli altri passeggeri (che ufficialmente erano morti al pari di Yarrow, nella complessa rete di menzogne predisposta per spiegare la scomparsa dell'equipaggio della Gabriel) avevano contemporaneamente "voluto" morire. E perciò, essendo in uno stato di disgrazia, non sarebbero stati cremati, né le loro ceneri sarebbero state gettate al vento nel corso di una pubblica cerimonia. No, i pesci potevano mangiarsi i loro cadaveri: alla Schiesa non importava affatto. In mezzo alla folla che si era raccolta nella cupola osservatorio, Hal sentì compassione per Mary, e faticò a ricacciare le lacrime che gli facevano bruciare gli occhi. Eppure, disse fra sé, quello era il sistema migliore. Lui e Mary non sarebbero più stati costretti a tormentarsi a vicenda: la loro tortura reciproca era finita.
Mary era libera di riposarsi, ignara del fatto che la Schiesa le aveva concesso segretamente il divorzio, e convinta che fosse stata la morte a sciogliere il suo matrimonio. Avrebbe avuto a disposizione un anno per decidere, per scegliersi un compagno nell'elenco presentatole dall'acai. Forse, i blocchi psicologici che le avevano impedito di concepire un figlio di Hal non esistevano più. Forse. Ma Hal ne dubitava. Mary era del tutto frigida, al di sotto dell'ombelico: frigida quanto lui. Chiunque fosse il candidato al matrimonio propostole dall'acai... L'acai. Pornsen. Hal non avrebbe più dovuto vedere quel volto grasso, non avrebbe più dovuto ascoltare quella sua insopportabile voce lagnosa... — Hal Yarrow! — esclamò in quel momento una voce lagnosa. E, lentamente, raggelato e insieme invaso da un fuoco scottante, Hal Yarrow si voltò. Lì, davanti a lui, c'era l'uomo a lui ben noto. Tozzo, guance flosce, naso da avvoltoio, occhi semichiusi, sorriso obliquo. In testa un cappello conico, azzurro, dalla tesa stretta; capelli neri con qualche filo grigio, che scendevano fino all'alto colletto nero, a gorgiera. La tunica azzurra faticava a contenere il pancione (più volte i superiori gli avevano fatto delle ramanzine perché mangiava troppo). All'ampia cintura blu era agganciato il manico della frusta. Anche le gambe erano massicce, e tendevano il tessuto dei calzoni stretti e azzurri, con una fascia verticale nera sulle cuciture interna ed esterna; i polpacci erano chiusi entro stivali alti fino al ginocchio, dello stesso colore dei calzoni. I piedi, invece, erano talmente piccoli da sembrare ridicoli. In corrispondenza delle dita dei piedi, su ogni stivale c'era uno specchietto ettagonale. Tra le classi inferiori circolavano molte storielle sull'origine dello specchietto. Una volta, Hal ne aveva sentita una, e ancor oggi arrossiva, quando gli veniva in mente. — Mio diletto pupillo, mio perenne tormento — disse l'uomo dalla voce lagnosa. — Non immaginavo che anche tu prendessi parte a questo viaggio glorioso. Ma avrei dovuto saperlo! Sembriamo legati dall'affetto reciproco. Deve averlo previsto lo stesso Sigmen. Amore a te, mio pupillo. — Sigmen conceda il suo amore anche a lei, mio custode — disse Hal, semistrangolato da un colpo di tosse. — È meraviglioso rivedere la sua venerata persona. Pensavo che non ci saremmo mai più rivisti.
CAPITOLO QUINTO La Gabriel puntò verso la destinazione, e sotto la spinta dell'accelerazione, tenuta al valore di una gravità, cominciò ad avvicinarsi alla sua velocità definitiva, il 33,1 per cento della velocità della luce. Tutto il personale, a parte quei pochi che dovevano provvedere a governare la nave, entrò nel reparto ibernazione, dove sarebbe rimasto, in uno stato di animazione sospesa, per parecchi anni. Qualche tempo dopo, una volta effettuato il controllo di tutte le apparecchiature automatiche, anche l'equipaggio avrebbe raggiunto gli altri. Avrebbero dormito, mentre i meccanismi della Gabriel portavano l'accelerazione a un punto che sarebbe stato insostenibile per quanti non fossero stati sottoposti all'ibernazione. Poi, una volta raggiunta la velocità desiderata, le apparecchiature automatiche avrebbero spento il motore, e la nave spaziale, silenziosa ma non vuota, si sarebbe precipitata verso la stella che rappresentava la sua destinazione. Molti anni più tardi, il contatore a fotoni nella prua della nave avrebbe stabilito che la stella era ormai abbastanza vicina: si sarebbe attivata la decelerazione. Anche in questo caso, si sarebbe resa necessaria l'applicazione di un'accelerazione insostenibile per corpi non protetti dall'ibernazione. Poi, dopo avere rallentato considerevolmente la velocità della nave, il motore si sarebbe regolato su una decelerazione di una gravità. E l'equipaggio sarebbe uscito automaticamente dall'animazione sospesa. In seguito, quegli uomini avrebbero provveduto a ridestare gli altri passeggeri. E, nei sei mesi che ancora rimanevano per giungere a destinazione, sarebbe stato possibile compiere tutti i preparativi necessari. Hal Yarrow fu tra gli ultimi a sottoporsi all'ibernazione e tra i primi ad uscirne. Doveva studiare le registrazioni della lingua della nazione più importante di Ozagen, Siddo. Fin dal principio, si trovò di fronte a un compito molto difficile. La spedizione che aveva scoperto Ozagen era riuscita a correlare duemila parole Siddo con altrettante parole americane. La descrizione della sintassi Siddo era molto schematica. E, come scoprì Hal, in molti casi era evidentemente erronea. Quella scoperta gli causò una grande preoccupazione. Il suo compito consisteva nel redigere un libro di testo e nell'insegnare a tutto il personale della Gabriel la lingua di Ozagen. Eppure, se si fosse servito dei pochi dati a disposizione, avrebbe impartito ai suoi allievi un insegnamento errato. E
per giunta, anche in questo modo l'impresa sarebbe stata molto difficile. In primo luogo, gli organi della parola degli indigeni Ozageni differivano leggermente da quelli dei terrestri; i suoni emessi da tali organi erano quindi dissimili. Era vero che era possibile pronunciarli in modo approssimativo, ma gli Ozageni avrebbero compreso quelle approssimazioni? Un altro ostacolo era rappresentato dalla costruzione grammaticale del Siddo. Bastava considerare le coniugazioni dei verbi. Invece di coniugare un verbo o di usare una particella separata per indicare il passato o il futuro, il Siddo usava una parola completamente diversa. Per esempio, l'infinito animato maschile dabhumaksanigalu'ahai, che significava vivere, diventava, all'imperfetto, ksu'u'peli'afo e, al futuro, mai'teipa. Lo stesso uso di una parola completamente diversa vigeva per tutti gli altri tempi. Inoltre, il Siddo non aveva soltanto i tre normali generi (terrestri) maschile, femminile e neutro: aveva anche il genere inanimato e quello spirituale. Per fortuna, i generi si declinavano, benché questo fosse piuttosto difficile per chiunque non fosse nato a Siddo. Il sistema per indicare il genere, però, cambiava secondo i tempi dei verbi. Tutte le altre parti del discorso, nomi, pronomi, aggettivi, avverbi e congiunzioni funzionavano con lo stesso sistema dei verbi. Per rendere ancora più confuso l'uso della lingua, frequentemente le diverse classi sociali usavano parole diverse per esprimere lo stesso significato. La scrittura Siddo poteva venire paragonata soltanto a quella dell'antico giapponese. Non esisteva alfabeto; c'erano invece ideogrammi, linee la cui lunghezza, forma e angolazione avevano significati diversi. I segni che accompagnavano ciascun ideogramma indicavano la declinazione e il genere. Hal, nell'intimità del suo minuscolo studio, imprecò a bassa voce sulla mano perduta del Precursore. Il capitano della prima spedizione aveva scelto il continente agli antipodi come base per le ricerche. Esso, però, era abitato da indigeni che parlavano la lingua più difficile (per i terrestri) dell'intero pianeta. Se fosse sceso sull'altro continente dell'emisfero settentrionale, avrebbe potuto scegliere (o, meglio, il suo linguista avrebbe potuto scegliere) tra quaranta lingue diverse, alcune delle quali avevano una sintassi relativamente facile e un vocabolario composto di parole brevi. Almeno, così parve a Hal dopo avere esaminato i campioni raccolti dal linguista. Siddo, il continente dell'emisfero meridionale, aveva la dimensione, an-
che se non la forma, dell'Africa, e tra esso e gli altri continenti c'erano diecimila miglia di oceano. Se i geologi dei wog avevano ragione, un tempo faceva parte di un immenso Gondwana, ma poi la deriva dei continenti l'aveva staccato dalla massa principale. Su quel continente, di conseguenza, l'evoluzione aveva seguito un percorso diverso da quello degli altri. Mentre questi erano dominati dagli insetti e dai loro lontani cugini, gli "pseudo-artropodi endoscheletrati", sul continente Siddo le condizioni avevano invece favorito i mammiferi. Anche se solo Sigmen sapeva quanti fossero gli insetti che abitavano laggiù a Siddo. La specie senziente che abitava nell'Abaka'a'tu, il continente settentrionale, era il wogglebug. Su Siddo, fino a millecinquecento anni prima, era invece un mammifero straordinariamente simile all'uomo. Su Siddo l'Homo Ozagen più evoluto aveva raggiunto una cultura a livello di quella egizia o babilonese della Terra. Poi, quasi tutti gli uomini di Siddo, civili o selvaggi, erano scomparsi. Questo era successo solo mille anni prima che il Cristoforo Colombo dei wogglebug giungesse sul continente. All'epoca della scoperta e per altri due secoli, i wog avevano pensato che gli indigeni fossero estinti. Ma quando i coloni wog si erano spinti sui monti e nelle giungle dell'interno, si erano imbattuti in qualche piccolo gruppo di umanoidi. Questi avevano finito per ritirarsi nelle zone più selvagge, dove potevano nascondersi (come avevano fatto i pigmei dell'Africa prima che venissero abbattute le grandi foreste pluviali). Si calcolava che esistessero mille, forse duemila gruppi del genere, sparsi su un'area di centomila chilometri quadrati. Alcuni esemplari, tutti maschi, erano stati catturati dai wog, che, prima di rimetterli in libertà, avevano imparato la loro lingua. Inoltre, i wog avevano cercato di scoprire perché gli umanoidi fossero scomparsi così rapidamente, e così completamente. I superstiti avevano qualche spiegazione, ma si trattava di storie contraddittorie, e chiaramente di origine mitica. In realtà non conoscevano la verità, anche se forse la si poteva trovare nascosta nei loro miti. Alcuni spiegavano la catastrofe attribuendola a una pestilenza inviata dalla Grande Dea, la Madre di Tutti. Altri dicevano che la Dea aveva inviato un'orda di demoni a spazzare via i suoi seguaci perché avevano peccato contro le sue leggi. Una delle leggende diceva che aveva scosso il cielo finché le stelle non si erano staccate e non erano cadute su tutti, o quasi
tutti, gli abitanti. Qualunque fosse la spiegazione, Yarrow non disponeva di tutti i dati che gli sarebbero occorsi per studiare la lingua. Il linguista della prima spedizione aveva avuto a disposizione soltanto otto mesi per raccogliere i dati, e gran parte del tempo lo aveva dedicato a insegnare l'americano ad alcuni wog prima poter cominciare davvero il lavoro. La nave era stata su Ozagen dieci mesi, ma per i primi due l'equipaggio era rimasto a bordo mentre i robot raccoglievano campioni dell'atmosfera e delle forme viventi, che erano stati analizzati per assicurarsi che i terrestri potessero uscire all'aria aperta senza morire avvelenati o a causa di qualche malattia. Nonostante le precauzioni, due uomini erano morti per le punture di insetti, uno era stato ucciso da una particolare forma di predatore, e poi metà del personale era stata colpita da una malattia assai debilitante, ma non mortale, causata da un batterio che era innocuo nei nativi ma che era diventato virulento dopo essere stato per qualche tempo nell'organismo dei visitatori non Ozageni. Allarmato dalla possibilità di altre malattie, e dato che i suoi ordini comportavano solo una breve ricognizione e non un'esplorazione completa, il capitano aveva ordinato il rientro a casa. L'equipaggio era rimasto a lungo in quarantena su un satellite artificiale, prima di ricevere l'autorizzazione a rimettere piede sulla terra. Il linguista era morto pochi giorni dopo l'arrivo. Mentre procedeva la costruzione della seconda nave, era stato approntato un vaccino per la malattia. Anche gli altri batteri e i virus raccolti su Ozagen erano stati sottoposti a test, prima su animali e poi su esseri umani che erano stati mandati al D. Come risultato si erano ottenuti vari vaccini: alcuni dei quali aveva fatto stare molto male l'equipaggio della Gabriel. Per qualche motivo noto unicamente alla gerarchia, il capitano della prima nave era caduto in disgrazia. Secondo Hal, questo era dovuto al fatto che non era riuscito a procurarsi campioni di sangue degli indigeni. Dal poco che Hal era venuto a sapere (e si era trattato di voci incontrollabili) i wog si erano rifiutati di farsi prelevare il sangue. Forse, questo era dovuto al fatto che il comportamento sospettoso degli Haijiaci aveva infettato anche i wog. Quando gli scienziati terrestri avevano chiesto qualche cadavere da dissezionare (a scopi puramente scientifici, è naturale), i wog avevano opposto un nuovo rifiuto. Tutti i loro morti, avevano detto, venivano cremati, e le ceneri sparse sui campi. Era vero che alcuni di loro ve-
nivano dissezionati dai medici prima della cremazione, ma la loro religione imponeva di farlo secondo un preciso rituale. E a eseguire l'autopsia doveva essere un medico-sacerdote wog. Il capitano aveva anche preso in esame l'idea di rapire qualche wog prima della partenza, ma aveva preferito non dare alcun segno di ostilità, almeno per il momento. Sapeva che una seconda spedizione, su una nave molto più grande, sarebbe partita per Ozagen non appena fosse giunto il suo rapporto. Se i biologi della seconda nave non fossero riusciti a farsi dare campioni di sangue, li avrebbero presi con la forza. Durante la costruzione della Gabriel, un linguista del più alto rango aveva letto gli appunti e ascoltato le registrazioni del suo predecessore. Ma poi aveva perso troppo tempo nel tentativo di confrontare vari aspetti del Siddo con analoghi aspetti di lingue terrestri, sia attuali, sia morte. Invece di studiare un sistema per far imparare il Siddo all'equipaggio nel più breve tempo possibile, si era lasciato prendere la mano dalle sue tendenze di erudito. Forse era per questo motivo che non prendeva parte al viaggio. Hal non lo sapeva. Nessuno gli aveva spiegato perché avessero preso lui, all'ultimo momento, come sostituto. Perciò Hal imprecava e si accaniva sul suo lavoro. Studiò all'oscilloscopio le onde sonore della lingua Siddo, e cercò di analizzare i movimenti muscolari che lingua, labbra, denti, palato e laringe terrestri avrebbero dovuto compiere per emettere suoni che si avvicinassero ai suoi tipici suoni. Cominciò a redigere un dizionario Siddo-americano: una cosa che lui giudicava essenziale, ma che il suo predecessore aveva trascurato. Il tutto con un solo rimpianto: purtroppo, ben prima che lui o qualche altro membro dell'equipaggio potesse imparare bene il Siddo, tutti coloro che lo parlavano come lingua materna sarebbero morti. Hal lavorò per sei mesi, per molto tempo dopo che tutti gli altri, eccetto l'equipaggio ridotto all'essenziale, erano entrati in animazione sospesa. Ciò che lo irritava soprattutto era la presenza di Pornsen. L'acai sarebbe potuto entrare in ibernazione, ma aveva preferito rimanere sveglio per sorvegliare Hal, per correggere un suo eventuale comportamento irreale. L'unico particolare piacevole era che lui non era obbligato a parlare con Pornsen, se non ne aveva voglia, poiché poteva addurre come scusa l'urgenza del suo lavoro. Ma dopo poco tempo si stancò e del lavoro e della solitudine. Pornsen era l'essere umano più disponibile, quando si trattava di scambiare qualche
parola, perciò gli parlava. Hal Yarrow fu anche uno tra i primi a uscire dall'ibernazione artificiale. Erano passati quarant'anni, gli dissero. Intellettualmente, accettò quell'affermazione. Ma non riuscì mai a credervi. Non si era verificato il minimo cambiamento fisico, in lui, e neppure nei suoi compagni di viaggio. E l'unico cambiamento, all'esterno della nave, era costituito dallo splendore più vivo della stella che rappresentava la loro destinazione. Alla fine, quella stella divenne il corpo celeste più fulgido dell'universo. Poi, divennero visibili anche i pianeti che le giravano attorno. Ozagen, che era il quarto pianeta, incombeva ormai su di loro. Aveva all'incirca la grandezza della Terra, e visto da lontano, aveva anche lo stesso aspetto. La Gabriel entrò in orbita, dopo avere inserito i dati nel calcolatore. Per quattordici giorni, la nave spaziale ruotò attorno al pianeta, mentre venivano effettuate osservazioni, dalla stessa Gabriel e dalle lance che scendevano nell'atmosfera e persino sul suolo. Infine, Macneff ordinò al comandante di fare atterrare l'astronave. Lentamente, usando quantitativi enormi di carburante a causa della sua massa immane, la Gabriel penetrò nell'atmosfera e scese verso Siddo, la capitale, che sorgeva sulla costa orientale-centrale. Scese delicatamente come un fiocco di neve verso la distesa aperta di un parco, proprio nel cuore della città. Ma era un parco? In realtà, tutta la città lo era: gli alberi erano così abbondanti che, vista dall'alto, Siddo sembrava in grado di ospitare soltanto pochi abitanti, non i duecentocinquantamila che erano stati calcolati. C'erano molti palazzi, alcuni dei quali erano alti fino a dieci piani, ma erano così lontani l'uno dall'altro che non davano l'impressione di costituire un aggregato. Le strade erano ampie, coperte da un'erba così robusta che poteva sopportare un enorme traffico. Soltanto il porto di Siddo somigliava al suo equivalente di una città terrestre. Lì gli edifici si affollavano fitti, e le acque dei bacini brulicavano di velieri e di vapori a ruota. La Gabriel scese, mentre la folla che si era raccolta a curiosare correva verso i margini del grande prato. La mole colossale della nave si posò sull'erba e cominciò a sprofondare impercettibilmente nel terreno. Il Sandalphon Macneff ordinò di aprire il portello principale. E, seguito da Hal Yarrow, che doveva aiutarlo in caso di difficoltà mentre pronunciava il suo discorso diretto alla delegazione venuta a riceverli, l'Urielita uscì nell'atmosfera del primo pianeta abitabile scoperto dai terrestri.
Come Colombo, pensò Hal. E la storia si ripeterà? Più tardi, i terrestri vennero a sapere che la loro nave si era posata trasversalmente sopra due gallerie della ferrovia sotterranea. Comunque, non c'erano rischi di crollo. Le gallerie erano scavate nella roccia, e sopra di esse c'erano sei metri di roccia compatta e altri venti metri di detriti e di terriccio. Inoltre, la nave era talmente lunga che gran parte del suo peso si distribuiva sull'area esterna alle gallerie. Una volta accertato questo, il capitano decise che la Gabriel poteva restare dov'era. Dall'alba al tramonto, il personale della Gabriel si avventurava fra gli Ozageni (o woggle, come li chiamavano sprezzantemente i terrestri) cercando di imparare la loro lingua, le usanze, la storia, la biologia, e altre cose: tutti i dati che la prima spedizione non era riuscita a raccogliere. Per non far pensare ai wog che i terrestri fossero troppo ansiosi di ottenere campioni di sangue, Hal aspettò sei settimane prima di toccare l'argomento. Nel frattempo trascorse molto tempo (generalmente in compagnia di Pornsen) con un indigeno chiamato Fobo. Era uno dei due che avevano imparato l'americano e un po' di islandese all'epoca della prima spedizione. Anche se non conosceva l'americano più di quanto Hal non conoscesse il Siddo, lo conosceva abbastanza da aiutare Hal a impararlo meglio. A volte riuscivano a capirsi molto bene, a livello semplice, mescolando le due lingue. Una delle "altre cose" che incuriosivano i terrestri erano le tecnologie Ozagene. Logicamente, non c'era nulla da temere. A quanto poteva stabilire Hal, i wog non erano molto più progrediti degli uomini terrestri all'inizio dei ventesimo secolo d.C. Ma era necessario assicurarsi che non ci fosse null'altro. E se i wog nascondevano armi potentissime, se si preparavano a cogliere di sorpresa i visitatori? Non era il caso di preoccuparsi dell'esistenza di missili a testata atomica, naturalmente. Ozagen (questo era chiarissimo) non era in grado di costruirli. Ma i wog sembravano molto progrediti nelle scienze biologiche, che potevano diventare temibili quanto le armi termonucleari. Inoltre, anche non considerando eventuali armi batteriologiche, le malattie di Ozagen costituivano pur sempre una minaccia mortale. Ciò che poteva essere soltanto un lieve disturbo per un Ozageno, dopo millenni di immunità acquisita, poteva significare una morte rapida per un terrestre. Perciò era stato impartito l'ordine di agire lentamente e con cautela. Bisognava scoprire il più possibile. Raccogliere dati, confrontarli, interpre-
tarli. Prima di dare inizio all'Operazione Ozagenocidio era necessario assicurarsi che fosse impossibile una rappresaglia. Assicurarsene bene. E così, quattro mesi dopo l'apparizione della Gabriel su Siddo, due terrestri presumibilmente amichevoli (nei riguardi dei wog) si misero in viaggio insieme a due wogglebug presumibilmente altrettanto amichevoli (nei riguardi dei terrestri). Si recavano a esplorare le rovine di una città costruita duemila anni prima da una razza di umanoidi ormai pressoché estinti. Li spingeva un sogno che era stato fatto sul pianeta Terra, molti anni prima, a una distanza di molti anni-luce. Per viaggiare, si servirono di un veicolo che agli esseri umani sembrava fantastico. CAPITOLO SESTO Il motore tossicchiò, e il veicolo ebbe un sobbalzo. L'Ozageno seduto a destra, sul sedile posteriore, si sporse e gridò qualcosa. Hal Yarrow girò la testa e urlò: — Che c'è? — Poi lo ripeté in Siddo: — 'Abhudai'akhu? Fobo, che era seduto dietro Hal, appoggiò la bocca contro l'orecchio del terrestre. Tradusse le parole di Zugu, anche se il suo americano aveva un suono strano, con quelle sfumature trillanti e quelle approssimazioni vibrate. — Zugu dice ed evidenzia che tu dovresti tirare quella piccola leva alla tua destra. Darà più alcool al... carburatore. Le antenne che sporgevano dalla calotta di Fobo solleticarono le orecchie a Hal. Questi pronunciò una locuzione verbale che consisteva di trenta sillabe. Il suo significato era, all'incirca "ti ringrazio". Era costituita, inizialmente, del verbo usato nella prima persona singolare maschile animata del presente. Unita al verbo c'era una sillaba per indicare libertà da ogni obbligo da parte tanto di colui che parlava quanto di colui che ascoltava, il pronome della prima persona al nominativo, un'altra sillaba per indicare che colui che parlava riconosceva che l'ascoltare era il più competente dei due, il pronome della terza persona singolare animato maschile, e due sillabe che, in quell'ordine, indicavano che l'intera situazione attuale era semiumoristica. Se l'ordine fosse stato invertito, Hal avrebbe indicato che la situazione era grave. — Che cosa hai detto? — urlò Fobo, e Hal alzò le spalle. Si rese conto all'improvviso di avere dimenticato uno schiocco palatale, la cui mancanza
cambiava o annullava del tutto il significato della frase. In ogni caso, non aveva né la voglia né il tempo di ripeterla. Si limitò a manovrare la leva nel modo indicato da Fobo. E, per farlo, fu obbligato a sporgersi davanti all'acai, che era seduto alla sua destra. — Mille volte perdono! — gridò Hal. Pornsen non guardò Yarrow. Teneva le mani sulle ginocchia, se le stringeva convulsamente; le nocche erano bianche. Come il suo pupillo, stava vivendo per la prima volta l'esperienza di un viaggio su un veicolo dal motore a combustione interna. Tuttavia, a differenza di Hal, era spaventato dal frastuono, dal fumo, dai sussulti e dai tonfi, e dall'idea di viaggiare su un veicolo guidato a mano. Hal sogghignò. Era affezionato a quel veicolo bizzarro, che gli ricordava le illustrazioni viste sui libri di storia: le illustrazioni delle automobili terrestri durante il secondo decennio del ventesimo secolo. Gli dava un brivido girare il rigido volante e sentire il veicolo massiccio che obbediva ai suoi muscoli. Le esplosioni dei quattro cilindri e il puzzo dell'alcool bruciato lo eccitavano. E in quanto ai sussulti e agli scossoni, ebbene, lo divertivano. Era molto romantico... come prendere il mare a bordo di un veliero... un'altra cosa che desiderava fare, prima di lasciare Ozagen. E poi, benché non volesse ammetterlo, tutto ciò che spaventava Pornsen gli dava piacere. Ma il suo piacere finì presto. I cilindri sobbalzarono, poi sputacchiarono. Il veicolo sussultò, si fermò ondeggiando. I due woggle balzarono giù dalla macchina, che era priva di portiere, e alzarono il cofano. Hal li seguì. Pornsen restò seduto. Si tolse dalla tasca dell'uniforme un pacchetto di Serafini Misericordiosi ("quando gli angeli fumano, preferiscono la marca Serafini Misericordiosi") e ne accese una. Le mani gli tremavano. Hal notò che era la quarta sigaretta che Pornsen aveva fumato, quel giorno, dopo la preghiera del mattino. Se non fosse stato più attento, Pornsen avrebbe superato la quota concessa a un acai di prima classe. E questo significava che, la prima volta che Hal si fosse messo in un guaio, avrebbe potuto chiedere aiuto all'acai ricordandogli che... No! Era un pensiero troppo vergognoso. Assolutamente irreale, appartenente soltanto a uno pseudofuturo. Lui amava l'acai quanto l'acai amava lui, e
non avrebbe mai dovuto fare progetti così anti-sigmeniani. Eppure, pensò, a giudicare dalle difficoltà in cui si era trovato fino a quel momento, un po' d'aiuto da parte di Pornsen gli sarebbe stato prezioso. Hal scosse la testa per liberarsi di quei pensieri e si curvò sul motore per osservare cosa facesse Zugu, che sembrava sapere benissimo il fatto suo. Ed era logico, poiché era l'inventore e il costruttore dell'unico veicolo di Ozagen mosso da un motore a combustione interna... per quanto ne sapevano i terrestri, perlomeno. Zugu si servì di una chiave per svitare un tubo lungo e stretto collegato a una specie di scatola rotonda, di vetro. Hal ricordò che quel motore era alimentato con un sistema a semplice caduta per forza di gravità. Il combustibile passava dal serbatoio alla scatola di vetro, che serviva da camera di sedimentazione. Di lì, passava nel tubo d'alimentazione, che a sua volta lo riversava nel carburatore. Pornsen esclamò, con voce dura: — Mio amato figlio, dovremo restarcene qui fermi tutto il giorno? Benché portasse la maschera e gli occhialoni che gli Ozageni usavano a mo' di parabrezza, le sue labbra serrate erano già abbastanza espressive. Era evidente che, se la situazione non fosse migliorata, l'acai avrebbe presentato un rapporto sfavorevole sul conto del suo pupillo. L'acai aveva proposto di aspettare due giorni, in attesa che fosse disponibile una lancia. In tal caso, il viaggio fino alle rovine avrebbe richiesto un quarto d'ora: un volo comodo e silenzioso. Ma Hal aveva sostenuto che viaggiando per via di terra avrebbe potuto raccogliere dati spionistici preziosi su quella zona coperta di fitte foreste, molto meglio di quanto non si potesse fare dall'alto. Il fatto che i superiori si fossero dichiarati d'accordo non era servito ad altro che a esasperare Pornsen. Infatti, dove andava il suo pupillo, doveva andare anche lui. Perciò Pornsen gli aveva fatto il broncio per tutto il giorno, mentre il giovane terrestre, istruito da Zugu, guidava il veicolo lungo le strade della foresta. Pornsen aveva parlato una volta sola, per ricordare a Hal che la vita umana era sacra e per ordinargli di rallentare. — Mi perdoni, mio amato guardiano — aveva risposto Hal. E aveva allentato la pressione del piede sull'acceleratore. Ma, dopo un poco, aveva ricominciato a schiacciare il pedale. E avevano ricominciato a sfrecciare, ruggendo e sussultando, sulla rozza strada di terra battuta. Zugu svitò le due estremità del tubo, se ne infilò una fra le labbra a forma di V, e soffiò. Ma dall'altra estremità non uscì nulla. Zugu chiuse i
grandi occhi azzurri e gonfiò di nuovo le guance. Non accadde nulla: soltanto, il suo volto verde pallido diventò di un colore oliva scuro; poi batté sul cofano il tubo di rame e tornò a soffiare con lo stesso risultato. Allora, intervenne Fobo. Frugò in una grossa borsa di pelle che portava appesa a una cintura sul ventre prominente, e ne estrasse, tenendolo tra il pollice e l'indice, un minuscolo insetto azzurro; lo spinse delicatamente entro una estremità del tubo. Passarono cinque secondi, e un piccolo insetto rosso uscì correndo dall'estremità opposta, inseguito dall'insetto azzurro che apriva e chiudeva le mandibole, famelicamente. Fobo si affrettò a recuperare la sua bestiola e a rimetterla nella borsa. Zugu schiacciò sotto il sandalo l'insetto rosso. — Guarda! — disse Fobo. — Un divoratore d'alcool. Vive nel serbatoio del carburante e si ubriaca, gratis, senza essere molestato da alcuno. Ne utilizza i carboidrati. Un nuotatore sui mari aurei dell'alcool. Che vita! Ma ogni tanto diviene un po' troppo avventuroso, passa nella camera di sedimentazione, divora il filtro e scende nel tubo di alimentazione. Guarda! Zugu sta già sostituendo il filtro. Fra un attimo potremo rimetterci in viaggio. L'alito di Fobo aveva un odore bizzarro, che faceva girare un poco la testa. Hal si chiese se il wog avesse bevuto del liquore. Non aveva mai sentito quell'odore nell'alito di chicchessia, prima di quel momento, perciò non aveva precedenti cui riferirsi. Ma bastava il sospetto per innervosire Hal. Se l'acai avesse capito che sul sedile posteriore c'era una bottiglia che cambiava continuamente di mano, non avrebbe permesso a Hal di allontanarsi da lui neppure per un istante. I wog risalirono a bordo. — Andiamo, partiamo! — disse Fobo. — Un momento — disse Pornsen a Hal, sottovoce. — Credo sia meglio lasciar guidare Zugu. — Se lei chiederà a quel wog di guidare, gli farà capire che non si fida di me, di un suo compatriota terrestre — disse Hal. — Non vorrà dargli l'impressione che lei giudica un wog superiore a un essere umano, non è vero? Pornsen tossì, come se faticasse a inghiottire le parole di Hal, poi balbettò: — No, no, naturalmente! Sigmen non voglia! Ma lo dicevo per il tuo bene. Pensavo che fossi stanco, dopo aver guidato per tutto il giorno questo veicolo primitivo e pericoloso.
— Grazie per l'amore che mi dimostra — disse Hal. Poi sogghignò e aggiunse: — È consolante sapere che lei è sempre al mio fianco, pronto ad allontanarmi dai pericoli degli pseudofuturi. — Ho giurato sul Talmud occidentale di guidarti per tutta questa vita — rispose Pornsen. Raffreddato da quel riferimento al libro sacro, Hal rimise in moto la macchina. In principio guidò lentamente, per accontentare l'acai. Ma, dopo cinque minuti, schiacciò di nuovo l'acceleratore e gli alberi presero a passargli accanto saettando. Gettò un'occhiata di straforo a Pornsen. La schiena irrigidita dell'acai e i suoi denti serrati rivelavano che stava pensando di nuovo al rapporto che avrebbe presentato al capo Uzzita, non appena fosse ritornato all'astronave. Sembrava abbastanza furibondo per chiedere che il suo pupillo fosse sottoposto all'Himetro. Hal Yarrow respirò profondamente l'aria che gli batteva contro la maschera. Al D. Pornsen! Al D. l'Himetro! Il sangue gli ribolliva nelle vene. L'aria di quel pianeta non era l'aria viziata della Terra. I suoi polmoni l'aspiravano beatamente, come due mantici. In quel momento, si sentiva capace di sfidare l'arci-Uzzita in persona. — Attento! — strillò Pornsen. Con la coda dell'occhio, Hal intravide il grosso animale, simile a un'antilope, che balzava dalla foresta sulla strada, davanti alla macchina. Nello stesso istante, girò il volante per fare sterzare il veicolo ed evitare lo scontro, e il veicolo scivolò sulla terra battuta, fece un violento testa-coda. Hal non era abbastanza esperto nella guida per sapere che avrebbe dovuto girare le ruote nella direzione in cui la macchina stava scivolando, per poterla raddrizzare. La sua ignoranza fu fatale soltanto alla bestia, che andò a sbattere contro il fianco destro della macchina. Le lunghe corna si impigliarono nella tunica di Pornsen, gli lacerarono la manica destra. La macchina, frenata dalla massa imponente dell'antilope, si raddrizzò. Ma procedette su una linea che portava fuori strada, su un argine di terriccio. Quando ebbe raggiunto la sommità dell'argine, cadde nel vuoto e atterrò con una quadruplice esplosione di pneumatici. Ma neppure quell'urto la fermò. Davanti a Hal si parò un grosso cespuglio. Si aggrappò al volante, sterzò, ma era troppo tardi. Batté con il petto contro il volante, quasi come se tentasse di spingerlo
contro il cruscotto. Fobo gli piombò contro la schiena, lo schiacciò ancor di più. Entrambi lanciarono un grido, poi il wog scivolò via da lui. Infine scese il silenzio, rotto soltanto da un sibilo. Una colonna di vapore che saliva dal radiatore schiantato si disperdeva tra i rami che stringevano il viso di Hal in un abbraccio ruvido di corteccia. Hal Yarrow spalancò gli occhi e, in mezzo al vapore, fissò un paio di grandi occhi scuri. Scosse il capo. Occhi? E braccia simili a rami? O rami simili a braccia? Per un attimo gli parve di essere tra le braccia di una ninfa dagli occhi scuri. O si chiamavano driadi? Non poteva chiederlo a nessuno. Nessuno doveva conoscere l'esistenza di quelle creature. Ninfa e driade erano parole che erano state tolte da tutti i libri, compresa l'edizione Hack del Milton reale e riveduto. Soltanto perché era un linguista, Hal aveva avuto la possibilità di leggere il Paradiso Perduto nell'edizione non purgata, e così aveva scoperto la mitologia greca classica. I pensieri gli lampeggiavano nella mente come luci sul quadro di comando di un'astronave. Qualche volta le ninfe si trasformavano in alberi per sfuggire ai persecutori. Era forse una delle favolose donne della foresta che lo stava guardando con grandi occhi splendidi, dalle ciglia più lunghe che lui avesse visto? Chiuse gli occhi e si domandò se quella visione non fosse causata da una ferita al capo; e, in tal caso, se non fosse un'allucinazione permanente. Valeva la pena di conservarle, le allucinazioni come quella. E non gli importava se erano o no conformi alla realtà. Aprì gli occhi. L'allucinazione era scomparsa. Era l'antilope che mi guardava, pensò. È riuscita a salvarsi, dopotutto. È corsa dietro il cespuglio e si è voltata a guardare. Occhi d'antilope. E il mio Io Tenebroso si è inventato una testa dietro quegli occhi, lunghi capelli neri, sottile collo candido, seni turgidi... No! È irreale! È stata la mia mente malata, stordita dal colpo, che si è aperta per un attimo ad accogliere ciò che si è incancrenito in me durante tutto il tempo trascorso a bordo della nave, senza vedere una donna, neppure registrata su nastro... Poi si dimenticò degli occhi. Si sentiva soffocare. Un odore pesante e stomachevole aleggiava sulla macchina. L'incidente doveva aver spaventato i wog: altrimenti, non avrebbero allentato i muscoli che chiudevano la loro ghiandola odoripara. Quell'organo, una vescica situata sul fondoschiena, era stata usata dagli antenati degli Ozageni come una poderosa arma di difesa, molto simile a quella del coleottero bombardiere terrestre.
Oggi era un organo semi-atrofizzato, e serviva soltanto come sfogo a un'estrema tensione nervosa. La sua efficacia era assai notevole, ma il suo uso presentava notevoli problemi. Gli psichiatri wog, per esempio, dovevano tenere aperte le finestre, durante le sedute terapeutiche; oppure portare maschere antigas. Keoki Amiel Pornsen, con l'aiuto di Zugu, uscì dal cespuglio nel quale era stato scaraventato. La grossa pancia, il colore azzurro dell'uniforme e le ali d'angelo di nailon bianco, cucite sul dorso della giubba, lo facevano assomigliare a un grosso insetto. Si alzò, si tolse gli occhialoni-parabrezza e mostrò il volto esangue. Si passò le dita tremanti sulla clessidra e la spada incrociate che costituivano l'emblema dell'Unione Haijiaca, e finalmente trovò la tasca che stava cercando. Ne aprì gli orli magnetici e ne estrasse un pacchetto di Serafini Misericordiosi. Quando ebbe la sigaretta tra le labbra, non riuscì ad accenderla, tanto le mani gli tremavano. Hal accostò il proprio accendino alla punta della sigaretta di Pornsen. La sua mano era ferma e salda. Solo grazie a trentun anni di disciplina riuscì a ricacciare indietro il sogghigno che stava per spuntargli sulle labbra. Pornsen non gli respinse la mano. Un secondo più tardi, un tremito delle labbra rivelò a Yarrow che aveva capito di aver perduto gran parte del suo ascendente su di lui. Aveva capito che non poteva permettere a un uomo di rendergli un servizio (per quanto trascurabile) e poi usare la sferza su di lui. Tuttavia, cominciò in tono ufficiale: — Hal Shamshiel Yarrow... — Shib, abba, udire è obbedire — rispose Hal, in tono altrettanto ufficiale. — Come spieghi questo incidente? Hal rimase leggermente sorpreso. Il tono di Pornsen era più blando del previsto. Ma non si rilassò, perché sospettava che Pornsen intendesse coglierlo di sorpresa e sferzarlo in un momento in cui non se lo aspettava. — Io, ossia il Regressore che è in me — rispose — si è allontanato dalla realtà. Io... il mio Io Tenebroso... ha intenzionalmente dato luogo a uno pseudofuturo. — Oh, davvero? — fece Pornsen, con calma, ma con una sfumatura di sarcasmo nella voce. — Dici che è il tuo Io Tenebroso, il Regressore che è in te? È quello che hai sempre detto, fin da quando hai imparato a parlare.
Perché devi sempre dare la colpa a qualcun altro? Tu sai... o almeno dovresti saperlo, perché sono stato costretto a frustarti molte volte... che tu e solo tu sei responsabile. Quando ti è stato insegnato che era il tuo Io Tenebroso a farti allontanare dalla realtà, ti è stato anche insegnato che il Regressore non può causare nulla, a meno che tu... tu stesso, Hal Yarrow... non cooperi pienamente con lui. — Questo è shib come la mano sinistra del Precursore — disse Hal. — Ma lei, mio amato acai, ha dimenticato una cosa, nella sua lezioncina. Adesso anche il suo tono era sarcastico come quello di Pornsen. Con voce stridula, questi chiese: — Ma cosa dici? — Dico — ribatté Hal, in tono di trionfo — che anche lei era nel luogo dell'incidente. Perciò è stato anche lei a causarlo, esattamente quanto me! Pornsen lo guardò a occhi sgranati. Gemette: — Ma... ma eri tu che guidavi la macchina! — Non fa alcuna differenza, a stare a quello che lei mi ha sempre insegnato! — disse Hal, gongolante. — Lei ha accettato di prendere parte allo scontro. Se così non fosse stato, non avremmo colpito la bestia. Pornsen si staccò dalle labbra la sigaretta. La mano gli tremava. Yarrow tenne d'occhio l'altra mano, con cui l'acai tormentava le sette strisce di cuoio della frusta che portava alla cintura. — Tu hai sempre mostrato segni di un orgoglio e di un'indipendenza deplorevoli — disse Pornsen. — E questo rivela un comportamento non conforme alla struttura dell'universo, così com'è stata rivelata all'umanità dal Precursore, sia reale il Suo nome. «Ho mandato [tirò una boccata] al D. ventiquattro persone... che il Precursore le perdoni! Non mi ha fatto piacere, perché le amavo con tutto il mio cuore e con tutto il mio Io. Ho pianto, quando le ho denunciate alla superiore gerarchia, perché sono un uomo dal cuore tenero. [Boccata.] Ma era mio dovere di acai stare in guardia contro le orribili malattie della personalità che potrebbero diffondersi e contagiare i seguaci di Sigmen. Non si deve tollerare l'irrealtà. L'Io è troppo debole e prezioso per subire le tentazioni. «Sono il tuo acai fin da quando sei nato. [Boccata.] Sei sempre stato disobbediente. Ma, con l'amore, potevi essere portato alla sottomissione e alla contrizione. Tu hai sentito molte volte il mio amore. [Boccata.]» Yarrow si sentì prudere la schiena. Guardò la mano dell'acai stringersi attorno all'impugnature dell'amore che portava infilato alla cintura. — Tuttavia, solo quando hai compiuto i diciotto anni ti sei veramente al-
lontanato dal futuro reale e hai mostrato la tua passione per gli pseudofuturi. Questo è avvenuto quando hai deciso di diventare un joat, anziché uno specialista. Ti avevo avvertito che, come joat, non avresti fatto molta strada, nella nostra società. Ma tu hai insistito. E poiché abbiamo bisogno anche di joat, e poiché io dovevo obbedire ai miei superiori, ti ho permesso di diventarlo. «E questo fu già abbastanza in-shib. [Boccata.] Ma quando ti scelsi la donna più adatta per diventare tua moglie... come era mio dovere e diritto, perché chi può conoscere, meglio del tuo acai, qual è il tipo di donna più adatto a te?... compresi quanto eri divenuto orgoglioso e irreale. Hai discusso, protestato, cercato di scavalcarmi e hai resistito per un anno, prima di acconsentire a sposarla. In quell'anno di comportamento irreale, sei costato alla Schiesa un individuo...» Hal impallidì, e sul suo volto comparvero sette sottili segni rossi che si irradiavano dall'angolo sinistro della bocca, lungo la guancia, fino all'orecchio. — Non sono costato nulla alla Schiesa! — ringhiò. — Io e Mary siamo stati sposati nove anni, ma non abbiamo avuto figli. Gli esami hanno dimostrato che nessuno di noi era fisicamente sterile. Quindi, uno di noi non aveva pensieri fertili... o forse, questo era vero per entrambi. Ho presentato una petizione di divorzio, pur sapendo che avrebbero potuto mandarmi al D. Perché lei non ha insistito sul nostro divorzio, come era suo dovere, invece di insabbiare la mia petizione? Pornsen continuava a lanciare sbuffi di fumo con aria abbastanza disinvolta, ma abbassò una spalla, come se qualcosa fosse crollato, dentro di lui. Yarrow se ne accorse e capì che aveva costretto il suo acai a mettersi sulla difensiva. — Quando ho saputo che eri a bordo della Gabriel — riprese Pornsen — mi sono reso conto che non prendevi parte alla spedizione perché spinto dal desiderio di servire la Schiesa. E ho pensato [boccata] subito che avessi accettato per un'altra ragione. Sono shib, sono shib fino all'osso, che la vera ragione era il desiderio perverso di allontanarti da tua moglie. E poiché la sterilità, l'adulterio e il volo interstellare sono i soli motivi legali di un divorzio, e poiché l'adulterio conduce dritto al D., tu hai scelto [boccata] l'unica via d'uscita. Entrando a far parte dell'equipaggio della Gabriel sei legalmente morto. — Non mi parli di cose legali! — urlò Hal. Tremava per il furore e, nello stesso tempo, si malediceva perché era incapace di nascondere i suoi
sentimenti. — Sa benissimo che non si è comportato nel modo prescritto a un acai quando ha insabbiato la mia richiesta. Doveva accettare... — Ah, lo immaginavo! — esclamò Pornsen. Sorrise, lanciò un altro sbuffo di fumo e aggiunse: — Ho respinto la tua petizione perché la consideravo irreale. Vedi, avevo fatto un sogno, un sogno molto vivido, nel quale avevo visto Mary generare un figlio tuo, allo scadere del secondo anno da allora. Non era un falso sogno: aveva i segni distintivi di una rivelazione inviata dal Precursore. Dopo quel sogno, io sapevo che il tuo desiderio di divorziare era il desiderio di uno pseudo-futuro. Sapevo che il vero futuro era nelle mie mani, e che solo guidando la tua condotta avrei potuto compierlo. Ho trascritto questo sogno il giorno dopo averlo fatto, una settimana dopo avere respinto la tua petizione, e... — E lei ha dimostrato di essere stato tradito da un sogno inviato dal Regressore... e non di avere avuto una rivelazione inviata dal Precursore! — urlò di nuovo Hal. — Pornsen, ho intenzione di riferirlo alle autorità! Lei ha rivelato la sua colpa con la sua stessa bocca! Pornsen impallidì. Spalancò le labbra, e la sigaretta gli cadde a terra, le mascelle gli tremarono per la paura. — Che... che cosa dici? — E come avrebbe potuto, mia moglie, avere un figlio mio, allo scadere del secondo anno dal suo sogno, visto che io non sono sulla Terra per generarlo? Perciò, quello che lei ora ha detto di avere sognato non può diventare un futuro reale! Perciò, si è lasciato ingannare dal Regressore. E sa benissimo che cosa significa! Che lei è un candidato per andare al D.! L'acai si irrigidì. Raddrizzò la spalla sinistra, che aveva involontariamente abbassato. La sua destra volò sull'impugnatura della frusta, si chiuse attorno alla croce ansata, la strappò dalla cintura. La sferza sibilò nell'aria, a pochi centimetri dalla faccia di Hal. — La vedi? — strillò Pornsen. — Sette flagelli! Uno per ciascuna delle Sette Irrealtà Mortali! Tu l'hai già assaggiata, e l'assaggerai di nuovo! — Silenzio! — gli intimò duramente Hal. Pornsen spalancò di nuovo la bocca. — Come, come osi? — esclamò, in tono lagnoso. — Io, il tuo amato acai, sono... — Le ho detto di fare silenzio! — ripeté Hal, con minore violenza ma con la stessa ira. — Sono stufo della sua lagna. Sono stufo da anni... da sempre.
E, mentre parlava, seguiva con lo sguardo Fobo che si stava avviando verso di loro. Alle spalle di Fobo, l'antilope giaceva al suolo, morta. L'antilope è morta, si disse Hal. Pensavo che fosse riuscita a salvarsi. Quegli occhi che mi guardavano attraverso le fronde. Occhi d'antilope? Ma se l'antilope è morta, a chi appartenevano gli occhi che ho visto? La voce di Pornsen lo richiamò alla realtà. — Credo, figlio mio, che tu e io abbiamo parlato spinti dalla collera, non dall'intenzione premeditata di fare del male. Perdoniamoci l'un l'altro, e non diremo nulla agli Uzziti, quando ritorneremo alla nave. — Per me è shib, se lo è per lei — rispose Hal. Si stupì nel vedere gli occhi di Pornsen gonfi di lacrime. E fu ancora più sorpreso, addirittura scandalizzato, quando Pornsen cercò di mettergli un braccio sulle spalle. — Ah, ragazzo mio, se sapessi quanto ti amavo, quanto mi addolorava essere costretto a punirti! — Trovo difficile crederlo — rispose Hal, e si allontanò dall'acai, dirigendosi verso Fobo. Anche Fobo aveva gli occhi immensi e rotondi colmi di lacrime. Ma quelle lacrime avevano un'altra causa. Stava piangendo per la sorte dell'antilope e per lo shock dell'incidente. Tuttavia, a ogni passo che muoveva in direzione di Hal, la sua espressione si faceva meno tormentata, e le lacrime si asciugavano. Continuava a farsi un segno circolare, al di sopra della testa, con l'indice destro. Hal sapeva che si trattava di un segno religioso che i wog usavano in molte situazioni. In quel momento, si sarebbe detto che Fobo lo tracciasse per alleggerire la propria tensione. Poi, all'improvviso, gli rivolse uno degli orribili sorrisi a V dei wog. E ritornò di buon umore. Per quanto fosse ipersensibile, il suo sistema nervoso era molto rapido nei cambiamenti. Si caricava e si scaricava con estrema facilità. Fobo si fermò davanti ai due terrestri. — C'è stato un conflitto di personalità, signori? — chiese. — Un disaccordo, una discussione, un dibattito, un battibecco? — No — rispose Hal. — Eravamo un po' scossi, ecco tutto. Dimmi, c'è da camminare molto, prima di raggiungere le rovine della città umanoide? La tua macchina è inservibile. Di' a Zugu che mi dispiace. — Non tormentarti il cranio... la testa. Zugu era già pronto a costruire un veicolo nuovo e migliore. Per quanto riguarda la camminata, sarà piacevole e stimolante. Manca soltanto un... chilometro? O pressappoco.
Hal prese la maschera e gli occhialoni e li gettò dentro la macchina, dove gli Ozageni avevano già messo i loro. Raccolse la valigia dal bagagliaio, dietro il sedile posteriore. Ma non prese quella dell'acai. Non senza una lieve sensazione di colpevolezza, perché sapeva che, come pupillo di Pornsen, avrebbe dovuto offrirsi di portarla. — Vada al D. — mormorò. Poi si rivolse a Fobo. — Non hai paura che rubino le maschere e gli occhiali? — Prego? — disse Fobo, ansioso di imparare una parola nuova. — Cosa significa "rubino"? — Viene dal verbo "rubare", che significa prendere di nascosto un oggetto che appartiene a un altro, senza chiedergli permesso, e con l'intenzione di tenerlo per sé. È un reato, perseguibile per legge. — Un "reato"? Hal rinunciò a spiegarsi e si incamminò a passo rapido lungo la strada. Alle sue spalle, l'acai, irritato perché era stato respinto e perché il suo pupillo si era comportato con maleducazione rifiutandosi di portargli la valigia, gridò: — Non gongolare troppo... joat! Hal non si voltò; continuò a camminare. La risposta rabbiosa che stava formulato sottovoce si dileguò. Con la coda dell'occhio, aveva intravvisto un lampo di pelle bianca in mezzo alle fronde verdi. Fu soltanto un lampo, che scomparve con la stessa rapidità con cui era apparso. E poteva essere l'ala candida di un uccello. E invece no, non poteva esserlo. Su Ozagen non erano mai esistiti gli uccelli. CAPITOLO SETTIMO «Su Yarrow, Su Yarrow, Wuhfvayfvu, su Yarrow.» Hal si destò. Per un attimo, faticò a capire dove si trovava. Poi, quando fu quasi completamente sveglio, ricordò di essersi addormentato in una delle stanze marmoree, fra le rovine della città umanoide. La luce della luna, più vivida di quella che illuminava la Terra, filtrava attraverso la porta e splendeva su una figura minuscola appesa a testa in giù all'architrave. Poi scintillò per un attimo su un insetto che passava in volo sotto quella figura. Qualcosa di lungo e di sottile saettò verso il basso, catturò l'insetto e lo sollevò verso una bocca spalancata.
La lucertola prestata loro dai custodi delle rovine era bravissima nell'eliminare gli insetti fastidiosi. Hal girò il capo, guardò la finestra aperta poco sopra di lui. Anche lì c'era una lucertola, occupata a far saettare la lingua per tenere sgombra la stanza dalle zanzare. Gli era parso che la voce provenisse da oltre quel rettangolo stretto, rischiarato dalla luna. Tese l'orecchio, quasi per costringere il silenzio a rivelargli di nuovo quella voce. Ma il silenzio si prolungò. Poi Hal si girò di scatto, quando udì levarsi alle sue spalle un soffio e un secco clac-clac. Sulla soglia c'era un essere delle dimensioni di un procione. Era uno dei quasi-insetti, i cosiddetti insetti polmonati, che si aggiravano nella foresta durante la notte. Rappresentava un grado di evoluzione degli artropodi che non era mai stato raggiunto sulla Terra. A differenza dei suoi cugini terrestri, non si riforniva di ossigeno soltanto attraverso la trachea o i canali respiratori. Un paio di sacche estensibili, come quelle delle rane, si gonfiavano e si sgonfiavano dietro la sua bocca. Erano le sacche a produrre il suono simile a un soffio. Benché l'insetto polmonato avesse una forma non dissimile da quella di una mantide religiosa. Hal non si allarmò. Fobo gli aveva detto che non era pericoloso per l'uomo. Un suono acuto, simile allo squillo di una sveglia, riempì la stanza all'improvviso. Pornsen si levò a sedere di scatto sulla branda appoggiata alla parete. Vide l'insetto, e urlò. L'animale corse via. Il rumore, che si era levato dal meccanismo allacciato al polso di Pornsen, cessò di colpo. Pornsen tornò a sdraiarsi. — È la sesta volta che questi insetti mi svegliano — gemette. — Spenga il segnalatore — disse Hal. — Perché tu possa uscire di nascosto dalla stanza e spargere il tuo seme sul suolo? — rispose Pornsen. — Non ha il diritto di accusarmi di una condotta così irreale — rispose Hal. Parlava meccanicamente, senza incollerirsi. Stava pensando alla voce. — Il Precursore stesso ha detto che nessuno è senza colpe — brontolò Pornsen. Sospirò, poi mormorò, mentre si riaddormentava: — Chissà se quella diceria è vera... forse il Precursore è su questo pianeta... ci osserva... ha predetto... aah...
Hal sedette sulla branda e sorvegliò Pornsen fino a che questi non cominciò a russare. Aveva le palpebre pesanti. Senza dubbio, aveva sognato quella voce sommessa che parlava in una lingua... una lingua che non era né terrestre né Ozageno. Doveva averla sognata, perché era una voce umana, e lui e l'acai erano gli unici esemplari di Homo sapiens in un raggio di duecento miglia. Era stata una voce di donna. Per il Precursore! Che bello, sentire una voce di donna! Non quella di Mary. Non desiderava risentire la sua voce, non voleva neppure sentire parlare di lei. Era l'unica donna che lui avesse... osava dirlo a se stesso?... posseduto. Era stata una prova tormentosa, umiliante, disgustosa. Ma non aveva mai cancellato il desiderio (era contento che il Precursore non fosse lì a leggergli nella mente) il desiderio di incontrare un'altra donna che potesse dargli l'estasi che lui aveva conosciuto solo "spargendo il seme al suolo" (il Precursore mi aiuti!) e che certo non era che un'ombra pallida e incolore, a paragone di ciò che avrebbe provato se... — Su Yarrow, Wuhfvayfvu. Sa mfa, zh'net tastinak. R'gateh waf'net. Lentamente, Hal si alzò dalla branda. Si sentiva il collo come avvolto nel ghiaccio. Il sussurro veniva davvero dalla finestra. Guardò in quella direzione. Vide il contorno di una testa di donna inclinarsi nel rettangolo di luce lunare che era la finestra. E il rettangolo di luce divenne una cascata. Il chiaro di luna fluì su due spalle bianche. Il candore di un dito si fermò sul segno nero di una bocca. — Pu wamu tu baw chu. E'uteh. Silahs. Fvuneh. Fvit, silfvupleh. Stordito, ma obbediente come se fosse saturo di ipno-lipno, Hal si diresse verso la porta. Tuttavia, non era stordito al punto di non guardare Pornsen, per assicurarsi che stesse ancora dormendo beato e tranquillo come un ghiro. Per un secondo, i suoi riflessi furono sul punto di sopraffarlo, di costringerlo a svegliare l'acai. Ma ritirò la mano che stava per toccare Pornsen. Doveva correre quel rischio. La paura e l'implorazione nella voce di quella donna gli dicevano che era disperata, che aveva bisogno di lui. Ed era evidente che non voleva svegliare Pornsen. E cosa avrebbe detto Pornsen, se avesse saputo che c'era una donna, lì fuori? Una donna? E come poteva esserci una donna, lì? Le parole della donna avevano qualcosa di familiare. Hal aveva provato
la vaga, fuggevole sensazione di conoscere quella lingua. Eppure, non la conosceva. Si fermò. Ma che cosa gli era venuto in mente? Se Pornsen si fosse svegliato, se avesse guardato in direzione della sua branda, per assicurarsi che il suo pupillo fosse ancora lì... Ritornò indietro, spinse la valigia sotto il lenzuolo procuratogli dal custode. Arrotolò la giacca e la mise accanto alla valigia, in modo che sporgesse in parte dal lenzuolo e posasse sul guanciale. Forse, se fosse stato molto assonnato, Pornsen avrebbe potuto scambiare quella massa scura per la testa di Hal, e la massa coperta dal lenzuolo per il resto del suo corpo. Silenziosamente, a piedi nudi, Hal si avviò di nuovo verso la porta. Laggiù c'era un oggetto alto circa ottanta centimetri, a montare la guardia: una statuetta dell'arcangelo Gabriele, bianca, con le ali aperte, la spada nella mano destra levata al di sopra della testa. Se un oggetto più grande di un topo si fosse avvicinato a meno di cinquanta centimetri dal campo irradiato dalla statua, questa avrebbe trasmesso un segnale all'apparecchio allacciato al polso di Pornsen. L'apparecchio avrebbe cominciato a squillare, come aveva fatto quando era entrato l'insetto polmonato, e avrebbe destato Pornsen dal suo sonno. Il segnalatore non aveva soltanto lo scopo di evitare l'ingresso degli intrusi: doveva garantire che Hal non lasciasse la stanza senza che l'acai se ne accorgesse. Poiché in quelle rovine non c'erano servizi igienici funzionanti, l'unico pretesto che Hal avrebbe potuto trovare era quello di dover uscire per soddisfare un bisogno corporale. Ma in tal caso l'acai l'avrebbe seguito per assicurarsi che non cercasse di fare altro. Hal raccolse uno scacciamosche. Aveva un manico lungo quasi un metro, di legno flessibile. La sua massa non era sufficiente a far scattare il segnale. Con la mano che gli tremava, servendosi dell'estremità del manico, spinse delicatamente da parte la statua. Doveva badare a non rovesciarla, perché, se si fosse inclinata, avrebbe fatto scattare il segnale d'allarme. Per fortuna, prima del loro arrivo, il pavimento marmoreo era stato ripulito dei detriti che si erano accumulati nel corso dei secoli. Il marmo era liscio, lucidato dal passaggio di molte generazioni. Hal uscì e rimise a posto la statua. Poi, con il cuore che gli batteva dalla tensione di aver manomesso il segnale d'allarme e dal pensiero di incontrarsi con la donna sconosciuta, fece il giro dell'edificio. La donna si era allontanata dalla finestra, si era riparata all'ombra della
statua di una dea inginocchiata, posta a una quarantina di metri di distanza. Hal si avviò verso di lei, poi capì perché si era nascosta. Fobo stava venendo da quella parte. Hal affrettò il passo. Voleva bloccare il wog prima che scoprisse la ragazza, e prima che si fosse avvicinato tanto da destare Pornsen con il suono della sua voce. — Shalom, aloha, buoni sogni. Sigmen ti ami — disse Fobo. — Mi sembri nervoso. È per via dell'incidente di questa mattina? — Non riesco a dormire, ecco tutto. E volevo ammirare queste rovine al chiaro di luna. — Grandiose, magnifiche, bizzarre e un poco tristi — rispose Fobo. — Io penso a questa gente, alle molte generazioni che si sono avvicendate qui, che sono nate, hanno giocato, riso, pianto, sofferto, generato... e che sono morte. Tutti, tutti sono morti, sono ritornati polvere. Ah, questo pensiero mi fa salire le lacrime agli occhi e mi porta un presentimento del mio stesso destino. Fobo trasse un fazzolettone, dalla borsa che portava appesa alla cintura, e si soffiò il naso. Hal lo guardò. Com'era umano, sotto molti aspetti, quel mostro, quell'indigeno di Ozagen. Ozagen... Un nome strano, con già una sua leggenda. E qual era la leggenda? Che lo scopritore del pianeta, quando aveva visto gli indigeni per la prima volta, aveva esclamato: — Oz again! Un nuovo Mondo di Oz! Era naturale. Gli aborigeni somigliavano al "Professor Wogglebug" descritto dallo scrittore Frank Baum. Avevano il corpo piuttosto tondeggiante, e gli arti magrissimi, in proporzione. Avevano la bocca a forma di V: due grosse V, una dentro l'altra. Le labbra erano gonfie e sporgenti. In realtà, un wogglebug aveva quattro labbra: ogni tratto delle due V era staccato dall'altro, con una specie di incisione. Un tempo, in un'antichissima fase evolutiva, le labbra erano vere proprie braccia. Adesso erano arti rudimentali, trasformatisi in labbra, e così funzionali che nessuno avrebbe saputo capirne l'origine. Quando la grande bocca a forma di V dei wog si apriva in una risata, i terrestri rimanevano sbalorditi, quasi sconvolti: gli Ozageni non avevano denti, ma fitte sporgenze ossee. Dal palato pendeva una plica cutanea, che un tempo era stata l'epifaringe, e che adesso era una specie di lingua superiore atrofizzata. Era quell'organo che produceva il trillo sommesso che caratterizzava quasi tutti i suoni della lingua Ozagena, e rendeva tanto diffi-
cile agli essere umani il riprodurli. I wog avevano la pelle priva di pigmenti, pallida come la carnagione di Hal. Ma, mentre questi aveva un'epidermide bianco-rosa, i wog l'avevano di un verde chiarissimo. Era il rame, non il ferro, che portava l'ossigeno nei globuli del loro sangue. O, almeno, così avevano detto. Fino a quel momento, non avevano permesso agli Haijiaci di prelevare loro il sangue. Ma avevano promesso di fargliene avere campioni nelle settimane seguenti. La loro riluttanza, avevano detto, era dovuta a certi tabù religiosi. Però, se avessero avuto la certezza che i terrestri non intendevano berlo, glielo avrebbero dato. Macneff pensava che mentissero, ma non aveva saputo dire perché. Era impossibile che gli Ozageni avessero capito a cosa dovesse servire quel sangue. Il fatto che i loro globuli usassero il rame invece del ferro avrebbe dovuto renderli meno forti e meno resistenti dei terrestri alla fatica. La loro emoglobina non trasportava l'ossigeno con la stessa efficienza. Ma la natura aveva trovato il modo di compensare lo svantaggio. Fobo aveva due cuori, che battevano più in fretta di quello di Hal e pompavano il sangue in arterie più grandi di quelle dei terrestri. (Comunque, lo svantaggio non era compensato del tutto: un centometrista o un maratoneta di Ozagen sarebbero stati subito distanziati dai loro equivalenti terrestri.) Hal si era fatto prestare un libro sull'evoluzione. Ma, dato che non riusciva a leggerlo bene, si era limitato a guardare le illustrazioni. Il wog gli aveva spiegato a che cosa si riferissero. Hal non aveva voluto credergli. «Dici che i mammiferi sono nati da un verme marino primitivo!» aveva esclamato. «Impossibile! Noi sappiamo che la prima forma di vita che è salita sulla terraferma è stato un anfibio. Le sue pinne si sono trasformate in zampe; ha perso la capacità di prelevare l'ossigeno sciolto nell'acqua del mare. Evolvendosi, è diventato un rettile, poi un mammifero primitivo, poi un insettivoro, un lemure, una scimmia e infine un bipede sapiente e un uomo moderno!» «Davvero?» aveva chiesto con calma Fobo. «Non dubito che le cose si siano svolte proprio come dici. Sulla Terra. Ma qui l'evoluzione ha seguito un cammino diverso. Qui ci sono stati tre se'ba'takufu, vermi-madre, ancestrali. Uno aveva un'emoglobina basata sul ferro, l'altro sul rame e il terzo sul vanadio. Il primo aveva un vantaggio naturale sugli altri, ma per qualche motivo ha dominato solo questo continente, e non gli altri. Abbiamo
indicazioni che si è suddiviso fin dall'inizio in due linee evolutive, entrambe con notocorda, ma solo una di mammiferi. «Comunque, tutti i vermi-madre avevano pinne che si sono trasformate in arti. E...» «Ma» aveva obiettato Hal, «l'evoluzione non opera come dici. I vostri scienziati hanno preso un grosso abbaglio. D'altronde, la vostra paleontologia è solo all'inizio; ha meno di duecento anni.» «Ah!» aveva detto Fobo. «Sei troppo terro-centrico. Hai un'immaginazione anemica. Le tue arterie del pensiero si sono indurite. Pensa alla possibilità che ci siano miliardi di pianeti abitati nell'universo, e che su ciascuno di essi l'evoluzione abbia preso cammini leggermente diversi. La Grande Dea è una sperimentatrice. Si stanca di fare sempre la stessa cosa. Tu non ti stancheresti?» Hal era sicuro che i wog si sbagliassero. Purtroppo, però, non sarebbero vissuti a sufficienza per essere illuminati dalla scienza superiore, molto più antica, degli Haijiaci. Per la notte, Fobo si era tolto la calotta con le due antenne artificiali, che indicava la sua appartenenza al clan delle Cavallette. Ma, anche se in questo modo aveva leggermente ridotto la somiglianza con il Professor Wogglebug, la fascia di calvizie sulla fronte e il ciuffo di riccioli biondi, a cavatappi, che gli spuntava dalla nuca finivano per lo stesso per confermarla. E il naso (lungo in modo ridicolo, e privo dell'infossatura alla radice, tra gli occhi) che spuntava dalla sua faccia, dritto come un palo, rafforzava la somiglianza ancor di più. Nascoste nelle cartilagini del naso c'erano due antenne, gli organi dell'odorato. Il terrestre che li aveva visti per primo aveva avuto tutte le ragioni di pronunciare quella frase... se pure l'aveva pronunciata. Ma era dubbio che lo avesse fatto. In primo luogo, infatti, nella lingua locale, la parola "Ozagen" significava Grande Madre Terra. In secondo luogo, anche se quell'uomo della prima spedizione avesse effettivamente notato la somiglianza, si sarebbe guardato bene dal dirlo a voce alta. I libri di Oz erano proibiti nell'Unione Haijiaca: quell'uomo non avrebbe avuto la possibilità di leggerli, a meno che avesse corso il rischio di acquistarli da un contrabbandiere di libri. Questo sarebbe stato abbastanza plausibile. Anzi, era la sola spiegazione. Altrimenti, come avrebbe potuto conoscere la parola, lo spaziale che aveva raccontato quell'aneddoto a Hal? E, forse, l'uomo che aveva notato la somiglianza e ne aveva parlato ai
compagni (apertamente o segretamente che fosse) se ne infischiava, della possibilità che le autorità scoprissero che lui leggeva libri condannati. Gli spaziali erano famosi (famigerati, anzi) per il loro sprezzo del pericolo e per il loro lassismo morale nel seguire i precetti della Schiesa, quando non si trovavano sulla Terra. Hal si accorse che Fobo gli stava parlando. — ...La parola joat, che ti ha detto monsignore Pornsen, quando era così rabbioso e furibondo. Che cosa significa? — Significa — spiegò Hal — una persona che non è specialista in una sola scienza, ma ha una conoscenza abbastanza vasta per quanto riguarda anche le altre. In effetti, io sono un ufficiale di collegamento tra i vari scienziati e i funzionari del governo. È compito mio riassumere e integrare i vari rapporti scientifici e poi passarli alla gerarchia. E lanciò uno sguardo alla statua. La donna non si vedeva più. — La scienza — continuò — è divenuta talmente specializzata da rendere molto difficili le comunicazioni, persino tra gli scienziati di uno stesso campo. Ogni scienziato ha una profonda conoscenza verticale del suo ramo limitato, ma non ha una grande conoscenza orizzontale. Più se ne intende della sua specializzazione, meno è al corrente di ciò che stanno facendo altri, nei rami collaterali. Non ha il tempo di leggere neppure una piccola parte della massa enorme di articoli scientifici. Siamo arrivati al punto che, di due medici specializzati nelle malattie del naso, il primo è in grado di curare soltanto la narice sinistra, e l'altro la narice destra. Fobo alzò le mani, inorridito. — Ma in questo modo la scienza non potrà più progredire! — esclamò. — Tu stai esagerando, senza dubbio! — Per quanto riguarda i due dottori, sì — ammise Hal, e riuscì persino a sorridere. — Ma non ho esagerato molto. Ed è vero che la scienza non avanza più in progressione geometrica, come avveniva un tempo. Ma allo scienziato manca il tempo, e le sue comunicazioni con le altre scienze sono troppo scarse. Non può avvantaggiarsi nelle proprie ricerche dalle scoperte effettuate in altri campi, perché non ne sentirà mai parlare. Hal scorse una testa che si affacciava per un attimo dietro il basamento della statua e poi si ritirava immediatamente. E cominciò a sudare. Fobo interrogò Hal a proposito della religione del Precursore. Il terrestre parlò il meno possibile e ignorò volutamente alcune domande, per quanto la cosa lo imbarazzasse. Il wog aveva un'intelligenza eminentemente logica, e la logica era una
luce che Hal non aveva mai acceso su quanto gli era stato insegnato dagli Urieliti. Infine, dichiarò: — Posso dirti soltanto che è assolutamente vero questo: quasi tutti gli uomini possono viaggiare soggettivamente nel tempo, ma soltanto il Precursore, il suo discepolo malvagio, il Regressore, e la moglie del Regressore possono viaggiare nel tempo oggettivamente. So che è vero perché il Precursore predisse ciò che sarebbe avvenuto nel futuro, e tutte le sue predizioni si sono avverate. — Tutte le predizioni? — Ecco, tutte, tranne una. Ma poi si scoprì che si trattava di una predizione irreale, uno pseudofuturo che il Regressore era riuscito in un modo o nell'altro a introdurre nel Talmud occidentale. — E come fate a sapere che non siano, a loro volta, false interpolazioni anche le predizioni che non si sono ancora realizzate? — chiese Fobo. — Ecco... non lo sappiamo. Potremo saperlo soltanto quando giungerà il momento in cui dovrebbero realizzarsi. E allora... Fobo sorrise. — E allora — concluse — capirete se quella particolare predizione è stata scritta e inserita nel testo dal Regressore. — Naturalmente. Ma gli Urieliti lavorano ormai da anni su un metodo che, secondo loro, dimostrerà, grazie alla loro coerenza interna, se gli eventi descritti dalle predizioni sono futuri reali o futuri falsi. Quando lasciammo la Terra, era ormai imminente la scoperta di un metodo infallibile. Naturalmente, non potremo conoscerlo fino a quando non saremo ritornati sulla Terra. — Mi accorgo che questa conversazione ti innervosisce — disse Fobo. — Forse, sarà meglio che la continuiamo un'altra volta. Dimmi, cosa te ne pare delle rovine? — Molto interessanti. Naturalmente, provo un interesse personale per questo popolo estinto, perché era una razza di mammiferi, e quindi simile ai terrestri. Ma non riesco a immaginare come mai una razza che un tempo popolava questo continente immenso abbia potuto estinguersi completamente. Se erano simili a noi, e pare che lo fossero, non avrebbero incontrato difficoltà a sopravvivere. — Era una razza molto decadente, turbolenta, avida e perniciosa — disse Fobo — anche se, indubbiamente, dovevano esserci anche delle ottime persone in mezzo a loro. Non credo che si siano uccisi tutti tra loro, fino a rimanere in poche decine di indivìdui. E non credo neppure all'idea della
pestilenza che li avrebbe uccisi quasi tutti. Forse un giorno scopriremo quel che è veramente successo. Ma adesso ho sonno e voglio andare a dormire. — Io non ho sonno — disse Hal. — Se non ti dispiace, me ne andrò in giro a curiosare. Queste rovine sono così belle. — Mi ricordano una poesia del nostro grande poeta, Shamero. Se riuscissi a ricordarla, e se sapessi tradurla decentemente in americano, te la reciterei... — disse il wog. Poi le labbra a V di Fobo si atteggiarono a uno sbadiglio. — Credo che andrò a letto, mi ritirerò, mi getterò tra le braccia di Morfeo. Ma prima vorrei dirti una cosa: hai qualche arma, qualche arma da fuoco, intendo, per difenderti contro le creature che vagano nella notte in cerca di preda? — Ho il permesso di portare un coltello infilato nella guaina dello stivale — disse Hal. Fobo infilò una mano sotto la cappa e ne tolse una pistola. La porse a Hal, dicendo: — Ecco! Spero che tu non debba usarla, ma non si sa mai. Viviamo in un mondo selvaggio e pieno di predatori, amico mio. Specialmente qui, in campagna. Hal guardò incuriosito l'arma, simile a quelle che aveva già visto a Siddo. Era molto rozza, paragonata alle piccole armi automatiche che erano a bordo della Gabriel, ma possedeva il fascino delle armi sconosciute. E, per giunta, somigliava moltissimo alle prime pistole d'acciaio della Terra. La canna esagonale era lunga poco meno di trenta centimetri; il calibro era circa 10 mm. C'era un tamburo con cinque cartucce di ottone, caricate di polvere nera, con proiettili di piombo e capsule a percussione, probabilmente piene di fulminato di mercurio. Particolare abbastanza strano, la pistola non aveva grilletto: una robusta molla mandava il percussore contro la cartuccia, quando il tiratore lasciava andare il cane. Hal avrebbe voluto esaminare il meccanismo che faceva girare il tamburo quando il cane veniva alzato di nuovo. Ma non voleva trattenere Fobo più del necessario. Comunque, non poté fare a meno di chiedergli perché su Siddo non avevano adottato il grilletto. Fobo si mostrò sorpreso, a quella domanda. Quando ebbe ascoltato la spiegazione di Hal, batté i grandi occhi rotondi (uno spettacolo bizzarro e quasi indisponente, perché era la palpebra inferiore che si muoveva, non
quella superiore), e disse: — Non ci avevo mai pensato! Mi sembra un sistema molto più efficiente e meno faticoso per il tiratore, non è così? — Mi sembra evidente — rispose Hal — ma io sono un terrestre e penso da terrestre. Ho notato il fatto, abbastanza sorprendente, che voi Ozageni non pensate sempre come noi. Restituì l'arma a Fobo. — Mi dispiace di non poterla accettare — disse — ma mi è proibito portare armi da fuoco. Fobo lo guardò perplesso, ma evidentemente non ritenne fosse il caso di chiedergli il perché. O forse era troppo stanco per farlo. — Benissimo — disse invece. — Shalom, aloha, buoni sogni, che Sigmen ti visiti. — Shalom anche a te — rispose Hal. Guardò il wog sparire nell'ombra, e provò una strana sensazione di affetto per quella creatura. Nonostante il suo aspetto assurdo e disumano, Fobo gli era simpatico. Poi Hal si girò e si avviò verso la statua della Grande Madre. Arrivato nell'ombra che ne avvolgeva il basamento, vide la donna scivolare nell'oscurità, dietro un mucchio di macerie alto quanto una casa a tre piani. Seguì la donna, e quando giunse al mucchio di macerie, vide che la donna era già lontana: si era appoggiata contro un monolito. Più avanti si stendeva il lago, nero e argenteo nella luce della luna. Hal si avviò verso di lei. Era a cinque metri di distanza, quando la donna parlò con voce bassa e gutturale. — Baw sfa, su Yarrow. — Baw sfa — fece eco lui, intuendo che doveva trattarsi di un saluto nella sua lingua. — Bwa sfa — ripeté lei; e poi, traducendo la frase perché lui la capisse, disse, in Siddo: — Abhu'umai-geitsi'i. Il che significava, approssimativamente, "buona sera". Hal rimase a bocca aperta. CAPITOLO OTTAVO Certo! Adesso capiva perché le parole gli erano parse vagamente familiari, perché il ritmo delle frasi gli ricordasse in modo assai netto un'esperienza non troppo lontana. Qualcosa, nelle parole della donna, gli fece tornare in mente le sue ricerche nella minuscola comunità degli ultimi individui di lingua francese che vivevano nella Riserva della Baia di Hudson.
Bwa sfa. Bwa sfa era bon soir. Benché il linguaggio di quella donna fosse, da un punto di vista linguistico, una forma molto decaduta, non poteva nascondere la propria origine. Bwa sfa. E le altre parole che aveva sentito dalla finestra. Wuhfvayfvu. Doveva essere levez-vous. L'equivalente francese di "alzatevi". Su Yarrow. Poteva essere, anzi, doveva essere monsieur Yarrow. Caduta la m iniziale, il dittongo francese eu trasformato in qualcosa che assomigliava al suono u. Certo. E c'erano altri cambiamenti, in quel francese degenerato. Lo sviluppo di suoni aspirati e l'abbandono di quelli nasali. Uno spostamento delle vocali. La k, davanti a una vocale, era stata sostituita da un suono plosivo della glottide. Il passaggio da d a t; da l a w. La f era passata a un suono intermedio tra v e f. La w trasformata in f. E poi? Doveva esserci stata anche una variazione nel significato di alcune parole, e dovevano esserci parole nuove che evidentemente sostituivano quelle antiche. Eppure, nonostante le diversità, era il francese. — Bwa sfa — ripeté Hal. E subito pensò che quel saluto era del tutto inadeguato. Lì c'erano due esseri umani che si incontravano a qualche decina di anni-luce dalla Terra: un uomo che non vedeva una donna da un anno di tempo soggettivo, una donna che evidentemente si nascondeva, in preda a una grande paura: forse l'unica donna rimasta su quel pianeta. E lui poteva dirle soltanto: — Buona sera. Le venne più vicino. E arrossì per l'imbarazzo. Per poco non girò su se stesso e fuggì. Sulla pelle candida, la donna era coperta soltanto da due sottili fasce di tessuto nero: una attorno al seno, l'altra ai fianchi. Era uno spettacolo che Hal non aveva mai visto in vita sua, tranne in quella fotografia proibita. Poi dimenticò quasi immediatamente il suo imbarazzo, quando vide che la donna portava il rossetto sulle labbra. Boccheggiò e provò una scossa di paura. Le labbra della donna erano scarlatte quanto quelle della moglie del Regressore, tremendamente malvagia. Con uno sforzo di volontà, riuscì a vincere il tremito. Doveva pensare razionalmente. Quella donna non poteva essere Anna Changer, venuta dal lontano passato su quel pianeta per sedurlo, per distoglierlo dalla religione reale. Se fosse stata Anna Changer, non avrebbe parlato in francese degradato. E non sarebbe apparsa a un uomo insignificante come Hal. Sarebbe
apparsa al capo Urielita, a Macneff. La sua mente esaminò rapidamente il problema del rossetto, ne considerò l'altro lato. I cosmetici erano scomparsi con la venuta del Precursore. Nessuna donna avrebbe osato... Be', non era esatto. I cosmetici erano banditi soltanto nell'Unione Haijiaca. Le donne israeliane, malesi e bantu portavano il belletto. Ma tutti sapevano che razza di donne fossero, quelle. Un altro passo, e fu abbastanza vicino alla donna per accorgersi che il colore scarlatto era naturale, non artificiale. E provò un sollievo immenso. Quella donna non poteva essere la moglie del Regressore. Non poteva essere neppure terrestre di nascita. Doveva essere una umanoide di Ozagen. Gli affreschi che aveva visto sulle pareti delle rovine effigiavano donne dalle labbra rosse, e Fobo gli aveva detto che nascevano con le labbra fortemente pigmentate. La risposta a una domanda, però, portò con sé un'altra domanda. Perché quella donna parlava una lingua terrestre, o meglio, derivata da una di esse? (In quella forma, Hal ne era sicuro, la lingua francese non era mai esistita sulla Terra.) Un attimo dopo aveva già dimenticato tutte quelle domande. La donna si era aggrappata a lui, e Hal l'aveva presa fra le braccia e cercava goffamente di consolarla. La donna piangeva e parlava così in fretta che, benché le sue parole derivassero dal francese, Hal riusciva a comprenderne soltanto una ogni tanto. Hal le chiese di parlare più lentamente e di ripetere ciò che aveva già detto. La donna si interruppe, inclinò lievemente il capo verso sinistra, poi si ributtò indietro i capelli. Era, come Hal avrebbe scoperto in seguito, un gesto che faceva spesso, quando stava riflettendo. Lei cominciò a ripetere, lentamente. Ma, mentre proseguiva, ricominciò a parlare più rapidamente, e le sue labbra piene si muovevano come due creature rosse, indipendenti da lei, cariche di una loro vita e di un loro scopo. Hal le fissò, affascinato. Poi si vergognò e distolse lo sguardo, cercò di fissarla nei grandi occhi scuri, ma non riuscì a reggere il suo sguardo, e guardò nel vuoto. Lei gli raccontò la sua storia, in modo sconnesso, con molte ripetizioni, e con molte divagazioni su avvenimenti precedenti. Hal non riuscì a capire molte delle sue parole, e dovette dedurne il significato dal resto. Ma riuscì a capire che la donna si chiamava Jeannette Rastignac. Veniva da un pianoro tra le montagne al centro di quel continente. Lei e le sue tre
sorelle erano, per quanto ne sapeva lei, le uniche superstiti della sua razza. Era stata catturata da una spedizione esplorativa di wog e portata a Siddo. Poi era fuggita e si era nascosta tra le rovine e nella foresta che le circondava. Aveva paura delle creature terribili che vagavano nella foresta, la notte. Si nutriva di frutti selvatici e di bacche e del cibo che riusciva a rubare nelle fattorie dei wog. Aveva visto Hal investire con il veicolo l'antilope. Sì, era stata lei a guardarlo con gli occhi che a Hal erano sembrati appartenere all'antilope. — E come mai sapevi il mio nome? — chiese Hal. — Vi ho seguiti, vi ho sentiti parlare. Non riuscivo a capire ciò che dicevi. Ma, dopo un po', ti ho sentito rispondere al nome di Hal Yarrow. Ma l'avere scoperto il tuo nome non significava nulla. Ciò che mi ha sorpreso è stato il fatto che tu e l'altro uomo somigliavate a mio padre, e perciò dovevate essere creature umane. Eppure, poiché non parlavate la lingua di mio padre, non potevate provenire dallo stesso pianeta. E poi mi sono detta: È naturale! Una volta, mio padre mi ha detto che il suo popolo era giunto su Wuhbopfey da un altro pianeta. Quindi, logicamente, tu dovevi venire da là, dal mondo che ha dato origine agli esseri umani. — Non riesco a capire — disse Hal. — Gli antenati di tuo padre giunsero su questo pianeta, Ozagen? Ma... ma non esiste una documentazione che lo provi! Fobo mi ha detto... — No, no, tu non capisci! Mio padre, Jean-Jacques Rastignac, era nato su un altro pianeta. E da lì venne su questo. I suoi antenati erano arrivati su quel pianeta, che gira attorno a una stella lontana, dopo essere partiti da una stella ancora più lontana. — Oh, allora dovevano essere coloni della Terra. Ma non esiste traccia di quegli avvenimenti. Perlomeno, io non ne ho mai saputo nulla. Certo, dovevano essere francesi. Ma se questo è vero, hanno lasciato la Terra e hanno raggiunto l'altro sistema più di duecento anni fa. E non potevano essere franco-canadesi, perché ne erano rimasti pochissimi, dopo la Guerra Apocalittica. Dovevano essere francesi d'Europa. Ma gli ultimi europei di lingua francese son morti due secoli e mezzo fa. Quindi... — È complicato, nespfa? So soltanto ciò che mi disse mio padre. Disse che lui e altri, venuti da Wuhbopfey, scoprirono Ozagen durante un viaggio esplorativo. Atterrarono su questo continente, i suoi compagni vennero uccisi, lui trovò mia madre... — Tua madre? Di male in peggio — disse Hal, con un gemito. — Era un'indigena. Il suo popolo era sempre vissuto qui. E aveva co-
struito questa città. E... — E tuo padre era un terrestre? Tu sei nata dalla sua unione con un'umanoide di Ozagen? Impossibile! I cromosomi di tuo padre e quelli di tua madre non avrebbero mai potuto appaiarsi! — Non m'importa niente di questi tuoi cromosomi! — disse Jeannette con voce tremula. — Mi vedi qui davanti a te, no? Io esisto, no? Mio padre è andato a letto con mia madre, ed eccomi qui. Nega la mia esistenza, se ne sei capace. — Non intendevo.... voglio dire... mi sembrava... — disse Hal. Si interruppe e la guardò. Non sapeva che cosa dire. All'improvviso, lei cominciò a singhiozzare. Lo strinse più forte, gli posò le mani sulla schiena. Erano mani morbide e lisce; e i seni di lei gli premettero contro le costole. — Salvami — disse lei, con voce incrinata — non sopporto più questa vita. Devi portarmi con te. Devi salvarmi. Yarrow rifletté, rapidamente. Doveva ritornare nella stanza tra le rovine, prima che Pornsen si svegliasse. E non avrebbe potuto incontrarsi con lei l'indomani, perché al mattino una lancia partita dall'astronave sarebbe venuta a prelevare i due Haijiaci. Nei pochi minuti che gli rimanevano, Hal doveva spiegarle ciò che aveva intenzione di fare. All'improvviso, capì come fare: un piano germinato improvvisamente da un'altra idea che da molto tempo portava sepolta nella mente. Il seme di quel piano era già presente in lui prima ancora che l'astronave lasciasse la Terra. Ma a quel tempo non aveva mai avuto il coraggio di attuarlo. Adesso era comparsa quella ragazza, ed era ciò che gli occorreva per dargli coraggio, per indurlo ad avviarsi lungo una strada che non consentiva di ritornare indietro. — Jeannette — disse, risoluto — ascoltami! Dovrai aspettare qui, tutte le notti. Dovrai rimanere qui, per terribili che siano le creature che popolano l'oscurità. Non posso dirti quando potrò ottenere una lancia per volare fin qui. Ma entro le prossime tre settimane, credo. Se non sarò venuto prima di allora, tu continua ad aspettare. Continua ad aspettare! Io verrò. E quando verrò, tu sarai salva. Salva per qualche tempo, perlomeno. Puoi farlo? Puoi nasconderti qui? E aspettarmi? Lei annuì e rispose: — Fi. CAPITOLO NONO
Due settimane più tardi, Yarrow volò dall'astronave Gabriel fino alle rovine. La sua lancia affusolata scintillò sotto i raggi della grande luna, volò sopra il palazzo di marmo candido e scese lentamente. La città era immobile e bianca: grandi cubi ed esagoni e cilindri e piramidi e statue di pietra, giacevano tutto intorno, come giocattoli abbandonati da un gigante bambino che si era addormentato per sempre. Hal uscì dalla lancia, si guardò attorno, poi si avviò verso un'arcata enorme. La luce della sua lampada tascabile sondava l'oscurità: la sua voce echeggiava tra il tetto e le pareti lontane. — Jeannette! Sah mfa. Fo tami, Hal Yarrow. Jeannette! Ou eh tu? Sono io. Il tuo amico. Dove sei? Scese la scalinata, larga una cinquantina di metri, che conduceva alle cripte dei re. Il raggio della sua lampada rimbalzò su e giù per i gradini e all'improvviso inquadrò la figura bianca e nera della ragazza. — Hal! — gridò lei, alzando il viso. — Sia ringraziata la Grande Madre di Pietra! Ho atteso qui tutte le notti! Ma sapevo che saresti venuto! Le lacrime le tremavano sulle lunghe ciglia; la bocca scarlatta fremeva, come se Jeannette cercasse di soffocare i singhiozzi. Hal provò il desiderio di prenderla fra le braccia per confortarla, ma era già un'esperienza terribile dover guardare una donna svestita. Abbracciarla era addirittura impensabile. Tuttavia, era proprio questo che lui stava pensando di fare. Un attimo dopo, come se indovinasse la causa della sua paralisi, lei gli si accostò e gli posò la testa sul petto, incurvò le spalle come se cercasse di seppellirsi in lui. Hal si accorse che le sue braccia si muovevano per abbracciarla. I muscoli gli si irrigidirono, il sangue gli balzò nei lombi. La lasciò andare, e distolse lo sguardo. — Parleremo più tardi. Non abbiamo tempo da perdere. Vieni. Lei lo seguì in silenzio, fino a quando giunsero alla lancia. Poi, davanti al portello, esitò. Con un gesto d'impazienza, Hal le accennò di salire e di sedere accanto a lui. — Penserai che sono paurosa — disse Jeannette. — Ma non sono mai salita a bordo di una macchina volante. Lasciare la terra... Hal la fissò, sbalordito. Era quasi impossibile, per lui, capire le perplessità di una persona che non era abituata al volo. — Sali! — le gridò. Lei salì, obbediente, e sedette al posto del secondo pilota. Ma non smise di tremare, né di guardare con gli immensi occhi scuri gli strumenti che le
stavano davanti. Hal consultò l'orologio. — Dieci minuti per raggiungere il mio appartamento in città. Un minuto per farti scendere. Mezzo minuto per ritornare alla lancia. Un quarto d'ora per fare rapporto sui risultati della mia attività spionistica tra i wog. Trenta secondi per ritornare al mio appartamento. Neppure mezz'ora, complessivamente. Niente male. E rise. — Sarei dovuto venire due giorni fa, ma ho dovuto aspettare che tutte le lance automatiche fossero in servizio. Poi, ho fatto finta di avere fretta, di avere dimenticato certi appunti, di dover tornare a prenderli nel mio appartamento. E mi sono fatto prestare una delle lance a comandi manuali che vengono usate per le esplorazioni fuori città. Non avrei mai ottenuto il permesso del responsabile, se non lo avessi convinto con questa. — E si toccò un grande ricamo dorato che portava sul petto, a sinistra. Era una L ebraica. «Questo indica che io sono uno degli Eletti. Ho superato l'Himetro.» Jeannette, che sembrava avere dimenticato il proprio terrore del volo, lo stava guardando in viso, nel riflesso della luce emanata dal quadro dei comandi. Lanciò un gridolino. — Hal Yarrow! Che cosa ti hanno fatto? — E gli sfiorò il volto con le dita. Hal aveva gli occhi cerchiati di un alone violaceo; le guance incavate: una lunga spellatura gli attraversava la fronte; e i sette segni della frustata spiccavano sulla pelle chiara. — Tutti dicevano che ero un pazzo a tentarlo — continuò. — Ho infilato la testa nella bocca del leone. E il leone non me l'ha staccata. Anzi, sono stato io a mordergli la lingua. — Che cosa vuoi dire? — Ascolta. Non ti è sembrato strano che Pornsen non fosse con me, questa sera, ad alitarmi sul collo il suo respiro pieno d'ipocrisia? No? Bene, tu non ci conosci. C'era un solo modo per ottenere il permesso di lasciare la mia cabina a bordo della nave e di abitare in un appartamento a Siddo. E senza avere un acai che vivesse con me, per sorvegliare ogni mio gesto. E senza essere costretto a lasciarti nella foresta... e questo non potevo farlo. Lei gli passò un dito sulla piega che gli scendeva dal naso all'angolo della bocca. In circostanze normali, Hal si sarebbe scostato per evitare le sue dita, perché detestava un contatto del genere con chicchessia. Ma questa
volta non si tirò indietro. — Hal — disse lei, sottovoce. — Maw sheh. Lui provò una sensazione di calore. Mio caro. Ebbene, perché no? Per vincere la vertigine che gli dava il tocco delle dita di lei, proseguì: — C'era una sola cosa da fare. Presentarmi volontario per l'Himetro. — Wuh Himetr? 'Es'ase'asah? — È la sola cosa che può liberarti dalla compagnia costante di un acai. Quando l'hai superato, sei puro, al di sopra di ogni sospetto... teoricamente, perlomeno. «La mia petizione ha colto di sorpresa la gerarchia. Quelli non si sarebbero mai aspettati che uno scienziato... tanto meno io... si offrisse volontario. Solo gli Urieliti e gli Uzziti devono sottoporvisi se vogliono andare avanti nella gerarchia...» — Urieliti? Uzziti? — Per usare una terminologia antiquata, i preti e i poliziotti. Il Precursore adottò questi termini, che sono nomi di angeli, per uso religiosogovernativo, prendendoli dal Talmud. Capisci? — No! — Te lo spiegherò in seguito. Comunque, soltanto i più zelanti chiedono di affrontare l'Himetro. È vero che sono in molti ad affrontarlo, ma soltanto perché vi sono costretti. Gli Urieliti erano molto pessimisti sulle mie possibilità di superare la prova, ma la legge li obbligava a lasciarmi tentare. E poi, si annoiavano, e volevano divertirsi... nel loro modo sadico. Hal fece una smorfia, a quel ricordo. — Il giorno dopo, mi hanno avvertito di presentarmi al laboratorio psicologico alle ore ventitré, tempo della nave... Sono andato nella mia cabina... Pornsen non c'era... ho aperto la mia cassetta, e ne ho tolto un boccettino con l'etichetta "Cibo dei Profeti". Avrebbe dovuto contenere una polvere a base di peyotl. È la droga che un tempo veniva usata dagli stregoni amerindi. — Kfe? — Ascolta. Riuscirai a capire almeno le cose più importanti. Il Cibo dei Profeti viene ingerito da tutti durante il Periodo di Purificazione. Sono due giorni durante i quali ti chiudi in una cella, digiuni, preghi, vieni flagellato da fruste elettriche, e hai visioni indotte dalla fame e dal Cibo dei Profeti. E viaggi soggettivamente nel tempo. — Kfe? — Non continuare a chiedermi "Che cosa?" Non ho il tempo di spiegarti
la dunnologia... A me sono occorsi dieci anni di studio per capirla e per capire la sua matematica. E anch'io avrei avuto molte domande da fare... ma non le ho mai fatte. Avrebbero creduto che dubitassi. «Comunque la mia boccetta non conteneva il Cibo dei Profeti. Conteneva un surrogato, che avevo preparato in segreto, prima che l'astronave abbandonasse la Terra. Quella polvere mi ha permesso di affrontare l'Himetro. E grazie a essa non ero atterrito come sarei dovuto essere... per quanto fossi abbastanza spaventato. Credimi.» — Ti credo — disse Jeannette. — E sei stato coraggioso. Hai vinto la tua paura. Hal arrossì. Era la prima volta in vita sua che riceveva un complimento. — Un mese prima che la spedizione partisse alla volta di Ozagen, avevo notato, in una delle tante riviste scientifiche delle quali dovevo preparare una rassegna, l'annuncio dell'avvenuta sintesi di un certo farmaco. Era efficacissimo nel distruggere il virus della cosiddetta orticaria marziana. Quello che mi interessò fu una nota in calce dell'articolo. Era scritta in caratteri piccolissimi, e in lingua ebraica; e questo dimostrava che il biochimico ne aveva compreso l'importanza. — Pukfe? — Perché? Bene, immagino che fosse in ebraico per impedire ai profani di capire. Se un segreto del genere diventasse di dominio pubblico... «La nota osservava brevemente che si era scoperto che un uomo sofferente di "orticaria" era temporaneamente immune all'ipno-lipno. E che gli Urieliti dovevano accertarsi, prima delle prove con l'Himetro, che il soggetto fosse sano.» — Faccio molta fatica a capirti — disse Jeannette. — Parlerò più adagio. L'ipno-lipno è il cosiddetto "siero della verità" maggiormente usato. Io capii immediatamente le implicazioni di quella nota. L'articolo cominciava spiegando che l'orticaria marziana era stata indotta artificialmente su un paziente, per scopi sperimentali. Non veniva citato il farmaco di cui ci si era serviti, ma non mi occorse molto tempo per scoprirne la formula in altre riviste. E pensai che se l'orticaria naturale rendeva un uomo immune all'ipno-lipno, perché mai quella artificiale non doveva ottenere lo stesso effetto? «Detto e fatto. Preparai una coltura, inserii una bobina di domande sulla mia vita personale in uno psicotester, mi iniettai la droga che provoca l'orticaria, mi iniettai il siero della verità, e giurai che sarei riuscito a mentire al test. E riuscii a mentire, benché fossi pieno di ipno-lipno! »
— Sei stato molto astuto — mormorò lei. Jeannette gli strinse il braccio, e Hal gonfiò il bicipite. Era un gesto vano, ma voleva che lei lo giudicasse molto forte. — Sciocchezze! — esclamò. — Anche un cieco avrebbe capito che cosa doveva fare. Anzi, non mi stupirei se gli Uzziti avessero arrestato quel chimico e avessero imposto l'uso di un altro siero della verità. Ma, anche se lo hanno fatto, lo hanno fatto troppo tardi. La nostra astronave partì prima che si sapesse qualcosa in proposito. «Comunque, il primo giorno dell'Himetro non è stato preoccupante. Ho fatto un esame di dodici ore, scritto e orale, sul serialismo. Voglio dire, le teorie di Dunne sul tempo e i corollari di Sigmen. Avevo superato la stessa prova molte altre volte. È facile, per quanto noiosa. «Il giorno seguente mi sono alzato presto, ho fatto il bagno e ho preso quello che doveva essere Cibo dei Profeti. A digiuno, sono entrato nella Cella della Purificazione. E sono rimasto lì dentro, per due giorni, sdraiato su una branda. Ogni tanto bevevo un sorso d'acqua, o un po' della falsa droga. Ogni tanto, premevo il pulsante che metteva in moto la frusta meccanica. Più sono numerose le flagellazioni, capisci, e più alto è il tuo punteggio. «Non ho avuto visioni. Però mi è venuta l'orticaria. Ma non mi sono preoccupato. Se qualcuno si fosse insospettito, avrei potuto spiegare che ero allergico al Cibo dei Profeti. Certuni lo sono.» Guardò in basso, verso la foresta illuminata dalla luce lunare, nella quale spiccava, ogni tanto, il chiarore quadrato o esagonale proveniente da una fattoria. E davanti a lui c'era l'alta catena di monti che nascondeva Siddo. — Così — continuò Hal, e, senza accorgersene, prese a parlare più in fretta, ora che i monti erano più vicini — al termine della mia purificazione, mi sono alzato, mi sono rivestito, e ho mangiato la cena rituale di locuste e di miele. — Bah! — Jeannette fece una smorfia. — Le locuste non sono cattive, se ti abitui a mangiarle fin dall'infanzia. — Le locuste sono deliziose — rispose Jeannette. — lo le ho mangiate molte volte. È la combinazione con il miele che mi stomaca. Hal alzò le spalle. — Ora spegnerò le luci della cabina. Sdraiati sul pavimento. E indossa quella cappa e quella maschera notturna. Così potrai passare per un wog. Lei scivolò giù dal sedile, obbediente. Prima di spegnere le luci, Hal la guardò. Jeannette si stava chinando, per raccogliere la cappa, e Hal non po-
té evitare di vedere perfettamente i suoi seni superbi. I capezzoli erano scarlatti come le sue labbra. Girò la testa di scatto, ma l'immagine gli rimase nella mente. Ne fu profondamente eccitato. La vergogna, lo sapeva, sarebbe venuta più tardi. Continuò, a disagio: — Poi è entrato il gerarca. Macneff, il Sandalphon. E, dopo di lui, i teologi e gli specialisti di dunnologia, i parallelisti psiconeurali, gli interventisti, i substratisti, i cronentropisti, gli pseudotemporalisti, i cosmosservatori. «Io ero su una sedia. Mi hanno applicato dei fili su tutto il corpo, mi hanno infilato aghi nelle braccia e nella schiena. Poi mi hanno iniettato l'ipno-lipno. E hanno spento le luci, hanno recitato le preghiere, hanno cantato capitoli del Talmud occidentale e delle Scritture rivedute. Poi, nel soffitto si è acceso un riflettore puntato sull'Elohimetro...» — 'Es'ase'asah? — Elohim è la parola ebraica che significa "Dio". E la desinenza "metro" indica... ecco, uno di quelli. — Indicò gli strumenti del quadro di comandi. — L'Elohimetro è rotondo ed enorme, e il suo ago, lungo quanto il mio braccio, punta dall'alto in basso. La circonferenza del quadrante è contrassegnata da lettere ebraiche il cui significato è noto solo a coloro che conducono l'esame. «Molte persone non sanno che cosa indica quell'ago. Ma io sono un joat. Ho letto i libri che descrivono la prova.» — Quindi, conoscevi le risposte, nespfa? — Fi. Naturalmente, questo non vuol dire nulla, perché l'ipno-lipno porta alla luce la verità, la realtà... a meno che, naturalmente, tu non soffra di orticaria marziana, naturale o artificiale. Rise, con amarezza, e la sua risata risuonò come un latrato. — Sotto l'effetto della droga, Jeannette, tutte le cose sudicie che hai fatto e pensato, tutti i dubbi sulla realtà delle dottrine del Precursore, tutti gli odi che provi per i tuoi superiori... salgono dal livello più profondo della tua mente, come un sapone lasciato libero sul fondo di una vasca da bagno. «Viene tutto a galla, viscido e visibile, coperto di strati di sudiciume. «Ma io me ne stavo seduto lì e guardavo l'ago. È come guardare la faccia di Dio, Jeannette... non hai capito, vero?... e ho mentito. Oh, non ho esagerato. Non ho finto di essere incredibilmente puro e fedele. Ho confessato alcune irrealtà di scarsa importanza. «E allora l'ago scattava indietro, di pochissime lettere. Ma, quando si trattava delle questioni più importanti, ho risposto come se ne andasse del-
la mia vita... Ed era così, infatti. «E ho parlato dei miei sogni... dei miei viaggi nel tempo soggettivo.» — Supji'tiw? — Fi. Tutti viaggiano nel tempo, soggettivamente. Ma il Precursore è l'unico uomo, se si eccettuano il suo primo discepolo e sua moglie e alcuni dei profeti delle Scritture, che abbia viaggiato oggettivamente. «Comunque, i miei sogni erano autentiche bellezze... parlando da un punto di vista architettonico. La mia ultima, suprema creazione (o menzogna) è stata un sogno in cui il Precursore stesso appariva su Ozagen e parlava al Sandalphon Macneff. Questo avvenimento dovrebbe realizzarsi fra un anno.» — Oh, Hal! — mormorò Jeannette. — Perché hai detto loro una cosa simile? — Perché, maw sheh, adesso la spedizione non lascerà Ozagen prima che sia trascorso un anno. Non rinuncerebbero per nulla al mondo alla possibilità di vedere Sigmen in carne e ossa, durante il suo spostamento lungo il fiume del tempo. Non possono andarsene, senza fargli fare la figura del bugiardo. E senza farla fare a me. Quindi, capisci, quella menzogna colossale ci garantisce che avremo almeno un anno da trascorrere insieme... — E poi? — E poi troveremo qualcosa d'altro. Con voce gutturale, Jeannette mormorò, nell'oscurità: — E tu sei disposto a fare tutto questo per me... Hal non rispose. Era troppo occupato a mantenere la lancia a una quota di poco superiore ai tetti della città. Passarono lampeggiando sotto di lui gruppi di edifici, separati da ampie distese boscose. Volava così rapido che per poco non superò senza accorgersene la casa di Fobo, che era simile a un castello. Era alta tre piani, e aveva un aspetto da fortezza medievale, con le torri merlate, le figure grottesche di belve e di insetti di pietra che ringhiavano dalle nicchie: distava almeno cento metri dall'edificio più vicino. I wog costruivano città dove non era certo lo spazio a scarseggiare. Jeannette s'infilò la maschera notturna, dal naso appuntito; il portello della lancia si spalancò. Attraversarono di corsa il marciapiede ed entrarono nell'edificio. Dall'atrio, salirono rapidamente la scala fino al primo piano; poi dovettero fermarsi, mentre Hal cercava la chiave. Aveva fatto fare la serratura da un fabbro wog e l'aveva fatta installare da un carpentiere wog. Non si era fida-
to del carpentiere della nave, perché c'era il rischio che ne fabbricasse un duplicato. Trovata finalmente la chiave, faticò a inserirla nella serratura. Stava ormai ansimando, quando riuscì ad aprire la porta. Spinse all'interno Jeannette, che si era tolta la maschera. — Aspetta, Hal! — disse lei, appoggiandosi contro il suo petto. — Non hai dimenticato qualcosa? — Oh, per il Precursore! Che cosa? È qualcosa di grave? — No. Pensavo soltanto... — Sorrise e abbassò le palpebre. — Pensavo che fosse un'usanza degli uomini terrestri, quella di portare in braccio la sposa, quando varcano la soglia di casa. Me l'ha detto mio padre. Hal rimase a bocca aperta. Sposa! Non c'era dubbio, Jeannette dava per scontate molte cose! Non poteva perdere tempo a discutere. Senza dire una parola, sollevò Jeannette tra le braccia e la portò nell'appartamento. Poi la depose a terra e disse: — Tornerò il più presto possibile. Se qualcuno bussa o cerca di entrare, nasconditi nel doppio fondo dell'armadio, quello che mi sono fatto fare dal falegname wog. Non fare rumore e non uscire se non sei sicura che sono proprio io. All'improvviso, lei gli gettò le braccia al collo e lo baciò. — Maw sheh, maw gwah, maw fuh. Stava andando molto in fretta. Hal non disse nulla, non le restituì neppure il bacio. Intuiva vagamente che quelle parole, applicate a lui, erano un po' ridicole. Se sapeva tradurre esattamente quel francese degenerato, Jeannette gli aveva detto che lui era il suo caro, il suo uomo grande e forte. Si girò e chiuse la porta; ma non la chiuse tanto in fretta da non vedere ancora una volta, al riflesso della luce del corridoio, il volto candido di Jeannette, circondato dall'alone nero del cappuccio. Una bocca scarlatta si stagliava nettamente su quel candore. Hal rabbrividì. Aveva come il presentimento che Jeannette sarebbe risultata molto diversa dalla frigida compagna tenuta in tanta considerazione, almeno ufficialmente, dalla Schiesa. CAPITOLO DECIMO Hal fece ritorno a casa dalla Gabriel con un'ora di ritardo, perché il Sandalphon gli chiese nuovi particolari del sogno profetico che riguardava lui
e Sigmen. Poi, Hal dovette dettare il suo rapporto giornaliero sulle operazioni di spionaggio. Infine, ordinò a un marinaio di ricondurlo con la lancia al suo appartamento. E, mentre si stava avviando verso la rampa di lancio, incontrò Pornsen. — Shalom, abba — disse Hal. Poi sorrise e si soffregò le nocche sulla lamedh del ricamo. La spalla sinistra dell'acai, che era sempre più bassa dell'altra, si abbassò ancor di più, come una bandiera sul punto di proclamare la resa. Se c'era qualche colpo di frusta da dare, sarebbe stato Yarrow a impartirlo. Hal gonfiò il petto e si accinse a proseguire, ma Pornsen gli disse: — Aspetta un minuto, figliolo. Ritorni in città? — Shib. — Shib. Ritornerò con te. Ho un appartamento nello stesso palazzo. Al secondo piano, proprio accanto a quello di Fobo. Hal aprì la bocca per protestare, poi la richiuse. Ora toccava a Pornsen sorridere; girò sui tacchi e si avviò. Hal lo seguì, stringendo le labbra. Possibile che l'acai lo avesse pedinato e avesse visto il suo incontro con Jeannette? No. Se lo avesse visto, avrebbe fatto arrestare immediatamente Hal. L'acai aveva una caratteristica tipica: una mente piccina. Sapeva che la sua presenza avrebbe irritato Hal, che vivere nello stesso palazzo avrebbe avvelenato la gioia da lui provata nel sentirsi libero da ogni sorveglianza. Sottovoce, Hal ripeté il vecchio proverbio: — Quando un acai azzanna una preda, non la molla più. Il marinaio aspettava accanto alla lancia. Salirono a bordo e si lanciarono silenziosamente nella notte. Quando fu arrivato al palazzo, Hal varcò la porta d'ingresso prima di Pornsen, e provò una fuggevole soddisfazione nell'infrangere l'etichetta e nel poter esprimere il suo disprezzo per quell'uomo. Poi, prima di aprire la porta del suo appartamento, si fermò. L'acai gli passò alle spalle, senza dir nulla. Colpito da un pensiero diabolico, Hal esclamò: — Abba. Pornsen si voltò. — Che cosa? — Vuole ispezionare il mio appartamento per controllare se nascondo una donna? L'ometto si imporporò. Chiuse gli occhi e vacillò, stordito dal furore. Quando riaprì gli occhi, urlò:
— Yarrow! Se ho mai visto una persona irreale, quella sei tu! Non mi importa quale sia il tuo posto nella gerarchia! Ritengo che tu... che tu non sia shib! Sei cambiato! Una volta eri così umile, così obbediente. E adesso sei arrogante. Con voce dapprima controllata, e che tuttavia si faceva via via più acuta, Hal rispose: — Pochissimo tempo fa, lei sosteneva che ero sempre stato un ribelle fin dalla nascita. E adesso, improvvisamente, sembra che io sia un esempio di comportamento splendido, un individuo che la Schiesa può additare con orgoglio... e mi perdoni la frase fatta. Secondo me, mi sono sempre comportato bene. Secondo me, lei è sempre stato un essere malizioso, maligno e meschino, un foruncolo sulla faccia della Schiesa... e sarebbe bene schiacciare quel foruncolo fino a farlo scoppiare! Hal smise di urlare perché gli mancava il respiro. Il cuore gli martellava, le orecchie gli rombavano, la vista gli si affievoliva. Pornsen indietreggiò, alzando le mani davanti a sé, inorridito. — Hal Yarrow! Hal Yarrow! Controllati! Per il Precursore, quanto devi odiarmi! E per tutti questi anni ho creduto che tu mi amassi, ho creduto di essere il tuo amato acai, come tu eri il mio amato pupillo. Ma tu mi odiavi. Perché? Il rombo nelle orecchie di Hal svanì. E i suoi occhi cominciarono a vedere le cose più chiaramente. — Dice sul serio? — domandò. — Certo! Tutto ciò che ti facevo, era per il tuo bene; quando ti punivo, il cuore mi si spezzava. Ma me lo imponevo ricordando a me stesso che era per il tuo bene. Hal cominciò a ridere. E continuò a ridere mentre Pornsen si allontanava lungo il corridoio e saliva al suo appartamento, dopo essersi voltato a guardarlo, pallidissimo, una volta soltanto. Debole e tremante, Hal si appoggiò alla porta. Tutto, si sarebbe aspettato, ma non quello. Aveva sempre avuto l'assoluta certezza che Pornsen lo odiasse come un mostro innaturale e che provasse un'amara soddisfazione quando lo umiliava e lo frustava. Poi, Hal scosse il capo. Senza dubbio, si disse, l'acai si era spaventato e aveva cercato di giustificarsi. Aprì la porta ed entrò. Gli vorticava nella mente il pensiero che il coraggio di parlare in quel modo a Pornsen gli era venuto da Jeannette. Senza di lei, non era nulla, era
un coniglio pieno d'ira, ma spaventato. Poche ore trascorse con lei lo avevano reso capace di vincere molti anni di rigorosa disciplina. Accese la luce dell'ingresso. Guardò oltre la porta della sala da pranzo, e vide la porta della cucina socchiusa. Ne proveniva un acciottolio di stoviglie. Hal fiutò l'aria. C'era odore di bistecca! Il piacere fu sostituito da una lieve irritazione. Le aveva detto di nascondersi fino al suo ritorno. E se fosse entrato un wog o un Uzzita, al suo posto? Spalancò la porta della cucina; i cardini cigolarono. Jeannette gli voltava la schiena. Al primo suono di protesta del ferro non oliato, si girò di scatto. Lasciò cadere la spatola, e si portò la mano alla bocca. Le parole risentite che erano salite alle labbra di Hal si dissolsero. Se l'avesse rimproverata, lei sarebbe scoppiata in lacrime, creando una situazione imbarazzante. — Maw chu! Mi hai spaventato! Hal emise un grugnito e le passò accanto, per alzare i coperchi delle pentole. — Vedi — disse Jeannette, con voce tremante, come se avesse intuito la sua collera e cercasse di difendersi — ho vissuto una vita così orribile... sempre in preda alla paura di essere presa, che tutto mi spaventa. Stavo per fuggire. — Quei wog mi hanno imbrogliato — fece Hal, acido. — Credevo che fossero tanto miti e gentili. Lei lo guardò di straforo, con i grandi occhi scuri. Aveva ripreso colore, e le sue labbra scarlatte sorridevano. — Oh, non erano cattivi. Anzi, in realtà erano gentili. Mi hanno dato tutto ciò che volevo, eccetto la libertà. Avevano paura che riuscissi a raggiungere le mie sorelle. — E che cosa gli importava? — Oh, pensavano che nella giungla fossero rimasti alcuni maschi della mia razza, e che io potessi avere dei figli. Temono che la mia razza ritorni a essere forte e numerosa, e che si metta a combatterli. Non amano la guerra. — Sono esseri strani — convenne Hal. — Ma non possiamo pretendere di capire coloro che non conoscono la realtà del Precursore. E poi, sono più vicini agli insetti che all'uomo. — Essere un uomo non significa necessariamente essere migliore —
disse Jeannette con una sfumatura di irritazione. — Tutte le creature di Dio hanno un loro posto nell'universo — rispose Hal. — Ma il posto dell'uomo è in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo. Egli può occupare qualsiasi posizione nello spazio e può viaggiare in tutte le direzioni del tempo. E se deve spodestare una creatura per conquistare quel luogo o quel tempo, ha il diritto di farlo. — Stai citando il Precursore? — Naturalmente — rispose Hal. — Forse ha ragione. Ma che cos'è l'uomo? L'uomo è un essere senziente. Un wog è un essere senziente. Perciò, un wog è un uomo. Nespfa? — Shib o non shib, non litighiamo. Perché non mangiamo? — Non stavo litigando. — Jeannette sorrise. — Preparerò la tavola. E vedrai se so cucinare! Non ci saranno discussioni, a questo proposito. Quando la tavola fu apparecchiata, sedettero tutti e due. Hal congiunse le mani, le posò sulla tavola, chinò il capo e pregò: — Isaac Sigmen, Precursore dell'Uomo, reale sia il tuo nome; noi ti ringraziamo per avere reso certo questo presente benedetto, che un tempo era un futuro incerto. Ti ringraziamo per questo cibo, che tu hai attualizzato togliendolo dalla mera potenzialità. Noi speriamo e sappiamo che sconfiggerai il Regressore, fermerai i suoi perversi tentativi di alterare il passato e di modificare così il presente. Fa' che questo universo sia solido e reale, e ometti la fluidità del tempo. Le persone raccolte attorno a questa tavola ti ringraziano. Così sia. Disgiunse le mani e guardò Jeannette. Lei lo stava fissando, con gli occhi spalancati. Hal si lasciò trascinare dall'impulso. — Puoi pregare anche tu, se vuoi. — Non considereresti irreale la mia preghiera? Lui esitò, prima di rispondere. — No. Non so perché te l'ho detto. Certo, non l'avrei detto a un israeliano o a un bantu. Non mangerei alla stessa tavola con uno di loro. Ma tu... tu sei speciale... forse perché non sei classificata. Io... io non so. — Grazie — rispose lei. Descrisse un triangolo nell'aria con il medio della mano destra. Alzò gli occhi verso il cielo e disse. — Ti ringraziamo, Grande Madre. Hal riuscì a non fare smorfie, nell'udire la preghiera di un'infedele. Aprì il cassetto della tavola e ne tolse due oggetti. Ne porse uno a Jeannette e si mise in testa l'altro. Era un cappello a larga tesa, dal quale pendeva un lungo velo che gli copriva la testa.
— Mettilo anche tu — disse a Jeannette. — Perché? — Perché in questo modo non dovremo guardarci l'un l'altro, mentre mangiamo, naturalmente — disse lui, con impazienza. — C'è abbastanza spazio tra il velo e la faccia perché tu possa maneggiare la forchetta e il coltello. — Ma perché? — tornò a chiedere lei. — Te l'ho già detto. Perché così non dovremo vederci mentre mangiamo. — Vedermi mangiare ti farebbe schifo? — domandò Jeannette, con una voce che diventava via via più acuta. — Naturalmente. — Naturalmente? Perché naturalmente? — Perché... mangiare è così.. ehm... non so... animalesco, diciamo. — E il tuo popolo ha sempre fatto così? O forse i tuoi simili hanno cominciato a farlo solo quando hanno scoperto di essere stati degli animali? — Prima della venuta del Precursore, mangiavano a volto nudo e senza vergogna. Ma vivevano in uno stato di ignoranza. — Gli israeliani e i bantu si nascondono la faccia, quando mangiano? — No! Jeannette si alzò. — Non posso mangiare con questa cosa sulla faccia. Mi vergognerei. — Ma... ma io devo portare il mio cappello da pranzo — ribatté Hal, con voce malferma. — Altrimenti non riuscirei a mandare giù il cibo. Lei pronunciò una frase in una lingua che Hal non conosceva. Ma bastava il tono per far capire che era un'esclamazione di stupore e di sofferenza. — Scusami — disse Hal. — Ma si è sempre fatto così. E così si deve fare. Lentamente, lei tornò a sedersi. E si mise il cappello. — Benissimo, Hal. Ma credo che dovremmo parlarne, più tardi. Mi dà l'impressione di essere isolata da te. Non esiste più la vicinanza, in questo modo, la partecipazione alle buone cose che la vita ci ha dato. — Ti prego di non fare rumore, mentre mangi — disse lui. — E se devi parlare, prima inghiotti il boccone. Io ho girato la faccia, quando un wog si è messo a mangiare davanti a me, ma non ho potuto chiudere le orecchie. — Cercherò di non darti fastidio — disse lei. — Una domanda, però. Come fate a tenere buoni i vostri figli, quando mangiano? — Non mangiano mai con gli adulti. O meglio, gli unici adulti alle loro
tavole sono gli acai. E presto gli acai insegnano loro come devono comportarsi. — Oh! Il pasto si svolse in silenzio, a parte il tintinnio inevitabile delle posate sui piatti. Quando Hal ebbe finito, si tolse il cappello. — Ah, Jeannette, sei una cuoca meravigliosa. Il pranzo era così buono che mi sento quasi colpevole per averne goduto tanto. La minestra era la migliore che io abbia mai gustato. Il pane era delizioso. L'insalata era superba. La bistecca era perfetta. Jeannette si era già tolta il cappello. Aveva appena toccato cibo. Ma sorrise. — Le mie zie mi hanno insegnato bene. Tra la mia gente, alle femmine si insegna, fin dall'infanzia, tutto quel che può piacere a un uomo. Tutto. Lui rise nervosamente e, per nascondere il proprio disagio, accese una sigaretta. Jeannette gli chiese se poteva provare a fumarne una anche lei. — Visto che sto già bruciando, tanto vale che fumi — disse, con un risolino. Hal non era certo di aver capito il significato delle parole, ma rise per dimostrarle che non era irritato con lei per la discussione a proposito dei cappelli da pranzo. Jeannette accese la sigaretta, aspirò, tossì, corse all'acquaio per prendere un bicchiere d'acqua. Tornò indietro con gli occhi che le lacrimavano, ma riprese subito la sigaretta e riprovò. Dopo pochi minuti, stava fumando come una fumatrice incallita. — Hai poteri imitativi addirittura stupefacenti — disse Hal. — Ti ho vista copiare i miei gesti, ti ho sentita imitare il mio modo di parlare. Sai che pronunci già l'americano bene quanto me? — Mostrami o dimmi una cosa una volta soltanto, e non dovrai ripetermela più — rispose Jeannette — ma non pretendo di possedere un'intelligenza superiore. Come hai detto tu stesso, ho un istinto imitativo. Non che non sia capace di pensare in modo originale, ogni tanto. Cominciò a chiacchierare allegramente, leggermente, della sua vita con il padre, le sorelle e le zie. Il suo buonumore sembrava sincero; non stava parlando solo per nascondere la depressione causatale dall'incidente durante il pasto. Jeannette sollevava le sopracciglia, quando rideva. Erano affascinanti, quasi a forma di parentesi. Una sottile linea nera saliva dalla radice del na-
so, si piegava ad angolo retto, si incurvava lievemente al di sopra delle orbite, e poi formava una specie di piccolissimo uncino alle estremità. Hal le chiese se la forma delle sopracciglia era una caratteristica della razza cui apparteneva sua madre. Lei rise e rispose che l'aveva ereditata dal padre terrestre. La sua risata era sommessa, musicale. Non dava ai nervi a Hal, come invece gli aveva dato ai nervi la risata della sua ex moglie. Si lasciava cullare, si sentiva a suo agio. E quando pensava a come potesse a finire quella situazione e il suo spirito vacillava, gli tornava il buonumore grazie a qualche frase divertente pronunciata da Jeannette. Pareva che lei fosse in grado di prevedere con esattezza ciò che occorreva a Hal per vincere un momento di malumore o per rendere ancor più allegro un momento di felicità. Dopo un'ora, Hal si alzò per andare in cucina. Mentre passava accanto a Jeannette, le passò impulsivamente le dita tra i folti capelli neri e ondulati. Lei alzò il viso e chiuse gli occhi, come se aspettasse di venire baciata. Ma, inspiegabilmente Hal non riuscì a baciarla. Lo desiderava, ma non si sentiva capace di fare la prima mossa. — Ora bisognerà lavare i piatti — disse. — Sarebbe rischioso, se un visitatore inatteso vedesse una tavola apparecchiata per due. E dovremo stare in guardia anche per quanto riguarda un'altra cosa. Nascondi le sigarette e cambia spesso l'aria delle stanze. Ora che ho superato l'Himetro, dovrei aver rinunciato a le piccole irrealtà come il fumo. Anche se Jeannette rimase delusa, non lo dimostrò. Cominciò subito a sparecchiare. Hal si accese un'altra sigaretta e pensò a come procurarsi il tabacco. Visto che a Jeannette piaceva fumare non voleva lasciarla priva di sigarette. Un membro dell'equipaggio, con il quale Hal era in buoni rapporti, non fumava e vendeva invece la sua razione ai compagni. Forse avrebbe potuto servirsi di un wog come mediatore; il wog poteva acquistare le sigarette dal marinaio e poi passarle a Hal. Fobo poteva farlo... ma era necessario condurre con molta prudenza la transazione... forse non valeva la pena di correre quel rischio... Hal sospirò. Stare accanto a Jeannette era meraviglioso, ma la presenza della donna gli complicava la vita. Infatti, lui stava già meditando di commettere un'azione criminale, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Jeannette era ritta davanti a lui, le mani sui fianchi, gli occhi splendenti. — E ora, Hal, maw namu; se avessimo qualcosa da bere... sarebbe una serata meravigliosa. Lui si alzò.
— Mi dispiace. Dimenticavo che tu non puoi sapere come si prepara il caffè. — No. No. Stavo pensando al liquore. All'alcool, non al caffè. — Alcool? Grande Sigmen, ragazza mia, ma noi non beviamo! È la cosa più disgustosa che... Si interruppe. Jeannette sembrava ferita, un po' offesa. Hal si dominò. Dopotutto, non ne aveva colpa lei. Apparteneva a una civiltà diversa. Parlando da un punto di vista rigoroso, non era neppure completamente umana. — Mi dispiace — disse — è una questione religiosa. Bere alcool è proibito. Gli occhi le si riempirono di lacrime, le spalle cominciarono a tremarle. Nascose il volto tra le mani e prese a singhiozzare. — Non capisci. Devo avere dell'alcool. Devo... — Ma perché? Lei parlò, senza abbassare le mani dal volto. — Perché, durante la mia prigionia, avevo ben poche cose che mi consolassero. I miei catturatori mi davano del liquore; mi aiutava a far passare il tempo e mi faceva dimenticare la nostalgia. E, prima che me ne fossi resa conto... ero ormai alcolizzata. Hal strinse i pugni e ringhiò: — Questi luridi figli di... insetti! — Quindi, tu capisci, devo bere qualcosa. Mi sentirei meglio, per adesso. E più tardi, più tardi, forse, cercherò di vincermi. So che ci riuscirò, se tu mi aiuterai. Hal fece un gesto d'impotenza. — Ma... dove posso procurarmi il liquore? — Lo stomaco gli si rivoltava all'idea di avere a che fare con l'alcool. Ma, se Jeannette ne aveva bisogno, lui avrebbe fatto del suo meglio per procurarglielo. — Forse Fobo potrebbe dartene un po' — suggerì lei, prontamente. — Ma Fobo era uno di quelli che ti hanno catturata! Non sospetterebbe qualcosa, se andassi a chiedergli dell'alcool? — Crederà che sia per te. — D'accordo — disse Hal, piuttosto irritato, e nello stesso tempo pentito della propria irritazione. — Ma non mi piace che qualcuno mi ritenga capace di bere. Anche se quel qualcuno è un wog. Jeannette gli venne accanto, sembrò fluire contro di lui. Hal sentì la dolce pressione delle sue labbra, mentre il corpo di lei sembrava voler entrare nel suo. La tenne stretta per un istante, poi staccò le labbra.
— È proprio necessario che io ti lasci, adesso? — sussurrò. — Non potresti fare a meno del liquore? Soltanto per questa notte? Domani te lo procurerò. La voce di lei si spezzò. — Oh, maw namu, vorrei tanto che fosse possibile. Ma non posso. Semplicemente non posso. Credimi... — Ti credo. Hal la lasciò, passò nell'anticamera, tolse dall'armadio un mantello, un cappuccio e una maschera notturna. Teneva la testa china, le spalle piegate. Il nuovo sviluppo avrebbe guastato tutto. Non sarebbe riuscito ad avvicinarsi a Jeannette, se lei avesse avuto l'alito fetido di alcool. E probabilmente lei si sarebbe chiesta perché era così freddo, e lui non avrebbe avuto il coraggio di spiegarle quale ripugnanza gli ispirasse, perché dicendoglielo l'avrebbe ferita. E, per peggiorare le cose, lei si sarebbe sentita ferita in ogni caso, se lui non avesse dato spiegazioni. Prima che se ne andasse, Jeannette tornò a baciarlo sulle labbra, ormai gelide. — Presto! Rimarrò sveglia ad aspettarti. — Sì. CAPITOLO UNDICESIMO Hal Yarrow bussò leggermente alla porta dell'appartamento di Fobo. La porta non si aprì immediatamente. Non c'era da meravigliarsi. C'era tanto rumore, là dentro. Hal bussò più forte, anche se non avrebbe voluto farlo: non voleva attirare l'attenzione di Pornsen. L'acai abitava nell'appartamento di fronte a quello di Fobo, e avrebbe potuto aprire la porta per vedere che cosa stava succedendo. E quella non era la sera più adatta perché Pornsen lo vedesse mentre andava a far visita all'empatista. Benché Hal avesse il diritto di entrare nella casa di un wog senza essere accompagnato da un acai, si sentiva inquieto a causa di Jeannette. Non era da escludersi che l'acai entrasse nel puka di Hal, mentre lui era assente, per fare un po' di spionaggio non ufficiale. E, se lo avesse fatto, Pornsen avrebbe avuto Hal in pugno. E sarebbe stata la fine. Ma Hal si consolò pensando che Pornsen non era affatto coraggioso. Se si fosse preso la libertà di entrare nel suo appartamento, avrebbe dovuto correre anche il rischio di venire scoperto. E Hal, che era un Lamedhiano, ormai aveva abbastanza influenza da far destituire Pornsen... anzi, avrebbe
potuto persino farlo mandare al D. Hal bussò di nuovo alla porta, con forza, con impazienza. Questa volta, la porta si spalancò. Abasa, la moglie di Fobo, gli sorrise. — Hal Yarrow! — esclamò, e proseguì, in Siddo: — Benvenuto! Perché non sei entrato senza bussare? Hal ne fu scandalizzato. — Ma non potevo fare una cosa simile! — disse. — E perché no? — Perché noi non lo facciamo. Abasa alzò le spalle, ma era troppo bene educata per fare commenti. — Bene, accomodati — disse, senza smettere di sorridere. — Non ti mordo! Hal entrò e si chiuse la porta alle spalle, non prima di aver lanciato un'occhiata verso la porta dell'appartamento di Pornsen. Era chiusa. All'interno, le grida di dodici bambini wog che stavano giocando echeggiavano tra le pareti di una stanza grande come un campo da pallacanestro. Abasa condusse Hal verso l'estremità opposta della stanza, dove c'era un corridoio. Passarono davanti a una tavola alla quale erano sedute tre femmine wog, evidentemente amiche di Abasa. Erano occupate a ricamare, e intanto chiacchieravano tra loro e sorseggiavano il contenuto degli alti bicchieri. Hal non riuscì a capire le poche parole che udì; le femmine wog, quando parlavano tra loro, usavano un vocabolario riservato al loro sesso. Ma quell'usanza, a quanto aveva capito Hal, si stava estinguendo rapidamente, a causa dell'incremento dell'urbanizzazione. Le figlie di Abasa, per esempio, non avevano imparato la lingua femminile. Abasa condusse Hal in fondo al corridoio, aprì una porta e annunciò: — Fobo, caro! C'è qui Hal Yarrow, il Senza-Naso. Sentendosi descrivere in quel modo, Hal sorrise. Quando aveva udito quell'espressione per la prima volta, si era offeso. Ma poi aveva saputo che i wog non lo consideravano affatto un insulto. Fobo venne sulla porta. Indossava soltanto una fascia scarlatta. E Hal non poté fare a meno di pensare, per la centesima volta, quanto era strano il torso degli Ozageni, con il petto senza capezzoli e la bizzarra forma delle scapole, attaccate alla spina ventrale. — Sii il benvenuto, Hal — disse Fobo in Siddo. Poi passò all'americano: — Shalom. Quale lieta occasione ti conduce qui? Siediti. Ti offrirei qualcosa da bere, ma sono appena rimasto in secca. Hal non pensava che la delusione gli si leggesse in faccia, ma Fobo do-
veva averla intuita comunque. — C'è qualcosa che non va? — domandò il wog. Hal decise di non perdere tempo. — Sì. Dove posso procurarmi una bottiglia di liquore? — Hai bisogno di liquore? Shib. Ti accompagnerò io. La taverna più vicina è un locale di infimo ordine; ti offrirà la possibilità di vedere da vicino un aspetto della società di Siddo che senza dubbio conosci pochissimo. Il wog entrò nel ripostiglio e ne uscì con le braccia cariche di indumenti. Si allacciò attorno al ventre un'ampia cintura di cuoio, poi vi appese un fodero che conteneva un fioretto piuttosto corto. Poi vi infilò una pistola. Si allacciò sulle spalle un lungo manto verde ornato di nastri neri, si mise in capo una calotta di colore verde scuro con antenne artificiali: il copricapo del clan delle Cavallette. Un tempo, sarebbe stato molto importante, per un wog di quel clan, portarlo sempre, quando usciva di casa. Ma ormai, il sistema dei clan era degenerato al punto che rappresentava soltanto una funzione sociale secondaria, benché avesse ancora una notevole importanza politica. — Ho bisogno anch'io di qualcosa da bere, di una bevanda alcolica — disse Fobo. — Vedi, nella mia qualità di empatista professionista, mi imbatto in molti casi che finiscono per fiaccare i nervi. Curo tanti nevrotici e tanti psicotici! Devo mettermi nei loro panni, sentire le loro emozioni come le sentono loro stessi. Poi esco dai loro panni ed esamino obiettivamente i loro problemi. Servendomi di questa... — (si indicò la testa) — ...e di questo... — (si indicò il naso) — ...divento prima loro, poi ritorno me stesso, e qualche volta li metto in grado di guarire. Hal sapeva che, quando Fobo si indicava il naso, intendeva dire che le due antenne estremamente sensibili, all'interno della proboscide, erano in grado di individuare il tipo e il flusso delle emozioni dei suoi pazienti. L'odore del sudore di un wog era più significativo delle espressioni della sua faccia. Fobo guidò Hal lungo il corridoio, fino alla grande sala: disse ad Abasa dove stava andando e le strofinò dolcemente il naso contro il naso. Poi porse a Hal una maschera, che aveva la forma del viso di un wog, e ne mise una a sua volta. Hal non chiese a che cosa servisse. Sapeva che tutti i Siddo avevano l'abitudine di portare maschere notturne. Avevano uno scopo molto funzionale, perché difendevano dagli insetti. Fobo spiegò quale fosse la loro funzione sociale: — Noi Siddo delle classi superiori non ci togliamo le maschere, quando
andiamo a... com'è l'espressione americana? — A divertirci nei bassifondi? — disse Hal. — Quando una persona di classe superiore si reca in un locale di classe inferiore per divertimento? — Sì, nei bassifondi — disse Fobo. — Di solito, non tengo la maschera quando entro in un locale di bassa categoria, perché ci vado per divertirmi insieme a quella gente, non per ridere di loro. Ma questa sera, poiché tu sei un... arrossisco a dirlo, un Senza Naso... credo che staremo più tranquilli se terrai la maschera. Quando furono usciti sulla strada, Hal domandò: — Perché hai preso la spada e la pistola? — Oh, non si corrono grandi pericoli in questa zona. Ma è meglio essere prudenti. Ricordi cosa ti ho detto quando eravamo tra le rovine? Gli insetti del mio pianeta si sono evoluti e specializzati molto più degli insetti del tuo mondo, a quanto tu mi hai raccontato. Conosci i parassiti che infestano i formicai? Le blatte che sembrano formiche e che derubano le formiche grazie alla loro somiglianza? Le formiche pigmee e le altre creature che vivono nelle pareti dei formicai e rubano le uova e le larve? «Anche noi abbiamo creature di questo genere... ma la loro preda siamo noi. Creature che si nascondono nelle fogne o nelle cantine o negli alberi cavi o nelle buche del terreno, e la notte si aggirano per la città. È per questo che non permettiamo ai nostri figli di uscire, quando scende il buio. Le nostre strade sono bene illuminate e ben sorvegliate, ma spesso tra l'una e l'altra ci sono ampie zone boscose...» Stavano attraversando un parco, lungo un sentiero illuminato da alti lampioni a gas. Siddo era ancora nella fase di transizione tra le forme più antiche di illuminazione e l'elettricità; non era insolito vedere una strada illuminata da lampade elettriche, e la strada seguente illuminata da lampioni a gas. Quando uscirono dal sentiero del parco e imboccarono una strada molto ampia, Hal vide altre caratteristiche tipiche della civiltà di Ozagen: il vecchio e il nuovo fianco a fianco. Carrozze trainate da animali dalle zampe munite di zoccoli, e veicoli a vapore. Gli animali e le macchine viaggiavano su una strada coperta dalla caratteristica erba corta e dura, resistentissima, che non si consumava sotto l'attrito continuo del traffico. E gli edifici erano così lontani l'uno dall'altro che era difficile convincersi di trovarsi nel cuore di una metropoli. Peccato, pensò Hal. I wog avevano Lebensraum più che sufficiente, ora. Ma l'incremento demografico rendeva inevitabile il sorgere di nuovi edifici, che avrebbero fatalmente occu-
pato tutti gli spazi disponibili. Un giorno, Ozagen sarebbe stato affollato quanto la Terra. Poi si corresse. Affollato, certo, ma non di wogglebug. Se la Gabriel avesse compiuto la sua missione, gli esseri umani dell'Unione Haijiaca avrebbero sostituito gli indigeni. A quel pensiero, provò una fitta di dolore e si disse... irrealisticamente, certo... che quell'evento era orribile, ingiusto. Che diritto avevano gli uomini, esseri di un altro pianeta, di venire qui e di assassinarne spietatamente tutti gli abitanti? Ne avevano il diritto, poiché così aveva detto il Precursore. — Ci siamo — disse Fobo. Indicò un edificio davanti a loro. Era alto tre piani, aveva una forma abbastanza simile a quella di uno ziggurat, e arcate che scendevano dai piani superiori fino al suolo. Sugli archi c'erano dei gradini, che consentivano il passaggio degli inquilini dei piani superiori. Come molti altri vecchi edifici di Siddo, non aveva scale interne. Gli inquilini salivano direttamente dalla strada fino ai rispettivi appartamenti. Comunque, per quanto l'edificio fosse antico, la taverna esibiva una grande insegna elettrica, sfolgorante. — "La Valle Felice di Duroku" — disse Fobo, traducendola. Il bar era nella cantina. Hal rabbrividì quando si sentì avvolgere dall'odore urtante del liquore che saliva dai gradini, ma seguì il wog. Quando fu sulla soglia, si fermò. Il forte odore dell'alcool si mescolava alle note chiassose di una musica sconosciuta e a una conversazione ancora più chiassosa. I wog si affollavano attorno alle tavole esagonali e si chinavano sopra i boccali di peltro, urlando per farsi sentire. Qualcuno agitò disordinatamente le mani e un boccale finì per terra, rumorosamente. Una cameriera arrivò di corsa, con uno straccio, per asciugare la macchia. Quando si chinò, un wogglebug molto grasso, verde in viso e gioviale, la sculacciò. I suoi compagni di tavolata scoppiarono a ridere, spalancando le bocche a V. Anche la cameriera rise, e rivolse al grassone una frase che doveva essere spiritosa, perché gli avventori seduti ai tavoli vicini sghignazzarono. Sul palco in fondo alla sala, un'orchestrina di cinque elementi suonava note rapide e bizzarre. Hal vide tre strumenti che somigliavano a quelli terrestri: un'arpa, una tromba e un tamburo. Ma il quarto orchestrale non produceva personalmente la musica: ogni tanto pungolava con un lungo stecco una creatura ingabbiata, simile a una locusta e grande quanto un coni-
glio. Quando veniva sollecitato in quel modo, l'insetto si strofinava le elitre contro le zampe posteriori ed emetteva quattro trilli acuti seguiti da uno stridio lungo e irritante. Il quinto suonatore manovrava un mantice collegato a una sacca e a tre tubi corti e stretti, dai quali usciva un sottile pigolio. — Non credere che questa specie di baccano sia tutta la nostra musica — disse Fobo. — È robetta popolare. Ti porterò a un concerto sinfonico, uno di questi giorni, e sentirai che cos'è la nostra vera musica. Il wog condusse Hal a una delle nicchie, coperte da tendaggi, che si allineavano lungo i muri del locale. Sedettero. Una cameriera si avvicinò. Il sudore le scendeva dalla fronte lungo il naso tubolare. — Tieni la maschera finché non ci avrà portato da bere — disse Fobo. — Poi potremo chiudere le tende. La cameriera disse qualcosa nella lingua dei wog. Fobo ripeté in americano, per cortesia verso Hal: — Birra, vino o succo di blatta. In quanto a me, non voglio saperne dei primi due. È roba per donne e bambini. Hal non voleva perdere la faccia. Rispose, con una spavalderia che era ben lungi dal provare: — L'ultimo, naturalmente. Fobo alzò due dita. La cameriera ritornò quasi subito, portando due grossi boccali. Il wog chinò il naso nel vapore del liquido e inspirò profondamente. Chiuse gli occhi estasiato, alzò il boccale e bevve, a lungo. Quando depose il bicchiere, ruttò sonoramente e schioccò le labbra. — È buono quando viene su come quando va giù! — esclamò. Hal era nauseato. Aveva buscato troppe frustate, da bambino, perché ruttava. — Ma, Hal — osservò Fobo — tu non bevi! Yarrow rispose, debolmente: — Damif'ino — che era l'equivalente Siddo di: "Spero che non faccia male". E bevve. Il fuoco gli scese lungo la gola come la lava giù per le pendici di un vulcano. E, come un vulcano, Hal eruttò. Tossì e gemette, il liquore gli schizzò dalla bocca, gli occhi gli si chiusero, spremendo grosse lacrime. — Ottimo, non è vero? — chiese Fobo, con calma. — Sì, ottimo — gracchiò Yarrow. Pensava che la sua gola ne avrebbe portato per sempre le cicatrici. Benché avesse sputato quasi tutto il liquido, un po' doveva essergli sceso nell'intestino e nelle gambe, perché sentì una marea di calore salire dal basso, come attirata da una luna invisibile che gli
girasse dentro la testa: una luna gigantesca che si gonfiava e premeva contro la calotta del suo cranio. — Beviamone un altro. Hal riuscì meglio al secondo tentativo; almeno esteriormente, perché non tossì e non sputacchiò. Ma nel suo interno le cose andarono diversamente. Gli intestini si rattrappirono; per qualche istante, temette di non riuscire a trattenerlo nello stomaco. Dopo un paio di profonde boccate d'aria, però, cominciò a sperare di poter tenere giù il liquido. Poi fu costretto a ruttare. La lava gli risalì fino a metà della gola, prima che riuscisse a ricacciarla indietro. — Scusami — disse, arrossendo. — Perché? — chiese Fobo. Hal pensò che quella era la battuta più buffa che avesse mai udito. Rise forte e sorseggiò il contenuto del boccale. Se fosse riuscito a vuotarlo in fretta e se poi fosse riuscito a comprarne una bottiglia per Jeannette, sarebbe potuto rientrare. Quando il boccale fu vuoto per metà, Hal sentì la voce di Fobo, fioca e lontana come se gli giungesse attraverso una lunga galleria sotterranea, chiedergli se desiderava vedere il luogo dove veniva preparato l'alcool. — Shib — disse Hal. Si alzò, ma dovette puntellarsi al tavolo con una mano, per reggersi. Il wog gli disse di mettere di nuovo la maschera. — I terrestri destano ancora molta curiosità. Non vorrai perdere tutta la serata rispondendo alle domande altrui. O bevendo ciò che potrebbero importi di bere. Si fecero largo tra la folla rumorosa, fino a una stanzetta nel retrobottega. Poi Fobo fece un gesto ed esclamò: — Guarda! Ecco il kesarubu! Hal guardò. Se le sue inibizioni non fossero state spazzate via in parte dal liquore, avrebbe provato una repulsione insormontabile. Ma adesso provò soltanto una forte curiosità. La creatura che sedeva al tavolo poteva venire scambiata per un wog, a prima vista. Aveva il ciuffo biondo, la calvizie, il naso, la bocca a forma di V dei wog. E aveva il corpo rotondo e la pancia enorme di molti Ozageni. Ma quando Hal lo guardò meglio, alla viva luce della lampadina appesa al soffitto, vide che la creatura aveva il corpo coperto da una corazza di chitina dura, di un colore verde pallido. E, benché indossasse un lungo mantello, aveva le braccia e le gambe nude: non erano coperte di pelle li-
scia, ma erano cerchiate, segmentate, coperte da piastre d'armatura, come tubi di stufa. Fobo parlò a quell'essere. Yarrow comprese alcune delle parole e riuscì a intuire le altre. — Ducko, questo è il signor Yarrow. Saluta il signor Yarrow, Ducko. I grandi occhi azzurri guardarono Hal. Non c'era nulla che li distinguesse dagli occhi di un wog, eppure sembravano inumani, appartenenti del tutto a un artropodo. — Salve, signor Yarrow — disse Ducko, con voce da pappagallo. — Di' al signor Yarrow che è una bella serata. — È una bella serata, signor Yarrow. — Digli che Ducko è lieto di vederlo. — Ducko è lieto di vederti. — E di servirlo. — E di servirti. — Mostra al signor Yarrow come fai a produrre il succo di blatta. Un wog che era ritto accanto alla tavola consultò l'orologio, poi parlò rapidamente in Ozageno. Fobo tradusse. — Doroku dice che Ducko ha mangiato mezz'ora fa. Dovrebbe essere pronto. Queste creature mangiano un pasto molto abbondante ogni mezz'ora, poi... guarda! Duroku depose sulla tavola una grossa ciotola di terracotta. Ducko si chinò, in modo che un tubo lungo pochi centimetri, che gli sporgeva dal petto, si appoggiasse sopra l'orlo della ciotola. Probabilmente quel tubo era un'apertura tracheale modificata, pensò Hal. Un liquido cristallino zampillò dal tubo nella ciotola, la riempì fino all'orlo. Duroku prese la ciotola e la portò via. Dalla cucina uscì un Ozageno con un piatto che, come Hal seppe più tardi, era pieno di spaghetti molto zuccherati. Il wog posò il piatto e Ducko cominciò a mangiare, servendosi di un grosso cucchiaio. Il cervello di Hal non riusciva a funzionare speditamente, ma comunque, pian piano, cominciò a comprendere ciò che era successo. Si guardò intorno, freneticamente, alla ricerca di un posto dove vomitare. Fobo gli cacciò un bicchiere sotto il naso. Poiché non sapeva che altro fare, Hal ne bevve un po'. Con suo grande stupore, quel liquido fiammeggiante gli rimise a posto lo stomaco: o forse bruciò la marea che stava salendo. — Esattamente — rispose Fobo, alla domanda sussurrata da Hal. —
Quelle creature costituiscono un esempio superbo di mimetismo parassitario. Benché siano veri insetti, ci somigliano molto. Abitano tra noi e si guadagnano la vita fornendoci una bevanda gustosa e a buon mercato. «Hai notato che ventre enorme, shib? È lì dentro che producono così rapidamente l'alcool e lo rigurgitano con tanta facilità. Semplice e naturale, vero? Duroku ne altri due che lavorano per lui, ma questa è la loro serata di libertà, e senza dubbio sono finiti in qualche taverna dei dintorni, a ubriacarsi. Come si dice, la vacanza del marinaio consiste nell'andare in barca!» Hal esplose. — Non possiamo comprare una bottiglia e andarcene? Mi sento male. Deve essere l'aria viziata. O qualcosa d'altro. — Qualcosa d'altro, probabilmente — mormorò Fobo. Mandò una cameriera a prendere due bottiglie. Mentre l'aspettavano, videro entrare un wog piuttosto basso, che indossava la cappa e la maschera. Il nuovo venuto si fermò sulla porta, a gambe larghe; il naso tubolare della maschera puntava in tutte le direzioni, come il periscopio di un sommergibile in cerca di preda. Hal boccheggiò. — Pornsen! — disse. — Vedo la sua uniforme sotto la cappa! — Shib — rispose Fobo — la spalla più bassa dell'altra e gli stivali lo tradiscono. Chi crede di poter ingannare? Hal si guardò attorno, disperatamente. — Devo uscire di qui, presto! La cameriera ritornò con le bottiglie. Fobo la pagò e diede una bottiglia a Hal, che, meccanicamente, se l'infilò in una delle numerose tasche interne della cappa. L'acai li vide, ma non li riconobbe. Yarrow aveva la maschera, mentre Fobo doveva sembrare, agli occhi di Pornsen, esattamente simile a tutti gli altri wog. Tuttavia, metodico come sempre, Pornsen doveva avere deciso di compiere una ricerca accurata. Rialzò la spalla cadente e cominciò ad aprire le tende degli scomparti allineati lungo la parete. Quando trovava un wog mascherato, sollevava la grottesca copertura e lo guardava in faccia. Fobo ridacchiò e disse, in americano: — Non riuscirà ad andare avanti a lungo. Cosa crede che siamo, noi Siddo? Un branco di topi? E ciò che aveva previsto accadde.
Un robusto wog si levò di scatto, quando Pornsen tese la mano per togliergli la maschera, e strappò invece la maschera all'acai. Sorpreso nel vedere i lineamenti non Ozageni, il wog lo fissò per un secondo. Poi lanciò un grido, esclamò qualcosa e sferrò un pugno sul naso al terrestre. E subito si scatenò il finimondo. Pornsen indietreggiò, vacillando. Andò a sbattere contro un tavolo e lo rovesciò, sparpagliando per terra i boccali, poi perse l'equilibrio e volò in terra. Due wog gli balzarono addosso. Un terzo wog ne colpì un quarto, che restituì il pugno. Duroku, che impugnava un corto randello, arrivò di corsa e cominciò a picchiare sulle gambe e sulla schiena i clienti che prendevano parte alla zuffa. Qualcuno gli buttò in faccia del succo di blatta. E, in quel momento, Fobo girò un interruttore e fece precipitare tutta la taverna nell'oscurità. Hal restò immobile, sbalordito. Si sentì afferrare per la mano. — Seguimi! Colui che lo aveva preso per mano lo trascinò via. Hal si girò, si lasciò guidare, incespicando, verso l'uscita posteriore... o almeno, così gli parve. Ma molti altri avevano avuto la stessa idea. Hal venne travolto, calpestato. La mano di Fobo si staccò dalla sua. Yarrow gridò per chiamare il wog, ma la risposta, se pure c'era stata una risposta, venne sommersa dal coro di: «Scappa! Togliti di dosso, stupido figlio di un insetto! Grande Larva, la porta è intasata!» In mezzo al frastuono si udirono alcune secche esplosioni. Hal si sentì soffocare da un fetore terribile: i wog, in preda alla tensione nervosa, avevano scaricato il gas delle loro ghiandole odoripare. Boccheggiando, Hal si fece largo con la forza verso la porta. Pochi secondi più tardi, la sua lotta frenetica gli assicurò la libertà. Uscì, e si trovò in una specie di vicolo. E cominciò a correre con tutte le sue forze. Non sapeva dove stava andando. Il suo unico pensiero era quello di mettere la maggiore distanza possibile tra sé e Pornsen. Le luci ad arco, alla sommità di alti pali di ferro, gli passarono accanto, lampeggiando. Corse via, quasi sfiorando con la spalla gli edifici. Voleva restare nell'ombra dei balconi sporgenti. Dopo un istante rallentò, giunto a un passaggio molto stretto. Gli bastò un'occhiata per accertarsi che non era un vicolo cieco. Corse, disperatamente, fino a che non arrivò di fronte a un grande bidone quadrato, che a giudicare dall'odore doveva essere un cassone della
spazzatura. Rannicchiato dietro il bidone, cercò di riprendere fiato. Alla fine, i suoi polmoni riacquistarono l'equilibrio; non era più costretto a inalare a singhiozzi l'aria. E riuscì ad ascoltare senza che il cuore gli pulsasse nelle orecchie. Non c'era nessuno che lo inseguisse. Dopo un poco, decise che avrebbe potuto alzarsi senza pericolo. Si tastò la bottiglia, ancora contenuta nella tasca della cappa. Miracolosamente, non si era rotta. Jeannette avrebbe avuto il suo liquore. Che avventura aveva da raccontarle! Dopo tutto ciò che aveva fatto per lei, aveva diritto a una giusta ricompensa... Rabbrividì a quel pensiero e si avviò lungo il vicolo, ad andatura sostenuta. Non sapeva dove si trovava, ma aveva in tasca una pianta della città: era stata stampata a bordo dell'astronave e indicava i nomi delle strade in Ozageno, con accanto la traduzione americana e islandese. Doveva soltanto consultare le targhe delle strade appese ai lampioni, orientarsi con la pianta e fare ritorno a casa. In quanto a Pornsen... bene, l'acai non aveva prove contro di lui, e non lo avrebbe accusato finché non fosse riuscito a procurarsene. La lamedh d'oro poneva Hal al di sopra di ogni sospetto. Pornsen... CAPITOLO DODICESIMO Pornsen! Non appena mormorato il nome, Hal lo vide in carne e ossa. Udì uno scalpiccio di stivali pesanti dietro di lui. Si girò: una figura bassa, avvolta nel mantello, percorreva il vicolo. Al chiarore del lampione si scorgeva la spalla curva, si vedeva il luccichio degli stivali. E non aveva la maschera. — Yarrow! Yarrow! — strillò l'acai, trionfalmente. — È inutile che tu fugga! Ti ho visto nella taverna. Non riuscirai a salvarti, ormai! Avanzò, con rumore di tacchi, fino alla figura rigida del suo ex pupillo. — Hai bevuto! So che hai bevuto! — Davvero? — gracchiò Hal. — E che altro? — Non è abbastanza? — esclamò l'acai. — O nascondi qualcosa nel tuo appartamento? Forse sì! Forse hai la casa piena di bottiglie. Andiamo! Torniamo al tuo appartamento. Lo frugheremo e vedremo che cosa troveremo. Non mi sorprenderebbe trovare le prove del tuo modo irreale di pen-
sare. Hal curvò le spalle e strinse i pugni, ma non disse nulla. Quando l'acai gli ordinò di precederlo verso la casa di Fobo, obbedì senza offrire la minima resistenza. I due uomini, conquistatore e conquistato, uscirono dal vicolo e raggiunsero la strada. Tuttavia Yarrow guastò un po' il quadro, perché vacillava ed era costretto ad appoggiarsi al muro per riacquistare l'equilibrio. Pornsen sghignazzò. — Joat ubriacone! Mi hai fatto venire la nausea. Hal tese il braccio. — Non è l'unico ad avere la nausea. Guardi quel tale. Non era veramente interessato, ma sperava disperatamente che tutto ciò che diceva o faceva, per quanto trascurabile, potesse procrastinare il momento fatale del rientro nell'appartamento. Ora, Hal indicò un grosso wog, evidentemente ubriaco, che si aggrappava a un lampione per non cadere. Sembrava la caricatura di un ubriacone della Terra del secolo diciannovesimo o ventesimo, completo di cappello a cilindro, mantello e lampione. E, di tanto in tanto, quella creatura gemeva come se soffrisse atrocemente. — Faremmo meglio a fermarci e a vedere se è ferito — disse Hal. Doveva dire qualcosa: qualunque cosa, pur di far perdere tempo a Pornsen. Prima che il suo aguzzino potesse protestare, si avvicinò al wog. Gli posò una mano sul braccio libero (con l'altro, il wog si teneva al lampione) e gli chiese, in Siddo: — Possiamo esserti d'aiuto? Anche il grosso wog aveva l'aria di essere appena uscito da una zuffa. La sua cappa, stracciata sul dorso, era macchiata di sangue verde, disseccato. Nascondeva la faccia a Hal, e il terrestre faticava a capire ciò che andava borbottando. Pornsen tirò Hal per il braccio. — Andiamo, Yarrow. Si rimetterà subito! E che c'importa, se c'è un insetto che sta male? — Shib — disse Hal, con voce incolore. Lasciò ricadere la mano e fece per avviarsi. Pornsen, che era dietro di lui, fece un altro passo... e poi andò a sbattere contro Hal, che si era fermato di colpo. — Perché ti sei fermato, Yarrow? — chiese l'acai. Nella sua voce, all'improvviso, si affacciò una sfumatura di apprensione. E poi quella stessa voce lanciò un lungo urlo di dolore.
Hal si girò di scatto... e vide, con orribile realtà, ciò che gli era balzato nella mente e lo aveva costretto a fermarsi di colpo. Quando aveva posato la mano sul braccio del wog, aveva sentito non la pelle calda, ma la chitina dura e fredda. Per qualche istante, il significato di quel particolare non era riuscito a raggiungere il suo cervello. Poi l'aveva raggiunto, e lui aveva ricordato la conversazione avuta con Fobo mentre si dirigevano verso la taverna, si era ricordato del motivo per cui Fobo portava la spada. E si era girato di scatto, ma troppo tardi, per mettere in guardia Pornsen. Ora l'acai si premeva le mani sugli occhi e urlava. La grossa creatura che si era appoggiata fino a quell'istante al lampione stava avanzando verso Hal. Il suo corpo sembrava ingigantire a ogni passo. La sacca pettorale si gonfiò, fino ad assumere l'aspetto di un pallone grigio e palpitante; poi una specie di sibilo lamentoso ne accompagnò lo sgonfiamento. L'orribile faccia da insetto, con le due braccia atrofizzate che si agitavano ai lati della bocca, e la proboscide a forma di imbuto, era puntata contro di lui. E Hal, poco prima, aveva scambiato quella proboscide per un naso di wog. Ma in realtà, quell'essere respirava attraverso la trachea: attraverso le due fenditure poste sotto gli occhi enormi. Normalmente, il suo respiro doveva uscire rumorosamente da quelle fenditure, ma la creatura lo aveva certamente trattenuto per non mettere in guardia le sue vittime. Hal lanciò un grido di spavento. Nello stesso istante, afferrò la cappa e l'alzò per ripararsi il volto. Forse la maschera lo avrebbe salvato, ma non aveva intenzione di correre rischi. Qualcosa gli bruciò il dorso della mano. Lanciò un grido di dolore, ma spiccò un balzo in avanti. Prima che l'essere riuscisse ad aspirare altra aria per gonfiare il sacco pettorale ed espellere l'acido attraverso l'imbuto, Hal si precipitò a testa bassa contro il suo ventre. L'essere emise un gemito e cadde riverso; rimase al suolo, disteso sul dorso, agitando disperatamente le gambe e le braccia come un gigantesco insetto velenoso... quale era, infatti. Poi, mentre si riprendeva dal colpo e rotolava cercando di rimettersi in piedi, Hal scalciò con tutte le sue forze. E la scarpa di cuoio affondò, con uno schianto, nella sottile corazza chitinosa. Hal ritrasse il piede: dalla ferita uscì del sangue, scuro nella luce del lampione. Hal sferrò un altro calcio, contro la lacerazione.
L'essere urlò cercò di trascinarsi via, a quattro zampe. Il terrestre gli balzò addosso, lo colpì coi piedi e l'inchiodò sul cemento del marciapiede. Premette il tacco contro il collo esile e poi spinse, con tutta l'energia dei muscoli della gamba. Il collo si spezzò, e l'essere rimase immobile. La mascella inferiore si spalancò, scoprendo due file di minuscoli denti acutissimi. Le braccia rudimentali attorno alla bocca si agitarono debolmente per qualche istante, poi ricaddero. Hal avvertì una terribile oppressione al petto. Non riusciva a respirare. Le viscere gli si torcevano, minacciando di risalirgli su per la gola. Poi riuscirono a farlo, e Hal si piegò per vomitare. E all'improvviso, tutti i fumi dell'alcool svanirono. Pornsen aveva smesso di gridare. Giaceva rannicchiato sul fianco, nel fossato che costeggiava la strada. Hal girò Pornsen e rabbrividì, quando lo vide. Gli occhi erano bruciati, le labbra erano coperte di grosse vesciche grigie. La lingua, che sporgeva dalla bocca, era gonfia, enorme. Evidentemente, Pornsen aveva trangugiato parte del veleno. Hal si rialzò e si allontanò. Una pattuglia di wog avrebbe trovato il corpo dell'acai e l'avrebbe riconsegnato ai terrestri. E poi, ci pensasse pure la gerarchia a ricostruire i fatti! Pornsen era morto, e Yarrow ammise finalmente, di fronte a se stesso, ciò che non aveva mai osato ammettere prima di quel momento. Aveva odiato Pornsen. Ed era felice che fosse morto. E se Pornsen aveva sofferto atrocemente, che importava? La sua sofferenza era stata breve, ma le sofferenze e le umiliazioni che aveva inflitto ad Hal erano durate quasi per trent'anni. Un rumore, dietro di lui, lo costrinse a voltarsi di scatto. — Fobo? — chiamò. Vi fu un gemito, seguito da qualche parola, resa confusa dalla sofferenza. — Pornsen? Non puoi... tu sei... tu sei morto. Ma Pornsen era vivo. Si stava rialzando, e vacillava. Tese le mani davanti a sé come per farsi strada a tentoni, mosse qualche passo debolissimo. Per un istante, Hal fu così atterrito che pensò di fuggire. Ma si costrinse a restare lì, inchiodato al suolo, e a pensare razionalmente. Se i wog avessero trovato Pornsen, l'avrebbero portato ai medici della Gabriel. E i medi-
ci avrebbero dato a Pornsen occhi nuovi, prelevandoli dalla banca degli organi di ricambio, e gli avrebbero iniettato sostanze rigenerative. E fra due settimane, la lingua di Pornsen sarebbe ricresciuta. E lui avrebbe parlato. Precursore, come avrebbe parlato! Due settimane? No, subito! non c'era nulla che impedisse a Pornsen di scrivere. Pornsen gemeva per la sofferenza fisica, Hal per la sofferenza mentale. Gli restava una sola cosa da fare. Si avvicinò a Pornsen e lo prese per mano. L'acai rabbrividì, poi disse qualcosa di inintelligibile. — Sono Hal — disse Yarrow. Pornsen tese la mano libera, si tolse dalla tasca un taccuino e una penna, Hal gli lasciò l'altra mano. Pornsen scrisse qualcosa, poi gli tese il taccuino. La luce della luna era abbastanza limpida per consentirgli di leggere. Le parole erano scarabocchiate; ma, anche cieco, Pornsen era in grado di scrivere in modo leggibile. "Portami alla Gabriel, figliolo. Ti giuro sul Precursore che non dirò nulla a nessuno del liquore. Ti sarò grato in eterno. Ma non lasciarmi qui nel mio dolore in balia dei mostri. Ti amo." Hal gli batté una mano sulla spalla. — Mi prenda per mano — disse. — La condurrò io. Nello stesso istante, sentì un rumore che proveniva da una certa distanza, sulla strada. Un gruppo chiassoso di wog si stava dirigendo verso di lui. Condusse Pornsen nel parco vicino, tra gli alberi e i cespugli. Dopo aver percorso un centinaio di metri, arrivarono a una folta macchia di alberi. Hal si fermò. Dal folto del boschetto gli giunsero suoni sconosciuti... scatti secchi e ansimi. Guardò dietro un albero e vide immediatamente la causa del rumore. La chiara luce della luna cadeva sul corpo di un wog: o meglio, su ciò che ne rimaneva. La metà superiore era stata spogliata della carne. E attorno al cadavere, e sopra di esso, c'erano numerosi insetti di color bianco argenteo. Somigliavano alle formiche, ma erano alti una trentina di centimetri. Il ticchettio proveniva dalle loro mandibole intente a divorare il cadavere. L'ansimo proveniva dalle sacche polmonari che si gonfiavano e si sgonfiavano nel respiro. Hal aveva creduto di essere ben nascosto, ma gli insetti dovevano essersi accorti della sua presenza. Scomparvero all'improvviso nell'ombra degli
alberi, sul lato opposto del boschetto. Esitò, poi capì che doveva trattarsi di insetti-becchini, che non avrebbero infastidito una persona viva e in buona salute. Probabilmente, il wog era un ubriaco che era svenuto o si era addormentato ed era stato ucciso dalle formiche. Guidò Pornsen fino al cadavere, e lo esaminò. Guardò, incuriosito, la parte di scheletro messa a nudo dalle formiche, perché era la prima volta che aveva la possibilità di osservare la struttura ossea degli indigeni. La colonna vertebrale del wog era situata nella parte anteriore del torso; si alzava dal bacino, di forma umana, in una curva che sembrava l'immagine speculare della spina dorsale dell'uomo. Tuttavia, due sacche dell'intestino erano disposte ai lati della spina, davanti al bacino, e formavano uno stomaco con una cavità centrale. Lo stomaco di un wog vivo nascondeva quella depressione, perché la pelle vi aderiva strettamente. C'era da aspettarsi una simile struttura interna in un essere che si era evoluto da antenati simili a quelli degli insetti. Centinaia di milioni d'anni prima, il bis-bis (all'n-ma potenza) nonno dei wog era un pre-artropodo simile a un verme e per nulla specializzato. Ma l'evoluzione aveva deciso di trasformare quel verme in un essere senziente. E, rendendosi conto dei limiti dei veri artropodi, l'evoluzione aveva separato il bisnonno all'n-ma potenza del wog dal phylum degli artropodi. Mentre i crostacei, gli aracnidi e gli insetti avevano sviluppato un esoscheletro e molte zampe, l'n-bisnonno dei wog non li aveva imitati. Si era rifiutato di indurire la sua pelle delicata fino a formare una corazza chitinosa. Si era invece costruito uno scheletro interno. Ma il suo sistema nervoso centrale era tuttora ventrale, e non era riuscito a spostare all'indietro i nervi spinali e la notocorda anteriore. Perciò, li aveva lasciati dov'erano, e li aveva coperti d'osso. E il resto dello scheletro si era adattato di conseguenza. Gli organi interni di un wog erano inconfondibilmente diversi da quelli di un mammifero: ma, se la forma era diversa, la funzione era simile. Hal avrebbe voluto continuare la sua osservazione, ma aveva qualcosa da fare. Una cosa che avrebbe preferito evitare. Pornsen scrisse qualcosa sul taccuino e lo tese a Hal. "Figlio, soffro terribilmente. Ti prego, non esitare, riportami alla nave. Non ti tradirò. Ho mai infranto una delle mie promesse? Ti amo."
Hal pensò: l'unica promessa che tu mi abbia mai fatto è quella di frustarmi. Guardò le ombre tra gli alberi. I corpi pallidi delle formiche erano simili a una foresta di funghi. Stavano aspettando che lui se ne andasse. Pornsen mormorò qualcosa e sedette sull'erba, chinando il capo. — Perché devo fare una cosa simile? — mormorò Hal. E pensò: non è necessario. Jeannette e io potremmo chiedere asilo ai wog. Potremmo rivolgerci a Fobo. I wog potrebbero nasconderci. Ma lo farebbero? Se potessi essere sicuro. Ma non posso. Potrebbero consegnarci agli Uzziti. — È inutile esitare — mormorò. Poi gemette: — Perché devo farlo? Perché non è morto poco fa? E sguainò il lungo coltello, che portava infilato nello stivale. In quel momento, Pornsen alzò la testa e, con gli occhi coperti di cicatrici, guardò verso il cielo. La sua mano cercò quella di Hal. La spettrale caricatura di un sorriso si formò su quelle labbra ustionate. Hal alzò il coltello fino a che la punta non si trovò a una ventina di centimetri dalla gola di Pornsen. — Jeannette, lo faccio per te! — disse, a voce alta. Ma la punta del coltello non si mosse; e, pochi secondi dopo, si riabbassò. — Non posso — disse Hal. — Non posso. Sì, doveva fare qualcosa, qualcosa che impedisse a Pornsen di denunciarlo, o che permettesse a lui e Jeannette di sfuggire a quel pericolo. E poi, doveva fare in modo che Pornsen ricevesse le cure mediche adeguate. Le sofferenze di quell'uomo lo facevano star male, lo facevano rabbrividire. Se avesse potuto uccidere Pornsen, avrebbe posto fine a quelle sofferenze. Ma non poteva ucciderlo. Mormorando con le labbra ustionate, Pornsen avanzò di qualche passo. Teneva le mani davanti a sé, a livello del petto, e le faceva roteare, per cercare Hal. Hal si scostò. Stava riflettendo, disperatamente. Poteva fare una cosa soltanto. Doveva andare a prendere Jeannette e fuggire. Il suo primo pensiero, chiamare un wog perché portasse Pornsen alla nave, fu accantonato. Pornsen avrebbe dovuto continuare a soffrire, per qualche tempo, e cercare di alleviare la sofferenza dell'acai sarebbe stato un tradimento nei confronti di Jeannette... e di se stesso.
Pornsen era avanzato lentamente, esplorando l'aria con le mani, strascicando i piedi sull'erba per non incespicare contro un ostacolo inatteso. Poi, il suo piede urtò le ossa dell'indigeno. Si fermò, si chinò a toccarle. Quando le sue mani si chiusero attorno alle costole e al bacino, Pornsen rimase immobile, raggelato, atterrito. Rimase così per parecchi secondi, poi cominciò a tastare lo scheletro: le sue dita toccarono il cranio, lo palparono, palparono tutti i frammenti di carne che vi aderivano ancora. Poi, di colpo, atterrito, forse consapevole che ciò che aveva divorato le carni del wog poteva essere lì vicino, Pornsen si raddrizzò e corse via, a testa bassa. Un grido soffocato gli uscì dalla gola, mentre attraversava precipitosamente la radura. Poi, l'ululato altissimo si interruppe di colpo. Pornsen era andato a sbattere contro un tronco d'albero ed era caduto riverso. Prima che potesse rialzarsi, fu sopraffatto da un'orda ansimante e ticchettante di creature bianche come funghi. Ad Hal non venne neppure in mente che il suo comportamento non era razionale. Lanciò un grido e corse verso le formiche. Quando fu a metà della radura, vide quegli esseri sparire nell'ombra: ma non si allontanarono al punto di impedirgli di scorgere la loro massa bianca. Hal raggiunse Pornsen, si inginocchiò e lo esaminò. In quei pochi istanti, le formiche avevano lacerato gli abiti dell'uomo e gli avevano addentato le carni in molti punti. Gli occhi dell'acai fissavano il cielo; la carotide gli era stata recisa. Gemendo, Hal si alzò e si allontanò in fretta dal boschetto. Dietro di lui si levò un fruscio e un ansimo, mentre le formiche uscivano dal riparo degli alberi. Hal non si voltò a guardare. E, quando entrò nell'alone di luce del lampione, la pressione che lo assillava esplose. Le guance gli si inondarono di lacrime, le spalle gli tremarono per i singhiozzi, mentre le viscere parevano andare in pezzi. Non sapeva se era il dolore o se era il suo odio che trovava finalmente il modo di esprimersi, perché la causa di quell'odio non era più in grado di vendicarsi. Forse era odio e dolore insieme. E, qualunque fosse il sentimento che lo aveva aggredito, stava esercitando sul suo corpo l'effetto di un tossico: il suo corpo, infatti, lo espelleva. Ma, nello stesso tempo, gli dava l'impressione di volerlo bollire vivo. Comunque, stava uscendo da lui. Benché si sentisse sul punto di morire, quando arrivò a casa capì di essersi ormai liberato di quel veleno. La stan-
chezza gli appesantiva le braccia e le gambe: Hal riuscì a malapena a trovare l'energia di salire gli scalini che portavano all'ingresso principale del palazzo. E, nello stesso tempo, si sentiva il cuore leggero e forte: gli batteva serenamente, senza costrizioni, come se la mano immaginaria che lo aveva sempre serrato avesse all'improvviso allentato la stretta. CAPITOLO TREDICESIMO Uno spettro altissimo, avvolto in un sudario celeste, stava aspettando il terrestre alla luce della falsa alba. Era Fobo, l'empatista, ritto sotto l'arcata esagonale che conduceva nell'interno dell'edificio. Buttò indietro il cappuccio e mostrò il viso: aveva una graffiatura su una guancia e un cerchio nero attorno all'occhio destro. Fobo ridacchiò. — Qualche figlio di una blatta mi ha strappato la maschera e mi ha conciato per le feste — disse — ma è stato divertente. Fa bene sfogarsi, di tanto in tanto. E tu, come te la sei cavata? Temevo che ti avessero preso i poliziotti. In circostanze normali, non me ne sarei preoccupato, ma so che i tuoi colleghi, quelli a bordo della nave, aggrotterebbero la fronte davanti a certe attività. Hal sorrise, debolmente. — Aggrottare la fronte è un'espressione alquanto blanda. Si chiese come Fobo potesse conoscere la reazione della gerarchia. Che cosa sapevano, i wog, sul conto dei terrestri? Avevano intuito il gioco degli Haijiaci e si preparavano a reagire adeguatamente? E, in questo caso, in che modo potevano farlo? La loro tecnologia, a quanto ne sapeva Hal, era molto arretrata, rispetto a quella terrestre. Certo, sembrava che i wog conoscessero certe funzioni psichiche molto meglio dei terrestri, ma questo era comprensibile. La Schiesa aveva decretato, ormai da molto tempo, che la psicologia era ormai giunta alla perfezione, e quindi era inutile compiere ulteriori ricerche. La conseguenza era stata la completa paralisi delle scienze psicologiche. Hal alzò le spalle. Era troppo stanco per pensare a certe cose. Voleva soltanto andare a letto. — Ti racconterò più tardi quello che è successo — disse. — Posso indovinarlo — rispose Fobo. — La tua mano. Lascia che ti curi quell'ustione. Il veleno dei Notturni è molto doloroso. Come un bambino, Hal si lasciò condurre nell'appartamento del wog e si
lasciò applicare una pomata rinfrescante. — Adesso è proprio shib — disse Fobo. — Va' a letto. Domani mi racconterai tutto. Hal lo ringraziò e discese al suo piano. Faticò a inserire la chiave, e vi riuscì soltanto dopo aver pronunciato il nome di Sigmen invano. Quando ebbe chiuso a chiave la porta dietro di sé, chiamò Jeannette. La ragazza doveva essersi nascosta nell'armadio a doppio fondo della camera da letto, perché Hal sentì sbattere due portine. Un attimo dopo, Jeannette gli corse incontro e gli gettò le braccia al collo. — Oh, maw