VIRGINIA C. ANDREWS CARA DOLCE AUDRINA (My Sweet Audrina, 1982) Per Ann Patty, il mio editor, per Anita e Humphrey, i mi...
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VIRGINIA C. ANDREWS CARA DOLCE AUDRINA (My Sweet Audrina, 1982) Per Ann Patty, il mio editor, per Anita e Humphrey, i miei agenti, con gratitudine Ringrazio Richard W. Maurer Jr. per avermi coraggiosamente fornito un elenco di misfatti relativi al mercato azionario attribuiti, in questo libro, a Damian Jonathan Adare. Parte prima Whitefern C'era qualcosa di strano nella casa in cui sono cresciuta. C'erano ombre negli angoli e sussurri sulle scale e il tempo era insignificante come la chiarezza. Ma non saprei dire come facessi a saperlo. C'era in atto una guerra in casa nostra: una guerra silenziosa, senza rombi di cannoni, e i corpi che cadevano non erano che desideri morenti e le pallottole parole e il sangue versato si chiamava sempre orgoglio. Sebbene non fossi mai stata a scuola - avevo sette anni ed era ora che ci andassi - sembrava che sapessi tutto sulla Guerra Civile. Attorno a me la Guerra Civile infuriava ancora e, anche se fossero passati miliardi di anni, restava la guerra che non avremmo mai dimenticato giacché il nostro orgoglio ne era rimasto ferito e le nostre passioni bruciavano ancora. Eravamo stati ignobilmente sconfitti. Forse è per questo che continuava a far male. La mamma e zia Ellsbeth dicevano sempre che gli uomini amavano più di ogni altro argomento le discussioni accese sulla guerra, ma se è vero che esistevano altre guerre, quale che fosse la loro importanza, non se ne parlava mai in casa nostra. Papà leggeva qualunque libro, andava a vedere qualunque film, ritagliava qualunque fotografia che si riferisse a quella guerra tra fratelli, anche se i suoi antenati avevano combattuto contro quelli di mia madre. Era yankee di nascita ma sudista di elezione. La sera a tavola ci raccontava la trama dei lunghi romanzi sul generale Robert E. Lee e ci faceva resoconti raccapriccianti di tutte le battaglie più sanguinose. E
se buona parte di ciò che leggeva mi affascinava, non affascinava né mia zia, che preferiva la televisione, né mia madre, che preferiva leggere altri libri sostenendo che papà tralasciava sempre le parti migliori poiché non erano adatte a orecchie infantili. Cioè alle mie e a quelle di mia cugina Vera. Per quanto tutti credessero che Vera fosse mia sorella, io sapevo che era la figlia illegittima di mia zia - e che dovevamo tenerla al riparo dal pubblico disprezzo fingendo che fosse la mia sorella maggiore. Avevo anche una sorella maggiore legittima, ma era morta prima che venissi al mondo. Anche lei si chiamava Audrina e, sebbene fosse morta da un pezzo, era ancora fra noi. Papà non aveva mai dimenticato la prima - e migliore - Audrina e continuava a sperare che un giorno sarei diventata altrettanto eccezionale. A mia cugina Vera piaceva che la gente pensasse che era mia sorella. Non sapevo quanti anni avesse perché si rifiutava di dirmelo. Nessuno, in casa nostra, rivelava mai la propria età. Solo della mia si parlava in continuazione. Vera si vantava di poter avere gli anni che voleva: dieci, dodici, quindici e persino venti. Ed era vero : con qualche atteggiamento elegante e sofisticato riusciva a cambiare espressione e modi. Poteva sembrare adulta - o molto bambina - a seconda del suo stato d'animo. Si divertiva a prendermi in giro perché non avevo una chiara nozione del tempo. Diceva anche che ero saltata fuori, così com'ero, da un gigantesco uovo di struzzo all'età di sette anni. Diceva che avevo ereditato da quell'animale l'abitudine di nascondere la testa sottoterra fingendo che tutto andasse sempre bene. Non sapeva dei miei sogni e del disagio che mi procuravano. Fin dall'inizio capii che Vera mi era nemica anche se fingeva di essermi amica. Sebbene desiderassi disperatamente la sua amicizia sapevo che mi odiava. Era gelosa di me perché ero Audrina. Oh, quanto avrei voluto da Vera l'amore e l'ammirazione che talvolta provavo nei suoi confronti. E la invidiavo, anche, perché era normale e non doveva cercare di essere uguale a qualcuno che era morto. Nessuno sembrava curarsi del fatto che Vera non fosse eccezionale. Nessuno tranne Vera. Vera provava questo nel dirmi che neppure io ero speciale, ma solo stramba. A dire il vero anch'io pensavo che ci fosse qualcosa di strambo in me. Non ricordavo nulla della mia prima infanzia. Non ricordavo nulla del passato... di quello che avevo fatto la settimana o anche il giorno prima. Non avevo idea di come avessi imparato le cose che sapevo o per quale ragione sapessi cose che non avrei dovuto sapere. I molti orologi sparsi in quell'enorme casa contribuivano a confondermi
ulteriormente. Le pendole nei corridoi segnavano ore diverse; i cucù nelle loro casette di legno facevano capolino dalle porticine decorate contraddicendosi l'un l'altro; la splendida pendola francese nella camera dei miei genitori si era fermata da un pezzo a mezzanotte o a mezzogiorno, e un orologio cinese andava all'indietro. Con mia grande costernazione, per quanto frugassi ovunque, in casa non esistevano calendari, neppure vecchi. E i giornali non arrivavano mai il giorno giusto. Le uniche riviste erano vecchie, ammucchiate negli sgabuzzini, nascoste in soffitta. Niente veniva buttato via in casa nostra. Veniva conservato per i nostri discendenti, di modo che un giorno potessero venderlo e ricavarne una fortuna. Gran parte della mia insicurezza derivava dalla prima Audrina, morta esattamente nove anni prima che io nascessi. Era morta in circostanze misteriose nel bosco, dopo che alcuni ragazzi crudeli e senza cuore l'avevano deturpata in maniera indescrivibile, e per causa sua non dovevo inoltrarmi nel bosco, neppure per andare a scuola. E i boschi erano ovunque attorno a noi, ne eravamo quasi schiacciati. Ci circondavano su tre lati, il fiume Lyle sul quarto. Dovunque volessimo andare dovevamo traversare i boschi. La nostra casa era piena di fotografie della Prima e Migliore Audrina. Sulla scrivania del babbo c'erano tre suoi ritratti incorniciati, all'età di uno, due e tre anni. Non una sola, dico una, foto di me bambina, e questo mi feriva. La Prima Audrina era stata una bambina stupenda e quando la guardavo mi sentivo stranamente afferrare dal prepotente desiderio di essere come lei. Volevo essere lei per sentirmi amata ed eccezionale come tutti dicevano fosse stata; e poi, viceversa, volevo più di ogni altra cosa essere me stessa e conquistarmi per i miei meriti l'amore che mi veniva negato. Oh, i racconti che il babbo mi faceva sulle meraviglie della sua prima figlia, e le cose che mi diceva mi facevano capire che non ero la Migliore Audrina, quella preferita e speciale - ma la seconda e secondaria. I miei genitori conservavano la camera della Prima Audrina come il santuario di una principessa morta. Era stata lasciata esattamente come si trovava il giorno in cui aveva incontrato il suo destino, che non mi fu mai spiegato nei particolari. Quella camera traboccava talmente di giocattoli da non sembrare neppure una camera da letto. Era la mamma in persona che la puliva e la mamma odiava i lavori domestici. La sola vista della sua camera mi faceva capire che nulla era stato abbastanza bello per lei, mentre nella mia cameretta mancavano sia le mensole per i giocattoli, sia i giocattoli stessi. Mi sentivo ingannata, defraudata di un'infanzia. Audrina la Prima e la Migliore mi aveva rubato la giovinezza e tutti parlavano talmente
tanto di lei da impedirmi di ricordare qualsiasi cosa di me. Ero convinta che fosse per causa sua che la mia memoria era così piena di buchi. Il babbo cercava di riempire quei buchi mettendomi sulla sedia a dondolo e facendomi dondolare e cantare finché non diventavo «il vaso vuoto che si sarebbe colmato di ogni meraviglia». Voleva che mi colmassi dei suoi ricordi e catturassi i suoi poteri speciali giacché lei ormai era morta e non ne avrebbe più avuto bisogno. E, come se uno spettro non fosse stato abbastanza, ne avevamo un secondo che veniva ogni martedì alle quattro. «I tè del martedì», così chiamavamo il giorno della zia Mercy Marie. Troneggiava sul pianoforte, nella sua fotografia in bianco e nero dentro la cornice d'argento, il viso grasso illuminato da un sorriso vacuo, gli slavati occhi azzurri fissi su di noi come se potesse vederci, anche se non era vero. Era morta, eppure non lo era, come mia sorella. Mia zia e mia madre parlavano per la zia Mercy Marie e attraverso lei liberavano tutto il veleno che si tenevano dentro e serbavano per i «tè del martedì». Stranamente, mia cugina Vera amava tanto quei ricevimenti del martedì da inventarsi una scusa dopo l'altra per marinare la scuola, solo per essere presente e stare a sentire tutte le cose orrende che si dicevano mia madre e la sua sorellastra. Portavano entrambe il nome Whitefern e c'era stato un tempo lontano in cui ciò aveva rappresentato qualcosa di magnifico. Ora rappresentava solo qualcosa di triste, ma si rifiutavano di dirmi esattamente cosa. Tanto tempo prima la famiglia Whitefern era stata la famiglia più illustre di Tidewater, il distretto della Virginia in cui vivevamo noi, e aveva dato al paese senatori e vicepresidenti. Ma ora eravamo caduti in disgrazia e non solo agli occhi degli abitanti del villaggio, ma di tutti gli altri e non eravamo più rispettati né tanto meno stimati. La nostra casa era lontana da ogni città o cittadina. Il villaggio di Whitefern era a venticinque chilometri da casa nostra e per arrivarci si doveva percorrere una strada solitaria di campagna, raramente però ci andavamo. Era come se tanto tempo prima fosse stata dichiarata una guerra segreta e noi, nel nostro castello (come a papà piaceva chiamare casa nostra) eravamo odiati dai «servi» delle pianure. Ammesso che l'impercettibile altura sulla quale sorgeva Whitefern potesse essere chiamata collina, per contrasto con quelle pianure. Per andare al suo ufficio di agente di cambio papà doveva farsi in macchina tutti i giorni cinquanta chilometri all'andata e altrettanti al ritorno.
Tutti i nostri amici vivevano in città. I nostri vicini più prossimi stavano a venti chilometri di cammino, otto in linea d'aria. Papà prendeva l'unica macchina che avevamo per andare al lavoro, lasciandoci tutti quanti senza mezzo di trasporto. Spesso zia Ellsbeth rimpiangeva il giorno in cui aveva venduto la sua utilitaria per comperarsi il televisore. Mia zia, che non era mai stata sposata, adorava il suo televisorino portatile da dodici pollici. Raramente mi permetteva di guardarlo; per contro Vera, sua figlia, poteva guardarlo quanto voleva quando non era a scuola. Questa era un'altra cosa che non riuscivo a capire: perché a Vera era concesso di andare a scuola e a me no? La scuola era pericolosa per me, ma non per lei. Naturalmente sospettavo che ci fosse qualcosa di terribilmente sbagliato in me. I miei genitori erano costretti a nascondermi per tenermi al sicuro dagli estranei, quantomeno da me stessa. Questo era il pensiero più terrificante di tutti. All'età di sette anni, quando gli altri bambini tra risa e spintoni salivano sui piccoli bus gialli per andare a scuola, io me ne stavo seduta al tavolo della cucina e imparavo a leggere, a scrivere, a fare le addizioni e le sottrazioni sotto la guida di mia madre che suonava stupendamente il piano e che non sapeva fare altro che insegnare a suonare il piano. Fortunatamente, o forse no, c'era zia Ellsbeth a dare una mano. Un tempo aveva fatto la maestra elementare, pronta a menare le mani contro chiunque osasse affibbiarle un nomignolo poco piacevole. Uno scappellotto di troppo e i genitori avevano fatto in modo che mia zia venisse licenziata. Sebbene per parecchi anni avesse tentato di trovare un altro posto, la sua fama l'aveva preceduta: il pessimo carattere e le mani troppo lunghe. Zia Ellsbeth, come sua figlia Vera, era anche sempre pronta a criticare il nostro modo di vivere. Secondo lei, eravamo tutti «antidiluviani» quanto la nostra casa nella quale vivevamo. «Non sintonizzati con il resto del mondo,» diceva. Nei miei sogni, Whitefern torreggiava alta e bianca sullo sfondo di un cielo scuro e tempestoso, terribile a guardarsi. Minacciosa di notte, mi accoglieva a braccia aperte di giorno. Avevo l'abitudine di sedermi sul prato che la circondava in ammirazione della sua grandiosità. Era una dimora vittoriana piena di decorazioni, dall'intonaco bianco e screpolato e le persiane scure e cadenti. Si ergeva su due piani, e la cantina e la soffitta davano sul lato posteriore dove l'ampio prato digradava dolcemente verso il fiume Lyle. Guardandola non potevo fare a meno di pensare che avevamo
molte cose in comune: eravamo entrambe antidiluviane e»non sintonizzate». Le finestre erano innumerevoli, molte di esse abbellite da splendide vetrate colorate. Le persiane, tutte sul punto di crollare, erano di un rosso così cupo da sembrare nero a una certa distanza, come sangue disseccato. Dall'esterno la cosa più bella erano le balaustre che ornavano buona parte dei balconi e delle verande, e forgiate in modo da sembrare felci stilizzate. Proprio al centro del tetto scuro sorgeva una cupola tonda rivestita di rame ora verde di ruggine. Terminava in una cuspide sovrastata da una sfera dorata il cui strato d'oro veniva via un poco per volta, quando pioveva. La cupola aveva circa quattro metri di diametro e ciascuna delle sue innumerevoli finestre era decorata da vetrate colorate e piombate che raffiguravano scene di angeli di vita e di morte. All'interno e all'esterno grandi felci ricadevano a cascata da portavasi di vimini. C'erano anche altre piante, ma le felci sembravano rubare tutta l'umidità dell'aria cosicché le altre piante morivano. Reggendomi sulle gambe timide, furtive, facevo dei giochi solitari nel grande atrio dove le vetrate del portale di ingresso proiettavano sul pavimento arabeschi multicolori. Colori come sciabolate talvolta, che mi colpivano il cervello trafiggendolo. Recitavo dei versi che Vera mi aveva insegnato per proteggermi dai colori: Cammina sul nero, esci per sempre dal maniero. Cammina sul verde, nel male ci si perde. Cammina sul blu, faticherai sempre di più. Cammina sul giallo, cadrai giù dal piedistallo. Cammina sul rosso, dalla morte sarai scosso. Così per non camminare sui colori strisciavo lungo le pareti, tenendomi nell'ombra, ascoltando le pendole scandire ore diverse e gli sciocchi cucù impazzire nella notte. Quando il vento soffiava impetuoso le persiane sbattevano e i pavimenti scricchiolavano, la fornace nel sottoscala tossiva, sputacchiava, gemeva e le campanelle tibetane nella cupola tintinnavano e tintinnavano. Eppure alla luce del giorno c'erano in casa nostra cose così mirabilmente stupefacenti che mi sentivo come Alice nel Paese delle Meraviglie. Lampade art-decò, objets-d'art e pezzi di antiquariato erano disseminati ovunque. Lampade Tiffany sorgevano a spruzzare le pareti di nuovi colori.
Gocce di cristallo intagliato pendevano da paralumi, appliques, candelabri, lampade a gas, catturando colori, rifrangendo arcobaleni che lampeggiavano come la folgore ogni qualvolta il sole riusciva a penetrare attraverso i tendaggi di pizzo. C'era il camino in ogni stanza. Ne avevamo otto di marmo, molti di legno elegantemente intagliato e scolpito e nessuno di pietra. La pietra non era abbastanza raffinata per il nostro genere di casa che sembrava avere in spregio la semplicità. I soffitti erano alti, e formavano intricati disegni che fungevano da cornice a scene bibliche o romantiche. Nei tempi che furono la gente si vestiva troppo, o almeno così sembrava ai miei occhi infantili, oppure troppo poco. Mi chiedevo perché mai le scene bibliche normalmente mettessero in mostra più carne di quelle in cui i protagonisti erano decisamente malvagi. Era difficile credere che quella gente seminuda stesse sinceramente cercando di seguire il cammino indicato dal Signore. Seni nudi di imponenti proporzioni facevano sfacciatamente capolino in ogni stanza della nostra casa, fuorché la mia. George Washington e Thomas Jefferson e parecchi altri presidenti dallo sguardo vacuo fissavano giorno dopo giorno una signora nuda, languidamente adagiata in un divanetto sulla parete opposta, che si faceva dondolare un grappolo d'uva tentatore sopra la bocca spalancata. Puttini nudi svolazzavano qua e là senza pudore lanciando frecce pellegrine. Ma invariabilmente gli uomini nascondevano con modestia la loro virilità dietro una foglia o un grazioso panneggio strategicamente piazzati. Le donne, invece, non erano altrettanto abili a nascondere le loro grazie, mi dicevo spesso nel guardarle. Apparivano ritrose, ma agivano senza modestia. Un giorno zia Ellsbeth, sorprendendomi in loro contemplazione, mi aveva spiegato con amarezza che giacché la maggior parte dei pittori erano uomini era più che naturale per loro dilettarsi nello «sfruttamento» del nudo femminile. «Non giudicare le donne da quello che vedi nei quadri e nelle statue. Giudicale soltanto per quello che sai e vedi delle donne nella tua vita. Il giorno in cui un uomo capirà una donna sarà la fine del mondo. Gli uomini sono creature odiose e contraddittorie che dicono di volere una dea da mettere su un piedistallo. Ma una volta trovata, le strappano l'aureola, le tolgono la tunica, le tagliano le ali in modo che non possa più volare, dopo di che abbattono il piedistallo e quando finalmente la donna cade ai loro piedi possono urlare, mentre la calpestano: 'Puttana!' se non di peggio!». A sentire zia Ellsbeth si sarebbe potuto pensare che si fosse sposata al-
meno una dozzina di volte e avesse avuto un migliaio di uomini. Per quel che ne sapevo io, ne aveva avuto uno solo. I mobili erano in vari stili e tutti bellissimi. Si sarebbe detto che ogni sedia, ogni tavolo, ogni divano, lampada, cuscino, poltrona, scrivania facesse a gara per primeggiare rispetto agli altri. Per quanto zia Ellsbeth non facesse che criticarli, la mamma mi prendeva per mano e mi conduceva di stanza in stanza spiegandomi in tono reverenziale, che quella tale tavola era in stile «neoclassico» e che il centrotavola era un Berkey and Gay, un Grand Rapids, un Michigan. «Tutti pezzi di antiquariato, Audrina. Valgono tanto oro quanto pesano. Il letto in camera mia ha più di cinquecento anni. Un tempo re e regine hanno dormito sotto quel baldacchino». Alle nostre spalle mia zia grugniva di disprezzo e incredulità. Gli altri avevano la luce elettrica in tutte le stanze; noi soltanto in cucina e nei bagni. Nella altre stanze usavamo lampade a gas perché la mamma sosteneva che mettevano in risalto la sua carnagione. Mia zia le riteneva una rottura di... (ma non mi era permesso ripetere certe parole che la zia usava senza problemi). Ancor più delle lampade a gas la mamma adorava le candele e i ciocchi nel camino che scoppiettavano e crepitavano e formavano ombre che danzavano sui pannelli scuri alle pareti. La nostra cucina era come un pugno in un occhio con tutti i suoi attrezzi moderni che rendevano la vita sopportabile alla mamma, che detestava ogni genere di lavoro manuale ma amava cucinare i pranzetti di cui mio padre non poteva fare a meno. La stanza che tutti preferivamo era il Salone stile impero. Sull'ottomana di velluto color viola, con le rifiniture a trecce d'oro brunito che ricadevano nei punti in cui non erano legate da nappe ricamate, la mamma riposava avvolta in vaporosi negligés o in morbidi abiti estivi. Sembrava non accorgersi che l'imbottitura usciva da tutte le parti e che in certi punti spuntavano le molle. Elegantemente adagiata sull'ottomana leggeva i suoi romanzi e di tanto in tanto sollevava lo sguardo a contemplare il vuoto con espressione sognante. Mi figuravo che si stesse vedendo fra le braccia del bel protagonista illustrato sulla copertina del suo libro. Mi dicevo che un giorno avrei avuto anch'io il coraggio di leggere romanzi come quelli, belli e perversi al tempo stesso... anche se non so come mai li definissi tali non avendone mai letto neanche uno. Ma quei personaggi seminudi sulla copertina avevano un'aria terribilmente perversa. Nel gigantesco ufficio a pianta circolare del babbo, proprio sotto la cu-
pola, c'erano migliaia di vecchi libri e parecchie splendide edizioni di classici che nessuno leggeva all'infuori di me e di zia Ellsbeth. Il babbo diceva che non aveva tempo, eppure continuava ad aggiungere nuovi esemplari rilegati in pelle alla nostra biblioteca come se sperasse che i nostri amici pensassero che li leggesse. La mamma nascondeva le sue edizioni economiche negli armadi a muro della camera da letto e fingeva lei pure di essere un'appassionata di quegli edificanti racconti stampati su carta sottile e splendidamente rilegati. Alcuni di quei classici contenevano materiale molto perverso, almeno così sosteneva la cugina Vera che mi teneva sempre informata su ciò che era o non era perverso. A me piaceva guardare la mamma sdraiata sull'ottomana. Dietro di lei c'era un pianoforte da concerto che suo padre le aveva regalato il giorno in cui lei aveva vinto la medaglia d'oro in un concorso musicale. Infinite volte mi aveva raccontato che avrebbe potuto seguitare e suonare nelle migliori sale da concerto, ma che papà non aveva voluto una pianista professionista per moglie. «Non cercare di sviluppare troppe doti, Audrina. Agli uomini non va, soprattutto se poi finisci per guadagnare più di loro.» Languidamente la sua mano scivolava verso il basso. Senza neppure guardare trovava a colpo sicuro proprio il cioccolatino che voleva e se lo cacciava in bocca. Spesso mio padre la ammoniva di non mangiare troppo cioccolato se non voleva ingrassare, ma lei non ingrassava mai. Mia madre era alta, esile e tornita nei punti giusti. Papà mi diceva spesso che per la sua bellezza era la donna più famosa di tutta la East Coast e che era stata la reginetta del ballo delle debuttanti. Più di un uomo ricco e famoso aveva chiesto la mano di mia madre, ma era stato Damian Jonathan Adare che l'aveva fatta capitolare con la sua tenebrosa bellezza e il suo fascino irresistibile. «Torreggiava su ogni altro uomo che avessi mai conosciuto, Audrina,» mi raccontava mia madre. «Quando tuo padre tornava dal mare tutte le ragazze avrebbero fatto non so che cosa pur di portarselo a casa. Mi sono sentita così fortunata quando non ha avuto occhi che per me.» Poi si accigliava, come rammentando qualche altra ragazza per la quale, forse, il babbo aveva avuto «occhi». Vera diceva sempre che mio padre aveva sposato mia madre solo perché era rimasto stregato dal colore dei suoi capelli. «Capelli da strega», così, per l'appunto, Vera definiva i capelli della mamma e i miei. «Capelli da camaleonte», li definiva spesso papà. Erano capelli strani e certe volte pensavo che Vera avesse ragione. Le nostre chiome non sapevano di che colo-
re dovessero essere e, invece, erano di tutti i colori. Biondo cenere con una spruzzata d'oro, castano, rosso, castano scuro, rame e persino un po' d'argento. A papà piaceva lo strano colore prismatico dei nostri capelli. Io ero convinta che lui avesse ordinato a Dio di darmi i capelli che avevo; se Lui non l'avesse fatto, forse papà mi avrebbe rimandata indietro. Giacché anche la prima Audrina aveva capelli da camaleonte. Il mio papà, uno e novantacinque di altezza e oltre novanta chili di peso, era l'uomo più alto che avessi mai visto, sebbene Vera non facesse che ripetermi che c'erano molti uomini più alti di lui, soprattutto i giocatori di pallacanestro. I capelli di papà erano del nero più nero, con sfumature azzurrine, talvolta, alla luce del sole. Aveva stupendi occhi a mandorla, così scuri da sembrare neri e le ciglia erano talmente lunghe e folte da sembrare finte, anche se non lo erano. Lo sapevo, avevo cercato di strappargliele dopo aver visto la mamma incollarsi quelle finte. Il suo sguardo era denso come l'olio, terrificante e stupendo, soprattutto quando scintillava. Aveva una carnagione morbida e liscia spesso arrossata in inverno e bronzea in estate. Quando la mamma era in collera con papà perché spendeva più per sé che per lei, lo definiva «damerino» e «bellimbusto», ma io non conoscevo il significato di quelle parole. Sospettavo che intendesse che il mio grande, potente genitore si curasse più dei suoi abiti che dei suoi principi. Temeva di invecchiare, soprattutto di perdere i capelli. Controllava la spazzola ogni giorno, quasi contando uno per uno i capelli che vi trovava attaccati. Andava a farsi controllare dal dentista ogni tre mesi, si puliva i denti così spesso da disgustare la mamma, si faceva visitare dal medico con la stessa frequenza con cui andava dal dentista, si disperava per disturbi di poco conto che nessun altro, tranne lui, avrebbe notato, quale un'unghia del piede appena incarnita che faceva fatica a tagliare. Eppure quando sorrideva il suo fascino era irresistibile. I principi erano un'altra cosa che non capivo, se non che la mamma diceva spesso che papà ne era privo. Ancora una volta intuivo vagamente che intendeva dire che quando il babbo voleva una cosa la voleva a ogni costo ed era meglio che nessuno gli traversasse la strada o cercasse di impedirgli di prendere ciò che aveva deciso di prendere. Eppure, certe volte quando era con me, ed era tenero e affettuoso, faceva a modo mio. Ma solo certe volte. C'erano altre volte... terribili altre volte. Era stato convenuto, quando mia zia era venuta a vivere con noi, con Vera che aveva appena un anno, che avrebbe fatto tutti i lavori di casa in cambio di vitto e alloggio, mentre a mia madre sarebbe toccato cucinare.
Incomprensibilmente mia zia voleva cucinare (cosa che riteneva più facile) anziché fare i lavori di casa, ma era impossibile mangiare quello che mia zia preparava. La mamma non sopportava i lavori di casa, però poteva buttare qualsiasi cosa nella pentola e quello che ne veniva fuori era invariabilmente divino. Papà diceva che era una cuoca «creativa» poiché aveva la mentalità d'artista, mentre Ellie (solo lui la chiamava così) era nata per essere la schiava di un uomo. Che occhiate di fuoco gli lanciava mia zia quando diceva cose del genere! La zia era una donna temibile. Lunga, segaligna e meschina, era la descrizione di mio padre. «Non mi stupisco che nessun uomo voglia sposarti,» la stuzzicava spesso. «Hai la lingua di una vipera.» Non solo aveva la lingua tagliente, ma aveva anche le sue teorie circa chi ben ama ben castiga. E né a me né a Vera veniva risparmiata la verga quando era lei di servizio. Fortunatamente i miei genitori ci lasciavano di rado sole con lei. Per certi versi sembrava che mia zia odiasse sua figlia ancor più di quanto odiasse me. Avevo sempre creduto che le donne nascessero per essere madri e dolci. Però, se ci riflettevo sopra, non ricordavo come fossi arrivata a quella conclusione. Alla mamma piaceva che la zia castigasse Vera, così poteva spalancare le braccia e accoglierla dicendole più volte: «Va tutto bene, Vera, ti vorrò bene io anche se tua madre non ne è capace». «E questa è la tua debolezza, Lucietta,» replicava mia zia aspramente. «Puoi dare amore a qualunque cosa». Come se sua figlia, Vera, non fosse un essere umano. Mia zia Ellsbeth nominava il padre di Vera. «Era un bugiardo e un imbroglione. Non voglio ricordarne il nome,» diceva con disprezzo. Era molto difficile comprendere quello che avveniva in casa nostra. Correnti traditrici, come i fiumi che si gettavano nel mare che non era poi tanto lontano. Era vero che mia zia era alta, aveva il viso lungo ed era magrissima, anche se mangiava tre volte più di mia madre. Certe volte, quando il babbo le diceva cose crudeli, le sue labbra già sottili si stringevano fino a diventare una linea quasi invisibile. Le narici palpitavano, le mani si stringevano a pugno, come se non resistesse alla tentazione di mollargliene uno, se solo avesse avuto il coraggio. Forse era per via di zia Ellsbeth che i nostri amici di città non venivano più spesso. Doveva esserci una ragione se venivano solo quando davamo una festa. Allora la mamma diceva che i nostri «amici» saltavano fuori dal-
la tappezzeria come insetti venuti a far man bassa in un pic-nic. Papà adorava tutte le feste e se le godeva dall'inizio alla fine. Poi, per una ragione o per l'altra, aggrediva la mamma e la puniva di qualche stupidaggine che definiva «un errore di società», come guardare un bell'uomo troppo a lungo, oppure ballare con lui troppo spesso. Oh, era difficile essere una moglie, lo vedevo. Non si riusciva proprio a capire come comportarsi, o come trattare con gli altri. Era naturale che la mamma suonasse il piano per divertire la gente mentre ballava o cantava. Però non doveva suonare bene al punto da farsi dire che era stata sciocca a sposarsi e ad abbandonare una carriera musicale così promettente. Alla nostra porta non si presentavano mai visitatori casuali. E neppure i rappresentanti avevano accesso. C'erano cartelli da tutte le parti: «Vietato l'accesso agli estranei», «Attenti al cane», e «Proprietà privata. I trasgressori saranno perseguiti a norma di legge». Non di rado mi coricavo insoddisfatta della mia vita, come se una corrente sottomarina mi tirasse per i piedi e io mi dimenassi, mi dimenassi, destinata ad affondare e ad annegare. Avevo la sensazione di udire una voce bisbigliare, dirmi che c'erano fiumi da attraversare e luoghi dove andare, ma io non sarei mai andata da nessuna parte. Che c'era gente da conoscere e la vita da vivere, ma io non avrei mai avuto nulla di tutto ciò. Mi svegliavo e udivo il tintinnio delle campanelle a vento ripetermi a non finire che appartenevo al luogo in cui mi trovavo e che ci sarei rimasta per sempre e non ci avrei potuto mai fare niente. Rabbrividendo mi stringevo il petto sottile in un abbraccio. Nelle orecchie la voce di papà mi ripeteva in continuazione: «Questo è il tuo posto, è qui che devi restare, al sicuro con il tuo papà, al sicuro a casa tua». Perché mi era capitata una sorella maggiore morta e sepolta all'età di nove anni? Perché dovevo portare il nome di una bambina morta? Sembrava strano, innaturale. Odiavo la Prima Audrina, la Migliore Audrina, la Buona e Perfetta e Sempre-Giusta Audrina. Eppure dovevo sostituirla se volevo conquistarmi un posto sicuro nel cuore di papà. Odiavo il rituale della visita alla sua tomba ogni domenica dopo la funzione e odiavo deporvi i fiori acquistati dal fiorista, come se i fiori del nostro giardino non fossero abbastanza belli. La mattina correvo dal babbo e lui mi sollevava al volo e mi teneva stretta al petto mentre le pendole nei corridoi ticchettavano inesorabilmente. Attorno a noi la casa era muta e silenziosa come una tomba, come in attesa che la morte venisse a prenderci tutti quanti, come già aveva preso la
Prima e Migliore Audrina. Oh, quanto odiavo e invidiavo la mia sorella morta! Che maledizione era per me portarne il nome! «Dove sono gli altri?» bisbigliavo guardandomi attorno piena di paura. «Fuori in giardino,» rispondeva lui stringendomi più forte. «È sabato, amor mio. So che per te non conta, ma per me è importante. Il tempo non è mai importante per le persone eccezionali, dotate di doni straordinari. Eppure per me le ore del finesettimana sono le migliori. Sapevo che avresti avuto paura nel trovarti sola nella casa vuota, così ci sono rimasto io, mentre gli altri sono usciti a raccogliere il frutto delle loro semine.» «Papà, perché non riesco a ricordare i giorni come tutti? Non ricordo l'anno scorso, neppure l'anno prima... perché?» «Siamo vittime di duplici retaggi», rispondeva lui a bassa voce, carezzandomi i capelli e cullandomi dolcemente avanti e indietro nella sedia a dondolo che la mia bis-bisnonna aveva usato per allattare i suoi dodici bambini. «Ogni bambino eredita i geni da entrambi i genitori e questo determina il colore dei suoi capelli, degli occhi e la sua personalità. I bambini vengono al mondo e subiscono l'influenza di quei geni e dell'ambiente che li circonda. Tu sei ancora in attesa di colmarti con i doni della tua sorellina morta. Non appena ciò avverrà, tutto ciò che c'è di bello e di buono a questo mondo ti apparterrà, come era appartenuto a lei. E mentre noi due attendiamo quel giorno meraviglioso in cui il tuo vaso vuoto si colmerà, io mi farò in quattro per darti ciò che c'è di meglio.» In quel momento mia zia e mia madre entrarono in cucina, seguite da Vera che portava un cestino di fagiolini colti di fresco. Evidentemente zia Ellsbeth doveva aver udito buona parte di ciò che il babbo aveva appena detto, poiché osservò con sarcasmo: «Avresti dovuto fare il filosofo anziché l'agente di cambio, Damian. Forse in tal caso qualcuno avrebbe dato retta alle tue parole di saggezza». La fissai, scavando nella mia memoria traditrice qualcosa che potevo o non potevo aver sognato. Era anche possibile che si trattasse di un sogno appartenuto alla Prima Audrina, che era tanto intelligente, tanto bella ed eternamente perfetta. Ma prima ancora di poter catturare un ricordo sia pur illusorio era già tutto svanito. Sospirai, insoddisfatta di me stessa, insoddisfatta degli adulti che mi comandavano, della cugina che si ostinava a dire di essere la mia vera e unica sorella, perché voleva rubarmi il posto, quando già il mio posto era stato rubato dalla Prima e Migliore Audrina, che era una Audrina morta. E adesso ci si aspettava che io mi comportassi come lei, che parlassi
come lei e che fossi tutto ciò che lei era stata... Ma allora, dove sarebbe dovuto andarsene il mio vero io? Venne domenica, e non appena la funzione fu terminata papà si diresse, come sempre, verso il cimitero di famiglia nelle vicinanze di casa nostra e dove il nome Whitefern era inciso su un'enorme cancellata ad arco sotto la quale passavamo lentamente con la macchina. Al di là dell'arcata, tuttavia, bisognava procedere a piedi. Indossavamo tutti gli abiti migliori e portavamo fiori costosi. Papà mi tirò giù dalla macchina. Opposi resistenza odiando quella tomba che dovevamo visitare e quella bambina morta che mi derubava dell'amore di tutti. Avevo l'impressione che fosse la prima volta che mi riusciva di ricordare chiaramente le parole che papà doveva aver detto parecchie volte prima di allora. «Qui giace la mia Prima Audrina.» Addolorato fissava la pietra tombale piatta con la lapide di marmo sulla quale era inciso il mio nome, ma le sue date di nascita e di morte. Mi chiedevo quando i miei genitori si sarebbero ripresi dal colpo della sua morte misteriosa. Pensavo che se sedici anni non avevano rimarginato quella ferita forse neppure novanta sarebbero bastati. Non sopportavo di guardare quella lapide, per cui guardavo in alto, verso il bel viso di mio padre. Da grande, non mi sarebbe più stato possibile vedere dal basso uno scorcio del suo mento forte e quadrato, e poi il labbro inferiore proteso in avanti, e le narici dilatate e la frangia delle lunghe ciglia inferiori che incontravano quelle superiori, mentre sbatteva le palpebre per ricacciare indietro le lacrime. Era come guardare Dio. Sembrava così potente, così al disopra di ogni cosa. Mi sorrise di nuovo. «La mia Prima Audrina è in quella tomba, morta all'età di nove anni. Quella Audrina meravigliosa ed eccezionale, meravigliosa ed eccezionale come te. Non dubitare mai, neppure per un istante, di non essere meravigliosa e dotata quanto lo era lei. Credi in ciò che ti dice il tuo papà e non sbaglierai.» Deglutii. Far visita a quella tomba e sentir parlare di quella Audrina mi faceva sempre dolere la gola. Certo che non ero meravigliosa né eccezionale, eppure come facevo a dirglielo quando lui sembrava così convinto? Nella mia testa di bambina mi figuravo che il mio valore ai suoi occhi dipendesse solo da quanto eccezionale e meravigliosa sarei diventata più avanti. «Oh, papà», esclamava Vera incespicandogli a fianco e aggrappandosi alla sua mano. «L'amavo tanto, tanto. Era così dolce e meravigliosa ed eccezionale. E tanto bella! Non ci sarà mai, neppure tra un milione di anni,
un'altra come la tua Prima Audrina.» E lanciava un sorriso maligno verso di me per dirmi, una volta di più, che non sarei mai stata graziosa quanto la Prima e Migliore e Più-Che-Perfetta Audrina. «Ed era così brava a scuola, anche. È stata una morte orrenda, davvero orrenda. Che vergogna se accadesse a me, oh una vergogna da morire.» «Chiudi il becco!» ruggiva il babbo con voce così possente che le anatre nel laghetto volavano via. Poi si affrettava a deporre il vaso di fiori su quella pietra tombale e, afferratami per la mano, mi tirava verso la macchina. La mamma si metteva a piangere. Già sapevo che Vera aveva ragione. Quale che fosse l'eccezionalità della Prima Audrina, essa era sepolta con lei in quella tomba. Nella cupola Non voluta, non degna, non bella e non abbastanza eccezionale erano le parole che mi passavano per la mente mentre salivo le scale che portavano alla soffitta. Desideravo che la Prima Audrina non fosse mai nata. Dovetti aprirmi un varco nella montagna di vecchiumi polverosi prima di arrivare alla scaletta a chiocciola di ferro arrugginito che mi avrebbe condotta, attraverso un'apertura quadrata nel pavimento, un tempo protetta da una ringhiera di ferro che un giorno papà avrebbe sostituito, nella stanza al piano di sopra. In quella stanza ottagonale c'era un tappeto turco rettangolare cremisi, oro e azzurro. Ogni volta che salivo lassù passavo le dita attraverso le sue frange come spesso faceva papà con i suoi capelli scuri quando era in collera o contrariato. Non c'erano mobili nella cupola, soltanto un cuscino sul quale sedermi. La luce cadeva attraverso le vetrate colorate sul tappeto in vortici simili alle piume iridescenti di un pavone e confondeva i disegni della lana con ghirigori di luce colorata. Anche le mie braccia e le gambe erano coperte da disegni, simili a effimeri tatuaggi. In alto, dal centro esatto del tetto a cuspide, pendevano lunghi rettangoli di vetro dipinto - campanelle a vento tibetane appese a cordoni di seta scarlatta. Erano così alte che il vento non riusciva a smuoverle, eppure spesso le udivo tintinnare, tintinnare. Se solo una volta le avessi viste ondeggiare, allora avrei potuto credere di non essere pazza. Mi lasciai cadere sul cuscino al centro del tappeto e cominciai a giocare con le vecchie bambole di carta che tenevo allineate lungo le pareti. A cia-
scuna avevo dato il nome di qualcuno che conoscevo, ma giacché non conoscevo molte persone, molte bambole avevano nomi uguali. Ma solo una si chiamava Audrina. Vagamente mi sembrava di ricordare che un tempo c'erano state bambole e bambolotti, maschi e femmine, ma ora avevo soltanto bambole femmine, bambine e signore adulte. Ero così assorta nei miei pensieri che non udii alcun suono, finché una voce mi chiese bruscamente: «Stai pensando a me, dolce Audrina?» Girai la testa di scatto. Fra i magici colori della luce della cupola c'era Vera. I suoi capelli lunghi erano color albicocca, diversi da qualsiasi altro colore avessi mai visto, tuttavia un colore non insolito nella nostra famiglia. I suoi occhi erano scuri, come quelli di sua madre, come quelli di mio padre. I colori che si rifrangevano dalle innumerevoli finestre disegnavano schemi fantastici sul pavimento, tatuavano simboli sul suo volto, e sono certa che i miei occhi scintillavano quanto i suoi, come gioielli dalle mille sfaccettature. La cupola era un luogo magico. «Mi stai ascoltando, Audrina?» mi chiese, in un bisbiglio da far paura. «Perché te ne stai seduta lì e non rispondi? Hai perso le corde vocali oltre alla memoria?» Mi irritava la sua presenza nella cupola. Era la mia stanza, la stanza in cui cercavo di ricordare ciò che avevo dimenticato, muovendo le bambole di qua e di là e fingendo che fossero la mia famiglia. Diligentemente sistemavo le bambole lungo gli anni della mia vita, cercando in tal modo di ricostruire e far affiorare il segreto che mi sfuggiva. Un giorno, un giorno stupendo, mi auguravo di poter ricavare da quelle bambole ciò che non riuscivo a rammentare così da ritornare a essere intera, e magnifica quanto lo era stata la mia sorellina morta. Al braccio sinistro di Vera era stata appena tolta l'ingessatura. Lo agitava violentemente mentre penetrava nel mio piccolo santuario. Malgrado l'alternarsi dei miei sentimenti per Vera, mi spiaceva che potesse rompersi un braccio solo andando a sbattere contro qualcosa di duro. A sentir lei aveva avuto undici fratture, e io neppure una. Un colpetto contro un tavolo ed ecco che si fratturava il polso. Una botta più leggera e grossi lividi violacei le segnavano la pelle per settimane. Se cadeva dal letto sul morbido tappeto imbottito riusciva ancora a rompersi una gamba, una caviglia, un avambraccio, qualcosa. «Il braccio ti fa ancora male?» «Non guardarmi con quella faccia!» mi redarguì Vera zoppicando nella
cupola, poi accoccolandosi sui talloni in una goffa posizione. I suoi occhi scuri mi scavavano dentro. «Io ho le ossa fragili, ossa piccole e delicate che si rompono facilmente perché nelle mie vene scorre più sangue blu che nelle tue.» Poteva tenerselo il suo sangue blu se significava rompersi le ossa due volte l'anno. Certe volte quando era così meschina con me pensavo che si trattasse di un castigo di Dio. E certe volte mi sentivo in colpa perché le mie ossa erano solide e rifiutavano di rompersi anche quando cadevo. Mi chiesi ancora una volta se la Prima, la Migliore e la Più-Che-Perfetta Audrina fosse stata aristocratica quanto Vera. «Sicuro che il braccio mi fa male!» strillò Vera, i neri occhi che mandavano lampi rossi, verdi e azzurri. «Mi fa un male del diavolo!» La sua voce si fece lamentosa mentre seguitava. «Quando hai un braccio rotto ci si sente inutili. È peggio che rompersi una gamba perché ci sono un sacco di cose che non si possono fare con un braccio rotto. Dal momento che tu mangi così poco proprio non mi spiego come mai le tue ossa non si rompano più facilmente delle mie... ma, naturalmente, si vede che hai ossa da contadina.» Non sapevo cosa dire. «C'è un ragazzo nella mia classe che mi guarda con tanta comprensione, e mi porta i libri e mi parla e mi fa un sacco di domande. È bello da non credere. Si chiama Arden Lowe. Non è un nome romantico e insolito per un ragazzo? Sai, Audrina, credo che si sia preso una cotta per me... E poi mi ha baciato due volte nello spogliatoio.» «Cos'è uno spogliatoio?» «Oddio, come sei stupida! Una memoria che fa acqua da tutte le parti, peggio di uno scolapasta, ecco che cos'è la dolce Audrina del suo papà.» Sghignazzava mentre mi lanciava la sua sfida. Io non avevo voglia di litigare, così lei riprese a raccontarmi del suo ragazzo di nome Arden Lowe. «Ha gli occhi color dell'ambra, gli occhi più belli che abbia mai visto. Quando li guardi, proprio da vicino, ci scopri delle pagliuzze verdi. Ha i capelli castano scuro, con striature rossastre quando ci batte il sole. Ed è anche intelligente. Ha un anno più di me, ma questo non vuol dire che sia scemo, vuol dire solo che ha viaggiato talmente tanto da rimanere indietro a scuola.» Sospirò e mi fissò con uno sguardo sognante. «Quanti anni ha Arden Lowe?» «Ieri avevo vent'anni, di conseguenza Arden era più giovane, naturalmente. Lui non è in grado di cambiare età, come me; penso abbia undici
anni, un bambino se io ne ho venti, ma un bambino tanto bello.» Mi sorrise, ma io sapevo perfettamente che lei non poteva avere più di... dodici anni? Tornai alle mie bambole. «Audrina, tu ami quelle bambole più di quanto ami me.» «No, non è vero...» Ma non ne ero così sicura, neppure nel dirlo. «Se è così dammi tutti i bambolotti maschi.» «I bambolotti maschi non ci sono più,» replicai con una strana vocetta che indusse Vera a spalancare gli occhi. «E dove sono andati a finire tutti i bambolotti maschi, Audrina?» bisbigliò sinistra e allusiva. Rabbrividii. «Non lo so,» bisbigliai di rimando, chissà perché spaventata. Mi guardai attorno con occhi atterriti. Tin-tin-tin suonavano le campanelle a vento sopra di me, sospese lassù perfettamente immobili. Sentii una mano stringermi il cuore. «Pensavo che li avessi presi tu.» «Sei una ragazzina cattiva, Audrina, davvero maligna. Vedrai, un giorno scoprirai davvero quanto sei cattiva e quel giorno desidererai morire.» Ridacchiò e si ritrasse. Cosa c'era in me che la spingeva a ferirmi in continuazione? Oppure c'era in lei qualcosa che non andava? Come mia madre e mia sorella... eravamo forse destinate a ripetere la storia all'infinito? Il volto pallido, gessoso, di Vera sogghignò malignamente, incarnando ai miei occhi tutto ciò che di male c'era al mondo. Poi, allorché voltò la testa, i colori scesero a giocare sulla sua pelle e i suoi capelli albicocca si fecero rossi, poi azzurri striati di viola. «Dammi le tue bambole, anche se le più belle sono andate all'inferno.» Allungò la mano per ghermire cinque o sei delle bambole più vicine. Muovendomi alla velocità della folgore le strappai le bambole dalle mani. Poi, balzando in piedi, corsi a salvare tutte le altre. Vera strisciò per graffiarmi le gambe con le unghie aguzze che teneva sempre lunghe e appuntite. Tuttavia riuscii a tenerla lontana da me puntandole un piede contro la spalla mentre raccoglievo precipitosamente l'ultima manciata di bambole e costumi. Con entrambe le mani piene, ora la respinsi col piede facendola cadere all'indietro e un istante dopo mi precipitavo giù dalla scala a chiocciola a rotta di collo, sicura che non mi avrebbe preso. Eppure la udii proprio dietro di me gridare il mio nome ordinandomi di fermarmi. «Se cado sarà colpa tua, tutta colpa tua!» Aggiunse alcuni improperi sconci per me assolutamente privi di significato. «Tu non mi vuoi bene, Audrina,» la udii gemere. Le sue scarpe dalle
suole rigide rimbombavano sui gradini di metallo. «Se davvero mi amassi come una sorella faresti quello che ti chiedo e mi daresti tutto ciò che desidero per ricompensarmi delle sofferenze che mi tocca sopportare.» La udii fermarsi e prender fiato. «Che non ti venga in mente di nascondere quelle bambole, Audrina! Non provarci! Sono mie quanto tue!» No, non era vero. Ero stata io a trovarle in un vecchio baule. Esistevano regole a proposito di chi trova una cosa e ne diventa il proprietario; e io credevo nelle regole, nei vecchi proverbi, nelle massime. Erano cose sperimentate e collaudate dal tempo che ne sapeva tanto più di me. Fu facile nascondermi mentre Vera arrancava goffamente, penosamente giù per la scaletta a chiocciola. Cacciai le bambole e i variopinti costumi edoardiani che le avevano condotte a varie importanti occasioni mondane sotto un'asse allentata del pavimento. Fu allora che udii Vera gridare. Oh, caspita! Era caduta di nuovo. Corsi e la trovai raggomitolata per terra. La gamba sinistra era piegata sotto di lei formando un angolo grottesco. Era la gamba che si era rotta due volte. Rabbrividii e mi ritrassi nel vedere un frammento d'osso spuntare dalla carne lacerata, da cui il sangue usciva a fiotti. «È tutta colpa tua,» si lamentava Vera con voce così agonizzante che il suo visetto grazioso era contorto e laido. «È tutta colpa tua per non avermi dato quel che ti chiedevo. È sempre colpa tua. Tutto quello che mi capita di brutto è colpa tua. Perché nessuno mi dà mai quello che voglio?» «Oh, adesso ti do tutte le bambole,» risposi debolmente, pronta a fare qualunque cosa ora che era ferita. «Ma prima corro a chiamare tua madre e la mia...» «Non voglio le tue maledette bambole, adesso!» gridò. «Levati dai piedi e lasciami sola! Se non fosse per te avrei qualsiasi cosa. Un giorno pagherai per tutto quello che mi hai rubato, Audrina. Sono io che dovrei essere la Prima e la Migliore, non tu!» Mi sentivo male all'idea di andarmene e di abbandonarla in quello stato, fratturata e dolorante, il sangue che sgorgava dalla gamba sinistra. Poi notai che anche il braccio sinistro se ne stava in una posizione strana. Oh, Signore! Si era rotto di nuovo. Adesso avrebbe avuto un braccio e una gamba ingessati. Ma anche così, Dio non aveva insegnato a Vera nulla sull'umiltà, come invece aveva insegnato a me, e insegnato bene... E come facevo a saperlo? Volando giù per le scale andai a urtare contro mio padre. «Non ti ho detto di startene alla larga dalla cupola?» mi aggredì, afferrandomi per il braccio e cercando di impedirmi di correre da mia
madre. «Ti proibisco di salire lassù finché non avrò rimesso la ringhiera. Potresti cadere e farti male.» Non mi andava di essere io a dovergli dire delle ossa rotte di Vera. Eppure non avevo scelta, giacché mi impediva di andarmene. «È lassù che sanguina, babbo. Sangue a fiotti, e se non mi lasci andare immediatamente e non chiami un'ambulanza magari muore.» «Ne dubito,» replicò lui; tuttavia vociò in direzione della mamma: «Chiama l'ambulanza, Lucky. Vera si è rotta di nuovo qualcosa. L'assicurazione finirà per alzarmi i premi se questa storia continua». Ciò nonostante, quando si trattò di passare all'azione, fu papà a calmare Vera e a sedere accanto a lei nell'ambulanza, a tenerle la mano e ad asciugarle le lacrime. Stesa sulla barella, in un'ambulanza che conosceva anche troppo bene, ancora una volta Vera fu trasportata all'ospedale più vicino per farsi ingessare il braccio e questa volta anche la gamba. Io restai sulla soglia del portone d'ingresso e guardai l'ambulanza sparire oltre la curva del nostro lungo viale. Sia mia madre che mia zia rifiutarono di andare all'ospedale e di sopportare una volta di più le lunghe ore di attesa mentre quella povera gamba rattrappita e martoriata veniva di nuovo rinchiusa nel gesso. L'ultima volta che si era rotta la gamba il medico di Vera aveva detto che se fosse accaduto di nuovo c'era la possibilità che non crescesse più quanto l'altra. «Non fare quell'aria preoccupata, tesoro,» mi confortò la mamma. «Non è stata colpa tua. Abbiamo detto a Vera un sacco di volte di non salire per quelle scale. È anche per questo che ti diciamo di non andare lassù, perché sappiamo che prima o poi arriva anche lei per vedere quello che stai facendo. E poi i medici si dilettano a fare sempre le predizioni più catastrofiche per ottenere la tua gratitudine quando non si avverano. Vedrai, la gamba di Vera crescerà come l'altra... per quanto Dio solo sappia come faccia a rompersi sempre la stessa con tanta pervicacia.» Zia Ellsbeth non disse niente del tutto. Sembrava che le ossa rotte della figlia la riguardassero meno della caccia che stava dando per tutta la casa a un vecchio aspirapolvere che finalmente trovò in un sottoscala. Si diresse verso la sala da pranzo dove sei presidenti fissavano dalle pareti la signora nuda intenta a mangiare l'uva. «Posso fare qualcosa, zia Ellsbeth?» chiesi. «No!» mi investì la zia. «Tu non fai mai niente di buono, e alla fine tocca rifare tutto quello che hai fatto. Perché diavolo non le hai dato quelle bambole di carta quando te le ha chieste?»
«Perché le avrebbe fatte a pezzi.» Mia zia grugnì, mi fulminò con lo sguardo, fissò con pari ostilità mia madre che mi aveva presa fra le braccia e alla fine si trascinò dietro l'aspirapolvere e scomparve. «Mamma,» sussurrai, «perché Vera mente sempre? Ha detto a papà che l'ho spinta giù per le scale, ma io non ero neppure vicina a lei. Ero in soffitta a nascondere le bambole, mentre lei scendeva giù dalle scale. Anche quando è caduta a scuola ha detto che ero stata io a spingerla. Mamma, perché dice una cosa simile quando io non sono mai neppure stata a scuola? Perché non posso andare a scuola? La Prima Audrina ci andava a scuola?» «Sì, certo che ci andava,» disse la mamma con voce strozzata. «Vera è una ragazzina molto infelice ed è per questo che mente. Sua madre non le dà retta e Vera sa che tu invece sei molto seguita. Ma è difficile amare una bambina così maligna anche se tutti noi facciamo del nostro meglio. C'è in lei una vena di crudeltà che mi fa molta paura. Temo che un giorno ti farà del male, farà del male a tutti quanti noi.» I suoi stupendi occhi viola fissarono il vuoto. «È una vera disdetta che tua zia non se ne sia stata lontana. Non avevamo bisogno che lei e Vera venissero a complicarci la vita più di quanto non lo sia già.» «Quanti anni ha Vera, mamma?» «Quanti anni ti ha detto di avere?» «Certe volte dice di averne dieci, certe volte dice di averne dodici e certe volte sedici o venti. Mamma, ride come se si prendesse gioco di me... perché in effetti non so quanti anni ho io.» «Ma certo che lo sai, ne hai sette. Non te l'abbiamo detto un sacco di volte?» «Ma io non riesco a ricordare il mio settimo compleanno. Mi avete fatto una festa? E a Vera, le fate le feste di compleanno? Non riesco a ricordarne nessuna.» «Vera ha tre anni più di te,» si affrettò a rassicurarmi la mamma. «E noi non possiamo permetterci di organizzare feste di compleanno. Non perché ci manchino i soldi... ma sai anche tu che le feste di compleanno ci rinverdiscono tragici ricordi. Né tuo padre né io possiamo più sopportarle, ormai, così abbiamo smesso di festeggiare anche i nostri compleanni e, perciò, restiamo dell'età che preferiamo. Io ho deciso di avere trentadue anni per sempre.» Ridacchiò e mi baciò di nuovo. «È una splendida età, non troppo giovane, non troppo vecchia.»
Ma io ero decisa e non ne potevo più di risposte vaghe. «Allora Vera non conosceva mia sorella morta, vero? Lei dice di sì, ma come avrebbe potuto conoscerla se ha solo tre anni più di me?» Di nuovo mia madre parve sconvolta. «In un certo senso l'ha conosciuta. Vedi, abbiamo parlato tanto di lei. Forse ne parliamo troppo.» E così, come sempre, ci furono risposte evasive e non rivelazioni, quanto meno non quelle che volevo davvero, quelle nelle quali avrei potuto credere. «E quando posso andare a scuola?» chiesi. «Un giorno,» mormorò mia madre, «presto...» «Ma, mamma,» insistetti, seguendola in cucina e aiutandola a tagliare le verdure per l'insalata, «io non cado e non mi rompo le ossa come Vera. Dunque a scuola sarei più sicura di quanto non lo sia lei.» «No, tu non cadi,» disse con voce tirata. «Probabilmente dovrei ringraziare Dio... ma tu hai altri modi di farti del male, vero?» Vero? Il sogno di papà Prima che l'imbrunire potesse rubare l'ultimo barlume rosato al crepuscolo, papà fu di ritorno dall'ospedale e trasportò Vera nel Salone impero. Come se pesasse quanto una piuma, persino con l'ingessatura fino all'anca sulla gamba sinistra, e una nuova di zecca sul braccio sinistro, mio padre depose teneramente Vera sull'ottomana color viola che mia madre amava avere solo per sé. Mia cugina sembrava molto soddisfatta della grande scatola di cioccolatini che si era divorata per metà nel tragitto dall'ospedale a casa. Non fece il gesto di offrirmene, quantunque morissi dalla voglia di averne uno. Poi vidi che papà le aveva comperato anche un nuovo puzzle, da fare con il braccio destro. «Va tutto bene, tesoro,» mi disse. «Ho portato un puzzle e dei cioccolatini anche per te. Però dovresti essere contenta in fondo, perché per ottenere un po' di attenzione non devi cadere e romperti le ossa.» A quelle parole Vera, con un gesto stizzito del braccio, spazzò via dal tavolo cioccolatini e puzzle. «Su, su,» la rabbonì papà raccogliendo le scatole e porgendogliele di nuovo. «Il tuo puzzle è molto grande, quello di Audrina è piccolissimo. A te ho preso una scatola di cioccolatini da un chilo. Quella di Audrina pesa meno di mezzo chilo.» Di nuovo felice, Vera mi lanciò un sorrisetto compiaciuto. «Grazie, pa-
pà. Sei così buono con me, tu.» Allungò le braccia verso di lui nella richiesta di un bacio. Dentro di me mi sentii rivoltare; non sopportavo che lo chiamasse papà quando sapevo bene che non era suo padre ma solo mio. Mi risentii anche per il bacio che lui le depose sulla guancia, per quella enorme scatola di cioccolatini, per quel puzzle più grande e dai colori più vivaci del mio. Incapace di stare a guardare oltre me ne andai a sedermi sulla veranda sul retro e a fissare la luna che si stava levando sopra l'acqua scura. Era un quarto di luna, quella che papà chiamava una falce ed ebbi l'impressione di scorgervi il profilo dell'uomo della luna, vecchio e rugoso. Il fruscio del vento fra le foglie estive aveva un suono solitario, e mi diceva che presto le foglie sarebbero morte e l'inverno sarebbe arrivato, e io non mi ero goduta affatto l'estate. C'erano in me vaghi ricordi di estati più felici, più calde, eppure non riuscivo a evocarli chiaramente per riviverli. Mi infilai un cioccolatino in bocca anche se dovevamo ancora cenare. Questo agosto somigliava più a un ottobre che a un mese estivo, davvero. Come se mi avesse udita chiamare, papà venne a sedersi accanto a me. Annusò l'aria come faceva sempre, una vecchia abitudine, mi aveva confidato più volte, rimastagli dai suoi giorni in marina. «Papà, perché le anatre vanno a sud se è estate? Pensavo che andassero a sud solo a fine autunno.» «Immagino che le anatre sappiano più di quello che sappiamo noi circa il tempo e forse stanno cercando di dirci qualcosa.» La sua mano mi carezzò delicatamente i capelli. Feci per cacciarmi un altro cioccolatino in bocca quando lui mi ammonì: «Mangiane solo uno». La sua voce era più dolce quando si rivolgeva a me, più gentile, come se la mia sensibilità avesse la consistenza di un guscio d'uovo, fragile quanto le ossa di Vera. «Ho visto che eri gelosa quando ho baciato Vera. Te la sei presa per i doni che le ho fatto. Qualcuno deve pur viziarla quando sta male. Ma tu sai di essere la luce dei miei occhi, il cuore del mio cuore.» «Ma amavi di più la Prima Audrina,» dissi con voce strozzata. «Non troverò mai il suo dono, babbo, per quante volte mi dondoli in quella sedia. Perché devo avere il suo dono? Non puoi accettarmi così come sono?» Col braccio attorno alle mie spalle, ancora una volta mi spiegò che voleva solo darmi fiducia in me stessa. «C'è della magia in quella sedia, Audrina. Io ti amo per quella che sei. Voglio solo che tu abbia quel tantino di extra in più che a lei non serve. E se a lei non serve, perché non averlo tu?
Allora la tua memoria di gruviera si riempirebbe fino a traboccare e io ne sarei felice per te.» Non ero affatto convinta che ci fosse alcun dono da conquistare in quella sedia. Era un'altra menzogna che procurava a me tanta angoscia quanto sembrava dare a lui speranza. La sua voce assunse un tono implorante. «Ho bisogno di qualcuno che creda in me fino in fondo, Audrina. Ho bisogno che tu mi dia la fiducia che mi dava lei. È l'unico dono che voglio che tu conquisti. La sua capacità di avere fede in me, e in te stessa. Tua madre mi ama, lo so. Ma non crede in me. Ora che la mia Prima Audrina non c'è più, dipendo da te per avere ciò che una volta mi faceva sentire pulito e meraviglioso. Ti prego, devi aver bisogno di me quanto ne aveva lei. Abbi fiducia in me quanta ne aveva lei. Poiché solo se ti aspetti il meglio lo otterrai.» Questo non era vero! Mi divincolai dalla sua stretta. «No, papà. Se lei si aspettava solo il meglio, e aveva tanta fiducia in te, perché è andata nel bosco disobbedendo ai tuoi ordini? Si aspettava forse il meglio il giorno in cui è stata trovata morta sotto la samonea dorata?» «Chi ti ha detto questo?» mi chiese papà a bruciapelo. «Non lo so!» gridai, sconvolta nell'udire le mie stesse parole. Non sapevo neppure che cosa fosse una samonea. Il suo volto affondò nei miei capelli, mentre la sua mano mi afferrava la spalla con tanta forza da farmi male. Quando alla fine trovò qualcosa da dire, le parole sembravano venire da chilometri e chilometri di distanza, come il luogo caldo verso cui volavano le anatre. «In un certo senso hai ragione. Forse io e tua madre saremmo dovuti essere più espliciti. Ma purtroppo ci sentivamo imbarazzati e non dicemmo abbastanza alla nostra Prima Audrina. Ma nulla di ciò che è accaduto è stato colpa sua.» «Nulla di cosa, babbo?» «A tavola,» ci chiamò la voce della mamma, quasi fosse stata in ascolto e sapesse esattamente a che punto interrompere la conversazione. La zia sedeva già al tavolo ovale in sala da pranzo e fissava con sguardo ostile mio padre che portava Vera nella stanza. Vera le ricambiò l'occhiata. Le sole volte in cui apparentemente mia zia amava sua figlia era quando non se la vedeva intorno. Ma quando mio padre non era nelle vicinanze riusciva a essere con Vera così crudele che persino io mi sentivo ribollire. Non era mai crudele con me. Mi trattava più che altro con indifferenza, a meno che in un modo o nell'altro non riuscissi a irritarla, cosa che accadeva spesso.
Prima di andarsi a sedere a capotavola papà abbracciò Vera. «Ti senti meglio, tesoro?» «Sì, papà,» rispose con un sorriso radioso. «Mi sento benissimo, adesso.» Non aveva ancora finito di dirlo che papà mi guardò con un ampio sorriso e mi strizzò l'occhio con un'espressione di intesa che certamente a Vera non sfuggì. Abbassò gli occhi e fissò il piatto, rifiutandosi di prendere la forchetta e mangiare. «Non ho fame,» disse, allorché mia madre cercò di convincerla a mandar giù qualcosa. «Mangia,» le ordinò zia Ellsbeth, «altrimenti non mangerai nulla fino all'ora di colazione. Damian, è stata una schiocchezza dare a queste bambine dei cioccolatini prima di cena.» «Ellie, tu hai la capacità di rompermi una certa mia parte anatomica che non nominerò davanti a mia figlia. Vera non morirà certo di fame. Domani si rimpinzerà come si rimpinzava prima di cadere.» Allungò la mano e strinse le lunghe dita esangui di Vera. «Avanti, tesoro, mangia. Fa' vedere a tua madre che puoi mangiare il doppio di lei.» Vera cominciò a piangere. Che cosa tremenda, questa crudeltà di mio padre! Finita la cena corsi di sopra, proprio come fece la mamma, mi gettai sul letto e piansi. Volevo una vita semplice, con un terreno solido sotto i piedi. Invece non avevo che sabbie mobili. Volevo genitori franchi, sempre uguali a se stessi un giorno dopo l'altro, non così mutevoli da non poter contare sul loro amore per più di qualche minuto alla volta. Un'ora più tardi, nel corridoio, risuonarono i passi pesanti di papà. Non si diede la pena di bussare, si limitò a spalancare la porta con un tale impeto che la maniglia urtò contro la parete e vi impresse un'altra tacca. C'era una chiave nella serratura di cui non osavo servirmi, nel timore che avrebbe finito per sfondare la porta se lo avessi fatto. Fece irruzione nella stanza indossando un abito diverso da quello che aveva per cena e mi annunciò che lui e la mamma sarebbero usciti. Si era fatto la doccia e sbarbato di fresco e i suoi capelli ricadevano in morbide onde perfettamente modellate. Sedette sul letto, mi prese la mano fra le sue, permettendomi di vedere le sue grandi unghie quadrate lucidate con la pelle di daino. I minuti passavano e lui si limitava a starsene lì, tenendomi la mano che sembrava sperduta nell'immensità della sua. Gli uccelli notturni sui rami degli alberi fuori della mia finestra cinguettavano sonnacchiosi. La piccola sveglia sul comodino segnava le dodici, ma l'ora non era quella. Sapevo
che lui e la mamma non sarebbero usciti a mezzanotte. In lontananza udii un fischio lacerare l'aria: qualche battello stava salpando. «Bene,» si decise a dire alla fine, «che cosa ho fatto questa volta per ferire il tuo fragile io?» «Non è giusto che tu sia gentile con Vera certe volte e che un minuto dopo tu sia così crudele. E poi non l'ho spinta io giù per le scale.» La mia voce suonava incerta; indubbiamente questo non era il genere di colloquio che avrebbe indotto qualcuno a credermi. «Lo so che non sei stata tu a spingerla,» replicò non senza una certa impazienza. «Non c'era bisogno di dirmelo, questo. Mai confessare un crimine, Audrina, finché non sei accusata.» Nella cupa penombra i suoi scuri occhi di carbone scintillarono: mi faceva paura. «Tua madre e io passiamo la serata con amici in città. Stasera non stare sulla sedia a dondolo. Fa' la brava bambina e fatti un bel sonno senza sogni.» Credeva forse che potessi controllare i miei sogni? «Quanti anni ho, babbo? La sedia a dondolo non me lo ha mai detto.» Si alzò dal letto e si diresse verso la porta e, dalla soglia, si voltò e indugiò a guardarmi. Le lampade a gas del corridoio gli facevano brillare i folti capelli neri. «Hai sette anni, presto ne compirai otto.» «Quanto presto, papà?» «Presto, vedrai.» Tornò a sedersi accanto a me. «Quanti anni vorresti avere?» mi chiese. «Solo gli anni che mi toccano.» «Saresti un bravo avvocato, Audrina. Non dai mai una risposta diretta.» Neppure lui. Stavo prendendo le sue abitudini. «Papà, dimmi di nuovo, perché non riesco a ricordare esattamente cosa facevo l'anno scorso, e l'anno prima?» Emise un sospiro desolato, come sempre quando ponevo troppe domande. «Tesoro mio, quante volte devo dirtelo? Tu sei una bambina speciale, con capacità così straordinarie che il concetto di tempo ti sfugge. Cammini da sola nel tuo spazio privato.» Questo già lo sapevo. «Non mi piace il mio spazio privato, papà. È un sentiero solitario, il mio. Voglio andare a scuola come fa Vera. Voglio salire sul piccolo bus giallo. Voglio amici con i quali giocare... e non riesco a ricordare di aver mai avuto una festa di compleanno.» «E riesci a ricordare una festa di compleanno di Vera?» «No.»
«È perché in questa casa non festeggiamo i compleanni. È molto più saggio dimenticare il tempo e vivere come se non esistessero orologi o calendari. In questo modo non si invecchia.» La sua risposta così simile a quella della mamma... troppo simile. Il tempo contava, i compleanni anche; contavano molto più di quanto non dicesse. Mi diede la buonanotte e chiuse la porta, lasciandomi stesa sul letto a pensare. Una notte fui svegliata da delle urla. Le mie. Ero seduta sul letto e mi aggrappavo alle lenzuola che mi ero tirata su fino al mento. Nel lungo corridoio udii il rumore sordo dei piedi nudi di papà che arrivava di corsa. Si protese sul letto per prendermi fra le braccia, lisciandomi i capelli aggrovigliati, mormorandomi parole dolci per placare le mie grida, continuandomi a ripetere che non avevo nulla da temere. Ero al sicuro lì con lui. Presto mi addormentai di nuovo, tranquilla fra le sue braccia. Mi svegliai alla luce del mattino e sulla soglia trovai papà che mi sorrideva radiosamente, come se non se ne fosse mai andato. «Domenica mattina, amore mio. Ora di alzarsi e di essere contenti. Mettiti i vestiti della domenica e usciamo.» Lo fissai con occhi imbambolati, disorientata. Era solo la settimana prima che Vera si era rotta la gamba? Oppure da molto tempo? Lo chiesi a papà. «Capisci cosa voglio dire, tesoro? È dicembre, adesso. Fra cinque giorni sarà Natale. Non dirmi che l'hai dimenticato.» Ma era così. Il tempo mi sfuggiva con agilità sorprendente. Oh Dio... Quello che Vera diceva di me doveva essere vero. Ero una testa vuota, smemorata, forse priva di cervello. «Papà,» lo fermai appena in tempo, mentre stava chiudendo la porta in modo che potessi vestirmi per andare in chiesa. «Perché tu e la mamma fate credere a tutti quanti che Vera è vostra figlia e non figlia di zia Ellsbeth?» «Adesso non c'è tempo per questi discorsi, Audrina. Inoltre ti ho già detto parecchie volte come è accaduto che tua zia se ne è andata per quasi due anni e poi è tornata con una figlia di un anno. Naturalmente si aspettava di sposare il padre di Vera. Non potevamo permettere che si sapesse in giro che una Whitefern aveva messo al mondo il frutto del peccato. È davvero un crimine per te far passare Vera come tua sorella e risparmiare a tua zia
la vergogna del suo errore? Qui non siamo a New York, Audrina. Viviamo nella Bible Belt, in terra timorata, dove i buoni cristiani devono attenersi alle regole divine.» Vera era figlia di un tizio senza nome e mio padre era generoso e indubbiamente stava facendo la cosa più giusta, e io ero la sua unica figlia vivente. Vera fingeva che lui fosse suo padre, ma non lo era. «Sono così felice di essere la tua unica figlia... la tua unica figlia viva.» Mi fissò con occhi vacui per alcuni secondi, stringendo le labbra piene. Mi era stato detto parecchie volte che gli occhi erano lo specchio dell'anima, così ignorai le sue labbra e osservai i suoi scuri occhi socchiusi. Nel fondo c'era qualcosa di duro e sospettoso. «Tua madre non ti ha mica detto nulla di diverso, vero?» «No, papà, ma Vera sì.» Di botto scoppiò a ridere e mi strinse con tale forza al petto da farmi male alle costole. «E che importa ciò che Vera dice o non dice? Certo che lei vorrebbe che io fossi suo padre. Dopo tutto sono l'unico padre che abbia mai conosciuto. E se tutti gli altri credono che Vera sia figlia di tua madre, ebbene lascia che lo credano. Non esistono al mondo famiglie senza scheletri nell'armadio. E i nostri non sono peggiori di quelli degli altri. Per giunta non credi che il mondo sarebbe noioso se tutti sapessero tutto su tutti? Il mistero è il sale della vita. E ciò che fa andare avanti la gente è la speranza di scoprire i segreti altrui.» Io pensavo che il mondo sarebbe stato un luogo migliore senza scheletri né misteri. Il mio mondo sarebbe stato perfetto se tutti quanti in casa mia avessero saputo essere chiari e trasparenti. La sedia a dondolo Quella sera, pochi istanti dopo essere andata a letto decisa ad avere solo pensieri felici prima di addormentarmi, nella speranza che si tramutassero in sogni felici, Vera venne in camera mia. Saltellando con straordinaria destrezza sulle stampelle alle quali era ormai abituata, riusciva anche a portare con sé in una sacca a tracolla le cose che le occorrevano... solo che questa sacca era diversa da tutte quelle che avevo visto prima di allora. «Ecco,» disse gettandola sul letto. «Guarda e impara. Quelle due donne in cucina non ti insegneranno mai ciò che ti insegnerò io.» Ero scettica ma felice, tuttavia, che Vera si interessasse alla mia educazione. Mi rendevo conto che perdevo molte cose non andando a scuola.
Scosse il contenuto della sacca sul letto e mi caddero addosso in un mucchio aggrovigliato dozzine di fotografie e ritagli di giornali. Non potevo credere ai miei occhi mentre mi accingevo a separare i ritagli uno dall'altro, fissando le figure che mostravano uomini e donne nudi allacciati in bizzarri e lascivi amplessi. Quelle mostruosità mi restavano incollate alle dita, così appiccicose che mentre cercavo di staccarmele da una mano me le ritrovavo attaccate all'altra. Poi, con mia grande costernazione, udii il passo pesante di mio padre dirigersi verso la porta. Vera l'aveva fatto apposta! Sapeva che papà veniva in camera mia ogni sera verso quell'ora. «Io vado,» annunciò Vera con un sogghigno di piacere. Saltellò verso la porta di camera sua comunicante con la mia, nell'intento di sfuggire a papà. «Che non ti salti in testa di dirgli che sono stata qui.» Ma doveva appoggiarsi alle stampelle e non riuscì a essere abbastanza veloce. Papà spalancò la porta e ci fulminò entrambe con lo sguardo. «Cosa succede qui?» chiese. Con le prove della colpa incollate alle dita esitai dando così a Vera l'occasione di gettarmi addosso tutta la responsabilità del crimine: «Ho trovato questa sacca in un armadio a muro e giacché c'era il suo monogramma sopra ho pensato che questa Audrina avesse diritto ad averla». Aggrottando tempestosamente la fronte, papà mi venne vicino e mi strappò i ritagli dalle dita. Bastò un'occhiata per farlo ululare infuriato; poi, voltandosi di scatto, colpì Vera e la mandò rotoloni per terra... anche se era già abbastanza a pezzi così com'era. Come chi è fuor di senno e in punto di morte Vera urlò tutta la sua rabbia: «Sono sue! Perché te la prendi con me?». Papà la sollevò e la tenne sospesa da terra come un cucciolo ripescato da un canale di scolo. La tenne sospesa a mezz'aria sopra il mio letto. «Tirale su adesso!» le ordinò perentoriamente. «La mia Prima Audrina non si sarebbe mai sognata di guardare quelle porcherie come non si sarebbe mai sognata di coprirti di pece e di piume... cosa che farò se non la smetti di provocarmi! E adesso mangiale,» seguitò quando le ebbe tutte quante nella mano esangue e nervosa. Io pensavo che stesse scherzando, e anche lei. «Adesso chiamo la mamma!» lo minacciò Vera. «Sono ferita! Ho la gamba e il braccio fratturati! Potrei morire! Se non mi lasci andare domani vado alla polizia e dico che hai abusato di me...» «Mangiale!» ruggì. «Le hai coperte di colla, non dovrebbero essere molto peggiori della robaccia che cucina tua madre.»
«Papà,» gemette, «non costringermi a mangiare carta e colla!» Con un grugnito disgustato la trascinò fuori della stanza. Pochi secondi più tardi la udii urlare mentre lui la colpiva sulla pelle nuda con la cintura. Non che sapessi per certo che lui usava la cintura sulla sua pelle nuda, ma ci avrei scommesso che Vera lo avrebbe affermato. Vera si metteva a urlare solo se una mosca le si posava sul braccio, dunque come facevo a sapere la verità se non mi alzavo e non andavo a vedere con i miei occhi? Ma non lo feci perché per qualche ragione avevo paura di scoprire che ciò che diceva fosse vero. I minuti passavano mentre il cuore mi batteva all'impazzata. Con l'andar del tempo le urla di Vera si calmarono, ma papà non tornava. Da qualche parte al piano di sotto un orologio batté le dieci, ma voleva dir poco. Ogni osso del mio corpo mi doleva, ogni muscolo era in tensione. Sapevo che quella sera mi sarebbe toccato sedermi sulla sedia a dondolo. Finalmente, quando la tensione si era fatta insopportabile, nella consapevolezza che non mi sarei mai addormentata finché non avessi fatto ciò che mi avrebbe costretta a fare, udii una porta richiudersi e subito dopo il tonfo dei suoi passi nel corridoio. L'andatura di papà era regolare, pesante, scricchiolante sulle tavole di vecchio legno stagionato del pavimento. Piano piano socchiuse la porta della mia camera ed entrò. Senza far rumore se la richiuse alle spalle. Torreggiava nella notte come un mostro gigantesco, proiettando una lunga ombra nell'oscurità della stanza rischiarata dalla luna. «Allora,» mormorò nella più suadente e strascicata cadenza meridionale, per anni coltivata e mitigata dalla patina yankee, «ora che ti sei messa a guardare fotografie oscene la tua mente si insozzerà. Me ne vergogno, Audrina, me ne vergogno davvero.» «Non sono stata io, papà,» implorai. «È stata Vera a portarle qui.... Ma non picchiarla di nuovo, ti prego. Potresti romperle l'altro braccio o l'altra gamba, e magari anche il collo. Non dovresti frustarla in queste condizioni.» «Io non la frusto,» replicò lui aspramente. «Mi sono limitato a sgridarla e lei si è messa a strillare che non l'amavo. Dio mio, come si fa ad amare una persona che ti crea tanti problemi? Ma anche se è stata Vera a portarti quelle foto orrende non era mica necessario che tu le guardassi, vero?» Vero? «Non mi sarei mai aspettato una cosa simile da te, Audrina, non permettere che Vera distrugga ciò che di meglio c'è in te.»
«Perché, papà, i ragazzi sono pericolosi per me e non per Vera?» «Certe ragazze sono nate per essere quello che è Vera. I ragazzi la fiutano a chilometri di distanza. Ecco perché non mi sto a preoccupare per lei. Non servirebbe a nulla. È per te che mi preoccupo, perché amo te. Sono stato ragazzo anch'io, e so come pensano i ragazzi. Mi dispiace dire che della maggior parte dei ragazzi non ci si può fidare. È per questo che devi stare alla larga dal bosco e sempre vicina a casa e anche lontano da scuola. È pericoloso per una bambina bella e sensibile come te. È proprio il genere di donna che un giorno diventerai che salverà il genere umano. È per questo che mi batto per salvarti e proteggerti dalla contaminazione.» «Ma, ma... papà...» «Non protestare, limitati ad accettare il fatto che i genitori si preoccupino. Gli adulti conoscono molto di più il mondo, soprattutto quando si tratta della carne della propria carne. Noi sappiamo che sei ultrasensibile. Desideriamo solo risparmiarti sofferenze superflue. Ti amiamo. Vogliamo che tu cresca sana e felice, nient'altro.» Venne a sedersi sull'orlo del letto nel quale giacevo supina, raggelata e cercando di trattenere il respiro. Strinsi gli occhi con forza. Le palpebre si sollevarono appena per spiarlo e vedere se pensava che mi fossi addormentata, addormentata tanto profondamente da sembrare morta, e forse nella morte avrei conquistato quella nobiltà della Prima e Migliore Audrina e mai più mi sarebbe toccato sedermi sulla sua sedia. Ma lui si fece più vicino. Ghermii il lenzuolo e me lo tirai sotto il mento. Le mani di ferro di papà si chiusero sulle mie spalle. Le forti dita, scavando nella mia tenera carne, mi costrinsero ad aprire gli occhi e a incontrare i suoi. I nostri sguardi si incrociarono e in un muto duello di volontà combattemmo finché la mia mente si fece vaga, remota, e ancora una volta fu lui il vincitore. «Su, su,» mi blandì, prendendo a carezzarmi i capelli, «non è poi così terribile, vero? L'hai già fatto, e puoi rifarlo. Sono certo che presto o tardi conquisterai il suo dono, purché tu abbia la costanza di continuare a provare. Tu puoi aiutarmi, Audrina.» «Ma... ma,» balbettai, augurandomi che la finisse. Ma lui andò avanti, sommergendomi con i suoi bisogni che dovevano essere anche i miei. Avevo paura. Ciò nonostante il mio amore per lui mi rendeva facile preda, desiderosa di essere coccolata, blandita e conquistata dalla consapevolezza che sarei stata desiderata per i «miei» doni, non appena li avessi avuti. «Non devi fare altro che sognare, Audrina, solo sognare.»
Sognare, sognare. Era proprio ciò che non volevo fare. Avrebbe insistito finché non fossi diventata vecchia oppure sarei stata in grado di afferrare il dono della Prima Audrina ed accontentare papà? Volesse Iddio che il dono della Prima e Migliore Audrina mi aiutasse a finire in modo diverso da come era finita lei. Perché non si preoccupava mai di questo? «Sogna, Audrina, amore mio, mia dolcezza. Lo stesso Shakespeare ha scritto: 'Dormire, forse sognare'. Sognare e conoscere la verità. Torna da me e regalami i tuoi sogni, Audrina, e fai avverare tutte le speranze di tuo padre per il futuro.» Lo fissai seduto sul letto. I suoi occhi scuri non erano più scintillanti e spaventosi, solo imploranti e colmi di amore... Come potevo continuare a resistergli? Era mio padre. I padri sapevano distinguere il bene dal male. E io gli dovevo molto. «Sì, papà,» bisbigliai. «Una sola volta. Credi che una sola volta sarà sufficiente?» «Forse lo sarà,» rispose lui, il volto rischiarato da un sorriso. Apparentemente felice, papà mi condusse per mano in fondo al corridoio, nell'ultima stanza. Una volta giunti lì, mi lasciò andare e prese una grossa chiave per aprire la serratura. Sentii una corrente gelida che mi fece rabbrividire. Era la tomba della prima Audrina che alitava su di me. Mi guardai attorno come facevo sempre, come se fosse la prima volta che entravo lì. Non avrei saputo dire quante volte c'ero già stata. Questa stanza sembrava essere l'unica cosa che riempiva i buchi della mia memoria, più potente di qualsiasi altra esperienza. Ogni volta che vi entravo era un colpo udire le campanelle a vento nella cupola iniziare il loro sommesso tintinnio. Persino nell'oscurità i colori prismatici dell'arcobaleno lampeggiarono dietro le mie palpebre. Forse avevo afferrato un ricordo... il ricordo di una stanza anche troppo familiare. Forse stavo cominciando a trarre beneficio dalla mia presenza in quella stanza. Se una volta non fosse stata la sua stanza l'avrei voluta per me. Era enorme, con un gran letto a baldacchino. C'erano due giganteschi armadi di legno scuro pieni di vestitini che una volta erano stati i suoi, vestitini che loro non volevano che io indossassi. C'erano file di scarpine ordinatamente allineate dalla misura di un anno a quelle adatte per una bambina di nove anni. Alcune erano vecchie e logore, altre lucide e nuove. I vestiti che vi erano appesi sopra si facevano più lunghi col passare degli anni. Le pareti erano ricoperte da ampi scaffali traboccanti di ogni cosa che una bambina potesse desiderare. C'erano bambole provenienti da tutti i paesi, vestite dei costumi locali. C'erano piccoli servizi da tè in miniatura, li-
bri di favole e libri illustrati, palle di gomma e palloni da spiaggia, corde per saltare con manici dalle fogge più diverse, bocce di legno, scatole di giochi, puzzle e tavolozze di colori... oh, non c'era nulla che non avessero comperato per la Prima, la Migliore e la Più-Che-Perfetta Audrina... molto più di quello che avevano comprato per me. Su quegli scaffali scuri e incombenti sui quali i balocchi erano riposti in sempiterno cordoglio, come in attesa di essere nuovamente amati, c'erano dozzine di animali di pelouche colorati, tutti con scuri occhi di giaietto che ammiccavano e luccicavano e sembravano seguire i miei movimenti. Non mancavano neppure sonagli da neonato con i segni dei dentini e le scarpette con le quali aveva mosso i primi passi, bronzate e fissate per sempre nel tempo. Non avevano serbato le mie né le avevano fatte bronzare, né avevano serbato quelle di Vera. Sotto le ampie finestre, protette da vaporose tende bianche arricciate c'era una casa di bambole. Un tavolino in miniatura con quattro seggioline era apparecchiato e pronto per una festa che nessuno avrebbe mai dato. Tappeti e stuoie multicolori erano disseminati in giro a suddividere le aree della stanza, formando stanze nella stanza, dedali nel dedalo. Silenziosi come ladri notturni, lasciammo la soglia e ci addentrammo in quella stanza che ci attendeva come col fiato sospeso. Le mie pantofoline da notte furono lasciate fuori nel corridoio, al pari di quelle di lui, a dimostrazione del nostro rispetto di questa stanza nella quale un tempo la figlia perfetta aveva regnato. Il modo stesso in cui papà mi aveva insegnato a chinare la testa e ad abbassare gli occhi e a parlare in bisbigli reverenziali una volta dentro, mi riempiva di soggezione. Pieno di aspettative tenne gli occhi fissi su di me, come in attesa che la sua singolarità mi esplodesse nel cervello, colmandomi la memoria di gruviera con i doni della Prima Audrina. Continuò a fissarmi, in attesa che accadesse qualcosa, ma alla fine, vedendo che continuavo a girare in tondo fissando ora questo ora quello, si fece impaziente e indicò l'unica sedia di misura normale presente nella stanza... la magica sedia a dondolo con lo schienale di pizzo e il cuscino di velluto. Mi appressai riluttante, trattenendo il fiato mentre mi constringevo a sedermi. Non appena fui rigidamente sistemata sulla sedia, lui venne a inginocchiarmisi accanto. Poi iniziò il rituale di baci sui miei capelli, il mio viso, persino le mie braccia e le mie mani, tutti volti a significare che amava me di più. Mormorò parole carezzevoli alle mie orecchie, il fiato umido e caldo, e prima che potessi protestare, balzò in piedi e corse fuori
dalla stanza, sbattendosi la porta alle spalle e chiudendola a doppia mandata. Non mi aveva mai lasciata sola lì dentro prima! «No, papà!» urlai, il panico nella voce, il terrore che mi avviluppava. «Torna indietro! Non lasciarmi qui da sola!» «Non sei sola,» mi gridò dall'altra parte della porta. «Dio è con te e io sono con te. Resterò qui fuori ad aspettare, guarderò dal buco della serratura, ascolterò, pregherò. Da quella sedia a dondolo non può venirti altro che bene. Abbi fiducia, Audrina; non potrà venirti altro che bene per riempire il tuo cervello e sostituire i tuoi ricordi perduti.» Strinsi gli occhi e udii le campanelle a vento tintinnare più forte, molto più forte ora. «Tesoro, non piangere. Non hai nulla da temere. Abbi fiducia in me. Fa' come ti dico, e il tuo futuro splenderà più luminoso del sole stesso.» Accanto alla sedia a dondolo c'era un tavolino con una lampada e una Bibbia, la sua Bibbia. Afferrai il librone nero rilegato in pelle e me lo strinsi al cuore. Mi dissi, come già mi ero detta altre volte, che non c'era nulla da temere. I morti non potevano far male a nessuno. Ma se così era... perché avevo tanta paura? Udii la voce suadente di papà al di là della porta sbarrata. «Tu possiedi i suoi doni, Audrina, li possiedi. Anche se non ci credi, io ho fiducia. E io so. Penso che la ragione per la quale abbiamo fallito fino a oggi è stata perché sono rimasto nella stanza con te. È la mia presenza che interferisce con la tua possibilità di riuscire. Adesso so che è la solitudine, la solitudine del cuore, che fa iniziare il processo. Devi liberarti la mente da ogni ansia. Non devi provare né paura, né gioia, né confusione; solo quando non ti aspetti nulla, tutto ti sarà dato. Non devi provare altro che il piacere di essere viva, di essere dove sei e quella che sei. Non chiedere nulla e riceverai tutto. Siedi lì e liberati di ciò che ti spaventa o ti preoccupa. Fa' che la serenità ti rilassi le membra e la mente e se il sonno vuole prenderti lascia che ti prenda. Mi senti? Mi stai ascoltando, Audrina? Niente confusione. Niente paura. Il tuo papà è qui.» Le sue parole erano familiari. Sempre la stessa esortazione a non avere paura quando la paura mi soffocava. «Papà,» gemetti per l'ultima volta, «ti prego non farmi...» «Oh,» replicò lui pesantemente, sospirando, «perché devo costringerti? Perché non puoi aver fiducia? Lasciati andare nella sedia a dondolo, poggia la testa contro lo schienale, tieniti ai braccioli e comincia a dondolare.
Canta se questo ti aiuta a liberarti la mente dalla paura, dalle tensioni, dai desideri e dalle emozioni. Continua a cantare finché non sarai il vaso vuoto. Nei vasi vuoti c'è posto per molte, molte cose, ma in quelli pieni non c'è spazio per altro...» Oh sì, l'avevo già sentito. Sapevo cosa stava facendo. Stava cercando di trasformarmi nella Prima Audrina... o forse stavo diventando lo strumento attraverso il quale sarebbe riuscito a comunicare con lei. Io non volevo essere lei. E se mai lo fossi diventata l'avrei odiato, oh quanto l'avrei odiato. Eppure continuava a blandirmi, ad adularmi e se non volevo rimanere lì tutta la notte mi toccava fare come voleva lui. Innanzi tutto mi guardai di nuovo attorno, mandando a memoria ogni particolare della stanza. Piccole sollecitazioni formicolanti presero a bisbigliare, bisbigliare che potevo essere lei, ero lei, la morta Audrina che non era altro che ossa e polvere nella tomba. No, no, dovevo pensare alle cose giuste e dare a papà ciò che doveva avere. Mi dissi che in fondo mi trovavo solo in una camera da letto piena di vecchi balocchi. Scorsi un ragno enorme tessere la sua tela da bambola a bambola. Alla mamma non piacevano i lavori di casa, neppure pulire questa stanza. Per quanto a prima vista sembrasse un tempio terso e immacolato, la pulizia era solo superficiale. Per qualche ragione la cosa mi rassicurava... la mamma si limitava a compiere quelli che il babbo definiva i «rituali esteriori» di un riverente lindore. E zia Ellsbeth si rifiutava di pulire questa stanza. Inconsciamente presi a dondolare. Dentro di me si insinuò un motivo vecchio, quasi dimenticato. Musica e ritornello continuavano a ripetersi nella mia mente. Le parole mi cullavano, mentre la melodia mi solleticava la spina dorsale e mi rallentava il battito cardiaco. La pace stava arrivando, non richiesta, ad appesantirmi le palpebre... poi, confusamente, udii la mia fragile voce levarsi in un canto: Solo una stanza, al sicuro a casa, Nient'altro che una stanza al sicuro a casa, Niente lacrime, niente timori E nessun bisogno di andare fuori, Perché il mio papà mi vuole sempre a casa, Nella mia stanza, al sicuro a casa. La stanza della Prima e Migliore Audrina. La Perfetta Audrina che non aveva mai procurato ai suoi genitori le sofferenze e i problemi che io arre-
cavo quotidianamente. Non volevo cantare la sua canzone. Ma non riuscivo a fermarmi. E continuai a sentire quel canto, cercando di tenere gli occhi aperti in modo che potessero vedere gli elefanti, gli orsacchiotti e le tigri sugli scaffali, che sentivo dolci e amichevoli finché non distoglievo lo sguardo. Ogni volta che tornavo a volgere gli occhi su di loro li sorprendevo a ringhiare ferocemente. La tappezzeria alle pareti era di un azzurro sbiadito, intessuto di scintillanti fili argentei che formavano ragnatele sulle pareti. C'erano altri ragni sui giocattoli. Uno gigantesco prese ad avviluppare insieme altre bambole, e un altro scese a riposare sull'occhio di una bambola che aveva i capelli più o meno uguali ai miei. Che cosa terribile. «Dondola, Audrina, dondola!» ordinò papà. «Fa' scricchiolare il pavimento. Fa' arrivare le grigie nebbie. Guarda le pareti svanire, ascolta le campanelle tintinnare. Ti prenderanno e ti porteranno con sé, là dove troverai i ricordi smarriti, i doni che erano i suoi. A lei non servono dove si trova adesso, ma a te sì. Dunque canta, canta canta...» Era mesmerizzante, come una cantilena che anche lui fosse costretto a cantare, senza tuttavia conoscerne le parole. Papà mi ama, sì mi ama. Papà ha bisogno di me, sì ha bisogno. Gesù mi ama, questo lo so, Se leggo la Bibbia ancor più lo saprò... I tondi occhietti di giaietto degli animali di pelouche sembravano ammiccare e luccicare con maggior consapevolezza di quanta ne avrei mai posseduta io. Linguette rosee o rosse spuntarono, pronte a parlare e svelarmi i segreti che papà non mi avrebbe mai rivelato. In alto le campanelle a vento squillavano via via che dondolavo e mi sentivo prendere dal benessere, dalla serenità. Non c'era nulla di sbagliato in me, giacché presto o tardi sarei cambiata, in un modo o nell'altro, in meglio... Dentro di me si fece strada una sensazione sempre più sonnolenta di irrealtà. La luce calda delle lampade a gas tremolava, strappando bagliori oro e argento alla tappezzeria. I colori nella stanza cominciarono a muoversi, a scintillare come diamanti incandescenti. La musica delle campanelle nella cupola mi danzava nel cervello, tintinnante, raccontandomi di giochi felici lassù, sornionamente sussurrandomi di una terribile volta lassù. Chi mi puntava la luce di quel prisma di cristallo negli occhi? Come aveva fatto il vento a entrare in casa e ad arruffarmi i capelli se tutte le fi-
nestre erano chiuse e sbarrate? C'erano forse correnti d'aria nella cupola e spettri in soffitta? Che cosa mi faceva muovere i capelli, che cosa? Lontano, dalle profondità della parte sana di me, volevo credere che tutto questo fosse inutile, che mai sarei diventata un «vaso vuoto» che si sarebbe colmato di ogni meraviglia. Sinceramente non volevo essere quella Prima Audrina, anche se era stata più bella e più dotata. Ciò nonostante dondolavo e cantavo e non riuscivo a smettere. La pace era in arrivo e mi avrebbe reso felice. Il mio cuore impazzito rallentò il suo battito. Il sangue smise di scorrere vorticoso nelle mie vene. La musica che udivo era bella mentre dietro di me, o forse davanti a me, una voce d'uomo cantava. Qualcuno che aveva bisogno di me mi chiamava, qualcuno che era nel futuro, in attesa; e come in un sogno vidi le pareti svanire davanti ai miei occhi via via che lentamente, lentamente le molecole si separavano, si sgretolavano, lasciando il posto a una superficie porosa attraverso la quale potevo volare senza difficoltà. Ero fuori nella notte che rapidamente stava diventando giorno. Libera! Ero libera dalla stanza. Libera da mio padre. Libera da Whitefern! Era il mio gran giorno e tornavo allegramente di corsa da scuola. Ed ero io. Felice saltellavo in un sentierino nel bosco. Ero appena uscita da scuola, e non mi sorprendevo né mi meravigliavo di questo fatto, pur sapendo che non ero mai stata a scuola. Qualcosa di saggio mi diceva che mi trovavo dentro la Prima e Più-Che-Meravigliosa Audrina, e che stavo per conoscerla bene quanto me. Ero lei, e lei era me, e «noi» indossavamo un bellissimo vestito di crepe-de-chine. Sotto portavo la mia sottoveste più bella... quella con l'orlo di merletto irlandese ricamato a trifogli. Era il mio compleanno e avevo nove anni. Questo significava che presto ne avrei avuti dieci e dieci non era lontano da undici, e non appena avessi compiuto i dodici anni la magia di trasformarmi in una donna sarebbe stata a portata di mano. Giravo su di me per vedere la gonna a pieghe gonfiarsi attorno alla vita. Chinai la testa e volteggiai ancora per vedere spuntare la sottoveste. Improvvisamente ci fu un rumore sul sentiero davanti a me. Qualcuno ridacchiava. Come per magia, di botto il cielo si fece scuro. Un lampo squarciò l'aria. Un tuono rombò, cupo e minaccioso. Non potevo muovermi. Restai pietrificata come una statua di marmo. Il cuore prese a battermi selvaggiamente come un tam tam nella giungla. Un sesto senso si svegliò in me e urlò che qualcosa di terribile stava per acca-
dere. Dolore, pulsava il mio sesto senso, vergogna, terrore e umiliazione. Mamma, papà, aiuto! Non lasciate che mi facciano del male. Non permettetelo! Andavo ogni settimana alle lezioni di religione, non mancavo mai anche quando avevo il raffreddore. Mi ero meritata la Bibbia nera con il nome inciso in oro sulla copertina, e avevo anche una medaglia d'oro. Perché la sedia a dondolo non mi aveva messa in guardia e non mi aveva detto come evitare il pericolo! Dio, ci sei!? Mi guardi, Dio? Fa' qualcosa! Fa' una cosa qualsiasi! Aiutami! Saltarono fuori dai cespugli. Tre. Corri, corri veloce! Non mi prenderanno mai se corro veloce abbastanza. Le gambe si mossero, corsero... ma non abbastanza. Urla, urla forte, più forte! Mi battei con calci e graffi, picchiai la testa contro i denti del ragazzo che mi inchiodò le braccia dietro la schiena. Dio non udì le mie invocazioni di aiuto. Nessuno le udì. Gridai, gridai e gridai ancora... finché non potei gridare più. Provavo solo vergogna e umiliazione, sentivo solo mani crudeli che strappavano e ghermivano e violavano. Vidi l'altro ragazzo alzarsi dai cespugli e guardarmi paralizzato, con i capelli appiccicati alla fronte per la pioggia che adesso scrosciava forte. Lo vidi fuggire di corsa! Alle mie grida, papà entrò di corsa nella stanza. «Tesoro, tesoro,» esclamò, lasciandosi cadere in ginocchio in modo da potermi prendere fra le braccia. Mi strinse al petto e mi carezzò la schiena, i capelli. «Non aver paura, sono qui. Ci sarò sempre.» «Non dovevi, non dovevi,» singhiozzai, tremando ancora per la paura. «Che cosa hai sognato questa volta, amore mio?» «Cose brutte, le stesse cose terribili.» «Racconta tutto al tuo papà. Lascia che ti porti via il dolore e la vergogna. Adesso capisci perché ti dico di stare lontana dal bosco? Quella era tua sorella Audrina, tua sorella morta. Non deve accadere anche a te. Tu non fai che rivivere quella scena quando l'unica cosa che desidero è che tu voli oltre quei boschi e ti prenda per te tutto ciò che di meraviglioso aveva lei. Hai visto quanto poteva essere felice? Quanto era piena di gioia? Hai sentito quanto era meravigliosa la vita per lei quando stava lontana dai boschi? È questo che io voglio per te. Oh, mia dolce Audrina,» sussurrò con il volto nascosto nei miei capelli, «non sarà sempre così. Un giorno, men-
tre sarai qui a dondolarti e a cantare, volerai oltre i boschi, dimenticherai i ragazzi e scoprirai la bellezza di essere viva. Non appena ciò accadrà, tutte le cose dimenticate, tutte le cose buone, ti torneranno di botto alla mente e ti renderanno di nuovo integra e intera.» Mi stava dicendo, in perfetta buonafede, che adesso non ero intera... e se fosse stato così, cos'ero allora? Pazza? «Domani lo rifaremo. Questa volta non è stata terribile quanto l'altra. Questa volta te ne sei tirata fuori e sei tornata da me.» Sapevo che dovevo evitare per sempre questa stanza e questa sedia a dondolo. In un modo o nell'altro dovevo convincerlo di essere volata oltre il bosco e di aver già trovato i doni di cui la Prima Audrina non aveva più bisogno. Teneramente mi rimboccò le coperte e, in ginocchio, recitò una preghiera per invocare per me sogni dorati, chiedendo agli angeli lassù di proteggermi quella notte. Mi baciò sulla guancia, disse che mi amava e mentre si richiudeva silenziosamente la porta alle spalle io mi chiedevo come fare a convincerlo di non farmi tornare più in quella stanza e su quella sedia a dondolo. Come potevo odiare ciò che mi faceva e amare l'idea di diventare ciò che voleva? Come preservarmi... se lui stava cercando di trasformarmi in lei? Giacqui supina per ore fissando il soffitto, cercando di ritrovare il mio passato nelle preziose volute degli stucchi del soffitto. Papà mi aveva fornito molti indizi circa ciò che poteva renderlo felice. Voleva tanto denaro, per se stesso, per la mamma, anche per me. Voleva rimettere a nuovo questa casa e renderla come era un tempo. Doveva mantenere le promesse fatte a Lucietta Lana Whitefern, l'ereditiera che ogni degno giovanotto della East Coast aveva desiderato, finché lei non aveva scelto lui. Che magnifica preda era stata mia madre. Se non avesse messo al mondo due Audrine! I tè del martedì Natale venne e passò, ma io ricordavo ben poco tranne una bambola vestita da damina, che avevo trovato sotto l'albero, con grande invidia di Vera, malgrado non facesse che ripetere che era troppo grande per giocare con le bambole. Mi spaventava il passare del tempo, così rapido che, prima ancora di rendermene conto, era in arrivo la primavera. I giorni precipitavano nei buchi della mia memoria. Vera si divertiva a torturarmi dicendo che
chiunque non avesse la cognizione del tempo doveva essere matto. Oggi era martedì, e zia Mercy Marie sarebbe tornata a farci visita, anche se mi sembrava appena ieri che Mercy Marie era stata tirata in ballo per il solito tè. Papà se la prendeva comoda quel martedì mattina. Si attardava seduto al tavolo della cucina, dilungandosi sui significati e le complessità dell'esistenza, mentre Vera e mia zia consumavano una frittella dopo l'altra come se fossero secoli che non toccavano cibo. Con gesti composti mia madre preparava tartine e altre ghiottonerie per l'ora del tè. «Erano i momenti migliori; erano i momenti peggiori,» esordì papà che amava ripetere in continuazione quella frase che sembrava irritare la mamma almeno quanto me. Lui aveva la capacità di rendere terribile il solo pensiero del domani. Andava avanti per ore, creando l'illusione che il tempo della sua gioventù fosse di gran lunga migliore di qualsiasi altro tempo che avrei mai conosciuto. La vita era perfetta quando papà era ragazzo; ai suoi tempi la gente era più gentile; le case venivano costruite per durare per sempre e non per crollare a pezzi come accadeva oggigiorno. Anche i cani, apparentemente, erano migliori quando lui era giovane: si poteva esser certi che avrebbero riportato al padrone qualsiasi cosa avesse lanciato. Persino il tempo era migliore, non così caldo in estate, non così freddo in inverno, tranne nei casi di tempesta di neve. Nessuna tempesta dei giorni nostri aveva la benché minima possibilità di uguagliare la gelida ferocia delle tempeste che papà aveva affrontato per tornare a casa da scuola. «Trentacinque chilometri,» blaterava, «fra vento e neve, pioggia e nevischio, ghiaccio e grandine, nulla mi teneva a casa... neppure la polmonite. Quando, ai tempi del liceo, facevo parte della squadra di football e mi ruppi una gamba, non riuscirono a impedirmi di andare e tornare da scuola a piedi, da solo, tutti i giorni. Ero duro, deciso a conquistarmi una buona educazione, a essere il migliore.» Mamma sbatté giù un piatto con tale foga da romperlo. «Smettila, Damian, stai esagerando.» La sua voce era aspra, spazientita. «Ma non ti rendi conto dei falsi valori che ficchi in testa a tua figlia?» «E che altro genere di valori le avete mai inculcato voialtri due?» si intromise la zia Ellsbeth acida. «Se Audrina ce la farà a diventare una persona normale sarà un vero miracolo.» «Amen,» concluse Vera. Sogghignò e poi mi fece una linguaccia. Papà non se ne accorse, era troppo preso a urlare contro mia zia.
«Normale? E che vuol dire normale? Secondo me normale è solo banale, mediocre. La vita appartiene a chi osa essere diverso.» «Damian, per favore, la finisci di inculcare false filosofie in una bambina troppo piccola per capire che l'unica cosa che sai fare bene è muovere la lingua tutto il giorno?» «Silenzio!» ruggì papà. «Non permetterò che mia moglie mi metta alla berlina davanti alla mia unica figlia. Chiedimi scusa immediatamente, Lucky!» Perché quel sorrisetto compiaciuto sul volto di zia Ellsbeth? Sotto sotto ero convinta che le piacesse sentir litigare i miei genitori. Vera emise un gorgoglio strozzato poi, con palese difficoltà, si alzò e zoppicò verso l'atrio. Presto sarebbe salita sul pullmino della scuola, e pensare che avrei dato un occhio per potermi trovare assieme a tutti gli altri bambini che non erano speciali quanto me. Invece sarei rimasta a casa, tutta sola, con quegli adulti che mi avrebbero rimpinzato la testa di concetti e di nozioni per poi rimescolarli tutti con un forchettone stregato. Non c'è da stupirsi che non sapessi chi fossi, o che giorno della settimana, del mese e persino dell'anno fosse. Non avevo né tempi migliori, né tempi peggiori. Vivevo, così mi pareva, su un palcoscenico, sul quale recitavano i miei e anch'io dovevo avere una parte... solo che non sapevo quale. Di punto in bianco, senza una ragione apparente, mentre mi guardavo attorno in cucina mi venne in mente un gattone rossiccio che dormiva accanto alla vecchia stufa di ghisa. «Vorrei che Tweedle Dee tornasse a casa,» dissi mestamente. «Mi sento tanto più sola da quando il mio gatto se n'è andato.» Papà trasalì. La mamma mi fissò. «Ma, Audrina, Tweedle Dee se ne è andato da molto, molto tempo.» La sua voce sembrava tesa, ansiosa. «Oh sì, certo,» mi affrettai a replicare, «lo so, ma vorrei che tornasse a casa lo stesso. Papà, non l'hai mica portato al recinto degli animali dispersi, vero? Non faresti uccidere il mio gatto, vero... solo perché ti faceva starnutire?» Mi lanciò un'occhiata preoccupata, poi si costrinse a sorridere. «No, Audrina, faccio del mio meglio per provvedere a tutte le tue necessità e se a quel gatto fosse andato bene di restare facendomi morire di starnuti, avrei sofferto in silenzio per amor tuo.» «Sofferto forse, ma non certo in silenzio,» borbottò la zia. Guardai i miei genitori abbracciarsi e baciarsi prima che papà si avviasse al garage. «Buon tè,» si voltò a gridare alla mamma, «anche se sa il cielo
se preferirei che lasciaste perdere Mercy Marie. Ci vorrebbe proprio qualcuno che venisse ad abitare il villino vuoto di nostra proprietà; allora avreste una simpatica vicina per farvi compagnia ai vostri tè.» «Damian,» lo redarguì la mamma in tono agrodolce, «tu esci e ti diverti, non è vero? Ma dal momento che noi siamo tenute prigioniere qui dentro, lascia almeno che Ellie e io ci divertiamo a modo nostro.» Grugnì e non aggiunse altro e un attimo dopo io ero alla finestra centrale a guardarlo mentre si allontanava in macchina. La sua mano si levò dal finestrino in un ultimo saluto prima di scomparire oltre la curva. Non volevo che se ne andasse. Odiavo i tè del martedì. Il ricevimento sarebbe dovuto cominciare alle quattro, ma da quando Vera aveva preso a inventarsi ogni scusa per marinare la scuola e tornare a casa per quell'ora, il tè era stato anticipato alle tre. Con addosso i miei abiti migliori, sedevo compunta in attesa che il rituale iniziasse. La mia presenza a quei ricevimenti era richiesta come parte della mia educazione mondana e se Vera aveva qualche motivo valido per restare a casa, era invitata anche lei. Più di una volta avevo pensato che Vera si rompesse le ossa così spesso per poter restare a casa e sentire quello che avveniva nel salotto buono. La mia tensione cresceva via via che aspettavo che arrivassero la mamma e la zia. Per prima arrivò la mamma, vestita con uno dei suoi raffinati abiti da pomeriggio... una morbida crepella di lana fluttuante di un bel color corallo, con profili viola per richiamare il colore dei suoi occhi. Portava un girocollo di perle e orecchini di diamanti e perle vere in parure con la collana. Erano i famosi gioielli della famiglia Whitefern che, me lo aveva detto molte volte, un giorno sarebbero stati miei. Gli stupendi capelli erano raccolti in uno chignon dal quale sfuggivano alcune morbide ciocche che attenuavano la severità dell'acconciatura e ne esaltavano l'eleganza. Poi venne mia zia, anche lei col suo abito migliore, un tailleur blu scuro con un'austera camicetta bianca. Come sempre portava i lucidi capelli neri in una crocchia bassa sulla nuca. Alle orecchie aveva piccoli bottoncini di diamanti e al dito mignolo portava l'anello col rubino della sua classe. Aveva un'aria molto professionale. «Per favore, Ellie, vuoi fare entrare Mercy Marie?» chiese la mamma dolcemente. Il martedì era l'unico giorno in cui mia madre era autorizzata a usare quel nomignolo. Soltanto papà poteva chiamarla Ellie ogni volta che voleva. «Oh santo cielo, sei in ritardo,» annunciò zia Ellsbeth alzandosi per sol-
levare il coperchio del pianoforte e tirar fuori la pesante cornice d'argento che racchiudeva la fotografia di una donna grassa dal volto dolcissimo. «Sul serio, Mercy Marie, ci aspettavamo che fossi puntuale. Hai sempre avuto l'irritante abitudine di essere in ritardo. Per far colpo, immagino. Ma, cara, faresti colpo anche se arrivassi in orario.» La mamma ridacchiò mentre la zia si sedeva e intrecciava compitamente le mani in grembo. «Il piano non è troppo duro per te, cara, vero? Tuttavia è abbastanza robusto... mi auguro.» Di nuovo la mamma ridacchiò, facendomi dimenare come sulle spine, sapendo che il peggio doveva ancora venire. «Sì, Mercy Marie, capiamo perché sei sempre in ritardo. Fuggire da tutti quei focosi selvaggi dev'essere davvero spossante. Ma saprai senz'altro che corre voce che tu sia stata cucinata in un pentolone da un capo cannibale e mangiata per cena. Non ti dico quanto siamo felici, Lucietta e io, nel constatare che si tratta solo di un pettegolezzo.» Con gesti guardinghi incrociò le gambe e fissò il ritratto sul pianoforte, sistemato nel punto in cui normalmente c'erano gli spartiti. Faceva parte del ruolo della mamma alzarsi e accendere le candele poste nei candelabri di cristallo mentre il fuoco crepitava e scoppiettava, e le lampade a gas tremolavano e strappavano bagliori multicolori alle gocce di cristallo appese ai lampadari, rifrangendoli per tutta la stanza. «Ellsbeth, mia cara, tesoro,» disse mia madre fingendo di essere la morta, anche se spesso il suo spettro era ribelle, «è forse l'unico abito che possiedi, quello? L'hai messo la settimana scorsa e anche quella prima, e i tuoi capelli, Dio buono, perché non cambi pettinatura per una volta? Ti fa sembrare una sessantenne.» La voce della mamma era sempre dolce fino alla nausea quando parlava per conto della zia Mercy Marie. «La mia pettinatura mi piace,» ribatté mia zia acida, guardando mia madre spingere il carrello carico di tutte le ghiottonerie che aveva preparato quella mattina. «Se non altro non cerco di somigliare a una mantenuta viziata che passa tutto il tempo a cercare di compiacere un egocentrico maniaco sessuale. Naturalmente mi rendo conto che in fondo gli uomini sono tutti così. Ed è proprio per questo che ho deciso di restare nubile.» «Non ne dubito, cara,» ribatté mia madre con la sua voce. Poi parlò col tono della fotografia sul pianoforte. «Ma, Ellie, ricordo che un tempo eri pazzamente innamorata di un egocentrico maniaco sessuale. Abbastanza innamorata da andare a letto con lui e da partorirgli una figlia. Un vero peccato che ti abbia usata soltanto per soddisfare la sua lascivia; un vero
peccato che non si sia mai innamorato di te.» «Oh, quello,» disse mia zia con un grugnito di disgusto. «È stato solo un colpo di testa passeggero. Per un attimo il suo magnetismo animale mi ha attratta, ma poi ho avuto abbastanza buon senso da dimenticarlo e da dedicarmi a cose migliori. Del resto so che lui se n'è trovata subito un'altra. Gli uomini sono tutti uguali... egoisti, crudeli, esigenti. Ora so che sarebbe stato il peggiore dei mariti.» «Peccato che non ti sia trovata un uomo meraviglioso come il bel Damian della nostra Lucky,» ribatté la vocina agrodolce dal pianoforte, mentre mia madre si sedeva e addentava una tartina prelibata. Contemplai la fotografia di una donna che non ricordavo di aver mai conosciuto, anche se la mamma sosteneva che l'avevo vista quando avevo quattro anni. Sembrava molto ricca. Aveva diamanti alle orecchie, al collo, alle dita. Il bordo di pelliccia attorno al colletto della giacca dava l'impressione che la sua testa appoggiasse direttamente sulle spalle. Spesso mi figuravo che se si fosse alzata avrebbe avuto una bordura di pelliccia fino ai piedi, attorno alle maniche e attorno all'orlo della gonna, come una regina medievale. Mercy Marie era andata fino in Africa nella speranza di redimere qualche anima perduta e convertirla al cristianesimo. Ora faceva parte anche lei dei miscredenti, mangiata, si spera, dopo essere stata uccisa e cucinata. Secondo quanto avevo appreso da quelle cerimonie del tè, zia Mercy Marie un tempo aveva avuto una passione addirittura smodata per le tartine al cetriolo e lattuga adagiati su uno strato sottilissimo di pane al formaggio. Per accontentarla mia madre doveva fare il pane con le sue mani, tagliar via la crosta e quindi appiattirlo con il matterello. Il pane veniva quindi tagliato con formelle per biscotti dalle forme più svariate. «Davvero, Mercy Marie,» disse mia zia nel suo modo brusco, «prosciutto, formaggio, pollo o tonno non sono appiccicaticci come credi. Noi ne mangiamo in continuazione... non è vero, Lucietta?» La mamma aggrottò la fronte. Tremavo all'idea di quello che avrebbe detto dopo, qualcosa di crudele e feroce. «Se Mercy Marie adora le tartine alla lattuga e cetriolo, Ellie, perché non gliene lasci qualcuna, anziché divorartele tutte quante? Non essere così ingorda. Impara a pensare anche agli altri.» «Lucietta, tesoro,» strillò la voce stridula dal pianoforte, prestata questa volta da mia zia, «ti prego di mostrare a tua sorella maggiore il rispetto che le devi. A tavola le dai delle porzioni talmente minuscole che deve compensare la tua tirchieria mangiando le tartine che io adoro.»
«Oh, Mercy, sei un tesoro, tanto carina! Ma certo, dovrei saperlo ormai che l'appetito di mia sorella è insaziabile. Un pozzo senza fondo non conterrebbe più dello stomaco di Ellie. Forse cerca di riempire così un grande vuoto della sua vita. Forse per lei sostituisce l'amore.» Ecco come si svolgevano i tè commemorativi, mentre le candele profumate bruciavano e il fuoco tossicchiava scintille rosse e zia Ellie consumava tutte le tartine, anche quelle al pâté di pollo che mi piacevano tanto... e anche a Vera. Io mandavo giù contro voglia una tartina che odiavo, del tipo che somigliava proprio a quelli che amava zia Mercy Marie: umido, vischioso, appiccicaticcio. «Sul serio, Lucietta,» interloquì zia Ellsbeth, usando la voce della cara estinta, lanciandomi un'occhiata addolorata constatando che detestavo così palesemente ciò che Mercy Marie doveva aver apprezzato più di ogni altra cosa. «Dovresti fare qualcosa per l'inappetenza di questa bambina. È tutta pelle e ossa e occhioni spaventati. E quella ridicola criniera di capelli. Perché ha sempre quell'aria spiritata? A guardarla si direbbe che basti un alito di vento a spazzarla via... se non impazzisce prima. Ma Lucietta, cosa le fai a quella figliola?» Più o meno in quel momento udii il cigolio della porta laterale che si apriva e pochi secondi più tardi Vera entrava furtivamente nella sala. Si nascose dietro una grande felce di modo che sua madre non la vedesse e si portò il dito alle labbra quando la guardai. Aveva con sé un'enorme enciclopedia medica con due corpi nudi sulla copertina, uno maschile e uno femminile, i cui organi di cartone si potevano asportare. Rabbrividii. Dietro di me Vera ridacchiò. Mi rifugiai nell'angolino del cervello in cui potevo stare sicura e tranquilla, ma il luogo mi dava la sensazione di una gabbia. Mi sentivo sempre in gabbia quando il fantasma dispettoso della zia Mercy Marie veniva a farci visita nel salotto buono. Lei era morta e irreale, ma chissà perché riusciva a far sentire me come un'ombra priva di sostanza. Non reale allo stesso modo in cui le altre ragazze erano reali. La mia mano salì nervosamente a tastarmi gli occhi «spiritati», a sfiorarmi le guance «scavate», giacché presto o tardi sarebbe arrivata a parlare anche di queste. «Mercy,» disse mia madre in tono accusatorio, «come puoi essere così insensibile davanti a mia figlia?» Si alzò flessuosa e regale, avvolta nel morbido abito fluttuante. Fissai il vestito, confusa. Ma se era entrata nella stanza con indosso qualcosa color corallo, come aveva fatto a cambiare colore? Era forse per
via della luce delle finestre che adesso mi sembrava viola, verde e azzurro? La testa cominciò a dolermi. Era estate, primavera, inverno o autunno? Ebbi l'impulso di correre alla finestra e guardare gli alberi: solo loro non mentivano. Vennero dette altre cose che cercai di non udire e poi la mamma andò al pianoforte e sedette per suonare gli inni che zia Mercy Marie amava cantare. Nell'istante stesso in cui mia madre sedette al pianoforte accadde qualcosa di miracoloso: assunse un'aria regale, come se si trovasse di fronte a un pubblico di migliaia di persone pronte ad applaudirla. Le sue lunghe dita indugiarono sopra la tastiera, quindi scesero, battendo un accordo perentorio per esigere attenzione. Suonò Rock of Ages e poi si mise a cantare con una voce talmente bella e dolce che mi venne voglia di piangere. Anche mia zia cominciò a cantare, ma io non mi unii a loro. Qualcosa dentro di me urlava, urlava. Tutto questo era falso. Dio non era lassù; non veniva quando avevi bisogno di lui... non era mai venuto e mai l'avrebbe fatto. La mamma vide le mie lacrime e bruscamente cambiò ritmo. Verrai alla chiesa nel bosco selvaggio, verrai alla chiesa nella pianura, cantava, dondolandosi di qua e di là, facendo ballare i seni. Mia zia ricominciò a mangiare dolci. Scoraggiata, mia madre lasciò il pianoforte e tornò a sedersi sul divano. «Mamma,» chiesi con una vocina piccola piccola, «che cos'è una pianura?» «Lucietta, perché non insegni a tua figlia qualcosa di valido?» chiese la voce implacabile dal pianoforte. Allorché mi voltai di botto, cercando di cogliere in flagrante zia Ellsbeth e la trovai intenta a sorseggiare tè caldo che, lo sapevo, era generosamente allungato con bourbon, proprio come quello della mamma. Forse era l'alcool che le rendeva così crudeli. Non sapevo se avessero amato zia Mercy Marie quando era in vita o se l'avessero odiata. Sapevo però che si divertivano a fare supposizioni sul modo in cui poteva essere morta, come se proprio non potessero credere a papà quando spiegava loro che era più probabile che zia Mercy Marie fosse la viva e vegeta consorte di qualche capo tribù africano. «In molte società primitive le donne grasse sono tenute in gran conto,» mi disse. «Mercy Marie scomparve due settimane dopo il suo arrivo laggiù per compiere la sua opera missionaria. Non credere a tutto quello che ti senti raccontare, Audrina.» Quello era il mio problema più grave... a cosa credere e a cosa non cre-
dere. Ridacchiando la mamma versò dell'altro tè nella tazza di mia zia e nella propria, poi prese una bottiglia di cristallo con una targhetta d'argento «bourbon» appesa al collo e riempì le due tazze sino all'orlo. Fu allora che scorse Vera. «Vera,» disse, «gradisci una tazza di tè caldo?» Naturalmente Vera la gradiva, ma aggrottò la fronte vedendo che non aggiungevano il bourbon anche al suo. «Cosa fai a casa da scuola così presto?» l'aggredì mia zia. «Gli insegnanti avevano una riunione e ci hanno lasciato uscire prima del solito,» si affrettò a spiegare Vera. «Vera, di' la verità alla presenza dei morti viventi,» ridacchiò mia madre, ormai quasi ubriaca. Io e Vera ci scambiammo un'occhiata. Una delle poche volte in cui riuscivamo a comunicare sul serio era quando entrambe ci sentivamo prese in giro e confuse. «E tu cosa fai per divagarti, Ellie cara?» chiese mia madre con la vocina agrodolce e stridula che usava per zia Mercy Marie. «Di sicuro ti annoierai, di tanto in tanto, vivendo così isolata, senza amici. Non hai uno splendido marito che ti riscaldi e ti dia gioia nel tuo freddo letto monacale.» «Ma figurati, Mercy,» replicò mia zia fissando la fotografia negli occhi, «come potrei annoiarmi vivendo con due esseri affascinanti come mia sorella e il suo agente di borsa che adorano combattere in camera da letto fino al punto in cui uno dei due si mette a urlare. Credimi, mi sento piuttosto sicura nel mio letto monacale, senza uno splendido bruto che ama brandire la cintura a mo' di frusta.» «Ellsbeth, come osi dire alla mia migliore amica una sciocchezza simile? Damian e io facciamo dei giochi, tutto qui. Aumenta la sua eccitazione e la mia.» La mamma fece un sorrisetto di scusa alla fotografia. «Sfortunatamente Ellie non sa nulla dei molteplici modi per compiacere un uomo, per dargli ciò che desidera.» Mia zia sbuffò sprezzante. «Sono più che sicura, Mercy cara, che tu non hai mai permesso a Horace di fare quel genere di giochetti con te.» «Se l'avesse fatto non sarebbe dove si trova ora,» ridacchiò la mamma. Gli occhi di Vera erano spalancati quanto i miei. Ce ne stavamo sedute mute e immobili. Ci avrei scommesso che si erano dimenticate entrambe della nostra presenza. «Sul serio, Mercy Marie, devi perdonare mia sorella che è un po' ubriaca. Come dicevo un momento fa, vivo con gente così affascinante che è impossibile annoiarsi. Una figlia muore nel bosco, un'altra viene a prende-
re il suo posto. E gli idioti le danno lo stesso nome...» «Ellsbeth,» scattò mia madre, sollevandosi dalla languida posizione riversa, «se odi tua sorella e suo marito a questo punto perché non te ne vai e non ti porti via tua figlia? Sono certa che da qualche parte deve pur esserci una scuola che ha bisogno di un'insegnante. E tu hai una lingua tagliente che davvero può tenere i bambini al loro posto.» «No,» replicò mia zia imperturbabile, sorseggiando il tè. «Non lascerò mai questa accozzaglia di pezzi da museo. È mia quanto sua.» Teneva il dito mignolo sollevato in una posizione arcuata che le ammiravo molto. Non sarei mai riuscita a fare altrettanto. Strano che mia zia avesse modi così raffinati e fosse così poco curata nel vestire. Mia madre, invece, aveva abiti molto raffinati e modi molto poco raffinati. Mentre mia zia teneva sempre le ginocchia unite, mia madre allargava le sue. Mentre mia zia sedeva eretta come se avesse ingoiato un manico di scopa, mia madre si raggomitolava e assumeva pose sensuali. Facevano di tutto per contrapporsi l'una all'altra, e ci riuscivano. Durante l'ora del tè non davo alcun contributo a meno che non mi venisse richiesto espressamente, e in genere Vera stava altrettanto zitta, nella speranza di carpire altri segreti. Vera era strisciata dietro lo schienale del divano e adesso se ne stava seduta lì, con la gamba più corta allungata e l'altra tirata su in modo da poggiare il mento al ginocchio, e intanto sfogliava lentamente quel libro illustrato d'anatomia umana. Subito dietro la copertina c'era l'uomo di cartone composto di parecchi strati. Nel primo strato era solo nudo. Girando la prima pagina di quell'uomo ritagliato ce n'era un altro con tutte le arterie dipinte di rosso e le vene di blu. Dietro quella tavola colorata c'era un altro uomo con tutti gli organi vitali esposti. L'ultima tavola mostrava lo scheletro, al quale Vera non si interessava minimamente. C'era pure una donna nuda, anche lei visibile all'interno, ma neppure per lei Vera sembrava provare eccessivo interesse. Da un pezzo aveva tirato via il «feto» dall'utero e usava quell'embrione etichettato come segnalibro. Un pezzo alla volta Vera prese a smontare l'uomo nudo, tirando via le parti numerate e studiandole da vicino. Ogni organo poteva essere rimesso nella posizione giusta riponendo le parti nei loro alveoli lievemente rientrati nello spessore della carta. Nella mano sinistra stringeva gli attributi maschili, mentre con l'altra tirava via il cuore e il fegato, girandoli e rigirandoli, prima di riprendere quell'affare di cartone dalla mano sinistra e tornare a esaminarlo nei dettagli. Come erano fatti strani gli uomini, pensavo, mentre rimetteva insieme,
con successo, l'uomo. Dopo di che cominciò di nuovo a smontarlo. Io distolsi lo sguardo. A quel punto ormai mia madre e zia Ellsbeth erano più che brille. «È tutto bello come pensavi sarebbe stato?» Malinconicamente gli occhi della mamma incontrarono quelli raddolciti di mia zia. «Amo ancora Damian, anche se non è stato all'altezza delle sue promesse. In fondo forse non facevo che ingannare me stessa, pensando di poter diventare una concertista di successo. Forse l'ho sposato proprio per evitare di scoprire quanto mediocre fossi in realtà.» «Non ci credo, Lucietta,» ribatté mia zia con sorprendente comprensione. «Sei un'ottima pianista e lo sai. Però permetti a quell'uomo di riempirti la testa di dubbi. Quante volte Damian ti ha convinta che se avessi seguitato non avresti avuto successo?» «Decine e decine e decine di volte,» canticchiò mia madre con una sciocca voce ubriaca che mi fece venir voglia di piangere. «Non parlarmene più, Ellie. Mi fai venire dei rimpianti. Mister Johanson sarebbe così deluso di me. Spero tanto che sia morto e che non sia mai venuto a sapere la fine che ho fatto.» «Lo amavi, Lucietta?» chiese mia zia in tono gentile. Di botto fui all'erta. Vera sollevò lo sguardo dal suo volgare uomo nudo di cui aveva in mano il cuore. Mr. Ingemar Johanson era stato l'insegnante di musica di mia madre quando era ragazzina. «Quando avevo quindici anni ed ero piena di idee romantiche, mi convinsi di amarlo.» Emise un sospiro desolato e si asciugò una lacrima che le scorreva giù per la guancia. Voltò la testa dall'altra parte in modo da mostrare il suo bel profilo e fissò verso le finestre dove il sole invernale filtrava appena allagando il nostro tappeto orientale di pallide pozze di luce. «È stato il primo uomo a darmi un vero bacio... altri compagni di scuola l'avevano fatto, ma il suo fu il primo vero bacio.» Non erano tutti uguali i baci? «E i suoi baci ti piacevano?» «Sì, Ellie, mi piacevano. Mi riempivano di desiderio. Ingemar mi risvegliò sessualmente e poi mi lasciò insoddisfatta. Quante notti insonni ho passato allora, e anche adesso quando mi sveglio la notte rimpiango di non averlo lasciato andare avanti e finire ciò che aveva iniziato anziché dire no e preservarmi per Damian.» «No, Lucietta, hai fatto la cosa giusta. Damian non ti avrebbe mai sposa-
ta se avesse sospettato che non eri vergine. Sostiene di essere un uomo moderno con idee liberali, ma in fondo è vittoriano. Sai benissimo anche tu che non è stato in grado di affrontare ciò che è accaduto ad Audrina più di quanto l'abbia fatto lei...» Cosa intendeva dire? Come poteva la Prima Audrina affrontare qualcosa dal momento che l'avevano trovata morta nel bosco? Di botto la mamma si voltò e mi vide seminascosta dietro la felce. Mi fissò, come per riordinare qualche pensiero nella sua testa prima di parlare. «Perché cerchi di nasconderti, Audrina? Esci fuori di lì e vieni a sederti in poltrona come una signora. E perché te ne stai così silenziosa? Partecipa alla conversazione anche tu. A nessuno piace una persona che non sa dire quattro parole.» «Cos'era che la Prima Audrina non avrebbe saputo affrontare meglio di papà?» chiesi alzandomi in piedi e lasciandomi cadere in una poltrona. «Audrina, stai attenta con quella tazza!» «Mamma, cosa è accaduto esattamente a mia sorella? Cos'è che l'ha uccisa... un serpente?» «Questo non è un discorso da salotto,» ribatté la mamma irritata. «Sul serio, Audrina, ti abbiamo detto tutto quello che ti occorre sapere sull'incidente di tua sorella nel bosco. E ricordati che sarebbe ancora viva se avesse imparato a obbedire ai nostri ordini. Spero che lo terrai bene a mente la prossima volta che ti intestardirai per qualche cosa e penserai che disobbedire è un ottimo sistema di ritorsione contro i tuoi genitori, che invece cercano solo di fare il tuo bene.» «La Prima Audrina era un soggetto difficile?» chiesi nella speranza di udire che non era poi così perfetta. «Insomma, basta,» disse la mamma con più dolcezza. «Ricorda soltanto che il bosco ti è vietato.» «Ma Vera nel bosco ci va...» Intanto Vera si era alzata anche lei e da dietro il divano sorrideva a mia madre con un'aria consapevole che rivelava che lei conosceva la causa della morte di mia sorella. Oh, accidenti, improvvisamente rimpiansi che avesse udito l'ammonizione della mamma poiché ciò le dava un'altra arma da usare contro di me. Dal modo in cui la festicciola languì dopo il mio intervento fu evidente che non avrei mai avuto successo in società. Zia Ellsbeth mise via la fotografia, Vera zoppicò in camera sua portandosi dietro una parte dell'uomo nudo, e io restai sola nel Salone impero, rendendomi conto una volta di più che non mi era possibile porre domande dirette e ricevere risposte. Dovevo
imparare a essere ambigua, come tutti gli altri, altrimenti non avrei mai saputo niente, neppure l'ora. Quella settimana stessa arrivò il giorno di san Valentino e Vera zoppicò a casa da scuola con un sacchetto di carta pieno di doni di tutti i suoi ragazzi. Venne in camera mia con un enorme cuore di raso rosso che conteneva tanti cioccolatini deliziosi. «Dal ragazzo che mi ama di più,» mi disse in tono arrogante, tirando via la scatola senza offrirmene neppure uno. «Un giorno mi porterà lontano di qui e mi sposerà anche. Glielo leggo negli occhi, nei suoi meravigliosi occhi color ambra. Presto si trasferirà... insomma, non importa dove si trasferirà, ma mi ama. So che mi ama.» «Quanti anni hai detto che ha?» «Che c'entra?» Sedette sul mio letto e pescò di nuovo nella scatola, sbirciandomi con aria strana. «Io posso avere dieci anni, dodici, quattordici, sedici, tutti gli anni che voglio. Poiché ho conquistato la magia della Prima Audrina, la Migliore e Perfetta e Bellissima Audrina. Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella Audrina del reame, e lo specchio risponde, sei tu, Vera, sei tu.» «Sembri pazza,» dissi, arretrando. «E non puoi avere un dono che è destinato solo a chi porta il mio nome. Me l'ha detto papà.» «Oh, tuo padre potrebbe dirti qualsiasi cosa e tu saresti così sciocca da crederci. Io non sarò mai tanto idiota. Mia madre è stata stupida e ha permesso a un tipo dagli occhi dolci di convincerla ad andare a letto con lui, ma questo a me non accadrà. Quando arriverà l'ora della seduzione sarò io a deciderlo. E so anche come fare. Quell'enciclopedia medica mi sta insegnando tutto quello che occorre sapere. Quegli stupidi corsi di educazione sessuale a scuola non ti danno abbastanza fatti.» Ben presto i cioccolatini scomparvero e Vera mi diede il cuore di raso rosso vuoto. Per qualche ragione quel cuore rosso mi commuoveva. Che gesto gentile da parte di quel ragazzo dare i cioccolatini a Vera. Non sapevo che Vera potesse ispirare amore dato che non riusciva a ispirarne neppure a sua madre. Leoni e agnelli Un giorno udii il postino dire alla mamma: «Ha visto che splendida giornata di primavera?». E così seppi che era primavera malgrado il gran freddo. Gli alberi non avevano ancora messo le gemme e gli uccelli non cantavano. Fui contenta di sapere almeno che stagione fosse, ma mi vergo-
gnavo troppo a chiedere il mese perché sapevo che la gente mi avrebbe guardato con compassione. Non era «speciale» non sapere nulla del tempo che passava... era folle. Forse era per questo che si vergognavano a dirmi la ragione per cui era morta la Prima Audrina. Forse era pazza anche lei. Sfidando il suo disprezzo, corsi dietro al postino e gli posi la mia sciocca domanda. «Ma siamo in marzo, bambina. Arriva come un leone, e presto se ne andrà come un agnellino.» Faceva freddo, il vento era impetuoso ed era facile associarlo a un leone. Il giorno seguente mi svegliai e il sole brillava, scoiattoli e coniglietti saltellavano nel nostro prato e non c'era nulla di storto al mondo, secondo mamma e papà. La sera successiva la cena terminò con papà che urlava a Vera: «Fuori dalla cucina. Ho sentito che sei stata colta in flagrante a sgraffignare foto pornografiche a un'edicola. Quando una ragazzina si fa trovare a rubare come una ladra ha già dimostrato che il detto 'non c'è fumo senza arrosto' è vero!». «Io non ho fatto niente, papà!» singhiozzò Vera. Più tardi, in camera mia, mi si scagliò contro. «Dio ha maledetto me dandomi ossa fragili e te dandoti un cervello fragile, fra noi due, quella che sta meglio sono io.» Ma piangeva. «Papà non mi vuol bene come a te... Ti odio, Audrina, ti odio sul serio!» Ero costernata. Io ero la figlia di papà, era naturale che mi amasse di più. Cercai di spiegarglielo. «Oh,» gridò, «ma tu che ne sai? Sei una poppante viziata e coccolata come se fossi troppo in alto per questo mondo... ma alla fine, vedrai, sarò io la prima. Aspetta e vedrai!» Decisa ad agire andai da papà che aveva un'aria terribilmente agitata. Camminava avanti e indietro a grandi passi nel Salone impero, guardando in continuazione l'orologio da polso. Ma non mi lasciò guardare l'ora. «Cosa vuoi, Audrina?» mi chiese spazientito. «Voglio parlarti di Vera, papà.» «Non mi va di parlare di Vera, Audrina.» Arretrai. «Anche se non è tua figlia non dovresti essere così cattivo con lei.» «E cosa è venuta a dirti questa volta?» mi chiese sospettoso. «Ha forse cercato di spiegarti perché fai quel sogno?» I miei occhi si dilatarono. Non avevo mai detto a Vera del mio incubo. Era lui l'unico a conoscenza dei miei sogni inquieti. Sapevo che non voleva che la mamma ne fosse a conoscenza. Quel sogno era la mia maledizio-
ne e la mia vergogna! Mai e poi mai ne avrei parlato con Vera. Scossi il capo negativamente mentre continuavo ad arretrare. «Perché ti comporti come se avessi paura di tuo padre? Quella ragazza ti ha forse riempito la testa con racconti sconci?» «No, papà.» «Non mentire con me, bambina. Io capisco al volo quando menti, te lo leggo negli occhi.» Lo stato d'animo meschino, indifferente, nel quale si trovava mi indusse a girare sui tacchi e a correre via. Urtai contro appendiabiti e portaombrelli, e infine mi accasciai in un cantuccio dove mi raggomitolai per riprendere fiato. Fu allora che udii mia zia sopraggiungere lungo il corridoio, seguita da mio padre. «Non mi importa di quello che dici, Ellie, sto facendo del mio meglio per curarla. Sto anche facendo tutto quello che posso per Vera, e non è facile. Dio, perché non hai messo al mondo una bambina come la mia Audrina?» «Non ci mancherebbe altro in questa casa,» replicò mia zia gelidamente. «Un'altra Audrina.» «Stanimi a sentire, Ellie, e ascoltami bene. Tieni Vera lontana da mia figlia! Continua a ricordare a Vera, ogni giorno della sua vita, di tenere la bocca chiusa se non vuoi che la scuoi viva e le strappi i capelli a uno a uno. Se mai dovessi scoprire che Vera ha avuto in qualche modo a che fare con...» «Ma no! Certo che no!» Le loro voci svanirono in lontananza. Rimasi sola nell'ombra, sentendomi male e cercando di dipanare quella matassa. Vera sapeva perché non potevo ricordare le cose come gli altri. Dovevo convincere Vera a dirmelo. Ma Vera mi odiava. Non mi avrebbe mai detto nulla. In un modo o nell'altro dovevo far sì che Vera smettesse di odiarmi. Dovevo indurla a volermi bene. Allora, forse, mi avrebbe svelato il segreto di me stessa. Il mattino seguente, a colazione, la mamma era allegra e sorridente. «Indovina,» mi disse, mentre mi sedevo a tavola, «presto avremo dei vicini. Tuo padre ha affittato il villino dove stava Mr. Willis prima di morire.» Quel nome mi era familiare. Avevo conosciuto Mr. Willis? «Traslocano oggi,» seguitò la mamma. «Se non aspettassimo tua zia Mercy Marie potremmo fare quattro passi nel bosco e andare a dar loro il benvenuto. Giugno è un mese stupendo.» La fissai a bocca aperta. «Mamma, ieri il postino ha detto che era marzo.»
«No, tesoro, è giugno. L'ultimo postino è venuto mesi fa.» Sospirò. «Vorrei che i grandi magazzini mi facessero una consegna tutti i giorni; così avrei qualcosa da aspettare oltre al ritorno di Damian la sera.» Tutta la gioia che avrei dovuto provare alla prospettiva di avere dei vicini fu guastata dalla mia memoria a pezzi. In quel momento Vera zoppicò in cucina e mi lanciò un'occhiata maligna prima di lasciarsi cadere su una sedia e di chiedere uova, prosciutto, frittelle e ciambelle. «Ho sentito bene che presto avremo dei vicini, mamma?» Mamma? Perché chiamava così mia madre? Questa volta fui io a lanciarle un'occhiata piena di astio. Cercai di non farmi vedere dalla mamma. Sembrava stanca, piuttosto turbata mentre si accingeva a preparare il pàté di fegato d'oca per il tè. Ma perché doveva darsi tanta pena quando quella donna era morta e soltanto zia Ellsbeth sarebbe venuta a ingurgitare ogni ben di Dio? «So chi sono i nuovi vicini,» sogghignò Vera. «Il ragazzo che mi ha dato la scatola di cioccolatini per il giorno di san Valentino mi ha fatto capire che forse sarebbe venuto ad abitare vicino a noi. Ha undici anni, ma è così alto che ne dimostra tredici o quattordici.» Mia zia si intromise, il volto lungo e severo. «Quand'è così, è troppo giovane per te,» l'aggredì facendomi pensare che davvero Vera fosse molto più grande di quanto credessi. Accidenti, ma perché non potevo sapere l'età degli altri? Loro la mia la conoscevano. «E non provarti a fare la civetta con lui, Vera, altrimenti Damian ci caccerà a calci tutte e due.» «Io non ho paura di papà,» replicò Vera con aria furba. «Io so come trattare gli uomini. Un sorriso, un abbraccio, un bacio e si squagliano.» «Sei una vera intrigante. Ma lascia in pace quel ragazzo. Mi ascolti, Vera?» «Sì, mamma,» rispose Vera nel suo tono più sprezzante. «Certo che ti ascolto! Anche un morto ti sentirebbe! E poi chi lo vuole un ragazzino di undici anni! Non sopporto di vivere in questo posto fuori del mondo dove non ci sono uomini se non quegli sciocchi ragazzotti del paese.» L'ultimo ad arrivare fu papà, portava un vestito nuovo di sartoria. Con gesti accurati si accinse a infilarsi il tovagliolo sotto il mento di modo che nulla potesse macchiare la sua cravatta di seta pura. Se essere senza macchia significa essere vicini a Dio, allora papà era un Dio in terra. «Davvero siamo in giugno, papà?» «Perché lo chiedi?» «Mi sembra solo ieri che era marzo... quell'uomo che ha portato il vesti-
to nuovo alla mamma ha detto che era marzo.» «Ma questo è stato mesi fa, tesoro, mesi fa. Certo che è giugno. Guarda i fiori in boccio, l'erba verde. Senti che tepore. Non ci sono giornate così in marzo.» Vera mangiò metà delle sue frittelle e poi si alzò e si diresse verso l'atrio per prendere i libri di scuola. Era stata bocciata e adesso doveva passare le otto settimane di vacanza alla scuola estiva. «Perché mi segui?» mi aggredì. Non mi lasciai distogliere dalla determinazione di farmi amare da Vera. «Perché mi odi, Vera?» «Non ho tempo di farti l'elenco delle ragioni.» La sua voce era altezzosa. «Tutti a scuola pensano che tu sia stramba; sanno che sei pazza.» La cosa mi sorprese. «E come fanno se non mi conoscono?» Voltandosi sorrise. «Io racconto a tutti quanti le tue stranezze, che strisci lungo le pareti, e poi che urli tutte le notti. Sanno che sei così 'speciale' che non sai neppure che giorno, mese o anno sia.» Che cosa sleale raccontare in giro i segreti di famiglia! Ferita nuovamente, il mio desiderio di indurla ad amarmi vacillò. Cominciavo a pensare che non ci sarei mai riuscita. «Non mi va che tu parli di me a gente che non può capire.» «Capire cosa... che sei una strampalata un po' tocca senza memoria? Credimi, ti capiscono perfettamente, e nessuno, assolutamente nessuno, vorrà mai esserti amico.» Qualcosa di duro e pesante mi si materializzò nel petto, facendomi male. Sospirai e voltai le spalle. «Volevo solo sapere quello che sanno tutti gli altri.» «Questo, mia cara sorellina, è assolutamente impossibile per chi non ha cervello.» Mi voltai di scatto e urlai: «Non sono tua sorella! Preferirei essere morta che essere tua sorella!». Per molto tempo dopo che fu scomparsa nel viale, rimasi sulla veranda pensando che forse ero davvero pazza. Ancora una volta, alle tre, zia Mercy Marie venne a piazzarsi sul nostro pianoforte. Come sempre mia madre e mia zia si diedero il turno a parlare per lei. Il bourbon venne versato nel tè fumante e a me venne data una tazza di coca-cola con due cubetti di ghiaccio. La mamma mi disse di fingere che fosse tè. Io sedevo tutta imbarazzata con addosso l'abito più bello. Poiché papà non c'era, presto venni dimenticata, via via che quelle donne si
scannavano, dando libero sfogo alle frustrazioni di tutta una settimana. «Ellsbeth,» strillò la mamma in seguito a un insulto alla casa che amava, «il problema è che tu sei dannatamente gelosa del fatto che nostro padre mi amasse più di te. Te ne stai lì a dire cose orrende su questa casa perché daresti l'anima perché ti appartenesse. Proprio come piangi tutte le tue lacrime ogni notte, da sola nel tuo letto, o te ne stai insonne, invidiosa perché ho sempre avuto quello che tu hai voluto... e sai benissimo che avresti potuto avere quello che ho io, se avessi tenuto chiusa quella tua dannata bocca!» «E non c'è dubbio che tu sai quando aprire la tua, Lucietta! Per tutta la vita non hai fatto che vagare in questo mausoleo, vantandoti della sua bellezza. Sicuro che nostro padre ha lasciato a te la casa e non a me. Mi facevi venire il voltastomaco con le tue sdolcinatezze. Tu ti sei messa di proposito a derubarmi di tutto quello che io volevo. Anche quando i miei corteggiatori venivano a prendermi a casa, c'eri tu pronta a sorridere e a fare la smorfiosa. Hai fatto la smorfiosa persino con nostro padre, adulandolo al punto da farmi passare per fredda e indifferente. Ma ero io che facevo tutto il lavoro qui attorno, e lo faccio ancora! Tu cucini e pensi che sia sufficiente. Ebbene, non basta! Il resto è tutto sulle mie spalle. Sono stufa marcia di fare la serva a tutti! E come se non bastasse adesso stai insegnando gli stessi trucchetti a tua figlia!» Il bel volto di mia madre si fece paonazzo d'indignazione. «Continua così, Ellsbeth, e presto non avrai più un tetto sopra la testa! So cosa ti rode, non credere che non lo sappia. Daresti un occhio della testa per avere tutto quello che ho io!» «Sei una sciocca. E hai sposato uno sciocco. Damian Adare voleva solo la ricchezza che credeva avresti ereditato. Ma tu non gli hai mai confessato, finché non è stato troppo tardi perché potesse tirarsi indietro, che il nostro caro papà non pagava le tasse da anni né che da anni non spendeva un soldo per la manutenzione di questa casa. Sostieni di amare le lampade a gas, ma la verità è che sai bene che la luce elettrica rivelerebbe a Damian lo stato di abbandono in cui si trova la casa. La cucina e questa stanza dominano le nostre vite. E in cucina la luce è talmente forte che quando poi lui viene qui non riesce a vedere più nulla. Nessuno di noi ci riesce. Al posto tuo io sarei stata sincera, e se tu pensi che essere sinceri sia un difetto, allora, perdio, tu sei senza difetti!» «Ellsbeth,» si intromise una vocetta stridula dal pianoforte, «finiscila di essere così sgarbata con la tua amata sorella.»
«Va' a farti friggere,» gridò zia Ellsbeth. «Mercy Marie,» disse mia madre nel suo tono più arrogante e altero, «penso sia meglio che tu vada, adesso. Dal momento che mia sorella non riesce a essere gentile con un'ospite, né con mia figlia, né con questa casa, o con chiunque, neppure verso la sua stessa carne, credo che non ci sia ragione di seguitare con questi incontri del martedì. Ti dico addio con riluttanza, poiché ti ho amata e non mi va di pensarti morta. Non sopporto di veder morire coloro che amo. E qui finisce il mio miserevole tentativo di tenerti in vita.» Non guardò mia zia mentre seguitava, rivolta a lei: «Ti prego, Ellsbeth, esci da questa stanza prima di dire qualche altra cosa che mi induca a odiarti di più». La mamma sembrava sul punto di scoppiare in lacrime mentre la voce le si spezzava. Aveva forse dimenticato che si trattava solo di un gioco, di una finzione? Ero anch'io una finzione per lei, un gioco, che le permetteva di tenere in vita la sua amata Prima Audrina? Venne la mattina del mercoledì e io ero trionfante per essermi scritta un appunto per ricordarmi che il giorno prima era martedì. Adesso, avevo un aggancio con la realtà. Era mercoledì. Stasera lo avrei scritto. Finalmente avevo escogitato un sistema per tenere il conto dei giorni. Mentre passavo davanti alla camera dei miei genitori diretta in cucina, mia madre mi chiamò. Si stava spazzolando i lunghi capelli con una spazzola d'argento antico. Papà era proteso verso lo specchio del comò, e si faceva il nodo alla cravatta. Con cura estrema compiva le dovute giravolte, infilava, tirava. «Diglielo tu, Lucky,» disse papà con voce dolce. Sembrava in procinto di scoppiare di felicità. La mamma si voltò e mi sorrise. Sempre desiderosa di affetto, corsi a farmi abbracciare e stringere contro le morbide protuberanze dei suoi seni. «Tesoro, tu ti lamenti sempre che non hai nessuno con cui giocare tranne Vera. Ma presto ci sarà qualcuno di nuovo a mettere in fuga la tua solitudine. A novembre o ai primi di dicembre avrai quello che hai voluto per tanto tempo...» Scuola! Stavano per mandarmi a scuola! Finalmente! Oh finalmente! «Tesoro, quante volte ci hai detto che ti piacerebbe avere un fratellino o una sorellina? Ebbene, presto ne avrai uno.» Non sapevo cosa dire. La prospettiva di giorni felici a scuola si dileguò. I sogni irraggiungibili non si avveravano mai per me, mai. Poi, mentre me ne stavo tutta tremante nella stretta delle sue braccia con papà che mi accarezzava dolcemente i capelli, sentii un'ondata inaspettata di felicità. Un fratellino. Un fratellino o una sorellina mi avrebbe certamente liberata da tut-
ta la loro opprimente attenzione. Allora, forse, sarebbero stati i primi a volermi fuori casa e a scuola, a imparare a fare cose che ora per me erano un mistero. C'era una speranza. Doveva esserci una speranza. La mamma lanciò a papà una lunga occhiata turbata, piena di cose non dette. «Damian, questa volta avremo un maschietto, non è vero?» Perché la metteva così? Non le piacevano le bambine? «Stai calma, Lucky. Le statistiche sono dalla nostra parte. Questa volta avremo un maschio.» Mi sorrise amorosamente, come se potesse leggermi nel pensiero, attraverso gli occhi spalancati. «Abbiamo già una femminuccia stupenda e speciale, dunque adesso il Signore ci deve un maschio.» Sì, Dio gli doveva un figlio maschio dopo essersi preso la Prima e Migliore Audrina rimpiazzandola solo con me. Quella sera, in ginocchio accanto al letto, giunsi le mani sotto il mento, chiusi gli occhi e pregai: «Signore che sei lassù, anche se i miei genitori vogliono un maschio, a me non importa se ci mandi una femminuccia. Solo non farle avere occhi viola e capelli da camaleonte come i miei. Non farla speciale. Ci si sente così soli a essere speciali. Vorrei tanto che tu mi avessi fatta normale e mi avessi dato una memoria migliore. Se la Prima e Migliore Audrina è lassù assieme a te, non usarla come modello, e non ispirarti neppure a Vera. Fa' che questo bambino sia meraviglioso, ma non così speciale da non poter neppure andare a scuola». Feci per concludere e dire amen ma aggiunsi un post scriptum. «E Signore Iddio, sbrigati a far venire qui i nuovi vicini. Ho bisogno di un amico, anche se quel ragazzino vuole bene a Vera.» Ora tenevo un diario per aiutare la mia memoria carente. Quel giovedì mia zia e mia cugina seppero la novità che io conoscevo da un giorno. Mi diede un senso di enorme importanza sapere che i miei genitori mi avevano confidato qualcosa di così grande rilievo per prima. «Sì, Ellie, Lucky è di nuovo incinta. Non è meraviglioso? Naturalmente, poiché già abbiamo la figlia che abbiamo voluto, adesso chiederemo un maschio.» Mia zia lanciò a mia madre un'occhiata sbigottita. «Oh, mio Dio,» replicò scoraggiata. «Certa gente non impara mai.» Il colorito pallido di Vera si fece ancora più terreo. Il panico sembrò appannarle anche gli occhi scurissimi. Poi si rese conto che la stavo guardando e si affrettò a ricomporsi prima di alzarsi. «Esco a far visita a un amico. Tornerò tardi.» Restò in attesa che qualcuno facesse obiezioni, come sicuramente sareb-
be accaduto se fossi stata io a pronunciare quelle stesse parole, ma nessuno aprì bocca, come se in fondo non fosse importante il suo ritorno. Con aria scontrosa Vera zoppicò fuori della cucina. Io balzai in piedi e la seguii sulla veranda. «A chi vai a far visita?» «Non sono fatti tuoi!» «Non abbiamo vicini, e c'è un bel pezzo di strada per andare dai McKennas.» «Non importa,» mi rispose con voce strozzata, gli occhi pieni di lacrime. «Torna dentro a sentir tutte quelle melensaggini sul nuovo fratellino, e io vado a far visita a un mio amico che non potrebbe reggerti neanche un minuto.» La guardai zoppicare lungo il vialetto, chiedendomi dove mai potesse andare. Forse non andava da nessuna parte, forse cercava solo un posto per piangere in solitudine. In cucina papà stava ancora parlando. «Hanno cominciato a portare la loro roba nel villino la settimana scorsa, ma sono venuti ad abitarci soltanto ieri. Io non li ho incontrati di persona, ma l'agente immobiliare dice che da parecchi anni vivono in paese e hanno sempre pagato l'affitto puntualmente. E pensa che meraviglia, Lucky, adesso avrai una donna in carne e ossa da invitare ai tuoi tè, così possiamo dire addio a Mercy Marie. Per quanto non dubiti che voialtre due vi divertiate un mondo a imitare il suo crudele umorismo, voglio che la finiate con quel gioco. Non è sano per Audrina assistere a una tale bizzarria. Inoltre, per quello che ne sappiamo, Mercy Marie potrebbe essere la grassa moglie di qualche capo tribù africano, e niente affatto morta.» Mia madre e mia zia sbuffarono... volevano credere che nessun uomo potesse desiderare Mercy Marie. «L'abbiamo fatta finita con i tè del martedì,» replicò la mamma con voce spenta come se con essi fosse terminata ogni vita sociale, adesso che aspettava un bambino. «Papà,» esordii esitante tornando a sedermi a tavola, «quand'è che ho visto per l'ultima volta zia Mercy Marie viva?» Protendendosi oltre il tavolo papà mi baciò sulla guancia. Poi avvicinò la sedia alla mia in modo da passarmi il braccio attorno alle spalle. Mia zia andò a sedersi sulla sedia a dondolo della cucina dove sferruzzava per ore. Nel giro di pochi secondi si irritò talmente con il suo lavoro a maglia che lo gettò da parte, prese un piumino e cominciò a spolverare le superfici nella stanza accanto, senza tuttavia allontanarsi troppo dalla porta per sen-
tire cosa stavamo dicendo. «Tu hai conosciuto Mercy Marie tanti e tanti anni fa; naturalmente non puoi ricordarla. Tesoro, smetti di tormentarti il cervello con questi sforzi per ricordare il passato. È l'oggi quello che conta, non l'ieri. I ricordi sono importanti solo per i vecchi che hanno già vissuto il meglio delle loro esistenze e non hanno più nulla da aspettarsi dalla vita. Tu sei solo una bambina e davanti a te c'è un futuro lungo e radioso. Le cose belle sono tutte davanti a te, non dietro. Ora non riesci a ricordare ogni dettaglio della tua infanzia, ma neppure io del resto. 'Il meglio deve ancora venire,' scrisse un poeta, e io gli credo. Il tuo papà farà in modo che a te spetti solo il migliore dei futuri. Il dono che c'è in te si sta facendo sempre più forte e tu sai perché, non è vero?» La sedia a dondolo. La sedia a dondolo mi stava dando il cervello della Prima e Migliore Audrina, e stava cancellando tutti i miei ricordi. Oh, quanto la odiavo! Perché non poteva starsene tranquilla nella sua tomba? Io non volevo la sua vita, volevo la mia. Mi sottrassi all'abbraccio di papà. «Esco in giardino a giocare, papà.» «Non andare nel bosco,» mi ammonì. Zia Ellsbeth sembrò venire calamitata nuovamente in cucina. Agitava quel piumino con un fare talmente minaccioso che ebbi l'impressione che volesse colpire papà. La mamma posò lo sguardo violetto sulla sorella e disse con voce mite: «Ellsbeth, ti prego, sollevi più polvere di quanta ne raccogli, con quel piumino». Non appena fui fuori, le parole di papà continuarono a risuonarmi nella testa. Non mi amava per davvero. Amava lei, la Prima e la Migliore, la Più-che-Perfetta Audrina. Per il resto della mia esistenza avrei dovuto adeguarmi all'esempio dato da lei. Come potevo essere tutto quello che lei era stata, se invece ero me stessa? Avevo in programma di andare di nascosto nel bosco per vedere i nuovi vicini, ma mia zia mi chiamò dentro e mi tenne occupata tutta la mattina ad aiutarla con le faccende di casa. La mamma non si sentiva bene. Qualcosa chiamata «nausea mattutina» la faceva correre in continuazione nel bagno, e mia zia sembrava compiaciuta quando ciò accadeva, parlando senza requie tra sé e sé degli sciocchi che rischiavano l'ira divina. Vera tornò a casa verso le tre, pallida, accaldata, sfinita. Mi lanciò un'occhiata inceneritrice e zoppicò su per le scale. Decisi di controllare cosa stesse facendo prima di battermela attraverso il bosco per conoscere i nuovi vicini. Non volevo che Vera mi seguisse. Di sicuro sarebbe corsa a dirlo
a papà e sarei stata punita. Vera non era in camera sua. E neppure nella mia, a frugare nei cassetti nella speranza di trovare qualcosa da rubare. Continuai a cercare, sperando di sorprenderla. Al contrario fu lei a sorprendere me. Nella camera della Prima Audrina, quella che papà teneva sempre chiusa tranne quando la mamma la puliva di persona, Vera sedeva sulla sedia a dondolo con lo schienale di gigli di pizzo. La sedia magica. Vera dondolava avanti e indietro, cantilenando una nenia come papà mi faceva fare tanto spesso. Chissà perché, ma il vederla lì mi rese furiosa. Adesso capivo come mai non riuscivo ad «afferrare» il dono... Vera stava cercando di rubarmelo! «Alzati da quella sedia!» urlai. Riluttante tornò alla realtà, aprendo i grandi occhi scuri che scintillavano come quelli di papà. Le sue labbra si incurvarono in un sogghigno crudele. «Come ti permetti di darmi ordini, mocciosa?» «Mi permetto!» l'aggredii coraggiosamente, entrando nella temuta stanza, pronta a difendere il mio diritto a sedere su quella sedia. Anche se non volevo i doni della Prima e Migliore Audrina, non volevo neppure che li avesse Vera. In un battibaleno, prima che potessi fare qualcosa, Vera fu in piedi. «Adesso stammi a sentire, Audrina Numero Due! Vedrai che alla lunga sarò io a prendere il posto della Prima Audrina. Tu non hai quello che lei aveva e mai lo avrai. Papà sta cercando di rimodellarti su quella che era lei, ma non ci riesce, e adesso comincia a rendersene conto. È per questo che mi ha detto di usare la sedia a dondolo. Perché adesso vuole che sia io ad avere i doni della Prima Audrina.» Non le credetti, eppure qualcosa di fragile in me si infranse e dolorò. Mi vide vacillare, mi vide tremare. «Tua madre non ti ama neppure un briciolo rispetto a quanto amava la Prima Audrina. Finge di amarti, Audrina, finge! I tuoi genitori ti vedrebbero volentieri morta se con questo potessero riavere indietro la bambina che davvero amavano.» «Smettila di dire queste cose!» «Non la smetterò mai di dire quello che deve essere detto.» «Lasciami in pace, esci da questa stanza! Sei bugiarda, Vera, sei una bugiarda della peggior specie!» Poi, prendendo la rincorsa, cercai di colpirla. Lei decise di tirarsi in piedi proprio in quel momento e se non avesse sincronizzato così bene il suo gesto, il mio pugno l'avrebbe mancata. Stando così le cose, la prese in pieno alla mascella. Ricadde sulla sedia a dondolo,
che si rovesciò. Ma di certo la caduta fece molto meno danni di quanto i suoi ululati di dolore avrebbero lasciato supporre... Zia Ellsbeth sopraggiunse di corsa. «Cos'hai fatto a mia figlia?» urlò, correndo in aiuto di Vera. Quando l'ebbe rimessa in piedi, si avvicinò contro di me e mi schiaffeggiò. Come un fulmine evitai che mi colpisse una seconda volta. Udii Vera gridare: «Aiuto, mamma! Non riesco a respirare!». «Ma sì che ce la fai,» replicò mia zia spazientita, ma un viaggio al pronto soccorso dimostrò che Vera aveva quattro costole rotte. Gli infermieri sull'ambulanza lanciarono a mia zia e alla mamma occhiate strane, come se sospettassero che non fosse possibile che Vera continuasse a farsi male da sola. Poi mi guardarono e sorrisero debolmente. Fui mandata a letto senza cena. (Quella sera papà sarebbe rincasato tardi per via di impegni di lavoro e la mamma si era ritirata presto in camera sua, lasciando campo libero a mia zia.) Per tutta la notte udii Vera gemere, boccheggiare e ansimare, incapace di prendere sonno. Piegata in due come una vecchia strega, venne in camera mia durante la notte e mi agitò il pugno davanti alla faccia. «Un giorno farò crollare questa casa e tutti quelli che vi abitano,» sibilò con voce ferale, «e tu sarai la prima che colpirò. Ricorda questo, Seconda e Peggiore Audrina, anche se non dovessi ricordare nient'altro nella vita». Arden Lowe Al mattino desideravo fuggire di casa a tutti i costi. Poiché Ellsbeth stava occupandosi di Vera e la mamma era rimasta a letto per via della nausea, ebbi la prima opportunità della mia vita di sgattaiolare via inosservata. Il bosco era pieno di ombre. Stavo disobbedendo proprio come la Prima Audrina, ma il cielo sopra di me diceva che non c'era pericolo di pioggia, e senza la pioggia non sarebbe potuto accadere di nuovo. Tremolanti raggi di sole filtravano attraverso la volta di trina verde delle foglie, disegnando sul sentiero macchie dorate di luce. Gli uccelli cantavano, gli scoiattoli si rincorrevano, i coniglietti zampettavano e ora che ero finalmente libera da Whitefern mi sentivo bene, seppure un po' a disagio. Tuttavia, se volevo degli amici tutti miei dovevo assolutamente fare la prima mossa e dimostrare qualcosa, se non altro a me stessa. Sarei andata a far visita alla nuova famiglia che ora viveva nel villino del giardiniere, rimasto inabitato per anni. Non avevo mai visto questa parte
del bosco, eppure mi sembrava familiare. Mi fermai a fissare il sentiero che si diramava verso destra e serpeggiava in lontananza. Una profonda consapevolezza dentro di me mi ordinò di svoltare da quella parte. Ogni minimo rumore mi faceva fermare di botto, l'orecchio teso a cogliere la risata satanica che udivo quando ero sulla sedia a dondolo, scatenando eventi accaduti alla Prima e Migliore e ora legati a quella sedia. Mormoni impercettibili risuonavano fra il fogliame estivo. Piccole farfalle di panico mi svolazzavano nella testa. Continuavo a udire tutti gli avvertimenti: «Pericolo nel bosco. Minaccia nel bosco. Morte nel bosco». Innervosita, affrettai il passo. Avrei cantato, come i sette nani della favola fischiavano per darsi coraggio... ma come mi veniva in mente una cosa simile? Questi non erano pensieri miei, questi erano pensieri suoi. Mi dicevo, mentre procedevo di buon passo, che per me era venuto il momento di sfidare il mondo, eccome se lo era! Mi dicevo che ogni metro di distanza da quella casa di penombre e bisbigli desolati mi faceva sentire meglio, più felice. Non ero debole, viziata o inadatta al mondo. Ero coraggiosa quanto qualunque altra bambina di... sette anni? Qualcosa in quel bosco... qualcosa nel modo in cui il sole filtrava attraverso la volta di foglie. I colori stavano cercando di parlarmi, di dirmi ciò che non riuscivo a rammentare. Se non avessi smesso immediatamente di pensare così, presto mi sarei messa a correre e a urlare, nella certezza che stava per accadere anche a me ciò che era accaduto a lei. Ero l'unica Audrina rimasta viva in questo mondo. Non avevo proprio di che temere. Il fulmine non colpiva mai due volte nello stesso posto. Ai margini di una radura mi imbattei finalmente nel villino del giardiniere. Era una casetta bianca col tetto rosso. Allorché vidi un ragazzo uscire dalla porta con un secchio e un rastrello in mano, arretrai precipitosamente, nascondendomi dietro il tronco di un vecchio noce. Era alto e snello e sapevo chi era. Era il ragazzo che aveva regalato a Vera la scatola di cioccolatini il giorno di san Valentino. Vera mi aveva detto che aveva undici anni e in luglio ne avrebbe compiuti dodici. Il ragazzo più popolare della sua classe... studioso, intelligente, spiritoso... e aveva una cotta per Vera. In un certo senso questo dimostrava che non poteva essere troppo intelligente. Ma a sentire mia zia gli uomini non erano che degli eterni bambini, e il sesso forte era pronto ad ascoltare solo la voce degli occhi e delle proprie ghiandole, e nient'altro. Guardandolo lavorare si capiva subito, dal modo diligente in cui si ac-
cingeva a ripulire il giardino - un groviglio di erbacce, radici di erica, digitali e amarillidi -, che doveva essere uno che amava lavorare sodo. Indossava un paio di jeans stinti e aderenti, come se ci fosse cresciuto dentro o se si fossero ristretti. Forse un tempo la camicia sottile che portava era stata blu, ma ora era di un grigio sbiadito. Di tanto in tanto si fermava per riposarsi, si guardava attorno e fischiava per imitare il canto di qualche uccello. Poi, dopo qualche secondo, tornava al lavoro, strappando erbacce e gettandole nel secchio che, a intervalli, andava a svuotare in un grosso bidone della spazzatura. Questo ragazzo non mi spaventava, quantunque papà e la sedia a dondolo mi avessero insegnato a provare terrore per ciò che i ragazzi potevano fare. Di punto in bianco si tolse i guanti di tela che portava, li scagliò lontano da sé e si voltò a guardare l'albero dietro il quale ero nascosta. «Non credi che sia ora di finirla di stare nascosta lì dietro a spiare?» chiese, voltandosi a tirare su il secchio di erbacce per svuotarlo nel bidone. «Vieni fuori e facciamo amicizia. Mica mordo.» La lingua mi si appiccicò al palato, anche se la sua voce era gentile. «Non ti farò alcun male, se è questo che temi. So persino come ti chiami Audrina Adelle Adare, la bambina dagli stupendi capelli lunghi che cambiano colore. Tutti i ragazzi in paese parlano delle ragazze di Whitefern e dicono che tu sei la più bella di tutte. Perché non vai a scuola come le altre bambine? E perché non mi hai scritto un biglietto per ringraziarmi della scatola di cioccolatini che ti ho mandato mesi e mesi fa, per il giorno di san Valentino? È stato scortese da parte tua, sai, molto scortese, non farmi neppure una telefonata...» Il fiato mi mancò. Aveva dato a me i cioccolatini e non a Vera? «Non sapevo che mi conoscessi, e nessuno mi ha dato i cioccolatini,» dissi con voce bassa, roca. Anche adesso non riuscivo a capacitarmi che avesse mandato a una ragazzina che neppure conosceva una costosa scatola di cioccolatini, quando Vera era così carina e già si stava facendo donna. «Sicuro che ti conosco. È per questo che ti ho scritto quel biglietto insieme ai cioccolatini. Ti vedo sempre con i tuoi genitori,» seguitò, «il problema è che tu non giri mai la testa e non vedi mai nessuno. Io sono un compagno di classe di tua sorella. Una volta le ho chiesto perché non andassi a scuola e lei mi ha risposto che eri pazza, ma non ci credo. Quando uno è pazzo glielo si legge negli occhi. Così sono andato in drogheria e ho cercato il più bel cuore di raso rosso. Mi auguro che dal momento che erano tutti tuoi, Vera ti abbia dato almeno un cioccolatino.»
Che conoscesse Vera abbastanza da sospettare che mi aveva mentito e si era mangiata tutto quanto? «Vera mi ha detto che la scatola di cioccolatini era per lei.» «Ah!» disse lui. «È esattamente quello che ha detto la mia mamma quando io le ho confessato che eri una ragazzina molto ingrata. Però, anche se non hai mangiato i cioccolatini, spero che tu ti renda conto lo stesso che in quel modo ho cercato di farti sapere che al mondo c'è un ragazzo convinto che sei la ragazzina più bella che abbia mai visto.» «Grazie per i cioccolatini,» bisbigliai. «Io faccio la consegna dei giornali del mattino e della sera. È la prima volta che spendo i miei sudati risparmi per fare un regalo a una ragazza.» «Perché l'hai fatto?» Voltò di scatto la testa cercando di cogliere un guizzo. Oh, i suoi occhi erano davvero color dell'ambra. Dentro c'era il sole, accecandoli quasi, ma facendo risaltare il loro stupendo colore, di alcune sfumature più chiare dei suoi capelli. «Sai, Audrina, penso che certe volte sia sufficiente una sola occhiata a una ragazza per capire che ti piace proprio tanto. E quando ti accorgi che lei non ti guarda mai devi pur fare qualcosa di drastico. Ma non ha funzionato.» Non sapendo che dire, non aprii bocca. Però mi scostai appena, di modo che potesse vedermi in faccia, pur restando al sicuro dietro i cespugli. «Mi venga un accidente se capisco perché non vai a scuola.» Come potevo spiegarglielo se neppure io lo capivo? A meno che non fosse come diceva zia Ellsbeth, che papà mi voleva tenere tutta per sé e «addestrarmi». «Dal momento che non me lo chiedi, mi presento da solo. Sono Arden Nelson Lowe.» Cautamente fece un passo avanti in direzione del mio nascondiglio, allungando il collo per vedermi meglio. «Anche il mio nome comincia per A, se questo significa qualcosa, e sono convinto di sì.» «E cosa credi che significhi?» chiesi perplessa. «Non avvicinarti, altrimenti scappo.» «Se scappi ti rincorro e ti prendo,» disse lui. «Io so correre forte,» lo misi in guardia. «Anch'io.» «E se mi prendi che cosa fai?» Rise e piroettò su se stesso. «Proprio non saprei, se non che avrei modo di vederti da vicino, e finalmente saprei se i tuoi occhi sono davvero viola o solo blu scuro.»
«E che differenza farebbe?» ero preoccupata. Il colore dei miei occhi era molto simile a quello dei capelli... ambiguo. Strani occhi che cambiavano colore a seconda dei miei stati d'animo, dal pervinca al viola scuro. Occhi spiritati, sosteneva zia Ellsbeth, che non faceva che dirmi in modo indiretto che ero stramba. «Nessuna,» disse. «Arden,» chiamò una voce femminile, «con chi stai parlando?» «Con Audrina,» gridò di rimando. «Sai, mamma, la più piccola delle due sorelle che abitano in quella grande casa strana dall'altra parte del bosco. È incredibilmente carina, mamma, ma tanto timida. Mai incontrato una ragazzina così timida in vita mia. Se ne sta dietro i cespugli pronta a scappare se mi avvicino. Di sicuro non somiglia a sua sorella, questo si vede subito. Ti sembra il modo di fare la conoscenza con un ragazzo?» Dall'interno della casa la madre rise gaiamente. «Potrebbe essere esattamente il modo per incuriosire un ragazzino come mio figlio, che perde la testa di fronte a un mistero.» Allungai il collo e scorsi una stupenda donna dai capelli neri seduta a una finestra aperta del villino, visibile dalla vita in su. Mi parve più bella di una diva del cinema con quei lunghi capelli nerissimi e inanellati giù per le spalle. Anche i suoi occhi erano scuri, ma la carnagione era candida e liscia come la porcellana. «Sei la benvenuta qui ogni volta che hai voglia di farci visita, Audrina,» mi disse in tono caldo, amichevole. «Mio figlio è un ragazzo bravo e rispettoso e non ti farebbe mai del male.» Mi mancò il fiato per la felicità. Non avevo mai avuto un amico. Al pari della Prima Audrina avevo disobbedito e sfidato il bosco... ma per trovare degli amici. Forse non ero maledetta come lo era stata lei. Il bosco non mi avrebbe distrutto come aveva distrutto lei... Feci per parlare, e avanzare timidamente, mostrandomi tutta intera e fare la conoscenza di quegli estranei. Ma proprio nel momento in cui mi accingevo a emergere dal mio nascondiglio dal profondo del bosco alle mie spalle udii chiamare ripetutamente, perentoriamente il mio nome. La voce era lontana e debole, ma a ogni richiamo suonava più vicina. Era papà! E come faceva a sapere dove mi trovavo? E cosa ci faceva a casa così presto? L'aveva forse chiamato Vera per dirgli che non ero in casa né in giardino? Mi avrebbe punita, ne ero certa. Anche se questa non era la parte peggiore, quella proibita del bosco, non voleva lo stesso che mi allontanassi di casa, lontano dagli occhi di coloro che mi controllavano dalla
mattina alla sera. «Addio, Arden,» salutai in fretta e furia, facendo capolino dietro il tronco e agitando la mano. Poi salutai di nuovo sua madre alla finestra. «Addio, Mrs. Lowe. Sono felice di aver fatto la sua conoscenza e grazie per avermi chiesto di essere vostra amica. Ho bisogno di amici, quindi tornerò presto, lo prometto.» Arden fece un ampio sorriso. «A presto allora.» Tornai indietro di corsa, nella direzione dalla quale proveniva la voce di papà, augurandomi che non indovinasse dove ero stata, e quasi gli andai a sbattere addosso nel momento in cui emerse dal sentiero appena tracciato. «Dove sei stata?» mi chiese con voce imperiosa, afferrandomi il braccio e facendomi ruotare su me stessa. «Da che cosa stai fuggendo?» Lo fissai. Come sempre era bellissimo, tutto in ordine e indossava un abito nuovo che gli stava a pennello. Mentre mi lasciava andare il braccio si tolse alcune foglie secche da una manica. Controllò i pantaloni per accertarsi che non vi fossero rimaste attaccate delle radici di erica. Se così fosse stato, forse mi avrebbe trattata peggio. Caso volle che avendo trovato, in seguito alla sua rapida ispezione, il suo abito del tutto a posto, mi sorrise quel tanto che bastava da sollevarmi il cuore dalla paura. «Sono dieci minuti che ti chiamo. Audrina. Non ti ho detto più volte di stare alla larga dai boschi?» «Ma, papà, è una giornata così bella e io volevo vedere dove corrono a nascondersi i coniglietti. Volevo raccogliere fragole di bosco e more e trovare i non-ti-scordar-di-me. Volevo prendere dei gigli selvatici da mettermi in camera da letto per sentirne il profumo.» «Non hai mica seguito questo sentiero fino in fondo, vero?» C'era qualcosa di indefinibile nei suoi occhi scurissimi, qualcosa che mi avvertì di non dirgli di aver incontrato Arden Lowe e sua madre. «No, papà. Mi sono ricordata della mia promessa e ho smesso di inseguire il coniglio. I conigli corrono così in fretta, papà.» «Bene,» disse, afferrandomi di nuovo la mano e facendomi ruotare su me stessa di modo che non potei far altro che arrancargli dietro nel tentativo di adeguarmi ai suoi lunghi, lunghissimi passi. «Spero che non mi menta mai, Audrina. I bugiardi fanno sempre una brutta fine.» A disagio deglutii. «Come mai sei a casa così presto, papà?» Mi guardò con un cipiglio. «Ho avuto un presentimento su di te stamattina a colazione. Avevi un'aria misteriosa. Mentre ero in ufficio mi è balenata improvvisamente l'idea che magari ti sarebbe venuta voglia di andare
a far visita ai nuovi inquilini del villino. Adesso stammi a sentire, bambina mia, non voglio che tu vada mai laggiù. Capito? Abbiamo bisogno del denaro dell'affitto, ma quella gente non appartiene al nostro stesso rango, dunque lasciala stare.» Era terribile avere un padre che poteva leggerti nel pensiero. Dovevo sforzarmi di nuovo di fargli capire quanto avessi bisogno di amici. «Ma, papà, mi sembrava che tu avessi detto che la mamma poteva invitare i nuovi vicini ai tè del martedì.» «No, non dopo quello che ho saputo di loro. Ci sono un sacco di vecchi detti a questo mondo e in buona parte sacrosanti. Gli uccelli si appaian coi loro pari... e io non voglio che il mio uccellino si appai con uccelli che volano più in basso di lei. Voglio che tu sia un esempio, una persona che emerge dalla massa. Le persone sono un branco di pecore, Audrina, sciocche pecore, pronte a seguire chiunque abbia la forza di essere diverso. E poi non devi preoccuparti di restare sola ora che la tua famiglia si fa più grande. Pensa a quanto sarà bello avere una sorellina o un fratellino. Sarà lui il tuo migliore amico.» «Come sono amiche la mamma e sua sorella?» Mi lanciò un'occhiata di traverso. «Audrina, tua madre e sua sorella devono essere compatite. Abitano sotto lo stesso tetto, dividono gli stessi piatti, ma rifiutano di accettare il meglio che ciascuna delle due può dare. Se solo riuscissero a superare quel muro di risentimento. Ma non ci riusciranno mai. Sono molto orgogliose. L'orgoglio è una cosa stupenda, ma può anche diventare spropositato. Ciò che vedi tutti i giorni non è che amore al rovescio e trasformato in rivalità.» Non capivo. Gli adulti per me restavano un mistero come le luci prismatiche, sempre di diverso colore per confondere i miei pensieri. «Tesoro, promettimi che non tornerai più nel bosco.» Promisi. Mi stringeva le dita con troppa forza per non promettere. Parve soddisfatto e allentò la presa. «E adesso senti cosa voglio che tu faccia. Tua madre ha tanto bisogno di te ora che non si sente troppo bene per via della gravidanza. Certe volte succede. Sforzati di aiutarla più che puoi. E promettimi di non sparire mai e di farmi sapere sempre dove vai.» Ma non mi avrebbe lasciata andare da nessuna parte, mai. Credeva forse che potessi fuggire? «Oh, papà,» gridai gettandogli le braccia al collo. «Non ti lascerò mai! Resterò e mi prenderò cura di te quando sarai vecchio. Ti amerò sempre, qualunque cosa accada!»
Scosse il capo, con espressione triste. «Lo dici adesso, ma te ne scorderai non appena incontrerai un giovanotto che crederai di amare. Mi dimenticherai e penserai solo a lui. È così che vanno queste cose, nella vita i vecchi devono lasciare il posto ai giovani.» «No, papà, puoi restare con me anche se mi sposo... ma non credo che mi sposerò.» «Spero di no. I mariti hanno il vizio di non volere attorno genitori. Nessuno vuole avere un vecchio fra i piedi che gli complichi la vita e aumenti le spese. È per questo che devo mettere da parte sempre più denaro, per risparmiare per la vecchiaia mia e di tua madre.» Fissandolo ebbi l'impressione che la vecchiaia non l'avrebbe mai sfiorato. Era troppo forte, troppo vigoroso perché gli anni potessero inargentargli i capelli e coprirgli il volto di rughe o appesantirgli le guance. «Anche le vecchie signore sono indesiderate?» chiesi. «Non del genere di tua madre,» mi disse con un sorriso amaro. «Ci sarà sempre qualcuno che vuole tua madre. E se nessun uomo la vorrà si rivolgerà a te... dunque non voltarle le spalle quando avrà bisogno. E non voltarle neppure a me.» Rabbrividii, ribellandomi internamente a quel genere di conversazione grave, da adulti, proprio quando avevo incontrato il primo ragazzo che mi piacesse. Ormai eravamo al limitare del bosco e gli alberi si stavano diradando in prossimità del prato. Papà non la smetteva di parlare. «Tesoro, in casa c'è una vecchia che non hai mai visto prima. Tua madre e io eravamo così ansiosi di sapere di che sesso sarà il neonato, che non siamo riusciti ad aspettare fino al giorno della nascita. E ho sentito dire che questa signora, Mrs. Allismore, è eccezionale nell'indovinare il sesso di un nascituro.» Mentre ci avvicinavamo a casa mi fermai per fissare quel grandioso edificio che vedevo come una torta di nozze stantia e corrosa dal tempo; la cupola si trovava al posto in cui sarebbero dovuti essere lo sposo e la sposa. Vidi le finestre alte e strette come sinistri occhi socchiusi che mi spiavano. Quando ero dentro, invece, vedevo le finestre come se guardassero all'interno, tenendo d'occhio tutto e tutti, soprattutto me. Papà mi diede una spinta per farmi camminare. Un'assurda macchina, piccola e nera, era parcheggiata sul viale d'accesso che aveva bisogno di essere lastricato di nuovo. Le erbacce spuntavano da tutte le numerose fessure che facevo sempre attenzione a non calpestare. Cercai di liberare la mia mano da quella di papà di modo da non dover assistere a qualcosa che
si prospettava spaventoso, ma papà mi fece entrare, impedendomi di correre nel mio nascondiglio nella cupola. Non appena le porte si furono richiuse alle nostre spalle mi lasciò andare. Con destrezza, evitai di mettere il piede sui disegni multicolori che il sole tracciava per terra penetrando dalle vetrate delle finestre e delle porte. Nel più sontuoso dei salotti trovammo riunite mia madre, zia Ellsbeth, Vera e una donna vecchissima. La mamma era adagiata sulla ottomana di velluto viola. Sopra di lei era protesa la vecchia. Nell'istante in cui ci vide entrare, prese dal dito di mia madre la fede nuziale e la legò a un filo. Interessatissima Vera si protese in avanti. Lentamente, lentamente la vecchia fece dondolare l'anello sopra il ventre di mia madre. «Se prende un moto verticale sarà un maschio,» borbottò la vecchia. «Se invece prende un moto rotatorio sarà una bambina.» Sulle prime l'anello si mosse con moto irregolare, terribilmente indeciso; poi si fermò e cambiò direzione e papà sorrise. Ben presto il suo sorriso svanì via via che l'anello accennava a muoversi in cerchio. Papà si protese in avanti e respirò affannosamente. Zia Ellsbeth sedeva eretta e immobile. Nei suoi occhi scuri c'era la stessa, intensa aspettativa che si leggeva negli occhi di papà. Vera si fece più vicina, gli occhi scuri dilatati. La mamma sollevò il capo e torse il collo per vedere cosa stava accadendo e come mai non si fosse ancora appurato nulla. Io cercai di cacciare giù il groppo che mi chiudeva la gola. «C'è qualcosa che non va?» chiese la mamma in tono preoccupato. «Cerchi di non agitarsi,» gracchiò Mrs. Allismore. Il suo volto da fattucchiera si raggrinzì come una mela. La bocca minuscola si strinse alla dimensione di un bottone. I secondi sembrarono ore mentre quell'anello appeso al filo continuava a cambiare direzione, come incapace a decidersi. «Il medico ha parlato di gemelli?» chiese la fattucchiera aggrottando la fronte perplessa. «No,» bisbigliò la mamma con aria sempre più allarmata. «L'ultima volta che ci sono andata ha detto che sentiva il battito di un solo cuore.» Papà si sporse a prendere la mano della mamma nella sua e se la portò alla guancia, strofinandola contro la barba incipiente. Nel silenzio ne percepii il rumore vagamente raschiante. Poi si chinò a baciare la mamma sulla guancia. «Non fare quell'aria preoccupata, Lucky. Sono tutte sciocchezze comunque. Il Signore ci manderà il figlio giusto; non dobbiamo preoccuparci.» Tuttavia la mamma insisté con Mrs. Allismore perché provasse di nuo-
vo. Cinque interminabili minuti trascorsero prima che la vecchia slegasse cupamente l'anello dal filo e lo porgesse alla mamma. «Mi dispiace, signora, ma ciò che porta in grembo non è né maschio né femmina.» Dalle labbra della mamma sfuggì un gridolino terrorizzato. Mai in vita mia avevo visto papà così in collera. «Fuori di qui!» urlò. «Guardi mia moglie! L'ha spaventata a morte.» Spinse la vecchia fuori dalla porta e con mio grande stupore le cacciò in mano un biglietto da venti dollari. Perché le dava tanti soldi? «Sono cinquanta dollari, signore.» «Per un verdetto come questo o venti o niente,» latrò papà spingendola fuori e richiudendole la porta alle spalle. Quando tornai in sala Vera si era ritirata nell'ombra e fissava papà con occhi duri. In mano aveva una fetta enorme di torta al cioccolato che era stata messa da parte per la mia cena... e la sera prima lei se n'era mangiato un pezzo due volte più grande di quello. Vedendo la mia espressione indignata sogghignò e si leccò le dita. «Tutta finita, dolce Audrina. Non ce n'è rimasto neppure un pezzetto per te, perché tu dovevi battertela. E dove sei andata, dolce Audrina?» «Chiudi il becco!» intimò papà, cadendo in ginocchio accanto alla poltrona dove giaceva la mamma in singhiozzi. Cercò di consolarla dicendole che erano tutte sciocchezze. La mamma gli gettò le braccia al collo e letteralmente ululò. «Ma cosa voleva dire, Damian? Tutti quanti dicono che le sue predizioni si avverano sempre.» «Ebbene, non questa volta.» Vera appallottolò la carta oleata della torta e se la cacciò in tasca. «Sono convinta che Mrs. Allismore abbia ragione al cento per cento. Un altro mostro arriverà presto in questa casa a Whitefern. Lo fiuto nell'aria.» Ciò detto si diresse verso l'atrio... ma non abbastanza in fretta. In un lampo papà era balzato in piedi e se l'era rovesciata sulle ginocchia. Sollevandole le gonne la sculacciò con tale forza che, attraverso le mutandine di nylon trasparente, vidi benissimo il rosso delle natiche. Vera urlava e si dibatteva, cercando di liberarsi, ma non era abbastanza forte per lui. «Finiscila, Damian!» urlarono simultaneamente mia madre e mia zia. «Basta, Damian,» concluse mia madre sollevandosi su un gomito con aria sempre più affranta. Senza tanti complimenti papà respinse lontano da sé Vera che cadde per terra. Cercando di tirarsi giù la gonna, coprendosi le mutandine, Vera prese a strisciare via. «Come hai potuto fare una cosa simile, Damian?» gli chie-
se mia zia. «Vera è una donna adesso... troppo grande per essere sculacciata. Non potrei biasimarla se non te lo perdonasse mai.» Dopo di che cenammo. Erano tutti quanti così arrabbiati che solo Vera e mia zia riuscirono a ripulire il piatto. Più tardi, quella notte, udii la mamma singhiozzare fra le braccia di papà, in ansia per il nascituro. «C'è qualcosa che non va, Damian, con questo bambino. Certe volte non fa che muoversi, tenendomi sveglia e certe altre non si muove affatto.» «Sssh,» la confortò lui a bassa voce. «I bambini non sono tutti uguali. Siamo due persone sane, noi. Avremo un altro figlio sano. Quella donna non ha più poteri divinatori di quanti non ne abbia io.» Quella che sarebbe potuta essere un'estate meravigliosa fu rovinata perché Vera si intestardì a seguirmi ovunque. Più di una volta cercai di squagliarmela per il bosco senza che Vera lo sapesse, ma sembrava fiutare i miei pensieri e, come un'indiana, me la trovavo sulle peste. Sebbene la madre di Arden ci esortasse ripetutamente a chiamarla Billie, a me sembrava strano. Ma di fronte alle sue insistenze alla fine lo feci. Era l'unica persona adulta che avessi mai incontrato disposta a dividere la sua esperienza di adulta con me in modo comprensibile. Più di ogni altra cosa mi piaceva quando potevo squagliarmela senza Vera che riusciva in un modo o nell'altro a dominare ogni conversazione. Ogni volta che andavamo a trovarla ce ne venivamo via chiedendoci perché mai Billie non ci invitasse a entrare in casa. Io ero troppo educata per farlo notare. Vera fingeva di essere compita, così neppure lei ne parlò mai. Un giorno udii Arden dire a Billie che Vera aveva dodici anni. Lo fissai, con un senso di sgomento. Ne sapeva di Vera più di quanto ne sapessi io. «Te l'ha detto lei?» chiesi. «Caspita, no,» rise. «Vera ha delle strane idee circa il fatto di svelare la propria età. Però è iscritta al registro della classe e così so che ha dodici anni.» Mi fece un sorriso timido. «Stai forse cercando di farmi credere che non sai l'età di tua sorella?» Precipitosamente ci misi una pezza. «Certo che la so. Vera sostiene che la gente ha la memoria lunga, per cui ha intenzione di dire tante bugie circa la sua età che da qui a qualche anno nessuno potrà sapere con certezza che età avesse quest'estate.» Malgrado Vera, mi divertii un mondo quell'estate. Avevo la sensazione che Billie mi desse tre volte il calore che dava a Vera e, per quanto vergognoso possa sembrare, sembrava preoccupata del mio benessere più di
quanto lo fosse mia madre. Ma la mamma non stava affatto bene e dunque potevo perdonarla. Cerchi scuri le erano apparsi sotto gli occhi. Quando camminava si sorreggeva la schiena con la mano. Aveva smesso di suonare il piano e persino di leggere i suoi tascabili. Si addormentava tutti i giorni sulla poltrona con il libro appoggiato ai seni rigonfi. Io l'amavo talmente che restavo a guardarla dormire, tanto in pena per lei e per il nascituro che non era né un maschietto né una femminuccia. Vera non faceva che ripetermi che sarebbe stato un bambino «neutro», senza sesso, come una bambola. «Niente in mezzo alle gambe,» rideva. «Succede certe volte. È un fatto. Uno scherzo di natura. È scritto nei libri di medicina.» Crampi mensili che costringevano Vera a letto mi fornivano l'occasione per correre da sola da Arden e Billie. Arden e io mangiavamo all'aperto sotto gli alberi, su grandi tovaglie di cotone a quadri bianchi e rossi. Non avevo mai paura di lui. Quando alla fine mi toccò fu per sfiorarmi i capelli. Non mi turbò. «Quand'è il tuo compleanno?» mi chiese un giorno, mentre me ne stavo sdraiata sull'erba a contemplare un albero sopra di me, cercando di vedere le nuvole attraverso i rami e di trasformarle in grandi velieri. «Il nove settembre,» risposi tutta mogia. «Sai, avevo una sorella maggiore che è morta esattamente nove anni prima che nascessi. Aveva il mio stesso nome.» Fino a quel momento Arden era stato occupato a scavare con un martello una tacca in una rotella che intendeva usare per chissà cosa. Nell'udire le mie parole smise di martellare e mi fissò in modo strano. «Una sorella maggiore? E con il tuo stesso nome?» «Sì. È stata trovata morta nel bosco sotto una samonea dorata e per questa ragione non devo venire qui da sola.» «Però sei qui,» ribatté lui con voce strana. «Come osi venire?» Sorrisi. «Oserei qualunque cosa per far visita a Billie.» «Per far visita alla mia mamma? È carino da parte tua, e di me che ne pensi?» Fu allora che mi voltai sul fianco affinché lui non mi vedesse in volto. «Oh, sei passabile.» Mi voltai a spiarlo e lo vidi seduto a gambe incrociate con i calzoncini bianchi corti e il petto nudo che luccicava sotto i raggi del sole. «Capisco,» replicò lui riprendendo il martello e rimettendosi a battere sulla sua rotella, «questo mi dice che hai ancora molta strada da fare... oppure mi dice che in fin dei conti somigli molto più a tua sorella di quanto non sembri.» «Non è mia sorella, Arden, è mia cugina. I miei genitori fingono che sia
figlia loro per coprire il peccato di mia zia. Lei se n'è andata di casa ed è tornata circa due anni dopo. Allora Vera aveva appena un anno. Mia zia era così sicura che al padre di Vera sarebbe bastato dare un'occhiata alla piccola per innamorarsi di lei. Ma le cose non andarono così. Mentre mia zia non c'era, lui aveva sposato un'altra.» Arden non aprì bocca. Si limitò a sorridere per farmi capire che non gli importava chi fosse Vera. Arden amava sua madre più di quanto credessi possibile. Quando lei lo chiamava, lui balzava in piedi e volava dentro. Le stendeva e le ritirava il bucato. Portava fuori la spazzatura, cosa che papà non si sarebbe mai sognato di fare. Arden aveva solidi principi circa l'onestà, la lealtà, la necessità di aiutare coloro che si trovavano in difficoltà, circa la dedizione al dovere e aveva anche qualcos'altro di cui non parlava, ma che a me non era sfuggito. Aveva un naturale senso estetico che gli faceva apprezzare la bellezza più di chiunque altro. Era solito fermarsi nel bosco e cercare per ore di scavare dal terreno un pezzo di quarzo che sembrava un gigantesco diamante rosa. «Modellerò questa pietra e la trasformerò in un ciondolo per la ragazza che un giorno sposerò. Solo non so che forma dovrebbe prendere. Tu che ne dici, Audrina?» Quando ci riuscì provai invidia per la ragazza che un giorno avrebbe sposato, mentre prendevo il cristallo e me lo rigiravo fra le mani. Aveva molte venature, ma al centro i colori erano così trasparenti e netti da ricordare una rosa. «Perché non una rosa? Ma il fiore tutto aperto, non un bocciolo.» «E sia una rosa aperta, dunque,» decretò infilandosi il quarzo nella tasca. «Un giorno, quando sarò ricco, darò alla ragazza che amo tutto ciò che abbia mai desiderato, e farò lo stesso per la mia mamma.» Un'ombra gli oscurò il volto. «Il problema è che il denaro non serve per comprare ciò che la mia mamma vuole più di ogni altra cosa.» «E che cosa sarebbe? Se non sono indiscreta.» «Lo sei, lo sei.» Ammutolì, ma non mi preoccupai. Io e Arden potevamo stare ore intere insieme senza aprire bocca e senza provare il minimo senso di imbarazzo. Mi sdraiai sull'erba e lo guardai riparare la bicicletta occhieggiando di tanto in tanto sua madre che, seduta alla finestra, preparava una torta. Intanto mi dicevo che così doveva vivere una vera famiglia, senza grida, discussioni, liti tutto il santo giorno. Le ombre della casa gettavano ombre nella mente. Quaggiù, sotto il cielo e gli alberi le ombre erano solo temporanee. A Whitefern le ombre erano dense, permanenti.
«Audrina,» chiese Arden di punto in bianco, senza smettere di armeggiare con i raggi della bicicletta, «cosa pensi sinceramente di me?». Mi piaceva più di quanto volessi ammettere, ma per nessuna ragione al mondo ero disposta a dirglielo. Per quale motivo un ragazzo di dodici anni doveva perdere il suo tempo con una ragazzina di sette? Indubbiamente Vera doveva interessargli molto di più. Però neppure questo ero disposta a chiedergli. «Sei il mio primo amico, Arden, e ti sono molto grata perché perdi il tuo tempo con me.» I suoi occhi incontrarono fugacemente i miei e vi scorsi luccicare qualcosa molto simile alle lacrime... perché le mie parole dovevano farlo piangere? «Un giorno dovrò dirti una cosa e dopo non mi vorrai più bene.» «Allora non dirmela mai se è questo che pensi. Perché non mi va di smettere di volerti bene, Arden.» Allora si voltò dall'altra parte. Perché mai doveva dirmi qualcosa che doveva indurmi a detestarlo? Che anche Arden avesse un segreto, come tutti gli altri? Una mattina presto corsi da lui per farmi insegnare a pescare e a mettere vermi vivi sull'amo. Vera mi arrancava dietro, malgrado avessi cercato di battermela di nascosto. Infilzare il verme sull'amo non mi piacque, così, dopo qualche tentativo, Arden tirò fuori il suo assortimento di bizzarre esche finte e si accinse a insegnarmi a lanciare l'amo da terra. Per mostrarmi la tecnica giusta si piazzò molto in alto sull'argine. Seduta accanto a me Vera si chinò a bisbigliarmi qualcosa circa il costume da bagno rosso di Arden, ridacchiando e additandomi il punto da cui venivano tutti i bambini. «Non credo a una parola di quello che dici,» le bisbigliai di rimando, diventando paonazza e sapendo alla perfezione che ciò che diceva era vero. Perché qualunque cosa dicesse sui ragazzi doveva sembrare così volgare e sporca? Per quanto non potessi sopportare Vera dovevo ammettere che aveva un vero talento per far saltare fuori fatti di cui nessun altro voleva parlare. Dedussi che il suo interesse per i libri di medicina le stava insegnando circa i fatti della vita più di quanto sarei stata mai in grado di scoprire da sola. «Scommetto che tu e Arden avete già giocato al dottore.» Ridendo ancora più forte spiegò cosa intendeva. La schiaffeggiai per avere sia pure solo pensato una cosa del genere. «Certe volte ti odio, Vera!» «Ehi, voi due,» gridò Arden tutto eccitato tirando la lenza. «Guardate che roba.» Era un branzino e grande abbastanza per tutti noi. «Portiamolo
dalla mamma e facciamolo fare arrosto per pranzo.» «Oh, Arden,» esclamò Vera congiungendo le mani e dilatando gli occhi scuri per l'ammirazione. «Credo proprio che sia il famoso pesce del nonno, quello che tutti i pescatori più esperti della zona stanno cercando di catturare da anni. E pensare che l'hai preso proprio tu. Come sei in gamba!» Normalmente Arden sembrava irritarsi alle moine di Vera, ma questa volta fece un ampio sorriso, lusingato dalle sue lodi. «Caspita, Vera, praticamente è saltato da solo sulla lenza.» Lo odiai per aver abboccato così facilmente alle sue stupide lusinghe, per essere così cieco da non rendersi conto che Vera avrebbe detto qualunque cosa pur di indurlo a guardarla più di quanto guardasse me. Balzai in piedi e corsi a rimettermi il vestito estivo. Dietro un sipario di cespugli speravo di potermi togliere il costume da bagno prima di infilarmi i vestiti. Ma i miei vestiti non c'erano più, e neppure i sandali! Già il mio costume da bagno era per terra, bagnato e infangato, e io mi guardavo attorno, pensando che il vento avesse portato più in là i vestiti. «Vera, hai nascosto tu i miei vestiti?» Proprio in quel momento, mentre guardavo dall'altra parte, con la coda dell'occhio ebbi la visione di una mano furtiva che afferrava il costume da bagno appena tolto. La riconobbi dall'anello che portava. Era la mano di Vera. Gridai e feci per rincorrerla, ma là fuori c'era Arden e io non avevo niente addosso. «Arden,» gridai, «fermala! Mi ha rubato i vestiti e adesso anche il costume da bagno.» Quasi in lacrime mi guardai attorno alla ricerca di qualcosa con cui nascondere la mia nudità. Udii Arden frugare fra i cespugli, chiamando Vera... e poi l'udii venire verso di me, facendo parecchio rumore. «Audrina, non riesco a trovarla. Dal momento che non può correre troppo forte deve essersi nascosta. Puoi infilarti la mia camicia. È abbastanza lunga da coprirti tutta quanta, per arrivare a casa.» Mi azzardai a fare capolino e lo vidi voltarsi e dirigersi nel punto in cui aveva lasciato i suoi vestiti. «Ehi!» gridò, «anche i miei vestiti sono scomparsi! Ma non preoccuparti, Audrina. Corro a casa e prendo qualcosa della mamma da prestarti fino a domani.» Proprio in quel momento mio padre arrivò di corsa attraverso i cespugli, scostandoli brutalmente e gridando in direzione di Arden: «Dov'è mia figlia?». Si guardò attorno selvaggiamente, poi tornò a guardare Arden con òcchi di fuoco. «E va bene, giovanotto... dov'è Audrina? Che cosa le hai fatto?»
Ammutolito per lo sbalordimento, Arden scosse il capo, incapace di dire una sola parola. Poi, mentre mio padre avanzava, le manone già chiuse a pugno, ritrovò la voce. «Signore, era qui un attimo fa. Deve essere diretta a casa.» «No,» ringhiò papà, aggrottando le folte sopracciglia in un fiero cipiglio. «L'avrei incontrata strada facendo se così fosse. Non è a casa, e non è qui. Allora dov'è? So che viene spesso a trovare te e tua madre. Me l'ha detto Vera. Allora, dove diavolo è Audrina?» Ci fu una sfumatura di panico nella voce di Arden. «Davvero non so, signore.» Si chinò a tirare su il pesce appena pescato. «Stavo insegnandole a pescare. Però non le piace far del male ai vermi, così le stavo insegnando a pescare con la mosca. Audrina ha preso questi due, e Vera ha preso questo. E questo qui l'ho preso io.» Papà aveva la schiena voltata verso di me. Se ne avessi avuto il coraggio forse sarei riuscita a sgusciare via e lui non mi avrebbe vista. Acquattandomi più che potei cominciai a strisciare via. Di botto fui spinta da dietro. Urlai mentre cadevo faccia avanti diritta diritta in un cespuglio d'erica. Papà gridò il mio nome. Si precipitò verso di me come un toro infuriato, calpestando l'aggrovigliato sottobosco, urlando nel trovarmi nuda, ululando la sua collera mentre si toglieva la costosa giacca sportiva e me la gettava sulle spalle. Girati i tacchi si precipitò verso Arden e lo prese per le spalle. Poi brutalmente lo scosse. «Smettila, papà!» urlai. «Arden non ha fatto niente di male! Stavamo solo pescando in costume da bagno per non rovinarci i vestiti. È stata Vera che mi ha rubato il prendisole e poi, non appena mi sono tolta il costume da bagno, l'ha preso ed è corsa via.» «Ti sei tolta il costume da bagno?» ruggì papà, il volto così paonazzo da dare l'impressione che fosse sul punto di esplodere. «Papà!» urlai mentre mio padre faceva un altro passo minaccioso in direzione di Arden. «Arden non ha fatto nulla di male. È l'unico amico che abbia mai avuto, e adesso lo punisci solo perché gli sono simpatica!» Corsi a mettermi fra Arden e mio padre. Lui mi fulminò con lo sguardo e cercò di scostarmi da parte, ma io mi afferrai al suo braccio, costringendolo ad abbassarlo con tutto il mio peso. «Mi stavo cambiando dietro i cespugli; Arden stava ancora pescando. Quando Vera mi ha rubato il prendisole e anche il costume da bagno, lui mi ha offerto la sua camicia, ma lei aveva rubato anche i suoi vestiti. Proprio un attimo prima che tu arrivassi, stava per correre a casa a prendere qualcosa di sua madre da farmi mettere... e
adesso vuoi punire lui per ciò che ha fatto Vera.» Dietro di me Arden balzò in piedi. «Se ha davvero tanta voglia di punire qualcuno punisca Vera. Audrina non ha mai fatto nulla che possa farla vergognare di lei. È Vera che fa questo genere di scherzi sporchi. E per quanto ne so, è probabile che sia stata lei a dirle che cosa intendevamo fare oggi, nella speranza che lei presumesse il peggio.» «E quale sarebbe il peggio?» chiese papà sarcastico, tenendomi però stretta al suo fianco. La giacca mi era scivolata dalle spalle quasi per terra. Disperatamente cercai di tenerla al suo posto. Mi affannavo a nascondere un seno che non esisteva. La collera di papà cominciò a sbollire, ma solo di poco. Il suo pugno si rilassò, ciò nonostante non mollò la presa alle mie spalle. «Giovanotto, ammiro il fatto che cerchi di difendere mia figlia, ma sei in colpa per il solo fatto di trovarti qui. Vera non mi ha detto nulla. È da ieri sera all'ora di cena che non vedo quella disgraziata. Mi è bastato guardare gli occhi della mia Audrina durante la colazione. Brillavano talmente che mi sono immediatamente venuti dei sospetti.» Il suo sorriso era affascinante e cattivo insieme mentre si voltava a guardarmi. «Vedi, amore mio, tu per me non hai segreti. Indovino quello che ti passa per la testa senza bisogno di quella pettegola di Vera. E se c'è una persona al mondo che dovrebbe avere abbastanza buon senso da non incontrarsi segretamente nel bosco con un ragazzo, quella sei proprio tu.» Sorrise, poggiò il palmo della mano contro il torace di Arden e lo sospinse via. «Quanto a te, giovanotto, se vuoi tenerti quel bel naso diritto così com'è, lascia in pace mia figlia!» Arden vacillò per la forza della spinta ma non cadde. «Ciao, Arden,» lo salutai tirando papà per la mano e cercando di trascinarlo via prima che desse a Arden un'altra spinta. Per tornare a casa papà scelse il sentiero più difficile e intricato, nel quale ogni cosa mi si attaccava al viso, alle gambe e ai piedi. Dopo un po' mi lasciò andare la mano per proteggersi la faccia dai rami più bassi. Io facevo del mio meglio per tenermi la giacca a posto. Il collo era così largo per me che continuava a scivolarmi giù dalle spalle. Non avevo ancora finito di tirarmelo su da una parte che mi scivolava giù dall'altra. Le maniche sfioravano il terreno e più di una volta inciampai e caddi. Dopo la terza caduta, papà aspettò spazientito che mi tirassi in piedi e poi prese le maniche e me le avvolse attorno al collo a mo' di sciarpa. Impotente lo fissai e mi chiesi come potesse essere così cattivo con me.
«Adesso cominci a sentirti in colpa, tesoro? Rimpiangi finalmente le tue azioni affrettate... il pensiero di poter rischiare la collera del tuo papà per vedere un ragazzino che alla fine non potrà che rovinarti? È solo spazzatura, non è degno di te.» «Non è affatto spazzatura, papà,» piagnucolai, lacerata e dolorante. Avevo i piedi pieni di tagli, le gambe graffiate. «Tu non conosci Arden.» «E neppure tu lo conosci!» gridò lui. «Adesso voglio mostrarti qualcosa.» Mi riprese per la mano e mi trascinò in un'altra direzione. Alla fine si fermò di botto. «Lo vedi quell'albero?» mi chiese indicandone uno stupendo, rigoglioso di foglie dorate che tremolavano al venticello estivo. «Quello è un salice.» Sotto l'albero c'era un monticello ricoperto di trifoglio attorno al quale ronzavano api industriose alla ricerca del nettare. «È laggiù che abbiamo trovato tua sorella, fredda come il marmo, morta. Solo che quel giorno di settembre pioveva, pioveva forte. Il cielo era scuro di nuvoloni e c'erano i lampi, così sulle prime abbiamo pensato che fosse stata colpita da un fulmine. Ma c'erano prove sufficienti a dimostrare che non era opera di Dio.» Il mio cuore era come un animale impazzito, picchiava selvaggiamente contro la cassa toracica, urlando di lasciarlo uscire. «Adesso stammi a sentire, con attenzione. Impara dagli errori altrui, Audrina. Impara prima che sia troppo tardi per salvarti. Non voglio trovare anche te morta.» Il bosco mi si chiudeva addosso, schiacciandomi. Gli alberi mi volevano, mi volevano morta perché ero un'altra Audrina che reclamavano per sé. Ma la sua lezione non era ancora finita, spietatamente papà mi trascinò più vicina. Adesso piangevo, completamente sconfitta, annientata dalle sue argomentazioni. Non avrei mai dovuto disobbedire, mai. Non avrei mai dovuto dimenticare l'altra Audrina. Mi stava portando alla tomba di famiglia. Odiavo quel luogo. Cercai di fare resistenza passiva, ma papà mi prese per la vita. Tenendomi sollevata da terra come una bambola di celluloide, si arrestò davanti alla snella lapide, simbolica della gioventù di colei che conteneva. Lo ripeté, come già l'aveva ripetuto centinaia di volte in passato e, come allora, le sue parole mi fecero gelare il sangue nelle vene. «Lei è lì sotto, la mia Prima Audrina. La Meravigliosa, Speciale Audrina che mi guardava come se fossi un dio. Aveva fiducia in me, credeva in me, riponeva le sue speranze in me. Mai in tutta la mia vita ho conosciuto qualcuno che mi abbia dato quel genere di amore incondizionato. Ma Dio ha voluto portarmela via e sostituirla con te. Deve esserci un significato in
tutto questo. Sta a te dare un senso alla sua morte. Non posso vivere con la consapevolezza che forse è morta invano. Audrina. Devi impadronirti dei doni di tua sorella, o sono certo che Dio andrà in collera, come sono in collera io. Tu non mi ami abbastanza da aver fiducia in me e credere che io sto facendo del mio meglio per proteggerti proprio da ciò che è accaduto a lei. Eppure ormai dovresti aver imparato dalla sedia a dondolo la lezione sui ragazzi nel bosco, quel giorno in cui è morta.» Fissando il suo bel volto che ora era rigato di lacrime, mi divincolai dalla sua presa in modo da passargli le braccia attorno al collo e nascondere il viso contro la sua spalla. «Farò tutto quello che vuoi, papà, purché tu mi lasci vedere ancora Arden e Billie di tanto in tanto. Mi siederò sulla sedia a dondolo e cercherò di riempirmi dei suoi doni, giuro che collaborerò come non ho mai collaborato prima.» Le sue forti braccia mi strinsero. Sentii le sue labbra sui capelli e un istante dopo si servì del fazzoletto per pulirmi la terra dalla faccia prima di baciarmi. «È un patto. Puoi andare a far visita a quel ragazzo e sua madre una volta alla settimana purché Vera venga con te e tu ti faccia riaccompagnare a casa e non ci vada mai dopo che si è fatto buio o quando piove.» Non osai chiedere di più. Rivalità Il cimitero e la sedia a dondolo mi avevano insegnato la lezione. Da quel momento in poi sarei stata la figlia che papà doveva avere per vivere bene e essere felice. Capivo che lui era convinto che la sua via fosse in assoluto la migliore e, per quel che mi riguardava, quasi mai riuscivo a distinguere il bene dal male. E volevo che papà mi amasse più di quella detestabile Prima Audrina che avrei voluto non fosse mai nata, proprio come certamente Vera avrebbe voluto non fossi mai nata io. «Non sarai mai meravigliosa quanto tua sorella,» decretò Vera con tale fermezza da darmi l'impressione che l'avesse conosciuta per davvero. Stava cercando di stirare la camicia di papà per dimostrargli che era capace, ma per il momento sembrava che fosse solo capace di rovinarla. Il ferro continuava ad attaccarsi lasciando l'impronta bruciata della piastra triangolare. Si vedevano persino i buchi del vapore. «La Prima Audrina stirava alla perfezione,» disse appoggiando il ferro. «E aveva sempre i capelli a posto. I tuoi capelli sembrano sempre un groviglio incolto.» Non che i capelli di Vera fossero così meravigliosi, poi. Le cadevano
davanti agli occhi in ciocche diritte come spinaci. Il sole che entrava a fiotti dalle finestre brillava sui suoi capelli albicocca accendendoli d'oro alle punte e di rosso all'attaccatura. Capelli di sole. Capelli di fuoco. «Proprio non capisco come si fa a chiamare una persona stupida come te con il nome di una ragazzina così intelligente. Tu non sai fare niente di niente,» seguitò. «Che sciocchi possono essere i genitori. Solo perché il caso ha voluto che tu le somigliassi fisicamente hanno pensato che avessi preso da lei anche l'intelligenza e la personalità. Ma tu sei solo la sua brutta copia. E per giunta sei stramba e sei noiosa e pesante.» Abbassò la temperatura del ferro, ma era già troppo tardi. La preoccupazione le aggrondava la fronte mentre studiava le tracce di bruciato e si chiedeva come rimediare. «Mamma,» chiese, «se brucio la camicia di papà cosa devo fare?» «Dartela a gambe,» le gridò di rimando mia zia, che se ne stava incollata al televisore a guardare un vecchio film. «Stupida,» disse Vera rivolta a me, «va' a chiedere a tua madre cosa si deve fare per togliere le tracce di bruciato dalla camicia.» «Sono troppo stupida per capire quello che vuoi,» replicai rimestando svogliatamente la colazione, certa che papà quella sera mi avrebbe rimesso sulla sedia a dondolo come faceva sempre, almeno due o tre volte la settimana, nella speranza che finalmente i doni fossero in arrivo. «Povera eterna-seconda Audrina,» seguitò Vera. «Troppo sciocca persino per andare a scuola. Qui nessuno ci tiene a far sapere in giro quanto sei idiota con la tua memoria senile.» Prese dalla credenza una grossa bottiglia di candeggiante, ne versò qualche goccia su una spugnetta e la strofinò sulla camicia nuova. L'impronta del ferro spiccava proprio nel punto in cui la giacca non l'avrebbe nascosta. Mi avvicinai per vedere cosa stesse combinando. In quel momento papà fece il suo ingresso in cucina a torace nudo, sbarbato di fresco, i capelli già pettinati e pronto per uscire. Si fermò accanto all'asse da stiro a guardare Vera che era graziosissima ora che stava prendendo le forme di una signorinella, assottigliandosi alla vita. Poi il suo sguardo passò da lei a me, poi di nuovo a lei. Ci stava forse paragonando? E cos'era che gli conferiva quell'espressione indecisa? «Cosa diavolo stai facendo con la mia camicia, Audrina?» chiese guardando per la prima volta l'asse da stiro. «Te la stava stirando, papà,» si affrettò a rispondere Vera facendosi più vicina, come per schierarsi dalla sua parte. «E poi questa scioccherella era così occupata a punzecchiarmi che ha lasciato il ferro sulla tua camicia
nuova.» «Oh, mio Dio,» esclamò papà afferrando la camicia e ispezionandola da vicino. Tornò a gemere nello scorgere qualcosa che non avevo notato finché non la vidi in controluce. Nell'impronta sbiadita di bruciato stavano apparendo dei buchi. «Guarda cosa hai combinato!» mi aggredì. «La mia camicia di seta pura! Mi sei appena costata cento dollari.» Vide il bottiglione di candeggiante e tornò a gemere. «Prima hai bruciato la camicia e poi ci hai messo sopra il candeggiante? Ma dove ce l'hai la testa, ragazzina, dove?» «Non prendertela,» lo rabbonì Vera togliendogli la camicia di mano. «Ti sistemerò la camicia fino a fartela tornare come nuova. Dopo tutto Audrina non sa fare niente.» Papà mi fulminò con lo sguardo, poi lo volse dubbioso su di lei. «E come puoi riparare una camicia corrosa dal candeggiante? Ormai è andata. E pensare che avevo deciso di metterla a una riunione importante.» Scagliò per terra la cravatta bordeaux, si guardò i calzoni grigio perla, quindi si avviò verso la porta. «Papà,» dissi esitante, «non ti ho bruciato io la camicia.» «Non mentire,» mi redarguì lui con disgusto. «Ti ho vista vicino al ferro da stiro e la bottiglia di candeggiante era a pochi centimetri. Per giunta sono convinto che a Vera non sarebbe importato un accidente se non avevo la camicia a posto. Mi è stato naturale dedurre che tu sola sai quanto mi piaccia essere sempre perfetto.» «Io non so stirare le camicie, papà. Come Vera non fa che dire, sono troppo stupida per fare qualcosa.» «È una bugia, papà, e inoltre io gliel'avevo anche detto di mettere il vapore e di usare un panno, ma lei non mi ha dato retta. Lo sai anche tu com'è Audrina.» Papà sembrava in procinto di esplodere allorché notò la mia espressione disperata. «E va bene, Vera, basta così. Se riesci a salvare questa camicia ti regalo dieci dollari.» Le fece un sorriso di traverso. Fedele alla parola data, quella sera quando papà rincasò Vera gli mostrò la sua camicia rosa. Sembrava nuova di zecca. Lui gliela tolse dalle mani, la girò e la rigirò cercando i punti del rammendo e non li trovò. «Non credo ai miei occhi,» disse infine, poi rise e tirò fuori il portafogli. Porse a Vera dieci dollari. «Tesoro, forse dopotutto ti ho sottovalutata.» «L'ho portata da una rammendatrice, papà,» annunciò Vera modestamente abbassando la testa. «Mi è costato quindici dollari, questo significa
che ci ho rimesso cinque dollari dei miei risparmi.» Papà l'ascoltò con attenzione. Se c'era al mondo un genere di persona che mio padre ammirava era chi sapeva risparmiare denaro. «E dove ti sei guadagnata il denaro dei tuoi risparmi, Vera?» «Faccio le commissioni per certe persone anziane,» disse lei con una vocina timida timida. «Ogni sabato vado in paese e faccio le commissioni. Certe volte bado anche ai bambini.» La mascella mi ricadde. Indubbiamente di tanto in tanto Vera scompariva il sabato, ma era difficile credere che si facesse trenta e passa chilometri a piedi all'andata e altrettanti al ritorno. Doppiamente colpito papà estrasse dal portafogli un altro biglietto da dieci e glielo porse. «Adesso questa camicia mi è costata centoventi dollari, ma è sempre meglio che buttarla via.» Non mi degnò neppure di uno sguardo mentre, di impulso, le dava un bacione sulla guancia. «Mi sorprendi, ragazza mia. Non sono sempre stato gentile con te. Ci avrei giurato che non ti sarebbe importato nulla della mia camicia rovinata. Ho persino pensato che non mi amassi.» «Oh, papà,» protestò lei con occhi scintillanti, «ti amo dalla cima dei capelli alla punta dei piedi.» La odiai. La odiai letteralmente. Perché lo chiamava papà quando lui era il mio papà, non il suo? Per chissà quale strana ragione lui fece un passo indietro e si guardò le scarpe come per controllare le unghie incarnite che lo infastidivano. Tossicchiò, si schiarì la gola e parve sconcertato. «Ebbene, forse è un complimento eccessivo, ma se è genuino ne sono commosso e compiaciuto.» Sbalordita lo guardai uscire dalla stanza senza degnarmi di una sola occhiata. Quella sera non venne a rimboccarmi le coperte o a darmi il bacio della buonanotte, o a sentirmi recitare le preghiere, e se quella notte avessi avuto un incubo e sognato i ragazzi del bosco ci avrei scommesso la testa che non sarebbe corso a salvarmi. Il mattino seguente fu Vera che versò il caffè a papà, dando il cambio alla mamma che sembrava sempre più pallida e sfinita. Balzò in piedi e infilò tre fette di pane nel tostapane e non se ne allontanò per non rischiare che si abbrustolissero troppo. A papà piacevano dorate all'esterno ma morbide all'interno. Fece friggere il bacon alla perfezione e non una lamentela uscì dalle labbra di papà. Quando ebbe finito di mangiare, la ringraziò e si alzò per andare a lavorare. Zoppicandogli dietro Vera lo prese per la mano. «Papà, anche se non sei il mio vero padre non possiamo fingere che tu...
eh, papà?» Papà sembrava a disagio, come se non sapesse cosa dire, ma fosse al tempo stesso commosso. Papà era mio e della mamma, non di Vera. Sbirciai mia zia che se ne stava seduta cupa e tesa, e mi augurai che lei e Vera se ne andassero ovunque, purché lontano da casa nostra. Ben presto papà uscì. Seguii con lo sguardo la macchina svoltare oltre il vialetto in terra battuta che lo avrebbe portato alla superstrada e in città, dove avrebbe pranzato con altri uomini d'affari chiamando lavoro quei pranzi fastosi. Con mia grande sorpresa si arrestò brevemente davanti alla cassetta della posta messa nel punto in cui si biforcava la nostra strada privata, incrociando la strada maestra. Mi chiesi perché non avesse preso la posta la sera prima. Possibile che fosse stato così ansioso di arrivare dalla mamma e di vedere come stava da aver dimenticato ancora una volta di guardare nella cassetta? Quando andai a vedere, notai che non era stata svuotata. Anzi, riviste e giornali traboccavano dallo sportello che rifiutava di chiudersi. Presi tutta la posta destinata a papà. Mi sarei riconquistata il suo affetto. Sapevo quello che lui voleva da me. Sapevo cosa gli premeva più di ogni altra cosa... il denaro. Dovevo usare il mio «dono» per fargli guadagnare tanto denaro. Poi mi avrebbe amata per sempre. Non ero ancora in cucina che già stavo cercando di leggere la prima pagina del Wall Street Journal mentre con aria assente gettavo il resto della posta sul tavolo. Corsi a prendere quello che mi occorreva: una matita e un blocco per appunti, un pezzo di spago e uno spillo. Nel ripostiglio sotto le scale di servizio c'era tutta la paccottiglia da buttare, prima o poi. Fu lì che trovai le vecchie copie del Journal. Presi tutte le pagine delle quotazioni in borsa e annotai i movimenti di alcune azioni, pensando che da due settimane costituivano un arco di tempo sufficiente. Pur essendo assorta nel mio lavoro sentivo Vera al piano di sopra discutere con la zia che voleva essere aiutata con il bucato. Vera voleva andare al cinema. Aveva un appuntamento. «No!» gridò mia zia. «Non mi vanno i tuoi appuntamenti.» Vera replicò qualcosa che non capii. «No, no e poi no!» udii invece distintamente. «Basta! Quando dico no è no... non sono come certe persone di mia conoscenza che prima dicono no e poi cambiano idea.» «Se non mi lasci andare, mi metto a sbandierare i segreti di famiglia in mezzo alla Main Street,» strillò Vera. «Li griderò ai quattro venti finché tutti quanti sapranno chi è mio padre, e quello che hai fatto... e il nome dei
Whitefern sprofonderà ancor più nel fango.» «Provati ad aprir bocca sui segreti di famiglia e non avrai più un centesimo da me né da nessun altro. Se ti comporti bene c'è qualche speranza che presto o tardi qualcosa tocchi anche a noi. Tu sei una sfida quotidiana a Damian e Lucietta. Per loro sei come una spina nel fianco, ma forse le cose cambieranno se ci saprai fare. Un tempo maledicevo il giorno in cui ti avevo concepita. Più di una volta ho rimpianto di non aver abortito, ma quando hai fatto aggiustare la camicia di Damian e ho visto come ne è rimasto colpito ho ritrovato qualche speranza.» Una nota implorante vibrò nella sua voce. «Non è detto che Audrina debba essere la cocca di famiglia, Vera. Ricorda che quello che le è accaduto ti dà un certo margine. Approfittane. Tu sai com'è lui e di cosa ha bisogno. Ammiralo. Rispettalo. Lusingalo e diventerai la sua preferita.» Seguì al piano di sopra un lungo silenzio carico di bisbigli che non riuscivo a interpretare. Quel groppo di piombo anche troppo familiare mi si piazzò di nuovo sul petto. Stavano tramando contro di me... loro sapevano quello che mi era accaduto, io no. Avevo quasi pensato che la zia mi volesse bene. Adesso scoprivo che anche lei mi era nemica. Tornai a immergermi nel mio lavoro più che mai decisa a trovare l'azione giusta che si mettesse a salire, salire, salire, rendendo papà molto, molto, molto ricco. Attaccai l'anellino con il mio segno zodiacale a un filo pensando di fare come aveva fatto Mrs. Allismore, per predire quale azione sarebbe stata la vincente. Papà non faceva che ripetere che la compravendita di titoli non era una scienza, ma un'arte e quello che stavo facendo in quel momento mi sembrava molto creativo. Con un po' di filo avevo legato lo spillo all'anello in modo da usarlo come indicatore. Due volte sfiorò lo stesso titolo. Cercai di costringerlo a toccarlo per la terza volta. Il tre era un numero magico. Ma l'anello si rifiutò di scegliere lo stesso titolo per tre volte di seguito, anche quando riaprii gli occhi e cercai di controllare l'anello. Sembrava avere un potere suo, errabondo, discontinuo, allo stesso modo in cui la fede nuziale della mamma era sembrata incerta, sospesa sopra il suo ventre. Proprio in quel momento udii un grido acutissimo. «Dove sono i miei orecchini di brillanti?» urlò zia Ellsbeth. «Sono l'unica cosa di valore lasciatami da mio padre, insieme all'anello di fidanzamento di mia madre. Scomparsi! Sei stata tu a rubarmi i gioielli, Vera?» «No,» strillò Vera. «Forse li hai lasciati da qualche parte come fai spesso e volentieri.»
«Sono anni che non metto quell'anello. Sai bene che tengo i gioielli più preziosi chiusi a chiave in uno scrigno. Non mentire, Vera. Sei l'unica che entra nella mia camera da letto. Avanti, dove li hai messi?» «Perché non lo chiedi a Audrina?» «A Audrina? Non essere ridicola. Quella bambina è incapace di rubare; è troppo seria. Sei tu che non lo sei affatto.» Tacque mentre io ripiegavo i giornali, dopo aver messo al sicuro la lista dei titoli. «Adesso so cosa hai fatto per aggiustare la camicia di seta rosa da cento dollari di Damian,» osservò mia zia in tono sprezzante. «Mi hai rubato gli orecchini e l'anello, li hai impegnati e gli hai comprato una camicia nuova. Che tu sia maledetta, Vera! No, non ci vai al cinema. Né oggi, né mai! Resterai a casa finché non ti sarai guadagnata abbastanza soldi da riscattare i miei gioielli.» Senza far rumore mi ero portata in fondo alle scale per sentire meglio; udii un tonfo, come qualcuno che cade. Poi Vera si precipitò giù dalle scale inseguita da mia zia che zoppicava. «Se ti prendo ti chiudo in camera tua per il resto dell'estate!» Vera arrivò al volo, vestita con il suo abito migliore e le scarpe bianche nuove. Le sbarrai il passo. Brutalmente mi scostò da parte e fu al portone prima che la zia riuscisse ad arrivare in fondo alle scale. «Audrina, di' a quella bestia di donna che la odio quanto odio te, tua madre, tuo padre e questa casa messi insieme! Vado in paese a vendere il mio corpo in mezzo alla strada. Mi piazzo proprio davanti al barbiere di papà e mi metto a gridare: 'Prendetevi la vostra ragazza Whitefern!'. Lo urlerò così forte che lo sentiranno tutti e gli uomini della città arriveranno di corsa! E io diventerò ricca!» «Baldracca!» gridò mia zia traversando di corsa la cucina e puntando su Vera. «Torna subito qui! Non provarti ad aprire quella porta e a uscire!» Ma la porta fu aperta e richiusa prima che mia zia potesse uscire sulla veranda. Da una finestra vidi Vera scomparire dietro la curva. Il paese era a più di trenta chilometri. La città a più di sessanta. Aveva intenzione di fare l'autostop? La zia mi si avvicinò. «Ti prego, non dire a tuo padre quello che hai sentito oggi. Certe cose è meglio che non saltino fuori.» Annuii, provando compassione per lei. «Posso fare qualcosa?» Scosse il capo, irrigidita. «Non svegliare tua madre. Ha bisogno di riposo. Salgo di sopra. Sarà meglio che ti prepari da sola la colazione.» Di sabato alla mamma piaceva dormire fino a tardi e questo dava a mia zia il modo di starsene nella saletta accanto alla sala da pranzo dove teneva
il televisore. Adorava i vecchi film e i polpettoni a puntate. Erano il suo unico svago. L'appetito mi era svanito insieme a Vera. Non avevo il minimo dubbio che avrebbe attuato la sua minaccia. Ci avrebbe distrutti tutti quanti. Sedetti e cercai di non pensare a quello che Arden e sua madre avrebbero pensato. La mia mente era una fucina di pensieri infelici, incapace di capire cosa rendesse papà quello che era, amabile e detestabile, egoista e generoso. Aveva costantemente bisogno di avere qualcuno vicino, soprattutto mentre si sbarbava, e poiché la mamma era occupata a preparare la colazione, in genere ero io che mi appollaiavo sull'orlo della vasca e ascoltavo tutte le cose interessanti che avvenivano nel suo ufficio di agente di cambio. Gli facevo molte domande sulla compravendita di titoli e su quello che faceva salire e scendere il loro prezzo. «La domanda,» era la sua riposta per i titoli in rialzo. «La delusione,» era la sua spiegazione per quelli che calavano. «Voci di fusioni e avvicendamenti manageriali sono utilissime per far salire i titoli alle stelle, ma normalmente quando queste notizie arrivano al grosso pubblico è ormai troppo tardi per entrare nel gioco. Tutte le banche e i grossi finanzieri ormai hanno già comprato e sono pronti a vendere al povero ignaro risparmiatore. Se hai le conoscenze giuste allora vieni a sapere per tempo le cose... se non hai queste conoscenze è meglio che tu ti tenga i soldi in banca.» Un passo alla volta mi ero fatta una competenza vera e propria sul mercato. Era il sistema d'insegnamento di papà anche per l'aritmetica. Non pensavo al denaro in termini di centesimi ma in ottavi di punto. Sapevo dei triple-top destinati a slittare e di double bottom destinati a salire. Mi mostrava grafici e mi insegnava a leggerli, sebbene la mamma lo prendesse in giro sostenendo che ero troppo piccola per capire. «Sciocchezze. I cervelli giovani sono i più pronti a recepire. Audrina capisce molto più di te.» Oh, sì, per certi versi amavo immensamente mio padre che, anche se non era in grado di restituirmi la memoria, poteva darmi speranze per il futuro. Un giorno si sarebbe messo in proprio e io sarei stata il suo amministratore. «Con i tuoi doni, non possiamo fallire,» così la metteva. «Ma non lo vedi fin d'ora, Audrina: D.J. Adare & Co.» Ancora una volta mi concentrai sulle liste più attive e rifeci il giochetto dell'anello e ancora una volta lo spillo sfiorò due volte lo stesso titolo. Mi si gonfiò il cuore di felicità. Non avevo abbandonato tutto alla Provvidenza. Di certo papà sarebbe diventato ricco quando gli avrei dato questo so-
gno. E se il titolo che avevo scelto fosse salito, e ormai non avevo più alcun dubbio, non mi sarebbe più toccato sedermi sulla sedia della Prima e Migliore Audrina. Avrei conquistato il suo dono... o uno ancora migliore. Conoscevo papà. Era il denaro che voleva, il denaro di cui aveva bisogno, e il denaro era l'unica cosa che non gli bastava mai. Corsi di sopra, certa che presto mi sarebbe tornata anche la memoria. Forse il gioco dell'anello avrebbe funzionato se l'avessi fatto sopra la Bibbia. Risi passando davanti alla camera della Prima Audrina per correre giù in cucina. Vi trovai la mamma, con i bigodini azzurri, quelli grossi come le lattine di birra nei capelli. «Audrina,» esordì con voce stanca, «ti dispiace guardare la pancetta mentre batto le uova?» Sotto gli occhi aveva cerchi scuri. «Mi sono girata e rigirata nel letto tutta la notte. Questo bambino è straordinariamente inquieto. Poi verso l'alba, quando avevo appena preso sonno, la sveglia di tuo padre ha suonato e da quel momento non ha fatto che parlare come un mulino a vento cercando di rassicurarmi circa le predizioni di quella vecchia. Pensa che io sia depressa, non stanca, così gli è venuta la bella idea di invitare venti persone per una festa stasera! Ma riesci a immaginare qualcosa di più ridicolo? Guardami, sono al sesto mese, così stanca che a malapena riesco ad alzarmi dal letto alla mattina, e lui si mette in testa che ho bisogno di distrarmi un po' a preparare tartine e altre ghiottonerie per i suoi amici. Mi dice che mi annoio, mentre è lui ad annoiarsi. Non sai quanto vorrei che si fosse messo a giocare a golf o a tennis o a qualunque cosa lo scaricasse in parte delle sue energie e lo tenesse lontano da questa casa durante i fine settimana.» Oh, oh, adesso capivo! Il sesto senso di papà doveva avergli detto che oggi avevo il dono... ecco perché ci teneva tanto a festeggiare. Almeno un centinaio di volte, se non di più, mi aveva detto che avrebbe celebrato con una grande festa il giorno in cui il dono sarebbe venuto alla luce. Dunque era vero. Dunque adesso possedevo il dono. Altrimenti l'anello non si sarebbe fermato due volte sullo stesso titolo in un elenco di dieci. Avevo voglia di gridare di gioia. «Dove sono Ellsbeth e Vera?» chiese la mamma. Non potevo raccontarle della lite e delle minacce di Vera. Per la mamma il suo nome da nubile era il bene più prezioso. E se davvero Vera era riuscita a ottenere un passaggio, in quel preciso istante era probabile che fosse in paese a urlare i nostri segreti ai quattro venti. Pensare a Vera era pensare alla realtà e presto la mia fiducia nel dono cominciò a vacillare. Per tutta la vita, o così mi pareva, papà mi aveva fic-
cato in testa ogni genere di sciocchezze circa il soprannaturale in cui egli credeva e la mamma no. Quando ero con lui mi convincevo che quel che diceva rispondeva a verità, ma cambiavo opinione non appena lui usciva di casa. «Dov'è Ellsbeth?» chiese la mamma. «È inciampata ed è caduta, mamma.» «La maledizione,» mormorò la mamma facendomi segno di girare il bacon nella padella. «Una casa di idioti decisi a far diventare idioti anche te e me. Non voglio che tu ti sieda più su quella sedia a dondolo, Audrina. L'unico vero dono di tua sorella era un amore e un rispetto sconfinati per tuo padre, ed è questo che adesso gli manca. Credeva in ogni sua parola. Prendeva sul serio tutte le sue folli teorie. Pensa col tuo cervello, Audrina, non permettere che ti domini. Limitati a stare alla larga dal bosco... in quello prendilo seriamente.» «Ma, mamma,» esordii a disagio, «Arden Lowe abita nella casetta del giardiniere in mezzo al bosco. È l'unico amico che ho. Preferirei morire piuttosto di non vederlo più.» «So che ti senti sola qui, senza amici della tua età. Ma quando arriverà il bambino avrai un amico. E poi puoi pure invitare Arden. E inviteremo anche sua madre a prendere il tè e non permetteremo che zia Mercy Marie venga di nuovo a piazzarsi sul pianoforte.» Corsi ad abbracciarla, fuori di me per la felicità. «Ti piace tanto, vero?» «Sì, mamma. Lui non mente mai. Non viene mai meno alla parola data. E poi non è schizzinoso, non ha paura di sporcarsi le mani come papà. Parliamo di cose concrete, non delle cose di cui parla così spesso papà. Una volta mi ha detto di aver letto da qualche parte che i codardi muoiono più volte. Dice che una volta è stato talmente paralizzato dal terrore che si è comportato da codardo e non se lo perdonerà mai. Sembra così turbato, mamma, quando lo dice.» La compassione riempì i suoi stupendi occhi. «Di' ad Arden che certe volte è meglio fuggire e vivere per combattere un'altra battaglia, se quella che si ha davanti è assolutamente disperata.» Avrei voluto chiederle cosa intendesse, ma ormai la colazione era pronta e servita in tavola e papà non era in casa e la zia al piano di sopra e Vera... Dio solo sapeva cosa stesse facendo Vera in quel momento. «Apparecchia, tesoro, e non fare quell'aria preoccupata. Arden è un nome molto nobile e sono convinta che lui faccia del suo meglio per esserne
all'altezza. Cerca solo di amare tuo padre quanto lo amava la sua prima figlia e lui smetterà di costringerti in quella sedia.» «Mamma, non appena arriva a casa gli dirò di rinunciare alla festa.» «Non è possibile,» replicò lei sconsolata. «Adesso è andato in città a comprare fiori freschi e tutto quello che occorre per la cena fredda. Vedrai che sarà di ritorno in un batter d'occhio non appena terminata la riunione di lavoro. Vedi, quand'era ragazzo tuo padre non ha mai fatto grandi feste, così adesso usa ogni scusa per recuperare il tempo perduto. In fondo al cuore gli uomini restano sempre bambini, Audrina, non dimenticarlo. Per quanto vecchi riescono sempre a tenersi dentro un fanciullino, che continua a desiderare ciò che hanno desiderato un tempo, senza rendersi conto che quando erano ragazzi la cosa che desideravano più di ogni altra era essere uomini anziché bambini. Strano, non ti pare? Quando ero bambina avrei voluto che non ci fossero mai ricevimenti perché io non venivo mai invitata e dovevo restare al piano di sopra, e morivo dalla voglia di scendere. Così mi nascondevo e spiavo di nascosto, sentendomi tanto indesiderata. È stato a sedici anni che ho ballato per la prima volta in casa mia.» «E dove hai ballato?» «Toglievamo i tappeti e ballavamo nel Salone impero oppure nel salotto sul retro. Certe volte scappavo dalla finestra e andavo a ballare in città col mio ragazzo. La mamma lasciava aperta la porta sul retro così potevo rientrare alla chetichella senza che mio padre lo sapesse. Poi quando mi sentiva rientrare veniva in camera mia, si sedeva vicino a me, sul letto, e io le raccontavo tutto quanto. È così che saranno le cose anche fra noi, Audrina. Quando sarai abbastanza grande da andare a ballare farò in modo che tu ci vada.» Se il mio dono non mi avesse liberata, forse ci sarebbe riuscita mia madre. «Hai avuto tanti corteggiatori, mamma?» «Sì, penso che si possa dire di sì.» Fissò con occhi nostalgici oltre la mia testa. «Avevo promesso solennemente a me stessa di non sposarmi fino ai trent'anni. Volevo fare la concertista più di quanto volessi un marito e dei figli... e adesso guarda che cosa ho avuto.» «Mi dispiace, mamma.» Un istante dopo mi accarezzò dolcemente i capelli. «Scusami, tesoro. Parlo troppo e ti faccio sentire in colpa, quando in realtà sono stata io a scegliere. Mi sono innamorata di tuo padre, e spesso l'amore spazza via ogni altra considerazione. Mi ha fatto perdere completamente la testa e se non mi avesse chiesto di sposarlo probabilmente sarei morta di crepacuore.
Tu, però, non permettere che l'amore ti derubi delle tue aspirazioni. Quantunque tuo padre non faccia che riempirti la testa di idee balzane, in una cosa ha perfettamente ragione: tu sei speciale. E sei piena di talento, anche se non sai bene in che cosa consista. Tuo padre è un brav'uomo che non sempre agisce per il meglio.» La fissai in volto, sempre più confusa. Prima diceva che papà mi infarciva di teorie strampalate, e adesso sosteneva che la più folle di tutte, quella secondo la quale io sarei stata speciale, era vera. Pochi minuti dopo, papà rincasò carico di ghiottonerie di tutti i generi e di fiori di serra. Vera lo seguiva a pochi passi. Aveva l'aria sporca, in disordine, e aveva pianto. «Mamma,» gemette correndo a rifugiarsi da mia madre e facendomi sentire ancora una volta meschina perché adesso stava cercando di reclamare per sé non solo mio padre ma anche mia madre. «Mi ha tirato in macchina per i capelli... guarda come mi ha conciata, e ho fatto la messinpiega ieri sera.» «Ti proibisco di consolarla, Lucky!» urlò papà allorché vide le braccia di mia madre circondare protettivamente Vera. L'afferrò e la sospinse su una sedia della cucina con tale forza da farla gemere. «Questa sciagurata stava facendo l'autostop sulla superstrada. Quando mi sono fermato e le ho ordinato di salire in macchina mi ha detto che aveva deciso di diventare una puttana e svergognarci tutti quanti. Se non ti riesce di tenere a bada tua figlia, Ellsbeth, allora userò i miei sistemi.» Non mi ero neppure accorta che zitta zitta anche la zia era arrivata in cucina, con addosso un grembiule da casa a quadretti che, a paragone dei bei vestiti che mia madre era solita indossare, sembrava ancora più ordinario e trasandato. «Vera, sali di sopra e restaci finché non ti dirò di scendere,» latrò papà. «E niente da mangiare finché non ci chiederai perdono a tutti quanti. Dovresti baciare la terra dove cammino perché ti tengo in questa casa.» «Vado di sopra ma non sarò mai grata a nessuno!» Vera si tirò in piedi e arrancò fuori della cucina. «E scenderò di sotto solo quando piacerà a me!» Papà fece un balzo in avanti. «Non permettere che la frusti, mamma!» gridai angosciata. «Altrimenti lei troverà il modo di farsi del male.» Vera causava i propri incidenti subito dopo aver fatto andare in bestia mio padre. Mia madre sospirò sempre più sfinita. «Sì, hai ragione. Lasciala andare, Damian. È già stata punita abbastanza.» Perché mia zia non interveniva in difesa di sua figlia? Certe volte sem-
brava nutrire nei suoi riguardi la stessa avversione che provava per papà. Fui assalita da sensi di colpa. Certe volte anch'io odiavo Vera con tutto il cuore. Le uniche volte che riuscivo a provare affetto per lei era quando mi faceva pena. Al piano di sopra Vera stava urlando con quanto fiato aveva in gola. «Nessuno mi ama! Nessuno mi vuole bene! Non provarti a mettermi di nuovo le mani addosso, Damian Adare! Se ci provi, parlerò! E sai a chi e di che cosa! Te ne pentirai, te ne pentirai!» In un lampo papà fu in piedi e su per le scale. Quell'idiota di Vera continuò a urlare finché lui non spalancò la porta, poi ci fu un tonfo. Un istante dopo si udì l'urlo più lungo e lacerante che le avessi mai sentito fare... e in vita sua di urla e grida ne aveva cacciate tante. Mi sentii gelare il sangue nelle vene. Un altro tonfo più forte... e poi silenzio. Noi tre in cucina fissammo il soffitto che corrispondeva al pavimento della camera da letto di Vera. Cosa le aveva fatto papà? Pochi minuti dopo mio padre tornò in cucina. «Che cosa hai fatto a Vera?» chiese la mamma con voce aspra, gli occhi incandescenti mentre lo fulminava con lo sguardo. «È solo una bambina, Damian. Non devi essere così duro con una bambina.» «Non ho fatto un accidente!» ruggì. «Ho solo aperto la porta della sua camera, lei ha fatto un passo indietro ed è inciampata in una sedia. È caduta e si è messa a urlare. Si è rialzata ed è corsa a nascondersi in quell'armadio a muro con un catenaccio all'interno e che io sia dannato se non è inciampata e caduta di nuovo. L'ho lasciata per terra senza neppure toccarla. Sarà meglio che tu salga, Ellie. Potrebbe essersi rotta qualcosa.» Incredula fissai papà. Se fossi caduta io, sicuramente sarebbe corso ad aiutarmi. Mi avrebbe baciata, mi avrebbe stretta al petto, detto migliaia di cose tenere, eppure per Vera non aveva fatto altro che voltare le spalle e andarsene. E soltanto ieri era stato così carino con lei. Guardai mia zia quasi trattenendo il fiato, chiedendomi cosa gli avrebbe fatto per la sua insensibilità. «Salirò dopo colazione,» rispose calma mia zia tornando a sedersi. «Un altro osso rotto mi rovinerebbe l'appetito.» La mamma fece per alzarsi e andare a vedere cosa era capitato a Vera. «Non ci provare!» le intimò papà. «Sei così stanca che sembri sul punto di svenire e invece io voglio che ti riposi per essere in gran forma al ricevimento di stasera.» Di nuovo sconvolta, mi alzai e mi avviai verso le scale. Papà mi ordinò di tornare, ma io proseguii, facendo i gradini tre alla volta. «Arrivo, Vera,»
gridai. Vera non era riversa sul pavimento della sua camera con tutte le ossa rotte come mi ero aspettata. Corsi di qua e di là chiedendomi dove potesse essere. Poi, con mia grande sorpresa, la udii cantare nella camera da letto della Prima Audrina. Solo una stanza al sicuro a casa, Niente lacrime, niente timori E nessun bisogno di andare fuori Perché il mio papà mi vuole sempre a casa Nella mia stanza, al sicuro a casa. Ebbi la sensazione di non aver mai udito un motivo così desolato, la sua voce era triste, come se fosse pronta a vendere l'anima al diavolo per essere me e perché qualcuno la costringesse a sedere su quella sedia che detestavo con tutte le mie forze. Riluttante tornai in cucina dove un papà inspiegabilmente gioviale stava dicendo a una mamma imbronciata che una festa era proprio quello che ci voleva per sollevarle il morale. «Come sta Vera?» chiese la mamma. Le dissi che Vera stava bene e non aveva nulla di rotto, non dissi tuttavia che era seduta sulla sedia a dondolo e che doveva aver rubato la chiave della stanza dal portachiavi di papà. «Non te l'avevo detto?» disse papà. «Non appena Audrina avrà finito di mangiare, Lucky, la porto con me a fare una passeggiata al fiume.» Si alzò, e con un gesto apparentemente intenzionale si liberò del tovagliolo di lino facendolo cadere nella tazza di caffè semivuota. La mamma lo tirò fuori dalla tazza e lanciò al marito un'occhiata come per dire: «Guarda che pasticcione sei sempre». Ma non osò rimproverarlo ad alta voce. Non sarebbe servito a nulla. Papà faceva sempre quello che voleva e sempre l'avrebbe fatto. Tenendomi per mano mi fece traversare il prato sul retro che digradava dolcemente verso il fiume. Le sue increspature scintillanti facevano sembrare la giornata stupendamente bella. Mi sorrise e disse: «Domani compi nove anni, tesoro». «Ma, papà,» esclamai guardandolo sbalordita. «Come è possibile che domani sia il mio nono compleanno se oggi ho solo sette anni?» Per un attimo parve senza parole. Come sempre quando era a corto di spiegazioni mi carezzò i capelli, poi mi sfiorò la guancia con le nocche
delle dita. «Dolcezza mia, non ti ho forse detto molte volte che è per questo che non ti mandiamo a scuola? Sei una di quelle rare persone che non hanno il senso del tempo.» Si esprimeva con precisione, guardandomi diritto negli occhi come per scolpirmi dentro questa nozione. «In casa nostra non festeggiamo i compleanni perché in un certo senso confondono il tuo calendario speciale. Due anni fa avevi sette anni.» Ciò che diceva era impossibile! Perché non mi aveva detto allora che avevo otto anni e non sette? Che stesse cercando deliberatamente di farmi impazzire? Mi coprii le orecchie con le mani per non voler sentire altro. Strinsi con forza gli occhi mentre mi tormentavo il cervello nel tentativo di ricordare se qualcuno mi avesse detto che avevo otto anni. Ma riuscivo a rammentare solo degli accenni al fatto che avevo sette anni. «Audrina, tesoro, non fare quell'aria spaventata. Non cercare di ricordare. Fidati di quello che ti dice il tuo papà. Domani è il tuo nono compleanno. Il papà ti ama, la mamma ti ama, e persino quella strega di Ellie ti ama, se solo osasse ammetterlo. Ma non può, perché c'è Vera, e Vera è gelosa di te. Anche Vera potrebbe amarti, se io le dimostrassi più affetto. Ci proverò. Mi sforzerò davvero di voler bene a quella ragazzina, di modo che tu non abbia nemici sotto il tuo tetto.» Deglutii, sentendo un bruciore alla gola e le lacrime pungermi gli occhi. C'era qualcosa di stregato nella mia vita. Per quante volte papà continuasse a ripetermi che ero speciale, non era naturale dimenticare un anno intero, non poteva essere naturale. L'avrei chiesto ad Arden. Ma così gli avrei fatto sapere che c'era qualcosa di terribile in me e allora neppure lui mi avrebbe più voluto bene. Dunque dovevo credere a papà. Mi ripetei che in fin dei conti non ero che una bambina e che importava se nel processo della crescita perdevo un anno? Che importava se il tempo volava più veloce di quanto riuscissi a seguire? In certi momenti paure inconsce cercavano di venire allo scoperto, bisbigliando proditoriamente, turbandomi. In testa mi lampeggiavano dei colori e sentii il moto ondulatorio del mio corpo, avanti e indietro, avanti e indietro. Voci cantilenanti mi bisbigliarono di feste di compleanno in cui avevo avuto otto anni e indossavo un vestito bianco a balze, stretto in vita con una fascia di taffetà pervinca. Ma che significato avevano i sogni della sedia a dondolo, se non che la Prima e Migliore Audrina aveva indossato un vestito bianco a balze con una fascia pervinca alla sua festa di compleanno? Quelle visioni di feste di
compleanno appartenevano ai suoi compleanni. Dove andare a trovare la verità? A chi potevo rivolgermi per avere tutta la verità? Nessuno era disposto a dirmi la verità poiché ne sarei rimasta ferita. Papà mi condusse al suo fianco giù per la china erbosa. Il sole era alto e ardente sopra i capelli mentre me ne stavo seduta accanto a lui. Ogni parola che pronunciava spazzava via immagini limpide dalla mia mente e le sostituiva con macchie appannate. Guardai le oche e le anatre spingersi con le loro invisibili zampe palmate verso il punto in cui la mamma dava loro da mangiare. In primavera adoravano mangiare i suoi tulipani e i suoi narcisi. «Parliamo del sogno che hai fatto la notte scorsa,» disse papà dopo un lungo silenzio. «Ti ho sentita gemere e lamentarti nel sonno e, quando sono venuto a vedere cosa avevi, ti ho trovata che ti giravi e rigiravi nel letto, borbottando parole incoerenti.» In preda al panico mi guardai attorno e vidi un picchio dalla testa rossa affaccendarsi sul tronco di uno dei nostri noci più belli. «Va' via!» gridai. «Va' a mangiare i vermi sui cespugli di camelie!» «Audrina,» riprese papà con una certa impazienza, «lascia perdere gli alberi. Gli alberi saranno qui molto tempo dopo che tu e io non ci saremo più. Dimmi che cosa hai visto sulla sedia a dondolo.» Se papà credeva nel gioco dell'anello e del pendolo di Mrs. Allismore, doveva trovare più che naturale che io mi servissi dello stesso sistema per compiacerlo. Stavo per aprire bocca e dirglielo quando mi sentii i capelli ritti sulla nuca. Mi voltai di scatto ed ebbi una visione fugace di Vera nella stanza in cui si trovava la sedia a dondolo. Ancora lassù, ancora a dondolare. Che dondolasse in eterno; non esisteva alcun dono se non quello che la fantasia evocava per compiacere chi a tutti i costi voleva della magia nella propria esistenza. E forse in fin dei conti la fantasia era un dono speciale. «E va bene, tesoro. Non intendo implorarti oltre. Dimmi cosa hai sognato la notte scorsa e facciamola finita.» Gli feci il nome del titolo che lo spillo aveva toccato due volte e poi ancora due volte. Papà parve incredulo, poi furibondo. Dalla sua reazione capii subito di non aver fatto la cosa giusta. «Ti ho forse chiesto qualche informazione di borsa, Audrina?» domandò irritato. «Certo che no. Ti ho chiesto di dirmi i tuoi sogni. Sto cercando di aiutarti a ritrovare la memoria. Non ti rendi conto che è per questo che ti faccio sedere sulla sedia a dondolo? Ho cercato di farti credere che la tua mancanza di memoria sia un fatto naturale, ma non lo è. Volevo solo aiu-
tarti a ritrovare quello che hai dimenticato.» Non gli credevo. Sapevo quello che voleva. Voleva trasformarmi nella Prima Audrina! È per questo che aveva nel suo studio tutti quei libri sulla magia nera e i poteri psichici. Arretrando guardai di nuovo la casa, sentendomi terribilmente sconvolta. Vera continuava a dondolarsi, su e giù. Oh Dio, e se avesse avuto quell'unico sogno che la sedia mi dava? Si sarebbe messa a urlare? E papà sarebbe corso a salvarla? E se invece quello che papà mi aveva detto era vero e realmente c'era un dono da conquistare? Se così era, da un momento all'altro avrebbe potuto sostituirmi nel suo cuore. Senza fiato cedetti, abbandonando ogni decisione. «C'ero io, papà, ma diventata donna, e lavoravo in un posto enorme pieno di macchine. Mandavano luci, cambiavano colore, parlavano con voci strane e trasmettevano messaggi attraverso l'aria. Io ci stavo davanti e insegnavo a un'intera classe come si usavano. È per questo che ho pensato... ma naturalmente avrei dovuto lasciare che fossi tu a decidere cosa voleva dire. Le lettere che ti ho detto erano su tutte le macchine, tutte quante dalla prima all'ultima, papà.» IBM. Come ricompensa arrivò il suo sorriso, sottile e tirato; ciò nonostante mi abbracciò. «E va bene, hai cercato di aiutarmi finanziariamente, ma non è questo che volevo. Ricorda, Audrina, colma i buchi nel tuo cervello con i ricordi giusti. Più tardi proveremo ancora con la sedia a dondolo e speriamo che la prossima volta passi oltre il bosco e ti collochi nel posto giusto.» Stavo per mettermi a piangere, perché avevo avuto uno strano sogno sulle macchine e lo spillo aveva voluto fermarsi su quelle iniziali ben quattro volte. «Non piangere, amore mio,» mi disse baciandomi di nuovo. «Ti capisco e magari investirò anche un po' di denaro in quelle azioni, anche se ormai sono già salite del trenta per cento e non possono che calare. Tuttavia,» seguitò assorto, «non sarebbe una cattiva idea aspettare che questa prima ondata si esaurisca e poi comprare in blocco prima di un'altra impennata. È intuitiva e il suo cuore è puro anche se...» Balzando in piedi fuggii alle sue imbarazzanti riflessioni. Avrebbe investito del denaro in quei titoli. E se avessero continuato a scendere dopo la compartecipazione degli utili? La povera mamma si stava facendo in quattro in cucina per preparare tutto quanto per quella stupida festa che proprio non le ci voleva, visto che si sentiva così male. Corsi alla finestra da dove scorsi papà ancora in riva al fiume, ma in piedi adesso, intento a lanciare
ciottoli piatti attraverso l'acqua come se non avesse un pensiero al mondo. La mamma non fece parola sul fatto che domani sarebbe stato il mio nono compleanno. Era forse perché in realtà non lo era affatto? Andai nel ripostiglio nel sottoscala e controllai i giornali. Domani era il nove settembre e, fedele a me stessa, avevo dimenticato che oggi era l'otto. Ma davvero compiere nove anni era così significativo? Sì, stabilii via via che la giornata passava e nessuno nominava il mio compleanno all'infuori di papà, compiere nove anni era pericoloso. La festa ebbe inizio alle nove e mezzo, poco dopo esser stata mandata a letto. Il rumore che facevano i venti amici di papà arrivava sino a me, sebbene la mia stanza fosse lontana dalle sale del ricevimento. Sapevo che di sotto c'erano banchieri e avvocati, medici e altre persone importanti che aspiravano ad arricchirsi. Amavano le nostre feste: i rinfreschi erano raffinati, i liquori abbondanti e, cosa ancora più importante, nel momento stesso in cui la mamma sedeva al pianoforte la riunione si animava. Poiché era una musicista attirava altri musicisti che amavano esibirsi insieme a lei, così medici e avvocati portavano con sé figli o figlie che sapevano suonare qualche strumento musicale. E insieme, ispirati dalla mamma, facevano una jam session. In camicia da notte e a piedi nudi corsi a guardarla di nascosto, seduta al pianoforte. Portava un vestito lungo di seta rossa con una scollatura talmente ampia che mostrava molto più di quanto papà avrebbe approvato. Gli uomini si assiepavano attorno al pianoforte, protendendosi oltre la spalla della mamma, guardandole come ipnotizzati nella scollatura e incitandola a suonare più veloce, sempre più veloce, a mettere più foga in quello che a me sembrava un ritmo abbastanza indiavolato. Sorridendo e ridendo a parole bisbigliatele nell'orecchio, la mamma suonava con una mano sola e con l'altra teneva una coppa di champagne dalla quale beveva a piccoli sorsi senza interrompersi. Mise giù il bicchiere vuoto, fece cenno a un ragazzo di circa vent'anni di attaccare con la fisarmonica, e insieme iniziarono la più scatenata delle polke al cui ritmo nessuno dei presenti poté resistere. Secondo papà, la mamma era tutto per tutti e fedele a nessuno, neppure a se stessa. Se il suo pubblico voleva musica classica, allora suonava classico; se voleva balli popolari, poteva accontentarlo allo stesso modo. Se le chiedevi quale musica preferisse rispondeva: «Mi piace tutta». Pensavo che fosse meraviglioso essere di mentalità così aperta e versatile. A zia Ellsbeth non piaceva nessun tipo di musica che non fosse di Grieg. Da quanto sembrava divertirsi, nessuno avrebbe potuto indovinare che la
mamma si era lamentata tutto il giorno di dover lavorare come una schiava per gente che neppure le era simpatica. «Davvero, Damian, ti aspetti troppo da me. Sono alla fine del sesto mese, e si vede, e tu vuoi che la gente mi veda in questo stato?» «Sei stupenda e lo sai, incinta o no. Sei sempre sensazionale quando ti trucchi e t