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DONALD HARSTAD CODICE DI SANGUE (Code Sixty-One, 2002) A Erica Harstad, nostra figlia, che con intelligenza, senso dell'umorismo e onestà si è dimostrata il mio critico più affidabile. Prologo Mi chiamo Carl Houseman e sono il vicesceriffo della Nation County nell'Iowa. Faccio il poliziotto da oltre vent'anni, abbastanza per essere passato dal turno di notte al ruolo di investigatore e poi a quello di ispettore capo. Abbastanza da sentirmi vecchio, in tutti i sensi. Forse perché ho passato i cinquanta e il mio collega è nato più o meno nello stesso anno in cui ho prestato giuramento. Secondo la mia esperienza, i casi di cui si occupa un poliziotto sono un po' diversi da quelli citati nei manuali dell'accademia. In genere, o si hanno prove sufficienti a dimostrare come è stato commesso un reato, ma è molto difficile identificare il colpevole, oppure si sa chi è il responsabile, ma è un problema dimostrare come ha agito. Poche volte un caso si sviluppa in entrambi i sensi contemporaneamente. Questa fu una di quelle volte. 1 Giovedì 5 ottobre 2000 23.33 Tutto ebbe inizio giovedì 5 ottobre 2000. Erano esattamente le 23.33 e stavo tornando a casa, quando ricevetti una chiamata. «Qui centrale. Mi senti, Tre?» gracchiò la radio. Era la voce familiare della mia operatrice preferita, Sally Wells. Tre è il mio numero di riconoscimento. Afferrai il microfono, già sul chi vive. «Tre in ascolto. Parla.» «Abbiamo una segnalazione per violazione di domicilio al 606 Main di Freiberg. Soggetto di sesso femminile, ha bisogno di assistenza immediata. L'agente di Freiberg è già stato inviato sul posto e ha chiesto rinforzi.»
Sospirai. «10-4. Ricevuto centrale.» Verificai la mia posizione. «Mi trovo a circa dieci chilometri sulla County Four Victor Six.» «Bene. Non sono sicura che si tratti di un 10-33, ma la donna ha affermato che un individuo di sesso maschile ha cercato di introdursi nel suo appartamento attraverso una finestra.» Probabile emergenza. Accesi il lampeggiante. «Tre in arrivo. La donna è riuscita a identificare il sospetto?» «Ha interrotto la chiamata. Il telefono squilla, ma non risponde nessuno. Era molto agitata, ha descritto l'intruso come un maschio bianco con...» Fece una pausa e percepii una malcelata nota di umorismo nel tono della sua voce. «Intruso descritto come un "maschio bianco con denti".» «Denti?» «10-4. Esatto, Tre. Denti.» «Okay. Avvisami quando la macchina di Freiberg arriva sul posto.» «Ricevuto, Tre. Ti avviserò.» Denti? Ricordo con precisione di aver pensato che mi sarei ricordato quel particolare per un bel po'. Almeno non era una pistola o un coltello. Odio i coltelli. In quelle settimane la nostra cronica carenza di ausiliari si era aggravata a causa di un'epidemia di influenza, così da un totale di nove persone eravamo scesi a quattro o cinque effettivi. In quanto ispettore capo, dovevo ancora fare turni di dodici ore, ma il mio grado mi dava diritto a scegliere quali. Avevo scelto quello da mezzogiorno a mezzanotte, una combinazione tra il turno più divertente e quello in cui riuscivi a lavorare veramente. Circa due minuti più tardi, udii Byng, l'agente di Freiberg, inviare un 1023. Era arrivato. Avvisai Sally che l'avevo sentito. Passai a velocità sostenuta l'ultima fattoria prima del centro abitato di Freiberg, poi rallentai, fino a ritrovarmi in Marquette Street, dove la zona residenziale lasciava il posto agli edifici della semideserta area commerciale. Spensi i lampeggianti, perché il loro riflesso nelle vetrine dei negozi non mi confondesse mentre scrutavo i marciapiedi. Rallentando ancora percorsi la strada in leggera discesa, interrotta dalla linea nera del Mississippi. Udii la voce distorta di Byng. «Dove sei, Tre?» «In centro.» Mentre schiacciavo il pulsante del microfono, vidi la sua macchina parcheggiata sulla destra. «Vedo la tua auto.» «Sono al secondo piano, sopra Curls & Cuts. Sali le scale sulla destra fi-
no alla porta blu» m'informò. «10-4, ricevuto.» Parcheggiai vicino al marciapiede, a una decina di metri dalla sua macchina. «Centrale, Tre è 10-23» dissi al microfono mentre slacciavo la cintura di sicurezza. Afferrai una torcia, accesi il walkie-talkie e aprii la portiera. Byng e Sally risposero al mio messaggio contemporaneamente, risultando entrambi incomprensibili. Sapevo che Sally voleva semplicemente darmi una conferma, ma non avevo capito le parole di Byng, così dissi nel microfono: «Aspetta un momento, centrale». Poi chiamai: «Byng?». «Eccomi, Tre. Perché non vieni qui passando dall'entrata posteriore? Non so cosa sta succedendo. Una vicina della vittima ha detto di averla sentita uscire e salire sul tetto.» Rientrai in macchina e misi in moto. «Sto arrivando.» «A proposito, Tre... potresti controllare il pianoterra? Non riesco a capire perché sia salita sul tetto.» «10-4.» Neanch'io riuscivo a capirlo, ma la gente si comporta in modo strano quando ha paura. Io sicuramente non l'avrei fatto, anche perché soffro di vertigini. Dovetti procedere per un altro isolato prima di incrociare una strada che mi permettesse di raggiungere Byng. Freiberg è incuneata tra due massicci promontori e le scarse strade laterali devono attraversare con un ponte un canale a cielo aperto, largo e profondo, che corre lungo tutta la cittadina e sfocia nel Mississippi. I suoi argini in pietra, oltre che pericolosi, sono anche un ottimo passaggio per i ladri. Salii sul ponte e svoltai bruscamente a destra, invertendo la marcia dall'altro lato della strada. Mi fermai il più vicino possibile al ponte e aprii la portiera. «Centrale, Tre è fuori dalla macchina» dissi, soprattutto per far sapere a Byng che ero arrivato sul retro dell'edificio. «10-4, Tre» rispose Sally. Stava seguendo la nostra conversazione e la sua voce cominciava a sembrare preoccupata. L'illuminazione era scarsa. C'era una luce giallognola sulla strada del ponte, un'altra a circa un isolato di distanza e sopra a tutto, sulla mia sinistra, incombeva il promontorio. Era alto circa una cinquantina di metri: roccia nuda per i primi quindici e poi arbusti e alberi che crescevano fino in cima. Le imprese edili che si erano occupate delle costruzioni avevano dovuto fare miracoli per ricavare una strada in quello spazio e tutta l'area risultava angusta. Promontorio, strada, condotto, edifici. Non c'era spazio per nient'altro.
Premetti il pulsante di trasmissione del mio walkie-talkie. «In quale edificio sei, Byng?» Era molto difficile distinguere i negozi dal retro. Non feci in tempo a finire la frase che lo vidi affacciato a una delle finestre del secondo piano. «Quassù, Tre» disse con voce flebile. Mi ero dimenticato di aumentare il volume del walkie-talkie. Guardai con attenzione il retro dell'edificio in cui si trovava. Una scala in legno esterna che aveva un gran bisogno di manutenzione portava fino a una stretta piattaforma al secondo piano. Da lì una scala in ferro portava al tetto. Grandioso. Se la vittima era scappata là in cima, l'avrei incrociata quando fosse scesa. Avevo una paura fottuta del vuoto. «Byng, conosci la posizione del sospetto?» «Negativo, Tre. Tutto ciò che so è quello che ti hanno detto dalla centrale. Maschio bianco con denti.» «Okay. Non vedo la vittima qui. Hai qualche idea migliore su come potrei...» Fui interrotto da una voce femminile. «Aiuto!» Sembrava provenire dall'edificio, ma c'era qualcosa di strano nel tono. Feci scorrere la torcia lungo le file di finestre. Byng diresse il raggio della sua verso il basso. Sentii una stretta allo stomaco. Se lui, che era dentro, pensava che il grido provenisse dall'esterno e io da fuori credevo provenisse da dove si trovava lui... Il tetto. La donna doveva essere sul tetto. Il retro dell'edificio aveva quattro finestre al secondo piano. Di solito ce n'era un paio per ogni appartamento, con il corridoio in mezzo. Con ogni probabilità, la porta in cima alla scala portava lì. Guardai la passerella di legno rossastro sopra il condotto. Niente di particolare e nessun tipo di impronta sulla superficie. Le ringhiere erano quasi inesistenti, la vernice scrostata. Diressi il raggio della torcia verso il basso, nell'ampio canale, e controllai i sedimenti di fango umido sin dove riuscivo a vedere. Non c'erano impronte neanche li. Male. In passato le orme lasciate nel fango avevano risolto almeno due casi di furto. Illuminai il retro degli edifici, da sinistra a destra. Dalle finestre vuote e dalle vecchie porte penzolavano pezzi di cartone nero e carta scura. Una in particolare, una porta che si apriva nel vuoto, dal momento che la scala era crollata anni prima, sembrava chiusa da un panno nero. Controllai il tetto in cerca di corde o tubi, tanto per accertarmi che nessuno si fosse calato all'interno. Non ce n'erano. Bene.
«Dove vuoi che mi metta?» dissi nel microfono che avevo sulla spalla. «Non c'è nessuno li sotto?» «No, non vedo nessuno.» «Perché non vieni su passando dal retro? Penso... sembra che la donna sia da qualche parte sopra di me.» «Già.» «Io salgo la prossima rampa e vedo se riesco ad arrivare sul tetto passando dal terzo piano.» Fantastico. Non sono quel che si dice un peso piuma e non avevo alcuna intenzione di trascinare i miei centotrenta chili su per quelle traballanti scale di legno. Maledizione. Feci un profondo respiro. «Arrivo.» Una volta raggiunta la stretta piattaforma, mi fermai e guardai in basso, illuminando con la torcia l'area circostante e il fondo del condotto. Vertigini istantanee. Mi afferrai alla ringhiera cercando di voltarmi verso l'edificio. Cazzo, non sopporto quando mi succede. Riuscii a girarmi e con finta nonchalance raggiunsi la porta con un passo. Non che mi vergogni della mia debolezza, ma certo non è il massimo per l'immagine di un poliziotto. Feci un altro respiro profondo e cercai di concentrarmi su quella stupida porta. Sudavo. Era larga più o meno quanto la maledetta piattaforma e si apriva verso l'esterno. Dovevo per forza fare un mezzo passo indietro per aprirla. Presi coraggio, indietreggiai e la piattaforma scricchiolò. Mi girai di lato e passai a fatica attraverso la porta socchiusa, ritrovandomi in un corridoio buio tra due appartamenti, esattamente come avevo immaginato. Alla mia sinistra c'era una porta aperta su una cucina gradevole e illuminata, mentre quella di destra era chiusa. Dall'altro lato del corridoio, accanto alla scala che portava al terzo piano, c'era una donna anziana. «Il suo collega pensa che sia salita sul tetto» disse a voce alta. «È andato di sopra per vedere se riesce a salire, ma gli ho detto che non può.» «Grazie» le risposi sussurrando. Udii nuovamente la voce, molto attenuata adesso che ero all'interno, ma inconfondibile. Non era in preda al panico, solo spaventata. Anche Byng doveva averla sentita. La sua voce tuonò contemporaneamente dal piano di sopra e dal walkie-talkie: «Il tetto! È sul tetto! Sali!». Giusto, ero io il più vicino a quella maledetta scala. Tornai sulla piattaforma scricchiolante. Mi fermai un istante a guardare i gradini illuminandoli con la torcia. Ferro arrugginito. Erano fissati al mu-
ro, ma riuscivo a vedere lo strato di ruggine intorno ai bulloni e una macchia arancione che circondava il punto in cui sparivano nell'intonaco. Cazzo. Udii i passi di Byng che scendeva di corsa la scala dall'altra parte dell'edificio e proseguiva lungo il corridoio verso di me. Non c'era spazio per tutti e due sulla piattaforma. Inspirai profondamente, infilai la torcia nella cintura, afferrai i corrimano e salii sul primo gradino. «Non male. Non male» mi ripetevo per incoraggiarmi a proseguire. Finalmente espirai. Un gioco da ragazzi. Be', almeno fin lì. Il problema era che la scala saliva di un altro piano e soltanto dopo arrivava fino al tetto. Trattenni di nuovo il fiato e proseguii. Sei o sette gradini più in alto, sentii la scala muoversi. Di nuovo le vertigini. Mi accorsi che le mani cominciavano a farmi male per la forza con cui stringevo il corrimano. «Rimani attaccato alla scala, Carl, e il tuo peso non la sbilancerà staccandola dal muro» sussurrai a me stesso. L'istinto mi diceva di tornare indietro e sinceramente penso proprio che, se non fosse stato per la divisa che indossavo, me la sarei data a gambe. Continuai a salire. Negli anni ho imparato che se riesco a convincermi di schiacciare l'edificio contro il terreno a ogni passo, a volte riesco ad arrivare fino in cima. Lo so che mi prendo in giro da solo, ma non me ne importa niente. Cominciai a farlo. Un gradino alla volta, dovevo spingere quell'enorme edificio a terra. Era ridicolo, ma funzionava. Tutto ciò di cui avevo bisogno era concentrazione. Mi muovevo il più in fretta possibile e non mi scostavo più di due centimetri dal muro. Facevo progressi. I muscoli delle cosce cominciarono a tremare e gli avambracci mi facevano male, ma continuai a salire. A un tratto la scala iniziò a vibrare e sentii la voce di Byng che diceva: «Sono dietro di te, Carl». Quelle parole mandarono al diavolo la mia concentrazione. Cercai di muovermi più in fretta e pensai che stavo andando piuttosto bene, quando Byng domandò: «C'è qualcosa che non va?». Sembrava molto vicino, ma non mi sarei voltato per niente al mondo. «La scala si muove» sibilai a denti stretti. «Ho paura che non sia troppo sicura.» «Si muovono sempre. I bulloni vanno dritti dentro al muro e poi si allentano. Non ti preoccupare.» Non ti preoccupare, un cazzo! Però mi aveva dato una idea: dovevo pensare ai bulloni nel muro. Salii un altro po' e tutto andò liscio fino in cima. La scala si allungava solamente di altri dieci centimetri sopra al bordo del
tetto. Non c'era alcun parapetto. Stavo per bloccarmi, quando... «Sono quassù!» Adesso la voce della donna era molto più chiara. «Polizia! Stiamo salendo!» fu la replica di Byng. «Ce la fa a scendere?» gridai io. Dannazione, perché non ci avevo pensato prima? «No!» Ci fu una pausa. «Fatevi vedere!» Naturale. Strinsi i denti. Pazienza, volevo veramente arrivare in cima. Qualunque posto era meglio di quella scala. Salii altri due gradini, mi piegai in avanti e saltai, ritrovandomi a quattro zampe sul tetto. Strisciai per circa un metro, giusto per superare il bordo, quindi mi alzai in piedi. Scorsi una sagoma colorata accucciata dietro a un lucernario. «Vicesceriffo» dissi. «Dov'è?» domandò per tutta risposta la sagoma. Sentii Byng arrivare sul tetto dietro di me. «Chi?» chiesi, muovendomi verso di lei. «Non lo so» disse in tono piuttosto tranquillo. «Ma chiunque sia, dov'è?» «Non lo sappiamo nemmeno noi» risposi. «Comunque, adesso è al sicuro.» Ricordo benissimo di aver pensato: "Fino a quando non mi dovrete portare via da questo tetto". Molta gente non immagina quanto siano bui i tetti degli edifici di un quartiere commerciale. La luce dei lampioni della strada non arriva oltre il secondo piano. Riuscivo a malapena a scorgere la donna. Ci venne incontro. La illuminai con la torcia. Dimostrava circa vent'anni, aveva i capelli castani, era scalza e indossava dei pantaloni da pigiama in flanella, di un giallo sbiadito con orsetti e palloncini, e una giacchetta nera corta, con i lustrini e grossi bottoni argentati. Forse era soltanto il sollievo di essere riuscito a raggiungere il tetto sano e salvo che mi fece dire: «Un pigiama party?». «Come?» «Niente. Scusi. Resti qui mentre noi diamo un'occhiata in giro.» Ispezionammo il tetto in lungo e in largo. Grazie alle torce riuscivamo a vedere gran parte della strada e alcuni degli alberi più bassi del promontorio. Non c'era niente. «Come si chiama?» chiesi alla ragazza. «Alicia Meyer.» «Io sono Carl Houseman. C'è una ragione particolare per cui è salita
quassù invece di scendere le scale o restare in casa fino al nostro arrivo?» «Credo di sì. Ho pensato che mi avrebbe potuta aspettare di sotto» disse indicando il bordo del tetto. «Mi sembra ragionevole» risposi. «Ha qualche idea su chi possa essere?» «No.» Ci fu una pausa carica di tensione. Naturalmente adesso dovevamo scendere. Mi guardai intorno, ma non notai scale che conducevano all'interno. Saremmo dovuti ripassare da quella esterna. La discesa fu più semplice. Per proteggere Alicia la facemmo stare tra me e Byng. Io scesi per primo sempre per proteggerla. Pensavo che fosse meglio fare la figura dell'idiota strisciando all'indietro lungo la scala, piuttosto che rovinarle addosso. Mi sforzavo di tenere lo sguardo fisso sui piedi nudi della ragazza. I pioli di ferro erano ottagonali e non smettevo di pensare al dolore che doveva provare. Comunque riuscii a distrarmi, tanto che quasi mi spaventai quando il mio piede destro urtò il terreno. Fui il primo a entrare nell'appartamento, seguito da Alicia e da Byng. Lo ispezionammo con cura. C'eravamo solo noi. «Allora,» iniziai «cosa è successo?» «Ho visto quell'uomo» spiegò Alicia. «Alla finestra. Sono sicura di averlo visto. Esattamente là» disse, e puntò un dito tremante verso la finestra della camera da letto. Guardai la finestra, poi Byng. Lui alzò le spalle. La finestra indicata dalla ragazza era a circa tre metri dalla ringhiera della piattaforma esterna. Lo sapevo bene, c'ero appena stato. «Quella finestra, Alicia?» chiesi. «Ne è sicura?» «Sì, quella.» Mi lanciò un'occhiata scostandosi una ciocca di capelli dal volto. «So che non poteva essere là fuori, perché non aveva niente su cui appoggiarsi. Ma l'ho visto.» Era palesemente esasperata. Ovvio. Non riusciva a capire che cosa avesse visto e le risultava difficile fornirci una spiegazione. Pensai a un'immagine riflessa nel vetro e diedi un'occhiata alla stanza. Il televisore era spento. «Non aveva il televisore acceso in quel momento, vero?» Cercai di mantenere un tono amichevole e rassicurante, non accusatorio. «No.»
«Okay. Ora mi racconti tutto con precisione e mi mostri dov'era quando è successo.» Fece un respiro profondo. «D'accordo.» Si alzò e si avvicinò allo specchio. «Ero qui, in piedi» disse. «In questa posizione.» Si mise con la schiena rivolta allo specchio e la testa voltata per vedere la sua immagine riflessa. «Ho girato di nuovo la testa in questo modo» spiegò e si voltò verso Byng, me e la finestra in questione. «A quel punto ho visto la sua faccia là fuori.» Rabbrividì. Qualsiasi cosa avesse visto, ero certo che diceva la verità. Mi avvicinai e le chiesi di spostarsi appena, in modo da mettermi al suo posto. Mi piegai sulle ginocchia, visto che sono alto più di uno e novanta e lei non superava il metro e settanta, e cercai di adeguare il mio piano visivo al suo. Guardai verso la finestra. Una prospettiva chiara. Non c'erano ostacoli né riflessi. «Le luci accese erano queste?» «No, quella sul soffitto era spenta.» Chiesi a Byng di spegnerla, ma non cambiò nulla. Mi raddrizzai. «Lo ha riconosciuto?» «No» disse lei esitando. O stava pensando intensamente o aveva difficoltà a mentire. «Può descriverlo?» «Era bianco» rispose la ragazza. La risposta mi parve quanto meno strana. Anche se la popolazione della Nation County stava cominciando a cambiare, era ancora costituita al novantanove per cento da persone di razza bianca. Difficile trovare un testimone che descrivesse qualcuno come "bianco": era scontato. «Bianco?» «Molto bianco» disse lei e la sua voce tremò appena. «Come i clown. Come se fosse truccato o dipinto.» «Ah.» «Ma non era pittura né trucco. Non credo. Non lo so. Se era trucco, era molto ben fatto. E aveva i capelli neri, o castano molto scuro. Appiccicati alla testa, come se fossero bagnati o unti. Sembravano neri, come la camicia, o quello che era...» «Bene.» Sempre incoraggiare il testimone. «Nient'altro?» Ci pensò un attimo. «I suoi denti.» «I denti?» «Sì» rispose, sedendosi sul bordo del letto. «Dio, quei denti.»
«Com'erano? Grandi? Storti? Marci? Com'erano?» «Lunghi e aguzzi. Molto aguzzi.» Mi guardò con uno sguardo serissimo. «Denti lunghi e appuntiti.» Piegai la testa di lato. «Non sono sicuro di aver capito.» «Come i serpenti. Denti lunghi e appuntiti come quelli di un serpente.» La ragazza rabbrividì. «Sono sicura. Come un serpente.» Mi venne d'istinto: «Come delle zanne?». «Sì, esatto. Zanne. Due.» «Gli incisivi?» Capita di rado, dopo oltre vent'anni di servizio, di fare domande mai fatte prima. Si concentrò. «No, non gli incisivi. Li ho visti solo perché ha fatto una specie di sorriso. Quelli vicini agli incisivi, come si chiamano?» «I canini?» «Sì.» «Molto bene. Perché non mi racconta di nuovo tutto dall'inizio?» Le mie gambe erano ancora un po' instabili, così mi misi seduto. Alicia disse che si era messa davanti allo specchio per esaminare un tatuaggio che si era fatta fare il giorno precedente. Non disse che cosa rappresentava né dove si trovava e noi non lo domandammo. All'inizio era senza reggiseno, poi aveva indossato alcuni top. Cercava di capire quali parti del tatuaggio si vedessero a seconda dei vestiti che indossava. Le era sembrato di captare un movimento con la coda dell'occhio. Aveva girato lo sguardo e lo aveva visto. Era alla finestra e guardava dentro. Sogghignava o sorrideva. E mostrava le zanne. Alicia era rimasta immobile. Non aveva nemmeno urlato. Disse che era sparito dopo pochi secondi e che le ci era voluto ancora qualche attimo per riuscire a voltarsi e chiamare il 911 dal telefono vicino al letto. Aveva risposto alle prime domande di Sally, poi aveva pensato che l'intruso sarebbe potuto tornare passando attraverso la finestra, così aveva riattaccato, era corsa in bagno e si era chiusa a chiave. Qualche minuto più tardi aveva creduto di sentirlo alla porta d'ingresso, allora si era precipitata verso quella della cucina e aveva cercato di capire che cosa stesse facendo l'uomo. Quando le era sembrato che stesse entrando in soggiorno, era scappata in corridoio. Poi, per evitare di passare davanti al soggiorno, era uscita dalla porta sul retro. Aveva cominciato a scendere, ma a un tratto le era parso di sentire qualcosa in fondo alle scale, nel buio, così era risalita, talmente in fretta che non si era accorta che si stava facendo male ai piedi, fin quando
era arrivata sul tetto. Non lo aveva più visto. Mettendo in ordine la sequenza degli avvenimenti, ci parve evidente che la persona alla porta del soggiorno fosse Byng. Si era annunciato e aveva bussato, ma dal momento che la ragazza era chiusa in bagno, la poveretta aveva udito solo dei rumori. Dopo un attimo Byng aveva spinto la porta, trovandola aperta. Era entrato mentre lei si trovava in corridoio. O almeno così pensavamo noi. Ebbi l'impressione che Alicia e Byng fossero leggermente imbarazzati. «L'uomo non ha detto niente quando l'ha visto alla finestra?» le domandò lui. «Sì. Ma non ho capito bene cosa. Non ne sono sicura.» La ragazza ebbe un fremito. «Gesù, mi fa venire la pelle d'oca.» «Ha cercato di leggergli le labbra?» insisté Byng. «Sì, più o meno. Sentite, non ne sono sicura ed è assurdo, ma mi è sembrato dicesse "Posso entrare?", o qualcosa del genere.» Alicia guardò prima me e poi Byng. «Sembra così stupido?» «È davvero convinta che abbia pronunciato queste parole?» domandai. «Be', in quel momento ne ero abbastanza sicura» rispose. «Gli ho detto "No!" un paio di volte. Se gli ho risposto deve aver pur detto qualcosa, le pare?» «Certo. Ascolti, ha avuto l'impressione che fosse appeso a una corda o a qualcosa di simile?» Domanda obbligata, dal momento che non riuscivo a immaginare nessun altro modo per salire fin lassù senza una scala. «No. Non gli vedevo né le mani né le braccia. Solo il volto.» «E non l'ha riconosciuto.» «No.» «Le ricordava qualcuno?» provai a suggerire. Rifletté. «Non lo so. Davvero. È una di quelle cose... Più ci pensi e più ti convinci che sia così. Ma non so se è vero...» Lasciai che fosse Byng a raccogliere il resto della deposizione. In fondo era un caso di Freiberg e io ero li solo in veste di assistente. Uscii di nuovo su quella maledetta piattaforma e controllai la parete, in cerca di possibili appigli. Dal muro spuntavano le estremità di quattro barre metalliche, molto comuni in edifici vecchi come quello. Si trovavano in linea retta a qualche metro l'una dall'altra, a circa due o tre metri da terra. Probabilmente correvano sotto il pavimento del secondo piano e servivano come rinforzo. Non c'erano anelli né ganci, e comunque passavano ben al di sotto del davanzale della finestra. Vidi un paio di buchi dove i mattoni si erano dete-
riorati e sfaldati, alcune fessure dove la malta si era sbriciolata, ma nient'altro. La mia prima valutazione si era rivelata esatta: c'erano più di tre metri di distanza dal bordo della piattaforma alla finestra dove Alicia aveva visto l'uomo. Rientrai nell'appartamento. «Ha qualche posto dove andare a dormire stanotte?» «Sì, Credo di sì.» «La possiamo accompagnare con la nostra macchina o se preferisce possiamo scortarla fin lì. Le suggerirei di andarci, così almeno riuscirà a dormire.» «Mi credete?» «Certamente. L'unica cosa che non mi spiego è come sia potuto arrivare nel punto in cui l'ha visto lei.» «Forse era un free climber» disse la ragazza. «Avete presente quelli che si arrampicano sui muri? Ogni tanto si vedono alla televisione.» «Può darsi. Non è il mio genere di sport, come può immaginare.» Sorrisi. «Conosce qualcuno che lo fa?» Scosse la testa. «Però faccio la cameriera sulla nave. Posso chiedere in giro.» Per "nave" intendeva il General Beauregard, un barcone-casinò ormeggiato lì vicino. «Bene. Se le viene in mente qualcuno, informi l'agente Byng, così possiamo fermarlo e interrogarlo.» La ragazza annuì. «Prima, però, si ricordi di controllargli i denti» le dissi. Andai con Byng ad accompagnare Alicia a casa di una amica. Non tanto perché lei fosse una ragazza attraente e lui avesse bisogno di un sorvegliante adulto, ma perché in quel modo avevo una scusa per uscire dalla scala principale. Poi Byng mi riportò dove avevo lasciato la mia auto. Perlustrammo insieme la zona. Non trovammo niente di sospetto. Alcuni bidoni della spazzatura, bombole del gas. Nient'altro, e nessuna traccia di scale a pioli. «Sembri uno che sta morendo dissanguato» disse Byng. «Cosa?» «Hai ruggine dappertutto.» Mi illuminai le mani con la torcia. Vero, erano di un bel colore rossoarancio. Come la camicia della divisa. «Splendido» commentai, lanciando un'occhiata a Byng, che era salito
dalla stessa scala, ma era perfettamente pulito. Riesco sempre a sporcarmi anche per gli altri. «Devi aver strisciato anche la fronte e il naso.» Dal cofano della macchina presi un rotolo di Scottex e mi pulii faccia e mani. Per la divisa non c'era niente da fare, avrei dovuto lavarla. «Credi che sia necessario aprire un'inchiesta, Carl?» Mi strinsi nelle spalle. «Non per adesso. Ti è chiaro chi ha descritto la ragazza, vero?» «Sì» sbuffò Byng. «Un Bela Lugosi del cazzo.» Mi misi a ridere. Aveva ragione. «La cosa importante è che non l'abbia nominato. L'ha solo descritto.» «E allora?» «Allora non ha dato un nome al sospetto che ha descritto. In un certo senso è più credibile. Sai se fa uso di qualche droga?» «Mai sentito niente su di lei,» disse «ma controllerò. Pensi che soffra di allucinazioni?» «Non lo so. Vedi di non dare troppo nell'occhio con le indagini. Sono convinto che possa aver visto davvero qualcosa, anche se certamente non Dracula.» Byng si mise a ridere. «Sono d'accordo. Magari era un merlo, o un gufo, oppure chissà... in città ci sono dei ragazzi un po' pallidi a cui piace vestirsi di nero.» Ridacchiò di nuovo. «Il problema è che non sanno volare.» «Già.» «La storia dei canini è piuttosto strana, non trovi?» «Probabilmente si tratta di un paio di denti finti che si mettono e si tolgono in un attimo. Se troviamo un sospetto, per prima cosa lo scrolliamo ben bene. Gli troveremo i denti in tasca.» Avevamo camminato lungo il condotto e io ero rimasto a circa un metro dal bordo. «Soffri di vertigini?» mi chiese Byng, amichevole. «A volte.» Puntò il fascio di luce contro i muri posteriori degli edifici, verso la porta che dava sul vuoto. «Scommetto che quella lì non riusciresti mai ad aprirla» mi disse. Alzai lo sguardo, giusto per farlo felice. Mi bloccai sulla vernice bianca scrostata della porta. «Cosa c'è?» «Byng, giuro su Dio che quando sono arrivato quella porta era coperta
da un panno nero.» Controllammo. Nessun pezzo di stoffa vicino alla porta. Niente nel condotto semiasciutto. E non c'era vento. «Probabilmente ti sbagli, Carl.» «Già» risposi, ma non lo pensavo davvero. «Secondo te possiamo entrare lì dentro?» «Credo di sì. Perché?» «Voglio vedere se quella porta si apre.» Andammo in macchina dall'altra parte dell'isolato, parcheggiammo, presi la macchina fotografica e proseguimmo a piedi fino alla porta principale; salimmo le prime due rampe di scale e arrivammo al terzo piano. Le norme di sicurezza nelle cittadine rurali dell'Iowa non sono molto strette. Il terzo piano era sventrato, completamente inutilizzato e pieno di escrementi di topo. C'era polvere ovunque. Ottimo per le impronte, che andavano da e verso la porta. Scattai alcune foto, mentre Byng reggeva il mio piccolo metro a nastro per poter valutare le proporzioni. Quindi ci avvicinammo alla porta. Fissati all'intelaiatura esterna c'erano due bulloni ad anello, nuovi di zecca. Erano stati dipinti di nero e si intravedeva la parte argentata nel punto in cui qualcosa aveva scrostato la vernice. «Una corda?» «Ci puoi scommettere» risposi. Non ne sapevo molto di arrampicate e non ero in grado di dire se la corda fosse una misura di sicurezza o se il nostro sospetto l'avesse utilizzata per attraversare la parete tra la finestra della ragazza e la porta. O entrambe le cose. «Credo che l'uomo abbia raggiunto questa porta quando sono entrato nel vicolo» dissi. «È rimasto immobile e quando sono salito dalle scale posteriori, probabilmente ero a non più di sei metri da lui.» «Io pure» aggiunse Byng. «Quando siamo saliti dalla scala a muro.» «Per fortuna siamo arrivati in fretta» commentai, «Mi domando quanto fosse vicino alla ragazza quando è uscita dalla porta posteriore. Tre metri? Forse anche meno.» «Probabile.» «Scommetto che il rumore che ha sentito la ragazza non veniva dal pianterreno. Era lui» dissi con un fremito. Byng si sporse dalla porta aperta. «Non c'è granché a cui afferrarsi su questo cazzo di muro. È una scalata difficile, anche con una corda. Ma è
vero quel che ha detto la ragazza: quei fuori di testa di free climber riescono a trovare appigli dappertutto.» Diresse il fascio di luce verso l'esterno, puntandolo contro l'appartamento di Alicia. «Carl.» «Cosa c'è?» «Ci sono degli anelli anche nello stipite della finestra sopra l'appartamento di Alicia.» «Dici sul serio?» «Sì.» Ridacchiò. «Dev'essersela fatta sotto quando siamo arrivati.» «Già. Oppure deve essere morto dal ridere mentre mi guardava salire la scala.» Un esame del pavimento rivelò che il sospetto aveva camminato avanti e indietro tra le finestre della parte anteriore e posteriore dell'edificio. Le finestre erano chiuse con delle assi, che erano state forzate con una leva e poi sostituite in modo da poterle rimuovere facilmente. Stava guardando o cercando qualcosa. Forse noi, mentre noi cercavamo lui. Puntai la torcia contro i travicelli. «Cosa stai cercando, Carl?» «Il nostro uomo.» Stavamo scendendo le scale quando a Byng venne in mente una cosa. «Potrà sembrarti stupido, Carl, ma ieri sera qualcuno ha rigato l'auto del ragazzo di Alicia. Era parcheggiata in Main Street, vicino a casa sua. L'hanno rigata dal lato del marciapiede, tutta la fiancata, un solco profondo. Deve farla riverniciare. Non pensi che magari qualcuno stia spiando Alicia? Qualcuno a cui non piace che il suo fidanzato vada a trovarla a casa?» Interessante. Non riuscii a trattenermi: «Forse per rigarla non hanno usato una chiave, ma le zanne». Ridemmo. «Hai qualche sospetto per le mani?» Byng scosse il capo. «Il ragazzo mi ha detto che pensava di sapere chi fosse stato, ma non voleva accusarlo finché non fosse stato sicuro. Questo è quanto. Gliel'ho chiesto due volte, ma non ho cavato un ragno dal buco. Mi ha promesso che sarebbe tornato a trovarmi.» «Okay. Se lo vedi, puoi suggerirgli come possibile colpevole il dentone. Magari dopo che Alicia gli racconterà quello che è successo stasera, gli verrà voglia di parlare.» Mentre ci allontanavamo, Byng ricapitolò la situazione. «Figlio di puttana» commentò. «Non sopporto i casi che non portano da nessuna parte.»
Purtroppo si sbagliava. 2 Venerdì 6 ottobre 2000 12.25 Era una bella giornata. Il sole splendeva nel cielo azzurro e limpido e le foglie autunnali sugli alberi coloravano l'orizzonte. Ero di ottimo umore, nonostante fossi in servizio. Stavo percorrendo la strada panoramica che costeggia il Mississippi ed ero diretto a Freiberg per incontrarmi con Byng. Mi aveva comunicato di essere tornato sul tetto e di non aver trovato niente, il che significava che non avrei dovuto risalire su quella maledetta scala. Ero proprio di ottimo umore. Lo chiamai. «Parla pure, Tre.» «Ci sono quasi. Vuoi un 10-25 da qualche parte?» Pensavo di lasciare l'auto dove ci saremmo incontrati. «Va bene. Perché non ci vediamo al dipartimento dello sceriffo della Conception County?» Ovvero a Jollietville, nel Wisconsin, all'altezza di Freiberg ma dall'altra parte del fiume. Un grande ponte a due campate attraversa il Mississippi e unisce le due città e i due stati. «10-4. Sarò lì tra un paio di minuti.» Bene, un piacevole cambiamento di programma. Era un mese buono che non vedevo Harry e i ragazzi. «Ricevuto. C'è qualcosa qui che dovresti vedere. Ne parliamo quando arrivi.» Per qualche oscuro motivo quello che disse non mi piacque affatto. Un secondo più tardi la voce di Sally gracchiò sul canale Info. «Qui centrale. Mi senti, Tre?» «Parla pure, centrale.» «Tre, ti ricordi il caso che hai seguito quattro anni fa, quando ti si è bloccata la macchina e hanno dovuto rimorchiarla?» Era successo durante un annegamento: si era rovesciata una canoa e stavamo cercando di raggiungere la vittima in una zona priva di strade. «Certo che me lo ricordo.»
«Ieri sera è successa una cosa simile nella Conception County. I casi potrebbero essere collegati.» «10-4, centrale.» E riappesi il microfono. Ero sicuro che, se c'era stato un caso di annegamento la notte precedente e Byng voleva che io fossi presente, significava che si trattava di una persona del posto, o di qualcuno che poteva interessarci. Te lo chiedi tutte le volte, e tutte le volte speri di non conoscerlo personalmente. Otto minuti più tardi accostavo davanti al dipartimento dello sceriffo della Conception County. Presi nota dell'orario di arrivo nel registro di bordo. Avevo il presentimento che mi sarebbe servito nella stesura di un rapporto. Byng mi stava aspettando e mi fece strada fino all'ufficio dell'investigatore Harry Ullman. «Salve Houseman» disse Harry alzandosi dalla scrivania e allungando la mano. «È parecchio che non ci si vede.» «Proprio così, Harry. Come te la passi?» Scosse il capo. «Un altro cazzo di annegamento, ieri sera. E sono sette dall'inizio dell'anno. Mi hanno chiamato nel cuore della notte.» «Avevi il giubbotto salvagente, stavolta?» Harry era caduto in acqua, alcuni anni prima, durante un'operazione di recupero ed era quasi affogato perché non sapeva nuotare. «Come sempre, Carl. Mi conosci.» Prese il rapporto di un incidente dalla scrivania e me lo passò. «Ti dice niente?» Esaminai il foglio e la patente. Il morto era un maschio bianco, di ventiquattro anni. Randy Baumhagen. La patente diceva che era di Freiberg, Iowa, ma non lo conoscevo. La foto mostrava un bel ragazzo, con una camicia bianca con i volant e i bordi neri. La divisa dei dipendenti del General Beauregard. «Lavora sulla nave» dissi io. «Lavorava. Lo conosci?» «No, ma riconosco la camicia.» Feci un sorrisino che significava "ti ho fregato". «Dovresti fare il detective» scherzò Harry. «Ci farò un pensierino» risposi con leggerezza. «C'è un motivo particolare per cui dovrei conoscerlo?» Harry diede un'occhiata a Byng. «Lui pensa di sì.» Lo guardai con aria interrogativa.
«Hai presente la macchina rigata di cui ti ho parlato? Il ragazzo di Alicia?» «Stai scherzando?» domandai senza troppa convinzione. «No. Si tratta dello stesso ragazzo.» Byng sembrava quasi triste. «Be', diavolo» commentai. «È un vero peccato.» «C'è di peggio» aggiunse Harry, in tono allegro. «Ti piacerà.» «Ah sì?» Non so perché, ma era convinto che avessi il suo stesso gusto del macabro. «Non ne sarei così sicuro. Io sono una persona sensibile.» Si girò verso il computer. «Dai un'occhiata a queste.» Mi avvicinai e vidi una serie di fotografie digitali che mostravano il giovane Baumhagen. Nelle prime due galleggiava a faccia in giù in una zona poco profonda, a giudicare dalla vegetazione. «Era vicino alla costa?» «Appena sopra il Frenchman's Landing» rispose Harry. «L'acqua in quel punto è profonda un metro. Sembra che sia caduto da un molo galleggiante.» «È affogato?» chiesi mentre Harry caricava un'altra serie di immagini. «Direi proprio di no. Guarda qua.» Sullo schermo prese forma un primo piano della sezione destra del cranio. Era vistosamente incavato, come se il ragazzo fosse caduto da molto in alto e avesse sbattuto la testa sulle rocce. Non può succedere se si cade da un molo galleggiante. Doveva essere precipitato da un'altezza non inferiore ai due metri. «Non ho visto rocce nelle altre foto. Omicidio?» commentai. «Puoi giurarci» disse Harry. «Te l'ho detto che ti sarebbe piaciuto. Aspetta, c'è di meglio.» Non riuscivo a immaginare come fosse possibile, ma negli anni ho imparato a fidarmi di Harry. Mi indicò la serie successiva di fotografie. Questa volta Baumhagen era a faccia in su. Il collo era maciullato. «Cazzo!» esclamai. «Non è roba da tutti i giorni. È questo che l'ha ucciso?» «Non ne siamo certi,» disse Harry «ma pensiamo di no. Adesso è a Milwaukee, per l'autopsia. È gente in gamba, alcuni sono gli stessi che hanno lavorato al caso Dahmer. Il meglio che c'è sulla piazza, Carl.» «Esageri.» «No, dico sul serio. A ogni modo, secondo loro la causa della morte è il colpo in testa e il collo è stato conciato così dopo il decesso.» Il buco nel collo era davvero enorme. «Qualcuno ha cercato di staccargli
la testa oppure quest'anno le tartarughe sono più affamate del solito.» «Per ora i medici legali hanno soltanto avanzato un'ipotesi, comunque dicono che la ferita è stata inferta con un oggetto affilato, ma non con una lama. Più arrotondato, come una matita appuntita, ma d'acciaio. Uno dei dottori è cresciuto in campagna e dice che gli ricorda un tipo di ferita provocata da qualcosa di simile a una pinza per recinzioni.» Harry distolse lo sguardo dal monitor. «Hai presente?» Certo che avevo presente. Una pinza per recinzioni è una specie di grossa tenaglia, con una punta lunga e arrotondata su un lato della lama, in modo da poterla infilare sotto uno di quei grossi chiodi a "U" utilizzati per sorreggere il cavo sui pali di un recinto di legno. Facendo leva sull'impugnatura, si tira via il chiodo. Harry continuò: «Nessun danno alle vertebre cervicali. La maggior parte dei principali gruppi muscolari è intatta. Solo un grosso buco del cazzo, Carl». «Un po' insolito, non credi?» «Hai detto bene.» «E cosa mi dici della gola?» «Gliene ho parlato ieri sera» si inserì Byng. «Dei denti, intendo.» «Tu cosa ne pensi, Carl?» chiese Harry. «Un uomo può fare una cosa simile con i denti?» «Impossibile» risposi con enfasi. «Un essere umano non può mordere così forte e i denti finti sarebbero saltati via subito.» Li guardai entrambi, nel silenzio improvviso. «Be', è solo un'opinione» aggiunsi. «Sono d'accordo» commentò Harry. «Così come sono d'accordo i ragazzi dell'ufficio di medicina legale a Milwaukee.» Si avvicinò e mi diede un colpetto sulla spalla. «Non male per uno dell'Iowa,» Restammo in silenzio per qualche secondo. «Però,» dissi «se volessi far credere di averlo fatto con i denti...» Harry ghignò. «E di avergli fracassato il cranio perché eri un po' sovraeccitato?» «No. Anche se sono sicuro di non aver visto nelle immagini delle rocce in grado di ridurgli la testa in quel modo. Ma...» «Ho capito dove vuoi arrivare, Carl» disse Harry. «Secondo quello che dice Byng, potrebbe essere.» Sbuffò. «Un vampiro. Un tipo del genere deve venire dalla vostra parte del fiume.» «Scommetto che ci sono cinquanta probabilità su cento che se troviamo l'oggetto che ha rigato la macchina del ragazzo, troviamo anche l'arma che
gli ha tagliato la gola» replicai. «Questo è possibile» disse Harry raddrizzandosi. «Allora, Carl, avevo ragione o no? Te l'avevo detto che sarebbe stato un bell'affare.» «Tu non menti mai, Harry.» «Ottimo.» Sembrava piuttosto soddisfatto di sé. «Andiamocene a mangiare.» Mentre uscivamo, gli feci un'altra domanda: «Chi l'ha trovato?». «Due tizi che andavano a pescare.» Aprì la portiera dell'auto. «Perché?» «Mi chiedo cosa possano aver detto.» «Avevano paura che il morto potesse spaventare i pesci.» «Molto probabile» intervenne Byng. «Ho detto loro di non preoccuparsi» concluse Harry. «Oggi è venerdì. Neanche i pesci possono mangiare la carne il venerdì.» Il tentativo di umorismo mi fu d'aiuto. Un giovane era stato assassinato in modo brutale e gettato in un fiume, senza che gli venisse concessa la possibilità di vivere la propria vita. Tutto quello che potevamo fare era cercare di scoprire il suo assassino. Non che fosse una grossa consolazione per la famiglia e gli amici, e neppure per noi. «Sai una cosa, Harry?» dissi a un tratto. «Sei un bravo poliziotto, uno dei migliori, e sono contento che questo caso sia tuo. Cazzo, sono davvero contento che sia un caso del Wisconsin.» «Certo» borbottò mentre entravamo in macchina. «E se voi poveri stronzi dell'Iowa aveste un po' di talento, dopo la storiella del guardone con i denti aguzzi ora avreste anche un sospetto. Così adesso anch'io avrei un nome!» Esplose in una specie di ululato che doveva essere una risata. «Vi va bene andare da Pedro? Il piatto del venerdì è burrito al formaggio.» «Ottimo» rispose Byng. «Collaboreremo, Harry» dissi io. «Non preoccuparti. Il nostro primo compito è facilitarti la vita. Almeno finché ci darai da mangiare.» «È proprio questo che mi fa paura.» 3 Sabato 7 ottobre 2000 7.40 Mi stavo lavando i denti, quando mi parve di sentire il telefono. Chiusi l'acqua e mi misi in ascolto. Niente. Riaprii il rubinetto, contento di esser-
mi sbagliato, visto che Sue, mia moglie, stava dormendo. Faceva l'insegnante alle medie e il sabato era l'unico giorno in cui non doveva alzarsi alle sei e mezza. Stavo picchiettando lo spazzolino sul bordo del lavandino quando la porta del bagno si aprì di alcuni centimetri e apparve la mano di Sue con il telefono portatile. «Glielo passo» disse con la voce arrochita dal sonno. Sarebbe stato meglio se l'avesse detto nel microfono, ma pensai non fosse saggio farglielo notare. Afferrai il telefono e la mano scomparve. «Houseman.» «Carl?» Era la voce di Norma, una delle nuove operatrici radio. «Sono io.» «Abbiamo ricevuto una chiamata alle... 6.36... e ho mandato Otto sul posto. Pensa che dovresti andare a dare un'occhiata anche tu.» Il tono della voce era di un'ottava più alto del normale. Otto corrispondeva al numero della macchina di Tom Borman, un nostro agente con circa due anni di servizio. Sembrava piuttosto bravo e serio sul lavoro. «Cos'ha trovato?» chiesi mentre mi dirigevo verso la camera da letto per vestirmi. «La prima chiamata, arrivata al 911, parlava di un incidente. Era una donna che chiedeva urgentemente aiuto, ma non è stata molto chiara. Ha detto qualcosa a proposito di un'altra donna in una vasca.» «E Borman cosa vuole? Che lo aiuti a sollevarla?» chiesi senza nascondere l'irritazione. Non era un buon motivo per chiamarmi così presto ed era una pessima ragione per svegliare Sue. «No, no. Abbiamo ricevuto una seconda chiamata dopo che l'ambulanza di Freiberg è arrivata sul posto. Li ho mandati subito. Hanno detto,» e sembrò leggere dal suo registro: "Si tratta di un codice blu e pensiamo che debba venire immediatamente un poliziotto. Sembra un suicidio".» Almeno questo spiegava perché mi avevano chiamato. La politica del dipartimento è quella di trattare i suicidi come se fossero omicidi, finché quest'ultima ipotesi non viene esclusa. Chi chiamare dunque? Ero pur sempre l'ispettore, anche se avrei dovuto lavorare nel turno da mezzogiorno a mezzanotte. Non me la sentivo di biasimare Otto. Era nuovo e lavorava dalle dieci di sera alle dieci di mattina, a mio giudizio il turno peggiore. E poi, anche se fosse stato sicuro che si trattava di suicidio, doveva richiedere l'intervento di un investigatore esperto. «Va bene, mi vesto e...» «Il posto è a cinque chilometri a sud di Freiberg: uscito dalla County Road X8G, prendi la seconda strada non asfaltata a...»
Mentre parlavo al telefono stavo cercando di infilarmi i jeans. Prendere appunti sul tragitto da compiere era fuori discussione. «Me lo dici quando sono in macchina, okay?» «D'accordo» rispose Norma asciutta. «Sto cercando di mettermi i pantaloni» mi giustificai. «Ho solo due mani.» «Oh... be', certo... Solamente un'altra cosa, già che parliamo al telefono. Credo sia meglio non utilizzare la radio. Otto mi ha chiamato e mi ha detto che si tratta di un caso molto brutto, anche se è confermato che si tratta di suicidio.» «Ah, sì?» Odio infilarmi i calzini con una mano sola e non sopporto gli agenti che si lasciano andare a dichiarazioni azzardate. Magari hanno visto giusto, ma l'ultima cosa che ci vuole in un caso di omicidio è un avvocato difensore che mette le mani su una dichiarazione ufficiale del genere. «Non si dice proprio qui che il primo agente arrivato sul luogo ha dichiarato che si trattava di suicidio?» Ma il registro non poteva essere cambiato, restava soltanto la possibilità di aggiungere una specie di rettifica. «Metti a verbale che ho detto che non si può confermare il suicidio finché l'ufficio del medico legale non ci dirà qualcosa» dissi. «C'è altro?» «Un brutto caso. Da gestire con un codice 61. È tutto ciò che ha riferito.» Il codice 61 veniva usato per indicare che tutte le comunicazioni via radio riguardanti il caso dovevano essere concise e trattate con prudenza, il che significava che l'argomento era molto delicato o molto serio, o tutt'e due le cose. Comunque, era meglio evitare che orecchie indiscrete ascoltassero cosa stava combinando la polizia. «Va bene, bambina. Hai già chiamato Lamar?» Lamar era il nostro sceriffo e voleva essere tenuto al corrente di tutti i disastri e gli avvenimenti tragici che accadevano nella contea, soprattutto perché non sopportava di andare a fare colazione al Phil's Café con qualcuno che gli faceva delle domande su un caso di cui non sapeva niente. Non era bello. Infilai i piedi nelle scarpe da ginnastica. «Sì, ha detto di inviarti sul posto immediatamente.» «Be', vediamo di sistemare anche questa» dissi con un sibilo mentre mi piegavo per allacciarmi le stringhe, con il telefono incastrato tra la spalla e l'orecchio. «E mi ha detto di avvertirlo se dovessi avere bisogno di lui.»
«Bene. Ti chiamo dalla radio.» Spensi il telefono e lo misi in carica. «Hai bisogno di aiuto?» La voce di Sue, dall'altra parte del letto. «No, grazie.» «Provo a riaddormentarmi...» Mi alzai, indossai una camicia grigio scuro e infilai la fondina nella cintura, sul fianco destro. Mi avvicinai a Sue e le diedi un bacio. «Buona giornata.» «Anche a te» mi rispose già semiaddormentata. Presi pistola, walkie-talkie e documenti dal comodino e portafoglio e chiavi della macchina dal cassetto in sala da pranzo. Poi salii in auto e registrai la mia entrata in servizio alla centrale operativa: erano le 7.49. «A che ora mi hai chiamato, centrale?» chiesi. «Alle 7.40.» Nove minuti. "Sto invecchiando" pensai. Lasciai Maitland, la sede della contea nonché la città in cui vivevo e dove si trovava l'ufficio dello sceriffo, e mi diressi verso la statale all'incrocio con la X8G. Era un'altra bella mattinata: c'erano circa dieci gradi e si stava magnificamente. Amo il mese di ottobre. La radio di servizio era minacciosamente muta. Era la procedura standard se si adottava il codice 61. Solo gli agenti di polizia conoscono la paura che si prova con quel tipo di silenzio. Sai che è successo qualcosa di tremendo, ti stai dirigendo verso il luogo del delitto e regna il silenzio più assoluto... Procedevo senza lampeggianti né sirena. Non erano necessari, perché non c'era traffico. Udii dei rumori intermittenti, come il picchiettare della pioggia sul parabrezza. Il sole continuava a splendere e non c'erano nuvole. Poi capii. Coccinelle. Quell'anno ce n'erano a sciami. Il primo mistero della giornata era risolto. Ripensai con una certa preoccupazione alla dichiarazione di Borman a proposito del "suicidio". Avrebbe dovuto agire in maniera più prudente, anche se aveva solo un paio d'anni di esperienza. Continuai a costeggiare il Mississippi, superando sulla mia destra una fila di capanni disposti lungo i binari ferroviari che attraversavano la contea. Passai una grande miniera abbandonata, quindi incrociai una piccola insegna vicino ai binari: "Givens' Switch". C'era solo l'insegna, messa di recente dalla società di studi storici della contea per commemorare una delle innumerevoli piccole località scomparse.
Pensai di nuovo a Borman. Frequentava un corso di formazione sul tema "Come rendere la polizia più umana", o qualcosa del genere, tenuto da un sociologo. Stava studiando tutte le tecniche di immedesimazione e avevo il forte sospetto che quella mattina ne avesse subito l'influenza. O forse semplicemente non volevo riconoscere che apparteneva a una generazione successiva alla mia. Risi di me stesso. A cinquantacinque anni non sei poi così vecchio... se adotti il punto di vista di un novantenne. Cinquecento metri dopo svoltai a ovest verso l'interno, in una strada sterrata chiamata Willow. Rallentai e chiamai in centrale per avere indicazioni più precise. «Centrale da Tre. Ho appena svoltato nella strada sterrata. Che direzione devo seguire, adesso?» A volte quella parte si rivelava decisamente interessante: dare indicazioni stradali in modo cauto, secondo le regole del codice 61, è davvero un'impresa. «10-4, Tre. Prendi la prossima a destra e vai verso nord. Imbocca la seconda strada dopo la curva che punta di nuovo verso est, in direzione del fiume.» Restai un attimo in silenzio per memorizzare le indicazioni. Si trattava della grande casa sul promontorio che dava sul Mississippi. Era conosciuta come la "Villa", sebbene alcuni locali la chiamassero il "Dormitorio degli sbandati", per via della gente che ci viveva. «Centrale, parli di V?» Sperai avesse capito, perché non volevo che nessuno intuisse dov'ero diretto. Non sapevo se l'operatore radio, l'equipaggio dell'ambulanza o Borman avessero nominato la Villa, ma io comunque non avrei fatto lo stesso errore. Le ci vollero alcuni secondi per capire. «Oh, certo. 10-4, è quella. Conferma con le ultime tre: tre cinque quattro.» L'indirizzo dato al 911 era 24354, incomprensibile per chiunque non avesse il nome della strada in questione. Norma aveva usato gli ultimi tre numeri per essere sicura che non fossi nel posto sbagliato. Nessuno in ascolto avrebbe saputo risalire alle prime due cifre se non avesse saputo anche dove ero diretto. Quella casa mi aveva sempre affascinato. È enorme, in stile vittoriano. Sorge alla fine di una lunga strada in cima al promontorio e gode, con ogni probabilità, di uno dei migliori panorami sul Mississippi. Non c'ero mai andato prima di allora, anche se una volta ero stato nel terreno circostante. È di gran lunga la casa più grande della Nation County.
«10-4, centrale. Conosco il posto.» Se non fosse per l'indirizzo, 24354, per una cassetta delle lettere parzialmente nascosta e per un cassonetto dell'immondizia di plastica blu appena visibile, non si capirebbe che in quel punto c'è una strada sterrata che, costeggiando una folta area boschiva, giunge, dopo quasi due chilometri alla cresta del promontorio dove sorge la Villa. Proseguii la salita e giunsi in cima alla cresta a forma di dito, percorrendo gli ultimi cinquecento metri quasi completamente in pianura. Anche in quel punto gli alberi sono molto fitti, un misto di aceri di un giallo brillante e di pini alti di un verde scuro. Dirigendomi verso la Villa, intravidi attraverso i rami coperti di foglie il tetto rossastro. Oltrepassai un cancello di ferro segnato dal tempo e l'auto sobbalzò leggermente mentre abbandonavo lo sterrato per immettermi nell'ampia strada asfaltata che circonda l'edificio. Quel giorno ebbi la conferma che la casa è davvero enorme: è costruita su tre piani, con due torrette e un ampio porticato che la cinge completamente, tutta in legno di un grigio-blu scuro con finiture rosso cupo. Sembrava ingrandirsi man mano che mi avvicinavo. È situata su una piccola altura, circa tre metri sopra la strada, e ha un'ampia scala di marmo che conduce a una doppia porta con alti pannelli ovali istoriati. Le porte sono circondate da finestre molto alte e ovali, anch'esse istoriate. È stata costruita alla fine dell'Ottocento per celebrare la grandezza della famiglia Givens, che ha accumulato una fortuna con la coltivazione del grano. L'ambulanza e la macchina di Borman erano parcheggiate davanti al portone principale. I lampeggianti erano spenti, giustamente. Tuttavia, entrambe le vetture erano in moto. C'erano anche una Buick degli anni Novanta a quattro porte e un pick-up Ford del 1987. Sembravano in buono stato, anche se mostravano i segni dell'età. «Centrale da Tre. Sono 10-23. Esco dalla macchina.» Non c'era bisogno di dire dove mi trovavo. Mi arrivò la conferma dalla centrale e Otto cominciò a parlare con il walkie-talkie. «Tre,» disse in tono un po' freddo «sono al secondo piano. Prima stanza sulla sinistra. Vieni dentro, qualcuno del pronto intervento ti mostrerà dove siamo.» Mi avviai verso la casa e appena arrivai all'altezza dell'ambulanza vidi un giovane di circa vent'anni seduto sull'ultimo gradino della scalinata.
Aveva i capelli neri che gli arrivavano alle orecchie e un piercing d'argento all'attaccatura del naso. Indossava una felpa blu scuro, jeans neri e scarpe nere. «Salve.» Non sapevo che altro dire date le circostanze, ma da qualche parte si deve pur iniziare. «Sono il vicesceriffo Houseman.» Mi guardò, ma non rispose nulla. Nella mano destra teneva una sigaretta accesa. «E tu saresti?» Sapevo di averlo già visto, ricordavo quell'affare al naso, ma ero abbastanza sicuro di non averlo mai arrestato. Il database istantaneo della mia mente l'aveva classificato come "ragazzo rispettabile". «Oh» rispose come se l'avessi sorpreso. Difficile stabilire in che modo. «Sono Toby. Toby Gottschalk. Vivo qui.» Ora ricordavo. «Cosa è successo, Toby?» «Ah, è... oh, sa, Edie si è suicidata.» Non sembrava particolarmente colpito dalla cosa. A volte alcune persone reagiscono così a uno shock emotivo. Aspirò un tiro di sigaretta. «L'hai vista mentre lo faceva?» Il nome Edie mi diceva qualcosa, ma di nuovo non riuscivo a collocarlo. «No.» «L'hai trovata tu?» «No. Ho sentito Hanna gridare e poi correre giù per telefonare. L'ho scoperto così.» Non era bello insistere, ma poteva essere importante. «Quindi l'ha trovata Hanna?» «Be', sì» rispose lievemente seccato. «Grazie, Toby. Forse dovrò chiacchierare con te ancora un po', quando avrò finito nella Villa.» «Lo so.» «Okay.» Calmo e sicuro di sé. Bene, almeno dal mio punto di vista. Più facile da interrogare. Mi dava fastidio vederlo fumare, ma non perché mi stesse a cuore la sua salute ma perché avevo smesso di fumare cinque anni prima ma avevo ancora qualche difficoltà quando mi trovavo in presenza di un fumatore. Varcai l'ingresso, attraversai l'atrio e dopo un altro paio di doppie porte, anch'esse con grandi vetrate ovali, mi ritrovai nel salone. Quella casa era davvero immensa e molto bella. C'era il parquet in tutte le stanze. Cominciai a salire la scala in noce, arrivai sul pianerottolo e salii la seconda rampa fino al piano superiore.
Mi ritrovai in un lungo corridoio, con un'altra scala dalla parte opposta. Vidi Eunice Kahrs, una dottoressa del pronto intervento, inginocchiata accanto a una giovane donna, seduta in corridoio su una panca imbottita. Eunice indicò la mia sinistra. «Da quella porta, Carl, poi entra in bagno. È meglio che io rimanga con Hanna.» «Certo, Eunice.» La giovane donna sulla panca era molto pallida e fissava un punto oltre il muro di fronte, qualcosa che vedeva solo lei. Respirava affannosamente, come se avesse pianto. «È stata lei a trovarla?» La domanda era ovvia, ma non si può mai sapere: magari in quella casa c'erano due persone con lo stesso nome. «Sì. Hanna l'ha trovata e ci ha chiamati.» Come aveva detto Toby. Bene. Eunice strinse le spalle della ragazza. «Andrà tutto bene, cara.» Mi chinai su di loro «Mi dispiace, Hanna, ma ti dovrò parlare prima di andare via.» Sembrava stordita, ma annuì. Proseguii ed entrai in una camera da letto che doveva essere almeno sette metri e mezzo per sei. Riuscivo a scorgere la schiena di Borman e gran parte della figura di Herb Balk, un altro medico del pronto intervento, in piedi nel vano di fianco, che sembrava un bagno. «Cos'avete trovato?» domandai. Borman si voltò, cupo in viso, e disse: «Un casino. Un grande casino. Sembra un suicidio, ma non ho mai visto niente di simile». Si fece da parte ed Herb uscì per lasciarmi entrare. Varcai la soglia, guardai all'interno, quindi nella vasca da bagno. Mi girai verso Borman. «Già.» 4 Sabato 7 ottobre 2000 8.19 Quando si arriva sulla scena di un crimine, la cosa migliore è fermarsi e cercare, come dire, di "assorbire" l'ambiente circostante. È importante farlo prima che lo stato delle cose venga modificato: anche se in seguito si potrà disporre di una buona ricostruzione del luogo e le prove verranno conservate con scrupolo, quell'opportunità non si ripresenterà. Bastano pochi minuti. Se ci si riesce in solitudine, tanto meglio perché si possono fare le cose con più calma.
«Dammi qualche minuto» dissi a Borman. «Perché non scendi e vai nella mia auto a prendere le due macchine fotografiche? Quella manuale e quella digitale. Poi chiama l'ufficio e accertati che il medico legale stia arrivando.» Lanciai a Borman le chiavi dell'auto e cominciai ad assorbire il più possibile l'atmosfera della stanza, con ciò che conteneva. Il centro dell'attenzione, evidentemente, era il corpo nella vasca da bagno. La vasca, di quelle con i piedi di porcellana bianca, era appoggiata lungo la parete più lontana dalla porta, con il rubinetto in fondo. All'interno c'era una donna bianca, di un'età compresa fra i venti e i trent'anni. Era nuda, più o meno seduta, con il corpo appena afflosciato in avanti e lievemente inclinato verso destra, la schiena rivolta alla parete opposta alla porta. La testa era ripiegata sul petto e una massa di capelli neri le copriva il viso. Era sporca di sangue su gran parte del corpo, a parte la testa e la schiena, anche se sembrava che ci fossero alcune macchie tra le scapole. Aveva entrambe le mani sul grembo, in una specie di gesto di resa. Sulle braccia e sulla parte inferiore delle gambe aveva dei lividi che sembravano recenti. In particolare, quelli sulle braccia mi ricordavano qualcosa. Erano quasi circolari, con sottili striature di colore più chiaro. Avevo già visto segni simili su donne e bambini un paio di volte. Quando una persona ne afferra un'altra e la stringe, spesso si crea uno spazio tra il dito indice e il medio e due più piccoli tra indice e anulare e tra anulare e mignolo. Se stringe forte, una volta allentata la presa gli spazi risultano quasi bianchi rispetto ai segni rossi lasciati dalle dita. Sembrava esattamente uno di quei casi. I segni sulle gambe non erano altrettanto ben definiti, ma erano più estesi e di un viola rossastro. Pensai che potessero essercene altri, ma c'era troppo sangue sulla pelle per dirlo con certezza. La vasca era stata trasformata in doccia, con un binario circolare per la tenda a un metro e mezzo circa dal bordo, un lungo tubo di ottone e il piatto della doccia sopra ai rubinetti. La tenda color crema era aperta per metà e sul bordo inferiore, dove entrava nella vasca, era macchiata di sangue. Anche all'interno della vasca c'era del sangue, soprattutto a macchie e strisce: forse alcune erano scivolate lungo la vasca prima di cominciare a seccarsi. O almeno era quello che riuscivo a vedere da lì. Una piccola pozza di sangue ormai secco circondava il bordo dello scarico. La quantità di sangue all'interno della vasca era poca, quasi insignificante, e la leva dello
scarico sembrava aperta. Da principio non riuscii a capire dove fossero le ferite. Immaginai che si trovassero sul polso sinistro, che non riuscivo a vedere. Qualcosa però non quadrava, ma non riuscii immediatamente a capire cosa. Poi, all'improvviso, compresi: il sangue non era coagulato. Stava cominciando ad asciugarsi, evaporando. Ma non c'erano coaguli da nessuna parte, neppure sul corpo. Mi parve di scorgere il manico di un coltello infilato tra la parte superiore della coscia destra e la parete della vasca, ma dal mio punto di osservazione era difficile da stabilire. L'ultima cosa che bisogna fare è precipitarsi accanto al corpo. Si rischia di compromettere la validità di alcune prove, oltre a perdere di vista elementi significativi del contesto. E appena si comincia a focalizzare la propria attenzione sul corpo, è difficile concentrarsi su altro. La ragazza ormai era morta. Non c'era bisogno di correre. Osservai il pavimento di piastrelle verdi e bianche, in particolare l'area tra me e il corpo. Sembrava pulita, così come i muri, color giallo opaco, e il lavandino di porcellana sulla parete accanto, almeno per quanto riuscivo a vedere da tre metri di distanza. Anche il water di porcellana di fianco al lavandino e l'armadietto dei medicinali sembravano immacolati. Su un ripiano in ottone con mensole di vetro, un metro circa dietro alla vasca, c'erano degli asciugamani verdini ordinatamente impilati. C'era anche un grande mobiletto bianco: tutti e quattro gli sportelli erano chiusi. Sul pavimento non c'erano tappetini, né pareva che nella stanza ci fossero capi d'abbigliamento. Non c'erano pantofole, né accappatoio, nessun asciugamano aperto. Nel portasapone in ottone sulla destra della doccia c'era una saponetta macchiata di sangue. Non c'erano shampoo, spugne e rasoi. La donna era l'unica cosa degna di nota nella stanza. «Dev'essere stato pulito a fondo» dissi fra me. «Cosa?» chiese Herb, che si trovava vicino alla porta. «Niente. Parlavo da solo.» Guardai in alto, come avevo fatto due notti prima. È una cosa che ho imparato parecchio tempo fa. La maggior parte dei poliziotti non lo fa e poi, a volte, se ne pente. Vidi una mezza finestra sopra la vasca e una finestra intera all'estremità. Entrambe erano aperte e avevano tenda e zanzariera. Cimici e coccinelle si muovevano sulle intelaiature. Un classico stagionale nell'Iowa. Un paio di coccinelle erano entrate nella stanza. Sono animaletti così simpatici che non mi prendo il disturbo di mandarli via. Una
cimice più grande delle altre percorreva tenacemente la tenda della doccia, scomparendo e ricomparendo tra una piega e l'altra. Non c'erano segni di sangue sulle pareti. Il soffitto era alto tre metri, con un lampadario di ottone a quattro luci decorato a motivi floreali. Bello, ma non c'era altro da rilevare. Nessuna macchia di sangue. A volte è sorprendente quanto possano finire in alto gli spruzzi di sangue. Il soffitto doveva essere originale, in rame fuso e dipinto di bianco, oppure una versione più recente, in plastica. In entrambi i casi, non mi diceva niente, se non che era costoso. «Merda.» Non riuscii a trattenermi. «Cosa?» chiese nuovamente Herb. Aveva un udito fine, non c'è che dire. «Ho detto,» e alzai la voce in tono vagamente esasperato «merda.» «Ah.» «Borman è già tornato con quelle macchine fotografiche?» «Eccomi» disse Borman alle mie spalle. «Dall'ufficio dicono che il medico legale è stato avvertito e che sarà qui prima possibile. E... verrà anche Lamar.» «Bene.» Feci un passo indietro e cominciai a estrarre dalla custodia la reflex. «Fin dove siete arrivati nella stanza?» «Quale stanza?» «Il bagno» risposi, inserendo l'obiettivo da 50 mm nel corpo della macchina. Aprii la parte della borsa che conteneva la macchina fotografica digitale, ma la lasciai al suo posto. Avrei fatto alcuni scatti in digitale per poterli esaminare subito, ma per la corte, se necessario, sarebbero servite le stampe. Da uno dei numerosi scomparti della borsa presi un paio di guanti in latice. «Mi sono fermato più o meno sulla porta» disse Borman. «Ci siamo avvicinati alla donna quel tanto da verificare se fosse viva o morta. Ma con quella ferita al collo si capiva che non c'era più nulla da fare ancora prima di avvicinarsi» aggiunse Herb. «Il collo?» Lo sguardo che mi lanciò il medico mi fece aggiungere: «Non mi sono ancora avvicinato al cadavere, ho solo dato un'occhiata alla stanza». «Ha una grande ferita aperta sulla parte destra del collo. Profonda, molto profonda. Almeno fino alla giugulare.» Cercai di non lasciar trasparire la mia sorpresa. Al collo? Due ferite al collo in quarantott'ore, a venti chilometri una dall'altra, in un'area in gran parte rurale?
«Il coltello è accanto alla gamba destra» disse. «Non l'abbiamo toccato.» «L'ho visto» dissi io. «Mi fa piacere che l'abbiate lasciato dov'era.» Almeno non era una pinza per recinzioni. Feci una breve pausa per recuperare la concentrazione. Avrei voluto precipitarmi in bagno e controllare quella ferita, ma dovevo procedere con ordine. Mi guardai intorno. Una camera da letto pulita e ordinata. Su un ripiano c'era una grande scatola blu di plastica trasparente, con sette file da quattro sportelli ciascuna. Le file erano etichettate secondo i giorni della settimana e gli sportelletti secondo la frequenza giornaliera. Era un contenitore per pillole. Dovevo ricordarmi di dirlo al medico legale. Feci uno scatto. Alcune foto, disposte in file ordinate, adornavano lo specchio. Sopra lo specchio era appesa una di quelle cornici con all'interno una serie di riquadri di diverse forme, occupati dalle foto di un bambino. C'era un portagioie rosso porpora di velluto. Un letto a due piazze, con l'intelaiatura in ottone. Il letto era rifatto, il lenzuolo aveva un motivo cachemire. Un comodino, con una lampada d'ottone. Una porta che presumevo desse in un ripostiglio. Chiusa. Tutto molto ordinato. Un paio di animaletti di peluche su una mensola: un orsacchiotto e un vampiro con la pelle blu e un mantello nero e uno di quei piccoli troll con una cresta di capelli rossi. Sulle mensole c'erano anche uno stereo, pile di cd e una dozzina di libri. Un tavolino e una sedia erano appoggiati alla parete verso il corridoio, con sopra un computer. Vecchio, senza stampante, solo la tastiera e il tappetino del mouse. Sul muro, vicino alla testiera del letto, tra le due finestre, c'era un'insegna ricamata, racchiusa in una cornice di legno: "L'assenzio rende il cuor contento". Mi fece sorridere. Una stanza graziosa e normale, la camera da letto di una persona ordinata e pulita. Ma mancava qualcosa: ecco la stranezza. Non c'erano vestiti sul letto, né sulla spalliera della sedia, né sul cassettone, e non c'era traccia di quegli indumenti che ci si aspetterebbe di trovare nella stanza di qualcuno che sta facendo il bagno. Non c'erano mutande, reggiseni, scarpe e calze. Niente. «Vi sarei molto grato,» dissi «se usciste in corridoio e non lasciaste entrare nessuno, a meno che non si tratti di Lamar o del medico legale.» «Lo sai chi è la ragazza che è morta, vero Carl?» mi domandò Herb. «Non sono riuscito a vederla in faccia, quindi la risposta è no. So solo che qualcuno la chiama Edie. Tu sai chi è?» «Edith Younger.» Dovevo avere uno sguardo vuoto, perché aggiunse: «La figlia della sorella di Lamar. La nipote di Lamar».
5 Sabato 7 ottobre 2000 8.36 Pensai "Figlio di puttana" e dissi: «Maledizione». L'avevo sempre conosciuta come Edith. Guardai Borman. «Lamar lo sa?» Il giovane mi guardò con occhi inespressivi. «Come faccio a saperlo?» Sospirai. «Prendi il telefono, chiama la centrale e vedi di scoprirlo. Se è così, bene, ma se non lo sa, quando arriva digli che voglio parlargli prima che entri in questa stanza e poi vieni subito a chiamarmi. Hai capito?» «Certo» disse Borman incamminandosi verso l'entrata. «E nessuna comunicazione via radio, chiaro?» «Sì, signore.» Fece una strana smorfia. «Voi vecchi del mestiere siete così sensibili.» Lo cacciai in modo amichevole. «Non è bello far arrabbiare i colleghi più anziani.» «Ma va'?» replicò ironico mentre usciva dalla stanza. Lo scambio di battute fu banale e forzato, ma qualcosa si doveva pur dire. L'atmosfera si stava facendo opprimente. Avrei voluto spalancare le finestre, ma non dovevano entrare le mosche. Feci tornare Herb nell'atrio. «Ferma chiunque voglia entrare, va bene? Finché non torna Borman.» Una volta rimasto solo, scattai alcune foto all'interno della camera da letto con entrambe le macchine fotografiche, girando in senso orario e accertandomi di scattare la stessa foto due volte. Quindi indietreggiai fin quasi all'entrata e feci altri tre scatti, per definire la scena del crimine. Ricaricai la macchina e mi avventurai nuovamente nel bagno. A causa dei turni da dodici ore, del fatto che avevo dormito poco e iniziato a lavorare prima del tempo e della sensazione di stordimento che di solito accompagna la raccolta di un numero elevato di prove e dati in un tempo ridotto, stavo cominciando ad accusare la stanchezza. Rimasi fermo per circa dieci secondi, respirando profondamente un paio di volte e cercando di liberare la mente, cosa che un tempo facevo fumando una sigaretta. Quindi tornai al lavoro. Feci quattro scatti dalla porta. Poi qualcuno al corpo della ragazza, muovendomi lungo la vasca. Ciascuno da un'angolazione differente, per offrire una visione completa senza dover spostare il cadavere. Cercai di fare il
maggior numero possibile di foto alle differenti tipologie di macchie di sangue. Quando giunsi a metà del lavoro, presi lo zoom dalla sacca che tenevo a tracolla. Stavo dando una prima occhiata approfondita al vasto taglio sul collo e volevo ottenere dei primi piani senza dovermi avvicinare troppo. Continuai a usare entrambe le macchine fotografiche anche se lo zoom della digitale non poteva competere con quello della reflex. Avevo visto molti tagli, ma quello era uno dei peggiori. Era lungo dieci centimetri e dava l'impressione di essere molto profondo, perché dalla ferita sembrava spuntare un fascio di muscoli. A volte succede, specie se si esercita una forte pressione nel momento in cui vengono recisi. Non c'erano dubbi sul fatto che fosse una ferita da coltello. Nella maggior parte dei casi di suicidio le vittime si infliggono la ferita compiendo un movimento tipo sega. Qui non era così, ma non c'era nemmeno una ferita da lacerazione come per il giovane Baumhagen. Anche se forse non voleva dire molto. C'era un punto scuro, visibile attraverso una macchia di sangue, sulla parte superiore del seno destro. Pensai a una ferita da arma da fuoco ravvicinata, ma poi vidi che era un tatuaggio. Mi sentii sollevato. Il taglio al collo era sufficiente. Le macchie all'interno della vasca davano la sensazione che fosse fuoriuscito molto più sangue di quello che si vedeva al momento. Poi mi venne in mente che lo scarico della vasca aperto poteva spiegare tutto, ma... qualcosa non quadrava. Mi inginocchiai e scattai qualche altra foto alla ferita. Per ottenere il maggior numero possibile di inquadrature, presi una penna dalla tasca e, allungandomi, spostai alcune ciocche di capelli della ragazza. Riuscii così a vederne il viso in modo piuttosto chiaro. Gli occhi. Grandi occhi color nocciola, spalancati, che mi fissavano. «Cazzo.» Mi rialzai e la molletta della penna le si impigliò nei capelli. Cercai di liberarla, ma persi l'equilibrio e vidi la penna cadere nella vasca. Ottimo. Quegli occhi sembravano... ancora vivi. Rimasi sorpreso. Non me li aspettavo così vivaci. Respirai profondamente e, con grande sforzo, mi abbassai di nuovo. Feci uno scatto alla penna caduta nella vasca, quindi la spinsi fuori dalla piccola pozza rossastra vicino allo scarico. Naturalmente era rotolata verso il fondo. Feci un secondo scatto, cercando di inquadrare la lieve depressione creata dalla penna nel sangue ormai secco. Solo allora riuscii a tirarla fuori. Spostai nuovamente di lato i capelli della ragazza e scattai ancora. Non la guardai negli occhi, ma pensai una cosa. Visto che la testa ciondolava in avanti, gli occhi avrebbero dovuto
essere rivolti verso l'alto. Poteva non significare nulla, ma ero assolutamente sicuro che fosse un dettaglio che non mi sarei più dimenticato. Scattai alcune foto anche al coltello. Era nuovo, da cucina, con una lama robusta e seghettata. Manico in policarbonato nero. Rivetti in ottone. Scossi la testa. Diavolo, anche il coltello era coerente all'arredamento della stanza. Continuai a fotografare, posizionandomi il più possibile sopra di lei. Notai che la ragazza aveva smalti di colori diversi sulle unghie delle mani e dei piedi. Nero sui pollici, rosso sugli indici, verde scuro sui medi, blu sugli anulari e bianco sui mignoli. Mi domandai se la cosa avesse qualche significato. Continuai a fotografare il resto del bagno fino a che non dovetti ricaricare la macchina. Dopo un po' cominciai a parlare con la ragazza. «Scusa, figliola, ma devo mettere un altro rullino. Ancora pochi scatti soltanto. Fra un secondo avrò finito e potremo lasciarti da sola finché non arriverà il dottore.» A volte capita. A me, per lo meno. Quando rimango solo con le persone appena morte. Credo si tratti di una questione di nervi, paura o qualcosa del genere. Mi sembra sempre di invadere la loro privacy, specie quando sono in una posizione così vulnerabile. Mi sento impacciato e imbarazzato. Sono costretto a osservare parti del loro corpo che se fossero in vita si guarderebbero bene dal mostrarmi. E, come se non bastasse, le fotografo. Così cerco di rassicurarle a parole. «Non ne sono sicuro, ma credo che tu abbia fatto tutto da sola. Non ci sono vestiti da indossare una volta uscita dalla vasca. Non c'è niente di pronto in camera da letto. Come se non avessi nessuna intenzione di uscire di lì.» Possibile. Non c'erano neanche segni di colluttazione. Solo quei lividi, che potevano essere precedenti alla morte. Anche la tenda di plastica sembrava intatta, visto che ricadeva ordinatamente all'interno del bordo della vasca. Era difficile immaginare che qualcuno fosse arrivato da dietro, l'avesse accoltellata al collo e lasciata morire dissanguata. In passato avevo visto un paio di suicidi compiuti in modo risoluto, compresa una donna che si era pugnalata undici volte all'addome con un coltello da caccia. Doveva esserci voluto un bel po' di coraggio. Ci si può fare molto male, se si è nello spirito giusto. E quei lividi? Forse aveva avuto una lite con il suo ragazzo qualche ora prima. Possibile anche questo. Tempo addietro Edith aveva ingerito delle pillole. Almeno una volta, mi
sembrava di ricordare, perché in quel periodo facevo il turno di notte e avevo dovuto occuparmi del caso. Erano passati alcuni anni. Non che questo provasse qualcosa, però un simile precedente significava che la ragazza aveva pensato al suicidio in almeno un'altra occasione. Ma perché questa volta aveva usato un coltello? Riuscivo a immaginare la discussione infinita che quell'argomento avrebbe generato la sera stessa in centrale. L'aveva gettato lei di lato? Sarebbe caduto con la lama in avanti, con la lama indietro, in su, in giù, più a sinistra più a destra... Avrei dovuto fare affidamento sul turno di notte per risolvere il caso in fretta. Udii una voce alle mie spalle, fuori dalla camera da letto. «Carl, sei lì?» Lamar. «Sì. È meglio che resti fuori un attimo...» Troppo tardi. Non feci in tempo a voltarmi che lo sceriffo era già sulla porta del bagno. Zoppicava più del solito, come gli succedeva quando era molto stanco. Non credete a chi dice che le ferite da arma da fuoco guariscono: continuano a farsi sentire anche dopo tanti anni. Si fermò, più per l'abitudine a non interferire sulla scena del delitto che per la sorpresa o lo shock. Avevamo entrambi vissuto molte volte situazioni del genere. Cercare di impedirgli la visuale o di farlo tornare in camera sarebbe stato come insultarlo. Così mi feci semplicemente da parte e lo lasciai guardare. Gli ci volle un minuto buono, poi si schiarì la voce. «Pensi che si tratti di suicidio?» «Non ne sono sicuro, Lamar.» «Però sembra molto probabile, no?» «Sì, hai ragione. Il medico legale non è ancora arrivato. Ho alcune domande da fargli su quei lividi.» Mi guardò dritto in volto per la prima volta. «So che lo sentiamo dire tutte le volte... ma lei non era il tipo, Carl.» «Ci aveva già provato.» «Prima che avesse la bambina» rispose. «Sua figlia era troppo importante per lei. Non l'avrebbe mai lasciata così.» Non dissi nulla. «La bambina è rimasta con mia sorella per la maggior parte del tempo» continuò Lamar. «Edie non sopporta questa situazione, e non sopporta neppure sua madre.» Fece una pausa e si corresse. «Non la sopportava. Comunque stava cercando di rimettersi in piedi, di riavere la bambina.
Non avrebbe mai mollato tutto così.» Alcune cose sono molto difficili da dire, soprattutto a un amico. A volte però devi farlo. «Può darsi, capo. Ma faremmo meglio ad aspettare l'esito del rapporto tossicologico.» «Sì, ma non credo che facesse più uso di droghe.» «Okay.» «Però hai ragione.» Osservammo entrambi Edie per alcuni istanti. «Hanno parlato del collo, vero?» «Sì, e questo preoccupa un po' anche me. Almeno per ora.» Non si avvicinò a guardare la ferita. «Cioè?» «Senza muoverla è difficile vederla bene, ma...» Mi guardò, inarcando le sopracciglia. Non volevo avanzare alcuna ipotesi azzardata, ma in fin dei conti Lamar era anche il mio capo. «Come sai le ferite autoinflitte tendono a essere fatte come se il soggetto stesse segando della legna. Avanti e indietro, con cambiamenti di angolazione e molti piccoli tagli e graffi nei punti in cui escono dalla traiettoria o si interrompono.» Annuì. «Invece questa sembra un'unica ferita, almeno per il momento. Di sicuro non ci sono segni di esitazione.» Mi strinsi nelle spalle. «È meglio cercare di non spingerci troppo in là con le ipotesi, ma a me sembra un ragionamento plausibile.» «Sul serio?» Lamar mi guardò come per invitarmi a proseguire. «Sì. E poi... ci sono quei lividi. D'altro canto, però, non ci sono segni di lotta nei pressi della vasca e neppure in camera da letto. Lo vedi anche tu. Non ci sono vestiti, né qualcosa da indossare... come se sapesse che non sarebbe più uscita dalla vasca.» Respirai profondamente. «Questa storia dei vestiti mi inquieta, Lamar. Devo ammetterlo.» Restammo in silenzio per un po'. «Hai bisogno di aiuto? Almeno per qualche tempo?» «Sì, credo di sì» risposi. Un altro poliziotto non guasta mai. C'è sempre qualcosa da fargli fare. «Borman andrà benissimo.» «Sicuro?» domandò Lamar. «Sta seguendo quel corso per assistenti sociali...» «Sì, va benissimo» dissi. «Ha bisogno di fare esperienza e ha già una certa familiarità con il caso.» «Allora è tuo. Ti ho detto che il dottore che farà le analisi è Zimmer?»
«Okay, molto bene.» Henry Zimmer era un dottore della zona che avrebbe fatto le veci del medico legale della contea, essendo più vicino al luogo del delitto. A quel punto non avevamo bisogno di un patologo legale, ma semplicemente di qualcuno che dichiarasse la morte di Edie. Noi non potevamo farlo e non era bello abbandonare una persona deceduta al pronto soccorso più vicino. «E la DCI?» chiese ancora Lamar. La DCI era la sezione per le indagini criminali dell'Iowa. Dal momento che si trattava di un'agenzia statale, se avessimo avuto bisogno di un patologo legale e avessimo richiesto uno dei loro agenti, sarebbe stato messo in conto a loro. Così come la squadra che si occupa delle indagini sul luogo del delitto. Ma anche lo stato era molto impegnato, così cercavamo sempre di evitare di chiamare la DCI se potevamo farne a meno. «Magari non ancora, Lamar» risposi. Guardandolo, però, mi resi conto che si trattava di un ordine e non di una domanda. «Anche se, in caso di omicidio...» «Non sopportano di essere chiamati in ritardo» terminò Lamar. Ci guardammo. «È sempre meglio essere sicuri» dissi. «Giusto.» Restammo assorti nei nostri pensieri per qualche istante. Poi gli diedi una pacca sulle spalle. Non l'avevo mai fatto, ma mi sembrava la cosa giusta in quel momento. «Chiamiamoli, allora.» Non volevo lasciarlo solo con il corpo della ragazza. Quando arrivammo a metà della camera da letto, mi disse: «Ascolta, Carl». Mi fermai e mi voltai. «Sì?» Pensavo che avesse trovato qualcosa. «Prendi Hester. Chiedi di lei, okay?» Fece una pausa, imbarazzato. «Voglio dire, lo so che Edie è morta... ma vorrei che fosse un'agente di sesso femminile a occuparsi di questo caso.» «Certo.» Dalla tasca posteriore dei pantaloni tirò fuori un giornale arrotolato e me lo diede. «Ti consiglio di leggere l'articolo che c'è qui, quando puoi.» «Okay.» «Sono contento che tu sia d'accordo per Hester.» Lamar si riferiva all'agente speciale Hester Gorse. Hester aveva collaborato spesso con il nostro dipartimento. Non c'era dubbio che fosse una del-
le migliori; inoltre lo sceriffo stava cercando di dirmi che non gli faceva piacere sapere che agenti di sesso maschile avrebbero ispezionato il corpo di Edie, o i suoi effetti personali. C'ero io, naturalmente, ma anche la semplice presenza di Hester bastava a tranquillizzarlo. Il problema era che la DCI non inviava quasi mai un agente su richiesta. Assegnavano gli incarichi a rotazione, in base alla disponibilità, ma cercavano anche di diversificare il tipo di crimini per ogni agente. Questa procedura aveva anche lo scopo di prevenire qualsiasi ipotesi di collusione tra il dipartimento locale che faceva la richiesta e i singoli agenti, dal momento che si sapeva che gli avvocati difensori erano soliti attaccarsi a qualsiasi cavillo. Avremmo dovuto aspettare e sperare che quelli della DCI ci dessero ascolto. Borman mi accompagnò al telefono del piano di sotto. Sottovoce, gli dissi di stare vicino a Lamar. Lui annuì. «A proposito, considerati assegnato al caso fino a ulteriore comunicazione. È un ordine dello sceriffo.» «Oh, grazie, Carl.» «Lascia perdere. Tu hai bisogno di fare esperienza e io ho bisogno d'aiuto.» Il primo agente della DCI con cui parlai all'ufficio distrettuale di Cedar Falls mi disse che forse Hester era a casa. Mi diede il numero di telefono del suo capo, Alan Hummel. Lamar e io conoscevamo Al da quasi vent'anni. Gli spiegai la situazione, fornendogli qualche dettaglio e soprattutto mettendo in evidenza il rapporto di Lamar con la ragazza morta e le condizioni in cui si trovava il corpo. «Santo cielo, Carl. Che disgrazia. E tu hai bisogno di un agente perché nutrite dei sospetti sul caso, vero?» «Sì.» Come se avessi potuto dire un'altra cosa... «Ma non hai detto che si tratta di un suicidio?» Be', era esattamente quello che avevo detto, dal momento che mi trovavo nell'atrio della grande casa e qualcuno avrebbe potuto sentirmi. «Questa linea non è sicura.» «Ho capito.» Si interruppe. «Senti, per quanto mi compete puoi prendere Hester. La faccio chiamare dalla radio statale. Se non è a casa, la chiameranno sul cercapersone. Dirò loro di chiamare il vostro ufficio.» «Grazie, Al.» «Carl, porgi a Lamar le mie condoglianze.» Quando riattaccai, vidi Toby, il giovane che avevo trovato seduto sui gradini fuori casa, in piedi dall'altra parte della stanza. Mi fissava.
«Spero che fosse una chiamata urbana» disse. «Scusa?» «Ho detto: "Spero che fosse una chiamata urbana"» ripeté. Ho sempre pensato che gli stronzi di quel genere vadano affrontati in modo diretto. «No, era un'interurbana» dissi sorridendo. «Mi spiace deluderti.» Sembrava volesse aggiungere qualcos'altro, ma sollevai una mano e composi il numero dell'ufficio dello sceriffo. «Senti, puoi mandarmi qualcun altro... magari due persone? Anzi, tre o quattro sarebbero l'ideale. C'è un sacco di gente qui intorno e ho di meglio da fare che stare qui a controllare il traffico.» L'operatrice disse che ci avrebbe provato. «Hester dovrebbe arrivare a breve» aggiunsi. Un modo per farle capire che di lì a poco avremmo potuto essere parecchio indaffarati. Riabbassai la cornetta e Toby riprese la nostra conversazione come se non avessi fatto la seconda chiamata. «Chi paga quella telefonata?» Sorrisi di nuovo. Cercava davvero di attirare l'attenzione. «Il telefono è intestato a te, Toby?» «No.» «A chi è intestato, allora? Lo sai?» L'ultima domanda lo sorprese un po'. Una svolta inattesa, proprio quando aveva pensato che si sarebbe arrivati a uno scontro. «Jessica Hunley.» Dal modo in cui lo disse, ebbi l'impressione di essere tenuto a sapere chi fosse la signora Hunley. Non lo sapevo, ma l'avrei scoperto. Avrei anche scoperto perché Toby si trovava lì, se il telefono non era suo. Ospite? Inquilino? Padrone? Comunque potevo aspettare. «Posso contare su di te per informare la signora Hunley che ho usato la carta di credito per telefonare?» «Be', sì. Sì. Lo farò.» «Molto bene» dissi, dirigendomi verso le scale. «Non allontanarti troppo, Toby. Sarò da te fra poco.» Salii un paio di gradini. «Ah, Toby... grazie.» «Per cosa?» «Perché riferirai alla signora Hunley il mio messaggio.» «Prego» rispose titubante, ma non ancora pronto a concedere alcunché. Buon per lui. Sapevo che avrebbe dovuto rilasciare una deposizione su quello che era successo. Sarò cinico, ma non è mai troppo presto per co-
minciare a lavorarmi un testimone. Mi fermai sul pianerottolo e diedi un'occhiata al giornale che Lamar mi aveva passato. Era una copia del «Freiberg Tribune and Dispatch» di quel giorno. Sulla prima pagina, in basso a sinistra, c'era un titolo: Dracula è arrivato a Freiberg? L'articolo parlava dell'episodio di cui ci eravamo occupati un paio di giorni prima. Non c'erano nomi, ma si parlava di una "giovane" che aveva descritto il guardone come "una persona dalle zanne enormi che era sospesa nello spazio fuori dalla mia finestra al secondo piano". L'articolo era essenzialmente ironico, ma il danno era fatto. Proprio quello che ci voleva per complicare un caso. Riuscivo quasi a sentire le parole di Harry. Mi infilai il giornale nella tasca posteriore e continuai a salire le scale. Avevo voglia di una sigaretta. Quando arrivai in cima, feci allontanare Borman. «Vai di sotto e siediti vicino a quel ragazzo di nome Toby. Non voglio che se ne vada in giro. Prendigli nome, cognome, indirizzo e tutto il resto e vedi se ha intenzione di fare una dichiarazione spontanea.» «Va bene.» «Non interrogarlo, però. Non ancora. Non fare domande specifiche su quello che è successo qui oggi. Solo sul passato di Edie e di Hanna» dissi, indicando la ragazza ancora seduta sulla panca in corridoio. Per la prima volta mi resi conto che indossava i pantaloni del pigiama e una felpa, con degli assurdi scarponi da lavoro slacciati. "Si è alzata di corsa" pensai. E non aveva avuto voglia di tornare in camera sua per vestirsi. «Okay» rispose Borman. «Sii risoluto, ma gentile.» «Sì, papà.» «Siamo certi del motivo per cui quel ragazzo si trova in questo posto? Ha detto di vivere qui. È vero?» Borman annuì. «Per quel che ne so è uno degli inquilini. Badano alla casa, a quanto pare. Me l'ha detto la dottoressa del pronto intervento che sta parlando con Hanna. Sono in sei, credo.» Ecco perché i locali chiamano la Villa il "Dormitorio degli sbandati". «Sei?» Più di quello che mi sarei aspettato. «E dove sono gli altri?» «Alcuni sono già andati a lavorare e poi c'è una ragazza che raccoglie foglie in giardino.» Santo cielo. «Puoi chiederle di entrare in casa? Fai attenzione pure a lei.
Quelle dannate foglie possono anche aspettare.» «Okay» disse Borman. «Falle compilare gli stessi moduli che darai a Toby. E scopri chi sono gli altri, d'accordo?» Mi passò accanto e lo fermai. «Un'altra cosa,» aggiunsi, abbassando la voce «sai chi è la signora Hunley?» «La padrona di casa» rispose Borman. «Vive a nord di Chicago, credo. Me l'ha detto la dottoressa.» «A nord di Chicago.» Si trattava di un'area piuttosto vasta. «Vedi un po' se riesci a scoprire il suo indirizzo esatto.» Quella casa sembrava un hotel! Sei inquilini? Be', la Villa era abbastanza grande per ospitarli tutti. Speravo solo che non ci fossimo lasciati sfuggire altri potenziali testimoni solo perché magari erano fuori a curare il giardino. 6 Sabato 7 ottobre 2000 9.24 Il dottor Henry Zimmer arrivò nel momento in cui ricevemmo una chiamata dall'ufficio che ci comunicava che l'agente speciale Hester Gorse era partita da casa e prevedeva di arrivare in quarantacinque minuti circa. Le cose cominciavano a muoversi, finalmente. Il dottor Zimmer era un uomo piuttosto grosso e un ottimo medico. Ai dottori di solito non piace svolgere il ruolo di medico legale, perché devono lasciare il loro studio, o lavorare nel loro giorno libero, oppure uscire nel cuore della notte. Ma il dottor Zimmer non si lamentava mai. Era sempre allegro, cordiale e molto bravo. Gli spiegammo di chi si trattava e dove fosse il corpo. «Lamar, mi dispiace molto» disse per prima cosa. «Grazie, dottore.» «Mi sembra ieri che ho fatto nascere la sua bambina.» «Già» commentò Lamar, poi, rivolgendosi a entrambi, aggiunse: «Non avete bisogno di me, quindi è meglio che vada da mia sorella». «Prima che lo venga a sapere da qualcun altro?» domandai. «No. È stata lei a dirmelo, stamattina. Per questo ho chiesto in centrale di mandare te.»
Detto da lui, era un gran complimento. Non gli piaceva che in giro si parlasse della famiglia di sua sorella. «Come l'ha presa?» chiesi per educazione. «Lei? Vuole denunciare la padrona di casa. È sempre la solita.» Quando entrò in bagno, il dottor Zimmer mormorò solo: «Oddio». Poi si infilò un paio di guanti in latice e cominciò a esaminare il corpo della ragazza, facendo bene attenzione a non spostarlo. Dopo qualche istante le sollevò la testa e si concentrò sulla ferita aperta. «È più una coltellata che un taglio» affermò, e aggiunse: «Il rigor mortis ha già cominciato a svilupparsi nel collo e nella mandibola». Il rigor mortis è una faccenda strana. Comincia quando il corpo raggiunge la temperatura dell'ambiente in cui si trova, da mezz'ora a un'ora dopo la morte. Prima si irrigidiscono i muscoli più piccoli, poi quelli più grandi. Dura circa dodici ore e termina nelle dodici successive. Stando così le cose, il rigor mortis al collo ci diceva che Edie era morta da più di mezz'ora. Dal momento che era passata un'ora da quando avevo osservato il corpo, non poteva dirsi una rivelazione, ma da qualche parte si doveva pur cominciare. Il dottor Zimmer si piegò e sollevò la mano sinistra di Edie. «Non è pronunciato nel gomito sinistro...» Questo era importante. Il fatto che i muscoli più grandi delle braccia non si fossero ancora irrigiditi suggeriva che probabilmente non era morta da più di quattro ore. Dopo qualche frequentazione dei tribunali ho imparato che "suggerire" era il verbo giusto. «Quindi ritiene che sia successo intorno alle cinque?» chiesi. «Diciamo tra le quattro e le sei.» Non alzò lo sguardo. «Le dita sono rigide, ma sembra che le gambe si possano ancora piegare... Ipotizzando che sia morta qui, più o meno con questa temperatura...» Erano tutte ipotesi ragionevoli, allo stato dei fatti. Aiutai il dottore a girare il corpo da una parte e dall'altra, poi lo spostammo leggermente in avanti, in modo che riuscisse a vederlo per intero. La lividezza, quelle chiazze violacee che si formano sulla pelle quando il sangue si deposita nelle parti più basse di un cadavere, era appena riscontrabile nel fondoschiena, sui gomiti e sulla parte posteriore delle gambe. I muscoli dei glutei sono importanti, essendo i più grandi del corpo. Sono gli ultimi a irrigidirsi completamente. «Non dovrebbe esserci una maggiore lividezza?» chiesi.
«Se ha perso una grande quantità di sangue, no» spiegò il dottor Zimmer. «E direi che questo è proprio il suo caso.» «Giusto.» Dunque la ragazza aveva continuato a perdere sangue finché il cuore non aveva cessato di battere. Il dottor Zimmer si alzò. «Sei sicuro che si tratti di suicidio?» chiese sottovoce. «I lividi mi lasciano qualche dubbio.» Mi strinsi nelle spalle. «Anche a me, ma non vedo alcun elemento concreto che mi indichi il contrario. A meno che i lividi non siano stati prodotti più o meno nello stesso momento in cui è morta.» «Sono i tipici lividi che mi aspetterei di trovare in una persona anziana» disse. «Violenza?» «È una possibilità, ma pensavo agli anziani a cui sono stati prescritti dei vasodilatatori. Sai, per ridurre la possibilità di infarto.» «C'è un contenitore per le pillole nella camera. Dacci un'occhiata.» «Bene. Suppongo che tu abbia già notato che la maggior parte del sangue sembra essersi asciugata per evaporazione e non per coagulazione.» «Sì.» «Complimenti» disse con un sorriso. «Anche il taglio al collo mi fa pensare.» Inclinò leggermente la testa, per osservare di nuovo la ferita. «Mi sentirei molto più tranquillo se fosse un esperto a esaminarlo.» «Va bene...» «Non mi convince, Carl. Non ci sono segni di esitazione, non c'è il classico movimento a sega: solo il buco e la trazione. È una ferita profonda. Molto profonda. Non mi sorprenderei se fosse arrivata non solo alla giugulare, ma anche alla carotide.» «Mi sembra ragionevole.» «Ma se così fosse, come mai non ci sono segni di spruzzi di sangue arterioso?» Infatti non ce n'erano. Una giugulare aperta avrebbe prodotto un fiotto a dir poco abbondante. E gli schizzi di sangue da una carotide recisa potevano arrivare a tre metri di distanza. Era necessario l'intervento dei tecnici della scientifica, prima di rimuovere il corpo? Certamente sì. Come si dice in questi casi, meglio eccedere in cautela. «Chiedo chi possono mandarci come patologo. Dovremmo aspettare l'arrivo dell'agente della DCI per chiamare anche quelli della scientifica.» «Ottimo» commentò Zimmer. «Hai fatto molte foto?»
Gli spiegai cosa avevo fotografato. Mi fece fare tanti altri scatti: mentre teneva la testa della vittima all'indietro e mentre muoveva le articolazioni per evidenziare il progresso del rigor mortis. Notai che dovette esercitare una maggiore pressione per muovere la testa all'insù e scoprire il taglio. Dopo che l'ebbe rilasciata, la testa impiegò alcuni secondi prima di tornare al suo posto. Spaventoso. «A meno che la scientifica non decida il contrario,» disse «per me si può portare via anche subito.» «D'accordo.» Avremmo chiamato l'impresa locale di pompe funebri in modo che la portassero alla loro sede, dove sarebbe stata eseguita l'autopsia. «Henry, prima di andare via penso sia meglio che tu senta il medico legale della Conception County.» «Alice? Va bene. Perché?» «Ieri è arrivato da loro un cadavere. Un ragazzo con una brutta ferita al collo. Ma non è stata la ferita a provocare la morte. Forse è stata inferta dopo il decesso. Non era identica a questa... ma era abbastanza simile da farmi sorgere qualche dubbio.» Ritornati in camera da letto, il dottor Zimmer esaminò le pillole. Ne indicò una piccola e verde con il numero 6 stampato sopra. «Coumadin da sei milligrammi» disse. «È un vasodilatatore molto potente. Richiede una terapia specifica; nello scomparto del mezzogiorno sono rimasti i dosaggi di domenica, lunedì e martedì. Il resto della settimana l'ha già consumato.» «A cosa serve? Per gli infarti?» «Si, e anche per alcuni trattamenti post attacco cardiaco. Farò un'ulteriore verifica, però non riesco proprio a immaginare il motivo per cui Edie potesse aver bisogno di queste pillole.» «Ma dal momento che le prendeva, significa che i lividi...» «Non ci vuole molto per causare un livido a chi prende il Coumadin» disse. «E dunque? Aiutami, dottore.» Feci una smorfia. «I lividi ci dicono poco. L'autopsia esaminerà i tessuti muscolari per vedere quanto sono profondi.» Niente può essere tutto bianco o tutto nero. «Di sicuro, però, spiegherebbe l'assenza di coaguli» concluse. Una volta finito, sentii il bisogno di prendermi una pausa. Magari con
una sigaretta. Niente ti fa venire voglia di riprendere a fumare più di un morto. Prima di lasciare la stanza incustodita dovevo apporre i sigilli. Per non compromettere le prove. Un compito semplice, visto che tutto quello che dovevo fare era piazzare del vinile gommato in ogni punto di accesso alle stanze. Lo applicai alle finestre, alla porta del bagno e a quella della camera da letto. Prima di andare via, aprii la porta di quello che pensavo fosse il ripostiglio della camera, giusto per assicurarmi che non fosse una scala. Infatti, era un armadio a muro. Notai parecchi vestiti che classificai come "formali". Di ottimo tessuto. Due, in particolare, attirarono la mia attenzione: uno di velluto verde e l'altro nero, adornato di perline. La prima ipotesi che mi venne in mente fu che Edie facesse la direttrice di sala in un ristorante di classe. Buona idea, se non fosse che non ce n'era uno nel raggio di centocinquanta chilometri. Una volta sigillate le stanze, andai a controllare come se la cavava Borman con i moduli da compilare. Mi tolsi i guanti in latice e li infilai in una busta per le prove, quindi scesi al piano di sotto. Avrei fatto meglio a restare in camera. Come arrivai in fondo alle scale, sentii Borman che diceva: «Completa questo modulo, amico, e vedi di non raccontarmi stronzate». Pareva sul punto di esplodere. Infilai la testa all'interno di un vero e proprio salottino d'epoca, di quelli da film in bianco e nero. «Problemi?» domandai. Parlarono in contemporanea. Toby non riteneva che Borman avesse il diritto di chiedergli di identificarsi. Borman non era d'accordo. Credo che gli animi si fossero accesi quando Toby gli aveva detto: «Hai mai sentito parlare della costituzione, sbirro?». Sospirai ed estrassi dalla tasca dei pantaloni distintivo e tesserino di identificazione. Lo aprii lentamente. «Toby Gottschalk,» dissi «sono Carl Houseman, vicesceriffo della Nation County. Dal momento che mi hai già detto chi sei, non c'è motivo per cui tu non debba fornire le tue generalità anche all'agente.» «Vuole sapere la mia data di nascita, il mio indirizzo e il mio secondo nome» ribatté Toby. «Non sono costretto a darglieli. La conosco anch'io la costituzione.» Il problema era, naturalmente, che avevano più o meno la stessa età. Con
i miei nobili trent'anni in più, pensai di poter avere un po' più di fortuna. Sorrisi. «Non ne dubito.» Rimisi il distintivo in tasca. «Ma devi capire, Toby, che abbiamo l'obbligo di trattare qualsiasi decesso come se fosse un omicidio, almeno fino a quando non saremo in grado di provare che si tratta di un suicidio o di un incidente. Ti è chiaro?» Se non altro ebbe il buon senso di far cenno di sì con la testa. «Bene. Ora, dal momento che la procedura ci costringe a ritenere che si tratti di un omicidio, abbiamo il diritto di chiederti di fornirci alcuni dati personali.» «Sono certo che sia così» disse Toby. «Non è per farvi incazzare, ma io ho il diritto di rifiutarmi.» «Sì» risposi. «È vero. In questo caso, però, per entrare in possesso di quelle informazioni potremmo essere costretti a fare delle cose che potrebbero non piacerti.» «Tipo?» Sembrava pienamente sicuro di sé. Toby cominciava a piacermi come potenziale testimone. Era coraggioso, piuttosto intelligente e tutt'altro che disposto a darti partita vinta. «Tipo,» dissi, avanzando di un passo con il sorriso sulle labbra «determinare la tua età tagliandoti una gamba e contando gli anelli, come si fa con gli alberi.» Sembrò leggermente sorpreso, ma finalmente cominciò a capire. «A dirla tutta, Toby,» continuai sorpassandolo e avvicinandomi alla finestra «dovremmo arrestarti in quanto testimone materiale. Dovremmo portarti in carcere e trattenerti fino a quando non archivieremo il caso escludendo che si tratti di omicidio, oppure finché non ci avrai fornito le poche informazioni che ci servono per poterti identificare.» Lo guardai da sopra le spalle. «Il cibo in prigione fa schifo, Toby. E ci sono solo tre canali televisivi.» «Direi che si può evitare» disse Toby, più per fare un dispetto a Borman che per darmi ragione. «E a proposito,» aggiunsi «sai chi è quella persona in giardino?» Guardai fuori. Venne alla finestra. «La ragazza che rastrella le foglie?» Nel giardino enorme e ben tenuto c'era soltanto una persona. Feci cenno di sì con la testa. Era difficile stabilire se si trattasse di un maschio o di una femmina, dal momento che indossava una tuta da ginnastica con pantaloni azzurri, felpa scura a maniche lunghe con cappuccio blu, guanti da lavoro gialli, scarpe da tennis rosse e cappellino da baseball viola.
Un vero cocktail di colori. «È Melissa Corey» rispose. «Io la chiamo la "Donna della sfortuna".» Fissai il suo sguardo risoluto. «Davvero? Perché?» «È la più depressa di tutti quelli che stanno qui. Una di quelle persone profondamente convinte che la vita faccia schifo. Ha presente il tipo?» Mi misi a ridere. Non riuscii a trattenermi. «Sì, ho capito cosa vuoi dire.» Mi voltai verso Borman. «Non sei riuscito a farla entrare?» Evidentemente non ci aveva neanche provato, distratto dalla piccola lite con Toby. In altre circostanze, la laboriosa Donna della sfortuna avrebbe potuto farla franca con grande facilità. Il tono della mia voce comunicò quel timore e qualcosa di più. «Stavo giusto per...» Lo interruppi prima che potesse dare al ragazzo la soddisfazione di averlo distratto. «Le parlo io. Tu intanto perché non finisci con Toby?» Oltretutto, quel giardino sembrava molto bello. E lo era. Uscii dall'ingresso principale e girai intorno alla facciata sud della casa, alla mia sinistra. La maggior parte delle foglie cadute sul prato erano di un giallo intenso. L'albero più grande si trovava al centro di un prato largo almeno trenta metri che formava un rettangolo verde intorno alla casa. Il rastrello di Melissa emetteva un fruscio regolare mentre la ragazza accumulava le foglie con metodo, formando una serie di pile gialle sparse per tutto il giardino che testimoniavano lo stato di avanzamento del lavoro. La luce del sole filtrava attraverso le foglie, riflettendosi sui mulinelli di polvere che la ragazza sollevava. «Sei tu Melissa?» chiesi mentre mi avvicinavo. Mi guardò, senza smettere di rastrellare. Aveva un viso pallido, grandi occhi scuri, capelli rosso-violacei che le spuntavano dal cappellino da baseball e un piccolo piercing a forma di cubo sul sopracciglio sinistro. «E lei sarebbe?» Una voce mite. «Vicesceriffo Houseman.» Smise di rastrellare ed esaminò distintivo e tesserino. Alzò lo sguardo. Notai che aveva gli occhi cerchiati di rosso, anche se non riuscii a stabilire se fosse a causa del pianto o della polvere. «Allora?» Cercava di sembrare indifferente, ma il suo tono tradiva esitazione. Dimostrava ventitré o ventiquattro anni. Non ricordavo di averla mai vista. «Cosa mi puoi dire a proposito di quello che è accaduto a Edie?» «Ho sentito che è morta.» Riprese a rastrellare.
«Hai sentito bene.» «Be', succede a tutti prima o poi, no?» Parlava quasi sussurrando e il mio udito cominciava a indebolirsi per l'età. Aggiungendo il rumore del rastrello e quello delle foglie... «Scusa? Non ho capito.» «Succede a tutti» ripeté alzando la voce. Aumentando il volume pronunciava le parole in modo più secco. Intravidi una piccola pallina di metallo blu sulla lingua. Riprese a rastrellare più in fretta, sollevando più polvere e facendo volare le foglie. «Be',» dissi «è vero: tutti dobbiamo morire, ma la maggior parte di noi non muore dissanguata.» Sbatté il rastrello sull'erba. «Cazzo!» Respirò profondamente e mi guardò di nuovo. «Proprio così.» «E cosa vuole che le dica?» Sembrava che volesse colpirmi con il rastrello da un momento all'altro. «Potresti dirmi quello che sai.» «Vuole che le dica che era una mia amica? Va bene, era una mia amica. Ma non significa un cazzo.» Il tono della sua voce era pacato, ma cominciò a piangere. «Non significa proprio un cazzo di niente» e si voltò di schiena, con le spalle che le tremavano leggermente. Odiavo quelle situazioni. Le concessi alcuni secondi. Mi sarebbe piaciuto avere un fazzoletto da offrirle, invece le dissi solo: «Ti dispiace venire in casa un momento? Devo farti alcune domande di routine». Respirò ancora profondamente, si asciugò gli occhi e il naso con la manica della felpa e si raddrizzò. Doveva essere alta poco più di un metro e mezzo, visto che non mi arrivava neppure alle spalle. Restammo entrambi in silenzio per qualche istante e pensai che non sapesse cosa dire, come me d'altra parte. Alla fine, sillabò: «Va bene». Camminammo verso la casa insieme e vidi Toby che ci guardava dalla finestra del salotto. «Vivi qui?» le chiesi, più che altro per interrompere quel prolungato silenzio. «Sì. Se si può dire così.» «Gran bella casa» notai. «Quanto si paga di affitto?»
«Niente» rispose con lo stesso tono di voce. «Siamo servi della gleba. Dobbiamo solo prenderci cura del posto.» Servi della gleba? Avevamo raggiunto gli scalini dell'ingresso principale. «È da tanto che non si usa più questa espressione» commentai, cercando di sdrammatizzare un po' la situazione. «Almeno da quando hanno inventato i sindacati.» Melissa non disse una parola. 7 Sabato 7 ottobre 2000 11.18 Quando l'agente speciale Hester Gorse arrivò alla Villa, Borman e io avevamo concluso i colloqui preliminari con Toby e Melissa. Dalle dichiarazioni di entrambi era emerso che i due ragazzi vivevano nella stessa casa e che quando era stato trovato il corpo di Edie stavano dormendo. E che, no, non sembrava più depressa o demoralizzata del solito. Venimmo anche a sapere che Toby lavorava nella filiale locale della Maitland State Bank, mentre Melissa lavorava alla biblioteca pubblica di Freiberg. Ero un po' sorpreso di scoprire che Toby lavorava in banca con quell'enorme piercing al naso, e glielo dissi. «Me lo tolgo» rispose. «Come si fa con gli orecchini.» Anche Hanna Prien, benché non si fosse ancora ripresa del tutto, aveva parlato con noi e in generale ci aveva fornito lo stesso tipo di informazioni di Toby e Melissa. Solo che era stata lei a trovare il corpo di Edie quando era entrata in camera sua per svegliarla, visto che dovevano andare entrambe a lavorare a Freiberg: Hanna nel supermercato locale, Edie presso il Wilson's Antique Mall. La ragazza raccontò di aver infilato la testa in bagno dopo averla chiamata un paio di volte, di aver fissato l'immagine per qualche secondo cercando di capire l'accaduto e di essere rimasta scioccata. Comprensibile. C'erano altri due inquilini nella Villa: Kevin Stemmer e Holly Finn. Holly, secondo Hanna, aveva la sfortuna di essere soprannominata "Huck". Quel nome fece suonare un campanello nella mia mente: non l'avevo mai fermata, ma era in zona quando ne avevo pizzicati altri. Era difficile scordare quel nomignolo. Kevin non lo ricordavo, ma ero sicuro che se l'avessi visto l'avrei riconosciuto.
Secondo Hanna, Kevin e Huck erano usciti di casa prima che lei scoprisse il cadavere. Lavoravano come croupier al General Beauregard e facevano il turno dalle sei del mattino alle quattordici. Toby li aveva avvertiti per telefono prima che io arrivassi. Sarebbero tornati a fine turno. «Sì, li ho chiamati subito.» Toby era uno di quelli che adorano interrompere le conversazioni altrui. «Ho parlato solo con Huck, lei l'avrà detto a Kevin.» Ottimo. «Toby ha detto che erano sconvolti» aggiunse Hanna, come se volesse giustificarli per non essere rientrati immediatamente alla Villa. «Oh, sì. Almeno, Huck lo era» ribadì Toby. «Non ho parlato con Kevin.» Chiesi se la proprietaria fosse in casa e ricevetti uno sguardo piuttosto sorpreso da tutti e tre. Jessica Hunley, mi spiegarono, viveva a Lake Geneva, nel Wisconsin. Era molto ricca, gestiva una scuola di ballo a Chicago e tornava a casa solo tre o quattro volte all'anno. Non sono un esperto, ma credo che le espressioni "molto ricca" e "gestisce una scuola di ballo" non vadano molto d'accordo. Bisognava approfondire. Stavamo lasciando andare i dottori del pronto intervento e Toby chiese perché non stessero portando via il corpo della ragazza. Glielo spiegai senza giri di parole. Melissa voleva sapere quando l'avremmo fatto. Le dissi che dipendeva dal tempo che ci sarebbe voluto per esaminare il luogo del delitto, ma che non avremmo impiegato molto. Essendo sabato e trattandosi di una chiamata urgente, Hester Gorse era vestita in modo più informale del solito: blue jeans, scarpe da tennis, pullover a collo alto grigio e giacca impermeabile blu che nascondeva la pistola. Stando alla finestra, la vidi salire le scale e feci appena in tempo a raggiungere la porta per salutarla. «Ciao Hester. Pensavo che saresti arrivata prima.» «Non è stato facile trovare questo posto. Devo essermi persa il viale la prima volta che ci sono passata davanti.» E, una volta giunti nell'atrio, aggiunse: «Allora, Carl, di cosa si tratta?». Le spiegai tutto in un paio di minuti. Dissi che poteva trattarsi di omicidio, ma che sembrava un suicidio. «Quale pista pensi di seguire?» Mi strinsi nelle spalle. «C'è qualcosa che non va. Mancano i vestiti e la ferita... difficile che se la sia autoinflitta, ma Dio solo lo sa.» Le raccontai
quello che aveva detto il dottor Zimmer a proposito degli spruzzi di sangue arterioso, dei lividi e del Coumadin. «Ma non sappiamo ancora se la ferita ha causato un danno grave all'arteria, giusto?» «Esatto.» Sorrise. Sembrava stanca. Probabilmente sperava di poter approfittare del fine settimana per riposare. «Allora, mi basta firmare per il patologo e la scientifica, oppure oggi mi tocca lavorare?» «Mi hai letto nel pensiero» dissi, restituendole il sorriso. «Mi sa che dovrai lavorare.» Le raccontai del corpo ritrovato nel Wisconsin. Andammo nel salottino e la presentai agli altri. Lasciammo Borman al piano inferiore a controllare la situazione e io accompagnai Hester da Edie. Più tardi confrontammo gli appunti, Hester seduta davanti allo specchio della toilette in camera da letto e io appoggiato alla porta del bagno, da dove potevo dare un'occhiata al corridoio. «Hai un'altra penna nella borsa della macchina fotografica?» «Certo. Nella tasca destra.» «Voglio che venga subito la scientifica» disse Hester, frugando nella borsa. «Non so di cosa si tratti, ma non possiamo aspettare che vengano a esaminare la scena dopo l'autopsia.» La scientifica arrivava da Des Moines, a più di quattro ore da noi. «Sono d'accordo» risposi un po' a fatica. La terza visita alla vasca da bagno era stata difficile. «Cosa ne pensi? Adesso possiamo tirare fuori il corpo? Vorrei portarla via il prima possibile.» «Non c'è problema. Non credo che la vittima abbia più molto da dirci, almeno finché non verrà fatta l'autopsia.» «Bene.» Trovò la penna ed esaminò la borsa distrattamente. «Qui dentro hai praticamente di tutto, Houseman. Guanti, buste, etichette, rullini, pile, penne, forbici, pinzette...» Aprì la tasca esterna. «After Eight? Sono After Eight?» «Beccato. Ne vuoi uno?» Hester mangiò un cioccolatino alla menta in due rapidi morsi, dopodiché cercò un punto del mobile dove appoggiare il blocchetto degli appunti. «Che sciccheria.» «Scusa?» «I trucchi» disse. «I colori di rossetto sono interessanti: catrame, bordeaux, granata, sangue pulsante...»
«Oh.» «Fondotinta porcellana. E glitter per le palpebre. Piccoli ologrammi adesivi. Roba chic.» «Ti credo sulla parola, Hester.» «Davvero. Non sono certo i tipici trucchi da mamma. E neanche i colori più di moda da queste parti.» Mi lanciò uno sguardo compiaciuto. «Una specie di ribelle gentile, questa Edie. Guarda bene. Ordinata. Elegante. Teneva molto al suo aspetto.» «In effetti ho notato l'eleganza quasi subito» commentai. «Mi fa sempre sentire fuori posto. A proposito di trucco, hai visto le unghie? Quella roba multicolore significa qualcosa?» «Forse no. Un capriccio, direi.» «Un capriccio. Come quei vestiti?» «Intendi i broccati, i pizzi, i velluti e le sete appese laggiù?» Indicò la cabina armadio. «Sì.» Hester sorrise. «Penso che le piacesse essere donna.» «Oh.» Mangiò un altro cioccolatino, poi tirò fuori dalla tasca il walkie-talkie e si sintonizzò sul canale del ripetitore mobile. Per fortuna si sentiva benissimo. Si servì di un canale sicuro che sfruttava i ripetitori della radio di stato e quelli della Cedar Falls State Radio e che le consentiva di parlare con la scientifica senza venire intercettata. Dal momento che il mio dipartimento non aveva mai ricevuto i finanziamenti governativi per sfruttare queste tecnologie, tornai al piano di sotto e vidi Borman in piedi, all'entrata del salotto. Gli dissi di utilizzare il telefono di casa per chiamare l'ufficio e far arrivare la macchina delle pompe funebri. Tornai nella stanza di Edie, ma non vidi Hester. Guardai in bagno: stava controllando il contenuto del mobiletto. «Trovato qualcosa?» Si voltò. «No, ed è proprio questo il problema» disse lentamente. «Lo shampoo non è aperto e non c'è un sapone, né un rasoio: solo qualche lametta.» «Già. Strano, vero?» «Proprio così, Carl. Che fine ha fatto la roba che si tiene normalmente in un bagno?» Venne verso la porta e feci un passo indietro per lasciarla passare. «È
difficile ipotizzare che qualcuno le abbia tagliato la gola per impossessarsi di una saponetta usata e di mezza bottiglietta di shampoo...» «Un souvenir?» buttai lì. «Può darsi.» Scosse la testa. «Procediamo con ordine, però. Voglio sapere da dove arriva il coltello.» «Dalla cucina?» «Scommetto di sì. Non saremo così fortunati da scoprire che proviene da qualche altro posto.» «Al momento,» commentai «se dovessi mettere questo caso su una bilancia, solo un quarto del peso sarebbe sul piatto del suicidio.» Hester sospirò, mentre si sfilava i guanti in latice. «Forse qualcosa in meno. Dovremo attendere i risultati dell'autopsia.» Tornammo in camera da letto. «Allora,» disse Hester «cosa mi dici dei ragazzi che vivono qui?» Le spiegai che erano tutti del luogo, o dei dintorni. Un po' più strani della media, ma rispettabili. Quelli che conoscevo erano ragazzi intelligenti. Non avevano mai dato problemi, cosa che per un poliziotto significa molto. «Alcuni, per esempio la tipa che chiamano Huck, mi hanno colpito perché sono di quelli che vorrebbero veramente cambiare le cose. E chissà che prima o poi non ci riescano davvero...» considerai. «Hai presente alle feste, quando alcune persone sanno che se partecipano a una certa conversazione potrebbe nascere una brutta discussione, perciò si siedono su una poltrona, sono gentili, chiacchierano del più e del meno e prendono le cose come vengono?» «Come facevano gli hippy?» «Più o meno,» dissi «ma mi ricordano più i beat.» «Arrabbiati? Intellettualmente ribelli? Cinici? Depressi?» «Esatto. Tutto quello che hai detto. A causa della vita in generale.» Hester sorrise. «Sei sicuro che non si tratti di un gruppo di poliziotti in pensione?» A bordo del carro funebre c'erano due inservienti. Uno aveva circa settant'anni, l'altro era un ometto sui trenta, Ne dedussi che Borman, Hester e io avremmo dovuto rimetterci i guanti per aiutarli a sollevare il corpo di Edie dalla vasca. Un'operazione delicata. Portammo la barella in acciaio su per le scale: l'angolazione della scala al primo pianerottolo ci avrebbe complicato il ritorno.
Una volta in bagno, la sistemammo vicino alla vasca cercando di non ritrovarcela tra i piedi. Impossibile. Dovevamo tenere sollevata Edie all'altezza del petto mentre lasciavamo scivolare la barella sotto al suo corpo. Entrambi gli inservienti fissarono il corpo, ma nessuno dei due parlò. A quel punto il rigor mortis aveva raggiunto l'apice. Borman era schiacciato tra la vasca e il muro più lontano e io e lui incrociammo le mani sotto le ginocchia della ragazza e alla base della schiena. Hester reggeva i piedi, mentre l'inserviente più giovane cercava di far passare le mani sotto le ascelle. Non ci riuscì, il corpo si era irrigidito troppo. Così fu costretto a prenderla per il gomito sinistro e la testa. «Al tre...» disse Hester. «Uno, due e tre.» Cominciammo a tirarla su: Edie era ormai irrigidita nella posizione seduta e, per di più, sembrava incollata al fondo della vasca. La pelle fredda si era appiattita nei punti di contatto con la vasca. Quando finalmente riuscimmo a sollevarla, notai che all'interno del seno aveva un avvallamento nel punto in cui era stato premuto contro il braccio e il bordo della vasca. Stranamente sembrava che si fosse accumulato del sangue sotto le natiche ed era per quel motivo che ci era sembrata incollata alla vasca. Il sangue non avrebbe dovuto essere lì, se fosse stata davvero ferita a morte lì dentro la vasca. Colsi lo sguardo di Hester, che mi restituì un cenno di assenso impercettibile. Particolari di quel tipo non dovevano essere discussi davanti a personale non investigativo. Mentre sistemavamo Edie sulla barella, notammo che il coltello era appiccicato alla gamba destra a causa del sangue rappreso. Rappreso, ma non ancora coagulato. Scattammo delle fotografie, prendemmo altri appunti, quindi Hester lo staccò con cautela e io presi una busta di carta dalla borsa per infilarcelo. Feci tre foto della parete interna della vasca. I segni del sangue nel punto in cui poggiava il fondoschiena erano evidenti. C'era persino la forma di una grinza provocata dalla carne appiattita. Da viva, Edie non poteva pesare più di sessanta chili e avendo perso tutto quel sangue, doveva essere scesa a cinquanta, se non meno. Le zone sbiancate e appiattite del fondoschiena, prodotte dal suo stesso peso che l'aveva schiacciata sul fondo della vasca, erano evidenti. La bocca, che era rimasta aperta mentre Edie si trovava seduta, adesso sembrava pronta a tossire. I suoi occhi avevano perso quell'espressione viva che mi aveva sorpreso in precedenza. Doveva essere stata la luce e comunque era un sollievo che non ci fosse più.
Ora potevo dare un'occhiata più accurata alla ferita sul collo. La parola "profonda" non rendeva appieno l'idea. Ma si trattava certamente di un taglio. I bordi regolari, uniformi. Scattai parecchie altre fotografie prima che venisse coperta. Mentre Borman e i due inservienti manovravano la barella per fare uscire Edie dalla stanza, Hester e io scambiammo alcune battute volanti che sarebbero risultate incomprensibili a chiunque non avesse notato, come noi, la presenza di sangue dove non avrebbe dovuto essercene. «L'hai visto anche tu?» chiesi. «Sì.» «Decisivo?» «Probabile. Molto probabile. Ma forse no.» «Davvero?» A me sembrava di sì. «Potrebbe aver alzato il bacino per un riflesso istintivo.» «Ah.» Be', certo... se non fosse che... «Non ci sono schizzi, però.» Il sangue avrebbe dovuto sgorgare con molta più forza, per raccogliersi sul fondo della vasca quando la vittima si era mossa. Un fiotto del genere avrebbe lasciato tracce non solo nella vasca, ma anche sul pavimento e persino sui muri, tanto più che il coltello era stato estratto dalla ferita. «È vero.» Fece una smorfia. «Inutile, ci mancano dei dati.» «Pensi che il coltello sarebbe potuto scivolare via? Io direi piuttosto che qualcuno avrebbe dovuto tirarlo fuori. Non ti pare?» «Sono d'accordo. Altrimenti sarebbe rimasto all'interno.» In corridoio chiudemmo la sacca mortuaria, la coprimmo con due lenzuola blu e la assicurammo alla barella con tutte e tre le cinture. Fummo costretti a sollevare la barella all'altezza delle spalle per superare il parapetto al primo pianerottolo, ma da lì in poi fu un gioco da ragazzi. Quando ci avvicinammo al salotto i tre inquilini la videro. Ci seguirono fino al carro funebre e ci guardarono mentre la caricavamo. «Ricordatevi,» disse Hester ai due dipendenti delle pompe funebri «che sarà eseguita un'autopsia. Il corpo non potrà essere imbalsamato in nessun caso finché non lo comunicheremo noi. Presto arriverà un anatomopatologo.» Alcuni anni prima era successo che la vittima di un omicidio fosse stata imbalsamata prima. Da allora dovevamo essere sempre molto chiari. «Sì, signora» disse il più anziano degli inservienti. Era fortunato. Hester non sopportava che la si chiamasse in quel modo e, se l'avesse fatto il giovane, molto probabilmente sarebbe sceso dalla collina nel baule posteriore
del carro funebre insieme a Edie. Quando la vettura se ne andò e ci voltammo nuovamente verso la casa, avvertii di nuovo il bisogno di una sigaretta. Alzai lo sguardo verso il porticato. I tre inquilini sembravano realmente abbattuti. Fu Toby a parlare. Cominciavo a pensare che lo ritenesse quasi un obbligo. Fumava di nuovo. «Perché c'è bisogno di un'autopsia? Non è abbastanza chiaro il motivo della morte?» Rispose Hester, mentre io cercavo di fumare la sigaretta di Toby, almeno virtualmente. «C'è differenza tra "abbastanza chiaro" e "certo"» disse. «Perché rientrate in Villa? Non avete finito?» Toby faceva le tipiche domande del ragazzino che a scuola sta sempre con la mano alzata. Domande che servivano solo ad attirare l'attenzione su di sé. «Prova a rifare la domanda tra cinque o dieci ore» ribattei. «Nel frattempo, non possiamo lasciare la scena incustodita.» «Oh. Ma perché...» Hester lo interruppe. «Hai già finito di compilare la dichiarazione scritta?» «Certo.» «Allora saresti così gentile da mostrarmi dove si trovano le camere da letto degli altri?» Toby, essendo una di quelle persone che vogliono in ogni modo rendersi utili, si buttò a capofitto nel nuovo incarico. «E la cucina» aggiunse Hester, mentre si avviavano verso le scale. Io mi sedetti con Melissa e Hanna per iniziare una chiacchierata su Edie che sarebbe durata quasi un'ora, interessante quanto inutile. Sfortunatamente fumavano entrambe. Melissa e Hanna sembravano molto più sicure di sé rispetto a un'ora prima. Un buon segno. Pensai che dipendesse dall'aver visto Edie andare via: è sempre un sollievo quando un cadavere viene rimosso da una casa. Andammo nel salottino. Hanna ci offrì del caffè, che io accettai. Quando mi sedetti sulla poltrona, sentii un impedimento sul fianco: la copia del «Freiberg Tribune and Dispatch». La tirai fuori e la appoggiai sul tavolino di fronte a me. Melissa la prese. «Le dispiace? È di oggi?» «Sì. Fai pure.» Mentre chiacchieravamo, sfogliò il giornale interessata.
Nessuna delle due fu in grado di dare qualche dettaglio ulteriore sul carattere di Edie e alla fine non ne sapevo molto più di quello che mi aveva già detto Lamar. Edie aveva una figlia, di circa tre anni, che viveva con la nonna. Non andava d'accordo con la madre e, secondo Melissa e Hanna, ne aveva tutte le ragioni. Viveva nella casa da più tempo di tutti ed era la persona con cui parlava la proprietaria, in caso di bisogno. Secondo Melissa, Edie non era una persona speciale, ma di sicuro affidabile, si poteva contare su di lei. Nelle ultime settimane Edie non era sembrata particolarmente depressa e il suo umore non era stato diverso dal solito. Entrambe affermarono di non avere idea del perché Edie avrebbe dovuto togliersi la vita, sebbene avesse certamente molte ragioni per sentirsi demoralizzata. Hanna volle condividere con noi il fatto che una volta, in passato, anche lei aveva tentato il suicidio, con una dose di fenobarbiturici della sorella appena insufficiente a raggiungere lo scopo. Le mie domande sullo stato emotivo di Edie avevano dunque dato origine a pensieri orientati al suicidio. Sembravano sincere nel loro tentativo di aiutarmi e quasi dispiaciute per il fatto di non aver notato alcun "stimolo al suicidio", come l'avevano definito. Pensai che fosse quantomeno insolito che entrambe fossero così informate in materia, e lo feci loro notare. «Abbiamo letto qualcosa in proposito,» spiegò Melissa «perché a volte alcuni nostri amici sono stati molto depressi. Eravamo preoccupate per loro.» «Edie non apparteneva a quella categoria?» chiesi. «No. Voglio dire, c'è depressione e depressione» continuò la ragazza. «Qualcosa che non va per il verso giusto può deprimerti, ma il problema si può superare. Essere lasciati da un fidanzato, la morte dei nonni, cose così. Ma i motivi che ti spingono a farla finita, sono più profondi e durano molto più a lungo. Ti opprimono e sono sempre in agguato.» «Capisco.» «Mi spiace, credo di non essermi spiegata molto bene» disse Melissa, guardando Hanna che le venne in aiuto: «Si alimenta da solo. Ti controlla. L'istinto suicida, intendo». «Edie ha mai mostrato alcun segno di questo istinto?» No, anzi, secondo loro Edie sembrava avere il pieno controllo della propria vita. Erano dispiaciute di non aver fatto qualcosa di più per lei. Senza saperlo, in realtà, avevano aggiunto un altro peso sul piatto dell'omicidio.
«Allora,» feci io «diciamo, per pura ipotesi, che non si tratti di suicidio. Conoscete qualcuno che possa essere definito come un suo nemico? Che avrebbe voluto uccidere Edie?» Assolutamente no. Erano entrambe in completo accordo su quel punto. Non mi diedi per vinto. «Qualcuno la minacciava? Le dava fastidio? La tormentava?» «A parte sua madre, intende?» chiese Melissa. «Ma perché? Pensa davvero che non si sia suicidata?» Mi strinsi nelle spalle. «Dobbiamo considerare ogni decesso senza spiegazione come un caso di omicidio, finché non siamo certi che non lo sia.» «Capisco» disse Melissa. «Dunque,» continuai «ora vi prego di non fraintendermi, ma sapete se Edie assumeva qualche droga, beveva, o prendeva qualcosa, anche dietro prescrizione medica, che potesse influire sul suo stato d'animo?» «Sono affari suoi?» chiese Melissa. «Ora non mi fraintenda lei, la prego.» «Domanda lecita» dissi. «La risposta è che forse fino a ieri non lo erano, ma adesso che è morta e che io mi occupo della sua morte lo sono diventati.» «Farete delle analisi del sangue, no? Non lo capirete da quello?» «Certo. Ma i risultati saranno pronti solo tra qualche giorno e ci daranno solo informazioni chimiche, non il nome delle sostanze. Potrebbero dirci che si tratta di acetaminofene, ma non la marca. Per cui ci sarebbe di grande aiuto sapere se prendeva del Tylenol per il mal di testa, per esempio.» Stavo pensando a una sostanza conosciuta. Un esame del sangue completo costa una fortuna e i risultati si hanno dopo un'eternità. È necessario fornire qualche parametro. «Oh, certo» si intromise Hanna. «Be', so che di tanto in tanto beveva una birra, forse anche del vino. Non è droga, vero?» Guardò Melissa. Era difficile non mettersi a ridere. «Fumava i beedies» disse Melissa in fretta. «Tutto qui.» «Ho capito» risposi, prendendo nota. «Sa veramente cosa sono?» Melissa non intendeva offendermi, era soltanto una ventenne sincera che parlava con un cinquantenne. Probabilmente, le uniche altre persone della mia età che conosceva erano i suoi genitori o i suoi zii. Sorrisi. «Uno dei tuoi genitori fa il poliziotto?» «Cosa?»
«Sono convinto che i tuoi parenti e io abbiamo... come si può dire? Esperienze di vita differenti...» «Mio padre è un ministro di culto e mia madre m'insegnante di musica e...» S'interruppe, cominciava a capire. Un sorriso cominciò a prendere forma sulle sue labbra. «Quello che conta,» continuai «è sapere se in questa casa, anche occasionalmente, Edie assumeva della droga. Se nei suoi fluidi ne troviamo una concentrazione abbondante e lei l'ha presa qui è un conto, e ben diverso è se l'ha presa altrove.» Entrambe le ragazze distolsero lo sguardo. Immaginai dipendesse dal fatto che, con ogni probabilità, in casa c'era della droga. Il telefono nel corridoio squillò e Hanna andò a rispondere. Era per me. Mentre lasciavo la stanza, udii le ragazze bisbigliare. Pensai subito che stessero parlando di droga. «Houseman.» Era Sally, dall'ufficio. «Qui c'è un uomo che voleva parlare con Lamar, ma il capo ha detto di farlo parlare con te perché ha alcune cose da sbrigare in famiglia.» «Certo, va bene.» Magnifico. Non è che non lo capissi, ma non avevo bisogno di distrazioni. A Lamar piaceva delegare. «L'uomo si chiama William Chester, di Milwaukee.» Pensai al patologo contattato da Harry per la morte di Randy Baumhagen, il ragazzo di Alicia Meyer. «Cosa fa? Cosa vuole?» «Non saprei. Però sembra una persona per bene. Sui quarant'anni, ben portati. Begli occhi. Asciutto. Ha ancora tutti i capelli...» «Non è esattamente quello che volevo sapere.» Rise. «Non so. Non è un avvocato, questo è certo. L'ho chiesto a Lamar, perché sapevo che ti saresti incazzato, scusa l'espressione, se te ne avessimo mandato uno.» «Perché, l'hai mandato qui?» «A Freiberg. Troverà Byng o qualcun altro e si metterà in contatto con te più tardi. Non alla Villa, però.» «Okay.» Mi sentii sollevato. «Nient'altro?» «No. Lamar ha detto solo di fartelo sapere. È da sua sorella, credo.» «Sì.» «Oh, e... indovina?» Ero troppo stanco per giocare. «Dimmelo tu.»
«Questa sera mi hanno assegnata al turno di notte. Forte, vero?» Risi tra me. «Sì, forte. Ricordati di portare qualche biscotto.» In quell'istante fecero ritorno Hester e Toby. Hester reggeva un blocco di fogli per appunti e stava apportando gli ultimi ritocchi a una piantina del secondo piano. Dal suo disegno, la camera di Edie era la prima in cima alle scale, sulla destra, nell'angolo a nord-est. Poi, sullo stesso lato del corridoio, c'erano quelle di Toby e di Hanna. Di fronte alla camera di Edie c'era quella di Melissa, nell'angolo a sud-est, quindi quella di Holly e infine quella di Kevin. «Sono più o meno tutte grandi uguali» spiegò Hester. «In pratica, dodici metri per sei, con una parete per il bagno privato a circa tre metri dalla fine della stanza.» Come ho già detto, era una casa molto grande. Hester mi porse la copia rosa del modulo delle "Proprietà Requisite", su cui era stato segnato il coltello preso dalla vasca. «Proviene da un set della cucina» disse. «Non ci sono dubbi.» Quando lei e Toby si sedettero, Melissa passò la copia del «Freiberg Tribune and Dispatch» al ragazzo. «Hai visto?» Lui sembrò sorpreso, disse di no e aprì il giornale. Guardò Melissa, quasi sgomento. «È strano» notò. «Che cosa?» intervenni incuriosito. «L'articolo su Dracula» disse. «Sospeso in aria fuori dalla finestra del secondo piano. Accidenti.» «Sono sicuro che si è aiutato con qualcosa per salire fin lassù» intervenni. «In che modo?» domandò Melissa. «Oh, con una fune, per esempio.» Mi sforzai di ridere. «Non stava certo volando.» «Avete trovato una fune?» I suoi grandi occhi erano fissi sui miei. «No, ma abbiamo trovato dei ganci ad anello.» Mi strinsi nelle spalle. «È solo una questione di meccanica.» «Sono sicura che troverete una qualche spiegazione» concluse Melissa. Hanna si scusò, disse che era una pessima padrona di casa e chiese se qualcun altro voleva del caffè. Lo prendemmo tutti. Passammo la mezz'ora successiva a discutere di suicidio, di morte e di come gli amici possono affrontare cose del genere. A me sembrava che Hanna fosse la più colpita dalla morte di Edie. Men-
tre raccontava a Hester di come aveva trovato il corpo, cominciai a riflettere. Mi sembrava che non dovesse essere così difficile stabilire la causa e le modalità del decesso. Cosa avevamo dimenticato? Hester introdusse un nuovo elemento. «Lo sapevi che tutto il terzo piano è chiuso?» «No.» «È l'appartamento privato della padrona di casa e nessuno può accedervi, a parte lei. Almeno secondo Toby. Comunque, le due porte sono chiuse a chiave.» «È vero» disse Melissa. «Noi non ci entriamo mai, a meno che non ci sia Jessica.» Hester alzò lo sguardo verso il soffitto. «Dev'essere un appartamento enorme.» A occhio e croce circa trecentosettanta metri quadrati. Non potevo che concordare. Nelle indagini per omicidio esiste una regola dettata dalla pratica: o risolvi il caso in quarantott'ore oppure l'indagine è destinata a trascinarsi per mesi prima di poter effettuare un arresto, se mai ci si riesce. Cominciavo a pensare che saremmo stati fortunati se entro quarantott'ore fossimo riusciti a stabilire se si trattava di suicidio o meno. Poi entrarono in scena alcune persone che avrebbero fatto definitivamente inclinare il piatto della bilancia. 8 Sabato 7 ottobre 2000 14.50 Attraverso la finestra dell'atrio vidi tre veicoli accostare davanti alla casa. Una delle nostre autopattuglie, seguita da una SUV blu scuro che doveva appartenere al mio anatomopatologo preferito, il dottor Steven Peter, e da una Plymouth Voyager argentata più vecchia, l'unica che non conoscevo. Essendo il responsabile dell'indagine, andai alla porta insieme a Hester, mentre Borman rimase con i tre inquilini in salotto. Non che fossero sospettati, ma era buona norma avere qualcuno che valutasse le loro reazioni e prevenisse le conversazioni troppo lunghe. Precauzioni.
L'autopattuglia fece manovra e l'autista, l'agente Norm Jones, abbassò il finestrino e sporse la testa. «Questi ragazzi abitano qui» disse indicando la Voyager. «Bene. Grazie, Norm» gli risposi mentre mi salutava e si dirigeva nuovamente verso la strada. Ecco la cosa positiva di quel luogo: era facile tenere lontano chi non era stato invitato. «Devono essere gli inquilini che lavorano sulla nave» dissi a Hester. «Ottimo.» Mi voltai verso il dottor Peters, che stava scendendo dalla SUV. Hester e io gli stringemmo la mano. «Due dei miei poliziotti preferiti, che riescono sempre a rifilarmi qualche compito difficile» scherzò lui. «Questo caso,» dissi io «potrebbe ottenere l'Oscar.» Si guardò attorno. «Che posto meraviglioso. Non sapevo neanche che esistesse.» Il dottor Peters era di Iowa City, centocinquanta chilometri a sud. «Non preoccuparti. Sono molti gli abitanti di questa contea che non lo conoscono.» Vidi un ragazzo e una ragazza scendere dalla Voyager e dirigersi verso la casa. «Dammi solo un secondo.» «Scusate» dissi velocemente. Si fermarono ai piedi delle scale. Erano entrambi piuttosto pallidi e indossavano le divise utilizzate sulla navecasinò. «Sono il vicesceriffo Houseman e vorrei dirvi un paio di cose prima che entriate.» Il ragazzo era alto circa un metro e ottantacinque, magro, con i capelli neri. Aveva un buco nell'orecchio e uno nel naso. Evidentemente si toglieva i piercing per lavorare. La ragazza era più o meno un metro e sessanta, esile, con i capelli castano scuro tirati indietro e orecchini lungo tutte le orecchie. Aveva grandi occhi scuri e dei tatuaggi all'henné su entrambi gli zigomi, un motivo intricato ed eccezionalmente delicato. «Ha un documento di identificazione?» mi domandò il ragazzo. Chissà perché, molte persone pensano di metterti in difficoltà chiedendoti un documento. Presi il distintivo e lo aprii in modo che lo vedessero, come se la pistola sul fianco non fosse abbastanza eloquente. «Certo, ecco qui. In questo momento all'interno della casa è in corso un'indagine. Mi spiace, ma per il momento abbiamo dovuto chiudere una stanza.» «Quella di Edie?» ribatté. «Sì.»
«Be', tanto non ci sarei entrato comunque.» «Vi dovremo rivolgere delle domande di routine» aggiunsi prima che potessero muoversi. «A che proposito?» chiese la ragazza in tono secco. «Tu sei Holly Finn, giusto? Quella che chiamano "Huck"?» Era ora di rompere il ghiaccio. Sembrò sorpresa. «Sì, mi chiamo Holly» rispose. «Ma può chiamarmi Huck, come fanno tutti.» «Certo» dissi. Poi guardai il ragazzo. «Stemmer, giusto? Kevin Stemmer?» Come se l'avessi riconosciuto. «Sì.» «Presumo siate al corrente di quanto è successo questa mattina, vero?» Dovevo verificarlo, perché volevo evitare che uno di loro entrasse in casa, magari convinto che Edie fosse malata o qualcosa del genere, per poi scoprire che era morta. «Lo sappiamo» disse la ragazza. «È terribile, ma non troppo sorprendente. Almeno, non per noi che la conoscevamo bene.» Che la conoscevano bene? Non le era venuto in mente di spiegare perché non si erano precipitati a casa, ma ero pronto a scommettere che non sapesse che Toby e Hanna erano stati molto loquaci. «Una brutta cosa,» aggiunse Kevin «ma tutti dobbiamo morire, prima o poi.» Quel giorno era la seconda volta che sentivo lo stesso commento. Più che una questione filosofica sembrava il desiderio di cambiare argomento. La cosa mi diede fastidio. «È quando la morte coglie di sorpresa che mi addolora di più» replicai. «Odio le sorprese.» Hester e il dottor Peters mi passarono davanti per entrare in casa. «Ci raggiungi appena puoi?» Hester aveva preso il computer portatile dall'auto. «Arrivo.» Mi rivolsi di nuovo ai due. «Appena siete pronti, potreste raggiungere l'agente Borman in salotto? Ha bisogno di alcune informazioni...» «Vorrei utilizzare il bagno di sopra, se non avete niente in contrario» disse Huck, in tono sarcastico. Dopo tutto, viveva in quella casa. «Nessun problema» risposi salendo la scala. «Basta che non andiate in camera di Edie finché non abbiamo finito, d'accordo?» «Ribadisco che non è il primo posto dove vado di solito» disse Kevin, sempre con lo stesso tono.
«Allora,» proseguii «andate dall'agente Borman e restate a sua disposizione.» Entrarono in salotto. Guardai la reazione degli altri inquilini. Furono accolti quasi con deferenza. Toby, soprattutto, non sembrava troppo felice di rivederli. Andai al piano superiore, nella camera di Edie. Pensai che avevamo appena compreso la gerarchia sociale all'interno della Villa. Quando arrivai nella camera della vittima, il dottor Peters ed Hester stavano parlando a bassa voce. «Mio Dio!» esclamò il dottore indicando il bagno. «Già» commentai io. Sinceramente non avevo nessuna voglia di fare un altro giro là dentro. «Gli ho detto del sangue sotto le natiche» mi informò Hester. «E dell'incidente nella Conception County.» Il dottor Peters annuì. «Non lo ritengo decisivo di per sé. Credo che avremo bisogno della scientifica per un esame più completo» disse. «E parlerò con il mio collega del Wisconsin, appena finita l'autopsia.» «Sono d'accordo» disse Hester. «Dunque, Carl,» continuò il dottor Peters «hai scattato delle foto, vero?» Hester aprì il computer portatile, lo collegò alla mia macchina digitale e dopo pochi secondi comparvero sullo schermo le foto di Edie nella vasca. Le guardammo per alcuni minuti, tutti e tre, passando dalle panoramiche della stanza ai primi piani delle ferite. Non era la risoluzione che avrei ottenuto a casa o in ufficio, ma era sufficiente per il nostro scopo. Peters si allontanò dal computer. «Avete l'arma?» Hester si infilò un paio di guanti in latice, recuperò il coltello da una busta e glielo mostrò tenendolo per la punta della lama e girandolo lentamente. Dopo che il dottore lo ebbe osservato attentamente, chiese: «Puoi ingrandire le immagini del taglio?». Hester ripose il coltello nella busta, si tolse i guanti e tornò al computer. «Hai altri guanti, Carl? Dev'essermene rimasto soltanto un paio.» Indicai la mia borsa. «Naturale.» Sorrise e cominciò a lavorare al computer. «Posso ingrandirla fino a centocinquanta volte,» disse «ma a un certo punto si cominciano a perdere i dettagli...» Il dottor Peters si piegò a guardare lo schermo. «Così va bene» disse
raddrizzandosi. Trasse un respiro profondo ed espirò lentamente. Poi restò in silenzio. «Mi puoi far vedere le foto della parte posteriore, per favore?» Le guardò e studiò anche quelle del fondo della vasca. Sempre in silenzio. Hester e io ci scambiammo un'occhiata. Stavo per rivolgergli una domanda quando parlò. «Non ne sono sicuro e vorrei che prendeste ciò che sto per dirvi con la dovuta cautela. Mi servono ancora alcune conferme al riguardo.» Diede un'occhiata alla stanza e notò il ricamo sul muro con la scritta: "L'assenzio rende il cuor contento". Accennò un debole sorriso. Restò di nuovo in silenzio. Poi, dopo un momento che parve interminabile, disse: «Dobbiamo far controllare la stanza da cima a fondo». Spostò lo sguardo in direzione del bagno. «Non credo si tratti di suicidio. L'autopsia mi dirà quello di cui ho bisogno, ma non credo che sia morta per una ferita autoinflitta.» Ecco. Ci eravamo arrivati. «Inoltre,» continuò «a giudicare dalle foto della ferita non credo che quello sia il coltello giusto.» «Era attaccato alla gamba» dissi, parlando un secondo prima di capire il significato della sua frase. «Non ne dubito,» ribatté il dottor Peters sorridendo «ma non credo sia quello utilizzato per infliggere la ferita al collo. Il fascio di muscoli che sporge dal taglio mi fa pensare più a un coltello da caccia, con una punta uncinata. Credo che il muscolo del collo sia stato tirato fuori dalla ferita e non spinto da dentro.» «Ho capito» dissi. «Mi aspetterei di trovare qualche danno alle arterie» disse. «Alla carotidea esterna oppure a una delle sue diramazioni. Comunque sia, a un'arteria piuttosto grande.» Sapevo che non si deve mai mettere in dubbio quanto afferma il dottor Peters, neppure involontariamente. Non perché si sia mai risentito: al contrario, sembra che la cosa lo diverta ed è sempre disponibile a fornire spiegazioni. «Ah,» dissi con tono saggio «ho notato che là dentro non ci sono schizzi di sangue arterioso. Da nessuna parte.» Arrivai persino a indicare il bagno. Be', come si dice, c'è sempre uno scemo del villaggio. Sorrise. «L'ho notato anch'io. Come dicevo prima, è necessario aspettare
l'autopsia, ma a questo punto dubito che sia morta in bagno» disse il dottor Peters. «Mi piacerebbe che fosse presente un esperto in macchie di sangue.» Si rivolse a Hester. «Di chi vi servite ultimamente? Ancora di Barnes?» «L'ultima volta che ho controllato sì» rispose lei. «Bene» concluse il dottore. «C'è una classica macchia creata dallo strofinamento dei capelli sulla sponda sinistra della vasca. Non dovrebbe assolutamente esserci, dal momento che la testa della ragazza non è mai scesa fino a quel punto... a meno che non si sia agitata molto e in tal caso ci sarebbero altre macchie...» Era diventata ufficialmente un'indagine per omicidio. Mi assunsi il compito di seguire l'autopsia, perché secondo Hester ero "maledettamente bravo con la macchina fotografica". Lei, che era altrettanto brava ma che non ci voleva andare, interrogò Kevin e Huck e parlò di nuovo con Hanna, Melissa e Toby. Non ero poi così sicuro di aver fatto un cattivo affare. 9 Sabato 7 ottobre 2000 19.35 Cenare immediatamente dopo un'autopsia può rivelarsi un'esperienza interessante. Non per il dottor Peters, per lui è routine, ma per me sì. Decisi di evitare sia il maiale sia il manzo. E anche la pasta. Nel frattempo, la scientifica stava esaminando il luogo del delitto. Lamar aveva deciso di inviare due agenti di supporto, un sollievo per me e Borman, anche se dopo cena sarei ugualmente tornato alla Villa. Borman sarebbe rimasto fino all'arrivo dei due colleghi. Mi augurai che riuscisse a mantenere la calma. Hester, il dottor Peters e io avevamo deciso di cenare da Warren: si mangiava discretamente e non era troppo caro. Era anche tranquillo, e potevamo discutere in libertà. Hester ci comunicò che gli interrogatori non avevano prodotto granché. L'ipotesi che ci si potesse trovare di fronte a un omicidio aveva suscitato decise smentite e nulla più. Osservò anche che Kevin e Huck avevano una forte personalità, come Melissa.
«La differenza,» disse Hester «è che Melissa non fa proseliti, al contrario degli altri due.» Era convinta anche lei che Toby avesse un carattere instabile. «Quel ragazzo,» commentò «farebbe qualsiasi cosa pur di catturare l'attenzione. Parla molto più di chiunque altro là dentro.» Le avevano detto che Edie aveva una sorta di ruolo materno nella casa e che sembrava essere la persona più solida e stabile. «L'unica a parlare con Jessica Hunley, la proprietaria, era lei. Anche perché a quanto pare era quella che la conosceva da più tempo.» Si strinse nelle spalle. «Credo anche che fosse prodiga di consigli per tutti. Almeno questa è l'impressione che mi sono fatta. In particolare dalle parole di Toby, Melissa e Hanna.» Gli esiti dell'autopsia furono molto interessanti. In primo luogo il dottor Peters aveva stabilito che la ferita al collo aveva effettivamente leso l'arteria carotidea esterna, così come la vena giugulare e numerosi fasci muscolari. Aveva tranciato la parete posteriore della trachea e inciso addirittura la quarta vertebra cervicale. Ciò che colpiva di più erano i numerosi tagli all'interno della ferita stessa. Ci spiegò che con ogni probabilità il coltello era stato premuto nel collo e successivamente mosso avanti e indietro finché non era stato tirato fuori, lacerando alcuni muscoli. «E quindi...?» domandai. «Quindi, mi sarei aspettato che una ferita autoinflitta di quell'entità fosse caratterizzata dal movimento a sega che tutti conosciamo, invece ci sono state pressioni brevi e potenti, senza estrarre del tutto la lama. Sarebbe stata necessaria una forza eccessiva, perché l'angolazione è innaturale. Sono pronto a scommettere che il coltello sia stato impugnato da un'altra persona.» «Ma potrebbe comunque trattarsi di suicidio?» «Probabilmente in quel caso la vittima non avrebbe estratto del tutto il coltello. Questa almeno è la mia esperienza per ferite simili.» Mangiò un boccone di arrosto. «Il dolore sarebbe insopportabile, credo. Anche in uno stato mentale alterato.» «Non è la prova definitiva,» dissi «ma ci siamo vicini, giusto?» «Giusto. L'elemento definitivo, Carl, è l'assoluta mancanza di schizzi di sangue arterioso nella zona del bagno. Il solo taglio alla carotide avrebbe fatto schizzare il sangue a parecchi metri di distanza dalla ferita. A più riprese e con traiettorie prevedibili.» «Già.»
«Anche il segno nella trachea mi fa pensare. Avrebbe dovuto esserci del sangue aspirato, invece non ce n'era traccia. Sono portato a credere,» disse il dottor Peters «e alcune prove fisiche lo confermano, che la ferita alla gola sia stata inferta altrove e che la ragazza sia stata trasportata nella vasca solo in un secondo momento.» Molto bene. Bevvi un sorso di caffè, mentre il dottore proseguiva il suo resoconto. «Una volta lavato il sangue esterno,» disse «sono comparsi ematomi piuttosto vasti sui fianchi e sulle spalle, sugli avambracci e sui polpacci.» «Dei colpi?» chiese Hester. «No, non credo. Quando li abbiamo incisi, alcuni si sono rivelati profondi, altri più superficiali, ma il tessuto non risultava particolarmente danneggiato. Se, come credo, verrà confermato che prendeva il Coumadin, si spiegherebbe la facilità con cui si procurava i lividi. Anche se, naturalmente, in presenza di una consistente perdita di sangue avrebbero potuto assumere un aspetto differente.» Rifletté per qualche istante. «I lividi che ci interessano, intendo quelli inflitti subito prima della morte della ragazza, erano larghi, dati con una pressione probabilmente intensa e avevano confini non ben definiti. Direi che erano simili a quelli lasciati da una mano, ma anche da un oggetto insolito. Qualcosa che non lasci striature, come la stoffa o la corda. Bisogna investigare in questa direzione. Oppure la vittima avrebbe anche solo potuto trovarsi a contatto con una superficie irregolare e rigida. In questo caso, il contatto dovrebbe essere avvenuto durante il dissanguamento e ci dovrebbe essere molto sangue nel punto in cui è accaduto.» Bevve un sorso d'acqua. «Ma non ho trovato lividi né sul seno destro né sulla cassa toracica. La pressione esercitata su quell'area è avvenuta dopo la morte.» «Dunque dobbiamo cercare molte tracce di sangue, giusto?» Hester stava prendendo appunti. «Da qualche parte devono pur essercene» disse Peters. «Giunti a questa fase delle indagini, e dal momento che le analisi di laboratorio non sono ancora arrivate, gli indizi suggeriscono che sia stata uccisa altrove, che sia stata trasportata nella vasca da bagno e che a quel punto le sia stata tagliata la gola per inscenare un suicidio.» Annuì. «Hai perfettamente ragione, Hester. Moltissimo sangue. Si è verificata una grossa emorragia, da qualche parte. Ma non voglio confondervi le idee. Devo ancora fare alcune analisi.» «È un omicidio?»
«Non c'è il minimo dubbio.» Bene. Ora dovevamo solo trovare il luogo. O meglio, trovarlo, esaminarlo da cima a fondo e cercare di capire il movente. Ma trovare il luogo sarebbe già stato un buon inizio. «Trattandosi di una quantità enorme di sangue,» concluse Peters «anche dopo aver pulito a fondo resterebbero comunque delle tracce.» «È meglio che chiami Lamar e il procuratore della contea» dissi. «Devono essere messi al corrente delle novità.» Usai il telefono nell'ufficio del direttore del ristorante. Mentre componevo il numero, mi venne in mente che, fino a quel momento, avevamo gestito i rapporti con i media in maniera intelligente. Anche se qualcuno fosse riuscito a intercettare le nostre comunicazioni radio, avrebbe sentito solamente la richiesta dell'ambulanza, l'ordine dato a Borman di recarsi sul posto e il momento in cui era arrivato. Io non avevo mai detto dove mi trovavo. Hester era stata avvisata per telefono e aveva chiamato la radio di stato con il suo cellulare. Il dottor Peters era stato chiamato a casa, così come i componenti della scientifica. Il codice 61 stava funzionando. Senza contare che i media prestano poca attenzione ai suicidi, a meno che non coinvolgano persone famose. Edie era solo una comune mortale, pace all'anima sua. Lei e suo zio Lamar non avevano neppure lo stesso cognome. La parola omicidio non era mai stata neppure pronunciata. Almeno fino a quel momento. Chiamai per primo Lamar: era il mio capo e inoltre ritenevo che dovesse essere informato prima di chiunque altro. Rispose al primo squillo. «Ridgeway.» «Lamar, parla Houseman.» «Non è suicidio, vero?» «Cristo, sei un sensitivo?» All'altro capo del telefono ci fu una specie di silenzio soddisfatto, non saprei come descriverlo in altro modo. «Ci speravo soltanto» disse. «Mi rifiutavo di credere di aver lasciato che giungesse a tanto...» «Il dottor Peters vuole aspettare gli ultimi test di laboratorio, ma dice che dovremmo cominciare a trattare il caso come omicidio.» «D'accordo» rispose Lamar. «Fai quello che devi.» «Bene.» «È troppo presto per dire qualcosa a mia sorella?»
«Aspetta ancora. Lasciamo arrivare i risultati dell'autopsia. Rimani sul vago.» «Farò del mio meglio.» Seguì una breve pausa. «Qualche sospetto?» «Direi di no. Nessuno per ora.» «Vedrò quello che posso fare, ma escludo di essere coinvolto direttamente. Mi capisci, vero?» Certo che lo capivo. Per un avvocato difensore lo zio in lutto a capo delle indagini sarebbe stato una benedizione. Cambiamento della sede processuale assicurato. «Sì. Adesso chiamo il procuratore di contea.» «Bene. Restiamo in contatto, Carl, e grazie. No, aspetta un momento.» «Cosa c'è?» «Stavo per dimenticarlo. C'era un tizio che voleva parlarmi. Ho lasciato detto in centrale di passarlo a te. Mi dispiace. Non so bene cosa voglia. È del Wisconsin.» «Lo so. Me ne ha già parlato Sally. È tutto a posto.» Avrei potuto incontrarlo l'indomani. «Dovrai occuparti delle questioni familiari ancora per molto?» «Un paio di giorni.» «Come vanno le cose?» Si schiarì la voce. «Conosci mia sorella...» Esitò. «Credi che vada bene se le parlo io? Giusto per avere qualche informazione sul passato.» Non conoscevo nessun altro che potesse farlo meglio di lui. «Sì, va benissimo» dissi. Il procuratore della contea era un rispettabile avvocato di nome Mike Dittman. Come la maggior parte dei procuratori di contea dell'Iowa, svolgeva quel lavoro part-time e la maggior parte del reddito gli proveniva dall'attività di libero professionista. Al telefono rispose una gradevole voce di donna, sua moglie. «Salve Karen, sono Houseman.» Quasi non avevo bisogno di dirglielo: chiamavo cosi spesso che mi riconosceva appena aprivo bocca. «Oh, ciao Carl. Aspetta un secondo.» Riuscii a sentire un sommesso "Mike, Mike, è per te" a microfono coperto. Dopo un paio di secondi il marito venne al telefono. «Mike, sono Houseman.» «Oh cazzo!» disse per scherzo, ma non del tutto. «Cosa succede?» «C'è stata una chiamata per un suicidio, stamattina. La nipote di Lamar,
Edie Younger. Ti ricordi di lei?» «Certo. Dio mio, che brutta storia. Si era ripresa bene, vero?» «Credo di sì. C'è una complicazione, però, e probabilmente avremo bisogno di una consulenza legale.» Silenzio. «C'è qui il dottor Peters. Dalle sue prime analisi sembra che si tratti di omicidio.» «Oh, cazzo!» ripeté, questa volta più convinto. «Santo cielo, Carl, oggi è il compleanno di mia cognata e stiamo per andare a Dubuque...» «Tranquillo,» dissi «volevo solo informarti e dirti che dovremo perquisire la casa. Credo che ci siano elementi sufficienti per ottenere un mandato.» «Di quale casa stai parlando, Carl?» Gli raccontai della Villa e dei suoi inquilini. Gli dissi anche che la proprietaria non c'era. «Ascolta, perché, almeno per il momento, non procedi con una perquisizione consensuale, se ti è possibile? Voglio dire, mi fido del tuo lavoro, ma così sarei più tranquillo...» Ero certo di poter ottenere l'autorizzazione per un mandato di perquisizione in grado di fronteggiare qualsiasi attacco, ma sapevo anche che sarebbe toccato a lui difendermi se qualcosa fosse andato storto. «D'accordo, Mike. Però non mi piacciono molto le perquisizioni consensuali. Se mi negano il permesso dovremo bloccare tutto e fare una richiesta in fretta e furia. A quel punto uno qualsiasi dei cinque potrebbe opporsi.» «Non ti preoccupare di questo. Chiunque di loro può consentire che vengano perquisite le aree comuni della casa. I singoli individui possono negare soltanto l'accesso alle proprie stanze.» Lo conoscevo abbastanza bene da sapere quando smettere di discutere, ma ero deluso. Ci sono innumerevoli modi per far sì che i risultati di una perquisizione consensuale e le prove che ne derivano vengano respinte da una corte. In un caso molto serio non esiste nulla che possa sostituire il mandato di perquisizione emesso dalla corte distrettuale. Inoltre la perquisizione consensuale costituiva la via meno impegnativa, quella da seguire se si deve andare alla festa di compleanno della propria cognata a Dubuque. Hester capì che qualcosa non andava non appena mi sedetti. «Cosa succede?» «Mike vuole che si proceda con una stupida perquisizione consensuale»
dissi. «Butta male.» «Non dirlo a me.» Mi strinsi nelle spalle. «Sto pensando di fare comunque domanda.» «Il procuratore della contea si farà vedere?» «No, ha una festicciola a Dubuque.» Ridemmo entrambi. Pensai che avremmo potuto ottenere un mandato in due o tre ore al massimo e tornare alla casa entro quattro. Se... «Ehi, Peters?» «Sì?» Sapeva cosa stavo per chiedergli. «Potremmo aver bisogno di alcune note preliminari, prima che tu te ne vada...» In quel momento uno strano individuo si avvicinò al nostro tavolo. Era vestito in modo semplice, con pantaloni verde oliva e camicia di flanella. Non lo conoscevo e sembrava che non lo conoscessero neppure Hester e Peters. «Scusate» disse educatamente. «Qualcuno di voi è per caso il vicesceriffo Houseman?» «Sono io. E lei è...?» «William Chester. Ho parlato con lo sceriffo questa mattina, per pochi secondi. Posso rubarle un minuto?» Mi porse un biglietto da visita che lo identificava come il dottor William Francis Chester, di Milwaukee, Wisconsin. Insieme al numero di casella postale, di telefono e all'indirizzo email c'era la sua qualifica, antropologo e bioarcheologo. Per lo meno non era un giornalista o un avvocato. Estrassi uno dei miei biglietti e glielo diedi. «Sì. Dalla centrale mi avevano avvertito che sarebbe venuto.» Me ne ero completamente dimenticato. Mentre parlavo, avvicinò una sedia e si accomodò. «Le ruberò solo qualche minuto, almeno per ora» iniziò. «Ho sentito dire che molto probabilmente avete avvistato un vampiro.» Lanciai un'occhiata a Hester, ma lei si sottrasse al mio sguardo godendosi la scena. A volte fa piacere guardare i colleghi alle prese con i matti. «No, non è vero» risposi in tono fermo. «Secondo il giornale locale...» Lo interruppi. «È un guardone. Tutto qui.» «Capisco.» L'uomo lanciò un'occhiata ai miei compagni di tavolo in cerca d'aiuto. Mai viste due espressioni più impenetrabili. «Lo sceriffo ha detto che...»
Accidenti a Lamar. «Può darsi che non si sia espresso in modo chiaro. Oggi lo sceriffo ha perso un familiare.» Non volevo essere scortese, volevo solo sbarazzarmi di lui. «Mi spiace, non posso esserle di maggiore aiuto.» «Io dò la caccia ai vampiri» disse guardandomi dritto negli occhi. «Ne sto cercando uno in particolare, da molto tempo. Penso che si possa trattare di lui.» «Mi ascolti bene» dissi. «Glielo dirò una volta soltanto. Non dia la caccia a niente in questa contea che non richieda una licenza di caccia. Sono stato chiaro? Se interferisce in qualsiasi modo con la mia indagine, farò in modo che si vesta a righe bianche e nere e che mangi robaccia per un bel po' di mesi.» Lo fissai. «Glielo garantisco.» «Le credo» disse accennando un sorriso. «Davvero. Ma tanta suscettibilità la tradisce. Ora sono ancora più incline a pensare che si sia verificato un incidente con un vampiro.» A volte la gente sa rendersi esasperante. Ma mi venne in mente, un po' in ritardo, che forse avrebbe potuto essere utile a Harry per l'indagine sulla morte di Randy Baumhagen. Era un caso legato al nostro e soprattutto era ciò che aveva condotto da noi il cacciatore di vampiri. Direttamente da Milwaukee, accidenti a lui. «Aspetti un secondo» esclamai. «So bene che i vampiri non esistono, ma potrebbe esserci qualcuno che finge di esserlo. Potrebbe essere coinvolto in un caso del Wisconsin. L'uomo a cui sta dando la caccia ha un nome?» «No. Conosco solo i suoi metodi, le sue abitudini. Nessun nome. Non ancora.» «Quali metodi?» «Appare davanti a una porta o a una finestra. Chiede di poter entrare. Se gli si dà il permesso, entra e comincia a sedurre la vittima.» «E se non gli danno il permesso? Resta fuori?» «Certo. I vampiri non possono entrare a meno che non vengano invitati.» Era serio. Hester non riuscì a resistere alla tentazione. «Cosa fa alle vittime?» «Alla fine prende un po' del loro sangue.» «Be', ovvio.» Restai impassibile. Era un vampiro, dopo tutto. Cosa potevo aspettarmi? «Quando lo fa, sente quello che sentono loro. Condivide le loro sensazioni. Ho letto che si tratta di una cosa molto intima.» William Chester ci guardò uno dopo l'altro. «Sono i ferormoni. Ingerisce i loro ferormoni e
sente ciò che sentono loro.» Il dottor Peters sbuffò. «No, è una follia!» «Voi profani dovete capire...» cominciò William Chester. «Sono un anatomopatologo legale» ribatté il dottor Peters. Silenzio. Il cacciatore di vampiri cercò nel taschino della camicia e gli diede il biglietto da visita. «Allora potrebbe averne bisogno anche lei» disse con notevole aplomb. Peters, uomo beneducato, lo accettò di buon grado e lo infilò nel taschino. «Ascolti,» dissi «la polizia dall'altra parte del fiume, nella Conception County, sta seguendo il caso di cui le ho parlato. Potrebbe dar loro una mano. Non si tratta di un vampiro,» mi affrettai a puntualizzare «ma può comunque rivolgersi all'investigatore Harry Ullman. Gli dica che la manda il vicesceriffo Houseman.» Non aggiunsi di farmi chiamare da Harry. L'avrebbe fatto di sicuro. «Bene. In ogni caso vanto una conoscenza piuttosto ampia in materia. So come... rintracciarli. Forse sarebbe meglio dire come seguirli.» «Il pedinamento è un reato» puntualizzai. «Grazie.» Si alzò. «Se scopro qualcosa di nuovo, vi farò sapere.» «Quando vuole.» Lo guardai uscire. Hester mi diede un calcio sotto al tavolo. «Comincia a correre, Houseman.» «Perché?» «Harry ti ucciderà.» «No, se prima posso mandarlo da Lamar» dissi. «Non penserai di chiamarlo.» Risi e scossi il capo. «No. Certi pacchi è meglio spedirli senza preavviso.» Guardai Peters. «L'hai messo a tacere quando gli hai detto che sei un anatomopatologo» commentai. «Fa sempre il suo effetto.» Era buio quando tornammo alla Villa. Prima di salire di nuovo le scale della grande casa presi una manciata di moduli per la richiesta di perquisizione dalla valigetta nel portabagagli. Hester mi aveva preceduto e stava cominciando a parlare con i tre tecnici della scientifica che si trovavano nella stanza di Edie. Trovai il gruppo in cucina, insieme a Sally, la mia operatrice radio favorita, che svolgeva il turno di guardia. Era entrata nel dipartimento come
ausiliaria circa sei mesi prima e indossava la divisa. Pistola e manette incluse. «Ciao, Sally. Stai benissimo.» «Houseman,» disse con la bocca piena «ti sei perso una cena coi fiocchi.» Deglutì. «Non sapevo che voi ragazzi mangiaste così bene.» Il lungo tavolo della cucina era apparecchiato con piatti rustici, i resti di una grande insalata mista, ciò che rimaneva di una pagnotta, un piatto di vetro con una specie di pasticcio di carne e una caraffa di tè. «Impari in fretta, ragazza» esclamai. Sally, essendo alta solamente un metro e sessanta e pesando al massimo cinquanta chili con i capelli bagnati, poteva permettersi di mangiare quello che voleva. «Si sono comportati tutti bene in nostra assenza?» Sally annuì e Holly Finn disse: «Non vorremmo mai litigare con una Rambo...». Lo disse in modo piuttosto garbato, ma c'era una nota di presa in giro nell'affermazione. «Saggia decisione» replicò Sally. Non dovevano piacersi molto. Hanna, in piedi davanti alla credenza, stava prendendo le tazze da caffè, mentre Toby stava portando a tavola una torta. Tutti gli altri erano seduti. Il momento mi sembrava perfetto. «Bene, dal momento che ci siete tutti,» dissi «vorrei chiedervi ufficialmente il permesso di perquisire la casa.» Una raffica di voci. Percepii contemporaneamente un "Niente affatto" di Huck, un "Direi proprio di no" di Kevin, un "Naturale" di Toby e un "Be'?" di Hanna. Melissa, che stava bevendo un sorso di tè, rispose nel momento di pausa che seguì il trambusto iniziale. Deglutì e chiese: «Perché?». L'unica risposta ragionevole. «Te lo spiego subito» dissi. «C'è ancora caffè?» Hanna si affrettò a versarmene un po'. "Spontanea e simpatica" pensai. Oltre che la più colpita dalla morte di Edie. Li lasciai in attesa per alcuni secondi, mentre prendevo la tazza e posavo i moduli d'autorizzazione sul bancone della cucina. Era uno dei momenti cruciali di un'indagine. Toby era in piedi, immobile, a metà strada tra il bancone e il tavolo, la torta in mano, lo sguardo fisso. Avevo conquistato la sua attenzione. «Abbiamo prove che ci permettono di affermare che Edie non si è suicidata» esordii. «Diverse prove.» Feci una pausa e tutti trattennero il fiato.
«Dunque siamo nelle fasi preliminari di un'indagine per omicidio.» Mi attendevo una reazione di sorpresa, almeno dalla maggior parte dei presenti, e magari qualcuno che dicesse che non era possibile, o che era fuori questione. Quello sì. Ma non mi aspettavo che Toby gettasse la torta sul bancone della cucina, dicendo qualcosa tipo: "Devo andare" e scomparisse dalla porta a vetri, nel buio della notte. A dire il vero, credo che nessuno se lo aspettasse. 10 Sabato 7 ottobre 2000 21.19 Dovevamo fermarlo, e dovevamo fare in fretta. Uscendo urlai «Stai qui» a Sally passandole davanti. Quando raggiunsi l'esterno, non vidi nulla, a parte l'oscurità che circondava la piccola area illuminata dalla luce delle finestre della Villa. Terreno nero, erba nera, alberi neri e un cielo nero puntellato di stelle. Mi sembrò di captare un movimento alla mia sinistra, ma dal momento che non avevo una torcia, non riuscii a capire cosa fosse. Poi silenzio. Cazzo. Sentii la voce di Hester, poi quella di Sally, quindi la porta a vetri si aprì dietro di me ed Hester domandò: «Dove sarà andato?». Non mi voltai. «Non lo so. Guarda se uno degli ausiliari riesce a trovare qualche torcia in macchina.» Stavo cercando di abituare gli occhi al buio il più in fretta possibile. Non sarebbe servito a molto, ma almeno sarei riuscito a vedere se stavo per scontrarmi contro qualcosa. Difficile che Toby riuscisse ad andare veloce, ovunque fosse diretto. Almeno non senza rompersi l'osso del collo. Alcuni minuti più tardi arrivò Sally con una torcia accesa dicendo: «Ne ho una anche per te». Altro che vederci nel buio. Era così dannatamente scuro che fummo costretti a spostare due auto di servizio sul prato per cercare di illuminare la zona con i fari. Non fu di grande aiuto, ma almeno riuscimmo ad ampliare la nostra visuale fino al bosco circostante. Nessun segno di Toby. Dal momento che io e Sally eravamo gli unici con le torce, ci muovemmo verso gli alberi più vicini. «Credo di aver sentito un rumore laggiù» dissi puntando il fascio di luce alla mia sinistra.
«Va bene.» Hester e Knockle, che aveva quasi settant'anni ed era ausiliario dal 1966, restarono in casa. Avevamo chiesto aiuto, ma ci sarebbero voluti venti minuti abbondanti prima che uno degli agenti del turno di notte ci raggiungesse. «Non lo troveremo mai, Houseman» commentò Sally. «Neppure tra un milione di anni.» «Possibile. Allora è meglio che ci dividiamo.» «Non ci penso neanche. Non ho nessuna intenzione di muovermi da sola, in giro per questo bosco, di notte.» Alzai la voce. «Toby! Vieni fuori, Toby!» «Così non serve a niente» protestò Sally. «Ehi, Houseman!» Udii la porta a vetri sbattere e vidi Hester correre verso di noi. «Fate attenzione: Knockle dice che ci sono un mucchio di rovine sparse in questa zona.» «Davvero?» «Dice che sono della vecchia Kommune tedesca. Cosa diavolo è?» «Maledizione, è vero. Le vedo.» Puntai nuovamente il raggio di luce verso sinistra. «A circa quattrocento metri, direi. Quassù sulla collina, sopra al fiume, una volta c'era una cittadina chiamata Kommune, del 1820 o giù di lì. È andata in malora tra il 1860 e il 1870, credo. È stata abbandonata.» Anche Sally aveva sentito parlare di Kommune. «Mio nonno ce ne parlava spesso» commentò. «Accidenti, pensavo fosse più lontana.» «Forse lungo il promontorio o la collina esiste un sentiero che va dritto al fiume» notò Hester. «Dev'esserci stato un accesso che di sicuro non era la strada attuale.» Probabile. «Se c'è, lo troveremo. Cominciamo a cercare da quella parte» dissi. «Mi è parso di aver sentito qualcosa appena sono uscito. Cercate di contattare tutte le macchine disponibili: dite loro di prendere la strada più vicina al promontorio e di illuminare la cima della collina. Potrebbe bastare a trattenere Toby lassù.» «Va bene» disse Hester. «Siete sicuri di cavarvela dentro a questa foresta vergine?» Sentivo che stava sorridendo. «Non ti preoccupare» rispose Sally. «Carl andrà per primo.» «Alla sua età? Non vorrei che tu fossi costretta a riportarlo indietro a braccia!» scherzò Hester. «Chiamerò un carro attrezzi.»
Grazie ai fari attraversammo il prato in pochi secondi. Nel bosco, però, sarebbe stato diverso. Le luci delle auto riuscivano a penetrare tra gli alberi solo per pochi metri. C'era una specie di sentiero lungo il quale scorgemmo mucchi di foglie secche e ramoscelli. «Forse è passato di qui» dissi continuando a camminare. Calpestai qualcosa producendo uno schiocco secco e suscitando un energico "Ssst" da parte di Sally. «Non calpestare tutti i rami che incontri» aggiunse. Le promisi che ci avrei provato. Chiamammo Toby tre o quattro volte senza ottenere risposta. Percorremmo una piccola discesa e ci trovammo fuori dalla portata dei fari. Mi voltai e mi accorsi che la casa era scomparsa alla vista. Dissi a Sally di spegnere la torcia. Non c'era motivo di consumare le pile. Dopo qualche metro l'avvisai che avrei spento anche la mia e le chiesi di restare immobile. «Se Toby è vicino e stiamo in silenzio, sarà lui a spaventarsi per primo» sussurrai. «Non esserne troppo sicuro» sussurrò Sally. Restammo sul sentiero per circa un minuto, al buio e in assoluto silenzio. Stavo per riaccendere la torcia e riprendere a camminare quando udimmo un fruscio. Sentii Sally respirare, ma nessun altro rumore. Aspettammo un altro minuto senza muovere nemmeno un muscolo. Accidenti. Era ancora troppo presto perché i miei occhi si fossero adattati all'oscurità. Improvvisamente sentimmo lo schiocco di un ramo spezzato. Sulla nostra sinistra, quasi dietro di me. Pensai subito che fosse Sally che cercava di passarmi davanti, ma la udii bisbigliare esattamente dal punto in cui doveva essere: «Hai sentito?». Quando sei al buio e il tuo compagno ti fa una domanda, devi fargli capire che hai sentito o continuerà a ripeterla. «Sì» bisbigliai a mia volta, senza voltarmi. Sganciai la pistola, lasciando la mano destra sul calcio. «Sono io» disse Sally toccandomi la schiena. «Un cervo?» "Forse" pensai. E lo dissi anche. Attendemmo ancora qualche secondo, quindi udimmo un altro rumore, un po' più avanti, ancora a sinistra del sentiero.
Decisi che era giunto il momento di illuminare la zona. Accesi la torcia e non vidi niente a parte gli alberi. «Merda» sussurrò Sally, colta di sorpresa. La sua torcia si accese subito dopo. Spostammo i fasci di luce su entrambi i lati del sentiero. Niente. «Che cosa diavolo era?» «Non ne ho idea» risposi, puntando la torcia verso il basso. Non riuscivo a capire quale fosse, sempre che ci fosse, il ramo rotto tra quelli che stavo guardando. Le radici, qualche pietra che spuntava dalla superficie del sentiero e i rami nascondevano ogni possibile impronta. «Andiamo di là» dissi proseguendo lungo il sentiero. D'un tratto, tra le foglie secche a destra, si udì un fruscio come se ci fosse qualcuno o qualcosa che si muoveva in fretta. Poi un grido e un tonfo. Silenzio. Illuminammo il punto da cui proveniva il rumore. «Toby?» urlai. «Sei tu, Toby?» «Aiuto! Aiuto! Mi sono rotto una gamba!» Ci precipitammo fra gli arbusti seguendo la voce di Toby. I nostri piedi, a contatto con le foglie cadute sul terreno, producevano un rumore che copriva tutto il resto. Ci fermammo di nuovo e la sua voce ci giunse così forte e chiara che capimmo di essere vicinissimi. Ma non riuscivamo a vederlo. «Toby, dove sei?» «Qua sotto! Ho la gamba rotta!» Eccolo, a circa dieci metri da noi, sulla sinistra. Guardando attentamente tra due alberi e illuminando la zona con le torce, riuscimmo a scorgere una depressione nel terreno. La raggiungemmo in pochi istanti. Toby era sdraiato su un fianco in fondo a un fosso, probabilmente le fondamenta di un vecchio edificio di Kommune. Si teneva la gamba destra all'altezza del ginocchio con le mani. Ci lasciammo scivolare lungo il declivio e in un attimo fummo di fianco a lui. «Quale gamba?» chiese Sally. In accademia ti insegnano a non dare niente per scontato, ma a volte suona ridicolo. Sono sicuro che stesse pensando la stessa cosa. «Questa. Ahi, cazzo!» imprecò Toby indicando la gamba destra. A me sembrava a posto. «Fammi vedere» disse Sally. Aveva appena finito il corso di pronto intervento e sembrava ansiosa di mettere in pratica ciò che aveva imparato.
Cominciò a tastargli la gamba. «Ahi!» ripeté il ragazzo. «Fa male?» Sally ci sapeva fare. «Oh Cristo, sì, fa male! Merda!» «Toby» cercai di distrarlo. «Perché diavolo stavi correndo?» «Lo scoprirete!» Stava per mettersi a piangere. «Scoprire che cosa?» «Lo scoprirete e basta. Ahi!» «La gamba è a posto» decretò Sally. «Non è rotta.» «Cazzo, quante cose sai!» «Potresti avere una distorsione al ginocchio» disse Sally. «Non fare il bambino.» «Toby!» sbottai. Mi guardò. «Toby,» ripetei lentamente «dimmi che cosa scopriremo.» Abbassai il tono per obbligarlo a prestarmi attenzione. «Parlo sul serio.» «L'ha fatto» balbettò Toby. «L'ha uccisa. Alla fine l'ha uccisa.» «Chi ha ucciso Edie? Kevin?» Non era in cima alla mia lista dei sospetti. «No.» Adesso era tranquillo. «Oh, cazzo, tanto lo scoprirete comunque. E lui verrà a sapere tutto...» «Lui? Chi?» Aspettai. Alla fine disse: «Daniel. È stato Daniel. È stato lui e ora ucciderà anche noi». «No, non lo farà» negai automaticamente. Sempre rassicurare la vittima. «Non ci conti» disse Toby, la voce tremante di dolore e paura. «Non è uno qualsiasi, sapete...» «Be',» commentai «neanch'io.» Sorrisi, continuando a tranquillizzarlo. Allungò la mano, come per afferrarmi il colletto. Ero lontano almeno mezzo metro da lui. «Lei è un tipo simpatico,» disse «ma non sa con chi ha a che fare.» «Dimmelo tu.» «Daniel è... Daniel è...» «Forza» lo incoraggiai cercando di non far trasparire la mia esasperazione. «È un vampiro!» urlò. Aveva lo sguardo sgomento, come del resto dovevamo averlo io e Sally. «Oh cazzo, non posso credere di averlo detto.» «Un vampiro? Chi è Daniel? Cosa significa che è un vampiro?» «Daniel Peel» disse. «E lo chiamo vampiro perché è davvero un vampiro del cazzo. Un vampiro vero e proprio, che beve sangue e non muore mai.»
Si lasciò andare a un lamento. «Cazzo, Toby è morto. Toby non c'è più. Plonk, plonk, plonk.» Cominciò a tremare. «Avanti, smettila di dire stronzate. Chi ha mai sentito parlare di un vampiro che si chiama Daniel?» sbuffai. «Io» rispose Toby, improvvisamente freddo. «E ne sentirà parlare anche lei. Non rida, probabilmente sta già venendo a cercarmi.» Il ricordo dei rumori che avevamo sentito qualche istante prima dalla parte opposta del sentiero mi fece venire i brividi. Sentii Sally che trafficava con la sua pistola. Anche lei era preoccupata. «Sei sicuro che sia qui fuori?» Il ragazzo rimase un attimo in silenzio, poi disse: «No». «Sai dove si trova questo Daniel, adesso?» «No.» «Dove sta di solito?» Mi guardò con la bocca serrata, poi mormorò: «Potrebbe essere ovunque. Ovunque». Be', vampiro o no, Toby era assolutamente certo che questo Daniel avesse ucciso Edie. Avevamo il nostro primo sospetto. E il primo testimone. «Ce la fai a reggerti in piedi?» chiesi. «Perché?» «Perché così non dovremo portarti a braccia per tutto il ritorno» gli spiegai in tono amichevole. «Cerca di non caricare il peso su quel ginocchio.» Gli porsi la mano per aiutarlo. Si rimise in piedi adoperando la gamba buona. «Va bene. Adesso appoggia anche l'altra, Toby.» Mi lanciò un'occhiataccia, ma lo fece. Prima con grande cautela, poi un po' più convinto. «Ahi!» Una specie di lamento obbligato. Ora che si era reso conto che non era rotta, cominciava a rendersi conto di aver gridato solo perché si era spaventato. Ottimo. Era abbastanza in forma per venire con noi in centrale e per essere interrogato in modo approfondito. Molto approfondito. «Sally, sali tu per prima.» Mi avvicinai a lei e le sussurrai: «Metti la sicura alla pistola e infilala nella fondina». Obbedì, anche se controvoglia. Quando si ha paura è meglio non avere la pistola in mano. «Quando arrivi in cima, usa il walkie-talkie e di' a tutti che abbiamo trovato Toby e che sta bene.» «Stai attenta, ragazza» la ammonì Toby. Sally montò su un cumulo di terra soffice, infilò un piede in una fessura
nella parete e uscì con agilità dalle fondamenta. La vidi prendere il walkietalkie dalla cintura e la sentii chiamare «Ottantuno». Era il numero assegnato a Knockle. «Toby, adesso Sally ti afferrerà una mano e io ti aiuterò da sotto. Hai visto come è riuscita ad arrivare in cima salendo su quel mucchio di terra?» «Sì» sospirò. «Come no.» Muoveva la testa come per cercare di vedere qualcosa. Difficile con quel buio. «Non passare esattamente dov'è passata lei, altrimenti sprofonderai ancora di più.» Puntai la torcia sul percorso fatto da Sally. Alzai lo sguardo e lei mi fece segno che era pronta. Allungò una mano e sollevò Toby, mentre io lo spingevo da dietro. Salii seguendo il percorso di Sally, ma sprofondai nel terriccio. «Tutto bene?» chiese Sally quando riuscii finalmente a raggiungerla. «Sì» borbottai. «Hai fatto un gran casino.» Passai in testa al gruppetto, con Toby in mezzo e Sally in fondo. «Dove posso trovare questo Daniel?» domandai. «Non lo so. Cristo, dovunque. Potrebbe essere nel bosco, laggiù» disse Toby, teso. «Non lo so davvero.» Come per incanto, Sally mi superò. «Che cosa fa?» continuai. «Beve il sangue?» «A volte.» Sembrava che gli mancasse il respiro. «Vuoi fermarti?» Anche se Sally aveva detto che Toby stava bene, non volevo che svenisse dal dolore per una possibile slogatura alla caviglia o al ginocchio. Eravamo ancora troppo lontani per poterlo portare a braccia. «No!» rispose con una certa enfasi. Mentre ci avvicinavamo alla casa e gli alberi si facevano meno fitti, i fari delle auto cominciarono ad accecarci. «Di' a Ottantuno di spegnere i fari, le luci di posizione sono sufficienti» dissi. Sally obbedì. Cinque secondi più tardi, si spensero. Andava meglio. Mi resi conto che Toby non si era ancora lamentato da quando eravamo usciti dalle fondamenta. «Stai bene?» gli domandai. «Oh, si. Sto benissimo. Sono un morto che cammina.» Questa volta pensai che il sarcasmo fosse appropriato. Era una strana situazione. Avevo il nome di un probabile sospetto. Ottimo. Non sapevo chi fosse Daniel Peel, ma nell'era dell'informatica era
piuttosto facile trovare le persone. Che fosse davvero colpevole non era cosi importante: solo il fatto di avere il nome di qualcuno ci permetteva di allargare le indagini. Il problema, per farla breve, era l'affermazione di Toby: era davvero convinto che Peel fosse un vampiro. Sempre meglio che il tuo unico testimone non sia matto, qualunque cosa dica. È certo più credibile. Tenemmo Toby fuori dalla Villa, in un'auto di servizio, con Sally in piedi accanto alla portiera, mentre Hester e io parlavamo. «Un vampiro? Stai scherzando, Carl, vero?» «Ho paura di no. Comunque sia, è quello che dice lui.» «E si chiama Daniel?» Mi misi sulla difensiva. «Be', "Nosferatu" sarebbe un po' demodé, non ti pare?» «E per caso,» chiese Hester con sarcasmo «esiste un lupo mannaro di nome Bob? Cristo, Houseman. Dove la trovi questa gente?» «Basta così» sospirai. «In ogni caso, Toby afferma che questo tizio di nome Daniel Peel ha ucciso Edie. E quando ha sentito la parola "omicidio" è scappato...» «Forse non ce la faceva più dal ridere» insisté lei. Poi trasse un profondo respiro e cambiò tono: «Ascolta, è tardi e abbiamo avuti tutti una giornata molto lunga. Potremmo aver trovato un buon punto di partenza, quindi di cosa abbiamo bisogno adesso?». Era bello tornare a parlare di cose serie. «Dobbiamo fare una lunga chiacchierata con Toby. Molto presto.» Riflettei un istante e aggiunsi: «Non credo che dovremmo lasciarlo alla Villa con gli altri, specie adesso che è saltata fuori questa storia del vampiro. Comunque sia, non voglio che sappiano che noi sappiamo». «Possiamo isolarlo?» Hester si diede la risposta da sola. «Certo che possiamo. È scappato.» «Giusto.» Secondo il codice dell'Iowa, si può arrestare una persona considerata testimone chiave di un reato grave nel caso in cui esista il rischio che quella persona si renda irreperibile per un mandato di comparizione. Toby aveva dichiarato di essere a conoscenza di un reato. Era già scappato una volta. E noi eravamo a meno di otto chilometri dal confine con il Wisconsin. Non è possibile notificare il mandato di comparizione da un altro stato e meno che mai a qualcuno che non si riesce a trovare, anche se resta nell'Iowa. Mi avvicinai all'auto.
«Toby.» «Cosa c'è?» «Lo sai che sono un vicesceriffo, vero?» «E allora?» Sembrava sospettoso e ne aveva tutti i diritti. «Toby, dal momento che hai cercato di scappare e visto che sei un testimone chiave di un reato, ti dichiaro in arresto.» «Non può farlo!» Lo dicono sempre. Anche i loro avvocati. «L'ho già fatto, Toby» dissi. «Non devi preoccuparti. Te l'ho già detto oggi, vero? Ci prenderemo cura di te.» Mi rivolsi a Sally con un gesto. «Accompagnalo in centrale e mettilo dentro. Ma prima fermati al Maitland Hospital per fargli controllare la gamba.» Mi avvicinai a lui. «Allora, hai il diritto di restare in silenzio, qualsiasi cosa dirai potrà essere usata contro di te in un processo. Hai il diritto di farti rappresentare da un avvocato, che ti potrà assistere durante l'interrogatorio.» Sorrisi. «Hai capito?» «Non ci posso credere» commentò Toby. «Non ci posso proprio credere.» «Ma hai capito quello che ti ho appena detto? Devi capirlo, Toby.» «Sì, sì, ho capito tutte quelle cazzate. Ma non servirà a niente.» «Non preoccuparti,» lo rassicurai «sarà molto più facile che correre nei boschi al buio.» «Sì, come no.» «Considerala una piccola rivincita per avermi spaventato a morte.» Sorrisi. «Cosa intende dire?» «Quando correvi vicino a noi, al buio, nel bosco. Appena prima di cadere.» Scosse il capo. «Non ho mai corso vicino a voi. Ero sdraiato e mi sono alzato solo quando avete acceso le torce. Poi sono finito nel fosso.» Fece un sorriso soddisfatto. «Gliel'avevo detto, no?» Sally e io ci lanciammo un'occhiata. Poi lei si voltò verso il bosco. «Adesso ce ne andiamo» disse rapidamente. Poi rivolta a Toby: «Ora comportati bene, resta là dietro in silenzio e allacciati la cintura». Salì in macchina a sua volta. «Non dare passaggi a nessuno» dissi. Mi lanciò un'occhiataccia. «E non fategli domande finché non arriva uno di noi.» «Va bene, capo.» Mi avvicinai a Hester. «Possiamo parlargli quando torniamo a Maitland.
Dovrebbe andare bene.» «Sai cos'è che mi preoccupa?» «Parecchie cose, direi, vista la serata.» «L'uomo che ci ha avvicinato al ristorante. Chester.» «Già.» «Salta fuori un tizio che ci dice di essere un cacciatore di vampiri, poi subito dopo un sospetto dichiara che la nostra vittima è stata uccisa da un vampiro. Quante possibilità ci sono che si tratti di una semplice coincidenza?» «Poche.» «È vero» disse Hester. «Mi sa che dovremo parlare di nuovo con Chester.» Spostò una ciocca di capelli dalla fronte. «Sento puzza di bruciato. Sembra una specie di trappola.» «Forse...» «Vuoi che dica a qualcuno del tuo ufficio di mettersi in contatto con il cacciatore di vampiri e fissi un appuntamento?» «Si farà vivo Harry» risposi tra il serio e il faceto. «Finora noi due siamo gli unici a conoscere tutti i collegamenti. Vorrei che le cose restassero così.» «C'è una terza persona, Carl» disse, ridacchiando. «Chi?» «Dan il Vampiro. Giuro su Dio, non metterò più piede nella Nation County.» «Però ci siamo divertiti, ammettilo.» «Oh, certo! Dunque, tanto per cominciare abbiamo bisogno in fretta di un mandato di perquisizione per la casa e le relative proprietà. In un posto così grande ci potrebbe volere anche più di un giorno.» Guardò l'edificio che si profilava nel buio. Sembrava stanca. «Il tuo dipartimento può permettersi di tenere fuori gli inquilini per questa notte?» Di sicuro non potevamo lasciarli là dentro. «Fammi chiamare Lamar,» dissi «anche se penso che prima dovremmo parlare ai ragazzi.» «Sono d'accordo.» Spiegammo ad Hanna, Huck, Kevin e Melissa che avremmo fatto domanda per ottenere un mandato di perquisizione e l'avremmo presentata a un giudice. «E poi?» chiese Huck.
«Il giudice può decidere se emettere il mandato oppure no. Se lo fa, possiamo cominciare la perquisizione.» «E se non lo fa?» «Ce ne andiamo tutti a dormire.» «E noi?» domandò Melissa. «Qui viene la parte meno piacevole» dissi. «Non possiamo lasciarvi qui perché abbiamo il diritto di sigillare i locali in attesa di ottenere il mandato.» «Vuol dire che non possiamo tornare nelle nostre stanze?» Fu Hanna a chiederlo. «Non senza una scorta» risposi. «Non credo che possiate farlo» disse Kevin. «Non penso sia legale.» Sospirai. «Va bene, lasciate che vi spieghi. Se vi dico che è legale e non lo è, in tribunale non potrò utilizzare niente di quello che ho trovato qui. Vi è chiaro?» Kevin mi guardò. «Così come non potrò utilizzare niente di quello a cui sono arrivato tramite una prova trovata in casa, una volta ottenuto il mandato.» Kevin era ancora in silenzio. Erano tutti molto attenti. «I giudici li chiamano "frutti di un albero avvelenato". Significa che sono contaminati e inutilizzabili. Tutto chiaro finora?» «Sì.» «Bene. Allora capite che se affermassi di poterlo fare e non fosse vero sarei un idiota, perché manderei a monte tutta l'indagine. Giusto?» «Sì.» «Quindi non dovreste preoccuparvi, a meno che io non fossi un idiota.» Sorrisi. «E quante sono le possibilità che io lo sia?» Kevin non mi restituì il sorriso, Melissa e Huck sì. «La cattiva notizia,» disse Hester «è che se otteniamo il mandato, stanotte non potrete rimanere qui e non vi potremo far rientrare finché non avremo terminato la perquisizione.» Non sorrise nessuno. Una volta chiarita la situazione, quando il gruppo cominciava a tranquillizzarsi sganciai la bomba. «Ah, già. Prima di procedere, qualcuno di voi sa l'indirizzo di un certo Dan o Daniel Peel?» Riuscii quasi a sentire le loro bocche che si chiudevano. Comunicarono
l'un l'altro senza parlare. Persino io riuscii a leggere gli sguardi che elessero Huck loro portavoce. Niente male. «Certo...» iniziò. La sua mente lavorava alacremente, lo capivo dalle frasi monche e dallo sguardo che guizzava in tutte le direzioni. In un secondo aveva considerato quello che voleva io sapessi, quello che Toby poteva aver detto, la fuga precipitosa del ragazzo e la morte di Edie. Lo dedussi da quello che disse subito dopo. «Dan viene qui ogni tanto, come tanti altri. Non so dove abiti e non so neppure cosa faccia nella vita.» Si diede un'occhiata intorno, aveva dato le istruzioni al gruppo. Continuò: «È un tipo a posto, sembra inoffensivo». Mi fissò dritto negli occhi. «Immagino che Toby le abbia detto che pensa sia un vampiro.» Rise, e sembrava sincera. «Perché mai?» «Se non l'avesse notato,» disse con un falso tono confidenziale «Toby è un po' strano.» «Sai dove si trova adesso questo Dan Peel?» «Non ne ho la più pallida idea.» Huck si era proclamata leader e aveva dato dell'idiota a Toby e, già che c'era, aveva aggirato la domanda su Dan Peel. Registrai mentalmente la sua risposta e continuai con la richiesta del mandato di perquisizione. Chiamai Lamar e ottenni l'autorizzazione a trasferire fuori casa gli inquilini della Villa. Hester e io ci recammo direttamente alla centrale di Maitland. Compilai la richiesta per il mandato di perquisizione, mentre Hester interrogava Toby e vari agenti ausiliari o fuori servizio venivano incaricati di accompagnare gli altri ragazzi in due motel. Un paio di agenti si sarebbero fermati alla Villa per evitare eventuali interferenze alle indagini. Si diressero a nord, in attesa di nostre comunicazioni. Hester e io ci presentammo dal giudice Winterman all'1.44. Era un uomo eccezionalmente scrupoloso ed esigente. Riuscire a ottenere un mandato da lui significava aver preparato una richiesta inappuntabile. Hester e io eravamo stati estremamente precisi e persino il giudice Winterman dovette sorridere quando arrivò alla parte sul "vampiro". Non fece commenti, però. Non scoppiò neppure a ridere. Dio lo benedica. Si limitò a dire: «Buona fortuna». Una volta in macchina, chiamammo gli altri per radio e facemmo scattare le operazioni. Quindi tornammo alla Villa.
Alle 2.28, Hester e io accompagnammo la squadra della scientifica nel soggiorno della Villa ormai deserta. Il loro programma era il seguente: completare le fotografie, risigillare la camera da letto e l'armadio a muro di Edie e infine raggiungere un motel dove concedersi un meritato riposo. Per il verbale, quello sarebbe stato l'inizio ufficiale della perquisizione. Due agenti sarebbero rimasti di guardia e avrebbero controllato la stanza della musica e la sala da pranzo, fotografando tutto ciò che poteva sembrare interessante e registrando tutto ciò che potesse avere un qualsiasi valore ai fini dell'indagine. Ovvero niente, speravamo noi: per questo avevamo scelto quelle due stanze. Il mandato di perquisizione in termini generali consentiva di ricercare "materiale attinente a un'indagine", ma la sezione più specifica indicava "sangue, in qualsiasi forma, e ogni sostanza simile al sangue su qualsivoglia mobile o attrezzo, interno o esterno alla casa, sopra qualsiasi oggetto della casa o su qualsiasi strumento potenzialmente utilizzato per trasportare sangue lontano dalla casa, o per rimuovere, eliminare e nascondere sangue o macchie di sangue, vuoi all'interno della struttura principale, vuoi in un qualsiasi punto dello spazio esterno contiguo", così come "un coltello o qualsiasi altro strumento da taglio potenzialmente utilizzato per infliggere la ferita alla persona deceduta". Difficile che trovassero qualcosa del genere nella stanza della musica o in sala da pranzo. Ci assicurammo inoltre che in centrale venisse fatto ogni possibile sforzo per contattare Jessica Hunley, la padrona di casa, in modo da averla a disposizione il più presto possibile. Non intendevamo forzare i lucchetti delle porte al terzo piano a meno di non esserne costretti. Hester e io scambiammo qualche battuta nel mio ufficio, dove la privacy era assicurata. Toby le aveva raccontato che Dan Peel era andato spesso a trovare Edie e che, a volte, erano saliti fino al terzo piano. Toby era convinto che Edie avesse la chiave di una delle due porte dell'appartamento della padrona di casa. Ero contento di non averlo lasciato alla Villa. Hester aveva anche chiesto a Toby se Edie e Peel fossero stati al terzo piano la notte precedente e lui aveva detto di non saperlo: la Villa era enorme e tranquilla, difficile dire dove si trovasse qualcuno in un preciso momento, a meno di non vederlo. Sia io sia Hester avevamo notato che la Villa era particolarmente silenziosa e immaginavamo che ciò fosse dovuto al fatto che i muri interni ed esterni della maggior parte delle vecchie case della zona erano molto spessi. Specie in quelle costruite prima del 1900. I muri venivano imbottiti di
segatura e in genere venivano lasciati intatti, a meno di una ristrutturazione radicale. Quindi probabilmente Toby stava dicendo la verità. Se non altro a proposito dei rumori. Alla domanda se avesse una chiave per accedere al terzo piano, Toby aveva risposto di no. Alla domanda se fosse mai salito al terzo piano, aveva detto convinto: «Assolutamente no». Hester gli aveva chiesto cosa pensava facessero lassù Edie e Peel. «Cose del tutto private» aveva risposto lui, ma aveva aggiunto che non poteva dire di più. Hester aveva insistito e tutto quello che era riuscita a ottenere era stato: «Insomma, cose intime, sesso, roba del genere». Gli aveva poi chiesto se Edie e Peel facessero quel genere di cose altrove nella Villa e Toby aveva risposto di no. Tutto ciò aveva un senso, almeno per me. Edie era, o meglio era stata, la custode della Villa. Non era irragionevole ipotizzare che avesse la chiave del terzo piapo. E il divieto di accesso per gli altri avrebbe garantito la privacy a lei e al suo amante. Ero sicuro che avremmo trovato li il luogo del delitto. Ma dovevamo attendere la scientifica: avremmo agito l'indomani. Quello che Toby non era riuscito a fare, anzi, che si era rifiutato di fare, era dare informazioni a Hester sulla faccenda dei vampiri. Aveva distolto lo sguardo e non aveva voluto dire niente sull'argomento. «Perché?» chiesi. «In fondo è stato quello stronzetto a tirare fuori il discorso per primo...» «Il fatto che non voglia affrontare l'argomento mi fa pensare che abbia detto qualcosa che non avrebbe dovuto raccontare. Una cosa grossa...» Hester sorrise «perché Toby tende a raccontare quasi tutto, subito.» «Cosa intendi dire?» «Penso che potrebbero aver fatto qualche specie di rituale con il sangue, in camera da letto. È solo una mia impressione. Quindi non ti stupire se troveremo qualcosa del genere, d'accordo?» «Per i miei gusti, non è troppo diverso dall'essere un vampiro» dissi. «Non hanno mai letto niente sulle malattie trasmesse con il sangue?» Hester sorrise. «Quando fumavi, Houseman, leggevi mai libri sul cancro ai polmoni?» Touché. «Perché credi che Toby stesse correndo nel bosco, stasera?» «Dov'è il mistero? Non crederai che volesse avvertire un vampiro che c'erano dei poliziotti sulle sue tracce, vero?» rispose sogghignando. «No. Sarebbe assurdo.» «Però...» disse Hester lentamente. «Non stava solo fuggendo.»
«Hai ragione.» La guardai. «Un diversivo per coprire qualcuno o qualcosa?» Si dondolò sulla sedia e fissò il soffitto. «A tuo giudizio qual è il tratto principale del carattere di Toby?» Ci pensai un secondo. «Sindrome da primo della classe?» Rise. «No, qualcosa di ancora più profondo. Anche se quello che dici è vero, è secondario. Direi che l'espressione "ansioso di piacere" rende l'idea.» «Sono d'accordo. Ora che me lo fai notare, il "so tutto io" dipende dal fatto che vuole farsi bello di fronte agli altri, farsi apprezzare, premiare.» «Esatto. Proprio così. Quindi correva per far piacere a qualcuno. Per fare qualcosa che qualcuno voleva facesse... o almeno così credeva lui.» La sedia ricadde in avanti e Hester si morse le labbra. «Chi potrebbe aver tratto vantaggio dalla sua fuga? Huck? Non credo. Dobbiamo scoprirlo, Houseman.» «In teoria è facile» dissi. «Ma in pratica...» «Me ne occuperò io» sorrise. «Lo scoprirò.» Non avevo dubbi. «Prima di andarcene a dormire un po',» aggiunsi «sai darmi una buona ragione per trattenere Toby? Ha parlato e non c'è nessuna azione legale in sospeso nei suoi confronti.» «No, infatti. Tra l'altro credo che ormai riesca a camminare e probabilmente ha meno paura di prima. Specialmente se questa sera può rimanere fuori dalla Villa.» Chiamammo il magistrato Benson che, con voce assonnata, acconsenti a lasciare libero Toby sotto la sua responsabilità. L'agente del turno di notte poteva farlo uscire e portarlo fino a Freiberg. Tornai alle celle e lo comunicai al ragazzo, che sembrò molto sollevato. Assegnai a Sally l'incarico di scoprire tutto il possibile su Peel e la Hunley. Il suo turno alla radio cominciava alle 4.00. Ci assicurò che la scarica di adrenalina causata dal vampiro le avrebbe permesso di restare sveglia tutta la notte. Tornai a casa alle 3.36. Sue aveva lasciato un biglietto in cui mi diceva che in frigo c'era del chow mein. Lo misi nel microonde e appena lo addentai mi resi conto che avrei dovuto lasciarcelo almeno un altro minuto. I bordi erano freddi e dentro era quasi gelato. Ero troppo stanco per aspettare e decisi di mangiarlo lo stesso, con una fetta di pane.
11 Domenica 8 ottobre 2000 8.12 Arrivai in ufficio con quattro ore di sonno alle spalle e andai subito alla centrale operativa. Borman era già sul posto, riposato e pronto a partire. Beata gioventù. «Buongiorno» disse. «Guardatelo! Fresco come una rosa. Hai dormito abbastanza?» «Più che abbastanza.» Sembrava felice e ne aveva tutti i motivi. Il caso era importante, per lui rappresentava l'occasione perfetta per mettersi in evidenza. Nella maggior parte dei dipartimenti di polizia il criterio con cui si scelgono le persone da assegnare a un caso tiene conto di chi ha più "necessità di imparare". Il nostro non faceva eccezione. «Hai qualcosa per noi?» chiesi a Sally. «Qualcosa, ma non molto» rispose. Si alzò dalla sedia alla consolle principale, che venne immediatamente occupata da Elaine Boyce. Raccolse un fascio di fogli con degli appunti e tutti e tre andammo in cucina. La cucina della prigione è a due passi dalla centrale ed è la nostra seconda casa. Per i pasti dei detenuti abbiamo stipulato un contratto con una casa di cura, così la cucina è tutta per noi: circa otto metri di banconi e pensili, con un fornello, un lavandino, un frigorifero, una caffettiera, un lungo tavolo pieghevole con gambe cromate e una copertura in linoleum che risale agli anni Cinquanta. Intorno al tavolo ci sono sedie pieghevoli metalliche con la sigla del dipartimento sugli schienali. Sally si sedette e cominciò a sparpagliare i fogli sul tavolo. «Mi dai una tazza di caffè?» «Certo.» Diedi un'occhiata a Borman, che annuì. Presi la caffettiera piena e riempii tre tazze. «Posso averne un po' anch'io?» La voce di Hester. «Subito. Lo bevi sempre con il latte?» «No, normale va bene» disse. «Buongiorno, Sally.» «Salve, Hester.» Misi tre tazze sul tavolo e presi una sedia. «Sentiamo...» «Prima di tutto,» iniziò Sally «Carl, non dimenticare di telefonare ad Harry alla Conception County. Ha chiamato alle 7.12 e ha detto che vuole
parlarti con urgenza.» Mi passò l'appunto. «Poi cosa ne dite di un breve excursus sul gruppetto della Villa? Non è stato difficile, visto che li conosciamo tutti.» «Comincia pure» dissi, sollevando la tazza di caffè. «Il primo è Toby Gottschalk. Figlio di Robert e Gwen, cresciuto in una fattoria a una decina di chilometri da Freiberg. Abbiamo una multa per guida in stato di ebbrezza, all'età di sedici anni, e due violazioni al" codice della strada, entrambe per non essersi fermato dopo aver danneggiato altre automobili. Niente di grave.» «Vai avanti» la esortò Hester. «Melissa Corey. La sua situazione è un po' differente. Non sono riuscita ad accedere al suo fascicolo giovanile, ma mi sembra di ricordare che ci fosse una detenzione per possesso di droga, giusto, Carl?» Mi si accese una lampadina. «Oh, merda, è vero, ora ricordo» dissi, un po' imbarazzato. «Lei e sua sorella maggiore avevano un po' d'erba in camera e sua madre ci chiamò, vero?» «Sì» confermò Sally. «Sua madre è divorziata due volte, forse tre e di cognome fa Warrington. La sorella di Melissa di cognome fa Burgess, come il primo marito della madre.» «Nient'altro su di lei?» chiese Hester. «Non molto. Frequentava l'Università dell'Iowa, secondo quanto dice Betty.» Un'altra operatrice radio. «Betty dice anche che Melissa è molto più brillante della madre.» «Okay. Ottimo» dissi. «Su Kevin Stammer abbiamo solo due infrazioni al codice della strada, entrambe per eccesso di velocità, entrambe per aver superato il limite di meno di dieci chilometri orari.» Sally sorrise. «Le multe gli sono state notificate da Mike e Kevin ha cercato di non pagarle. Per una è andato in giudizio, ma ha perso. Non c'è altro. Non ama l'avventura.» «Oppure è troppo furbo per farsi beccare» commentò Hester. «Giusto. Passiamo a Holly Finn, altrimenti detta Huck. L'ho perquisita io quando è stata arrestata. Credo che tu fossi in vacanza, Carl. Era il '97.» «Non saprei» risposi. «Ricordo di aver fatto le ferie quell'anno... forse.» Sally si mise a ridere. «Fidati di me. A ogni modo, l'avevano arrestata per aggressione.» «Dici sul serio?» Ero sinceramente sorpreso. «Sì. Ti ricordi di Quentin Pascoe, il tizio che aveva abusato sessualmente di quella bimba di quattro anni a Maitland?»
«Sì.» Non avrei mai dimenticato Quentin Pascoe. «Be', una sera, lui era fuori su cauzione e deve aver detto qualcosa di non troppo educato al Fast & Easy. Huck era presente, l'ha sentito, gli si è avvicinata e gli ha mollato un calcio nel culo.» «Questa storia non la sapevo» dissi. «Comunque, ha fatto bene. E voi l'avete arrestata?» «Non avevamo scelta» rispose Sally. «Gli ha anche tirato addosso una sedia.» «Meglio ancora» dissi. «Le persone intelligenti usano sempre qualcosa di solido.» La mia stima nei confronti di Huck salì di parecchi punti. «A parte quello, ha frequentato l'Università del Wisconsin, a Madison. Mi hanno detto che ha insegnato musica per un anno. Poi ha mollato tutto ed è andata a lavorare sulla nave.» «Forse guadagna di più» commentò Hester. «Hanna Prien non ha precedenti penali» proseguì Sally. «Nata, cresciuta e sempre vissuta a Freiberg. Betty dice che da piccola era una ragazzina brillante e che non ha avuto alcun problema con la giustizia. Per qualche tempo è andata a scuola con sua figlia.» «Nient'altro?» chiese Hester indicando la pila di carte davanti a Sally. «Sì, certo. Innanzitutto, abbiamo contattato Jessica Hunley a casa sua, a Lake Geneva nel Wisconsin. È partita alle 6.45 circa e dovrebbe arrivare alla Villa intorno alle 10.» Sally ci guardò, ridacchiando. «Era "assolutamente inorridita". Bella espressione, no?» «Sì, però...» Bevvi un sorso di caffè «...Era già al corrente dei fatti?» «Sì. Ma era comunque "assolutamente inorridita".» «Buono a sapersi» disse Hester. «Così, già che c'ero, ho scaricato alcune informazioni su di lei» continuò Sally. Prese un foglio e lesse: «Ha quarantatré anni, è alta un metro e settanta, occhi verdi, sessanta chili circa, risiede a un indirizzo di Lake Geneva, nel Wisconsin, e possiede due auto». Mi allungai e presi il foglio con i dati. «Vuoi sapere che auto sono? Ti prego, dimmi di sì. Ti prego.» Come potevo rifiutarmi? «Che auto sono?» chiesi. «La prima è una Mercedes Benz ML55 AM6 SUV argentata. Costa più di cinquantamila dollari.» «Però.» Quindi poteva davvero esistere un'insegnante di ballo ricca. «La seconda,» continuò Sally, gustandosi il momento «una BMW Z8 2000. Decappottabile.»
«Quanto?» Mi sentii in dovere di chiedere. «Be',» disse «mia sorella ha controllato su Internet e ha detto che costa circa centoventicinquemila dollari.» Alla faccia. «È un'insegnante di ballo?» chiese Hester. «Sì. Così dicono» rispose Borman. «Ho smesso di andare a lezione di ballo quando avevo tredici anni» disse Hester. «Mia madre mi ha sempre detto che ho fatto male.» Allungò una mano e prese i fogli con i dati sulle auto. «Comunque dev'esserci dell'altro.» Ero d'accordo. «Qualsiasi altra cosa faccia,» disse Sally «la sua fedina penale è pulita. Neanche una multa.» «Accipicchia, niente male» commentò Hester. «Nient'altro su di lei?» «No, il che ci porta al nostro Daniel Peel.» Alzai la testa di scatto. «Ieri sera ci hai detto,» disse Sally rivolgendosi a Hester, «che Toby lo ha descritto come un ragazzo bianco, di una trentina d'anni, maschio e ben messo, giusto?» «Sì.» «Be',» continuò Sally «ho fatto una ricerca nell'Iowa. Non ne è uscito nulla e gli archivi vanno di tre anni avanti e indietro rispetto alla data di nascita che si segnala. Allora ho fatto una ricerca alfabetica. C'era... Dunque... vediamo. Ah, ecco! Sotto Peel abbiamo un Dabney, un DaMar, due Darwin, quattro David, un Dawane, un DaVere e un DaBurl.» Si sedette. «Tutto tranne Daniel. Nessuno di loro ha trent'anni. Il più giovane ne ha quarantatré.» Sembrava che ci fosse dell'altro. «Poi,» disse con un sorrisetto furbo «nel caso in cui tu non l'avessi scritto bene, ho fatto una ricerca con nomi che si pronunciano in modo simile e li ho scritti Peel, Pele, Pfeil, Pale... Erano tanti, davvero». Si strinse nelle spalle e scosse la testa. «Allora ho fatto un controllo in tutti i cinquanta stati, inserendo come data di nascita 30 giugno 1970 e non ho trovato nessuno con quel nome.» Aveva l'aria delusa. «Il NCIC, National Crime Informations Center, effettua un controllo anche sull'anno prima e quello dopo rispetto alla data inserita, ma è necessario che mese e giorno siano esatti. Il che significa che dovremmo inserire il nome trecentosessantacinque
volte e, anche se lo facessimo, otterremmo solo una copertura di un paio d'anni.» Grandioso. «Allora ho chiamato Gray Eyes e le ho spiegato parte del problema. Un sospetto omicida.» Alzò la mano, per bloccare sul nascere eventuali lamentele. «Non ho mai pronunciato la parola che comincia per "V". Non vi preoccupate.» Gray Eyes era un'amica di Sally che aveva lavorato per la polizia stradale della California. Si erano conosciute a un convegno e Gray Eyes era, a giudizio di Sally, la migliore operatrice di tutti i tempi. Adesso lavorava per il NCIC di Washington. Erano rimaste in contatto, evidentemente. Sally alzò lo sguardo. «Ha allargata la ricerca, visto che può programmarne una. Gli ha dato dai venticinque ai cinquant'anni. Data di nascita tra il 1950 e il 1975. Abbiamo trovato un tale nel North Dakota che ha quarantaquattro anni e due uomini nel Montana, uno di venticinque e l'altro di cinquant'anni esatti.» «Tutto qui?» «No, non proprio. In California ce n'erano duecentottantasette e quattrocentosessantadue nello stato di New York.» Indicò i fogli. «Per un totale di novecento persone in tutti gli Stati Uniti, finora, tenendo conto che i computer dell'Illinois, del Texas, della Louisiana, della Florida e dell'Arizona non sono in funzione per una manutenzione ordinaria e che quindi attualmente non è possibile accedervi per una ricerca estesa. E non abbiamo ancora controllato tutte le età.» Prese fiato. Magnifico. «Hai trovato qualcuno con precedenti penali?» chiese Hester. Sally non alzò neppure lo sguardo. Si limitò a sollevare un dito. «Poi,» continuò «sono andata un po' oltre la mia autorità: ho usato il nome e i dati del nostro vicesceriffo Houseman e ho cominciato a mettermi a caccia di vampiri.» «Che cosa hai fatto?» Ero senza parole. Non per quello che aveva fatto, ma perché l'aveva detto davanti a Borman ed Hester. «Cioè, non proprio di vampiri. Ma di casi in cui si è verificato un cospicuo spargimento di sangue.» Alzò lo sguardo. «Rilassati. Ne avevo parlato con Hester ieri sera» sorrise. «Dopo che sei andato a fare la nanna. Non è tutto merito mio.» «Abbiamo usato il tuo codice per il LEIN,» disse Hester «il mio avrebbe attirato troppo l'attenzione.»
«E io chi sono, "Carl lo Sconosciuto"?» Nessuna risposta. Una cospirazione. Pazienza. So accettare le sconfitte. A ogni modo, LEIN sta per Law Enforcement Intelligence Network. Alcuni agenti dell'Iowa sono stati abilitati a operare all'interno di quel sistema e tutti, me compreso, abbiamo un numero di identificazione. Il programmatore a Des Moines non avrebbe fatto troppo caso al mio, mentre quello di Hester avrebbe attirato maggiormente l'attenzione. Sally mi passò un modulo di richiesta per la ricerca dati nel LEIN. «Firma qui» mi disse. «Giusto per pararmi il culo.» «Cosa hai scoperto?» Ero curioso. «Sapete,» disse Sally «credo che là fuori ci siano persone che credono davvero di essere dei vampiri e che vengono prese solo quando le vittime muoiono o si lamentano, o quando lo fanno i vicini di casa.» Mi passò una lista. «Ci sono crimini commessi nell'Iowa, nel Wisconsin e nel Minnesota che comprendono "l'ingestione di sangue delle vittime contro la loro volontà".» Trovai particolarmente interessante quel "contro la loro volontà". Nell'elenco comparivano diciotto casi, con il nome del dipartimento che se ne era occupato e la data di archiviazione. Il più vecchio risaliva al 1993. Il più recente al luglio 2000. Passai la lista a Hester. Sally aveva sottolineato in rosso il caso del 1993. Il dipartimento era quello della Walworth County nel Wisconsin. Sally aveva appuntato a margine che si trattava proprio della contea di Lake Geneva.» «Davvero?» domandò Hester. Passò il foglio a Borman. Sally era molto contenta. «Proprio così.» «Allora credo che dovremo parlare con loro.» Sally mi passò un altro foglio con il numero di telefono dello sceriffo della Walworth County e quello della sede del Wisconsin Bureau of Criminal Apprehension. «Poi...» disse senza perdere un colpo «faresti meglio a contattare il procuratore della contea. Ha chiamato una mezz'oretta fa. Voleva sapere com'è andata ieri sera.» Trasalii. Mi ero dimenticato di lui. «E telefona a Lamar prima di andartene.» «Notizie dai ragazzi lassù?» chiese Hester. «Ogni trenta minuti circa, per tutta la notte» rispose Sally. «Hanno terminato la ricerca nelle stanze assegnate in meno di un'ora e poi si sono an-
noiati a morte.» Per prima cosa chiamai Harry. Sapevo quello che stava per accadere. «Houseman, stronzo figlio di puttana» mi apostrofò ridendo. «Dove l'hai trovato quell'idiota di Chester? Grazie per avermelo mandato.» «Non c'è di che. A cosa servono gli amici, se no?» «Giusto. Comunque, hai qualcosa di nuovo per me, a parte una testa di cazzo che va a caccia di vampiri?» Sospirai. «Be', sì, qualcosa abbiamo.» «Davvero?» Era tutto orecchie. Gli parlai di Toby e di ciò che era successo la notte precedente. «Mi stai prendendo per il culo, Carl?» «No.» Ci fu un attimo di silenzio. Quindi domandò: «Ti farebbe piacere incontrarti con me e il signor Chester in giornata?». «Troverò sicuramente il tempo» risposi. «Quando?» «Non lo so ancora. Lasciami controllare i motel in cerca dell'acchiappavampiri, poi ti telefono.» Hester stava chiamando il dipartimento della Walworth County e il BCA del Wisconsin, così mi occupai del procuratore e di Lamar, mentre Sally tornava a casa per riposarsi un po'. Se lo meritava. Borman lavò tazze e caffettiera. Di sicuro si aspettava che lo facesse Sally, ma poi si era reso conto che il lavoro peggiore toccava a chi aveva contribuito meno. Giusto così. Avrebbe contribuito molto presto, ne ero convinto, ma anche allora non avrebbe convinto Sally a fare le pulizie. «Sei serio quando parli di quella faccenda dei vampiri, Carl?» A volte Borman è così sincero da essere pericoloso. «Sì, e le tue labbra sono cucite, vero?» «Oh, certo, certo.» «Un errore in queste circostanze può costare il posto di lavoro. Non scherzo.» Sembrava ascoltare attentamente. Lo speravo. Andai di nuovo al telefono. Mike Dittman, il procuratore della contea, si mostrò lievemente sorpreso nell'apprendere che avevamo disturbato un giudice distrettuale nel cuore della notte, ma quello che lo turbò di più fu sapere che avevamo aperto ufficialmente le indagini e poi ce n'eravamo andati a dormire. Gli dissi che
avevamo lasciato sul posto un buon numero di agenti e si tranquillizzò. «Sicuro che si possa fare?» mi chiese. «Sicurissimo. L'ha confermato il giudice. Ha detto che tu saresti stato in grado di trovare le giuste motivazioni legali prima dell'udienza preliminare.» Il giudice Winterman aveva uno spiccato senso dell'umorismo. Io, almeno, ne ero convinto. Lamar voleva solo farmi sapere di aver detto a sua sorella che non si trattava di suicidio. «Sai come ha reagito?» continuò. «No.» «Ha detto: "Scommetto che è stata quella puttanella di Finn". Precise parole.» «Davvero? La nostra Huck? Difficile da credere.» «È quello che ha detto. Non avete scoperto niente su di lei?» «No, ma controlleremo ulteriormente.» «Ah, Carl... Dovresti pensare a una dichiarazione da rilasciare alla stampa. Non possiamo sperare che restino in silenzio per sempre.» Neanche la domenica. Un'altra gatta da pelare. E non eravamo ancora tornati alla Villa. Hester aveva notizie deludenti. Tutto ciò che riguardava l'incidente avvenuto nella Walworth County era materiale riservato e avremmo potuto esaminarlo solo l'indomani. Neanche l'operatore della radio di stato in servizio al centralino del BCA del Wisconsin vi aveva accesso. Si era offerto di contattare un agente in grado di farlo, ma non era sicuro di trovarne uno con le giuste credenziali. «Alla parola "credenziali" sostituisci "chiavi"» disse Hester. «Non avremmo ottenuto neppure quelle, a meno che non si fosse trattato di qualcosa di estremamente urgente. Gli ho detto di provare lo stesso e di non farlo sapere né al direttore, né a nessun altro.» Nel parcheggio incontrammo la squadra della scientifica. Christopher Barnes, lo specialista delle macchie di sangue, ci avrebbe aspettato alla Villa. Arrivammo alle 9.38, lasciammo andare a casa i due agenti del turno di notte e registrammo il nostro ingresso in servizio. Il compito che ci attendeva era impegnativo, dal momento che c'erano otto stanze al secondo piano, sette al primo e un numero imprecisato al ter-
zo. Per non parlare del seminterrato. Come previsto, Chris Barnes ci stava aspettando. Era il miglior esperto di macchie di sangue in tutto il Midwest. Inoltre, era anche una persona con cui era facile lavorare, molto disponibile a spiegare ogni aspetto del proprio lavoro. Cominciammo dal seminterrato. Era enorme, con soffitti a volta e sette diversi vani. Aveva pilastri di mattoni, pavimento e muri di cemento, soffitti di gesso. Era il seminterrato più pulito che avessi mai visto. L'impianto di riscaldamento era molto grande, ricavato da un vecchio bruciatore a carbone, completo di una caldaia e di un complesso sistema di tubi. Uno dei tecnici cominciò proprio da quello, cercando tracce di materiale bruciato. Borman restò con lui per aiutarlo a registrare gli oggetti rinvenuti e a raccogliere e fotografare le eventuali prove. Un tecnico della scientifica di nome Grothler e io cominciammo a occuparci del primo piano, dal momento che Hester, Chris Barnes e il capo della squadra della scientifica avevano preso in consegna il secondo. Hester aveva cominciato la sua carriera come tecnico della scientifica una decina di anni prima e, visto che a nostro giudizio la zona più probabile in cui ritrovare tracce (come quelle di sangue) era il secondo piano, se ne occuparono i più esperti. Mi sembrava che non fosse passato nemmeno un minuto, quando squillò il telefono. Era Harry. «Puoi correre, Houseman, ma non nasconderti. Cosa ne dici di incontrarci adesso?» «D'accordo. Dove?» «Nel mio ufficio. Staremo più tranquilli.» Lo dissi a Hester, che decise di rimanere con la scientifica. Mentre attraversavo il ponte di un chilometro e mezzo che mi avrebbe portato nel Wisconsin, notai che il cielo si stava coprendo. L'aria era anche più fresca. Di li a poco avrebbe cominciato a piovere. L'ufficio di Harry era davvero tranquillo. «Ho detto a tutti di portare il loro culo in strada» mi spiegò lui. Guardai William Chester. «Harry ha grandi capacità amministrative» dissi. Chester annuì, ma non disse nulla.
«Carl,» brontolò Harry «vuoi ripetere al signor Chester quello che hai detto a me?» «Certo, ma prima, signor Chester, occorre chiarire una cosa. Devo chiederle di firmare un documento in cui garantisce di non rivelare nulla di ciò di cui parleremo qui. In caso contrario subirà una severa sanzione penale.» Detto ciò, aprii la mia cartella di pelle, tirai fuori un modulo e glielo porsi. «La prego di leggerlo attentamente.» Lo prese e l'osservò. «Ne ho già firmati altri in passato» commentò. Estrasse una penna dalla tasca della camicia e firmò il modulo con una sigla. «Potrei averne una copia?» «Nessun problema» disse Harry. «La fotocopiatrice è nella stanza accanto. Torno subito.» Osservai il cacciatore di vampiri. «Okay, le spiego quanto è accaduto dall'ultima volta che abbiamo parlato...» Cinque minuti dopo, avevo finito. «Ho capito» disse Chester. «Adesso ammettete di avere a che fare con un vampiro.» «Assolutamente no.» Volevo essere certo che non ci fossero equivoci. «La persona con cui ho a che fare è, con ogni probabilità, un povero fissato, che crede di essere un vampiro. Nient'altro, perché io so che i vampiri non esistono.» «Se lo dice lei...» Non sopporto quando la gente fa così. «Quello che voglio da lei è quanto segue: voglio sapere come qualcuno che crede di essere un vampiro pensa che si comporti un "vero" vampiro. Il modo in cui agisce. Per convincere se stesso e magari qualcun altro che lo è davvero.» «In cambio di cosa?» chiese Chester. «In cambio del permesso di accedere a tutte le informazioni che possono avere a che fare con il vampiro, ma non ai principali dati del caso.» «A meno che non ne abbia bisogno...» «Mettiamola così: se sarà necessario che lei rilasci una testimonianza in qualità di esperto, le forniremo tutte le informazioni di cui siamo al corrente. Le sembra equo? In questo modo lei darà un contributo significativo alla nostra indagine e potrà ottenere il materiale che vuole, ma non potrà parlare con la stampa, in quanto testimone dell'accusa.» Ci pensò un istante. «D'accordo, ma in futuro potrò pubblicare i miei dati? Per me è importante.» Rivolsi un'occhiata a Harry. «A te sta bene?»
«Sì.» Dal modo in cui lo disse, capii che Harry avrebbe ritrattato tutto alla prima occasione. A ogni modo, se la sarebbero vista tra loro. Diedi a Chester un breve stralcio di ciò che sapevo. Restò colpito, in un certo senso soddisfatto. «Santo cielo, vi rendete conto di quello che avete? Avete una tana. La tana di un vampiro, con una casa piena di Renfield e donatori di sangue. Mio Dio.» Era attonito. «Renfield?» chiese Harry. «Renfield era il servo di Dracula» spiegò Chester. «Ah, certo» disse Harry, con notevole aplomb. «E ce ne sono più di quelli che si aspettava?» Credo che Harry avesse fatto quella domanda per stuzzicarlo, ma Chester non sembrò accorgersene. «Sono anni che indago» disse. «Anni. Ma non mi è mai capitato nulla di simile. Mai.» «Be',» dissi io con l'intenzione di tornare all'argomento principale «mi fa piacere per lei. Ora, però, abbiamo bisogno di alcune informazioni.» Ero stato piuttosto cauto nell'interrogarlo: non volevo che si insospettisse almeno fino a quando non saremmo riusciti a scartare il suo nome dalla lista dei sospetti. E anche se non ce lo eravamo detti esplicitamente, sapevo che Harry la pensava come me. Inoltre ci stavamo rendendo conto che quell'uomo credeva veramente ai vampiri. Quanto potevano essere affidabili le sue informazioni? Molto, se quello che cercavi era soprattutto folclore. Ed era quello che cercavamo. «Cosa sta cercando di comunicarci questo individuo?» chiesi per prima cosa. «Ammettendo che sia stato lui a uccidere...» «Oh, sì che è stato lui» disse Chester. «Giusto» assentì Harry. «Allora, qual è la ragione di quella ferita alla gola e di tutte le altre ferite inflitte dopo il decesso?» «Siete sicuri che siano state inflitte dopo il decesso?» «Nella maniera più assoluta» rispondemmo io e Harry all'unisono. «Capisco.» Il nostro esperto si schiarì la voce. «Allora forse potrebbero essere state inferte per nascondere la vera natura della ferita. Per cancellare, diciamo così, il segno del morso.» «Impossibile» ribattei. «Non ci sono segni di morsi.» «Potrebbe averlo fatto perché si parli delle ferite al collo o alla gola» azzardò Harry. «Cosa ne pensate?» «È possibile, non dico che sia andata veramente così, ma sì, è possibile.»
L'argomento scaldò Chester e ne parlammo per circa un'ora. La conclusione fu che il sangue, sebbene fosse un fattore molto importante per un "aspirante vampiro", non costituiva affatto un nutrimento. «A differenza dei veri vampiri, la maggior parte degli imitatori consumano al massimo tre centilitri di sangue alla volta» spiegò Chester. «Se ne assumessero una maggiore quantità tutti i giorni, finirebbero per soffrire di diarrea e di molti altri disturbi. Come un'ulcera sanguinante. A volte possono esagerare, ma non spesso.» Utile informazione, ma mi rimase il dubbio su che fine avesse fatto tutto il sangue di Edie. Chester disse anche che gli imitatori più sofisticati recitano la parte in tutto e per tutto, indossando gli abiti che hanno visto nei vecchi film. «Per convincere i seguaci, che si aspettano di vedere il conte Dracula in persona.» «Ovvio.» «Inoltre un aspirante vampiro cerca di organizzare la propria vita secondo quei preconcetti. A volte lo fa per se stesso, a volte per i suoi seguaci o per le sue vittime.» A quanto ci era dato di capire esistevano due tipi di Renfield. Il primo era stato asservito da un vampiro. Il secondo aveva un reale interesse per il sangue e partecipava personalmente ai riti. «Quelli sono i Renfield "cronici"» disse Chester. «È una malattia.» «Come reagirebbero queste persone a un'indagine?» Il bioarcheologo rise per la prima volta. «Non sarebbero cooperative, nel modo più assoluto. Proteggerebbero il vampiro. Gli rivelerebbero qualsiasi cosa voi diciate. La maggior parte di loro negherebbe persino la sua esistenza. Cercherebbero di fuorviarvi in ogni maniera.» «Ostili, dunque» sintetizzò Harry. «Esatto.» «Ma cosa vedono di speciale in un tipo simile?» domandai. «Innanzitutto, li protegge. È potente. Li vendica, se necessario. È deliziosamente malvagio. È immortale. Può avere dei rapporti sessuali molto intensi ed è completamente amorale. Deve esserlo. Dopo tutto,» aggiunse in tono confidenziale «non è umano.» «Tutto ciò da cui ci hanno sempre messo in guardia le nostre madri» disse Harry. «Giusto?» «Già. Ma quello che dovete capire è che questi Renfield spesso sono state vittime di una... persona. Le loro esperienze li hanno resi depressi, o
quanto meno infelici. Sono dipendenti, ma non in maniera evidente. Poi incontrano il vampiro, che soddisfa i loro bisogni psicologici.» Esattamente quello che volevo sentire. «E lei, per quale motivo dà loro la caccia?» domandò Harry. William Chester esitò per un secondo o due, poi disse: «Mia sorella. Anni fa, uno di loro la prese. Non sopravvisse». «Sa chi è stato a ucciderla?» chiese ancora Harry. Non era noto per la sua delicatezza, ma la gente non sembrava farci caso. Non capivo come mai. «No, No.» Chester si piegò in avanti. «Questa volta, però, ci sono molto vicino.» Mi parve che avesse negato troppo alla svelta. Prima di riattraversare il Mississippi per tornare nell'Iowa, ribadii a Chester le regole della "non interferenza". Si doveva limitare a contattare Harry o il sottoscritto. Punto. Non doveva avvicinarsi ad alcun testimone o potenziale sospetto, altrimenti fine dei giochi. Mi allontanai, sicuro del fatto che Harry avrebbe controllato ogni singolo capello di William Chester prima che se ne fosse andato. Mi aveva colpito per la sua sincerità, ma i poliziotti imparano presto a non fidarsi dell'apparenza. E bisognava ancora capire quanto sarebbe stato effettivamente utile al caso. Tornai alla Villa e scoprii che alla scientifica erano bastate due ore per esaminare il seminterrato. Avevano trovato due zone sospette in cui il sangue poteva essere stato lavato via, ma non avevano ottenuto risultati positivi con la leucomalacite verde. La leucomalacite verde è una sostanza incredibile. Si mischia con acqua, perborato di sodio e acido acetico glaciale. Una goccia o due sul tampone, quindi un paio di gocce di perossido di idrogeno, e tombola. Se c'è del sangue, viene immediatamente fuori una specie di soluzione colorata. Si usa per vedere se è il caso di procedere con analisi più accurate in una certa zona. Un liquido incredibile. In grado di far risparmiare parecchio tempo se si scopre che non ci sono tracce di sangue sul campione. Quello che stavamo cercando erano essenzialmente segni di strofinamento. Qualcuno doveva aver cancellato le tracce con un panno, una spugna o altro, sia dal luogo in cui Edie era stata uccisa, sia lungo il tragitto fino alla vasca da bagno. Il problema era che il primo piano aveva tre tipi di superfici dove era possibile che il sangue si fosse depositato: c'erano
ampie zone coperte da tappeti, spazi altrettanto grandi, se non di più, con il parquet e infine il pavimento piastrellato della cucina e della dispensa. Per non parlare dei pannelli in finto legno e delle pareti verniciate. E i mobili, naturalmente, tutti di legno o di altro materiale. Trovare segni di strofinaccio su superfici dove ci sono innumerevoli altri segni e tracce prodotte dallo strofinio ripetuto era un compito ingrato. Inoltre qualcuno avrebbe potuto anche usare del detergente per pulire tutto. Si doveva analizzare praticamente ogni centimetro della casa. Dovevamo sperare che la squadra che lavorava al secondo piano trovasse qualcosa. In quel caso avremmo potuto seguire la traccia dalla vasca da bagno al luogo in cui era stato compiuto l'omicidio. Niente di più. 12 Domenica 8 ottobre 2000 12.16 «Buongiorno. C'è nessuno?» Una voce di donna giunse dalla porta d'ingresso. Ero in ginocchio, con una piccola torcia in mano, e cercavo tracce di strofinamento sul pavimento della sala da pranzo. Mi alzai a fatica e mi avviai verso la porta. Borman, che si trovava nella stanza della musica, arrivò appena prima di me. «Sì?» disse in tono deferente. La voce della donna sembrò più vicina quando disse: «Sono la proprietaria di questa casa. Potrebbe indicarmi chi è il responsabile, qui?». «Certo» rispose Borman. In due frasi la sconosciuta gli aveva fatto capire che lei era una persona importante e lui no. Non male. Girai l'angolo e vidi due donne avanzare nell'atrio lasciandosi alle spalle Borman, evidentemente intimidito. Una delle donne dimostrava una ventina d'anni, l'altra non più di trentacinque, ma sapevo dalla sua patente che ne aveva quarantatré. Erano entrambe adetiche e snelle, ma Jessica Hunley era di circa sette centimetri più alta della sua giovane compagna, completamente vestita di pelle. La cosa più sorprendente, però, erano i capelli della ragazza. Sembravano metallici: erano color giallo limone sulla fronte e continuavano con tinte tipo verde lime, blu e rosso per poi terminare con il viola. Lucidi. Iridescenti. Catturavano l'attenzione, tanto per usare un eu-
femismo. Decisi che dovevo essere un po' più difficile da intimidire di Borman. «Buongiorno. Mi chiamo Houseman.» Porsi la mano. La donna non ebbe scelta e me la strinse. Una stretta energica. «Lei dev'essere Jessica Hunley.» «Sì.» Ci fu un momento di silenzio, giocai d'anticipo e porsi la mano anche alla ragazza. «Vicesceriffo Houseman.» «Tatiana Ostransky. Io sono con Jessica.» La sua stretta di mano era asciutta e decisa. Jessica partì all'attacco. «Vice? Speravo di trovare lo sceriffo.» «Le ragioni sono due» dissi. «La prima è che sono l'investigatore del dipartimento. La seconda è che Edie era la nipote dello sceriffo. E lo sceriffo oggi ha altro da fare.» Le mie parole la sorpresero. «Quindi è lei il responsabile?» Un bel sorriso, aperto e assolutamente falso. «Esatto.» Il suo sguardo diceva che sapeva perfettamente a che gioco stavo giocando e che era convinta di potermi battere in qualsiasi momento. Bene. Indicai il salottino. «Se ci accomodiamo di là, vi darò alcune informazioni.» Ero curioso di sapere perché l'arrivo delle donne alla Villa non era stato almeno annunciato, se non ritardato, dai due agenti all'esterno. Mentre ci avviavamo, li vidi in lontananza. Probabilmente avevano deciso di combattere la noia andando a fare un giro. Giunti in salotto, nessuno si sedette. «Che cosa sta facendo in cucina?» chiese la Hunley indicando un tecnico della scientifica che la fissava. Per rispondere almeno in parte alla sua domanda, aprii la mia vecchia cartella di pelle e tirai fuori la copia del mandato di perquisizione che le spettava. Gliela porsi e dissi: «Stiamo compiendo una perquisizione autorizzata di tutti i locali. Quell'uomo è uno dei tecnici della scientifica». Jessica Hunley estrasse un paio di occhiali da lettura da un astuccio che teneva in vita e lesse il mandato con attenzione. Indossava pantaloni verde oliva un po' larghi, in microfibra, un pullover a collo alto con le maniche rimboccate e scarpe di pelle nera con la cerniera che sembravano morbide
come guanti. I capelli castani erano raccolti da una fascetta bianca in una corta coda di cavallo. Era in perfetta armonia con la casa. Raffinata. Gli occhiali la rendevano ancora più interessante, se possibile. Se li tolse di scatto e passò il documento alla compagna. «Non mi avevano detto che si trattava di omicidio» disse. Il tono della voce era del tutto distaccato. «Non se ne abbia a male» risposi. «Non lo sapevamo neanche noi.» «Avete sospetti su qualcuno?» «Sì» dissi. Silenzio. Era chiaro che non le avrei rivelato il nome e, a quanto pareva, lei non mi avrebbe dato la soddisfazione di chiedermelo. «Allora,» disse cambiando discorso «dove sono gli altri?» «La maggior parte di loro ha trascorso la notte in motel della zona, ma dovrebbero rientrare a casa questa sera stessa, credo.» «La maggior parte?» «Be',» dissi «tutti tranne Toby, che è agli arresti.» Amo il mio lavoro. La bocca di Jessica si aprì leggermente, ma prima che ne uscisse qualche suono Borman, guardando fuori dalla finestra, annunciò che gli agenti ausiliari erano rientrati. Non ne aveva colpa, ma avevo perso la possibilità di osservare una reazione spontanea da parte della donna. Mi sarebbe piaciuto ascoltare quello che stava per dire. A giudicare dal modo in cui Borman guardava i capelli lucenti di Tatiana, avrei detto che non aveva sentito neanche una parola. L'effetto dell'annuncio di Borman fu che tutti e quattro guardammo fuori dalla finestra. Controllai la macchina di Jessica. Non riuscivo a vederla distintamente, dal momento che gli agenti mi coprivano la visuale, ma era una BMW Z8. Non ne avevo mai vista una. Mi colpì il fatto che, sebbene fosse un'auto assolutamente moderna, si intonava perfettamente a Jessica Hunley, proprio come la vecchia Villa. «Sono lieto che sia arrivata» le dissi. «Abbiamo bisogno di qualcuno che ci faccia accedere al terzo piano.» «Perché? È aperto solo quando ci sono io. Non può avere niente a che fare con questo... omicidio.» «Be', come si dice, un lucchetto tiene lontano solo l'uomo onesto» dissi. «Ipotizziamo che, in teoria, resti chiuso quando lei non c'è.» «Ipotizziamo che, in teoria, resti chiuso quando dico che è così» disse e dalla tasca dei pantaloni estrasse un cellulare incredibilmente piccolo. Mentre componeva un numero annunciò: «Chiamo il mio avvocato... Pronto, sono Jessica Hunley. È in ufficio?». Ci fu una breve pausa. «Sì, sono io.
Sono nella mia casa sopra al fiume. Ci sono alcuni poliziotti locali con un mandato di perquisizione. Venga subito qui.» Parlava con voce annoiata, quasi la cosa non la riguardasse affatto. Quando ebbe terminato disse: «Sarà qui tra dieci minuti». Un dato di fatto, non una valutazione. L'avvocato doveva essere uno del posto, oppure un nuotatore straordinario. Ero curioso di scoprire chi fosse la persona che veniva comandata così a bacchetta. «Possiamo aspettare» dissi. «Abbiamo molte cose da fare prima di salire al terzo piano.» Fece per restituirmi la copia del mandato, ma la fermai. «No, quella è sua. Per legge dobbiamo lasciarne una al proprietario, oppure in luoghi dove il proprietario possa facilmente trovarla.» Mentre la piegava, chiesi: «L'unica chiave per accedere al terzo piano è la sua?». Con mia sorpresa, rispose: «Credo che prima di rispondere alla sua domanda aspetterò l'arrivo del mio avvocato». «Come preferisce,» dissi in tono colloquiale «ma non credo che ne abbia bisogno. Lei non è sospettata di niente.» «Chiunque può essere denunciato.» Giusto. Assolutamente giusto. Qualcosa mi diceva che Jessica sarebbe stata una bella gatta da pelare. Chiesi cortesemente a lei e Tatiana di trattenersi in salotto e ordinai a Borman di rimanere con loro. Non trovò nulla da ridire. Mi recai in cucina, dissi al tecnico della scientifica di proseguire il lavoro e quindi mi diressi verso il secondo piano per riferire agli altri le novità. Mentre percorrevo il corridoio, notai due cerchi gialli di gesso sul tappeto orientale blu, rosso e dorato. A occhio nudo non riuscivo a cogliere differenze tra la zona interna e quella esterna ai cerchi, ma era chiaro che avevano trovato qualcosa. Erano tutti e tre nella camera da letto di fronte a quella di Edie. Dai vestiti sparsi in giro, immaginai che fosse la camera di uno dei maschi. «Hester, hai un secondo?» «Certo.» Le raccontai ciò che stava accadendo al piano di sotto. «Stronzate.» «Giusto» dissi. «Dovresti vedere Jessica Hunley e la sua amichetta Tatiana.» «Perché?» «È un tipo un po' più... sofisticato del normale. È arrivata con la Z8.» Sorrisi. «Credo che Borman si stia chiedendo se possa portarsi a casa Ta-
tiana come prigioniera di guerra.» «Come se tu non fossi sensibile al fascino femminile, Houseman» disse Hester inarcando un sopracciglio. «Stai attento.» Hester aveva ragione, naturalmente. «Un membro attraente dell'altro sesso può influenzarti senza che tu te ne renda conto» esclamai citando alcune frasi dei miei trascorsi accademici. «Ma su di me non ha mai funzionato.» Si mise a ridere. «Sei incorreggibile.» «Cosa avete trovato da queste parti?» chiesi cambiando discorso. «Probabili macchie in corridoio, un possibile segno di strofinaccio sul pavimento accanto alla vasca di Edie, numerose tracce di latte solare a protezione cinquanta, cosmetici nelle stanze dei ragazzi, cosi come in quelle delle ragazze» disse con una risatina. «Dettagli trascurabili. Alcuni abiti vittoriani molto belli e antichi, gioielli altrettanto belli. Tatuaggi da applicare come una decalcomania. Alcuni ottimi cd musicali. Nient'altro. Nessun'arma. Niente che faccia pensare a qualcosa di strano.» Si diede un'occhiata intorno. «Abbiamo ancora tre stanze. Ci sono decine di angoli e nicchie...» Le parlai della conversazione che avevo avuto con Chester. Mi chiese se mi fosse servita a qualcosa e le risposi che avremmo dovuto aspettare per capirlo. Era stata nella cucina al piano inferiore appena prima del mio arrivo. «Sai quanti coltelli ci sono in una cucina? Coltelli che potrebbero essere un'arma del delitto?» «Molti, vero?» «Ne abbiamo raccolti sedici o diciassette e li abbiamo mandati in laboratorio. Potremmo non sapere mai quale coltello è stato usato.» Quando tornai in salotto, Tatiana era rannicchiata su un divano, il mento quasi a contatto con le ginocchia. Puntava tutta su Borman. La luce che filtrava attraverso la finestra esaltava i colori dei suoi capelli. Stava dicendo: «...e tu hai fatto davvero degli inseguimenti ad alta velocità?». Non sono certo di quello che Borman stesse per rispondere, ma quando mi vide si ricompose e disse: «Un paio di volte, al massimo». La posizione, i capelli lucenti e il finto interesse della ragazza, avevano mandato Borman completamente in bambola. Sono convinto che se gli avesse chiesto di mostrarle la pistola d'ordinanza, l'avrebbe fatto. Magari l'avrebbe scaricata, ma gliel'avrebbe data.
Mi ripromisi di tenere quei due il più lontani possibile. «Noi raccomandiamo di evitare gli inseguimenti» mi intromisi. «Di tutti i tipi. Sono troppo pericolosi.» Credo che Borman avesse colto il significato delle mie parole, ma senza un secchio di acqua ghiacciata non avrei riconquistato la sua piena attenzione. «Il mio avvocato arriverà a momenti» disse Jessica sorridendo con dolcezza. Il walkie-talkie di Borman gracchiò. «Otto, c'è un avvocato qua fuori, dice che deve parlare con la proprietaria del macchinone.» Era Knockle, l'ausiliario più anziano. Feci un cenno a Borman, che rispose: «Fallo passare». Alcuni secondi dopo la porta si aprì e rimasi sorpreso nel vedere Junkel e Koch, titolari dell'omonimo studio legale, fare il loro ingresso in coppia. Nessuno dei due aveva i vestiti che si metteva abitualmente in tribunale. Junkel era in jeans e felpa, Koch in pantaloni corti, sandali e polo. «Signori,» dissi «accomodatevi, prego.» Il loro sguardo mi attraversò. «Quaggiù» disse Jessica Hunley. «Quest'uomo ci ha detto che non possiamo uscire da questa stanza.» Non era esattamente così, ma i due si precipitarono da lei oltrepassandomi e lanciandomi occhiatacce. Guardai Borman. «Sarà una lunga giornata.» Mentre le cose procedevano, all'inizio anche molto in fretta, il potere di Junkel e Koch fu subito evidente. Per vari motivi. Innanzitutto, Junkel era in lizza per un posto alla corte d'appello dell'Iowa e Koch era senatore nonché uno dei possibili candidati alla poltrona di governatore. In secondo luogo, entrambi erano noti per essere estremamente ricchi. Terzo, dopo aver parlato con Jessica per alcuni secondi mi chiesero il numero di telefono del procuratore della contea. Koch si mise al telefono e Junkel iniziò a esaminare la copia del mandato di perquisizione che avevo consegnato a Jessica. Mentre ringraziavo Dio per il fatto che il giudice che aveva emesso il mandato fosse Winterman, riuscii a sentire Koch che cominciava a dare parecchi grattacapi al procuratore. Dopo alcuni istanti, mi passò il cellulare. «Il procuratore vuole parlare con lei.» «Carl?» Il tono era preoccupato.
«Sì?» «Carl, potremmo avere un problema. Voglio dire, se quel terzo piano è chiuso a chiave, la donna ha le chiavi e la porta non è stata forzata, credo che per alleggerire un po' la situazione sarebbe meglio se, per oggi, non saliste lassù.» Tutto d'un fiato. «Non credo che il giudice Winterman sarebbe d'accordo, Mike» dissi. Sospirò. «Lascia che sia io a giudicare. Sai chi sono questi avvocati?» «Sì.» Rispondevo a monosillabi, dal momento che Junkel e Koch stavano ascoltando. «Credo che se li facciamo incazzare si opporranno al mandato. Se ci invalidano il mandato, perderemo il caso.» «Non succederà» dissi. «Ne sei sicuro?» «Sì.» Ci fu una pausa molto significativa. «Spero che tu sappia qualcosa che io non so.» Quali altre possibilità avevo? «È così.» Sapevo che probabilmente Edie aveva una sua chiave. «Carl, mi auguro davvero che tu abbia ragione.» Fu più forte di me. «Anch'io. Ci sentiamo più tardi.» L'avvocato Junkel mi guardò. «È lei il responsabile, qui?» «Vicesceriffo Houseman, al suo servizio» dissi. L'avvocato Koch, che stava parlottando con Jessica Hunley, si girò e mi guardò con attenzione. «Non sarà mica...?» «Sì» risposi. «Sono io» e gli offrii il mio miglior sorriso. Circa dieci anni prima avevo arrestato suo nipote per abuso sessuale di terzo grado dopo che, presumibilmente, aveva fatto ubriacare una ragazza e aveva fatto sesso con lei mentre era priva di sensi. Il procuratore della contea e Koch avevano raggiunto un accordo sul patteggiamento e il ragazzo si era dichiarato colpevole di aggressione. Gli avevano inflitto un'ammenda di duecentocinquanta dollari. Non ero d'accordo e all'epoca mi era stato detto che Koch pensava che io fossi stato "ostruzionista" e "vendicativo", dal momento che mi ero opposto al patteggiamento. Tutto quello che avevo dichiarato era stato: «Se l'è scopata dopo che era svenuta: non l'ha picchiata». Avevo perso, naturalmente, ma avevo avuto la soddisfazione di spaventare quel pezzo di merda e suo nipote.
Non avevo dubbi sul fatto che saremmo dovuti salire al terzo piano e che prima o poi ci saremmo riusciti. Non sapevo ancora come, ma quella era tutta un'altra questione. Mi congedai dicendo che dovevo andare a controllare come procedeva il lavoro della squadra al secondo piano. «La squadra?» disse Junkel. «Sì. Al secondo piano ci sono alcuni agenti e tecnici della scientifica che stanno compiendo la perquisizione.» «Mi piacerebbe molto salire per vedere cosa stanno facendo.» «Non è possibile» risposi. «Borman?» Si costrinse a staccare gli occhi dalle due donne. «Se qualcuno che non fa parte della squadra addetta alla perquisizione cerca di accedere al secondo piano, arrestalo per interferenza allo svolgimento delle indagini e chiamami immediatamente.» «Ricevuto.» Guardai le altre quattro persone in salotto. «È vietato accedere anche alla cucina. Potete andare solo nel bagno di questo piano. Se qualcuno desidera una tazza di caffè o qualcos'altro dalla cucina, glielo porterà Borman.» Poi mi rivolsi sorridendo a Jessica. «Ma vi consiglio, per la vostra incolumità, di non chiedergli di cucinare...» Jessica diede un'occhiata all'orologio. «Non è escluso che debba farlo, se non ci sbrighiamo.» 13 Domenica 8 ottobre 2000 14.26 Tornai al piano di sopra e parlai con Hester. «Ci sarebbe di grande aiuto se scopriste una traccia di sangue che porta al terzo piano» dissi. «Allora, dammi il polso» scherzò Hester. «Per il momento preferirei evitarlo, ma potrebbe non essere una cattiva idea.» Guardai giù dalle scale. «Mi fermerò qui per un paio di minuti. Voglio che pensino che siamo in riunione.» Non sopporto quando gli avvocati vengono messi in mezzo troppo presto. Devono stare in un'aula di tribunale, non sul luogo di un delitto. Dopo un po', mentre Hester e gli altri continuavano a lavorare, tornai in
salotto, facendo attenzione a non calpestare i segni di gesso in corridoio. Riguardandoli, sembravano posizionati esattamente davanti alla camera da letto di Edie. Maledizione. Poteva essere un problema. Non portavano da nessuna parte. L'unica possibilità era che l'avessero trasportata fin lì e l'avessero appoggiata a terra per aprire la porta. Nessuna indicazione circa la direzione seguita. Al piano inferiore, Borman era in piedi sull'ingresso del salotto. «Credo che al secondo piano abbiano quasi finito» gli dissi, certo che gli altri mi avrebbero sentito. «Ne avremo ancora per un paio d'ore.» «Bene, poi saliamo al terzo?» domandò Borman. «Certo,» risposi «non ci sono problemi.» «Allora,» chiese Junkel «ha parlato con il procuratore?» «Lo risentirò tra poco. Stiamo cercando di fare il possibile, ma abbiamo un dovere e un obbligo verso la corte.» Mi strinsi nelle spalle. «Sa come vanno queste cose.» Dal momento che io e Borman non partecipavamo più alla perquisizione, avevamo già perso due o tre ore di lavoro. Lo avevamo fatto soprattutto per venire incontro a Jessica Hunley. Avevo sperato che la signora arrivasse sorridendo e ci consegnasse le chiavi del terzo piano salutando la compagnia. Non era andata così. Avevamo cercato di favorirla, anche se, più semplicemente, avremmo potuto forzare il lucchetto di una delle porte e rimborsarla per il danno. C'è sempre un rovescio della medaglia, però. Avevamo evitato che Jessica Hunley parlasse con gli inquilini della casa. Sapevo che si erano parlati per telefono, ma fino a quel momento non erano ancora riusciti a sedersi a un tavolo tutti insieme per scambiarsi informazioni. 14 Domenica 8 ottobre 2000 17.50 Verso le cinque decidemmo che era giunta l'ora di procedere con il terzo piano. Hester e io ci rivolgemmo di nuovo a Jessica. «Ora che i suoi avvocati sono presenti signora Hunley, le chiedo di nuovo se ha la chiave per accedere al terzo piano.»
Rispose Junkel. «Sì, ce l'ha, ma ciò non implica che vi dia il permesso di utilizzarla, né che, se accettasse di lasciarvela utilizzare, voi possiate perquisire il piano.» Guardò Hester. «Lei chi è?» «Hester Gorse. Agente speciale della Divisione Investigativa Criminale dell'lowa.» Tirò fuori il distintivo e lo mostrò per prima a Jessica. «Fa parte dell'unità mobile della scientifica, quindi» disse Koch. «No. Sono un agente criminale generico.» Infilò il distintivo in tasca. «Quest'uomo,» disse Junkel intendendo me «ci ha detto di essere il responsabile delle indagini.» «Infatti lo è» rispose Hester. «Noi assistiamo i dipartimenti con giurisdizione primaria.» «Allora,» ripresi io «possiamo usare la chiave per entrare al terzo piano? Giusto per limitare i danni.» «Sì» disse Koch. «Un'altra cosa» chiesi rivolgendomi nuovamente a Jessica. «Che cosa troveremo? Vorrei sapere se si tratta di un piano completamente ammobiliato oppure se lo è solo parzialmente, se ci sono stanze vuote.» «Non risponda» esclamò Junkel. «Allora dobbiamo pensare al peggio riguardo al tempo che impiegheremo a effettuare la perquisizione. Come preferite.» Mi rivolsi a Hester. «Forse è meglio che diamo da mangiare alla ciurma, prima di salire.» «Giusto» convenne lei con un lampo negli occhi. «Non c'è altra scelta. Sarà una perquisizione molto lunga.» «Volete che vada a prendere da mangiare?» si offrì Borman. «No. Lo ordiniamo.» Guardai Hester. «Possiamo farlo consegnare agli agenti fuori, visto che nessuno può entrare. E loro lo porteranno dentro.» «Sono già le cinque passate» fece notare Jessica. «Andiamo a cena fuori» disse Junkel, nel modo particolarmente accomodante che usano gli avvocati con i clienti facoltosi. «Saremo di ritorno tra un'ora e mezza circa.» Lui, Jessica, Tatiana e Koch, nell'ordine, si avviarono verso la porta. La resa dei conti. «Fermi» intimai con autorità, come insegnano all'accademia. Funzionava quasi sempre e funzionò anche quella volta. Avevo la loro piena attenzione. «Se scegliete di andarvene, non potrete rientrare. E dovrete lasciare qui la chiave del terzo piano prima di andare via.» «Non credo proprio» ringhiò Junkel.
«Inoltre,» continuai «sarete perquisiti uno per uno prima di allontanarvi, secondo quanto stabilito dalla legge.» Lo fissai. «Dovrebbe saperlo.» Entrambi gli avvocati sapevano che avevo perfettamente ragione. Anche se la norma si applicava principalmente nei casi di droga, quando gli indagati presenti al momento dell'irruzione cercavano di scappare con la merce addosso, si estendeva anche a casi come quello. Stavamo cercando delle tracce, è vero, ma anche oggetti come strofinacci e spugne, che potevano essere stati utilizzati per cancellare le macchie di sangue. Probabilmente non erano nascosti sotto il completo in pelle di Tatiana, ma, qualora se ne fossero andati, quei quattro dovevano essere perquisiti. «Se volete, però, possiamo farvi portare il cibo in casa dai nostri agenti» dissi, recitando il ruolo del poliziotto buono e cattivo nello stesso tempo. Jessica Hunley ne aveva abbastanza. «Grazie. Accettiamo l'offerta. Ora, per favore, possiamo accelerare un pochino i tempi?» Junkel cominciò a parlare, ma lei gli lanciò un'occhiata e l'avvocato si zittì subito. Mangiammo tutti in salotto, insieme alla squadra della scientifica e a Chris Barnes. Dopo che Chris si fu presentato come specialista nella ricostruzione del luogo di un delitto, i due avvocati cominciarono a parlare tra loro. Bene. Fu un pasto strano. Noi ordinammo pizza e Coca-Cola. Loro consumarono una cena completa, insalata e dolce compresi, con acqua minerale. Mi sedetti accanto a Hester e ci dividemmo una pizza. «Ehi, Houseman, non fa male al tuo colesterolo?» «Umpf.» Intendevo "e allora?", ma con la bocca piena. «Mi sembrava» disse Hester. Ingoiai il boccone, bevvi un sorso di Coca, le feci segno di venirsi a sedere più vicino e sussurrai: «C'è qualcosa che mi preoccupa...». «I funghi?» «No. Sento che ci siamo dimenticati qualcosa.» «Hai il foglio dell'inventario?» «Sì.» Addentai un altro pezzo di pizza. «F