MARY HIGGINS CLARK CI INCONTREREMO ANCORA (We'll Meet Again, 1999) A Marilyn, la mia primogenita, con amore. Ringraziame...
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MARY HIGGINS CLARK CI INCONTREREMO ANCORA (We'll Meet Again, 1999) A Marilyn, la mia primogenita, con amore. Ringraziamenti «C'era una volta...» è quasi sempre così che diamo il via a una storia. È l'inizio di un viaggio. Indaghiamo sui personaggi che hanno cominciato a prendere forma nella nostra mente. Ne esaminiamo i problemi. Raccontiamo le loro vite. E lungo la strada, abbiamo bisogno di tutto l'aiuto che possiamo ottenere. Che le stelle risplendano sui miei editor, Michael Korda e Chuck Adams, per il loro inesauribile aiuto, l'editing e l'incoraggiamento. Sono i migliori. Un milione di grazie, ragazzi. Il revisore dei testo Gypsy da Silva, la redattrice Carol Catt, la correttrice di bozze Barbara Raynor, le assistenti Carol Bowie e Rebecca Head continuano a profondere con generosità tempo e attenzione. Che Dio vi benedica, e grazie. Un tributo di riconoscenza alla mia addetta stampa, Lisl Cade, amica fedele, sostenitrice e cassa di risonanza. Gloria e riconoscenza ai miei agenti letterari, Gene Winick e Sam Pinkus, per i loro preziosi consigli e il sostegno offertomi. Un grazie di cuore agli amici che volentieri mi hanno messo a disposizione le loro conoscenze mediche, legali e tecniche: lo psichiatra Richard Roukema, la psicologa Ina Winick, l'esperto di chirurgia plastica e ricostruttiva dottor Bennett Rothenberg, il penalista Mickey Sherman, gli autori Lindy Washburn e Judith Kelman, la produttrice Leigh Ann Winick. Merci alla mia famiglia per l'aiuto e l'appoggio: i Clark, Marilyn, Warren e Sharon, David, Carol e Pat; i Conheeney, John e Debby, Barbara, Trish, Nancy e David. Un ciao alle amiche che hanno letto il lavoro durante la stesura, Agnes Newton, Irene Clark e Nadine Petry. Ghirlande di fiori e grazie con amore a «lui», mio marito John Conheeney, un vero modello di pazienza, comprensione e arguzia. Ancora una volta cedo scherzosamente la parola al mio monaco del
quindicesimo secolo: «Il libro è finito. Che l'autore entri in scena». Prologo «Lo stato del Connecticut proverà che Molly Carpenter Lasch ha intenzionalmente provocato la morte del marito, il dottor Gary Lasch; che mentre lui sedeva alla scrivania, dandole le spalle, gli ha fracassato il cranio con una pesante scultura di bronzo: che lo ha lasciato morire dissanguato mentre lei se ne andava a letto...» I giornalisti seduti dietro il tavolo della difesa scarabocchiavano furiosamente i loro taccuini. L'inviata del Women's News Weekly. una veterana, scrisse di getto: «Il processo a Molly Carpenter Lasch, accusata dell'omicidio del marito Gary. è iniziato stamattina nella pacata austerità dei tribunale di Stamford, una storica cittadina del Connecticut». I rappresentanti dei media erano accorsi da tutto il mondo. L'inviato del New York Post stava sviluppando una descrizione fisica di Molly, dedicando particolare attenzione all'abbigliamento che aveva scelto per quella prima apparizione in aula. Che splendore di donna, pensò; che eccezionale combinazione di classe e bellezza. Non era un binomio che gli capitasse spesso di incontrare, e certamente non al tavolo della difesa. Il portamento dell'imputata era quasi regale, anche se qualcuno l'avrebbe senza dubbio definito «insolente». Aveva ventisei anni, era snella, con i capelli biondo scuro che le sfioravano le spalle. Quel giorno indossava un tailleur blu ravvivato da piccoli orecchini d'oro. Il giornalista allungò il collo: sì, Molly portava ancora la fede. Se lo annotò. In quel momento, lei si girò a scrutare l'aula, come per cercare un viso familiare. Quando i loro sguardi s'incontrarono, il giornalista vide che la donna aveva gli occhi azzurri, orlati da ciglia lunghe e scure. L'inviato dell'Observer stava descrivendo le sue prime impressioni sull'imputata e il dibattimento. Lavorando per un settimanale, poteva contare su tempi di consegna meno stretti. «La signora Molly Carpenter Lasch ha l'aspetto di chi si trova più a suo agio in un country club che in un'aula di tribunale», scrisse. Alzò la testa per guardare al di là del corridoio, dove c'era la famiglia della vittima. La suocera dell'imputata, la vedova del leggendario dottor Jonathan Lasch, sedeva con il fratello e la sorella. Esile, sulla sessantina, esibiva un'espressione fredda e implacabile. È evidente, pensò l'uomo, che sarebbe felice di applicare personalmente alla nuora la pena di morte.
Distolse lo sguardo dal gruppo di famiglia per osservare gli altri presenti. I genitori di Molly, un coppia distinta vicina ai sessanta, apparivano tesi, ansiosi e sofferenti. Il cronista dell'Observer annotò i tre aggettivi sul suo taccuino. Erano le dieci e trenta quando la difesa fece la sua dichiarazione preliminare. «Il pubblico ministero vi ha appena detto che proverà la colpevolezza di Molly Lasch oltre ogni ragionevole dubbio. Da parte mia, signore e signori, mi propongo di dimostrare che Molly Lasch non è un'assassina. E che è, invece, una vittima di questa terribile tragedia non meno di quanto lo sia stato suo marito. «Una volta preso atto delle testimonianze e delle prove attinenti al caso, non potrete che concludere che Molly Carpenter Lasch fece ritorno a casa sua alle venti dell'8 aprile scorso, domenica, dopo una settimana trascorsa nella sua casa di Cape Cod; che lì trovò il marito Gary accasciato sulla scrivania; che gli praticò la respirazione bocca a bocca nel tentativo di rianimarlo e che, dopo averne udito gli ultimi rantoli e aver compreso che era morto, andò di sopra e, in preda allo choc, cadde sul letto priva di sensi.» Sono solo parole, pensava Molly. Non possono ferirmi. Era acutamente consapevole degli sguardi fissi su di lei, degli occhi curiosi e accusatori della gente. Prima dell'inizio dell'udienza, alcuni degli amici più cari le si erano avvicinati per baciarla e stringerle la mano. Jenna Whitehall, la sua migliore amica dai tempi della Cranden Academy, era fra loro. Jenna ora era un avvocato esperto in diritto societario e suo marito Cal era presidente del consiglio di amministrazione del Lasch Hospital, nonché del centro di assistenza sanitaria che Gary aveva fondato con il dottor Peter Black. Sono stati tutt'e due meravigliosi, pensò ancora Molly. In quegli ultimi mesi, quando l'assaliva il bisogno di allontanarsi da tutto, si era rifugiata spesso nella casa degli Whitehall a New York, e quelle brevi fughe le erano state di grandissimo aiuto. La coppia viveva a Greenwich, ma durante la settimana capitava spesso che Jenna pernottasse nell'appartamento che avevano a Manhattan, nei pressi di United Nations Plaza. In corridoio, Molly aveva visto anche Peter Black. Il dottor Black... un tempo sempre amabile con lei, ora la ignorava, come la madre di Gary. L'amicizia fra quell'uomo e suo marito risaliva ai tempi dell'università e si chiedeva se Peter sarebbe stato in grado di prendere il posto del socio scomparso nella direzione dell'ospedale e del Centro Remington. Poco dopo la morte di Gary, Black era stato nominato direttore sanitario, mentre
Cal Whitehall aveva mantenuto la carica di presidente. Intanto, l'udienza era entrata nel vivo. Il pubblico ministero cominciò a chiamare i testimoni... per Molly, erano solo un confuso succedersi di facce e di voci. Poi entrò a deporre Edna Barry, la grassoccia sessantenne che era stata la loro collaboratrice domestica. «Quel lunedì arrivai alle otto di mattina, come al solito», esordì. «Lunedì 9 aprile?» «Sì.» «Da quanto tempo era stata assunta da Gary e Molly Lasch?» «Quattro anni. Ma prima ho lavorato per la madre di Molly, fin da quando lei era piccola. Una bambina sempre così gentile...» A Molly non sfuggì l'occhiata comprensiva che la donna le lanciò mentre parlava. Non vorrebbe danneggiarmi, pensò, ma non può tacere sulle circostanze in cui mi ha trovato, e sa bene che effetto faranno le sue dichiarazioni. «Rimasi stupita nel vedere che in casa le luci erano accese», proseguì la signora Barry. «Capii che Molly era rientrata da Cape Cod quando vidi la sua borsa da viaggio nell'ingresso.» «Signora Barry, vuole descriverci il primo piano di casa Lasch?» «C'è un grande ingresso... una zona di ricevimento, si potrebbe dire. E lì che venivano serviti i cocktail, quando davano qualche cena importante. Subito dopo c'è il soggiorno, proprio di fronte alla porta d'ingresso. La sala da pranzo è a sinistra in fondo al corridoio. La cucina e il tinello si trovano dalla stessa parte, mentre la biblioteca e lo studio del dottor Lasch sono a destra dell'entrata.» Quel giorno sono arrivata a casa presto, rammentò Molly. C'era poco traffico sulla I-95 e avevo impiegato meno tempo di quanto avessi previsto. Ho preso la sacca che avevo con me, il mio unico bagaglio, e sono entrata in casa. Dopo aver chiuso la porta, ho chiamato Gary e non avendo ricevuto risposta, sono andata nello studio a cercarlo. «Sul piano di lavoro, in cucina, c'erano dei bicchieri da vino e un vassoio con i resti di uno spuntino», riprese la signora Barry. «Era una circostanza abituale?» «Per nulla. Molly riordinava sempre, dopo che avevano avuto ospiti.» «E il dottor Lasch?» domandò il pubblico ministero. Edna fece un sorriso indulgente. «Oh, be', si sa come sono fatti gli uomini. Lui non faceva troppo caso al disordine che si lasciava dietro.» Aggrottò la fronte. «Fu allora che capii che qualcosa non andava», seguitò. «Pensai che Molly fosse
tornata per poi andarsene di nuovo.» «Ha idea del perché la sua datrice di lavoro avrebbe fatto una cosa del genere?» Quando la testimone tornò a voltarsi verso di lei, l'imputata lesse l'esitazione sul suo viso. Alla mamma non è mai piaciuto che la chiamassi «signora Barry», mentre per quella donna io ero semplicemente Molly, ricordò. Ma a me non importava. Mi conosce da quand'ero bambina. «Molly non era a casa il venerdì precedente. Era partita per Cape Cod il lunedì, mentre io ero lì da loro. Mi era sembrata terribilmente sconvolta.» «Sconvolta? Perché?» La domanda risuonò come una frustata. Molly era consapevole dell'ostilità che il pubblico ministero nutriva nei suoi confronti, ma stranamente la cosa non la turbava. «Quel giorno piangeva mentre preparava la sacca da viaggio, e si capiva che era molto arrabbiata. Molly è una persona tranquilla; ce ne vuole per farle arruffare le penne. La conosco da anni, eppure non l'avevo mai vista tanto agitata. Continuava a ripetere: 'Come ha potuto? Come ha potuto?' Le chiesi se c'era qualcosa che potessi fare per lei.» «E che cosa le rispose la signora Lasch?» «Mi disse: 'Potrebbe uccidere mio marito'.» «Potrebbe uccidere mio marito!» «Naturalmente sapevo che non parlava sul serio. Pensai che avessero avuto un litigio e che lei stesse andando a Cape Cod per lasciar sbollire la collera.» «Lo faceva spesso? Prendere su e andarsene?» «Be'. a Molly piace molto andare lì; sostiene che le si schiariscono le idee. Ma questa volta era diverso... non l'avevo mai vista partire in quelle condizioni.» Edna Barry guardò di nuovo l'imputata. I suoi occhi erano pieni di compassione. «Torniamo alla mattina del 9 aprile, signora Barry. Che cosa fece dopo aver guardato in cucina?» «Andai nello studio, per vedere se il dottore era lì. La porta era chiusa e, quando bussai, non ricevetti risposta. Nell'abbassare la maniglia mi accorsi che era appiccicosa. A quel punto aprii ed entrai.» La voce di Edna Barry tremò. «Lui era alla scrivania, accasciato sulla sedia, con la testa coperta di sangue rappreso. C'era sangue dappertutto, sul suo corpo, sulla scrivania, sulla sedia, sul tappeto. Mi resi subito conto che era morto.» La descrizione riportò alla mente di Molly quella domenica sera. Appena
entrata in casa, ho chiuso la porta di ingresso e sono andata nello studio. Ero certa che Gary fosse lì. La porta era chiusa. L'ho aperta e... da quel momento non ricordo più nulla. «Che cosa fece a quel punto, signora Barry?» domandò il pubblico ministero. «Chiamai immediatamente la squadra di pronto intervento. Poi pensai che anche Molly poteva essere stata aggredita e corsi di sopra, in camera sua. Quando la vidi sdraiata sul letto, per un istante credetti che fosse morta.» «Che cosa glielo fece pensare?» «Aveva il viso sporco di sangue. Però a un certo punto aprì gli occhi, sorrise e disse: 'Salve, signora Barry. Devo aver dormito troppo'.» Solo in quel momento mi sono accorta di essere ancora vestita, rammentò Molly mentre ascoltava la testimonianza. Per un attimo ho pensato di aver avuto un incidente. Ero tutta sporca e avevo le mani appiccicose. Mi sentivo stordita, disorientata: non capivo se ero nella mia camera, o in una stanza d'ospedale. Ricordo di essermi domandata se anche Gary fosse rimasto ferito. Poi ho sentito bussare alla porta d'ingresso e pochi istanti dopo i poliziotti sono entrati in camera. Intorno a lei la gente parlava, ma per Molly le voci dei testimoni continuavano a essere un brusio incomprensibile. Si rendeva solo vagamente conto del passare dei giorni, delle proprie apparizioni in aula, dell'avvicendarsi delle testimonianze. Deposero Calvin Whitehall e Peter Black, e poi Jenna. I due medici raccontarono che la domenica pomeriggio avevano telefonato a Gary per preannunciargli la loro visita e che, una volta lì, si erano resi conto che qualcosa non andava. Pareva che la moglie avesse scoperto la sua relazione con Annamarie Scalli, e lui era agitatissimo. Gary aveva confidato a Cal che Molly aveva trascorso l'intera settimana a Cape Cod, rifiutandosi di parlargli. Gli aveva addirittura sbattuto il telefono in faccia. «Quale fu la vostra reazione nel venire a sapere della relazione extraconiugale del dottor Lasch?» chiese il pubblico ministero. Di profonda preoccupazione, rispose Cal, sia per il matrimonio dei due amici sia per i danni che avrebbe potuto causare all'ospedale uno scandalo sulla relazione del dottor Lasch con una giovane dipendente. Gary, tuttavia, aveva assicurato che non ci sarebbero stati problemi: Annamarie stava
per lasciare la città. Aveva deciso di dare in adozione il bambino che aspettava e il legale di Gary aveva ricevuto istruzioni di consegnarle un assegno di settantacinquemila dollari. Da parte sua, la ragazza aveva già provveduto a firmare una dichiarazione. Annamarie Scalli, pensò ora Molly, la graziosa infermiera dai capelli scuri e dall'aria sexy. Le era capitato di incontrarla in ospedale. Suo marito ne era stato innamorato, o la loro era stata solo un'avventura a cui l'inaspettata gravidanza aveva impresso un'improvvisa svolta? Non lo avrebbe mai saputo e c'erano tanti altri interrogativi destinati a restare senza risposta. Gary mi amava davvero? si chiese. O la nostra vita insieme è stata solo una finzione? Scosse la testa. No. Pensarci in quei termini era troppo doloroso. Poi era toccato a Jenna salire sul banco di testimoni. Sicuramente avrebbe preferito non farlo, pensò Molly, ma era stata l'accusa a chiamarla e lei non aveva potuto esimersi. Jenna parlava con voce bassa, esitante. «Sì», rispose, «quel giorno le telefonai a Cape Cod e lei mi raccontò della relazione del marito con Annamarie Scalli e della gravidanza di quest'ultima. La scoperta l'aveva devastata.» Molly ascoltava solo per metà lo scambio di battute fra Jenna e il pubblico ministero. Lui le chiedeva se l'amica le era parsa arrabbiata, Jenna la descriveva come una donna in preda al dolore e infine ammetteva che, sì, la sua amica era furente con il marito. «Si alzi, Molly. La corte sta uscendo.» Philip Matthews, il suo avvocato, la prese per il gomito e la sostenne mentre lasciavano l'aula. All'esterno del tribunale i flash dei fotografi la accecarono. L'uomo al suo fianco si aprì in fretta un varco tra la ressa, spìngendola verso un'auto in attesa. «Troveremo i suoi a casa», le disse mentre si allontanavano. I genitori di Molly erano arrivati dalla Florida per starle vicino. Avrebbero voluto che traslocasse, che non continuasse a vivere nelle stanze in cui era morto suo marito, ma lei non se la sentiva. Era stata la nonna a lasciarle quella casa, e lei la amava. Su un punto, però, aveva ceduto alle insistenze del padre, acconsentendo a cambiare l'arredamento dello studio. Erano stati levati i pannelli di mogano che rivestivano le pareti e la collezione di opere d'arte e di mobili dell'Ottocento americano, tanto amata da Gary, spostata altrove. I suoi quadri, le sculture, i tappeti, le lampade a olio, la scrivania Wells Fargo e le poltrone di cuoio erano stati sostituiti da un divano rivestito di chintz colorato, da un divanetto a due posti e da ta-
voli di rovere chiaro. Ma a dispetto di quelle modifiche, la stanza restava sempre chiusa. Uno dei pezzi più pregevoli della collezione di Gary, una scultura Remington di bronzo alta settantacinque centimetri e raffigurante un uomo a cavallo, era ancora nelle mani della pubblica accusa. Sostenevano che era quella l'arma con cui lei aveva fracassato la testa del marito. A volte, quando era certa che i suoi genitori dormissero, Molly usciva dalla sua stanza, scendeva le scale e si fermava davanti alla porta dello studio, cercando di ricostruire che cosa fosse effettivamente accaduto la notte in cui Gary era morto. A dispetto di tutti i suoi sforzi, non riusciva a ricordarsi di aver parlato con il marito, né di essersi avvicinata alla scrivania. Non ricordava affatto di aver preso la scultura, afferrandola per le zampe anteriori del cavallo, né di averla calata con forza sul cranio di lui. Anche se, sempre secondo l'accusa, questo era proprio ciò che aveva fatto. Quella sera, di nuovo a casa dopo un'altra giornata trascorsa in tribunale, si rese conto della crescente apprensione di genitori e percepì il desiderio sempre più ansioso di proteggerla. Rimase rigida tra le loro braccia, poi si ritrasse per osservarli quasi con distacco. Sì. erano davvero una bella coppia, pensò... io dicevano tutti. Lei sapeva di assomigliare alla madre, Ann. E Walter, il padre, torreggiava sulle due donne. I suoi capelli, ormai grigi, un tempo erano biondi: la sua eredità vichinga, come amava dire lui, riferendosi alla nonna danese. «Scommetto che abbiamo tutti voglia di bere qualcosa», disse Walter, dirigendosi verso il mobile bar. Molly e la madre chiesero un bicchiere di vino e l'avvocato un Martini. «Philip, in che misura ci ha danneggiato la testimonianza resa oggi da Black?» domandò il padre tendendogli il bicchiere. Philip Matthews, brillante avvocato trentottenne, era una specie di stella dei media. Walter Carpenter aveva giurato di ottenere per la figlia il miglior difensore che il denaro potesse assicurare, e benché ancora relativamente giovane, Philip era risultato senz'altro il meglio che potesse offrire la piazza. Non era forse riuscito a far assolvere un dirigente televisivo accusato di aver ucciso la moglie? Ma lui, rifletté tristemente Molly, non era stato trovato coperto di sangue della vittima. La nebbia che le offuscava la mente stava diradandosi. Sarebbe tornata presto, come succedeva sempre. Ma in quel momento lei era in grado di valutare che effetto potesse fare la sua storia sulle persone che seguivano il
dibattimento, e in particolare sulla giuria. «Quanto tempo durerà ancora il processo?» chiese. «Tre settimane circa», rispose Matthews. «E poi sarò giudicata colpevole.» Il tono di Molly era noncurante. «Credete anche voi che lo sia? So che tutti gli altri lo pensano, perché ero davvero furiosa con lui.» Sospirò. «Il novanta per cento dei presenti è convinto che io menta quando dichiaro di non ricordare nulla, e il restante dieci per cento pensa che io non ricordi nulla perché sono pazza.» Consapevole degli sguardi fissi su di lei, Molly attraversò l'ingresso diretta verso lo studio e ne spalancò la porta. La sensazione di irrealtà stava di nuovo impossessandosi di lei. «Forse sono stata davvero io», riprese, senza più traccia di espressione nella voce. «Quella settimana a Cape Cod... ricordo di aver vagato sulla spiaggia pensando che era tutta un'ingiustizia. Cinque anni di matrimonio, un figlio perso, il desiderio spasmodico di averne un altro e la nuova gravidanza, e poi, al quarto mese, l'aborto. Ve lo ricordate? Siete venuti dalla Florida tutt'e due, preoccupati di sentirmi tanto disperata. E appena un mese dopo, sollevo per caso la cornetta, sento Annamarie Scalli che parla con Gary e capisco che lei è incinta, di mio marito. Ero così amareggiata, ferita. Ricordo di aver pensato che, prendendosi il mio bambino, Dio aveva punito la persona sbagliata.» Questa volta, quando Ann l'abbracciò, Molly non si ritrasse. «Ho tanta paura», sussurrò alla madre. «Tanta paura.» Philip Matthews prese Walter Carpenter per un braccio. «Andiamo in biblioteca», disse. «Credo che sia arrivato il momento di guardare in faccia la realtà. Credo che sia arrivato il momento di prendere in considerazione un patteggiamento.» In piedi davanti al giudice, Molly si sforzava di concentrarsi sulle parole del pubblico ministero. Philip Matthews le aveva detto che, seppure con riluttanza, il rappresentante dell'accusa aveva acconsentito a che lei si dichiarasse colpevole di omicidio preterintenzionale, un reato che prevedeva una condanna a dieci anni, a causa dell'unico punto debole della sua ricostruzione: Annamarie Scalli. L'infermiera non era ancora stata chiamata a deporre, ma lei aveva dichiarato agli agenti di aver trascorso quella domenica sera a casa, da sola. «Il pubblico ministero sa che io farò il possibile per gettare i sospetti sulla Scalli», aveva spiegato l'avvocato della difesa a Molly. «Anche quella donna era amareggiata e arrabbiata con Gary. Non nego che in questo mo-
do noi potremmo avere qualche probabilità di successo, ma se la nostra tesi non venisse accettata, lei verrebbe condannata al carcere a vita. Con un condanna per omicidio preterintenzionale, invece, sarà fuori al massimo in cinque anni.» Poi per Molly arrivò il momento di pronunciare le parole che ci si aspettava da lei: «Vostro Onore, benché non io abbia nessun ricordo di quella terribile sera, riconosco la fondatezza delle prove addotte dalla pubblica accusa e sono pronta ad ammettere che essa ha dimostrato la mia responsabilità nella morte di mio marito». È un incubo, pensava. Presto mi sveglierò e scoprirò di essere al sicuro in casa mia. Un quarto d'ora dopo la lettura della sentenza che la condannava a dieci anni di carcere, Molly fu ammanettata e fatta salire sul cellulare che l'avrebbe condotta al carcere di Niantic, il centro correzionale femminile di stato. Cinque anni e mezzo dopo 1 Gus Brandt, direttore di produzione della NAF, una rete televisiva via cavo, alzò gli occhi dalla scrivania nel suo studio al numero 30 di Rockefeller Plaza, a Manhattan. Fran Simmons, la giornalista investigativa che aveva assunto di recente, affidandole il notiziario delle diciotto nonché il nuovissimo programma True Crime, era appena entrata nella stanza. «Ci siamo», le annunciò eccitato. «Molly Carpenter Lasch ha ottenuto la libertà sulla parola. Uscirà la prossima settimana.» «Ce l'ha fatta!» esclamò Fran. «Ne sono felice per lei.» «Non ero sicuro che tu rammentassi il caso; sei anni fa vivevi in California. Che cosa ne sai?» «Tutto, direi. Ho frequentato la Cranden Academy di Greenwich con Molly Carpenter e durante il suo processo mi facevo mandare i quotidiani locali.» «Andavate a scuola insieme? Fantastico. Voglio che tu programmi al più presto uno speciale su di lei.» «Sicuro. Ma, Gus, non pensare anche io abbia un rapporto di confidenza con Molly», specificò Fran. «Non la vedo dall'estate del diploma, e da allora sono passati quattordici anni. Più o meno quando mi sono iscritta all'Università della California, mi sono trasferita con mia madre a Santa
Barbara, e da allora non sono rimasta in contatto con nessuno dei miei compagni di Greenwich.» Erano molte le ragioni per cui sua madre e lei avevano deciso di trasferirsi in California, frapponendo tutta la distanza possibile fra loro e il Connecticut. Il giorno del diploma di Fran, suo padre le aveva portate al ristorante, per festeggiare. Al termine della cena, aveva brindato al futuro della figlia, le aveva baciate entrambe e si era alzato, dicendo di aver dimenticato il portafoglio in macchina. Poi era andato nel parcheggio e si era sparato. Erano bastati pochi giorni perché il motivo del suo suicidio diventasse di pubblico dominio: un'indagine aveva stabilito che l'uomo aveva sottratto quattrocentomila dollari dal fondo destinato alla costruzione della nuova biblioteca cittadina, di cui era presidente. Ovviamente, Gus Brandt era al corrente di tutto e non aveva esitato a sollevare l'argomento con lei, quando era andato a Los Angeles per offrirle un lavoro alla NAF. «Ormai è storia passata. Non hai più bisogno di nasconderti e questo nuovo incarico potrebbe significare molto per la tua carriera», le aveva detto. «Tutti sanno che la mobilità è essenziale per avanzare nel settore televisivo. Gli indici di ascolto del nostro notiziario delle diciotto stanno superando quelli delle emittenti locali e True Crime è fra i dieci programmi più seguiti. E poi, ammettilo: New York ti manca.» Fran si era quasi aspettata di sentirlo citare il vecchio adagio secondo cui fuori da New York l'America era tutta provincia, ma lui non si era spinto tanto in là. Con i capelli grigi che andavano diradandosi e le spalle curve, Gus dimostrava tutti i suoi cinquantacinque anni e la sua espressione abituale era quella di chi ha appena perso l'ultimo autobus in una gelida serata di pioggia. Ma era un'apparenza ingannevole, Fran lo sapeva bene. In realtà, quell'uomo aveva una mente affilata come un rasoio, un'abilità eccezionale nel dare vita a nuovi programmi e una vena di competitività in cui non era secondo a nessuno. Lei non aveva esitato ad accettare la sua offerta. Lavorare per Gus significava entrare nella corsia preferenziale. «Così, dopo il diploma non hai più visto né sentito la Carpenter?» le chiese ora lui. «Mai. All'epoca del processo le scrissi, offrendole la mia solidarietà e il mio appoggio, e in risposta ricevetti una lettera del suo avvocato, una di quelle lettere standard, in cui si diceva che, pur apprezzando il mio interessamento, Molly non desiderava corrispondere con nessuno. Da allora sono passati più di cinque anni e mezzo.»
«Com'era? Da ragazzina, voglio dire.» Fran si tirò dietro l'orecchio una ciocca di capelli castano chiaro, un gesto inconscio che tradiva la sua concentrazione. Un'immagine le balenò nella mente e per un istante fu come se rivedesse Molly sedicenne. «È sempre stata speciale», disse dopo un momento. «Hai visto le sue fotografie. Era bella. Noi eravamo ancora un branco di goffe adolescenti quando lei faceva già girare la testa agli uomini per strada. Aveva degli incredibili occhi azzurri, quasi iridescenti, e una carnagione da far invidia a una modella. Ma a impressionarmi era soprattutto la sua compostezza. Ero convinta che se a un ricevimento le avessero presentato il papa e la regina d'Inghilterra, lei avrebbe saputo rivolgersi a entrambi nella maniera giusta, e osservando il corretto ordine di precedenza. La cosa buffa è che ho sempre sospettato che nel suo intimo fosse timida. A dispetto del suo eccezionale autocontrollo, c'era sempre qualcosa di precario in lei. Era come un bellissimo uccello appollaiato su un ramo, immobile, ma pronto a spiccare il volo da un momento all'altro.» Quando la vedevo vestita da sera, era come se scivolasse con grazia attraverso la stanza, ricordò Fran. Con quel portamento, sembrava più alta di parecchi centimetri. «Eravate buone amiche?» volle sapere Gus. «Oh, io non gravitavo esattamente nella sua orbita. Molly faceva parte dell'élite. Ero una buona atleta e mi concentravo più sullo sport che sulle attività mondane. Ti assicuro che il venerdì sera il mio telefono non era incandescente.» «Ma come avrebbe detto mia madre, crescendo non te la sei cavata male», fu l'asciutto commento di Brandt. Non mi sono mai sentita a mio agio all'accademia, stava pensando Fran. Greenwich è piena di famiglie del ceto medio, ma papà le snobbava. Si dava sempre un gran daffare per ingraziarsi la gente che contava. E da me si aspettava che frequentassi le ragazze con alle spalle una montagna di denaro o una famiglia influente. «E a parte l'aspetto fisico, com'era Molly?» «Molto dolce. Quando si venne a sapere quello che aveva combinato mio padre... l'appropriazione indebita, il suicidio... io cominciai a evitare i compagni. Molly sapeva che andavo a fare jogging tutti i giorni e una mattina la trovai lì ad aspettarmi. Disse che voleva solo tenermi compagnia per un po'. E dato che suo padre era stato uno dei maggiori sostenitori del fondo per la biblioteca, puoi immaginare quanto abbia significato per me
quella prova di amicizia.» «Non avevi motivo di addossarti la vergogna di tuo padre», osservò Gus, un po' seccamente. Fran s'irrigidì. «Non mi vergognavo per lui. Ero addolorata... e anche arrabbiata con lui. Perché aveva creduto che mia madre e io volessimo di più? Dopo la sua morte, ci siamo rese conto che in quegli ultimi giorni doveva essersi sentito disperato, sapendo che era imminente un controllo dei libri contabili del fondo, e che la sua frode sarebbe stata inevitabilmente scoperta.» S'interruppe e quando riprese a parlare, la sua voce si era addolcita: «Naturalmente lui sbagliò a compiere quell'azione illegale. Sbagliò a prendere il denaro e a pensare che noi ne avessimo bisogno. Si comportò da debole e ora capisco che era terribilmente insicuro. Ma era anche un'ottima persona». «Lo stesso vale per Gary Lasch. che era un buon amministratore. Il Lasch Hospital gode di ottima reputazione e il Remington non è uno di quei ridicoli centri che finiscono invariabilmente per fare bancarotta e lasciare nei guai medici e pazienti.» Gus fece un breve sorriso. «Conoscevi Molly e sei andata a scuola con lei, il che ti consente di fare una valutazione più precisa. Credi che sia colpevole?» «Su questo non c'è dubbio», rispose subito Fran. «Le prove a suo carico sono schiaccianti e ho seguito un numero di processi sufficiente per farmi capire che anche gii individui più controllati possono perdere il lume della ragione per una fatale frazione di secondo. Ciononostante, a meno che in questi anni non sia cambiata radicalmente, Molly è l'ultima persona al mondo che penserei capace di uccidere. Ecco perché non mi stupisce che abbia rimosso ogni ricordo dell'omicidio.» «Ed ecco perché il suo caso è proprio quello che ci vuole per il programma», commentò Gus. «Mettiti al lavoro. Voglio che tu faccia parte de! comitato di benvenuto che accoglierà Molly Carpenter Lasch, quando la settimana prossima lascerà il carcere di Niantic.» 2 Una settimana dopo, in una fredda giornata di marzo, con il colletto del cappotto sollevato per ripararsi, le mani infilate nelle tasche e i capelli nascosti sotto il suo berretto da sci preferito, Fran aspettava fuori del carcere in compagnia di un gruppetto di colleghi. Con lei c'era l'operatore. Ed A-
hearn. Come al solito, tutti brontolavano, quel giorno a causa della levataccia e del brutto tempo: pioggia battente, accompagnata da raffiche di vento gelido. E ovviamente si parlava del caso che cinque anni e mezzo prima si era guadagnato i titoli di testa in tutto il paese. Fran aveva già fatto delle riprese con il carcere sullo sfondo e in mattinata aveva annunciato in diretta: «Siamo in attesa fuori del cancello della prigione di Niantic, nel Connecticut, distante pochi chilometri dal confine con il Rhode Island, Da questo cancello fra poco uscirà Molly Carpenter Lasch, che è rimasta in prigione per più di cinque anni dopo essere stata dichiarata colpevole dell'omicidio del marito, Gary Lasch». Ora, mentre attendeva che la donna apparisse, Fran ascoltò le chiacchiere dei colleghi. L'opinione generale era che Molly fosse colpevole come il peccato, e avesse avuto una dannata fortuna a cavarsela con una detenzione tanto breve... Chi credeva di imbrogliare affermando di non ricordarsi di aver fracassato il cranio a quel poveretto? Quando vide una berlina blu scuro sbucare da dietro il corpo principale del carcere, Fran si affrettò ad avvertire la regia. «L'auto di Philip Matthews si prepara ad andarsene». Il legale di Molly era arrivato lì a prenderla una mezz'ora prima. Ahearn posizionò la telecamera. Anche gli altri avevano notato la macchina blu. «Stiamo solo sprecando tempo», borbottò l'inviato del Post. «Dieci a uno che non appena si aprirà il cancello, i due se la fileranno lasciando sul selciato mezzo chilo di pneumatico. Ehi, un momento!» «L'auto che porterà Molly Carpenter Lasch verso la libertà ha appena cominciato il suo viaggio», annunciò quietamente Fran al microfono. Un istante dopo, fissava attonita la snella figuretta che camminava a fianco della berlina. «Charley», esclamò rivolta al conduttore del notiziario del mattino, «Molly Lasch non è a bordo dell'auto, ma le sta camminando accanto. Di sicuro vuole fare una dichiarazione.» Balenarono i flash, i nastri cominciarono a ronzare e microfoni e telecamere si strinsero a formare un gruppo compatto mentre Molly raggiungeva a piedi il cancello e si fermava a guardarlo spalancarsi lentamente. È come un bambino che vede per la prima volta un giocattolo meccanico, pensò Fran. «Molly sembra incapace di credere che tutto questo stia accadendo davvero», commentò poi al microfono. Appena in strada, l'ex detenuta fu immediatamente circondata e bombar-
data di domande. «Che effetto le fa essere tornata in libertà?... Ha sempre avuto la certezza che questo giorno sarebbe arrivato?... Incontrerà la famiglia di Gary?... Crede che con il tempo riuscirà a ricostruire gli avvenimenti di quella sera?» Come gli altri, anche Fran tese il microfono, ma si tenne deliberatamente un po' in disparte. Se Molly avesse percepito in lei una nemica, in futuro non ci sarebbe stata nessuna possibilità di farsi rilasciare da lei un'intervista. La Carpenter alzò la mano in un gesto di protesta. «Per favore, lasciatemi parlare», disse in fretta. Era pallida, notò Fran, e smunta. Sembrava reduce da una malattia. È cambiata, pensò ancora, e non solo perché sono passati gli anni. La osservò con più attenzione. I suoi capelli un tempo dorati ora erano scuri come le ciglia e le sopracciglia. Più lunghi, erano trattenuti da un fermaglio sulla nuca. La carnagione, già chiarissima, aveva l'evanescenza dell'alabastro e le labbra che lei ricordava sorridenti erano tirate e avevano una piega amara, come non si curvassero in un sorriso da chissà quanto. Gradatamente il frastuono si spense e ci fu silenzio. Matthews era sceso dall'auto e ora era in piedi accanto alla sua assistita. «Non farlo, Molly. Alla commissione per la libertà sulla parola non piacerà...» cominciò, ma lei lo ignorò. Fran scrutava l'avvocato. Chissà che tipo è realmente, si domandò. Il suo viso, incorniciato dai capelli biondi con qualche filo grigio, appariva ostile. Guardandolo, la giornalista si scoprì a pensare a una tigre che protegge il proprio cucciolo. Non si sarebbe stupita se lo avesse visto trascinare Molly con la forza nella relativa sicurezza dell'auto. Ma la sua cliente sembrava determinata. «Non ho scelta, Philip.» Si girò verso le telecamere e parlò ai microfoni che la attorniavano. «Sono felice di tornare a casa. Per ottenere il rilascio sulla parola, ho dovuto dichiararmi la sola colpevole della morte di mio marito. Ho riconosciuto che le prove a mio carico erano schiaccianti. E nonostante questo, ora non posso esimermi dall'esprimere la mia profonda convinzione di essere incapace di privare della vita un essere umano. So che la mia innocenza forse non sarà mai dimostrata, ma spero, una volta a casa, forte di una nuova tranquillità, di ricordare tutto quello che accadde quella terribile sera. Fino ad allora non avrò pace, né potrò pensare a ricostruirmi un'esistenza degna di questo nome.» Fece una pausa e quando riprese a parlare, la sua voce risuonò più sicu-
ra: «Quando i ricordi di quella sera hanno cominciato ad affiorare, anche se solo in parte, ho rammentato di aver visto Gary moribondo nel suo studio. Solo da poco un altro brandello di memoria si è affacciato alla mia mente. Ora credo che al mio arrivo ci fosse qualcun altro in casa e penso che questo individuo sia l'assassino. Sono certa che non si tratti di un parto della mia immaginazione: era una persona in carne e ossa e io intendo trovarla e fare in modo che paghi per aver tolto la vita a mio marito e aver distrutto la mia». Poi, ignorando il fuoco di fila delle domande, Molly si girò e salì in macchina. Matthews chiuse la portiera e si mise al volante. Con la testa appoggiata all'indietro, lei socchiuse gli occhi mentre il legale, con la mano schiacciata sul clacson, si apriva un varco tra la folla di giornalisti e operatori. «Ecco, Charley», disse Fran al microfono. «Avete ascoltato la dichiarazione di Molly, la sua protesta di innocenza.» «Una dichiarazione sorprendente, Fran», replicò il conduttore. «Seguiremo da vicino questa vicenda, in attesa di nuovi sviluppi. Grazie.» «Ora non sei più in onda», la avvertì qualcuno dalla regia. «Allora, che cosa ne pensi?» le domandò Joe Hutnik, del Greenwich Time, un veterano della cronaca nera. Paul Reilly, dell'Observer, non lasciò alla collega il tempo di replicare. «La signora non è stupida», sbuffò. «Probabilmente sta pensando all'autobiografia che scriverà. A nessuno piace che un assassino tragga profitto dal suo delitto, anche quando può farlo legalmente, e i cuori teneri saranno più che felici di credere che è stato qualcun altro a uccidere Gary Lasch e di vedere in Molly solo un'altra vittima.» Joe Hutnik lo guardò con aria scettica. «Forse, o forse no, ma a mio parere il prossimo marito di Molly Lasch farà bene a non voltarle la schiena quando litigheranno. Tu che ne pensi, Fran?» Lei guardò i due uomini serrando le labbra. «No comment», disse secca. 3 Mentre si allontanavano dal carcere, Molly osservava i cartelli stradali. Lasciarono la Merritt Parkway all'uscita di Lake Avenue. Tutto questo naturalmente mi è familiare, pensò Molly, anche se non ricordo granché del tragitto fino alla prigione. Rammento solo il peso delle catene e le manette che mi scavavano un solco nei polsi. Teneva lo sguardo dritto davanti a sé
e percepiva le occhiate oblique che di tanto in tanto Matthews le gettava. «Mi sento strana», disse lentamente, in risposta alla tacita domanda di lui. «No... credo che la parola giusta nel mio caso sia 'vuota'.» «Te l'ho detto: tenere la casa è stato un errore, e tornarci è un errore ancora più grande», replicò l'avvocato. «Ed è stato un errore anche non permettere ai tuoi di starti vicino in questo momento.» Molly continuò a guardare fuori. La pioggia si abbatteva con violenza sul parabrezza mentre i tergicristalli spazzavano i vetri. «Quello che ho detto alla stampa lo penso davvero. Ora che tutto è finito sento che, tornando a casa, forse riuscirò a ricordare ogni particolare di quella notte. So che secondo gli psichiatri sto soltanto rifiutando la realtà, ma sono sicura che si sbagliano. E anche se alla fine risultasse che hanno ragione loro, troverò la maniera di conviverci. La cosa peggiore è non sapere la verità.» «Molly, supponiamo che i tuoi pochi ricordi siano esatti, che tu abbia trovato Gary ferito e sanguinante e che con il tempo riesca a ricostruire com'è andata. Ti rendi conto che in questo caso diventeresti una minaccia per il vero assassino? E che potrebbe considerarti tale già da ora? Dopo tutto, hai pubblicamente esposto la tua convinzione che il ritorno a casa forse ti aiuterà a rammentare di più sul conto della persona che si trovava nel vostro appartamento quella sera.» Molly non rispose subito. Perché credi che abbia insistito per far restare i miei genitori in Florida? pensò. Se mi sbaglio, non mi succederà niente. Ma se ho ragione, allora ho appena invitato l'assassino a venire a uccidermi. Si girò a guardare l'avvocato. «Quand'ero piccola, un giorno mio padre mi portò a caccia di anatre. Non mi piacque per nulla. Uscimmo che era ancora buio, pioveva e faceva freddo e avevo una gran voglia di tornarmene subito a casa, nel mio letto. Ma quella mattina imparai una cosa: gli uccelli da richiamo funzionano. Anche tu, come tutti gli altri, sei convinto che io abbia ucciso Gary in un accesso di follia. Non negarlo, ti prego. Ti ho sentito discutere con mio padre del fatto che disperavi di ottenere un'assoluzione scaricando semplicemente i sospetti su Annamarie Scalli. Hai detto che avremmo dovuto giocare la carta dell'omicidio passionale, perché la giuria avrebbe avuto meno difficoltà a credere che io avessi ucciso in preda all'ira dopo essere stata provocata. Ma hai aggiunto che non potevi garantire nulla e che se il pubblico ministero avesse acconsentito, avrei fatto bene a prendere al volo l'opportunità di un patteggiamento. Ne avete discusso in questi termini, giusto?»
«Sì», ammise Matthews. «Quindi, se ho ucciso Gary, sono stata più che fortunata a cavarmela con così poco. E se tu e tutto il resto del mondo, compresi i miei genitori, avete ragione, allora non corro nessun pericolo affermando di aver avvertito un'altra presenza in casa quella sera. Non credendo a questa presenza, non potete neppure credere che io corra dei rischi. Siamo d'accordo, fin qui?» «Siamo d'accordo», convenne l'altro con riluttanza. «Dunque non c'è motivo di preoccuparsi per me. D'altro canto, se ho ragione io, e se la mia dichiarazione ha spaventato qualcuno, potrei rimetterci la vita. Be', sei libero di non credermi, ma vorrei che accadesse. Perché, se io muoio, le indagini riprenderanno e questa volta seguendo una direzione del tutto diversa.» Philip Matthews non rispose. «Non puoi non essere d'accordo, Philip», insistette Molly in tono quasi allegro. «Se muoio, forse qualcuno si deciderà a indagare più a fondo sulla morte di Gary e alla fine troverà il vero assassino.» 4 È bello essere di nuovo a New York, pensava Fran. in piedi davanti alla finestra del suo ufficio, affacciata sul Rockefeller Center. La mattina tetra, piovosa, si era tramutata in un pomeriggio grigio e freddo, ma senza nulla togliere al fascino del panorama e del gradevole spettacolo dei pattinatori dagli indumenti multicolori che si muovevano sulla pista, alcuni con movenze aggraziate, altri tenendosi a malapena in equilibrio. Una peculiare mescolanza di scioltezza e goffaggine, rifletté divertita. Spinse lo sguardo al di là della pista di pattinaggio, verso la Quinta Avenue, per contemplare le vetrine illuminate di Saks, sfolgoranti nel grigiore di marzo. Le piaceva anche la folla delle cinque che vedeva riversarsi fuori degli uffici. Era rassicurante constatare che a fine giornata anche i newyorkesi, come gli abitanti di tutte le città del mondo, si affrettavano verso le loro case. Anch'io me ne andrei volentieri, decise, allungando la mano per prendere la giacca. Quel giorno di lavoro era stato lungo e non era ancora finito: alle diciotto e quaranta sarebbe andata di nuovo in onda per un aggiornamento sul rilascio di Molly Lasch dal carcere. Poi, finalmente, sarebbe potuta tornare a casa. Fran amava già il suo nuovo appartamento tra la Seconda Avenue e la Cinquantaseiesima, con vista sia sui grattacieli del cen-
tro sia sull'East River. A sgomentarla era solo la prospettiva di dover affrontare il caos di casse e scatoloni ancora da vuotare e la consapevolezza di non poter rimandare ancora per molto. Ma almeno, pensò confortata, l'ufficio era in ordine. I libri erano stati disposti sugli scaffali dietro la scrivania, a portata di mano, e le piante ravvivavano la monotonia dell'arredamento anonimo. Alle pareti, dipinte di un insipido beige, spiccavano variopinte riproduzioni di tele impressioniste. Quel mattino, di ritorno dal carcere, Fran aveva fatto un salto da Gus Brandt. «Lascerò passare una settimana o due prima di tentare di contattare Molly», aveva detto dopo aver discusso con lui della sorprendente dichiarazione rilasciata dalla donna. Gus masticava con vigore il chewing-gum alla nicotina che non facilitava affatto la sua personale campagna antifumo. «Quante probabilità ci sono che decida di aprirsi con te?» «Non lo so. Mi sono tenuta in disparte mentre lei parlava, ma sono sicura che mi abbia visto. Che poi mi abbia anche riconosciuta, è un'altra faccenda. Ma sarebbe fantastico avere la sua collaborazione per il servizio. Se così non fosse, dovrò trovare il modo di aggirarla.» «E della sua dichiarazione, che cosa ne pensi?» «Mi è sembrata estremamente convincente mentre parlava di un assassino sconosciuto nascosto in casa, ma credo che la sua sia solo una vana speranza. Ovviamente alcuni le crederanno e forse quello di cui ha effettivamente bisogno è suscitare qualche dubbio. Ma accetterà di parlarmi? Davvero non lo so.» Posso solo sperarlo, pensò ora Fran, mentre si affrettava verso la sala trucco. Cara, la truccatrice, le mise sulle spalle una mantellina mentre Betts, la parrucchiera, alzava gli occhi al cielo scherzosamente. «Fran, abbi un po' di pietà. Che diavolo hai fatto, hai dormito con il berretto da sci in testa?» Lei ridacchiò. «No, mi sono limitata a mettermelo stamattina. Coraggio, voi due, fate il solito miracolo.» Mentre Cara le applicava il fondotinta e Betts accendeva l'arricciacapelli, Fran chiuse gli occhi e compose mentalmente la battuta di inizio: «Alle sette e trenta di stamattina, il cancello della prigione di Niantic si è aperto e Molly Carpenter Lasch ne è uscita per rendere alla stampa una sconcertante dichiarazione». Cara e Betts lavorarono alla velocità della luce e pochi minuti dopo la giornalista era pronta per le telecamere.
«Tutta un'altra persona», commentò lei, guardandosi allo specchio. «Ce l'avete fatta di nuovo.» «Oh, c'era già tutto. Il tuo unico problema è il monocromatismo», le spiegò Cara, paziente. «I colori vanno accentuati.» Accentuati, pensò Fran. Proprio quello che desidero evitare. Ho sempre avuto qualità accentuate. La bambina più bassa all'asilo. La più bassa in seconda. La briciola. Era aumentata di statura tutto d'un colpo, durante il primo anno alla Cranden, raggiungendo un rispettabilissimo uno e sessantatré. Cara le tolse la mantellina. «Sei splendida», annunciò. «Mettili a tappeto.» Tom Ryan, un veterano dei notiziari, e Lee Manners, attraente e brillante ex presentatrice delle previsioni del tempo, erano i conduttori del notiziario delle diciotto. Al termine della messa in onda, mentre sganciavano i microfoni e si alzavano. Ryan commentò: «Buono, quel servizio sulla Lasch, Fran». «Telefonata per te, Fran, sulla quattro», comunicarono dalla sala regia. Per lei fu una vera sorpresa udire la voce di Molly. «Mi era sembrato di riconoscerti, stamattina al carcere», le disse la donna. «Sono contenta che fossi presente. Grazie per quello hai detto: almeno tu non hai dato nulla per scontato.» «Be', io voglio crederti, Molly.» Fran si rese conto di avere incrociato le dita. La voce dell'altra si fece esitante. «Mi chiedevo se non ti interesserebbe indagare sull'omicidio di Gary... in cambio, sarei felice di costituire l'argomento di una delle puntate di quel nuovo programma ideato dalla tua emittente. Secondo il mio avvocato, hanno chiamato praticamente tutte le reti televisive, ma io preferirei collaborare con qualcuno che conosco e di cui mi fido.» «Certo che m'interessa», proruppe Fran «Anzi, a essere sincera, contavo di chiamarti proprio a questo riguardo.» Concordarono d'incontrarsi l'indomani mattina a casa di Molly, a Greenwich. Fran riattaccò e guardò Tom Ryan. «Riunione di classe, domani», annunciò. «Dovrebbe essere interessante.» 5 Il centro di assistenza sanitaria Remington aveva sede presso il Lasch
Hospital di Greenwich. Il direttore, il dottor Peter Black, entrava invariabilmente in ufficio alle sette in punto. A suo dire, le due ore che precedevano l'arrivo del personale erano le più produttive della giornata. Contravvenendo alle proprie abitudini, quel martedì mattina Black aveva acceso il televisore sintonizzandosi sulla NAF. Era stata la sua segretaria a raccontargli che ora Fran Simmons lavorava per quella televisione. Il direttore era rimasto sorpreso di sapere che proprio lei era stata incaricata del servizio sul rilascio dal carcere di Molly. Il padre di Fran si era suicidato solo poche settimane dopo che Black aveva accettato l'offerta di Gary Lasch di diventare suo socio e la città aveva parlato per mesi dello scandalo. Lui era certo che a Greenwich nessuno lo avesse dimenticato. Quella mattina aveva deciso di seguire il notiziario perché era curioso di vedere la vedova del suo ex socio. Per un po' si era limitato a lanciare di tanto in tanto un'occhiata allo schermo, ma alla fine aveva posato la penna e si era tolto gli occhiali da lettura. Black aveva una folta massa di capelli castani che si stavano facendo grigi sulle tempie e da lui emanava un'aura di affabilità che i nuovi assunti trovavano rassicurante... fino a quando non commettevano l'errore di farlo irritare. Il servizio andò in onda alle sette e trentadue. Cupo in faccia, Black osservò Molly camminare adagio verso il cancello, procedendo a fianco dell'auto del suo avvocato. Non appena lei cominciò a parlare, alzò il volume, ascoltando attentamente. Non voleva perdersi neanche una parola. Quando finì, tornò ad appoggiarsi allo schienale, congiungendo le mani. Un attimo dopo sollevò la cornetta del telefono e compose un numero. «Casa Whitehall.» Il lieve accento inglese di quella cameriera non mancava mai di infastidirlo. «Mi passi il signor Whitehall, Rita», disse Black. Non si qualificò, non ce n'era bisogno... lei conosceva la sua voce. Calvin Whitehall non perse tempo in convenevoli. «L'ho visto. Quanto meno lei è coerente nel negare ogni addebito.» «Non è questo a preoccuparmi.» «Lo so. E non mi piace neppure che ci sia di mezzo quella Simmons. Potremmo trovarci costretti ad affrontare di petto il problema», replicò Whitehall, e dopo una pausa: «Ci vediamo alle dieci». Peter Black riattaccò senza salutare. Il timore che qualcosa andasse storto lo accompagnò per tutta la giornata, mentre presiedeva a una serie di in-
contri ad alto livello concernenti la proposta di assorbimento da parte del Remington di altri quattro centri di assistenza medica, un'operazione che avrebbe dato alla loro organizzazione un posto di rilievo nel lucroso settore della previdenza sanitaria. 6 Quando aveva accompagnato Molly a casa, Philip Matthews aveva inutilmente insistito per entrare. «Ti prego, lasciami davanti alla porta», era stata la reazione di lei, e subito dopo aveva aggiunto con una punta di ironia: «Conosci quella vecchia battuta della Garbo: 'Voglio stare sola'? Be', vale anche per me». Sembrava incredibilmente fragile e minuta, in piedi sulla veranda della bella casa che aveva diviso con Gary. Nei due anni trascorsi dalla rottura con la moglie, in seguito risposatasi, Matthews si era reso conto che le sue visite al carcere di Niantic erano forse più frequenti di quanto richiedesse il suo ruolo di difensore. «Qualcuno ha provveduto a fare la spesa?» le aveva domandato allora. «Voglio dire, hai qualcosa da mangiare in casa?» «Dovrebbe essersene occupata la signora Barry.» «La signora Barry!» La voce dell'avvocato era salita di qualche decibel. «Che diavolo c'entra quella donna?» «Riprenderà a lavorare per me. La coppia che badava alla casa si è trasferita. Appena hanno saputo che stavo per uscire, i miei hanno contattato la signora Barry e lei è passata di qui a dare una pulita e a rifornire la dispensa. Verrà tre volte alla settimana, come un tempo.» «Ma quella donna ha contribuito a mandarti in prigione!» «Ha soltanto detto la verità.» Nelle ore successive, perfino mentre conferiva con il pubblico ministero a proposito del suo nuovo assistito, un noto agente immobiliare accusato di aver ucciso un uomo in un incidente stradale, Philip aveva pensato con crescente apprensione a Molly sola in quella casa. Alle sette di sera, stava mettendo via le carte cercando contemporaneamente di decidere se telefonarle o meno, quando ricevette una chiamata sulla sua linea privata. La segretaria se ne era andata da un pezzo e il telefono squillò più volte prima che in lui la curiosità avesse il sopravvento sul desiderio di lasciare rispondere la segreteria telefonica. Era Molly. «Buone notizie, Philip. Ti ricordi di Fran Simmons, la gior-
nalista che stamattina era davanti al carcere? È una mia vecchia compagna di scuola.» «Me lo ricordo, sì. Stai bene, Molly? Hai bisogno di qualcosa?» «Sto benissimo. Fran verrà qui domani. Vuole indagare sull'omicidio di Gary per conto di un suo programma, True Crime. Non sarebbe magnifico se lei potesse aiutarmi a provare che quella sera c'era qualcun altro in casa?» «Molly, lascia perdere, ti prego.» Seguì una lunga pausa. Quando lei finalmente parlò, il suo tono era mutato. «Avrei dovuto immaginare che non avresti capito. Ma va bene così. Ciao.» Lo scatto della comunicazione interrotta risuonò secco nell'orecchio di Matthews. Mentre riattaccava, ripensò a un capitano dei Berretti Verdi che, accusato dell'omicidio della moglie e dei figli, anni addietro aveva accettato di collaborare con uno scrittore, solo per poi vederlo trasformarsi nel suo principale accusatore. Si avvicinò alla finestra. Il suo ufficio in Battery Park, a Manhattan, si affacciava sulla Upper Bay e la Statua della Libertà. Se fossi stato al posto del pubblico ministero, Molly. pensò, io ti avrei accusata di omicidio volontario. Finirai distrutta, se la tua amica giornalista comincia a scavare: tutto quello che scoprirà è che te la sei cavata a buon mercato. Oh, Dio, gemette dentro di sé; perché non riesce semplicemente ad ammettere che quella sera era sotto l'effetto di una tremenda pressione che le ha fatto perdere il controllo? 7 Molly quasi non riusciva a credere di essere finalmente a casa e per lei era ancora più difficile convincersi di essere stata lontano per cinque anni e mezzo. Aveva atteso che l'auto di Philip si allontanasse prima di pescare nella borsetta la chiave che apriva la pesante porta d'ingresso, di mogano scuro con un pannello di vetro colorato. Una volta dentro, aveva appoggiato la borsa e, dopo aver richiuso la porta, l'aveva bloccata con un gesto automatico. Poi, lentamente, aveva fatto il giro delle stanze, passando la mano sulla spalliera del divano in soggiorno, sfiorando l'elaborato servizio da tè d'argento in sala da pranzo, costringendosi a non pensare alla mensa del carcere, al rozzo vasellame, al cibo che in bocca sembrava trasformarsi in
cenere. Tutto lì le era incredibilmente familiare e tuttavia non riusciva a evitare di sentirsi un'intrusa. Ferma sulla porta dello studio, indugiò a guardare dentro, ancora stupita che la stanza non fosse più arredata come quando Gary era in vita, con il rivestimento in mogano, i mobili massicci e le opere d'arte che lui aveva collezionato con tanta meticolosità. Il divano ricoperto di chintz e il divanetto a due posti sembravano fuori posto, troppo femminili. Infine Molly si concesse di fare ciò che sognava da cinque anni e mezzo. Salì nella sua camera, si spogliò, prese dall'armadio la vestaglia imbottita che tanto amava e andò in bagno a riempire la Jacuzzi. Indugiò nell'acqua calda e profumata fino a che non si sentì perfettamente pulita, quasi purificata. La tensione che le contraeva i muscoli si stava finalmente sciogliendo. Prese un telo dallo scaldasciugamani e vi si avvolse. Dopo avere accostato le tende, s'infilò a letto. A occhi chiusi, rimase ad ascoltare l'insistente tamburellare della pioggia sui vetri e finalmente si addormentò, cullata dal ricordo delle notti in cui aveva giurato a se stessa che quel momento sarebbe arrivato, che avrebbe goduto di nuovo dell'intimità della sua stanza, sepolta sotto il piumone, con la testa affondata nei cuscini. Si svegliò che era pomeriggio avanzato e, in vestaglia e pantofole, scese in cucina. tè e toast, decise. Sarebbero bastati fino all'ora di cena. Con la tazza di tè caldo stretta in mano, fece ai suoi la telefonata promessa. «Sto bene», asserì con decisione. «Sì, è bellissimo essere di nuovo a casa... No, sul serio, ho bisogno di stare sola per un po'. Non a lungo, ma per qualche tempo.» Ascoltò quindi i messaggi sulla segreteria telefonica. Aveva chiamato Jenna Whitehall, la sua amica più cara e l'unica persona a cui fosse stato permesso di andare a trovarla in carcere, a parte naturalmente i suoi genitori e l'avvocato. Jenna contava di passare a salutarla in serata e le chiedeva di richiamarla per confermare. No, pensò Molly. Non stasera. Non voglio vedere nessuno, neppure Jenna. Guardò il notiziario delle diciotto della NAF, nella speranza di vedere Fran Simmons. Al termine del servizio le telefonò allo studio televisivo, poi chiamò Philip. Aveva già previsto la disapprovazione di lui e si sforzò di non farsi condizionare.
Poi tornò di sopra, per indossare un paio di pantaloni e una felpa. Si attardò qualche minuto alla toeletta, studiando la propria immagine riflessa nello specchio. I capelli erano troppo lunghi, senza forma e nel corso di quegli anni avevano assunto una tonalità più scura. Valeva la pena schiarirli un po'? Ammirando la loro naturale sfumatura dorata, Gary era solito dire che metà delle donne di Greenwich non avrebbe esitato a giurare che lei se li tingesse. Si alzò per avvicinarsi all'armadio a muro e nell'ora successiva ne esaminò sistematicamente il contenuto, mettendo da parte gli indumenti che sapeva non avrebbe più indossato. Alcuni le strapparono un sorriso... l'abito oro pallido con la giacca abbinata che aveva indossato all'ultima festa di Capodanno al country club, per esempio, o il vestito di velluto nero che Gary aveva insistito per farle provare dopo averlo notato in una vetrina di Bergdorf's. Quando era stata informata dell'imminente rilascio, Molly aveva mandato alla signora Barry un elenco degli acquisti da fare. Alle otto, tornò di sotto per cominciare a prepararsi la cena che s'immaginava ormai da settimane: insalatina verde condita con aceto balsamico, linguine ai sugo di pomodoro fresco e basilico, pane italiano di grano duro scaldato in forno e un bicchiere di Chianti. Apparecchiò nell'angolo della colazione, un cantuccio intimo davanti alla finestra che si affacciava sul cortile posteriore. Mangiò lentamente, gustando ogni boccone della pasta saporita, del pane croccante, assaporando il calore vellutato del vino contro il palato e pensando con gioia alla primavera, ormai prossima. I fiori sbocceranno tardi, si disse, ma presto cominceranno a spuntare i germogli. Quella era un'altra delle promesse che aveva fatto a se stessa: dissodare il giardino, sentire la terra umida e tiepida tra le dita, guardare i tulipani esibirsi nella loro fantasmagoria di colori, piantare le impatiens lungo i bordi del vialetto di selce. Mangiando, Molly si crogiolava nel silenzio, così diverso dal frastuono continuo e assordante del carcere. Dopo aver riordinato la cucina, si trasferì in studio, dove rimase seduta nella penombra. abbracciandosi le ginocchia. Aspettava il rumore che quella terribile sera l'aveva indotta a credere che in casa ci fosse qualcun altro, il rumore, familiare eppure sconosciuto, che per sei lunghi anni aveva visitato a intermittenza i suoi incubi. Ma udì soltanto il vento e, più vicino, il ticchettio di un orologio.
8 Lasciato lo studio, Fran attraversò il centro diretta all'appartamento di quattro stanze che aveva preso in affitto tra la Seconda Avenue e la Cinquantaseiesima. Vendere la casa di Los Angeles per lei era stato un po' traumatico, ma proprio come Gus aveva intuito, ora si rendeva conto di avere sempre avuto New York nel sangue. Dopo tutto ho vissuto a Manhattan fino ai tredici anni, rifletté mentre risaliva Madison Avenue e lanciava un'occhiata ammirata al cortile tutto illuminato di Le Cirque 2000. Prima che papà facesse un colpo fortunato in Borsa e decidesse di diventare un gentiluomo di campagna. Allora si erano trasferiti a Greenwich dove avevano acquistato una casa non lontana da quella di Molly Carpenter, nell'esclusiva zona residenziale di Lake Avenue. Presto fu chiaro che non potevano permettersela, ma alla casa avevano fatto seguito un'auto troppo lussuosa e vestiti dal prezzo proibitivo. Forse a quel punto papà era troppo spaventato per riuscire a operare ancora con successo in Borsa, pensò Fran. A lui piaceva partecipare attivamente alla vita cittadina e conoscere persone nuove. Era convinto che fra coloro che si occupavano di volontariato l'amicizia nascesse più facilmente, con maggiore spontaneità, ed era stato il più entusiasta dei volontari. Finché non aveva «preso in prestito» parte del denaro destinato alla nuova biblioteca. La prospettiva di aprire gli scatoloni ammucchiati nelle varie stanze quella sera non l'allettava affatto, ma la pioggia si era fatta più violenta e il freddo era quasi insopportabile. Fran starnutì mentre apriva la porta del suo appartamento, il 21/E. Il soggiorno, almeno, è in condizioni decenti, si consolò mentre accendeva la luce. Era una stanza allegra, arredata con poltrone e divano rivestiti di velluto color verde muschio, e con un tappeto persiano nelle tonalità del rosso, dell'avorio e del verde. La vista della libreria semivuota le infuse nuove energie. Si cambiò indossando un vecchio maglione e un paio di pantaloni comodi e si mise subito all'opera. La musica vivace diffusa dallo stereo contribuì ad alleviare la monotonia dell'operazione di svuotare gli scatoloni e fare la cernita di libri e cassette. La scatola con gli utensili da cucina fu sistemata rapidamente. Non è certo quella che si dice un'attrezzatura completa, pensò lei con un po' d'ironia. E questo la dice lunga sulla mia abilità di cuoca. Alle nove meno un quarto, Fran fece un sospiro di sollievo e trascinò gli
scatoloni vuoti nel ripostiglio. È necessario un bel po' d'amore per trasformare dei nudi locali in un'abitazione accogliente. E il suo appartamento cominciava decisamente ad assomigliare a una vera casa, considerò soddisfatta. Le fotografie incorniciate della madre con il patrigno, delle sorellastre e delle loro famiglie la aiutavano a sentire più vicine le persone care. Mi mancherete, pensò. Andare ogni tanto a New York per qualche giorno era stata una cosa, ma trasferircisi in pianta stabile, sapendo che non avrebbe più potuto vedere i suoi parenti con regolarità, era tutt'altra faccenda. Sua madre si era lasciata definitivamente alle spalle Greenwich; non parlava mai degli anni che vi aveva trascorso e quando si era risposata, aveva proposto alla figlia di prendere il cognome del patrigno. Non avrei mai potuto farlo, pensò ora lei. Felice del lavoro svolto, considerò l'ipotesi di uscire a cena, ma finì per optare per un panino con il formaggio scaldato sulla piastra. Mangiò seduta al tavolino di ferro battuto collocato davanti alla finestra della cucina, da dove si godeva un'ampia vista dell'East River. Molly è finalmente a casa dopo più di cinque anni di carcere, rammentò. Quando ci incontreremo, le chiederò di farmi una lista delle persone di Greenwich da contattare, che siano disposte a parlarmi di lei. Ma ci sono anche domande a cui dovrò cercare risposta da sola, e non tutte riguardano la mia vecchia amica. Alcuni di quegli interrogativi la tormentavano da tempo. Dei quattrocentomila dollari che suo padre aveva prelevato dal fondo per la nuova biblioteca della città non era rimasta traccia. La predilezione di Frank Simmons per le azioni più a rischio era nota, rifletté Fran, e tutti allora avevano dato per scontato che lui li avesse persi giocando in Borsa, ma dopo la sua morte non è stata trovata una sola cedola a testimonianza di simili investimenti. Avevo diciotto anni quando lasciammo Greenwich. Ormai ne sono passati quattordici, ma ora ritornerò, rivedrò molte vecchie conoscenze e parlerò di Molly e di Gary Lasch con i residenti. Si alzò per versarsi dell'altro caffè mentre continuava a pensare al padre e alla sua vulnerabilità alle lusinghe di una «dritta» interessante. Con quanta forza lui aveva desiderato essere ammesso tra i soci del country club, venire considerato un pari dagli uomini che si ritrovavano regolarmente sul campo da golf! Data l'impossibilità di rintracciare in seguito il denaro illecitamente sot-
tratto dal padre, negli anni Fran aveva cominciato a coltivare dei dubbi. Possibile che qualcuno a Greenwich, forse un uomo cne lui stava cercando di impressionare favorevolmente, gli avesse fornito un'informazione riservata sulla Borsa per poi impossessarsi, senza mal investirli, dei quattrocentomila dollari che Frank Simmons aveva così stupidamente deciso di «prendere in prestito» dal fondo'? 9 «Perché non dai un colpo di telefono a Molly?» Jenna Whitehall guardò il marito, seduto a tavola di fronte a lei. Con indosso un paio di pantaloni di seta nera e una camicetta morbida di seta, la donna era attraente in modo quasi plateale, e il suo fascino era accentuato dai capelli corvini e dagli occhi color nocciola. La prima cosa che Jenna aveva fatto, di ritorno a casa alle sei, era stata proprio ascoltare la segreteria telefonica. Ma la sua amica Molly non aveva ancora chiamato. Si sforzò di non far trapelare la propria irritazione mentre rispondeva: «Sai bene che le ho già lasciato un messaggio sulla segreteria, Cal. Se avesse voluto compagnia, mi avrebbe richiamato. È evidente che stasera preferisce restare sola». «Ancora non capisco perché abbia voluto tornare in quella casa», commentò lui. «Insomma, come farà a entrare nello studio senza ripensare a quella notte, al momento in cui ha afferrato la scultura per fracassare il cranio a Gary? La sola idea mi dà i brividi.» «Ti ho già pregato di non parlarne, Cal. Molly è la mia migliore amica e io le voglio bene. Lei non ricorda nulla della morte di Gary.» «Questo è quello che sostiene.» «E io lo credo. Ora che è di nuovo a casa, conto di starle vicino tutte le volte che vorrà. E quando non mi vorrà, lascerò che faccia a modo suo. È chiaro?» «Sei bellissima quando ti arrabbi ma cerchi di non darlo a vedere, Jen. Coraggio, sfogati. Ti farà bene.» Calvin Whitehall spinse indietro la sedia e si avvicinò alla moglie. Era un uomo di aspetto formidabile, sui quarantacinque anni, con spalle e torace ampi, lineamenti marcati e capelli rosso chiaro che si stavano diradando. Gli occhi azzurro ghiaccio, sormontati da folte sopracciglia, enfatizzavano l'autorevolezza che emanava da lui anche quando si trovava in famiglia.
Non c'era nulla nell'aspetto e nell'atteggiamento di Cal che tradisse le sue umili origini. Aveva frapposto una distanza inimmaginabile fra se stesso e la modesta casetta bifamigliare di Elmira, nello stato di New York, dov'era nato. Una borsa di studio a Yale, combinata con la capacità innata di emulare modi e atteggiamenti dei suoi compagni, più privilegiati, avevano fatto di lui un uomo d'affari potente e di successo. Fra sé, Cal amava dire che la sola cosa buona trasmessagli dai genitori era un nome dotato di una certa classe. Ora. comodamente sistemato nella sua lussuosa dimora di dodici stanze a Greenwich, conduceva finalmente la vita che a lungo aveva sognato nella cameretta spoglia in cui si rifugiava la sera per isolarsi dai genitori, impegnati come sempre a ubriacarsi di vino scadente e a bisticciare. Quando la lite si faceva troppo violenta o rumorosa, i vicini chiamavano la polizia. Cal aveva imparato a temere il suono lamentoso della sirena, il disprezzo che leggeva negli occhi degli abitanti del quartiere, le beffe dei compagni di scuola e i commenti che tutta la città faceva sui suoi discutibili genitori. Era perspicace, abbastanza da capire che per lui l'unica via d'uscita stava nell'istruzione, e i suoi insegnanti impiegarono ben poco a riconoscere in quel ragazzo un'intelligenza che sfiorava la genialità. Nella cameretta con il pavimento che cedeva, circondato da pareti scrostate e alla luce di un'unica lampadina, Cal aveva studiato e letto quasi con voracità, concentrandosi soprattutto sulle potenzialità dell'informatica. A ventiquattro anni, già in possesso di un dottorato in scienze economiche, era stato assunto da una società di informatica in via di espansione. E ne aveva appena trenta quando, poco dopo il suo trasferimento a Greenwich, ne aveva strappato il controllo al titolare sconcertato. Quella era stata la sua prima opportunità di giocare al gatto e al topo, di trastullarsi con la preda nella piena consapevolezza di essere il più forte. Il piacere di sopraffare l'avversario attenuava in lui il risentimento scatenato dalle angherie del padre e dalla necessità di sottomettersi a una serie infinita di datori di lavoro. Pochi anni dopo aveva ceduto quella società a una cifra esorbitante, e ora si teneva impegnato con una miriade di attività imprenditoriali. Era felice che dal suo matrimonio con Jenna non fossero nati figli. A differenza di Molly Lasch, sua moglie non si era fatta ossessionare dalla sterilità e dedicava tutte le energie allo studio legale di Manhattan di cui era socia. Jenna aveva avuto una parte importante nella scalata al successo di
Cal. Il suo primo passo era stato il trasferimento a Greenwich, poi la scelta di avere al fianco una giovane donna intelligente e straordinariamente bella, proveniente da un'ottima famiglia, ma di mezzi limitati. Lui era perfettamente consapevole dell'attrazione che esercitava su Jenna la vita che era in grado di offrirle. Anche lei amava il potere. E Cal apprezzava la compagnia della moglie. Le sorrise con aria benevola, passandole la rnano sui capelli. «Mi dispiace», si scusò. «Penso solo che a Molly farebbe piacere vederti, anche se non ha richiamato. Non dev'essere stato facile per lei tornare in quella casa e di sicuro si sentirà tembiimente sola. In prigione di compagnia ne aveva a iosa, anche se dubito che l'apprezzasse.» Jenna gli allontanò la mano. «Piantala. Sai che non mi piace che mi si tocchino i capelli.» E in tono secco annunciò: «Devo rivedere una relazione per la riunione di domani». «Tenersi sempre pronti. È questo che significa essere un buon avvocato. A proposito, non mi hai chiesto degli incontri di oggi.» Cal era presidente del consiglio di amministrazione del Lasch Hospital. nonché del Centro Remington. Sorridendo con aria soddisfatta, riprese: «C'è ancora qualche complicazione. L'American National Insurance vuole quei centri almeno quanto li vogliamo noi, ma la spunteremo. E a quel punto saremo il primo centro di assistenza sanitaria della zona est del paese». Jenna gli tributò un'occhiata di riluttante ammirazione. «Ottieni sempre quello che vuoi, vero?» Lui annuì. «Ho ottenuto te, giusto?» Lei premette il pulsante sotto il tavolo per chiamare la cameriera. «Sì», disse con voce quieta. «Penso di sì.» 10 Il traffico sulla I-95 assomiglia sempre di più a quello delle superstrade californiane, pensò Fran mentre allungava il collo per cambiare corsia. Si era pentita quasi subito di non aver preso la Merritt Parkway. Il semiarticolato che la precedeva era più rumoroso di un attacco aereo, ma viaggiava sotto i limiti di velocità, costringendola a segnare il passo. Durante la notte il cielo si era schiarito e, secondo le prudenti previsioni della CBS, la giornata si annunciava «parzialmente soleggiata e parzialmente coperta, con possibilità di pioggia».
Tanto per andare sul sicuro, ironizzò lei, prima di rendersi conto che quella sua eccessiva attenzione al tempo e al traffico andava attribuita a un certo nervosismo. Ogni giro di ruota la portava più vicina a Greenwich e all'incontro con Molly Carpenter Lasch, e i suoi pensieri tornavano con sempre maggiore insistenza al suicidio del padre. Per raggiungere l'abitazione di Molly, sarebbe dovuta passare davanti al Barley Arms, il locale dove avevano consumato la loro ultima cena insieme. Particolari su cui non si soffermava da anni affioravano ora senza sosta nella sua mente, piccoli episodi che per chissà quale motivo le erano rimasti impressi. Pensò alla cravatta che il padre portava quel giorno, a piccoli scacchi blu e verdi. Era una cravatta costosa. «Cos'è, intessuta d'oro, Frank?» aveva commentato sua madre quando era arrivata la fattura. «È una pazzia spendere tutti questi soldi per una striscia di stoffa.» Lui l'aveva messa quel giorno per la prima e ultima volta, rammentò Fran. Scherzando, a tavola, sua madre aveva ipotizzato che l'avesse tenuta da parte per l'occasione. Era stata forse simbolica quella sua decisione di indossare un capo tanto costoso quando aveva già programmato di uccidersi a causa di problemi finanziari? L'uscita per Greenwich era vicina. Fran lasciò la I-95, quindi cominciò a imboccare le stradine laterali che pochi chilometri più avanti l'avrebbero condotta nel quartiere dove aveva vissuto per quattro anni. Benché in macchina facesse caldo, si accorse di tremare. Quattro anni altamente formativi, considerò. Su questo non c'erano dubbi. All'altezza del Barley Arms, tenne gli occhi fissi sulla strada, senza concedersi neppure un'occhiata al parcheggio seminascosto dove suo padre si era sparato, sul sedile posteriore dell'auto di famiglia. Evitò di guardare anche la strada dove avevano vissuto. Ci sarà un'altra occasione, si disse. Pochi minuti dopo posteggiò davanti alla casa di Molly, una costruzione a due piani con l'intonaco color avorio e le persiane marrone scuro. Una donna grassoccia sulla sessantina, con un caschetto di capelli grigi e vivaci occhietti da uccello, aprì la porta ancora prima che lei sfiorasse il campanello. Fran la riconobbe dalle foto che aveva visto sui giornali: era Edna Barry, la domestica a cui si doveva la deposizione rivelatasi tanto pregiudizievole per Molly. E perché mai era stata riassunta? si chiese lei sbalordita.
Si stava togliendo il cappotto quando sentì dei passi sulle scale e un istante dopo Molly arrivò nell'ingresso per accoglierla. Per un momento le due donne indugiarono a studiarsi. Molly era in jeans e camicetta blu con le maniche rimboccate fino al gomito. Aveva i capelli raccolti un po' a casaccio con qualche ciocca che le incorniciava il viso. Come la giornalista aveva già notato, era eccessivamente magra e intorno agli occhi la sua pelle era segnata da piccole rughe. Fran, che indossava la sua tenuta da lavoro prediletta, un tailleur pantaloni a righine dal taglio impeccabile, si sentì improvvisamente troppo in ghingheri per l'occasione. Con uno sforzo rammentò a se stessa che per lare un buon lavoro doveva tracciare una netta linea di demarcazione tra quello che lei era adesso e l'adolescente insicura degli anni del liceo. Molly parlò per prima: «Temevo che avresti cambiato idea. Sono rimasta talmente stupita nel vederti lì davanti al carcere, e poi di nuovo al notiziario, ieri sera. È stato allora che ho avuto la pazza idea di chiedere il tuo aiuto». «Perché avrei dovuto cambiare idea, Molly?» Fran era incuriosita. «Ho visto True Crime, in prigione era un programma molto popolare e ho notato che non si occupano spesso di casi aperti e chiusi. Ma avevo torto a preoccuparmi... eccoti qui. Cominciamo, vuoi? Ti va un caffè? La signora Barry lo ha appena preparato.» «Volentieri.» Fran seguì l'amica lungo un corridoio che si apriva sulla destra. Passando, riuscì a dare un'occhiata al soggiorno e ne ammirò il mobilio elegante, discreto e palesemente costoso. Molly si fermò davanti a una porta. «Questo era lo studio di Gary. È qui che l'ho trovato. Ho pensato che, prima di metterci sedute a parlare, avresti voluto vederlo.» Entrò e si fermò davanti al divano. «Qui c'era la scrivania di Gary», spiegò. «Proprio di fronte alle finestre che si affacciano sul giardino davanti alla casa, il che significa che lui dava le spalle alla porta. Sostengono che io sono entrata, ho afferrato una scultura sul tavolino d'angolo che stava lì...» indicò il punto preciso «e con quell'oggetto pesante gli ho fracassato la testa.» «E hai accettato il patteggiamento perché tu e l'avvocato pensavate che la giuria si sarebbe pronunciata per un verdetto di colpevolezza», mormorò quietamente l'altra. «Mettiti qui, dov'era la scrivania, Fran. Io andrò nell'ingresso e aprirò e
chiuderò la porta principale, poi ti chiamerò a voce alta. Accontentami, per favore.» Con un cenno d'assenso, la giornalista avanzò nella stanza. Sentì i passi di Molly allontanarsi lungo il corridoio e un momento dopo la udì gridare il suo nome. Vuole dimostrare che Gary l'avrebbe sicuramente sentita, se fosse stato ancora vivo, comprese. Molly ricomparve. «Mi hai sentito, vero, Fran?» «Sì.» «Gary mi telefonò a Cape Cod. Mi supplicò di perdonarlo, ma io mi rifiutai di parlargli. Gli dissi che ci saremmo rivisti qui domenica sera verso le otto. Arrivai un po' prima, ma di certo lui mi stava già aspettando. Non credi che se fosse stato in grado di farlo, sentendomi, si sarebbe alzato o almeno avrebbe girato la testa? Sicuramente non mi avrebbe ignorato. Allora sul pavimento non c'era la moquette e se anche non avesse udito la mia voce, si sarebbe voltato sentendomi entrare nella stanza. Chi non lo avrebbe fatto?» «Che cosa ha detto il tuo legale quando glielo hai fatto notare?» volle sapere Fran. «Che Gary poteva benissimo essersi addormentato alla scrivania. Secondo lui, questa avrebbe potuto rivelarsi una circostanza addirittura sfavorevole per me... la giuria avrebbe potuto pensare che ero infuriata con lui perché non mi stava aspettando con la dovuta impazienza.» Scrollò le spalle. «Bene, la recita è finita. Puoi cominciare con le domande. Vuoi che restiamo qui, o preferisci andare in un'altra stanza?» «Credo che spetti a te deciderlo», rispose Fran. «Restiamo qui. La scena del delitto.» Molly pronunciò quelle parole con disinvoltura, senza l'ombra di un sorriso. Si sedettero vicine sul divano. Fran posò il registratore sul tavolo. «Spero che non ti dispiaccia, se registro la nostra conversazione.» «Immaginavo che sarebbe stato necessario.» «C'è una cosa che devi tenere presente, Molly... l'unica maniera in cui potrei danneggiarti con il programma sarebbe se io concludessi con una dichiarazione del tipo: 'Benché Molly Carpenter Lasch affermi di non ricordare di aver causato la morte del marito, in base alle prove non sembra esserci altra possibile spiegazione all'omicidio'.» Negli occhi di Molly rilucevano le lacrime. «Una dichiarazione che non stupirebbe nessuno», ribatté bruscamente. «È quello che ora come ora cre-
dono tutti.» «Ma se c'è un'altra risposta, io potrò aiutarti solo se sarai assolutamente sincera con me, in ogni momento. Non dovrai nascondermi nulla, neppure se le mie domande dovessero risultarti penose o imbarazzanti.» L'altra annuì. «Dopo più di cinque anni di carcere, so bene che cosa significhi l'assoluta assenza di privacy. Se sono sopravvissuta a quella prova, sopravviverò sicuramente anche alle tue domande.» Arrivò la signora Barry con il caffè. La linea contratta della sua mascella disse a Fran che non era contenta di vederle in quella stanza. Doveva avere sviluppato un certo senso di protettività nei confronti di Molly, pensò. Eppure al processo aveva testimoniato contro di lei. Sì, la signora Barry era decisamente una delle persone da intervistare. Nelle due ore successive, Molly rispose senza esitazione alle domande della giornalista. Dalle sue risposte, Fran apprese che, dopo il diploma, l'ex compagna di scuola si era innamorata di un medico affascinante di dieci anni più vecchio di lei e lo aveva sposato. «Lavoravo per Vogue», raccontò Molly. «Un impiego modesto, ma mi piaceva e stavo facendo carriera. Rimasi incinta e quando ebbi un aborto spontaneo, pensai che la colpa fosse degli orari di lavoro troppo lunghi e della fatica provocata dagli spostamenti quotidiani, così lasciai il posto.» Fece una pausa, prima di riprendere: «Desideravo tanto un bambino. Nei quattro anni successivi cercai in ogni modo di restare di nuovo incinta e finalmente accadde. Ma poi persi anche quello.» «Com'erano i rapporti con tuo marito, Molly?» «Perfetti, avrei detto un tempo. Gary mi fu molto vicino all'epoca del secondo aborto. Continuava a ripetermi quanto fossi preziosa per ìui, e che senza il mio aiuto non avrebbe mai fondato il Centro Remington.» «Aveva qualche motivo per dirlo?» «Immagino che si riferisse alle mie conoscenze. Alle relazioni che aveva stabilito mio padre. Anche Jenna Whitehall ci fu di grande aiuto. Allora era Jenna Graham... forse te la ricordi, studiava alla Cranden.» «Naturalmente.» Un'altra rappresentante dell'élite. «Era la nostra presidente di classe, nell'ultimo anno.» «Proprio così. È sempre stata la mia migliore amica. Fu lei a presentarmi Gary e Calvin durante una festa al country club. In seguito Cal divenne socio di Gary e di Peter Lasch. È un autentico genio della finanza e ha saputo convincere alcune importanti società a firmare contratti con il Centro Remington.» Sorrise. «E naturalmente anche mio padre ci aiutò moltissimo.»
«Dovrò parlare con gli Whitehall», disse Fran. «Mi aiuterai a organizzare l'incontro?» «Certo. Anch'io desidero che tu li incontri.» Fran esitò. «Ora parliamo di Annamarie Scalli. Dove vive ora?» «Non ne ho idea. Mi risulta che il bambino sia nato quell'estate, dopo la morte di Gary, e che sia stato dichiarato adottabile.» «Tu sospettavi che Gary avesse una relazione con un'altra donna?» «Assolutamente no. Mi fidavo ciecamente di lui. Ero in camera mia, il giorno in cui lo scoprii. Alzai la cornetta per fare una telefonata e sentii la voce di Gary. In qualsiasi altro momento avrei riattaccato immediatamente, ma lo udii dire: 'Sei isterica, Annamarie. Mi occuperò io di te, e se deciderai di tenere il bambino, penserò al suo mantenimento'.» «Lui come ti era sembrato?» «Arrabbiato, nervoso. Quasi in preda al panico.» «E Annamarie? Come ha reagito lei?» «Disse qualcosa del tipo: 'Come ho potuto essere tanto stupida?'» «E tu che cosa hai fatto, Molly?» «Ero stupefatta, annichilita. Corsi di sotto. Gary era alla scrivania, sul punto di uscire per andare al lavoro. Io avevo già avuto modo di conoscere Annamarie, in ospedale. Lo affrontai e lui ammise subito di avere avuto una storia con lei, ma aggiunse che era stata una pazzia, una cosa stupida che rimpiangeva amaramente di aver fatto. Era quasi in lacrime e mi supplicò di perdonarlo. Io ero furiosa. Poi lui dovette andarsene. Lo guardai uscire e sbattei dietro la porta. Quella fu l'ultima volta in cui lo vidi vivo... uno splendido ricordo da portarsi dietro per tutta la vita, non credi?» «Lo amavi, vero?» «Lo amavo, credevo in lui e mi fidavo di lui, o almeno così dicevo a me stessa. Ormai non ne sono più tanto sicura; a volte...» Molly sospirò e scosse la testa. «In ogni caso, ora so che la sera del mio ritorno da Cape Cod ero più ferita e amareggiata che furiosa.» Sul suo viso era comparsa un'espressione di infinita tristezza. Con le braccia incrociate sul petto, cominciò a singhiozzare. «Capisci perché è così importante che dimostri di non averlo ucciso?» gemette. Fran se ne andò via poco dopo. L'istinto le diceva che la chiave della crociata intrapresa da Molly andava ricercata in quel suo sfogo. Il fatto è che amava profondamente il marito, pensò, e sarebbe ancora disposta a fare qualunque cosa pur di indurre qualcuno a dubitare della sua colpevolezza. Credo che sia sincera quando sostiene di non ricordare nulla, ma sono
convinta anche che sia stata lei a ucciderlo. Per il programma televisivo, sollevare dubbi sulla sua responsabilità nell'omicidio si risolverebbe solo in uno spreco di tempo e di denaro. Lo dirò a Gus, ma prima cercherò di scoprire tutto il possibile sul conto di Gary Lasch. D'impulso, fece una deviazione e raggiunse il Lasch Hospital, la struttura che aveva preso il posto della clinica privata fondata dal padre di Gary, Jonathan. Era lì che avevano ricoverato anche il padre di Fran, il quale era morto sette ore dopo. La giornalista rimase sbalordita dal constatare che in quegli anni le dimensioni dell'ospedale erano perlomeno raddoppiate. Approfittò del semaforo rosso per esaminare con calma la costruzione. Al corpo centrale erano state aggiunte delle ali, c'era un edifico nuovo sulla destra e anche un parcheggio sopraelevato. Con il cuore stretto, Fran cercò con gli occhi la finestra della sala d'aspetto del terzo piano dove aveva atteso notizie del padre, pur sapendo che lui era ormai al di là di ogni possibile salvezza. Sarebbe il posto ideale per incontrare persone e farle parlare, si disse. Scattò il verde e ripartì. Il traffico era scorrevole e lei poté concentrarsi su Gary Lasch e sulla sua relazione con una giovane infermiera, un'intemperanza che aveva pagato con la vita. Ma era stata la sua sola trasgressione? Con ogni probabilità alla fine sarebbe saltato fuori che Lasch aveva commesso un solo grosso errore, come aveva fatto suo padre sottraendo soldi al fondo per la biblioteca, ma che sotto ogni altro aspetto era il cittadino rispettabile, il medico competente e attento alle esigenze dei malati che la gente aveva conosciuto e ricordava. Forse era così, o forse no, pensò ancora Fran, mentre varcava il confine tra il Connecticut e lo stato di New York. Ormai faccio la giornalista da tempo sufficiente per non meravigliarmi più di niente. 11 Dopo aver accompagnato Fran Siminons alla porta, Molly tornò in studio. Edna Barry la raggiunse all'una e trenta. «Molly, se non c'è altro, io vado.» «Vada pure, signora Barry. Grazie» Incerta, l'altra indugiava sulla porta. «Non vuole che le prepari qualcosa
da mangiare, prima?» «Il fatto è che non ho fame, davvero.» La voce di Molly era soffocata. Edna si chiese se stesse piangendo. Di colpo, il senso di colpa e la paura che la ossessionavano ormai da quasi sei anni si fecero più intensi. Oh, Dio, sussurrò fra sé, ti prego, cerca di capire. Non potevo fare diversamente. In cucina s'infilò il parka e si avvolse la sciarpa al collo. Prese dal piano di lavoro il mazzo di chiavi, per un istante indugiò a fissarlo e poi. con un gesto quasi convulso, lo strinse nel pugno. Una ventina di minuti dopo era nella sua modesta abitazione a Glenville. Suo figlio Wally, che aveva trent'anni, guardava la televisione in soggiorno. Non staccò gli occhi dallo schermo quando lei entrò, ma almeno sembrava tranquillo. Tuttavia c'erano giorni in cui era agitato anche se prendeva la medicina. Come quella terribile domenica in cui era morto il dottor Lasch. Wally era furente con lui, perché qualche giorno prima lo aveva rimproverato dopo averlo trovato nel suo studio con in mano la scultura Remington. Parlando con la polizia. Edna aveva tralasciato alcuni particolari. Non aveva detto che quel lunedì mattina la sua chiave di casa Lasch non era nel mazzo con le altre, che lei era entrata utilizzando quella che Molly teneva nascosta in giardino e che poi aveva ritrovato la sua in una tasca della giacca del figlio. Quando gli aveva chiesto spiegazioni, lui era scoppiato a piangere ed era scappato in camera chiudendo la porta. «Non voglio parlarne, mamma», aveva singhiozzato. «E non ne parleremo. Non dobbiamo parlare mai, mai, con nessuno di questa storia», aveva detto lei con fermezza. Wally lo aveva promesso, e fino a quel giorno era stato di parola. Da parte sua, Edna aveva cercato di convincersi che suo figlio non aveva fatto nulla di grave, che era stata solo una semplice coincidenza. Dopo tutto, lei stessa aveva trovato Molly coperta di sangue e c'erano le sue impronte sulla statuetta. Ma se Molly avesse effettivamente cominciato a ricordare i particolari di quella sera? Se avesse realmente visto qualcuno in casa? Wally era lì? Come poteva lei escluderlo con certezza? si chiese la signora Barry per l'ennesima volta.
12 Peter Black percorreva in auto le strade buie ansioso di arrivare a casa, in Old Church Road. Era un'ex rimessa delle carrozze di una grande tenuta acquistata ai tempi del suo secondo matrimonio, fallito anche quello nel giro di pochi anni. Ma a differenza della prima, la sua nuova moglie aveva dimostrato di avere un gusto squisito e dopo la separazione lui non aveva modificato l'arredamento. L'unica aggiunta era stata un bar ben rifornito, dato che lei era astemia. Peter aveva conosciuto il suo defunto socio, Gary Lasch, alla facoltà di medicina ed erano diventati subito amici. Era stato dopo la morte del proprio padre, che Gary gli aveva offerto di diventare socio. «La prevenzione sanitaria è il futuro della medicina», gli aveva detto. «La clinica non profit fondata da mio padre non può andare avanti in questo modo. La amplieremo, ne faremo un'attività remunerativa, avvieremo il nostro centro di assistenza medica.» Gary, che godeva di ottima reputazione, aveva sostituito il padre nella direzione della clinica, in seguito diventata il Lasch Hospital. Il terzo socio, Calvin Whitehall, era salito a bordo quando insieme avevano fondato il Centro Remington. Ora lo stato stava per approvare l'acquisizione, da parte del Remington, di un certo numero di centri più piccoli. Tutto procedeva per il meglio e anche se l'affare non era ancora concluso, erano ormai giunti alle ultime battute. Al momento, l'unico problema era costituito dall'American National Insurance, anch'essa interessata all'acquisizione dei centri. Ma i giochi non erano ancora fatti, si disse Peter mentre parcheggiava davanti alla porta d'ingresso. Non contava di uscire di nuovo quella sera, ma faceva freddo e aveva voglia di bere qualcosa. Ci avrebbe pensato Pedro a spostare l'auto. Peter andò direttamente in biblioteca, una stanza accogliente, con il fuoco acceso nel camino e la televisione sintonizzata sul canale dei notiziari. Pedro comparve quasi immediatamente per porgli la domanda rituale: «Il solito, signore?» Il solito era scotch con ghiaccio, ma a volte Peter decideva che ci voleva un cambiamento e chiedeva un bourbon o una vodka. Il primo bicchiere di whisky, sorbito con lentezza, placò la sua agitazione e un piattino di salmone affumicato bastò a calmargli l'appetito. A lui non piaceva cenare appena arrivato a casa e preferiva aspettare almeno u-
n'ora. Si portò un secondo bicchiere di scotch in bagno, poi passò in camera dove indossò un paio di pantaloni comodi e un maglione di cachemire a maniche lunghe. Si sentiva quasi completamente rilassato quando tornò di sotto. Peter Black cenava spesso con amici e da quando era di nuovo single, era letteralmente inondato di inviti da parte di donne attraenti e desiderabili. Se mangiava da solo, di solito si portava a tavola un libro o una rivista, ma quella sera, mentre gustava il pesce spada arrosto e gli asparagi al vapore, accompagnandoli con un bicchiere di Saint Emilion, si limitò a riflettere, meditando sulle riunioni di lavoro che lo aspettavano. Lo squillo del telefono in biblioteca non interruppe il corso dei suoi pensieri. Ci avrebbe pensato Pedro a dire a chiunque fosse che lui avrebbe richiamato più tardi. E quando il domestico si presentò in sala da pranzo con il cordless, Black gli scoccò un'occhiata infastidita. «Mi scusi, dottore», bisbigliò il domestico coprendo il ricevitore con il palmo, «ma ho pensato che forse avrebbe voluto rispondere. È la signora Lasch. Molly Lasch.» Peter Black fece una brevissima pausa, poi vuotò in un sol sorso il bicchiere di vino e prese l'apparecchio. Gli tremava la mano. 13 Molly aveva dato a Fran un elenco delle persone da intervistare. Il primo della lista era il socio di Gary, il dottor Peter Black. «Dalla morte di mio marito non mi ha più rivolto la parola», le aveva detto. Seguiva Jenna Whitehall: «Forse te la ricordi, studiava alla Cranden». Quanto al marito di Jenna, Calvin: «Fu lui a occuparsi dei finanziamenti necessari per avviare il Centro Remington». Poi il suo avvocato, Philip Matthews: «Tutti lo giudicano fantastico per aver strappato per me una condanna tanto mite e che prevedeva il rilascio sulla parola. Io avrei preferito che nutrisse almeno un piccolo dubbio sulla mia colpevolezza», era stato il commento di Molly. E per finire, Edna Barry: «Ieri, quando sono tornata a casa, era tutto in perfetto ordine. Quasi come se questi cinque anni e mezzo non fossero passati». Fran le aveva chiesto di avvisare tutti che lei avrebbe telefonato, ma quando la domestica era passata a salutarla prima di andarsene, Molly non
si era sentita dell'umore giusto per parlargliene. La signora Barry aveva seguito a puntino le sue istruzioni e quella mattina aveva fatto la spesa, pensò poi aprendo il frigorifero in cucina. C'era tutto quello che le aveva chiesto di comprare: pane di segale con i semi di cumino, prosciutto della Virginia, formaggio svizzero. Prepararsi un gustoso panino le fece piacere e per condirlo prelevò dal frigo il barattolo di senape aromatica che le piaceva tanto. Un sottaceto, decise. Non ne mangio da anni. Sorridendo tra sé, posò il piatto sul tavolo e dopo essersi versata una tazza di tè, si guardò intorno alla ricerca del quotidiano locale. Non aveva ancora avuto modo di dargli un'occhiata e la vista di una sua foto in prima pagina la fece sussultare. La didascalia recitava: «Molly Carpenter Lasch, rilasciata dopo cinque anni e mezzo di carcere». L'articolo si limitava a rimasticare fatti già noti: i particolari della morte di Gary, l'ammissione di colpevolezza pronunciata da lei in tribunale e la sua dichiarazione di innocenza davanti al carcere. Le riuscì più penosa la parte in cui si parlava della sua famiglia. C'era un profilo dei suoi nonni, autentici pilastri della buona società di Greenwich e di Palm Beach. Si accennava alla splendida carriera di suo padre, al prestigio di cui aveva goduto suo suocero in campo medico e veniva citato il centro di assistenza sanitaria fondato da suo marito e dal dottor Black. Tutte persone rispettabili con al loro attivo successi straordinari, che per causa sua erano adesso oggetto dei pettegolezzi più volgari. Allontanò il piatto; non aveva più fame. Come già le era accaduto alcune ore prima, la stanchezza e la sonnolenza minacciavano di sopraffarla. Lo psichiatra del carcere l'aveva curata per una forma depressiva, suggerendole, una volta tornata in libertà, di rivolgersi di nuovo al medico che l'aveva seguita nei mesi precedenti il processo. «Mi ha detto che il dottor Daniels le piaceva, Molly. Che con lui si sentiva a suo agio perché le credeva quando affermava di non ricordare nulla di quella sera. Ormai avrà capito che una stanchezza anomala può essere sintomo di depressione.» Molly si massaggiò la fronte per allontanare il mal di testa incombente. Sì, il dottor Daniels le piaceva molto, e avrebbe dovuto includere il suo nome nell'elenco che aveva dato a Fran. Forse avrebbe dovuto fissare un appuntamento con lui. Ancora più importante, avrebbe dovuto chiamarlo per dirgli che poteva parlare liberamente con la giornalista. Si alzò, gettò i resti del panino nel tritarifiuti e andò di sopra portandosi
dietro la tazza di tè. Aveva disattivato la suoneria del telefono, ma decise di controllare se c'erano messaggi sulla segreteria. Erano in pochi a conoscere il suo nuovo numero, che non figurava in elenco. Fra quei pochi c'erano i suoi genitori, Philip Matthews e Jenna. Quest'ultima aveva chiamato due volte. «Passo da te stasera, e non voglio obiezioni», dicevano i suoi messaggi. «Sarò lì alle otto con la cena.» Una volta che sarà qui, sarò felice di vederla, ammise Molly. In camera da letto, finì di bere il tè, si liberò delle scarpe con un calcio e si sdraiò vestita, avvolgendosi nel copriletto. Fu subito colta dal sonno. I suoi sogni furono frammentari. Era a casa e cercava di parlare con Gary, che però si rifiutava di ascoltarla. Poi un rumore... che cosa lo aveva provocato? Se solo fosse riuscita a riconoscerlo, tutto sarebbe diventato più chiaro. Quel rumore. Quel rumore. Che cos'era? Si svegliò alle sei e mezzo di sera con le guance rigate di lacrime. Forse questo è un buon segno, si disse. Quella mattina, parlando con Fran, aveva pianto per la prima volta in quasi sei anni, ossia da quella settimana trascorsa in solitudine a Cape Cod durante la quale non aveva praticamente fatto altro. Il trauma della morte di Gary l'aveva come disseccata, e da quel giorno non aveva più versato una lacrima. Riluttante, si alzò asciugandosi il viso, poi si spazzolò i capelli e si cambiò: al posto dei jeans e della camicia di cotone indossò un maglione beige e un paio di pantaloni larghi. Mise anche un paio di orecchini e si truccò leggermente. Quand'era andata a trovarla in carcere, Jenna l'aveva sollecitata a presentarsi ben curata ai colloqui. «Il primo passo avanti è il più importante, Mol; ricordati del nostro motto.» Dopo essere scesa al piano inferiore accese il caminetto a gas nel tinello. La stanza di famiglia, pensò, ma lei era sola. Quando la sera restavano casa, lei e Gary guardavano insieme qualche vecchio film. La collezione di classici del marito era ancora sugli scaffali. Poi pensò alle persone alle quali avrebbe dovuto chiedere di collaborare con Fran Simmons; tra loro ce n'era una della cui disponibilità non era affatto certa. Non le andava di chiamare Peter Black in ufficio e decise di cercarlo a casa. Era inutile rimandare e lo avrebbe fatto quella sera stessa. Anzi, decise di farlo subito. Negli ultimi anni non le era mai venuto in mente Pedro, ma sentendo la voce del domestico ricordò le cene organizzate in quella casa. Spesso era-
no solo in sei, Peter e la moglie o la fidanzata di turno, Cal e Jenna, Gary e lei. Non biasimava Peter per averla ignorata per tutto quel tempo. Lei probabilmente avrebbe reagito allo stesso modo con qualcuno sospettato di aver fatto del male a Jenna. «Vecchio amico, migliore amico» era la litania che amavano ripetere nel loro gruppo. Si era quasi aspettata che Peter si rifiutasse di parlarle e fu un po' sorpresa quando lui rispose alla sua telefonata. «Domani ti chiamerà Fran Simmons della NAF per fissare un appuntamento», cominciò con una punta di esitazione. Poi, in tono più deciso: «Sta preparando una puntata sulla morte di Gary per il programma True Crime. Sei libero di dirle quello che vuoi, Peter, ma ti prego di riceverla. Tanto vale che tu lo sappia: Fran dice che preferirebbe di gran lunga avere la tua collaborazione, ma che un tuo rifiuto non la fermerà». Attese. Peter Black parlò dopo una lunga pausa. «Pensavo che avresti avuto la decenza di lasciar perdere. Molly.» La sua voce era tesa, ma le parole erano lievemente strascicate. «Rimettere in piazza la sua relazione con Annamarie Scalli... non credi che Gary meriterebbe di meglio? Hai pagato un prezzo molto basso per ciò che hai fatto. Ti avverto, se qualche squallido programma televisivo rimetterà in scena il tuo delitto per il divertimento del pubblico, a rimetterci sarai solo tu...» Allo scatto della comunicazione che veniva interrotta si sovrappose il suono del campanello della porta. Nelle due ore successive per Molly la vita sembrò essere tornata quasi normale. Jenna non si era limitata a portare la cena; aveva con sé anche una bottiglia del miglior Montrachet di Calvin. Mangiarono in tinello, sul tavolino davanti al divano. Fu Jenna a dominare la conversazione illustrando i progetti che aveva fatto per l'amica: Molly doveva andare a New York, a trascorrere qualche giorno a casa loro, fare shopping, visitare il nuovo centro estetico che lei aveva scoperto, dove l'avrebbero rimessa in sesto. Capelli, viso, unghie, tutto quanto, annunciò trionfante. «Mi sono già organizzata per prendermi qualche giorno libero da passare con te.» Sorrise. «Di' la verità, non mi trovi in forma?» «Sei la pubblicità vivente del regime dietetico che stai seguendo, qualunque esso sia», assentì Molly. «E prima o poi ti imiterò, credimi, ma non ora.» Posò la tazzina da caffè. «Jenna, oggi è stata qui Fran Simmons. Forse te la ricordi, era alla Cranden con noi.»
«Suo padre si è suicidato, vero? Aveva sottratto del denaro dal fondo per la biblioteca.» «Proprio così. Ora lei fa la giornalista investigativa per la NAF. Si occupa del programma True Crime e vuole dedicare una puntata alla morte di Gary.» Jenna Whitehall non fece nulla per nascondere lo sgomento. «No!» Molly alzò le spalle. «Non pretendo che tu capisca, e so che non capirai neppure quello che sto per dirti. Senti, Jenna, io ho bisogno di incontrare Annamarie Scalli. Tu hai idea di dove sia finita?» «Sei pazza? In nome di Dio, perché vuoi incontrare quella donna? E pensare...» Jenna non concluse la frase. «E pensare che se non avesse avuto una relazione con mio marito oggi lui sarebbe ancora vivo? È questo che volevi dire, vero? Sono d'accordo con te, ma il fatto è che devo vederla Vive ancora qui?» «Non ne ho la minima idea. Da quello che mi risulta, ha accettato l'aiuto di Gary, poi ha lasciato la città e da allora non s'è più saputo nulla di lei. Sarebbe stata chiamata come teste al processo, naturalmente, se il patteggiamento non avesse reso superflua la sua presenza.» «Jenna, voglio che tu chieda a Cal di mettere i suoi sulle tracce di Annamarie. So bene che lui può fare qualunque cosa, o almeno incaricare qualcuno di farlo.» Lo stile «ci penso io» di Cal era sempre stato motivo di battute scherzose fra loro, ma questa volta Jenna non rise. «Preferirei di no», rispose con voce improvvisamente tesa. Molly pensò di aver compreso il motivo della sua riluttanza. «C'è una cosa che devi capire. Io ho pagato per la morte di Gary, indipendentemente dalle mie effettive responsabilità. A questo punto credo di essermi guadagnata il diritto di scoprire che cosa è accaduto veramente quella sera, e perché. Ho bisogno di comprendere quali sono state le mie azioni e le mie reazioni. Dopo, forse, sarò in grado di ricominciare, di ricostruirmi un'esistenza che assomigli a una vita normale.» Si alzò e andò in cucina, da dove tornò quasi subito con il giornale del mattino. «Forse hai già letto l'articolo. Non capisci? Se non faccio qualcosa, queste storie continueranno a tormentarmi per tutta la vita.» «L'ho letto, sì.» Jenna spinse da parte il quotidiano e prese le mani dell'amica. «Molly, ascolta, uno scandalo può essere dannoso per un ospedale proprio come per una persona. Le voci e i pettegolezzi che hanno fatto seguito alla morte
di Gary, compresa la rivelazione della sua relazione con quell'infermiera, hanno danneggiato pesantemente il Lasch Hospital. Eppure quell'istituto sta facendo un ottimo lavoro per la comunità e il Centro Remington prospera, mentre molte strutture analoghe si trovano in cattive acque. Ti prego, nel tuo stesso interesse, nell'interesse dell'ospedale, ferma Fran Simmons e lascia perdere Annamarie Scalli.» Molly scosse la testa. «Pensaci», insisté l'altra. «Sai bene che io ti sosterrò comunque, ma almeno prendi in considerazione il Piano A.» «Andiamo in città, dove mi farò rimettere a nuovo, giusto?» Jenna sorrise. «Proprio così.» Si alzò. «Ora è meglio che vada. Cal mi starà cercando.» Sottobraccio, si avviarono verso la porta. Con la mano già sulla maniglia. Jenna esitò. «A volte vorrei che fossimo ancora alla Cranden, con la possibilità di ricominciare tutto da capo», mormorò. «La vita allora era molto più facile. Cal è diverso da te e da me; non gioca secondo le nostre stesse regole. Qualunque evento o persona che rischi di fargli perdere del denaro per lui diventa un nemico.» «Me compresa?» chiese Molly. «Temo di sì.» Jenna aprì la porta. «Ti voglio bene, cara. Ricordati di chiudere a chiave e d'inserire il sistema d'allarme.» 14 Tim Mason, trentaseienne cronista sportivo della NAF, era in vacanza quando Fran aveva iniziato la sua collaborazione con l'emittente. Cresciuto a Greenwich, era tornato a viverci per poco tempo dopo l'università e per un anno era stato apprendista presso il Greenwich Time. Resosi conto che gli piaceva lavorare in una redazione sportiva, era riuscito a farsi assumere da un quotidiano dello stato di New York. L'anno dopo era passato alla locale stazione televisiva e nei sei anni successivi una serie di avanzamenti gli aveva infine permesso di entrare nella redazione della NAF. In ben tre stati il suo notiziario sportivo serale, che durava un'ora, stava già rubando spettatori alle tre maggiori emittenti televisive e Tim era ormai noto come il miglior commentatore sportivo della nuova generazione. Slanciato, con i lineamenti irregolari che gli davano un che di fanciullesco, dotato di una natura affabile e accomodante, Tim diventava addirittura
trascinante quando commentava o parlava di avvenimenti sportivi, e aveva finito per guadagnarsi l'affetto dei tifosi. Quel pomeriggio, passando nell'ufficio di Brandt, vide Fran Simmons per la prima volta. La nuova giornalista aveva ancora il cappotto addosso e stava riferendo al direttore il suo incontro mattutino con Molly Carpenter Lasch. La conosco, fu il primo pensiero di Tim. Ma dove l'ho già vista? La sua prodigiosa memoria gli fornì quasi immediatamente la risposta. Tim aveva cominciato a lavorare al Greenwich Time proprio l'estate in cui Frank Simmons si era suicidato. All'epoca, a Greenwich si diceva che quell'uomo era stato un arrampicatore sociale, che aveva usato il denaro sottratto per mettere a segno un buon colpo in Borsa, poi sua moglie e sua figlia avevano lasciato la città e gli echi dello scandalo si erano gradualmente spenti. Ora Fran si è fatta una gran bella ragazza, pensò. Certo lei non lo avrebbe distinto da un buco nel muro, come diceva sua nonna, ma per quanto lo riguardava, era piuttosto curioso di scoprire che razza di persona fosse diventata. Occuparsi del caso di Molly Carpenter Lasch non era esattamente l'incarico che lui avrebbe scelto se fosse stato nei suoi panni. Ma ovviamente lei doveva pensarla diversamente e Tim ignorava quali fossero i sentimenti di Fran in merito al suicidio del padre. Quel bastardo ha lasciato la moglie e la figlia a cavarsela da sole, pensò ancora. Frank Simmons aveva fatto la scelta dei codardi, un peccato di cui, Tim ne era certo, lui non si sarebbe mai reso colpevole. Trovandosi in una situazione analoga, avrebbe trasferito in un posto tranquillo moglie e figlia e poi avrebbe affrontato da solo le conseguenze dei suoi errori. Era stato proprio lui a seguire il funerale di Simmons per conto del Greenwich Time e ricordava di aver visto Fran e la madre lasciare la chiesa dopo la messa funebre. La ragazzina con i capelli lunghi che le nascondevano il viso e gli occhi bassi adesso era una donna estremamente attraente e anche, come scoprì pochi istanti dopo, dotata di una salda stretta di mano, di un sorriso pieno di calore e di uno sguardo che esprimeva franchezza. Sapeva che lei non poteva leggergli nel pensiero, né capire che stava ricostruendo mentalmente le circostanze del suicidio di suo padre, ma per un attimo Tim si sentì imbarazzato, quasi in colpa. Si scusò con i colleghi per averli disturbati. «Di solito Gus a quest'ora è solo, a cercare di decidere quali inconvenienti si verificheranno durante il notiziario», si giustificò. Poi fece per an-
darsene, ma Fran lo fermò. «Gus mi ha detto che la tua famiglia viveva a Greenwich e che sei cresciuto là. Conoscevi i Lasch?» Implicitamente, pensò Tim, quello che lei mi sta dicendo è: Sono consapevole che sai di me e di mio padre, quindi passiamo oltre. «Il dottor Lasch, il padre di Gary, era il nostro medico di famiglia», rispose. «Un brav'uomo e un ottimo professionista.» «E Gary?» Lo sguardo di Tim s'indurì. «Un medico pieno di dedizione», replicò con voce piatta. «Ha assistito meravigliosamente mia nonna, che è deceduta al Lasch Hospital solo poche settimane prima che morisse anche lui.» Tim evitò di aggiungere che Annamarie Scalli era una delle infermiere che si erano prese cura di sua nonna. Giovane e graziosa, Annamarie era anche un'infermiera fantastica, rammentò; una ragazza semplice e simpatica. La nonna ne andava pazza e quando era spirata, Annamarie era lì, al suo fianco. Io sono arrivato quando lei era già morta e quella giovane donna era seduta accanto al suo letto, in lacrime. Quante infermiere avrebbero reagito in quel modo? «Vado a vedere che cosa c'è sulla mia scrivania», annunciò. «Ci vediamo dopo, Gus. Lieto di averti conosciuta, Fran.» La salutò con un cenno e uscì. Non le spiegò quanto drasticamente fosse mutata la sua opinione su Gary Lasch dopo che aveva saputo della sua relazione con Annamarie; non gli sembrava giusto. Era solo una ragazzina, pensò, e per certi versi non molto diversa dalla stessa Fran, come lei vittima dell'egoismo altrui. Era stata costretta a rinunciare al lavoro e a lasciare la città. Il processo per omicidio aveva fatto sensazione in tutto il paese e per qualche tempo il nome di Annamarie Scalli era comparso con regolarità sulle pagine dei giornali scandalistici. Si chiese dove fosse ora e se le indagini di Fran Simmons avrebbero danneggiato in qualche modo la nuova vita che lei si era nel frattempo costruita. 15 Annamarie Scalli percorreva a passo rapido l'isolato, diretta alla modesta abitazione di Yonkers dov'era attesa. Dopo più di cinque anni dedicati all'assistenza domiciliare, era venuta a patti con la sua nuova vita, almeno in certa misura. Non sentiva più la mancanza del lavoro in ospedale che un
tempo aveva tanto amato. E non guardava ogni giorno le fotografie di suo figlio. In base all'accordo, dopo i primi cinque anni i genitori adottivi non avrebbero più avuto l'obbligo di mandarle annualmente una foto del piccolo e ormai erano passati mesi da quando Annamarie aveva ricevuto l'ultima immagine del suo bambino, che era la copia in miniatura del padre, Gary. Annamarie aveva adottato il cognome da nubile della madre, Sangelo. Era ingrassata e, come sua madre e sua sorella, adesso portava la taglia quarantasei. I capelli scuri che un tempo ricadevano morbidi sulle spalle erano diventati un caschetto di riccioli che le incorniciava il viso a forma di cuore. A ventinove anni, sembrava esattamente quello che era: una donna in gamba, pratica, di buon cuore. Nulla in lei ricordava la procace «altra donna» che tanto spazio aveva avuto nel processo per l'omicidio di Gary Lasch. Due sere prima aveva guardato il servizio sulla dichiarazione di innocenza fatta da Molly Lasch che era stato trasmesso durante il notiziario. La vista del carcere di Niantic, che incombeva sullo sfondo, l'aveva fatta stare male fisicamente e da allora era ossessionata dal ricordo di quella volta, ormai erano trascorsi tre anni, in cui un impulso irrefrenabile l'aveva spinta a passare in auto davanti alla prigione. Aveva cercato di immaginarsi lì dentro. Era quello il mio posto, pensò ora quasi con ferocia mentre saliva gli sconnessi gradini di cemento che portavano all'appartamento del signor Olsen. Ma quel giorno, davanti al carcere, aveva sentito il coraggio venirle meno ed era tornata a casa, nel suo appartamentino. Era stata l'unica volta in cui aveva avuto la tentazione di chiamare l'avvocato che lei aveva assistito come paziente al Lasch Hospital, per chiedergli di accompagnarla dal procuratore di stato. Mentre suonava alla porta del signor Olsen e poi entrava con la sua chiave, facendosi annunciare da un gaio «buongiorno», Annamarie ebbe la sconvolgente sensazione che, a causa del rinnovato interesse per l'omicidio Lasch, sarebbero inevitabilmente venuti a cercarla. E lei non voleva che accadesse. Aveva paura che accadesse. 16 Calvin Whitehall ignorò la segretaria di Peter Black, seduta alla sua scrivania, e aprì la porta del lussuoso ufficio d'angolo. Black alzò gli occhi
dalle carte che stava leggendo. «Sei in anticipo.» «Nient'affatto», replicò secco Whitehall. «Ieri sera Jenna ha visto Molly.» «La quale Molly ha avuto la sfrontatezza di telefonarmi per dirmi che avrei fatto bene a parlare con Fran Simmons, una giornalista della NAF. Jenna ti ha parlato dell'intenzione di quella donna di portare il caso di Gary a True Crime?» Calvin annuì. I due uomini si fronteggiarono, separati dalla scrivania. «E c'è di peggio», riprese Whitehall con voce piatta. «Molly sembra intenzionata a trovare Annamarie Scalli.» Il viso di Black sbiancò. «In questo caso ti suggerisco di dirottarla su una falsa pista», replicò con voce quieta. «Questa volta la palla spetta a te. Farai bene a maneggiarla con attenzione. Non c'è bisogno che ti ricordi che cosa potrebbe significare tutto questo per noi.» Con un gesto di stizza, allontanò i fogli che aveva davanti. «Sono tutte potenziali denunce per negligenza professionale», sibilò poi. «E tu schiaccia quegli imbecilli.» «È quello che intendo fare.» Calvin Whitehall guardava il socio. Non gli sfuggì il lieve tremore delle mani, né la rete di capillari che si allargava sulle guance e sul mento dell'uomo. Il disgusto trapelava dalla sua voce quando disse: «Dobbiamo trovare il modo di fermare quella giornalista e tenere Molly lontana da Annamarie. Tu, nel frattempo, farai bene a berti un bicchierino». 17 Fran comprese immediatamente che Tim Mason sapeva tutto del suo passato. Tanto vale che mi ci abitui, si disse. Chissà quante altre volte mi capiterà con la gente di Greenwich. Non devono far altro che sommare due più due. Fran Simmons? Un momento. Simmons... Lo sguardo perplesso. Perché questo nome mi suona familiare? Oh, ma certo. Suo padre era quello che... Quella notte non dormì bene e non si sentiva affatto in forma quando arrivò in ufficio. Un ricordo dei suoi sogni inquieti l'aspettava sulla scrivania. Molly Lasch aveva telefonato per comunicarle il nome dello psichiatra che l'aveva avuta in cura nei mesi precedenti il processo: «Ho chiamato il dottor Daniels. Non esercita quasi più, ma sarà lieto di incontrarti. Il suo
ufficio è in Greenwich Avenue». Il dottor Daniels; l'avvocato di Molly, Philip Matthews; il dottor Peter Black; Calvin e Jenna Whitehall; Edna Barry, la domestica... erano queste le persone che l'amica le aveva suggerito di incontrare, ma Fran ne aveva in mente anche altre. Annamarie Scalli, per dirne una. Prese il biglietto di Molly e lo fissò pensierosa. Comincerò dal dottor Daniels, decise. John Daniels stava aspettando la sua telefonata; le disse che quel pomeriggio era libero e che sarebbe stato lieto di riceverla. Benché ormai settantacinquenne, non se l'era sentita di abbandonare completamente la sua professione, a dispetto delle esortazioni della moglie. Uno dei pazienti con cui sentiva di avere fallito era proprio Molly Carpenter Lasch. La conosceva da quando lei era bambina e a volte aveva cenato al club assieme ai suoi genitori. A quel tempo era una bella ragazzina, sempre educatissima e fin troppo controllata. E nulla, nella sua personalità e nel fuoco di fila delle domande a cui lui l'aveva sottoposta dopo l'arresto, sembrava indicarla capace di quell'accesso di violenza che, secondo l'accusa, l'aveva spinta a uccidere il marito. Ruthie Roitenberg, la segretaria che lavorava per lui da venticinque anni, era evidentemente convinta che la lunga anzianità di servizio le desse la libertà di dire tutto quello che pensava senza mezzi termini, nonché di riferirgli i pettegolezzi. Daniels, di conseguenza, non si stupì più di tanto quando la donna, dopo avergli annunciato la visita di Fran Simmons per le due, aggiunse: «Lo sa chi era suo padre, vero, dottore?» «Dovrei saperlo?» replicò Daniels in tono blando. «Ricorda il tizio che rubò tutti quei soldi dal fondo per la biblioteca e poi si uccise? Be', era lui. La figlia ha frequentato la Cranden Academy con Molly Carpenter.» Lo psichiatra non tradì la sorpresa. Si ricordava anche troppo bene di Frank Simmons; lui stesso aveva donato diecimila dollari al fondo per la biblioteca: tutto denaro sprecato, grazie a quel tipo. «A questo Molly non ha accennato», si limitò a commentare. «Immagino che per lei non sia importante.» Il suo mite rimprovero passò del tutto inosservato. «Al suo posto io avrei cambiato cognome», sbuffò Ruthie. «A proposito, credo che anche Molly farebbe bene a cambiare cognome e ad andarsene da qui per ricominciare da capo. Sa, dottore, tutti pensano che sarebbe molto meglio se, invece di
agitare di nuovo le acque, lei affermasse pubblicamente di essersi pentita di aver ucciso quel poveretto.» «E se ci fosse un'altra spiegazione alla morte di Lasch?» «Dottore, quelli che ci credono mettono ancora una moneta sotto il cuscino per la fatina dei dentini.» Fran non sarebbe andata in onda prima del notiziario serale e trascorse la mattinata in ufficio, a organizzare le interviste. Quando ebbe finito, si comperò un panino e una bibita per fare uno spuntino in auto e alle dodici e un quarto partì per Greenwich. Prima di recarsi dal dottor Daniels, voleva avere il tempo di fare un giro in città per rivedere i luoghi che una volta conosceva così bene. Raggiunse i sobborghi della cittadina in meno di un'ora. Durante la notte era caduta una spolverata di neve e gli alberi e i prati sembravano baluginare nel debole sole di fine inverno. È davvero un posto delizioso, pensò. Non posso biasimare papà per aver voluto farne parte. Bridgeport, dove lui era cresciuto, distava solo mezzora di macchina, a nord, ma come stile di vita non poteva essere più lontano. La sede della Cranden Academy era in Round Hill Road. Fran passò lentamente davanti al campus, piena di ammirazione per i vecchi edifici di pietra. Ripensava agli anni che aveva trascorso all'accademia, alle ragazze con cui allora aveva stretto amicizia e a quelle che conosceva solo di vista. Tra quest'ultime c'era Jenna Graham, ora Whitehall. Benché diversissime, lei e Molly, invece, erano sempre state intime. Jenna era assertiva, quasi autoritaria, mentre la caratteristica dominante di Molly era la riservatezza. All'improvviso Fran ripensò con tenerezza a Bobbitt Williams, che all'epoca era nella squadra di basket con lei. Chissà se abita ancora nella zona, si chiese. Bobbitt era una brava musicista... cercò perfino di convincermi a prendere lezioni di pianoforte con lei, ma io le spiegai che sarebbe stato del tutto inutile. Il talento musicale non rientra nei doni che il Signore mi ha concesso. Mentre imboccava Greenwich Avenue era commossa e si rese conto che le sarebbe piaciuto molto rivedere alcune delle sue vecchie amiche, quelle che ricordava con affetto, come Bobbitt. Dopo la morte di papà, con la mamma non ho più parlato dei quattro anni trascorsi qui, ma non possiamo cancellarli e forse è arrivato il momento che io ne prenda atto, rifletté. C'erano tante persone che mi stavano a cuore. Forse rivederne qualcuna mi farà bene.
Chissà, si disse mentre controllava sull'agenda l'indirizzo del dottor Daniels. Forse un giorno riuscirò a tornare qui senza provare la collera e l'imbarazzo che mi accompagnano da quando ho saputo che mio padre era un imbroglione. Il dottor John Daniels scortò subito Fran nel suo studio, lontano dallo sguardo curioso della segretaria. La prima impressione che ebbe di lei fu favorevole: una ragazza equilibrata, dai modi garbati e vestita in modo informale. Indossava un morbido cappotto, una giacca di tweed marrone e i pantaloni color cammello. I capelli castano chiaro, dalle ondulazioni naturali, le sfioravano il colletto della giacca. Il dottor Daniels la guardò con attenzione mentre gli si accomodava di fronte. È davvero molto attraente, pensò. Gli occhi, soprattutto, sono affascinanti... con una sfumatura di un azzurrogrigio decisamente insolita. Probabilmente virano sul blu quando è felice, e sul grigio quando è triste o arrabbiata. Scosse la testa; stava diventando un po' troppo immaginoso, era consapevole che il suo interesse per Fran Simmons era almeno in parte dovuto alle rivelazioni di Ruthie. Sperò che lei non se ne fosse accorta. «Saprà già che per il mio programma ho intenzione di preparare una puntata sull'omicidio di Gary Lasch», esordì Fran, andando subito al punto. «Mi risulta che Molly sia stata una sua paziente e che l'abbia autorizzata a parlarmi apertamente.» «Infatti.» «Lei l'aveva in cura da prima della morte del dottor Lasch?» «No. Conosco i suoi genitori, li incontravo soprattutto al country club. A volte, quand'era bambina, ci veniva anche Molly.» «Ha mai notato in lei comportamenti aggressivi?» «Mai.» «Le crede quando afferma di non riuscire a ricordare i particolari della morte del marito? Aspetti, forse è meglio che formuli diversamente la domanda. Crede che Molly sia effettivamente incapace di ricordare i particolari della morte del marito, di quella sera in cui lo ha trovato nel suo studio morto o moribondo?» «Credo che Molly dica la verità così come la conosce.» «Sarebbe a dire?» «Sarebbe a dire che, qualunque cosa sia accaduta quella sera, per lei è così dolorosa che ha preferito seppellirla nell'inconscio. Ne recupererà mai
la memoria? Non lo so.» «Ma se dovesse succedere? Se per esempio rammentasse qualcosa di più di quella vaga sensazione di una presenza estranea nella casa... sarebbe un ricordo attendibile?» Il dottor Daniels si tolse gli occhiali per pulire le lenti. Mentre tornava a infilarseli, pensò che ormai ne era diventato così dipendente da sentirsi vulnerabile senza. «Molly Lasch soffre di amnesia dissociativa, una forma che comporta vuoti di memoria collegati a eventi traumatici e fortemente ansiogeni. È chiaro che la morte di suo marito, comunque sia avvenuta, rientra in questa categoria. «Alcuni soggetti affetti da tale patologia reagiscono bene all'ipnosi, sotto il cui effetto riescono a recuperare ricordi significativi e spesso attendibili», proseguì. «Molly acconsentì a sottoporsi all'ipnosi prima del processo, ma nel suo caso non funzionò. Nulla di strano: era emotivamente devastata dalla morte del marito e terrorizzata dall'imminente prospettiva del processo. Era davvero troppo sconvolta e fragile per reagire con successo all'ipnosi.» «Ma è possibile che a poco a poco le torni la memoria?» «Vorrei poterle dire che Molly ha ottime possibilità di recuperare la memoria di quegli eventi e di cancellare ogni ombra dal suo nome, ma onestamente credo che, qualunque cosa lei possa arrivare a ricordare, non sarà necessariamente attendibile. Probabilmente non farebbe altro che crearsi un falso ricordo, ossia ricostruire gli eventi così come vorrebbe che fossero accaduti. Lei ne sarebbe sinceramente convinta, ma noi non avremmo modo di verificare l'attendibilità delle sue reminiscenze. È un fenomeno che si chiama 'falsificazione retrospettiva del ricordo'.» Di nuovo in auto, Fran rimase seduta qualche minuto a riflettere sulla mossa successiva. Erano le tre meno un quarto; gli uffici del Greenwich Time distavano solo pochi isolati e Joe Hutnik, che era stato presente al rilascio di Molly, lavorava lì. Quel giornalista era assolutamente certo della colpevolezza della Lasch. Forse aveva seguito anche il processo? si chiese. Sembrava un tipo a posto, rifletté ancora, e doveva essere vecchio del mestiere. Forse troppo vecchio? bisbigliò una vocina dentro di lei. Forse Hutnik aveva seguito anche la vicenda di suo padre. Aveva davvero voglia di parlare con lui?
Fuori, il sole stava scomparendo dietro una densa cortina di nubi grigie. Marzo, il mese imprevedibile, pensò Fran, che ancora non aveva deciso il da farsi. Ma sì, concluse. Perché non tentare? Prese il cellulare. Un quarto d'ora dopo era nell'ufficio di Joe Hutnik, un cubicolo ritagliato nella redazione stracolma di computer del Greenwich Time, e gli stringeva la mano. Sulla cinquantina, con occhi vigili e intelligenti sotto le folte sopracciglia scure, Hutnik le indicò un minuscolo divanetto, in gran parte ingombro di libri. «Allora, Fran, che cosa la porta al 'cancello per il New England', così com'è chiamata la nostra bella città?» Non attese la sua risposta. «No, mi lasci indovinare: Molly Lasch. In giro si dice che lei vuole dedicare una puntata di True Crime al suo caso.» «In giro si parla troppo e troppo in fretta», replicò Fran. «Possiamo mettere le carte in tavola, Joe?» «Naturalmente. Purché non mi costi un titolo di testa.» Lei lo guardò sorniona. «Vedo che ci capiamo. Domanda: ha seguito il processo di Molly?» «Chi non l'ha fatto? Era un momento di fiacca e quel caso riempì il vuoto a meraviglia.» «Potrei ricavare tutte le informazioni che mi servono da Internet, ma è più facile arrivare alla verità quando si può guardare in faccia i testimoni, soprattutto durante il controinterrogatorio. Lei ovviamente è convinto che Molly Lasch abbia ucciso il marito.» «Sicuro.» «Domanda successiva: qual era la sua opinione sul dottor Gary Lasch?» Hutnik si appoggiò all'indietro sulla sedia. «Lo sa», disse dopo un attimo, «ho sempre vissuto a Greenwich. Mia madre ha settantasei anni e mi racconta ancora spesso di quando mia sorella si ammalò di polmonite, quarant'anni fa. Aveva solo tre mesi. A quei tempi i dottori facevano visite a domicilio, non si limitavano a dirti per telefono di avvolgere il bambino in una coperta e portarlo al pronto soccorso.» Si chinò in avanti e incrociò le mani sulla scrivania. «Vivevamo in cima a una collina piuttosto ripida. Il dottor Lasch, intendo Jonathan, il padre di Gary, non riuscì ad arrivarci in auto. I pneumatici slittavano sul terreno. E sa che cosa fece lui? Mollò lì la macchina e salì a piedi fino a casa nostra. La neve gli arrivava alle ginocchia. Erano le undici di sera. Me lo ricordo ancora, in piedi accanto alla mia sorellina. L'aveva fatta sdraiare sul tavolo della cucina, dove la luce era più forte. Rimase con lei per tre ore. Le
somministrò una doppia dose di penicillina e si assicurò che respirasse bene e che la febbre fosse scesa, prima di andarsene. E il mattino dopo tornò da noi per visitarla di nuovo.» «Anche Gary Lasch era quel tipo di medico?» chiese Fran. Di nuovo Hutnik si prese un po' di tempo prima di rispondere. «A Greenwich ci sono ancora tanti medici che credono nella loro professione, immagino che sia così dappertutto. Gary Lasch era uno di loro? Onestamente non lo so, Fran, ma da quello che ho sentito dire, lui e il suo socio, il dottor Black, erano forse più interessati all'aspetto economico della medicina che a curare la gente.» «Sembra che abbiano avuto successo. Dall'ultima volta che l'ho visto, il Lasch Hospital è quasi raddoppiato», commentò lei, augurandosi che la voce non le tremasse. «Da quando ci morì suo padre, vuol dire», replicò Hutnik. «Senta, sono qui da un sacco di tempo. Conoscevo suo padre e so che era un brav'uomo. Va' da sé, però, che neanche a me è piaciuto veder scomparire tutti quei soldi. Era denaro destinato alla creazione di una biblioteca in uno dei quartieri meno eleganti della città, in modo che i ragazzi potessero accedervi facilmente.» Fran sbatté le ciglia e distolse lo sguardo. «Mi scusi», riprese il giornalista. «Non avrei dovuto parlarne. Ora torniamo a Gary. Dopo la morte del padre, chiamò il suo amicone dei tempi dell'università, il dottor Peter Black, che allora stava a Chicago. Insieme, trasformarono la Jonathan Lasch Clinic nel Lasch Hospital. Poi fondarono un centro di assistenza, il Remington, forse uno dei migliori.» «Qual è la sua opinione su questi centri?» domandò Fran. «In senso generale.» «La penso come la maggioranza della gente. Puzzano. Anche i migliori, e credo che il Remington rientri in questa categoria, mettono i medici con le spalle al muro. Quasi tutti sono costretti a convenzionarsi con uno o più programmi di previdenza, il che ovviamente significa che le loro diagnosi sono soggette a revisione e che le loro richieste di visite specialistiche per i pazienti possono venire ignorate. Inoltre, i medici devono aspettare parecchio per ricevere i soldi... al punto che molti di loro versano in situazioni finanziarie niente affatto allegre. I pazienti vengono dirottati in strutture scomode e fuori mano, con l'unico intento di scoraggiarli. È paradossale, ma proprio oggi che sono disponibili terapie e farmaci di grande efficacia, i tizi che decidono se hai diritto o meno a una terapia sono quelli che ci
guadagnano se non la fai. Bel progresso, eh?» Joe scosse la testa, indignato. «Proprio in questi giorni il Centro Remington, vale a dire il suo direttore generale, il dottor Peter Black, e Whitehall, il nostro magnate locale che ne è il presidente, stanno trattando con lo stato l'autorizzazione a rilevare quattro centri minori. Se questo accadrà, le azioni della compagnia prenderanno il volo. La cosa comporta problemi? Non esattamente. Se non che l'American National Insurance punta agli stessi centri e si mormora che miri ad acquisire anche il Remington.» «C'è qualche probabilità che ciò accada?» «Chi lo sa? Probabilmente no. Il Centro Remington e il Lasch Hospital godono di buona reputazione. Si sono ripresi dallo scandalo causato dall'omicidio del dottor Lasch e dalla rivelazione della sua storia con un'infermiera, ma sono sicuro che Black e Whitehall sarebbero stati felici di firmare il nuovo accordo prima che Molly Lasch saltasse fuori a dire che dietro l'omicidio c'è più di quanto non si sappia.» «Che cosa, di preciso, potrebbe condizionare negativamente la fusione?» chiese Fran. Joe scrollò le spalle. «Tesoro, a dirigere l'American National c'è un ex medico capo della sanità pubblica che giura di voler riformare i centri di assistenza. Il Remington è ancora il candidato favorito, ma in questo pazzo pazzo mondo può succedere di tutto in qualunque momento e un sentore di scandalo potrebbe mandare a monte l'affare.» 18 Non c'è nessuno su cui possa contare, fu il primo pensiero di Molly quando si svegliò. Guardò l'orologio: le sei e dieci. Non male, decise. Si era infilata a letto poco dopo che Jenna se n'era andata, quindi aveva dormito sette ore. In carcere aveva trascorso molte notti senza riuscire ad addormentarsi e quando arrivava, il sonno era come una lastra di ghiaccio che le premeva sugli occhi e che avrebbe voluto sentire sciogliersi e fluire dentro di lei. Si stirò, sfiorando con il braccio sinistro il cuscino vuoto al suo fianco. Non aveva mai visualizzato Gary accanto a sé sulla stretta brandina della cella ma ora, e dopo tutti quegli anni, era costantemente consapevole della sua assenza, come se il tempo trascorso fosse stato solo la sequenza di un sogno. Un sogno? No... un incubo! Si era sempre sentita molto vicina a lui. «Siamo come due gemelli sia-
mesi», le piaceva dire. Forse aveva semplicemente ingannato se stessa? Troppo compiaciuta e soddisfatta di me, ecco come dovevo sembrare, si disse. E forse lo ero davvero. Di sicuro ero una sciocca. Si alzò a sedere, ormai completamente sveglia. Devo sapere, pensò poi. Da quanto tempo andava avanti quella storia con la Scalli? Per quanto tempo la mia vita con Gary è stata una menzogna? Annamarie Scalli era l'unica persona in grado di darle le risposte di cui aveva bisogno. Alle nove telefonò all'ufficio di Fran Simmons per lasciare il nome del dottor Daniels. Alle dieci chiamò Philip Matthews. Era stata nello studio del suo avvocato solo poche volte, ma se lo ricordava con chiarezza. Si trovava nel World Trade Center e da lì si vedeva la Statua della Libertà. La prima volta quella vista le era parsa incongrua... clienti che rischiavano di finire in carcere costretti guardava il simbolo stesso della libertà. Lo aveva detto a Philip e lui aveva risposto che considerava la statua una sorta di araldo: quando accettava un cliente, il suo obiettivo diventava garantirgli la libertà. Dato che Annamarie Scalli avrebbe potuto essere chiamata a deporre al processo, era molto probabile che Philip avesse il suo ultimo indirizzo, pensò Molly. Quello sarebbe stato un punto di partenza. Philip stava proprio cercando di decidere se era il caso di telefonare a Molly e, quando la segretaria gli annunciò la sua chiamata, sollevò subito la cornetta. Fin dal giorno in cui era uscita dal carcere, lei era sempre nei suoi pensieri. E poi due sere prima aveva partecipato a una festa in cui la principale attrazione era una donna che prevedeva il futuro. In quanto ospite, l'avvocato non aveva potuto sottrarsi al gioco, anche se per lui tutto ciò che aveva a che fare con la lettura delle carte o della mano, l'astrologia, i tarocchi, le tavolette ouija, rientrava nella categoria delle buffonate. Ma quella chiromante lo aveva fatto sentire a disagio. Aveva esaminato con attenzione le carte che lui aveva scelto, poi, senza mezzi termini, gli aveva detto: «Qualcuno che le è molto vicino, una donna, credo, sta correndo un grave pericolo. Sa di chi potrebbe trattarsi?» Philip aveva cercato di convincersi che la donna a cui la chiromante si riferiva era una sua cliente che, imputata di omicidio in seguito a incidente stradale, rischiava una pesante condanna, ma l'istinto gli suggeriva che quella persona era Molly. Ora al telefono lei confermò i suoi timori affermando che non aveva
nessuna intenzione di fasi raggiungere dai genitori. «Non per il momento, comunque», disse. «Philip, voglio trovare Annamarie Scalli. Hai il suo ultimo indirizzo?» «Lascia perdere, Molly, ti prego. È finita. Devi ricominciare a vivere, adesso.» «È quello che sto cercando di fare. Ecco perché devo parlarle.» L'avvocato fece un sospiro, esasperato. «Il suo ultimo indirizzo conosciuto è quello dell'appartamento in cui abitava all'epoca della morte di Gary. Non ho idea di dove si trovi ora.» Capì che lei stava per riattaccare, ma non era ancora pronto a salutarla. «Fra poco sono da te, Molly. E se non acconsentirai di uscire a cena con me, continuerò a bussare alla tua porta fino a che i vicini non chiameranno la polizia.» Molly riusciva benissimo a immaginarselo mentre faceva una scena del genere. Nella sua voce c'era la stessa intensità che aveva percepito durante il processo, quando lui controinterrogava i testimoni. Era un uomo determinato, abituato a fare a modo suo. Lei però non se la sentiva ancora di vederlo. «Ho bisogno di un po' di tempo, Philip. Senti, oggi è giovedì. Perché non vieni qui a cena sabato? Non mi va di uscire, ma posso cucinare qualcosa.» Matthews esitò solo un istante prima di accettare. Per il momento, decise, si sarebbe dovuto accontentare. 19 Edna Barry stava preparando il pollo da cuocere al forno. Era uno dei piatti preferiti di Wally, soprattutto se il ripieno era fatto in casa. In realtà, lei usava quelli già pronti; di suo ci metteva il soffritto. Il gradevole aroma del cibo riempiva la casa e cucinare la rilassava. Le ricordava gli anni in cui suo marito Martin era ancora vivo e Wally era un ragazzino vivace, assolutamente normale. Secondo i medici, non era stata la morte del padre a provocare il cambiamento. La schizofrenia, sostenevano, era una malattia mentale che spesso si manifestava negli anni dell'adolescenza o della giovinezza. Lei, però, non ci credeva. «Wally non ha mai superato la morte del padre», diceva alla gente. A volte lui parlava di sposarsi e di farsi una famiglia, ma la madre sapeva che quasi sicuramente non sarebbe mai accaduto.
Agli altri non piaceva stare con Wally: era troppo suscettibile, perdeva la calma molto facilmente. Il pensiero di morire, lasciando il figlio privo di assistenza, era una preoccupazione costante per Edna. Ma finché c'era, lei poteva accudire quel povero ragazzo. Poteva controllare che prendesse la medicina, anche se sapeva che a volte Wally la sputava. Suo figlio aveva stabilito un così buon rapporto con il dottor Morrow... peccato che lui fosse morto. Mentre chiudeva il forno, Edna ripensò a Jack Morrow, il giovane dottore pieno di entusiasmo che sapeva trattare così bene quelli come Wally. Era un medico di famiglia e aveva l'ambulatorio al pianoterra della sua modesta abitazione, che distava solamente tre isolati da casa loro. Lo avevano ucciso con un colpo di arma da fuoco appena due settimane prima della morte del dottor Lasch. Le circostanze, naturalmente, erano completamente diverse. Il dispensario del dottor Morrow era stato scassinato e svuotato, e la polizia era certa che l'assassino andasse cercato nel giro dei tossicodipendenti. Avevano interrogato anche tutti i pazienti che lui aveva in cura; era una vera fortuna, si diceva spesso Edna, che suo figlio si fosse fratturato la caviglia solo poco tempo prima. Lei lo aveva convinto a rimettersi lo stivaletto rigido prima che arrivasse la polizia. Dopo un solo giorno, la signora Barry si era già pentita di essere tornata a lavorare per Molly Lasch. Era troppo pericoloso. C'era sempre la possibilità che Wally si presentasse lì, com'era già successo. Edna allora gli aveva detto di aspettare in cucina, ma lui era andato nello studio e aveva preso in mano la scultura dell'uomo a cavallo. Sarebbero mai finite le sue preoccupazioni? Mai, si rispose mentre sospirando cominciava ad apparecchiare. «Mamma, Molly è tornata a casa, vero?» Edna alzò gli occhi. Wally era sulla porta, con le mani ficcate in tasca, i capelli scuri che gli ricadevano sulla fronte. «Perché vuoi saperlo?» chiese seccamente. «Perché voglio vederla.» «Non devi neanche avvicinarti a casa sua. Mai.» «Ma lei mi piace, mamma.» Wally socchiuse gli occhi, sforzandosi di ricordare qualcosa. Fissava un punto lontano, oltre la madre, quando aggiunse: «Lei non mi sgriderebbe come ha fatto il dottor Lasch, vero?» Edna sentì un brivido gelido correrle lungo la schiena. Erano anni che suo figlio non parlava di quell'episodio, da quando lei gli aveva proibito di
accennare al dottor Lasch o alla chiave che gli aveva trovato in tasca il giorno successivo all'omicidio. «Molly è gentile con tutti», rispose alla fine. «E non avevamo detto che non avremmo più parlato del dottor Lasch?» «Hai ragione, mamma. Però sono contento che sia morto. Non mi sgriderà più», disse con voce priva di emozione. Squillò il telefono. L'ansia vibrava nella voce di Edna quando rispose. «Signora Barry? Spero di non disturbarla, sono Fran Simmons. Ci siamo conosciute ieri a casa di Molly Lasch.» «Sì, sì.» Edna si rese conto di aver parlato in tono esageratamente brusco. «Certo, ricordo», ripeté con voce più morbida. «Mi chiedevo se avrei potuto fare un salto da lei, sabato.» «Sabato?» Edna stava cercando freneticamente una scusa per rifiutare. «Sì. A meno che non preferisca domenica o lunedì.» Rimandare non sarebbe servito a niente, comprese la signora Barry. Era evidente che quella donna non si sarebbe lasciata dissuadere. «Sabato andrà benissimo», si sforzò di rispondere. «Alle undici è troppo presto?» «No.» «Bene. Potrebbe dirmi se l'indirizzo è giusto?» Quella donna è un fascio di nervi, pensò Fran mentre riagganciava. Si sentiva la tensione vibrare nella sua voce. Ed era nervosa anche ieri, a casa di Molly. Che cosa la preoccupa tanto? Era stata proprio la signora Barry a trovare il cadavere di Gary Lasch. Possibile che Molly l'avesse riassunta a causa di qualche sua vaga intuizione sulla versione dei fatti resa dalla domestica? Una prospettiva interessante, si disse. E dopo un rapido esame del contenuto del frigo, s'infilò il cappotto. Avrebbe fatto un salto da P.J. Clarke, a mangiare un hamburger. Mentre percorreva a passo rapido la Cinquantaseiesima, le balenò nella mente un'altra interessante possibilità: forse Molly non era la sola a soffrire di falsificazione retrospettiva del ricordo. 20 «Sei una donna intelligente, Jenna. dovresti capire che cosa intendo quando dico che Annamarie Scalli è ufficialmente scomparsa dalla faccia
della terra. Ma anche se fossi in grado d'individuarla, cosa che non credo possibile, ti assicuro che Molly Lasch sarebbe l'ultima persona al mondo a cui passerei l'informazione!» Le macchie rosse che spiccavano sugli zigomi di Calvin Whitehall erano un chiaro sintomo della sua crescente impazienza, ma Jenna le ignorò. «Perché non vuoi che Molly si metta in contatto con quella donna, Cal? Potrebbe esserle utile, aiutarla a mettere la parola fine a questa storia.» Stavano facendo colazione nel salottino adiacente alla camera da letto. Jenna era pronta per andare al lavoro, il suo cappotto e la borsa erano posati su una sedia. Calvin sbatté con forza sul piattino la tazzina del caffè. «Di Molly non mi importa. Quello che piuttosto dobbiamo concludere sono le trattative a cui sto lavorando da tre anni, nell'interesse mio non meno che tuo.» Inspirò profondamente. «E ora farai bene ad andare, se non vuoi perdere il treno. Neppure Lou riuscirà a portarti in stazione in tempo, se non ti sbrighi.» Jenna si alzò. «Credo che stasera mi fermerò a dormire in città.» «Come preferisci.» Si fissarono un istante in silenzio, poi Calvin sorrise. «Vorrei che tu potessi vedere la tua espressione. Scommetto che se avessi a portata di mano quella scultura del cowboy, la useresti come Molly ha fatto con Gary. È indubbio che voi ragazze della Cranden avete un certo temperamento.» Jenna era impallidita. «Sei davvero preoccupato per quelle trattative, vero, Cal? Di solito non sei così crudele.» «Di solito non corro il rischio di perdere un affare da parecchi milioni di dollari. Jen, evidentemente tu sei la sola a cui Molly dia ascolto. Persuadila a venire a New York con te al più presto. Falla ragionare. Ricordale che, cercando di convincere se stessa e il mondo di non aver ucciso Gary, non farà che ritardare ulteriormente il suo recupero della memoria, oltre forse a crearsi nuovi problemi.» Senza rispondere, Jenna agguantò il cappotto e la borsa. Mentre si avviava verso le scale, suo marito le gridò dietro: «Parecchi milioni di dollari, Jen. Ammettilo. Perderli dispiacerebbe anche a te». Vedendo la donna uscire dal portone, Lou Knox, da tempo autista e factotum di Calvin Whitehall, saltò giù dall'auto per aprirle la portiera. «Buongiorno, signora. Oggi siamo proprio sul filo del rasoio. Ma se dovesse perdere il treno, posso accompagnarla io in città.» «No, mio marito ha bisogno della macchina e io non ho voglia di finire intrappolata nel traffico», replicò Jenna, asciutta. A volte il carattere e-
spansivo di Lou le dava sui nervi ma, come si ripeteva, lui faceva parte del pacchetto. Aveva frequentato lo stesso oscuro istituto superiore di Cal, che se l'era portato dietro quando si era trasferito a Greenwich, quindici anni prima. Solo Jenna era al corrente della circostanza. «Lou naturalmente capisce che non c'è bisogno di far sapere a tutti che siamo stati a scuola insieme», le aveva spiegato il marito. Una cosa però bisognava riconoscergli, pensò ora Jenna: si adeguava all'istante al suo umore. Quando capiva che non aveva voglia di parlare, manteneva un discreto silenzio e sintonizzava la radio sulla stazione di musica classica preferita dalla «signora», tenendo il volume basso. A meno che lei non volesse ascoltare il notiziario. Lou aveva quarantasei anni, era coetaneo di Cal, ma anche se era in buona forma fisica, Jenna sentiva che in lui c'era qualcosa di malsano. Per i suoi gusti, era un po' troppo ossequioso, un po' troppo ansioso di piacere. Lei non si fidava. Perfino in quel momento, durante il breve tragitto fino alla stazione, percepiva i suoi occhi che la scrutavano nello specchietto retrovisore. Ho fatto del mio meglio, si disse, ripensando alla discussione avuta con il marito. Ma non c'è modo di convincere Cal ad aiutare Molly a rintracciare la Scalli. Sotto il risentimento, c'era però l'ammirazione che Jenna nutriva per il marito. Calvin era un uomo potente e carismatico. Aveva fatto molta strada dai tempi della piccola società d'informatica, lui la definiva il suo «banchetto al mercato», e ora era un uomo il cui nome suscitava rispetto. Diversamente dagli imprenditori amanti della ribalta e le cui alterne vicende riempivano le pagine dei giornali, Cal preferiva restare sullo sfondo nonostante godesse di grande prestigio nel mondo della finanza, dove nessuno si sarebbe mai azzardato a metterglisi contro. Il potere... era stato quell'elemento ad attirare Jenna all'inizio della loro conoscenza. E l'attirava ancora. Lei amava il suo lavoro nel famoso studio legale e doveva il proprio successo alle sue sole forze. Anche senza essere la moglie di Cal, avrebbe comunque fatto una brillante carriera e questa consapevolezza le dava una confortante sensazione di autonomia. «L'orticello di Jenna», lo chiamava suo marito, ma lei sapeva che la rispettava per questo. Al tempo stesso, Jenna adorava essere la signora Whitehall e godere dei privilegi che derivavano da quel nome. A differenza di Molly, non aveva
mai desiderato avere dei figli, né la lussuosa e tranquilla vita dei sobborghi che sua madre e la sua amica d'infanzia avevano sempre apprezzato. Arrivarono in stazione pochi istanti prima che il treno per New York partisse. «Appena in tempo», osservò amabilmente l'autista, scendendo ad aprirle la portiera. «Devo venire a prenderla stasera, signora Whitehall?» Jenna esitò solo un istante. «Sì, alla solita ora. Dica a mio marito di aspettarmi.» 21 «Buongiorno dottore.» Peter Black alzò gli occhi dalla scrivania. L'espressione incerta della segretaria gli disse che stava per ricevere una notizia sgradita. La timidezza di Louise Unger irritava Peter, che tuttavia ne apprezzava l'efficienza. Lanciò un'occhiata all'orologio a parete: erano solo le otto e mezzo. Come spesso accadeva, la donna era arrivata in anticipo. Borbottò un saluto e attese. «Ha appena telefonato il signor Whitehall, dottore. Ha dovuto prendere un'altra telefonata ed è stato costretto a riattaccare, ma vuole parlare con lei.» Louise esitò. «Mi sembrava sconvolto.» Da tempo lui aveva imparato a controllare la mimica del viso, in modo da non tradire le emozioni. Sorrise appena mentre rispondeva: «Grazie per avermi messo sull'avviso, Louise. Il signor Whitehall si agita facilmente, lo sappiamo». La donna annuì, con gli occhietti da uccello che splendevano. «Ho pensato che fosse opportuno avvertirla, dottore.» Era una dichiarazione piuttosto audace, per lei. Peter Black scelse di ignorarla. «Grazie, Louise.» Il telefono sulla scrivania squillò. Con un cenno, lui segnalò alla Unger di rispondere. «Studio del dottor Black», era la formula di rito, ma la segretaria non arrivò oltre il «dottor. ..» prima di coprire il microfono con la mano e bisbigliare al suo capo: «È il signor Whitehall, dottore». Premette il pulsante d'attesa, poi sgattaiolò fuori. Peter Black sapeva che mostrarsi debole con Calvin Whitehall significava firmare la propria condanna. Aveva imparato a ignorare le caustiche osservazioni del socio sulla sua predilezione per l'alcol e si era persuaso che Whitehall si limitasse a un solo bicchiere di vino a cena unicamente perché
voleva dimostrare la superiorità della sua forza di volontà. Sollevò la cornetta. «Come va l'impero, Cal?» Era una frase che usava spesso, ben sapendo che l'altro la trovava assai irritante. «Andrebbe molto meglio se Molly Lasch la smettesse di agitare le acque!» Whitehall parlava a voce così alta che la cornetta vibrava. Stringendola nella mano sinistra, Black cominciò a flettere le dita della destra, un trucchetto per alleviare la tensione. «Questo lo sapevamo già», commentò blandamente. «Già. Mi ha chiesto di rintracciare Annamarie Scalli. Dice che la vuole incontrare e ovviamente non c'è modo di dissuaderla. Proprio stamattina Jenna se l'è presa con me per la mia mancanza di collaborazione. Le ho risposto che non ho la minima idea di dove sia.» «Né ce l'ho io.» Black sapeva che il suo tono era uniforme, la scelta delle parole accurata. Ripensò al panico che aveva sentito vibrare nella voce di Gary: «Devi aiutarmi, Annamarie, per il bene dell'ospedale». All'epoca non sapevo che lei avesse una relazione con Gary. E se Molly riuscisse a contattarla? Se Annamarie decidesse di confidarle quello che sa? Che cosa succederebbe? Si rese conto che Cal stava ancora parlando. Gli aveva chiesto qualcosa? «...c'è qualcuno all'ospedale che potrebbe essere rimasto in contatto con lei?» «Non ne ho idea.» Dopo aver messo giù la cornetta, Peter Black parlò all'interfono. «Non mi passi nessuna chiamata, Louise.» Poi posò i gomiti sul piano della scrivania e si prese la testa tra le mani. La corda sta cedendo, pensava. Come poteva impedire che si rompesse mandandolo a rovinare al suolo? 22 «Non voleva che ti preoccupassi, Billy.» Nel reparto di terapia intensiva del Lasch Hospital, Billy Gallo era in piedi di fianco al letto dove giaceva la madre. Il padre, Tom, era di fronte a lui con gli occhi pieni di lacrime, i radi capelli grigi arruffati e la mano che tremava posata sul braccio della moglie. Sarebbe stato impossibile non accorgersi del legame famigliare che univa i due uomini. Avevano lineamenti straordinariamente simili: occhi mar-
rone scuro, labbra piene, mascella squadrata. A sessantasei anni, Tom Gallo, ex addetto alla sicurezza, era uno degli anziani adibiti al controllo degli incroci stradali nei pressi delle scuole di Cos Cob e la sua figura all'incrocio tra Willow e Pine era una vista gradita, rassicurante. Suo figlio Billy, di trentacinque anni, musicista nell'orchestra della compagnia di un musical di Broadway, era appena arrivato da Detroit. «Non è stata la mamma», disse in tono iroso. «Sei stato tu a non permetterle di chiamarmi, vero?» «Sei stato disoccupato per sei mesi, non volevamo che perdessi anche questo posto.» «Al diavolo il posto. Avresti dovuto chiamarmi... me la sarei vista io con quelli. Non gli avrei permesso di farla franca quando le hanno rifiutato l'autorizzazione per una visita specialistica.» «Non capisci, Billy. Il dottor Kirkwood si è prodigato in tutti i modi per mandarla dallo specialista. Ora hanno dato il benestare per l'intervento. Se la caverà.» «Resta il fatto che non ce l'ha mandata abbastanza in fretta.» Josephine Gallo si agitò. Udiva le voci del marito e del figlio e aveva la vaga sensazione di essere lei l'oggetto della discussione. Si sentiva insonnolita, senza peso. Per certi versi era una sensazione piacevole; le sembrava quasi di galleggiare e poteva ignorare la lite. Era stanca di supplicare Tony di aiutare il figlio quando questi si ritrovava disoccupato tra un ingaggio e un altro. Billy era un bravo musicista e non era fatto per un impiego fisso in ufficio, ma Tony si rifiutava di capirlo. Eppure, quelle voci irose la disturbavano. Non voleva che litigassero. Ripensò al dolore che quella mattina l'aveva strappata al sonno; lo stesso dolore di cui aveva parlato al dottor Kirkwood. Ora le voci sembravano essersi fatte più forti e lei avrebbe voluto dir loro di smetterla, di smetterla, per favore. Poi in lontananza echeggiò uno scampanio. Sentì un rumore di passi in corsa. E un dolore simile a quello che l'aveva destata al mattino. Un'ondata di dolore che cresceva sempre di più. Allungò la mano per toccarli: «Tony... Billy...» Mentre esalava l'ultimo respiro, sentì le loro voci, piene d'urgenza, di paura, gridare all'unisono: «Mammaaaaaaaa», e «Josieeeeeeeee». Poi più nulla. 23
Erano le dodici e un quarto quando Fran entrò nell'atrio del Lasch Hospital. Mentre si guardava intorno, lottava con fermezza contro i vecchi ricordi: lei che entrava lì di corsa, incespicando, stretta a sua madre. Individuò quasi subito il banco dell'accettazione, che per fortuna era al capo opposto della sala. Non le andava di essere avvicinata da una volontaria o da un addetto alla sicurezza desiderosi di indirizzarla al reparto giusto. Ma si era preparata anche a quell'evenienza: avrebbe detto che era venuta a prendere un'amica in visita a un ammalato. Uno qualunque. Si guardò intorno. Divanetti e sedie di similpelle verde, con i braccioli e le gambe di finto legno. Meno della metà dei posti a sedere era occupata. A sinistra dell'accettazione c'era un corridoio e una freccia che con la scritta ASCENSORI. Poi Fran trovò finalmente quello che stava cercando, l'insegna che indicava il bar. Mentre si dirigeva rapidamente da quella parte, passò davanti all'edicola. Bene in vista, sulla prima pagina del settimanale di quartiere c'era una foto di Molly davanti al carcere. Si cacciò le mani in tasca alla ricerca di qualche moneta. Aveva fatto in modo di arrivare prima della ressa dell'ora di pranzo e sulla soglia del bar indugiò un secondo a guardare di nuovo in giro. I tavoli erano almeno una ventina e lungo il bancone erano allineati una dozzina di sgabelli. Dietro il banco, vide due donne avvolte in grandi grembiuli a righe, sicuramente volontarie. Alcuni sgabelli erano occupati, mentre una decina di persone era sparpagliata tra i vari tavoli. Tre medici in camice bianco erano impegnati in un'animata conversazione vicino a una finestra. Accanto a loro c'era un tavolino vuoto. Doveva mettersi lì? si chiese, guardando avvicinarsi una delle addette ai tavoli. «Mi siederò al banco», disse in fretta alla donna. Davanti a una tazza di caffè, pensò, le sarebbe stato più facile attaccare discorso con una delle volontarie. Sembravano entrambe sui sessantacinque anni e forse lavoravano lì già sei anni prima, quando a dirigere l'ospedale era ancora Gary Lasch. La donna che le servì il caffè e un bagel portava una targhetta con la faccia di Smiley su cui era scritto: «Salve, sono Susan Branagan». Di aspetto gradevole, con i capelli bianchi e modi spicci, era evidentemente convinta che far parlare la gente facesse parte delle sue mansioni. «Proprio non si direbbe che mancano solo due settimane alla primavera», esordì.
Era l'occasione che Fran stava aspettando. «Io vengo dalla California. Non mi sarà facile riabituarmi al clima della East Coast.» «È venuta a trovare qualcuno?» «Sto aspettando un'amica che è da un paziente. Lei lavora qui da molto?» Il viso di Susan Branagan s'illuminò. «Ho appena festeggiato i dieci anni.» «Trovo che sia magnifico.» Fran era sincera. «Mi sentirei persa se non dovessi più venire qui tre volte alla settimana. Sono vedova, i miei ragazzi sono già sposati e hanno una loro vita. Che altro potrei fare, me lo dica lei?» Una domanda retorica che non necessitava di una risposta. «Dev'essere gratificante», commentò Fran. Con disinvoltura, posò il giornale sul banco, sistemandolo in modo che all'altra non sfuggissero la foto di Molly con la didascalia: «La vedova del dottor Lasch protesta la sua innocenza». La signora Branagan scosse la testa. «Lei viene dalla California e probabilmente non lo sa, ma un tempo era il dottor Lasch a dirigere questo ospedale. La sua morte causò un grosso scandalo. Solo trentasei anni e un così bell'uomo.» «Che cosa successe?» «Oh, aveva una storia con un'infermiera e la moglie... be', immagino che la poveretta abbia avuto un attacco di follia o qualcosa del genere. All'epoca sostenne di non ricordare di averlo ucciso, anche se naturalmente nessuno le credette. Che tragedia! Ma la cosa più triste era che l'infermiera, Annamarie, era una ragazza dolcissima. L'ultima persona al mondo che potesse avere una storia con un uomo sposato.» «Succede di continuo», osservò Fran. «Proprio così. Però fu una sorpresa per tutti. C'era quell'altro dottore... proprio un ragazzo simpatico... a cui lei piaceva moltissimo. Eravamo tutti convinti che prima o poi si sarebbero messi insieme, ma immagino che il dottor Lasch le abbia fatto girare la testa. Comunque sia, il povero dottor Morrow, che riposi in pace, rimase al palo.» Il dottor Morrow. Che riposi in pace. «Non starà parlando del dottor Jack Morrow?» «Lo conosceva?» «Lo incontrai una volta, anni fa, durante un breve soggiorno qui a Greenwich.» Fran ricordava bene il viso gentile del giovane medico che aveva
cercato di consolarla, quella terribile sera di quattordici anni prima, quando con sua madre lei aveva raggiunto in ospedale il padre morente. «Gli spararono nel suo studio, solo due settimane prima dell'omicidio del dottor Lasch. Scassinarono il dispensario.» Susan Branagan sospirò. «Due giovani medici, entrambi morti in modo violento. So che i due episodi non sono collegati, ma all'epoca sembrò una tragica coincidenza.» Una coincidenza? pensò Fran. Quando tutt'e due gli uomini assassinati erano in qualche modo legati ad Annamarie Scalli? Esistono le coincidenze, quando si tratta di omicidio? 24 Tre notti a casa, pensava Molly. Tre mattine di fila che mi sveglio nel mio letto, in camera mia. Quel giorno si era destata pochi minuti prima delle sette, era andata di sotto a prepararsi il caffè e dopo averlo versato nella sua tazza preferita, era tornata di sopra. Di nuovo a letto, appoggiata a una pila di cuscini, lo sorseggiò lentamente. Si guardò intorno, acutamente consapevole di un ambiente che nei cinque anni del suo matrimonio aveva dato per scontato. Durante le notti insonni in carcere aveva pensato spesso alla sua camera, con il tappeto color avorio, morbido sotto i suoi piedi, la trapunta di seta fresca sulla pelle, i soffici cuscini in cui affondava la testa e le tende accostate in modo da poter contemplare il cielo notturno, come spesso faceva mentre suo marito dormiva accanto a lei. Era stato in quelle lunghe notti che la sua mente si era lentamente schiarita e lei aveva cominciato a porsi le domande che ora la ossessionavano. Domande come: Se Gary non si era fatto scrupolo d'ingannare sua moglie, possibile che fosse disonesto anche in altri aspetti della sua vita? Con l'idea di fare una doccia, si diresse verso il bagno, ma non resistette alla tentazione di fermarsi davanti alla finestra. Un gesto da nulla, che le era stato negato per cinque anni e mezzo; non era facile riabituarsi alla libertà. Era un'altra giornata grigia e c'erano lastre di ghiaccio sul vialetto, ma d'impulso lei decise di uscire a correre. Correre in libertà, pensò mentre indossava la tuta. E sono libera... libera di uscire senza chiedere il permesso e senza aspettare che aprano le porte. Un'improvvisa esaltazione la invase e dieci minuti dopo trottava lungo le vecchie strade familiari che ora le apparivano del tutto nuove. Ti prego, fa' che non incontri nessuno che conosco. E che nessun auto-
mobilista di passaggio mi riconosca. Oltrepassò la casa di Kathryn Busch, un bell'edificio coloniale all'angolo con Lake Avenue. Anni prima, ricordò, Kathryn faceva parte del consiglio di amministrazione della Philharmonic Society e si prodigava per costituire un gruppo locale di musica da camera. Proprio come Bobbitt Williams, pensò ancora Molly, visualizzando un volto ormai quasi cancellato dalla memoria. Era in classe con me, Jenna e Fran, anche se lei e io non abbiamo mai legato molto. Poi si trasferì a Darien. Mentre correva, metteva lentamente a fuoco nella sua mente persone, case e strade. Notò che i Brown avevano aggiunto una nuova ala. I Cates avevano ridipinto la facciata. Di colpo si rese conto che era la prima volta che usciva, che percorreva di nuovo quei marciapiedi dal giorno in cui l'avevano ammanettata e fatta salire sul cellulare che doveva condurla alla prigione di Niantic. Il vento era freddo ma tonificante... aria fresca e pulita che le accarezzava i capelli e le riempiva i polmoni, facendola sentire più viva a ogni passo. Respirava con affanno e i muscoli cominciavano a dolerle. Dopo un giro di tre chilometri e mezzo, fece ritorno a casa. Stava puntando verso la porta della cucina ma un impulso improvviso la spinse a tagliare attraverso il prato e a costeggiare l'edificio per quasi tutta la lunghezza, sino a fermarsi davanti alla finestra dell'ex studio di Gary. Rimase lì e, scostati i cespugli, guardò dentro. Per una frazione di secondo fu quasi certa che avrebbe rivisto la bella scrivania Wells Fargo di suo marito, le pareti rivestite di pannelli di mogano, le librerie traboccanti di testi medici, di sculture e dipinti di cui lui era stato un appassionato collezionista. Ma vide solo una stanza anonima, una delle tante di una casa troppo grande per una persona sola. Il divano ricoperto di chintz, i tavoli di rovere le parvero impersonali, privi di qualunque attrattiva. Ero sulla porta e guardavo fuori. Il pensiero le balenò nella mente e un istante dopo era già scomparso. Consapevole che qualcuno avrebbe potuto vederla mentre spiava nella sua stessa casa, Molly tornò sui suoi passi ed entrò in cucina. Aveva tempo per una tazza di caffè e un muffin prima che arrivasse la signora Barry, pensò sfilandosi le scarpe da jogging. La signora Barry. Wally.
Perché improvvisamente aveva pensato a lui? si chiese mentre saliva le scale. Ora una bella doccia le ci voleva proprio. Fran la chiamò dal suo ufficio nel tardo pomeriggio. «Una domanda veloce», esordì. «Tu per caso conoscevi il dottor Jack Morrow?» La mente di Molly tornò in un baleno alla mattina quasi dimenticata di tanti anni prima, in cui una telefonata aveva sorpreso lei e Gary mentre facevano colazione. Era stato lui a rispondere e a Molly era bastato guardarlo in viso per capire che era successo qualcosa di grave. Suo marito aveva riagganciato e in un sussurro aveva bisbigliato: «Hanno trovato Jack Morrow morto nel suo ufficio. Gli hanno sparato ieri sera, non si sa a che ora». «Lo conoscevo appena», rispose ora lei a Fran. «Lavorava in ospedale e mi capitava d'incontrarlo alle feste natalizie o in altre occasioni simili. Fu ucciso appena due settimane prima di Gary.» Subito si chiese che impressione avrebbe fatto all'amica quella sua affermazione. Fu ucciso. Quanto meno, si disse, nessuno può accusarmi di essere coinvolta anche nella morte di Jack Morrow. Quella sera Gary e io eravamo a una cena. Lo disse a Fran. «Non volevo certo insinuare che tu c'entrassi in qualche modo con la morte di Morrow», protestò l'altra. «Se ho fatto il suo nome è solo perché mi sono imbattuta in un'informazione interessante. Sapevi che era innamorato della Scalli?» «No. Non lo sapevo.» «Devo assolutamente parlare con Annamarie. Conosci qualcuno in grado di indicarmi dove possa trovarla?» «Ho già chiesto a Jenna di mobilitare Calvin a questo proposito, ma pare che lui non voglia aiutarmi.» Fran non rispose subito. «Non mi avevi detto che stavi cercando di metterti in contatto con quella donna», disse alla fine. La sorpresa della sua amica era quasi palpabile. «Il mio desiderio di parlare con Annamarie non ha nulla a che vedere con le tue indagini», si affrettò a spiegare Molly. «C'è un collegamento diretto fra i cinque anni e mezzo che ho passato in carcere e la sua relazione con mio marito. È strano pensare che una sconosciuta abbia avuto una tale influenza sulla mia vita. Senti, facciamo un patto... se dovessi individuarla, o comunque scovare qualche informazione utile su di lei, te lo dirò, e tu farai lo stesso. D'accordo?»
«Devo pensarci», replicò Fran. «Ma una cosa posso dirtela già da adesso: ho intenzione di chiamare il tuo avvocato. Annamarie avrebbe potuto deporre al processo, quindi è probabile che lui abbia il suo ultimo recapito conosciuto.» «Ne ho già parlato con Philip; giura di non averlo.» «Ci proverò comunque, non si sa mai. Ora devo scappare.» Fran fece una pausa. «Stai attenta, Molly.» «Strano, Jenna l'altra sera mi ha fatto la stessa raccomandazione.» Mentre riattaccava, Molly ripensò a quello che lei aveva detto a Philip Matthews... se le fosse accaduto qualcosa, almeno avrebbero avuto la prova che le sue affermazioni avevano messo in allarme qualcuno. Il telefono squillò di nuovo. Erano i suoi, che la chiamavano dalla Florida. Parlarono del più e del meno per un po' prima di affrontare la questione del come «se la cavava tutta sola in quella casa». Dopo averli rassicurati, lei chiese alla madre: «Che fine ha fatto il contenuto della scrivania di Gary?» Gli inquirenti avevano sequestrato tutto tranne i mobili, le spiegò la madre. «E dopo il processo, io stessa ho imballato quello che ci è stato restituito e l'ho messo in solaio.» Molly si scoprì improvvisamente ansiosa di concludere la conversazione e salire in solaio. Lì, come la madre le aveva detto, trovò le scatole ordinatamente impilate sugli scaffali. Scartò quelle contenenti libri e soprammobili, quadri e riviste, per concentrarsi sulle due che avevano l'etichetta SCRIVANIA. Sapeva quello che stava cercando: l'agenda personale e quella di lavoro che Gary teneva nel primo cassetto. Forse troverò qualche appunto che tni darà almeno un'idea di ciò che stava accadendo nella sua vita, si disse. Aprì il primo scatolone, timorosa di quello che forse vi avrebbe trovato, ma decisa a non lasciare nulla di intentato. 25 Sette anni fa le nostre vite erano talmente diverse, pensò Barbara Colbert mentre contemplava dal finestrino dell'auto il paesaggio che le era diventato familiare. Come ogni settimana Dan, il suo autista, la stava accompagnando dall'appartamento sulla Quinta Avenue fino al cronicario Natasha Colbert, situato sui terreni del Lasch Hospital. Una volta giunti a destinazione, Barbara indugiò in macchina qualche minuto, preparandosi al com-
pito che l'aspettava, consapevole che nell'ora successiva il suo cuore avrebbe sanguinato mentre lei stringeva la mano di Tasha e pronunciava parole che l'altra forse non avrebbe udito, e certamente non avrebbe compreso. A settantacinque anni era una donna dal portamento eretto e con folti capelli candidi, ma sapeva di essere invecchiata di colpo nel periodo successivo all'incidente. Nella Bibbia si fa riferimento a cicli di sette anni dominati di volta in volta dall'abbondanza e dalla carestia, pensò mentre si allacciava il primo bottone della giacca di visone. Ma la ciclicità implica un cambiamento, mentre lei era consapevole che non c'erano più cambiamenti possibili per Tasha, ormai da sette anni ridotta a un vegetale. Tasha, che ci aveva regalato tanta gioia, si tormentò Barbara... il nostro dono bellissimo e inaspettato. Suo marito Charles aveva cinquant'anni e lei quarantacinque quando era rimasta di nuovo incinta. E con gli altri figli già all'università, pensavano di essersi lasciati per sempre alle spalle gli affanni di una famiglia. Era ogni volta così; il ricordo che l'assaliva quando arrivava al cronicario era quello. All'epoca vivevano a Greenwich. La loro figlia Tasha, che ormai frequentava la facoltà di giurisprudenza ed era a casa per le vacanze, era entrata in sala da pranzo. Aveva le scarpe da tennis, i capelli rossi raccolti in una coda di cavallo e i suoi occhi azzurri scintillavano di intelligenza. Mancava una sola settimana al suo ventiquattresimo compleanno. «Ci vediamo», aveva detto, ed era uscita. Erano state le ultime parole che loro le avevano sentito pronunciare. Un'ora dopo avevano ricevuto una telefonata che li aveva indotti a precipitarsi al Lasch Hospital. C'era stato un incidente, aveva detto la voce al telefono, e Tasha era stata ricoverata lì. Barbara non aveva dimenticato il terrore che l'aveva attanagliata durante il breve tragitto. «Ti prego, Signore, ti prego...» era l'incoerente preghiera che occupava in modo ossessivo la sua mente. Jonathan Lasch era stato il loro medico di famiglia quando i bambini erano piccoli e Barbara si era sentita sollevata per il fatto che fosse suo figlio Gary a prendersi cura di Tasha. Ma le bastò vedere la faccia del medico al pronto soccorso per capire che era successo qualcosa di molto grave. Tasha era caduta mentre correva e aveva battuto la testa sul cordolo del marciapiede. La ferita di per sé non era grave, ma durante il trasporto in ambulanza si era sviluppata un'aritmia cardiaca.
«Stiamo facendo tutto il possibile», li aveva rassicurati Gary Lasch, ma quasi subito era diventato lampante che c'era ben poco da fare. Privato dell'ossigeno, il cervello di Tasha aveva subito danni irreversibili. A separarla dalla morte era rimasta solo la capacità di respirare in modo autonomo. Tutto il denaro del mondo, la proprietà del quotidiano più importante del paese... pensò ora Barbara, eppure non siamo riusciti a salvare la nostra unica figlia femmina. Con un cenno del capo segnalò a Dan che era pronta. Notando la rigidità dei suoi movimenti, l'uomo la prese delicatamente per il gomito. «Per terra potrebbe esserci un po' di ghiaccio, signora Colbert», spiegò. «L'accompagno alla porta.» Quando lei e suo marito avevano finalmente accettato l'idea che Tasha non si sarebbe mai più ripresa, Gary Lasch aveva suggerito di farla ricoverare in seguito nel cronicario che a quei tempi era in via di costruzione. Aveva mostrato loro i progetti della modesta struttura e per i Colbert era stato un aiuto e una distrazione seguire i lavori e fare una donazione che aveva modificato completamente i progetti iniziali: ora ogni stanza era spaziosa e piena di luce, con un bagno privato, arredamento confortevole e attrezzature mediche all'avanguardia. Adesso i residenti della struttura, persone la cui vita, come per Tasha, si era inaspettatamente e bruscamente infranta, ricevevano tutto il conforto che il denaro e un'assistenza adeguata potevano offrire. A Tasha era stata riservata una suite di tre stanze, una copia esatta del suo appartamento a casa. Con lei c'erano sempre un'infermiera e un'inserviente, e la musica classica che aveva tanto amato si udiva in sottofondo di giorno e di notte. Ogni mattina la giovane veniva trasferita dai letto al soggiorno, che si affacciava su un giardino privato. Ginnastica passiva, massaggi, pedicure e manicure mantenevano il suo corpo bello e in forma. I capelli, di un rosso ancora fiammeggiante, erano lavati e spazzolati quotidianamente. I suoi pigiami e le sue vestaglie erano di seta e le infermiere avevano l'ordine di parlarle come se fosse in grado di capire tutto. Per mesi, Barbara e Charles erano andati a trovare Tasha quasi ogni giorno. Ma i mesi erano diventati anni e infine, logorati nella psiche come nel corpo, i genitori avevano ridotto le visite a due alla settimana. Quando poi Charles era morto, sia pure con riluttanza Barbara aveva seguito il consiglio dei figli e venduto la casa di Greenwich per stabilirsi definitivamente a New York. Ora compiva quel breve viaggio solo una volta alla
settimana. Attraversò l'accettazione e imboccò il corridoio che portava alla suite della figlia. Tasha era in soggiorno, seduta sul divano, ma la madre sapeva che erano le cinghie nascoste dal copriletto a impedirle di scivolare sul pavimento, una precauzione contro eventuali ferite che potevano causarle i movimenti involontari che a volte le contraevano i muscoli. In preda come sempre all'angoscia, Barbara studiò il viso sereno della figlia. A volte le sembrava di cogliere un battito di ciglia, di udire un sospiro e allora la speranza, irragionevole quanto irreprimibile, tornava a travolgerla. Si sedette sul divano e le prese la mano. Per l'ora successiva le parlò della famiglia. «Amy va all'università, te l'immagini, Tasha? Aveva solo dodici anni all'epoca del tuo incidente. Ti assomiglia molto. Potrebbe quasi essere tua figlia, non solo tua nipote. E George Jr. ha un po' nostalgia di casa, ma per il resto se la passa benissimo alla scuola preparatoria.» Al termine della visita, stanca ma in pace, baciò Tasha sulla fronte e chiamò l'infermiera. Il dottor Peter Black l'aspettava nell'atrio. Quando Gary Lasch era stato assassinato, i Colbert avevano preso in considerazione l'opportunità di trasferire altrove la figlia, ma il nuovo direttore era riuscito a dissuaderli. «Come ha trovato Tasha oggi, signora Colbert?» «Come al solito, dottore. Ed è più o meno tutto quello che potevo aspettarmi, non crede?» Barbara non negava l'irragionevolezza dei propri sentimenti nei confronti del dottor Black. Gary Lasch lo aveva scelto come socio e lei non poteva certo accusarlo di trascurare sua figlia. Ma non riusciva a trovarlo simpatico. Forse era per via della sua amicizia con Calvin Whitehall, che Charles definiva con disprezzo un «aspirante bandito». Quando si fermava a Greenwich e cenava al club con le sue amiche, Barbara vedeva spesso i Black e gli Whitehall insieme. Mentre si allontanava dopo avergli augurato buonasera, la donna non poteva sapere che il medico la stava seguendo con lo sguardo, ricordandosi di quel terribile giorno in cui Tasha era entrata in coma e Annamarie Scalli, sconvolta, aveva urlato a Gary: «Questa ragazza è arrivata qui solo con una leggera commozione cerebrale. E voi due ora l'avete distrutta!» 26 Per quasi sei anni Philip Matthews aveva creduto di aver svolto il suo
lavoro nel migliore dei modi, strappando per Molly Lasch una condanna tanto mite. Cinque anni e mezzo per l'omicidio di un giovane medico con un'aspettativa di vita di altri trentacinque anni erano uno scherzo. Come spesso aveva ripetuto a Molly durante le sue visite in carcere: «Quando sarai fuori, potrai buttarti alle spalle tutto questo». Ma ora lei era fuori e stava facendo esattamente il contrario. Lei, evidentemente, non pensava affatto di essersela cavata con poco. Ora per Philip la cosa più importante era proteggerla dagli avvoltoi che inevitabilmente avrebbero tentato di sfruttarla. Fran Simmons, per esempio. Nel tardo pomeriggio di venerdì, mentre si preparava ad andarsene, la segretaria gli annunciò la telefonata della giornalista. Philip era tentato di farle dire che era già uscito, ma poi decise che tanto valeva liquidare al più presto la faccenda. Il suo saluto fu gelido, ma Fran non parve farci caso e andò dritta al punto: «Lei deve avere una copia dei verbali del processo fatto a Molly, avvocato. Vorrei poterli visionare al più presto». «Signorina Simmons, mi risulta che lei è stata a scuola con Molly, quindi è alla vecchia amica che mi rivolgo, pregandola di rifletterci bene. Sappiamo entrambi che la sua trasmissione non farà che danneggiare ulteriormente la mia assistita.» «Sarebbe possibile averne una copia per lunedì?» fu la brusca replica di Fran, che poi aggiunse: «Credevo sapesse che ho la piena collaborazione di Molly in questo progetto. Anzi, è stata lei stessa a proporlo». Philip decise di tentare un approccio diverso. «Posso fare di meglio. Gliela farò avere domani, ma devo comunque pregarla di pensarci bene, prima di intraprendere qualsiasi iniziativa. Credo che Molly sia molto più fragile di quanto non appaia. Se nel corso delle indagini lei dovesse convincersi della sua colpevolezza, io dovrò chiederle di cancellare la trasmissione. Molly non otterrà comunque la riabilitazione a cui aspira. Non la distrugga con un altro verdetto di colpevolezza solo per fare contenti i teledipendenti che sbavano alla vista del sangue.» «Prenda nota del mio indirizzo.» Fran quasi sputò le parole, nella speranza di convogliare lì tutta la collera che l'animava. «Le passo la mia segretaria. Arrivederci, signorina Simmons.» Dopo la telefonata, Fran si alzò e andò alla finestra. La aspettavano in sala trucco, ma prima aveva bisogno di calmarsi. Senza averlo mai incontrato, provava un'avversione profonda per Philip Matthews, anche se era
consapevole della sincerità del suo desiderio di proteggere Molly. Per la prima volta le venne da domandarsi se qualcuno avesse mai preso in considerazione un'altra spiegazione per la morte di Gary Lasch. I genitori e gli amici di Molly, Matthews, la polizia di Greenwich e il procuratore di stato che l'aveva perseguita... sembrava che tutti avessero dato per scontata la sua colpevolezza fin dall'inizio. Ed è esattamente quello che sto facendo anch'io, pensò poi. Forse è arrivato il momento di guardare le cose da un'angolazione diversa. Molly Carpenter Lasch non ha ucciso suo marito, Gary Lasch, disse tra sé. tanto per vedere che effetto faceva. Si chiese dove avrebbero potuto condurla quelle parole. 27 Quel venerdì pomeriggio, alla fine del giro di visite, Annamarie Scalli tornò direttamente a casa. Il fine settimana incombeva su di lei e sapeva che non sarebbe stato facile. I media si erano occupati molto di Molly Lasch, tornata in libertà il martedì mattina, e già la metà dei suoi pazienti aveva accennato al suo caso. Annamarie sapeva che era solo una coincidenza, che nessuno era al corrente del suo coinvolgimento. I suoi assistiti erano costretti a casa e passavano un'infinità di tempo davanti al televisore, a guardare per lo più sempre gli stessi programmi, soprattutto gli sceneggiati. Un caso giudiziario su un crimine avvenuto nella zona dava loro qualcosa di nuovo, di diverso, su cui rimuginare... una giovane donna della buona società che dichiarava di non aver ucciso il proprio marito, benché avesse accettato il patteggiamento e trascorso alcuni anni in carcere. I commenti erano stati diversi; la spigolosa signora O'Brien sosteneva che Lasch aveva avuto quello che tutti i mariti si meritavano, mentre il signor Kunzman era dell'avviso che, se fosse stata nera e povera, Molly Lasch si sarebbe beccata almeno vent'anni di prigione. Ma per Gary Lasch, anche un solo giorno di carcere era troppo, pensò Annamarie, mentre apriva la porta del suo appartamento al pianterreno. Peccato che io allora fossi troppo sciocca per capirlo. La cucina era così piccola che al confronto, amava scherzare lei, la cambusa di un aereo sarebbe sembrata spaziosa, ma aveva fatto il possibile per rallegrarla, tinteggiando il soffitto di azzurro e dipingendo sulle pareti un grande tralcio di fiori, in modo da trasformarla in una sorta di piccolo giardino coperto.
Quella sera neppure la vista della vivace stanzetta bastò a rallegrarla. I vecchi ricordi l'avevano sprofondata nella solitudine e nella tristezza e si rendeva conto che andarsene per lei sarebbe stata la cosa più saggia. C'era un solo posto dove avrebbe trovato il conforto necessario: sua sorella maggiore, Lucy, viveva a Buffalo, nella casa dove loro erano cresciute. Annamarie decise che quella era l'occasione giusta per tornarci. Finì di mettere via la spesa, poi andò al telefono. Trentacinque minuti più tardi, gettava sul sedile posteriore dell'auto una sacca riempita alla bell'e meglio e, sentendosi di umore meno tetro, avviava il motore. La lunghezza del viaggio non la preoccupava e ne approfittò per riflettere, soprattutto per rimpiangere. Rimpiangere di non avere ascoltato i consigli della madre. Di essere stata così sciocca. E disprezzarsi per essersi lasciata tentare da Gary Lasch. Se solo fosse riuscita a sforzarsi di amare veramente Jack Morrow, se solo si fosse resa conto di quanto già teneva a lui. Con rinnovato senso di colpa ricordò la fiducia e l'amore che aveva letto nei suoi occhi. Aveva ingannato Jack come tutti gli altri, e quel poveretto non aveva mai saputo né sospettato che lei avesse una relazione con Gary. Era mezzanotte passata quando arrivò, ma Lucy aveva riconosciuto la sua auto ed era già sulla porta. Annamarie afferrò la sacca e un istante dopo era tra le braccia della sorella. Lei l'avrebbe aiutata a tenere a bada le sconfortanti considerazioni su quello che avrebbe potuto essere. 28 Il sabato mattina, Edna Barry si svegliò di soprassalto. Quello era il giorno dell'appuntamento con la giornalista e lei voleva essere certa che Wally non fosse nei paraggi quando Fran Simmons fosse arrivata. Già da parecchi giorni lui era di cattivo umore e da quando aveva visto Molly in televisione continuava a ripetere che voleva andare a trovarla. La sera prima aveva annunciato che non sarebbe andato al circolo dove di solito trascorreva il sabato. Chiederò a Marta di tenerlo con sé, decise Edna. Lei e Marta Gustafson Jones erano vicine di casa da trent'anni e si erano consolate a vicenda durante le malattie e vedovanza. Affezionatissima a Wally, Marta era una delle poche persone in grado di calmarlo quando era agitato. Fran arrivò alle undici, e con Wally al sicuro dall'amica, Edna poté accoglierla in modo ragionevolmente amabile e perfino offrirle un caffè, che
l'altra accettò. «Perché non andiamo a sederci in cucina?» suggerì la giornalista mentre si sbottonava il cappotto. «Se vuole.» Edna era giustamente orgogliosa della sua cucina immacolata, dove troneggiava il tavolo in legno d'acero che aveva comprato a una svendita. Una volta seduta, Fran prese il registratore dallo zaino e lo posò sul tavolo. «Se sono qui, signora Barry, è perché desidero aiutare Molly, e sono sicura che anche lei lo vuole. Ecco perché le chiedo il permesso di registrare la nostra conversazione. Potrebbe saltar fuori qualcosa di utile. Mi sto rendendo conto che Molly è sempre più convinta di non essere la responsabile della morte del marito. Anzi, sta cominciando a ricordare alcuni particolari di quella sera ed è certa che ci fosse qualcun altro in casa, quando lei tornò da Cape Cod. Se si riuscisse a dimostrarlo, si potrebbe ottenere un proscioglimento, o almeno la riapertura delle indagini. Non sarebbe magnifico?» Edna Barry stava preparando il caffè. «Naturalmente», rispose. «Oh, santo cielo», esclamò poi. Aveva versato l'acqua sul piano da lavoro. Le trema la mano, notò Fran. C'è qualcosa in questa faccenda che la preoccupa. Era piuttosto nervosa l'altro giorno quando l'ho incontrata a casa di Molly, e lo era ancora di più quando le ho telefonato. Mentre l'aroma del caffè si diffondeva nella stanza, Fran si prodigò per mettere la donna a proprio agio e indurla ad abbassare la guardia. «Sono andata a scuola con Molly alla Cranden», esordì. «Gliel'ha detto?» «Sì, me l'ha detto.» Edna tirò fuori tazze e piattini dall'armadietto e li posò sul tavolo. Prima di sedersi, sbirciò per un istante Fran al di sopra delle lenti. Sta pensando a mio padre, intuì Fran, ma si sforzò di allontanare quell'idea molesta. «Mi risulta, però, che lei la conosca ancora da prima.» «Oh, sì. Lavoravo per i suoi genitori quando Molly era solo una bambina. Poi si trasferirono in Florida, subito dopo il suo matrimonio, e io andai a lavorare per lei.» «Dunque conosceva bene anche il dottor Lasch?» Edna ci pensò su. «Sì e no, direi. Lavoravo da loro tre mattine alla settimana. Arrivavo alle nove, quando il dottore era già uscito, e di rado lui tornava a casa per l'una, quando io me ne andavo. Ma se Molly dava una cena, cosa che accadeva spesso, l'aiutavo a servire in tavola e poi a riordi-
nare. Quelle erano le uniche occasioni in cui li vedevo insieme. Lui era sempre molto gentile.» Eppure, parlando aveva serrato le labbra, come se non trovasse particolarmente gradevole l'argomento. «Le sembravano felici insieme?» domandò Fran. «Fino al giorno in cui trovai Molly agitatissima, mentre preparava i bagagli per andare a Cape Cod, non li avevo mai sentiti litigare. Le dirò, in precedenza avevo avuto spesso la sensazione che le giornate fossero un po' troppo lunghe per lei. Lavorava come volontaria in città e so che è un'ottima golfista, ma a volte mi confessava di sentire la mancanza di un impiego. Certo, anche lei ha avuto i suoi brutti momenti. Era così ansiosa di mettere su famiglia, ma dopo l'ultimo aborto cambiò, si fece ancora più quieta, più riservata.» Nulla di quanto Edna le aveva detto le sarebbe stato di qualche aiuto, considerò Fran una mezz'ora dopo, mentre finiva la seconda tazza di caffè. Le restava ancora qualche domanda da fare, e non si poteva dire che fino a quel momento la sua interlocutrice si fosse mostrata particolarmente disponibile. «Signora Barry, l'allarme non era inserito quando lei arrivò dai Lasch, quel lunedì mattina, vero?» «No, infatti.» «Pensò per caso di controllare le porte, nell'eventualità che un estraneo si fosse introdotto in casa?» «Le porte erano tutte chiuse a chiave.» Di colpo, il tono di Edna si fece ostile e le sue pupille si dilatarono. Ho toccato un punto debole, pensò Fran, e c'è qualcosa che lei non vuole dirmi. «Quante ce ne sono, esattamente?» «Quattro.» La risposta fu immediata. «La porta d'ingresso. Quella della cucina. Si aprono con la stessa chiave. Quella del tinello, che dà sulla veranda ed è l'unica ad aprirsi dall'interno. E la porta della cantina, che era sempre chiusa e sbarrata.» «E lei le controllò tutte?» «No, ma lo fece la polizia, signorina Simmons. Perché non parla con loro?» Fran adottò un atteggiamento più conciliante. «Non sto mettendo in dubbio quello che mi dice, signora Barry.» Apparentemente addolcita, l'altra annuì. «Il venerdì pomeriggio, quando
me ne andai, controllai le porte per assicurarmi che fossero ben chiuse. Il dottor Lasch usava sempre quella principale. E il lunedì mattina il fermo non era stato inserito, il che significa che durante il fine settimana qualcuno aveva aperto la porta.» «Il fermo?» «Sì, Molly lo inseriva sempre di notte. Il lunedì mattina la porta della cucina era chiusa a chiave, di questo sono certissima.» Edna aveva il viso arrossato e sembrava sull'orlo delle lacrime. Ha paura perché pensa di aver distrattamente lasciato la casa aperta? si chiese Fran. «Grazie mille per il suo aiuto, signora Barry, e per la sua gentile ospitalità», disse. «So di averle rubato già abbastanza tempo, ma non è escluso che in seguito debba farle qualche altra domanda, e forse le chiederemo di partecipare alla trasmissione.» «Non ho nessuna intenzione di farlo.» «Ma certo. Come preferisce.» Fran spense il registratore e si alzò. Sulla porta sparò l'ultima domanda: «Signora Barry, ipotizziamo per un momento che ci fosse effettivamente qualcun altro in casa, la sera della morte del dottor Lasch. Per caso sa se nel periodo sussessivo è stata cambiata la serratura di qualcuna delle porte?» «Non che mi risulti.» «Ho intenzione di suggerire a Molly di farlo. Un giorno o l'altro potrebbe trovarsi in casa un estraneo, non crede?» Non c'era più traccia di colore sul viso di Edna Barry. «Signorina Simmons, se lei avesse visto quello che scoprii io quando andai di sopra... Molly sdraiata sul letto, coperta di sangue... saprebbe che quella sera nessun estraneo entrò in casa. La smetta di creare fastidi agli innocenti.» «E chi sono gli innocenti a cui starei creando fastidi, signora Barry?» Questa volta l'altra non replicò, ma le sue labbra erano serrate mentre le apriva la porta. «Ci rivedremo, signora Barry.» Neppure Fran sorrideva. «Ho la sensazione che ci siano ancora molte domande a cui lei dovrà rispondere.» 29 Come Molly sospettava, quando il telefono squillò, quel sabato pomeriggio, era Jenna. «Ho appena parlato con Phil Matthews, il quale mi ha detto che stasera lo hai invitato a cena», furono le sue prime parole. «Approvo.»
«Santo cielo, non metterti in testa chissà che», protestò Molly. «Minacciava di accamparsi davanti alla mia porta e dato che ancora non mi sento di uscire a cena, invitarlo qui mi è sembrata la cosa più logica da fare.» «E noi abbiamo deciso di passare a bere qualcosa, con o senza tuo invito. Cal è ansioso di vederti.» «In effetti non siete invitati», rise Molly. «Ma vi aspetto verso le sette.» «Mol...» Jenna esitò. «Spara, sono pronta a tutto.» «Oh, non è proprio nulla di drammatico, tesoro. È solo che sembri di nuovo te stessa... e questo mi rende immensamente felice.» Me stessa? pensò Molly. Ma chi sono io? «Non c'è niente di meglio delle finestre senza sbarre e di un copriletto di seta», commentò ad alta voce. «Fanno meraviglie per l'anima.» «Vedrai quando ci daremo alla pazza gioia a Manhattan! Che programmi hai per oggi?» Molly non era ancora pronta a rivelare a nessuno, neppure alla sua più cara amica, che contava di esaminare le agende di Gary, in cerca di qualche indizio. Optò per una mezza verità. «Dato che sono la padrona di casa, anche se una padrona riluttante, credo che dovrò darmi da fare in cucina. È passato parecchio tempo dall'ultima volta che ho invitato qualcuno a cena.» Questo almeno era vero. Il resto della verità era che le agende del marito, anche quelle risalenti a parecchi anni prima, la stavano aspettando sul tavolo in cucina. Molly progettava di leggerle con cura, partendo dal giorno dell'omicidio. Dati i suoi innumerevoli impegni, Gary aveva avuto l'abitudine di buttare giù brevi promemoria. Lei si era già imbattuta in parecchie annotazioni del genere: «Ore diciassette, chiamare Molly al club». Con una fitta di dolore ripensò alle volte in cui lui aveva telefonato per chiederle: «Perché avevo scritto sull'agenda di chiamarti?» Alle cinque e mezzo, poco prima di apparecchiare la tavola, Molly trovò l'appunto che cercava, un numero di telefono che ricorreva parecchie volte nell'agenda dell'ultimo anno di vita di Gary. Dal servizio informazioni seppe che era un numero di Buffalo. Lo compose e quando le rispose una donna, Molly chiese di Annamarie. «Sono io», disse quietamente Annamarie Scalli. 30
Lasciata la casa della signora Barry, Fran s'imbarcò in un vero e proprio pellegrinaggio attraverso Greenwich, un'altra incursione nel viale della memoria. Questa volta si spinse fino allo Stationhouse Pub, con l'idea di pranzare lì. Ci andavamo spesso per uno spuntino veloce prima del cinema, rammentò con nostalgia. Ordinò un sandwich di pane di segale con tacchino, il preferito di sua madre. Guardandosi intorno, pensò che era decisamente improbabile che lei rimettesse piede a Greenwich, i ricordi legati a quella città sarebbero stati troppo penosi. L'estate prima del loro trasferimento, la battuta che andava per la maggiore era che, invece di costruire una nuova biblioteca, il comune aveva aderito a un nuovo programma assistenziale, il Fondo Simmons. Che scherzo idiota, pensò ora Fran. Aveva in mente di spingersi fino alla loro vecchia casa, ma poi decise che non se la sentiva. Non oggi, per lo meno, si disse mentre chiamava il cameriere per farsi portare il conto. Philip Matthews era stato di parola. In portineria la aspettava un pacco voluminoso, la copia integrale dei verbali del processo fatto a Molly. Avrebbe voluto leggerli subito ma si ricordò che prima doveva assolutamente sbrigare qualche commissione. Erano le quattro e mezzo quando poté finalmente sprofondare nella sua poltrona preferita con una tazza di tè e i verbali. Non era una lettura gradevole. La tesi del pubblico ministero sembrava solida, senza forzature di sorta: «Ci sono prove di colluttazione? No... la ferita che il dottor Lasch presentava alla testa... cranio fracassato... è stato colpito mentre sedeva alla scrivania e dava le spalle all'aggressore... inerme... l'accusa dimostrerà che c'erano le impronte di Molly Lasch, insanguinate e perfettamente nitide, sull'arma del delitto, che Molly Lasch aveva il sangue di suo marito sul viso, sulle mani e sugli indumenti... che non ci sono segni di effrazione...» Nessun segno di effrazione, pensò Fran. Ovviamente la polizia aveva controllato le porte, ma i verbali non dicevano se una era stata trovata aperta. E Philip Matthews aveva svolto qualche indagine al riguardo? Contrassegnò il brano con l'evidenziatore giallo. Molly Lasch non ha ucciso suo marito, Gary Lasch. Sto cominciando a crederci, si disse. Ora vediamo di fare un altro passo avanti. Immaginiamo che sia stato qualcun altro a uccidere Lasch; in questo caso qualcuno di maledettamente fortunato. La vista del marito morto ha traumatizzato
Molly al punto da impedirle di ragionare con lucidità e senza accorgersene, lei ha fatto tutto quello che poteva per essere incriminata. Ha maneggiato l'arma del delitto, ha toccato il viso e la testa del morto, si è imbrattata con il suo sangue. Imbrattata con il suo sangue. Se Gary era ancora vivo quando Molly lo trovò, aveva forse fatto in tempo a dirle qualcosa? Se non lo aveva colpito lei, allora probabilmente era arrivata pochi istanti dopo l'aggressione. È andata direttamente nello studio e ha trovato il marito mortalmente ferito, ma ancora in vita? Questo spiegherebbe perché lo ha toccato, perché aveva la bocca e il viso sporchi di sangue. Forse cercò di rianimarlo praticandogli la respirazione bocca a bocca? Oppure gliela praticò solo dopo essersi resa conto di quello che aveva fatto? Ma se diamo per scontata la sua innocenza, concluse Fran, adesso là fuori c'è qualcuno che è molto, molto nervoso. Di colpo le piombò addosso la certezza che Molly fosse in grave pericolo. Se quella sera Gary era solo in casa... una casa che, stando alle prove, era chiusa e inaccessibile agli estranei ... eppure, come tutto stava a indicare, non aveva sentito il suo aggressore entrare nello studio, allora la stessa cosa sarebbe potuta capitare anche a lei. Andò al telefono. Penserà che sono pazza, si disse la giornalista, ma la chiamò ugualmente. Il saluto di Molly fu frettoloso. «Ciao, Fran. Dev'essere la giornata», esordì. «Philip Matthews viene a cena, Jenna e Cal hanno insistito per passare di qui a bere qualcosa. E ho appena ricevuto una telefonata di Peter Black. Non era molto felice quando gli ho parlato di te, l'altro giorno, ma questa volta è stato assolutamente civile. Passa anche lui.» «In questo caso non ti trattengo. È solo che... ho saputo dalla signora Barry che le serrature di casa tua non sono mai state cambiate.» «Infatti.» «Be'. stavo pensando che non sarebbe affatto male se tu lo facessi adesso.» «Non ci avevo pensato...» «Quante persone hanno una copia delle chiavi?» «A dire la verità, la chiave è una sola. La porta d'ingresso e quella della cucina hanno serrature identiche, mentre quelle della veranda e della cantina sono sempre chiuse dall'interno. In ogni caso, le copie erano solo quattro. Quella di Gary, la mia, quella della signora Barry e quella di scorta che
tenevamo in giardino.» «Chi è a conoscenza di quest'ultima?» «Nessuno, credo. La tenevamo lì per le emergenze, e non abbiamo mai avuto bisogno di usarla. Gary non dimenticava mai la sua chiave, e io neppure. La signora Barry, poi, non dimentica nulla. Fran, scusami, ma ora devo proprio andare.» «Chiama un fabbro lunedì. Me lo prometti?» «Non corro nessun pericolo, a meno che...» «A meno che tu non abbia avuto la sfortuna di arrivare a casa quando il delitto era appena stato commesso e a meno che qualcuno, ora, tema che tu possa ricordare.» Molly fece un'esclamazione soffocata. Le tremava la voce quando mormorò: «In sei anni, è la prima volta che una persona suggerisce che io possa essere innocente». «Capisci perché voglio che tu faccia cambiare le serrature? Vediamoci, lunedì.» «D'accordo», assentì Molly. «Potrei avere novità interessanti da riferirti.» Chissà che cosa voleva dire, si chiese Fran, riattaccando. 31 Tim Mason aveva progettato di concedersi un ultimo fine settimana sulla neve a Stowe, nel Vermont, ma la telefonata di suo cugino Michael, che abitava a Greenwich, lo aveva costretto a modificare i piani. La madre di Billy Gallo, un vecchio amico di entrambi, era morta per un attacco cardiaco e Michael gli aveva chiesto se lui voleva partecipare alla veglia funebre. Fu così che quel sabato sera Tim si ritrovò sulla Merritt Parkway, diretto nel Connecticut meridionale. Lui e Billy Gallo suonavano insieme nell'orchestra delle superiori, ricordò. Già allora Billy era un ottimo musicista; nell'ultimo anno avevano cercato di costituire una band e le prove si svolgevano sempre a casa sua. La signora Gallo, una donna affabile, ospitale, non mancava mai di invitarli a cena e loro accettavano sempre con entusiasmo. Nella sua cucina aleggiavano in permanenza stuzzicanti fragranze di pane croccante, aglio e salsa di pomodoro. Era lì che si affrettava a raggiungerla il marito, quando rientrava dal lavoro. La vista di lei, affaccendata ai fornelli, gli strappava
un ampio sorriso. «Eccoti di nuovo ad aprire lattine, Josie», diceva invariabilmente. Con una punta di rammarico, Tim pensò ai propri genitori, agli anni che avevano preceduto il loro divorzio e a quanto era stato felice di sfuggire alla crescente freddezza che percepiva tra i due. Il signor Gallo pronunciava quella sciocca battuta tutte le sere e sua moglie rideva sempre, come se fosse la prima volta che la sentiva. Erano evidentemente pazzi l'uno dell'altra. Invece non era mai stato molto vicino al figlio, convinto che Billy sprecasse solo tempo inseguendo il sogno di diventare musicista. Tim rammentò un altro funerale a cui aveva partecipato a Greenwich. All'epoca aveva già terminato gli studi e lavorava come cronista. Gli balenò nella mente l'immagine di Fran Simmons, giovanissima e affranta. In chiesa, i suoi singhiozzi soffocati erano echeggiati per tutta la durata della messa. E mentre la bara veniva issata sul carro funebre, Tim si era sentito una specie di voyeur, venuto lì a prendere appunti mentre accanto a lui il fotografo scattava senza sosta. Quattordici anni avevano cambiato Fran Simmons, e non solo perché era diventata una donna. In lei, la professionalità era come un'armatura invisibile. Tim l'aveva subito avvertito quando si erano incontrati nell'ufficio di Gus. Lo imbarazzava ricordare che, al momento delle presentazioni, il suo pensiero era corso al padre di lei e alla truffa che aveva perpetrato. Perché ora provava la sgradevole sensazione di dovere delle scuse a quella sua collega? Era così immerso nei propri pensieri che rischiò di superare l'uscita per North Street. Tre minuti dopo era arrivato. La sala era affollata di amici della famiglia Gallo. Tim individuò parecchi volti noti, gente che non vedeva da tempo e con cui non aveva più contatti. Mentre aspettava il proprio turno per parlare con Billy e suo padre, alcune persone gli si avvicinarono per salutarlo e complimentarsi per la sua carriera. E quasi tutti accennavano a Fran, che ora lavorava con lui. «È quella Fran Simmons? La figlia dell'uomo che rubò i fondi destinati alla nuova biblioteca, vero?» gli chiese la sorella della signora Gallo. «Mia zia pensa di averla vista al bar del Lasch Hospital», osservò qualcun altro. «Che diavolo ci faceva lì?» Quando gli posero quella domanda, Tim era proprio davanti a Billy Gallo, che con gli occhi gonfi di pianto strinse la mano del vecchio amico. «Se
Fran Simmons sta indagando sull'ospedale, dille che deve cercare di scoprire perché lasciano morire i loro pazienti», affermò. La sua voce era carica di amarezza. Il padre gli sfiorò il braccio. «È stata la volontà di Dio, Billy», sussurrò. «No, papà, non è vero. Un sacco di gente sopravvive a un attacco cardiaco.» La voce del giovane crebbe di volume. Indicò il feretro della madre. «La mamma non dovrebbe essere lì. Sarebbe potuta vivere per altri vent'anni. Ma ai medici del Lasch non importava nulla di lei e l'hanno lasciata morire.» Ora stava singhiozzando. «Tim, tu, Fran Simmons e i vostri colleghi giornalisti dovreste approfondire questa faccenda. Scoprire perché hanno aspettato così a lungo, perché non l'hanno mandata subito da uno specialista.» Poi si coprì il viso con le mani e cedette di nuovo al pianto. Tim gli posò le mani sulle spalle e le tenne lì finché non sentì che si era calmato. La voce triste di Billy era di nuovo tranquilla quando chiese: «Dimmi la verità, Tim. Hai mai assaggiato un sugo migliore di quello che faceva mia madre?» 32 Non capisco perché non mi sia opposta, pensava Molly mentre posava sul tavolo un vassoio di cracker e formaggio. La presenza di Cal e di Peter Black la turbava in un modo che non aveva previsto, distruggendo la serenità che le dava il fatto di essere di nuovo a casa. Le sembrava quasi che la sua intimità fosse stata violata. Quante volte, in passato, i due uomini si erano trovati lì con Gary. Restavano per ore nello studio a discutere... gli altri membri del consiglio di amministrazione del Centro Remington non contavano nulla. Per Molly, quei pochi giorni trascorsi a casa erano stati del tutto diversi dalla vita di un tempo, come se i cinque anni e mezzo di carcere avessero radicalmente mutato la sua percezione della realtà. Prima che Gary morisse credevo di essere felice, si disse. Credevo che l'inquietudine che mi tormentava fosse dovuta solo alla mancanza di un figlio. Ma ecco che ora avvertita di nuovo il vecchio, familiare senso di oppressione, e Jenna se n'era accorta. Aveva insistito per dirottarla in cucina, dove si era data da fare per tagliare il formaggio a cubetti e piegare i tovaglioli.
Apparentemente dimentico della freddezza con cui aveva accolto la sua prima telefonata, quella sera Peter Black sembrava deciso a comportarsi nel modo più amabile. Appena arrivato, aveva baciato Molly sulle guance e le aveva stretto la mano. Il messaggio era chiaro: è stata una terribile tragedia, ma ormai è acqua passata. Lo è davvero? si chiese lei. Possiamo davvero lasciarci tutto alle spalle, l'omicidio, gli anni di carcere, come se nulla fosse accaduto? No, non lo credo, decise mentre guardava i suoi vecchi amici, ammesso che si potesse definirli tali, radunati nel tinello. Peter Black le sembrava a disagio. Perché mai aveva insistito per passare a trovarla? Philip Matthews era l'unico a comportarsi con naturalezza. Era stato il primo ad arrivare, alle sette in punto, con una pianta di amaryllis tra le braccia. «So che muori dalla voglia di lavorare in giardino», le aveva detto. «Forse troverai un angolino anche per questa.» I grandi boccioli rosso chiaro erano splendidi. «Attenta», aveva aggiunto l'avvocato. «L'amaryllis è chiamata anche belladonna, e la belladonna è un veleno.» Ma la leggerezza di quel momento si era dileguata. Ora a Molly perfino l'aria sembrava avvelenata. Cal Whitehall e Peter Black non erano venuti con l'intenzione di darle il benvenuto a casa... lo aveva capito subito. Erano lì per altri loro motivi e questo, forse, spiegava anche l'evidente nervosismo di Jenna. Era stata lei a insistere per quell'incontro. Molly avrebbe voluto dirle che andava tutto bene. Cal era una specie di rullo compressore, lo sapevano entrambe, e se aveva deciso di vedere Molly, sua moglie non sarebbe comunque riuscita a fermarlo. Il vero scopo della visita divenne chiaro fin troppo presto. Fu Cal ad affrontare l'argomento. «Molly, ieri la giornalista televisiva che tu conosci, quella Fran Simmons. era al bar dell'ospedale a fare domande. Ce l'avevi mandata tu?» Lei alzò le spalle. «No, non sapevo neppure che ci fosse andata. Ma per me non è un problema.» «Oh, tesoro, ti prego», mormorò Jenna. «Ma non capisci quello che stai facendo a te stessa?» «Certo che lo capisco.» La sua voce era pacata ma senza incertezze. Cal posò il bicchiere con tanta forza da farlo spruzzare.
Molly si dominò e restò a fissare in silenzio i due uomini che erano stati soci del marito. Cal preferì non ignorare il piccolo incidente. «Vado a prendere qualcosa per asciugare», borbottò saltando in piedi. In cucina, mentre si guardava intorno alla ricerca del rotolo di carta assorbente, la sua attenzione fu attratta da su un appunto scarabocchiato sul calendario appeso al muro. Incuriosito, si mise a leggerlo. Peter Black era paonazzo; quello evidentemente non era il suo primo aperitivo della serata. «Molly, sai che stiamo trattando l'acquisizione di parecchi altri centri di assistenza medica. Se sei decisa a permettere, o addirittura a incoraggiare, la realizzazione di quella puntata televisiva, non potresti almeno chiedere alla Simmons di rimandarla a quando avremo concluso l'accordo?» Dunque è questo a preoccuparli, pensò lei. Temono che io riapra vecchie ferite e che l'infezione contagi anche loro. «Non che ci sia qualcosa da nascondere», riprese il medico in tono enfatico. «Ma non sarebbe la prima volta che chiacchiere e pettegolezzi mandano a monte una trattativa importante.» Sta bevendo scotch, notò Molly. Anni prima era stato un forte bevitore ed evidentemente da allora non aveva modificato le sue abitudini. «Un'altra cosa, Molly», intervenne Jenna «Ti prego di accantonare l'idea di contattare la Scalli. Chissà che cosa potrebbe fare quella donna se pensasse di poterci guadagnare... magari addirittura vendere la sua storia a un giornale scandalistico.» Lei ascoltava in silenzio. Vecchie paure e vecchi dubbi ribollivano sotto la sua calma apparente. «Bene, credo che ne abbiamo parlato abbastanza», intervenne Matthews, rompendo il silenzio carico d'imbarazzo. «Ora perché non passiamo ad altro?» Peter Black, Jenna e Cal se ne andarono di lì a poco. Philip attese che la porta si chiudesse dietro di loro prima di rivolgersi a Molly: «Se preferisci restare un po' da sola, non hai che da dirlo». Sull'orlo delle lacrime, lei annuì. «Sì, sarebbe meglio. Possiamo rimandare la cena a un'altra volta; l'invito è sempre valido, se ti va.» «Certo che mi va.» Molly aveva preparato pollo al vino e riso indiano. Dopo che Philip se ne fu andato, coprì i piatti e li mise in frigorifero. Controllò che le porte fossero chiuse, poi passò in studio. Forse a causa della visita di Cal e di
Peter, avvertì intensamente la sensazione che qualcosa si acquattasse appena fuori della portata della sua mente consapevole, in attesa di affiorare. Ma che cosa? Vecchi ricordi? Vecchie paure che l'avrebbero trascinata in una depressione ancora più profonda? O invece qualcosa che le avrebbero offerto delle risposte, magari aiutandola a fugare le tenebre che minacciavano di ingoiarla? Non poteva far altro che aspettare. Non accese la luce, ma si acciambellò sul divano, con le gambe ripiegate sotto il corpo. Che cosa direbbero Cal, Peter e Philip Matthews, si domandò, se sapessero che ho un appuntamento con Annamarie Scalli domani sera alle otto in una tavola calda di Rowayton? 33 Non c'è nulla come la domenica mattina a Manhattan, pensò Fran quando, aprendo la porta di casa alle sette e mezzo, trovò sullo stuoino una copia del Sunday Times, voluminoso e invitante. Si preparò succo d'arancia, caffè e un muffin e, così equipaggiata, sprofondò nella poltrona, appoggiò i piedi su uno sgabello basso e prese il quotidiano. Poco dopo, però, mise da parte il giornale consapevole di non aver capito quasi nulla di quello che aveva letto. «Sono preoccupata», borbottò, e subito rammentò a se stessa che parlare da soli era un pessimo indizio. Aveva dormito male ed era certa che la sua inquietudine fosse dovuta alle enigmatiche parole con cui Molly le aveva preannunciato possibili novità interessanti. Spero che non si sia messa in testa di condurre una sua indagine privata, si disse. Si alzò per andare a riempire di nuovo la tazza di caffè, poi tornò a sedersi, questa volta decisa a dedicarsi ai verbali del processo. Nell'ora successiva esaminò con attenzione le deposizioni. Quelle degli agenti di polizia arrivati per primi sulla scena del delitto e del medico legale. Quelle di Peter Black e degli Whitehall a proposito dell'ultimo incontro avuto con Gary, poche ore prima della sua morte. A Jenna è costato molto dire certe cose, pensò mentre scorreva la testimonianza della donna. PUBBLICO MINISTERO: Lei parlò con l'imputata nella settimana precedente alla morte del marito, quando la signora Lasch si trovava a Cape
Cod? JENNA: Sì. PUBBLICO MINISTERO: Potrebbe dirci qual era il suo stato d'animo? JENNA: Triste. Era molto triste. PUBBLICO MINISTERO: Era arrabbiata con il marito, signora Whitehall? JENNA: Era sconvolta. PUBBLICO MINISTERO: Non ha risposto alla mia domanda. Molly Carpenter Lasch era arrabbiata con il marito? JENNA: Sì, immagino si possa dire di sì. PUBBLICO MINISTERO: Parlando con lei, espresse un risentimento profondo nei confronti del marito? JENNA: Può ripetere la domanda, per favore? PUBBLICO MINISTERO: Certo e, Vostro Onore, vuol chiedere alla testimone di rispondere senza esitazioni, in modo da non dare adito a dubbi? PRESIDENTE DELLA CORTE: La teste è invitata a rispondere alla domanda. PUBBLICO MINISTERO: Signora Whitehall, nel corso delle conversazioni telefoniche che ebbe con Molly Carpenter Lasch in quella settimana, la signora Lasch espresse un profondo risentimento nei confronti del marito? JENNA: Sì. PUBBLICO MINISTERO: Lei conosceva la ragione per cui Molly Carpenter Lasch era arrabbiata con il marito? JENNA: No, all'inizio no. Gliela chiesi, ma in un primo momento lei non volle dirmela. Si confidò con me solo la domenica pomeriggio. Nel leggere la deposizione di Calvin Whitehall, Fran decise che, intenzionalmente o meno, l'uomo aveva danneggiato non poco l'imputata. Al pubblico ministero dev'essere piaciuta un sacco, pensò. PUBBLICO MINISTERO: Signor Whitehall, lei e il dottor Peter Black vi siete recati a casa del dottor Gary Lasch nel pomeriggio di domenica 8 aprile. È esatto? WHITEHALL: Sì. PUBBLICO MINISTERO: Qual era lo scopo della vostra visita? WHITEHALL: Il dottor Black era preoccupato per Gary. Mi disse che gli era sembrato molto inquieto per tutta la settimana, così decidemmo di
andare a trovarlo. PUBBLICO MINISTERO: Parlando al plurale, lei intende... WHITEHALL: Il dottor Peter Black e io. PUBBLICO MINISTERO: E che cosa successe una volta lì? WHITEHALL: Arrivammo verso le cinque. Gary ci fece accomodare in tinello. Ci offrì un aperitivo, poi disse: «Non è facile per me, ma è arrivato il momento di parlare francamente». Ammise di avere una relazione con un'infermiera dell'ospedale, Annamarie Scalli, e aggiunse che la donna era incinta. PUBBLICO MINISTERO: Il dottor Lasch era preoccupato della vostra possibile reazione? WHITEHALL: Ma certo. Quell'infermiera aveva poco più di vent'anni. Non potevamo non temere le possibili implicazioni... forse addirittura una denuncia per molestie sessuali. Gary, dopo tutto, era il direttore dell'ospedale. Grazie a suo padre, il nome dei Lasch è un simbolo di integrità di cui non beneficiava solo l'ospedale, ma anche il Centro Remington. La prospettiva di uno scandalo ci preoccupava molto. Fran lesse per un'altra ora, prima di posare l'incartamento. Cominciò a massaggiarsi la fronte, nella speranza di prevenire l'emicrania che sentiva inesorabilmente avvicinarsi. Gary Lasch e Annamarie Scalli erano stati abilissimi nel mantenere il segreto, pensò. La scoperta della loro relazione aveva colto di sorpresa anche le persone che erano più vicine a Gary: Molly, Black, gli Whitehall... Ricordò lo stupore espresso da Susan Branagan, la volontaria dell'ospedale. Stando a lei, all'epoca tutti erano convinti che Annamarie Scalli avrebbe finito per fidanzarsi con quel simpatico dottor Morrow. Il dottor Jack Morrow, che era stato ucciso poco prima di Gary Lasch. Erano le dieci. Fran rifletté sull'opportunità di uscire a correre, prima di rendersi conto che in realtà non ne aveva voglia. Potrei guardare che cosa danno al cinema, decise. Vada per un film, avrebbe detto papà. Aveva appena preso in mano la pagina degli spettacoli, in cerca del film giusto nel cinema giusto all'ora giusta, quando squillò il telefono. Era Tim Mason. «Sorpresa», la salutò. «Ho chiesto il tuo numero a Gus; spero che non ti dispiaccia.» «Niente affatto. Se è un sondaggio tra i tifosi quello che stai facendo, sappi che benché abbia vissuto in California per quattordici anni, la mia squadra del cuore resta quella degli Yankees. Non vedo una gran differen-
za tra i Giants e i Jets, ma se proprio fossi costretta a scegliere, opterei per i primi.» Mason rise. «Ecco cosa mi piace: una donna con le idee chiare. No, ho chiamato per chiederti se ti andava di fare un salto da Neary's per il brunch.» Il Neary's Restaurant era vicinissimo all'appartamento di Fran, sulla Cinquantasettesima. Si rese conto di essere non solo sorpresa, ma anche felice dell'invito. In occasione del loro primo incontro, si era risentita nel leggere negli occhi di Tim il riconoscimento e la consapevolezza, ma poi si era detta che quella del giornalista era stata una reazione comprensibile. Non era colpa di nessuno se Tim sapeva che suo padre era un ladro. «Mi farebbe piacere», rispose sinceramente. «A mezzogiorno?» «Fantastico.» «Non metterti in tiro, ti prego.» «Non pensavo di farlo. Sai, la giornata di riposo eccetera eccetera.» Quando riattaccò, Fran parlò da sola per la seconda volta nella mattinata, borbottando: «E questo che cosa diavolo significa? Di certo non si tratta del buon vecchio, classico appuntamento». Da Neary's trovò Tim impegnato in un'animata conversazione con il barista. Portava una camicia sportiva aperta sul collo, giacca di fustagno verde scuro e pantaloni beige. Aveva i capelli arruffati e Fran sentì il tessuto della sua giacca freddo sotto le dita quando gli sfiorò la manica. «Qualcosa mi dice che non hai preso un taxi.» «Non mi piacciono tutti quegli avvisi sull'obbligo di allacciare la cintura di sicurezza», scherzò lui. «Così sono venuto qui a piedi.» Le sorrise. «È bello rivederti, Fran.» Lei indossava le polacchine a tacco basso e di colpo si sentì come quando era in prima elementare... piccola. Il proprietario del locale li accompagnò personalmente a uno dei quattro tavoli d'angolo, segno che Tim Mason era un cliente regolare. Una volta le avevano spiegato che quelli erano i tavoli migliori. Mentre bevevano un Bloody Mary, Tim le raccontò di sé. «I miei lasciarono Greenwich dopo il divorzio. Io avevo appena finito l'università e lavoravo per il Greenwich Time. Ufficialmente ero un praticante, ma di fatto mi consideravano poco più di un fattorino. In seguito mi trasferii altrove.»
«E questo, quanti anni fa?» volle sapere Fran. «Quattordici.» Lei fece un rapido calcolo mentale. «Ecco perché hai riconosciuto il mio nome quando ci hanno presentati. Sapevi di mio padre.» Tim scrollò le spalle. «Già.» Sorrise con aria di scusa. Senza consultare i menu portati dalla cameriera ordinarono entrambi uova strapazzate. Quando furono di nuovo soli, Tim bevve un altro sorso di Bloody Mary. «Non me l'hai chiesto, ma ho intenzione di raccontarti lo stesso la storia della mia vita. Credo che la troverai particolarmente interessante, dato che è ovvio che sai riconoscere i tuoi simili.» È vero che ci assomigliamo, pensò Fran ascoltandolo parlare del suo primo incarico come commentatore sportivo del campionato scolastico di una sconosciuta cittadina nello stato di New York. Poi toccò a lei raccontare del suo apprendistato presso una televisione via cavo di una località vicina a San Diego, dove l'avvenimento più eccitante era la riunione del consiglio comunale. «All'inizio, è giocoforza accettare qualunque incarico», commentò, guadagnandosi un cenno d'assenso. Anche Tim era figlio unico, ma a differenza di lei non aveva fratellastri. «Dopo il divorzio, mia madre si trasferì a Bronxville», spiegò. «È lì che sono cresciuti sia lei sia mio padre. Comperò una casa e sai che cosa fece lui? Ne acquistò una nello stesso complesso. Da sposati non erano mai andati d'accordo, ma adesso escono insieme e nei giorni di festa bevono l'aperitivo a casa di lui e cenano da lei. All'inizio io lo trovavo un po' sconcertante, ma sembra che per loro funzioni.» «Mia madre, fortunatamente, è molto felice, e ne ha tutti i motivi», raccontò a sua volta Fran. «Ormai sono otto anni che si è risposata. Quando le ho detto che sarei tornata a New York, mi ha suggerito di prendere il cognome del mio patrigno. Sai anche tu quanta pubblicità negativa è stata fatta intorno a mio padre.» Tim annuì. «Sì, certo. E hai avuto la tentazione di cambiare cognome?» Fran piegava e spiegava il suo tovagliolo. «No, mai.» «Sei proprio sicura che sia una mossa giusta, scegliere Greenwich come ambientazione per una puntata del tuo programma?» «Probabilmente no, ma perché me lo chiedi?» «Ieri ero a Greenwich, alla veglia di una donna che conoscevo quand'ero ragazzo. È morta per un attacco cardiaco, al Lasch Hospital. Suo figlio è un mio amico ed è sconvolto. Sembra convinto che avrebbero potuto fare
di più per salvare la vita a sua madre e pensa che, già che ci sei, tu dovresti indagare anche sul trattamento riservato ai pazienti del Lasch.» «Davvero avrebbero potuto fare di più per sua madre?» «Non lo so. Forse è solo il dolore a farlo parlare così, ma non mi sorprenderebbe se cercasse di contattarti. Si chiama Billy Gallo.» «Perché dovrebbe chiamarmi?» «Perché ha saputo che ti hanno vista al bar del Lasch Hospital, venerdì. Scommetto che in città si è già sparsa la voce.» Fran scosse la testa, incredula. «Non credevo che il mio viso fosse già diventato così familiare da queste parti. E ti confesso che non mi fa particolarmente piacere.» Alzò le spalle. «Chiacchierando con una volontaria che lavora al bar dell'ospedale, ho raccolto un'informazione interessante. Probabilmente quella donna si sarebbe chiusa a riccio se avesse saputo che sono una giornalista.» «La tua visita lì aveva a che fare con la puntata di True Crime dedicata a Molly Lasch?» «Sì, anche se più che altro cercavo materiale per la ricostruzione dell'ambiente dove si sono svolti i fatti.» Fran non era affatto ansiosa di parlare di Molly. «Tim, tu conosci Joe Hutnik, del Greenwich Time?» «Sicuro. Era già lì quando io lavoravo per il giornale. Un brav'uomo. Perché me lo chiedi?» «Joe non ha una grande opinione dei centri di assistenza in generale, ma sembra convinto che il Remington non sia peggiore degli altri.» «Be', Billy Gallo la pensa diversamente.» Tim colse l'ansia sul viso di lei. «Ma non preoccuparti, è un'ottima persona. È solo che al momento è sconvolto.» Mentre bevevano il caffè, Fran si guardò intorno. Ormai quasi tutti i tavoli erano occupati e nel pub c'era un allegro brusio. Tim Mason è simpatico, pensò. Forse il suo amico mi chiamerà, forse no. Ma il vero messaggio è un altro: Tim mi sta dicendo che tutta Greenwich mi tiene gli occhi addosso e che le vecchie storie, le vecchie battute su mio padre, stanno conoscendo una nuova popolarità. Intenta a osservare la sala, non vide lo sguardo quasi compassionevole di Tim Mason, né capì che lui stava ripensando alla ragazzina che piangeva disperata al funerale del padre. 34
Annamarie Scalli aveva acconsentito a incontrarsi con Molly alle otto di sera in una tavola calda di Rowayton, una cittadina a una quindicina di chilometri a nord-est di Greenwich. Era stata lei stessa a suggerire il luogo e l'ora. «Il locale non è certo granché, ma di domenica è tranquillo, specialmente a quell'ora», le aveva detto. «E sono sicura che nessuna delle due vuole correre il rischio di imbattersi in qualche conoscente.» Alle sei, decisamente presto, Molly era già pronta per uscire. Si era cambiata due volte, sentendosi vestita in modo troppo formale con il tailleur nero e troppo casual con i jeans. Alla fine si era decisa per pantaloni di lana blu scuro e un maglione a collo alto. Aveva raccolto i capelli in uno chignon, fermandoli con le forcine. A Gary era sempre piaciuta quella pettinatura, gli piacevano soprattutto le piccole ciocche che sfuggivano allo chignon e andavano a incorniciarle il viso. La facevano sembrare più vera, diceva. «Sei sempre così perfetta, Molly», ripeteva spesso. «Sempre così sofisticata. Riesci a essere elegante perfino in jeans e felpa.» Lei allora pensava che scherzasse, ma ora non ne era più tanto sicura. Però voleva scoprirlo. I mariti parlano delle mogli con le amanti, pensò. Ho bisogno di sapere che cosa diceva Gary di me ad Annamarie Scalli. E c'è un'altra cosa che voglio chiederle, riguardo alla sera in cui Gary morì. Dopo tutto, anche lei aveva ottimi motivi per essere in collera. Non ho dimenticato il modo in cui lui le parlava al telefono. Alle sette, Molly decise che poteva finalmente mettersi in viaggio. Prese il Burberry dall'armadio al pianterreno e si diresse alla porta, ma all'ultimo momento fece dietrofront e tornò di sopra. Tirò fuori da un cassetto una semplice sciarpa blu e dopo qualche ricerca recuperò un paio di occhiali da sole di Cartier. La montatura, piuttosto grande, era stata di moda sei anni prima e ora probabilmente era più che datata. Ma gli occhiali le avrebbero quanto meno dato la sensazione di essere irriconoscibile. Un tempo, il garage aveva ospitato la sua BMW, la Mercedes di Gary e il furgone nero che lui aveva comperato due anni prima di morire. Molly era rimasta sorpresa dall'acquisto. «Non vai a caccia, non vai a pesca e non andresti in campeggio neppure se ti pagassero. Il bagagliaio della Mercedes è più che sufficiente per le tue mazze da golf. A che ti serve un furgone?» Allora non le era venuto in mente che Gary potesse avere le sue ragioni
per acquistare un veicolo anonimo, identico a mille altri. Era stato un cugino del marito a occuparsi della vendita delle due automobili. Dal carcere, Molly aveva chiesto ai genitori di vendere anche la sua, ma aveva festeggiato il rilascio acquistando una nuova macchina, una berlina blu scuro scelta dal catalogo inviatole da un concessionario. Quella era la prima volta che ci saliva e le piacque l'odore di pulito degli interni. Non guidava da sei anni e le sembrò straordinariamente liberatorio il semplice gesto d'inserire la chiavetta di accensione. L'ultima volta in cui si era messa al volante era stata quella terribile domenica, di ritorno da Cape Cod. Stringevo il volante così forte che mi dolevano le mani, rammentò mentre usciva in retromarcia dal garage e azionava il comando a distanza. Percorse lentamente il lungo viale e uscì in strada. Di norma avrei messo la macchina in garage, ma mi ricordo che quella sera la lasciai davanti a casa. Per quale ragione? Forse perché avevo la borsa e non mi andava di portarla per un tratto troppo lungo? No, era stata l'ansia di vedere subito Gary, di affrontarlo e porgli le stesse domande che ora conto di fare ad Annamarie. Avevo bisogno di sapere quali erano i suoi sentimenti nei miei confronti, perché passava tanto tempo lontano da casa, perché, se il nostro matrimonio non lo soddisfaceva, non me ne aveva parlato con franchezza, invece di lasciare che profondessi tante energie e tanto tempo nel tentativo di essere una buona moglie. Molly serrò le labbra, sentendosi invadere di nuovo dalla vecchia collera, dal vecchio risentimento. Piantala! si ammonì. Piantala subito, oppure fai marcia indietro e tornatene a casa. Annamarie Scalli arrivò al Sea Lamp Diner alle sette e venti. Era ancora presto, ridicolmente presto, ma ci teneva a essere la prima. Lo choc provato nell'udire la voce di Molly, nel rendersi conto di essere stata infine rintracciata, si era fatto sentire solo alla fine della conversazione telefonica. Sua sorella Lucy aveva tentato in ogni modo di dissuaderla. «Quella donna era fuori di sé al punto di ammazzare il marito», aveva esclamato. «Che cosa ti fa pensare che non aggredisca anche te? E se è sincera quando sostiene di non ricordarsi di averlo ucciso, be', non credi che questo la dica lunga sul suo stato mentale? Tu, poi, hai sempre avuto paura perché sapevi troppo di quello che succedeva in ospedale. Non andare all'appuntamento!» Ne avevano discusso per tutta la sera, ma Annamarie era decisa a fare a
modo suo. Dato che Molly Lasch l'aveva rintracciata, si era detta, tanto valeva andare fino in fondo e incontrarla in un locale pubblico, piuttosto che rischiare di vedersela comparire alla porta a Yonkers, o addirittura sotto casa di uno dei pazienti. Al Sea Lamp Annamarie puntò dritta verso un séparé d'angolo. I pochi clienti erano cupi in volto e altrettanto malcontenta sembrava la cameriera, che la guardò infastidita quando lei rifiutò il tavolo vicino all'ingresso che le aveva proposto. La tetraggine della tavola calda accentuò lo scoramento che già la opprimeva. La stanchezza le si era insinuata fin nelle ossa. Di sicuro è per questo che mi sento tanto depressa, cercò di convincersi, sorseggiando il caffè tiepido che la cameriera le aveva letteralmente sbattuto davanti. Naturalmente il suo disagio in buona parte nasceva dalla discussione avuta con Lucy. Pur amandola teneramente, sua sorella non esitava a colpirla nei punti più deboli e la sua litania di «Se solo...» aveva finito con il logorare Annamarie. «Se solo tu avessi sposato Jack Morrow. La mamma lo diceva sempre, era un uomo talmente caro. Era pazzo di te e per di più era un medico, e in gamba, anche! Ricordi, la signora Monahan passò a salutarci quel fine settimana in cui sei venuta a trovarci con lui. Jack disse che non gli piaceva il suo colorito e insistette perché lei facesse delle analisi. Se non fosse stato per lui, la nostra vicina non avrebbe scoperto subito di avere un tumore e ora sarebbe già morta.» Per sei anni Annamarie aveva continuato a dare a Lucy la stessa risposta: «Dacci un taglio. Jack sapeva che non ero innamorata di lui. Forse in altre circostanze avrei potuto amarlo. Forse avrebbe funzionato se le cose fossero state diverse, ma così non era. Il fatto è che avevo poco più di vent'anni e quello era il mio primo lavoro. Stavo appena cominciando a vivere. Non ero pronta per il matrimonio, e Jack questo lo capiva». La settimana prima dell'omicidio di Jack, Annamarie aveva litigato con Gary. Lo stava raggiungendo nel suo ufficio quando il suono di voci irose l'aveva fermata. «C'è il dottor Morrow con lui», le aveva bisbigliato la segretaria. «È fuori dai gangheri. Non sono riuscita a capire che cosa sia successo, ma sarà la solita storia... hanno rifiutato qualche terapia che lui aveva prescritto a un paziente.» Io però temevo che litigassero per me, pensò ora Annamarie, e sono scappata via per non affrontare Jack. Ero certa che avesse scoperto tutto.
Ma più tardi, fermandola in corridoio, lui le aveva domandato soltanto se aveva in programma una visita ai suoi. Lei aveva risposto che pensava di andarci per il fine settimana di lì a quindici giorni, al che Jack le aveva chiesto se poteva affidarle la copia di una pratica importante, perché le conservasse al sicuro a casa della madre, fino a che lui non ne avesse avuto bisogno. Ero così contenta che non sapesse di Gary e di me, e talmente sconvolta da ciò che avevo scoperto all'ospedale, che non gli chiesi spiegazioni, rammentò Annamarie. Lui disse che mi avrebbe fatto avere la copia al più presto e mi fece promettere di non parlarne con nessuno. Invece non me la consegnò mai, e una settimana dopo era morto. «Annamarie?» Con un sussulto lei alzò gli occhi. Sprofondata nei propri pensieri, non aveva sentito Molly arrivare. Un'occhiata alla sua antica rivale bastò a far sentire Annamarie brutta e grassa. I grandi occhiali da sole non riuscivano a nascondere i lineamenti perfetti della donna e le mani impegnate a slegare la sciarpa avevano dita lunghe e sottili. I capelli erano più scuri di come lei se li ricordava, ma ancora belli e serici. Anche Molly la stava studiando. Non è affatto come mi aspettavo, pensò. Le era capitato di vedere Annamarie in ospedale e la ricordava come una ragazza graziosa, con un corpo provocante e una massa di capelli scuri. Ma non c'era nulla di provocante nella donna semplicemente vestita che le sedeva di fronte. Ora Annamarie portava i capelli corti e, benché grazioso, il suo viso sembrava gonfio. Era anche più massiccia. Gli occhi erano bellissimi, marrone scuro con ciglia lunghe e ricurve, ma in quel momento tradivano infelicità e timore. Ha paura di me, si rese conto Molly, sbigottita. Ricomparve la cameriera, ora più affabile. Annamarie comprese che era rimasta impressionata dalla Lasch. «Tè al limone, per favore», ordinò quest'ultima. «E un altro caffè per me, se non la disturba», disse Annamarie. Molly attese che la cameriera si allontanasse prima di parlare. «Le sono molto riconoscente per aver accettato di incontrarmi. So che probabilmente non è meno imbarazzata di me e le prometto che non la tratterrò a lungo, ma le sarei grata se rispondesse sinceramente alle mie domande.» Annamarie annuì. «Quando è cominciata la sua relazione con Gary?»
«Un anno prima che lui morisse. Un giorno la mia auto non partì e Gary mi dette un passaggio a casa. Si fermò da me a bere un caffè.» Annamarie parlava guardando negli occhi la sua interlocutrice. «Capii che intendeva provarci. Una donna lo capisce sempre, vero?» Fece una lunga pausa e abbassò lo sguardo sulle sue mani. «La verità è che era un pezzo che avevo una cotta per lui, e di sicuro non gli resi la cosa difficile.» Intendeva provarci, pensò Molly. Annamarie era stata la prima? Probabilmente no. La decima, forse? Non lo avrebbe mai saputo. «Aveva fatto la stessa cosa anche con altre sue colleghe?» «Non che io sappia, ma lavoravo all'ospedale solo da pochi mesi quando cominciammo a frequentarci. Lui sottolineò la necessità di una discrezione assoluta, e a me andava benissimo. Vengo da una famiglia italiana molto cattolica e a mia madre si sarebbe spezzato il cuore se avesse saputo che avevo una relazione con un uomo sposato. «Signora Lasch, voglio che lei sappia...» L'arrivo della cameriera interruppe Annamarie. La donna, notò lei, non sbatté la tazza davanti a Molly. «Signora Lasch», riprese poi, «voglio che lei sappia che sono profondamente rammaricata per ciò che è accaduto. Mi rendo conto di avere distrutto la sua vita e quella del dottor Lasch. Io ho rinunciato a mio figlio perché volevo che avesse una vita decente, con persone in grado di renderlo felice. Forse un giorno, quando sarà grande, desidererà conoscermi e allora spero che riuscirà a capire, e magari a perdonarmi. Lei forse ha privato suo marito della vita, ma sono stata io a creare i presupposti per la tragedia.» «Lei?» «Se non avessi avuto una relazione con il dottor Lasch, tutto questo non sarebbe accaduto. E se quel giorno non gli avessi telefonato a casa, lei probabilmente non avrebbe mai saputo.» «Perché gli telefonò a casa?» «Mi aveva detto che voi due stavate parlando di divorzio, ma che non voleva che lei sapesse dell'esistenza di un'altra donna. Avrebbe complicato le cose, sosteneva, scatenando la sua gelosia e il suo desiderio di vendetta.» Dunque è questo che mio marito raccontava di me, pensò Molly. Che stavamo discutendo del divorzio e che io ero una donna gelosa e vendicativa? Questo è l'uomo per cui sono finita in carcere? «Disse che era un bene che lei avesse perso il vostro bambino. Un figlio avrebbe reso più difficile la separazione.» Molly era annichilita. Buon Dio, Gary ha detto davvero queste cose?
Che era un bene che io avessi perso il nostro bambino? «Ma quando gli dissi che ero incinta, lui fu preso dal panico. Mi impose di liberarmene. Non volle più incontrarmi e cominciò a ignorarmi perfino in ospedale. Poi mi chiamò il suo avvocato per offrirmi del denaro, a condizione che io firmassi una sorta di liberatoria. Telefonai a casa vostra perché dovevo parlargli e lui si rifiutava di farlo in ospedale. Ero disperata. Avevo bisogno di sapere che intenzioni avesse nei confronti del bambino. Capisce, allora non pensavo di darlo in adozione.» «E io ho sollevato la cornetta e ho ascoltato la vostra conversazione.» «Proprio così.» «Mio marito le parlava mai di me, Annamarie? Voglio dire, a parte la faccenda del divorzio?» «Sì.» «Vorrei sapere che cosa le diceva. La prego, per me è importante.» «Probabilmente mi diceva solo quello che pensava che io volessi sentire.» «Vorrei saperlo ugualmente.» Annamarie esitò, poi guardò dritto in faccia la donna che le stava di fronte, una donna che in un primo momento aveva disprezzato, quindi odiato, ma per la quale ora cominciava a provare compassione. «Diceva che lei era noiosa come la moglie di un vicario.» Noiosa come la moglie di un vicario. Per un attimo a Molly sembrò di essere ritornata in prigione, a mangiare cibo insapore, ad ascoltare il clangore dei cancelli che si chiudevano, mentre giaceva insonne nella brandina notte dopo notte. «Come marito e come medico, non valeva il prezzo che lei ha pagato per averlo ucciso, signora Lasch.» La voce di Annamarie era quieta. «Evidentemente lei è persuasa che sia stata io a ucciderlo, ma il fatto è che non ne sono affatto sicura. Non mento quando sostengo di non ricordare che cosa è accaduto quella sera, ma non escludo di riuscire a riacquistare la memoria, un giorno o l'altro. Quanto meno, ci sto lavorando. E lei dov'era quella domenica sera?» «A casa mia, a fare le valigie.» «C'era qualcuno con lei?» Annamarie sbarrò gli occhi. «Signora Lasch, se è venuta qui con l'idea di insinuare che io ho una qualche responsabilità nella morte di Gary, sta sprecando tempo.» «Sa di qualcuno che potrebbe aver avuto un motivo per ucciderlo?»
Molly si rese conto dello stupore dell'altra. «Lei ha paura di qualcosa, Annamarie. Di che si tratta?» «No, non è vero. Non so altro. Senta, ora devo proprio andare.» Annamarie posò la mano sul tavolo, pronta ad alzarsi, ma Molly la fermò afferrandola per il polso. «Lei allora era molto giovane e Gary un uomo di mondo. Ha fatto del male a entrambe, e tutt'e due abbiamo una ragione per essere in collera con lui. Ma io non credo di averlo ucciso. Se lei ha motivo, un qualsiasi motivo, di pensare che qualcun altro nutrisse del rancore nei suoi confronti, la prego, me lo dica. Per me sarebbe un punto di partenza. Negli ultimi tempi aveva litigato con qualcuno?» «Sono a conoscenza di una lite soltanto. Quella che ebbe con il dottor Morrow.» «Il dottor Jack Morrow? Ma è morto prima di Gary.» «Sì. Un giorno, poco prima che lo uccidessero, Jack mi fece una strana richiesta. Mi chiese di conservare per lui la copia di una documentazione importante. Ma venne ucciso prima di riuscire a consegnarmela.» Annamarie liberò la mano dalla stretta di Molly. «Io non so se lei ha ucciso o meno suo marito, signora Lasch, ma se non lo ha fatto, ci pensi bene prima di andare in giro a fare domande.» Andandosene, per poco non travolse la cameriera che si stava avvicinando per riempire di nuovo le tazze. Molly rifiutò con un cenno. Chiese il conto, poi si alzò a sua volta, desiderosa di sfuggire allo sguardo incuriosito della donna. La noiosa moglie di un vicario, pensò ancora mentre agguantava il cappotto e usciva. In macchina, ripercorse mentalmente le varie fasi della conversazione avuta con Annamarie. Era evidente che lei nascondeva qualcosa. Sembrava quasi che avesse paura, ma di che? Quella sera Molly, annichilita, ascoltò il servizio principale trasmesso dal notiziario delle undici della CBS. Nel parcheggio del Sea Lamp Diner di Rowayton era stato scoperto il cadavere di una donna non ancora identificata. Era stata uccisa a coltellate mentre si trovava a bordo della sua auto. 35 Tom Serrazzano aveva sempre rimpianto di non essere stato incaricato del caso di Molly Carpenter Lasch. Era convintissimo della sua colpevolezza e pensava che fossero stati il denaro e il prestigio del cognome che portava a permetterle di cavarsela così a buon mercato: solo cinque anni e
mezzo di carcere per aver ucciso il marito! Tom, che all'epoca del processo lavorava già nell'ufficio del procuratore di stato, era rimasto sgomento quando il pubblico ministero aveva accolto la proposta di un'imputazione per omicidio preterintenzionale avanzata dalla difesa. Un magistrato degno di questo nome, pensava, sarebbe andato fino in fondo, puntando a una condanna adeguata all'entità del reato. Certe concessioni lo infastidivano ancora di più quando l'imputato poteva contare su denaro e su relazioni influenti, com'era stato per Molly Carpenter Lasch. Prossimo alla cinquantina, Tom aveva dedicato tutta la vita all'applicazione della legge. Dopo aver lavorato come cancelliere, era entrato nell'ufficio del procuratore di stato, guadagnandosi nel tempo una reputazione di grande severità e rigore. Il lunedì mattina successivo all'omicidio della giovane donna, identificata dalla polizia come Annamarie Sangelo, di Yonkers, assunse un significato nuovo quando le indagini rivelarono che il vero nome della vittima era Annamarie Scalli, «l'altra donna» del caso Lasch. La deposizione della cameriera del Sea Lamp Diner e la descrizione che aveva fatto della donna con cui la Scalli si era incontrata furono più che sufficienti per Serrazzano. Quello, pensò, era un caso apeno e chiuso. «Solo che questa volta non ci saranno patteggiamenti», borbottò con aria cupa agli agenti che lavoravano con lui. 36 È importante che io sia assolutamente precisa in quello che dirò alla polizia, si ripeté più volte Molly quella notte. Annamarie è uscita dal locale prima di me. Io ho pagato il conto. Mi girava la testa, mentre andavo verso la porta. Tutto quello a cui riuscivo a pensare era Annamarie che raccontava di come Gary fosse contento del mio aborto e di quanto mi considerasse noiosa come moglie. Mi sentivo soffocare. Il parcheggio era quasi vuoto quando sono uscita, continuò a riflettere. Una delle auto posteggiate era una jeep. Era ancora lì quando sono partita, e c'era un'altra vettura che si stava allontanando. Pensando che alla guida ci fosse Annamarie, l'ho chiamata ad alta voce. C'era qualcos'altro che volevo chiederle, ma che cosa? La cameriera parlerà di me, mi descriverà. Mi riconosceranno. Mi faranno delle domande. Devo chiamare Philip e raccontargli subito tutto.
Philip pensa che io abbia ucciso Gary. L'ho ucciso davvero? Ma io so di non aver fatto nulla ad Annamarie Scalli, gemette tra sé. E se non mi credessero? No, non posso affrontare tutto da capo! Non ce la faccio. Fran. Lei mi aiuterà. Sta cominciando a credere che non sono stata io a uccidere Gary. Sono certa che mi aiuterà. Al notiziario delle sette spiegarono che la vittima di Rowayton era Annamarie Sangelo, una dipendente del Visiting Nurse Service di Yonkers. Ancora non sanno chi è, pensò Molly, ma lo scopriranno fin troppo presto. Si costrinse ad aspettare le otto prima di chiamare Fran. Percepì sgomento e incredulità nella voce dell'amica che esclamò: «Mi stai dicendo che ieri sera ti sei incontrata con Annamarie Scalli e che subito dopo lei è stata assassinata, Molly?» «Sì.» «Hai chiamato Philip Matthews?» «Non ancora. Dio, Fran, lui mi aveva sconsigliato assolutamente di farlo.» Fran ripensò ai verbali del processo che aveva letto, soprattutto alla perniciosa deposizione di Calvin Whitehall. «Lo chiamo io», disse. E dopo una breve pausa: «Ora ascoltami bene. Non rispondere al telefono. Non aprire la porta di casa. Non parlare con nessuno, neppure con Jenna, finché Matthews non sarà arrivato da te. Giuramelo». «Fran, tu credi che sia stata io a uccidere Annamarie?» «Molly, io non lo credo, ma altri lo penseranno. Cerca di stare tranquilla, ti raggiungo appena posso.» Un'ora dopo Fran entrava nel vialetto di accesso di casa Lasch. Molly, che era di guardia vicino alla finestra, aprì la porta senza darle neppure il tempo di bussare. È in stato di choc, fu il primo pensiero della Simmons. Buon Dio, è possibile che abbia realmente commesso due omicidi? Molly era cinerea e il pallore del viso gareggiava con il bianco della vestaglia di ciniglia. «Fran, non posso affrontare l'inferno un'altra volta», bisbigliò. «Piuttosto mi uccido.» L'altra s'irrigidì. «Non dirlo neppure», la redarguì, prendendole le mani. Erano fredde e tremanti. «Ho parlato con Philip Matthews, sta arrivando.
Ora vai di sopra, fai una doccia calda e vestiti. In auto ho sentito che la polizia ha identificato Annamarie. Senza dubbio verranno qui a parlare con te e non voglio che ti trovino così.» Molly assentì come una bambina obbediente e si diresse verso le scale. Fran si tolse il cappotto mentre teneva d'occhio la finestra. Non appena la notizia dell'incontro di Molly con Annamarie Scalli si fosse diffusa, i giornalisti sarebbero arrivati in massa, avidi come lupi. Ed ecco il primo, pensò vedendo un'utilitaria rossa fermarsi davanti a casa. Ma fortunatamente dall'auto scese Edna Barry. Fran corse in cucina ad accoglierla. Notò che nell'agitazione l'amica non si era neppure preparata un caffè. Ignorando l'espressione ostile della donna, disse: «Signora Barry, le dispiacerebbe mettere su il caffè e preparare qualcosa per Molly? Quello che mangia di solito a colazione». «È successo qualcosa a...?» Il campanello troncò a metà la frase. «Vado io», disse subito Fran. Fa' che sia Matthews, pregò. Era lui, ma il sollievo della giornalista durò poco. L'espressione dell'avvocato le confermò subito la fondatezza dei propri timori: tutti si sarebbero affrettati a giudicare Molly colpevole. Matthews non perse tempo: «Grazie per avermi chiamato, signorina Simmons, e per avere avvertito Molly di non parlare con nessuno prima del mio arrivo. Sono certo che i nuovi sviluppi devono sembrarle un vero colpo di fortuna. L'avverto, però, che non le permetterò di interrogare Molly e neppure di assistere al nostro colloquio». La sua espressione determinata era la stessa che aveva sul viso fuori del carcere, quando aveva cercato di impedire a Molly di parlare alla stampa. Forse la crede colpevole dell'omicidio di Gary, pensò Fran, ma di certo è l'avvocato giusto per lei. Farebbe qualunque cosa per proteggerla. Era un pensiero confortante. «Signor Matthews, conosco la legge quanto basta per sapere che le sue conversazioni con Molly sono privilegiate, e che in quanto giornalista io non godo dello stesso trattamento. Temo però che lei sia ancora persuaso della colpevolezza di Molly; ne ero convinta anch'io, ma in questi ultimi giorni ho cominciato a nutrire molti dubbi. Quanto meno, ho parecchi interrogativi a cui vorrei trovare una risposta.» Fran trovò esasperante lo sguardo gelido di Philip Matthews. «Immagino stia pensando che è uno dei nostri trucchetti del mestiere»,
proruppe. «Be', si sbaglia. Voglio bene a Molly, voglio aiutarla a scoprire la verità, per quanto dolorosa possa essere. E se lei non riesce a mantenere un atteggiamento po' più aperto per quanto riguarda le autentiche responsabilità di Molly, allora dovrebbe rinunciare al mandato.» Gli voltò le spalle. A questo punto ho bisogno di una tazza di caffè almeno quanto Molly, decise. Matthews la seguì in cucina. «Senta, Fran... si chiama Fran, vero? È così che la chiamano i suoi amici?» «Sì.» «È evidente che quando parlerò con Molly lei non potrà essere presente, ma le sarei grato se volesse dirmi tutto quello che sa e che ritiene possa essermi di aiuto.» Non c'era più traccia di antagonismo sul suo viso. Fran rimase colpita dal modo in cui aveva pronunciato il nome di Molly... come se volesse proteggerla. Per lui è molto più di una semplice cliente, si rese conto. La scoperta la rassicurò enormemente. «In effetti, ci sono parecchie cose di cui vorrei discutere con lei», ammise. La signora Barry aveva preparato un vassoio con la colazione. «Caffè, succo d'arancia, qualche toast e un muffin, nel caso Molly avesse voglia di mandare giù qualcosa», spiegò. Fran e Matthews si versarono il caffè dal bricco sui fornelli. La giornalista aspettò che la domestica fosse uscita dalla cucina prima di chiedere: «Sapeva che all'ospedale rimasero tutti molto sorpresi nello scoprire che Annamarie aveva una relazione con Gary Lasch? Pensavano che fosse innamorata del dottor Morrow, un altro medico del Lasch Hospital. E sapeva che Jack Morrow fu assassinato nel suo ambulatorio appena due settimane prima dell'omicidio di Gary? Ne era al corrente?» «No.» «Ha mai incontrato Annamarie Scalli?» «No, il caso si è risolto prima che lei fosse chiamata a testimoniare.» «Ricorda se si parlò di una chiave di scorta che i Lasch tenevano in giardino?» Matthews si accigliò. «Forse sì, ma in questo caso non si trattava di un elemento rilevante. Molto francamente, considerate le modalità dell'omicidio e le prove a carico di Molly, credo le indagini siano cominciate e finite con lei. Vada di sopra, ora, e la informi che devo vederla subito», continuò. «So che c'è un salottino adiacente alla sua camera; le parlerò lì prima
che arrivi la polizia. Dirò alla signora Barry di farli aspettare di sotto.» Proprio in quel momento Edna irruppe in cucina, con un'espressione angosciata. «Molly è a letto, completamente vestita e con gli occhi chiusi», gridò. E dopo una pausa: «Mio Dio, è tutto proprio come l'altra volta!» 37 Il dottor Black iniziava sempre la giornata con una rapida verifica dell'andamento del mercato azionario internazionale su un canale televisivo via cavo. Consumava quindi una colazione spartana, durante la quale esigeva che venisse rispettato un silenzio assoluto, poi si recava al lavoro in auto ascoltando musica classica. Giunto all'ospedale, a volte faceva due passi prima di mettersi alla scrivania. Quel lunedì mattina c'era il sole. Di notte la temperatura era salita di parecchi