STEVE MOSBY 50/50 KILLER (The 50/50 Killer, 2007) A Lynn PROLOGO «Non dobbiamo andarci per forza, se non te la senti», d...
20 downloads
1198 Views
1MB Size
Report
This content was uploaded by our users and we assume good faith they have the permission to share this book. If you own the copyright to this book and it is wrongfully on our website, we offer a simple DMCA procedure to remove your content from our site. Start by pressing the button below!
Report copyright / DMCA form
STEVE MOSBY 50/50 KILLER (The 50/50 Killer, 2007) A Lynn PROLOGO «Non dobbiamo andarci per forza, se non te la senti», disse lei. John Mercer si guardò allo specchio e non rispose. Si limitò a fissare le mani della moglie che, da dietro, gli sistemava la cravatta. Si prendeva cura di lui, come aveva sempre fatto. Sollevò appena il mento, per facilitarle il lavoro. Lei fece un nodo lento, che poi strinse dolcemente. «Capirebbero.» Come avrebbe voluto che fosse vero. A prima vista, magari si sarebbero dimostrati comprensivi, ma in realtà tutti l'avrebbero letto per quello che era: sottrarsi al proprio dovere. Non faticava a immaginare le chiacchiere in mensa. Tutti a commentare la sua assenza: certo che l'ha presa proprio male, avrebbero detto, e quello che davvero pensavano era che almeno al funerale avrebbe dovuto farsi vedere, per quanto stesse male. Stringere i denti e assumersi le sue responsabilità. Era il minimo che poteva fare. E avrebbero avuto ragione. Non andarci sarebbe stato imperdonabile. Anche se non aveva idea di come se la sarebbe cavata. Eileen gli infilò l'estremità della cravatta tra i bottoni della camicia e lisciò il tutto. «Non dobbiamo andarci per forza, John.» «Tu non capisci.» Alla luce del mattino, l'aria nella stanza aveva uno splendore azzurro metallico. La sua pelle riflessa nello specchio era bianca e flaccida, il viso quasi esanime. Quanto al corpo, be', doveva ancora sforzarsi un po' per abbracciarsi completamente, ma certo non si sentiva più robusto come prima. Ogni volta che sollevava qualcosa gli sembrava immancabilmente più pesante di quanto si fosse aspettato. Si stancava troppo in fretta. In quel preciso istante, la sua espressione era una via di mezzo fra la tristezza e il vuoto totale. Lungo il percorso, chissà dove, era invecchiato. Sembrava un'evoluzione piuttosto recente. Eileen gli disse: «Posso capire che tu non ti senta bene». «Sto bene.» Ma non era vero. Al semplice pensiero di stare in piedi di fronte a tutta
quella gente, gli si stringeva il cuore, sempre più stretto. Se ci pensava troppo, diventava difficile persino respirare. Dietro di lui, Eileen sospirò. Poi lo abbracciò all'altezza delle spalle, appoggiandogli il viso contro la schiena. Si sentì sollevato. Quando lei lo abbracciava, sentiva di essere soltanto quello che era, in quel posto e in quel momento, e scordava tutti i doveri e le responsabilità, tutto il peso che gli gravava addosso. Lentamente sollevò una mano, a coprire quella di lei. Aveva mani piccole e calde. Rimasero per un momento in quella posizione, marito e moglie che si abbracciavano, e lui si guardò nello specchio. Nonostante la stretta confortante di Eileen, lui sembrava ancora una statua, raffigurata in un momento di vuoto totale. Ogni tanto un barlume di emozione gli accendeva lo sguardo, ma era come quando si scorgono schegge di terreno da un aereo, in mezzo alle nuvole. La sua mente non riusciva a trovare un posto sicuro per atterrare. Ma non poteva neppure restare in volo per sempre. Diede un'ultima strizzata alle mani di Eileen e si liberò dall'abbraccio. «Devo fare le prove del discorso.» I funerali erano sempre tristi per centinaia di motivi, ma lui rimase colpito dalla quantità di gente. Di certo ogni trapassato rimarrebbe sorpreso nell'accorgersi di com'era stato popolare e di quante vite avesse sfiorato, magari senza neppure accorgersene. La morte aveva la singolare capacità di radunare coloro che avevano avuto anche solo un vago rapporto col defunto. Venivano sempre tutti. Ai funerali di un poliziotto, l'effetto s'intensificava. Mercer si guardò attorno: c'era la maggior parte del dipartimento, compresi agenti che non avevano mai lavorato con Andrew e che forse neppure lo conoscevano. Condotti lì dal senso di responsabilità e di appartenenza alla medesima famiglia. Ognuno di loro, entrando, si era fermato a rendere omaggio alla famiglia di Andrew e poi era andato a sedersi sul lato destro della cappella, quella riservata ai colleghi. Erano quasi tutti in uniforme. Mercer era seduto in prima fila, su quello stesso lato, attorniato dagli altri membri della squadra. Eileen sedeva in fondo a sinistra, e lui continuava a guardarsi indietro, sperando di vederla. Quando ci riusciva, sentiva allentarsi leggermente la sensazione di panico e si rilassava sulla panca. Avvertiva un desiderio crescente e disperato di stare vicino a lei, ma il suo posto era quello, con Pete, Simon e Greg. Sedevano tutti e quattro in silenzio; al centro della cappella c'era il quin-
to, dentro la bara. Mercer continuava a fissarla. Non era forse troppo piccola per contenere l'uomo che aveva lavorato per lui - con lui - per tutti quegli anni? La morte rimpiccioliva. Ecco un altro aspetto triste dei funerali. Persino in una cerimonia religiosa, in fondo, si avvertiva l'assenza di Dio. Raddrizzò il capo e ascoltò il mormorio soffocato delle conversazioni, lo scalpiccio delle persone che raggiungevano i banchi. Di tanto in tanto echeggiava una folata di colpi di tosse, simile al frullio di uno stormo di uccelli impigliati fra le travi del tetto. Alla fine entrò l'officiante e prese posizione dietro il leggio. Scese il silenzio. L'uomo parlava attraverso un microfono che amplificava la sua voce, ma soltanto di poco. «Siamo oggi qui riuniti per rendere omaggio alla vita e alla memoria di Andrew Dyson, caduto il quindici dicembre nell'adempimento del dovere. Andrew non era credente, quindi si è preferito evitare una cerimonia religiosa. Io sono un officiante accreditato presso la Humanist Association, e mi trovo qui per celebrare una cerimonia laica.» Sollevò lo sguardo verso il fondo della cappella, il volto soffuso di luce ambrata. «Il mondo è una comunità di cui Andrew ha fatto parte insieme con tutti noi», riprese. «Nella vita di tutti i giorni, mentre ci occupiamo dei fatti nostri, è facile dimenticarsene. Ma in effetti la vita e la morte di ciascuno di noi coinvolgono e influenzano tutti gli altri.» Mercer diede un'occhiata alla sua sinistra e scorse la moglie di Andrew. Era seduta tra le due figliolette, le teneva strette per mano, cercando di farsi forza per loro. Quando si era presentato a casa sua per informarla della morte del marito, lei aveva pianto intensamente e a lungo, ma si era anche dimostrata concreta e piena di buonsenso. Quella sera, le era rimasto a lungo seduto accanto, ed era stato allora che lei gli aveva chiesto di tenere l'elogio funebre per Andrew, durante la cerimonia. Non aveva potuto rifiutare, ma già allora si era sentito travolgere dal panico. E adesso eccolo alla testa di un lato della cappella, proprio come lei era alla testa dell'altro. Però non aveva neppure una briciola della risolutezza di quella donna. «Possiamo anche essere privati del conforto di un amico o di un collega stimato, ma non del conforto di averlo avuto con noi. Certo, abbiamo subito una perdita, eppure dobbiamo riflettere non solo sulla scomparsa di un amico, ma anche sul beneficio che abbiamo tratto dalla sua amicizia.» L'officiante diede un'occhiata agli appunti che aveva davanti e riprese: «La morte non può essere cancellata né revocata. Abbiamo tuttavia la possibili-
tà di trasformarla, perseverando nell'amore per coloro che ci hanno lasciato, e amandoci l'un l'altro». Fu a quel punto che Mercer iniziò a rendersi conto che qualcosa non andava. Cominciò con una specie di ronzio acuto nelle orecchie. Mentre fissava l'officiante, tutto ciò che lo circondava sembrò diventare sfocato e lontano. Fu attraversato dai brividi e il cuore prese a battergli all'impazzata. Qualcosa non andava. «Il distacco definitivo della morte porta con sé dolore e tristezza», stava dicendo l'officiante. «Chi nutre sentimenti più profondi proverà anche un più profondo dolore. Nessuna religione e nessuna disciplina di pensiero sono in grado di prevenire una reazione così naturale.» Mercer si voltò, guardando la gente che si affollava alle sue spalle. Un mare di corpi e di teste. In fondo alla cappella, la porta era spalancata, e altra gente era accalcata oltre la soglia. «Eppure, quale che sia la relazione interrotta dalla morte e quale che sia il nostro credo personale, di una cosa possiamo essere certi: coloro che ci hanno lasciato sono finalmente in pace.» Mercer cercò di cogliere qualche volto familiare, ma in quella massa di gente non riusciva a individuare nessuna faccia conosciuta, anche se alcune teste si voltarono a guardarlo. Qualche sguardo cominciò a puntare verso di lui. L'officiante aveva smesso di parlare. Mercer si voltò, accorgendosi che l'uomo aveva lasciato libero il leggio e stava guardando lui, in attesa. Aveva perso l'attacco. Educati colpi di tosse echeggiarono nella cappella, mentre lui si alzava e si avviava verso il leggio. I fogli che aveva preparato erano già al loro posto. Li raccolse con mani tremanti e si avvicinò al microfono. «Sono John Mercer», esordì. «Mi sento nel contempo molto triste e molto onorato per essere qui oggi a parlare davanti a voi. Mi sento onorato di aver conosciuto Andrew Dyson, sia come amico sia come collega.» Ascoltava la propria voce che pronunciava le parole, ma gli sembrava che venissero da un'altra persona. Sudava freddo. Si sentì improvvisamente debole e fragile come un vecchio, e il cuore gli batteva così forte che sembrava volesse schizzargli fuori dal petto. «Ho lavorato... Ho avuto il piacere di lavorare con Andrew per cinque anni.» Deglutì.
Dalla prima fila, gli uomini della sua squadra lo fissavano, preoccupati. Pete, il suo vice, aveva la fronte aggrottata. Sciolse le braccia che aveva tenuto conserte, come se volesse alzarsi per raggiungerlo. Mercer scosse il capo: Sto bene. Ma non era vero. Faceva caldo, là dentro, eppure lui aveva i brividi. Le gambe... «In quel periodo...» Eileen. La cercò con lo sguardo, in fondo alla cappella. Aveva una vaga idea di dov'era, ma adesso che aveva bisogno di vederla non riusciva più a localizzarla. Continuò a parlare e a cercarla, sentendo crescere il terrore davanti a ogni volto che non era quello della moglie. «In quel periodo si è dimostrato uno dei collaboratori più professionali con cui abbia mai avuto modo di lavorare.» Qualcosa colpì la sua attenzione... ma poi lui lo perse. Cercò di rintracciarlo. «Spero che possa essere di qualche conforto...» Infine lo ritrovò, e le parole gli vennero meno. Una faccia in mezzo a tutte le altre, che lo fissava, inquisitoria. Non era Robert Parker? Parker, quello che aveva assassinato cinque ragazzini in una città poco più a sud? L'ultima volta che Mercer l'aveva visto era stato in una stanza ben illuminata. Parker, vestito di arancione, si stava accendendo una sigaretta, i movimenti resi goffi dalle manette. Qualche mese più tardi era morto, ucciso da un altro detenuto. «... di qualche conforto per la moglie di Andrew e per i suoi figli.» Esitò. Non poteva essere Parker. Ma poi vide l'uomo seduto due file più indietro. Capelli impomatati sopra un viso rotondo, infantile. Sam Phillips. Mercer aveva fatto da consulente per quel caso, e dell'uomo aveva visto solo alcune foto. Però aveva esaminato l'attrezzatura di ferro arrugginito costruita da Phillips nel seminterrato di casa. Neppure lui poteva essere lì: era in prigione a centinaia di chilometri di distanza. Parker e Phillips si alzarono. «No», disse Mercer. Si guardò rapidamente attorno e vide altri uomini che si stavano alzando in mezzo alla folla. Li fissò, il respiro più affannoso a ogni volto che riconosceva. Charles Yi, che era penetrato nell'abitazione di tre donne e aveva lascia-
to i loro cadaveri incatenati ai radiatori. Jacob Barrett, l'assassino della cava. «No.» Craig Harris, che aveva sterminato famiglie intere, l'una dopo l'altra. E quell'ultima figura, che si stagliava solitaria in fondo alla cappella. Mercer non riusciva a distinguerla con chiarezza, perché era immersa nell'ombra. Però c'era qualcosa che non andava nella forma della sua testa. C'erano anche delle corna... Si mossero all'unisono, da ogni lato, scivolando tra le ginocchia della gente seduta e puntando verso il passaggio al centro. Tutti con lo sguardo fisso su di lui. Si sentì sprofondare. Nessuna tensione, non più. Non c'era niente. Non esisteva nemmeno più. L'unica cosa che restava, l'unica sensazione che ancora provava, era il terrore assoluto. «No.» Pete era accanto a lui. Gli appoggiò una mano sul braccio... «John, va tutto bene.» ... ma Mercer si divincolò e lo guardò in faccia. «Non li vedi?» gli chiese, indicando il corridoio. Pete aveva sempre un'aria triste, da cane bastonato, però Mercer non l'aveva mai visto con un'espressione così affranta. Non riuscì a sostenere lo sguardo del suo capo e abbassò gli occhi, la bocca piegata in una smorfia triste. «John...» mormorò Pete. «Vieni a sederti, ti prego.» «No, tu non capisci!» Mercer guardò di nuovo verso il passaggio centrale. Procedevano lentissimi, col passo dei morti. E lo fissavano con occhi vuoti. Pete gli rimise una mano sul braccio. «John, sono io... sono Pete.» «Tu non capisci.» «Ma sì.» Pete lo cinse con un braccio. «Sì che capisco.» Mercer esitò, smarrito, poi lo abbracciò e si mise a piangere. Pete lo tenne stretto e gli sussurrò: «Va tutto bene. Andiamo». Lo accompagnò lungo il passaggio. Mercer cercò di tenere gli occhi serrati. Quando li apriva, anche solo per un istante, scorgeva quei volti pallidi vicino al suo, quegli occhi che lo guardavano passare. Si lasciò guidare da Pete, mentre Greg e Simon li seguivano. A metà della cappella, sentì che Eileen gli toccava l'altro braccio. La folla si aprì per lasciarli passare. E, in quel modo, stretti come per proteggersi, uscirono nella luce.
DUE ANNI DOPO PARTE PRIMA «Iniziando un'indagine, una delle prime cose che s'imparano è che non bisogna saltare alle conclusioni. E fino a un certo punto è anche vero. Per esempio, mai dare nulla per scontato all'arrivo sulla scena del crimine, per quanto chiara e ovvia possa sembrare. Qualsiasi decesso in assenza di testimoni va considerato (e trattato) come un omicidio, almeno finché non si dimostri il contrario, e le indagini devono essere condotte di conseguenza. Anzitutto è necessario individuare ogni traccia evidente e basare le proprie deduzioni esclusivamente su quelle. Devono essere i fatti a stabilire l'andamento del caso e bisogna lasciare che siano essi a condurci verso l'inevitabile destinazione. «Tutto assolutamente vero, ma, come potrà dirvi ogni agente con un minimo di esperienza, c'è sempre spazio per l'istinto. Col passare degli anni, si perfeziona la sintonia di quella voce interiore, s'impara ad ascoltarla anche quando gli altri non la sentono. E, finché si resta nell'ambito del buonsenso, non c'è niente di male nel seguire la direzione che essa ci indica.» da Il danno è fatto di JOHN MERCER 2 dicembre, ore 17.15 14 ore all'alba Difficile che la gente vada in soffitta. E ciò valeva anche per Kevin Simpson. C'era salito giusto una volta, quando si era trasferito in quella casa; aveva infilato testa e spalle nell'apertura polverosa, illuminato in giro con la torcia e si era baloccato con la vaga idea di sfruttare quello spazio in qualche modo, già sapendo che non l'avrebbe mai fatto. Dopodiché era ridisceso lungo la precaria scaletta retrattile e se n'era completamente scordato. Se ci fosse tornato quel giorno - quattro anni dopo la prima, breve esplorazione - ci avrebbe trovato il diavolo, accucciato in un angolo e immerso in una luce azzurrognola.
Il diavolo era quasi completamente immobile, concentrato sul piccolo monitor che aveva davanti. Attraverso un auricolare, ascoltava ciò che veniva trasmesso dall'attrezzatura di sorveglianza piazzata nella casa sottostante. È probabile che, in un primo momento, Simpson non avrebbe neppure capito cos'aveva di fronte. Forse avrebbe pensato che non era reale, che quel diavolo era soltanto un'incongrua, vecchia statua accovacciata. Con la luce che balenava su quel volto implacabile, poteva quasi sembrare il cadavere di un uomo in una stanza buia, col televisore ancora acceso. Ma Kevin Simpson, come la maggior parte della gente, non andava mai in soffitta. Il diavolo aveva passato giornate intere lassù senza essere disturbato Aveva dormito direttamente sopra la sua testa, con le provviste in una borsa e la spazzatura in un'altra. Lo aveva spiato. Quel giorno lo aveva trascorso a osservare e ad ascoltare la coppia che si muoveva per casa, inconsapevole della sua presenza sopra di lei. La ragazza era arrivata alle nove e un quarto di mattina. Avevano preso un caffè e mangiato insieme. Avevano chiacchierato. La ragazza se n'era andata alle quattro e un quarto. Tutto quello che avevano detto e fatto, il diavolo l'aveva sentito e visto. Quando la ragazza se n'era andata, lui aveva aspettato. E aspettato. Alla fine si mosse. Si alzò dall'angolo, mentre la luce del monitor gettava lunghe ombre alle sue spalle. Gli oggetti essenziali - la corda e il liquido infiammabile - erano nascosti di sotto, nella stanza per gli ospiti di Simpson. Prese il martello e scivolò agilmente lungo le travi fino alla botola. Un giorno in cui Simpson era fuori, al lavoro, aveva oliato bene il chiavistello e il meccanismo della scaletta metallica: si aprirono silenziosamente. Dall'ingresso sottostante, in soffitta penetrò un raggio di luce, illuminando le ragnatele grigie che pendevano dai travicelli. Poi il diavolo scese. Il risveglio di Kevin Simpson era avvenuto in un momento preciso. Il ritorno alla realtà era stato più che altro un graduale acuirsi della coscienza. Aveva tenuto gli occhi chiusi. Gli era sembrata la cosa più sensata, benché non fosse ancora in grado di capire perché. Anche senza un suo apporto cosciente, le sensazioni si erano fatte più definite. Lo sciacquio di un calore bagnato su tutto il corpo.
Una vaga pressione attorno. L'aria fresca sul viso... però accompagnata dalla sensazione del sudore che gli imperlava la fronte e il naso. Quanto alla temperatura, era come trovarsi nella sauna del Leisure Club. Cera acqua che scorreva e sciabordava. Bolle calde gli ribollivano attorno ai piedi. Sono nella vasca da bagno. Si era biasimato all'istante. Se non ci penso, non è vero. Ma non poteva negare tutto e, pur con riluttanza, era stato costretto a registrare altre sensazioni. Benché ancora indistinto, il mondo aveva cominciato a prendere forma attorno a lui. Sapeva di essere disteso, nudo e immerso nell'acqua. Sentiva la porcellana dura contro la nuca, e le pareti della vasca contro le braccia. E un dolore tremendo e pulsante alla spalla... Era stato allora che si era ricordato dell'intruso. C'era un uomo in camera sua, gli era saltato addosso e... Travolto dal terrore, aveva provato a dibattersi, però una corda gli bloccava le braccia lungo i fianchi. Anche i piedi erano legati. Gli era entrata dell'acqua nel naso. Aveva cercato di tossire, ma invano... Gesù, aveva anche qualcosa sopra la bocca... Il panico era diventato un trillo acuto nella sua testa. Aveva soffiato disperatamente l'acqua fuori dal naso, cercando di aspirare aria. In bocca aveva un liquido amaro e salato. Aveva ingoiato freneticamente, cercando di non vomitare. «Sta' calmo, altrimenti finisce che affoghi.» Kevin s'immobilizzò di colpo, con gli occhi sempre chiusi. Un ladro. Se si fosse sforzato di dimenticare che, dopo che lei se n'era andata, si era seduto al computer per scriverle un'email, forse Kevin si sarebbe convinto di aver soltanto disturbato un ladro. Poco importava che, girandosi, l'avesse visto improvvisamente sulla soglia, con una maschera da diavolo sul viso e un martello in mano. Quell'uomo era soltanto in cerca di soldi ed era stato costretto a legarlo. Ben presto avrebbe preso quello che voleva e se ne sarebbe andato. Quando lui chiuse i rubinetti, Kevin sentì un cigolio e poi nient'altro che il rumore smorzato dell'acqua nelle tubature. Come se le vene della casa ribollissero sotto l'intonaco. «Apri gli occhi.» Non voleva, però obbedì. Il bagno era saturo di vapore: una patina umi-
da e opaca sulle ante a specchio dell'armadietto. Se lo sentiva anche sulla fronte, gli colava lungo le tempie. L'uomo era seduto sul coperchio del water, accanto alla vasca. Portava ancora quell'orrenda maschera: pelle rosa di gomma; mazzetti di peli neri appiccicati sul mento e, sopra la testa, corna che sembravano fatte di vecchie ossa. Il diavolo. Kevin si limitò a fissarlo. «Così va meglio», disse l'altro, annuendo. Kevin si rese conto di essere disteso e legato in una vasca piena di acqua calda, alla mercé di quello spaventoso estraneo. Di uno che indossava quella maschera. È uno sbaglio, pensò. Dev'essere uno sbaglio. L'uomo allungò una mano e raccolse il martello che era ai suoi piedi. Il terrore di Kevin aumentò, ma stavolta lui cercò di rimanere assolutamente immobile. Non affogare. «Mi dispiace per tutto questo.» L'uomo guardò l'arma, perplesso. Come se non fosse ben certo del danno che avrebbe potuto provocare. «Può darsi che tu ne esca vivo e, in tal caso, mi dispiace di averti colpito. È stato necessario.» Può darsi. Necessario. «Se hai capito, fa' un cenno col capo.» Kevin annuì meglio che poté. Era uno sbaglio, continuava a ripetersi. Se soltanto quel tipo gli avesse tolto il bavaglio, permettendogli di parlare, avrebbe potuto spiegarsi. L'uomo posò il martello. «So a chi stavi scrivendo», disse. «Vi ho osservati tutti e due, per un bel po'.» Oh, Gesù. «E ho anche letto le altre e-mail che vi siete scambiati. Ho tutte le tue password. Ho anche la copia delle tue chiavi... le ho ricavate dalle impronte che ho preso da tutte le serrature. Vedi?» Sollevò un enorme mazzo di chiavi e lo scrollò. Gli occhi di Kevin saettarono dall'una all'altra chiave, ma lui le muoveva troppo velocemente perché potesse distinguere le sue. Ma non importava. Annuì lo stesso. L'uomo appoggiò le chiavi in terra. «A volte entro in casa tua quando non ci sei. Frugo nelle tue cose, leggo le tue lettere, dormo nella tua soffitta, ti seguo quando vai e torni dal lavoro.» Allora non era uno sbaglio. Kevin fissò l'uomo e cercò di ripercorrere il
passato, di ricordare se avesse visto qualcuno o qualcosa di sospetto. Niente. Di solito badava ai fatti suoi e basta, no? Senza dare troppa importanza a chi aveva attorno. Uno in gamba poteva seguirlo senza problemi. «Tu non mi hai mai visto», disse l'uomo. «Sto sempre attento. Però io ho visto te e lei. Vi ho osservati tutto il giorno, entrambi.» Kevin annuì con cautela. Dalla fronte il sudore gli scorreva negli occhi, e lui sbatté le palpebre per liberarsene. L'uomo dalla maschera di diavolo allungò una mano e raccolse di nuovo qualcosa da terra. Una latta rossa e gialla. Liquido infiammabile. Lo stomaco di Kevin diventò di colpo gelido, contratto, morto. Lui cercò di ritrarsi, ma non riusciva a muoversi. Si accorse invece di essersi pisciato addosso. L'uomo intrecciò le mani, tenendo la latta nel mezzo. Una latta di quelle con cui spruzzare la carbonella del barbecue per far divampare meglio le fiamme. La stava puntando vagamente in direzione di Kevin. Inclinò la testa e persino attraverso la maschera riuscì a sembrare pensieroso. «Adesso facciamo un gioco sull'amore», disse. 3 dicembre, ore 7.23 8 minuti dopo l'alba Era sufficiente. Il corpo di Simpson sussultava ancora nell'acqua, ma lui aveva smesso di lottare. Attraverso il fumo che invadeva la stanza, il diavolo vide che la maggior parte dei capelli era bruciata e la pelle del viso carbonizzata. Non sembrava più in grado di respirare. Se ancora non era morto, lo sarebbe stato presto. Era sempre una questione di gradi. Spense il registratore digitale e controllò il display. Otto minuti e quindici secondi di audio. Gliene sarebbe servito solo una minima parte. Il bagno puzzava, e lui fu lieto di tornare sul pianerottolo, chiudendo la porta su quel macello. Sopra la sua testa ciondolavano i fili del rilevatore di fumo che aveva messo fuori uso prima di concludere il gioco, in modo che l'allarme non turbasse la morte di Simpson. Prima di andarsene, doveva ancora sistemare alcune cose. Aveva lasciato Simpson da solo per brevi periodi, approfittandone per far sparire dalla casa ogni traccia del suo equipaggiamento di sorveglianza. Non che avesse
molta importanza, ormai, ma quell'attività l'aveva tenuto occupato, in attesa che Simpson riprendesse conoscenza. Aveva anche controllato se erano arrivate delle e-mail. Si chiese cosa stesse facendo in quel momento la ragazza che era stata lì il giorno prima. Probabilmente dormiva, inconsapevole di quello che aveva provocato. Ma non lo sarebbe rimasta a lungo. C'erano ancora un paio di cose da prendere. Scese al piano di sotto, infilandosi il registratore nella tasca della tuta. Gli sarebbe servito per la telefonata. 3 dicembre, 8.40 22 ore e 40 minuti all'alba Mark Considerato quanto ne sentivo la mancanza, era strano che sognassi così raramente Lise. Negli ultimi sei mesi, era successo forse una manciata di volte, e anche allora non avevo sognato proprio lei. Ogni volta brillava per la sua assenza. Proprio come quand'ero sveglio. Il sogno di quella mattina non era stato diverso dal solito. Ero seduto sulla spiaggia, in calzoni corti, a fissare l'orizzonte. Avevo la pelle umida e coperta di sabbia, e rabbrividivo. Davanti a me, il mare era calmo e tranquillo, le onde si frangevano leggere sulla riva. Le creste si arrotondavano piano, si assottigliavano distendendosi sulla battigia, prima di ritrarsi con un lieve sibilo. Il cielo sopra di me era azzurro e indistinto, e in lontananza si schiariva gradatamente, sino a confondersi con la superficie del mare. Uno strano alfabeto di uccelli disegnava frasi in corsivo su quello sfondo. Nient'altro. In apparenza un sogno del tutto innocuo, eppure mi svegliai sconvolto, oppresso da una disperazione schiacciante. Per un attimo, non riconobbi neppure la stanza quasi vuota che avevo attorno. Cosa...? Poi ricordai il trasloco da un capo all'altro del Paese. L'appartamento, il lavoro. Cercai di strofinarmi via il sonno dagli occhi, e mi ritrovai la mano bagnata di sudore. Cristo, Lise, pensai. Hai scelto il giorno giusto per venirmi a trovare. Poi mi fermai, perché c'era qualcosa che non andava. Mi ci volle solo un istante per capire cosa. Nella mia nuova camera da letto si sentiva della musica. Eppure avevo il vago ricordo di una musica completamente diver-
sa sentita appena prima di ripiombare nel sogno. Girai la testa di lato e diedi un'occhiata alla radiosveglia. «Merda!» esclamai, ma non bastava. «Oh, cazzo!» Avrei dovuto fare la doccia e prendere il caffè già da un'ora. Chiusi gli occhi. Hai proprio scelto il giorno giusto per venirmi a trovare. Un uomo di minor conto sarebbe schizzato fuori dal letto di corsa, ribadendo i concetti di «merda» e «cazzo» a volume sempre più alto, ma c'erano cose più importanti dell'essere in ritardo. Perciò me ne restai disteso per qualche altro secondo a respirare profondamente, cercando di mantenere la presa sul sogno che già svaniva. La disperazione opprimente rimase, ma a volte persino la disperazione è meglio di niente. A volte è la sensazione giusta da provare. Hai scelto davvero il giorno giusto per venirmi a trovare, pensai. Ma sei sempre la benvenuta. E solo allora, finalmente, mi strappai dal letto e mi precipitai in corridoio, cercando di ricordare dove diavolo fosse il bagno nella mia nuova casa. Alle nove e mezzo, in ritardo di mezz'ora per il mio primo giorno di lavoro, parcheggiai sulla ghiaia scricchiolante di un posto auto delimitato da catene. Il tempo si annunciava schifoso e deprimente, un giusto sfondo per la mia frustrazione. Il cielo era chiazzato di nuvole sudicie, come neve fradicia dopo una giornata d'impronte melmose. Sembrava indeciso se mettersi a piovere sul serio o no; per il momento, si limitava a incupirsi e sputacchiare di tanto in tanto. I cigli erbosi che delimitavano gli spazi del parcheggio si erano trasformati in fanghiglia. Lungo il tragitto, il meteorologo di una radio locale aveva annunciato allegramente che c'erano notizie buone e notizie cattive. Avrebbe smesso di piovere nella tarda mattinata. Però dopo sarebbe arrivata la neve. All'estremità opposta del parcheggio si stagliava il primo edificio della centrale di polizia, tozzo e quadrato. Dietro, s'intravedeva una ragnatela di edifici collegati da passerelle di cemento beige, e le rare finestre visibili riflettevano il cielo scuro senza rivelare nulla dell'interno. Quand'ero stato lì, un mese prima, per il colloquio, mi era venuto da pensare che il dipartimento sembrava più il luogo adatto a commettere un delitto, che quello in cui andare a denunciarlo. Pareva un manicomio in disuso. Spensi il motore dell'auto, e il picchiettio della pioggia sul tettuccio si
fece più smorzato. Le gocce coprirono il parabrezza, offuscando gradualmente la visuale. In ritardo il primo giorno. Non sarei sembrato meno professionale se mi fossi presentato con un costume da clown. Per un attimo tamburellai con l'indice destro sul gomito sinistro, ma non potevo farci più niente e così la piantai di tirarla per le lunghe, mi ricomposi, scesi dall'auto e attraversai il parcheggio, diretto all'ingresso. La zona della reception era standard: soffitto nero sopra, moquette consumata sotto e pallidi tramezzi di calcestruzzo a suddividere lo spazio nel mezzo. C'erano brochure appese ai tabelloni - PROTEGGI LA TUA BICICLETTA! - e una fila di seggiole di plastica arancioni in una saletta d'attesa dove non c'era nessuno in attesa. Se da fuori somigliava a un ospedale psichiatrico, dentro ricordava piuttosto un centro sportivo. Dietro il banco della reception, di fronte alla porta, erano sedute due ragazze ragionevolmente attraenti. Quando mi avvicinai, quella sulla sinistra mi sorrise e io ricambiai il sorriso. Aveva i capelli castano chiaro raccolti in un'ordinata coda di cavallo, e un trucco leggero applicato con cura. L'altra ragazza, con la cuffia da centralinista, era indaffarata a smistare telefonate. «Salve. Sono il detective Mark Nelson, il nuovo membro della squadra di John Mercer.» «Ah, sì.» Si allungò per prendere un portablocco. «Il nuovo tirapiedi di Mercer. La aspettavamo.» «Un traffico spaventoso», mentii. «Non starei a preoccuparmi.» Mi passò il blocco. «Dovrebbe mettermi qualche firma.» Il mio nome era stampato in diversi punti del foglio, e io cominciai a firmare accanto a ognuno. La ragazza continuò a osservarmi per tutto il tempo. «È il suo primo incarico, vero?» Sorrisi senza sollevare lo sguardo. «Le voci corrono in fretta.» «È sorpreso?» «No, in effetti no.» E in realtà non lo ero; era ovvio che ci sarebbero state speculazioni su chiunque John Mercer avesse scelto per la propria squadra, non solo su di me. In parte per via del fatto che era più famoso di quanto potesse essere un qualsiasi altro poliziotto ancora in servizio. Oltre a essere un funzionario di polizia assai conosciuto e rispettato, era anche un personaggio ri-
chiestissimo per conferenze, convegni, consulenze, articoli, documentazioni e perfino per qualche apparizione televisiva. E, per chiudere in bellezza, aveva scritto un libro di successo sulla sua esperienza di cacciatore di killer senza nemmeno avere, prima, la creanza di ritirarsi a vita privata. Invece aveva descritto il carico eccessivo di lavoro e di pressioni che due anni prima lo avevano condotto a un esaurimento nervoso. Era un libro brutalmente sincero, ma di certo non gli aveva fatto guadagnare troppi amici. E, nel ruvido ambiente della polizia, si diceva che neppure l'esaurimento avesse contribuito alla sua popolarità. Però Mercer non era tipo da preoccuparsi troppo delle opinioni altrui. Da quando aveva ripreso il lavoro, poco meno di un anno prima, ai suoi ordini si era alternata una serie di collaboratori che, per quanto non di primo pelo, non si erano tuttavia dimostrati all'altezza dei suoi famigerati standard. Tutti motivi per cui non c'era da stupirsi se chiunque si fosse aggiudicato quel posto sarebbe stato considerato con un misto di risentimento e di pietà. Nel mio caso, sapevo bene che l'interesse sarebbe stato anche maggiore e che quelle due reazioni si sarebbero gonfiate all'estremo. In termini di esperienza, per Mercer rappresentavo l'estremo opposto dello spettro: quello era il mio primo incarico. Il che spiegava perché, in effetti, non mi sorprendeva che alla ragazza della reception fossero già arrivate tutte le voci possibili. Probabile che in quel momento ne sapesse più lei di me. «Il primo incarico», ribadì, scuotendo la testa con finta compassione. «E le tocca Mercer. Certa gente nasce proprio sfortunata.» «Ah, ma è proprio quello che volevo.» «Be', ne riparliamo tra una settimana.» Sorrise, ma non ero sicuro che stesse scherzando. «Intanto guardi in su e faccia ciao ciao alla macchina fotografica.» C'era una palla nera che pendeva dal soffitto. Sollevai il viso e notai la luce rossa di lato. Flash. Faccia ciao ciao alla macchina fotografica. Quella foto mi ritrae com'ero all'epoca: poco meno di trent'anni, altezza superiore alla media, corporatura atletica che sembrava più snella per via dell'abito nuovo cui non ero abituato. Capelli castani, taglio corto e ordinato. Niente di speciale, a essere onesti. Neppure un granché come foto, ma io e le macchine fotografiche non siamo mai andati troppo d'accordo.
Sembra che abbiano l'abitudine di sorprendermi sempre a metà tra due espressioni. In quella foto sembro abbastanza deciso e sicuro di me, ma si scorge anche un certo nervosismo. Di persona, faccia a faccia, riuscirei a nasconderlo meglio. Ma quella foto mi ha scoperto. La foto correda un file che contiene una sintesi della mia storia personale. Nome: Mark Nelson. Età: ventotto anni. A quel punto ero ormai ufficialmente, anche se con poco successo, un detective. Da circa mezz'ora. Il mio background. Per formazione, ero quello degli interrogatori: la mia specializzazione era parlare con indiziati, vittime, testimoni, nonché condurre indagini porta a porta. Mettere la gente a proprio agio per poi scucire le giunture dei loro segreti. Prima di entrare in polizia, avevo completato un dottorato in psicologia che aveva richiesto, tra l'altro, una serie di colloqui con serial killer. Ne era emerso un certo interesse verso la materia e, da quel momento, credo di aver sempre saputo che avrei finito per lavorare nel campo della psicologia comportamentale. Proprio come nei film. Solo che non era andata proprio così. Per quanto la cosa fosse decisamente meno spettacolare, avevo scoperto di essere più portato per i colloqui, che non era il ramo in cui avevo progettato di specializzarmi. Però a volte la vita fa dei lanci a effetto, e in certi casi capita persino di prendere la palla. Il file diceva pure che mi ero diplomato all'Accademia cinque anni prima e che, da allora, avevo fatto parte del gruppo di riserva, dal quale le squadre incaricate dei singoli casi pescavano di volta in volta e secondo necessità. Non era un gran divertimento, ma qualcosa dovevo pur fare, e intanto avevo frequentato tutti i corsi di formazione di un certo interesse che mi capitavano a tiro, collezionando esperienze e incarichi di minore responsabilità. Di fatto campavo timbrando il cartellino, però continuavo a tener d'occhio ogni possibile avanzamento. Almeno in prospettiva. Due mesi prima, avevo scoperto che nella squadra di Mercer c'era un posto vacante per il lavoro porta a porta e, quando avevo letto l'annuncio, avevo pensato: Perché no? Cos'ho da perdere? Mi sarei presentato per il colloquio, avrei lasciato che le mie qualifiche parlassero per me, e avrei argomentato la mia candidatura di persona come meglio potevo. Punta alle stelle e accontentati di qualcosa di meno, come si suol dire. Per strano che possa sembrare, non mi aspettavo di ottenere il posto. Perciò due settimane prima, quando avevo ricevuto la lettera d'incarico, mi ero letteralmente messo a saltellare nel mio vecchio appartamento, quasi fossi un bambino. La domanda e il colloquio non mi erano mai passati di mente, tuttavia avevo cercato di convincermi che non avevo la minima
possibilità di successo e che, ovviamente, non me ne importava. In quel preciso istante, però, altrettanto ovviamente, mi ero reso conto di quanto invece me ne importasse. La sera stessa mi ero messo a rileggere da cima a fondo il libro di Mercer. E l'eccitazione aveva cominciato a venarsi di nervosismo e d'incertezza. Dopotutto Mercer era una leggenda; come potevo esserne all'altezza? E soprattutto: se non ci fossi riuscito? Per tutta risposta, mi tornò in mente quello che diceva sempre Lise, cioè che dovevo avere più fiducia in me stesso, che invece di starmi a preoccupare del futuro dovevo buttarmi e basta. Mi ero guardato attorno in quell'appartamento pieno di scricchiolii dove lei, proprio come nei sogni, brillava per la sua assenza, e mi ero sforzato di far germogliare un minimo di sicurezza dai semi delle nostre vecchie conversazioni. Eppure, con la reputazione di cui godeva Mercer, era del tutto normale che una parte di quel sacro timore restasse. Riguardando ora quella foto, lo vedo emergere sotto la patina di sicurezza, e non è difficile ammettere che ero decisamente nervoso, quel primo giorno di lavoro. E ancora non avevo la minima idea di ciò che mi aspettava. Mi fermai davanti alla quinta porta lungo il corridoio e controllai la targa. Poi respirai a fondo e aprii. Dentro non c'era nessuno. La stanza era silenziosa, a parte il ronzio dei computer in standby. Vista l'ora, immaginai che la squadra fosse già fuori; se così era, certo al mio esordio non avevo fatto buona impressione. Sospirai pesantemente. Chiedi scusa e cerca di non farlo più. E basta. Chiusi la porta e accesi la luce. Ronzò e lampeggiò prima di accendersi, e il chiarore non sembrò valere tutto quello sforzo. Era quel genere di luce esangue e malaticcio tipico dei vecchi uffici, e quello che c'era sotto non si prospettava come l'incarico che avevo sempre sognato. Cinque vecchie scrivanie, sepolte sotto cumuli di fogli di gran lunga troppo numerosi perché una squadra di cinque persone potesse gestirli; alcuni monitor e ingombranti unità centrali; matasse di cavi; vecchi raccoglitori impilati accanto a sedie che avevano visto tempi migliori. Su ognuna delle scrivanie c'era una targhetta triangolare. Trovai subito la mia. Avrei preferito una scrivania vuota e ordinata, ma ovviamente non era così. Tra la polvere e le graffette c'erano diverse cartelle stracolme di fogli, che ci avrei messo giorni a esaminare. C'era anche una pila di CD le-
gati con un elastico e un post-it appiccicato sopra, che lo segnalava alla mia attenzione. Li presi e poi li rimisi a posto. Casi aperti, pronti per il tribunale. Gesù! La mattinata si prospettava ancor più insormontabile del previsto. In poche ore, avrei dovuto rimettermi in pari su settimane di arretrati. Fulminai con lo sguardo quella catasta di scartoffie, cercando di convincerla che adesso comandavo io e che, in un modo o nell'altro, l'avrei domata. Ma non sembrò particolarmente intimidita. Oltre la mia scrivania, vidi quella di Mercer. «Cazzo!» Non sapevo bene se esserne sorpreso oppure se in fondo me lo aspettassi, comunque non c'era letteralmente un centimetro libero su cui appoggiarsi per lavorare. Tra le pile di fogli che la seppellivano, sembrava che nessun documento avesse il minimo rapporto con gli altri. Abbassai lo sguardo e vidi che pure sotto lo spettacolo era lo stesso. L'indicatore rosso della segretaria telefonica mostrava che aveva raggiunto il limite dei quindici messaggi. Così quello era il mio nuovo capo: il famoso sergente John Mercer, dell'Investigativa. Il suo posto di lavoro era un guazzabuglio dettato dal genio oppure dalla follia. Impossibile dire quale dei due, ma avevo la netta sensazione che, se Mercer fosse improvvisamente finito sotto un camion, almeno una cinquantina di casi in corso avrebbe dovuto ricominciare da zero. Nessuno poteva ereditare quel casino e sperare di cavarne qualcosa. Guardai la parete dietro la scrivania. C'era la fotocopia di un'istantanea in cui si riconoscevano Mercer e il sindaco. Proprio quell'anno lui aveva ricevuto un riconoscimento per i servigi resi alla comunità. Nell'angolo superiore, aveva scritto con una biro nera: Ah! Ah! Ah!, come se quell'encomio fosse più imbarazzante che altro, quasi a dire: Visto cosa mi tocca sopportare? Però la foto l'aveva appesa; più la guardavo, più mi sembrava che la sua espressione fosse in netto contrasto col commento scarabocchiato sopra. Se la memoria non mi tradiva, quando gliel'avevano assegnato non aveva ripreso il lavoro da molto e c'era un velo di tristezza attorno agli occhi e alla bocca. Nella foto, il sindaco gli stava infilando una medaglia al collo e Mercer sembrava timoroso che fosse troppo pesante da sopportare. Ovviamente l'avevo conosciuto durante il colloquio, e lo ricordavo piuttosto distratto. Mi era sembrato interessato alle interviste che avevo condotto al Niceday Institute - soprattutto quella a Jacob Neils, che aveva arrestato lui -, però aveva lasciato la maggior parte delle domande alla sua
squadra. Stavo ancora osservando la fotografia, perplesso dai dati contrastanti che vi leggevo, quando squillò il telefono sulla scrivania di Mercer. Rimasi a fissarlo per un attimo, sentendomi stranamente colto in fallo. Mark, datti una calmata, pensai. Risposi al terzo squillo. «Ufficio del sergente Mercer. Sono Mark Nelson.» «Buongiorno, detective Nelson.» La voce femminile era calda e tranquilla, e suonava vagamente divertita. «Sono Eileen Mercer, e credo sia la prima volta che ci sentiamo. Sbaglio o lei è il nuovo schiavo di mio marito?» Non rise, ma sottolineò la parola «schiavo» quanto bastava per farmi capire che non diceva sul serio. Sorrisi. «È quello che c'è scritto sul mio nuovo biglietto da visita.» Stavolta la donna rise apertamente. «Ci scommetto. Mio marito c'è?» «No, mi dispiace, ma non c'è.» Mi guardai attorno come se potesse materializzarsi di colpo. «In effetti non c'è nessuno.» «Proprio nessuno?» «Solo io.» «È il suo primo giorno, vero?» «Sì.» «Mi sembrava. John mi ha parlato di lei. Ha detto che era rimasto molto impressionato dal suo curriculum, e che non vedeva l'ora di metterla al lavoro.» «Davvero?» «Ma certo.» Sembrava non rendersi conto di avermi rivelato qualcosa di stupefacente, però aggiunse: «Glielo dico io perché sono sicura che lui non lo farà. Per adesso come si trova?» «Non troppo bene.» Mi lasciai scivolare sulla sedia di Mercer. «Sono arrivato in ritardo e, a dirla tutta, non so neppure dove siano gli altri in questo momento.» «Sarebbe stata la mia prossima domanda.» «Mi dispiace.» «Oh, no, non si preoccupi. Poveretto. Se la può consolare, sono sicura che capiranno. Ora come ora, le strade sono un incubo. Lo scorso weekend, mio marito si è perso, quindi non gli permetta di prendersela con lei.» «D'accordo.» «Suppongo sia arrivato in città da poco.» «Sì. Mi sono trasferito qui dalla costa un paio di giorni fa. Ma ancora
non mi so capacitare di essere arrivato in ritardo.» «Posso chiamarla Mark?» «Certo.» «Quanti anni ha, Mark?» «Ventotto.» «Com'è giovane. Lasci che le dica una cosa, Mark. Lei mi sembra un ragazzo a posto e so quanto mio marito possa intimidire la gente. Perciò ho una proposta: se lei mi farà un favore, io mi assicurerò che John si comporti bene con lei. Di solito mi dà retta.» «È molto gentile da parte sua. Ma il favore glielo farei comunque.» «Be', si tratta di una cosa facile. Voglio che riferisca a mio marito che ho telefonato. E gli dica: 'Non dimenticarti'.» «Non dimenticarti», ripetei. «Già. Credo che non gli farà molto piacere. E non gli chieda cosa vuol dire.» La sua voce si ridusse a un sussurro teatrale. «Servirebbe solo a farlo arrabbiare.» «Credo di potercela fare.» «Molto bene...» Un altro trillo acuto c'interruppe. Ruotai sulla sedia e guardai verso la mia scrivania. La spia del telefono lampeggiava. «Ehm...» Eileen Mercer mi trasse d'imbarazzo. «Sarà qualcuno della squadra, Mark. Deve andare.» «Speriamo.» «Si ricordi del messaggio, e buona giornata. Sono sicura che avremo occasione di risentirci presto.» «D'accordo. Stia bene.» «Anche lei.» Riappesi e mi precipitai alla mia scrivania, continuando a ripetermi: «Non dimenticarti, non dimenticarti...» Se mi fossi scordato di trasmettere quel messaggio, sarebbe stata l'ironia a uccidermi, prima ancora di Mercer. «Detective Nelson.» «Mark? Sono Pete.» Pete Dwyer era il vice di Mercer. Al colloquio era stato lui a farmi la maggior parte delle domande, vagamente frustrato e innervosito da tutte le scartoffie che doveva riempire. Sembrava un grosso orso amichevole, costantemente accigliato, ma aveva fatto del suo meglio per mettermi a mio agio, e gliene ero stato grato. «Ciao, Pete. Mi...»
«Non preoccuparti. Ci servi qui sul campo. Hai una penna?» «Ah-ah.» Mi spiegò brevemente la situazione. C'era un cadavere, in periferia. Circostanze sospette. Simon Duncan, il nostro uomo della Scientifica, era al lavoro con gli esperti della scena del crimine, per cui non si potevano ancora esprimere pareri ufficiali, ma quasi certamente si trattava di omicidio. Mi aspettavano per la routine d'interrogatori porta a porta dei vicini di casa... almeno mezz'ora prima. «Giusto», borbottai, prendendo furiosamente appunti. «Dov'è che devo venire?» 3 dicembre, ore 10.10 21 ore e 10 minuti all'alba Eileen Dopo aver parlato con Mark Nelson, Eileen si ritrovò a vagare da una stanza all'altra. Come se aspettasse qualcosa che doveva accadere e non volesse mettersi a fare altro nel frattempo. E intanto non riusciva a star ferma. Strano. Perché quello era il suo giorno libero e, sebbene qualche volta sua sorella passasse a trovarla, non arrivava mai senza preavviso. Nessun impegno pressante, nessun appuntamento; la sua agenda era vuota. Eppure, quando bussarono alla porta, il rumore improvviso e apparentemente inaspettato sembrò risolvere una questione in sospeso. Era da prima del weekend che aveva quella sensazione addosso; fin dal sogno di venerdì notte le era rimasto quel disagio. Eileen ci aveva ripensato appena sveglia, e in seguito ne aveva parlato con John. Il sogno era stato breve e privo di avvenimenti: lei si aggirava per casa, accorgendosi che c'erano dei cambiamenti e che alcune cose mancavano. Come succedeva nei sogni, la sua mente aveva elaborato un complesso preambolo per spiegare la situazione, ma tutto quello che lei riusciva a ricordare era che John l'aveva lasciata. Erano le cose di John a mancare. I libri di sghimbescio sugli scaffali, a reggersi a vicenda. Le foto staccate dalle pareti, che avevano lasciato segni chiari sul muro. Gli abiti di lei, nell'armadio condiviso, che formavano un codice a barre multicolore. «Spero che tu non stia pensando di scappare», aveva detto a John, men-
tre facevano colazione. Il tono era stato scherzoso, ma lei aveva comunque atteso la risposta. Eileen gli raccontava spesso i sogni che la preoccupavano. A volte le capitava persino d'inventarli, per poter affrontare con circospezione argomenti che le stavano a cuore. John ignorava quello stratagemma, ma erano sposati da parecchio tempo, e conosceva Eileen abbastanza bene da capire quando voleva essere rassicurata. Dopo più di trent'anni, sarebbe stato ben strano che non riuscisse a leggere tra le righe. «Sono troppo vecchio per farlo», aveva risposto. «È l'unico motivo?» Ci aveva riflettuto. «Sono anche troppo stanco.» «Allora va bene.» Ma leggere tra le righe funzionava in entrambi i sensi, ed Eileen si era accorta che, se la prima risposta era stata scherzosa, la seconda era stata invece più meditata. C'erano almeno cento altri motivi per cui John non l'avrebbe mai lasciata, ovviamente, ma sapevano entrambi che quelli erano scontati. Invece ne aveva scelto un altro. Troppo stanco. Lo aveva tenuto d'occhio per l'intero weekend, e aveva concluso che non era soltanto questione di stanchezza. La stanchezza si poteva risolvere con una bella dormita; invece John, pur avendo dormito senza problemi nelle ultime settimane, dava l'idea di svegliarsi ogni mattina più esausto di quand'era andato a letto. Troppo disorientato: ecco forse una spiegazione più accurata. Per scappare da qualche parte, in fondo, bisogna avere idea della direzione da prendere. Perciò, dopo aver parlato con Nelson, Eileen si era messa a vagare per casa, chiedendosi se fosse per caso l'incontro con quel nuovo detective a preoccupare il marito. «Mi ricorda me stesso», le aveva detto lui, con l'aria di non avere ben capito se fosse un bene o un male. Forse era quello che lo tormentava. Forse era solo l'idea di rimpiazzare Andrew. O forse non era niente in particolare. Negli ultimi due anni, c'erano stati un sacco di momenti buoni e di momenti cattivi, e non sempre lei era riuscita a comprenderli. A volte, John sembrava avere appena l'energia sufficiente per alzarsi dal letto; altre volte sembrava esattamente lo stesso di prima del crollo. Ma, di qualunque cosa si trattasse, qualcosa c'era, e lei avrebbe tanto voluto che lui gliene parlasse, proprio come... Toc-toc, toc-toc. S'immobilizzò. C'era qualcuno alla porta laterale, quella riservata ai pazienti. Non aveva bisogno di controllare l'agenda per sapere che non si era
dimenticata di nessun appuntamento. Era giovedì, il suo giorno libero. La sua settimana lavorativa era finita il giorno prima. «Un momento.» Si guardò rapidamente nell'anta di vetro di uno degli armadietti della cucina. Quando non c'era nessuno, aveva la tendenza a lasciarsi un po' andare e, benché non fosse vanitosa, per i pazienti era importante trovarsi sempre di fronte a un aspetto professionale. Per la natura stessa del suo lavoro di counseling, era essenziale che il flusso delle informazioni personali avvenisse in un senso soltanto. Era appena vagamente arruffata, in jeans e camicia, però i capelli erano a posto. Niente maschera di bellezza sul viso, perlomeno. Toc, toc, toc. «Un momento, ho detto.» Chiunque fosse continuò a bussare, imperterrito. Eileen andò alla porta, seccata e inquieta nel contempo. Mentre allungava la mano verso la maniglia, nascose meglio che poteva la prima emozione: un'espressione arrabbiata sarebbe stata ancora più incongrua di una maschera di bellezza. Prima di aprire, controllò dallo spioncino. Davanti alla porta c'era James Reardon. Teneva una mano in tasca e si agitava, impaziente, lanciando occhiate ansiose verso il vialetto come se temesse l'arrivo di qualcuno. Eileen allungò la mano per sfilare la catenella di sicurezza, poi esitò. Reardon era in terapia da lei da ormai più di un anno; era uno dei suoi rari pazienti con trascorsi penali e una certa tendenza a diventare violento. Nella sua attività clinica ci era abituata, ma quell'attività si svolgeva necessariamente in ambiti di lavoro che garantivano tutta la sicurezza necessaria. Non avrebbe mai fatto entrare nessuno di quei soggetti in casa sua, neppure se fossero stati liberi di venirci. Nel caso di James Reardon, però, lei sapeva bene che la maggior parte dei suoi problemi dipendeva dalla situazione domestica e dall'alcol. Nel corso delle loro sedute, si era sempre mostrato tranquillo, cortese e rispettoso. Reardon era un giovanotto confuso e a volte rabbioso, ma era anche intelligente e interessato alla terapia: deciso a impegnarsi, insomma. Le era capitato spesso di vederlo agitato per quello di cui parlavano, ma non si era mai sentita in pericolo. Però non l'aveva mai visto così. Eileen aprì la porta, lasciando la catenella di sicurezza. L'attenzione di Reardon scattò su di lei. «Eileen.»
«Buongiorno, James», disse, circospetta. «Non mi sembra che avessimo un appuntamento, oggi.» «Lo so. Mi dispiace.» Distolse lo sguardo e poi lo riportò su di lei. Aveva un'espressione spaventata, mesta. «Volevo solo dirti che mi dispiace.» «Ti dispiace per cosa, James?» «Ce l'ho messa tutta, giuro. Quest'ultimo anno è stato davvero difficile.» «Lo so che è stato difficile.» «Ma tu mi hai aiutato sul serio, davvero. Sei stata l'unica su cui ho potuto contare.» Eileen mantenne un'espressione neutrale, ma quello che lui aveva appena detto stava modificando la loro relazione. In circostanze normali, lo avrebbe corretto, con cautela. Lui pagava per poter contare su di lei, e l'aiuto per cui pagava era decisamente circoscritto: niente di più complicato che starlo ad ascoltare. Lei gli dava modo e spazio per comprendere i frammenti della propria vita, un pezzetto per volta. Non era certo una sua amica. «Sei tu che ti sei aiutato da solo», replicò. Lui scosse il capo, come a dire che non aveva importanza. «Voglio solo che tu sappia che ci ho provato sul serio. Non voglio che pensi che ho mollato.» Eileen aggrottò la fronte. «James, cosa c'è che non va?» «Qualunque cosà ti raccontino di me, ricordati che lo faccio per Karli.» Quello fece squillare un campanello d'allarme. Karli, la bambina di Reardon, era il risultato di una breve riconciliazione con l'ex moglie, Amanda. A quanto Eileen aveva capito, la loro relazione era stata precaria fin dall'inizio, ma i due figli erano stati il legame che ne aveva impedito lo scioglimento naturale. Reardon rimaneva convinto che Amanda non fosse una buona madre, ma il tribunale aveva deciso a favore della donna, fino a emettere un'ordinanza restrittiva nei confronti di James, impedendogli di vedere i figli. Non era compito di Eileen esprimere giudizi in proposito. Il suo ruolo richiedeva un'assoluta imparzialità, in modo che fosse lui stesso a trarre le conclusioni del caso sul proprio comportamento. Non c'era dubbio che James costituisse un pericolo per l'ex moglie, ma fin dall'inizio era stato chiaro che teneva moltissimo ai figli. La ragione principale per cui era entrato in terapia era raggiungere un livello di comprensione e di autocontrollo tale da poter essere di nuovo una presenza costante nella loro vita. I risultati variavano moltissimo da una seduta all'altra. A volte Reardon sembrava consumato dall'odio e dalla rabbia. In altre occasioni era più in-
trospettivo e sembrava procedere bene. In generale, secondo Eileen, stava facendo progressi. Ma ora... «James, cos'hai fatto?» «Qualunque cosa tu senta raccontare, io l'ho fatto per lei.» La guardò con aria supplichevole, poi si girò verso il vialetto. Eileen prese una decisione. Sganciò la catenella di sicurezza. «Perché non entri un momento? Così possiamo parlare.» Lui stava già arretrando e scuoteva il capo. «No, non sarei dovuto venire.» Lei oltrepassò la soglia. «Ma adesso sei qui. Perché non entri?» «Mi dispiace.» «James...» Lui si voltò e si mise a correre. Eileen scese nel vialetto e lo chiamò di nuovo, ma lui la ignorò, raggiunse la strada e scomparve. La donna abbassò lo sguardo sui propri piedi: ciabatte. Con quelle non poteva raggiungere James, che indossava scarpe da ginnastica. Qualunque cosa tu senta raccontare, io l'ho fatto per lei. La pioggia gelida cominciò a tamburellarle sulla camicia. Eileen rabbrividì, strofinandosi le braccia, ma rimase immobile ancora per un momento, fissando il vialetto deserto. Oh, James, cos'hai fatto? 3 dicembre, ore 10.20 21 ore all'alba Mark Con una sfilza d'infrazioni minori alle regole della circolazione riuscii a raggiungere la scena del delitto abbastanza alla svelta. La strada si rivelò un cul-de-sac che terminava in un bulbo asfaltato a una cinquantina di metri dalla strada principale. Due file di casette a schiera grigie e tutte uguali si fronteggiavano ai lati dell'angusta stradina. Realisticamente non ci sarebbe stato spazio per marciapiedi e aiuole, ma l'amministrazione comunale era riuscita a infilarceli comunque. Per il resto, la strada era piena di poliziotti. Auto e furgoni erano allineati su un lato. Accanto a uno di essi c'era un gruppetto di agenti in impermeabile nero. Erano in attesa, le mani in tasca, mentre altri agenti chiacchieravano coi vicini di casa che stavano com-
prensibilmente sfidando il maltempo pur di capire cosa diavolo succedeva. Uno dei risultati che gli agenti stavano perseguendo, senza dare nell'occhio, era tenerli separati, preservando così l'integrità delle dichiarazioni dei testimoni come il nastro giallo preservava l'integrità della scena del crimine. Fui felice di notarlo. Se non lo avessero fatto, sarei stato costretto a ricordarglielo io. Proseguii in auto fino al nastro giallo che dondolava sotto la sferza della pioggia e un poliziotto mi corse incontro. Abbassai il vetro del finestrino e gli mostrai il distintivo; lui lo prese e lo studiò per qualche secondo. Al bavero del suo impermeabile era attaccata una piccola videocamera che passava quasi inosservata, ma che stava registrando un'immagine della mia faccia. «Detective Nelson», gli suggerii. «Della squadra di Mercer.» Il poliziotto mi rese il distintivo. «È dentro.» Parcheggiai, assunsi un'espressione professionale e mi diressi verso la casa. Due tecnici della Scientifica erano al lavoro in giardino e un agente montava la guardia all'ingresso. Altre videocamere. Mostrai di nuovo il distintivo. «Signore.» L'agente alla porta mi consegnò una videocamera tutta per me: avrebbe scattato foto a intervalli prestabiliti e registrato l'audio, poi trasmessi entrambi su una frequenza criptata all'equipaggiamento di registrazione che si trovava su uno dei furgoni. Quell'enorme massa d'informazioni - ore e ore di registrazione per un'unica scena del crimine - sarebbe stata poi classificata e quindi trasformata in frammenti di dati significativi. L'agente mi accompagnò dentro. «La maggior parte della sua squadra è di sopra. Ma il detective Duncan è in cucina: deve presentarsi prima a lui.» «Grazie.» Attraversai la casa. A destra dell'ingresso c'era il salotto. Diedi un'occhiata all'interno e vidi altri tecnici in ginocchio, diligentemente al lavoro sulle assi del pavimento. Mentre distoglievo lo sguardo e proseguivo, ci fu il lampo di una macchina fotografica. Subito dopo il salotto, sempre sulla destra, c'erano la scala che conduceva al piano di sopra e il corridoio, che finiva davanti a una porta spalancata. La stanza su cui essa si apriva era decorata in toni sanguigni: tappeto rosso, pareti color crema, tende cremisi che pendevano ai lati di una portafinestra che dava sul patio. Altre persone lavoravano in silenzio. La lampadina che pendeva dal soffitto, senza paralume e troppo brillante, gettava ombre crude e troppo nette sui volti. Altri
flash, vividi e improvvisi. La scena di un crimine appena avvenuto è sempre così: la festa più strana alla quale vi sia mai capitato di partecipare. Simon Duncan era in cucina, separata dal tinello grazie a una porta a battente. I mobili erano chiari, lineari e costosi, illuminati da una striscia di faretti incassati nel soffitto. Sfilandosi un paio di guanti bianchi di lattice, Simon emerse dalla cucina. Mi scoccò prima un sorriso, poi mi strinse forte la mano. «Nelson, vero?» Il tono era tranquillo, ma lui parlava velocemente: scoppi di conversazione che ti sfidavano a tenere il ritmo e stare al gioco. «Almeno così mi pare di ricordare. Mark Nelson, no?» Era più alto di quanto ricordassi, abbronzato, la corporatura robusta ma slanciata da rocciatore, quasi completamente calvo se non per qualche ricciolo brizzolato, attorno alle orecchie, che sembrava fare pendant coi ciuffi di peli sul dorso delle mani. Durante il colloquio, aveva continuato a girare una penna tra le dita e mi aveva fatto una sola domanda, ma a una velocità tale che quasi me l'ero persa. Era intervenuto un paio di volte con rapidi commenti, accompagnati da un sopracciglio inarcato e un sorriso sardonico. Anche lui era piuttosto conosciuto in Accademia: un intellettuale piantagrane. «Esatto», risposi. «Lieto di rivederti.» «Alla fine ce l'hai fatta ad arrivare, eh?» «Il traffico.» Non sembrava arrabbiato; mi superò nello spazio ristretto e tornò nell'ingresso. «Il morto è nel bagno, ma c'è stata attività in tutta la casa. Pare che l'abbia tenuto sotto sequestro a lungo prima di ucciderlo.» «È sicuramente un omicidio, allora?» chiesi. Simon inarcò il solito sopracciglio. «Pete non te l'ha detto?» «Abbiamo parlato solo un minuto.» «Be', ti aggiorneranno. Diciamo che ti aspetta un primo giorno di lavoro piuttosto interessante. Seguimi, ti faccio vedere il cadavere.» «Bene.» Prima che potessi chiedere altro, stava già sparendo lungo la scala, verso il piano superiore, e fui costretto a darmi una mossa per stargli dietro. Avevo la sensazione che avrei dovuto farlo spesso, quel giorno. Ci fermammo sul pianerottolo buio. La moquette era rossa, come al piano inferiore, e le tende dell'unica finestrella erano chiuse. Al primo respiro sentii l'odore: forte e disgustoso. L'aria ne era satura. Mi resi conto di aver
fatto una smorfia. Simon fece un cenno in direzione del bagno. «Là dentro. Sei pronto?» Doveva essere una specie di prova, riflettei. Ma avevo già visto altri cadaveri e mi sforzai di cancellare la smorfia. «Certo.» Entrammo nel bagno - almeno per quanto si poteva - e quell'odore tremendo diventò ancora più forte. Petrolio, fumo, carne. Gesù... La stanza era piuttosto piccola, gradevole e ben organizzata. A sinistra della porta c'era la cabina doccia; l'intero bagno era largo circa il doppio della cabina, e lungo forse tre volte tanto. In fondo, sotto la finestra, la vasca da bagno occupava l'intera parete. Sul davanzale c'era un assortimento di gel e schiume sufficiente a riempire il supplemento speciale di una rivista maschile, mentre un'argentea radio hi-tech a prova di umidità era appesa alla parete, sopra i rubinetti. Nel bagno c'erano altri due uomini, che alzarono lo sguardo al nostro ingresso. Uno ritornò subito al proprio lavoro. Simon mi presentò l'altro. «Mark, questo è Chris Dale. Lavora per il Dipartimento di medicina legale e ha preso in carico il nostro cadavere. Chris, questo è Mark Nelson.» Rispetto all'idea che mi ero fatto di un medico legale, Dale sembrava più giovane, ma probabilmente lui pensava lo stesso di me. «Lieto di conoscerti.» «Altrettanto.» Simon fece un cenno verso il fondo della stanza. «E ovviamente la vittima è quella nella vasca.» Sbirciai tra i due uomini. L'acqua nella vasca era rossastra. Non si scorgeva granché oltre la superficie, se non che l'uomo era nudo e aveva una corda legata attorno. La metà inferiore del corpo era invisibile, ma il dorso delle mani galleggiava, formando due isole immobili e pallide. Sembrava che gli mancasse qualche dito, e uno di quelli rimasti di certo era stato piegato a forza all'indietro. All'estremità opposta della vasca c'era la testa. Era rovesciata all'indietro, fissando il soffitto senza vederlo. Il viso era ustionato, irriconoscibile. La pelle carbonizzata si era spaccata e sfogliata, e i pochi ciuffi di capelli superstiti erano neri e appiccicati. La testa sembrava più piccola di quanto avrebbe dovuto essere, come un arrosto che si riduce se rimane troppo sul fuoco. Sta' calmo. «L'acqua è fredda», commentò Dale a mio beneficio. «A giudicare dalla
pelle e dalle mani, sembra che sia rimasto legato qui dentro per la maggior parte della notte.» «Okay.» C'era qualcosa di strano nella mia voce. «In base alla temperatura del corpo rispetto all'acqua, direi che l'ora del decesso si colloca da tre a quattro ore fa. Più o meno verso le sette di stamattina.» Non replicai, limitandomi a buttar fuori l'aria, col desiderio di poter tornare sul pianerottolo e chiudere la porta su quell'orrore. Eppure, mentre fissavo la vittima e sperimentavo quella strana, tipica sensazione da scena del crimine - un misto di repulsione, paura, pietà e attrazione - l'addestramento ebbe la meglio, trasformando la morte in un rompicapo di cui cercavo di ritrovare tutte le tessere. La vittima era rimasta legata nella vasca da bagno per tutta la notte, ma era stata uccisa soltanto la mattina. Il che faceva sorgere alcune domande, le cui risposte ci avrebbero avvicinato alla soluzione del caso. Stavo già vagliando la possibilità di una rapina, di qualche tipo di estorsione... «Cosa gli hanno fatto?» Dale gettò uno sguardo al morto. «Inizialmente... Ci sono ferite evidenti sulle mani, qui, che si ripetono sulla maggior parte del corpo; molti tagli superficiali e qualcuno più profondo. Quanto al viso e alla testa, credo che l'abbiano cosparso di liquido infiammabile e gli abbiano dato fuoco.» «Okay.» «Ci sono ustioni all'interno della bocca e della gola, com'è ovvio, e dimostrano che ha anche ingerito parte del liquido infiammabile. Ma, nonostante le ferite esterne più evidenti, credo verrà fuori che la morte è avvenuta per asfissia.» Su di noi scese il silenzio. Fissai il viso devastato della vittima, incapace d'immaginare una morte così orrenda. Provai un brivido, in parte di raccapriccio e in parte di dolore. E avvertii una profonda tristezza per il fatto che qualcuno avesse dovuto sopportare una sofferenza del genere, e che qualcun altro fosse arrivato al punto d'infliggerla. «Tutto bene?» mi chiese Simon. «Sì. Stavo solo riflettendo.» «Andiamo di là, il resto della squadra è nella camera degli ospiti. John sta per assegnare gli incarichi.» Seguii Simon fuori dal bagno, grato di poter tornare sul pianerottolo, e ci avviammo verso la camera in fondo al corridoio. C'era odore di vomito e subito ne individuai l'origine: una macchia sulla moquette. C'erano anche
schizzi di sangue sulla parete. Vari tecnici della Scientifica si stavano dedicando a entrambi, benché l'uomo inginocchiato accanto alla pozza di vomito avrebbe di certo preferito trovarsi al piano di sotto, a esaminare le assi del pavimento. Il resto della mia squadra si trovava nell'angolo opposto, attorno a un tavolo da computer. Sul monitor si vedeva un programma di posta elettronica; Mercer e Pete Dwyer erano ai lati del membro più recente del gruppo, Greg Martin, seduto invece davanti al computer. Greg era il più giovane di tutti, appena più anziano di me, ed era l'esperto d'informatica. Aveva capelli nerissimi e basette ordinatamente regolate alla stessa lunghezza, e costosi occhiali alla moda. In effetti, era uno dei geek più modaioli che avessi mai visto in circolazione: ero sicuro che la sua collezione di lozioni da bagno rivaleggiasse con quella sul davanzale della nostra vittima. Però, al colloquio, a parte una certa arroganza latente, si era dimostrato tutto sommato amichevole. «C'è Mark», annunciò Simon. Mercer sollevò un dito senza neppure guardare verso di noi. «Un momento.» Greg cliccò su qualcosa e l'immagine cambiò. L'hard disk ronzava, facendo le fusa come un gatto ancora inconsapevole della morte del padrone. Cavi fluorescenti lo collegavano al portatile della polizia su cui lavorava Greg. Mi guardai attorno nella stanza, e vidi un fotografo che si teneva un po' in disparte, piegato all'indietro e concentrato sulla parete dietro la porta. Quando il flash della sua macchina lampeggiò, mi avvicinai di un passo per capire quale fosse il suo soggetto. Mi venne la pelle d'oca. Qualcuno aveva tracciato un disegno sulla parete con un pennarello nero. Era un disegno del tutto sconosciuto - un'enorme ragnatela o forse un acchiappasogni -, ma per qualche inesprimibile ragione mi disturbava. Qualunque cosa significasse, mi bastò un attimo per capire che non era opera del morto nella vasca da bagno. Quanto ai sospetti di rapina o estorsione... dopo un semplice sguardo a quella ragnatela avevano perso ogni consistenza. Ciò che era avvenuto là dentro aveva motivazioni completamente diverse. Diciamo che ti aspetta un primo giorno di lavoro piuttosto interessante. Un altro flash. Ancora concentrati sul computer, Greg e Mercer c'ignoravano. Greg
continuava ad aprire le cartelle che Mercer gli indicava, per controllare i file del morto. Pete invece si staccò da loro per parlare con me. Sembrava grato di quella possibilità di fuga. Aveva i capelli arruffati, e il motivo fu chiaro quando ci passò di nuovo le dita, arruffandoli ancora di più. Mi era già capitato d'incontrare gente con l'aria più distrutta di lui, ma non a quell'ora del giorno. «Hai visto il cadavere?» mi chiese. «Sì, proprio ora.» Sbuffò pesantemente, poi fece un cenno alle sue spalle. «Be', noi pensiamo che la vittima fosse al lavoro qui al computer quand'è stata colta di sorpresa e aggredita da un intruso, probabilmente ieri sera. Sembra che sia stata sopraffatta dopo una breve lotta e abbia poi trascorso la notte legata nella vasca da bagno. Prove evidenti di tortura. Stamattina l'hanno bruciata viva. Nessun segno di effrazione.» «Conosciamo l'identità della vittima?» «Non ufficialmente. Ci sarà l'identificazione formale più tardi. Per ora ci limitiamo a supporre che si tratti del proprietario della casa, Kevin James Simpson.» Pete mi espose gli elementi del caso raccolti fino ad allora, servendosi delle grosse dita per elencare un punto alla volta. Kevin Simpson aveva trent'anni, e abitava in quella casa fin da quando l'aveva acquistata, quattro anni prima. Era il titolare di una piccola azienda informatica, la CCL, che forniva soluzioni business: soprattutto database e siti web. Dal modo in cui Pete lo disse, non sembrava stimasse molto quel settore di specializzazione. «È stata la CCL a chiamarci, stamani.» L'azienda aveva ricevuto una telefonata anonima poco dopo le otto, con la breve registrazione di un urlo terrificante. Dopodiché alla centralinista, sconvolta, erano stati forniti nome e indirizzo di Simpson. La CCL non registrava le chiamate in arrivo, ma la squadra informatica di Greg aveva già controllato i tabulati dell'abitazione di Simpson. La chiamata era partita da quel numero, dalla derivazione nel tinello. Secondo il medico legale, era trascorsa circa un'ora tra la morte di Simpson e la telefonata. Altre domande. Oltre ad aver atteso tanto prima di uccidere la sua vittima, cos'aveva fatto l'assassino dopo averla uccisa? «Simpson abitava da solo?» chiesi. Pete annuì. «Non abbiamo notizie di nessuna ragazza, per ora. Stiamo controllando la lista delle sue passate conquiste fin dove si può, e la posta elettronica.» «Bene.» Accennai alla ragnatela sul muro. «E quella?»
Pete la guardò. Il suo viso sembrò improvvisamente più stanco di prima. Era evidente che quella ragnatela lo preoccupava, che non sapeva come collocarla. Ma fu salvato da un'interruzione: dalla parte opposta della stanza, Mercer e Greg erano arrivati a un punto morto delle loro ricerche, qualunque cosa stessero cercando, e Mercer venne verso di noi. Per un attimo, mi scordai della ragnatela. «Mark.» Stringendomi la mano, mi dedicò il più breve dei sorrisi, ma era evidentemente troppo preoccupato per averlo fatto apposta. «Piacere di rivederti.» «Altrettanto.» In realtà, più che un piacere, rivederlo mi risultò strano. Mentre Mercer ritraeva la mano mi resi conto che - a parte la foto sulla quarta di copertina del libro - l'avevo visto soltanto seduto, oppure da lontano. Ora, avendolo davanti in carne e ossa, mi colpì il fatto che sembrava davvero piccolo di statura. In realtà era di statura media, ma dava la sensazione di essere stato più robusto e più corpulento e di essersi poi ridotto, quasi raggrinzito, come se portasse una camicia troppo grande per lui. E appariva decisamente più vecchio di quanto mi aspettassi. Non era una questione di stanchezza: quando gli uomini invecchiano, è la debolezza del corpo a tradire l'età. Mi stupì vedere che John Mercer sembrava aver raggiunto il punto estremo di quella debolezza. Aveva una cinquantina d'anni, ma era come se gliene fossero piombati addosso altri quindici, schiacciandolo sotto il loro peso. «Ricordi Greg?» mi chiese. «Certo.» Lo salutai con un cenno del capo. Greg sollevò una mano per ricambiare, ma sembrava assorto in qualcos'altro, e preoccupato; usava i talloni per far muovere avanti e indietro la sedia da ufficio, con tutta probabilità in grave violazione delle regole da rispettare su una scena del crimine. In effetti, sembravano tutti piuttosto distratti. Era evidente che mi sfuggiva qualcosa, e avevo la netta sensazione che avesse a che fare con la ragnatela che l'assassino aveva tracciato sulla parete di Kevin Simpson. «Bene», esclamò Mercer. «Gli incarichi. Pete ti ha già aggiornato sugli elementi essenziali, vero?» «Su quelli essenziali sì.» Feci una pausa e indicai il disegno. «Ma non su quello.» Mercer lo guardò come se lo vedesse per la prima volta. «Ah, sì. Ne stavamo giusto parlando prima che tu arrivassi.» Mi aspettavo una spiegazione, ma ci fu solo uno spiacevole silenzio.
Mercer non ne sembrò infastidito. Si limitava a fissare la ragnatela. Il suo sguardo seguiva le linee, muovendosi dall'una all'altra, come se ne fosse ipnotizzato. Poi lampeggiò un altro flash e Mercer sbatté le palpebre. La sua attenzione tornò su di me, quindi lui guardò l'ora. «Okay, bene. Diamoci una mossa. Terremo il primo briefing alle due, perciò cercate di essere tutti in ufficio per quell'ora o almeno assicuratevi l'accesso a un terminale. Simon, mi servono tutti gli elementi che la Scientifica riesce a mettere insieme. Greg, tu occupati del computer e dei tabulati telefonici. Pete, la CCL è tua.» «D'accordo.» Mercer lo guardò. «Sai dove devi andare?» Pete, con le mani ancora sprofondate nelle tasche, gli lanciò un'occhiataccia. «Certo.» «Chiunque debba andare, si muova. Mark, tu aspetta un momento.» Pete e Simon lasciarono la stanza e Mercer mi si avvicinò. «Porta a porta», disse. «Hai altri tre uomini a tua disposizione. Ti aspettano al piano di sotto.» «Bene.» «Devi esaminare tutte le case, una per una. Prendi nota di dove non c'è nessuno: quelle le ricontrolleremo in seguito. Anzitutto ci servono opinioni su Simpson in generale. Amici, ragazze, eventuali attività osservate in strada...» Erano tutte cose ovvie. «Sì, signore.» «Trambusto in casa...» continuò lui, ignorandomi. «Ogni fatto precedente che possa avere rilevanza, per quanto vaga.» Cominciavo a innervosirmi. Non tanto per quello che stava dicendo, ma per il modo in cui lo faceva: la sua attenzione era altrove, lo sguardo era diretto più sulla parete alle mie spalle che su di me. Mi ritrovai ad annuire, fremendo nell'attesa di uscire da quella stanza e darmi da fare. Mercer conosceva bene i miei precedenti e, a sentire sua moglie, ne era rimasto colpito, eppure sentiva il bisogno di darmi istruzioni su procedure che avrei seguito comunque. Forse, se mi avesse spiegato qualcosa di quella ragnatela, tutto quello non sarebbe stato necessario e... La moglie, ricordai. Tienilo a mente. «... eventuali veicoli fuori dell'ordinario», concluse Mercer, pignolo. «E visitatori, soprattutto donne.» «Sì, signore.» «C'è altro?»
«Ha telefonato sua moglie. Appena prima che lasciassi l'ufficio.» La sua espressione si fece imperscrutabile. «Mi ha chiesto di dirle: 'Non dimenticarti'. Ha aggiunto che lei avrebbe capito.» «Bene, grazie.» Mi voltai per andarmene. «Ancora una cosa», mi fermò lui. «Rammenta alla tua squadra che deve tenere le videocamere accese. Bisogna che ogni cosa sia registrata. Sempre.» Una procedura standard, che avrei seguito senza neppure pensarci. «Sì, signore.» Probabilmente il mio tono aveva rivelato una certa irritazione, perché Mercer si accigliò. Mi aspettavo un rimbrotto, ma lui sembrava incapace di concentrarsi abbastanza a lungo per farmelo. La ragnatela lo stava chiamando di nuovo. Tornò a dedicarle tutta la sua attenzione. Ma il cipiglio rimase. «Bene», mormorò, soprappensiero. Ero stato congedato. Scesi al piano inferiore e uscii dalla casa, facendo una smorfia di fronte alla pioggia. Sarà anche stata una reazione stupida, però non riuscivo a nascondere la delusione: si finisce sempre per immaginarsi le cose diversamente da quelle che sono. Nelle settimane precedenti, mi ero figurato almeno cento volte il mio incontro con John Mercer, e ogni volta era stato più trionfante, più simile a una rivincita per tutto il duro lavoro fatto, che a quello che si era appena svolto. In realtà, mi ero sentito escluso, nonché trattato con una buona dose di paternalismo. Niente a che fare col momento «da foto ricordo» in cui avevo sperato. È soltanto il suo modo di fare, cercai di convincermi. Non per niente era considerato un tipo difficile con cui lavorare. Mi tornò in mente quello che aveva detto la ragazza alla reception: Ne riparliamo tra una settimana. Ce l'avrei fatta. Certo che ce l'avrei fatta. Se non altro sarei riuscito a dimostrarmi all'altezza del resto della squadra o almeno mi sarei comportato come se sapessi benissimo cosa stavo facendo. Scossi il capo, sorridendo per la mia stessa aggressività, poi misi da parte ogni emozione, superai il cancello e puntai verso il furgone dove la mia nuova squadra mi aspettava. 3 dicembre, ore 11.55
19 ore e 25 minuti all'alba Jodie Jodie attraversò in fretta l'ufficio e si appollaiò sul bordo della scrivania. Michaela sussultò e alzò gli occhi dal lavoro, sorpresa, come se la sua amica le fosse apparsa davanti per magia, invece di fare la stessa cosa tutti i giorni. «Okay.» Jodie si chinò su di lei e tamburellò con la penna sul blocchetto di post-it gialli dove aveva già annotato le altre ordinazioni. «Cosa prendi oggi? Stupiscimi!» Per Jodie era il rituale dell'ora di pranzo, ogni giorno della settimana. Ci metteva venti minuti per arrivare da Theo, comprava i panini per gli altri cinque impiegati temporanei dell'ufficio, e altri venti minuti per tornare indietro con calma. Lo considerava un atto di solidarietà fra membri della truppa. Erano tutti nella stessa barca, dopotutto, scimmie che inserivano dati per una compagnia assicurativa, e passavano ogni santo giorno a digitare gli importi delle fatture. Era un lavoro ingrato, quello di scolpire nella pietra i dettagli del denaro sborsato. All'azienda non piaceva dover pagare, perciò la contabilità rimborsi era esiliata in una vecchia stanza polverosa ai piani alti dell'edificio, uno sporco segreto da tener lontano dagli impiegati come si deve, quelli che facevano soldi anziché registrarne l'uscita. I computer dell'ufficio erano decrepiti, appiccicaticci e chiazzati di caffè versati e di adesivi attaccati e poi rimossi. Le scrivanie erano precarie. Le luci crepitavano e ammiccavano, come se il loro vero scopo fosse attirare e sterminare gli insetti. Niente radiatori, niente luce del giorno. Inserire ed estrarre dati. Jodie lo considerava sfruttamento digitale. Se proprio non poteva fare a meno di pensarci, comunque. Di solito, gli altri impiegati erano studenti che sarebbero spariti nel giro di poche settimane per essere sostituiti da altri che non si sarebbero di certo fermati più a lungo. Michaela invece era con lei da più di un anno e Jodie la considerava un'amica. E ciò la faceva sentire anche peggio per averle mentito su dov'era stata il giorno prima. Michaela allungò la mano verso il blocchetto. «Oggi ci vado io.» «Uh-uh.» Jodie lo tirò indietro. «Cosa prendi?» «Tu non ti senti bene, e io ci vado volentieri.» «Sto bene, davvero. Era solo uno stupido mal di testa. Adesso è passato... Vedi?» Dondolò la testa, come a dire: Nessun danno permanente.
L'altra sorrise e Jodie si sentì meglio. Al suo arrivo, quella mattina, Michaela era subito andata ad abbracciarla. Tipico da parte sua. Più tardi, durante la pausa caffè, le aveva detto che sperava che Scott si fosse preso cura di lei. Jodie avrebbe voluto mettersi a piangere. L'intero universo sembrava coalizzato per farla sentire in colpa, e lei proprio non ne sentiva il bisogno. Quand'era tornata da casa di Kevin, il giorno prima, aveva fatto del suo meglio per comportarsi come al solito, buttando la borsa su una sedia e lasciandosi cadere sul divano accanto a Scott. Lungo la strada, aveva cercato di convincersi che era stato soltanto un grosso errore, che doveva lasciarselo alle spalle, dimenticare tutto e andare avanti. Ma Scott si era accorto che qualcosa non andava. Alla fine le era toccato rifugiarsi in camera e stendersi sul letto: per non tradirsi, doveva stare lontana da lui. Dormirci sopra l'aveva aiutata un po' e si era svegliata provando una nuova risolutezza. C'erano stati dei problemi, d'accordo. Doveva dare tempo al polverone che aveva in testa di depositarsi; poi lei e Scott ne avrebbero parlato con calma e riflettuto su cosa non andava. Il loro rapporto stava prendendo una brutta piega, era necessario qualche aggiustamento. Ci sarebbero forse stati altri scossoni, ma non succedeva sempre così nelle relazioni di lunga durata? Ce l'avrebbero fatta. In men che non si dica, si sarebbero rimessi in carreggiata. Valeva la pena di mettercela tutta. Nel frattempo, non doveva dimenticare che, per quanto fosse stato brutto mentire a Scott, dirgli la verità sarebbe stato anche peggio. Però non era facile, e voleva starsene un po' per conto suo. Aveva sentito il bisogno di rimanere sola fin dall'abbraccio colpevole con cui Michaela l'aveva salutata. «Sul serio, non mi dispiace andarci», disse Michaela. «No, davvero.» Dio santo! pensò Jodie. «Ci vado volentieri. L'aria fresca farà sparire ogni traccia dei diavoletti dell'emicrania.» Con le dita imitò due piccole corna, poi lanciò all'amica un'occhiataccia minacciosa. Michaela sorrise di nuovo. «Scema.» «Sì, come no. Forza, non ho mica tutto il giorno. Cosa prendi?» «Quello che prendi tu di solito. Non sembra male.» «Anatra in agrodolce.» Jodie annuì e prese nota. «Ottima scelta.» «Vuoi un po' di compagnia?» Michaela si voltò sulla sedia. «Potrei fare due passi con te.» Jodie le sorrise. «Non preoccuparti, tesoro.» Fece scattare la biro, strappò il foglietto dal blocco e lo ripiegò. «Ascolterò un po' di musica e non
penserò ad altro. Ma grazie lo stesso.» Scese nell'atrio con uno degli ascensori posteriori. Decimo piano. Tirò fuori l'iRiver dalla borsa. Quaranta giga, che al momento contenevano più di cinquemila brani. Involucro nero e argento. Come le succedeva per tutti i gadget tecnologici su cui posava gli occhi, Jodie l'aveva subito adorato. Agganciò il lettore alla cintura dei jeans, il telecomando al bordo della giacca e sistemò comodamente gli auricolari. Premette il pulsante ON sul telecomando, sentì il leggero bip e attese il caricamento della libreria digitale. Sesto piano. L'illuminazione dell'ascensore non era certo l'ideale per guardarsi nello specchio, ma lei lo fece comunque. Di solito, il risultato variava: a volte si convinceva di essere carina; quel giorno invece si sentiva appena passabile. Capelli castano scuro lisci e sottili raccolti in una coda, anche se una ciocca si era sciolta. Si tolse il fermaglio e se lo infilò in bocca, risistemò i capelli e li legò di nuovo. Poi ricontrollò il trucco, come sempre ridotto al minimo. Secondo piano. L'illuminazione dall'alto le colorava d'ambra la pelle. Fece un paio di smorfie buffe, strabuzzando gli occhi prima che l'ascensore si fermasse al pianterreno. Poi sorrise al proprio riflesso: non ancora amiche, ma quasi. Non sei la persona peggiore del mondo. Sei semplicemente umana. Con un tintinnio, le porte si aprirono su un corridoio secondario dietro l'atrio. Mentre Jodie usciva, sentì una vibrazione che veniva dalla borsa. Si fermò tra un termosifone e un estintore per cercare il cellulare. Presto, presto, presto... Sul display si leggeva 1 MESSAGGIO RICEVUTO e lei premette il pulsante verde per visualizzarlo. Era Scott. Aveva aspettato quel messaggio per tutta la mattina, ma, invece di leggerlo, premette il pulsante rosso per farlo sparire e andò a CREA MESSAGGIO. Il cellulare aveva la funzione BOZZA e lei ne aveva già composto uno. Un generico: Come stai, spero la giornata proceda bene, ti amo. Apparve infatti sul display, e Jodie premette il pulsante INVIO. In tal modo, Scott avrebbe pensato che i loro messaggi si erano incrociati. Continuò a premere i tasti e lesse il messaggio che le aveva inviato lui. Era più o meno il solito che le mandava tutti i giorni, simile al proprio. Sorrise vedendo quanti baci aveva aggiunto alla fine, si sentì un po' triste, poi bloccò la tastiera e rimise il cellulare in borsa.
Se fosse stato un giorno normale, forse gli avrebbe mandato subito un altro messaggio, uno di quelli Ma che coincidenza, ci siamo scritti insieme, le grandi menti funzionano all'unisono... Ma non riuscì a farlo. Quel pizzico di falsità che ci aveva messo la fece sentire più in colpa del solito. Premette invece il PLAY del lettore e si avviò verso l'ingresso principale. Quando Jodie uscì sulla strada trafficata, la musica nelle sue orecchie aveva un volume spaccatimpani e una coppia la guardò storta, chiedendosi evidentemente perché diavolo quella ragazza volesse rovinarsi l'udito. Jodie la ignorò e sollevò gli occhi verso il cielo, infastidita dalla pioggia. Poi alzò il cappuccio e svoltò a sinistra. Il solito, familiare tragitto per uscire dal centro, verso la periferia. Tutto normale. Una pausa pranzo schifosa. Il cielo sembrava quello sopra un impianto industriale, troppo grigio perché si potessero anche soltanto distinguere le nuvole. Mentre lei lasciava il centro, gli alberi si agitavano, innervositi, ritraendosi al tocco della pioggia. La gente le si affrettava attorno, le spalle curve, le espressioni sofferenti. Tutti erano più frenetici di quando c'era il sole. Una giornata schifosa. Speriamo che finisca alla svelta. Per Jodie, intrappolata in ufficio, la maggior parte delle giornate era altrettanto schifosa: ragione di più per compiere il rituale della pausa pranzo. Nel corso degli anni, aveva imparato che la musica era il modo migliore per estraniarsi, per ritagliarsi un minuscolo spazio tutto suo. Col volume al massimo, pensavi solo al brano che ti risuonava nelle orecchie, e il deludente mondo reale lentamente svaniva. La pioggia non aveva più importanza, e non l'aveva più neanche quella giornata schifosa in quello schifoso ufficio; persino la tetra, stramaledetta città in cui vivevi non era poi così male. A parte l'altruismo, era quella la ragione principale per cui Jodie si era offerta volontaria per la corvée panini. Le dava la possibilità di rivendicare un minimo di controllo sulla propria vita, sottraendosi a essa. L'iRiver, in modalità SHUFFLE, passò a un brano che non le piaceva: un'orrenda ballata che di certo si era insinuata lì a causa della sua fissa di collezionare un po' di tutto. Jodie azionò il pulsante del telecomando e la saltò. Partì una musica più tosta. Meglio. Quel giorno, però, fuggire dentro se stessa sembrava più difficile del solito. Indipendentemente dai suoi sforzi, la mente continuava a tornare a Kevin e a Scott, e a quello che lei aveva rischiato di perdere per il suo stupido, stupido comportamento del giorno prima.
Jodie saltò un altro brano, e poi un altro ancora. Qualche secondo più tardi, mentre ancora cercava un pezzo di suo gradimento, arrivò al margine del terreno abbandonato. Immaginò che, dal cielo, quella zona sembrasse una specie di ulcera aperta nella terra, pallida, rugosa e decisamente poco attraente, annidata accanto all'imboccatura della strada. Vecchia ghiaia ovunque, punteggiata da qualche cespuglio e alberello. Lì, per San Valentino, gli zingari montavano le giostre. Per il resto dell'anno, la gente parcheggiava l'auto e ci portava i cani. La strada gli girava attorno, ma in quel modo ci voleva di più: era più semplice e veloce tagliare nel mezzo. Se Scott avesse saputo che lo faceva tutti i giorni si sarebbe preoccupato, però, anche quando non c'era nessuno, Jodie restava abbastanza vicina alla strada principale per sentirsi comunque al sicuro. E poi, quello che Scott ignorava non poteva fargli male. Jodie lo aveva deciso da tempo. Girò attorno alla vecchia transenna arrugginita e proseguì. In lontananza, si vedeva un gruppo di case popolari squadrate e grigie; dietro le case, c'erano un bosco e poi la sagoma indistinta delle montagne. Come il resto della città, anche le case popolari avevano un'aria triste e gelida. Giunta in mezzo al terreno abbandonato, la giornata le sembrò ancora più schifosa di prima. Il terreno era scolorito dal freddo e tirava anche un gran vento. L'aria era gelida, quasi dolorosa. Continuava a schiaffeggiarla di lato. Era a metà strada sul viottolo che passava tra vecchi cespugli scheletrici quando lo sentì. Era qualcosa di estraneo alla musica. Era un rumore del mondo reale, come una sirena; un'ambulanza o un'auto della polizia, lontana. Premette PAUSA sul telecomando. La musica sparì, ma il rumore non cessò. Il pianto di un bimbo. Jodie si fermò, allarmata, benché il rumore in sé non fosse pericoloso. Si guardò attorno, però non vide nessuno davanti a sé e neppure alle sue spalle. Di colpo, le auto sulla strada le sembrarono lontanissime; nel punto in cui lei si trovava, non si sentivano che il pianto del bambino e l'inquietante picchiettio della pioggia. Le venne la pelle d'oca. Veniva da destra, pensò, dall'altra parte dei cespugli. Ma non si sentiva nessuna voce di adulto. Nulla si muoveva. Tranne che per l'ondeggiare dei cespugli, il terreno incolto appariva immobile e desolato. La pioggia rinforzò leggermente e il bimbo si mise a strillare. Era come
una sirena d'allarme, e fece scattare un istinto sepolto profondamente dentro di lei. Si spinse a un passo dal cespuglio. «Ehi?» Nessuna risposta. Jodie sbatté le palpebre per liberarsi gli occhi dalla pioggia e fece un altro passo. Voleva andare a vedere, ma qualcosa la tratteneva. E se avesse trovato il bambino con la madre? Nessun genitore ama i ficcanaso; immischiarsi equivaleva a dire che lo consideravi inadeguato. Jodie esitò, ma proprio allora il pianto riprese, più acuto che mai, come un motore imballato, e lei pensò: 'Fanculo, se sei venuta in un posto così, allora sei per forza una cattiva madre! e cominciò a farsi strada tra i cespugli. «Ehi?» ripeté. «C'è qualcuno?» Ancora nessuna risposta. Era pieno di fango, lì in mezzo. I rami aguzzi la pungevano e le s'impigliavano nei fili degli auricolari. Ma lei ci mise solo qualche secondo per superarli. Tra i cespugli c'era un varco e proprio lì, abbandonata tra il fango come un vecchio cesto da picnic, stava la fonte degli strilli. Il bimbo era avvolto in una coperta rosa, disteso sulla schiena e piangeva, disperato. Il visetto sembrava una minuscola rosa rossa. «Oddio», mormorò Jodie. «Povero piccolo.» Si sfilò velocemente l'iRiver e lo cacciò nella tasca del cappotto. La situazione era così irreale che lei fu sul punto di darsi un pizzicotto per essere sicura di non stare sognando. Era una di quelle cose che si vedevano al cinema o si leggevano sui giornali... e invece stava succedendo proprio a lei. Qualche orrendo individuo aveva abbandonato quel Piccolino al freddo, sotto la pioggia. Jodie non si considerava un tipo materno - mai andata d'accordo coi bambini che le era capitato d'incontrare -, tuttavia non esitò neppure un istante a chinarsi per raccoglierlo. Mentre lo faceva, sentì una vibrazione contro il fianco. Il cellulare. Un altro messaggio. Non ora, Scott, pensò, abbassando rapidamente lo sguardo sulla tasca. Poi, con la coda dell'occhio, vide un uomo tra i cespugli alla sua sinistra. Era come se fino a quel momento fosse rimasto completamente immobile e adesso si stesse muovendo verso di lei. Il primo pensiero di Jodie fu: Oh, dev'essere il padre... ma poi lo vide in faccia e i segnali mentali cambiarono, si confusero. L'uomo portava una maschera rosa da diavolo: grandi occhi, ciocche flosce di capelli neri. Jodie rimase completamente impietrita per un secondo, e non occorse di più. L'uomo teneva in mano uno spruzzatore da giardino che sciaguattò men-
tre lui lo sollevava, poi ci fu un sibilo e una nube vaporizzata avvolse la faccia di Jodie. Naso e bocca si contrassero, gli occhi si serrarono. Ammoniaca. Bruciava tutto. Cadde in ginocchio, tossendo, con le mani che annaspavano nel fango. Poi lui le sferrò un calcio in testa e lei cadde di lato, stordita da tanta ferocia. Riuscì ad aprire gli occhi e di colpo si trovò a fissare il cielo. A guardare, senza comprendere, la pioggia che si materializzava sopra di lei, mentre il cielo grigio lampeggiava, diventando bianco. 3 dicembre, ore 13.55 17 ore e 25 minuti all'alba Mark Era strano prendere il comando di una squadra mia, e non importava se piccola. Soprattutto perché ero dolorosamente consapevole che il passaparola doveva essere in pieno svolgimento, e di certo i tre agenti a me assegnati sapevano già che si trattava del mio primo incarico. Quella semplice verità mi colpì mentre mi avvicinavo al furgone dove loro mi aspettavano, e un improvviso nervosismo m'insidiò come un filo teso in mezzo al sentiero. Respirai a fondo e salii sul furgone. Dovevo soltanto essere me stesso e procedere a orecchio. Se mi avevano dato quell'incarico, era segno che potevo ricoprirlo. Per fortuna i tre agenti - Dave, Ross e Bellerby - sembravano propensi a comportarsi bene. Ascoltarono attenti mentre li aggiornavo sul caso e spiegavo su cosa dovevamo concentrarci; poi divisi il nostro quartetto in due coppie, per coprire i due lati della strada. Non dimenticai di aggiungere che ogni suggerimento da parte loro sarebbe stato benaccetto. A me, in passato, aveva fatto piacere sentirmelo dire. Speravo che avrebbe addolcito la pillola, giacché dovevo concludere con le istruzioni di Mercer. «Assicuratevi che le vostre videocamere siano sempre accese.» Mi guardarono come se fossi scemo. «Lo so che è ovvio», dissi. «E so che è la regola. Ma si tratta anche di un ordine preciso di Mercer.» Si scambiarono un'occhiata, anche se fecero del loro meglio per nasconderlo. Per l'ennesima volta mi resi conto che c'erano cose da cui ero escluso perché ero l'ultimo arrivato. Però non ci badai. Se non altro, avevano capito che non volevo fare lo stronzo. «Coraggio, muoviamoci.»
Gli interrogatori porta a porta andarono come previsto. Tutti erano sconvolti da ciò che era successo e ansiosi di aiutare come potevano. L'omicidio non è poi così comune, dopotutto: l'esperienza che ne ha la maggior parte delle persone si riduce ai film o ai telegiornali, non a qualcosa che succede al tizio della porta accanto. Per i vicini, la morte di Simpson era la brusca e sconvolgente dimostrazione che gli omicidi avvenivano pure nel mondo reale. Ma era anche la prova della loro vulnerabilità. Capire perché fosse toccato proprio a lui li avrebbe aiutati ad allontanare l'orrore; tuttavia nessuno di loro era in grado di suggerire un motivo plausibile. Per quanto ne sapevano, sarebbe potuto capitare a chiunque di loro. Un'idea spaventosa da affrontare. Avrei voluto poterli rassicurare del contrario. Setacciammo tutta la strada, a eccezione di due case in cui non c'era nessuno. In quei casi lasciammo un messaggio e prendemmo nota di ripassare più tardi. Nessuno ricordava litigi, risse, discussioni o escandescenze in pubblico. A tutti Simpson era sembrato un tipo a posto. Non avevano idea se si vedesse con qualcuno. Di tanto in tanto c'era stata qualche ragazza di passaggio, ma non di recente. Sembravano tutti disperatamente ansiosi di farsi venire in mente qualcosa, e io feci del mio meglio per non sembrare disperatamente ansioso di sentirlo. Non c'erano solo cattive notizie. Alla fine ci ritrovammo con due testimoni che avevano notato un furgone bianco parcheggiato lì il giorno precedente. Il primo avvistamento risaliva a poco dopo mezzogiorno: il furgone si trovava più avanti, sempre lungo la strada; il secondo verso le otto di sera, proprio davanti alla casa di Simpson. Nessuno dei testimoni l'aveva visto arrivare o andarsene, e non avevamo numero di targa né indicazioni di altri contrassegni particolari. Però era un inizio. Ottenemmo qualcosa di più al numero quindici, la casa di fronte a quella di Kevin Simpson. La donna che ci abitava, Yvonne Gregory, fu sintetica ma precisa. Yvonne era in pensione e, il pomeriggio precedente, era rimasta in casa a guardare la televisione. Durante un'interruzione pubblicitaria, verso le cinque meno un quarto, era andata in cucina a prepararsi una tazza di tè. Dalla sua finestra si vedeva chiaramente la casa di Simpson. Lo sapevo perché ero entrato per controllare, appoggiandomi prima a un lato del lavandino e poi all'altro, mentre lei mi raccontava della ragazza. «Stava uscendo da casa sua», disse Yvonne, facendo un cenno in direzione della porta. «Ricordo che si è girata a salutarlo quand'è arrivata in fondo al vialetto.» «Che aspetto aveva?» le chiesi.
«Capelli castani, lunghi fin qui.» Indicò le spalle. «Indossava un impermeabile e aveva una borsa, mi sembra. E anche gli auricolari.» «Età?» «Abbastanza giovane. Direi più o meno come lei, detective.» Mi resi conto che mi stava bonariamente prendendo in giro. Le sorrisi. «L'aveva mai vista prima?» «No, no.» «C'è nient'altro che riesce a ricordare?» Yvonne rifletté, poi disse: «Ho pensato che sembrava un po' scombussolata. Be', forse non proprio scombussolata, ma come se qualcosa la turbasse, non so se mi spiego. Sembrava preoccupata». Non lo sembriamo tutti? pensai. Insomma, avevamo la descrizione generica di un veicolo e di una ragazza che era stata a casa di Kevin Simpson, in apparenza poco prima dell'aggressione. Niente che potesse rivoluzionare le indagini, ma io ero comunque soddisfatto e, mentre tornavo al dipartimento per fare rapporto e per il briefing pomeridiano, mi sentivo decisamente più ottimista: persino l'irritazione per le istruzioni troppo pignole di Mercer era svanita. Ovvio che non potessi inserirmi perfettamente nella squadra già dal primo giorno; dovevo prima dimostrare le mie capacità, e le interviste della mattinata erano un primo passo nella giusta direzione. Ma, a quanto pareva, il mio rapporto doveva aspettare. Quando entrai in ufficio, il resto della squadra era già concentrato su qualcosa. Stavano ascoltando una registrazione digitale, e qualcosa di assai simile all'inferno si stava propagando nell'aria. «Mi senti? Faremo un gioco sull'amore.» La voce registrata era strana. Piatta e monotona, ma con guizzi imprevedibili, come se, più che alla vittima, l'uomo stesse parlando a se stesso, ponendosi ogni tanto qualche domanda retorica. «Si tratta di te, Jodie e Scott», disse l'uomo. Mercer schioccò le dita, come a dire: Ricordate i nomi. Poi tornò alla posizione in cui l'avevo trovato: coi gomiti sulla scrivania, teneva le dita congiunte, tamburellandosi le labbra con gli indici e fissando nel vuoto. Apparentemente calmo, ma con un filo di tensione in più rispetto agli altri. Simon era immobile; Greg teneva la testa piegata di lato e ascoltava la registrazione con aria professionale; Pete aveva gli occhi chiusi. Quanto a me, ogni frase mi arrivava come un pugno nello stomaco.
«Oggi ti ho osservato», riprese l'uomo. «Con lei. E ho letto le tue e-mail. So cosa sta succedendo qui. E tutti e due sappiamo dov'è adesso lei, vero? A casa, col suo ragazzo.» Jodie, pensai. Capelli castani lunghi fino alle spalle. Più o meno la mia età. «Come credi che si senta, adesso?» chiese l'uomo. «Pensi che si senta in colpa per aver mentito a Scott in modo da passare la giornata con te?» L'unica risposta fu lo scroscio improvviso dell'acqua calda nelle tubature, seguita dal tranquillo sciacquio nella vasca. Simpson non replicò. Nella mia mente, lo vedevo nella vasca, con un bavaglio stretto attorno al viso pallido. «Sarà contenta di essere a casa?» continuò la voce. «Oppure preferirebbe trovarsi ancora qui con te? Ti starà scrivendo un'e-mail, proprio come stavi facendo tu?» Mercer sollevò lo sguardo. «Greg?» Greg scosse la testa. «Nessuna e-mail da o per 'Jodie'. E nessuno 'Scott'. E nessuna traccia neppure nella rubrica. L'assassino deve aver cancellato tutto.» Mercer si accigliò. Batteva freneticamente il piede, sotto la scrivania. La voce disse: «Tu credi di amarla». Niente. «Non è vero?» Ancora nessuna reazione, neppure uno sciacquio. Quando riprese a parlare, l'uomo sembrava seccato di non aver ricevuto neppure un cenno di risposta. «Be', vedremo di scoprirlo. Le regole del gioco sono molto semplici, ma tu potrai farci ben poco. Se Jodie ti manda un'e-mail prima dell'alba, io smetto di farti del male e ti lascio andare. Ma se non lo fa...» Ci fu una pausa, seguita da uno scricchiolio. Ebbi la sensazione che l'uomo si fosse voltato a prendere qualcosa. «... ti verserò questo sulla faccia e giù per la gola, e poi ti darò fuoco. Se hai capito, annuisci.» Un'altra pausa. «Ho detto: se hai capito, annuisci.» Simpson cominciò ad agitarsi nella vasca da bagno, muovendosi come poteva. Non potevo vederlo, ma sapevo che l'assassino gli aveva versato addosso il liquido infiammabile, per chiarire il concetto. «Così va bene.» Un altro scricchiolio.
«Cerca di star calmo. Abbiamo diverse cose di cui parlare.» La registrazione continuò ancora per un momento, poi s'interruppe. Greg si voltò verso di me. «La mia squadra informatica ha lavorato sul computer di Simpson», mi spiegò. «Hanno trovato due nuovi file audio salvati sul desktop. Questo era il primo.» «Apri il secondo», mormorò Mercer. Lo guardammo tutti. La testa gli era scivolata tra le mani, che ora nascondevano il viso. Il piede non batteva più. Non c'era ragione di essere impazienti. Lui sapeva cosa aspettarsi dal secondo file - lo sapevamo tutti , ma nel contempo dovevamo esserne certi. La CCL non aveva registrato la telefonata di quella mattina, con l'urlo terrificante, ma con tutta probabilità l'avremmo sentito presto. E non c'era da rallegrarsene. «Okay.» Greg cliccò due volte e l'audio partì. «Mi dispiace», disse la voce. «Spero che tu ti renda conto di come sei stato stupido. Di come quella donna non meritasse tutto ciò che hai investito su di lei.» Una pausa. «Mi capisci?» Seguì un rumore frenetico: sciacquii disperati e grida soffocate. «Se ti può essere di consolazione, Jodie e Scott sono una delle mie coppie. Più tardi andrò a trovarli e toccherà a loro giocare. Invece il nostro gioco finisce qui.» Il cuore mi batteva troppo in fretta. Mi scoprii a strofinarmi il mento con la mano, mentre l'ufficio sembrava ritrarsi attorno a me. «Fa' conto di vederla, adesso. Immaginala che dorme tranquilla tra le braccia del suo ragazzo.» Altro rumore nella vasca. «Ssst», sussurrò l'uomo. Doveva aver tolto il bavaglio a Simpson perché di colpo, alla fine, sentimmo la sua voce. Era stridula e piena di terrore. Supplicava e implorava per la propria vita, ma parlava così rapidamente che non riuscivamo a distinguere le parole. S'interruppero quasi subito, sostituite da un orrendo gorgoglio quando il liquido gli fu versato sulla faccia e in bocca. La registrazione era piena di colpi di tosse e di respiri convulsi. Mi faceva male al cuore ascoltare tutto ciò. Niente avrebbe potuto prepararmi a quello; il dolore che provavo era quasi spirituale. Complicità, frustrazione... Quando sentii lo scatto di un accendino, chiusi gli occhi. Forse mi aspettavo il rumore di una fiammata, ma non ci fu niente del
genere. Si capiva che aveva dato fuoco a Simpson dal modo in cui lui si era messo a gridare, ma la maggior parte delle grida rimase inudibile. Quell'uomo stava soffocando tra le fiamme e poteva dar voce al terrore e allo strazio soltanto con un flebile guaito sfiatato. Immaginai la gola contratta. Il bruciore insopportabile che gli accartocciava i polmoni come carta velina. Era la cosa più orrenda che avessi mai sentito. Sapendo come sarebbe finita, avrei voluto che Simpson morisse alla svelta. Ma non lo fece. Non dipendeva da lui. Il suo corpo rifiutava di arrendersi, lottava contro un oblio che avrebbe dovuto essergli gradito. L'omicidio sembrò protrarsi all'infinito. E, per tutto il tempo, ci fu un altro suono in sottofondo, più soffocato. Era un sibilo disumano. Mi ci volle un istante per capirne l'origine. Era l'assassino. Rabbrividii. Mentre la sua vittima stava morendo, in preda a dolori atroci, lui se ne stava lì a guardarla, a registrarla, con la bocca aperta, aspirando il fumo e l'odore. Era come se, attraverso i denti, succhiasse l'anima di Kevin Simpson, un pezzo alla volta. Aprii gli occhi e mi guardai attorno. L'avevamo sentito tutti e sui volti degli altri scorsi il riflesso delle mie sensazioni: orrore e incredulità. Ma non vedevo la faccia di Mercer, perché lui stava fissando la scrivania. Teneva le mani strette davanti a sé, quasi in preghiera. Il rumore continuò, calando poco a poco, poi la registrazione pietosamente s'interruppe. Persino il silenzio che piombò di colpo nell'ufficio sembrava contaminato. Per qualche istante nessuno parlò; nessuno si mosse. Poi Mercer si abbandonò lentamente all'indietro e si passò le mani sul viso, come se si fosse appena svegliato. «Cinque minuti di pausa, per tutti», disse. Uscii nella fredda aria pomeridiana, uno schiaffo in pieno viso, proprio quello che mi ci voleva. La pioggia era cessata, ma il cielo era ancora coperto da dense nuvole grigio scuro e il vento, quando arrivò, era gelido. Un sacchetto di patatine vuoto pattinò sull'asfalto. Le previsioni annunciavano neve e così sembrava. Persino col cappotto addosso stavo tremando, ma quello dipendeva anche dall'eccesso di adrenalina. Sentivo che avrei potuto correre all'infinito. E mi sarebbe piaciuto farlo. La morte è uno dei grandi tabù. Avevo già visto la mia parte di cadaveri,
orrendi quanto bastava. Ma, per quanto fossero spaventosi, erano soltanto il risultato finale. Suscitavano dolore e tristezza, ovvio, però ci si trovava davanti a qualcosa di già morto. Tutta un'altra cosa rispetto al vedere la morte o a sentirla accadere. Rispetto allo sperimentare quel terribile processo in cui un essere umano, in nulla diverso da te, viene fiaccato e distrutto, in cui le scintille vitali vengono spente a una a una, finché non rimane altro che un guscio vuoto. Inevitabilmente il mio pensiero corse a Lise. Ma non volevo, non me lo potevo permettere, non in quel momento. Era già difficile affrontare l'epilogo della storia - la morte di lei -, figuriamoci rappresentarsi l'orrore di ciò che aveva provato. Di ciò che aveva pensato mentre la sua vita svaniva. Scossi la testa e riportai i pensieri su Kevin Simpson. Cinque minuti? Nemmeno cinque anni sarebbero serviti: quella registrazione avrebbe continuato a perseguitarmi. Ma cinque minuti dovevano bastare. In ufficio, tutti avevano ancora un'aria cupa, accompagnata però da una determinazione professionale. Ognuno di noi aveva messo da parte i sentimenti suscitati dalla registrazione, forse per ripensarci, forse per dimenticarli per sempre. Di nuovo, Mercer sembrava il più distaccato. Quando rientrai, aveva lo sguardo fisso nel vuoto, come se non provasse nulla. Doveva essere una questione di esperienza... mi chiesi se sarei mai arrivato a estraniarmi completamente dalla situazione e considerarla solo come un rompicapo da risolvere. Poteva sembrare insensibile, però non dubitavo che l'accaduto lo avesse sconvolto, come aveva fatto con tutti noi. Quello era soltanto il suo modo di affrontarlo: concentrarsi per risolvere il delitto e catturare l'uomo che l'aveva commesso. Cominciò Greg: «Come dicevo, non ci risulta nessuna Jodie e nessuno Scott...» «Ma l'assassino ha parlato di e-mail», lo interruppe Mercer. «Da qualche parte ci devono essere.» «Sì, e se le ha cancellate potrebbe esserci il modo di recuperarle. Ma dipende dal sistema che ha utilizzato. Ci proveremo, ma non contiamoci troppo.» Mercer aggrottò la fronte. «Dalla registrazione sembra evidente che questa Jodie, chiunque sia, aveva una relazione con Simpson. Se non riusciamo a trovare lei e il suo ragazzo in tempo, lo farà il nostro uomo: sempre che non lo abbia già fatto.»
«Abbiamo una descrizione», intervenni. Lui si voltò di scatto. «Dimmi tutto.» Raccontai di Yvonne Gregory e riferii i dettagli che mi aveva fornito sulla ragazza uscita dalla casa di Simpson, presumibilmente Jodie. Sulla trentina, capelli castani, borsa, auricolari. Vaga com'era, quella descrizione non poteva esserci di grande aiuto e, mentre parlavo, me ne rendevo perfettamente conto. Dopo aver ascoltato la registrazione, il mio ottimismo era svanito. Conclusi parlando del furgone bianco e a quel punto Mercer annuì, quasi se lo fosse aspettato. M'interruppe per chiedere a Greg: «Ci sono telecamere di sicurezza?» «La più vicina è sulla strada principale.» Respirò a fondo. «Non inquadra la via di Simpson, ma credo si possa controllare il passaggio.» «Bene, allora quella è la tua priorità, adesso. Trova tutti i furgoni bianchi che sono passati davanti alla telecamera fra le otto e le nove di stamattina. Controlla anche ieri pomeriggio tra le quattro e mezzo e le cinque e mezzo. Vediamo se riusciamo a trovare la ragazza. Dobbiamo trovarla.» Greg non disse nulla. «Cosa c'è?» gli chiese Mercer. L'altro faceva ruotare la sedia a forza di talloni, come aveva fatto a casa di Simpson. Sembrava preoccupato. «Credo di non essere del tutto convinto.» Mercer allargò le mani, come se fosse tutto talmente ovvio da non capire il motivo della perplessità di Greg. Di certo non era ovvio per me, ma naturalmente non ero ancora al corrente di tutto ciò che faceva da sfondo agli eventi della giornata. «C'è la sua firma», riprese Mercer. «C'è un furgone bianco sulla scena del delitto. C'è il gioco. C'è la tortura. E, nonostante quello che sembrava all'inizio, c'è anche una seconda vittima.» «Non sto dicendo che manchino le similitudini convincenti.» «Allora cosa stai dicendo?» Greg sospirò, e io mi stupii perché mi sembrava un'aperta ribellione. Mercer era il capo e mi aspettavo che Greg si limitasse a eseguire gli ordini. Era evidente che nutriva dei dubbi sull'opportunità di proseguire, ma, dopo qualche istante, sembrò prendere una decisione: 'Fanculo. «Sto dicendo che i furgoni bianchi sono piuttosto comuni. Le ragazze sono piuttosto comuni. La firma sembra convincente, come ho già detto e, sì, parla anche di un gioco. Ma per il resto la scena è diversa.» Elencò i vari punti, contandoli sulle dita. «L'assassino lo ha tenuto nella vasca da bagno. La
ragazza se n'è andata ieri pomeriggio e non è stata parte attiva del gioco...» Rimase a corto di punti da elencare e si appoggiò allo schienale. «È completamente diverso.» «Certo che è diverso. Sono passati due anni.» «Lo so che sono passati due anni.» «Be', ci ha lavorato sopra. Non dovrebbe sorprenderci - voglio dire, sorprenderti - che sia cambiato. Sta a noi capire come e perché.» Greg si era incupito. Non era d'accordo, però non poteva ribattere ancora. Vidi che Pete lo osservava con attenzione. Ma Mercer non avrebbe permesso a Greg di cavarsela tanto facilmente. «Allora?» Greg sollevò lo sguardo e la mia sorpresa aumentò. C'era qualcosa di tagliente nella sua espressione. Non sapevo perché e neppure cosa ci fosse sotto, ma di certo non prometteva niente di buono. «Forse non è questione di essere convinto», disse. «C'è proprio qualcosa che mi mette a disagio, signore.» I due si fissarono e l'atmosfera nell'ufficio divenne tesa e imbarazzante. Nessuno parlava, così decisi che era il momento giusto e forse anche opportuno per intervenire. Con cautela. «Posso chiedere...?» «Sì, certo.» Mercer si voltò verso di me, il volto impietrito. «La situazione è questa. Io sono convinto che questo omicidio sia collegato a un caso precedente. Ci sono fin troppe somiglianze, molte delle quali irrefutabili. D'altra parte, Greg non ha tutti torti nel sottolineare che ci sono anche alcune lievi differenze. A mio parere il soggetto ha leggermente alterato il proprio modus operandi.» «Capisco», mormorai. «Quindi...» «Subito dopo il briefing potrai leggere il rapporto e metterti in pari coi dettagli.» «Bene.» Il disagio si sarebbe potuto tagliare col coltello. Se non altro, Greg aveva smesso di fissare Mercer e si era messo a guardare il pavimento, mantenendo però la stessa espressione. Roba da far rinsecchire la moquette. «Pete?» esclamò Mercer. «Simon? Avete niente da aggiungere?» Sembrò che si rivolgesse soprattutto a Pete, il suo vice, ma quest'ultimo sembrava poco entusiasta dell'attenzione riservatagli e riluttante a offrirgli appoggio. Cosa c'era di non detto?
Simon salvò tutti dall'imbarazzo. «Comunque stiano le cose, noi procediamo alla stessa maniera, giusto?» Il suo tono era pratico e deciso. «Seguiamo il furgone e la ragazza. Quindi non ha molta importanza, in fondo: possiamo stare a vedere quali altre prove vengono fuori.» Fece una pausa, e la sua ultima frase mi sembrò meno neutra. «E allora decideremo.» Pete annuì. Greg scrollò le spalle. Era soddisfatto, ma ostentava disinteresse. «Sono d'accordo», dichiarò Mercer. «Procederemo così. Nel pomeriggio, Mark leggerà i rapporti. Dividiamo tra noi il resto delle cose da fare.» Così dovevo rimettermi in pari. Giustissimo. Alla luce di quel contrasto, ero curioso di vedere cosa avrei scoperto dal file, se avrebbe chiarito quello che stava succedendo all'interno della squadra. Nel frattempo seguii attentamente l'assegnazione degli incarichi. Pur senza tralasciare il lavoro sul computer, la squadra informatica di Greg avrebbe controllato le riprese della telecamera. Simon doveva seguire il lavoro della Scientifica. Nel giro di mezz'ora, Pete avrebbe tenuto una breve conferenza stampa in cui avrebbe reso nota l'identità di Simpson, lanciando anche un appello a suoi conoscenti di nome Scott o Jodie affinché si facessero avanti. Poi avrebbe cercato di rintracciare le ex di Simpson, verificando se qualcuna di loro corrispondeva alla descrizione della ragazza, in caso Jodie non fosse il suo vero nome. «Dobbiamo trovare quella coppia prima dell'alba», insistette Mercer. Alla fine del briefing ognuno raccolse le proprie cose. Greg sembrava ansioso di lasciare la stanza; Simon si mise a telefonare, indifferente alla tensione; Pete si muoveva lentamente. Lo sentii sospirare mentre raccoglieva le sue carte. Mercer mi passò un foglietto col numero di pratica di un caso e col codice di accesso. Decisi di escludere dalla mia mente tutto il resto. C'era del lavoro da fare. Mi piazzai al computer e inserii i codici. La macchina si bloccò mentre caricava i dati e, qualche secondo più tardi, apparve il riferimento del caso in questione. Caso nr. A6267 - 50/50 Killer 3 dicembre, ore 14.30 16 ore e 50 minuti all'alba Scott
Numero 273. Ci scambiamo SMS in contemporanea. Scott si appoggiò allo schienale, usando il mouse per scorrere la lista e vedere se l'aveva già incluso. Se non l'avesse fatto, sarebbe stato davvero ridicolo... No, non c'era. Come aveva potuto saltarlo? Tornò in cima alla lista. Cinquecento motivi per cui ti amo. Tornò di nuovo in fondo e digitò: Numero 274 . Poi si fermò, le dita sospese sulla tastiera. Quindi sorrise, fissando il cursore che ammiccava. Dopo aver superato i duecento, era diventato decisamente più difficile: non sapeva più dove attingere. Certo, di ragioni ne spuntavano fuori, ma di solito soltanto perché Jodie aveva detto o fatto qualcosa che l'aveva colpito, com'era successo con gli SMS che si erano incrociati poco prima. Non che avesse importanza, almeno finché continuavano a venirgli in mente, rifletté. E continuavano. Persino con le difficoltà emerse tra loro negli ultimi tempi, si stupiva di notare ancora in lei dettagli adorabili e tornava alla lista per aggiungerli subito. Era una cosa che lo rendeva felice. E nel contempo lo rattristava. In quel momento, la sua mente era vuota. Non gli veniva altro. Gli serviva qualche spunto. Per adesso lascia perdere. Scott premette CTRL+S per salvare il documento e poi ALT+TAB per passare dal file Word al software di grafica. La schermata mostrava tre diverse foto del suo viso: avrebbe dovuto occuparsi di quelle e non di altro. Negli ultimi tempi, si stava dedicando a lavori composti da sette o nove dipinti di un oggetto o di una persona. Il primo era sempre realistico, benché virato su colori insoliti. Il viso sulla sinistra, per esempio, era stampato nei toni del verde e del giallo, ma, a parte quello, avrebbe potuto essere una normale fotografia. Una volta terminato il primo quadro, lo passava allo scanner e lo salvava come file, per poi manipolarlo con un programma di fotoritocco: magari sfocandolo leggermente o esaltando gli stacchi di
colore, in modo che l'intera immagine sembrasse composta a blocchi. Quindi la stampava e ne dipingeva una copia. Quello era il secondo pezzo della serie. E così via. Era un procedimento ripetitivo. Aveva ormai una serie di piccole tele che mostravano la progressiva disintegrazione di un'immagine, ridotta ai suoi componenti base di forma e colore. Lungo il percorso, l'osservatore finiva per perdere traccia dell'oggetto di partenza. L'ultimo dipinto di quella serie di autoritratti sarebbe stato composto da quattro rettangoli arancioni e verdi, appena fuori centro rispetto alla tela, simili a una vetrata. Dopo soltanto tre passaggi, l'immagine all'estrema destra era già diventata aliena. Pur riconoscibilmente umana, Scott non ci ritrovava molto di sé. Arte. C'erano una teoria e uno scopo precisi dietro quello che faceva, ma il suo diploma risaliva ormai abbastanza indietro negli anni per consentirgli di rilassarsi, da quel punto di vista. Lui stesso, da giovane, forse avrebbe disapprovato quel lavoro, ma Scott dipingeva in quel modo perché gli interessava farlo così e, a parte ogni altra considerazione, il risultato sembrava buono. Cominciava a raccogliere anche qualche consenso. Una piccola galleria in città aveva esposto alcuni dei suoi pezzi singoli e ne aveva venduti un paio; non ci aveva guadagnato molto, ma era già qualcosa. Gli avevano telefonato una quindicina di giorni prima, interessati a esporre qualcos'altro di suo, quindi lui si era preso una settimana di ferie per mettere insieme un po' di materiale. La telefonata l'aveva entusiasmato, ma la reazione di Jodie era stata una delusione. Era felice, almeno così aveva detto, dimostrando però quella stessa mancanza di slancio - quasi indifferenza - che ormai permeava il resto della loro esistenza. La sera prima, per esempio. Era tornata dal lavoro e si era afflosciata sul divano. Lui le aveva chiesto cosa c'era che non andava e lei aveva risposto: «Niente». Ma Scott non era tipo da lasciar cadere la cosa, perciò ne era scaturita una discussione e alla fine lei se n'era andata a letto. Succedeva spesso. Il loro appartamento era ben arredato, spazioso e ordinato, ma, quando lui la guardava percorrerlo mentalmente avanti e indietro, aveva la sensazione che Jodie avesse bisogno di trovare una stanza nascosta. Altrimenti sarebbe impazzita. Era un atteggiamento contagioso. Da mesi non erano felici e, benché l'istinto gli suggerisse di trovare un modo per rimettere tutto a posto, lui non aveva idea di come agire. Jodie rifiutava di parlare di quello che la turbava, facendo così nascere in Scott un groviglio di frustrazione che a volte cre-
sceva sin quasi a soffocarlo. Guardò il volto sul monitor. Forse dipendeva dalla foto di partenza o dai colori, ma di certo sembrava triste. E quindi non proprio estraneo, dopotutto. Tornò di nuovo alla lista e la fece scorrere. Numero 87: Anche quand'è insignificante, sostieni il mio lavoro artistico. La prima parte rifletteva la sua solita tendenza ad autodenigrarsi; se ti disprezzi da solo, diminuisci il rischio di farti umiliare. Nei primi anni della loro relazione, Jodie lo avrebbe rimproverato per quello, soprattutto a proposito della sua arte, ma ora... Scott si chiese come avrebbe reagito. Forse il numero 87 non era nemmeno più vero. Lui ne era ancora assolutamente convinto, ma forse era solo un elemento della loro infelicità generale, come tutto il resto. Niente di male a perseguire un sogno finché si era giovani, ma a un certo punto si doveva pure abbandonarlo, no? Di certo non sarebbero stati i suoi quadri a farli diventare ricchi e neppure i lavori meschini che facevano per campare. In mancanza di novità impreviste, la situazione era quella. Avrebbero tirato avanti in quel modo per il resto della loro vita: una prospettiva che, al momento, sembrava semplicemente impossibile. Tornò di nuovo in fondo alla lista. Numero 274 ... Era l'ultimo della pagina: se fosse riuscito ad aggiungere almeno quello, sarebbero state tre pagine complete. Prese il cellulare dalla scrivania, accanto alla tastiera, per rileggere il messaggio che lei gli aveva mandato: riciao tesoro. qui giornata pallosa, cm va la pittura? non vedo l'ora di vdt. Scs x cm mi sono comportata. tvb da morire. x x x x x. Scott lo posò con un sorriso. Non gli occorreva altro: un SMS, due parole come ai vecchi tempi, ed era pronto a ricominciare. Una sensazione passeggera, certo, e i soliti dubbi sarebbero tornati, ma in fondo la vita si riduceva a fare un passo alla volta. Finché avessero tenuto duro entrambi, ce l'avrebbero fatta. E affrontare insieme i problemi, anziché dividerli, forse li avrebbe riavvicinati.
Numero 274 . Nonostante tutto, con me non ti arrendi mai. Aveva cominciato a compilare la lista all'inizio dell'anno. Si erano trasferiti da poco in quell'appartamento e stavano cominciando a rendersi conto di quanto fosse «vivace» il quartiere. Nella loro pur breve permanenza, avevano già assistito a un furto d'auto, in pieno giorno e col proprietario a bordo; avevano ascoltato un alterco che era sfociato in un accoltellamento - per fortuna non letale - nel vicolo retrostante alla casa, ed erano stati evacuati per un allarme bomba al vicino negozio che vendeva oggetti per beneficenza. Non potevano permettersi l'affitto in una zona migliore, e in fondo l'appartamento era abbastanza carino, ma nessuno dei due si sentiva al sicuro, felice, o anche solo vagamente a casa. C'erano ancora scatoloni ovunque: alcuni svuotati solo a metà, altri sigillati col nastro adesivo, quasi a ribadire che non avevano intenzione di restare lì. Avevano tirato fuori le stoviglie di cucina e un po' di vestiti, ma le uniche concessioni al «casa dolce casa» erano lo stereo e il televisore, entrambi sistemati fin dalla prima sera. Stavano guardando la televisione, in salotto: Jodie non si sarebbe mai persa le sue soap-opera, che Scott poteva indifferentemente guardare o no (di solito no). Nonostante quello, o forse proprio per quello, la devozione di lei stava per diventare il numero 56. Ma, prima di arrivarci, lui si era lasciato sopraffare dagli eventi. «Che vita di merda», aveva detto. Jodie lo aveva guardato e poi gli aveva appoggiato la testa sulla spalla. «Già. Ma sopravvivremo.» Le aveva cinto le spalle con un braccio. «Tu dici?» Facevano a turno: quando uno si lamentava, l'altro era ottimista. Una specie di tacito accordo. Se si fossero lasciati andare tutti e due contemporaneamente, non sarebbe rimasto nessuno per tirarli su. «Certo», aveva affermato lei. «Perché ti amo.» Le aveva sfiorato i capelli. Erano scuri, lisci e sottili; a Jodie non piacevano, ma a lui sì. Toccando i capelli si arrivava subito alla testa. La faceva sembrare più fragile di quanto non fosse. «Ma io ti amo di più», aveva replicato lui. Lei gli aveva tirato una manata sul petto. «No, non è vero.» «Sì, che è vero.» Quello, uno dei loro giochetti abituali, sarebbe diventato il numero 5. «Dimostralo.»
«Dimostrarlo? Avrò almeno cento motivi per amarti.» Lei si era sollevata per guardarlo negli occhi. «Forza, allora.» «Cosa?» «Cento motivi.» Ci stava prendendo gusto. «Sentiamoli.» «Mmm.» «Visto? Tutte chiacchiere.» «No.» Scott si era alzato. «Stavo solo pensando a dove trovare carta e penna.» In realtà stava pensando: Cazzo! Ma poteva anche rivelarsi un'occasione per fare qualcosa di buono, qualcosa capace d'infondere un po' di luce in quella situazione. Quindi era andato nell'ingresso e si era messo a rovistare in un paio di scatoloni, tornando poi armato di blocco e penna. Jodie aveva sfoderato un sorriso divertito. Ma era anche felice. «Non devi mica farlo per forza, sai.» Scott le aveva premuto un dito sulle labbra, quindi si era seduto accanto a lei. «Ssst. Guardati la tua soap, donna.» «Okay.» Jodie si era dedicata al programma televisivo e lui aveva cominciato a scrivere. Una riga dopo l'altra. Di tanto in tanto Jodie allungava il collo per sbirciare e allora Scott sollevava il foglio perché lei non vedesse. «Ah, ah!» «Fammi vedere!» «Non ancora.» Cento motivi. Quando aveva iniziato, non aveva idea di come sarebbe stato difficile. Non sapeva neppure se ce l'avrebbe fatta. Ma accanto a sé avvertiva la presenza di Jodie, che sorrideva in silenzio, cercando di nascondere quanto fosse lusingata. Più felice di quanto non fosse stata da secoli. Quello bastava per spingerlo a continuare, a scrivere un motivo dietro l'altro. Mantieni quel sorriso. Pochi minuti più tardi, i titoli di coda erano scorsi sullo schermo. Lui aveva voltato pagina, continuando a scrivere. Ora, quasi un anno dopo, Scott ridusse a icona il documento Word e si spostò in una delle stanze vuote. Uno dei vantaggi di quella zona così a buon mercato era potersi permettere una casa con tre camere da letto. Delle due che non utilizzavano per dormire, una era praticamente riservata a Scott, che ci teneva l'attrezzatura per dipingere da una parte e i pesi dall'altra. Sciogliendo i muscoli del collo, sistemò la sbarra sulla panca e accese il
piccolo stereo a tutto volume. I pesi erano un rimasuglio dell'adolescenza, quando lui era gracile e fisicamente indifeso. Aveva cominciato a quindici anni e, con grande sorpresa sua e di chi gli stava attorno, a ventotto anni non li aveva ancora mollati, anzi li aveva fatti diventare una parte integrante della sua esistenza. Si allenava tre volte alla settimana, per almeno un'ora; se gli capitava di saltare più di una sessione, gli prendeva l'ansia e la sua autostima diminuiva. Sapeva che era stupido, ma era quello che provava. A parte tutto, era un modo per staccare un po'. Una via di fuga... o almeno quella era l'intenzione. Cominciò il riscaldamento con soli trenta chili, prima di caricare le estremità della sbarra di sollevamento e aumentare a novanta. Poi si distese sulla panca, si assicurò una buona presa, sistemò meglio le mani, inspirò ed espirò. Quell'incremento dei pesi era sempre uno shock, all'inizio. Sollevò, espirò, abbassò, sollevò. Numero 8: La sensazione che mi danno i tuoi capelli, pensò. Sollevò la sbarra. Ancora. I muscoli del petto cominciavano già a bruciare. Ancora. Numero 34 . A volte sei proprio una ragazzina. «’Fanculo!» Lei gli aveva assestato un pugno scherzoso, prima di voltare la pagina. Numero 35. Okay, non sei così ragazzina. «Davvero furbo. Ritiro tutto.» Scott completò una serie di quindici sollevamenti con la sbarra e poi si sforzò di aggiungerne ancora uno, alzando il peso di una frazione alla volta, con le braccia che tremavano per lo sforzo. Quando li riappoggiò sui sostegni, i pesi tintinnarono. Si rizzò a sedere, sbuffando. Numero 8 9, pensò, mentre recuperava. Quando mi sveglio la mattina e tu mi stai guardando.
Mentre leggeva la lista, Jodie aveva continuato a sorridere. Una tranquilla felicità che sembrava soprattutto interiore, ma trapelava anche sul suo viso, e dava a Scott più gioia di quanto lui potesse esprimere. Una sensazione così forte che minacciava di esplodergli dentro. Un sorriso che lui annotò mentalmente come motivo numero 101. «Ti amo, ti amo davvero tanto», gli aveva detto. «Ti amo anch'io.» Era avvampato di soddisfazione. Alla fine, si era rivelato molto più facile di quanto avesse temuto: in effetti, arrivando al numero 100 gliene frullavano ancora parecchi in mente, e altri ancora - ne era certo - sarebbero venuti. Avrebbe potuto continuare tutta la notte. E quello, insieme col desiderio di mantenere il sorriso di lei, lo aveva spinto al passo successivo. «È stato facile. Sarei potuto arrivare a cinquecento.» «Balle.» «D'accordo. Allora dammi quel coso.» Jodie aveva allontanato il blocco. «Non fare lo scemo. Rimarresti qui tutta la notte.» «Okay, però lo ricorderò. Magari diventerà un regalo di Natale.» «Sì, potrebbe andare.» Aveva posato il blocco accanto a sé, sul divano, e gli aveva dato qualche colpetto per tenerlo al sicuro. «Però dovrai ricominciare da capo, perché questo me lo tengo io.» «Nessun problema.» Era così che le aveva detto... con un certo sollievo, a essere onesto. Ma era anche deciso. Mancavano ancora undici mesi a Natale, perciò restava un sacco di tempo per escogitare quattrocento motivi. Gli era persino venuta la folle idea di arrivare a mille. Ma ormai mancavano appena tre settimane a Natale e lui non era più tanto convinto che non ci fosse «nessun problema». Non sarebbe neppure riuscito a completare quello che aveva promesso. Scott ridusse i pesi a quaranta chili e cominciò con le distensioni sopra la testa. Uno, due, tre. Trecento motivi potevano bastare? Lei se ne aspettava cinquecento: che senso aveva presentarsi con meno? Non sarebbe stato come dire che non la amava quanto credeva? Ma non poteva neppure essere troppo duro con se stesso. Quanti sarebbero riusciti a mettere insieme trecento motivi, per non parlare di cinquecento? E quanti ci avrebbero anche solo provato? Perciò il semplice tenta-
tivo aveva già un significato. Fece una smorfia per lo sforzo, ma tenne duro. Nove, dieci... Trecento motivi era come dire: Faccio quello che posso. Era come dire: Mi rendo conto che niente è perfetto, e men che meno lo sono io, però ci provo. Perché sto disperatamente cercando di non perderti. Clang. Nei successivi tre quarti d'ora completò la sua routine di esercizi: rematori col tronco disteso, rematori con manubrio; curl per i bicipiti; estensioni dei tricipiti. Terminò con un centinaio di addominali, i piedi incastrati sotto la sbarra poggiata a terra. Quando ebbe finito si alzò, bevve l'acqua rimasta e spense la musica. Ma si sentiva ancora qualcosa. Scott rimase immobile per un attimo, in ascolto. Non era musica. Era un rumore diverso, rimasto fino ad allora in sottofondo, e che adesso si avvertiva meglio. Aggrottò la fronte e si diresse verso la porta. Il primo pensiero fu che, per qualche ragione, Jodie fosse rientrata prima del solito, mettendosi a guardare la televisione. Aprì la porta e la chiamò. «Jodie?» Sì, c'era il televisore acceso. Scott si avviò nel corridoio. La porta d'ingresso era chiusa. Per un attimo, lui provò una fitta di delusione: era rientrata senza neppure salutarlo? Subito dopo, però, fu colto dall'inquietudine. Se era tornata prima del previsto, allora forse c'era qualcosa che non andava. Si avviò verso il soggiorno, chiamando di nuovo: «Jodie?» Aprì lentamente la porta, in preda a un vago disagio che gli impedì di entrare subito. La porta cigolò. Il televisore era nell'angolo opposto, ma non c'era traccia di Jodie. Scott avanzò fino al centro della stanza. Troppo tardi pensò alla porta della cucina, nell'angolo a destra. Con la coda dell'occhio, fece in tempo a scorgere un movimento nella sua direzione e istintivamente cercò di schivarlo, ma invano. Fu come andare a sbattere a tutta velocità contro un lampione: una botta terrificante. Di colpo, Scott si ritrovò a fissare il soffitto. Cazzo! E poi il diavolo torreggiò sopra di lui.
PARTE SECONDA «Col procedere dell'indagine - e in generale, per questo settore , è importante tener sempre presente una verità forse scomoda ma necessaria: il Bene e il Male non esistono. Potete anche non pensarla così, però, in base alla mia esperienza, ragionare in questo modo non vi farà dormire meglio la notte, e di certo non vi sarà d'aiuto per catturare i criminali. «Etichettare qualcuno come 'cattivo' è fin troppo facile. L'effetto devastante che simili individui possono avere sulle esistenze altrui è tale che non possiamo liquidarli con tanta disinvoltura. In realtà, essi sono rotelle dell'ingranaggio sociale uscite dalla loro sede. Al loro passaggio, la macchina che sforna cittadini utili e responsabili come me e voi è impazzita e ha prodotto i 'mostri' che ora vediamo. Bisogna almeno cercare di comprendere l'errore del procedimento che li ha originati: lo dobbiamo alle loro vittime e alle vittime di altri mostri simili a loro. «Nel lavoro del poliziotto non c'è nessun Dio e nessun demonio. Non ci sono neppure il Bene e il Male. Non ci sono mostri. Ci sono soltanto persone che hanno subito un danno. Gli individui cui diamo la caccia si collocano, come chiunque altro, a metà strada fra il danno che hanno subito e quello che possono causare.» da Il danno è fatto di JOHN MERCER 3 dicembre, ore 15.30 15 ore e 50 minuti all'alba Mark Erano trascorsi sei anni da quando avevo percorso la lunga strada ondulata che conduceva al Niceday Institute per intervistare Jacob Barrett. Era estate, un'estate calda e opprimente. Avevo le maniche della camicia arrotolate, il finestrino abbassato e, lungo la strada, avevo ammirato le distese boschive che la fiancheggiavano, ascoltando dapprima il canto degli uccelli sugli alberi e poi, mentre mi avvicinavo all'edificio, il sibilo e il ronzio di un giardiniere al lavoro col decespugliatore. L'istituto dava un'illusione di pace e di riserbo, in stridente contrasto con le persone che vi e-
rano ricoverate. In effetti, quel posto era organizzato come una caserma. Ero ancora uno studente, stavo lavorando alla mia tesi ed ero nervoso. Per la prima volta in vita mia, stavo per trovarmi faccia a faccia con uno dei più vituperati, temuti e intrattabili membri della società: un serial killer. Ero ovviamente tesissimo, ma ben presto avevo scoperto che non ce n'era motivo. L'esperienza sarebbe stata caratterizzata da un singolare anticlimax. Jacob Barrett era soltanto un uomo. Avendo già letto molto su di lui, i suoi crimini gli aleggiavano attorno come un'aura oscura, ma, senza quella conoscenza pregressa, lo avrei quasi sicuramente giudicato noioso. Era una vera nullità, arrogante ed egocentrico, benché nulla potesse giustificare un simile atteggiamento. Infarciva i suoi discorsi con commenti tipo: «Be', magari non sono un'aquila, ma...» e non c'era mai nessuna ragione per quei «ma». Sapeva a malapena leggere e scrivere ed emanava una scaltrezza così evidente da poterla quasi fiutare. Era grasso, con rotoli di ciccia che tendevano la stretta camicia azzurra, e il viso era butterato. Gli occhi erano piccoli e penetranti, e lui sbatteva le palpebre con troppa energia e troppo spesso, come se la luce lo infastidisse. Però aveva braccia robuste. Era così che ci riusciva. Jacob non era certo affascinante; poteva contare soltanto sulla propria forza. Per l'intera durata del colloquio era rimasto afflosciato sulla sedia, con le braccia conserte, le mani da strangolatore appoggiate sui grossi bicipiti flaccidi, godendosi tutta quell'attenzione di cui era oggetto. Gli piaceva mettere paura alla gente, emanare un'aura di pericolo, sebbene fosse rinchiuso; gli piaceva credere che l'interlocutore lo temesse. Quindi io non gli piacevo, perché non sembravo spaventato né incline a trattarlo con timore reverenziale. Da parte mia, non m'interessava tanto ascoltarlo mentre si vantava dei crimini commessi, quanto piuttosto farlo parlare della propria infanzia. Sapevo bene che, dietro quelle palpebre che sbattevano troppo spesso, non c'era il minimo legame emotivo col prossimo. Nel corso della sua adolescenza, la normale gamma dei desideri sessuali era stata calpestata e sconvolta. Un adulto normale desidera dare e ricevere piacere da un altro adulto consenziente; Jacob aveva altre fissazioni. Per lui, le persone erano semplici oggetti. Esistevano soltanto per farsi utilizzare secondo quanto suggerito dalle sue pulsioni deviate. Era sessualmente deforme, ma, nel corso degli anni, aveva imparato a nasconderlo, simulando la normalità. Com'era diventato così? Era quello il motivo per cui mi trovavo al Niceday. Scopo del mio dottorato era tracciare una mappa dell'area grigia che si
estendeva tra il bambino che Jacob era stato e l'adulto che era diventato. Alla fine, il contributo della giornata si sarebbe limitato a un brano non essenziale di una tesi non certo memorabile, ma l'esperienza in sé mi aveva accompagnato a lungo. A casa, quella sera, ero rimasto silenzioso. Lise aveva fatto del suo meglio per liberarmi dall'inquietudine, ma all'epoca non ero stato in grado di esprimere quello che provavo. Forse mi troverei in difficoltà anche adesso. Dal passato di Jacob emergeva un'unica certezza: nessun killer «esordiente» rapisce una ragazza per strada e la strangola in una cava. Come per ogni altra cosa nella vita, anche l'omicidio richiede un minimo di pratica. Ed era stato proprio grazie a quel fatto che l'avevano catturato. John Mercer aveva giustamente ipotizzato che l'assassino della cava si fosse allenato prima di compiere quel particolare omicidio. Era assai probabile che, per esempio, avesse raccolto altri autostoppisti, realizzando così le sue fantasie segrete un passo alla volta. La polizia aveva quindi lavorato risalendo la corrente, controllando denunce di tentato rapimento e aggressione e investigando su segnalazioni di comportamenti sospetti. Partendo dalla relativa abilità ostentata dall'assassino della cava, era risalita ai possibili errori che lui doveva aver commesso all'inizio della carriera e poi imparato a evitare. Di solito, funziona così per i killer a orientamento sessuale. È più facile che vengano catturati mentre muovono i loro primi passi, in modo non tanto diverso dagli scrittori che ricevono montagne di lettere di rifiuto prima di riuscire a pubblicare un libro. Nel caso di un killer, non è insolito trovare precedenti di atti di libidine violenti o di altre attività registrate dalla polizia; inciampi di poco conto, per lui, ma che gli hanno consentito di evolversi, mettendo a frutto l'esperienza accumulata soprattutto sui possibili intoppi. Era stato così che avevano catturato Jacob Barrett. Non era uscito dall'inferno già fatto e finito. Nessuno lo è. Troppo facile pensarla così. Eppure il file che avevo davanti in quel momento sembrava sfidare apertamente quei principi. I primi delitti attribuiti all'individuo ormai noto come 50/50 Killer erano così elaborati e condotti con una tale sicurezza da far pensare che lui avesse già affinato la propria tecnica. Ma le indagini sui possibili precedenti, per quanto estesi all'intero Paese, non avevano rivelato nulla che avesse anche una minima similitudine con quegli assassini. Sembrava davvero comparso dal nulla. Le sue prime vittime conosciute erano Bernard e Carol Litherland. Studiai i dettagli. Entrambi sulla settantina, sposati da circa cinquant'anni, vi-
vevano nella stessa casa da trenta. Avevano due figli, ormai grandi e con una famiglia propria. I Litherland erano considerati buoni vicini, tranquilli, attivi nella comunità locale, persone piacevoli con cui fare due chiacchiere. Era stato un vicino, preoccupato per aver visto la porta d'ingresso socchiusa, a scoprire i loro cadaveri, la mattina dopo il delitto. Nel file c'era una foto della casa. Sembrava grigia e inquietante, e la porta socchiusa pareva uno squarcio su un inferno pronto a risucchiarti se lo osservavi troppo a lungo. Lessi velocemente il referto autoptico, ridimensionando le orrende ferite a semplici dati di fatto. I Litherland erano stati ammanettati al letto, mani e piedi. Carol Litherland era stata ustionata con un ferro da stiro, tagliuzzata e accoltellata. Su di lei si contavano cinquantasei ferite diverse, inclusi l'accecamento di un occhio e il taglio alla gola che l'aveva uccisa. Anche il marito era stato torturato, e aveva subito ustioni e ferite da taglio alle gambe, al petto e alla testa. Pure lui era stato accecato da un occhio, ma era morto per un attacco di cuore, probabilmente causato dallo shock. Mi feci coraggio e passai alle foto della scena del crimine, ricontrollando nel mentre i corrispondenti passaggi del rapporto. I cadaveri sul letto, illuminati dal flash della polizia, erano oggetti orrendi, con le mani esangui che sporgevano dalle manette agganciate alla testiera, le dita tese e immobili. I volti martoriati erano rivolti in direzione opposta l'uno rispetto all'altro, e appoggiati sui cuscini rossi di sangue. Feci scorrere velocemente i dettagli delle ferite, fermandomi su una foto della parete dietro il letto. Di colpo, gli eventi della giornata acquistarono un senso. Con le dita, l'assassino dei Litherland aveva tracciato un grande disegno sul muro, quasi identico a quello trovato nello studio di Kevin Simpson. Si trattava di un acchiappasogni o di una ragnatela, eppure era diverso dall'altro. Le linee della tela erano confuse e spezzate. Qualunque cosa volesse rappresentare, il rapporto confermava che era stato tracciato col sangue dei Litherland. Fin dall'inizio era stato chiaro che l'omicidio dei Litherland non si poteva ricondurre a una rapina andata storta. Dopo aver finito con loro, l'assassino si era preoccupato di pulire la casa e, per andarsene, aveva atteso che la strada fosse deserta. Nessuna impronta digitale, neppure un brandello di prova per la Scientifica. Sembrava altresì che non mancasse niente. Le indagini erano cominciate da zero e lì erano rimaste. Col passare del
tempo, il numero di agenti assegnati al caso era stato ridotto. All'epoca, il caso era stato gestito dal sergente Geoff Hunter e dalla sua squadra. Mercer lo aveva ereditato soltanto cinque mesi più tardi, quand'erano state trovate altre due vittime e la polizia aveva cominciato a rendersi conto dell'individuo con cui aveva a che fare. Dopo aver letto la prima parte del file, tornai alla foto della ragnatela disegnata sulla parete dei Litherland e ingrandii l'immagine al massimo. Poi mi appoggiai allo schienale e mi misi a studiarla. Come aveva detto Mercer, era troppo simile al disegno in casa di Simpson per essere una coincidenza. Era evidente che lo stesso assassino era responsabile di entrambi i delitti. Perciò rimuginai di nuovo sull'iniziale resistenza di Greg e sulla riluttanza inespressa del resto della squadra: da dove veniva? In effetti c'erano alcune differenze - certi aspetti del precedente delitto sembravano assenti in questo -, però gli elementi raccolti fornivano sufficienti certezze... Non riuscivo davvero a capire cosa preoccupasse tanto gli altri. Forse non è questione di essere convinto. C'è proprio qualcosa che mi mette a disagio, signore. Ripensando alle parole di Greg, aggrottai la fronte. Poi tornai al file. Nell'abbandonare la seconda scena del crimine, il 50/50 Killer si era preoccupato di richiudere la porta d'ingresso e ciò aveva fornito il primo, vero indizio sul suo modus operandi e sulle sue motivazioni. La porta dei Litherland era rimasta aperta perché erano morti entrambi. Ma una vittima della seconda coppia era ancora viva e in grado di attirare l'attenzione di qualcuno. Il 50/50 Killer voleva che le sue vittime fossero trovate. I Roseneil, ventitreenni e appena sposati, erano legati nello stesso modo dei Litherland. Daniel Roseneil era stato imbavagliato durante l'ordalia e a un certo punto era svenuto, per il dolore o per la paura oppure per entrambi. Quando aveva ripreso conoscenza, l'assassino era sparito e la moglie giaceva morta al suo fianco. Il killer gli aveva tolto il bavaglio, ma lo aveva lasciato ammanettato al letto. Daniel aveva urlato per più di un'ora prima dell'arrivo dei vicini. L'omicidio Roseneil era stato assegnato alla squadra di Mercer prima che ci fosse stato modo di collegarlo all'altro caso. In circostanze diverse, Hunter si sarebbe occupato di entrambi, ma in quei delitti Mercer aveva riconosciuto qualcosa che non era poi riuscito a scrollarsi di dosso. Quindi
aveva brigato finché non gli erano state affidate le indagini. Immagino che la sua iniziativa non fosse vista di buon occhio, ma, a prescindere dalle complicazioni interne, da quel momento la caccia al 50/50 Killer era diventata affar nostro. Mi misi a leggere i dettagli del secondo caso. Il cadavere di Julie Roseneil mostrava lesioni simili a quelle di Carol Litherland sia per intensità sia per numero. Larghe ferite da taglio e ustioni; sfregi sui seni e sui genitali; mutilazioni al viso e alla testa. Come a Carol, anche a Julie era stata tagliata la gola. Daniel Roseneil era stato torturato come Bernard Litherland... però alla fine il killer lo aveva lasciato in vita. Feci scorrere le foto della scena del crimine, cercando invano di mantenere un certo distacco. Pure sulla parete dietro il letto dei Roseneil era stato tracciato un disegno simile al precedente. A metà tra un acchiappasogni e un simbolo occulto, la ragnatela era segnata da minuscoli tratti, che sembravano interromperla. Era la firma del 50/50 Killer, sempre presente eppure un po' diversa. Nessuno di quegli schemi era mai stato rintracciato in qualche libro, però era evidente che aveva un significato importante per l'assassino. Quale che fosse la motivazione per i delitti, quei disegni giocavano un ruolo chiave nella psicopatologia da cui scaturivano. La serie d'immagini si concludeva con una foto in bianco e nero del matrimonio dei Roseneil, scattata quattro mesi prima del delitto. Erano entrambi in piedi, davano le spalle al fotografo, ma si erano voltati per guardare l'obiettivo e tenevano le mani intrecciate. Era tremenda, rispetto a quelle scattate dopo. Sembravano così giovani e felici... la stretta delle mani era forte e fiduciosa. E poi Daniel aveva ripreso i sensi per scoprire la moglie morta al suo fianco... C'era anche un'intervista filmata. Era in bianco e nero, come la foto del matrimonio, ma quella era l'unica somiglianza. Nelle immagini, Daniel, col viso tumefatto, stava a capo chino, il linguaggio corporeo limitato a un continuo ritrarsi. Non guardava verso la telecamera. Quel video mi ricordava le riprese dei soldati americani catturati durante la guerra del Golfo e costretti a rilasciare dichiarazioni, però era molto peggio, anche perché le ferite erano decisamente più visibili e devastanti. Il testo in un angolo del monitor spiegava che l'intervista era stata condotta dal detective Andrew Dyson. M'infilai le cuffie. Dyson: «Daniel, puoi raccontarmi cosa ricordi di quella notte?»
Lo sguardo di Daniel Roseneil puntava in basso a sinistra. L'uomo aveva i lineamenti gonfi e deformati. Quando parlava, le labbra gli si appiccicavano e lui, per separarle, emetteva un leggero schiocco. Roseneil: «C'era un uomo in camera da letto. Non so che ora fosse. Mi sono svegliato con un coltello alla gola». Dyson: «Ha detto qualcosa?» Roseneil: «Sussurrava. Credo che volesse rassicurarmi. Ma non rammento le parole esatte». Dyson: «Va bene così. Ricordi cos'è successo dopo?» Roseneil: «Aveva delle manette. Mi ha costretto ad ammanettare Julie, mani e piedi. Quindi lui ha ammanettato me nello stesso modo». Dyson: «E poi cos'ha fatto?» Nessuna risposta. Dyson cambiò tattica. «Che aspetto aveva?» Roseneil: «Era il diavolo». Una pausa. Dyson: «Il diavolo?» Veniva fuori che l'aggressore portava una maschera da diavolo di gomma rosa, assicurata alla testa con un elastico. Per l'intera durata del supplizio, l'uomo era rimasto calmo e controllato. Daniel si era tenuto sempre all'erta, in attesa di un momento adatto per tentare qualcosa e fermare quello che stava succedendo, ma non ce n'era stata l'opportunità. Dal momento in cui Daniel si era svegliato, era destinato a finire o legato al letto oppure con la gola tagliata. Il diavolo non aveva commesso errori. Roseneil: «Un gioco. Ha detto che avremmo fatto un gioco». Dyson: «Che tipo di gioco? Tranquillo, Daniel, con calma, quando vuoi». Roseneil: «Un gioco... sull'amore. Avrebbe fatto del male a uno di noi. Ha detto... che dovevo decidere io a chi dei due». Dyson: «Sì...» Roseneil: «Uno dei due sarebbe morto e io dovevo decidere chi. Ha detto che avrei potuto cambiare idea in qualunque momento, fino all'alba». Dyson: «Riesci a ricordare cos'è successo dopo?» Roseneil (deciso): «Ho scelto me». Da quel momento in poi, la sua ricostruzione diventava confusa. Era comprensibile. C'erano flash e impressioni, ma i veri ricordi dei tagli e delle bruciature erano sepolti troppo in profondità. Molto semplicemente,
non riusciva a rammentare e ogni tentativo di spingerlo in quella direzione sfociava in un blocco temporaneo. Non ricordava neppure che Julie era stata torturata, né accettava il fatto che, a un certo punto, lui doveva aver cambiato idea, sopraffatto dal dolore. Ogni volta che veniva menzionato il nome di lei, distoglieva ancora di più lo sguardo, come se il semplice sforzo di richiamarla alla memoria gli fosse intollerabile. Dyson aveva lasciato perdere. Io approvai. Erano tornati un po' indietro nel tempo, rispetto ai fatti di quella notte. L'assassino aveva parlato molto con lui. Le parole esatte erano andate perdute, però di certo l'uomo era rimasto calmo, quasi amichevole, come se li conoscesse da anni. Daniel ricordava di aver pensato: Come fa a saperlo? però non cosa gli avesse detto in particolare l'assassino per farglielo pensare. Era finito tutto negli appunti per gli ulteriori approfondimenti - Forse un conoscente? - però, nonostante approfondite indagini, non era emerso nessun indiziato con un possibile collegamento ai Roseneil. La squadra aveva scavato a lungo in quella direzione, ma invano. Da parte sua, Daniel era convinto di non aver mai visto prima quell'uomo. Chiusi la finestra dell'intervista e continuai a cliccare all'interno del file. Simon e Greg avevano cercato di capire come facesse il killer a sapere tante cose sui Roseneil. Proprio come coi Litherland, l'assassino aveva ripulito il più possibile la scena del delitto, ma c'erano alcune cose che non aveva potuto nascondere. Dai residui di polvere, sembrava che le prese di corrente e gli attacchi delle lampade fossero stati in qualche modo manomessi. Anche lì, comunque, non c'erano segni di effrazione. Inizialmente un po' sconcertanti, quelle scoperte avevano finito per acquisire un senso alla luce di ciò che Daniel era riuscito a ricordare. Lessi il rapporto della squadra informatica. Greg aveva fatto una lista dei possibili sistemi di sorveglianza utilizzati: microfoni e telecamere nascosti nelle prese di corrente oppure occultati in giro per la casa; congegni per intercettare posta elettronica e per decrittare password; sostanze e kit per riprodurre chiavi dal calco delle serrature. Era spaventoso scoprire con quanta facilità tutto si potesse reperire. L'ipotesi era che l'assassino si fosse introdotto in casa molto prima dell'aggressione, studiando e osservando a lungo le sue vittime. Registrando le loro conversazioni. Passando una notte dopo l'altra in soffitta. Vivendo con loro per un certo periodo, forse addirittura per mesi. Aveva scoperto i loro pensieri e le loro menzogne, sfruttando poi quelle conoscenze per
infliggere tormenti emotivi, oltre a torture fisiche. Tutto ciò faceva parte del suo «gioco». Torturava qualcuno per forzarlo ad abbandonare la persona che amava. Chiusi gli occhi. Gli omicidi erano agghiaccianti, certo, eppure io stavo pensando con pari intensità anche ai sopravvissuti. Alla scelta che erano stati obbligati a compiere. «Morirei per te...» «Non potrei vivere senza di te...» Tutte cose che si dicono, però difficilmente capita di doverle mettere in pratica. Le vittime che il 50/50 Killer si lasciava alle spalle dovevano vivere col rimorso di non aver rispettato la loro promessa. Al di là di ciò che avevano detto, non avevano amato abbastanza il loro partner, che per questo era morto. Avevano scelto di salvare se stesse. Aprii di nuovo la foto di Daniel e Julie Roseneil, quella del matrimonio. Sembravano così felici e inconsapevoli, l'immagine stessa della possibilità e della speranza. Non puoi mai sapere cosa ti aspetta: ecco qual era il monito di quella fotografia. I giorni si susseguono, del tutto normali, poi arriva un giorno che non lo è affatto. E, per sua stessa natura, noi non lo vediamo arrivare. Le cose orribili dell'esistenza ti travolgono come un camion spuntato da una strada laterale. Tornai all'intervista di Daniel Roseneil, alla sua faccia tanto devastata quanto la vita che gli restava da vivere. All'improvviso, la moglie era morta, lui si ritrovava solo e in qualche modo responsabile di quella morte. Per quanto non avesse aiutato le indagini, di certo non lo biasimavo perché non ricordava cos'era accaduto. Non biasimavo nessuno di loro. C'erano state altre due aggressioni, avvenute entrambe l'anno successivo. Le vittime della terza erano state Dean e Jenny Tomlison, una coppia sulla trentina. In quel caso, l'assassino aveva rovesciato il suo modus operandi, lasciando a Jenny la scelta di chi doveva essere torturato e ucciso. Lei era rimasta gravemente ferita, però era sopravvissuta alla nottata; Dean era morto al suo posto. Sette mesi più tardi, il 50/50 Killer aveva preso di mira la quarta coppia. La scelta era stata affidata a Nigel Clark. Aveva riportato ferite così serie da non essere più in grado di camminare, mentre sua moglie Sheila, poco più di vent'anni, era stata uccisa. In entrambi i casi la tecnica del killer era stata impeccabile. Nessun segno di effrazione. Nessuna traccia utile per la Scientifica. Non avevo bisogno di vedere le foto anche di quegli ultimi delitti. Dato che il tempo scarseggiava, preferii invece tornare al menu principale e a-
prire i due rapporti riassuntivi. Il primo riguardava le impressioni dei testimoni; il secondo era un profilo psicologico. Nel primo, il 50/50 Killer era stato ridotto a una lista di attributi fondamentali. Di razza bianca, statura leggermente sopra la media, capelli castano scuro, snello ma atletico, pacato e cortese, eloquente. Durante le aggressioni, non sembrava godere particolarmente di quello che stava facendo, ma nel contempo dava l'impressione di non trovarlo difficile. Le torture erano meccaniche, condotte senza emozione né piacere. Era insolito, per quel tipo di killer. In casi simili, la vittima di solito rappresenta l'oggetto con cui soddisfare una fantasia o una necessità. Ma lo stupro, benché rientrasse nei crimini del 50/50 Killer, sembrava più uno dei suoi strumenti operativi - un altro modo per ferire e terrorizzare - che un fine. Appariva calmo e distaccato, mutilava le vittime prima di ucciderle e poi le abbandonava quando morivano, quando il gioco era finito. Se anche godeva di quel procedimento, lo teneva ben nascosto. Eppure, ripensando a quel tremendo sibilo che aveva prodotto, era evidente che qualcosa provava. Passai al profilo psicologico, pronto ad affrontare con una robusta dose di scetticismo ogni pretesa di definizione risolutiva. Ma rimasi sorpreso: in quel rapporto c'erano più che altro punti interrogativi, congetture di cui non si nascondeva il carattere marcatamente ipotetico. Per la precisione, emergeva una certa riluttanza a definire l'esatta natura della patologia dell'assassino. Perché faceva quello alle sue vittime? Utilizzava la tortura e il dolore per manipolarle, obbligandole a tradire il proprio partner. Per ricavarne cosa? Per ogni ipotesi formulata, ce n'era subito un'altra, contraddittoria. In sintesi, il rapporto si limitava a trarre poche conclusioni generiche. M'immersi nella loro rassicurante familiarità. Era probabile che avesse più di venticinque anni, perché la raffinatezza dei delitti suggeriva un criminale più anziano e con maggiore esperienza. Sicuramente era dotato di un'intelligenza superiore alla media, ma era altresì del tutto privo di qualcosa che somigliasse a una vita emotiva. A giudicare dal costo dell'attrezzatura di sorveglianza, doveva essere facoltoso. Aveva facilità di movimento, ma non era un vagabondo. Un furgone bianco, mai identificato, era stato visto su due scene del crimine, e l'equipaggiamento che lui utilizzava poteva essere trasportato e controllato con maggiore facilità proprio grazie a un furgone. Inoltre era presumibile che quel tipo di veicolo non destasse particolari sospetti. La stabilità finanziaria e l'età facevano ritenere che fosse ben inserito nel
tessuto sociale, che riuscisse a mascherare con successo la sua vera natura, come Jacob Barrett. Ma ogni eventuale relazione interpersonale era solo una facciata. La sua vera esistenza si svolgeva di notte, nelle case di altre persone, e il perseguimento di quell'esistenza era ciò che lo teneva costantemente occupato. Le amicizie e i contatti erano al massimo superficiali, ed era probabile che i conoscenti nutrissero qualche preoccupazione al suo riguardo. S'ipotizzava che fosse affascinato dalle armi, e che possedesse o avesse letto libri sulla tortura, sulle tecniche d'investigazione e su argomenti militari in genere. E così via. Non c'era nulla da obiettare, però in quel rapporto mancavano del tutto le certezze. In quell'uomo e nei suoi delitti c'era qualcosa che impediva di formulare precise asserzioni. Non si poteva dare niente per scontato... e forse alla base di tutto c'era la maschera da diavolo che lui portava. Nessuno l'avrebbe mai ammesso, ma la facilità con cui procedeva, i metodi che utilizzava, le carneficine e gli scempi che si lasciava alle spalle... Be', sarà anche stato stupido, tuttavia non si poteva evitare di pensarci. Era il diavolo, aveva detto Daniel Roseneil. Ovvio che non lo era. Non esisteva niente del genere. Eppure nel suo profilo c'erano soltanto congetture. Abbozzi d'ipotesi che orbitavano attorno a un buco nero, timorose di toccarlo. 3 dicembre, ore 16.30 14 ore e 50 minuti all'alba Jodie Il sentiero nel bosco era disseminato di relitti dell'autunno: una poltiglia di foglie rosse che si disfacevano nella fanghiglia marrone. Le sue scarpe sprofondavano, rendendole difficile mantenere l'equilibrio. Il terreno la risucchiava, oppure le scivolava via da sotto i piedi, ma lei cercava comunque di procedere il più in fretta possibile, subito dietro Scott, le mani tese in avanti per sostenerlo, in caso fosse scivolato. Jodie non si era mai considerata particolarmente pratica o assennata, e la sorprendeva sentirsi così calma. Nonostante l'uomo col coltello. E sebbene fosse ammanettata. Una voce dentro la testa continuava a dirle cosa fare. In quel momento, le stava suggerendo di badare a dove metteva i piedi, di ricordare ogni pos-
sibile dettaglio e, soprattutto, di prendersi cura di Scott. Pure lui era ammanettato, però l'uomo gli aveva anche infilato sulla testa un sacchetto nero, perciò non era in grado di vedere il terreno fangoso sui cui camminavano. Quel sacchetto sembrava avergli sottratto forza e decisione. Era domato: un uomo che avanzava incespicando verso il patibolo. Ha bisogno di te, continuava a dirle la voce. Prenditi cura di lui. Una cosa alla volta. La voce era rassicurante e ragionevole, quindi Jodie la assecondò, aggrappandosi ai suggerimenti che le offriva. Se fosse scomparsa, il panico ne avrebbe preso il posto... Invece, finché continuava a parlarle, lei poteva non pensare a quello che stava succedendo, frazionare tutto in istanti e ostacoli e preoccuparsi di affrontare un problema per volta. Una cosa alla volta. Osserva. Ricorda il percorso. Pensa a Scott. Guardò a destra e vide un grosso albero nero che sbucava da un rialzo del terreno. La terra era fradicia, come argilla da vasaio. Grosse radici contorte si allargavano sul sentiero e rami sottili pendevano dall'alto, simili a capelli vecchi. Si sarebbe rammentata di quell'albero. Foglie più nuove sul terreno sembravano indicarlo. Frecce rosso vivo. Se necessario, devi fingere di non ricordare nulla, la ammonì la voce. Quella voce concreta e saggia non era stata con lei fin dall'inizio. Prima c'erano stati solo terrore e panico. Quando si era risvegliata, dopo l'aggressione nel terreno abbandonato, era distesa sul metallo gelido e irregolare, respirando il puzzo acre del diesel. Il suo corpo era rattrappito, contorto; le facevano male i polsi e le spalle; un lato della testa sembrava gonfiarsi e sgonfiarsi. Aprendo gli occhi, aveva visto ruggine e corda. Inoltre tutto vibrava, come se la strada che scorreva sotto di lei facesse sussultare le sospensioni del furgone. Questa non è un'ambulanza. Aveva la vaga consapevolezza di aver come subito un incidente, quindi trovarsi in un'ambulanza avrebbe avuto senso. La memoria le era tornata poco a poco, sottolineando con tratti sempre più neri la sensazione di qualcosa di sbagliato, di terribilmente sbagliato. Il neonato. L'uomo con la maschera da diavolo. Poi aveva visto il disegno sulla fiancata del furgone, dipinto sul metallo bianco del vano interno, e aveva cominciato ad avere paura. Stupro, aveva pensato. Tortura. E anche peggio. Dalle profondità della memoria, la sua
mente setacciò orrori agghiaccianti. Aveva un bavaglio legato attorno alla testa e non poteva urlare, ma, rovesciando il capo all'indietro, era riuscita a scorgere prima il tetto del furgone, poi la sommità dei sedili anteriori. Aveva intravisto la sagoma della testa del guidatore e, attraverso il parabrezza sussultante, un confuso spicchio del cielo sopra la città. Sentiva ancora il pianto del bambino. L'uomo si era girato verso il sedile del passeggero, allungando una mano, e aveva detto qualcosa al piccolo per calmarlo. In quel momento, il panico aveva minacciato di sopraffarla. Era stato come se, per qualche istante, lei avesse perso la ragione. Ma quell'intervallo di tempo non aveva più importanza, e Jodie lo escluse dalla propria mente, come le suggeriva la voce. Adesso contava soltanto affrontare il terreno: l'appoggio precario, il fango e le foglie che scivolavano sotto i piedi. Gli alberi si scagliavano l'uno contro l'altro come nere corna di cervo; si spingevano, una cresta di terra fradicia che lottava per ottenere la supremazia sull'altra. Il terreno s'innalzava, ripido, poi ridiscendeva. Per lunghi tratti, era praticamente uno scivolo fangoso. Nelle radure, il fango aumentava. Poi, più avanti, c'erano altri alberi. E, al di là degli alberi, le montagne, in lontananza. Faceva freddo, si gelava. Quasi non si sentiva più la faccia. Nel tentativo di generare un minimo di calore, Jodie contrasse e rilassò i muscoli. Per Scott doveva essere anche peggio. Aveva un aspetto curioso, coi pantaloni felpati, con la T-shirt bianca e col cappotto voluminoso. Jodie allungò le mani e gli toccò una spalla, sperando che comprendesse. Ti amo. Ma il cappotto era liscio e freddo. Probabilmente non se n'era neppure accorto. Jodie staccò le mani legate, però le tenne vicino a lui. Ripensò al momento in cui il furgone si era fermato e lei era stata certa che qualcosa di tremendo stava per accadere. Invece era rimasta sola per un po'. Quindi il doppio portellone si era spalancato e la luce del pomeriggio era filtrata all'interno. «Entra.» La voce dell'uomo era calma e ragionevole, quasi cortese. «Stenditi. Se cerchi di fuggire o di lottare, me ne vado e me la prendo con lei.» Sollevando lo sguardo con cautela, Jodie aveva visto Scott che si arrampicava sul furgone, con le mani ammanettate davanti come le sue e con l'espressione cupa. Era rimasta stupita e confusa. Mentre lui si muoveva, di-
stendendosi goffamente accanto a lei, il furgone aveva sussultato, ondeggiando. L'uomo all'esterno era una sagoma indistinta contro il cielo. Aveva sbattuto i portelloni per chiuderli. «Andrà tutto bene», aveva sussurrato Scott. Il tono serio della sua voce rivelava quanto fosse terrorizzato. «Ce la caveremo.» Dopo qualche istante, il motore si era riavviato e si erano rimessi in movimento. Jodie aveva dato un'occhiata alla testa del guidatore e poi a Scott. Incapace di rispondergli per via del bavaglio, era rotolata verso di lui - un giro e mezzo - appoggiandosi con la schiena contro il suo petto, nella stessa posizione in cui talvolta dormivano. Sentiva il groppo delle mani ammanettate che le premevano contro la schiena, ma almeno era confortata dal suo calore. Lui le aveva baciato la testa attraverso i capelli, teso contro di lei. C'erano dentro insieme, e ne sarebbero usciti insieme. Era stato allora che era comparsa la voce. Jodie ricordava di essere stata abbastanza calma. Adesso che c'era pure Scott, le sembrava di comprendere meglio la situazione, e ciò le permetteva di placare il nervosismo, di adattarsi ai nuovi parametri. Ribellarsi non era un'opzione. E la fuga era poco probabile. L'osservazione: ecco qual era la chiave. Si era concentrata sui possibili motivi per cui lei e Scott erano stati rapiti. Senza dubbio non si trattava di un fatto casuale; l'uomo con la maschera da diavolo aveva un piano e lo stava seguendo. Con successo, anche. Jodie ignorava le sue intenzioni, ma era evidente che lui sapeva esattamente cosa stava facendo. Nessun piano è perfetto, le aveva detto la voce. Nessun piano è compatto. Ci dovevano essere collegamenti fra i vari stadi, spazi e varchi in cui lui avrebbe dovuto contare sulla fortuna. Se fossero stati attenti, e con un po' di buona sorte, avrebbero potuto approfittarne. Le possibilità che sarebbero emerse in quei brevi intervalli avrebbero fatto la differenza tra salvarsi o rimetterci la pelle. Dentro di sé, Jodie aveva chiamato a raccolta ogni riserva di rabbia e di determinazione. Ne uscirai viva. Ma fino ad allora non c'erano stati intoppi. Il piano si era tranquillamente dipanato da un passaggio all'altro, preciso come un cronometro. C'era stata un'altra sosta, quando l'uomo aveva scaricato il bambino dal furgone. Ancora un breve tratto e poi aveva parcheggiato. Al riaprirsi degli sportelli del furgone si erano ritrovati su una strada che costeggiava il bosco. «Se cercate di scappare, ucciderò quello che rimane indietro», aveva det-
to lui. Era una scena quasi surreale. Nella luce del tardo pomeriggio, sul ciglio di una strada di solito piuttosto trafficata, c'era un uomo con una maschera da diavolo sul viso e con in mano un coltello dalla lunga lama crudelmente sottile. Loro due avevano le mani ammanettate davanti. La scena era inequivocabile. Eppure non era passata neppure un'auto. «C'infileremo là dentro.» Aveva indicato il sentiero che si addentrava nel bosco e Jodie aveva pensato: Una possibilità. Non poteva tenerli sempre sotto controllo. Ma poi lui aveva infilato il sacchetto sulla testa di Scott e lo aveva fatto andare avanti, mentre lui si teneva qualche passo dietro di loro. Non c'era stata nessuna possibilità. Non c'era stato niente. Scott inciampò davanti a lei, vacillando. Lei lo vide incespicare, ma non riuscì a trattenerlo. Mentre allungava una mano verso di lui - «Attento!» un piede lo tradì e Scott cadde pesantemente a terra. Fango e foglie si sollevarono davanti a lui. «Merda.» Un sasso schizzò via sulla destra, rumoreggiando lungo la scarpata. Rotolò velocemente, andò a sbattere contro un albero con uno schianto sonoro come un colpo di pistola, per poi fermarsi ancora più in basso, contro una fila di vecchie pietre. Ce n'erano moltissime sparse nel bosco, e sporgevano dal terreno come mascelle di giganti semisepolti. Rovine di muri ormai distrutti. Jodie si accoccolò accanto a Scott. «Stai bene, tesoro? Ti sei fatto male?» Lui scosse la testa come meglio poteva, ma non disse nulla. Lo sentì piangere. «Coraggio, amore, ce la faremo.» Lo aiutò a rialzarsi in piedi, lottando per non mettersi a piangere anche lei. Non poteva permetterselo, in quel momento. Era ammesso piangere solo a turno, uno alla volta. Era accettabile sentirsi disperati, impauriti e terrorizzati, finché l'uno riusciva a essere forte anche per l'altra. Adesso toccava a lei. E poteva farcela. Mentre lottavano per rialzarsi, l'uomo non li aiutò. Si limitò a stare indietro, osservandoli attraverso quell'imperscrutabile maschera del cazzo. Con una mano teneva il coltello, con l'altra reggeva la tracolla della borsa che aveva portato con sé. Per un po', Jodie si era chiesta cosa ci fosse dentro. Poi la voce le aveva ordinato di piantarla. «Attenti», disse l'uomo. «E zitti. In questo bosco c'è gente che potrebbe farvi più male di me.» Jodie cercò di togliere un po' di fango dal cappotto di Scott, ma invano.
Anzi glielo spalmò ancor di più sulla manica e s'insudiciò le mani. L'uomo aveva ragione, naturalmente, e non aveva bisogno di ricordarglielo. Giravano parecchie storie su quella zona. Era un posto pericoloso e, da quanto lei poteva giudicare, si erano già allontanati un bel po' dalla strada. La mente prese a giocarle brutti scherzi, evocando immagini di loro due legati agli alberi. Sangue nel fango. I loro cadaveri inariditi e secchi come vecchie corde, la primavera seguente. Ma, se c'era gente pericolosa in quel luogo, l'uomo non sembrava preoccuparsene. D'altra parte, aveva la faccia da diavolo, un coltello e Dio solo sapeva che altro. Si muoveva come se appartenesse a quel bosco. Di certo, Jodie non riusciva a immaginare che ci fosse in circolazione qualcuno o qualcosa più pericoloso di lui. L'uomo fece un gesto col coltello: Andate avanti. Ripartirono. Tu non hai paura, disse la voce a Jodie. Ma stavolta aveva torto. Era spaventata, e non soltanto per l'uomo, per il suo coltello e per qualunque altra cosa tenesse in quella borsa. Poteva stare attenta al percorso, ma la verità era che si stavano dirigendo nel fitto di quel bosco, verso il luogo che l'uomo aveva scelto. Lui conosceva i sentieri, i pericoli e i trabocchetti da evitare; era a casa sua. Invece Jodie non si era mai sentita così isolata, così lontana da tutto ciò che le era familiare. La sua mente si raggomitolò attorno alla voce ma, anziché prestare attenzione ai suoi tentativi di confortarla, evocò fiabe e leggende. Viaggiatori che imboccavano sentieri proibiti e si trovavano ad affrontare mostri, a varcare soglie che portavano alla morte. Il fiume Stige, col suo scheletrico, gracchiante traghettatore che conduceva i passeggeri nell'oltretomba. Dante che vagava là non avrebbe dovuto e scopriva i cerchi infernali. Ecco cos'era: il diavolo li stava portando all'inferno. E allora, nonostante il pianto silenzioso di Scott, nonostante quello che si era ripromessa, Jodie cominciò a piangere. 3 dicembre, ore 17.30 13 ore e 50 minuti all'alba Mark Uno dei problemi col file del 50/50 Killer erano le sue dimensioni. C'erano alcuni riepiloghi, però io mi stavo sforzando di leggere tutto, fin
dall'inizio, in modo che i fatti e le teorie assumessero un senso nel loro contesto. In effetti, avrei voluto avvicinarmi al caso come aveva fatto il resto della squadra. Ma era un grosso file e richiedeva molto tempo. Il testo era difficile da leggere, le foto erano difficili da guardare. Di tanto in tanto avevo bisogno di una pausa, e di solito andavo al bar della mensa a prendere un caffè per me e per Mercer. Mentre tornavo in ufficio reggendo le due tazze di plastica, sentii il cellulare che mi ronzava in tasca. «Merda.» Posai le tazze sul pavimento e pescai il cellulare per leggere il messaggio. Era dei miei genitori. Ciao Mark. Pensavamo a te. Speriamo che il tuo primo giorno sia andato Uscio e che tu stia bene. Stiamo in pensiero. Chiamaci quando puoi. Ti vogliamo bene. M&P xx. Guardai l'orologio, sorpreso nell'accorgermi che il mio primo giorno era ufficialmente finito, anche se di fatto non lo era. Quell'indagine aveva un TUTTA LA NOTTE timbrato sopra a caratteri cubitali. Mi chiesi se fosse il caso di rispondere. I miei genitori erano perennemente in pensiero. Tanto per cominciare, non avrebbero voluto che facessi il poliziotto e, benché ormai avessi quasi trent'anni, continuavano a temere che potesse capitarmi qualcosa. Da quand'era morta Lise era stato anche peggio; a volte dovevo evitare di rispondere, semplicemente perché non ce la facevo più. E adesso mi ero trasferito dalla parte opposta del Paese... Immagino che le loro preoccupazioni fossero del tutto naturali, e fino a un certo punto le apprezzavo pure, ma restava il fatto che non sempre le sopportavo. Avevo bisogno di starmene per conto mio. Era come se volessero vedermi addolorato e derelitto e si preoccupassero per me se non lo ero. In realtà, io avevo il mio sistema per convivere col dolore. E parlare di quello che era successo non ne faceva parte. Non ancora, almeno. Decisi di non rispondere. Lasciai scivolare in tasca il cellulare e rientrai in ufficio, appoggiando il caffè di Mercer sulla scrivana accanto a lui e riprendendo la mia posizione al computer. «Grazie.» Non aveva neppure sollevato lo sguardo, ma andava bene lo stesso. Mentre lottavo contro le insidie del file, Mercer faceva lo stesso con l'indagine in corso. Il resto della squadra era fuori sul campo oppure lavorava in altri uffici. Dopo il briefing, in quella stanza eravamo rimasti soltanto noi due. Non avevamo parlato granché, ma avevamo entrambi da fare. Ogni tanto si faceva vivo qualcuno per un rapporto o un aggiornamento
e, se non era impegnato a discutere con loro, Mercer teneva la medesima posizione, con la testa china sulle carte, come se stesse coordinando tutto dai confini della propria mente. Se non era impegnato a fare qualche telefonata, la stava ricevendo; se non faceva neppure quello, allora leggeva documenti estratti dalle cataste che aveva davanti o ne cercava altri. Non si alzava mai dalla sedia, ma, ogni volta che sollevavo lo sguardo, coglievo un flusso continuo di attività interiore. Oltre al resto, c'erano le telefonate a intervalli regolari al suo superiore, l'ispettore Alan White, per tenerlo aggiornato sugli sviluppi. Mercer sembrava sempre ansioso di chiuderle alla svelta. Forse detestava dover rendere conto a qualcuno dell'indagine che lui stava conducendo, ma, quale che fosse la ragione del suo comportamento, tendeva sempre a sminuire l'importanza del caso, a un punto tale che cominciai a notarlo. Non menzionò mai il 50/50 Killer, concentrandosi invece sulle minuzie dell'indagine, il che mi sembrò decisamente strano, dopo tutto quel suo insistere sui collegamenti esistenti. I progressi erano scarsi e arrivavano col contagocce. Simon chiamò dal laboratorio della Scientifica: in casa di Simpson avevano rilevato due serie d'impronte. La prima era di Kevin; l'altra era sconosciuta. Anche se era possibile che il killer ci avesse fatto un regalo, era più probabile che la seconda serie appartenesse a Jodie. Ma ciò non ci aiutava a far luce sulla sua identità. Pete aveva parlato con le ex ragazze di Simpson, facendo rapporto dopo ogni conversazione. Ero rimasto a osservare, impassibile, mentre venivano escluse dalla lista delle possibili Jodie, l'una dopo l'altra. La mia squadra porta a porta era stata ugualmente prolifica e i suoi risultati erano stati altrettanto inutili. Le case che ancora mancavano erano state completate, e le interviste si erano estese alle strade vicine, ma nessun nuovo indizio ne era emerso. Per tutto il tempo, continuai a osservare Mercer, silenziosamente stupefatto per il modo in cui lui dirigeva le indagini. Sembrava ricordare tutto simultaneamente, fissava concentrato il monitor a ogni rapporto, annuiva. Mentre incasellava i nuovi dati al loro posto, la sua espressione si faceva vuota e lontana. Per quanto mi riguardava, avevo già le mie difficoltà a riguadagnare terreno sul file, figuriamoci tener dietro ai nuovi sviluppi. Se non altro, adesso avevo uno schema in cui collocare la scena del delitto di Kevin Simpson. Per quanto la chiave fosse costituita dalla firma e dal gioco, Greg aveva ragione nel sostenere che la scena di quella mattina era in
qualche modo diversa. Chiunque fosse Jodie, non era stata coinvolta con le stesse modalità delle precedenti vittime. Sono passati due anni. Ha avuto il tempo di studiarci sopra. Mi chiesi quale fosse il quadro che Mercer stava mettendo insieme, ma per il momento era un problema suo. Noi dovevamo raccogliere Ogni minimo dettaglio disponibile; sarebbe toccato a lui cavarne un senso. E così procedemmo. Poco prima delle sei, Greg si collegò in videoconferenza. Aveva il rapporto della squadra informatica. Cattive notizie. Anche ammesso che nel computer di Simpson ci fosse stata traccia di Jodie o di Scott - nelle cartelle di posta, nella rubrica o in qualche documento -, il killer aveva cancellato tutto. Come Greg aveva anticipato, non era attraverso il computer che saremmo arrivati a identificarli. «Comunque abbiamo ottenuto un bel successo», disse. Il suo tono era piuttosto scostante, però Mercer non aveva tempo per il sarcasmo. «Continua.» Greg inviò le immagini, sei in tutto. Fotogrammi delle telecamere sulla strada principale vicino alla casa di Simpson. Sei diversi furgoni bianchi. Non si distingueva il numero di targa, però i tecnici erano riusciti a ottimizzarle e avevamo raggiunto un'identificazione sicura per tutti e sei. «Sono state prese stamattina, più o meno verso l'ora in cui il killer dev'essersene andato.» Greg si stava grattando distrattamente le basette. «Inutile dire che a quell'ora ci sono un sacco di furgoni bianchi in circolazione.» «Però l'hai detto lo stesso, Greg. Ben fatto. Nomi e indirizzi.» «Stanno arrivando.» Mercer si voltò verso di me. «E la tua squadra?» «Sta ancora setacciando le strade attorno alla casa di Simpson. Con sempre minori risultati.» «Toglila di lì e mettila invece al lavoro su questo. Probabilmente non troverà nulla, come dice Greg, però non si sa mai.» «D'accordo.» «Video e audio sempre accesi.» Rieccoci. Mi sorpresi a digrignare i denti, poi cercai di convincermi che quello era soltanto il suo modo di fare e mi misi in contatto con la squadra, trasmettendo loro i nomi e gli indirizzi da controllare. Ripetei deliberatamente le istruzioni di Mercer - con una certa malizia da parte mia -, però la sua attenzione era altrove: stava componendo un numero al telefono, con
tutta probabilità per riferire a White gli ultimi sviluppi. La sua espressione era imperscrutabile. Mi sorpresi a pensare che guardare quell'uomo era come osservare un campo di battaglia attraverso le nuvole. Dopo aver parlato con la squadra, tornai a concentrarmi sul file. C'era una grossa sezione, verso la fine, che ancora dovevo leggere, e che mi avrebbe fornito più dettagli sugli eventi della giornata di quanti avrei voluto averne. Era la parte che riguardava il detective Andrew Dyson. Padre di tre figli, Dyson aveva lavorato nella squadra di Mercer per oltre dieci anni. Lo avevo ascoltato intervistare Daniel Roseneil, che gli aveva raccontato del diavolo. Un anno più tardi, Dyson lo aveva incontrato faccia a faccia, diventando così l'ultima vittima conosciuta del 50/50 Killer. Adesso, due anni più tardi, sedevo a quella che era stata la sua scrivania, a guardare il filmato del giorno in cui era morto. Le riprese venivano da una telecamera piazzata su un lampione, in una strada tranquilla di un sobborgo residenziale. A una cinquantina di metri dall'obiettivo vidi Dyson. Aveva parcheggiato davanti a una normalissima casa bifamiliare e si stava avviando verso la porta d'ingresso. L'orologio in un angolo del monitor indicava che erano le 14.13. Erano gli ultimi momenti di Dyson, l'ultima volta che era stato visto vivo. In quel caso, a vederlo era stata l'unità di registrazione digitale, più fredda e clinica di qualunque testimone, e ciò lo faceva apparire ancor più vulnerabile. Era già una figura solitaria: con le mani in tasca, si stringeva nel cappotto per difendersi dal freddo. Avrei voluto tendere la mano e avvertirlo, ma stavo osservando un fantasma e non potevo far altro che allungare una mano verso il caffè. E guardare gli ultimi attimi della sua storia ormai conclusa che si ripetevano. Erano trascorsi tre mesi dall'aggressione ai Clark e le indagini erano finite in un vicolo cieco. Gli indizi sulla scena del crimine erano risultati praticamente inesistenti e, su quel poco, ogni possibile filone di ricerca si era esaurito. Le risorse di Mercer diminuivano costantemente: i suoi uomini venivano assegnati a casi più nuovi e urgenti. Ma la squadra non aveva ancora intenzione di arrendersi o almeno non ce l'aveva Mercer. Continuavano a riesaminare ogni dato disponibile: parlavano di nuovo con amici, familiari, vicini; ripercorrevano le lacune, cercando di raccogliere ulteriori dettagli ovunque possibile. Sapevo bene cosa si provava a essere coinvolti negli stadi finali di un'in-
dagine che non conduceva da nessuna parte: c'era un senso d'inevitabilità. Sapevi di aver fallito, eppure continuavi lo stesso, nella speranza di qualche novità. Ma certo non di quel tipo di novità. La casa che Dyson stava per visitare era squadrata e piatta, come i mattoni rosso chiaro con cui era costruita; sembrava che fosse stata eretta per fare la guardia alle magioni che sorgevano in lontananza. C'era un vialetto laterale, lungo e dritto, che conduceva a un garage scuro. Due bidoni, uno nero per la spazzatura generica, uno verde per il riciclo. Il giardino era abbastanza in ordine, anche se non sembrava che fosse stato curato nei mesi invernali. Riuscivo a vedere i cespugli che ondeggiavano appena nel vento. Sullo sfondo, il cielo era grigio e chiazzato di nuvole. Inquietante. Insieme con lo spazio tra una casa e l'altra, quel cielo faceva somigliare l'intera strada a una fila di monotone pietre tombali, gelide e segnate dal tempo, in qualche cimitero in cima a una scogliera. Dyson aveva suonato il campanello e stava battendo i piedi per il freddo. Sembrava troppo piccolo rispetto alla casa che gli torreggiava sopra, come se fosse pronta a ingoiarlo. Forza, forza, pensai. Lui si fregò le mani. Fa un freddo cane. Guardò lungo la strada prima di premere di nuovo il campanello. L'attrezzatura per la sorveglianza utilizzata dal killer era costosa ed elaborata, ma c'erano almeno due negozi in città che la vendevano, senza contare i siti dai quali si poteva acquistare online. Per natura, la gente che commerciava in quel genere di equipaggiamento non era troppo incline a collaborare con la polizia, ma poi, dopo qualche pressione, l'aveva fatto. Erano stati controllati elenchi di esperti in sicurezza, di mariti gelosi e di svitati assortiti, eliminando ogni possibile indiziato. Quel giorno, Dyson stava ripercorrendo un terreno già battuto. La casa apparteneva a Frank Walker, che aveva comprato un paio di aggeggi per la sorveglianza qualche anno prima. Era già stato interrogato senza che ne fosse emerso nulla: nessun segnale, nessuna preoccupazione. La visita era dunque una semplice formalità, e quel giorno doveva essere del tutto privo di eventi. Dyson non aveva ragione di sospettare un pericolo. Nel file s'ipotizzava che quello fosse il probabile motivo per cui non aveva ancora acceso il suo equipaggiamento di registrazione. Quando arrivai a quel punto, mi sforzai di rileggerlo. Eccolo lì: un attimo di distrazione, probabilmente causato dalla noia della routine. Un calo di attenzione. Se fosse stato in guardia, forse sarebbe andata diversamente.
L'audio dell'aggressione sarebbe passato dal dispositivo che lui aveva alla cintura al ricevitore nell'auto, e da lì al dipartimento. Avrebbe potuto salvarsi. Lanciai un'occhiata a Mercer. Era immerso nei rapporti e non si accorse di me, ma ora lo vedevo sotto una luce leggermente diversa. Mi ero risentito per la sua insistenza nel verificare che video e audio fossero sempre accesi durante le interviste. In parte ero ancora risentito, ma adesso almeno ne comprendevo il motivo. I secondi ticchettavano sull'orologio nell'angolo del monitor. Ne passarono almeno quindici prima che Dyson allungasse la mano e spingesse la porta. Doveva essere socchiusa, perché si aprì verso l'interno. Lui si sporse oltre la soglia, reggendosi alla cornice. Immaginai che urlasse qualcosa come: «Polizia! C'è nessuno in casa?» Poi lui esitò e il mio stomaco si contrasse. Era quello il momento. Non avremmo mai saputo ciò che era successo dopo finché non avessimo catturato l'uomo che si nascondeva là dentro, e anche in quel caso forse non avremmo mai scoperto perché Dyson avesse deciso di entrare. Secondo una teoria, aveva visto qualcosa in cucina che l'aveva spinto a entrare; secondo un'altra, aveva sentito un rumore, forse una falsa invocazione d'aiuto. Quale che fosse la spiegazione, pochi secondi dopo aver aperto la porta, era entrato in cucina ed era scomparso. La successiva telecamera che l'avrebbe inquadrato sarebbe stata quella del tecnico della Scientifica. Continuai comunque a guardare. Chiunque avesse montato il filmato, aveva lasciato altri dieci secondi in cui si scorgevano soltanto la casa immobile e l'erba che tremolava nel giardino. Forse dimostrando una mancanza di rispetto, mi sorpresi a pensare a cosa stava accadendo là dentro, nascosto alla mia vista, e fui felice quando la ripresa s'interruppe. Tornando al rapporto principale, lessi che il cadavere di Dyson era stato scoperto tre ore più tardi. Lui non aveva risposto né alla chiamata di controllo né ai solleciti. Era sin troppo facile immaginare il crepitio della radio che aveva echeggiato senza risposta nel soggiorno vuoto in cui era stato poi trovato; lo avevano individuato grazie all'auto parcheggiata fuori. La casa appartenente a «Frank Walker» risultò completamente vuota. Pareti e pavimenti assolutamente spogli, nulla che somigliasse a un arredamento, a eccezione di un materasso al piano di sopra e della linea telefonica. Sebbene Walker avesse quella casa in affitto da diversi anni, era evidente che nessuno ci aveva mai abitato, nemmeno per poco tempo. Frank
Walker era un personaggio immaginario, una frode abilmente concepita, con tanto di storia personale tanto elaborata quanto falsa, vuota e priva di contenuto come la casa stessa. Il 50/50 Killer lo aveva inventato come identità fantasma. Sia il nome sia la casa erano per lui soltanto delle vie di fuga. Immaginai l'assassino che svolazzava tra i vari nidi che si era costruito in città, lasciandosi dietro le vecchie identità come certi ragni abbandonano il proprio esoscheletro. La casa del filmato era soltanto una sacca di aria fetida, una bolla apparsa sulla superficie del nostro mondo. Era stata scoperta, perciò lui era passato a un'altra. Nidi. Lo facevano sembrare sempre di più un mostro. Quando lo trovarono, Andrew Dyson giaceva sul pavimento del soggiorno, raggomitolato su un fianco, le mani strette contro le ferite da perforazione allo stomaco. Il killer lo aveva aggredito con calma, usando due coltelli dalla lama lunga e sottile, trafiggendolo sei volte. Metodico e deliberato. I tagli erano netti e profondi, in due serie: prima davanti e poi dietro. Non si vedevano altre lesioni. Dyson era morto lentamente, per lo shock e l'emorragia. Mentre il suo assassino girava per casa e ripuliva con cura ogni possibile traccia, stanza per stanza. All'arrivo della polizia se n'era andato da tempo: scomparso dal retro, presumibilmente a piedi. Nessun veicolo era mai stato registrato a suo nome. Nessuno lo conosceva. Sul suo conto c'erano diverse migliaia di sterline, ma ogni transazione era complessa e impossibile da ricostruire. Nessuno aveva mai tentato di recuperare il denaro, gettato via insieme con la vecchia identità. Frank Walker era semplicemente svanito, lasciandosi dietro il cadavere di Dyson: un'ultima vittima, come un esoscheletro abbandonato nella ragnatela. C'era altro nel file, ma, com'era successo per la coda del filmato, era qualcosa di più, di non necessario. Greg aveva effettuato una sorta di dissezione completa dell'identità di Frank Walker, esplorando ogni possibile direzione prima di bloccarsi in vari punti morti. La casa di Walker era stata praticamente smontata sino alle fondamenta, rivelando solo la totale assenza di qualsiasi traccia utile, come ogni altra scena del crimine di quel killer. Tutti i vicini erano stati interrogati. Nessuno l'aveva mai visto. Non ne avevano cavato nulla. Verso la fine del rapporto, mi resi conto che mi preoccupava soprattutto
quello che nel file non c'era. La squadra aveva mantenuto il controllo dell'indagine anche dopo la morte di Dyson, però il nome di Mercer brillava per la sua assenza. Il caso era tornato sotto la responsabilità del sergente Geoff Hunter. Distolsi l'attenzione dal file e guardai Mercer. Era ancora nella sua solita posizione: gomiti sulla scrivania, la testa china e le dita allargate a tirare indietro i capelli sulla fronte. Ancora profondamente immerso nei rapporti contro cui lottava. Lo studiai senza farmi notare, pensando al libro che aveva scritto, quello che avevo letto non appena ricevuta la notizia della mia nomina. Nella parte iniziale, il libro esaminava in dettaglio alcuni dei più importanti casi seguiti dalla squadra, compresi due rimasti insoluti, ma quello del 50/50 Killer non rientrava fra essi. Nei capitoli finali, in cui veniva descritto il suo esaurimento nervoso, Mercer raccontava dell'enorme carico di lavoro che aveva sopportato e della pressione derivante dalla necessità di condividere il proprio spazio mentale con vari assassini. Sembrava implicare che fosse stato lo stress a farlo temporaneamente cadere nel baratro della depressione. L'omicidio di Dyson non era citato. Ripensandoci, però, mi resi conto che le date corrispondevano e che quindi non poteva essere una coincidenza. Mercer aveva spinto la sua squadra fino al limite, uno di loro era morto, e poco dopo lui era finito in ospedale. E non per un'indagine qualsiasi, ma proprio per questa... Mercer mi stava guardando. Tornai a fissare il monitor. «Cosa c'è?» «Niente, signore.» Lui però non smise di guardarmi e io mi sentii avvampare. Gli lanciai un'occhiata. Sembrava impassibile, ma ebbi la sensazione che mi leggesse nel pensiero. Mi stavo insinuando in un'area della sua esistenza che non mi riguardava e lui lo aveva capito. Sul viso gli comparve un barlume di comprensione. «Sono quasi le sette, vero?» «Oh... sì», replicai. «Ma non importa.» Si appoggiò contro lo schienale. «No, è stata una lunga giornata. Mi dispiace, ma temo che sia una di quelle volte che... Insomma, credo che ci sarà da fare ancora per un bel po'. Qualche problema?» «Fa parte del lavoro.» «Certo, ma non hai mangiato niente.» Diede un'occhiata all'orologio. «Prenditi una mezz'ora.»
Stavo per protestare, ma mi resi conto che stavo morendo di fame. Ed ero stanco morto. Più che altro, volevo uscire dall'ufficio e allontanarmi da quegli orrori. «Coraggio», insistette. «Ci penso io a difendere il forte.» «Sì, signore.» «E poi devo anche chiamare mia moglie. La mensa è in fondo al corridoio. Puoi prenderti qualcosa da mangiare lì.» Mi avviai alla porta, e mi resi conto di quello che lui aveva detto. Sbirciai la sua scrivania. La tazza di caffè che gli avevo portato era nell'angolo, vuota. Pareva gli fosse sfuggito che ero già stato diverse volte in mensa. «Vuole che le porti un caffè?» chiesi. «No, grazie.» Aveva già riportato l'attenzione alle carte che aveva davanti, prendendo appunti e spostando lo sguardo dall'una all'altra. «Non stavolta.» 3 dicembre, ore 19.00 12 ore e 20 minuti all'alba Eileen Erano bastate due paroline a farle stringere lo stomaco: «Farò tardi». Al telefono dello studio, Eileen giocherellava col filo. Se lo attorcigliava sul dito, lo sfilava, ricominciava. Si costrinse a smettere. «Starai attento, vero?» John non disse nulla. Nel corso degli anni, lei si era abituata a decifrare quei silenzi e non ebbe difficoltà a raffigurarsi il marito. Seduto alla scrivania, a fissare qualcosa che aveva davanti. A concentrarsi. Non che volesse davvero liberarsi di lei, ma era incapace di focalizzare l'interesse sulla conversazione. Ci voleva qualche istante prima che le domande si facessero strada attraverso le altre cose che gli affollavano la mente. In sottofondo lo sentì battere sulla tastiera. «Certo, che starò attento.» Come se fosse sottinteso. La prima volta in cui John le aveva detto che pensava di tornare al lavoro, Eileen aveva sperimentato una ridda di emozioni contrastanti, e anzitutto un'assoluta incredulità. Lui era in vestaglia, stravaccato sul divano del salotto. Sembrava che gli costasse fatica persino spostarsi da una stanza all'altra; si muoveva lentamente, come un invalido. Quindi lei non l'aveva
preso sul serio. Poi era diventato chiaro che, in un modo o nell'altro, era proprio quello che lui intendeva fare, e allora l'incredulità si era di colpo trasformata in rabbia. «Che diavolo credi di fare?» gli aveva urlato. Non solo a se stesso, visto che non sembrava preoccuparsene, ma a lei! Gli aveva rammentato le cure di cui aveva avuto bisogno, la pazienza con cui lei gliele aveva prestate e i sacrifici che aveva dovuto fare. Gli aveva parlato della spaventosa preoccupazione che avrebbe potuto distruggere anche lei. Quando il marito era crollato, a Eileen era sembrato che tutta la sua vita trattenesse il fiato, mentre lei raccattava i pezzi e li rimetteva a posto, cercando di farli stare insieme e pregando che ci rimanessero. Lui non aveva nessun diritto di farle passare di nuovo tutto ciò. Le doveva qualcosa di meglio, gli aveva detto. Si supponeva che fossero una coppia, no? Punto sul vivo, John aveva tenuto conto di quelle parole. Eppure, con l'andar del tempo, Eileen si era ammorbidita. Lo osservava, un giorno dopo l'altro, e si accorgeva di vederlo appassire mentalmente ed emotivamente. Si sentivano entrambi impotenti, in quel periodo. John aveva lo sguardo spento. Era come svuotato di ogni energia, e sembrava peggiorare di giorno in giorno. Non migliorava, e neppure rimaneva stabile, no: il peggioramento era visibile. E lei non sapeva come fare per aiutarlo. Ecco perché, dopo qualche tempo, era stata lei a suggerirgli - con cautela - di riprendere il lavoro. Ma non come prima: quella era la condizione imprescindibile. Non avrebbe mai più dovuto farle una cosa del genere, aveva insistito, e lui si era detto d'accordo. Non sarebbe più vissuto dentro i file delle indagini, a spese della loro vita in comune; basta lavorare per tutta la notte. Il suo lavoro doveva rimanere solo un lavoro, chiuso a chiave e messo via alla fine di ogni giornata. Le avrebbe telefonato a intervalli regolari. Era quella la promessa che pretendeva da lui. Per quanto ne sapeva, John l'aveva mantenuta e, negli ultimi due mesi, era migliorato. Soltanto nell'ultima settimana, più o meno, Eileen aveva ripreso a preoccuparsi per lui. Di nuovo. E adesso quelle due paroline: «Farò tardi». «Non c'è nessuno che può sostituirti? Sembri stanco.» «Sto bene.» Stava di nuovo attorcigliando il cavo. «Bene, allora è meglio che ti lasci, no?» «Mi dispiace, non è per quello. È che... c'è da fare, ecco tutto.» Torna a casa! avrebbe voluto urlargli. Invece sospirò, assicurandosi che
lui la sentisse. «Va bene, John, ti lascio lavorare. Ti amo.» «Ti amo anch'io.» Ma, dal tono della sua voce, sembrava non si rendesse neppure conto di quello che stava dicendo, figuriamoci provarlo. Erano soltanto le parole necessarie per chiudere la conversazione, come una frase aveva bisogno del punto. Non era bello farsi venire quei pensieri. Lui ti ama. È solo distratto. Ai vecchi tempi, sarebbe andata bene così. Ma no, andava ancora bene. Era lei, che stava reagendo con troppa violenza. Non era preparata a quella fitta di panico che l'aveva percorsa. Eileen riappese e restò immobile, a respirare profondamente, cercando di riprendere il controllo. Dopotutto aveva compagnia. Geoff Hunter era ancora in salotto, dove lei lo aveva lasciato, ma durante la sua assenza si era messo a dare un'occhiata in giro. Era un uomo alto e dinoccolato, abituato a tenere le mani in tasca e il mento in avanti. Guardava le persone dall'alto in basso, come se fossero ragazzini che si erano comportati male e, in quella posizione, l'orlo dei pantaloni gli si sollevava un po' sul davanti, scoprendo un paio di centimetri di calzini neri sopra le scarpe lucide. Rientrata nella stanza, Eileen riprese subito a detestarlo. «È stato gentile da parte sua venire», mentì. Hunter non replicò. Stava osservando una foto sulla mensola del camino: lei e John il giorno del matrimonio. Il fotografo si era strizzato sul sedile del passeggero, e aveva scattato la foto all'indietro, tra i sedili. Loro erano al centro dell'inquadratura, vicini, sorridenti e felici. Hunter avrebbe potuto tranquillamente mandare un agente di grado inferiore a raccogliere la sua deposizione e, in quel caso, lei se ne sarebbe già liberata. Però era convinta che quell'uomo non si sarebbe lasciato sfuggire l'occasione per niente al mondo. Entrare in quella stanza piena degli oggetti privati e personali di John per lui era come guadagnarsi l'accesso al diario di un rivale. Se ne stava là, con la massima faccia tosta, a leggere quello che trovava, alla ricerca di qualche segno di debolezza. «Cortesia professionale», le disse con aria assente. «Be', dovete essere piuttosto indaffarati.» «Ci prendiamo sempre cura delle nostre cose.» Eileen tenne a bada l'enorme ondata di rabbia che quella frase aveva suscitato. Dunque lei era una semplice «cosa» di John. Avrebbe voluto dirgli che suo marito non apparteneva a loro. La sua vita era lì, con lei, non certo
in giro con una specie di gang. «Lo so», gli disse. Lui finalmente smise di esaminare la fotografia e si voltò a fronteggiarla. «Era John, al telefono?» «Sì.» «Gli ha detto che ero qui?» «No. Quello che è successo non ha niente a che vedere con lui. Sbaglio?» Hunter inclinò la testa di lato, non del tutto convinto, ma lasciò cadere la questione. «Come sta? John, intendo. Lavoriamo insieme, ma non abbiamo avuto molti contatti da quand'è rientrato.» Eileen s'irrigidì. «Sta bene.» Hunter diede un'occhiata all'orologio. «Credevo che non si trattenesse più fino a tardi.» «A volte lo fa.» Svariate bugie in meno di un minuto. Hunter aveva più o meno la stessa età di suo marito, ed Eileen sapeva bene che nutriva del risentimento verso di lui. Poteva anche atteggiarsi ad amico, ma in realtà somigliava più a uno sciacallo che annusava in giro in cerca di sangue. Era stupefacente la velocità con cui i colleghi di John riuscivano a farle arruffare le penne, persino quei pochi che si preoccupavano davvero per lui. Da quando lui era crollato, Eileen era perennemente sulla difensiva e faceva il possibile per evitare d'incontrarli. Erano tutti uguali, in fondo: o traevano un piacere perverso dalla debolezza di John oppure cercavano di rassicurarla, il che era anche peggio. Quello era un uomo che lei conosceva e amava da prima che molti di loro fossero nati. «Vuole che parliamo adesso di James Reardon? Ha detto che siete molto impegnati.» «Sì, dovremmo parlarne.» Hunter si diresse verso il divano e si sedette. Eileen rimase in piedi a guardarlo. Lui estrasse un registratore dalla tasca del cappotto e se lo mise accanto, poi appoggiò i gomiti sulle ginocchia e congiunse le mani davanti a sé. I pantaloni, notò lei, adesso gli si erano sollevati di almeno cinque centimetri. «Sergente Geoff Hunter», annunciò lui al registratore. «Deposizione di Eileen Mercer in relazione all'aggressione a Colin Barnes e al rapimento di Karli Reardon. A titolo informativo, Eileen è la moglie del sergente John Mercer. Eileen, può confermare che rilascia questa deposizione di sua volontà?»
Irritata dai suoi modi, lei si limitò ad annuire. «Ad alta voce, per favore.» «Sì.» «Per la registrazione: Eileen ha riferito che il sospetto, James Reardon, si è presentato a casa sua stamattina, in evidente stato di agitazione. Eileen, a che ora sarebbe successo?» «Verso le dieci.» «E lei è la sua... counselor? È esatto?» Hunter riuscì a instillare nella parola una goccia di veleno. Interessante, pensò lei, con quanta rapidità stesse emergendo il suo vero carattere. Forse perché quella registrazione sarebbe finita nel file, e quindi lui stava recitando di fronte a un pubblico. Annuì. «Ad alta voce, per favore», ripeté lui. «Sì, ho fatto varie sedute di counseling con lui.» «Per quanto tempo?» «Poco più di un anno.» «Un periodo piuttosto lungo. E... di che argomenti avete parlato?» «Si tratta d'informazioni confidenziali. E irrilevanti.» «Avete discusso della sua terribile infanzia?» Eileen incrociò le braccia. «O forse si lamentava di quanto fosse difficile la sua vita?» continuò Hunter. «C'è qualche strana ragione per cui tutto questo la diverte, sergente Hunter?» «Mi scusi. Probabilmente sto solo cercando di capire di cosa si tratta.» Si appoggiò allo schienale e il suo tono divenne più serio. «Come le è sembrato James Reardon? Come si comportava?» «Era agitato. E contrito.» «Per cosa?» «Perché doveva andarsene. Non mi ha spiegato per quale motivo.» «Ma adesso lei lo sa.» «Sì, adesso lo so.» Reardon le aveva lasciato addosso un'inquietudine che lei non aveva saputo come valutare. Le sue parole e il suo modo di fare erano stati inquietanti, ed Eileen sapeva bene di cosa fosse capace quell'uomo. Aveva pensato di chiamare la polizia, ma alla fine aveva scartato l'idea, anche se con qualche riserva. Reardon non le aveva detto di aver commesso un reato e neppure che
avesse intenzione di farlo. Inoltre, come paziente, aveva il diritto di parlare con lei in tutta riservatezza, un principio al quale Eileen aveva deciso di attenersi, anche se quell'uomo si era presentato inaspettatamente alla sua porta. Se lo avesse violato, ci sarebbero state delle conseguenze. Considerati i precedenti di lui e il fatto che lei era la moglie di John, era probabile che la polizia sarebbe intervenuta con decisione e ciò avrebbe immediatamente distrutto la fiducia che si era instaurata fra loro. Forse senza motivo. Quindi niente polizia. Per tutto il giorno, comunque, aveva cercato di mettersi in contatto con Reardon, ma inutilmente. Non era sua abitudine guardare la televisione durante la giornata, quindi non aveva saputo nulla fino al telegiornale delle sei. Era solo una notizia di poco conto - nei servizi locali -, ma lei aveva colto il nome di Reardon e si era messa ad ascoltare con attenzione, il cuore che sembrava sul punto di cederle. Oh, James! A quel punto, non aveva più avuto scelta. E nemmeno remore. Hunter disse: «Ora è consapevole che, subito prima di venire da lei, James Reardon ha seguito e aggredito l'uomo che attualmente esce con la sua ex moglie?» «Ne sono consapevole.» «L'uomo in questione, Colin Barnes, ha identificato in Reardon il suo aggressore. In quel momento, Barnes aveva con sé la figlia minore di Reardon, nel passeggino. La bambina risulta scomparsa.» Karli Reardon, già. Era quello che avevano detto al telegiornale. Se Hunter aveva ragione sugli orari - e di sicuro ce l'aveva -, quando James Reardon era passato da lei aveva già rapito la figlia. Eileen era stata la sua ultima tappa prima della fuga. Qualunque cosa ti raccontino di me, ricordati che lo faccio per Karli. Hunter s'infilò di nuovo la mano in tasca, estraendone una fotografia che le porse. Lei ebbe un attimo di esitazione, sapendo qual era il punto che l'altro voleva segnare, però la prese. «Quella è Amanda Reardon», le disse. «Probabilmente la foto risale allo stesso periodo in cui il suo ex marito veniva qui a raccontarle i suoi problemi.» Eileen studiò il viso della donna, i gonfiori e l'unico taglio, lo sguardo di assoluta sconfitta e umiliazione. Hunter doveva essere al corrente del suo lavoro di counseling con criminali condannati. Se si aspettava che il volto di una vittima la sconvolgesse, aveva sbagliato di grosso. Imperturbabile e nient'affatto scossa, gli restituì la foto.
«Le ha raccontato come si sentiva quando lo faceva?» Certo che glielo aveva raccontato. «Non credo sia rilevante per la sua indagine.» «Per quanto mi riguarda, mi sorprende che si sia affidato a una donna. Lei no? Voglio dire, è evidente che nutre sentimenti... energici - se così si può dire - nei confronti del sesso femminile.» Avevano parlato anche di quello. Le persone come Hunter, pensò Eileen, tendevano a vedere le cose in bianco e nero. Quello che James Reardon aveva fatto all'ex moglie era tremendo e imperdonabile, ma Eileen sapeva pure che lui non era un misogino. Aveva soltanto bisogno di trovare un Cattivo cui dare la colpa; voleva i Cattivi col cappello nero e i Buoni col cappello bianco, ma nella vita reale le persone erano troppo complesse per adattarsi con tanta facilità a quei ruoli. «Mi dispiace, ma non credo sia rilevante per la sua indagine», ripeté. «Ah, no?» Hunter si sporse verso di lei, stanco del tentativo di provocarla. «Be', allora vediamo di finirla. Perché non ha chiamato subito la polizia, stamattina? Avrebbe potuto risparmiare un bel po' di guai a un sacco di gente.» «Non sapevo che stesse per commettere un reato.» «Lo aveva già fatto.» «E allora come avrei potuto risparmiare dei guai a qualcuno?» Un attimo di silenzio. Eileen provò una vaga fitta di colpevole piacere. Ma era l'intera conversazione a essere assurda. Sciolse le braccia che aveva tenuto conserte. «Mi permetta di essere chiara, sergente Hunter. Indipendentemente da quello che crede lei, io non sto dalla parte di Reardon, in questa storia. Non lo sto proteggendo e non cerco scuse per le sue azioni. Ma non è compito mio giudicarlo. Il mio lavoro consiste solo nell'ascoltarlo e possibilmente nell'aiutarlo a capire perché ha fatto certe cose.» «Capire», annuì Hunter. «Mi piace.» «Mi rendo conto che le risulti difficile concepire la cosa in questi termini, ma, nonostante ciò che ha fatto, James Reardon resta comunque un essere umano.» Hunter lanciò uno sguardo al registratore. «Nota: la testimone sembra un po' ostile.» Irritata con se stessa, Eileen gli voltò le spalle e andò verso la mensola. Dietro di lei, Hunter si alzò, preparandosi ad andarsene. «È in questo che siamo diversi, Eileen. Per me è semplicemente un obiettivo. Il mio lavoro sempre che le interessi - è rintracciare la figlia di Reardon e arrestare lui
prima che faccia del male alla bambina o a chiunque altro.» «Non le farà mai del male.» Hunter rise. «Lei sa tutto, vero? Sa in quali circostanze ha aggredito l'ex moglie? Lo sa che era in auto in quel momento? Sa che lui ha rotto il finestrino con un martello, ha trascinato Amanda fuori dall'auto e l'ha picchiata sul bordo della strada?» «Lei si diverte a raccontarmi i dettagli.» Nonostante tutto il suo sarcasmo, Hunter sembrava davvero arrabbiato. «Karli era lì, ovviamente, legata con la cintura di sicurezza al sedile del passeggero. La sua bambina, coperta di vetri rotti che urlava, disperata, mentre lui prendeva a calci la sua mamma fuori dall'auto. Ecco quanto vuol bene alla sua bambina, Mrs Mercer. Ecco cosa significa per lui.» Eileen controllò le proprie emozioni e si voltò. «C'è altro?» «Sì. Le ha detto dove stava andando?» «No.» «Nessuna indicazione?» «No.» «Allora credo che abbiamo finito.» Hunter spense il registratore. «La ringrazio per il tempo che mi ha dedicato. Troverò l'uscita da solo.» «Non ne dubito.» Lo guardò andar via, resistendo all'impulso di sbattergli la porta alle spalle. Rimase invece dov'era, sentendo il rumore della porta d'ingresso che si apriva e si richiudeva, poi, attraverso le tende, guardò Hunter che passava davanti alla finestra e si allontanava lungo il vialetto. Infine si voltò di nuovo verso la foto sulla mensola del camino: lei e John immobilizzati in un istante in bianco e nero, tanti anni prima. Erano così giovani. John era invecchiato molto, soprattutto negli ultimi tempi. Dell'uomo nella foto non erano rimasti che gli occhi e qualcosa nel sorriso. Però, in quegli ultimi giorni, non sorrideva quasi mai e i suoi occhi, quando la guardava, sembravano trapassarla. Ti amo anch'io. Eileen uscì in fretta dalla stanza. Erano una coppia, e lei doveva essere forte. Sarebbe andato tutto bene, e lui sarebbe tornato presto a casa. Non c'era niente di cui preoccuparsi. E accidenti a lei se mai si fosse lasciata andare, mettendosi a piangere davanti a lui. Nemmeno davanti alla sua foto. 3 dicembre, ore 19.15
12 ore e 5 minuti all'alba Mark Come per adattarsi allo stile e all'arredamento del resto dell'edificio, anche la mensa appariva vecchiotta e mezza in disarmo. Era uno stanzone tetro, arredato con séparé di formica fissati al pavimento che sembravano essere stati strappati da un bar da camionisti e infilati lì dopo una sommaria ripulita. Sulla parete opposta, le veneziane erano abbassate a tener fuori la sera, e i neon appesi al soffitto emettevano un costante ronzio nasale. Mi avvicinai al bancone. C'erano piatti di arrosto pieni di curry, che somigliavano a zolle di terra, e salsicce fatte più che altro di budello bruciacchiato. Così, nonostante la fame, pescai i primi due panini che mi capitarono a tiro e li portai alla cassa. «Due e trenta.» «E un caffè, per favore.» «Allora due e ottanta.» Frugai distrattamente in tasca alla ricerca degli spiccioli, pensando ancora a Mercer e al file del 50/50 Killer. Sì, l'intervallo di tempo fra i due eventi - la morte di Dyson e il crollo di Mercer - era troppo breve per essere casuale. Non aveva importanza quello che lui aveva detto - o non detto nel libro. Era un libro, appunto: una singola istantanea che lui aveva deciso di mostrare al mondo. Per conto mio, il collegamento reggeva. Faticavo a immaginare cosa avesse provato. Era già abbastanza difficile sopportare il peso di un'indagine del genere, la spinta professionale e umana a fermare quell'uomo prima che facesse del male a qualcun altro. E poi, mentre spronava la squadra, uno di loro moriva proprio per mano di quel killer... Cristo, sarebbe stato troppo per chiunque. Mi convinsi di aver capito un po' meglio ciò che era successo durante la mattina: la determinazione di Mercer e la sua distrazione, il disagio della squadra. Sembrava tutto molto più chiaro. «Due e ottanta», ripeté la cassiera. «Scusi.» Le diedi l'importo esatto, poi individuai Pete, Greg e Simon nell'angolo della sala. Pete sollevò una mano; annuii e mi diressi verso di loro. Contemporaneamente, il loro linguaggio corporeo mi fece capire che una conversazione veniva conclusa in fretta e furia. Ero nervoso da morire. Dopo quello che avevo saputo, mi sembravano più che mai una banda chiusa in
se stessa. Per quanto ne facessi parte, sapevo di non esserci ancora dentro, almeno non del tutto. E comunque non per quella storia. «Ehi, salve.» Simon si stava sistemando l'insalata sul piatto, mentre Greg aveva davanti uova e pancetta con patatine. Pete teneva in mano un panino e l'incarto vuoto sul tavolo rivelava che ne aveva già mangiato uno. Senza dire nulla, spostò di lato un paio di vassoi per farmi posto. «Grazie.» Mi strizzai accanto a loro. «Allora, cosa mi sono perso?» Greg fece un cenno in direzione di Pete. «Mi stavo giusto lamentando. Pete ha passato il pomeriggio a chiacchierare con una serie di belle ragazze.» Pete si strinse nelle spalle, quasi a scusarsi. «E non è neppure il mio giorno libero!» Sorrisi. Pete portava al dito una grossa fede. Poco prima avevo notato la fototessera appuntata al divisorio del suo cubicolo: due ragazzine pigiate in una macchina per le foto automatiche. «Con le ex di Simpson?» chiesi. Pete annuì. «Non è stato così divertente come crede Greg. Ovviamente nessuna di loro è stata felice di ricevere la brutta notizia. E tutte mi hanno dato di lui la stessa immagine.» «Cioè?» «Troppo scapestrato per continuare a uscirci insieme, ma fondamentalmente un tipo a posto. L'ultima ragazza ha detto che stare con lui era un disastro - perché era un bastardo infedele -, però erano rimasti buoni amici. Ha aggiunto che sembrava un bambino sperduto.» Pete soffiò sul caffè. «Valle a capire, le donne!» «Un classico», intervenne Greg. «Dimostra ancora una volta che le donne adorano i bastardi, e io non riesco nemmeno a farmi dare un appuntamento.» «Strano davvero, a pensarci. In conclusione, nessuna di loro è Jodie. Abbiamo controllato i loro movimenti.» «Capisco.» Prevedibile, eppure deludente. «Però abbiamo la bellezza di sei furgoni bianchi», riprese Greg, sarcastico. «Di certo è la traccia che stavamo cercando!» Simon lo guardò, inarcando un sopracciglio, e io mi resi conto che probabilmente si riferiva alla conversazione in corso prima del mio arrivo. «Suppongo tu intenda che non ne è ancora venuto fuori niente di concreto», disse in fretta Pete.
«Be'...» «Il killer guida un furgone bianco, giusto? E le indicazioni fornite dalla telecamera suggeriscono di seguire la traccia dei furgoni bianchi. Tutto qui. Vediamo se ne esce qualcosa.» «Scommetto mille sterline che non troveremo niente.» «Cerchiamo di essere ottimisti su questo caso, eh?» Greg gli concesse il punto con una scrollata di spalle. Se non ci fossi stato io, forse avrebbe continuato, ma era probabile che in quel caso Pete non lo avrebbe neppure zittito così alla svelta. Ci rimuginai sopra: era difficile leggere cosa c'era sotto le tensioni del gruppo. Continuammo a mangiare in silenzio per un po'. Quand'ero a metà del mio panino, fu Greg a parlare, affrontando un argomento a me più familiare. E più tranquillizzante per tutti, fra l'altro. «Allora, com'è andato il trasferimento?» mi chiese. «Tutto bene. Non che sia stato un gran trasloco, a essere sincero. È quasi deprimente rendersi conto che la tua vita intera può entrare tranquillamente in un'auto.» «Bisogna essere spietati.» «Già, è quello che ho pensato anch'io.» In effetti, avevo trascorso il mese di preavviso a setacciare i miei beni per decidere cosa tenere e di cosa liberarmi. Era stata un'operazione dolorosa. C'erano un sacco di cose che mi sarebbe piaciuto conservare per ragioni sentimentali. Continuavo a pensare a cosa avrebbe detto o fatto Lise. Cercavo di convincermi che, se fosse stata ancora lì a prendersi cura di me, sarebbe stata lei la prima a buttare via tutto, se non altro per evitare che continuassi a tormentarmi. «Le cose abbastanza importanti da volerle tenere a tutti i costi non si possono impacchettare», mi avrebbe detto. «Vedrai che spunteranno fuori da sole ovunque tu sia, perciò vedi di liberarti di tutta questa zavorra inutile.» Eppure, anche sapendo come si sarebbe comportata lei, non arrivavo a decidermi. Quando riuscivo a evocare la sua immagine, mi rendevo conto che non mi diceva proprio niente: non ero in grado di comprendere la sua espressione, né d'immaginare cosa pensasse. Alla fine, ero riuscito a separare le cose da portarmi appresso da quelle che non mi servivano. E queste ultime adesso se ne stavano nel garage dei miei genitori. Greg sorrise. «Mi sembra di capire che non sei sposato, eh? E che forse non c'è neppure una ragazza...» Presi il caffè e ci soffiai sopra. Non avevo voglia di parlarne, e di sicuro
c'erano altri spunti che avrei potuto introdurre per cambiare discorso, ma per qualche ragione mi avrebbe fatto male non essere onesto. «Una volta ero fidanzato, ma ora non lo sono più.» «Ahi! Ci sono passato anch'io. Be', noi non eravamo fidanzati, però convivevamo. A volte semplicemente non funziona.» «Lei è morta», dissi. «Oh, cazzo. Mi dispiace.» «Non importa. Ormai è passato un bel po'.» Mi ero accorto che, quando lo raccontavo per la prima volta, poi - stranamente -, mi sentivo in dovere di rassicurare gli altri. «Va tutto bene», dicevo, anche se ovviamente non era vero. Proprio nello stesso modo, sei brevissimi mesi erano diventati: «Ormai è passato un bel po'». E mi ero anche reso conto che rassicurare la gente di solito portava ad altre domande. «Com'è successo?» «Greg...» Pete lo stava invitando a lasciar perdere, sia a voce sia con un'occhiata. «Nessun problema.» Posai il caffè, poi raccontai in fretta. «Eravamo in vacanza, in campeggio. Un campeggio sulla spiaggia. Eravamo andati a fare una nuotata, in realtà a sguazzare un po', ma non ci eravamo resi conto di esserci allontanati oltre la nostra portata e che la corrente era molto forte. Abbiamo provato a chiedere aiuto, ma sulla spiaggia non c'era nessuno. Quindi l'unico modo era farcela a nuoto. In definitiva, io ce l'ho fatta e lei no. Non è colpa di nessuno.» «Cristo, mi dispiace.» «Lascia stare.» Con cautela, ripresi il caffè e ci soffiai di nuovo sopra. «E voi, ragazzi, tutti accoppiati?» «Felicemente sposato», dichiarò Pete, sollevando la mano per mostrarmi la grossa fede. «E Simon ha una donna in ogni porto.» «Ah, sì?» Non potei fare a meno d'inarcare un sopracciglio. Simon lo liquidò con un cenno. «Esagerato.» «Io sono fin troppo single», disse Greg. «Avrebbero dovuto mandare me a intervistare le ex di Simpson. Con Pete è stata una buona occasione sprecata.» «Be', sembravano tutte ragazze di buon gusto, quindi sarebbe stata un'occasione sprecata anche per te.» «Non sei divertente», esclamò Greg, puntandogli contro una patatina. «Almeno non quanto credi di esserlo.»
Sorrisi. L'atmosfera si era alleggerita e, mentre finivamo di mangiare, chiacchierammo un altro po'. Continuai a soppesare e valutare il modo in cui interagivano. Dopo la vaga animosità del pomeriggio, adesso si prendevano amichevolmente in giro, come succede a chi lavora a lungo insieme. Riconobbi e apprezzai il ritmo, ma mi guardai bene dal cercare d'imitarli. Il clima era più rilassato, ma io non ero ancora «dentro». Tuttavia fecero del loro meglio per coinvolgermi. Simon mi chiese dove abitavo, così raccontai del piccolo appartamento che mi ero trovato, in attesa di procurarmi qualcosa di meglio. Parlammo di dove avevo lavorato in precedenza, di qualche mio vecchio caso. «Niente di simile a questo, scommetto», disse Greg. «No. È stato un primo giorno decisamente intenso.» «C'è stato parecchio da fare. E ancora non è finita.» «Non è che senta la mancanza del mio appartamento vuoto.» Greg rise, ma senza umorismo. «Cazzo, io invece sì.» «Com'è andata oggi pomeriggio?» mi chiese Pete. «Bene, mi sono letto tutto il file. O almeno ho fatto del mio meglio.» Feci una pausa, poi decisi che tanto valeva dirlo. «Non serve a nulla, però mi dispiace per quello che è successo.» Greg immerse la sua ultima patatina in una pozza di ketchup, rimescolandola; Simon annuì, per una volta serio. Ebbi paura di aver giudicato male la situazione, parlando a sproposito. Pete si appoggiò allo schienale, guardando verso la finestra come se ci fosse qualcosa d'interessante da vedere, e non una semplice veneziana chiusa. Ho esagerato, mi dissi. Pete sospirò. «È stato un brutto colpo per tutti. Per qualcuno anche peggio, naturalmente. È difficile perdere un collega. E Andy era molto più di quello.» Annuii, cogliendo la sottile allusione a Mercer. Insieme con le coincidenze temporali emerse dal file, il naturalmente e il per qualcuno anche peggio pronunciati da Pete erano la conferma che quel caso aveva contribuito a provocare il crollo di Mercer, sempre ammesso che non ne fosse stato la causa diretta. «Certo», dissi. Greg e Simon rimasero in silenzio, delegando l'ultima parola a Pete. Toccava a lui decidere se includermi in qualunque cosa avessero in mente. Pete guardava ancora nel vuoto, tamburellando con le dita sul tavolo. Dopo qualche istante sembrò aver preso una decisione e si voltò verso di me. Ero dentro. «Cosa te ne sembra di lui, finora?»
«Di Mercer?» «Sì. Che opinione ti sei fatto di lui?» Esitai. La domanda era così insidiosa che la lasciai aleggiare per un momento, riflettendo sulla risposta. Era evidente che tra Mercer e la sua squadra esisteva una qualche divisione, ma era altrettanto evidente che avevano lavorato con lui abbastanza a lungo da aver sviluppato dinamiche complesse. Quel giorno, Mercer aveva fatto e detto cose che avevano esasperato me, e forse anche loro, però, col tempo, si sviluppa uno strano sentimento di affetto anche per simili eccentricità. Sarebbe stato un errore dire qualcosa di negativo su di lui. E abbastanza stranamente, comunque, mi resi conto di non volerlo fare. «Non è come me lo aspettavo», replicai. «Voglio dire, la sua fama lo precede. E per questo mi è sembrato... be', più umano di quanto credessi.» Pete annuì, ma io compresi che non era proprio quello che voleva. «Ti è sembrato fragile? Non preoccuparti, sii sincero.» Mi accigliai. Mi era sembrato fragile? Avevo avuto l'impressione di un uomo circondato dalle pratiche, che si assumeva tutto il peso dell'indagine, che pensava contemporaneamente a tutto. Era intenso e concentrato. A essere sincero, non era poi così diverso da molti altri responsabili di squadra che mi era capitato d'incontrare. Poi mi tornò in mente il nostro primo incontro, a casa di Simpson, quando avevo notato quanto sembrasse vecchio. E, sì, era ben lontano dall'immagine di superuomo suggerita dalla sua reputazione. Aveva l'aspetto di un uomo che aveva perso troppo peso, che poteva essere spinto via più facilmente che in passato. Una certa vulnerabilità gli aleggiava attorno, quello sì. «Forse un po'», risposi infine. «Ricordi com'era durante il tuo colloquio?» «Un po' distratto.» Era un caritatevole eufemismo, lo sapevamo tutti. Mercer mi aveva a malapena rivolto la parola, se non per discutere brevemente dell'incontro che avevo avuto con Jacob Barrett. Per il resto del tempo, si era accontentato di starsene seduto lasciando che gli altri mi rivolgessero tutte le domande che ritenevano opportune. Come se aspettasse solo che il colloquio finisse. «Distratto», concordò Pete. «È stato così per un pezzo. Da quando ha ripreso il lavoro, non ha fatto altro che gingillarsi. Dalle nove alle cinque, senza prendersela troppo a cuore. Senza impegnarsi.» Era un argomento pericoloso, ma di quello si stava parlando, quindi de-
cisi di dirlo chiaro e tondo. «Dopo l'esaurimento?» «Sì.» Pete chinò il capo e annuì. «Da quando ha avuto l'esaurimento. Ha cominciato a prendersela calma. A fare il minimo indispensabile.» «Tanto per tenersi a galla», intervenne Greg. «Già. Però oggi era completamente diverso. Più come ai vecchi tempi. Impegnato, concentrato.» Diede un'occhiata all'orologio. «Voglio dire, sono le sette e mezzo. È da un sacco che non rimane in ufficio così tanto.» «E questo ti preoccupa?» «Non solo questo», rispose Greg. «Tutto il caso. Non dovrebbe occuparsene lui.» «Ne abbiamo già parlato», lo rimbeccò Pete, a voce un po' troppo alta, troppo brusca. La abbassò, girandosi verso di me. «Ne abbiamo parlato prima che John tornasse al lavoro. Se il caso fosse stato riaperto, sapevamo che lui avrebbe voluto occuparsene, e abbiamo deciso che, se fosse successo, avremmo... suonato a orecchio. Ma ascoltavamo musiche diverse, a quanto pare.» Guardai Greg che si strinse nelle spalle, senza neppure cercare di difendersi. «Le mie obiezioni sono sempre state chiare: toccava a Pete decidere.» «Gran brutta giornata per iniziare», mi disse Pete. «Mi dispiace per te. Ora come ora, non ho idea di come andrà a finire.» «Come ti sembra che se la stia cavando?» gli chiesi. «Non lo so. Quand'era appena rientrato, non gli avrei lasciato riprendere in mano questo caso nemmeno da morto. Però... adesso mi sembra a posto. Una parte di me è contenta di vederlo così preso. È tornato a essere se stesso, direi. L'altra parte di me è preoccupata e basta.» Espirai rumorosamente. Prima che potessi parlare, Greg intervenne: «All'inferno, Pete, deve sapere anche il resto». Spostai lo sguardo dall'uno all'altro. «Sapere cosa?» «Hai notato che i casi non sono collegati?» mi chiese Greg. «Ufficialmente, intendo. Nel computer.» Non me n'ero accorto. «No, però ho sentito che non ne ha fatto menzione nei suoi rapporti all'ispettore White.» Greg annuì. «Appunto. La possibilità di negare.» «Non capisco.» Pete si chinò verso di me, subentrando a Greg. «Tutta quella storia su cui stava litigando prima con John... Lo faceva per lasciargli almeno la possibilità di negare.»
«No, la stavo dando a tutti noi.» «Come ti pare.» Scossi il capo. «La possibilità di negare cosa?» «Che i casi sono collegati», disse Pete. «Quest'indagine non sarebbe di pertinenza di John. Sulla carta, appartiene a Geoff Hunter. E, considerati i precedenti, se White ne sapesse qualcosa, vieterebbe a John persino di sfiorarla. Non c'è verso. E quando lo scoprirà... be'.» «Possibilità di negare», ripeté Greg. Mi riappoggiai allo schienale della sedia, incrociai le braccia e mi misi a riflettere su quello che mi avevano appena detto. Probabilmente mi ero aspettato qualcosa del genere fin dal momento in cui avevo letto della morte di Andrew Dyson. La prima volta che Mercer aveva affrontato il caso del 50/50 Killer, esso si era concluso con l'assassinio di un collega e il suo conseguente crollo nervoso. Era naturale che l'intera squadra fosse ansiosa, combattuta fra la lealtà e l'amicizia per il loro capo e le preoccupazioni sugli effetti che poteva avere, nelle sue condizioni mentali, trovarsi per la seconda volta alle prese con quell'omicida. Il fatto che mi avessero incluso nella gestione del problema era un fatto positivo. Però non avevo riflettuto sulle conseguenze a livello professionale di quella scelta, sulla nostra responsabilità nei confronti del dipartimento. Adesso che ero dentro, dovevo considerare con molta cautela la mia posizione. Un conto era la possibilità di negare, un altro era un comportamento professionalmente scorretto. Tuttavia, per ora, non sussistevano dubbi sui destinatari della mia lealtà. «Ovviamente seguirò la tua guida», dichiarai. «Bene», disse Pete. «Di base, il nostro dovere è quello che abbiamo sempre fatto: offrirgli tutto il sostegno che possiamo. In un modo o nell'altro, è ciò che faremo. Speriamo di trovare quelle due persone prima dell'alba.» «Jodie e Scott», aggiunsi. «Già. Perché Dio solo sa cosa ne sarà di lui se non ci riuscissimo.» Restammo seduti in silenzio ancora per qualche istante, quindi Pete spinse via il proprio vassoio e si alzò. Aveva l'aria stanca. «Bene, allora andiamo. Il peggio è passato. Adesso torniamo alle cose semplici.» Ci alzammo tutti e in quel preciso momento sentii un bip. Pete estrasse il cercapersone dalla cintura e lo guardò, aggrottando la fronte. «Uno dei furgoni.» Inclinò leggermente la testa e mi guardò. «La tua squadra ha trovato qualcosa. Quant'era, Greg? Mille sterline? Ti servirà il libretto degli assegni.»
3 dicembre, ore 20.30 10 ore e 50 minuti all'alba Scott La costruzione era vecchia e lo spazio in cui lui si trovava era angusto. Le pareti erano fatte di grandi lastre di pietra, posate in file irregolari, come se fossero state erette mettendo insieme del materiale raccogliticcio. Di certo quel posto era abbandonato da anni, in preda a generazioni di ragni e formiche. Una stagione dopo l'altra, le foglie morte erano volate là dentro portate dal vento, ed erano marcite, fino a diventare polvere negli interstizi tra le pietre. Le ragnatele sul soffitto erano grigie e impalpabili, oppure penzolavano come fili sudici. Scott non aveva idea di cosa fosse stato quel posto. Forse un ripostiglio oppure un deposito. Il che sembrava appropriato, visto che adesso serviva per depositarci lui. Chinandosi prima da un lato e poi dall'altro, riusciva a toccare le pareti con le spalle e nonostante i ragni - grossi e scuri e orrendi - continuò a farlo. Inoltre si stirò il collo, per ridurre la tensione e i crampi che gli pervadevano i muscoli del dorso. Era seduto su qualcosa, ma non riusciva a vedere cosa. Era ammanettato; gli avambracci posavano sulle cosce. L'uomo con la maschera da diavolo gli aveva passato diversi giri di corda attorno a gambe e braccia, immobilizzandolo. Gli colava il naso, e lui continuava a tirare su. In parte era per il freddo, in parte perché continuava a piangere. Non riusciva a farne a meno. Prima di quel giorno, si era sempre ritenuto forte e capace, ma adesso sapeva che non era così. Non era un eroe. Non era calmo e controllato come sembravano quei tizi dei film. Non poteva essere vero. Dapprima c'era stata rabbia, ma ora non più. Deciso a liberarsi - a ritrovare lei - aveva lottato contro le corde, digrignato i denti e tirato più che poteva, ma era legato troppo bene. Rabbia e odio avevano quindi ceduto il posto alla frustrazione. Era completamente immobilizzato e assolutamente impotente. Erano subentrati il panico e il terrore. Si era messo a piangere. Si disprezzava, però aveva tanta paura. Era alla mercé dell'uomo con la ma-
schera da diavolo e in quel momento, col cuore che batteva forte, avrebbe soltanto voluto dire la cosa giusta, fare qualunque cosa servisse a togliersi di lì. Avrebbe fatto di tutto. Davanti a lui, le pareti e il soffitto continuavano per un paio di metri, poi c'era una porta spalancata, attraverso la quale si vedeva il bosco. L'edificio sorgeva in una radura tra gli alberi. L'uomo doveva aver acceso un fuoco, che però Scott non vedeva. Una luce arancione ammiccava e danzava sul terreno, e lui sentiva il crepitio della legna che bruciava e si spezzava. Mandava ben poco calore, ma, quando il vento girò, il fumo entrò attraverso la porta aperta. Aveva anche cominciato a nevicare. La luce delle fiamme trasformava i fiocchi di neve in boccioli gialli. Uno spesso strato bianco copriva già il terreno. Rabbrividì. Tremava. Solo in parte per il freddo. Jodie, pensò. Non sopportava l'idea di quello che forse le stava accadendo. L'uomo apparve sulla soglia. Scott smise di pensare e cercò di rincantucciarsi più indietro che poteva. Ma non c'era nessun posto dove andare. L'uomo si chinò ed entrò nel ripostiglio, inginocchiandosi davanti a lui. Praticamente una silhouette, benché la luce delle fiamme gli illuminasse la maschera, esaltandone le creste rossastre da scarafaggio. L'uomo appoggiò i gomiti sulle ginocchia di Scott e sollevò due oggetti. Da una parte, alcuni fogli di carta, pinzati insieme. Dall'altra, un cacciavite. «Ssst», gli disse. Scott si rese conto che stava ansimando, come se soffocasse. Fece del suo meglio per calmarsi e smetterla. Doveva fare tutto ciò che voleva quell'uomo. «Adesso faremo due chiacchiere», disse lui. «Vedi cos'ho qui? Ricordi cos'ho fatto prima di lasciare casa tua?» Per quanto si sforzasse disperatamente, Scott non lo ricordava. «No.» «Ero al tuo computer.» Agitò i fogli che teneva in mano e sembrò studiarli con attenzione. «Ho stampato questo. Il titolo dice: Cinquecento motivi per cui ti amo. Ma qui ce ne sono solo 274. Perché?» Il fuoco scoppiettò. A parte quello, fuori dal ripostiglio il mondo era immobile e tranquillo. Per qualche ragione sembrava importante non di-
sturbare quel silenzio. «Non ho ancora finito», sussurrò Scott. «Doveva essere un regalo di Natale?» «Sì.» «Buffo. Un regalo di Natale per lei. Questo.» L'uomo scosse i fogli. «Questo è un cerotto per una ferita da arma da fuoco. Capisci?» «Sì.» «No, che non capisci. Ma capirai.» «Perché lo fai?» La voce di Scott si ruppe, la vista gli si appannò. Accidenti. Non voleva mettersi a piangere davanti a quell'uomo. Tirò su col naso, forte. Ma le lacrime scesero ugualmente e, attraverso di esse, lui vide l'uomo che lo scrutava senza pietà, come se fosse un esemplare sotto la lente del microscopio. Quando parlò, fu come se la risposta fosse ovvia. «Perché tu hai qualcosa che voglio, Scott.» Sa come mi chiamo. L'uomo gli mostrò i fogli. «Adesso tutto questo appartiene a me. Per te sarebbe un fardello, e io te ne libero. Dovresti ringraziarmi.» Scott non capiva. Tirò su di nuovo col naso, e non disse nulla. «Immagino che tu li abbia messi giù a caso, ma il primo motivo che hai scritto è piuttosto interessante. Ricordi qual è? Pensaci bene, stavolta.» Lo ricordava. Certo che lo ricordava. «Una cosa sul come ci siamo conosciuti», rispose con voce impastata. «Giusto.» L'uomo annuì. «Numero 1: siamo stati così fortunati da trovarci a vicenda.» Scott trasse alcuni respiri profondi, cercando di smettere di piangere. «Cosa vuol dire?» chiese l'uomo. «Voglio che me lo spieghi.» «Come ci siamo incontrati?» «Sì.» Si fece ancora più vicino e la luce strisciò lungo i contorni della maschera. «Raccontami di quanto siete stati fortunati.» Il messaggio era comparso sul monitor senza preavvisi né squilli di tromba. Se, invece di navigare su Internet, lui fosse stato impegnato a scrivere il suo saggio, sarebbe bastato premere un tasto per chiudere istantaneamente la finestra e sarebbe finita lì. La finestra avrebbe lampeggiato e sarebbe scomparsa, e la loro vita sarebbe stata molto diversa. In seguito ne avevano parlato, ridendo e guardandosi negli occhi. «Ti rendi conto di quanto sarebbe stato terribile se...» In seguito, aveva letto da
qualche parte che lo stadio «avrei potuto non incontrarti» era tipico delle fasi iniziali di una relazione. All'università, Scott riceveva spesso messaggi dai suoi amici. Aveva una lista di username che mostrava anche chi era in linea: bastava cliccare su un nome conosciuto e gli si poteva mandare un messaggio. Ma quella volta non aveva riconosciuto il mittente. Isz5jlm: [Ciao, come va?] «Isz» indicava il Dipartimento d'informatica, anche se lui non aveva idea dell'origine di quell'abbreviazione. «5» stava per l'anno d'immatricolazione: 1995, il suo stesso anno. E «jlm» erano le iniziali del mittente. Scott l'aveva fissato, facendo scorrere mentalmente la lista dei suoi amici e poi quella dei conoscenti. Magari qualcuno incontrato a una festa. JLM, JLM... Se anche lo conosceva, non se ne ricordava. Aveva aggrottato la fronte e chiuso la finestra, tornando a dedicarsi al sito Internet. Venti secondi più tardi, era comparso un altro messaggio: Isz5jlm: [Ooops: scusa!] E nient'altro. Se non altro, il secondo messaggio aveva chiarito le cose: il primo era stato un errore. Scott si era sentito stranamente deluso. Era poi trascorso qualche secondo d'inattività. Momenti in cui - come aveva pensato in seguito - la vita meravigliosa che gli si stava preparando era rimasta in sospeso, senza che lui se ne fosse neppure reso conto. Aveva aperto la lista della sua rete di amici. Erano più o meno duecentocinquanta, ma comparivano in ordine alfabetico e quindi non era stato difficile farla scorrere fino a «Isz». Ce n'erano diversi, e isz5jlm era l'ultimo della lista. Ci aveva pensato sopra ancora un po' e poi, dicendosi: Perché no?, aveva aperto con un doppio clic la finestra di dialogo, digitando: [Io sto bene, grazie. Spero che pure tu stia bene. Ma chi sei?] Il puntatore del mouse era rimasto in sospeso. Forse doveva semplicemente scordarsene, aveva pensato. Era evidente che si trattava di un errore,
e non c'era niente da guadagnare a tornarci sopra. Alla peggio, quella persona l'avrebbe ignorato, facendolo sentire un idiota. Ma che diavolo, se quello era il peggio che poteva capitargli, allora perché no? Aveva premuto INVIO. Fuori nevicava ancora più forte e, quando Scott parlava, il suo fiato si condensava in nuvolette, aleggiando verso l'uomo che aveva davanti. «Abbiamo cominciato a scambiarci e-mail», disse. «Ci siamo incontrati di persona solo un mese e mezzo dopo.» «Quindi è stato un caso?» Scott annuì, ma l'uomo stava osservando i fogli e lo ignorò. «Le probabilità contrarie a una coincidenza del genere devono essere astronomiche... Ma è quello che provano tutti. Si guardano negli occhi e parlano di cosa sarebbe successo se... Di come le cose sarebbero potute andare in un altro modo. Voi l'avete mai fatto?» Scott sentì in sé un vago impulso di ribellione. «No.» «Io credo di sì. Si comincia sempre dicendosi che si è anime gemelle, che non si potrebbe essere più felici di così, che quell'incontro era scritto nel destino.» L'uomo lo guardò, incuriosito. «È quello che credi anche tu?» «Sì.» «Ottimo.» Di colpo la pressione sulle ginocchia di Scott aumentò, per poi sparire quando l'uomo si alzò e tornò fuori. Andato. Per un attimo, Scott avrebbe potuto essere completamente solo in mezzo a quel bosco. Oltre la porta, la neve era tranquilla e silenziosa; il fuoco ardeva allegramente in lontananza. Un'atmosfera quasi serena. Ma sulla neve, là davanti, c'erano le impronte dell'uomo. Era stato lì. E sarebbe tornato presto. Scott controllò di nuovo i legami, ma erano più stretti che mai. Poteva soltanto contorcersi e tendere i muscoli, cercando di alleviare i crampi. Si stava irrigidendo. Passò un minuto, poi un altro. Ormai le impronte fuori dalla porta erano diventate quasi invisibili, perse nel biancore che le circondava. Forse se n'era andato davvero. Poi un rumore di passi. L'uomo rientrò nel ripostiglio e si accovacciò nella stessa posizione di
prima: una presenza ingombrante, che riempiva il mondo. La pressione sulle ginocchia di Scott tornò. L'uomo aveva ancora in mano i fogli e il cacciavite, ma stavolta aveva portato anche un'altra cosa. Non tanto un oggetto quanto un odore. Una sensazione di calore. Scott sentì che l'uomo espirava dal naso, quasi un sospiro. «Come ti ho detto, hai qualcosa che voglio.» Lui annuì in fretta. Aveva identificato la fonte dell'odore e del calore: venivano entrambi dal cacciavite che l'uomo teneva in mano. Sapeva perché. La punta era stata arroventata. L'uomo sollevò il cacciavite, e Scott credette di scorgere il vapore che s'innalzava a spirale dalla punta. No, no, no, no, no, no. «E tu me lo darai. Capisci?» Posò i fogli e allungò la mano verso la testa di Scott, che si voltò di scatto. Ma l'uomo lo agguantò, afferrandogli una manciata di capelli sulla nuca. Gli tenne il capo ben fermo. Dio mio, se era forte. Per la fretta con cui gli uscivano di bocca, le parole si accavallarono. «Ti prego, no, non farlo...» «La ami?» Scott non respirava nel modo giusto. Respiri troppo ravvicinati, troppo corti, solo dal naso. L'elettricità scorreva dentro di lui, si accumulava, mentre il suo corpo gli urlava di scappare di lì. Ma non poteva muoversi ed essa continuava ad accumularsi sempre più... Urlò di terrore, in preda al panico. «La ami?» «Si!» L'uomo annuì. «È quello che volevo», disse. E infilò il cacciavite nell'occhio di Scott. 3 dicembre, ore 21.30 9 ore e 50 minuti all'alba Mark In una strada tranquilla e sonnolenta, la presenza massiccia della polizia ha l'effetto di una sirena d'allarme. Luci che lampeggiano attraverso le finestre; pugni che battono sulle porte; gente che distoglie lo sguardo dal televisore per chiedersi cos'è successo. Tutti hanno paura. Fermo sugli scalini d'ingresso della casa di Carl Farmer, guardai la scena
che mi si apriva davanti. Avevamo chiuso l'entrata al complesso residenziale fin dalla strada principale e i veicoli che si trovavano all'interno del cordone - quattro furgoni e tre auto - illuminavano la scena coi lampeggianti blu. In tutte le case, le luci erano accese e molti erano sulla soglia. Sentivo il rumore gracchiante delle radio della polizia e l'eco di voci soffocate. Aveva cominciato a nevicare da poco, appena prima che lasciassimo il dipartimento. Sul terreno c'era già un leggero strato bianco, in alcuni punti annerito dalle impronte di piedi e dalle strisce degli pneumatici. Nevicava ancora, grossi fiocchi che calavano dal cielo. Fitti, pesanti e lenti, riempivano la notte fin dove l'occhio riusciva ad arrivare, confondendosi nel buio. Catturavano la luce dei lampioni, come interferenze color ambra attraverso la strada. L'interno dei quattro furgoni davanti a me era illuminato dalla luce bianca dei monitor, in parte schermata dall'affollarsi davanti agli sportelli dei corpi in impermeabili lucidi. Riuscii a distinguere la mia squadra e guardai l'orologio. Le nove e mezzo: ero ormai al lavoro da dodici ore. Ebbi la tentazione di andarmi a prendere un altro caffè, ma per quello ci sarebbe stato tempo prima d'iniziare a raccogliere le deposizioni. Le deposizioni... Guardai lungo la strada e sospirai. Eravamo in una delle zone migliori della città. L'avevo attraversata per raggiungere la casa di Farmer: la maggior parte delle abitazioni sembrava grande e costosa, abitata da famiglie di mezz'età o da coppie più anziane. Di solito, dovendole interrogare, quello sarebbe stato un elemento promettente, ma la casa di Carl Farmer si trovava nella parte più nuova, quella che dava le spalle al canale. Sebbene si trovasse nel cuore del quartiere, quel nuovo insediamento era tutt'un altro discorso. Stradine secondarie si diramavano dalla strada principale verso capannelli di sei-sette case. Gli edifici erano tutti uguali: mattoni chiari, scalini, davanzali e porte dei garage di legno scuro. Uguali i piani di lavoro delle cucine, le credenze e i pensili. Un unico progetto usato come uno stampo per dolci, così da creare graziose casette bell'e pronte tra cui scegliere se non si voleva starci a pensare troppo. Ciò significava che erano destinate a giovani professionisti. Mancava ogni senso di comunità, lì, e supponevo che nessuno conoscesse bene i propri vicini. Avevo la sensazione che le deposizioni porta a porta si sarebbero rivelate un incubo. Dopo aver aspirato un'ultima boccata d'aria fredda, voltai le spalle alle
luci lampeggianti e mi avviai in cucina. Dentro c'erano due tecnici della Scientifica, che procedevano coraggiosamente coi loro controlli da una parete all'altra. Da quanto era dato sapere, pareva che la casa, proprio come quella in cui era stato ucciso Andrew Dyson, fosse stata un altro nido del killer. Sembrava impossibile che l'uomo di nome Carl Farmer l'avesse tenuta in affitto per almeno un anno senza lasciare la minima traccia dietro di sé. «Trovato niente?» chiesi a un tecnico. «Solo quello che si vede.» Fece un cenno verso il bancone della cucina, che avevo già osservato entrando. E che avevano ovviamente visto, quand'erano arrivati, poco prima, anche gli agenti incaricati di rintracciare i proprietari dei furgoni bianchi ripresi dalle telecamere. Non c'era nessuno degli utensili o dei piccoli elettrodomestici che ci si sarebbe aspettati di trovare: niente tostapane o bollitore; niente briciole né macchie a suggerire che un pasto fosse mai stato preparato in quella cucina. Ma non era del tutto sgombra. Di fronte alla porta era stato piazzato un unico oggetto, in attesa dei poliziotti che prima o poi sarebbero arrivati, e la porta d'ingresso era stata lasciata socchiusa in modo che chiunque si affacciasse alla soglia lo potesse vedere. Era appoggiata contro la parete di fondo del bancone. Sopracciglia scure e cespugliose. Barbetta nerissima. Fori nella plastica rosa come pelle ustionata. Fissai quelle orbite vuote. Il pensiero della conversazione avuta con gli altri in mensa non mi abbandonava. Da una parte, la mia possibilità di negare era sparita una volta per tutte. Più importante ancora, non riuscivo a immaginare che effetto avrebbe fatto a Mercer entrare in cucina e vedere quella cosa. La maschera da diavolo che Carl Farmer aveva lasciato per noi. Il salotto. O almeno quello che sarebbe stato il salotto in una casa normale. I mobili erano ordinari, dato che la casa si affittava già arredata: un salotto di pelle bianca, tavolo e sedie di legno essenziali, un vecchio tavolino che era stato spinto da una parte, contro il muro. Le altre stanze erano spoglie e inutilizzate. Sembrava che Farmer avesse operato solo in quella e non c'erano indicazioni di dove avesse dormito, posto che lo avesse fatto. A parte la maschera, l'unica sua proprietà rimasta in casa era un computer portatile, lasciato acceso sul tavolo nell'angolo.
Presumibilmente la stanza era più affollata in quel momento di quanto non lo fosse mai stata da quando lui aveva preso in affitto la casa. Due tecnici informatici erano al lavoro sul computer, mentre Simon teneva i collegamenti con altri due agenti della Scientifica. Mercer era al centro della stanza, le braccia conserte, e fissava il muro. Greg e Pete erano di fianco a lui, a poca distanza, e commentavano la scena del crimine. Di tanto in tanto, Pete gettava un'occhiata a Mercer, preoccupato. Attraversai la stanza per raggiungerli. «Quanto costa affittare un posto come questo?» chiesi. «Un bel po'.» La neve aveva inumidito i capelli di Pete, facendolo sembrare più sconvolto del solito. Pareva anche stanco, però continuava a snocciolare fatti e dati senza neppure consultare gli appunti. «Settecentocinquanta al mese. Ho parlato col responsabile dell'agenzia immobiliare, che non era felicissimo di essere disturbato a quest'ora.» Greg fece un cenno col capo in direzione del muro che Mercer stava fissando con tanta attenzione. «Sarà ancora meno felice quando verrà a sapere cos'ha combinato Farmer qui dentro.» Un tecnico della Scientifica comparve alle nostre spalle. «Scusate, posso scattare una foto, per cortesia?» Ci spostammo di lato mentre lui preparava la macchina fotografica. Sulla parete, l'uomo conosciuto come Carl Farmer aveva scritto: Nello spazio tra i giorni, avete smarrito il malinconico pastore delle stelle. La luna è svanita e i lupi dello spazio avanzano audaci; l'una dopo l'altra rubano le sue pecore. La parete bianca attorno alla poesia era coperta da disegni di ragnatele simili a quelle trovate sulle altre scene del delitto del 50/50 Killer. Erano state tracciate con un pennarello nero anziché col sangue, ma le somiglianze erano innegabili. Alcune sembravano scarabocchiat